Dramma

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CINQUEPERDUE Frammenti di vita amorosa

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 11:57
Titolo Originale: 5 x 2 - Cinq fois deu
Paese: FRANCIA
Anno: 2004
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon e Emmanuele Bernheim
Produzione: Marc Missonnier e Olivier Delbosc per Fidelitè Productions
Durata: 90'
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Stephane Freiss, Francoise Fabian, Geraldine Pailhas, Michael Lonsdale

Il sottotitolo italiano (Frammenti di vita amorosa) esprime bene la sostanza dell’ultimo film del giovane regista François Ozon (Swimming pool, 8 donne e un mistero, Sotto la sabbia). A ben guardare, infatti, veri protagonisti della storia non sono Marion (Valeria Bruni Tedeschi) e Giles (Stephane Freiss), ma un’impersonale vita amorosa, una sorta di originaria forza vitale che prima combina e poi scompagina le effimere relazioni sessuali di cui i personaggi sono in completa balìa.

Come suggerisce il titolo originale (crudamente aritmetico: 5x2), Marion e Giles sono puri elementi di un gioco di combinazioni di cui non sono loro a decidere le mosse: Giles inizia la relazione con Marion, dopo un unico incontro, interrompendo una relazione di fidanzamento di quattro anni; Marion, la prima notte di nozze, tradisce Giles con uno sconosciuto mai più rivisto; Giles tradisce Marion partecipando ad un’orgia a cui lei stessa assiste; Giles e Marion hanno un rapporto sessuale subito dopo aver firmato le pratiche del divorzio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amore come originaria forza vitale della quale i protagonisti ne sono solo degli strumenti
Pubblico 
Sconsigliato
Per l'atteggiamento nichilista e le numerose scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
Bravi gli attori, buona la sceneggiatura
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CASO WINSLOW

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 10:57
 
Titolo Originale: The Winslow Boy
Paese: USA
Anno: 1999
Regia: David Mamet
Sceneggiatura: David Mamet
Durata: 110''
Interpreti: Guy Edwards (Ronnie W.), Sara Flind (Violet), Aden Gillett (John Waterstone), Jeremy Northan (Sir Robert Morton)

Londra, 1911. In casa Winslow il sig Arthur, sua moglie e i due figli maggiorenni, Catherine e Dickie, stanno brindando all’evento del giorno: il capitano John Watherstone ha chiesto la mano di Catherine, quando la domestica informa tutti che è presente in casa, non atteso,  anche Ronnie, il figlio minore di 13 anni, cadetto del Royal Naval College di Osborne. Arthur, in un incontro a tu per tu, chiede al ragazzo le ragioni del suo ritorno: Ronnie è stato espulso dal collegio perché accusato di aver rubato e incassato il vaglia postale di un suo compagno. Il padre chiede al figlio con insistenza se sia stato lui a rubare il vaglia: di fronte a un’ostinata negazione, il sig Arthur decide di chiedere al Collegio di riaprire il caso. La faccenda risulta più difficile del previsto, il pubblico, grazie alle notizie di giornale, finisce per dividersi fra innocentisti e colpevolisti e a Artur non resta che rivolgersi all’avvocato più brillante di Londra: sir Robert Morton, anche se questo comporterà dar fondo agli ultimi risparmi della famiglia...

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un padre crede nel valore della giustizia fino a impegnarsi a lungo, con molti sacrifici per se e per la sua famiglia, affinché la verità si renda manifesta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista David Mamet rende cinematograficamente efficace l’opera teatrale originale valorizzando tutti i protagonisti
Testo Breve:

Un padre difende tenacemente suo figlio, che ritiene sincero, dall’accusa di furto che gli ha causato l’espulsione dall’accademia navale. L’importanza della virtù della fortezza risalta in questo racconto ricavato da una storia vera 

