Dramma

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GIOVANI AQUILE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 10:50
 
Titolo Originale: Flyboys
Paese: Usa, Francia
Anno: 2006
Regia: Tony Bill
Sceneggiatura: Phil Sears, Blake T. Evans, David S. Ward
Durata: 139'
Interpreti: James Franco, Jean Reno, Jennifer Decker

Durante la I guerra mondiale, prima che gli Stati Uniti d'America abbandonassero la loro neutralità, venne costituita una Squadriglia Americana (poi ribattezzata Squadriglia Lafayette, dopo le proteste dei tedeschi) di aviatori volontari, in maggioranza americani, che combattevano sotto bandiera e con uniforme francese. Il film racconta, in modo molto aderente alla realtà, la storia di questi giovani che attraversarono l'Atlantico per combattere su di un mezzo che doveva ancora dimostrare la sua validità.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alcuni giovani di estrazione molto diversa rinsaldano la loro amicizia combattendo fianco a fianco
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche battaglia cruenta potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Spettacolari scene di duello aereo supportare da una valida computer grafica. La sceneggiatura si sviluppa con tranquilla diligenza sui sentieri dell'ovvio senza regalarci emozioni

Non sono pochi i film che sono stati fatti sugli assi dell'aviazione della I Guerra mondiale: Alì (Wings-1927), Angeli dell'inferno (Hell's Angels - 1930), La caduta delle aquile (The Blue Max - 1966) e Il Barone Rosso (The Red Baron - 1971).

Mentre i primi due ebbero un grande successo perché si rivolgevano a un pubblico non molto distante dalla realtà descritta  (Angeli dell'inferno, fu diretto con grande dispendio di mezzi  direttamente dal magnate Howard Hughes come ci ha ricordato di recente Martin Scorsese con il suo The Aviator -2004), i film degli anni sessanta e settanta recuperarono sopratutto il mito romantico e triste del Barone Rosso e la spettacolarità dei duelli aerei visti come una forma di western tardivo. Dopo arrivarono film come Top Gun (1986) e Pearl Harbour (2001) che spostarono l'interesse spettacolare su aerei di ben diverse prestazioni.

Perché rifare oggi un film su quei giovani temerari sui loro traballanti macinini? Se lo debbono esser chiesto seriamente i produttori che uno dopo l'altro hanno preferito rinunciare al progetto.

Non è stato certo d'accordo con loro il regista Tony Bill che appassionato di aerei d'epoca, voleva dire qualcosa di nuovo sull'argomento e sapeva che ora, più che nel passato era possibile, grazie alla computer grafica, raggiungere un estremo realismo nei combattimenti aerei. In questo il suo obiettivo è stato pienamente raggiunto (si noti il dettaglio dei proiettili che si avvitano nell'aria) e alla crudezza dei combattimenti aerei alterna poetiche sorvolate sulle foreste francesi. Il regista è come smanioso di raccontarci tutto quello che sa sull'argomento e la prima parte del film, quella dell'addestramento a terra degli aspiranti piloti è volutamente lunga in modo che anche noi, assieme a loro, imparassimo a manovrare quei fragilissimi trabiccoli, montati direttamente nelle tende del campo. Anche le frustrazioni dei primi combattimenti, i primi timidi successi, ci fanno percorrere il cursus honorum di quei giovani la cui probabilità di non tornare a terra era elevatissima.

L'altro asse portante del film, nelle buone intenzioni degli autori, era raccontare la storia di alcuni dei componenti della squadriglia Lafayette realmente esistiti; perfino il fatto che avessero come mascotte un giovane leone (nella realtà erano due) viene ricordato. Ecco Blaine, il giovane texano a cui hanno pignorato il ranch di famiglia e che non ha nulla da perdere; Jensen, cadetto di una famiglia di militari che deve assolutamente mostrare quanto vale; Beagle, scappato dagli Stati Uniti perché accusato di furto; Briggs, rampollo di una ricca famiglia che cerca di fare una volta tanto qualcosa di buono; Eugene, il primo pilota americano di colore ed infine Cassidy, il cinico asso temerario che non ha  nessuno che pensi a lui. E' questa la parte più debole del film, perché una volta tipizzati i personaggi, questi interagiscono fra loro in modo prevedibile, senza approfondimenti né evoluzioni.

James Franco, che abbiamo già visto come antagonista di Spiderman in tutti e tre i film della serie, viene posto sul piedistallo come divo, senza però che almeno in America, sia stato riconosciuto come tale. La bella attrice francese Jennifer Decker aggiunge la componente romantica alla storia ma ancora una volta l'incontro dei due si muove sull'ovvietà dello straniero che conoscendo poche parole della lingua nativa, cerca lo stesso di fare la corte a una  bellezza locale

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Via col vento

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 10:35
Titolo Originale: Gone with the wind
Paese: USA
Anno: 1939
Regia: Victor Flaming, George Cukor, Sam Wood
Sceneggiatura: Ben Hecht, John Van Druten, Jo Swerling, David O. Selznick, Sidney Howard
Produzione: David O. Selznick
Durata: 217'
Interpreti: Calrk Gable, Vivien Leigh, Leslie Howard, Olivia de Haviland, Thomas Mitcell

Nella Georgia del 1861, attraverso le peripezie e i matrimoni di un'egocentrica ragazza del Sud, Rossella O'Hara, viene dipinto un affresco melodrammatico ma spettacolare e coinvolgente della guerra di Secessione. Il film ha battuto tutti i record di spettatori paganti nella storia del cinema e continua ad avere grandi ascolti televisivi. La frase che la protagonista pronuncia alla fine del film: "Ci penserò domani. Dopotutto, domani è un altro giorno" è divenuta proverbiale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
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Tra il 1918, fine della Grande Guerra, vinta dagli americani, e la devastante crisi di Wall Street del 1929, si pongono le fondamenta dell’impero hollywoodiano. L’affermarsi della potente e influente industria della celluloide, sul piano storico naturalmente ha varie spiegazioni. L’utilizzazione del sonoro applicato per la prima volta nel 1927  dall’industria americana, dimostra abbastanza chiaramente come il cinema europeo abbia perso le capacità di innovazione tecnologica a vantaggio del cinema americano.

Naturalmente in ogni ricostruzione storica non c’è mai una sola causa in grado di illuminare il corso degli avvenimenti. Ed anche per l’ascesa di Hollywood sono varie le cause da analizzare. Certamente il suicidio della società (e del cinema) europea, imputabile soprattutto alla Grande Guerra e alle successive turbolenze rivoluzionarie del dopoguerra, che porteranno all’affermazione di vari regimi totalitari, di diverso grado ed intensità (in Russia, in Italia, in Germania e in Spagna), è un passaggio determinante. In seconda istanza occorre sottolineare come il sistema classico hollywoodiano è basato, a differenza di quello europeo, su una precisa politica produttiva. La cosiddetta «integrazione verticale»: la singola industria esercita una sorta di concentrazione, integrando appunto l’apparato produttivo, quello distributivo e quello legato all’esercizio (le sale cinematografiche). In altre parole la casa di produzione è al tempo stesso realizzatrice del film, distributrice e proprietaria di una consistente quantità di sale cinematografiche, necessarie  alla programmazione in pubblico dei film.

