Dramma

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LA CADUTA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 11:47
 
Titolo Originale: Der Untergang
Paese: Germania
Anno: 2004
Regia: Oliver Hirschbiegel
Sceneggiatura: Berdn Eichinger dal libro di Taudl Junge e Melissa Muller “Bis zur letzten Stunden” e dal libro di Joachim Fest “Inside Hitler’s Bunker”
Produzione: Costantin Film Produktion, Vegeto Film, NDR, WDR, Eos Productions con il con tributo di Rai Cinemafiction e ORF
Durata: 150'
Interpreti: Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Thomas Kretschmann

Berlino, aprile 1945. Attraverso lo sguardo della giovane segretaria Traudl Junge si ripercorrono gli ultimi giorni di Hitler all’interno del bunker sotto la Cancelleria. Mentre i Russi conquistano la città si consuma l’ultimo atto del regime nazista tra follia e opportunismo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La pellicola, che ad ogni modo non fa nulla per nascondere gli scatti di violenza e crudeltà assoluta del dittatore , si sforza, però, di tenere le menti deste offrendo agli spettatori molti spunti di riflessione.
Pubblico 
Adolescenti
Diverse scene di violenza e di forte tensione emotiva-
Giudizio Artistico 
 
Cast eccezionale, da Bruno Ganz nei panni di Hitler ad Alexandra Maria Lara in quelli di Traudl, ma anche una schiera di interpreti rigorosi che evitano le facili caricature. Il film ne riesce a mettere a nudo le psicologie e, senza fare sconti alla follia, tenta di rendere conto dei fatti e delle scelte di ognuno.

Si gioca tutto sulla possibilità di rappresentare il male anche attraverso l’apparente contraddizione di gesti “umani” o forse solo moralmente neutri (come il mangiare, per esempio il difficile equilibrio del film che Oliver Hirschbiegel e Berdn Eichinger hanno tratto da due fonti profondamente diverse, ma egualmente informate dei fatti.

La caduta (candidato all’Oscar per il miglior film straniero), a metà strada tra il dramma da camera e il film epico (ma le poche scene in esterni nella Berlino bombardata e poi invasa dai Russi sono sempre riprese ad altezza uomo per mantenere il punto di vista dei tedeschi sconfitti), si nutre, infatti, da una parte delle memorie di Traudl Junge, per tre anni segretaria personale di Hitler, e dall’altra della sterminata documentazione raccolta dallo storico Joachim Fest nel suo volume Inside Hitler’s Bunker.

Nella pellicola il punto di vista della giovane Traudl, la cui “innocenza” e ingenuità non possiamo – giustamente - mai condividere fino in fondo, e quello dello studioso (che, con tutta l’oggettività – limitata - che uno sguardo umano consente, tenta di ridare le diverse dimensioni storiche degli eventi e dei protagonisti) si fondono nel tentativo di fare i conti con un uomo e un’epoca che troppo spesso si è tentati di liquidare come il Male assoluto, relegando l’orrore ad un momento e a persone a cui attribuire un nome e una condanna.

L’operazione “diversa” tentata dagli autori è felicemente supportata da un cast eccezionale, da Bruno Ganz nei panni di Hitler ad Alexandra Maria Lara in quelli di Traudl, ma anche una schiera di interpreti rigorosi e mai banali nell’incarnare personaggi difficili evitando le facili caricature.

Senza dimenticare che ci troviamo comunque di fronte ad una messa in scena, la prima impressione di fronte a La caduta non è quella indignata di chi condanna la pietas di non mostrare i suicidi del Führer e dei suoi più stretti collaboratori, o di chi ritiene sacrilego vedere Hitler mentre carezza i bambini o conforta la sua segretaria incerta nella battitura.

Al contrario ci sembra che proprio la rappresentazione, a tratti claustrofobica, ma sempre misurata nei toni, di ogni aspetto della realtà degli ultimi giorni del Reich (dalle deliranti riunioni dello stato maggiore al matrimonio con Eva Braun, dalle feste alcoliche sotto i bombardamenti e alla stesura dei testamenti), si ponga nella giusta posizione per evitare una facile presa di distanza dall’orrore che ormai tutti riconoscono.

Come ha fatto notare Amos Luzzatto, presidente della Comunità ebraiche italiane, è troppo semplice liquidare Hitler come un pazzo, attorno al quale si raccolsero altri pazzi e molti opportunisti, trascinando una nazione alla rovina e coprendo l’Europa e il mondo di 50 milioni di morti.

La pellicola, che ad ogni modo non fa nulla per nascondere gli scatti di violenza e crudeltà assoluta del dittatore (vuole la Germania a fondo come lui perché immeritevole di sopravvivergli e condanna i traditori quando ormai mancano poche ore alla capitolazione), si sforza, però, di tenere le menti deste offrendo agli spettatori molti spunti di riflessione.

Ci si rende conto, per esempio, che lo sterminio degli Ebrei, parte di quel darwinismo sociale a cui sembra soccombere alla fine la stessa Germania (che sarebbe trasformata in un deserto non fosse per la disobbedienza – calcolata? autentica?- di Speer), viene rievocato solo in un paio di frasi.