I primi 15 minuti del film, grazie alle mani esperte di David Mamet ( The Untouchables -1987,  Hannibal -2001) sono sufficienti per descrivere il contesto storico in cui si svolge il racconto  e per presentare i componenti della famiglia Winslow. Siamo a pochi anni dall’inizio della prima guerra mondiale, l’Inghilterra  è espressione dell’Occidente più evoluto, orgogliosa dei suoi ordinamenti giuridici e della sua libertà di opinione espressa dai giornali. Alla solidità  della struttura sociale corrisponde, in questo film ispirato all’omonima opera teatrale di Terence Rattigan del 1946,  a sua volta ricavato da un fatto realmente accaduto, un’istituzione familiare altrettanto salda. La famiglia Winslow ha il suo baricentro nella  figura paterna, espressione di autorevolezza ma anche di affetto verso tutti. I due figli maggiori, nonostante siano avviati su strade diverse (la figlia Christine è particolarmente coinvolta nel movimento a favore del voto alle donne mentre Dickie, poco dedito agli studi è molto impegnato a fare le ore piccole) hanno tuttavia ben chiara l’importanza della compattezza familiare e sono rispettosi dell’autorità paterna. Allo stesso tempo il signor Arthur mostra di agire solo in base a solidi principi. Lo vediamo molto bene nel colloquio che ha con il figlio Ronnie: la verità è un valore che ha inculcato in tutti e quando il ragazzo, messo sotto pressione dal padre, ribadisce che è innocente, Arthur crede senza riserve nella sua onestà e avvia tutte le iniziative legali necessarie per scagionarlo. Gli ostacoli che deve affrontare sono tanti e la sua fortezza viene messa in piena luce:  non si tratta solo di contrastare la decisione di un’autorevole e stimata istituzione, ma anche l’impegno economico che questo suo sforzo comporta, non solo per se ma per tutti i componenti della famiglia. E’ proprio questa la situazione che può incrinare la volontà di perseverare nel percorso intrapreso. Non tanto per Dickie che deve rinunciare all’università (una decisione che andava comunque presa,  dato il suo scarso rendimento)  ma per Christine che deve perdere la dote. Situazione dolorosa ma forse necessaria, perché finisce per portare alla luce  lo scarso coinvolgimento dei due giovani nel loro progetto familiare.

La minaccia più insidiosa viene invece dalla moglie. Lei non discute sulle ristrettezze economiche che sono costretti ad affrontare ma sul perchè la loro famiglia abbia perso la pace, al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, proprio quando il piccolo Ronnie si è ormai ben inserito in una nuova scuola e in poco tempo l’episodio avrebbe potuto venir dimenticato. “Per quale motivo continuare?” é la domanda diretta della moglie. Sono proprio dubbi come questi che mettono a nudo il significato delle virtù. La risposta è semplice e diretta: “per la giustizia”. Il messaggio di Arthur è chiaro: tutti noi viviamo una vita impegnata in tante piccole cose ma nel  sottofondo, in modo silente, sappiamo che ci sono dei valori che guidano la vita collettiva e il comportamento dei singoli. Se questi valori sono rispettati, tutti noi ci dedichiamo a svolgere gli impegni della nostra vita ordinaria; se vengono violati, è giusto impegnarsi con fortezza a ripristinarli, anche se ciò comporterà sacrifici per se e per la propria famiglia. Il valore educativo che scaturisce da questo comportamento supera i disagi che i figli potrebbero subire e non va trascurato l'invito all'emulazione che scaturisce da un comportamento corretto. Sir Robert Morton, avvocato di successo, abituato a cause di particolare rilevanza,  accetta di difendere il modesto caso del piccolo Ronnie, "perché i diritti prevalgano".

E' una buona conferma che le virtù sono sempre strettamente correlate. La giustizia innesca la fortezza per perseguirla e se la fortezza viene correttamente esercitata, nell'impegno di cercare la verità, trasparirà anche l’umiltà della persona

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CASO THOMAS CRAWFORD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 10:49
Titolo Originale: Fracture
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Gregory Hoblit
Sceneggiatura: Daniel Pyne e Glenn Gers
Produzione: New Line Cinema/Castle Roch Entertainment
Durata: 113'
Interpreti: Ryan Gosling, Anthony Hopkins; David Strathairn, Rosamund Pike

Dopo aver scoperto che la moglie lo tradisce con un detective della polizia di Los Angeles, il ricco e astuto Thomas Crawford la uccide con un colpo di pistola, poi attende pazientemente la polizia. Ma dopo aver confessato, una volta in tribunale rivolta contro il giovane sostituto procuratore Willy Beachum tutte le prove. Ma se il brillante Beachum, in procinto di passare dall’accusa a un lucroso impiego in uno studio privato, è costretto inizialmente ad ammettere la sconfitta, sarà proprio la presunzione di Crawford e la sua crudeltà nei confronti della moglie, a convincere Willy che val la pena lottare ancora per far emergere al verità…Dovesse pure costargli quello per cui ha duramente lavorato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista va a fondo della sua morale fino a compiere scelte difficili ed esigenti, fino a rischiare ogni cosa
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un giallo teso e appassionante che ha dalla sua la presenza in scena di due ottimi interpreti, Gosling e Hopkins. Qualche lentezza nello svolgimento specie nella prima parte.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VAI E VIVRAI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 19:50
 
Titolo Originale: Va, vis et deviens
Paese: Belgio/Francia/Israele/Italia
Anno: 2005
Regia: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu e Alain – Michel Blanc
Produzione: Denis Carot e Maire Masmonteil per Elzevir Films, France 3 Cinema, K2 Productions, Backup Films, Cattleya, 01 Productions, Scope Invest, Transfax Film Productions
Durata: 140'
Interpreti: Yael Abecassis, Moshe Abebe, Moshe Agazai, Sirak M.Sabahat