Anche in Europa, negli stessi anni, conosceremo un sistema simile in Unione Sovietica, Italia e Germania, con due nette differenze. La prima è di natura economica: queste tre industrie europee sono state statalizzate. La seconda è di natura ideologica: le finalità delle cinematografie europee non sono commerciali, ma pedagogico-politiche. Se Zukor poteva tranquillamente affermare che il pubblico che paga il biglietto ha sempre ragione, in Italia si dirà scherzosamente, ma non troppo, che Mussolini, il Duce, ha sempre ragione (lo stesso discorso, in maniera ancora più radicale, vale  per le cinematografie al servizio di Hitler e Stalin). Costante sviluppo della innovazione tecnologica applicata al cinema; centralità del modello di produzione industriale a «integrazione verticale»; organizzazione del lavoro orientata sul ciclo integrato proprio dello «studio system» e sul ruolo chiave del produttore: in un brevissimo arco di tempo Hollywood si afferma come la più potente industria cinematografica del mondo, modellata sulla fisionomia del capitalismo americano. Il sistema produttivo hollywoodiano si consolida nella forma di un oligopolio: un ristretto numero di compagnie formano un trust produttivo e distributivo. Abbiamo così il cartello delle «Big Five», composto da Paramount, Metro-Goldwin-Mayer (MGM), 20th Century-Fox, Warner Brothers e Radio-Keith-Orpheum (RKO, destinata a sparire presto).

Accanto alle cinque grandi sorelle vi sono poi altre tre compagnie minori (le «Little Three»): la Columbia, la Universal e la United Artists (fondata David W. Griffith, Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin e Mary Pickford, per garantire la distribuzione dei loro film). Naturalmente in questo sistema che si consolida di anno in anno, si ricavano uno spazio anche gli indipendenti come Walt Disney o alcuni produttori impegnati su progetti di qualità, o a basso costo, che le grandi compagnie non hanno tempo o non vogliono realizzare.

Uno di questi produttori è David O. Selznick. Se Nascita di una nazione (The Birth of a Nation), del 1915, è l’opera del genio americano della regia, David W. Griffith, Via col vento (Gone with the Wind), del 1939, è invece l’opera di un produttore, Selznick appunto. Fitzgerald aveva osservato come il produttore fosse riuscito a ridurre al minimo le intromissioni del regista,  relegandolo a singolo elemento del sistema. Ciò aiuta a spiegare, senza ricorrere a facili moralismi, un importante snodo storico-produttivo.

Tra il 1915, data di battesimo del classicismo hollywoodiano, e il 1939, data del raggiungimento del massimo splendore del sistema[21], la centralità del regista viene soppiantata dalla funzione del produttore. Selznick era nato nel 1902 in una famiglia ebrea di Pittsburgh di origini russe, quindi aveva da poco superato i trentacinque anni quando si imbarcò, con ostinazione, nella lavorazione di Via col vento[22]. Dopo gli studi alla Columbia University, approfittando delle conoscenze del padre Lewis, ben introdotto nel settore cinematografico, Selznick si trasferisce ad Hollywood, per lavorare alla MGM e, successivamente, alla Paramount, alla RKO, per poi tornare nuovamente alla MGM.

Selznick è un produttore di successo: un dirigente di lusso, certamente al servizio e al fianco dei proprietari delle grandi compagnie, ma dotato di notevole autonomia. Molto diverso da loro per ceto sociale e cultura: ma a loro complementare. Incarna alla perfezione il ruolo del produttore indipendente, proprietario di una casa di produzione, la Selznick International Pictures. La sua avventura produttiva dimostra come Hollywood nell’epoca classica sia un sistema apparentemente rigido, poiché basato sullo «studio system», una piramide con il produttore seduto al vertice, e al cui vaglio viene sottoposta ogni decisione. Selznick è un indipendente, lavora con chi vuole.

La regola è lo «studio system», la rigidità del sistema; ma la flessibilità dello stesso sistema consente l’eccezione (che conferma la regola)  rappresentata da  Selznick, capace di muoversi a perfezione all’interno della logica degli studios, esserne parte integrante (addirittura ha sposato la figlia di Louis B. Mayer, Irene Gladys, dalla quale divorzierà nel 1948), con un ampio spazio di manovra, nel ruolo di produttore di film difficili e di scopritore di nuovi talenti. Sarà lui a far girare il primo film negli Stati Uniti ad Alfred Hitchcock, Rebecca, la prima moglie (Rebecca), nel 1940. A lui si deve inoltre il lancio di star quali Fred Astaire, Katharine Hepburn, Ingrid Bergman e Vivien Leigh. E a lui si deve, come ricordato, la realizzazione di Via col vento. Senza la sua determinazione non sarebbe mai stato realizzato il film più importante della storia del cinema americano.

Ad osservare attentamente Via col vento, si notano notevoli somiglianze con Nascita di una nazione di Griffith. La differenza sta tutta nel modo di produzione. Griffith incarnò ogni ruolo: pensò al soggetto,  inventò gli intrecci narrativi, trovò il danaro, diresse ogni singola fase della lavorazione, dalle riprese al montaggio. E poi lanciò il film, sfruttando astutamente le polemiche suscitate per aumentare la curiosità ed eccitare il pubblico a mettersi in fila per vedere il film. Si eresse anche a paladino della libertà di espressione. Un vero autore. Adesso in Via col vento il compito di Griffith è stato rimpiazzato da Selzinck. Per un paio di anni il produttore lavora al soggetto.

Ha acquistato i diritti del best-seller omonimo scritto da Margaret Mitchell[23], vincitrice del Premio Pulitzer nel 1937, strappandole il consenso dopo una lunga trattativa e una somma di danaro considerevole, 50.000 dollari.

Lo propone alla Warner. Sembra fatta, ma incomprensioni sugli attori da utilizzare fanno saltare l’accordo. Allora Selznick decide di rivolgersi alla MGM, che garantisce l’apporto finanziario necessario per la colossale produzione.
Selznick, come Griffith, ha in mente di realizzare un grande affresco storico sulla Guerra di Secessione: gli avvenimenti storici debbono intersecarsi con un dramma d’amore. Per dirigere una macchina così complessa e dispendiosa, ci voleva un regista di polso e di talento. Selznick pensò di aver trovato la soluzione giusta affidandosi a George Cukor, ma non funzionò. Lo rimpiazzò con Victor Fleming: gli screzi fra i due furono tali da convincere il regista a prendersi una pausa, anche perché impegnato parallelamente sul set di un altro film, Il mago di Oz (The Wizard of Oz), in lavorazione nello stesso anno. Arrivò allora Sam Wood, ma non funzionò neppure lui. In attesa del ritorno di Fleming (che figura come regista nel titoli del film), vi fu un momento di assenza del regista, e Selznick di fatto esercitò quel ruolo. Selzinck non solo fece sentire la sua presenza dietro la macchina da presa, ma controllò ogni dettaglio della trasposizione per il cinema del romanzo, oltre alla scelta degli attori, le varie fasi del montaggio, la selezione delle musiche, il mondo dei lanciare  il film. 

