Dramma

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MOLLY'S GAME (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 10:21
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 140
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner, Michael Cera

Il film è basato sulla storia vera di Molly Bloom, una ragazza che, spinta da un padre esigente e severo a eccellere nello studio e nello sport, stava per essere selezionata, a 22 anni, come campionessa di sci alle Olimpiadi ma una brutta caduta aveva dissolto il suo sogno. Decisa a concedersi un anno di pausa prima di iscriversi all’università di legge, si trasferisce a Los Angeles dove, dopo un primo lavoro come cameriera di cocktail in un bar di prestigio, entra nel giro delle scommesse clandestine di alto livello. Mentre lei è la discreta segretaria dei tavoli da gioco, vede passare attori famosi, campioni dello sport e altre persone in grado di giocarsi migliaia di dollari per serata. Molly si rivela ben presto molto dotata per gestire questo tipo di serate e si mette in proprio, trasferendosi a New York e diventando ben presto la direttrice della più famosa sala da gioco clandestina degli Stati Uniti e forse del mondo. A 26 anni viene arrestata dall’FBI perché accusata di aver accolto ai suoi tavoli componenti della mafia russa che avevano trovato, con il gioco, un modo per riciclare denaro sporco…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film, raccontando nei dettagli la vita di giocatori d’azzardo, sembra volerci trasmettere il piacere sinistro di una vita giocata in un solo istante
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è adatto a persone mature. Uso di droga, vizio del gioco, una scena violenta.
Giudizio Artistico 
 
Una Jessica Chastain mette i suoi talenti al servizio di una storia raccontata con ritmo impeccabile da un Aaron Sorkin per la prima volta anche alla regia
Testo Breve:

Una ragazza mette i suoi molti talenti al servizio di una causa insolita: essere la prima nel mondo milionario del gioco d’azzardo.  Una storia ben recitata e raccontata con un fascino particolarmente sinistro

“Possiede la più grande collezione privata di quadri del mondo, valutata tre miliardi di dollari”: così Molly descrive uno dei clienti del suo tavolo da gioco. Non dice quali fossero le firme di prestigio collezionate: sintetizza il tutto con il valore in dollari dei quadri. “Ero stata cresciuta per diventare campionessa il mio obiettivo era vincere. In cosa e contro chi? Era solo un dettaglio”: è la descrizione che Molly fa di se stessa. Da questi due esempi si può chiaramente comprendere che la storia che Aaron Sorkin ha voluto raccontare, poteva svolgersi solo negli Stati Uniti e in nessun’altra parte del mondo. Per la prima volta nelle vesti di regista oltre che di sceneggiatore, Aaron ci introduce nel mondo del gioco d’azzardo dei super ricchi, entra nei dettagli di quali carte ha un giocatore e quale l’altro, quanto puntano e a quanto rilanciano, anche quando sono indebitati fino al collo. In perfetta coerenza con la storia e con l’ambiente, veniamo informati dell’aumento progressivo del conto in banca di Molly, almeno fino al suo sequestro da parte dell’FBI.

Ci sono uomini che le fanno la corte ma il film non approfondisce la sua vita privata perché, in effetti, l’“essere Molly” corrisponde a una sola cosa: l’aumento progressivo dei guadagni e della sua fama.

Conosciamo, con un po’ più di dettaglio, solo i suoi rapporti con il padre, uno psichiatra di fama, con il quale è in perenne conflitto: gli è riconoscente per come l’ha portata a pretendere il massimo da se stessa ma al contempo in perenne ricerca di un modo per affrancarsi dalla sua influenza. Un colloquio fra loro due che si svolge verso la fine del film, dovrebbe spiegare il perché Molly, con tutto il suo talento, non aveva cercato di avere successo come avvocato e di costituirsi una famiglia. Una spiegazione tutta impostata sulla psicologia che convince molto poco perché non possiamo accettare che una persona adulta non sia in grado di distinguere liberamente il bene dal male ma sia solo condizionata da come ha trascorso l’infanzia.

Il film porta il tratto inconfondibile di Aaron Sorkin, uno dei più bravi sceneggiatori (ora anche regista) disponibili sul mercato, che abbiamo già conosciuto in  fiction Tv come The West Wing e The Newsroom e in film del calibro di The Social Network o Steve Jobs. Ancora una volta il piatto forte sono i dialoghi che lo sceneggiatore riesce a imbastire, serrati, rivelatori delle personalità che ne sono coinvolte mentre Jessica Chastain aggiunge un’altra notevole performance attoriale alla sua carriera. Il film è stato infatti candidato ai Golden Globes 2018 per la migliore attrice protagonista e la sceneggiatura e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Come giudicare la persona Molly? Il film cerca di riscattare la donna con la sua correttezza durante il processo (la condanna fu in effetti mite) ma non dobbiamo dimenticare il suo mestiere è consistito proprio nell’alimentare e portare all’esasperazione la dipendenza dal gioco. Oppure, come Sorkin fa dire a uno dei giocatori: “non mi piace giocare: mi piace distruggere vite”. Il film non sorvola su situazioni estreme di famiglie rovinate e di suicidi. Anche la sua correttezza finale davanti ai giudici ci lascia dubbiosi perché dopo due ore di proiezione abbiamo imparato a conoscere Molly sappiamo che lei era abile a spremere dollari da qualsiasi situazione. Aveva già scritto un libro sui suoi successi “insoliti”, intitolato "Molly's Game: The True Story of the 26-Year-Old Woman Behind the Most Exclusive, High-Stakes Underground Poker Game in the World” ed anche ora che è uscito il film, è stata proprio lei a suggerire al regista che fosse la Chastain a interpretare se stessa, c’è il sospetto che la sua “industria” non cessi di generare dollari.

