Dramma

A PRIVATE WAR

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/25/2018 - 09:24
Titolo Originale: A private war
Paese: Usa/Gran Bretagna
Anno: 2018
Regia: Matthew Heineman
Sceneggiatura: Arash Amel dall’articolo di Marie Brenner
Produzione: ACACIA FILMED ENTERTAINMENT, DENVER AND DELILAH PRODUCTIONS, SAVVY MEDIA HOLDINGS, THUNDER ROAD PICTURES
Durata: 106
Interpreti: Rosamund Pike, Jamie Dornan, Stanley Tuccy

Marie Colvin è una giornalista di origine americana dell’inglese Sunday Times specializzata nel coprire i conflitti più sanguinosi (anche se spesso dimenticati) del mondo. Un mestiere che non solo mette a rischio più volte la sua vita (la incontriamo quando decide di partire per lo Sri Lanka per raccontare la rivolta dei Tamil, un’impresa che le costerà la perdita di un occhio), ma la segna profondamente dal punto di vista psicologico. Incapace di “lasciare andare” un mestiere che è anche una vocazione, Marie affronta una profonda crisi per una sindrome post traumatica, beve troppo e fatica a mantenere dei legami. Tuttavia i suoi servizi da ogni parte del mondo (al fianco di Paul Conroy, un fotografo che è anche un ex militare e quindi la capisce meglio di ogni altro) aprono gli occhi al mondo su tragedie volutamente occultate…fino a che il destino le presenta il conto sotto le bombe nella città siriana di Homs.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film rende bene il senso di una vita complessa e a tratti contraddittoria ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e in questo cercare di cambiare le cose
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche molto esplicita , un paio di scene di sesso e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra una certa ripetitività nel mostrare le varie “campagne” in cui la protagonista è coinvolta ma beneficia dell’appassionata interpretazione di Rosamund Pike
Testo Breve:

La storia di Marie Colvin, una giornalista di guerra che ha perso la vita non perché alla ricerca della fama ma per aprire gli occhi a noi che, sepolti dalla valanga delle notizie, rischiamo di perdere la capacità di condividere le sofferenze altrui.  

Marie Colvin non è una donna facile da amare. Ha talento, ma non ha pazienza, è incosciente, beve, è impulsiva e orgogliosa. Ma ha un talento unico e soprattutto il coraggio per portarlo in giro per il modo, sotto le bombe e in mezzo ai proiettili, senza riguardo per i potenti. La sua bravura (che è un’urgenza prima di tutto personale di andare sul posto per “vedere” e raccontare, anche a costo di portare nell’anima ferite inguaribili) le conquista non solo l’interesse dei lettori , ma anche l’attenzione dei potenti (come Gheddafi) che la scelgono per dare al mondo il loro punto di vista.

Il film ritrae (grazie all’interpretazione appassionata di Rosamund Pike), senza nascondere le debolezze, i difetti e le occasionali crudeltà, una donna che forse vorrebbe essere madre (ma ha avuto due aborti naturali) ma che non sembra disposta a rinunciare alla vita che si è scelta né per un compagno né per un figlio.

Le sue scelte, forse anche per una certa ripetitività nel mostrare le varie “campagne” in cui la protagonista si impegna anche dopo l’attacco in terra Tamil che le fa perdere un occhio, non sono facili da accettare per un pubblico che pure subisce il fascino ruvido di questa combattente della notizia.

L’istinto farebbe dire che certi rischi sono azzardati, che qualche volta bisognerebbe rinunciare, specie quando i giornalisti sono presi di mira. Eppure lo sguardo del pubblico è un po’ anche quello de fotografo che Marie recluta in una delle sue missioni in Iraq e che da allora diventa il suo compagno di viaggio. Un ex militare (molto ben ritratto da Jamie Dornan) che non nasconde il peso di ciò che ha visto e cerca di convincere Marie a fare i conti con i suoi demoni.

Guerra dopo guerra, premio dopo premio, nonostante una nuova storia d’amore, Marie sembra però consumarsi in una missione che appare quasi votata all’autodistruzione.

Allo spettatore, consapevole fin dall’inizio del destino della giornalista, verrebbe da dire “fermati” senonché,  quando la vediamo in Siria, decisa a non abbandonare chi è stato dimenticato dal resto del mondo,  il film riesce finalmente a fare un salto e capire un po’ di più il senso di una vita complessa e a tratti contraddittoria, ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e in questo cercare di cambiare le cose.

È davvero “privata” la guerra di Marie, perché è una guerra anche con se stessa, ma pur nell’imperfezione di un film non sempre risolto, ha il merito di ricordare il valore di chi rischia la vita non tanto per uno scoop o per la fama, ma per aprire gli occhi a noi che, sepolti dalla valanga delle notizie, rischiamo di perdere la capacità di condividere le sofferenze altrui.         

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WIDOWS – EREDITA’ CRIMINALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/20/2018 - 20:42
Titolo Originale: Widows
Paese: Regno Unito, USA
Anno: 2018
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Steve McQueen e Gillian Flynn
Produzione: SEE-SAW FILMS, FILM 4, NEW REGENCY PICTURES
Durata: 128
Interpreti: Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elisabeth Debicki, Cynthia Erivo, Liam Neeson

Chicago. Durante la campagna elettorale per la presidenza del distretto, quattro criminali perdono la vita durante una rapina. Nemmeno il tempo per elaborare il lutto e le vedove si ritrovano a fare i conti con i debiti lasciati dai rispettivi mariti. In particolare Veronica (Viola Davis), moglie di Harry (Liam Neeson), il capo della banda, deve risarcire con due milioni di dollari la vittima della rapina, Jamal Manning, gangster afroamericano candidato alle elezioni. Veronica allora convince le altre vedove a formare una banda per mettere in atto il piano elaborato dal marito (e appuntato su un quadernino) per un colpo da cinque milioni di dollari. Questa volta il bersaglio del progetto criminale è l’altro candidato al distretto, il corrotto Jack Mulligan…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sembra affermare che quando la posta è sufficientemente alta, il fine giustifica i mezzi e il potere sembra corrompere tutti, bianchi come afroamericani
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, nudità, linguaggio scurrile. In U.S.A. è stato qualificato Restricted, dall’US Bishops Movie Review come Morally Offensive
Giudizio Artistico 
 
Il film non è banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.
Testo Breve:

Quattro vedove di quattro ladri morti nell’esercizio della loro" professione", superano la situazione difficile in cui si rrovano adottando gli stessi metodi dei loro ex-mariti. Un film violento dello stesso regista di 12 anni schiavo