In Via col vento la Storia ha una centralità determinante. E la Storia è il racconto della Guerra Civile americana. L’elezione avvenuta all’inizio del 1861 del repubblicano Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti, venne ritenuta una intollerabile minaccia per la sopravvivenza economica del South Carolina, che quindi decise di uscire dall’Unione, seguita successivamente da Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana e Texas. In aprile, dopo il passaggio di altri stati dalla parte dei confederati (Virginia, Arkansas, Tennessee e North Carolina), la «guerra di secessione» ha inizio.

Durerà sino al 1865, con un susseguirsi di battaglie cruente e distruttive, che talvolta non risparmiano l’inerme popolazione civile, molte delle quali vinte dai confederati sudisti, pur se quelle decisive, come la battaglia di Atlanta, in Georgia (22 luglio 1864), vengono vinte dagli unionisti nordisti. La guerra si conclude con la resa del generale sudista Lee al generale nordista Grant, avvenuta il 9 aprile del 1865 ad Appomattox Court House, in Virginia. I morti nel corso della Guerra Civile superano le 600.000 unità, e le distruzioni furono spaventose, come l’incendio della città di Atlanta o il bombardamento della città di Charleston, in South Carolina.

Via col vento è strutturato, esattamente come Nascita di una nazione di Griffith, in tre parti. Si apre con una premessa abbastanza breve, collocata nello scenario dell’imminente scoppio della Guerra Civile; poi passa alla lunga descrizione degli avvenimenti bellici; infine si conclude con un altrettanto lungo racconto degli avvenimenti del dopoguerra[24].

Il film narra, ricalcando l’intreccio narrativo del romanzo di Margaret Mitchell, la vita di due famiglie aristocratiche del Sud, gli O’Hara e il Wilkes, proprietarie di splendide residenze e di redditizie piantagioni di cotone, alimentate dalla docile manodopera degli schiavi neri.

La figlia maggiore degli O’Hara, Rossella (Vivien Leigh: nel romanzo il nome è Scarlett) è innamorata di Ashley Wilkes (Leslie Howard), ma questi è intenzionato  a  sposare la cugina Melania (Olivia de Havilland). Rossella è disposta a qualsiasi gesto pur di fermare il matrimonio, e decide di parlare direttamente con Ashley, per dichiarargli il suo amore.

A questo punto entra in campo l’avventuriero Rhett Buttler (Clarke Gable). Rhett viene presentato mentre l’entusiasmo per l’imminenza della guerra sta contagiando i giovani aristocratici, desiderosi di andare a combattere, sicuri della vittoria del Sud. Di altro avviso è Rhett: intervenendo sulla possibilità del conflitto, esprime serie perplessità sull’esito favorevole per i sudisti, vista la superiorità industriale, militare e navale dei nordisti. Il punto di vista di Rhett infastidisce Ashley, che lo considera un codardo, un uomo privo del senso dell’onore. Intanto Rossella non riuscendo a convincere Ashley di sposarla, ripiega sul fratello di Melania, Carlo (Rand Brooks).

I due matrimoni celebrati insieme, ad un giorno di distanza uno dall’altro, chiudono la premessa. Siamo così entrati nella seconda parte: la descrizione della guerra, vista da un ambito familiare (anche se calata nel più ampio contesto storico), essendo i mariti di Melania e Rossella entrambi partiti per il fronte. Le prime vittorie sudiste alimentano false illusioni. Rhett, spregiudicato e privo di morale come sempre, si imbarca in fortunati commerci, legati alla guerra, diventando rapidamente ricchissimo. Ma le vicende belliche per il Sud prendono una piega sfavorevole.

Le sconfitte si susseguono e le armate del Nord avanzano senza ostacoli. Rossella, rimasta vedova, ha deciso di trasferirsi nella città di Atlanta, raggiungendo così Melania. La speranza è sempre la stessa: rivedere Ashley.
Nel frattempo l’esercitò nordista ha sfondato le linee, e occupa Atlanta. Rossella viene messa in salvo dal provvidenziale intervento di Rhett, con la città in fiamme. Rhett durante la fuga dichiara il suo amore a Rossella, manifestandole anche l’intenzione di arruolarsi nelle truppe sudiste, pur se la guerra è ormai persa. Ma Rossella, ancora innamorata di Ashley, rifiuta. Tornata a casa Rossella trova lo sfacelo. Povertà, distruzione, mancanza di mezzi. Il vecchio mondo delle lussuose feste è svanito. Adesso spetta a lei, dopo la morte della madre e la malattia mentale del padre, prendere le redini della famiglia e dei possedimenti. Inizia la terza ed ultima parte: il dopoguerra. Le tasse imposte dai nordisti rischiano di divorare il patrimonio, non più florido come un tempo, degli O’Hara. Con l’acqua alla gola e bisognosa di danaro, Rossella decide di recarsi da Rehtt per avere un aiuto. Ma non ottiene nulla. Allora, con fredda determinazione, Rossella sposa per la seconda volta un uomo di cui non è innamorata, Franco Kennedy (Carrol Nye): lo fa per interesse. Riesce così a salvare la proprietà familiare. Rossella è rapita da una insospettabile avidità. Rimane però vedova per la seconda volta, dopo la morte violenta del marito, ucciso in uno scontro organizzato per punire degli sbandati che hanno tentato di aggredirla[25].

Rossella, di nuovo libera,  finalmente decide di sposare Rehtt, impossessandosi delle sue ricchezze. Dal matrimonio nasce una figlia, Diletta. Quest’ultima morirà pochi anni dopo, a causa di una accidentale caduta da cavallo. A breve distanza  muore anche Melania. Così Ashley, oggetto del desiderio di Rossella mai sopito, sempre più perso nei propri fantasmi determinati dalla frustrazione di sudista sconfitto e aggravati dalla scomparsa della moglie, adesso è libero.

Nel finale tutto si chiarisce. Ashley dichiara a Rossella di avere amato nella vita solo Melania; Rossella si convince allora che l’unico amore possibile è Rhett; Rhett ha deciso che non ne può più di quella donna capricciosa, volubile, sentimentalmente fredda, e l’abbandona. L’ultimo dialogo fra Rossella e Rhett sulla porta di casa è rimasto celebre: «Se te ne vai cosa sarà di me?» dice Rossella al marito. «Onestamente me ne infischio» è la risposta di Rhett. La battuta conclusiva la sceneggiatura l’assegna a Rossella, pronunciata tra le lacrime: «Troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno». L’immagine si chiude su un grande albero della tenuta degli O’Hara al rosso tramonto.