In fondo lo stesso Sorkin, nel raccontarci i brividi di partite definitive quasi fossero una sfida all’OK Corral, sembra esser anche lui affascinato da quel principio, molto americano, di vincere e guadagnare soldi. “In cosa e contro chi? E’ solo un dettaglio”

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HAPPY PRINCE - L'ULTIMO RITRATTO DI DORIAN GRAY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/15/2018 - 09:24
Titolo Originale: The Happy Prince
Paese: Italia/Belgio/Germania/Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Rupert Everett
Sceneggiatura: Rupert Everett
Produzione: MAZE PICTURES, ENTRE CHIEN ET LOUP IN CO-PRODUZIONE CON PALOMAR, CINE PLUS FILMPRODUKTION, TELE MÜNCHEN GROUP,RADIO TÉLÉVISION BELGE FRANCOPHONE, PROXIMUS
Durata: 105
Interpreti: con Rupert Everett, Colin Morgan, Colin Firth, Miranda Richardson, Emily Watson, Tom Wilckinson;

Malato e sul lastrico, Oscar Wild trascorre a Parigi l’ultima parte della sua vita, tra i ricordi della gloria e le memorie dolorose della sua caduta: il rapporto distruttivo con il capriccioso Alfred Douglas, le sofferenze inflitte alla moglie, la rovina economica legata al processo per omosessualità e alla sua incapacità di resistere alle tentazioni. Fino all’ultimo Wilde, sostenuto dall’amicizia di Robbie Ross e Reggie Turner, si divide tra la sua vocazione artistica, la ricerca del piacere e il rimorso per i peccati commessi….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo sincero (Turner) che non volta mai le spalle all’amico Oscar. Un Wilde fragile, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli) e il cedere ad abitudini autodistruttive ma sempre alla ricerca di perdono a cui non è estranea la dimensione religiosa
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di nudo maschile e femminile, scene a contenuto sessuale omosessuale, scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie. Una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.
Testo Breve:

Un ritratto brutale ma commovente che Rupert Everett ha fatto sugli ultimi anni di Oscar Wilde. Un uomo fragile, che conserva alcune abitudini autodistruttive ma è alla ricerca di perdono

C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie (in questo caso la struggente vicenda del Principe felice e della rondine sua amica, che lo scrittore racconta a un suo giovanissimo amante e al fratellino di lui).

L’alternarsi dei piani temporali copre gli anni all’indomani della scarcerazione di Wilde dopo la prigione seguita al processo per omosessualità fino agli ultimi tempi a Parigi dove morirà e ci presenta un personaggio segnato dalla sofferenza, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli), tenendosi lontano dalla relazione con il capriccioso Douglas non solo per ragioni di opportunità, ma anche in un tentativo di riscatto.

Ma le conseguenze del passato non tardano a presentargli il conto: non solo perché la gente fatica a dimenticare, ma anche perché lo stesso Wilde, come in uno dei suoi detti più famosi, decide che cedere è il miglior modo di resistere alle tentazioni.

La rappresentazione della vita di Wilde insieme a Douglas nel sud Italia è cruda e sicuramente non adatta a un pubblico giovane, ma la regia di Everett evita il compiacimento e invece preferisce sottolineare le contraddizioni dei comportamenti di Wilde, il suo meditare autoironico, ma sempre più radicale.

L’immagine dei suoi ultimi tempi parigini è durissima, il corpo distrutto, i belletti usati per coprire il disfacimento fisico, che non gli impedisce di indulgere fino all’ultimo in abitudini che appaiono chiaramente distruttive.

Resta tuttavia indubbio il fascino dell’uomo: non tanto quello superficiale della fama che attira Douglas, ma quello più profondo, che fa sì che uomini buoni come Ross e Turner (Colin Firth) non gli voltino mai le spalle. È il fascino di chi, pur continuando a sbagliare, sente anche profondo il richiamo di un Altro misericordioso, di un Bene capace di riscattare la miseria umana, come intuiamo dalla presenza discreta di una dimensione religiosa (dalla scena in cui Wilde si rifugia in una chiesa per sfuggire a un gruppo di giovani inglesi ostili fino al momento della confessione e della somministrazione degli ultimi riti), una ricerca di perdono che si fa più forte nel finale fino alla conversione al cattolicesimo.

Il film di Everett, evidentemente un progetto in cui l’attore/regista ha investito profondamente, non teme di mostrare le contraddizioni di un uomo e un artista in lotta con se stesso e in questo regala una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I SEGRETI DI WIND RIVER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/10/2018 - 18:07
Titolo Originale: Wind River
Paese: USA, Canada, Regno Unito
Anno: 2017
Regia: Taylor Sheridan
Sceneggiatura: Taylor Sheridan
Produzione: ENTERTAINMENT, FILM 44, SAVVY MEDIA HOLDINGS, THUNDER ROAD PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 111
Interpreti: eremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Greene, Hugh Dillon

Nel rigido inverno di Wind River, riserva indiana del Wyoming, Cory è un agente federale incaricato di cacciare la fauna selvatica pericolosa per la popolazione. Un giorno, mentre segue le tracce di un puma, trova il cadavere di una ragazza stuprata, morta a causa del freddo mentre fuggiva dal suo aggressore. L’ FBI invia Jane, giovane agente alla sua prima indagine che, impreparata al freddo e alla violenza della riserva, chiede l’aiuto di Cory. L’uomo non può tirarsi indietro, assetato di giustizia per una tragedia del passato che ha colpito la sua famiglia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un contesto violento una scintilla dell’umano rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di cruda violenza, continui riferimenti alla violenza sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Il film realizza una materializzazione molto esplicita della wilderness americana: un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società. Premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes
Testo Breve:

Nel rigido inverno della riserva indiana di Wind River, occorre far giustizia per un efferato omicidio che è stato commesso. Un film western e un thriller al contempo dove una natura incontaminata fa da contrasto alle forze selvagge che agitano l’uomo.

Sheridan dimostra una singolare connessione col cuore profondo dell’America concludendo la trilogia della frontiera da lui ideata e sceneggiata, iniziata con Sicario e Hell-High Water. Per Wind River l’autore decide di occuparsi anche della regia, meritando il premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes.

Dopo il Messico di Sicario e il Texas di Hell, stavolta la location è la materializzazione più esplicita della wilderness americana, la riserva indiana di Wind River (Wyoming), un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società.

La struttura del film è quella di un thriller classico, con una linea di detection semplice e pulita, ma la scelta di un protagonista cacciatore (un Jeremy Renner granitico come un vecchio eroe del western) stabilisce da subito il tono estetico ed emotivo, creando una forte coesione tra elementi visuali e narrativi. La regia serrata e una colonna sonora raffinata e al contempo primitiva non lasciano tregua, facendo appello alla dimensione istintuale dello spettatore, allo stato primigenio di predatore o vittima.

