Dramma

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BLACK BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/10/2020 - 10:09
 
Titolo Originale: Black Beauty
Paese: USA, UK, South Africa, Germany
Anno: 2020
Regia: Ashley Avis
Sceneggiatura: Ashley Avis
Produzione: Constantin Film JB Pictures Bolt Pictures
Durata: 110 su Disney+
Interpreti: Mackenzie Foy, Kate Winslet, Claire Forlani, Iain Glen

America occidentale. Viene avvistata una mandria di mustang selvatici. Degli allevatori di cavalli riescono a catturarne alcuni e a portarli ai loro ranch. Tra questi, una bellissima puledra nera arriva a Birtwick, l’allevamento gestito da John Manly, un esperto e abile addestratore. Al ranch è giunta anche Jo Green: i suoi genitori sono morti in un incidente stradale e lei deve andare a vivere con lo zio John. Il terreno comune della perdita dei genitori, fa scattare in Jo e in Black Beauty (così come verrà chiamata dalla giovane la cavalla) un legame speciale. Lì dove John non riesce a concludere niente Jo riuscirà. Tra le due nasce una grande amicizia, messa a dura prova dalle vicissitudini contingenti delle loro vite e della vita del ranch.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sono molti i valori espressi in questa pellicola: l’elaborazione del lutto, la cura per il creato esercitata nell’addestramento dei cavalli, l’amicizia, la famiglia, il raggiungere traguardi e risultati con perseveranza anche quando costa fatica
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi gli attori giovani, ben fotografati tanti paesaggi naturali che fanno da giusta cornice a un racconto dove il rispetto della natura è uno dei temi dominanti. La seconda parte del film appare frettolosa rispetto alla prima
Testo Breve:

Rispetto al famoso romanzo per ragazzi della Sewell, è rimasto solo il nome e il film sviluppa con partecipazione temi diversi: una forte intesa fra una ragazza e una cavalla accomunate dallo stesso dolore. Su Disney+

Un altro adattamento su schermo di Black Beauty, romanzo della scrittrice Anna Sewell pubblicato nel 1877, un racconto di formazione e di denuncia. Viene narrata l’amicizia tra una puledra e la sua giovane addestratrice in polemica (nell’intento dell’autrice) con le modalità di ammaestramento dei cavalli nel periodo a lei contemporaneo.

La regista (Ashley Avis) ha scelto di conservare lo stile autobiografico del romanzo: la narrazione, infatti è affidata ad una voce fuori campo (Kate Winslet, nella versione originale inglese) che descrive i fatti, proprio dal punto di vista di Black Beauty. Scelta che rende interessante lo sviluppo della storia. Se ci viene facile provare empatia per Jo a fronte del suo dolore e della sua difficoltà ad elaborarlo, il punto di vista del cavallo aiuta ad esplicitare le sue sensazioni e i sentimenti. La mustang, infatti, rivela, con la voce che sentiamo,  che il grande dolore che le accomuna, quello della perdita dei genitori, permette loro di costruire un’amicizia che le accompagnerà per tutta la vita. Ambedue orfane, ambedue incomprese e quasi a disagio nella loro nuova sistemazione, si trovano in sintonia nel silenzio sconfinato delle praterie.

Il passare del tempo viene testimoniato dalle trasformazioni fisiche di Black Beauty: da puledra appena nata a cavalla che corre nelle praterie del cielo mentre il suo “alter ego” umano, Jo, conosce una crescita e una maturazione che sono tutte interiori (l’attrice 20nne resta la medesima per tutta la durata del film). Ciò che si evolve e che costituisce la struttura portante di questo racconto di formazione, è proprio il loro rapporto di amicizia, il loro scambio e la loro condivisione diventano arricchimento interiore vicendevole.

Il film è una moderna favola firmata Disney, adatta a tutta la famiglia. Non sono presenti nudità, alcune volgarità, ma una grande ricchezza di valori positivi: l’elaborazione del lutto, la cura per il creato esercitata nell’addestramento dei cavalli, l’amicizia, la famiglia, il raggiungere traguardi e risultati con perseveranza anche quando costa fatica.

In alcuni passaggi, una fine ideologia un po’ New Age sembra sottesa: per esempio, la cavalla fa spesso riferimento ad uno “spirito dei mustang”.

Pur non essendo un film adrenalinico, la storia ha un buon ritmo e procede anche con qualche colpo di scena capace di catturare l’interesse del pubblico. Anche alcuni momenti di commozione trovano spazio nell’evolvere delle vicende.

Il film è impreziosito da una grandissima varietà di paesaggi naturali: praterie, montagne, boschi, grandi città. L’abile fotografia e le riprese aeree creano nello spettatore un misto di stupore e ammirazione.

La recitazione, in particolare quella dei giovani attori, è gradevole e comunica al pubblico la ricca interiorità dei personaggi.

Se la scelta di sceneggiatura di far emergere in maniera più significativa i rapporti tra i personaggi dona alla pellicola un ampio ventaglio di sensazioni capaci di coinvolgere ed emozionare, bisogna però riscontrare un limite. Nella seconda parte del film, dove la storia si concentra sulle numerose compravendite di Black Beauty e sul mercato dei cavalli, la trama scorre via più veloce e superficiale, accennando appena quanto invece stava a cuore alla Sewell.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IGNAZIO DI LOYOLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/30/2020 - 16:19
 
Titolo Originale: Ignacio de Loyola
Paese: Filippine, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Dy, Cathy Azanza
Sceneggiatura: Paolo Dy
Produzione: Jesuit Communications Foundation
Durata: 118
Interpreti: Andreas Muñoz, Javier Godino, Julio Perillán |

