Dramma

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NOI DUE SCONOSCIUTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 09:26
 
Titolo Originale: Things we lost in the fire
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Allan Loeb
Produzione: Sam Mendes e Sam Mercer per Neal Street Production/Dreamworks
Durata: 119'
Interpreti: Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny

Audrey Burke è una madre e moglie felice; gli unici screzi con l’amato marito Brian riguardano l’amicizia di lunga data che lui ha con il disastrato Jerry, ex avvocato con il demone della droga. Quando Brian muore all’improvviso Audrey decide, un po’ per disperazione e un po’ per tenere fede all’impegno del marito, di invitare Jerry a stare con lei e i figli. L’uomo, che combatte duramente contro la sua dipendenza, stringe un rapporto molto stretto con i piccoli Harper e Dory, che conquista grazie ai ricordi legati alla sua lunga amicizia con Brian. Nonostante le difficoltà di accettare davvero la perdita, anche Audrey e Jerry troveranno nel ricordo dell’amore che li univa a Brian e in una nuova amicizia la forza per ricominciare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La Bier ci regala una storia profondamente commovente e vera in cui vince una speranza più forte della morte e la presenza dei defunti attraverso una memoria reale e fiduciosa che apre ad una dimensione della vita non puramente terrena
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Susanne Bier , la regista nata alla corte del Dogma di Lars von Trier (la scuola che prescrive una assoluta povertà di mezzi nel raccontare le sue storie), segue due personaggi con tocchi lievi, privilegiando immagini molto ravvicinate.

La speranza di un cambiamento o di un nuovo inizio nasce dalla memoria viva di un amore vero sperimentato sulla propria pelle.

Sembra esserne convinta la regista Susanne Bier che, a un anno dal bel Dopo il matrimonio, torna a parlare di legami affettivi, lutti e catarsi in una vicenda che ha molti punti in comune con la precedente.

Se là era la prospettiva di una morte inevitabile a mettere insieme i personaggi e a costringerli a una dolorosa, ma positiva resa dei conti, qui è la morte di un uomo buono (ma mai banalmente dipinto come perfetto) a provocare prima la crisi e poi la rinascita di due persone a lui strettamente legate.

Nel suo primo film americano, la regista nata alla corte del Dogma di Lars von Trier (la scuola che prescrive una assoluta povertà di mezzi nel raccontare le sue storie), segue due personaggi profondamente feriti.

Da una parte la bella Audrey, madre e moglie felice il cui unico fastidio sono le periodiche visite che il marito Brian fa all’amico disastrato Jerry, dal suo punto di vista togliendo tempo ed energie alla famiglia in nome di una causa persa.Dall’altra proprio Jerry, un uomo incapace di risollevarsi dalla dipendenza dalla droga  e quasi incredulo di fronte alla fedele amicizia di Brian che, se non può guarirlo, non smette mai di offrirgli la sua umana compagnia.

Ed è proprio in un gesto di spontanea fedeltà alla vita di  Brian (che, non a caso, finisce proprio come era stata vissuta, nel sacrificio per un altro) che Audrey è disposta a mettere in gioco la sua vita prendendo con sé Jerry e trasmettendogli il semplice insegnamento di lui “accetta il buono che c’è”.

Coerentemente al realismo delle dinamiche affettive ed esistenziali che racconta, la Bier non nasconde la contraddittorietà del legame che si crea tra Jerry e Audrey, a volte perfino un po’ gelosa di quella parte di passato che Brian ha condiviso con l’amico (e da cui lei, in fondo, ha sempre voluto tenersi fuori): altrettanto vero è il rapporto che Jerry stringe con i figli dell’amico, con cui condivide ricordi di esperienze familiari che pure non ha mai vissuto.

Il film non illude che il percorso di guarigione sia semplice (e infatti Jerry avrà bisogno di un aiuto “professionale”, veicolato dal bel personaggio di un’altra ex-tossicodipendente) , ma indica chiaramente nella solidità e nella forza del ricordo di Brian (capace di un amore autentico e incondizionato per i suoi famigliari e i suoi amici) la leva capace di condurre a un autentico cambiamento.

Rifiutate le trappole di un coinvolgimento romantico tra Audrey e Jerry (che anzi dice chiaramente che considererebbe un tradimento prendere il posto dell’amico morto al fianco di sua moglie e dei suoi figli), la Bier ci regala una storia profondamente commovente e vera in cui vince una speranza più forte della morte e la presenza dei defunti attraverso una memoria reale e fiduciosa apre ad una dimensione della vita non puramente terrena.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Giovedì, 5. Dicembre 2013 - 23:45


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E VENNE IL GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 12:24
Titolo Originale: The Happening
Paese: USA, India
Anno: 2008
Regia: M. Night Skyamalan
Sceneggiatura: M. Night Skyamalan
Durata: 91'
Interpreti: Mark Wahlberg, John Leguizamo, Zooey Desschanel