 Il nuovo film di Radu Mihaileanu (Train de vie, vicenda paradossale e amara di un villaggio ebreo in fuga dalle violenze naziste) è ambientato in Israele, ma di questo paese sceglie di raccontare non le più note vicende di terrorismo, ma una pagina di storia inedita e utile a comprenderne la natura complessa e unica.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre bellissime figure di madri; la madre naturale, una nera ed ebrea e infine quella adottiva, aiuteranno il ragazzo protagonista a compiere il suo percorso di uomo fino ad affrontare e dire la verità su stesso
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista rumeno trapiantato in Francia, mescola i toni della commedia con i drammi più profondi dell’identità e della perdita all'interno della complessa e contraddittoria realtà dello Stato d'Israele oggi

Protagonista di una storia che, secondo lo stile tipico del regista rumeno trapiantato in Francia, mescola i toni della commedia con i drammi più profondi dell’identità e della perdita, è un bambino (e poi ragazzo, infine uomo) di colore, un giovane etiope che, mentre nel suo paese infuria una paurosa carestia (siamo nel 1984), finisce per condividere, lui cristiano, il destino strano e fortunato (almeno in parte) degli ebrei falasha. Con questo nome sono identificati alcune migliaia di neri di religione giudaica considerati discendenti della regina di Saba e del re Salomone; una popolazione che, grazie allo sforzo congiunto dei servizi segreti israeliani e degli Stati Uniti, venne prelevata dai campi profughi del Sudan (dove era giunta con molte altre migliaia di compatrioti dopo centinaia di chilometri di marcia nel deserto) per essere condotta nella patria ebraica (una missione passata alla storia come Operazione Mosé).

Ma il punto di vista attraverso il quale viene raccontata la difficile integrazione di questi ebrei di colore in uno Stato dove l’identità etnica e religiosa continua ad essere un elemento fondamentale, è ancora più curioso e spiazzante.

Il protagonista Schlomo, infatti,  non è veramente ebreo. È il figlio di una delle tante donne che sono costrette a vedersi morire i figli tra le braccia per la fama e le malattie; una donna che non esita ad offrire al suo piccolo una speranza, anche se questo significa separarsene probabilmente per sempre mettendolo nelle mani di un’altra donna.

Così comincia l’avventura umana di Schlomo, costretto a nascondere il suo passato, incapace di dimenticare il volto amato di una madre da cui crede di essere stato scacciato (ma che non può fare a meno di invocare mentre guarda la luna sospesa sopra la Terra Promessa), perennemente in bilico tra il passato di privazioni, il presente che lo sfida e lo respinge e un futuro ancora incerto.

L’Israele che racconta Mihaileanu è un paese che apre le braccia ai suoi figli neri, anche se essi sembrano lontani mille miglia dalla sua esasperata modernità (significativa l’immagine dei bambini etiopi che spiano il retro dei televisori per veder uscire gli omini che li popolano), ma poi non sa o non vuole assorbirli nel suo tessuto sociale a causa di tante diffidenze che rischiano di sfociare in una paradossale forma di razzismo endogeno.

La storia di Schlomo è quella di una cartina tornasole umana, che fa emergere tutto il meglio e tutto il peggio di un popolo imperfetto (come tutti del resto), ma tenacemente teso a costruirsi come società aperta e positiva. La pellicola non teme di mostrare la varietà delle posizioni all’interno della società israeliana (i genitori adottivi di Schlomo marciano in piazza contro la politica del governo, i rabbini ultraortodossi cercano di fare uso delle prescrizioni religiose per far valere le loro posizioni, ecc) né di raccontare senza sconti gli ostacoli sulla strada di Schlomo. Così nell’istituto dove il piccolo viene inizialmente ospitato ci sono bravi maestri (che cercano di abituarlo ad una vita con usi e costumi differenti), ma anche educatori impazienti (che vorrebbero avere subito dei piccoli nuovi israeliani perfetti); a salvare il bambino deve giungere l’inaspettata disponibilità di una famiglia “mista” (lei, un’intensa Yael Abecassis, è un’ebrea francese, lui di origine egiziana, con un padre che ha combattuto nella guerra di Indipendenza del 1948) e non credente (ma teneramente rispettosa della presunta ortodossia del piccolo adottato) per dare una svolta alla vita di Schlomo.

Non si poteva trovare forse un modo più forte per parlare di identità del curioso e drammatico intreccio che Schlomo porta dentro e su di sé. Dopo le iniziali paure di essere scoperto, è un turbamento più sottile a diventare il protagonista della storia, quello che il ragazzino nero condivide con i suoi conterranei, disconosciuti da tanti israeliani “bianchi” nonostante le attestazioni ufficiali, ma che in lui si amplifica fino a rendere impossibile perfino accettare la corte spietata di una bella coetanea ebrea polacca.