La scelta di una giovane agente alle prime armi (Elizabeth Olsen) come co-protagonista della linea investigativa ricalca i celebri e felici passi de Il silenzio degli innocenti, assicurando il contrasto di sicuro effetto tra un femminile non ancora sporcato dall’orrore del male e un mondo di soli uomini dominati da un’istintualità animale. In questo modo thriller e western si intrecciano al romanzo di formazione, guadagnando tutta la forza narrativa dell’archetipo dell’iniziazione e del rapporto tra mentore e allievo. La domanda fondamentale che nasce dal conflitto riguarda, prima ancora che la sostanza della giustizia, la posizione dell’uomo in un mondo segnato dal cieco e incontrastabile potere della natura. Una domanda forse desueta, nella modernità del delirio d’onnipotenza scientifico, eppure così profondamente iscritta nel DNA umano.

La linearità della trama lascia spazio agli sguardi e alle parole misurate dei personaggi, rivelando con pudore ma nettezza la loro visione del mondo. Un mondo di esuli, dimenticati dalla complessità del postmoderno, abbandonati in un territorio dove la violenza selvaggia della natura, dentro e fuori dall’uomo, fa strage di ogni mezzo termine. Una scintilla dell’umano però rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico. E così, quando il cow-boy siede vicino all’indiano, al di là della storia, al di là della cultura, qualcosa di più originario unisce i due uomini, soli in un territorio indifferente eppure amato, portatori della condizione drammatica di creature libere e mortali.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GIOVANE KARL MARX

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 10:36
Titolo Originale: Le jeune Karl Marx
Paese: FRANCIA, GERMANIA, BELGIO
Anno: 2017
Regia: Raoul Peck
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Raoul Peck
Produzione: AGAT FILMS & CIE, VELVET FILM, IN COPRODUZIONE CON BENNY DRECHSEL PER ROHFILM, PATRICK QUINET
Durata: 112
Interpreti: August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Hannah Steele, Olivier Gourmet

Nel 1843, il giovane Karl Marx, giornalista e scrittore, è costretto a lasciare la Germania e si rifugia a Parigi assieme a sua moglie Jenny. Qui conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, figlio di un ricco industriale di Brema e tra di loro si stabilisce una salda unità d’intenti che ha l’obiettivo di costituire una base ideologica solida per le nascenti organizzazioni che cercano di sostenere le classi operaie d’Europa che vengono sfruttate in quel tumultuoso periodo della prima industrializzazione.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista ha compiuto un lavoro onesto, di valore didattico, sulla ricostruzione della formazione del partito comunista, riuscendo anche ad accennare alle conseguenze nefaste di una impostazione materialista della vita
Pubblico 
Adolescenti
Si può avere un Interesse scolastico per questo film a partire dagli adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce a ricostruire con efficacia didattica il progresso delle idee comuniste a metà ottocento: è meno dettagliato nel disegnare le tensioni della società del tempo e nell’approfondire la vita privata e sentimentale dei due protagonisti
Testo Breve:

Scrupolosa ricostruzione del successo di Karl Marx (assieme a Friedrich Engels ) nel far prevalere le sue idee all’interno dei movimenti comunisti sorti ai tempi della rivoluzione industriale. Poco approfondito il ritratto della società del tempo e dei legami affettivi dei giovani protagonisti

Apparso solo come personaggio secondario in qualche sceneggiato, Karl Marx diventa il protagonista in questo film del regista tahitiano Raoul Peck, nel bicentenario della sua nascita. Peck ci presenta un Marx giovane, innamorato della moglie Jenny, di nobili origini, con la quale condivide gli stessi ideali e assieme, nonostante i due figli, si spostano continuamente per le capitali europee, inseguiti dalla polizia dei regimi assolutistici del tempo. Appare ben presto chiaro come la vita privata del pensatore sia solo un subplot di alleggerimento, rispetto all’interesse primario del regista, che è quello di seguire la progressiva conquista da parte di Marx, con le sue idee, dei principali movimenti del tempo fautori di una rivoluzione a favore della classe operaia e lo fa con una ricostruzione rigorosa dei tempi e degli avvenimenti  che accaddero realmente.

Ecco quindi Marx al Rheinishe Zeitung nel 1843 che litiga con i suoi colleghi giornalisti,  appartenenti al movimento dei giovani hegeliani perché secondo lui parlano solo di vaghi aneliti alla rivoluzione senza il sostegno di una base solida di principi ispiratori. Bauer (hegeliano di destra) gli risponde che é un arrogante e in effetti Marx non risulterà molto simpatico, anche a noi, per tutto il film. Lo vediamo impegnato a discutere con i massimi pensatori di sinistra del tempo e lui è abile a dare colpi di fioretto, punzecchiature argute e pungenti, secondo i modi tipici di un intellettuale ma alla fine la conclusione è una sola: lui è l’unico ad aver ragione mentre gli altri sono solo dei teorici velleitari.

Il regista riproduce con rigore l’incontro-scontro che avvenne a Bruxelles nel 1846 fra Marx, fiancheggiato dall’amico Engels, e Weitling, l’ideologo della Lega dei Giusti, che proponeva una sollevazione generalizzata del proletariato per abbattere la tirannia borghese (il dialogo riproduce con fedeltà quanto annotato dal russo Pavel Annekov, che fu presente alla riunione). Mark risponde accusandolo di velleitarismo pericoloso, perché sollevare i lavoratori senza le basi di una dottrina solida, sarebbe stato disonesto. Marx fronteggia anche Prudhon, verso il quale ha un atteggiamento di rispetto (di vent’anni più vecchio, si era ormai guadagnato fama e rispetto) ma anche con lui non riesce a trovare un accordo non condividendo il suo approccio anarchico e idelista, che non tiene conto delle forze in campo. Si arriva così al  1° giugno 1847, quando al congresso londinese della Lega dei Giusti, viene scelto un nuovo nome: Lega dei Comunisti. Marx riesce così a spostare i membri della Lega, la più importante organizzazione multinazionale di lavoratori del tempo, da una visione di giustizia e di uguaglianza universale al brutale concetto di lotta di classe, vista come unica soluzione realistica per il riscatto dei lavoratori. La guida dottrinale, necessaria a dare l’inquadramento teorico necessario a dare lucidità d’azione ai comunisti europei viene pubblicata nel 1848, con il nome di: Manifesto del Partito Comunista. Marx aveva 29 anni. Qui si ferma il racconto del film, un momento prima  dell’inizio, lo stesso anno, di quella  rivoluzione che sconvolgerà tutta l’Europa.