Il piccolo Íñigo López de Loyola, ormai orfano, viene mandato alla corte del ministro delle finanze del re Ferdinando il Cattolico per ricevere un’educazione cavalleresca e religiosa. Diventato ormai un giovane aristocratico affamato di avventure e gloria, si trova nel 1521, a trent’anni, a difendere la città di Pamplona assediata da un numero soverchiante di truppe francesi. Riesce a persuadere il comandante della città a intraprendere una disperata resistenza convinto che la morte in battaglia sarebbe stato il massimo della gloria ma durante i combattimenti viene gravemente ferito a una gamba. Soccorso dagli stessi francesi, viene portato al castello di famiglia, dove trascorse un lungo periodo a letto, sottoposto a dolorosi interventi alla gamba. In questo periodo, leggendo le vite dei santi, intravede la possibilità di dare un nuovo significato alla propria vita, ponendosi al servizio del Re più grande. Intraprende, con il nuovo nome di Ignazio, una vita di elemosina, di aiuto ai poveri e di predicazione, a somiglianza di san Francesco. Ma ciò finisce per destare dei sospetti in quei tempi difficili e inizia un processo a suo carico da parte dell’Inquisizione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto di un giovane di nobile animo, in cerca di gloria terrestre che decide di porre tutto il suo fervore al servizio del Signore più grande
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune immagini di ferite profonde e incontri con donne prezzolate potrebbero non essere adatte per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene la trasformazione dell'animo del santo da Íñigo a Ignazio, con qualche scena di massa forse troppo impegnativa per il budget disponibile e la consuetudine di porre in immagini i suoi pensieri, soluzione sfruttata eccessivamente
Testo Breve:

Il racconto della conversione di Ignazio di Loyola, da prode cavaliere in onore del suo re e della sua dama, a fedele servitore della Regina dei Cieli e del Re dei Re. Un racconto appassionante anche se talvolta barocco nella narrazione. Su Primevideo e trasmesso su Tv2000

"Quando un cavaliere giura di servire il suo signore, deve sottoporsi alla veglia d’armi. Rimane in quel luogo per tre giorni ad elencare tutti i suoi peccati analizzando ogni angolo della sua vita in cerca della più piccola macchia e poi inizia la veglia….”

Così racconta Iñigo López de Loyola, esprimendo quell’animo nobile e cavalleresco che aveva coltivato nella sua giovinezza fino a quando la ferita lo spinse, prima a disperarsi e poi a trovare una nuova espressione di  nobiltà e cavalleria. Il film sviluppa bene la progressione che consentì a Ignazio di scoprire la sua vocazione e diventare fondatore della Compagnia di Gesù nel difficile periodo della Controriforma. In una prima fase le gesta eroiche e le valorose imprese al servizio non solo del suo re ma anche della misteriosa dama che “non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi” (dice nelle sua autobiografia), sono trasformate, durante la “veglia d’armi” al santuario di Monserrat in “un servizio alla Regina dei Cieli e fedeltà a Lei e al Signore Iddio, per sempre”.

In una fase successiva, quando ormai si era mosso sulla scia di san Francesco vivendo di elemosina e prendendosi cura dei poveri e degli ammalati, comprende che non erano importanti “grandi azioni esteriori ma piuttosto doveva dare priorità alle motivazioni spirituali di quegli atti. Nella sua immaginazione è san Francesco, che interloquisce direttamente con lui e lo invita a riflettere che “un conto è essere coraggioso affrontando il nemico con la propria spada, altro è affrontare la fama e l’umiliazione affidandosi solo alla fede nella provvidenza di un Dio invisibile”. La terza fase è appena accennata: Ignazio, con ancora pochi seguaci, parte per Parigi per completare la sua formazione e dare più profondità alla sua predicazione. La versione del 1946 (Il cavaliere della croce) andava oltre, raccontando anche i primi anni da sacerdote: è in previsione un sequel?

Il film, nel raccontare la storia di Ignazio giovane, usa l'artificio di porre in immagini il pensiero, le riflessioni del santo. Eccolo interloquire con s. Francesco e s. Domenico, con Gesù stesso giovane. E’ un modo cinematografico di esprimere le sue incertezze, il suo sentirsi colpevole per i peccati commessi in passato, salvo poi comprendere che questo eccesso di scrupoli era solo opera del demonio (impersonato da un altro lui stesso), Si tratta di un espediente narrativo che non sempre risulta efficace anche se in effetti, nella sua biografia, Ignazio stesso riporta le sue visioni e i subdoli sospetti instillati dal diavolo.

l film riesce a sviluppare una felice fusione fra l'obiettivo di risultare interessante al un pubblico contemporaneo e quello di restare fedele alla biografia del santo. Il budget per realizzare questo film non era elevato e lo si vede nelle sequenze dei combattimenti; inoltre la soluzione di riportare le sue riflessioni attraverso dialoghi immaginari con Gesù, il diavolo e i santi del passato, conferisce un tono un po' barocco alla narrazione ma l'obiettivo di raccontarci la conversione di S Ignazio è pienamente raggiunto

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA DI BUONO (Francesco Marini)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2020 - 12:45
Titolo Originale: You're Not You
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Jordan Roberts. Shana Feste
Produzione: Daryl Prince Productions 2S Films DiNovi Pictures
Durata: 102
Interpreti: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel

Kate è felicemente sposata con Evan ed è una bravissima pianista. Le viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). All’inizio della malattia viene amorevolmente accudita dal marito, ma con il degenerare della patologia i due si trovano a dover assumere una persona che si prenda cura di lei mentre il marito è al lavoro. Così, entra nella loro casa e nella loro vita Bec: una giovane donna inesperta e disordinata. Kate decide comunque di tenerla e, tra le due donne, nasce un’amicizia profonda che aiuterà Kate ad affrontare il tradimento del marito, la riconciliazione con lui e il termine della sua malattia. Ma sarà anche per Bec l’occasione per maturare e per trovare la forza di realizzare il suo sogno di cantautrice.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza che vive una vita disordinata, incapace di progettare il suo futuro, trova, nell’impegno di prendersi cura di una donna malata, il senso da dare alla sua vita. Ma l’altra donna, affetta da una malattia degenarativa, ha una visione negativa del suo stato, un fastidio per gli altri e per se, da affrontare stoicamente.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, uso sporadico di droga, la sessualità viene gestita come distrazione di una notte, adulterio
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvale dell'interpretazione di due grandi attrici; la sceneggiatura e la regia hanno descritto con realismo l'evolversi della malattia così come le reazioni difforni dei parenti e delle amiche di fronte all'ineluttabilità della prossima fine
Testo Breve:

Kate è felicemente sposata ed è una brava pianista. Un giorno scopre di avere la SLA. Diventa sua badante una ragazza irrequita con una vita disordinata. Un incontro e un aiuto fra due donne che consentirà loro di affrontare e risolvere le loro difficili situazioni. su Prime Video

Una sceneggiatura tratta da un romanzo, You’re Not You (titolo originale anche del film) della scrittrice Michelle Wildgen, che parla di malattia e di morte. Già Quasi amici nel 2011 ci aveva fatti avvicinare al mondo della malattia con i toni della commedia, La teoria del tutto nel 2014 aveva portato sul grande schermo l’avventura umana di Stephen Hawking mostrando la maturazione di una mente geniale in un corpo che perde le sue abilità. Con Qualcosa di buono (sempre del 2014, anche se uscito in Italia nel 2015) siamo di fronte ad un film drammatico, al femminile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una malattia incurabile, degenerativa e mortale e con le scelte che questa situazione costringe a fare.

Un bel film che non scade mai in scene patetiche, strappalacrime e non cede a facili moralismi. Lo spettatore non si trova mai a provare pena per Kate, ma ne condivide la fatica, la battaglia interiore ed esteriore, le domande profonde e i drammi. La sensazione di essere di peso agli altri, cosa fare con il marito che la tradisce, le amiche e i parenti spaventati dalla malattia e (alcuni) quasi incapaci di empatia.

Di fronte ad una patologia che non lascia scampo sono davvero numerose le reazioni: chi pensa che le cose andranno meglio pur sapendo che non succederà, chi accetta con rassegnazione, chi combatte per dare dignità alla sofferenza… ognuna di queste trova un suo spazio sullo schermo.

Se in Million Dollar Baby, Hilary Swank (che interpreta Kate) aveva proposto al pubblico l’eutanasia come soluzione di fronte all’esito ineluttabile di un incidente, qui invece si cambia registro. Kate sceglie di non fare l’intervento di tracheotomia e quindi di non essere attaccata al respiratore artificiale. Scelta moralmente lecita, anche se può essere discutibile. Unitamente a ciò decide di morire non in ospedale, ma a casa propria.

Non passano inosservati, purtroppo, tre aspetti. Il linguaggio molto scurrile: se Bec parla in maniera volgare a causa della sua estrazione sociale (e culturale… anche se è iscritta all’università), poi sembra “corrompere” Kate e la induce a dire parolacce (cosa che prima non faceva mai, anzi). L’uso di droghe: viene considerato un passatempo lecito, in particolare come consolazione di fronte alle disgrazie della vita. Infine la sessualità: non tanto per le scene di intimità portate sullo schermo, quanto per la concezione che c’è di essa. Per esempio, la Bec ha una considerazione abbastanza superficiale della cosa, Evan la considera una dimensione che non può mancare ad un uomo (quindi da vivere fuori dal matrimonio, qualora all’interno non sia più possibile).

La struttura della sceneggiatura è davvero ben costruita. All’inizio la protagonista indiscussa è Kate, con la sua vita bella e felice. Con la comparsa della malattia, arriva sulla scena di Bec, che fa da spalla. Piano piano, però, avviene una svolta, un’inversione di ruoli. Bec prende sempre di più in mano la sua vita e diventa protagonista, Kate va spegnendosi per il degenerare della malattia e diventa spalla. Questo permette di mettere bene in mostra l’evoluzione dei due personaggi principali, la loro trasformazione nell’arco della narrazione.

Hilary Swank conferma la sua bravura attoriale già riconosciuta con il Premio Oscar ricevuto per il film di Clint Eastwood. Si vede come abbia studiato la SLA e il suo decorso per poterne riproporre in scena i movimenti e le modulazioni vocali. Anche la giovane Emmy Rossum (che interpreta Bec) riesce ad essere convincente nel proporre il suo personaggio con una storia molto complessa alle spalle, un desiderio grande di felicità e realizzazione davanti a sé e un presente che le sta insegnando come costruire il suo futuro.

Josh Duhamel (che interpreta Evan), pur avendo uno spazio minore, comunque rende bene il suo personaggio: marito apparentemente perfetto e premuroso inizialmente, traditore abbandonato, uomo pentito e innamorato della moglie da cui si è dovuto allontanare temporaneamente.

Gli altri personaggi (i genitori delle due donne, gli amici e le amiche), seppur minori, contribuiscono in modo significativo: infatti, portano sullo schermo le domande e le perplessità che lo spettatore sente nell’affrontare questa storia drammatica.

Fotografia, montaggio e sonoro rendono il film scorrevole, senza indagare in maniera invasiva i corpi (in particolare i corpi malati), ma cercando di raccontare attraverso le immagini la maturazione interiore dei personaggi.