Via col vento è il film che nella storia del cinema, non solo di quello americano, ha fatto registrare il più alto incasso, stimato, con i dati aggiornati tenendo conto dell’inflazione, a 1.537.589.604 dollari[26]. Come interpretare numeri così stratosferici? Innanzitutto partiamo da un presupposto. Il film di Victor Fleming è stato soprattutto un successo popolare e internazionale.
La critica e gli studiosi di cinema difficilmente ravvedono nell’opera qualità artistiche[27]. Via col vento, il romanzo di Margaret Mitchell come il film di Victor Fleming, sono un tipico prodotto dell’industria culturale americana. L’opera letteraria, pur se vinse il Premio Pulitzer, non ha nulla di particolarmente rilevante per lo stile letterario; il film, pur se vinse ben undici Oscar, non lo deve certo alle qualità estetiche, pur se pregevoli. Romanzo e film non sono frutto di sperimentazioni, ma  condensati di luoghi comuni, semplificazioni, ovvietà.

Il lettore, e lo spettatore, sono accompagnati per mano in ogni fase della narrazione: sanno sempre cosa troveranno nella pagina o nell’immagine successiva. Sanno che i protagonisti sono degli sconfitti della Storia. Sanno che la loro vita era molto più dolce prima della guerra: ma non per questo hanno perso la fiducia. Rossella pur essendo una donna non si ferma davanti a nulla. Per tutta la vita sfida gli avvenimenti. E quando sono avversi non si perde mai d’animo. Si batte, sbaglia, è spinta da motivazioni riprovevoli, è bruciata da passioni mal indirizzate e non capisce i sentimenti degli altri.
Sposa tre uomini per convenienza e non per amore. Ne ha sempre amato uno; ma l’uomo non ha mai voluto saperne nulla di lei[28]. Un personaggio femminile così poco convenzionale è frutto della fantasia letteraria di una scrittrice dalla vita altrettanto poco convenzionale[29].

Margaret Mitchell, nata ad Atlanta nel 1900, inizia ad avere fortuna con il giornalismo, collaborando con l’«Atlanta Journal Sunday Magazine», specializzandosi in articoli storici e di costume. Ma è con le interviste che riesce a rivelare il proprio talento. L’intervista con il divo del cinema muto Rodolfo Valentino ne è un chiaro esempio[30]. Un aspetto ci aiuta a capire perché il romanzo di Margaret Mitchell abbia potuto smerciare il primo giorno di uscita 50.000 esemplari, e raggiungere 2.000.000 di copie vendute nel primo anno di programmazione del film, affermandosi come un modello di riferimento della letteratura popolare, rendendo il romanzo un elemento cardine della nascente e prospera industria culturale.
La costruzione di un mondo fantastico, costituito dall’esistenza di una felice aristocrazia sudista, composta da dame, cavalieri, feste, ricevimenti, cerimonie, abiti sontuosi. In molti, sin dall’apparizione nel 1939, hanno considerato Via col vento un film revanscista, impregnato di «mitologia sudista», ed espressione del punto di vista della classe bianca di proprietari di piantagioni di cotone. Insomma la simpatia per il «Sud bianco» di Margaret Mitchell, ampliata alla massima potenza dal maestoso Technicolor utilizzato per rendere ancora più affascinanti le quattro ore del film di Fleming, farebbe pensare ad un’opera (prima letteraria e poi cinematografica) a tesi, di parte, destinata piuttosto a dividere che non ad unire. Invece non è così. Come ha notato Melvyn Stokes, la Guerra Civile ha dato vita a due confitti.

Un primo conflitto armato, durato dal 1861 al 1865; un secondo, invece, culturale e intellettuale, iniziato con la fine della guerra e mai definitivamente sopito, spinto dalle ali del mito romantico del «Vecchio Sud»[31]. I sudisti persero, ma incarnarono l’aspetto della bellezza e della dolcezza della vita prima della rivoluzione. Si sono battuti, da aristocrazia dell’onore, per una causa persa in partenza. La travagliata ricostruzione degli Stati del Sud, dopo la sconfitta, è oggetto della seconda parte di Via col vento.

Se il primo marito Rossella lo ha sposato per dispetto e delusione, con un gesto impulsivo, gli altri due matrimoni sono stati dettati da fredda determinazione. Prima della guerra Rossella viveva nel lusso; dopo la guerra è costretta a sopravvivere, a far ricorso alla parte più nascosta e meno piacevole di se stessa, e anche quando riesce a recuperare la proprietà e ritrovare il benessere, nulla è più come prima. L’attaccamento alla terra, alla famiglia, alle tradizioni, per Rossella sono tutto. La vediamo in apertura del film immersa nella bellezza della tenuta familiare di Tara, dominata dalle maestose «dodici querce»: e lì la ritroviamo ancora nel finale, dopo aver attraversato il mare tempestoso della vita, della guerra, delle delusioni d’amore, dei dolorosi lutti. Le onde devastanti hanno portato via definitivamente il suo vecchio mondo.    

Via col vento, il film, può essere paragonato a Guerra e pace di Tolstoj più Il Gattopardo. Non tanto Il Gattopardo del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma quanto la sontuosa illustrazione per lo schermo operata da Luchino Visconti nel 1963. Le elaborate feste e balli aristocratici si mescolano all’incendio della città; i vestiti colorati e svolazzanti di Rossella si mescolano agli abiti laceri dell’ammasso di soldati feriti accampati in strada; i giardini ben curati, gli alberi ricoperti di foglie rosse, i meravigliosi occhi verdi di Rossella si mescolano al sangue degli sconfitti e alla devastazione delle armi. David W. Griffith aveva scritto la Storia  con la luce. Così si era espresso, trascinato dall’entusiasmo, il Presidente degli Stati Uniti Wondrow Wilson, visionando Nascita di una nazione alla Casa Bianca. Adesso David O. Selznick e Victor Fleming quella luce attraverso la quale si scrive la Storia - il cinema - erano riusciti a farla brillare più splendente che mai.   

 

[21]Che il 1939 debba considerarsi per la qualità della produzione un anno irripetibile, se ne trovano conferme sia in un’opera di divulgazione della storia del cinema americano, Charles Maland, Movies and American Culture in the Annus Mirabilis, in Ina Rae Hark (a cura di), American Cinema of the 1930s. Themes and Variations, Rutgers University Press, New Brunswick 2007; sia in una trattazione di notevole impegno storiografico, Tino Balio, Grand Design. Hollywood as a Modern Business Enterprise, 1930-1939, University of California Press, Berkeley 1993. Una rigorosa compilazione dei film americani prodotti nell’«anno mirabile» si trova in Tom Flannery, 1939. The Year in Movies, McFarland, Jefferson 1990. 

[22]Cfr., David O. Selznick - Rudy Behlmer, Memo from David O. Selznick, Viking, New York 1972.

[23]Il romanzo di Margaret Mitchell, Gone with the Wind,venne pubblicato nel 1936 dall’editore newyorkese Macmillan: la traduzione italiana avvenne l’anno successivo presso Mondadori, che lo pubblica ancora oggi (l’ultima edizione negli Oscar Mondadori è del 2008) nella stessa traduzione di Ada Salvatore e Enrico Piceni.

[24]Una corretta analisi strutturale, che scompone  il film in 42 sequenze e 7 cartelli, è stata condotta da Paola Cristalli, Victor Fleming. Via col vento Lindau, Torino 2001,   pp. 41-58.