Ma ci si accorge che quelle frasi pesano come macigni sull’orizzonte spazzato dai fuochi russi in cui, pure, c’è chi continua a cercare i disertori per impiccarli e in cui una madre (Magda Goebbles, forse il personaggio più agghiacciante dell’intera pellicola) decide di togliere la vita ai sei figli perché non debbano vivere in un mondo senza il Nazionalsocialismo.

Ed è nella tranquilla e imperturbabile violenza di quei gesti ripetuti (più impressionanti di tante scene con sangue e sparatorie) che riusciamo a cogliere uno spicchio dell’abisso che sono stati tutti gli anni del regime nazista.

Si conclude, con angoscia, che per alcuni non ci fu mai, nemmeno alla fine, la coscienza del male compiuto, ma una consapevole, ancorché assurda, adesione ad un’ideologia di morte e distruzione a cui non vollero sopravvivere.

E si è costretti a considerare tutte le sfumature di questa adesione: dalla fedeltà incondizionata (e colpevole) dei militari legati da un giuramento d’onore (ma ci fu chi, come Stauffenberg, lo trasgredì e pagò con la vita), alla tragica esaltazione di infermiere e attendenti nel momento della catastrofe finale; dal coraggio, forse tardivo, di un medico che decide di restare per soccorrere i feriti, all’insensata baldanza di bambini e ragazzine spediti in trincea e decorati dal Führer fuori dal bunker accerchiato.

In tutto ciò lo sguardo di volta in volta spaurito, pietoso, terrorizzato o incredulo di Traudl non risparmia la sensazione che il male, piuttosto che rintanarsi negli occhi fulminanti di un uomo al tramonto (ne sono esibiti il Parkinson e l’andatura piegata dal decadimento fisico), è un rischio che coinvolge tutti ed ognuno, che matura nel tempo prima di arrivare alla sua tragica conclusione e che non possiamo far finta di non vedere, nemmeno se diciamo che la giovinezza ci ha chiuso gli occhi (e forse anche il cuore).

Per questo il film di Hirshbiegel va un passo oltre il pur bel lavoro di Sukurov del 2001 (Moloch). Là nel rifugio montano del Nido dell’Aquila la quotidianità dei gerarchi nazisti scivolava nell’orrore di una messa in scena di se stessi destinata a chiudersi in tragedia; qui l’ultimo sussulto di decine di topi in trappola mette a nudo le psicologie e, senza fare sconti alla follia, tenta di rendere conto dei fatti e delle scelte di ognuno.

Non a caso il film si chiude prima con la fuga di Traudl verso la vita (al suo fianco c’è uno dei soldati bambini della battaglia di Berlino), poi con le immagini autentiche di lei anziana, che (forse come la Germania intera), a distanza di 60 anni, riconosce il suo colpevole chiudere gli occhi di fronte alla verità.

E lo spettatore, trascinato verso l’epilogo di questa caduta all’inferno, si ritrova nel cuore del dilemma della responsabilità personale, che non può esaurirsi in un’affermazione di estraneità e orrore, ma domanda un coinvolgimento serio e infine un giudizio.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BOURNE SUPREMACY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 11:27
Titolo Originale: THE BOURNE SUPREMACY
Paese: Usa
Anno: 2004
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Tony Gilroy dal romanzo di Robert Ludlum
Produzione: Frank Marshall per Universal
Durata: 120'
Interpreti: Matt Damon, Brian Cox, Joan Allen

Emerso dalle acque tempestose del Mediterraneo, impegnato in un faticoso e drammatico recupero della propria memoria, Jason Bourne, ex agente della Cia ed ex assassino distrutto dai rimorsi e da una memoria frammentata, vive ora con la dolce Marie, la donna incontrata nella prima pellicola tratta dai romanzi di Robert Ludlum, nascosto in una lontana isola in estremo oriente.
Ma il passato non perdona e se Jason continua a lottare con frammenti sconosciuti e angoscianti che emergono senza permetterne una reale comprensione, altrove c’è chi per interesse decide di servirsi della sua identità per compiere una strage.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ingombrante passato costellato di omicidi viene riscattato da una nuova vita, questa volta dalla parte del bene, fianco di chi è riuscita a credere in lui
Pubblico 
Adolescenti
Per la violenza di alcune scene
Giudizio Artistico 
 
Il regista Paul Greengrass (Blody Sunday) ci presenta un quasi-documentario dove l’effetto finale è quello di una macchina che segue l’azione nel suo sviluppo, “come reagendo a ciò che accade”,
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BUFFALO SOLDIERS

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:59
Titolo Originale: Buffalo Soldiers
Paese: USA/Germania/GB 2004
Anno: 2004
Regia: Gregor Jordan
Sceneggiatura: Gregor Jordan, Eric Weiss, Nora Maccoby
Durata: 98'
Interpreti: Joaquin Phoenix, Anna Paquin, Scott Glenn, EdHarris, Elisabeth Mcgovern

Germania, 1989. Il muro di Berlino sta per crollare ma le truppe americane di stanza a Stoccarda non lo sanno. Non lo sa Ray Elwood che ammazza la noia del servizio militare con piccoli furti dai magazzini militari e raffinando droga da rivendere. Fino al giorno in cui si trova di fronte ad un affare più grosso di  lui: la vendita di armi nel mercato dell'est. Ma c'è un sergente che lo sorveglia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema antimilitarista, che avrebbe potuto costituire la spina dorsale del film, viene rapidamente eclissato a favore di una visione cinica e nichilista dell'arte del sopravvivere
Pubblico 
Sconsigliato
Per la rappresentazione disinvolta di consumo e raffinazione della droga, visti in modo acritico, quasi fosse una realtà acquisita.
Giudizio Artistico 
 