Se il film è rigoroso nella ricostruzione dei incontri, delle riunioni che portarono Marx ad avere il primato delle idee rispetto alle altre correnti di ispirazione comunista, è più  frettoloso nel tratteggiare la situazione dei lavoratori del tempo (vi sono brevi sequenze di operai che lavorano nelle fabbriche) e la classe degli industriali è tipizzata grossolanamente: sono tutti carnefici senz’anima, che riconoscono lecito far lavorare anche i bambini di giorno e di notte.

Il regista è stato invece onesto nel tratteggiare anche i risvolti più fanatici della rivoluzione materialista. In un colloquio con Jenny, Mary, la donna che vive con Engels, ritiene del tutto naturale non desiderare avere figli perché vuole essere libera di combattere; se Friedrich vorrà dei figli, potrà procurarglieli la sorella stessa di Mary, che ormai ha già 16 anni.

Anche lo stesso Prudhon, nell’allontanarsi dalle posizioni di Marx, gli da’ un avvertimento che risulta particolarmente profetico, sia pur nella sua visione atea: “non fate come Lutero che dopo aver distrutto i dogmi cattolici, ha istituito una religione ancora più  intollerante”

Occorre attendere il 1891 per la pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII e molti altri decenni ancora, prima che il comunismo reale finisca per mostrare il suo vero volto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA TUNICA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 08:13
 
Titolo Originale: The Robe
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Henry Koster
Sceneggiatura: Gina Kaus, Albert Maltz, Philip Dunne
Produzione: TWENTIETH CENTURY-FOX
Durata: 135
Interpreti: Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Jay Robinson

Il tribuno Marcello Gallio ama godersi la vita, con il vino e le belle donne. Il suo atteggiamento sfrontato finisce per metterlo in contrasto con Caligola, il figlio dell’imperatore Tiberio e per punizione viene spedito in Giudea. Qui riceve l’incarico di crocifiggere sul Golgota tre malfattori, fra cui anche un certo Gesù, proclamato il Messia. Marcello gioca tranquillamente a dati mentre i tre sono in agonia e vince la tunica di Gesù. Gli basta però mettersela sulle spalle per sentirsi come folgorato. Da quel momento non ha pace anche quando ormai è tornato a Roma. Su consiglio dello stesso imperatore Tiberio, si reca di nuovo in Giudea per ricercare la tunica e distruggerla e annullare così il suo influsso malefico. Nella ricerca incontra Pietro e altri cristiani che hanno conosciuto Gesù fra cui Miriam, che gli parla della bellezza del Suo messaggio. Marcello, ormai guarito, si converte alla nuova religione ma, tornato a Roma, viene a sapere che il nuovo imperatore, Caligola, è sulle sue tracce perché, come cristiano, lo considera un traditore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tribuno romano, convertitosi al cristianesimo, sa coraggiosamente affrontare le conseguenze della sua scelta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grosso impegno tecnologico per l’epoca, primo film in Cinemascope ma la recitazione di quasi tutti i protagonisti è modesta
Testo Breve:

Grande successo di pubblico nel 1953, corso a vedere la conversione al cristianesimo del Tribuno Marcello e il primo film realizzato in Cinemascope  

“Chi sei tu?” -domanda Marcello a un uomo che gli ha raccontato che Gesù è stato tradito proprio da uno dei suoi discepoli,“perché gli uomini inseguono la verità e quando la trovano la ripudiano... e dubitano, dubitano..”. L’uomo risponde: “Sono Giuda!” e subito dopo un forte rombo di tuono si fa sentire, mentre i lampi squarciano il cielo. Questa e altre situazioni un po’ teatrali si susseguono in questo film del 1953, il primo realizzato in Cinemascope, l’arma segreta inventata dagli Studios di Hollywood per contrastare l’avanzata della televisione, un anno dopo che era stato lanciato anche il Cinerama, senza molto successo. In effetti lo slogan per la promozione del film fu singolare: “il miracolo moderno che puoi vedere senza occhiali” ma in fondo fa piacere pensare che appena si sviluppa una nuova tecnologia (com’era accaduto ai primi tempi del cinema muto) gli autori pensano subito che possa essere utile per raccontare la storia di Gesù.

A dire il vero a quell’epoca le sale attrezzate per il Cinemascope erano veramente poche e le riprese vennero fatte anche nel formato standard; lo si nota dal fatto che l’evento principale di ogni sequenza é stato posto sempre al centro dell’inquadratura, per consentire il taglio dei bordi laterali.

Il film ebbe comunque quell’anno un enorme successo e arrivò secondo negli incassi solo a Peter Pan.

Il racconto è diviso nettamente in due parti: la prima serve a farci conoscere il Tribuno Marcello, la sua ragazza Diana, conosciuta fin dall’infanzia, il suo schiavo Demetrio, suo padre di nobile famiglia, che auspica che metta finalmente la testa a posto e il primo soggiorno in Giudea, dove non sembra abbia cambiato le sue abitudini dissolute. In questa prima parte il rapporto con la nuova fede è semplicisticamente miracolistico: Demetrio incrocia lo sguardo di Cristo mentre sta salendo il Calvario ed è quanto basta per decidere di seguirlo; Marcello, al solo toccare la tunica, ne resta come folgorato.
La seconda parte è meglio costruita: Marcello si trova a Cana e inizia progressivamente a conoscere la comunità cristiana, il loro reciproco volersi bene, il loro essere generosi con gli altri, inizia la sua presa di coscienza e la sua progressiva conversione. Determinante è la conversazione fra Marcello e Miriam: si contrappongono due visioni della vita: lei gli prospetta l’invito di Gesù, a costruire un novo mondo con l’amore mentre lui ribatte che un nuovo mondo si può costruire solo con la forza. Nel film non c’è alcun cenno a una eventuale responsabilità per la morte di Gesù da parte degli ebrei del tempo (forse i produttori avevano fatto tesoro ci quanto era accaduto al film  Il re dei re  di Cecil De Mille, che fu boicottato dalla comunità ebraica) ma viene imputata interamente ai romani e in più di un dialogo si stabilisce la contrapposizione fra un impero basato sulla forza e la schiavitù dei popoli vinti e il nuovo messaggio di amore del Messia, a cui si aggiunge una istanza, forse troppo moderna e molto americana, di libertà.  Sono significative le parole dell’Imperatore Tiberio, quando viene informato della diffusione del cristianesimo, che viene considerato opera di un gruppo di maghi: “Magia? Stolto, che magia?! È un pericolo più grave di qualsiasi magia possa concepire la vostra superstizione! È un desiderio di libertà dell'uomo. È la più grande di tutte le follie!”.