Dopo Hunger, Shame, e 12 anni schiavo (Oscar come miglior film), il regista Steve McQueen sceglie un’altra storia fortemente sociale, immersa profondamente nella realtà che racconta, e ne esce fuori un thriller atipico con poca tensione e molto dramma, quello di quattro famiglie dilaniate dalla scomparsa della figura paterna, punto di riferimento nonché principale fonte di reddito (anche se, nei loro casi, derivante da attività illecite). Anche la struttura drammaturgica di Widows (libero adattamento dell’omonima serie TV britannica andata in onda negli anni Ottanta) sembra sottolineare questo aspetto: i preparativi per il “colpo del secolo” infatti  - che cominciano dopo un’ora circa di film - sembrano solo il pretesto per raccontare il riscatto di quattro vedove (idealmente all’ultimo posto nella scala sociale) che devono imparare a sbrigarsela da sole in un mondo dominato da uomini e per di più quasi tutti malvagi (l’unica figura maschile positiva infatti è l’autista di Veronica e fa abbastanza presto una brutta fine). In tal senso, non è casuale la scelta di intrecciare le peripezie di questa banda criminale decisamente atipica, con le tappe di avvicinamento alle elezioni del presidente del diciottesimo distretto (quello di Chicago, appunto), in cui si fronteggiano un gangster di colore, spalleggiato da loschi individui avvezzi ad atti di inaudita violenza per estorcere denaro e favori, contro l’ultimo rampollo, ipocrita e moralista, di una dinastia di politici corrotti che da svariate generazioni detiene a vario titolo il potere nel distretto. Il messaggio del regista è chiaro: dopo i vari colpi di scena si capisce che in fondo cambia l’estrazione sociale, cambiano i metodi, cambia il colore della pelle, ma alla fine il potere rende tutti uguali (sarà un caso ma i due candidati hanno le stesse iniziali e nomi assonanti).

In questo scenario alienante e a dir poco ostico, si deve muovere la protagonista, apparentemente predestinata vittima sacrificale, ma che poi attingendo a risorse inaspettate, fa prevalere all’istinto di sopravvivenza il desiderio di rivalsa contro quella società violenta e ingiusta che dopo il figlio le ha portato via anche il marito. Per farlo chiede l’aiuto delle altre donne, che si trovano come lei sole e sull’orlo del lastrico: quattro situazioni molto diverse da loro, che in qualche modo sembrano essere rappresentanti dell’intero genere femminile. Ma nel corso della storia si capisce che le cose non stanno proprio come sembrano: allora cambiano le motivazioni e la voglia di riscatto si trasforma in qualcos’altro, che forse è solo bisogno di colmare un vuoto affettivo creato dai lutti e da un benessere che era solo di facciata.

Per concludere, Widows non è un film banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME UNA ROSA NELL'ARMADIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/18/2018 - 15:08
 
Titolo Originale: Come una Rosa nell'Armadio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Fulvio Bruno
Sceneggiatura: Valeria Ammirati, Laura Farruggio, Fabrizio Vincitorioaleria Ammirati, Laura Farruggio, Fabrizio Vincitorio
Produzione: Azione Cattolica Italiana, Parrocchia San Siro, Diocesi di Ventimiglia-San Remo
Durata: 120
Interpreti: Mario Boeri, Raffaella Bianco, Sara Verrando, Stefano Mascarello

Domiziano è un creativo di successo. E’ molto coinvolto nel suo lavoro, fino a dimenticare di aver promesso alla moglie Liliana di pranzare insieme. Anche lei è molto impegnata: è supplente in una scuola elementare e da sola si deve prendere cura dei due figli adolescenti, Chiara e Francesco, visto che il marito è sempre fuori casa. Queste due vite parallele finiscono per ritrovarsi presto a ruoli invertiti: Liliana ottiene finalmente una cattedra mentre Domiziano si ritrova da un giorno all’altro senza lavoro. Di fronte a delle giornate passate in casa davanti al computer e sotto il pungolo della moglie, Domiziano comprende che in quel particolare momento di crisi può almeno rendersi utile accompagnando i figli a scuola e pulendo la casa….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime la bellezza della solidarietà nel lavoro e il valore degli affetti familiari che vanno coltivati giorno per giorno, così come si coltiva una pianta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un piglio vivace e divertente e tutti i personaggi, anche se non professionisti, appaiono veri e spontanei. Qualche incompiutezza nella definizione delle relazioni fra i due protagonisti
Testo Breve:

In questo christian film tutto italiano, un creativo della pubblicità  trascura la famiglia per il lavoro ma quando viene licenziato, inizia a impiegare il tempo a disposizione con lavori domestici e a prendersi cura dei figli. Una cura salutare che gli consentirà di riprendere coscienza dei valori familiari

L’aspetto più affascinante di questo film è il respiro collettivo che traspare dalle immagini. Si tratta di una storia che ruota intorno a un preciso protagonista, Domiziano e alla sua famiglia ma il racconto, man mano che progredisce, si allarga a ventaglio, includendo i colleghi di lavoro di lui e di lei, i compagni di scuola di Francesco e Chiara, la barista amica di Liliana, la simpatica salumiera, la mamma snob di Domiziano e tanti altri. Il tutto condito con molta allegria, con molta gioia nei rapporti umani, con il piacere di vivere all’interno di una comunità solidale, che costituisce il primo, vero “messaggio cristiano” (aggiungerei cattolico) del film, evitando anche di prendersi troppo sul serio, che è da sempre il vero rischio di questi lavori semiprofessionali.

Film come questo cercano di coprire un enorme vuoto presente nella produzione cinematografica non solo italiana ma europea: quello di film che trattano il tema della fede.  Certamente vengono prodotti serial TV e film che parlano di santi, di papi ma storie di laici che trovano nella fede la risposta ai loro problemi sono praticamente inesistenti (porrei, come unica eccezione, il film francese L’amore inatteso del 2010). Sappiamo che negli Stati Uniti la situazione è molto diversa: esiste il filone dei Christian film, di impostazione protestante, che ci parlano di laici che in famiglia, al lavoro, all’università, scoprono la bellezza del cristianesimo. Si tratta di un filone professionale che ha un suo preciso pubblico e che riesce a realizzare  giusti tornaconti economici. Ancora oggi possiamo dire, senza timore di sbagliare di molto, che per i corsi pre-matrimoniali che si svolgono nelle parrocchie italiane i film più utilizzati sono Fireproof del 2008 sul tema del perdono coniugale e October Baby del 2011, quando occorre affrontare il tema dell’aborto. Altri due film di questo filone sono riusciti ad accedere anche al circuito delle sale italiane e costituiscono una forma di apologia del cristianesimo: God’s not dead 1 e 2.