Buona la sceneggiatura e la regia che riesce a mantenere il film fra il serio e la satira crudele. Perfettamente nella parte Joaquin Phoenix
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLOODY SUNDAY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:54
 
Titolo Originale: BLOODY SUNDAY
Paese: Gran Bretagna, Irlanda
Anno: 2002
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Paul Greengrass, Jimmy McGovern
Durata: 107'
Interpreti: James Nesbitt, Nicholas Farrell, Allan Gildea, Gerard Crossan, Gerry Donaghy, Mary Moulds, Tim Piggot-Smith.

Noi siamo in guerra con i terroristi e in tempo di guerra bisogna fare dei sacrifici”. Così rispondeva il primo ministro inglese Brian Faulkner a quanti esprimevano perplessità sulle leggi d’emergenza varate nell’agosto del 1971 per perseguire i militanti dell’esercito repubblicano irlandese (IRA), leggi che prevedevano la possibilità di incarcerazioni senza processo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sincera intenzione di lottare pacificamente per i diritti civili. Buone intenzioni di alcuni ufficiali inglesi per contenere il conflitto. Anche se non si è riusciti ad evitare il massacro del Bloody Sunday
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Per le scene realistiche degli scontri e l'odio crescente fra le due parti
Giudizio Artistico 
 
Stile sobrio e realistico dei reportage giornalistici. Buona interpretazione del protagonista.

I “sacrifici di guerra” non si fecero attendere. Il 1971 si concluse con un bilancio di 174 morti e l’anno successivo si aprì con uno degli episodi più drammatici della triste storia degli scontri fra esercito britannico e repubblicani nordirlandesi: domenica 30 gennaio 1972 tredici manifestanti disarmati vennero uccisi dai soldati inglesi lungo le strade della cittadina nordirlandese di Derry. Quella domenica passò alla storia con il triste nome di bloody sunday. Il film omonimo di Greengrass, uscito nelle sale in occasione del trentesimo anniversario della tragedia, è una vivida e appassionata ricostruzione di quel massacro.

Seguiamo l’evolversi  degli eventi attraverso lo sguardo e le azioni di due uomini schierati dalle parti opposte della barricata: il leader irlandese del movimento per i diritti civili Ivan Cooper, interpretato dall’ottimo James Nesbitt (Svegliati Ned), che cerca di organizzare e condurre una marcia pacifica per i diritti civili; e il brigadiere inglese Maclellan, interpretato da Nicholas Farrell (Pearl Harbor, Beautiful People), che, sotto le pressioni del generale Ford, interpretato da Tim Piggot-Smith (Quel che resta del giorno), accetta di assecondare la linea dura contro i manifestanti. Da una parte della barricata Ivan fa di tutto per assicurarsi che la situazione non degeneri. Si affanna a raccomandare ai membri dell’IRA, pochi ma spregiudicati, di non fomentare il disordine e il ricorso alle armi. Cerca di tenere sotto controllo i giovani più vivaci (in particolare Gerry Donaghy, fidanzato con una ragazza protestante). Dall’altra parte il brigadiere MacLellan, alle prese con un generale che intende “impartire una lezione”, “dare un segnale forte”, “arrestare più teppisti possibile”, cerca di mantenere l’uso della forza entro i limiti dello stretto indispensabile. Ma questi limiti, a poco a poco, in una spirale di azioni e reazioni, vanno inesorabilmente alzandosi: avvertimenti, minacce, insulti. Fino all’impiego di idranti, proiettili di gomma, gas lacrimogeni, proiettili veri.  La tensione aumenta. Le informazioni, da una parte e dall’altra, si fanno sempre più confuse. La paura e la rabbia formano un cocktail che porta manifestanti e soldati a distorcere la realtà, a vedere un terrorista armato dove c’è solo un adolescente che fugge terrorizzato. Le frange più estreme prendono il sopravvento e la tragedia si compie in un contesto in cui insulti e minacce in poche ore si sono trasformati in proiettili sparati ad altezza d’uomo.

Paul Greengrass adotta lo stile sobrio e realistico dei reportage giornalistici per raccontare questa storia. La macchina da presa viene quasi sempre portata “a spalla” per dare allo spettatore l’impressione di trovarsi in mezzo ai disordini, di esserne testimone oculare. I personaggi vengono tratteggiati solo in modo essenziale per non disturbare l’effetto documentaristico dell’insieme. I dialoghi sono sempre asciutti e “slabbrati” per evitare ogni rischio di artificiosità. Non c’è alcun commento musicale (ed è invece martellante il suono di telefoni che continuano a squillare, suono che fa un effetto paradossale a contrappunto di scene che non fanno altro che mostrare quanto sia difficile comunicare).

Tutto il film è permeato da un senso di tragica ineluttabilità. Fin dall’inizio si percepisce che la catastrofe finale è insita nel situazione iniziale. Azioni innocenti, da una parte e dall’altra, come la decisione di marciare per i diritti civili e quella di schierare le forze armate per garantire l’ordine, si trasformano nelle premesse sufficienti di un massacro. La massa (il suo “corpaccio” direbbe Manzoni) dei manifestanti e lo “spirito di corpo” dei soldati inglesi prevalgono inesorabilmente sugli individui e sul loro buon senso. Le sequenze mosse e concitate sono scandite da frequenti dissolvenze al nero che comunicano la sensazione di un costante precipitare verso il buio.

