Dramma

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I DEMONI DI SAN PIETROBURGO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 10:00
 
Titolo Originale: I DEMONI DI SAN PIETROBURGO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Paolo Serbandini, Monica Zapelli, Giuliano Montaldo da un’idea di Andrei Konchalowsky
Produzione: Elda Ferri per Jean Vigo Italia/Rai Cinema
Durata: 118'
Interpreti: Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Anita Caprioli, Roberto Herlitzka

San Pietroburgo 1860. Fjodor Dostojevskij è in un momento buio della sua vita. Un contratto capestro lo lega all’editore Stellowski e lo obbliga a completare un nuovo romanzo nell’arco di cinque giorni. A complicare le cose le rivelazioni fattegli da Gusiev, un giovane rivoluzionario ricoverato in un ospedale psichiatrico, che gli annuncia un prossimo attentato contro il granduca. Stretto tra l’urgenza letteraria (lavoro in cui lo affianca la devota stenografa Anna, poi divenuta sua moglie) e il tentativo di scongiurare l’attentato da parte di giovani d cui un tempo condivideva gli ideali, Dostojevskij attraversa un doloroso percorso di riflessione sul suo passato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il giusto slancio ideale e i rischi dell’intolleranza: la predominanza dell’aspetto “politico” taglia fuori un approfondimento reale dell’interiorità di Dostojevskij, del suo profondo senso religioso
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e violenza. Una rapida scena di nudo integrale
Giudizio Artistico 
 
Le belle interpretazioni degli attori non bastano a compensare una scelta stilistica e di contenuti che condanna la pellicola ad essere “solo” un riuscito affresco d’epoca che manca il cuore del personaggio Dostojevskij

Il giusto slancio ideale e i rischi dell’intolleranza: questi i temi che il regista-autore Giuliano Montaldo (esperto di biografie storiche – Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno- e adattamenti letterari – Il tempo di uccidere da Flaiano) decide di esplorare attraverso la vicenda di un uomo-narratore che nelle sue opere (e nella sua vita) ha più volte e con doloroso realismo affrontato queste questioni.

Produzione importante anche sotto l’aspetto produttivo (pure se la se Pietroburgo è ricostruita nei palazzi sabaudi del Piemonte, che per altro, per comunanza di architetti, rendono perfettamente la solennità richiesta), il film di Montaldo non nasconde il suo intento di riflessione alta, ambiziosa, forse un po’ troppo astratta per cogliere fino in fondo la complessa umanità del suo protagonista.

Recuperato il passato di aspirante rivoluzionario di Dostojevskij attraverso alcuni flashback, il racconto si concentra sul rapporto (per lungo tempo a distanza) tra un uomo che ha maturato il rifiuto delle violenze utopistiche attraverso la sofferenza (la finta fucilazione e poi l’esilio in Siberia) e i giovani rivoluzionari guidati da una misteriosa leader (Anita Caprioli) decisi a fare il bene del popolo (che non conoscono) a prezzo del sangue.

Purtroppo se da una parte questa opposizione viene declinata in modo fin troppo “teatrale” (impressione accresciuta anche dai tesi confronti con il personaggio dell’”inquisitore” impersonato da Roberto Herlitzka) per coinvolgere realmente lo spettatore, la predominanza dell’aspetto “politico” taglia fuori un approfondimento reale dell’interiorità di Dostojevskij, del suo profondo senso religioso (ma anche l’intensità commovente del rapporto con la stenografa Anna), mentre il peso della scadenza letteraria compare solo a tratti come meccanismo di time lock in definitiva estraneo al resto del racconto.

Il dubbio del romanziere di essere stato un cattivo maestro per le nuove generazioni resta sospeso in un giudizio tutto sommato rinunciatario nei confronti dell’opera artistica, che si eleva oltre l’impulso dell’azione (rivoluzionaria), ma è nei confronti di quest’ultima in definitiva impotente ed estranea.