Una tranquilla  giornata al Central Park. Gente che passeggia, mamme con i bambini. A un certo punto tutti si fermano; poi, come presi da un raptus, si suicidano con il primo strumento contundente che riescono a trovare.  Il fenomeno si propaga rapidamente per tutto il Nord Est americano. Eliot Moore, professore di scienze in un liceo di Philadelfia, prende il treno con sua moglie un suo amico e la figlia di lui, per rifugiarsi in un piccolo paese della Pennsylvania. Ben presto però si accorge che "Il male" è arrivato fin lì, anche se forse, usando le sue conoscenze scientifiche, ha intuito cosa sta accadendo....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La gioia di una famiglia (ri)unità è l'unico valore chiaro espresso dal film, mentre la visione di una apocalittica fine dell'umanità appare senza ragione e senza speranza.
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune scene di morte cruenta e horror
Giudizio Artistico 
 
Night Skyamalan è sempre bravo a creare situazioni di attesa dell'imprevedibile ma questa volta fa troppe concessioni al genere splatter

Nelle prime sequenze del film, è stato inserito un dialogo fra Eliot Moore, professore di scienze e i suoi alunni che è illuminante per comprendere il credo dell'autore.
Il professore invita gli alunni a individuare le cause che hanno determinato la sparizione delle api dopo che i ragazzi hanno formulato varie ipotesi, ecco la conclusione del professore: quello delle api é "un atto della natura che non capiremo mai del tutto. Alla fine la scienza tirerà fuori una ragione plausibile ma non sarà nient'altro che una teoria. Perché noi non vogliamo accettare che esistono forze che vanno al di là della nostra conoscenza".

Night Skyamalan, per bocca del suo protagonista,  traccia un taglio netto fra il potere della scienza che non può andare oltre il "fenomeno", si ferma cioè a ciò che cade sotto i nostri sensi e nulla può dire sulla vera essenza di quelle forze che pur reali, agiscono oltre di essi . Eliot ricorda, quasi con pedanteria, le regole auree dell'analisi scientifica: "identificare le variabili, analizzare l'esperimento, interpretare i dati ottenuti..":  con questi mezzi noi potremmo costruire una teoria, un modello matematico che lega i fenomeni analizzati con regole di causa ed effetto ma non sapremo mai la vera essenza e la ragione di ciò che è accaduto. "Un bravo scienziato ha un profondo rispetto per le leggi della natura " sottolinea Eliott.

Sarà solo con la  nostra fede o la nostra meditazione filosofica che  riusciremo a dare un senso, un significato a queste "forze" extrasensoriali.  Questa seconda parte del ragionamento è però estranea all'autore, che si ferma invece un attimo prima ed è questa la sua peculiarità  ma anche il suo limite: sa rappresentare molto bene il senso del mistero ma lo conserva come tale: non riesce ( o non vuole) darcene una ragione e quindi il mistero resta totalmente e freddamente altro da noi, senza possibilità, da parte nostra, di comunicare con "esso" o con "Lui".

Fin dal primo film, che resta il suo capolavoro, Sesto senso (1999)  Skyamalan si è rivelato il regista dell'invisibile, della vita oltre la morte;  ma anche The village (2004) é stato un momento importante del suo percorso, dove solo l'amore dimostra di saper superare le nostre paure ancestrali. Il regista indo-americano  è anche molto bravo nel saper  impregnare le sue sequenze di un allarme emotivo che riesce a mantenere sempre desta l'attenzione dello spettatore ma in quest'ultima opera sembra uscire  dai limiti che finora si era posto:  finisce per sconfinare nel gore (un uomo, raggiunto come gli altri dall'impulso al suicidio, si fa sbranare dalle belve, facendo guadagnare al film un vietato ai minori) e nell'horror puro come nella sequenza,  caricata di tensione oltre misura, della donna che vive da sola in una casa isolata.

Per fortuna il regista ama trattare anche in questo film un tema che gli è caro: quello della famiglia.  Una coppia in crisi recupera le radici del proprio amore e quando alla fine  la minaccia si dissolve nello stesso modo misterioso con cui era apparsa, riesce a costituire, con l'attesa di un figlio,  l'embrione di una nuova società con cui iniziare tutto dall'inizio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: rai4
Data Trasmissione: Lunedì, 22. Luglio 2019 - 23:00


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ALEXANDRA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 12:08
 
Titolo Originale: "ALEXANDRA"
Paese: RUSSIA, FRANCIA
Anno: 2007
Regia: Aleksandr Sokurov
Sceneggiatura: Aleksandr Sokurov
Durata: 110'
Interpreti: Galina Vishnevskaya, Vasily Shetvtsov, Raisa Gighaeva

Alexandra è la nonna di un giovane capitano delle truppe russe di stanza in Cecenia.  Ha avuto il permesso di raggiungere suo nipote e per qualche giorno condivide la vita dei soldati accampati ai bordi di una città. Simpatizza con questi giovani ragazzi di leva ma vuole anche andare in paese: incontra così una donna cecena, anziana come lei e scoprono che possono intendersi, come donne e come madri, al di là delle ostilità fra i loro due popoli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una nonna russa si incontra con delle donne cecene e riescono a comprendersi al di là della guerra che divide i loro due popoli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grande realismo nella descrizione dell'ambiente e dei personaggi, ritmo molto lento secondo i nostri parametri