E, storicamente, da quell’anno cominciò un periodo davvero buio per tutta la Gran Bretagna. Come dichiara Ivan Cooper alla fine del film, con quella domenica di sangue si era sancita la morte del movimento per i diritti civili. I giovani che ne facevano parte si arruolarono nell’IRA, e negli anni successivi avrebbero insanguinato le strade del Regno Unito.

Il film è stato premiato con l’Orso d’oro 2002 al Festival del cinema di Berlino e con il premio del pubblico al Sundance Film Festival.

Per gentile concessione di Studi Cattolici

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 7. Marzo 2017 - 2:35


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BROKEN FLOWERS

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:49
Titolo Originale: Broken Flowers
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Produzione: Bac Films, Focus Features
Durata: 106'
Interpreti: Bill Murray, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Francis Conroy, Jessica Lange, Tilda Swinton, Julie Delpy, Alexis Dziena

Don Johnston, ha fatto la sua fortuna con i calcolatori ed è sempre stato un dongiovanni impenitente; ora che ha superato la mezza età, la sua ultima compagna lo ha lasciato (senza troppo rammarico da parte sua) e si ritrova come inerme  a contemplare  il vuoto della sua vita. Una lettera anonima  lo informa che vent'anni prima ha avuto un figlio che e solo per l'insistenza dell' amico e vicino di casa si convince a partire per cercare quella vecchia fiamma che lo avrebbe reso padre....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'incapacità di amare del protagonista trova giustificazione in una visione fatalistica della vita
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di nudo integrale femminile
Giudizio Artistico 
 
Attenta e meticolosa costruzione dei personaggi e delle ambientazioni. Il ritmo lento del film consente di scavare nella psicologia dei personaggi

Bill Murray è ormai diventato una specialista della recitazione minimale. Un atteggiamento già presente nel suo penultimo Lost in translation,  ma qui la  mimica si è ulteriormente scarnificata: il regista indugia con lunghi primi piani sul suo volto,dal quale dobbiamo cogliere appena una ciglia alzata, mentre anche una sua breve frase sembra partorita a fatica. E' la recitazione  più idonea per denunciare disagio nei confronti del mondo che ci circonda nostro malgrado: se in Lost in translation, impersonava  un attore sul viale del tramonto stralunato da una Tokio troppo moderna, qui l'imbarazzo è quello di un "Don Giovanni in decadenza" che si trova di fronte a una notizia che rischia di scuotere  la sua apatia e che lo costringe a portare in vita sentimenti ormai sepolti 20 anni fa.

Il nostro Bill ha raggiunto l'agiatezza lavorando nel settore dei computer  ma in casa non ne ha neanche uno né ne sente la mancanza. E' l'atteggiamento sintomatico di un uomo che non ha cercato di costruire nulla nella sua vita , ma che ha ha afferrato di volta in volta ciò che  riusciva a  cogliere   (nel lavoro come  con le donne) evitando di restarne coinvolto.   I fiori recisi sono quelli che lui porta alle sue ex fiamme ma sono anche i fiori che stanno appassendo nel suo salotto per mancanza di cure. In conclusione  un personaggio alquanto antipatico, se non fosse per quell' algida autoironia  che Bill Murray riesce a conferire  al suo personaggio.

Più simpatico il vicino di casa che ha fatto delle  scelte opposte: si è sposato, ha 5 figli e tre lavori per mantenerli tutti; come se non bastasse, è appassionato di libri gialli e di Internet, secondo la logica che  chi è in grado di appassionarsi  nelle cose, finisce per avere una vita ricca di intressi.  Come purtroppo sappiamo, i personaggi positivi finiscono per essere poco fotogenici  e il regista si concentra unicamente su Bill e le sue ex donne, o meglio di come la dura corteccia del suo animo finisca per restare scalfito dalle sue occasioni perdute.  Dopo qualche istante necessario a noi spettatori per  adattarsi al ritmo lento ma preciso di Jim Jarmus, finiamo per apprezzarne il taglio dei  personaggi, la ricostruzione di ambientazioni così accurata, il dialogo sempre parco e misurato.

In una delle sequenze finali Bill parla con un ragazzo che ha incontrato vicino a casa sua: potrebbe essere il figlio che è venuto a cercarlo. Per l'unica volta nel film, Bill si appassiona, non vuole che il ragazzo scappi via senza avergli detto quella verità che ora aspetta con ansia; sembra quasi che tutta la palude degli episodi precedenti siano serviti come base per l'altorilievo di questa presa di posizione decisa, per questa sua determinazione nel  voler conoscere la verità e forse amare. .Non vogliamo rivelare il finale del film ma c'è una frase sintomatica che Bill pronuncia davanti al ragazzo: "Il passato è passato e il futuro non è ancora arrivato:quindi l'unica cosa che conti è il presente": viene il serio sospetto che l'autore veda le nostre azioni dominate da un fato oscuro e che in fondo avvalli e giustifichi la  passività del protagonista.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BLIND SIDE (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:34
 
