Dramma

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COSI' FAN TUTTI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 12:19
 
Titolo Originale: Comme une image
Paese: Francia
Anno: 2004
Regia: Agnes Jaoui
Sceneggiatura: Agnes Jaoui e Jean-Pierre Bacri
Produzione: Jean-Philippe Andraca per Les Films A4
Durata: 110'
Interpreti: Agnes Joui, Jean-Pierre Bacri, Marilou Berry

Lolita, infelice perché soprappeso e ignorata dal padre Etienne, famoso scrittore dal pessimo carattere con una nuova moglie poco più vecchia della figlia, incontra fortuitamente Sebastien, un ragazzo straniero con cui nasce un’amicizia. Intanto Lolita, usando della fama del padre, convince Sylvia, sua insegnante di canto nonché moglie di Pierre, uno scrittore in cerca di fama, ad aiutarla nell’allestimento di un concerto in una cappella vicino alla casa di campagna di Etienne. Un week end fuori città metterà tutti di fronte alle proprie paure e meschinità.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti finiscono per accettare mille compromessi in cambio di favori di incerto valore, tranne uno
Pubblico 
Adolescenti
Per qualche scena moderatamente sensuale
Giudizio Artistico 
 
La regista Jaoui riesce a creare un microcosmo umano in cui mettere alla prova sentimenti ed emozioni intorno ad un tema di un certo rilievo nella nostra società, sempre più schiava di una notorietà spesso immeritata.

Dagli autori del bel Il gusto degli altri, ecco una commedia premiata a Cannes per la miglior sceneggiatura, che rappresenta un buon antidoto per chi è rimasto deluso dagli ultimi Woody Allen, autore a cui la regista e sceneggiatrice Jaoui è stata più volte accostata per la bravura con cui costruisce situazioni e personaggi.

Le vicende incrociate di questa pellicola ruotano intorno al problema della fama e del “potere” ad essa legato, che diventano decisivi nella vita di diversi personaggi, mettendo in crisi i rapporti più consolidati o facendo barcollare relazioni appena nate.

Gli autori fanno la scelta interessante e coraggiosa di architettare un sistema di relazioni in cui ognuno è “carnefice” e “vittima” al tempo stesso; questo è particolarmente vero per Lolita, figlia di Etienne, un importante scrittore, tormentata dal suo aspetto tutt’altro che slanciato e dalla scarsa attenzione che le dedica l’augusto genitore. La ragazza, fondamentalmente buona di cuore (lo dimostra la spontaneità con cui soccorre il ragazzo fuori dal locale), è però prigioniera dell’apparenza e, ignorata dal padre, da una parte guarda con diffidenza chiunque la avvicini sospettando un interesse estraneo a lei, dall’altra non esita ad usare la sua posizione per piegare gli altri alla sua volontà. Sarà così con Sylvia, l’insegnante di canto – impersonata dalla stessa Jaoui -, costretta ad occuparsi del coro in cui Lolita trova finalmente una specie di serenità. Ma anche il marito di Sylvia, che sta finalmente diventando uno scrittore alla moda, non sfugge alla trappola delle lusinghe gravitando intorno ad Etienne.

La Jaoui riesce, come aveva già fatto nel precedente lungometraggio, a creare un microcosmo umano in cui mettere alla prova sentimenti ed emozioni intorno ad un tema di un certo rilievo nella nostra società, sempre più schiava di una notorietà spesso immeritata.

Evita la trappola ideologica delle semplificazioni e dà a ciascuno la possibilità di riscattarsi prima di tutto di fronte alla propria coscienza. E se il risultato è che quasi tutti finiscono per accettare mille compromessi in cambio di favori di incerto valore, è proprio Lolita a giocarsi fino in fondo la sua possibilità di felicità.