[25]Nel romanzo di Margaret Mitchell la «spedizione punitiva» è stata organizzata da appartenenti al Ku Klux Klan: Selznick si oppose al fatto che ciò nel film venisse rappresentato direttamente.

[26]I dati economici di Via col ventosono tratti da boxofficemojo.com.

[27]La bibliografia su Via col vento è davvero striminzita: basta vedere quella contenuta in Paola Cristalli, Victor Fleming. Via col vento, op. cit., pp. 131-132.

[28]Il personaggio di Rossella è stato oggetto di uno studio di «gender», orientato da una visione femminista, da parte di Molly Haskell, Frankly, My Dear. Gone with the Wind Revisited, Yale University Press, New Haven 2009.

[29]Cfr., Anne Edwards,Road to Tara. The Life of Margaret Mitchell. The Author of “Gone with the Wind”, Hodder & Stoughton, Londra 1983.

[30]L’attività di giornalista dell’autrice di Via col vento è sinteticamente ben riassunta in Patrick Allen (a cura di), Margaret Mitchell, Reporter, Hill Street Press, Atlanta 2000.  

[31]Cfr., Melvyn Stokes, Gone with the Wind (1939) and the Lost Cause. A Critical View, in James Chapman - Mark Glancy - Sue Harper (a cura di), The New Film History. Sources, Methods, Approaches, Palgrave Macmillan, Londra 2009, p. 13.

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Sabato, 14. Dicembre 2019 - 21:20


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HACHIKO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 13:19
 
Titolo Originale: Hachiko. A dog’s story
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura: Stephen P. Lindsey
Produzione: Richard Gere per Inferno Production/Grand Army Entertainment/Opper Viner Chrystyn Entertainment
Durata: 93'
Interpreti: Richard Gere, Joan Allen, Sarah Roemer, Cary-Hiroyuki Tagawa

Una notte di dicembre il professore di musica Parker Wilson trova un cucciolo di razza Akita e decide di tenerlo, nonostante i primi dubbi della moglie. Il rapporto tra uomo e cane si approfondisce, il cucciolo cresce circondato di mille attenzioni e soffre talmente di nostalgia, da accompagnare ogni giorno il padrone e venirlo a prendere alla stazione del treno, anche dopo anni dalla morte improvvisa del professore, diventando un esempio di fedeltà riconosciuto da tutti. La storia è veramente accaduta negli anni Trenta a Tokyo: la statua di Hachiko aspetta ancora fuori dalla stazione di Shibuia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un caso di fedeltà assoluta di un cane al suo padrone ma anche di affetto del secondo per il primo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il tono e lo spessore dei personaggi sono da pubblicità di facili emozioni: lucine natalizie, turbini di neve e nuvole di fiato, tutti gentilissimi e sorridenti. Gli umani fanno da contorno al cane

In questo remake di un film giapponese del 1987, è l’uomo a essere adottato dal cane, per giunta di una razza altera e poco incline a compiacere i bipedi con numeri da circo. Sembra il destino ad aver portato Hachiko da un lontano tempio giapponese ai piedi di un sensibilissimo professore del New England, in una sera tempestosa. Il tono e lo spessore dei personaggi sono da pubblicità di facili emozioni: lucine natalizie, turbini di neve e nuvole di fiato, tutti gentilissimi e sorridenti. Gli umani fanno da contorno al cane, il cui autorevole punto di vista è assunto spesso, con soggettive in bianco e nero che puntano le salsicce sul barbecue, o la stanza da letto che l’adorato padrone divide con la legittima moglie Cate. La quale all’inizio è a ragione preoccupata per il marito: lo trova addormentato sul divano davanti alla tv, mentre il cucciolo mangia i popcorn dalla ciotola comune, o ne osserva i vani tentativi, a carponi nell’erba, mentre mostra all’animale come riportare una pallina quando la si lancia... e opta per una politica di tolleranza.

La vita scorre placida, la figlia della coppia si sposa e ha un bambino (è lui, anni dopo, a raccontare in classe la storia di Hachiko), finché una mattina il cane riporta a Parker la pallina, ed egli ripete troppe volte che tornerà alle cinque: muore prima, durante una delle pochissime scene in cui lo vediamo fare il suo mestiere. Durante il funerale viene letta una sua lettera che inserisce quasi a forza nella narrazione una straniante lezioncina di Gere-pensiero sul senso della vita, della morte, di Dio e dell’uomo, probabilmente una concessione in cambio del contributo alla produzione del film.

Da qui inizia la seconda parte della storia: mentre la fotografia si fa man mano più seppiata, si ripete durante le stagioni e gli anni seguenti il rito giornaliero dell’attesa alle cinque del pomeriggio: Hachiko è sempre più macilento perché ha scelto di vivere da randagio e il piazzale davanti alla stazione diventa la sua casa, il venditore di hot dog il suo amico nonché fonte di cibo. L’animale finisce sul giornale per la sua storia di strenua attesa fiduciosa, e muore sognando di rivedere il padrone.

Saremo forse insensibili più che cinofili, ma non abbiamo versato una lacrima. Resta il fatto che da un opportuno lavoro di potatura risulterebbe uno spot di raffinati biscotti per cani.

Autore: Chiara Ferla Lodigiani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GUERRA E PACE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 13:00
 
Titolo Originale: "GUERRA E PACE"
Paese: Italia, Russia, Francia, Polonia, Germania, Spagna
Anno: 2007
Regia: Robert Dornhelm
Sceneggiatura: Enrico Medioli, Lorenzo Favella, Gavin Scott dal romanzo di Lev Tolstoj
Produzione: Lux Vide, Rai Fiction, Canal Rossia, Eos Film, Pampa Production, Baltmedia Projector, Grupo Intereconomia
Durata: 4000'
Interpreti: Alessio Boni, Clemence Poesy, Alexander Beyer, Andrea Giordana, Violante Placido, Malcom McDowell, Valentina Cervi, Anna Caterina Morariu, Tony Bertorelli

La storia di due famiglie della nobiltà russa, i Rostov e i Bolkonski, in un arco di tempo che va dal  1805 al 1812, durante il periodo dell'invasione napoleonica. La giovane Natashia Rostov incontra il principe Andrea Bolkonski a un ballo e se ne innamora subito, anche se sa che lui è sposato. Pierre Besukov è figlio naturale di un ricco principe che, riconoscendolo in punto di morte, lo rende erede universale. Nel suo nuovo stato subisce le attenzioni dell' ambiziosa cugina Helene che riesce a farsi sposare anche se presto risulterà evidente una forte  incompatibilità di carattere. Il Principe Andrea, forgiato dal padre ad avere un forte senso del dovere e dell'onore,  scopre la felicità proprio accanto alla sensibile Natasha (nel frattempo la moglie è morta di parto) mentre Pierre cerca un significato alla sua esistenza nel migliorare le condizioni di vita dei suoi contadini. Ma intanto Napoleone è alle porte di Mosca...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ricerca dell'amore, della felicità, il significato della vita, gli interrogativi sull'esistenza dell'aldilà sono tematiche che muovono i personaggi positivi sia pur con angolature diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Attori ben scelti e molto bravi, sceneggiatura che recupera non solo le componenti romantiche ma anche filosofiche del grande romanzo, sontuose sceneggiature
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA GUERRA DI MARIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 12:47
 