Possiamo dire, in termini rigorosi, che Come una Rosa nell’armadio sia un Christian film italiano? La risposta è “si” e “no”. E’ “si”, perché finalmente la prospettiva scelta è quella laica; è forse “no”, perché la fede non costituisce l’elemento determinante per la trasformazione dei protagonisti. Hanno dei problemi professionali e familiari da risolvere ma non li si vede mai entrare in chiesa né mettersi a pregare; nel film sono presenti due figure di sacerdoti, ma questi risultano marginali nell’economia del racconto. Si può rispondere “si” vedendo la storia in una diversa prospettiva: quella che riconosce che si può essere dei buoni cristiani solo se si è dei buoni uomini. In effetti, l’amore coniugale, la cura della famiglia, sono valori umani, indipendentemente dalla fede che si professa. La stessa frase che viene citata, di Papa Francesco, sull’importanza di curare gli affetti familiari come si cura una pianta, è espressione di una saggezza molto umana che però si pone in perfetta armonia con un’etica familiare cristiana e in particolare, come suggerito nel film, con il sentimento di misericordia a cui ci spinge l’esempio di Gesù.

Complessivamente il film mantiene un ritmo vivace, ben caratterizzato nei personaggi spesso molto divertenti anche se a volte si percepisce la loro non professionalità (con una interessante eccezione: il piccolo Francesco, che è semplicemente fantastico). Dispiace solo che a livello di sceneggiatura non siano stati approfonditi i rapporti fra Domiziano e sua moglie Liliana. A un certo punto della storia Domiziano ha una parentesi romantica con una certa Angela: li vediamo chiacchierare nei giardini, in biblioteca e comprendiamo che si sta stabilendo fra loro una forte intesa. Si tratta dello sviluppo di un interesse reciproco che risulta ben rappresentato. Per contrappeso non abbiamo qualcosa di analogo nei rapporti fra i coniugi: fin dalle prime sequenze li vediamo che mentre uno entra in casa l’altra esce,  discutere di lavoro, di figli, di cucina e pulizia della casa ma non abbiamo informazioni sulle origini e sulla profondità del loro legame. Sarebbe stato interessante conoscere quale “chimica”, forse sepolta dalle abitudini, li tiene uniti e sarebbe semplicistico supporre che il movente che riporta Domiziano a sentire un forte affetto per la moglie sia dovuto solo al fatto che ha potuto conoscere dal vivo l’importanza e la gravosità dei lavori domestici.

Il film è stato realizzato dal Gruppo Adulti e Famiglie dell’azione Cattolica di san Siro (Sanremo); ha coinvolto 131 attori e persone di staff non professionisti; unica figura professionista è stato il regista Fulvio Bruno. Dopo la prima proiezione, avvenuta al cinema Ariston di Sanremo nel novembre del 2018, alla presenza di ben 1800 persone, il film è stato presentato in altre sale italiane, soprattutto parrocchiali. Ora è disponibile in DVD ed è ordinabile dal sito: http://www.comeunarosanellarmadio.it/

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SENZA LASCIARE TRACCIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/16/2018 - 20:04
 
Titolo Originale: Leave No Trace
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Debra Granik
Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rosellini
Produzione: BRON CREATIVE, TOPIC STUDIOS, HARRISON PRODUCTIONS, REISMAN PRODUCTIONS, STILL ROLLING PRODUCTIONS FILMS
Durata: 107
Interpreti: Ben Foster, Thomasin Harcourt McKenzie (Thomasin McKenzie)

Fra i boschi del Parco Nazionale dell’Oregon vivono Will, un veterano di guerra che è rimasto traumatizzato da ciò che ha vissuto e Tom, sua figlia quindicenne, che ha cresciuto addestrandola a sopravvivere nella foresta. Scendono in città solo per comperare ciò che non possono ricavare dalla natura e Will ottiene i soldi di cui ha bisogno vendendo le ricette che gli vengono prescritte come veterano affetto da disordine post traumatico. Un giorno la polizia li scopre e li porta in città. Gli assistenti sociali riescono a trovare per loro una casa, un lavoro e Tom inizia a frequentare la scuola, con un crescente interesse verso questa nuova vita di relazioni. Ma il padre non riesce ad adattarsi e convince la figlia a prendere i bagagli e a salire clandestinamente su di un treno merci in cerca di nuovi boschi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessuno è cattivo in questo film: tutti esprimono una sollecita premura nel prestare aiuto a chi ne ha bisogno.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista è molto brava nel rappresentare il suo ideale fondato sulla sinergia fra una natura generosa e una umanità solidale. Ottima interpretazione dell’emergente Thomasin McKenzie-Harcourt
Testo Breve:

Un veterano di guerra desidera solo isolarsi dal mondo vivendo in una foresta e facendo crescere in quel modo sua figlia. Una storia-limite ma ricavata da un fatto realmente accaduto, che è l’occasione per la regista di esprimere il suo amore per una natura generosa e benevola verso l’uomo

Verso metà del film, quando padre e figlia sono stati accolti in una comunità che vive in roulotte ai margini di un bosco, Tom fa amicizia con una signora che periodicamente appende un sacco a un chiodo conficcato in un albero della foresta. Il sacco è pieno di generi alimentari e attrezzi utili per la sopravvivenza. Quel sacco è destinato alle tante persone che vivono nascoste fra gli alberi e in effetti, dopo pochi giorni, il sacco viene trovato vuoto. Come era già accaduto nel suo precedente film, Un gelido inverno, la regista indie Debra Granik è interessata ai tanti luoghi che ancora esistono nel grande continente americano che sono lontani dai grandi agglomerati urbani e che si prestano ad essere luoghi ideali per chi, per scelta o per necessità, desidera allontanarsi dalla complessità del mondo moderno. Se Un gelido inverno ci parlava di una piccola comunità che viveva di espedienti e traffici illeciti ai margini di una riserva indiana, in quest’ultimo lavoro troviamo un gruppo di persone che ha scelto come proprio mondo un campo di roulotte e uno spiazzo centrale dove mangiare e cantare assieme 

Che cosa ci vuole trasmettere la regista e sceneggiatrice Debra Granik? Il rifiuto della complessità e della falsità del mondo moderno? E’ un’idea che viene in mente quando vediamo padre e figlia camminare a piedi in mezzo al traffico assordante di una metropoli, dopo che li abbiamo appena visti, nel silenzio dei boschi, bere dall’acqua piovana e accendere il fuoco con una pietra focaia. Anche le riprese sono significative: la regista privilegia in città i campi lunghi e i due ci appaiono come due punti sperduti fra i grattacieli, rispetto ai primi piani fra i boschi.

E’ sicuramente questo l’atteggiamento di Will, che fugge dal mondo, per una ferita che non riesce a rimarginare ma lo sguardo della regista non è polemico (siamo agli antipodi di un film come Captain Fantastic, dove un padre di sei figli vive nello stesso parco dell’Oregon, in disprezzo del mondo dei consumi e del capitale) ma piuttosto propositivo di un mondo dove la natura e l’umanità sono in stretta simbiosi.