Il discorso di Mihaileanu, comunque, non è, o comunque non è primariamente “politico” o sociale. A muovere la vicenda, provocandone le svolte più significative, infatti, è una forza diversa, o meglio ancora una presenza/assenza che domina la scena.

Ad accompagnare Schlomo nel suo cammino, infatti, ci sono tre bellissime figure di madri; la madre naturale, quella che se lo strappa dalle braccia per dargli nuovamente la vita nella partenza, quella nera ed ebrea, che perderà quasi subito, ma che è il ponte per la sua nuova esistenza; e infine quella adottiva, forte e tenace come una leonessa, che lo guida verso la maturità con un amore che non conosce esitazioni. È attraverso questi legami che Schlomo compirà il suo percorso di uomo fino ad affrontare e dire la verità su stesso. Senza voler esasperare questa linea interpretativa, viene abbastanza naturale sottolineare il peso che la sfera femminile (ben rappresentata dalla luna a cui Schlomo rivolge costantemente lo sguardo) ha nel guidare la vicenda del protagonista verso una soluzione che, abbandonato la rigidità della legge (quella che lo separa dai veri ebrei proprio perché non di madre ebrea), si apre a riconoscere l’individuo ridonandogli per l’ennesima volta la vita e la libertà di agire.

Con gli occhi di Schlomo, però, lo spettatore vede anche il quadro più complesso, cioè la realtà del paese in cui la storia si svolge; uno Stato in cui non mancano contraddizioni anche molto forti, ma che non esita a mettersi in discussione perfino quando questo significa (come nel caso del nonno un tempo soldato e kibbuznik) fare un passo indietro rispetto al possesso dell’adorata terra. La realtà degli ebrei falasha, così inesorabilmente “diversi” dagli altri (ma nell’Israele del 2005 i black jews non sono affatto una rarità), diventa nelle mani di Mihaileanu il modo di esplorare non solo un percorso umano individuale, ma anche l’identità ebraica in terra di Israele in tutte le sue implicazioni, alle prese con una sfida alla convivenza che non smette di porre interrogativi urgenti.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 23. Aprile 2017 - 15:20


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UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 12:54
Titolo Originale: Home at the end of the world
Paese: Usa
Anno: 2004
Regia: Michael Mayer
Sceneggiatura: Michael Cunningham
Produzione: John Hart, Tom Hulce, Pamela Koffler
Durata: 89'
Interpreti: Colin Farrell, Robin Wright Penn, Sissy Spacek, Dallas Roberts

Bobby cresce a Cleveland nel clima hippy e trasognato degli ultimi anni Sessanta. Dopo la morte del fratello e dei genitori, trova una nuova famiglia nell’amicizia con Johnatan e sua madre Alice. Ma il rapporto con Johnatan presto si trasforma in un sentimento che va oltre l’affetto… I due si ritrovano negli anni Ottanta a New York, dove Johnatan, ormai gay dichiarato, vive con la strampalata Clare. È l’inizio di un nuovo, e ancora più bizzarro, ménage familiare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tempo è tutto ciò che fa muovere il vuoto esistenziale di tre giovani: l'uso di droga, i rapporti omosessuali, un ménage a trois non riescono a renderli felici...
Pubblico 
Sconsigliato
Varie scene a sfondo sessuale, utilizzo di droga nei giovanissimi. Per il nichilismo della storia
Giudizio Artistico 
 
Storia debole e sconclusionata. Bravi i protagonisti
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CEMENTO ARMATO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 12:06
Titolo Originale: CEMENTO ARMATO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Marco Martani
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Luca Poldelmengo
Produzione: Fulvio e Federica Lucisano per I.I.F. Italian International Film, Rai Cinema
Durata: 93'
Interpreti: Nicolas Vaporidis, Giorgio Faletti, Carolina Crescentini, Dario Cassini, Ninetto Davoli

Diego è un ragazzo di borgata, cresciuto da una brava madre ma con un padre scomparso misteriosamente. Vive di espedienti e piccoli furti ma adesso ha incontrato Asia, di cui è innamorato e con la quale ha deciso di convivere. Si sta facendo convincere a trovare un lavoro  regolare quando una sua ultima sciocchezza (correndo con il motorino in mezzo al traffico si mette a rompere gli specchietti delle macchine ferme) fa sì che la sua vita si incroci "Il primario" il terribile boss della droga romana che ha deciso di fargliela pagare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella Roma di cemento armato ci si fa giustizia da soli, i boss non vengono mai condannati e c'è sempre un poliziotto corrotto
Pubblico 
Maggiorenni
Una violenza sessuale, alcune scene di pestaggio con la rottura di un braccio, esibizione di "cattive maniere" (andare in motorino con il casco slacciato a rompere gli specchietti delle auto)
Giudizio Artistico 
 
Il film ricalca senza molta fantasia il genere noir italiano impiegando personaggi-stereotipo

Marco Martani è  esordiente come regista ma non come sceneggiatore, dal momento che ha contribuito a "regalarci"  molti Natali (Natale a Miami, a New York, in India, sul Nilo,...) ed ha creato quel fenomeno giovanilista che si chiama Notte prima degli esami dal quale ha recuperato l'ex studente Nicolas Vaporidis e l'ex professore Giorgio Faletti  senza dimenticarsi di Carolina Crescentini di Notte prima degli esami oggi per esser sicuro di catturare l'attenzione del pubblico giovanile.