Titolo Originale: LA GUERRA DI MARIO
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Antonio Capuano
Sceneggiatura: Antonio Capuano
Produzione: Domenico Procacci, Nicola Giuliano, Francesca Cima
Durata: 100'
Interpreti: Valeria Golino, Marco Grieco, Andrea Renzi, Anita Caprioli

Il piccolo Mario, vittima di maltrattamenti familiari, viene affidato dal tribunale a una coppia non sposata della borghesia intellettuale napoletana. L’inserimento nella nuova famiglia non va come previsto: Giulia ricopre Mario di un amore generoso, ma privo di regole; Sandro non riesce a entrare in rapporto con lui, e finisce per allontanarsi anche da Giulia; Mario si chiude in un mondo inaccessibile, fatto di ricordi, immaginazione e durezze. 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Grande merito dell'autore è aver affrontato il tema dell'adozione, anche se sembra che propenda più per un amore senza regole, più che verso un impegno educativo
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, linguaggio volgare
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Valeria Golino. Capuano, con uno stile scabro, che concede poco al patetismo a alla lacrima facile e una sceneggiatura molto attenta alle parole, sa affrontare un difficile problema con una difficile soluzione

La guerra di cui parla questo intenso e problematico film di Antonio Capuano è quella che tutti dobbiamo combattere, ogni giorno, contro una realtà che ci chiama continuamente a rischiare, a esporci, ad azzardare un contatto. È la guerra che dobbiamo fare a noi stessi, in ogni istante, per entrare in comunicazione con l’altro. La guerra di Mario, bambino difficile, alle spalle un’infanzia di abusi e violenza, che si chiude in un mondo impenetrabile di ricordi e immaginazione. La guerra di Giulia, la sua madre “temporanea”, che lo investe di un amore incondizionato eppure insufficiente, fatto di trasporto sincero ma anche di evidente inadeguatezza.

Sono molte le provocazioni messe a fuoco da questa storia di un affido familiare non riuscito, ambientata in una Napoli poco conciliante, divisa tra i bassifondi degradati di Ponticelli e le panoramiche mozzafiato di Posillipo, che invano si sforzano di stabilire un dialogo.

Ma al centro della riflessione di Capuano non c’è tanto un atto di accusa contro la società e la sua divisione in caste, così estrema ed evidente in una città come Napoli: c’è piuttosto un viaggio, più profondo e radicale, nel concetto stesso di accoglienza. Cosa significa accogliere? Come si può aprirsi veramente all’altro, procurargli quello di cui ha bisogno?

“Come farà a essere felice?” È questa la domanda che accompagna il bel personaggio di Giulia, splendidamente interpretato da una intensa Valeria Golino. Giulia è benestante, colta, bella, in più ha anche un grande cuore, e con Mario ha davvero voglia di mettersi in gioco, senza riserve. Eppure tutto questo non basterà. Non solo perché le assistenti sociali e la psicologa, con i loro scrupoli giusti ma un po’ “burocratici”, cercano di dare delle regole alla impulsiva permissività del suo amore. Non solo perché Sandro, il suo compagno, nonostante tutta la buona volontà, non riesce a entrare in rapporto con Mario, che lo tiene fuori dal suo mondo, allontanandolo a poco a poco anche da Giulia. Non solo perché Mario non è semplicemente la somma dei suoi problemi. Non solo perché Giulia commette un errore nel tentativo utopico di mantenere i rapporti con la famiglia di origine, una coppia che vive nello sfacelo, prima umano che sociale.

A ben vedere, il vero errore di Giulia – e di Capuano, che tifa chiaramente per lei nel “braccio di ferro” con le assistenti sociali - è quello di pensare che “Mario non vuole essere educato, vuole essere accolto”.

Il punto è che accoglienza ed educazione sono due facce della stessa realtà: non educhi se non accogli, ma non accogli veramente se non educhi. Perché Mario cresca libero e felice, come Giulia giustamente si augura, ci vuole anche qualcuno che sappia dirgli di no, che gli dia un’ipotesi di vita, e non si limiti a lasciarlo esprimere. Contrariamente a come li rappresentano Capuano e tanti altri cineasti, i bambini non sono creature “pure” e sapienti che hanno solo da insegnare ad adulti immaturi: al contrario, per crescere felice, un bambino ha strutturalmente bisogno di non essere sempre assecondato, di capire che non tutto ciò che è auto-espressione è automaticamente buono. Essere introdotti alla realtà significa anche questo, ed è più facile impararlo dentro una famiglia, in cui padre e madre si sostengano e si completino nel ruolo educativo.

Infatti, anche se nel film suona come una palese “ingiustizia” (almeno come contraccolpo emotivo), la considerazione finale delle assistenti sociali, e cioè che Mario abbia bisogno di una famiglia unita, con un padre e una madre regolarmente sposati, non è affatto inadeguata.

Ma resta profondamente vera anche l’intuizione iniziale di Giulia, e cioè che se per prima cosa non si accoglie, non si potrà mai entrare in contatto con l’altro. Infatti Sandro, ancora troppo poco disposto a “rischiare”, rimane tagliato fuori dal misterioso, imperfetto eppure forte, reale, commovente legame creatosi tra Mario e la sua madre temporanea, che a poco a poco, dopo aver tanto aspettato, si sente finalmente chiamare “mamma”.

Giulia, che con Mario ha conosciuto la “gioia della responsabilità”, ma ha scoperto anche la sua manchevolezza, si troverà infine di fronte a una maternità naturale, del tutto imprevista. E solo allora si renderà conto di quanto, a sua volta, le sia mancato un esempio positivo a cui guardare. Di quanto sia dura crescere un bambino, se per primi si è stati abbandonati. Di come essere soli renda il compito educativo ancora più difficile.

Con uno stile scabro, che concede poco al patetismo a alla lacrima facile, e una sceneggiatura molto attenta alle parole, Capuano ci mette di fronte ad alcuni nodi fondamentali della nostra esperienza e della nostra società: la maternità, l’accoglienza, l’educazione, la necessità di avere qualcuno da cui imparare tutto questo. La chiave è problematica, non ci sono risposte chiare, anche perché la storia lascia irrisolti alcuni fondamentali punti interrogativi, non spiegandoci i motivi per cui hanno ragione o sbagliano Giulia e gli assistenti sociali. L’impressione finale, comunque, è che il film sia sbilanciato verso un elogio dell’amore senza regole, che tuttavia non può essere una vera risposta al problema educativo. Resta il merito di aver affrontato l’argomento, e con grande radicalità. Di questi tempi non è poco.