Resta il dubbio di una scelta un po’ furbetta nel lasciare fuori dal gioco della lusinga e dell’adulazione l’unico non-francese del gruppo, mentre il valore catartico attribuito alla musica, in cui anche l’essere più goffo può trovare la sua “voce”, è una scelta azzeccatissima che fa muovere il film nella direzione della leggerezza piuttosto che in quella del cinismo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino e Claudia Orlandi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CONTESSA BIANCA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 11:52
Titolo Originale: The white Contess
Paese: Gran Bretagna/USA 2005
Anno: 2005
Regia: James Ivory
Sceneggiatura: Kazuo Ishiguro
Produzione: Merchant Ivory Productions, Shangai Film Studio
Durata: 135'
Interpreti: Ralph Fiennes, Natasha Richardson, Vanessa Redgrave, Lynn Redgrave, Hiroyuki Sanada

Tod Jackson (Ralph Fiennes) è un diplomatico inglese che durante un attentato a Shangai ha perso la moglie, la figlia piccola e la vista. Cerca di ritrovare l'entusiasmo in una impresa che ritiene importante: creare un Night Club che sia un punto di incontro pacifico per le forze politiche che si scontrano nella città. Sofia è una contessa russa (Natasha Richardson) fuggita dal suo paese assieme a una  numerosa parentela (anch'essa è vedova) e riesce a sostenere tutti grazie al suo lavoro di Call Girl nei locali notturni. Fra i due nasce prima un sodalizio professionale (lui la ingaggia per il suo Club) ma qualcosa fra di loro sta nascendo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La solitudine di due anime che hanno sofferto si infrange di fronte alla voglia di ritrovare un senso alla propria esistenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di guerra e rappresentazione di ambienti ambigui -
Giudizio Artistico 
 
Il film, molto ben confezionato, stenta a trovare il suo focus emotivo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHIEDI ALLA POLVERE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 10:42
Titolo Originale: Ask the Dust
Paese: USA 2006
Anno: 2006
Regia: Robert Towne/
Sceneggiatura: Robert Towne
Durata: 117'
Interpreti: Colin Farrell, Salma Hayek, Donald Sutherland, Idina Menzel

Arturo Bandini (Colin Farrell) figlio di un emigrato italiano, si è trasferito dal Colorado a Los Angeles verso la fine della Grande Depressione, nella speranza di diventare uno scrittore famoso. I soldi mancano e Arturo non riesce a pagate la pigione della  misera pensione dove abita. Con il suo ultimo nichelino va a prendersi un caffè al bar sottostante. Viene servito da Camilla (Salma Hayek) , una bellissima cameriera messicana, immigrata clandestinamente. Anche lei ha un sogno: sposare un WASP e ottenere così la cittadinanza americana. I due giovani si piacciono ma entrambi hanno un carattere molto orgoglioso e passano più tempo a litigare che a stare insieme...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'educazione sentimentale di un giovane che rinuncia al suo orgoglio e alle sue vanità per accettare la "debolezza" dell'amore
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena d'amore prolungata con nudità parziali. Uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
Ottima la Salma Hayek e la ricostruzione della Los Angeles primi anni '30 ma Colin Farrell appare fuori posto e la sceneggiatura troppo ossequiosa del romanzo originale
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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La citta' proibita

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 13:19
Titolo Originale: Man cheng Jin dai huang jin jia
Paese: Cina, Hong Kong
Anno: 2007
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Zhang Yimou, Wu Nan, Bian Zhihong
Durata: 111'
Interpreti: Gong Li, Chow Yun-Fat, Liu Ye, Jay Chou

Poco prima dell'anno mille dell'era cristiana, la dinastia Tang sta per concludere i suoi 300 anni di potere e di prosperità. L'imperatore Ping sta lentamente facendo avvelenare l'imperatrice, sua seconda moglie, temendo una cospirazione. Il figlio Jayi è l'unico che si pone dalla parte della madre e accetta di guidare la ribellione preparata da lei stessa per il  giorno della festa dei crisantemi. Ma l'imperatore pone in atto le sue contromosse e anche gli altri due figli hanno le loro pretese dinastiche......

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono scintille di umanità nei protagonisti, tutti coinvolti in intrighi di potere
Pubblico 
Adolescenti
Un padre colpisce il figlio con una cinghia fino a farlo morire. Relazione morosa fra una madre e il suo figliastro
Giudizio Artistico 
 
Zhang Yimou conferma la sua maestria nel comporre immagini di grande effetto e armonia e Gong Li è l'unica che riesce a mettere un po' di calore umano al suo personaggio

Il film Lanterne Rosse (1991), che fece conoscere al grande pubblico occidentale il regista Zhang Yimou, ma anche l'allora giovanissima Gong Li, era stato interamente girato nel sontuoso palazzo dove la protagonista va a vivere come concubina di un ricco signore feudale. La composizione delle scene è  estremamente accurata, le figure umane si stagliano in ambienti ordinati e perfettamente simmetrici a sottolineare uno spazio claustrofobico e oppressivo come le regole che impone il padrone-dittatore.