In questo caso ci troviamo di fronte a un genere ben diverso anche se ormai classico: quello del noir italiano metropolitano; il film si riaggancia cioè a quel filone di serie B degli anni '70 che ora è considerato oggetto di cult e che è stato tanto apprezzato da Quentin Tarantino.
Qui l'astigiano Giorgio Faletti fa il boss dello spaccio di droga a Roma (per fortuna non ci prova a parlare romano e si fa accompagnare da una guardia del corpo americana di colore: è vero che a Roma vivono tanti oriundi ma di qui a far carriera e diventare il numero della malavita ...).  Ovviamente c'è anche il poliziotto corrotto che fa il doppio gioco passandogli le informazioni giuste. Intanto Diego e i suoi due amici,  piccoli delinquenti di borgata si trovano a fronteggiare qualcosa di molto più grande di loro (Diego ha giurato vendetta perché "Il chirurgo" gli ha violentato la fidanzata) e arrivano inevitabilmente all'iniziazione dell'acquisto della loro prima pistola (ogni riferimento a Taxi Driver è espressamente voluto). Non ci vengono risparmiati interrogatori a base di torture e braccia rotte   per poi arrivare alla scena madre dello scambio delle buste di droga in cambio di una valigetta piena di euro, scenograficamente ambientato su un ponte gettato sospeso su di un  precipizio (sapremo subito dopo perché).

In conclusione un film rigorosamente di genere (almeno Notturno bus aveva aggiunto alla storia una buona dose di ironia) dove i personaggi sembrano ingessati in una tipizzazione da manuale: "Il primario" è un cattivo che più cattivo non si può, il poliziotto corrotto è un viscido che più viscido non si può, il personaggio di Asia (la Crescentini) svolge  la sua funzione di venir violentata dal boss all'inizio del film e  perde subito dopo ogni consistenza; solo Diego sembra esser stato costruito con più cura, con il suo dolente ricordo di un padre scomparso e il desiderio di restare un modesto, quasi innocuo bulletto senza venir coinvolto in giochi più grandi di lui.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CADUTA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 11:47
 
Titolo Originale: Der Untergang
Paese: Germania
Anno: 2004
Regia: Oliver Hirschbiegel
Sceneggiatura: Berdn Eichinger dal libro di Taudl Junge e Melissa Muller “Bis zur letzten Stunden” e dal libro di Joachim Fest “Inside Hitler’s Bunker”
Produzione: Costantin Film Produktion, Vegeto Film, NDR, WDR, Eos Productions con il con tributo di Rai Cinemafiction e ORF
Durata: 150'
Interpreti: Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Thomas Kretschmann

Berlino, aprile 1945. Attraverso lo sguardo della giovane segretaria Traudl Junge si ripercorrono gli ultimi giorni di Hitler all’interno del bunker sotto la Cancelleria. Mentre i Russi conquistano la città si consuma l’ultimo atto del regime nazista tra follia e opportunismo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La pellicola, che ad ogni modo non fa nulla per nascondere gli scatti di violenza e crudeltà assoluta del dittatore , si sforza, però, di tenere le menti deste offrendo agli spettatori molti spunti di riflessione.
Pubblico 
Adolescenti
Diverse scene di violenza e di forte tensione emotiva-
Giudizio Artistico 
 
Cast eccezionale, da Bruno Ganz nei panni di Hitler ad Alexandra Maria Lara in quelli di Traudl, ma anche una schiera di interpreti rigorosi che evitano le facili caricature. Il film ne riesce a mettere a nudo le psicologie e, senza fare sconti alla follia, tenta di rendere conto dei fatti e delle scelte di ognuno.

Si gioca tutto sulla possibilità di rappresentare il male anche attraverso l’apparente contraddizione di gesti “umani” o forse solo moralmente neutri (come il mangiare, per esempio il difficile equilibrio del film che Oliver Hirschbiegel e Berdn Eichinger hanno tratto da due fonti profondamente diverse, ma egualmente informate dei fatti.

La caduta (candidato all’Oscar per il miglior film straniero), a metà strada tra il dramma da camera e il film epico (ma le poche scene in esterni nella Berlino bombardata e poi invasa dai Russi sono sempre riprese ad altezza uomo per mantenere il punto di vista dei tedeschi sconfitti), si nutre, infatti, da una parte delle memorie di Traudl Junge, per tre anni segretaria personale di Hitler, e dall’altra della sterminata documentazione raccolta dallo storico Joachim Fest nel suo volume Inside Hitler’s Bunker.