Le belle interpretazioni degli attori non bastano a compensare questa scelta stilistica e di contenuti che condanna la pellicola ad essere “solo” un riuscito affresco d’epoca che manca il cuore del personaggio Dostojevskij preferendo illuminare un tema più astratto che, però, risulta proprio per questo meno umanamente rilevante nonostante i sottintesi riferimenti al presente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ALTRA DONNA DEL RE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 13:33
Titolo Originale: The Other Boleyn Girl
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Justin Chadwick
Sceneggiatura: Gran Bretagna 2008 Regia: Justin Chadwick Durata: 115' Sceneggiatura: Peter Morgan dal romanzo L’altra donna del re di Philippa Gregory Interpreti: Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana Produzione: BBC Films/Focus Features/Relativity Media/Ruby Films/Scott Rudin Productions Genere: dramma Quando Caterina, moglie del re Enrico VIII, perde l’ennesimo figlio maschio, sono in molti a sperare di conquistarsi i favori del monarca offrendogli una distrazione femminile. Ci provano anche i Boleyn, mandando avanti l’intraprendente figlia maggiore Anna; ma Enrico rimane invece colpito dalla bellezza e dolcezza della sorella più giovane, Mary. Condotta a corte nonostante sia sposa novella, la ragazza diventa amante del re e concepisce un figlio, ma a causa di una gravidanza difficile che la costringe a letto ne perde i favori. Così Anna, decisa a questo punto ad essere più di un’amante passeggera, ha il tempo di irretire il volubile sovrano, convincendolo addirittura a divorziare da Caterina (sancendo anche la separazione dalla Chiesa di Roma) e sposarla. Il suo trionfo sarà però di breve durata: incapace di dare un erede a Enrico finirà sul patibolo con l’accusa di tradimento e nemmeno i buoni uffici della sorella potranno salvarla.
Produzione: BBC Films/Focus Features/Relativity Media/Ruby Films/Scott Rudin Productions
Durata: 115'
Interpreti: Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana

Quando Caterina, moglie del re Enrico VIII, perde l’ennesimo figlio maschio, sono in molti a sperare di conquistarsi i favori del monarca offrendogli una distrazione femminile. Ci provano anche i Boleyn, mandando avanti l’intraprendente figlia maggiore Anna; ma Enrico rimane invece colpito dalla bellezza e dolcezza della sorella più giovane, Mary. Condotta a corte nonostante sia sposa novella, la ragazza diventa amante del re e concepisce un figlio, ma a causa di una gravidanza difficile che la costringe a letto ne perde i favori. Così Anna, decisa a questo punto ad essere più di un’amante passeggera, ha il tempo di irretire il volubile sovrano, convincendolo addirittura a divorziare da Caterina (sancendo anche la separazione dalla Chiesa di Roma) e sposarla. Il suo trionfo sarà però di breve durata: incapace di dare un erede a Enrico finirà sul patibolo con l’accusa di tradimento e nemmeno i buoni uffici della sorella potranno salvarla.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ambigua la figura della giovane Anna, onesta sposa novella, che finisce per cedere molto facilmente alle bramosie del re. La pellicola ha comunque il merito di indicare chiaramente la negatività delle scelte dei personaggi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
Una sontuosa ricostruzione storica ma gli autori costruiscono un’opposizione un po’ schematica tra la dolcezza remissiva della bella Mary e la spregiudicata ambizione della manipolatrice Anna; il personaggio dell'incostante Enrico è un po' opaco
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HUNTING PARTY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 12:47
Titolo Originale: The Hunting Party
Paese: USA/ Croazia/Bosnia Erzegovina
Anno: 2007
Regia: Richard Shepard
Sceneggiatura: Richard Shepard
Produzione: Mark Johnson, Scoot Kroopf, Bill Block per QED International
Durata: 103'
Interpreti: Richard Gere, Terrence Howard, Diane Kruger

Il reporter Simon Hunt e il cameraman Duck hanno lavorato per anni con successo sugli scenari di guerra più tormentati del pianeta, finché, durante la guerra che insanguina la ex Yugoslavia, il primo ha un improvviso crollo in diretta. Licenziato dal network finisce a fare il freelance per canali sempre più improbabili. Anni dopo i due si ritrovano a Sarajevo e Simon convince Duck a seguirlo in una missione impossibile: trovare ed intervistare uno dei più ricercati criminali di guerra serbi. Quello che Duck non sa è che Simon non è spinto solo dal fiuto del giornalista ma ha un conto in sospeso con la loro preda…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se è ineccepibile la necessità di punire i colpevoli di orrendi crimini, il film si riduce a una invettiva qualunquista e rende un pessimo servizio ad una riflessione seria ed equilibrata sulla guerra
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, un paio di scene sensuali e frequente turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il film abbonda di luoghi comuni abusati di tre o quattro diversi generi cinematografici e non manca una robusta dose di melò nella sua forma più stereotipata
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RESERVATION ROAD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 12:56
 