Il protagonista è Richard Burton in una delle performance, per sua stessa dichiarazione, fra le più infelici.

Sia quando deve fare la parte dell’ubriacone gaudente che quando ormai si è convertito, mantiene un’espressione sempre triste e poco convinta. Migliore quella di Victor Mature nella parte dello schiavo Demetrio e della sempre melanconica Jean Simmons. Segno dei tempi è la recitazione di Jay Robinson che deve recitare la parte del cattivo Caligola. La corporatura è mingherlina, la postura è sempre contorta, una pessima caricatura (a quell’epoca, purtroppo, succedeva anche questo) di una persona omosessuale.

La ricostruzione dei munifici palazzi imperiali è sontuosa e accurata anche se, con lo sguardo maliziato dello spettatore moderno, ci accorgiamo che anche gli esterni sono realizzati negli studios, dove il fondale è sempre disegnato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOLE A MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/25/2018 - 20:14
Titolo Originale: Midnight Sun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Eric Kirsten
Produzione: Boies, Schiller Film Group
Durata: 91
Interpreti: Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Suleka Mathew

Una rara malattia costringe la diciassettenne Katie Price ad evitare scrupolosamente l’esposizione alla luce solare. La ragazza vive confinata nella sua stanza, osservando gli altri dalle finestre oscurate, potendo uscire soltanto di notte. Proprio durante un’uscita notturna incontra di persona Charlie, il ragazzo di cui è innamorata da sempre. Tra i due nasce una storia e Katie ha l’occasione di recuperare quello che ha perso negli anni. Ma la sua malattia metterà alla prova questa storia d’amore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore dona speranza e passione per la vita anche nei casi più difficili ma il modo con cui viene affrontato il tema del fine vita non è pienamente condivisibile
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene con leggeri riferimenti sessuali. Il giudizio in U.S.A. è stato PG-13 perché il tema trattato del fine vita richiede maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Nel film si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero
Testo Breve:

Dopo I passi dell’amore e Colpa delle stelle   un altro film del filone “amore e malattia”: una romatica  storia di amore e compassione che affronta in modo discutibile il tema delicato del fine vita

 

Ispirato ad un film giapponese (Song to the sun, del 2006), Il sole a mezzanotte appartiene al genere “amore e malattia” e racconta le vicende di Katie, affetta da Xeroderma Pigmentoso, che costringe ad evitare le radiazioni solari, causa di danni neurologici fatali per il malato.

Orfana di madre, cresciuta da un padre attento e premuroso, Katie ha condotto un’esistenza diversa da quella dei suoi coetanei. Ha studiato tra le mura domestiche e non ha potuto vivere le normali esperienze di tutti. La sua vita fuori di casa può essere solo notturna ed è prevalentemente legata alla sua passione: esibirsi, cantando e suonando le sue canzoni, nella stazione del piccolo paese. Proprio in una di queste serate Charlie la incontra e si innamora di lei.

Lo sviluppo della storia d’amore in realtà non è davvero soddisfacente. È difficile intuire perché Charlie venga folgorato così velocemente e profondamente da una sconosciuta, tanto da insistere nel volerla re-incontrare dopo una fuga alla Cenerentola di lei. I personaggi sono costretti a rivelarci a parole quello che arrivano a rappresentare l’uno per l’altro e non troviamo corrispondenza nel loro vissuto.

Per Katie la novità del rapporto con Charlie risiederebbe nel non essere guardata, per una volta, a partire dalla sua malattia, un disagio che però non viene adeguatamente presentato come punto dolente per lei. Charlie invece sente di essere stato salvato da Katie. Dopo un incidente e un’operazione chirurgica, la sua carriera di nuotatore è messa a rischio e con essa la sua stessa identità: tutti lo hanno sempre identificato come “quello della piscina” (anche se non abbiamo riscontro di questa opinione in nessun personaggio). Katie è la prima che conosce il “vero Charlie” e a partire da questo, lo sprona a perseverare nella sua passione.

L’incontro con Charlie è per Katie il motore per vivere esperienze mai provate prima, anche se in molti casi il tutto risulta poco credibile (era necessario Charlie perché Katie potesse assistere ad un concerto, vedere una città di notte o passare la serata ad una festa?). Per il resto Katie sembra quasi un personaggio risolto. Rimane in superficie, stranamente, il suo rapporto con la malattia, col fatto che, avendo i giorni contati, non può fare scelte per il futuro come tutti quelli della sua età. Ha sempre la risposta pronta per le paure di Charlie, una saggezza che le viene da non si sa dove. Le domande del compagno non hanno una ricaduta su di lei. Il dramma portato da questa malattia non viene messo in gioco davvero (se non appena in un dialogo del padre con il medico di Katie). La malattia rischia di essere ridotta ad un mero espediente per strappare qualche lacrima, senza che si riesca ad immedesimarsi nella sofferenza dei personaggi.

Nemmeno il ruolo della musica viene sfruttato bene. Le canzoni interpretate da Bella Thorne non incidono particolarmente e il loro ruolo drammaturgico rimane purtroppo superficiale, nonostante siano parte della caratterizzazione di Katie.

Il risultato è un po’ confusionario. Si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL FILO NASCOSTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 21:36
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione: ANNAPURNA PICTURES, FOCUS FEATURES, GHOULARDI FILM COMPAN
Durata: 130
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps

Nella Londra degli anni ’50 Reynolds Woodcock è il sarto delle signore dell’alta società e delle dive. Disegna personalmente i modelli e con uno staff di abili sarte diretto dalla sorella Cyril, realizza quel tipo di vestito che per il pregio dei tessuti, le sue forme classiche da' alle donne che lo indossano quel giusto “distacco” utile a distinguerle dalle altre. In uno dei suoi rari weekend liberi Reynolds, scapolo impenitente, conosce Alma, la cameriera di un bar e resta colpito dalla sua naturale eleganza. Alma a sua volta è affascinata da questo artista sensibile che vive solo del suo lavoro e accetta di seguirlo a Londra per lavorare al suo atelier. Alma si accorge ben presto che Reynolds è un uomo totalmente assorbito dalle sue creazioni e influenzato dalla sorella: non trova lo “spazio emotivo” per innamorarsi. Alma, al contrario, ci tiene a lui e vuole assolutamente trovare un modo per attirarlo a se...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna, che potrebbero innamorarsi l’uno dell’altra, non pensano di trasformarsi per entrare in una realtà di coppia ma ognuno dei due cerca di assorbire l’altro nel proprio universo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene che potrebbero disturbare i minori ma il tema trattato presenta una certa morbosità
Giudizio Artistico 
 