Titolo Originale: THE BLIND SIDE
Paese: Usa
Anno: 2009
Regia: John Lee Hancock
Sceneggiatura: John Lee Hancock
Produzione: Alkcon Entertainment, Zucker/Netter Production
Durata: 129
Interpreti: Sandra Bullock, Tim McGraw, Quinton Aaron

Mike Oher è un ragazzo afro-americano di 17 anni alto come un armadio. Senza un padre e una madre sempre ubriaca,  passa da una scuola pubblica all'altra a causa dello scarso rendimento. Solo una scuola privata cristiana sembra cercare di recuperarlo. Leigh Anne Tuohy, una signora benestante che manda i suoi figli alla stessa scuola, comprende la  situazione di Mike e decide di accoglierlo in casa. Se il rendimento scolastico migliorerà potrà entrare nella squadra di football americano e far valere le sue doti atletiche...

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre sa accogliere in casa un ragazzo povero e senza affetti, gli offre il calore una nuova famiglia e lo aiuta a superare le sue difficoltà nello studio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per il linguaggio a volte triviale
Giudizio Artistico 
 
Ottima e convincente interpretazione della Sandra Bullock nelle vesti di una ricca ma generosa donna del Sud. Lo sviluppo della storia non desta sorprese, rassicurante nella sua positività

The Blind Side, che ha fatto vincere a Sandra Bullock l'Oscar 2010 come miglior attrice protagonista è uscito in Italia direttamente in DVD e si capisce il perché: è  troppo "americano".

Il contesto in cui si svolge la storia presuppone una discreta conoscenza del football americano (in particolare bisogna sapere qual'è il lato cieco, chi sono il quarterback e il tackle) così come esser capaci di seguire le complesse manovre tattiche che una famiglia deve compiere per iscrivere il figlio a una università piuttosto che a un'altra e al contempo la contesa spasmodita fra queste ultime per  contendersi gli studenti più atletici.
Bisogna anche conoscere come funziona il sistema di scuole secondarie americane private, l'importanza del Thanks Giving day, le ragioni dei battibecchi   fra  repubblicani e democratici; sapere chi è il Toro Ferdinando e aver assaggiato almeno una volta i marshmallow.

Quando Big Mike, il ragazzo adottato, ha ormai reso evidente il suo talento per il football e sta per scegliere l'università a cui iscriversi, i coach delle principali squadre di foofball americano si sono prestati ad apparire brevemente nel film rappresentando se stessi ma noi non siamo in grado di apprezzare l'ironia con la quale accettano di prendersi in giro.

In questo contesto così particolare (ma reale, visto che il film si ispira a una storia vera) ci vengono proposti valori universali:  una madre (Sandra Bullock) si accorge che Big Mike,  compagno di scuola di suo figlio,  non sa dove andare a dormire e lo accoglie in casa. Ha l'appoggio del marito e non si preoccupa se le amiche del tè disapprovino (il ragazzo, oltre ad essere povero e incolto, è anche afro-americano). Il marito è un imprenditore di successo (gestisce una catena di ristoranti); lei è una arredatrice  realizzata ed intraprendente ma è anche una madre e cerca di capire come "liberare" questo ragazzo taciturno e reso diffidente da una vita priva di affetti.
Sandra Bullock è brava nel conciliare le due anime che muovono il suo personaggio: quello imprenditoriale  che cerca di ottenere dei risultati migliori per questo ragazzo e la madre che cerca di capirlo e cogliere l'essenza del suo intimo. Emblematico di questo sottile equilibrio è il modo con cui reagisce alle prime deludenti prove di Big Mike sul campo di football.  Leigh Anne lo prende da parte , gli ricorda lo spirito protettivo che è stato capace di esprimere verso la sua nuova famiglia: "ora questa squadra è la tua famiglia e tu devi proteggerla da quei ragazzi (la squadra avversaria)".  Realizza in questo modo una trasformazione interiore del ragazzo che riesce a dargli  l'entusiasmo necessario per vincere la partita.

Dicevamo che il film è molto americano. In questo aspetto è onesto e trasparente e ci aiuta a conoscere  molto di più l'America  (una certa America) che tanti film filtrati ed edulcorati per risultare più vendibili su un mercato internazionale.

Leigh Anne e suo marito sono ben delineati come borghesi del Sud (la storia è ambientata a Menphis), benestanti, repubblicani e cristiani.

Entrambi impersonano l'efficienza e il pragmatismo americano:  il benessre di cui possono godere non è certo una colpa ma la giusta ricompensa per il loro impegno.

L'high school privata  frequentata dai figli di Leigh Anne, di ispirazione cristiana ("Grazie agli uomini questo è possibile, con l'aiuto di Dio tutto è possibile" è l'iscrizione che appare sull'arcata d'ingresso) non nasconde il fatto che esiste un evitabile filtro di censo all'ingresso a causa della retta elevata ma poi sono gli stessi professori che accettano l'iscrizione di Big Mike nullatenente perché "cristiano vorrà pur dir qualcosa", esclama il professore di ginnastica che sta sponsorizzando la sua iscrizione.