Titolo Originale: Reservation Road
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Terry George
Sceneggiatura: Terry George, John Burnham Schwartz (da un romanzo di John Burnham Schwartz)
Produzione: Focus Features/Random House Films/reservation Road/Volume One
Durata: 102'
Interpreti: Joaquim Phoenix, Mark Ruffalo, Jennifer Connelly, Mira Sorvino

Una sera d’estate la vita della famiglia di Ethan Learner viene distrutta quando il figlioletto viene investito e ucciso vicino una stazione di servizio sulla Reservation Road da un pirata della strada che si allontana senza lasciare traccia. Il colpevole è Dwight Arno, padre divorziato che quella stessa sera conduceva a casa il figlioletto da una partita di baseball, e che da quel momento, pur non avendo il coraggio di costituirsi, è tormentato dal rimorso. Ethan, ossessionato dalla ricerca del colpevole, si allontana sempre più dalla moglie e dalla figlia sopravvissuta. Il caso vuole che l’avvocato incaricato di seguire il caso per la famiglia Learner sia proprio Dwight; questo porterà ad una drammatica resa dei conti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film, pur mostrando con precisione analitica ma non priva di compassione il potenziale distruttivo che la perdita di un figlio può avere su una famiglia , ha il merito di aprirsi alla speranza che può nascere anche dentro un dolore così grande.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di forte tensione emotiva
Giudizio Artistico 
 
Il film è magnificamente servito da grandi interpreti che sanno esprimere con partecipazione e misura le sfumature della sofferenza e della colpa

Reservation Road è un film sull’elaborazione del lutto, ma anche sul senso di colpa, il rimorso e la necessità del perdono, magnificamente servito da grandi interpreti che sanno esprimere con partecipazione e misura le sfumature della sofferenza e della colpa. La storia segue in parallelo il percorso di due padri: quello del bambino ucciso, che cerca di superare il dolore della perdita concentrandosi sul suo desiderio di giustizia (che si trasforma presto in bisogno di vendetta) e il colpevole, padre a sua volta, anche se in una situazione molto più problematica (è divorziato e vede il figlio solo nel fine settimana).

Le personalità dei due sono volutamente costruite per opposizione: solido, responsabile, affettuoso e presente il primo, un po’ irresponsabile e inaffidabile il secondo (come lasciano intuire le continue telefonate della ex moglie, che pure non sembra la classica arpia ossessiva). Dal momento della tragedia i due iniziano un percorso speculare, che tuttavia li porterà ad una resa dei conti comune inevitabile e catartica.

Infatti Ethan, che pure nell’immediato ha saputo sostenere moglie e figlia distrutte dal dolore, col passare del tempo precipita in un gorgo senza fondo, mentre cerca di tamponare il dolore con la persecuzione testarda della vendetta contro il “mostro” che gli ha ucciso il figlio, attraverso le vie legali e la consultazione sempre più ossessiva di siti internet specializzati nella ricerca dei pirati della strada.

Dwight, che non riesce a trovare dentro di sé il coraggio per fare la “cosa giusta” (prova ad un certo punto a costituirsi ma le circostanze sembrano congiurare contro di lui), percorre un cammino quasi dostojeskiano di “delitto e castigo”, sempre più schiacciato dal senso di colpa, ma proprio attraverso questa sofferenza si avvicina in modo più autentico al proprio figlio.

L’inevitabile confronto arriva quando Ethan intuisce che proprio l’uomo che dovrebbe aiutarlo a incastrare il mostro è il colpevole di quanto accaduto e si illude di ritrovare la pace attraverso la vendetta. A questo punto, però, la violenza del primo si infrange contro la disperata richiesta di perdono del secondo, ormai pronto ad accogliere quasi con sollievo la prospettiva della morte. E se pure le parole di assoluzione non arrivano, e l’esito del percorso di Dwight rimane aperto sia alla possibilità di un’autentica assunzione di responsabilità che alla disperazione, la rinuncia alla vendetta da parte di Ethan e il suo ritorno alla sua casa e ai suoi cari segna un cambio di prospettiva netto e certo.