Alexandra si muove con la pesantezza della sua età e della sua stazza ma ha un piglio deciso e sa quel che vuole. Il viaggio fino al campo militare dove è di stanza suo nipote non è agevole (prima un treno, poi addirittura su un carro blindato) ma non si vergogna di farsi aiutare da questi soldatini, loro sì molto impacciati, che potrebbero essere tutti suoi nipoti. Anche la vita nel campo fatto di tende in mezzo alla polvere e al fango, in un confort ridotto all'essenziale e all'odore di tutti quei rozzi soldati non la deprimono: riesce sempre ad avere i capelli a posto e il vestito in ordine. La storia si dipana lentamente in soggettiva su Alexandra, che di fatto riesce a parlare poco con suo nipote, spesso in missione e ha tutto il tempo per gironzolare per il campo, fra la costernazione di soldati e ufficiali, perché lei, moglie, madre e nonna di soldati, ha in un certo senso più diritto degli altri di conoscere e vedere tutto. Anche il regista è figlio di ufficiali e lo si vede, quando il nipote fa salire la nonna su un carro blindato e gli mostra con un certo orgoglio i vari comandi; non esita neanche a farle vedere come si impugna correttamente un fucile mitragliatore.

Ma Alexandra vuole andare più in là: con tono perentorio invita i soldati di guardia ad alzare la barra d'ingresso al campo per farla passare; in cambio comprerà per loro in paese dei pacchetti di sigarette.

Qui lo scenario cambia: palazzi sventrati, ragazzini che giocano fra la polvere e la sporcizia, gli sguardi ostili dei pochi giovani che incontra e che fanno finta di non conoscere il russo. Solo una donna incontrata al mercato le parla, la vede affaticata e la invita a casa (una casa misera, sventrata dai proiettili) a prendere un tè insieme. Le due donne si intendono subito: la loro è stata una vita di poche gioie ma tante attese e sofferenze, per dei  mariti e dei figli coinvolti in vario modo nella guerra. Toccherà proprio a uno di quegli adolescenti taciturni e ostili, parente dell'anziana donna cecena, a riaccompagnare Alexandra al campo. Il giovane ne approfitterà per chiederle perché le truppe russe non se ne vanno lasciandoli in pace; lei non entra in temi politici che sono più grandi di lei, ma è fiduciosa che le due etnie potranno intendersi.

Il film è tutto qui. Alexandr Sokurov autore impegnato sul tema del potere e della dittatura (su Hitler su Stalin, su Lenin, su Hirohito,..) e che non disdegna soluzioni tecniche ardite (L'arca russa è il più lungo piano-sequenza realizzato in un racconto cinematografico), qui si contraddistingue per la sua linearità e semplicità. Anche se non usa il piano-sequenza, Sokurov racconta minuto per minuto cosa accade, anche nei silenzi e quando c'è poco da dire. Qualcuno ha accusato l'autore di essere stato troppo "tiepido" nell'affrontare la guerra cecena: in effetti la guerra è presente in modo solo indiretto, attraverso la colonna dei blindati che lascia ogni mattina il campo e le immagini dei palazzi sventrati dai colpi.  Ma il regista aveva bisogno di creare silenzio intorno, per lasciare che si ascoltassero le voci di quelle donne che proprio perché madri e nonne, sentono in modo più diretto e istintivo, la necessità della pace.

Il film, un po' difficile per i nostri palati troppo sofisticati (per la lentezza del racconto, per l'audio in originale con sottotitoli in italiano) si fa apprezzare per come è riuscito a scolpire con estremo realismo personaggi di grande umanità .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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12

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 11:37
Titolo Originale: 12 razgnevannyh muzhchin
Paese: Russia
Anno: 2007
Regia: Nikita Mikhalkov
Sceneggiatura: Nikita Mikhalkov, Vladimir Moiseyenko, Aleksandr Novototsky
Produzione: TRITe
Durata: 153'
Interpreti: Nikita Mikhalkov, Sergei Makovetsky, Sergei Garmash, Aleksei Petrenko

Mosca, al giorno d'oggi. Un ragazzo ceceno è accusato di aver ucciso il suo patrigno. Le prove appaiono schiaccianti. La giuria popolare, formata da 12 uomini, si riunisce in camera di consiglio. Un solo giurato ha dei dubbi sulla effettiva colpevolezza del ragazzo; a poco a poco, rivedendo tutte le prove a suo carico, altri giurati iniziano ad essere meno sicuri del giudizio di colpevolezza...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
12 giurati riescono a metter da parte i loro pregiudizi per affrontare con coscienza priva di pregiudizi una causa di omicidio
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune raccapriccianti scene di guerra. Un linguaggio con espliciti riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima regia ma anche molto bravi tutti gli interpreti

Nel magnifico film La parola ai giurati (12 Angry Men-1957)  di Sidney Lumet , ricavato a sua volta da un'opera teatrale, 12 giurati hanno nelle loro mani la vita o la condanna a morte di un ragazzo di 19 anni accusato di aver ucciso il padrigno. 11 persone sono interessate sopratutto a fare in fretta (fa molto caldo) pressati dai loro impegni personali e invischiati in pregiudizi nei confronti  dei ragazzi dei quartieri malfamati della città. Solo il dodicesimo (interpretato da Peter Fonda) vuole cercare di capire, di entrare più in dettaglio, prima di emettere un giudizio di colpevolezza. La forza del film sta tutta qui: chiusi nella camera di consiglio gli uomini discutono, si confrontano, litigano fino a trovarsi concordi nell'evidenza dell'insufficienza di prove.