Ecco il ragno che tesse con meticolosa precisione la sua tela (scena che apre e chiude ilfilm) simbolo della paziente costruzione della natura.  Tom scopre che può senza timore, accogliere le api fra le sue mani nude. Perfino l’amicizia con un cane è vista come la miglior soluzione per far trovare al padre Will un po’ di serenità.

Anche l’umanità che ruota intorno ai due è del tutto particolare: le persone che incontrano, sia quelli accampati nei boschi che gli assistenti sociali della città, si mostrano premurosi nei loro confronti e attenti alle loro esigenze. Sembra che la regista stia cercando di proporci un mondo irreale ma è così abile nel presentarcelo, grazie alla grande cura nei dettagli, da renderlo una proposta accettabile.

Anche i rapporti umani sembrano perdere, nella sua visione, lo strumento principe che li caratterizza: la parola. Padre e figlia, abituati a vivere in simbiosi per anni, si esprimono per monosillabi e in una delle scene conclusive, bellissima, quando Will e Tom si guardano a lungo senza parlare, uno di fronte all’altra, si stanno dicendo tutto quello che hanno da dirsi. Ci sono buone probabilità che la regista sia riuscita, come aveva già fatto nei confronti di Jennifer Lawrence in Un gelido inverno, di lanciare una nuova diva. Bravissima è infatti Thomasin McKenzie-Harcourt nella parte della figlia: il suo sguardo riesce a esprimere con pochi tratti, curiosità, affetto, premura.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOTTI MAGICHE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/12/2018 - 22:57
Notti Magiche
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi
Produzione: Lotus Film
Durata: 115
Interpreti: Mauro Lamantia, Luciano Ambrogi, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Giancarlo Giannini, Marina Rocco

Nella notte della semifinale del campionato mondiale una macchina, guidata da Leandro Saponaro, produttore cinematografico, ormai al lastrico, cade dal ponte di Trastevere. Si sospetta subito che sia omicidio e sono interrogati i tre ragazzi finalisti del Salinas che hanno avuto l’ultimo contatto con lui.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’accusa al cinema lascivo è funzionale, solo, al racconto del retroscena sul cinema italiano e sui suoi registi e produttori troppo impegnati a realizzare se stessi e a usare gli altri.
Pubblico 
Sconsigliato
Troppo cinismo e nessun personaggio positivo
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi del film sono esilaranti. Soprattutto per chi scrive, realizza e conosce il cinema italiano.
Testo Breve:

Paolo Virzì ritorna agli anni '90 nella notte della semifinale del campionato mondiale quando fare cinema sembrava un sogno  allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Un divertissement per i cultori  del cinema italiano per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema

Le notti sono magiche quando tutti gli italiani, riuniti insieme davanti a uno schermo all’aperto, tifano per la Nazionale. Quando sperano e desiderano la vittoria seguendo la voce inconfondibile di Bruno Pizzul. E anche lì a Roma, la notte della semifinale, mentre la sconfitta con l’Argentina invade gli animi degli sportivi, c’è una morte improvvisa. Un’auto cade da un ponte del Tevere. E in quell’auto c’è Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), un produttore di cinema over sessanta. Suicidio o omicidio? Il carabiniere (Paolo Sassanelli) convoca tutti per un interrogatorio. Però i primi coinvolti sono quei tre ragazzi, giovani e forse fintamente inesperti, che sono a Roma perché hanno talento, perché sono i finalisti del Premio Solinas. Sono i tre che hanno avuto contatti con il morto, assicura la giovane compagna amante di Saponara, Marina Rocco. Sono loro i colpevoli, non ci sono dubbi. E così inizia un veloce, nero flashback in cui i tre (che ricordano gli stessi sceneggiatori dei film, Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) sono costretti a raccontare i loro giorni romani.
Luciano (Giovanni Toscano) è toscano, seducente senza ambiguità, diretto e volenteroso. Non teme i giudizi, ottiene quello che vuole (come chiedere alla starlette matura, interpretata da Ornella Muti, di mostrargli il suo corpo solo per guardare) e non sa gestire il rapporto con la ragazza, anche lei toscana, giovane madre di suo figlio.

Poi c’è il provinciale Antonino (Mauro Lamantia): viene dalla Sicilia, è il più talentuoso dei tre, ha vinto il premio in denaro del Solinas e ha uno sguardo ingenuo nei confronti di tutti, anche dei suoi sentimenti.

E infine c’è la ricca Eugenia (Irene Vetere) talmente timida da essere paranoica, che si rifugia nelle droghe immediate per avere il controllo dei suoi pensieri e stati d’animo, che si paralizza di fronte al suo attore mito, Jean Claude Bernard, che non guarda in faccia la donna che entra nella sua roulotte del set (in questo caso Eugenia) e non perde tempo a possederla. E soprattutto ha una casa in centro talmente bella che può ospitare i due nuovi amici, che non hanno dimora romana.

Il racconto di loro tre inizia e si fa un tutt'uno in quei giorni di quegli anni ’90 quando il sogno di fare cinema sembra allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Una condizione, quella dei protagonisti, produttori, sceneggiatori, attori e famosi registi che è volutamente rafforzata da una luce particolare, gialla, scura, mai splendente (bravissimo il direttore della fotografia Vladan Radovic).

Lo sguardo realistico e a volte troppo cinico di Paolo Virzì diventa la cifra di tutto il film, che è sicuramente un divertissement per i cultori e i giornalisti del cinema italiano, per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema. Come non sorridere quando si cita il regista Pontani, quel maestro dell’incomunicabilità (il nostro Michelangelo Antonioni), vincitore della Palma d’Oro a Cannes per il film La chiusura?. C’è l’avvocatessa Giovanna Cau, ci sono gli sceneggiatori Age e Scarpelli, i registi Ettore Scola e Giuliano Montaldo, e tanti altri ai quali Paolo Virzì volutamente non sceglie di dare il nome reale, ma li evoca attraverso le loro manie, le idiosincrasie. Ad eccezione di due, l’attore Marcello Mastroianni e il regista Federico Fellini sul set de La voce della luna. Però poi alla fine i protagonisti, con le loro particolarità, eccessi e debolezze, rischiano di essere i personaggi di sé stessi e di stancare. Per loro lo spettatore non prova alcun desiderio di identificazione: li osserva, li giudica e, se conosce il cinema italiano, si diverte per le battute che denudano vizi e malcostume dello spettacolo. Solo per quelle. Di magico resta solo la canzone di Gianna Nannini e Edoardo Bennato.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHESIL BEACH - IL SEGRETO DI UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/11/2018 - 18:40
Titolo Originale: On Chesil Beach
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Cooke
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: NUMBER 9 FILMS
Durata: 105
Interpreti: Saoirse Ronan, Billy Howle, Emily Watson, Samuel West, Anne-Marie Duff, Adrian Scarborough