Reservation Road, pur mostrando con precisione analitica ma non priva di compassione il potenziale distruttivo che la perdita di un figlio può avere su una famiglia (come aveva già fatto con entomologica esattezza Nanni Moretti ne La stanza del figlio), ha il merito di aprirsi alla speranza che può nascere anche dentro un dolore così grande. Non sarebbe improprio pensare che questa prospettiva di positività sia legata anche alla caratterizzazione esplicitamente religiosa della famiglia Learner, espressa con semplicità dalla piccola Emma, che dedica al fratellino morto il suo primo concerto di pianoforte con la certezza, trasmessale dalla madre, che lui possa ascoltarla dal cielo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOMORRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 12:48
Titolo Originale: "GOMORRA"
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano
Produzione: Domenico Procacci, in collaborazione con Sky Cinema e con il supporto del Ministero dei Beni Culturali
Durata: 135'
Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster

Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Pubblico 
Maggiorenni
Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia

Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.

Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita.

La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.

Le leggi di questo mondo non possono essere violate.

Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.

Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.

Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.

Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà:  volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.

La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.

L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.

Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi.

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIVO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 12:12
Titolo Originale: "IL DIVO (F. Olearo)"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Durata: 110'
Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera degli Espositi, Giulio Bosetti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci

 Nel giugno del 1992, il VII governo Andreotti cessa la sua attività. In quello stesso anno viene ucciso in un agguato mafioso Salvo Lima, della sua stessa corrente. Il tentativo di farsi eleggere Presidente della Repubblica fallisce ma viene nominato senatore a vita sempre nello stesso anno. Terminato il suo impegno attivo nella politica, viene coinvolto in due processi: quello di Palermo per associazione mafiosa, conclusosi con sentenza della Corte di Cassazione nel 2004 e quello di Perugia per coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film che indaga sulla nostra storia recente dovrebbe dare un contributo di approfondimento e di riflessione. Sorrentino ci fornisce invece una suggestione visiva sul mistero del potere
Pubblico 
Adolescenti
Per la complessità del tema trattato
Giudizio Artistico 
 
Il film è visivamente suggestivo e Toni Servillo si mantiene abilmente in bilico fra realismo e caricatura

Le prime sequenze del film servono per introdurre l'Andreotti caricatura, la maschera che il regista Sorrentino e Toni Servillo hanno saputo creare: un Giulio dalla voce flebile e monotòna, che emette quelle battute che oramai sono rimaste celebri; il suo camminare felpato ma a piccoli scatti, le rotazioni del corpo come se fosse ingessato e quelle orecchie fin troppo in fuori. Subito dopo una caricatura di gruppo: i protagonisti della sua corrente. Cirino Pomicino, Sbardella, Evangelisti, Lima, Ciarrapico, Scotti. Un sorta di "compagni di merenda" ben attenti alla distribuzione dei poteri  e perché no, anche a vagliare l'esistenza di un po' di affetto verso di loro da parte del loro indiscutibile capo.

Manca ancora da aggiungere Enea, la dolce e fedele segretaria e Livia, la moglie comprensiva ed affettuosa e il film è già impostato: da questo momento in poi si alternano, in modo alquanto ripetitivo,  immagini di Roma alle primissime ore della mattina quando Giulio va in chiesa a pregare, i suoi ingressi nel transatlantico o nell'aula di Montecitorio, il suo partecipare forzato e in disparte a qualche festa mondana. In sottofondo in rapidissima sequenza, a marcare il segni dei tempi, i morti ammazzati di mafia o i suicidi di tangentopoli (sequenze giustamente rapidissime per non appesantire il film ma anche di difficile comprensione non solo per chi è straniero ma anche per chi, più giovane, non ha vissuto quegli eventi).