"Ho sempre pensato che questa è la cosa più notevole della democrazia: noi siamo stati invitati per posta per venire in tribunale per decidere sulla colpevolezza o innocenza di un uomo che non abbiamo mai visto prima. Non abbiamo nulla da guadagnare o da perdere col nostro verdetto. E' proprio per questo signori che siamo forti " dichiara uno dei giurati.

Attraverso le parole di questo bravo cittadino si manifesta l'anima pulsante del film: grazie all'esistenza di una vera democrazia, sotto lo stimolo di pochi  "eroi" che sono in grado di dare il buon esempio agli altri, giustizia e verità trionferanno.

Nikita Mikhalkov, che aveva già curato la versione russa dell'opera teatrale, riprende il film del '57 trasferendolo in una Mosca di oggi, apparentemente con poche varianti: ora l'accusato è un ragazzo ceceno, la scena si svolge non nella sala del consiglio ma in una palestra, perché l'edificio del tribunale è in ristrutturazione. Il film è meno claustrofobico, perché vi sono saltuarie riprese in esterno che servono a farci conoscere l'infanzia del ragazzo nel pieno del conflitto ceceno.

La dinamica è la stessa: persone di varia estrazione che guardano l'orologio cercando di chiudere al più presto la seduta, molti pregiudizi (questa volta contro i ceceni e gli ebrei) ma un solo giusto che invita gli altri a riflettere prima di emettere il verdetto.

Il realtà il lavoro di Mikhalkov, è profondamente diverso nello spirito.

E' significativo a questo proposito il colloquio fra due giurati in presenza di tutti gli altri: "Da diversi secoli il mondo civile si muove seguendo la legge" osserva il primo quasi a rievocare il suo collega americano nel film del '57. L'altro, che si considera il vero portavoce dell' "anima russa", ribatte: La legge è astratta, è priva di anima, non è viva. Un russo non vive senza un rapporto interpensonale, secondo l'equazione se non rubo non vado in galera" Un esempio tipico, osserva il giurato è questa palesta: costruita male, con le tubature in evidenza, tutto è stato aggiustato alla meglio, perché " esistono rapporti interpersonali, rapporti russi".

Nel film americano prevale il tema della validità delle prove, attraverso l'impiego di una logica rigorosa; conosciamo in modo indiretto la vita privata dei vari personaggi attraverso le poche parole che si scambiano  durante i minuti di pausa. Nel caso del film russo è diverso: a turno i dodici personaggi mettono a nudo se stessi con una lunga confessione: raccontano di debolezze avute nel passato, del modo con cui quel ragazzo che debbono giudicare non è molto dissimile da loro quando erano giovani o ricordano di come loro stessi, in qualche momento di fragilità, si sono potuti salvare solo grazie alla solidarietà degli altri.
Se nel film del '57 prevale quindi la fiducia nella democrazia e nella forza della ragione, qui siamo più dalle parti di Dostoevskij, della fiducia dell'uomo di risollevarsi dalle proprie colpe, del  "Chi è senza peccato alzi la prima pietra ".

L'apologia dell'animo russo è un tema ricorrente nella produzione di Mikhalkov; significativo a questo proposito Il barbiere di Siberia - 1998: , il rispetto della propria dignità,  della parola data, l'orgoglio verso il paese in cui si è nati ne erano le motivazioni principali. In questo "12", l'autore non rinuncia a un finale non presente nel film del '57 ma molto "russo": Mikhalkov, che è anche uno degli interpreti e figura come un ex- ufficiale, cercherà da solo di aiutare il ragazzo per individuare i veri colpevoli.
Alquanto ambigua la posizione dell'autore nei confronti della guerra cecena (ben lontano dal pacifismo di Alexandra): i genitori del ragazzo ceceno vengono brutalmente uccisi durante il conflitto e la scena finale sembra alludere al fatto che gli assassini siano proprio dei guerriglieri ceceni, non le truppe russe.

Il film riesce a tenere desta l'attenzione dello spettatore nonostante le sue due ore e mezza, grazie all' abilità dell'autore e alla notevole bravura dei protagonisti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 11:26
Titolo Originale: "UN GIORNO PERFETTO "
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Ferzan Özpetek, Sandro Petraglia dal romanzo di Melania Mazzucco
Produzione: Domenico Procacci per Fandango, Raicinema
Durata: 105'
Interpreti: Valerio Mastrandrea, Isabella Ferrari, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo, Federico Costantini

Emma e Antonio sono separati da circa un anno ma lui, poliziotto di scorta ad un politico inquisito, non ha accettato la cosa e continua a tormentare la moglie per convincerla a tornare insieme. Una notte la polizia è convocata dai vicini di casa che hanno sentito degli spari nella casa di Antonio. Il film segue le ventiquattrore precedenti a questo momento e ci conduce pian piano verso l’inevitabile tragedia, mentre le vite di Antonio, Emma e dei loro figli si intrecciano con quelle di altri personaggi problematici sullo sfondo di Roma.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia tradizionale è in crisi e non c’è bisogno di cercarne la ragione, perché, forse, questo è il suo stato inevitabile. Questa è la convinzione di Ferzan Özpetek.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di tentato stupro, numerose scene di tensione e violenza.
Giudizio Artistico 
 