Ora con questo La città proibita Zhang Yimou ritorna a privilegiare i rapporti umani all'interno di ambienti chiusi (anche se fastosi come la reggia della dinastia Tang, alla fine del decimo secolo ma ugualmente simbolo di un potere opprimente, come nel primo), dopo esser passato per due film come Hero (2003) e La foresta dei pugnali volanti (2004) dove l'azione in spazi aperti e le arti marziali del Wuxia erano stati prevalenti.

E' difficile capire quanto le ambientazioni dai mille colori abbacinanti, gli abiti sfarzosi dai ricchissimi ricami siano frutto di fantasia o invece di rigorosa ricostruzione storica; di sicuro Zhang Yimou si trova a suo agio in questa iperbole del "mondo Cina", dove  migliaia di inservienti del palazzo  vestiti in modo esattamente uguale sanno pulire in poco tempo, come tante formichine solerti, un'intera piazza nella quale è imperversata una sanguinosa battaglia e dove, come nella sequenza iniziale, centinaia di  damigelle di corte perfettamente allineate come tanti soldatini in gonnella, vengono  vestite e pettinate dalle loro ancelle. Questa esibizione di efficienza e ordine è qualcosa di più per Zhang Yimou: è probabilmente immagine dell'ordine cosmico, l'equilibrio universale che non va turbato, così diverso dalla nostra dinamica mentalità occidentale. Lo ricorda l'imperatore alla sua famiglia radunata intorno alla tavola nel giorno della dei crisantemi: "la terrazza è rotonda e la tavola è quadrata, come il cielo è rotondo e la terra quadrata. Le leggi del cielo regolano la vita terrena. Sotto il cerchio, in quel quadrato, ognuno ha il suo ruolo: imperatore, cortigiani, padre, figlio. Lealtà, amore filiale, ritualità, giustizia. Le relazioni obbediscono alle leggi della natura"

Nelle mura del palazzo imperiale, si consumano  intrighi di potere,  cospirazioni,  passioni inconfessabili (l'amore fra il figlio e la matrigna) che agitano gli animi ma sono come ingabbiate  in un rigido protocollo e i giorni e le ore si avvicendano secondo ritmi predefiniti da secoli.
La grande battaglia finale che coinvolge movimenti di massa impressionanti (grazie a una dose massiccia di computer grafica) dovrebbe costituire l'apice emotivo del film, ma proprio per l'insistenza del rigore simmetrico  e per le armonie cromatiche si sfrangia in una sorta di war game con tanti soldatini-pupazzo. 

Nella percezione finale dello spettatore, pur nell'abbaglio dei colori e nella magnificenza delle immagini, finisce per prevalere il gioco meccanico di cospirazioni e contro cospirazioni.  all'interno della  famiglia imperiale. Non c'è nobiltà d'animo e rapporti umani sinceri,  ma tutto è inquinato dalla bramosia del potere. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CINQUEPERDUE Frammenti di vita amorosa

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 11:57
Titolo Originale: 5 x 2 - Cinq fois deu
Paese: FRANCIA
Anno: 2004
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon e Emmanuele Bernheim
Produzione: Marc Missonnier e Olivier Delbosc per Fidelitè Productions
Durata: 90'
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Stephane Freiss, Francoise Fabian, Geraldine Pailhas, Michael Lonsdale

Il sottotitolo italiano (Frammenti di vita amorosa) esprime bene la sostanza dell’ultimo film del giovane regista François Ozon (Swimming pool, 8 donne e un mistero, Sotto la sabbia). A ben guardare, infatti, veri protagonisti della storia non sono Marion (Valeria Bruni Tedeschi) e Giles (Stephane Freiss), ma un’impersonale vita amorosa, una sorta di originaria forza vitale che prima combina e poi scompagina le effimere relazioni sessuali di cui i personaggi sono in completa balìa.