E' molto importante che il cinema ci aiuti a scavare nei misteri della nostra storia recente (dopo la sentenza conclusiva, molto "bilanciata" della Corte di Cassazione al processo per mafia, c'è chi dice che Andreotti è stato assolto e chi dice che è stato condannato: probabilmente entrambi hanno ragione). In America, su misteri atroci come l'omicidio del presidente Kennedy molti film sono stati fatti, sviluppando con coerenza e coraggio varie teorie di complotto. Ovviamente nessuno di questi lavori ha potuto vantarsi di aver descritto la verità, mancando prove definitive, ma il cinema fa bene a non far dimenticare quelle zone buie della storia e a mostrare con coerenza  diverse interpretazioni dei fatti partendo da un presupposto plausibile.  Diciamo subito che il film di Sorrentino non è una docu-fiction che cerca di restituirci l'atmosfera di uno specifico periodo storico, né un  documentario che percorre i fatti accaduti per sviluppare finalmente una sua ipotesi su quella verità da tanto tempo attesa, né un film di satira politica  tipo Farenheit 9/11 ma è piuttosto una suggestione visiva sul  mistero del potere.

Il regista ha trovato una sua particolare chiave estetica per darci l'idea di un potere che medita nel buio della notte in chiesa, le sue prossime mosse, che si muove da solo nelle ampie e cupe sale dei palazzi di potere, che manovra a distanza, senza farsi individuare, che nega e mente sistematicamente, per far si che dall'equilibrio di poteri opposti lui ne tragga il beneficio di restare sempre al timone. Questo approccio così ideologico, se è la forza del film, ne è anche la sua debolezza: una volta impostato l'Andreotti-simbolo, questo resta se stesso  per tutto il film, adducendo non pochi momenti di noia. Non traspare, se non raramente, l'Andreotti-uomo (i rapporti con la moglie, gli incontri domenicali con i suoi compaesani di Segni, i suoi tormenti per la morte di Moro): se risulta spesso cinico, ciò  non è imputabile a lui come Giulio,  ma all'uomo-simbolo del potere che Sorrentino ci vuole trasmettere. Il punto più debole del film è proprio quando il regista viene meno alla regola che si è imposto inizialmente di affidarsi alle immagini e mette in bocca al divo Andreotti un proclama dichiarativo  di cosa sia il potere (riportato integralmente in coda alla recensione).

Alla fine dobbiamo concludere che il film manca di coraggio: se voleva accusare Andreotti doveva farlo con più decisione, sviluppando però con coerenza il suo teorema (non è il caso di disturbare film del calibro di Indagine su di  un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Se invece ha voluto dirci che il potere in generale è ambiguo e che sul nostro recente passato ci sono troppi dubbi irrisolti, ebbene, questo lo sapevamo già; il film non ha quindi svolto alcuna funzione di stimolo critico.

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In questo monologo, Andreotti simula un colloquio con la moglie Livia:

I tuoi occhi non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te; gli occhi tuoi pieni,  puliti e incantati non sanno la responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984 e che hanno avuto per la precisione 208 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico si, confesso è stato anche per mia colpa , mia colpa, mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il paese, provocare il terrore, isolare le parti politiche estreme, per rafforzare i partiti di centro come la DC. La hanno definita strategia della tensione: sarebbe più corretto dire strategia della sopravvivenza. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Aldo, per vocazione o per necessità, ma  tutti irriducibili amanti della verità, tutte bombe pronte ad esplodere  che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo! Noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta! Abbiamo un mandato noi, un mandato divino! Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa  e lo so anch'io.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIVO (F. Arlanch)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:44
Titolo Originale: "IL DIVO (F. Arlanch)"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film
Durata: 110'
Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera degli Espositi, Giulio Bosetti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci. Massimo Popolizio, Giorgio Colangeli

Un ritratto di Giulio Andreotti nella prima metà degli anni ’90 – dall’insediamento del suo settimo governo all’apertura del processo che lo vide imputato come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli – come bilancio della storia italiana del Dopoguerra.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film insinua, lascia intendere, dice qualcosa facendo finta di non dirla. È esasperante. Anzi è andreottiano
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sebbene la visionarietà registica e il buon cast garantiscano l’oggettiva qualità dello spettacolo, il film non può dirsi riuscito
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ONCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:31
 
Titolo Originale: Once
Paese: Irlanda
Anno: 2006
Regia: John Carney
Sceneggiatura: John Carney
Produzione: Samson Films/Bord Sacannan Na Heireann/The Irish Film Board/RTE
Interpreti: Glen Hansard e Marketa Irglova