Il risultato finale è davvero  buono, nonostante tratti  un argomento drammatico. Apprezzabile anche perché ricco di pathos, senza però cercare di commuovere il pubblico.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA VITA DAVANTI A SE'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/16/2020 - 15:33
 
Titolo Originale: The life Ahead
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Edoardo Ponti
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Edoardo Ponti
Produzione: Paolomar
Durata: 94
Interpreti: Sophia Loren, Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri, Diego Iosif Pirvu, Abril Zamora

Donna Rosa è una energica, anziana signora, di origini ebraiche che vive a Bari e che ospita in casa figli di prostitute, per evitare che vengano affidati ai servizi sociali. Già molto impegnata, accetta di malavoglia di prendersi cura di Momo, un ragazzo orfano di dodici anni, di origini senegalesi, che ha già dato prova del suo spirito selvaggio rubando proprio a lei dei candelabri che stava per vendere al mercato. Alloggiato in casa di Rosa, Momo continua a perseguire il suo obiettivo di indipendenza (diventa anche un pusher della droga) per riscattarsi dalla sua condizione di ragazzo senza origini, ma trova un’oasi di tranquillità presso Joseph, un mercante di tappeti presso cui ha iniziato a lavorare. Intanto la signora Rosa manifesta sempre più spesso l’esistenza di una sofferenza interiore che la porta a rifugiarsi in cantina dove ha costruito il suo angolo di pace, come faceva da piccola quando si nascondeva sotto le baracche del campo di Auschwitz…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi esprimono tolleranza priva di pregiudizi in un contesto multietnico, solidarietà fra emarginati che sanno dare generosamente quel poco che hanno
Pubblico 
Adolescenti
Il contesto in cui si svolge la storia è quello della prostituzione e dello spaccio della droga anche a scuola. Lessico volgare
Giudizio Artistico 
 
Recitazione superba di Sophia Loren (si parla di una candidatura all'Oscar) ma anche il piccolo Ibrahima Gueye è molto bravo. Una regia tranquilla, forse troppo, che trasforma una possibile storia realistica in un racconto edificante
Testo Breve:

Momo, un ragazzo di dodici anni, senegalese senza famiglia, viene ospitato dalla signora Rosa. Il ragazzo è un ribelle e cerca il denaro facile ma Rosa, anche se ormai anziana, ha un grande cuore. Un bel racconto di formazione. Su Netflix

Diciamoci la verità: il primo impulso che ci spinge a vedere questo film è la curiosità di scoprire se Sophia Loren, a 86 anni, è ancora quella grande attrice che abbiamo conosciuto. E’ vero che anche il soggetto del film è interessante: il libro omonimo a cui si ispira, di Romain Gary, ha vinto il premio Goncourt nel 1975 e nel 1977 ne è stato ricavato un film francese con Simone Signoret, che ha vinto il premio Oscar come miglior film straniero ma se ci volessimo limitare a voler rivedere la nostra Sophia, le aspettative sarebbero magnificamente confermate. Nulla delle sue doti artistiche è andato perduto: è sempre lei, una napoletana un po’ sfrontata dai toni burberi che le servono per nascondere il suo grande cuore; in questo film non c’è l’intensità dolorosa della madre di La ciociara (non sarebbe stato necessario) ma manifesta una certa pacata melanconia che non è certo tristezza ma serena accettazione di una realtà che , dopo una lunga vita, ha portato cose  belle e cose brutte e da questa esperienza ne è scaturito un senso provvidenziale della vita. “E’ proprio quando non ci credi che succedono le cose belle. E’ rassicurante”: dice Rosa a Momo. Sophia non ha paura di mostrarsi senza trucco, a  tenersi i capelli lunghi e scompigliati ma c’è un motivo per questo: lei è una leonessa agli occhi di Momo e le ricorda sua madre quando era in Africa e anche Joseph, il tappezziere presso cui lavora, gli ricorda che per l’Islam, la religione del ragazzo, il leone è simbolo di forza, pazienza e fede.

La sceneggiatura giustamente semplifica il racconto rispetto al testo originale (e al film del 1977 che lo ricalcava fedelmente) e si concentra sulla trasformazione di Momo e sui destini di Rosa. L’unica ricchezza di Momo è un pugno di ricordi della madre quando lui era piccolo e ballavano spesso insieme.  Reagisce con rabbia a questa sua fragilità ostentando aggressiva spavalderia verso tutto e tutti. “Non volevo esser un ragazzo come gli altri”: racconta Momo. Nonostante cerchi la propria affermazione con facili soluzioni come furtarelli e spaccio di droga, ha comunque due mentori d’eccezione: Joseph e Rosa. . Il tappezziere Joseph  cerca di far leva sulla fede, sulla ragione  (“non occorre la violenza: la parola è l’arma più letale”) e sulla cultura. E’ lodevole il suo richiamo ai classici della letteratura in particolare a I Miserabili di  Victor Hugo (citato indirettamente a inizio film con il furto di candelabri): “il bene e il male dipendono da come ascolti le persone e come le sai ascoltare”: è l’interpretazione che Joseph dà del libro. Ma il suo appello al senso di responsabilità di Momo non porta frutti.  Decisivo è invece l’intervento di Rosa: il culmine del loro rapporto avviene quando lei, che non si trova in buona salute, chiede a Momo di aiutarla a non esser porata in ospedale. “Sei un tipo tosto ma so che sei di parola”. E’ a partire da quel momento che Momo diventa adulto: ora ha una responsabilità verso un’altra persona che le sta a cuore, ha un compito da assolvere. Se Sophia è superlativa, molto bravo anche Ibrahima Gueye nella parte di Momo. Sa mostrare di essere un ragazzo vendicativo ma anche tenero con chi lo tratta con rispetto e delicatezza.

Lo scenario in cui si svolge questo bel racconto di formazione è insolitamente pacato, sia nelle riprese di Bari (non ci sono sequenze in ambienti degradati) che nel disegno dei personaggi secondari.