Daniel Day-Lewis non cessa di stupire per la sua capacità di immersione totale nel personaggio che deve interpretare e Paul Thomas Anderson conferma la sua alta professionalità nel costruire ambienti e situazioni altamente suggestive
Testo Breve:

Nella Londra degli anni ’50, il più richiesto sarto dell’alta società è uno scapolo impenitente ma poi incontra Alma. Un film recitato e diretto molto bene per un cupo thriller psicologico

La recitazione di Daniel Day-Lewis è eccezionale ma quest’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson (Il Petroliere, The Master, Vizio di Forma) non è un film costruito intorno a un protagonista ma un’orchestra polifonica dove ogni strumento sa intervenire al momento giusto. C’è l’ambiente dell’atelier, collocato in un antico palazzo al centro di Londra, popolato da sarte in camice bianco, per lo più non giovani, che cuciono in silenzio, pronte a mettersi rispettosamente in riga quando Reynolds passa a ispezionare le ultime creazioni. Ci sono le principesse e altre signore della società che conta che vengono al suo studio per provarsi i vestiti: sorridono fiduciose al maestro con il quale si è stabilita una sorta di complice intimità e si affidano interamente a colui che saprà valorizzare la loro femminilità. C’è la sorella Cyril, fredda e razionale, che si alimenta, come un parassita, della luce del fratello. C’è la stessa personalità del regista che traspare nel suo utilizzo di uno stile narrativo costruito ad hoc per rappresentare un mondo di gentiluomini e nobildonne inglesi.  Nessuno alza la voce, si riflette sempre prima di rispondere ma vengono spesso usate frasi taglienti come lame. Veniamo infine a Daniel Day-Lewis che secondo quanto da lui stesso dichiarato, dovrebbe chiudere la sua brillante carriera di attore (due premi Oscar) con questa interpretazione. Il suo personaggio esprime grande sensibilità per il bello (e per il mangiare raffinato) ma la sua fragilità emotiva lo spinge a cercare di vivere in un mondo ordinato che replica sempre se stesso. La vicinanza di Alma costituisce per lui un importante aiuto ma al contempo una minaccia per il suo equilibrio, che ruota intorno al lavoro e al ricordo della madre e il film finisce per trasformarsi in un thriller psicologico (giustamente alcuni critici hanno ricordato Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock, dove il cuore del protagonista restava occupato dal ricordo della prima moglie). In perfetta antitesi con le incertezze di lui si trova Alma, incrollabile nella sua volontà di conquistarlo e forse, proprio per questo, finisce per diventare il personaggio meno interessante.

Dopo il giusto apprezzamento delle ambientazioni e dei protagonisti, non resta che commentare la trama. Paradossalmente, è proprio questo l’aspetto meno interessante del film. Non si può parlare di una storia d’amore ma dell’incontro di due debolezze, dove entrambi restano ancorati ai loro limiti caratteriali, senza che nessuno dei due accetti, come effetto del loro incontro, di venire trasformato. Secondo lo schema del confronto dei poteri, com’era stato già avvenuto per i precedenti film di Paul Thomas Anderson, conta solo il risultato del conflitto: c’è chi vince e c’è chi perde.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A CASA TUTTI BENE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/19/2018 - 20:00
Titolo Originale: A casa tutti bene
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore

Pietro e Alba festeggiano cinquant'anni di matrimonio nell’isola dove hanno deciso di vivere dopo aver lasciato ai figli la gestione del loro ristorante. Per il lieto evento hanno invitato tutti i parenti più stretti. I tre figli: Carlo con la seconda moglie Ginevra, Sara e suo marito Diego e Paolo che è arrivato da solo, piantato in asso dalla moglie a causa di un suo tradimento. Gli affari di cuore non vanno affatto bene per nessuno dei tre: Alba ha avuto la felice idea di invitare anche Elettra, la prima moglie di Carlo, creando continue occasioni di atrito con Ginevra; Sara cerca di mostrarsi allegra e affettuosa verso il marito, perché intuisce che la sta tradendo; Paolo cerca di rompere la sua solitudine riallacciando una relazione con la cugina Isabella, il suo primo amore dell’adolescenza. Alle nozze d’oro è stato invitato anche Riccardo, il parente più povero, assieme alla moglie Luana che è in attesa di un figlio; per lui, pieno di debiti, sarà l’occasione migliore per chiedere ai tre fratelli un lavoro nel ristorante...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Muccino in questo, come nei film precedenti, ribadisce che l’uomo e la donna non sono adatti a una relazione stabile, perché desiderosi solo di riprodurre all'infinito il momento unico e irripetibile dell’innamoramento iniziale
Pubblico 
Maggiorenni
Una rapida sequenza di rapporto sessuale. Riferimenti a rapporti prematrimoniali fra adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Muccino è bravo nel condurre un film corale e nel far recitar bene i molti attori coinvolti ma la sceneggiatura tradisce una certa artificiosità meccanica degli eventi
Testo Breve:

Una coppia invita tutti i parenti alle loro nozze d’oro nell’isola dove abitano ma una tempesta costringe tutti a restare un altro giorno con conseguenze disastrose. Muccino ribadisce la sua poca fiducia nella tenuta dei legami di coppia

Quando uscì L’ultimo bacio,  Muccino fu applaudito per esser riuscito a rappresentare il fenomeno dell’adolescenza prolungata, quella sindrome di Peter Pan di cui sono affetti, ancora a trent’anni, tanti uomini a cui piace vedere il futuro come un libro aperto, ancora tutto da sfogliare. In seguito, con Baciami ancora, aveva fotografato la generazione dei quarantenni  e ancora una volta si è potuto guardare all’opera di Muccino come un interessante studio sociologico: il futuro di questi personaggi era ormai diventato presente e il loro cuore era sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

Ora, con questo A casa tutti bene, carico di personaggi di tutte le età, dagli adolescenti agli ottantenni, sembra quasi di trovarsi di fronte a una Summa di tutto quanto è stato raccontato nei film precedenti ed è inutile parlare di nuovo di approfondite riflessioni sugli uomini e le donne di oggi; ciò che emerge è solo Muccino, regista e sceneggiatote, impegnato in un’opera corale dove egli continua a ribadire la sua filosofia di vita con uno stile narrativo mai variato.