Scene madri di gusto dubbio, storie che si aprono e non si chiudono, comportamenti patologici privi di motivazioni, ambientazioni lontane da un minimo realismo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BURN AFTER READING A PROVA DI SPIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 10:59
Titolo Originale: Burn After Reading
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Produzione: Ethan Coen, Joel Coen, Tim Bevan ed Eric Fellner per Working Title Films, Mike Zoss Productions
Durata: 95'
Interpreti: George Clooney, Tild Swinton, Brad Pitt, John Malkovich, Frances McDormand

Osbourne Cox è un analista della CIA che si trova da un giorno all'altro senza lavoro. Decide di scrivere le sue memorie ma distrattamente lascia il CD del suo lavoro nella palestra di fitness che frequenta. Se ne accorgono Linda e Chad che lavorano nella stessa palestra e decidono di ricattare Cox, anche perché Linda ha bisogno di 50.000 dollari per farsi un intervento di chirurgia estetica. Al rifiuto di Cox i due decidono di rivolgersi ai russi...Nel frattempo Harry, un ex poliziotto dipendente del ministero del Tesoro ha una tresca con la moglie di Cox e finisce per scoprire le manovre di Chad...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un mondo senza senso dei fratelli Coen, non c'è alcuna condanna per il consumismo sessuale ed altri vizi dei protagonisti ma questi sono solo un'occasione per costruire situazioni surreali
Pubblico 
Maggiorenni
Bestemmie e dialoghi con frequenti allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottimo tratteggio sopra le righe dei loro personaggi da parte di George Clooney e Brad Pitt ma la sceneggiatura è molto semplice

In questa storia di quarantenni-cinquantenni (ovviamente senza figli), Linda (Frances McDormand)decide di farsi un trattamento completo di chirurgia estetica ed è disposta a tutto (vuole diventare una "donna nuova") pur di reperire i soldi necessari. Harry (George Clooney)  non si limita ad avere una relazione extraconiugale ma,  affetto da consumismo sessuale acuto, utilizza un sito Internet per cuori solitari per procurarsi  incontri sessuali di una notte; quando poi deve  fare un regalo alla sua mogliettina non trova idea migliore che costruirgli una sedia con incorporato un meccanismo per l'autoeccitazione. Ovviamente anche la moglie, scrittrice di candidi libri per ragazzi, spesso lontana da casa per motivi di lavoro si è organizzata la sua adeguata relazione extraconiugale. Fitness è tutto: Harry (George Clooney) si sente male se non si fa la sua corsetta quotidiana mentre Chad (Brad Pitt), massaggiatore da palestra, invece di camminare corre e non usa mai la macchina ma la bicicletta. Ovviamente i funzionari della CIA sono tutti molto stupidi mentre ogni volta che si cerca di contattare per telefono un'azienda di servizi, il sistema di risposta automatica non ti consente mai di farti parlare con chi vuoi. Completa il quadro un pastore ortodosso che è non stato capace di seguire con coerenza la propria vocazione ed ora è diventato un manager di una palestra di fitness.

Son questi solo alcuni dei risvolti della storia  e delle gag messi in piedi dai fratelli Coen per deridere sia le istituzioni che il comportamento privato degli americani d'oggi.

Si ride spesso ma la storia vira di più sul demenziale surreale che non sulla  satira, che avrebbe almeno  l'intento di sferzare per correggere. Qui invece sembra che il divertimento sia strettamente connesso al nonsense della nostra esistenza;  nessun personaggio riesce ad uscire dalla schiavitù dei mille vizi che ci consente la modernità; tutti sono fragili, paranoici,   irascibili per qualsiasi sciocchezza, rifuggono le persone tristi perché sono incapaci di  consolare gli altri ma desiderano solo venir consolati; tutti sono alla ricerca spasmodica  di "quello che è meglio per me stesso".

L'intreccio è molto semplice, una spy story che sembra quasi buttata giù da liceali impegnati a organizzare una allegra performance scolastica; il film si regge tutto sulla bravura dei protagonisti, che sembrano esser loro i primi a divertirsi.  Clooney è nevrotico e insicuro, carica le sue smorfie di stupore, terrore e perenne sospetto; Brad Pritt, autoironico nel suo improbabile ciuffo con meche bionda, nelle parti di un allenatore sportivo col il cervello lento a girare; Tild Swinton ormai specializzata nelle parti di donna algida e perfettina. L'idea dei protagonisti che si autoeliminano uccidendosi a vicenda non è certo nuova: risale al magnifico La signora omicidi del '55 con Alex Guinness e Katie Johnson, soggetto poi ripreso non a caso dagli stessi fratelli Coen nel 2004 con The ladykiller.

Quando il direttore della CIA viene a sapere che il caso si è finalmente concluso (per l'eliminazione di tutti i protagonisti) commenta: "almeno da questa storia abbiamo imparato qualcosa; ma che cosa?" e chiude il fascicolo del caso. Conclusione degna del vuoto di senso che  caratterizza anche quest'ultima opera dei Coen.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MATRIMONIO DI LORNA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 10:45
Titolo Originale: Le silence de Lorna
Paese: Francia, Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne
Sceneggiatura: Luc e Jean-Pierre Dardenne
Produzione: Luc e Jean-Pierre Dardenne, Denis Freyd e Andrea Occhipinti per Le Films du Fleuve/Archipel 35/Lucky Red
Durata: 105'
Interpreti: Arta Dobroshi, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione

Lorna, un’immigrata albanese in Belgio, ha accettato di sposare il drogato Claudy per ottenere la cittadinanza; dopo dovrebbe divorziare e risposarsi con un russo per far ottenere la cittadinanza anche a lui. Ma Claudy le chiede invece di aiutarlo a disintossicarsi e Fabio, il delinquente italiano che ha coinvolto Lorna nell’imbroglio, decide di risolvere la questione a modo suo. La morte di Claudy, però, porta Lorna a rivedere tutta la sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film descrive con straordinaria semplicità ed efficacia la perdita di coscienza comune a tutto l’Occidente ma anche la speranza che non sia così facile mettere a tacere né la coscienza né il cuore, nemmeno di fronte alle lusinghe del denaro, nemmeno di fronte al rischio della morte.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di tensione, una scena a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Dardenne scelgono uno stile meno arduo del solito ma anche un tono che abbandona talora l’asciutto realismo per la poesia e il romanticismo

I fratelli Dardenne (La promessa, L’Enfant, Rosetta tra i loro titoli più noti) scelgono uno stile meno arduo del solito (meno macchina a mano per stare addosso ai personaggi, immagini più aperte sul paesaggio cittadino, ma anche un tono che abbandona talora l’asciutto realismo per la poesia e il romanticismo) per raccontare una storia di immigrati che di fatto descrive con straordinaria semplicità ed efficacia la perdita di coscienza comune a tutto l’Occidente.

La storia di Lorna, del suo silenzio misterioso e triste (quello del titolo originale), che nasconde prima i suoi progetti e poi la sua disperazione, non è infatti solo quella di un’immigrata albanese decisa a realizzare i suoi sogni in un paese ricco e indifferente. Nel suo viaggio umano si possono leggere, infatti, indizi di una mentalità che rischia di diventare comune anche a chi immigrato non è.

A ben guardare, nei gesti precisi e ripetitivi della protagonista, inizialmente in pace con l’idea del suo matrimonio di comodo con un tossicodipendente destinato a finire con il divorzio, o meglio ancora, con l’auspicata morte per droga di lui, c’è tutto l’impossibile tentativo di controllare l’imprevedibilità (e la crudeltà) del mondo che la circonda, popolato, ma indifferente.

Gesti banali, ma rivelatori: borsa e portafoglio aperti e chiusi mille volte al giorno per amministrare quel denaro attorno a cui sembra dover girare ogni cosa, a cui bisogna sacrificare ogni sussulto di moralità, sotto cui si seppellisce la coscienza di un io che si ribella alla spietata manipolazione dell’essere umano. E poi chiavi che serrano porte e armadietti, tentano di costruire barriere intorno all’istintivo moto del cuore, ma poi anche di arginare il dolore e la disperazione del marito-fantoccio di Lorna.

La mancanza di un’autentica coscienza di sé della ragazza (che va ben oltre i sogni condivisi con il fidanzato e l’attenzione ai dettagli della vita quotidiana) è la stessa vertigine che ha inghiottito il marito di comodo Claudy (un tossico assistito con perfetta impersonale efficienza dal servizio sanitario belga, di fatto del tutto indifferente al suo destino), la stessa che ha convinto il taxista gangster Fabio che le persone vadano amministrate come pratiche da cui ricavare il massimo profitto e che spinge il vero fidanzato di Lorna, Sokol, ad accettare di esporsi alle radiazioni di un reattore nucleare in Germana per un migliaio di euro.

Una mentalità, questa, a cui lo Stato, con la sua gamma di servizi che vanno dall’assistenza alla disintossicazione (ma senza alcun follow up sui trattati...) al divorzio veloce e all’aborto on demand , offre la sua totale complicità, geloso solo nell’amministrare per l’appunto quel diritto di cittadinanza che è all’origine del triste mercato in cui è coinvolta Lorna.

Ma in agguato c’è il riemergere dell’umano: la disperata richiesta d’aiuto di Claudy forza i limiti che Lorna si è imposta, fa crollare le sue certezze, la spinge prima a tentare di trovare un compromesso impossibile, poi a rompere l’accordo che la lega al suo protettore/carnefice.

Nella sua ribellione c’è sicuramente un po’ di follia (e un’indulgenza al romanticismo che ha lasciato spiazzati i fan dei sobri Dardenne), ma anche la speranza che non sia così facile mettere a tacere né la coscienza né il cuore, nemmeno di fronte alle lusinghe del denaro, nemmeno di fronte al rischio della morte.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SEGRETO TRA DI NOI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 10:12
Titolo Originale: Fireflies in the Garden
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Dennis Lee
Sceneggiatura: Dennis Lee
Produzione: Senator International, Kulture Machine
Durata: 120'
Interpreti: Willem Dafoe, Julia Roberts, Ryan Reynolds, Emily Watson, Carrie-Anne Moss

Michael Taylor, un adolescente intelligente ma timido, ha seri problemi con il padre, professore universitario, duro ed esigente. Anche ora che è adulto e affermato scrittore, fra i due c'è un rapporto a distanza fatto di poche parole. La madre, finché è stato ragazzo si è sempre mostrata conciliante, forse anche troppo; per fortuna Michael da ragazzo aveva beneficiato dell'amicizia di Jane, la giovane sorella della madre, con la quale aveva passato ore spensierate nei periodi estivi. Ora Jane è sposata con due figli ed ha invitato i Taylor per una grande riunione di famiglia ma un incidente cambierà bruscamente i loro programmi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Viene svilito il valore della famiglia, capace di mantenere unite persone spesso diverse, ma incapace di formare persone fedeli e generose
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune intense situazioni di conflitto familiare
Giudizio Artistico 
 