Il mercante di droga se ne sta tranquillo nel suo ufficio a distribuire il "prodotto" ai vari pusher e poi si concede una divertente cenetta con piacevoli ragazze (niente pistole o rese dei conti secondo lo stile Gomorra o Suburra) e la prostituta Lola se ne torna a casa dopo il "lavoro" per ritrovare  il suo figlioletto e sembra non abbia un protettore che le dica quanto guadagnare e dove lavorare (siamo lontani da Adua e le compagne

Si tratta chiaramente di una scelta stilistica su cui si può essere d’accordo o meno ma in fondo dispiace che la trasformazione di Momo  non assuma i connotati di una realtà possibile ma quelli di un racconto edificante che tende alla favola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/12/2020 - 12:50
Titolo Originale: American Made
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Gary Spinelli
Produzione: Imagine Entertainment, Cross Creek Pictures, Quadrant Pictures, Vendian Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright

Fine anni ‘70, Stati Uniti. Barry Seal è un pilota di una compagnia di linea americana, la TWA. Contattato dalla CIA, viene assunto per sorvolare il centro America con un piccolo velivolo turistico attrezzato per fotografare (e quindi controllare) la situazione dei ribelli comunisti. In una delle sue soste per il rifornimento del velivolo, riceve le attenzioni di quello che diventerà il Cartello di Medellin per portare in territorio statunitense carichi di droga. Inizia così la storia avventurosa e pericolosa di un doppiogiochista: viaggi di andata in centro America come consulente della CIA (e fornitore di armi per i ribelli al governo comunista in Nicaragua) e viaggi di ritorno a casa carico di droga da consegnare ai contrabbandieri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il principio di utilità non ha mai funzionato: per portare benessere alla sua famiglia, il protagonista si trasforma in spacciatore di droga ma le conseguenze di questo comportamento arriveranno presto
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile, incontri sessuali con nudità, violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Tom Cruise si trova perfettamente a suo agio nella parte di questo protagonista ironico e sfrontato, appoggiato da una regia ipercinetica. Al terxo posto fra i top ten di Netflix nella settimana del 9 novembre 2020
Testo Breve:

La storia vera di un esperto pilota di aerei che nel fare la spola fra Stati Uniti e Sud America cerca veloci, pericolosi guadagni, Una delle migliori interpretazioni di Tom Cruise. In vendita su Youtube e disponibile su Netflix

Dopo più di trent’anni, Tom Cruise torna ad essere un pilota di aeroplani. Non più come Maverick, pilota un po’ spocchioso senza macchia e senza paura, ma in veste completamente diversa. Protagonista e interprete magistrale in un biopic ben costruito e avvincente.

Versione molto alternativa del sogno americano, improntato sul self-made man che con la sua maestria e il suo ingegno costruisce un impero. In questo caso specifico, in realtà, abilità usate per il contrabbando e l’illegalità. Tecnicamente un film ben riuscito. Costruito a ritroso e basato sul racconto in prima persona di Barry. Interessanti le scelte di regia e fotografia: molte inquadrature con camera a mano e zoom stile anni ‘80, come fossero immagini di repertorio; alcune brevi riprese da documentari originali,  sulle guerriglie armate di Nicaragua e Colombia; sequenze con il protagonista che riprende se stesso mentre racconta la sua storia; momenti di fermo immagine e di voce fuori campo in cui Barry spiega i vari snodi “lavorativi” della sua vita. Lo stile ricalca il protagonista:  sopra le righe non per vezzo artistico, ma per far emergere meglio l’istrionismo del contrabbandiere. Il montaggio concitato rende  avvincente il risultato finale.

Il regista, facendo la scelta di contestualizzare la storia di Barry Seal nel suo tempo, inserisce numerose digressioni in cui vengono spiegati (dalla voce del protagonista) i vari cambiamenti socio-politici nel continente americano in quegli anni, in particolare la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Gli inserti sono brevi e, logicamente, semplificano un po’ le dinamiche internazionali e calcano un po’ la mano su ipotesi di collaborazioni tra servizi segreti e gruppi vari di ribelli.

La brevità di questi “excursus storici” non permette al regista di contestualizzare o spiegare in modo esaustivo il contesto socio-politico in cui si situa la storia, però riesce a definire con pochi accenni gli equilibri in gioco: questa definizione permette di mantenere sempre alto il livello di suspense, perché permette di percepire l’alto rischio assunto dal protagonista nel compiere le sue missioni. L’interpretazione di Tom Cruise è tra le migliori della sua carriera. Ironico, spontaneo, sprezzante… capace trasmettere la controversa personalità del personaggio. Vengono invece sacrificati dalla sceneggiatura tutti gli altri personaggi: agenti CIA, DIA, Casa Bianca, Cartello della Droga… poco più che tratteggiati per ovviare al problema di creare un kolossal invece di un racconto di illegalità vissuta con diabolica furbizia. Il linguaggio, a tratti, è scurrile. Pur non indugiando in nudità, sono presenti  scene di rapporti sessuali.

Il protagonista incarna un vero paradosso: costruire una fortuna per il benessere della moglie (che non tradirà mai) e dei figli, il tutto fondato su falsità, contrabbando e illegalità. Un male che, evidentemente, presenta il suo conto: pensare di poter essere alleati di due avversari è un’illusione. L’epilogo della storia, infatti, permette di riflettere proprio su questo: il male non può essere fatto a fin di bene e, prima o poi, passa a riscuotere la sua parte.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA REGINA DEGLI SCACCHI - THE QUEEN'S GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/08/2020 - 19:57
Titolo Originale: The Queen's Gambit
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Scott Frank
Sceneggiatura: Scott Frank, Allan Scott
Produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films
Durata: 7 episodi di 50'
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram, Marielle Heller