Come suggerisce il titolo originale (crudamente aritmetico: 5x2), Marion e Giles sono puri elementi di un gioco di combinazioni di cui non sono loro a decidere le mosse: Giles inizia la relazione con Marion, dopo un unico incontro, interrompendo una relazione di fidanzamento di quattro anni; Marion, la prima notte di nozze, tradisce Giles con uno sconosciuto mai più rivisto; Giles tradisce Marion partecipando ad un’orgia a cui lei stessa assiste; Giles e Marion hanno un rapporto sessuale subito dopo aver firmato le pratiche del divorzio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amore come originaria forza vitale della quale i protagonisti ne sono solo degli strumenti
Pubblico 
Sconsigliato
Per l'atteggiamento nichilista e le numerose scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
Bravi gli attori, buona la sceneggiatura
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CASO WINSLOW

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 10:57
 
Titolo Originale: The Winslow Boy
Paese: USA
Anno: 1999
Regia: David Mamet
Sceneggiatura: David Mamet
Durata: 110''
Interpreti: Guy Edwards (Ronnie W.), Sara Flind (Violet), Aden Gillett (John Waterstone), Jeremy Northan (Sir Robert Morton)

Londra, 1911. In casa Winslow il sig Arthur, sua moglie e i due figli maggiorenni, Catherine e Dickie, stanno brindando all’evento del giorno: il capitano John Watherstone ha chiesto la mano di Catherine, quando la domestica informa tutti che è presente in casa, non atteso,  anche Ronnie, il figlio minore di 13 anni, cadetto del Royal Naval College di Osborne. Arthur, in un incontro a tu per tu, chiede al ragazzo le ragioni del suo ritorno: Ronnie è stato espulso dal collegio perché accusato di aver rubato e incassato il vaglia postale di un suo compagno. Il padre chiede al figlio con insistenza se sia stato lui a rubare il vaglia: di fronte a un’ostinata negazione, il sig Arthur decide di chiedere al Collegio di riaprire il caso. La faccenda risulta più difficile del previsto, il pubblico, grazie alle notizie di giornale, finisce per dividersi fra innocentisti e colpevolisti e a Artur non resta che rivolgersi all’avvocato più brillante di Londra: sir Robert Morton, anche se questo comporterà dar fondo agli ultimi risparmi della famiglia...

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un padre crede nel valore della giustizia fino a impegnarsi a lungo, con molti sacrifici per se e per la sua famiglia, affinché la verità si renda manifesta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista David Mamet rende cinematograficamente efficace l’opera teatrale originale valorizzando tutti i protagonisti
Testo Breve:

Un padre difende tenacemente suo figlio, che ritiene sincero, dall’accusa di furto che gli ha causato l’espulsione dall’accademia navale. L’importanza della virtù della fortezza risalta in questo racconto ricavato da una storia vera 

I primi 15 minuti del film, grazie alle mani esperte di David Mamet ( The Untouchables -1987,  Hannibal -2001) sono sufficienti per descrivere il contesto storico in cui si svolge il racconto  e per presentare i componenti della famiglia Winslow. Siamo a pochi anni dall’inizio della prima guerra mondiale, l’Inghilterra  è espressione dell’Occidente più evoluto, orgogliosa dei suoi ordinamenti giuridici e della sua libertà di opinione espressa dai giornali. Alla solidità  della struttura sociale corrisponde, in questo film ispirato all’omonima opera teatrale di Terence Rattigan del 1946,  a sua volta ricavato da un fatto realmente accaduto, un’istituzione familiare altrettanto salda. La famiglia Winslow ha il suo baricentro nella  figura paterna, espressione di autorevolezza ma anche di affetto verso tutti. I due figli maggiori, nonostante siano avviati su strade diverse (la figlia Christine è particolarmente coinvolta nel movimento a favore del voto alle donne mentre Dickie, poco dedito agli studi è molto impegnato a fare le ore piccole) hanno tuttavia ben chiara l’importanza della compattezza familiare e sono rispettosi dell’autorità paterna. Allo stesso tempo il signor Arthur mostra di agire solo in base a solidi principi. Lo vediamo molto bene nel colloquio che ha con il figlio Ronnie: la verità è un valore che ha inculcato in tutti e quando il ragazzo, messo sotto pressione dal padre, ribadisce che è innocente, Arthur crede senza riserve nella sua onestà e avvia tutte le iniziative legali necessarie per scagionarlo. Gli ostacoli che deve affrontare sono tanti e la sua fortezza viene messa in piena luce:  non si tratta solo di contrastare la decisione di un’autorevole e stimata istituzione, ma anche l’impegno economico che questo suo sforzo comporta, non solo per se ma per tutti i componenti della famiglia. E’ proprio questa la situazione che può incrinare la volontà di perseverare nel percorso intrapreso. Non tanto per Dickie che deve rinunciare all’università (una decisione che andava comunque presa,  dato il suo scarso rendimento)  ma per Christine che deve perdere la dote. Situazione dolorosa ma forse necessaria, perché finisce per portare alla luce  lo scarso coinvolgimento dei due giovani nel loro progetto familiare.