Molti bravi attori ma lo sviluppo dei personaggi presenta non pochi aspetti contraddittori
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CLASSE - ENTRE LES MURS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:15
 
Titolo Originale: Entre les murs
Paese: Francia
Anno: 2008
Regia: Laurent Cantet
Sceneggiatura: Laurent Cantet, François Bégaudeau, Robin Campillo
Produzione: Haut et Court, France-2, Cinema canal+, Cinécinema, Cnssoficinéma, Cofinova4
Durata: 128'
Interpreti: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela

François è un insegnante di lettere che si è appena trasferito in una scuola media alla periferia di Parigi. In classe ci sono ragazzi di varie nazionalità e colore, spesso figli di immigrati clandestini con rischio di espulsione. François si impegna con il dovuto distacco professionale ma  cerca anche di  stabilire con loro un contatto umano; spesso però i rapporti sono difficili e basta una incomprensione, un eccesso di orgoglio e di autodifesa da parte dei ragazzi che tutto fallisce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore riesce a trasmetterci il grande valore ma al contempo la complessità del dialogo insegnante-alunno
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche frase scurrile dei ragazzi
Giudizio Artistico 
 
Un cinema verità straordinariamente realizzato dove la macchina da presa sembra scomparire e i ragazzi sono semplicemente se stessi

Può un mestiere essere così interessante da diventare il soggetto esclusivo di un film? Se io fossi un falegname, potrebbe essere interessante come impiego i miei attrezzi, come progressivamente il mobile prende forma? Per un falegname è probabilmente difficile; per un insegnante è stato possibile con questo film di Cantet (risorse umane-1999, a tempo pieno-2001). Non c' è un plot particolarmente avvincente ma la banale descrizione di un anno scolastico di un professore delle scuole medie ripreso esattamente in quello che deve fare: lunghe ore in classe a spiegare e a discutere con gli alunni, partecipare ai consigli dei professori, avere colloqui con i genitori.

Tutto qui certo, ma il "materiale"  che viene trattato è unico: si tratta di ragazzi. Ragazzi e ragazze che provengono da paesi lontani  e fanno ancora fatica a parlare il francese; ragazzi che hanno assorbito tradizioni dove ogni offesa va ripagata con la violenza; ragazzine di 14 anni che crescono e che alternano continuamente dolcezza e irascibilità. Ma anche il professore gioca un ruolo importante: sinceramente appassionato del suo mestiere, è desideroso di trasmettere le sue conoscenze, vuole conoscere sempre meglio i suoi alunni ma ci tiene alla disciplina e oltre un certo limite anche lui si arrabbia, non è più disposto a tollerare.

L'autore è stato bravissimo nel ricostruire questa "banalità", a presentarcela con un alto grado di realismo, ma al contempo a trasmetterci il grande valore di questa banalità, tutta giocata sull'equilibrio precario che esiste fra insegnante ed alunni. Basta una parola detta in un certo modo che i ragazzi la intendono come offensiva, si risentono, e il rapporto  continuamente si chiude e si riapre. Di film sulla scuola ne sono stati fatti tanti ed i francesi sembrano esserci particolarmente portati: basterebbe ricordare Essere e avere - 2002 (FilmOro) Les Choristes- I ragazzi del coro 2004 (FilmOro) , Ricomincia da oggi - 1999 (FilmOro) ma La classe ha delle sue peculiarità.

Il film non si preoccupa di fare uno studio sociologico dell'ambiente (almeno non in modo diretto), non cerca giustificazioni, non va fuori dell'aula a mostrarci lo stato di indigenza di questi ragazzi, le loro famiglie difficili; non si preoccupa della vita privata dell'insegnante, non ci fa sapere cosa fa fuori dell'aula, se è sposato o fidanzato. L'unico argomento che interessa a Cantet è il rapporto alunno-insegnante, la presa diretta di un essere umano  con un altro essere umano. Al contempo non gioca, come hanno fatto tanti altri film con i caratteri degli insegnanti, non mette in campo il professare buono contro quello cattivo: i professori hanno tutti giudizio, il preside ha grande saggezza ma nonostante questo le crisi scoppiano lo stesso, perché la situazione è obiettivamente difficile e l'equilibrio della classe è appeso a un filo.
Quando l'anno scolastico è ormai alla fine e François può in fondo tranquillizzarsi pensando che anche questa volta  i ragazzi hanno imparato qualcosa, una ragazza gli si avvicina: lei  ritiene di non aver imparato nulla e non vuol più continuare gli studi. François cerca di appellarsi a qualche interesse da lei provato nell'anno ma lei ribadisce di non aver ricevuto stimoli. Con questo finale inaspettato Cantet, sembra  rammentarci che c'è ancora tanto da fare per questi ragazzi e il rischio del vuoto è sempre dietro l'angolo.