Nella pellicola il punto di vista della giovane Traudl, la cui “innocenza” e ingenuità non possiamo – giustamente - mai condividere fino in fondo, e quello dello studioso (che, con tutta l’oggettività – limitata - che uno sguardo umano consente, tenta di ridare le diverse dimensioni storiche degli eventi e dei protagonisti) si fondono nel tentativo di fare i conti con un uomo e un’epoca che troppo spesso si è tentati di liquidare come il Male assoluto, relegando l’orrore ad un momento e a persone a cui attribuire un nome e una condanna.

L’operazione “diversa” tentata dagli autori è felicemente supportata da un cast eccezionale, da Bruno Ganz nei panni di Hitler ad Alexandra Maria Lara in quelli di Traudl, ma anche una schiera di interpreti rigorosi e mai banali nell’incarnare personaggi difficili evitando le facili caricature.

Senza dimenticare che ci troviamo comunque di fronte ad una messa in scena, la prima impressione di fronte a La caduta non è quella indignata di chi condanna la pietas di non mostrare i suicidi del Führer e dei suoi più stretti collaboratori, o di chi ritiene sacrilego vedere Hitler mentre carezza i bambini o conforta la sua segretaria incerta nella battitura.

Al contrario ci sembra che proprio la rappresentazione, a tratti claustrofobica, ma sempre misurata nei toni, di ogni aspetto della realtà degli ultimi giorni del Reich (dalle deliranti riunioni dello stato maggiore al matrimonio con Eva Braun, dalle feste alcoliche sotto i bombardamenti e alla stesura dei testamenti), si ponga nella giusta posizione per evitare una facile presa di distanza dall’orrore che ormai tutti riconoscono.

Come ha fatto notare Amos Luzzatto, presidente della Comunità ebraiche italiane, è troppo semplice liquidare Hitler come un pazzo, attorno al quale si raccolsero altri pazzi e molti opportunisti, trascinando una nazione alla rovina e coprendo l’Europa e il mondo di 50 milioni di morti.

La pellicola, che ad ogni modo non fa nulla per nascondere gli scatti di violenza e crudeltà assoluta del dittatore (vuole la Germania a fondo come lui perché immeritevole di sopravvivergli e condanna i traditori quando ormai mancano poche ore alla capitolazione), si sforza, però, di tenere le menti deste offrendo agli spettatori molti spunti di riflessione.

Ci si rende conto, per esempio, che lo sterminio degli Ebrei, parte di quel darwinismo sociale a cui sembra soccombere alla fine la stessa Germania (che sarebbe trasformata in un deserto non fosse per la disobbedienza – calcolata? autentica?- di Speer), viene rievocato solo in un paio di frasi.

Ma ci si accorge che quelle frasi pesano come macigni sull’orizzonte spazzato dai fuochi russi in cui, pure, c’è chi continua a cercare i disertori per impiccarli e in cui una madre (Magda Goebbles, forse il personaggio più agghiacciante dell’intera pellicola) decide di togliere la vita ai sei figli perché non debbano vivere in un mondo senza il Nazionalsocialismo.

Ed è nella tranquilla e imperturbabile violenza di quei gesti ripetuti (più impressionanti di tante scene con sangue e sparatorie) che riusciamo a cogliere uno spicchio dell’abisso che sono stati tutti gli anni del regime nazista.

Si conclude, con angoscia, che per alcuni non ci fu mai, nemmeno alla fine, la coscienza del male compiuto, ma una consapevole, ancorché assurda, adesione ad un’ideologia di morte e distruzione a cui non vollero sopravvivere.

E si è costretti a considerare tutte le sfumature di questa adesione: dalla fedeltà incondizionata (e colpevole) dei militari legati da un giuramento d’onore (ma ci fu chi, come Stauffenberg, lo trasgredì e pagò con la vita), alla tragica esaltazione di infermiere e attendenti nel momento della catastrofe finale; dal coraggio, forse tardivo, di un medico che decide di restare per soccorrere i feriti, all’insensata baldanza di bambini e ragazzine spediti in trincea e decorati dal Führer fuori dal bunker accerchiato.

In tutto ciò lo sguardo di volta in volta spaurito, pietoso, terrorizzato o incredulo di Traudl non risparmia la sensazione che il male, piuttosto che rintanarsi negli occhi fulminanti di un uomo al tramonto (ne sono esibiti il Parkinson e l’andatura piegata dal decadimento fisico), è un rischio che coinvolge tutti ed ognuno, che matura nel tempo prima di arrivare alla sua tragica conclusione e che non possiamo far finta di non vedere, nemmeno se diciamo che la giovinezza ci ha chiuso gli occhi (e forse anche il cuore).