La minaccia più insidiosa viene invece dalla moglie. Lei non discute sulle ristrettezze economiche che sono costretti ad affrontare ma sul perchè la loro famiglia abbia perso la pace, al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, proprio quando il piccolo Ronnie si è ormai ben inserito in una nuova scuola e in poco tempo l’episodio avrebbe potuto venir dimenticato. “Per quale motivo continuare?” é la domanda diretta della moglie. Sono proprio dubbi come questi che mettono a nudo il significato delle virtù. La risposta è semplice e diretta: “per la giustizia”. Il messaggio di Arthur è chiaro: tutti noi viviamo una vita impegnata in tante piccole cose ma nel  sottofondo, in modo silente, sappiamo che ci sono dei valori che guidano la vita collettiva e il comportamento dei singoli. Se questi valori sono rispettati, tutti noi ci dedichiamo a svolgere gli impegni della nostra vita ordinaria; se vengono violati, è giusto impegnarsi con fortezza a ripristinarli, anche se ciò comporterà sacrifici per se e per la propria famiglia. Il valore educativo che scaturisce da questo comportamento supera i disagi che i figli potrebbero subire e non va trascurato l'invito all'emulazione che scaturisce da un comportamento corretto. Sir Robert Morton, avvocato di successo, abituato a cause di particolare rilevanza,  accetta di difendere il modesto caso del piccolo Ronnie, "perché i diritti prevalgano".

E' una buona conferma che le virtù sono sempre strettamente correlate. La giustizia innesca la fortezza per perseguirla e se la fortezza viene correttamente esercitata, nell'impegno di cercare la verità, trasparirà anche l’umiltà della persona

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CASO THOMAS CRAWFORD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 10:49
Titolo Originale: Fracture
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Gregory Hoblit
Sceneggiatura: Daniel Pyne e Glenn Gers
Produzione: New Line Cinema/Castle Roch Entertainment
Durata: 113'
Interpreti: Ryan Gosling, Anthony Hopkins; David Strathairn, Rosamund Pike

Dopo aver scoperto che la moglie lo tradisce con un detective della polizia di Los Angeles, il ricco e astuto Thomas Crawford la uccide con un colpo di pistola, poi attende pazientemente la polizia. Ma dopo aver confessato, una volta in tribunale rivolta contro il giovane sostituto procuratore Willy Beachum tutte le prove. Ma se il brillante Beachum, in procinto di passare dall’accusa a un lucroso impiego in uno studio privato, è costretto inizialmente ad ammettere la sconfitta, sarà proprio la presunzione di Crawford e la sua crudeltà nei confronti della moglie, a convincere Willy che val la pena lottare ancora per far emergere al verità…Dovesse pure costargli quello per cui ha duramente lavorato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista va a fondo della sua morale fino a compiere scelte difficili ed esigenti, fino a rischiare ogni cosa
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un giallo teso e appassionante che ha dalla sua la presenza in scena di due ottimi interpreti, Gosling e Hopkins. Qualche lentezza nello svolgimento specie nella prima parte.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VAI E VIVRAI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 19:50
 