Beth Harmon ha otto anni quando entra nell’orfanatrofio: sua mamma è morta e il padre aveva abbandonato entrambe molto tempo prima. Un giorno, nello scendere nel seminterrato per fare delle pulizie, scopre che il guardiano, l’anziano e taciturno signor Shaibel, gioca a scacchi da solo. Dopo molta insistenza, convince quel signore a insegnarle come si gioca e scopre presto un suo talento eccezionale. Adottata da una famiglia senza figli, Beth prosegue nei suoi allenamenti fino a iscriversi al suo primo torneo regionale che vince facilmente. Ormai è pronta a sfruttare il suo talento anche in gare internazionali...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentati i valori dell’amicizia e l’aiuto che molti adulti danno per contribuire alla maturazione della protagonista orfana. Sono presenti situazioni negative ma rappresentate come tali: separazioni coniugali, uso di alcool e droga. I rapporti sessuali presenti non si elevano al di sopra di un puro rapporto occasionale
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga e alcool, incontri sessuali occasionali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Sono molti i pregi di questo serial: ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, ma soprattutto la sceneggiatura è in grado di approfondire tutti i personaggi grazie soprattutto a sapienti dialoghi
Testo Breve:

Una ragazza orfana scopre, fin da piccola, di avere un talento eccezionale per il gioco degli scacchi e imposta la sua vita alla conquista del successo come forma di riscatto  dalle sue origini. Un serial ottimamente realizzato su Netflix

I tornei internazionali di scacchi, gli alberghi di lusso che li ospitano, gli uomini, i bambini e le poche donne  che frequentano quel mondo, anzi vivono di quel mondo, impiegando ogni momento libero da gare per esercitarsi, costituisce il contesto dominante di questa serie. A ogni puntata sentiamo il click che fa partire quell’orologio che stabilisce inesorabilmente quanto tempo impiega un giocatore a decidere la prossima mossa, ascoltiamo gli esperti parlare di apertura siciliana, sgambetto della regina (da qui il titolo originale) eppure non possiamo definirlo un serial di contesto. Anche se quei critici che hanno recensito il serial e sono al contempo appassionati di questo gioco, hanno definito le ricostruzioni delle partite assolutamente impeccabili, non siamo coinvolti nel dettaglio delle mosse ma percepiamo comunque la tensione della partita, l’intensa concentrazione dei duellanti, fino alla finale stretta di mano che suggella la vittoria di uno e la perdita dell’altro. Il tema (ma uno dei tanti temi) che affronta il serial è più ampio: la gestione del talento, lo scoprire che si può essere bravi in qualcosa e si ha voglia di applicarsi intensamente per esso. Ciò succede a maggior ragione per Beth, che rimasta orfana, è priva di radici e sta costruendo tutta se stessa intorno a quel talento. Una scelta pericolosa, perché quando viene il momento della sconfitta, Beth si accorge che dentro di sé c’è il vuoto assoluto, non ha costruito significati più ampi per la propria vita e per lei non c’è altro che annullarsi nell’alcool e nella droga, come effettivamente avviene in un periodo nero della sua vita. Aldo Grasso, nel recensire questo serial sul Corriere della Sera, ha detto giustamente che gli scacchi sono stati spesso usati come metafora della vita (basti ricordare la partita finale con la Morte ne Il Settimo Sigillo) ma per Beth è una vera e propria scelta di vita, come lucidamente dichiara in una intervista: “Esiste tutto un mondo in quelle 64 caselle: mi sento sicura, lì posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. E’ vero che a priori non potrà mai sapere la prossima mossa dell’avversario ma sa di sicuro che avverrà in quel mondo chiuso delle 64 caselle. E’ proprio questo il limite di Beth, il suo sottrarsi all’imprevedibilità del mondo reale, in particolare l' abbandonarsi al rischio del rapporto con gli altri e si proteggerà a lungo con un atteggiamento anaffettivo, proprio per continuare a mantenere il controllo della propria vita. Quasi per contrasto la sceneggiatura lascia ampio spazio ai personaggi che ruotano intorno a lei, che sanno esprimere umanità, amicizia, affetto e quando ha bisogno di aiuto, sanno serrare le fila intorno a lei. Non hanno il suo talento ma qualcosa che lei non ha: sanno donare. Come Jolene, la compagna di college di un tempo, che le presta i dollari necessari per andare in Russia per la sua sfida maggiore, anche se quei soldi sono stati messi da parte per l’università; come Benny, ex ragazzo prodigio degli scacchi che supera lo spirito di rivalsa  verso colei che l’ha battuto, per formare una squadra di supporto per la sua sfida finale con il russo Borgov.

I pregi di questo serial sono tanti: l’ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, l’eleganza dei vestiti che sfoggia la protagonista ma soprattutto la sceneggiatura. Non si tratta di uno stile brillante, come quello di Aaron Sorkin (The Social Network, Molly’s Game, Steve Jobs) né carico di imprevedibile tensione come quello di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) ma ordinato, composto, quasi da scacchista. Puntata dopo puntata seguiamo la corsa di Beth al pieno successo ma in parallelo, in ogni episodio, viene messo a fuoco un personaggio per volta, tratteggiato con molta cura. Nella prima conosciamo il vecchio Shaibel, forse la figura più toccante, un vecchio emarginato di poche parole, che a poco a poco si affeziona a quella bambina intraprendente. Nel secondo episodio fa la sua comparsa la madre adottiva, una donna fragile, abbandonata dal marito, che ama bere ma che trova una forma di riscatto nel cercare di essere una buona madre. La lista prosegue, nelle altre puntate con altri ragazzi, prima concorrenti e poi amici.

Ci sono due valori irrimediabilmente sconfitti in questo serial: la famiglia e il significato della sessualità. Le due famiglie che ci vengono presentate, quella originale di Beth e quella adottiva, sono entrambe fallimentari, per colpa di uomini egoisti e mediocri. Il serial, sembrerebbe aderire all’ideologia del woman power   (la madre ripete sempre alla piccola Beth: “gli uomini vogliono farti vedere come si fanno le cose ma tu lasciali blaterare e fai sempre quello che ti va di fare”) però è indubbio che ci sono nel serial molti personaggi maschili positivi e nel mondo degli scacchi, dominato da figure maschili, non traspaiono comportamenti  misogini. Beth, diventata maggiorenne, ha rapporti sessuali, del tipo scaccia-solitudine, dettati dalla simpatia del momento o da un eccesso di alcool bevuto. Si tratta di una sensualità anaffettiva da consumo, forse un po' troppo ante-litteram, visto che la vicenda si svolge negli anni ’60. Quando incontra in un supermercato una sua vecchia compagna di liceo, questa si mostra felice per la sua vita serena, con un marito e  un figlio appena nato. Beth comprende che quello non è il suo mondo: il suo obiettivo-ossessione è cercare di battere gli avversari più difficili: i campioni russi.