Dublino. Un giovane cantautore irlandese si mantiene riparando aspirapolvere e suonando per le strade. Un giorno davanti a lui si ferma una ragazza emigrata dalla Repubblica Ceca, che mantiene se stessa, sua madre e sua figlia facendo vari mestieri, ma che è una pianista di talento. È proprio lei che lo convince a prendere sul serio la sua passione e a produrre un CD con le sue canzoni da presentare ad una casa discografica di Londra.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia piena di delicatezza sull’amore e la vocazione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Film girato con poche risorse e molta ispirazione, superbamente scritto e recitato. Belle canzoni interpretate dai protagonisti

Sono moltissimi i film che nel corso di questa stagione hanno inserito (a sproposito) la parola amore nel loro titolo, senza poi essere capaci di cogliere minimamente la profondità di questo sentimento, ma accontentandosi di lucrare su un romanticismo d’accatto o su una versione adulterata del medesimo.

Poi arriva un piccolo film come questo, girato con poche risorse e molta ispirazione, superbamente scritto e recitato e lo spettatore ha finalmente la bella sorpresa di scoprire che il grande schermo può essere il luogo per raccontare una storia piena di delicatezza sull’amore e la vocazione senza nemmeno bisogno di metterlo nel titolo.

Il fugace incontro tra un protagonista di cui non conosciamo il nome, ma intuiamo subito la ferita interiore (l’abbandono da parte di una donna, la fragilità emotiva, l’incapacità di perseguire i propri sogni), e una ragazza ceca dal sorriso sempre aperto nonostante un passato e un presente non facili è l’occasione per esplorare in modo per una volta non banale il rapporto tra un uomo e una donna, senza cadere nelle trappole di un determinismo fatto di relazioni usa e getta.

Merito di un personaggio femminile che incarna con naturalezza la linea morale (priva di qualunque moralismo) di una vicenda che rifiuta lo stereotipo anche nella rappresentazione di un’immigrazione europea fatta di individui per una volta rappresentati con una simpatia umana aliena da ogni facile pietismo .

Lei (anche in questo caso non c’è un nome, ma una personalità che riempie lo schermo grazie ad una recitazione spontanea e intensa) affronta la vita (che non le ha risparmiato colpi e delusioni) senza perdere la speranza di realizzare i suoi sogni, conservando le sue certezze su ciò che è importante e vero (il rapporto con madre e figlia, ma anche la definitività del suo matrimonio giovanile e forse non molto meditato) e così “costringendo” il protagonista a un rapporto profondo, puro ed esigente e per questo realmente importante. Lo sfida con dolcezza, lo richiama, lo punzecchia e gli sta vicino, quasi materna in alcuni passaggi e fino alla fine pronta a richiamarlo all’integrità di un rapporto che per questo può sbocciare pienamente.

Aiutano senza dubbio le belle canzoni interpretate dai protagonisti, che sono parte integrante della storia, occasione di incontro, comunicazione e ispirazione che coinvolgono anche i personaggi di contorno (la madre di lei e il padre di lui, il tecnico della sala di registrazione, ma anche gli occasionali benevoli spettatori per strada e nei negozi).

La ripresa, spesso con camera a mano, si mette al servizio della storia, evitando virtuosismi  ed esaltando primi piani espressivi, consentendo così allo spettatore di calarsi nelle atmosfere e condividere sentimenti dei personaggi, commuovendosi di fronte al lento, ma certo evolversi del loro rapporto.

Che non ha l’esito scontato di tante pellicole meno intelligenti, ma proietta lo spettatore in un futuro pieno di possibilità.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rete 4
Data Trasmissione: Martedì, 14. Aprile 2020 - 0:45


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NOI DUE SCONOSCIUTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 10:26
 
Titolo Originale: Things we lost in the fire
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Allan Loeb
Produzione: Sam Mendes e Sam Mercer per Neal Street Production/Dreamworks
Durata: 119'
Interpreti: Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny

Audrey Burke è una madre e moglie felice; gli unici screzi con l’amato marito Brian riguardano l’amicizia di lunga data che lui ha con il disastrato Jerry, ex avvocato con il demone della droga. Quando Brian muore all’improvviso Audrey decide, un po’ per disperazione e un po’ per tenere fede all’impegno del marito, di invitare Jerry a stare con lei e i figli. L’uomo, che combatte duramente contro la sua dipendenza, stringe un rapporto molto stretto con i piccoli Harper e Dory, che conquista grazie ai ricordi legati alla sua lunga amicizia con Brian. Nonostante le difficoltà di accettare davvero la perdita, anche Audrey e Jerry troveranno nel ricordo dell’amore che li univa a Brian e in una nuova amicizia la forza per ricominciare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La Bier ci regala una storia profondamente commovente e vera in cui vince una speranza più forte della morte e la presenza dei defunti attraverso una memoria reale e fiduciosa che apre ad una dimensione della vita non puramente terrena
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Susanne Bier , la regista nata alla corte del Dogma di Lars von Trier (la scuola che prescrive una assoluta povertà di mezzi nel raccontare le sue storie), segue due personaggi con tocchi lievi, privilegiando immagini molto ravvicinate.

La speranza di un cambiamento o di un nuovo inizio nasce dalla memoria viva di un amore vero sperimentato sulla propria pelle.

Sembra esserne convinta la regista Susanne Bier che, a un anno dal bel Dopo il matrimonio, torna a parlare di legami affettivi, lutti e catarsi in una vicenda che ha molti punti in comune con la precedente.

Se là era la prospettiva di una morte inevitabile a mettere insieme i personaggi e a costringerli a una dolorosa, ma positiva resa dei conti, qui è la morte di un uomo buono (ma mai banalmente dipinto come perfetto) a provocare prima la crisi e poi la rinascita di due persone a lui strettamente legate.

Nel suo primo film americano, la regista nata alla corte del Dogma di Lars von Trier (la scuola che prescrive una assoluta povertà di mezzi nel raccontare le sue storie), segue due personaggi profondamente feriti.

Da una parte la bella Audrey, madre e moglie felice il cui unico fastidio sono le periodiche visite che il marito Brian fa all’amico disastrato Jerry, dal suo punto di vista togliendo tempo ed energie alla famiglia in nome di una causa persa.Dall’altra proprio Jerry, un uomo incapace di risollevarsi dalla dipendenza dalla droga  e quasi incredulo di fronte alla fedele amicizia di Brian che, se non può guarirlo, non smette mai di offrirgli la sua umana compagnia.

Ed è proprio in un gesto di spontanea fedeltà alla vita di  Brian (che, non a caso, finisce proprio come era stata vissuta, nel sacrificio per un altro) che Audrey è disposta a mettere in gioco la sua vita prendendo con sé Jerry e trasmettendogli il semplice insegnamento di lui “accetta il buono che c’è”.

Coerentemente al realismo delle dinamiche affettive ed esistenziali che racconta, la Bier non nasconde la contraddittorietà del legame che si crea tra Jerry e Audrey, a volte perfino un po’ gelosa di quella parte di passato che Brian ha condiviso con l’amico (e da cui lei, in fondo, ha sempre voluto tenersi fuori): altrettanto vero è il rapporto che Jerry stringe con i figli dell’amico, con cui condivide ricordi di esperienze familiari che pure non ha mai vissuto.

Il film non illude che il percorso di guarigione sia semplice (e infatti Jerry avrà bisogno di un aiuto “professionale”, veicolato dal bel personaggio di un’altra ex-tossicodipendente) , ma indica chiaramente nella solidità e nella forza del ricordo di Brian (capace di un amore autentico e incondizionato per i suoi famigliari e i suoi amici) la leva capace di condurre a un autentico cambiamento.

Rifiutate le trappole di un coinvolgimento romantico tra Audrey e Jerry (che anzi dice chiaramente che considererebbe un tradimento prendere il posto dell’amico morto al fianco di sua moglie e dei suoi figli), la Bier ci regala una storia profondamente commovente e vera in cui vince una speranza più forte della morte e la presenza dei defunti attraverso una memoria reale e fiduciosa apre ad una dimensione della vita non puramente terrena.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Giovedì, 5. Dicembre 2013 - 23:45


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E VENNE IL GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 13:24
Titolo Originale: The Happening
Paese: USA, India
Anno: 2008
Regia: M. Night Skyamalan
Sceneggiatura: M. Night Skyamalan
Durata: 91'
Interpreti: Mark Wahlberg, John Leguizamo, Zooey Desschanel