Titolo Originale: Va, vis et deviens
Paese: Belgio/Francia/Israele/Italia
Anno: 2005
Regia: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu e Alain – Michel Blanc
Produzione: Denis Carot e Maire Masmonteil per Elzevir Films, France 3 Cinema, K2 Productions, Backup Films, Cattleya, 01 Productions, Scope Invest, Transfax Film Productions
Durata: 140'
Interpreti: Yael Abecassis, Moshe Abebe, Moshe Agazai, Sirak M.Sabahat

 Il nuovo film di Radu Mihaileanu (Train de vie, vicenda paradossale e amara di un villaggio ebreo in fuga dalle violenze naziste) è ambientato in Israele, ma di questo paese sceglie di raccontare non le più note vicende di terrorismo, ma una pagina di storia inedita e utile a comprenderne la natura complessa e unica.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre bellissime figure di madri; la madre naturale, una nera ed ebrea e infine quella adottiva, aiuteranno il ragazzo protagonista a compiere il suo percorso di uomo fino ad affrontare e dire la verità su stesso
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista rumeno trapiantato in Francia, mescola i toni della commedia con i drammi più profondi dell’identità e della perdita all'interno della complessa e contraddittoria realtà dello Stato d'Israele oggi

Protagonista di una storia che, secondo lo stile tipico del regista rumeno trapiantato in Francia, mescola i toni della commedia con i drammi più profondi dell’identità e della perdita, è un bambino (e poi ragazzo, infine uomo) di colore, un giovane etiope che, mentre nel suo paese infuria una paurosa carestia (siamo nel 1984), finisce per condividere, lui cristiano, il destino strano e fortunato (almeno in parte) degli ebrei falasha. Con questo nome sono identificati alcune migliaia di neri di religione giudaica considerati discendenti della regina di Saba e del re Salomone; una popolazione che, grazie allo sforzo congiunto dei servizi segreti israeliani e degli Stati Uniti, venne prelevata dai campi profughi del Sudan (dove era giunta con molte altre migliaia di compatrioti dopo centinaia di chilometri di marcia nel deserto) per essere condotta nella patria ebraica (una missione passata alla storia come Operazione Mosé).

Ma il punto di vista attraverso il quale viene raccontata la difficile integrazione di questi ebrei di colore in uno Stato dove l’identità etnica e religiosa continua ad essere un elemento fondamentale, è ancora più curioso e spiazzante.

Il protagonista Schlomo, infatti,  non è veramente ebreo. È il figlio di una delle tante donne che sono costrette a vedersi morire i figli tra le braccia per la fama e le malattie; una donna che non esita ad offrire al suo piccolo una speranza, anche se questo significa separarsene probabilmente per sempre mettendolo nelle mani di un’altra donna.

Così comincia l’avventura umana di Schlomo, costretto a nascondere il suo passato, incapace di dimenticare il volto amato di una madre da cui crede di essere stato scacciato (ma che non può fare a meno di invocare mentre guarda la luna sospesa sopra la Terra Promessa), perennemente in bilico tra il passato di privazioni, il presente che lo sfida e lo respinge e un futuro ancora incerto.

L’Israele che racconta Mihaileanu è un paese che apre le braccia ai suoi figli neri, anche se essi sembrano lontani mille miglia dalla sua esasperata modernità (significativa l’immagine dei bambini etiopi che spiano il retro dei televisori per veder uscire gli omini che li popolano), ma poi non sa o non vuole assorbirli nel suo tessuto sociale a causa di tante diffidenze che rischiano di sfociare in una paradossale forma di razzismo endogeno.

La storia di Schlomo è quella di una cartina tornasole umana, che fa emergere tutto il meglio e tutto il peggio di un popolo imperfetto (come tutti del resto), ma tenacemente teso a costruirsi come società aperta e positiva. La pellicola non teme di mostrare la varietà delle posizioni all’interno della società israeliana (i genitori adottivi di Schlomo marciano in piazza contro la politica del governo, i rabbini ultraortodossi cercano di fare uso delle prescrizioni religiose per far valere le loro posizioni, ecc) né di raccontare senza sconti gli ostacoli sulla strada di Schlomo. Così nell’istituto dove il piccolo viene inizialmente ospitato ci sono bravi maestri (che cercano di abituarlo ad una vita con usi e costumi differenti), ma anche educatori impazienti (che vorrebbero avere subito dei piccoli nuovi israeliani perfetti); a salvare il bambino deve giungere l’inaspettata disponibilità di una famiglia “mista” (lei, un’intensa Yael Abecassis, è un’ebrea francese, lui di origine egiziana, con un padre che ha combattuto nella guerra di Indipendenza del 1948) e non credente (ma teneramente rispettosa della presunta ortodossia del piccolo adottato) per dare una svolta alla vita di Schlomo.