Estate del 1962. In un piccolo hotel nella contea del Dorset, sulla spiaggia di Chesil Beach, una giovane coppia si appresta a trascorrere la sua prima notte di nozze. Edward si è laureato da poco e desidera scrivere libri di storia. Florence è una promettente violinista e dirige un quartetto con i quale spera di diventare famosa. Sono entrambi innamorati l’uno dell’altra ma ciò che quella sera deve accadere desta loro non poca apprensione: per entrambi è la prima volta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non sempre si riesce a comprendere la radicalità del matrimonio, il passaggio da una vita incentrata su se stessi a una che comporta la fusione dei corpi e delle anime
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di amplesso con nudità parziali. Il tema trattato non risulta adatto ai più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno. La regia, con i suoi ritmi lenti, asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan
Testo Breve:

Negli anni sessanta, prima  della rivoluzione sessuale, due giovani sposi alla loro prima notte di nozze si trovano ad affrontare qualcosa che per loro è rimasto ignoto fino a quel momento. Tratto da un romanzo di McEwan, il film scava sulla difficoltà di porre in pratica l’amore di coppia

Dopo Espiazione, dopo Il verdetto ecco un terzo film che in pochi anni porta in pellicola romanzi dello scrittore inglese Jan McEwan. Tutti e tre possono venir accomunati da una caratteristica: quella di raccontare, con grande finezza psicologia, un amore che sarebbe potuto essere ma che non è stato, generando quello spleen che è così tipico dello scrittore. Se in Espiazione  Cecilia e Robbie restano per sempre separati per la maldicenza di una ragazzina invidiosa, in Il Verdetto è il giovane Adam, affetto da leucemia, a sperare in un amore, in questo caso di madre putativa,  impossibile: quello con il  giudice Fiona, che gli è apparsa come musa ispiratrice per una gioia di vivere che non aveva ancora conosciuto. Ora in questo On the Chesyl Beach, tutto sembra a posto fra Edward e Florence, novelli sposini che hanno affittato una camera in un piccolo hotel sul mare per la loro prima notte di nozze ma entrambi sono vergini e se lui teme di risultare rozzo, lei si approccia con timore a questa intimità così fisica. Il film è ambientato nel 1962, poco prima dell’inizio dell’epoca della contestazione che porterà con se sostanziali cambiamenti di costume, soprattutto nella sfera sessuale. E’ indubbio che nel ’62  si parlava poco di sesso o lo si faceva con estrema discrezione e In effetti desta sconcerto vedere Florence, prima delle nozze, leggersi un libro di educazione sessuale per cercare di comprendere come deve comportarsi.

Sarebbe però troppo semplicistico concludere che McEwan, qui anche sceneggiatore, abbia voluto realizzare un film di pura critica sociale, mostrando come stupidamente ci si comportava prima della rivoluzione sessuale, arrivando alla prima notte di nozze o completamente ignoranti o pieni di complessi e pruderie. Né si può dire che il regista voglia lanciare strali contro forme di bigottismo religioso, perché una delle figure più belle del film è proprio quella del sacerdote che con grande sensibilità psicologica comprende che Fiona sta andando alle nozze con apprensione e cerca di portarla con delicatezza verso una confessione liberatoria, anche se ciò non avviene. E’ lo stesso sceneggiatore-scrittore a diradare questa semplicistica interpretazione, facendo capire, con discrezione, che Florence non sta subendo condizionamenti sociali tipici dell’epoca ma conserva gli effetti di  traumatiche esperienze giovanili che deve e vuole cercare di superare. Cos’è allora che non funziona veramente fra loro due, oltre alle incertezze della prima notte?
Edward e Florence, dopo le nozze, si accorgono di essersi calati in un nuovo mondo per il quale non si sono preparati: se prima del matrimonio, come ci raccontano numerosi flashback,  i due si compiacevano dello stare insieme perché era bello parlare di tante cose, di musica, di politica di arte, adesso comprendono che il matrimonio è molto più di un piacevole conversare ma una reciproca donazione totale del fisico e dell’anima diventare una nuova realtà , ma che per nascere ha bisogno della morte di quel singolo che si era prima.

Ecco che Florence chiede al marito di accettarla così com’è: un gradevole vivere insieme, sorrisi e parole e basta, che vuol dire restare così come erano, due singoli e non una coppia. Ma anche Edward, che si sente umiliato e che reclama le promesse matrimoniali non è pronto per una dedizione totale che in quel caso vuol dire stare pazientemente vicino alla moglie fino alla guarigione (che effettivamente avverrà ma in modi diversi). E’ stato proprio McEwan, con la sua sceneggiatura di Il verdetto a darci un bellissimo esempio del potere trasformante dell’amore, anche se in quel caso non si era trattato di amore coniugale. Il giovane Adam, ormai rassegnato a morire, aveva incontrato Fiona, che si è mostrata interessata alla sua persona, aveva assecondato il suo interesse per la musica, aveva condiviso con lui la passione per i versi di poeti celebri. Il ragazzo si era sentito rinato, aveva trovato degli interessi che reclamavano in vita e non voleva più morire. Ora invece, in un lungo battibecco sulle sponde della spiaggia di Chesyl, Edward e Florence non sono disposti a regalare all’altro nessuna forma di amore trasformante e restano ancorati a quel loro io privato che non vuole diventare un io di coppia.

Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno la regia, con i suoi ritmi lenti asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUFORIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/06/2018 - 22:01
Titolo Originale: Euforia
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Valeria Golino
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino
Produzione: HT FILM, INDIGO FILM CON RAI CINEMA
Durata: 115
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca, Valentina Cervi

Matteo è esperto nella realizzazione di sponsorizzazioni artistiche per importanti clienti. E’ un uomo affermato, ha un bell’attico a Roma e si gode la sua vita da scapolo, contornato da una corte di parassiti. Suo fratello Ettore è rimasto nella nativa Nepi assieme alla madre ed è insegnante alle scuole medie. Per molto tempo non si sono frequentati quando un giorno la madre telefona a Matteo pregandolo di raggiungerli: Ettore è già svenuto due volte e si teme che abbia qualche grave malattia. Matteo decide di ospitare il fratello nella sua casa romana, così avrà tutto il tempo di fare le necessarie analisi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due uomini sembrano essere alla deriva spinti solo dai loro istinti e dalle loro emozioni (buone o cattive) senza essere in grado di porsi alla guida della loro vita
Pubblico 
Sconsigliato
Situazioni e frasi volgari su alcuni aspetti sessuali, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot non necessari e alcuni personaggi restano senza una chiara collocazione
Testo Breve:

Un fratello è ricco mentre l’altro conduce una vita modesta. Un fratello è esuberante e libertino, l’altro è una persona riservata. Uno è sano, l’altro è malato. Valeria Golino, alla sua seconda esperienza da regista, torna sul tema della morte ma mette troppa carne al fuoco

Valeria Golino, nel suo primo film da regista (Miele) aveva già affrontato il tema della malattia e della morte. Si potrebbe dedurre che per lei sia una specie di ossessione, perché non riesce a inserirle nell’economia e nel significato della nostra esistenza e non trova altra soluzione che l’eutanasia (in Miele) oppure negare la sua esistenza, come fa Matteo che evita di far sapere al fratello il responso dei medici. Quello del mentire sembra sia uno dei tanti difetti di Matteo che è un grande giocoliere della parola: sia sul lavoro, quando cerca di portare i suoi clienti verso soluzioni a lui più vantaggiose, sia verso i familiari, perché vuole mantenere sempre lui il controllo delle situazioni e delle persone. Ecco che mente a Michela, la moglie separata di Ettore, dicendole che lui l’ama ancora. Ecco che mente a Ettore stesso, non solo negandogli la verità sulla sua malattia ma dicendogli che Elena, la sua ex amante l’ama ancora Ma i vizi di Matteo sono altri ancora  e sembra che la Golino si sia divertita a caricare di tinte fosche il protagonista: spregiudicato libertino beve e sniffa coca,  allunga le notti con la sua corte di parassiti dalle quali pretende anche prestazioni sessuali dagli uomini (ha inclinazioni omosessuali). E’ anche un narciso che si fa fare un intervento estetico che gli regali polpacci muscolosi. Può sembrare un modo per contrapporre il fratello cattivo con quello buono ma anche Ettore ha non pochi difetti: spesso non gradisce la presenza del figlio, ha avuto un’amante ma non vuole più tornare con la moglie Michela perché: “E’ vacua, è superficiale, io purtroppo l’ho sempre saputo”. Ci si potrebbe domandare come mai l’abbia sposata se ha avuto fin dall’inizio un così basso giudizio su di lei ma il film non approfondisce questo aspetto. Sembra quasi che i due fratelli si siano auto-negati le più elementari felicità della vita in famiglia: da tempo hanno cessato di frequentarsi e trascurano anche la madre che non riesce mai ad avere loro  notizie.

La Golino non risparmia un affondo su alcuni aspetti della fede cristiana e il viaggio dei due a Medjugorje, non certo per fede ma per pura superstizione, si trasforma in una satira di certe comitive di credenti che cercano di espiare i propri peccati inerpicandosi su viottoli pieni di sassi per compiere la Via Crucis e poi chiedono agli organizzatori: “a che ora c’è l’apparizione della Madonna?  Non perde tempo Matteo che riesce a cogliere anche l’occasione di questo viaggio dall’apparenza più spirituale per concedersi un rapporto omosessuale con un partner raccolto fra i pellegrini.

Un discorso a parte merita l’omosessualità di Matteo, anch’essa oggetto da parte della Golino di stralci derisori. Questa inclinazione di Matteo non risulta affatto necessaria ai fini del racconto ma la sceneggiatura non manca di inserire nel racconto parole o situazioni volgari.

Alla fine il panorama umano che traspare da questo film è desolante: i protagonisti sono  persone che non sono al volante della loro vita ma avanzano spinti dalla loro emotività e da  impulsi primordiali  Se Matteo deve essere ricoverato in ospedale per abuso di alcool e droga, se i due fratelli bisticciano perché hanno punti di vista diversi, se al contrario, la volta successiva, si abbracciano  perché si sono ricordati dei tempi della loro giovinezza, è inutile intravvedere una maturazione, un percorso delle loro personalità:  sono come palle da biliardo che rimbalzano da una sponda all’altra appena eventi esterni li respingono o li attraggono

La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot che finiscono per disperdere l’unità del racconto   e alcuni personaggi restano senza una giusta collocazione, come la Tatiana interpretata da Valentina Cervi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AN INTERVIEW WITH GOD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/05/2018 - 13:08
 
Titolo Originale: An Interview with God
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Perry Lang
Sceneggiatura: Ken Aguado
Produzione: Astute Films, Giving Films
Durata: 97
Interpreti: Brenton Thwaites, David Strathairn, Yael Grobglas

Paul Asher è un giovane promettente giornalista, con una buona preparazione anche teologica, che si è fatto conoscere per un suo reportage in Afghanistan dove aveva raccolto le riflessioni di soldati di fede cristiana che stavano combattendo in quel paese così lontano e ostile. Il suo ritorno in patria risulta particolarmente difficile: la vista di tanta sofferenza ha incrinato la sua fede e si sente responsabile della crisi coniugale che sta attraversando perché per seguire la sua passione professionale ha finito per trascurare sua moglie che ora vuole lasciarlo. In un momento così difficile per la sua vita inizia a intervistare uno strano personaggio che dichiara di essere Dio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un giovane comprende che per avvicinarsi a Dio occorre una fede operosa, che si estrinseca in opere buone verso il prossimo, non solo in belle parole
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione in particolare da parte di David Strathairn, nel difficile ruolo di “Dio” ma la sceneggiatura è imperfetta nel suo obiettivo di ottenere una storia che risulti coerente nel suo sviluppo
Testo Breve:

Un giornalista che deve affrontare una crisi coniugale e una crisi di fede, si trova a fare un’intervista nientemeno che a Dio. Un Christian Film che evidenzia bene come le soluzioni ai nostri problemi si trovino più nel cuore che nella nostra mente

La vita eterna, la salvezza che ci è stata promessa dalle pagine del Vangelo, è veramente importante per noi, uomini di oggi o piuttosto ci preoccupiamo  di vivere al meglio questa vita, prima che ci colga la morte?

E’ una domanda che spesso, con un po’ di onestà, chi ha fede o chi si vorrebbe avvicinare ad essa, finisce per domandarsi (tema brillantemente affrontato e risolto da Benedetto XVI nell’enciclica Spes Salvi). Questo Christian Film è un po’ diverso da tanti altri del suo genere: non si rivolge a chi è credente e cerca un racconto che lo confermi in ciò in cui già si sente sicuro; si pone invece nella prospettiva di chi si approccia alla fede ma è travolto da una serie di dubbi che la sua ragione gli pone davanti.

Ecco quindi che vengono affrontati temi “classici” ma sempre attuali per chi è trattenuto da una piena credenza in Dio: dove sono le “prove” della Sua esistenza? Qual è il vero senso della nostra vita? Esiste il diavolo? Esiste il libero arbitrio? Com’è possibile conciliare la nostra libertà con l’azione della provvidenza divina nel mondo? Dio è amore?  Perché cose cattive accadono spesso a persone buone? Che senso ha pregare quando Dio sa già tutto?