In A casa tutti bene, Paolo e la cugina Isabella si sono allontanati dal gruppo per parlare più intimamente. Entrambi hanno alle spalle dei matrimoni infelici ma preferiscono ricordare quella lontana estate, proprio in quella stessa isola, nella quale si sono dati il primo bacio. “I primi 20 minuti sono quelli dove tu racconti chi sei, su di te, sul tuo passato, tanto pensi di non aver nulla da perdere - riflette Paolo - ma poi i 20 minuti diventano 20 ore, 20 giorni, 20 settimane, 20 mesi, 20 anni; alla fine ti rendi conto di non aver più parlato come allora e ti trovi a sognare segretamente  di voler trovare altri 20 minuti per parlare di te con una sconosciuta...”

Muccino sintetizza definitivamente, in questo colloquio, la costante antropologica che ha sempre fatto da sfondo ai suoi protagonisti: uomini e donne che vivono di quelle emozioni che si possono cogliere solo in un momento magico della propria vita ma poi il momento passa e non resta che cercarlo affannosamente in nuovi incontri. Nei film precedenti in dialoghi non sono molto diversi. In L’ultimo bacio Carlo, prossimo padre, che convive con Giulia, si avvicina interessato alla diciottenne Francesca incontrata a una festa. “Crisi?” gli domanda lei. “Si, crisi –risponde Carlo – non c’è più la passione di una volta”. Anche in quel caso non ci sono un uomo e una donna che progettano il loro futuro e felicemente attendono un figlio ma si vive in funzione di quanto misura il termometro della passione.

Deve essere questo il motivo per cui, alla fine della proiezione di quest’ultimo lavoro, si resta ancora una volta ammirati dalla capacità di Muccino nel costruire un film corale, nel far recitare bene tutti gli attori ma poi il film evapora rapidamente dalla nostra memoria. I protagonisti sono in fondo tutti avatar dietro i quali si cela un’unica personalità, quella del regista e finiscono per apparire poco realistici. Quando, nella seconda parte, esplodono in modo incontrollato i conflitti fra i vari parenti-serpenti, si ha la non gradevole sensazione di assistere agli effetti di una bomba ad orologeria preparata a tavolino dal Muccino sceneggiatore.

I casi di coppie fallite,  di tradimenti  consumati sono veramente troppi in questo film (e quindi sociologicamente poco attendibili, se si considera che i grandi nonni, costruttori di un solida fortuna tramite la gestione di un ristorante, appaiono persone che hanno sempre saputo badare all’essenziale). Per un momento sembra che i due adolescenti costituiscano la speranza per un futuro diverso. “Voglio essere giusto – dice il ragazzo –e non voglio fare la fine di mio padre che se ne è andato via quando avevo un anno”. Ma poi questa illusione sparisce presto: anche la coppia di adolescenti si adegua ai comportamenti degli adulti che la circondano, cercando solo di “cogliere l’attimo”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/29/2018 - 14:29
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luciano Ligabue
Sceneggiatura: Luciano Ligabue
Produzione: FANDANGO, ZOO APERTO, RISERVAROSSA, EVENTIDIGITALI FILMS
Durata: 98
Interpreti: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Ettore Nicoletti, Fausto Maria Sciarappa

Riko ha cinquant’anni e una vita che non gli piace più. È stanco di insaccare mortadelle tutti i giorni e il rapporto con sua moglie è ai minimi storici, tra litigi, incomprensioni e tradimenti. Solo nell’amicizia sembra trovare consolazione, in particolare quella con Carnevale, ma anche lì presto lo attendono delusione e sofferenza. Finalmente, una serie di drammatici accadimenti lo costringe a rimettere in discussione l’inerzia della sua esistenza, su cui da tempo si è adagiato. Toccare il fondo però è solo l’occasione per la rinascita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
L’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché sono tantissimi i temi accarezzati e la storia risulta diluita per una sorta di “ingordigia” tematica. Solo nella seconda parte il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni
Testo Breve:

In questo terzo film di Luciano Ligabue con una colonna sonora tutta sua, un italiano qualunque che si era lasciato risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, torna ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese

Dopo circa sedici anni di silenzio cinematografico (Radiofreccia e Da zero a dieci sono ormai autentici cult per un’intera generazione di fan) arriva in sala la terza pellicola di Luciano Ligabue, la prima con la colonna sonora interamente composta dall’autore. Il film è infatti ispirato all’omonimo concept album (uscito nel 2016) del rocker di Correggio, che anche in questo frangente dimostra di essere perfettamente a suo agio dietro alla macchina da presa ma soprattutto di avere sempre tante cose da dire. Forse, in questo caso, anche troppe.

In Made in Italy, infatti, una normale storia d’amore tra due persone normali non è altro che un pretesto - lo si capisce già dal titolo - per tratteggiare un affresco amaro e un po’ polemico della nostra bellissima Italia, che fa leva su tanti bei sentimenti ma è d’altra parte infarcito, in ordine sparso, di luoghi comuni e persino di qualche velata (ma neanche più di tanto) reprimenda moralista al popolo italiano e alla sua classe dirigente. Soprattutto nella prima metà del film, in cui viene presentata la realtà di provincia in cui arrancano i due protagonisti, con le loro relazioni, i loro segreti e le loro sofferenze, sono tantissimi i temi accarezzati, inevitabilmente in modo un po’ superficiale: si parla infatti, in ordine sparso, di articolo 18 e del mondo del lavoro, di spread e di integrazione culturale, di ludopatie e di omosessualità. Tante, troppe cose quindi, con la conseguenza che l’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché la storia risulta diluita per questa sorta di “ingordigia” tematica.

Nella seconda parte però, dal momento in cui la scoperta del tradimento della moglie (Kasia Smutniak) fa esplodere la bolla esistenziale in cui vivono i protagonisti, il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni. È in questa fase che emergono i veri personaggi, fin qui trincerati dietro a sofferenze e paure, e grazie alla bravura degli attori (soprattutto dell’impeccabile Accorsi) capita anche di commuoversi. Emerge infatti prepotente in questa fase, il punto di vista di un uomo a metà del proprio cammino esistenziale, che lasciandosi risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, ha cominciato a dare tutto per scontato. Un uomo che non ha mai fatto scelte ma è sempre andato avanti sui binari che la vita ha scelto per lui.