Non si poteva trovare forse un modo più forte per parlare di identità del curioso e drammatico intreccio che Schlomo porta dentro e su di sé. Dopo le iniziali paure di essere scoperto, è un turbamento più sottile a diventare il protagonista della storia, quello che il ragazzino nero condivide con i suoi conterranei, disconosciuti da tanti israeliani “bianchi” nonostante le attestazioni ufficiali, ma che in lui si amplifica fino a rendere impossibile perfino accettare la corte spietata di una bella coetanea ebrea polacca.

Il discorso di Mihaileanu, comunque, non è, o comunque non è primariamente “politico” o sociale. A muovere la vicenda, provocandone le svolte più significative, infatti, è una forza diversa, o meglio ancora una presenza/assenza che domina la scena.

Ad accompagnare Schlomo nel suo cammino, infatti, ci sono tre bellissime figure di madri; la madre naturale, quella che se lo strappa dalle braccia per dargli nuovamente la vita nella partenza, quella nera ed ebrea, che perderà quasi subito, ma che è il ponte per la sua nuova esistenza; e infine quella adottiva, forte e tenace come una leonessa, che lo guida verso la maturità con un amore che non conosce esitazioni. È attraverso questi legami che Schlomo compirà il suo percorso di uomo fino ad affrontare e dire la verità su stesso. Senza voler esasperare questa linea interpretativa, viene abbastanza naturale sottolineare il peso che la sfera femminile (ben rappresentata dalla luna a cui Schlomo rivolge costantemente lo sguardo) ha nel guidare la vicenda del protagonista verso una soluzione che, abbandonato la rigidità della legge (quella che lo separa dai veri ebrei proprio perché non di madre ebrea), si apre a riconoscere l’individuo ridonandogli per l’ennesima volta la vita e la libertà di agire.

Con gli occhi di Schlomo, però, lo spettatore vede anche il quadro più complesso, cioè la realtà del paese in cui la storia si svolge; uno Stato in cui non mancano contraddizioni anche molto forti, ma che non esita a mettersi in discussione perfino quando questo significa (come nel caso del nonno un tempo soldato e kibbuznik) fare un passo indietro rispetto al possesso dell’adorata terra. La realtà degli ebrei falasha, così inesorabilmente “diversi” dagli altri (ma nell’Israele del 2005 i black jews non sono affatto una rarità), diventa nelle mani di Mihaileanu il modo di esplorare non solo un percorso umano individuale, ma anche l’identità ebraica in terra di Israele in tutte le sue implicazioni, alle prese con una sfida alla convivenza che non smette di porre interrogativi urgenti.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 23. Aprile 2017 - 15:20


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UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 12:54
Titolo Originale: Home at the end of the world
Paese: Usa
Anno: 2004
Regia: Michael Mayer
Sceneggiatura: Michael Cunningham
Produzione: John Hart, Tom Hulce, Pamela Koffler
Durata: 89'
Interpreti: Colin Farrell, Robin Wright Penn, Sissy Spacek, Dallas Roberts

Bobby cresce a Cleveland nel clima hippy e trasognato degli ultimi anni Sessanta. Dopo la morte del fratello e dei genitori, trova una nuova famiglia nell’amicizia con Johnatan e sua madre Alice. Ma il rapporto con Johnatan presto si trasforma in un sentimento che va oltre l’affetto… I due si ritrovano negli anni Ottanta a New York, dove Johnatan, ormai gay dichiarato, vive con la strampalata Clare. È l’inizio di un nuovo, e ancora più bizzarro, ménage familiare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tempo è tutto ciò che fa muovere il vuoto esistenziale di tre giovani: l'uso di droga, i rapporti omosessuali, un ménage a trois non riescono a renderli felici...
Pubblico 
Sconsigliato
Varie scene a sfondo sessuale, utilizzo di droga nei giovanissimi. Per il nichilismo della storia
Giudizio Artistico 
 