A vedere film di questa qualità fa molta tristezza pensare a lavori potenzialmente interessanti (solo nel titolo) come il serial televisivo I liceali, andato in onda lo scorso inverno, che ha giocato sporco con lo spettatore stimolando  solo curiosità pruriginose sugli amori fra insegnanti e alunni, fra insegnanti fra loro, compreso un professore che approfitta della gita scolastica per portarsi in camera d'albergo una prostituta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Martedì, 3. Giugno 2014 - 21:15


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MIRACOLO A SANT'ANNA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:58
Titolo Originale: Miracle at St. Anna
Paese: USA /Italia
Anno: 2008
Regia: Spike Lee
Sceneggiatura: James McBride con la collaborazione di Francesco Bruni dal romanzo di James McBride
Produzione: Roberto Cicutto, Luigi Musini per On my Own, Spike Lee per Buffalo Soldiers in Italy, in collaborazione con Rai Cinema, Touchstone Picture, TF1 International, in associazione con Mediateca Regionale Toscana – Film Commission
Durata: 144'
Interpreti: Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Omero Antonutti, Luigi Lo Cascio

Toscana 1944, Seconda guerra mondiale. Quattro soldati americani appartenenti alla 92esima Divisione “Buffalo Soldiers”, interamente composta da militari di colore (tranne gli ufficiali), rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo da un crollo un bambino italiano. Senza che i superiori riescano a soccorrerli e con i tedeschi che incombono, i soldati familiarizzano con gli abitanti del borgo toscano, si prendono cura del bambino e incrociano la loro strada con quella di un imprendibile leader partigiano. La crudeltà della guerra non tarda a fare le sue vittime e ad aprire conti che verranno ch

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sul finale raffazzonato e sbrigativo, pende l’ambiguità morale della giustificazione di un omicidio: in nome di una giustizia che persegue i crimini di guerra si legittima anche lo spargimento del loro sangue e si nega dignità alla loro vita
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di battaglia, pur nei limiti del genere, potenzialmente impressionanti per i più sensibili; due scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
Spike Lee in questo film tende a diventare pedante, retorico e didascalico, così che Miracolo a Sant’Anna riesce a non essere né un grandioso film di guerra, né un commovente film drammatico né un vibrante film di denuncia.

In un ufficio postale nella New York del 1983 un immigrato italiano si reca ad  uno sportello per comprare dei francobolli. Il vecchio impiegato di colore che siede dall’altra parte non crede ai suoi occhi, riconosce nell’uomo qualcuno che non pensava avrebbe mai più rivisto e, senza esitare, estrae una pistola e lo fredda davanti a tutti. Perquisendo l’appartamento dell’impiegato, che rifiuta di collaborare e di difendersi dall’accusa di omicidio, la polizia recupera dal fondo di un armadio una scultura rinascimentale proveniente dai resti di un ponte fiorentino saltato in aria durante la seconda guerra mondiale. La notizia fa il giro del mondo e a Roma un ricco imprenditore sembra sconvolto leggendone sul giornale i particolari.

L’incipit di Miracolo a Sant’Annaprova ad essere il più accattivante possibile, semina indizi che attraversano tre epoche storiche e presenta un numero di personaggi buoni per almeno due film (infatti alcuni di essi spariscono nel nulla). Il tentativo, reso vano da una colpevole e micidiale indecisione stilistica (che effonde divagazioni ironiche in un contesto fortemente drammatico), è quello di avvolgere lo spettatore in un’atmosfera fatta di violenza e mistero, e di tenerlo sulla graticola fino allo scioglimento dell’intreccio. In mezzo, un lunghissimo flashback racconta alcuni episodi collegati alla strage di Sant’Anna di Stazzema, dove il 12 agosto 1944 i nazisti macchiarono le colline sopra Lucca con il sangue di 560 civili innocenti. A scatenare la rappresaglia – aggiunge prima il romanzo e poi la sceneggiatura di James McBride – sarebbero state le avventatezze di un gruppo di partigiani ed in particolare il tradimento di uno di loro. L’episodio, inventato ma – sia detto – tutt’altro che inverosimile, ha scatenato in Italia un vespaio di polemiche in cui politici e intellettuali ne hanno approfittato per contendersi o rinfacciarsi per l’ennesima volta “il sangue dei vinti”. Quello che interessa più di ogni altra cosa al regista, tuttavia, è dimostrare come sessanta anni fa la stessa America che accorreva in soccorso dell’Europa occupata doveva compiere ancora passi da gigante in patria per garantire ai propri figli di colore gli stessi diritti di tutti gli altri. Purtroppo quando Spike Lee sposa questa causa tende a diventare pedante, retorico e didascalico, così che Miracolo a Sant’Annariesce a non essere come potrebbe né un grandioso film di guerra, né un commovente film drammatico né un vibrante film di denuncia. Sul finale raffazzonato e sbrigativo, che riesce ad assumere anche toni trionfalistici e melensi del tutto fuori luogo, pende inoltre l’ambiguità morale della giustificazione di un omicidio: in nome di una giustizia che persegue i crimini di guerra e che punisce i traditori, si legittima anche lo spargimento del loro sangue e si nega dignità alla loro vita. Manca il perdono, la vera pietas, soprattutto perché nessuno dei personaggi viene davvero esplorato, di nessuno di loro si approfondisce la storia. Avremmo potuto commuoverci e trepidare come in Roma città apertae invece, anziché emozioni, dopo il sinistro crepitare delle pallottole restano solo tanti nomi dimenticati, sulle piastrine dei soldati o sulle croci di un cimitero.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Sabato, 8. Febbraio 2020 - 21:15


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