Per questo il film di Hirshbiegel va un passo oltre il pur bel lavoro di Sukurov del 2001 (Moloch). Là nel rifugio montano del Nido dell’Aquila la quotidianità dei gerarchi nazisti scivolava nell’orrore di una messa in scena di se stessi destinata a chiudersi in tragedia; qui l’ultimo sussulto di decine di topi in trappola mette a nudo le psicologie e, senza fare sconti alla follia, tenta di rendere conto dei fatti e delle scelte di ognuno.

Non a caso il film si chiude prima con la fuga di Traudl verso la vita (al suo fianco c’è uno dei soldati bambini della battaglia di Berlino), poi con le immagini autentiche di lei anziana, che (forse come la Germania intera), a distanza di 60 anni, riconosce il suo colpevole chiudere gli occhi di fronte alla verità.

E lo spettatore, trascinato verso l’epilogo di questa caduta all’inferno, si ritrova nel cuore del dilemma della responsabilità personale, che non può esaurirsi in un’affermazione di estraneità e orrore, ma domanda un coinvolgimento serio e infine un giudizio.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BOURNE SUPREMACY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 11:27
Titolo Originale: THE BOURNE SUPREMACY
Paese: Usa
Anno: 2004
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Tony Gilroy dal romanzo di Robert Ludlum
Produzione: Frank Marshall per Universal
Durata: 120'
Interpreti: Matt Damon, Brian Cox, Joan Allen

Emerso dalle acque tempestose del Mediterraneo, impegnato in un faticoso e drammatico recupero della propria memoria, Jason Bourne, ex agente della Cia ed ex assassino distrutto dai rimorsi e da una memoria frammentata, vive ora con la dolce Marie, la donna incontrata nella prima pellicola tratta dai romanzi di Robert Ludlum, nascosto in una lontana isola in estremo oriente.
Ma il passato non perdona e se Jason continua a lottare con frammenti sconosciuti e angoscianti che emergono senza permetterne una reale comprensione, altrove c’è chi per interesse decide di servirsi della sua identità per compiere una strage.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ingombrante passato costellato di omicidi viene riscattato da una nuova vita, questa volta dalla parte del bene, fianco di chi è riuscita a credere in lui
Pubblico 
Adolescenti
Per la violenza di alcune scene
Giudizio Artistico 
 
Il regista Paul Greengrass (Blody Sunday) ci presenta un quasi-documentario dove l’effetto finale è quello di una macchina che segue l’azione nel suo sviluppo, “come reagendo a ciò che accade”,
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BUFFALO SOLDIERS

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:59
Titolo Originale: Buffalo Soldiers
Paese: USA/Germania/GB 2004
Anno: 2004
Regia: Gregor Jordan
Sceneggiatura: Gregor Jordan, Eric Weiss, Nora Maccoby
Durata: 98'
Interpreti: Joaquin Phoenix, Anna Paquin, Scott Glenn, EdHarris, Elisabeth Mcgovern

Germania, 1989. Il muro di Berlino sta per crollare ma le truppe americane di stanza a Stoccarda non lo sanno. Non lo sa Ray Elwood che ammazza la noia del servizio militare con piccoli furti dai magazzini militari e raffinando droga da rivendere. Fino al giorno in cui si trova di fronte ad un affare più grosso di  lui: la vendita di armi nel mercato dell'est. Ma c'è un sergente che lo sorveglia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema antimilitarista, che avrebbe potuto costituire la spina dorsale del film, viene rapidamente eclissato a favore di una visione cinica e nichilista dell'arte del sopravvivere
Pubblico 
Sconsigliato
Per la rappresentazione disinvolta di consumo e raffinazione della droga, visti in modo acritico, quasi fosse una realtà acquisita.
Giudizio Artistico 
 
Buona la sceneggiatura e la regia che riesce a mantenere il film fra il serio e la satira crudele. Perfettamente nella parte Joaquin Phoenix
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLOODY SUNDAY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:54
 
Titolo Originale: BLOODY SUNDAY
Paese: Gran Bretagna, Irlanda
Anno: 2002
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Paul Greengrass, Jimmy McGovern
Durata: 107'
Interpreti: James Nesbitt, Nicholas Farrell, Allan Gildea, Gerard Crossan, Gerry Donaghy, Mary Moulds, Tim Piggot-Smith.

Noi siamo in guerra con i terroristi e in tempo di guerra bisogna fare dei sacrifici”. Così rispondeva il primo ministro inglese Brian Faulkner a quanti esprimevano perplessità sulle leggi d’emergenza varate nell’agosto del 1971 per perseguire i militanti dell’esercito repubblicano irlandese (IRA), leggi che prevedevano la possibilità di incarcerazioni senza processo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sincera intenzione di lottare pacificamente per i diritti civili. Buone intenzioni di alcuni ufficiali inglesi per contenere il conflitto. Anche se non si è riusciti ad evitare il massacro del Bloody Sunday
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Per le scene realistiche degli scontri e l'odio crescente fra le due parti
Giudizio Artistico 
 
Stile sobrio e realistico dei reportage giornalistici. Buona interpretazione del protagonista.