Il film solleva il problema della "selective charity" cioè l'iniziativa di aiutare solo dei ragazzi di talento, (come in effetti avviene nel caso di Big Mike, che diventerà un famoso tackle sinistro) in alternativa a un aiuto indistinto verso il prossimo più bisognoso.
In effetti, a un certo punto della storia viene sollevato il sospetto  che i coniugi Tuohy si siano mossi più come scopritori di giovani talenti che genitori premurosi.
La verità forse è più semplice: nel fare del bene ognuno dovrebbe mettere in campo ciò che sono i suoi talenti migliori: se Leigh Anne è una donna positiva, brava nell'insegnare ad avere successo e a non arrestarsi davanti agli ostacoli, lei cerca di far esattamente questo in un ragazzo che ha particolarissime doti sportive. 
Il finale del film  non dimentica di citare il caso di un compagno di Big Mike che non è riuscito ad uscire dal ghetto ed è stato ucciso durante una sparatoria fra bande rivali: se uno si è salvato, per gli altri c'è ancora tanto da fare.

L'autore conclude il film con riferimenti eticamente cristiani: i coniugi Tuohy stanno salutando Michael nel suo primo giorno al college; le parole finali di  Leigh Anne sono: "Voglio che tu ti diverta, ma se metti incinta una ragazza prima del matrimonio, ti giuro che..."

Il film si regge interamente sulla interpretazione di Sandra Bullock; lo sviluppo della storia non ha svolte impreviste e drammatiche o crisi di coscienza: assistiamo a due ore di sistematica lotta di Leigh Anne  per cercar di rimuovere tutti gli ostacoli che pongono davanti a Big Mike e in queste due ore non tentenna, non ha dubbi, va solo avanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM CINEMA
Data Trasmissione: Venerdì, 25. Marzo 2011 - 21:00


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THE BLIND SIDE (Armando Fumagalli)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:22
 
Titolo Originale: THE BLIND SIDE
Paese: Usa
Anno: 2009
Regia: John Lee Hancock
Sceneggiatura: John Lee Hancock
Produzione: Alkcon Entertainment, Zucker/Netter Production
Durata: 129
Interpreti: Sandra Bullock, Tim McGraw, Quinton Aaron

Mike Oher è un ragazzo afro-americano di 17 anni alto come un armadio. Senza un padre e una madre sempre ubriaca,  passa da una scuola pubblica all'altra a causa dello scarso rendimento. Solo una scuola privata cristiana sembra cercare di recuperarlo. Leigh Anne Tuohy, una signora benestante che manda i suoi figli alla stessa scuola, comprende la  situazione di Mike e decide di accoglierlo in casa. Se il rendimento scolastico migliorerà potrà entrare nella squadra di football americano e far valere le sue doti atletiche...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
<p>Una madre gi&agrave; di due figli che decide di accogliere un ragazzo di un diverso colore della pelle e di una diversa classe sociale, per offrirgli il calore di una famiglia e la possibilit&agrave; di una vera educazione. &ldquo;E&rsquo; semplicemente un film su che cosa significa essere una famiglia&rdquo;</p>
Pubblico 
Pre-adolescenti
<p>Per il linguaggio a volte triviale</p>
Giudizio Artistico 
 
<p>Uno dei pi&ugrave; bei film dell&#39;anno, con una nomination all&#39;Oscar 2010 come miglior film e Oscar a Sandra Bullock come migliore protagonista</p>

E’ passato quasi inavvertito in Italia quello che è indubbiamente uno dei più bei film dell’anno, che ha ottenuto una nomination all’Oscar come miglior film, e la più ambita statuetta del mondo alla miglior attrice protagonista Sandra Bullock, con un incasso completamente inaspettato di 250 milioni di dollari solo in Usa (a fronte di un costo di meno di 30). Eppure, un po’ inspiegabilmente, la Warner Italia ha deciso di non mandare The Blind Side nelle sale, ma di distribuirlo direttamente in dvd, dopo un’anteprima sulla pay tv di Mediaset in maggio 2010.

Da qui la decisione del Fiuggi Family Festival di dedicargli una delle serate clou della manifestazione, lunedì 26 luglio, con l’unica proiezione in sala prevista in Italia.

Come avviene per molti film sorprendenti, la storia di Michael Oher, un ragazzino nero gigantesco che diventa un campione di football americano, è una storia vera, come è vera la protagonista femminile Leigh Anne Tuohy (interpretata da Sandra Bullock), che ha deciso di accogliere un ragazzo di un diverso colore della pelle e di una diversa classe sociale, per offrirgli il calore di una famiglia e la possibilità di una vera educazione.

La sceneggiatura, scritta direttamente dal regista John Lee Hancock, centra la storia sull’incontro fra la famiglia benestante di bianchi del Sud, in concreto il Tennessee (da qualche accenno sembra che le generazioni precedenti della famiglia non siano state esenti da sentimenti razzisti) e il quieto gigante nero, che un’infanzia traumatica ha bloccato nella crescita emotiva e intellettuale. La madre di famiglia –donna concreta, attiva, pragmatica, coraggiosa e con una professione di successo- è quella che prende in mano le redini della vicenda. La Bullock interpreta in modo assai convincente una figura con tratti inaspettati e anticonformisti, che resta scolpita nella memoria dello spettatore. Ma il giovane Michael, che rifiuta il soprannome di Big Mike per essere chiamato con un nome “vero”, non si limiterà a ricevere. Darà molto a questa famiglia: non solo aprendo una finestra su realtà prima sconosciute (i quartieri neri del Sud di Memphis in cui Leigh Anne non era mai stata), ma anche un consolidamento dello stesso senso di essere una famiglia: è bellissima per es. la scena che si svolge il giorno del Ringraziamento, quando mentre ciascuno dei Tuohy è seduto sul divano davanti alla tv è proprio Michael a chiedere che ci si riunisca intorno a un tavolo come da tradizione a recitare la preghiera di ringraziamento. Lui che una vera famiglia non l’ha mai avuta sente ancora di più l’importanza di questo gesto che non è solo un rito, ma racchiude significati profondi. 