E allora questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese. Uno sprone ad uscire dal proprio cantuccio, perché a volte allontanarsi è l’unico modo per mettere a fuoco quello che prima avevamo troppo vicino per poterlo capire ed apprezzare. L’unica via, forse, per non accontentarsi e sentirsi veramente a casa.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHIAMAMI COL TUO NOME

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 12:08
Titolo Originale: Chiamami col tuo nome
Paese: FRANCIA, ITALIA, USA, BRASILE
Anno: 2017
Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura: James Ivory
Produzione: FRENESY, LA CINEFACTURE, IN COLLABORAZIONE CON WATER'S END PRODUCTIONS
Durata: 132
Interpreti: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar

1983. Nella campagna cremasca, il diciassettenne Elio Perlman trascorre l’estate nell’antica villa di famiglia. Il padre, un americano, è un professore specializzato nell’arte greco-romana e sua moglie, di origine francese, è una traduttrice. Elio ha assorbito dai genitori l’amore per i libri (passa molto tempo a leggere) e per la musica (si diletta a comporre). Arriva, come loro ospite per l’estate, Oliver, un ricercatore americano che deve aiutare il padre nella stesura di una ricerca. Elio sviluppa subito una grande ammirazione per Oliver, sicuro si se’, colto e anche bello….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si tratta di un film ingannevole, perché disegna come ideale un incontro pederastico fra un adolescente e un giovane adulto, mentre traspare dal loro comportamento, solo un atteggiamento cinico, alla ricerca del proprio piacere
Pubblico 
Sconsigliato
Una nudità femminile. Riferimenti a pratiche sessuali di impronta volgare anche se non ci sono nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce molto bene a ritrarre la vita di una famiglia intellettuale e benestante, l’atmosfera indolente della campagna cremonese in estate, mentre il bravo Timothée Chalamet ci presenta un adolescente irrequieto in preda alle sue pulsioni sessuali
Testo Breve:

Nell’estate del 1983 si consuma un rapporto pederastico fra un adolescente e un giovane adulto. Una buona regia e una buona recitazione avvallano ideologie edoniste ispirate alla cultura classica

Il regista Elio Guadagnino, attraverso un’accurata ricostruzione degli ambienti, delle atmosfere e la psicologia dei personaggi, ha voluto trasmetterci una precisa idea di amore e di bontà ma in questa operazione le parole che vengono dette finiscono per andare in contraddizione con i fatti, svelando quanto intellettuale e quasi disumana sia la sua proposta. Ma procediamo con ordine.

Guadagnino ci introduce fin dall’inizio all’interno di una famiglia di alto livello culturale ed Elio, molto bravo a suonare il pianoforte, si diletta a comporre musica. La vita scorre fra le comodità (la villa è curata da vari inservienti, che si occupano di tutto, dal preparare il pranzo a curare il giardino) e un certo ozio (c’è poco da fare nei dintorni, se non rinfrescarsi al fiume e frequentare i pochi locali di cui dispone la città). Un’ambientazione che favorisce, grazie soprattutto alle competenze del padre, la riflessione sul bello. Fin dai titoli introduttivi c’è un chiaro riferimento alla civiltà greca classica. In una sequenza, il professore e Oliver guardano le diapositive di alcune sculture greco-romane raffiguranti corpi maschili e non si trattengono dal manifestare la propria ammirazione per la sinuosità e l’armonia delle forme. E' proprio in questo contesto che si inserisce il rapporto fra Elio e Oliver.

Il ragazzo, già maturo da un punto di vista intellettuale, è carente di relazioni umane (preferisce spesso restare solo a leggere) e percepisce la forza ormai dirompente delle proprie pulsioni sessuali. In questa prospettiva vede in Oliver l’uomo compiuto che unisce intelligenza e bellezza. Dopo una prima reticenza di Oliver (presto superata) si stabilisce fra i due un rapporto pederastico dove il ragazzo cerca di soddisfare, con una relazione anche fisica, l’aspettativa che si è costruito su Oliver mentre questi ha modo di compiacersi della sua superiorità nei confronti di quella fragilità, sia fisica che psicologica, che coglie nel ragazzo adolescente.  

E’ il regista stesso, nel lungo colloquio finale fra il ragazzo e il padre (che ha intuito la relazione che si è costituita fra i due) che ci toglie ogni dubbio in merito all’ideale greco a cui il racconto è ispirato: “Sei troppo sveglio per non capire quanto sia raro e speciale quello che c’è stato fra te e Oliver" – dice il padre al figlio - “io ti invidio”. Il padre continua  sottolineando la sua visione esistenziale ed edonista della vita: non bisogna mai sprecare queste magnifiche occasioni, bisogna cogliere questi momenti magici perché si invecchia presto e il corpo appassisce. Il loro incontro – continua sempre il padre - ha avuto soprattutto un valore spirituale (ci sembra quasi di leggere il Simposio di Platone) perché Oliver è buono e anche Teo è buono.

Quindi niente da eccepire in questa meravigliosa armonia di corpi e di spiriti? In questo film la differenza la fanno le donne. “Pensavo di essere la tua fidanzata” dice l’adolescente Marzia, quasi timorosa e sottovoce, a Teo, con il quale ha già avuto degli incontri intimi ma il ragazzo, che ormai ha un’intesa con Oliver; sorride, alza le spalle e non ha niente da dirle. Anche Oliver, nel suo soggiorno in Italia, è stato con una ragazza, ma poi era scomparso e quando prende la corriera per tornare a casa, si limita a farle un saluto, quasi canzonatorio, dal finestrino. Entrambi non hanno avuto alcuno scrupolo a prendersi gioco delle buone intenzioni di queste ragazze, pensando solo a loro stessi. Destano molta tenerezza queste due donne che  non sono delle intellettuali come Leo e Oliver, ma semplicemente degli esseri umani che si sono innamorate e che vorrebbero instaurare una relazione più profonda. E’ evidente che nel definire, da parte del padre, “buoni” i due protagonisti, c’è una grande falsità ideologica, che mira a presumere il potere perfettivo di un amore pederastico.

Dal comportamento dei due traspare solo una grande dose di cinismo nei confronti degli altri, troppo impegnati a seguire i loro fantasmi intellettuali e a soddisfare le proprie pulsioni. Il culmine è raggiunto proprio dal ragazzo: in un pomeriggio ha una rapporto con l’incauta Marzia, passa poi la notte con Oliver e il giorno successivo lo vediamo impegnato a masturbarsi. Non ci sono molte ideologie o miti greci da invocare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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