Sono temi che vengono discussi in questo film in un modo decisamente insolito: Paul si trova a fare un’intervista nientemeno che con Dio, o almeno così dice di essere questo distinto signore che ha preso con lui un appuntamento in un parco della città. Non credo sia necessario scandalizzarsi per questo modo di rendere accessibile, in un film, la discussione di temi teologici così profondi ma è sicuramente delicato per non scivolare in un eccesso di banalizzazione. In effetti, certi passaggi sono vicini a questo pericolo: “Ho creato il mondo in sei giorni”- “Bel lavoro”- “Grazie”.

Per altro verso, discussione dopo discussione (l’intervista si sviluppa a tre incontri) il personaggio sconosciuto porta Paul alla vera essenza del loro colloquio che è strettamente personale e riguarda proprio lui, il suo riuscire a riunirsi con sua moglie e ritrovare la fede in Dio. Il vero punto nodale non è rispondere a tutte quelle domande un po’ astratte ma mettere in atto una “fede operosa”, in grado di fare del bene al proprio prossimo. Il film è ben recitato dal promettente Brenton Thwaites ma soprattutto da David Strathairn (conosciuto dal vasto pubblico per Good Night, And Good Luck) che rende molto bene questa figura “divina” che da una parte rispetta la libertà di Paul, ma dall’altra si preoccupa che il ragazzo ritrovi la sua verità.

Ciò che difetta è la sceneggiatura che non amalgama bene il trauma del periodo passato in Afghanistan, le tre interviste con “Dio” che portano Paul a riflettere con onestà sulla sua crisi e infine il modo con cui decide di affrontare la sua crisi coniugale. Sono tre momenti che non si concatenano in modo armonico. Occorre dire che anche se le risposte alle “famose domande” su Dio non sono esaustive, è reso bene l’atteggiamento di un Dio che si prende cura dei suoi figli e interviene perché ritrovino la felicità e si riavvicinino a Lui. Com’è ben chiarito alla fine “i miracoli avvengono ogni giorno”. Si percepisce comunque l’impostazione protestante, in quanto la salvezza viene presentata come un fatto esclusivamente personale e manca la percezione dell’appartenenza di ogni fedele a una Chiesa che mira globalmente alla redenzione.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FIRST MAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/01/2018 - 19:37
 
Titolo Originale: First Man
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Damien Chazelle
Sceneggiatura: Josh Singer
Produzione: DREAMWORKS, PERFECT WORLD PICTURES, COPRODUTTORE JAMES R. HANSEN
Interpreti: Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal

Nel 1962 Neil Amstrong era un collaudatore dell’aereo-razzo X-15 quando la morte della figlia Karen a soli due anni, lo spinse a cambiare ambiente di vita e a entrare a far parte del progetto Gemini, una delle fasi intermedie di preparazione allo sbarco sulla Luna, secondo il progetto americano NASA, nato per contrastare la supremazia sovietica. Si è trattato di un’avventura bella ma pericolosa, caratterizzata da incidenti anche mortali. Neil, grazie al suo elevato autocontrollo e al sostegno della moglie Janet, riuscì a essere il primo uomo a sbarcare sulla Luna

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una bel rapporto coniugale e la solidarietà fra compagni di avventura attenuano il tono pessimistico con cui viene vista l’esistenza umana: una dura e continua sfida in un mondo che sembra non avere un senso finito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcuni momenti di tensione
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore Josh Singer fa un ritratto efficace della complessa personalità del protagonista mentre il regista Damien Chazelle ci fa entrare nelle capsule spaziali facendoci rivivere con grande realismo le varie missioni spaziali
Testo Breve:

L’avventura spaziale di Neil Amstrong, il primo uomo che sbarcò sulla luna. Un racconto realista, senza retorica,  di un uomo introverso che ha saputo arrivare fino alla fine di un lungo e difficile progetto

Scordiamoci Uomini veri (1984), scordiamoci Apollo 13 (1995), scordiamoci Il diritto di contare (2016) sulle menti prodigiose di quelle donne matematiche che riuscirono a portare il primo uomo nello spazio: questo film di Damien Chazelle (già vincitore di premi Oscar con La La Land) è molto lontano dai toni apologetici e trionfali dei precedenti film che hanno raccontato l’avventura spaziale americana.

Il film è costellato di guasti tecnici, indecisioni su cosa fare in momenti drammatici e da morti. Ciò non vuol dire che ci troviamo di fronte a una rivisitazione di quest’epica moderna, come era già avvenuto per l’epopea Western, quando le scene di poveri pionieri accerchiati dagli indiani erano state sostituite con quelle dei massacri perpetrati dai soldati blu. L’elogio di quell’impresa prodigiosa ma effimera viene anzi accentuata proprio perché narrata in modo realistico, attraverso tanti dettagli tecnici che danno la misura del rischio che stavano correndo quegli uomini e che tuttavia continuavano ad andare avanti.

La bravura del regista sta proprio nel fatto che una storia già nota a tutti, risulti ugualmente carica di suspense. Un effetto realizzato con un ampio uso di soggettive, attraverso le quali percepiamo l’angustia claustrofobica di quelle capsule (gli unici campi lunghi vengono riservati alla fine per gli spettrali orizzonti lunari), i massicci portelloni che si chiudono per sigillare gli uomini in quella che può diventare la loro bara, le vibrazioni ossessive delle partenze che sembra stiano per frantumare la struttura del razzo. Ma la vera attrattiva è la complessità del personaggio protagonista. Sicuramente introverso, di poche parole ma dotato di un prodigioso autocontrollo che costituisce la sua vera forza, è stato caricato, dall’abile sceneggiatura di Josh Singer, di una malinconia di fondo che rimanda allo stesso personaggio che Ryan Gosling aveva interpretato in La La Land.

Possiamo dare due interpretazioni a questo Neil di Damien Chazelle e Josh Singer: uno psicologico, l’altro come metafora dell’uomo universale. La vita di Neil è segnata dalla morte della figlia a soli due anni: un evento che lo spinge, d’accordo con la moglie, a cambiar vita per tentare l’avventura dello spazio. Per tre volte nel film lo vediamo piangere ma sempre da solo, perché non ama condividere con gli altri le sue emozioni. In seguito accadono altri lutti, colleghi dell’avventura spaziale e lui, di nuovo, fa maturare quel suo dolore nella direzione di una sempre più ferma determinazione di andare avanti fino alla fine. Negli anni ’50 e ‘60, quando Hollywood sfornava in continuazione film di guerra, la morte di un soldato determinava nei compagni una maggiore determinazione a combattere per completare l’opera che aveva iniziato.