“Con Dio tutto è possibile” recita la scritta scolpita sull’architrave della scuola che i figli  Tuohy, e presto anche Mike, frequentano. E le motivazioni di fede che muovono alcuni insegnanti (si tratta di una scuola cristiana) e anche la famiglia in alcune decisioni cruciali non è taciuta da John Lee Hancock, che dice di aver cercato solo di raccontare una storia convincente e commovente, ma è anche uno dei pochi professionisti hollywoodiani importanti che sia un convinto credente.

“E’ semplicemente un film su che cosa significa essere una famiglia”, ha scritto ammirato un recensore americano. Un film uplifting, lo hanno definito in molti: un film che solleva lo spirito, e che presenta un’immagine di donna coraggiosa e determinata, capace con un impulso del cuore di superare barriere di razze e di classe sociale, una figura che non a caso ha fatto innamorare di sé anche un pubblico difficile come quello dei votanti dell’Academy.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 5. Settembre 2021 - 21:00


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BLACK BOOK

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/07/2010 - 12:58
Titolo Originale: Zwartboek
Paese: Olanda/Belgio/Germ./Gran Bretagna 2006
Anno: 2006
Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Paul Verhoeven e Gerard Soeteman
Produzione: San Fu Malta, Jens Meurer, Teun Hilte, Jos van der Linden, Frans van Gestel e Jeroen Beker per Fu Works
Durata: 135'
Interpreti: Carice van Houten, Sebastian Koch, Thom Hoffman, Derek de Lint

La giovane ebrea Rachel sfugge miracolosamente al massacro della sua famiglia da parte dei nazisti che hanno occupato la natia Olanda. Unitasi alla resistenza la ragazza riesce a insinuarsi nelle grazie di un potente comandante tedesco di cui diviene l’amante. Tra i due sboccia l’amore e le cose si complicano ancora di più  quando cominciano a nascere i sospetti sulla presenza di un traditore che vende gli ebrei in fuga ai nazisti. Arriva la liberazione, ma  Rachel, creduta complice del tradimento che è costato la vista a molti partigiani, viene internata in un campo per collaborazionisti. Viene liberata da un vecchio compagno ma le  sue disavventure non sono ancora finite…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista sembra sopratutto interessato a creare le occasioni per mostrare quadretti scabrosi e morbosetti a tematica sado-nazista, a fare un uso pornografico della storia
Pubblico 
Sconsigliato
Numerose scene di violenza, di nudo e a contenuto sessuale molto insistite. Sconsigliato per le motivazioni espresse nel riquadro valori/disvalori
Giudizio Artistico 
 
La pellicola, dal punto di vista della messa in scena e dell’approfondimento dei personaggi resta sotto la mediocrità di una produzione televisiva nemmeno tanto prestigiosa
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BLACK DAHLIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/07/2010 - 12:54
Titolo Originale: THE BLACK DAHLIA
Paese: USA/Germania
Anno: 2006
Regia: Brian De Palma
Sceneggiatura: Josh Friedman
Durata: 120'
Interpreti: Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Aaron Eckhart, Hilary Swank, Mia Kirshner

Hollywood, 1947. I poliziotti Lee Blanchard e Bucky Bleichert indagano sull’assassinio dell’aspirante attrice Betty Short, barbaramente uccisa e mutilata. Mentre Blanchard matura per il caso una vera e propria ossessione, incrinando il rapporto con la fidanzata Kay, Bleichert è sempre più attratto da Madeleine Linscott, figlia di un magnate dell’edilizia, che si rivela stranamente legata alla vittima.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Difficile trovare, in tutto il film, un momento in cui questa Hollywood cupa e sanguinaria, abbia un attimo di vera pietas e giusto orrore di fronte a un delitto così bestiale
Pubblico 
Maggiorenni
Violenza, dettagli macabri, scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
Anziché puntare a una narrazione lineare e incalzante, il film si perde nella contemplazione delle sue stesse immagini, quasi sganciandole dalla storia, assemblata dentro un groviglio narrativo dove è difficile distinguere il plot principale dalle sottotrame. Belle scenografie di Dante Ferretti
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BECOMING JANE STORIA DI UNA DONNA CONTRO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/07/2010 - 10:46
Titolo Originale: Becoming Jane
Paese: Usa/Gran Bretagna
Anno: 2007
Regia: Julian Jarrold
Sceneggiatura: Kevin Hood
Produzione: Robert Bernstein, Graham Broadbent e Douglas Rae per Columbia Pictures/Blueprint Pictures/Ecosse Films/Octagon Films/Scion Films Limited
Durata: 120'
Interpreti: Anne Hathaway, James McAvoy, James Cromwell, Julie Walters, Maggie Smith