I “sacrifici di guerra” non si fecero attendere. Il 1971 si concluse con un bilancio di 174 morti e l’anno successivo si aprì con uno degli episodi più drammatici della triste storia degli scontri fra esercito britannico e repubblicani nordirlandesi: domenica 30 gennaio 1972 tredici manifestanti disarmati vennero uccisi dai soldati inglesi lungo le strade della cittadina nordirlandese di Derry. Quella domenica passò alla storia con il triste nome di bloody sunday. Il film omonimo di Greengrass, uscito nelle sale in occasione del trentesimo anniversario della tragedia, è una vivida e appassionata ricostruzione di quel massacro.

Seguiamo l’evolversi  degli eventi attraverso lo sguardo e le azioni di due uomini schierati dalle parti opposte della barricata: il leader irlandese del movimento per i diritti civili Ivan Cooper, interpretato dall’ottimo James Nesbitt (Svegliati Ned), che cerca di organizzare e condurre una marcia pacifica per i diritti civili; e il brigadiere inglese Maclellan, interpretato da Nicholas Farrell (Pearl Harbor, Beautiful People), che, sotto le pressioni del generale Ford, interpretato da Tim Piggot-Smith (Quel che resta del giorno), accetta di assecondare la linea dura contro i manifestanti. Da una parte della barricata Ivan fa di tutto per assicurarsi che la situazione non degeneri. Si affanna a raccomandare ai membri dell’IRA, pochi ma spregiudicati, di non fomentare il disordine e il ricorso alle armi. Cerca di tenere sotto controllo i giovani più vivaci (in particolare Gerry Donaghy, fidanzato con una ragazza protestante). Dall’altra parte il brigadiere MacLellan, alle prese con un generale che intende “impartire una lezione”, “dare un segnale forte”, “arrestare più teppisti possibile”, cerca di mantenere l’uso della forza entro i limiti dello stretto indispensabile. Ma questi limiti, a poco a poco, in una spirale di azioni e reazioni, vanno inesorabilmente alzandosi: avvertimenti, minacce, insulti. Fino all’impiego di idranti, proiettili di gomma, gas lacrimogeni, proiettili veri.  La tensione aumenta. Le informazioni, da una parte e dall’altra, si fanno sempre più confuse. La paura e la rabbia formano un cocktail che porta manifestanti e soldati a distorcere la realtà, a vedere un terrorista armato dove c’è solo un adolescente che fugge terrorizzato. Le frange più estreme prendono il sopravvento e la tragedia si compie in un contesto in cui insulti e minacce in poche ore si sono trasformati in proiettili sparati ad altezza d’uomo.

Paul Greengrass adotta lo stile sobrio e realistico dei reportage giornalistici per raccontare questa storia. La macchina da presa viene quasi sempre portata “a spalla” per dare allo spettatore l’impressione di trovarsi in mezzo ai disordini, di esserne testimone oculare. I personaggi vengono tratteggiati solo in modo essenziale per non disturbare l’effetto documentaristico dell’insieme. I dialoghi sono sempre asciutti e “slabbrati” per evitare ogni rischio di artificiosità. Non c’è alcun commento musicale (ed è invece martellante il suono di telefoni che continuano a squillare, suono che fa un effetto paradossale a contrappunto di scene che non fanno altro che mostrare quanto sia difficile comunicare).

Tutto il film è permeato da un senso di tragica ineluttabilità. Fin dall’inizio si percepisce che la catastrofe finale è insita nel situazione iniziale. Azioni innocenti, da una parte e dall’altra, come la decisione di marciare per i diritti civili e quella di schierare le forze armate per garantire l’ordine, si trasformano nelle premesse sufficienti di un massacro. La massa (il suo “corpaccio” direbbe Manzoni) dei manifestanti e lo “spirito di corpo” dei soldati inglesi prevalgono inesorabilmente sugli individui e sul loro buon senso. Le sequenze mosse e concitate sono scandite da frequenti dissolvenze al nero che comunicano la sensazione di un costante precipitare verso il buio.

E, storicamente, da quell’anno cominciò un periodo davvero buio per tutta la Gran Bretagna. Come dichiara Ivan Cooper alla fine del film, con quella domenica di sangue si era sancita la morte del movimento per i diritti civili. I giovani che ne facevano parte si arruolarono nell’IRA, e negli anni successivi avrebbero insanguinato le strade del Regno Unito.

Il film è stato premiato con l’Orso d’oro 2002 al Festival del cinema di Berlino e con il premio del pubblico al Sundance Film Festival.

Per gentile concessione di Studi Cattolici

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 7. Marzo 2017 - 2:35


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