Una tranquilla  giornata al Central Park. Gente che passeggia, mamme con i bambini. A un certo punto tutti si fermano; poi, come presi da un raptus, si suicidano con il primo strumento contundente che riescono a trovare.  Il fenomeno si propaga rapidamente per tutto il Nord Est americano. Eliot Moore, professore di scienze in un liceo di Philadelfia, prende il treno con sua moglie un suo amico e la figlia di lui, per rifugiarsi in un piccolo paese della Pennsylvania. Ben presto però si accorge che "Il male" è arrivato fin lì, anche se forse, usando le sue conoscenze scientifiche, ha intuito cosa sta accadendo....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La gioia di una famiglia (ri)unità è l'unico valore chiaro espresso dal film, mentre la visione di una apocalittica fine dell'umanità appare senza ragione e senza speranza.
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune scene di morte cruenta e horror
Giudizio Artistico 
 
Night Skyamalan è sempre bravo a creare situazioni di attesa dell'imprevedibile ma questa volta fa troppe concessioni al genere splatter

Nelle prime sequenze del film, è stato inserito un dialogo fra Eliot Moore, professore di scienze e i suoi alunni che è illuminante per comprendere il credo dell'autore.
Il professore invita gli alunni a individuare le cause che hanno determinato la sparizione delle api dopo che i ragazzi hanno formulato varie ipotesi, ecco la conclusione del professore: quello delle api é "un atto della natura che non capiremo mai del tutto. Alla fine la scienza tirerà fuori una ragione plausibile ma non sarà nient'altro che una teoria. Perché noi non vogliamo accettare che esistono forze che vanno al di là della nostra conoscenza".

Night Skyamalan, per bocca del suo protagonista,  traccia un taglio netto fra il potere della scienza che non può andare oltre il "fenomeno", si ferma cioè a ciò che cade sotto i nostri sensi e nulla può dire sulla vera essenza di quelle forze che pur reali, agiscono oltre di essi . Eliot ricorda, quasi con pedanteria, le regole auree dell'analisi scientifica: "identificare le variabili, analizzare l'esperimento, interpretare i dati ottenuti..":  con questi mezzi noi potremmo costruire una teoria, un modello matematico che lega i fenomeni analizzati con regole di causa ed effetto ma non sapremo mai la vera essenza e la ragione di ciò che è accaduto. "Un bravo scienziato ha un profondo rispetto per le leggi della natura " sottolinea Eliott.

Sarà solo con la  nostra fede o la nostra meditazione filosofica che  riusciremo a dare un senso, un significato a queste "forze" extrasensoriali.  Questa seconda parte del ragionamento è però estranea all'autore, che si ferma invece un attimo prima ed è questa la sua peculiarità  ma anche il suo limite: sa rappresentare molto bene il senso del mistero ma lo conserva come tale: non riesce ( o non vuole) darcene una ragione e quindi il mistero resta totalmente e freddamente altro da noi, senza possibilità, da parte nostra, di comunicare con "esso" o con "Lui".

Fin dal primo film, che resta il suo capolavoro, Sesto senso (1999)  Skyamalan si è rivelato il regista dell'invisibile, della vita oltre la morte;  ma anche The village (2004) é stato un momento importante del suo percorso, dove solo l'amore dimostra di saper superare le nostre paure ancestrali. Il regista indo-americano  è anche molto bravo nel saper  impregnare le sue sequenze di un allarme emotivo che riesce a mantenere sempre desta l'attenzione dello spettatore ma in quest'ultima opera sembra uscire  dai limiti che finora si era posto:  finisce per sconfinare nel gore (un uomo, raggiunto come gli altri dall'impulso al suicidio, si fa sbranare dalle belve, facendo guadagnare al film un vietato ai minori) e nell'horror puro come nella sequenza,  caricata di tensione oltre misura, della donna che vive da sola in una casa isolata.

Per fortuna il regista ama trattare anche in questo film un tema che gli è caro: quello della famiglia.  Una coppia in crisi recupera le radici del proprio amore e quando alla fine  la minaccia si dissolve nello stesso modo misterioso con cui era apparsa, riesce a costituire, con l'attesa di un figlio,  l'embrione di una nuova società con cui iniziare tutto dall'inizio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: rai4
Data Trasmissione: Lunedì, 22. Luglio 2019 - 23:00


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