La storia non racconta fatti realmente accaduti  ma è ricavata dall’omonimo  romanzo di Walter Tevis

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIGNONNES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/04/2020 - 11:07
Titolo Originale: MIGNONNES, CUTIES
Paese: FRANCIA
Anno: 2020
Regia: Maïmouna Doucouré
Sceneggiatura: Maïmouna Doucouré
Produzione: Bien ou Bien Productions France 3 Cinéma
Durata: 96
Interpreti: Fathia Youssouf, Médina El Aidi-Azouni, Maïmouna Gueye

Amy ha undici anni, vive in un sobborgo di Parigi ed è di origine senegalese. La sua famiglia è di fede mussulmana e Amy resta sconvolta nel vedere come la madre soffra in silenzio alla notizia che il marito si è preso una seconda moglie, accettando supinamente la sua condizione di inferiorità. Questa situazione spinge Amy a cercare fuori dalla famiglia nuovi interessi, nuovi modi di realizzare se stessa e li trova nell’unirsi a un gruppo di ragazze della sua scuola che si stanno allenando per partecipare a un contest fra gruppi di ballo della stessa età…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La storia si poggia su di un protagonista negativo, che si muove in base a un egocentrismo senza attenuanti, salvo una parziale rettifica finale
Pubblico 
Maggiorenni
L’impiego di immagini provocatorie risultano diseducative per i minori così come i comportamenti di una ragazza priva di alcuna sensibilità verso gli altri
Giudizio Artistico 
 
La regista e sceneggiatrice Maïmouna Doucouré ricostruisce con grande efficacia un mondo di pre-adolescenti inquiete ma il racconto manca di una logica evoluzione. Vincitore per la sceneggiatura al Sundance Film Festival del 2020
Testo Breve:

L’undicenne protagonista, privata del supporto della famiglia, manca di modelli di riferimento se non quelli forniti dai Social e persegue in modo brutale un obiettivo di autoaffermazione. Su NETFLIX

Il nostro settimanale telematico, da sempre interessato a tematiche che coinvolgono la famiglia, non poteva non recensire questo Mignonnes  e a commentare  tutto il clamore che si è scatenato intorno a questo film. Vincitore del Global Filmmaking Award al Sundance Film Festival del 2020, distribuito in Francia ad agosto senza particolari commenti, è entrato a far parte del portafoglio Netflix da settembre. E’ a questo punto che il movimento di opinione Parents Television Council ha chiesto a Netfix di togliere il film dalla sua piattaforma mentre Change. Org ha promosso una petizione che invita a cancellare il proprio abbonamento da Netflix, raccogliendo finora 660.000 adesioni. L’accusa è quella di una scandalosa sessualizzazione di ragazzine di 11 anni, un piatto appetitoso per pedofili. Ciò ha creato una rabbiosa controreazione in nome della libertà espressiva delle opere artistiche, sottolineando anche  il valore educativo dell’opera.

Non resta che procedere per passi successivi: recensire il film attenendosi rigorosamente a ciò che si vede e poi commentare le opinioni contrastanti che si sono formate.

“Le donne debbono essere pie perché all’inferno saranno molto più numerose degli uomini…. sapete dove si manifesta il male? Negli abiti succinti. Noi dobbiamo esse modeste. Dobbiamo obbedienza ai nostri mariti”. Fin dalle prime sequenze del film (mamma e figlia partecipano a un incontro di preghiera di donne musulmane) Maïmouna Doucouré, regista e sceneggiatrice, sferra un attacco senza appello contro la religione musulmana, rea di considerare la donna un essere inferiore. La polemica raggiunge il culmine quando vediamo la madre di Amy rassegnarsi all’arrivo della seconda moglie del marito e, quando Amy dimostrerà tutto il suo spirito ribelle, la madre e la zia non avranno altra iniziativa che organizzare un incontro con un guaritore per esorcizzarla. Se un attacco di questo genere alle usanze del suo paese, da parte della regista, finisce per coincidere con ciò che percepisce la protagonista, ci si può domandare se la cultura occidentale del paese che la ospita sia in grado di offrire ad Amy valide soluzioni alternative.  La regista è parca di informazioni su questo aspetto: non sembra che ci siano insegnanti che possano costituire un nuovo punto di riferimento e all’inizio del film la ragazza non ha alcuna amica del cuore. Quindi Amy intraprende, per la sua emancipazione, una via, totalmente virtuale: si sente importante in base ai like che ottiene postando la sua immagine, impara a mimare gli atteggiamenti sensuali e i balli provocanti, che ha visto su Youtube e cerca la realizzazione se stessa nel cercare di vincere una gara di ballo unendosi ad altre ragazzine scatenate come lei.