Non è così per Neil-Brian Gosling: per lui resta una sfida compiuta in solitaria da combattere contro le avversità di un destino le cui origini restano sconosciute. E’ questa l’interpretazione metafisica che si può dare alla sua impresa. Non si intravede una sensibilità cristiana ma piuttosto pagana e tornano in mente il mito di Prometeo o di Ulisse. Non si sa da quali divinità sia popolato il cielo che comunque non mostra simpatia verso l’uomo ma è proprio da questo contesto ostile che rifulge la grandezza dell’uomo, in grado di superare tutte le sfide per arrivare al traguardo che si è prefissato. La scena di lui che passeggia per primo sulla luna simboleggia la conclusione di anni di rischi e di sforzi, ma il panorama di questo nuovo mondo cinereo e freddo sembra significare che non c’è mai riposo: raggiunto un traguardo, l’uomo deve sempre guardare avanti verso quello successivo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DISOBEDIENCE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/27/2018 - 15:50
Titolo Originale: Disobedience
Paese: GRAN BRETAGNA, IRLANDA, USA
Anno: 2017
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Rebecca Lenkiewicz
Produzione: ED GUINEY, FRIDA TORRESBLANCO, RACHEL WEISZ PER ELEMENT PICTURES, BRAVEN FILMS
Durata: 114
Interpreti: Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Romit è una fotografa di successo che vive a New York. Un giorno riceve una telefonata da Londra: suo padre è morto. Dopo lunga esitazione, decide di prendere l’aereo per partecipare ai funerali: Si tratta di una scelta coraggiosa perché per lei vuol dire ritornare in quella comunità ebraico ortodossa che aveva lasciato improvvisamente tempo prima, dove suo padre era il rabbino capo. Ritrova l’amica di un tempo, Esti e anche Dovid, destinato a diventare il nuovo rabbino della comunità. Scopre con sorpresa e con un po’ di disappunto che i due si sono sposati. Romit si accorge infatti che l’antica passione per Esti sta ritornando, quella stessa che le aveva consigliato di abbandonare la comunità per evitare la riprovazione di tutti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa un contrasto fra passioni umane e comandamenti divini ma poi porta la visione dell’uomo a un livello superiore, mostrandolo capace di un comportamento responsabile
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni rapporti sessuali fra donne senza nudità. Un scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio, al suo primo film in lingua inglese, riesce a farci entrare nel mondo chiuso di una comunità ebraica sviluppando bene la psicologia dei protagonisti in una situazione conflittuale
Testo Breve:

Si può ipotizzare che in una comunità ebraica ortodossa possa svilupparsi un amore fra due donne? Il film è meno scandalistico di quanto possa suggerire il tema e riesce a cogliere gli aspetti umani della vicenda, mostrando una sincera ricerca di una giusta risposta dalla fede in un Dio creatore

Il rabbino capo, padre di Ronit, parla alla sinagoga. Parla degli angeli, spiriti puri, incapaci di fare del male e degli animali, che guidati dal loro istinto, seguono ciò che ha impresso in loro il Creatore. Furono creati anche gli uomini, in bilico fra la purezza degli angeli e i desideri degli animali ma superiori a tutti perché dotati di libero arbitrio.

Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio ci pone subito di fronte al tema che vuole affrontare e significativamente il film si chiude con un altro discorso tenuto in sinagoga da parte Dovid, il nuovo rabbino della comunità, che pronuncia un inno alla libertà di scelta dell’uomo.

All’interno di questa parentesi teologica si definiscono i destini di due donne e un uomo: Ronit che aveva già fatto la scelta di lasciare la comunità, segnata dal dolore di un padre che l’aveva voluta dimenticare ed Esti che sente il ritorno di fiamma per Ronit ma vuole anche bene al marito, che è una persona gentile e sensibile in conflitto fra il desiderio di non perderla e la volontà di rispettare le sue scelte.

Non ci sono molte altre varianti al racconto, che si svolge quasi sempre in interni, focalizzato sullo sforzo dei protagonisti di sciogliere i nodi di questo triangolo, sotto gli occhi sospettosi della comunità che non può tollerare rapporti lesbici.

A rimarcare la sua tesi, il regista mette a contrasto due rapporti sessuali, quello appassionato fra Ronit ed Esti e quello fra quest’ultima e il marito, rigorosamente programmato di venerdì, con precisi fini riproduttivi.

Il tema dei pregiudizi di una comunità era stato già affrontato dal regista nel precedente Una donna fantastica , la storia di un transessuale che doveva reagire all’isolamento e all’emarginazione da parte dei suoi stessi familiari.  Questa volta il dito è puntato direttamente su una specifica fede religiosa, quella ebrea ortodossa, con un impianto molto simile al film Il verdetto, uscito di recente, dove un giudice deve difendere dei minori dalle pericolose irrazionalità di una comunità cattolica e un’altra di Testimoni di Geova. Occorre dare atto al regista che non enfatizza la polemica anti-religiosa (semmai il suo tema è come interpretare correttamente l’Antico Testamento) che resta di sottofondo rispetto alle storie personali dei  tre protagonisti, che vengono approfondite con cura.
Ronit ha già conquistato la sua indipendenza ma si sente priva di radici, per l’abbandono del padre, che aveva finito per considerare Dovid come un figlio adottivo; Esti, è più fragile, stenta a prendere decisioni che diventerebbero irrevocabili e si appoggia ora a Ronit, ora al marito. . Un discorso a parte merita Dovit, forse il personaggio più originale perché se nelle due donne ci si trova davanti al conflitto, passioni individuali-regole della comunità, visto più volte al cinema. Dovit è un uomo che ha il controllo di se stesso, è rispettoso degli altri e cerca di trovare una risposta ai suoi problemi nella Bibbia anche se conclusioni a cui dovesse arrivare fossero in contrasto con i suoi più intimi desideri. . Lo vediamo presentare con convinzione ai suoi allievi alcuni brani del Cantico dei Cantici visti come elogio della bellezza della sensualità umana e poi esprimere con convinzione, un elogio del libero arbitrio, “sigillo” della superiorità dell’essere umano. Il suo discorso alla sinagoga non è sbagliato ma incompleto. Giustamente esalta la libertà di scelta dell’uomo: sarebbe inutile parlare di amore verso Dio e verso gli altri se non esistesse il prerequisito della libertà. Ma trascura di parlare della responsabilità che segue alla libertà. Una libertà irresponsabile verso gli altri si trasformerebbe facilmente nel diventare solo schiavi dei propri desideri. Per fortuna, com’era già successo con Il verdetto, il film predica male ma razzola bene e, in un modo che non possiamo rivelare, le due donne sapranno comportarsi in modo responsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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