Jane Austen vive con la sua modesta famiglia nello Hertfordshire nutrendo l’ambizione di diventare romanziera, mentre mamma e papà preferirebbero che si trovasse un marito, possibilmente ricco. A sconvolgerle la vita arriva in paese l’affascinante Tom Lefroy, con cui la ragazza si scontra subito a causa dei modi strafottenti e della fama di libertino del giovane. Non ci vuole molto perché i due, superando orgoglio e pregiudizi, si innamorino perdutamente e Jane trovi finalmente la sua vena letteraria. Ma la povertà di entrambi e l’ambiente ostile si dimostreranno un ostacolo insuperabile per il raggiungimento della felicità.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sonno dei disvalori nella storia raccontata, quanto alla responsabilità dell'autore per aver trasmesso un ritratto falso e deformato della grande scrittrice
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una breve scena di nudo maschile, qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Un polpettone sentimentale e citazionistico privo di ogni reale ironia, estraneo allo spirito dell’autrice quanto dell’epoca

È sempre difficile affrontare la biografia di un autore letterario particolarmente amato; quando, come nel caso di Jane Austen, ci si mettono schiere di fan pronti a difenderla con la stessa passione di un cavaliere per la sua dama, ci si trovava di fronte ad una sfida per lo meno improba. Il film di Julian Jarrods, un polpettone sentimentale e citazionistico privo di ogni reale ironia, è talmente estraneo allo spirito dell’autrice quanto dell’epoca che descrive da non guadagnarsi nemmeno questa difesa d’ufficio.

Partendo dall’assunto cinematografico diffuso (vedi Shakespeare in Love) che l’opera letteraria di un autore è spiegabile più o meno in toto con gli eventi della sua biografia, sceneggiatore e regista cuciono una trama che è sostanzialmente un centone indiretto di situazioni e personaggi austeniani.

Curioso è notare, però, che essi non sono tratti tanto dai romanzi della scrittrice, quanto dalla loro volgarizzazione e banalizzazione popolare , che ha dato origine ad un vigoroso filone di letteratura rosa e di “sentimento”, genere in cui la Jane Austen che emerge dalla pellicola si inserisce a pieno titolo. Una definizione che la medesima, molto più figlia del razionalismo settecentesco che del romanticismo allora di moda, avrebbe simpaticamente rispedito al mittente.

I distributori italiani hanno dato il colpo di grazia aggiungendo all’originale un sottotitolo fuorviante (“il ritratto di una donna contro”), che insinua nello spettatore l’inquietante sospetto di trovarsi di fronte una Austen femminista intenta a bruciare il reggiseno.

Di fatto il messaggio del film è piuttosto “conservatore”, dato che suggerisce neppure troppo implicitamente che una scrittrice donna non possa essere completa ed efficace senza l’esperienza del sentimento e dell’amore fisico (come si deduce dai suggerimenti letterari di Lefroy e dalle frequenti allusioni dei parenti al suo bisogno di avere un marito). Posta l’assurdità della semplicistica equivalenza tra esperienza personale dell’autore e ampiezza del mondo narrativo del medesimo, non pensiamo che alla composizione dei capolavori di introspezione e spietata analisi dei costumi della scrittrice inglese fosse strettamente indispensabile la sbirciatina di un bel ragazzo che fa il bagno nudo in un fiume.

La protagonista, apparentemente priva dell’ironia e dello spirito della Austen originale, è una ragazzetta pretenziosa che rivendica ad ogni piè sospinto il diritto ad un matrimonio d’amore e proclama teorie letterarie sul romanzo mentre la mamma armeggia tra i maiali (l’unica ragione della cospicua presenza di questi animali nel film è la presenza di James Crowell –indimenticato protagonista di Babe - come padre di Jane) e le ricorda il valore del denaro.

Il film, per altro, sembra incapace di rendere il senso dell’epoca e dell’ambiente sociale che descrive, limitandosi a riportarne gli aspetti più superficiali e noti agli spettatori da altre pellicole in costume e impegnandosi con la delicatezza di un elefante in una cristalleria ad attaccare le “convenzioni” di un modo che impone alle donne il decoro e la repressione della loro sensibilità (di fronte a certe espressioni della medesima come dargli torto?) e dei loro talenti.

La love story con uno spiantato avvocato irlandese che gli autori cuciono addosso a Jane (molte invenzioni sui pochissimi dati a disposizione dato che Cassandra Austen, più conscia dei moderni della discrezione, bruciò la maggior parte delle numerosissime lettere che lei e la sorella si scambiavano) segue binari prevedibili, che nel finale virano ad un patetismo intollerabile (con fratellini affamati di Tom rimasti in Irlanda e sacrifici dei Jane, degni della Traviata), che l’autrice avrebbe considerati piuttosto imbarazzante.

Particolarmente irritante è la lunga coda, con una Austen ormai vecchia che sembra una specie di “donna Letizia” incartapecorita ma ancora salda nel suo ruolo di paladina del sentimento, che ritrova l’innamorato di un tempo che, a parziale ammenda del passato, ha dato alla figlia il nome dell’innamorata.

Un film che potrà piacere solo ai più rigidi detrattori della Austen (confermati nella loro riduttiva visione del suo genio) e a tutti quelli che sono ancora convinti che Bridget Jones assomigli davvero ad Elizabeth Bennet.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV8
Data Trasmissione: Mercoledì, 9. Maggio 2018 - 21:30


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