Autore: Chiara Toffoletto
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Giovedì, 5. Aprile 2012 - 15:20


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GIORNI E NUVOLE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 12:24
Titolo Originale: "GIORNI E NUVOLE"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli,, Silvio Soldini
Produzione: Lionello Cerri per la Lumière & Co., Tiziana Soudani per Amka Films
Durata: 116'
Interpreti: Margherita Buy, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Alba Rohrwacher, Fabio Troiano

Elsa presenta la sua tesi di laurea con successo. Michele suo marito, gli ha preparato una sorpresa: tornando a casa (una bella casa con vista sul golfo di Genova) tutti i suoi amici le sono intorno per festeggiarla. C'è anche Alice, la figlia ventenne con il suo ragazzo Riki, non molto ben visto perché lavora in un piccolo ristorante che gestisce assieme alla stessa Alice. La mattina dopo Elsa si stupisce nel vedere il marito ancora a casa: ora che lei si è laureata, le spiega Michele, può anche dirle la verità: lui, dirigente di cinquant'anni è stato estromesso  dalla società da lui stesso cofondata: da due mesi non ha un lavoro. Elsa si arrabbia molto per non essere stata informata prima e insieme si mettono a controllare quanti soldi sono loro rimasti.....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte a una disoccupazione prolungata, l'unico antidoto è chiedere la solidarietà degli amici e dei propri cari
Pubblico 
Maggiorenni
Due giovani iniziano a convivere, dopo una litigata della ragazza con il padre. La protagonista si concede una parentesi sessuale di una sola notte
Giudizio Artistico 
 
La tematica del film è tutto sommato semplice e per arrivare, dopo 116 minuti a una svolta positiva, si percepisce una certa ripetitività nel modo in cui Michele si arrabbia, si deprime, litiga con i suoi cari. Molto brava Margherita Buy

Dopo Pane e tulipani e Agata e la tempesta  potevamo essere indotti a pensare che Silvio Soldini si stava preoccupando  di costruire uno stile narrativo suo proprio: uno stile che puntava sulla levità e umanità dei personaggi arricchita,  nell'ultimo lavoro,   di una coloritura surreale. Con Giorni e nuvole il cambiamento di stile è radicale: ci troviamo di fronte a una sorta di cinema-verità dove la cinepresa sta addosso ai personaggi  e nessun dettaglio ci viene risparmiato di come, giorno per giorno, debbono fronteggiare la mancanza di soldi. Lei, amante dell'arte e restauratrice per hobby ma anche donna pratica, non esita ad accettare di lavorare in un call center e poi come segretaria, abbandonando tutti gli altri impegni. Lui reagisce in modo negativo: per puro orgoglio non vuole rivelare a nessuno dei suoi conoscenti né a sua figlia  la sua caduta , rifiuta un lavoro che gli avrebbe fatto guadagnare la metà della sua precedente posizione salvo poi, preso dallo sconforto, mettersi a fare il Pony Express. Unico diversivo è il trasloco in una casa più piccola aiutato da due suoi ex operai disoccupati come lui. Parentesi di breve durata perché i due uomini vengono assunti in  cantiere e lui torna a restare solo.  Insorge ben presto l'abulia: non pulisce casa quando la mattina resta solo; più si sente inutile e più è pronto a litigare  con la moglie e la figlia. Dal fondo su cui si è adagiato, Michele inizia a scoprire che non può fare a meno di vivere con l'affetto dei suoi cari: si riavvicina a sua figlia, prende finalmente l'iniziativa di fare uscire suo padre, bloccato su di una sedia a rotelle, per una visita all'acquario di Genova. Ritorna a vedere l'affresco che con tanta cura sua moglie aveva restaurato e le confessa di non poter vivere senza di lei.

Il film ha come due facce: una è quella sociale, che ci pone di fronte a una realtà ormai così comune a tante famiglie: quella del precariato e della disoccupazione, molto dettagliata in quelle che sono le opportunità più accessibile sul mercato del lavoro : è l'aspetto più prosaico e documentaristico del film. L'altra è la sfera privata, dove si confrontano due modi di reagire: quello di Elsa (una bravissima Margherita Buy) che affronta la realtà senza troppo recriminare sul passato e dopo un primo tentativo di nascondere il suo umiliante lavoro, decide di confidarsi con chi è per lei una vera amica. Infine la posizione di Michele, arroccata su una dignità schiva, orgogliosa e testarda che pretende di non aver bisogno di nessuno salvo poi ricredersi nel finale. Antonio Albanese rende il suo personaggio molto cupo e decisamente meno attraente, bloccato in una certa fissità espressiva. Una raltà a se stante è quella della figlia Alice (una  brava Alba Rohrwacher) e di Riki, che hanno fin dall'inizio fatto la scelta di non essere ambiziosi e si prestano serenamente alle molte fatiche che comporta la gestione di una trattoria. La tematica del film è tutto sommato semplice e per arrivare, dopo 116 minuti a una svolta positiva, si percepisce una certa ripetitività nel modo in cui Michele si arrabbia, si deprime, litiga con i suoi cari. Fanno da cornice alla storia belle inquadrature di una Genova invernale  e anche noi ci prendiamo una pausa dalle avversità, con i due protagonisti, in una gita in barca a vela fuori del porto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: CANALE5
Data Trasmissione: Lunedì, 5. Novembre 2012 - 23:15


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La solitudine dei numeri primi

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 12:07
Titolo Originale: La solitudine dei numeri primi
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Saverio Costanzo
Sceneggiatura: Saverio Costanzo e Paolo Giordano dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano
Produzione: Mario Gianani per Offside/Bavaria Pictures/Les Films Des Tournelles/Le Pacte in collaborazione con Medusa Film e Sky
Durata: 118'
Interpreti: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini, Filippo Timi

Alice e Mattia vivono la solitudine e il disagio generati da due diverse, ma complementari sofferenze. Apparentemente destinati all’emarginazione colgono la reciproca sofferenza e nel corso degli anni le loro vite si sfiorano e si intrecciano senza mai riuscire a creare un legame capace di “salvarli” da se stessi. Così entrambi sembrano abbracciare uno speculare percorso di distacco dal mondo e dalle persone; ma è proprio nel dolore che li schiaccia che forse per entrambi si potrebbe aprire la possibilità di un nuovo inizio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella storia compaiano praticamente solo rapporti familiari tendenzialmente distruttivi, in cui l’amore e la comprensione o sono assenti o appaiono perdenti
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo e di alta tensione
Giudizio Artistico 
 
La sottrazione di alcune connessioni tra i vari momenti della vita dei due protagonisti rende difficile cogliere in profondità il loro dramma e lo spettatore resta impossibilitato nell'esplorarlo fino in fondo
Testo Breve:

Trasposizione cinematografica di un clamoroso caso di un successo letterario, il film manca della profondità necessaria

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FUR - UN RITRATTO IMMAGINARIO DI DIANE ARBUS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 11:36
Titolo Originale: Fur: An Imaginary Portrait of Diane Arbus
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Steven Shainberg
Sceneggiatura: Erin Cressida Wilson, Patricia Bosworth, ispirata alla biografia Diane Arbus di Patricia Bosworth
Produzione: William Pohlad, Laura Bickford, Bonnie Timmerman, Andrew Fierberg
Durata: 122'
Interpreti: Nicole Kidman, Robert Downey Jr., Ty Burrell, Harris Yulin