Storia debole e sconclusionata. Bravi i protagonisti
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CEMENTO ARMATO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 12:06
Titolo Originale: CEMENTO ARMATO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Marco Martani
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Luca Poldelmengo
Produzione: Fulvio e Federica Lucisano per I.I.F. Italian International Film, Rai Cinema
Durata: 93'
Interpreti: Nicolas Vaporidis, Giorgio Faletti, Carolina Crescentini, Dario Cassini, Ninetto Davoli

Diego è un ragazzo di borgata, cresciuto da una brava madre ma con un padre scomparso misteriosamente. Vive di espedienti e piccoli furti ma adesso ha incontrato Asia, di cui è innamorato e con la quale ha deciso di convivere. Si sta facendo convincere a trovare un lavoro  regolare quando una sua ultima sciocchezza (correndo con il motorino in mezzo al traffico si mette a rompere gli specchietti delle macchine ferme) fa sì che la sua vita si incroci "Il primario" il terribile boss della droga romana che ha deciso di fargliela pagare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella Roma di cemento armato ci si fa giustizia da soli, i boss non vengono mai condannati e c'è sempre un poliziotto corrotto
Pubblico 
Maggiorenni
Una violenza sessuale, alcune scene di pestaggio con la rottura di un braccio, esibizione di "cattive maniere" (andare in motorino con il casco slacciato a rompere gli specchietti delle auto)
Giudizio Artistico 
 
Il film ricalca senza molta fantasia il genere noir italiano impiegando personaggi-stereotipo

Marco Martani è  esordiente come regista ma non come sceneggiatore, dal momento che ha contribuito a "regalarci"  molti Natali (Natale a Miami, a New York, in India, sul Nilo,...) ed ha creato quel fenomeno giovanilista che si chiama Notte prima degli esami dal quale ha recuperato l'ex studente Nicolas Vaporidis e l'ex professore Giorgio Faletti  senza dimenticarsi di Carolina Crescentini di Notte prima degli esami oggi per esser sicuro di catturare l'attenzione del pubblico giovanile.

In questo caso ci troviamo di fronte a un genere ben diverso anche se ormai classico: quello del noir italiano metropolitano; il film si riaggancia cioè a quel filone di serie B degli anni '70 che ora è considerato oggetto di cult e che è stato tanto apprezzato da Quentin Tarantino.
Qui l'astigiano Giorgio Faletti fa il boss dello spaccio di droga a Roma (per fortuna non ci prova a parlare romano e si fa accompagnare da una guardia del corpo americana di colore: è vero che a Roma vivono tanti oriundi ma di qui a far carriera e diventare il numero della malavita ...).  Ovviamente c'è anche il poliziotto corrotto che fa il doppio gioco passandogli le informazioni giuste. Intanto Diego e i suoi due amici,  piccoli delinquenti di borgata si trovano a fronteggiare qualcosa di molto più grande di loro (Diego ha giurato vendetta perché "Il chirurgo" gli ha violentato la fidanzata) e arrivano inevitabilmente all'iniziazione dell'acquisto della loro prima pistola (ogni riferimento a Taxi Driver è espressamente voluto). Non ci vengono risparmiati interrogatori a base di torture e braccia rotte   per poi arrivare alla scena madre dello scambio delle buste di droga in cambio di una valigetta piena di euro, scenograficamente ambientato su un ponte gettato sospeso su di un  precipizio (sapremo subito dopo perché).

In conclusione un film rigorosamente di genere (almeno Notturno bus aveva aggiunto alla storia una buona dose di ironia) dove i personaggi sembrano ingessati in una tipizzazione da manuale: "Il primario" è un cattivo che più cattivo non si può, il poliziotto corrotto è un viscido che più viscido non si può, il personaggio di Asia (la Crescentini) svolge  la sua funzione di venir violentata dal boss all'inizio del film e  perde subito dopo ogni consistenza; solo Diego sembra esser stato costruito con più cura, con il suo dolente ricordo di un padre scomparso e il desiderio di restare un modesto, quasi innocuo bulletto senza venir coinvolto in giochi più grandi di lui.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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