Diane Nemerov (Nicole Kidman), figlia di ricchi commercianti di pellicce, ha imparato l’arte della fotografia dal marito Allan Arbus, fotografo di moda. Velatamente insoddisfatta della propria vita, non si decide però a mettere in pratica una svolta finché non conosce Lionel Sweeney (Robert Downey Jr.), bizzarro vicino appena trasferitosi nell’appartamento sopra quello degli Arbus. Freak in piena regola, ex-uomo lupo da circo ricoperto di pelo, si occupa ora di parrucche, produzione propria. Tramuterà una moglie stereotipata in donna trasgressiva di tendenza, dandole quello che apparentemente cerca: brividi underground e un kit completo di soggetti per foto disubbidienti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sembra sostenere che la motivazione che muoveva Diane riposasse unicamente sulla noia e sul desiderio di sentirsi sconveniente e mondana.
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche scena di nudo
Giudizio Artistico 
 
Il tema era interessante, ma il film non lo sa svolgere e lo tratta superficialmente appiattendolo su una dinamica commerciale
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EYES WIDE SHUT

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 11:26
Titolo Originale: EYES WIDE SHUT
Paese: USA/Gran Bretagna
Anno: 1999
Regia: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Frederic Raphael
Durata: 195'
Interpreti: Tom Cruise (Bill Harford), Nicole Kidman (Alice Harford)

Bill è un giovane medico; i suoi pazienti fanno parte dell’alta borghesia della Manhattan di oggi. La convenienza di coltivare la sua clientela lo obbliga a prender parte a tutte gli eventi sociali a cui è invitato. Quando Bill e la sua bella moglie Alice partecipano alla festa del loro amico-paziente Ziegler, restano coinvolti nel gioco più in voga in questi ambienti, cioè le schermaglie sessuali: lui viene circuito da due belle indossatrici dalle quali si libera a stento mentre lei, lasciata momentaneamente da sola, subisce le attenzioni di un signore desideroso solo di dimostrarle che il matrimonio è stato istituito per il solo gusto di render più stimolante il tradimento.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il Kubrick scienziato-positivista analizza i due protagonisti presi da oscure passioni come si studierebbero due topi di laboratorio
Pubblico 
Adulti
Per le molte scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
Film ben fatto ma complesso nei suoi risvolti psicoanalitici
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ESPIAZIONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 11:02
Titolo Originale: Atonement
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2007
Regia: Joe Wright
Sceneggiatura: Christofer Hampton tratta dall'omonimo romanzo di Ian McEwan
Produzione: Working Title Films
Durata: 123'
Interpreti: Keira Knightley, James McAvoy, Romola Garai, Saoirse Ronan, Vanessa Redgrave

Nella casa di campagna della ricca famiglia Tallis,  nell'estate del 1935, Bryoni ha 13 anni e sta finendo di scrivere la sua prima commedia. Dalla finestra della sua camera scorge la sorella Cecilia che sta parlando con Robbie, il figlio della governante che ha potuto andare all'università grazie alla magnanimità del sig. Tallis e ne intuisce l'intesa.  Bryoni è gelosa della loro relazione e quando quella sera sarà l'unica testimone di un atto di violenza subito da  sua cugina, finisce per accusare ingiustamente lo stesso Robbie...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore fedele contro tutte le avversità. Il desiderio di riparare a un errore commesso in gioventù
Pubblico 
Adolescenti
Una sequenza molto rapida di violenza sessuale
Giudizio Artistico 
 
Due sequenze mirabili e una prova eccezionale della grande Vanessa Redgrave

Il regista non ha fretta. Sposta la cinepresa lungo i corridoi e le stanze della sontuosa villa  per presentarci i personaggi della storia:  la piccola e ambiziosa Bryoni, i due terribili cuginetti che non hanno alcuna voglia di recitare nella sua commedia, le cameriere e la cuoca che stanno preparando la cena per il ritorno del fratello maggiore assieme a un suo facoltoso amico; Robbie che lavora di pala e carriola sotto un sole cocente per poter restituire il prestito che ha ricevuto per pagarsi la retta universitaria e infine Cecilia: cosciente del suo rango e della sua avvenenza, tratta con ruvida confidenza Robbie, che conosce ormai da troppo tempo, da quando  giocavano da bambini in quella stessa villa.

In quella calda giornata estiva, le cose da fare sono poche ed insignificanti come in qualsiasi periodo di vacanza ma a poco a poco (il regista è stato bravissimo in questo) piccoli indizi rivelano o sembrano rivelare (il gioco fra ciò che vero e ciò che è apparente è il tema dominante di questa prima parte del film) verità e trasformazioni di atteggiamenti fino a poco prima impensabili: Cecilia e Robbie hanno il coraggio di dichiararsi la loro passione covata da tanto tempo sotto le forme di una falsa amicizia; Bryoni intuisce, vedendoli alla finestra, l'intesa fra i due e si sente tradita: segretamente innamorata anche lei di Robbie,  vede in quel che sta per accadere la rottura di un equilibrio durato fino a quel momento. Sente la necessità di correre ai ripari e lo farà nel modo più odioso, travisando quel che lei crede di aver visto e denunciando Robbie per aver violentato la cugina.
Dopo questa lunga sequenza, eccezionale per la sua  forza espressiva, il regista compone altri tre quadri: Robbie con l'esercito inglese battuto dai tedeschi sulle spiagge di Dunquerque, desideroso solo rivedere la sua Cecilia: Bryoni a 18 anni che lavora come infermiera in un ospedale di Londra e  che riflette sull'errore commesso; Bryoni anziana e ormai scrittrice famosa che durante un'intervista televisiva racconta come il suo romanzo (quello che noi vediamo nel film) sia molto diverso da quello che è accaduto nella realtà: unica cosa vera è il suo desiderio di espiare la colpa commessa cercando di "ridare vita" nelle sue pagine a una storia d'amore che per colpa sua non è potuta arrivare a compimento.

Se le due sequenze centrali non sono all'altezza della prima e appaiono quasi una deviazione dal tema centrale del film (da ricordare comunque, almeno da un punto di vista tecnico,  il lungo piano-sequenza che abbraccia tutti i soldati in attesa sulla spiaggia di Dunquerque colti in un'alternanza di noia, disperazione e attesa fiduciosa), la presenza di Vanessa Redgrave nella parte finale riporta ai livelli più alti il tono del film.
In un primo piano ininterrotto, calibrando le pause, facendo passare su i suoi occhi melanconia, tristezza e una felicità ormai troppo lontana, questa grande attrice ha la capacità di sintetizzare tutta  la  vita di Bryoni e dare un  significato forte a tutto il film: la malattia grave che l'ha colpita fa si che il suo romanzo autobiografico diventi una forma di testamento, la confessione pubblica di quel senso di colpa che l'ha accompagnata per tutta la vita e la storia dei due innamorati, attraverso il suo racconto, appare ancora più drammatica e struggente.

In conclusione un film non perfetto, forse per eccesso di ambizione, ma con due sequenze mirabili, in grado di trasmettere il senso forte di una grande passione d'amore, come non se ne vedevano  sul grande schermo da tanto tempo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Iris
Data Trasmissione: Lunedì, 12. Luglio 2021 - 21:00


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