Si è molto parlato dello scandalo generato dalle sequenze dove queste ragazze ballano con le movenze provocanti tipiche del twerk ma in realtà non è quello l’aspetto più sconcertante che ci viene rappresentato: è proprio il personaggio di Amy in sé a creare scandalo.  Un personaggio che può esser paragonato a una animale selvatico che si abbatte sulla preda per potersi sfamare. E’ lunga la lista di azioni che la ragazza compie che la fanno apparire come priva di alcuna sensibilità verso gli altri, disposta a raggiungere i suoi scopi a qualsiasi costo, incurante di tutto e di tutti.  Eccola quindi rubare il cellulare di suo padre, rubare i risparmi della madre per comperare vestiti succinti adatti al ballo. Quando sua madre sviene in casa perché sopraffatta dall’ansia, lei non si cura di inchinarsi per soccorrerla.  Addirittura, per ottenere di nuovo il cellulare che suo padre si è ripreso, compie atti innominabili nei suoi confronti (il momento peggiore del film); per mettere fuori gioco una sua competitrice al ballo non esita a spingerla in acqua anche se questa non sa nuotare. A seguito di una discussione con un suo compagno di classe, non trova altra soluzione che infilzargli la mano con la punta di una penna. Se né la cultura araba né quella occidentale né la famiglia né la scuola hanno avuto alcun ascendente positivo sulla ragazza,  lei si trova ferma, nel suo sviluppo interiore, a un livello istintivo, quasi pre-umano,  di pura affermazione di se stessa, priva di aperture verso l’altro, il diverso da se’ e anche se il film si avvia sbrigativamente verso un finale positivo, sembra quasi che  questa ragazza, che ora torna  come un cucciolo a rifugiarsi dalla madre,  ancora una volta, si esprima in  modo puramente  istintivo: non c’è pentimento, non c’è presa di coscienza su come si è comportata.

Il film e le polemiche che ha suscitato, riportano a galla vecchi temi che restano tutt’ora controversi. La libertà di espressione artistica deve essere garantita sempre e comunque? La rappresentazione del male è comunque utile, per via dell’effetto catartico che provoca, come così chiaramente ci ha spiegato Aristotele? Nello specifico, questo film può esser considerato educativo oppure no? Un film può esser considerato educativo se edifica moralmente, invita al bene tramite l’emulazione di buoni comportamenti. Non è questo il caso. Anche se non educativo, il film può esser visto come interessante se ha il valore di denuncia nei confronti di certe tendenze negative di oggi. Ciò però è possibile se il bene è descritto come bene e il male come male. Anche questa interpretazione di Mignonnes appare poco adatta: non ci sono scuse o pentimenti da parte di Amy e l’organizzazione parascolastica che ha promosso le gare di ballo fra pre-adolescenti non sembra molto preoccupata della spregiudicatezza delle ragazze. Resta aperto il tema della catarsi. In effetti in un’opera filmica o letteraria, anche se viene rappresentato il male a tinte forti, lo spettatore non ne è direttamente coinvolto e così può riflettere più serenamente su quanto a visto. Ciò però è vero soltanto per persone dotate della giusta maturità critica. I minorenni, o la maggior parte di loro, mancando di questa capacità di rapportarsi in modo distaccato e obiettivo a ciò che vedono, si focalizzano solo su determinati comportamenti, singole scene senza elaborare una sintesi globale. Ecco perché la visione di un film come questo, se può essere utile per riflettere sui problemi causati dalla mancanza di educazione, deve venir filtrato nei confronti dei minorenni

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PADRENOSTRO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/29/2020 - 11:39
 
Titolo Originale: Padrenostro
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Claudio Noce
Sceneggiatura: Enrico Audenino, Claudio Noce
Produzione: Lungta Film, PKO Cinema & Co., Tendercapital Productions, Vision Distribution
Durata: 120
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Mattia Garaci, Francesco Gheghi, Barbara Ronchi

Roma, 1976, durante gli anni di piombo, Valerio ha dieci anni, conduce una vita serena con la sorellina e l’affetto della mamma ma attende sempre con ansia il ritorno di suo padre Alfonso, un vicequestore, perché è il suo eroe. Una mattina, quando suo padre è appena uscito, sente dei colpi di mitragliatrice. Lui e la mamma corrono sulla strada e Valerio vede un uomo per terra, sanguinante (un terrorista che ha cercato di uccidere suo padre). Valerio cerca di sapere qualcosa dalla madre ma nessuno gli vuole dire cosa è realmente accaduto anche quando, dopo qualche settimana, il padre ritorna a casa. Valerio finisce per vivere in un suo mondo di fantasia, che si affolla di oscure minacce ma per fortuna un giorno incontra Christian, un ragazzo poco più grande di lui, con il quale inizia a giocare a pallone…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte e caldo affetto unisce un padre a un figlio. Viene anche ricordato, , sia pur in modo indiretto, l’impegno delle forze dell’ordine contro i movimenti sovversivi degli anni ’70.
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena dell’attentato potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a farci vivere, con grande sensibilità, all’interno delle fantasie e delle paure di un ragazzo di dieci anni, con qualche eccesso di costruzione da parte della regia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Pierfrancesco Favino alla 77ma mostra di Venezia
Testo Breve:

Nel pieno degli anni di piombo, un ragazzo è testimone di un attentato che subisce suo padre, un vicequestore di polizia. Un accurato racconto degli affetti e delle apprensioni che tengono legati un figlio r un padre.In SALA

 

Il protagonista del film è senz’altro il piccolo Valerio (un ottimo Mattia Garaci): partecipiamo alle sue fantasie (si intrattiene spesso con un amico immaginario), ne comprendiamo lo straniamento e gli incubi notturni, da quando nella sua vita è entrato un mistero che ha destabilizzato sia il suo mondo reale che quello immaginario. Senza risposte dalla famiglia, guardato con sospetto dai compagni di scuola (il padre è un eroe oppure un infame?), Valerio dilata la sua fantasia e si intrattiene con un ragazzo più grande di lui che lo invita a giocare a pallone ma anche a fare cose pazze, in piena libertà (come rubare la cassetta delle offerte in una chiesa).  E’ un modo libero, all’aria aperta, senza punti di riferimento, da vivere assieme al suo nuovo amico, in pieno contrasto con una realtà che è rimasta bloccata.

Anche quando viene organizzata una gita di tutta la famiglia in Calabria dove vivono i parenti del padre Alfonso, ogni sorpasso, ogni rallentamento sul percorso è motivo di tensione (sappiamo che i NAP hanno giurato di giustiziare il vicequestore). In Calabria viene anche Christian, questo strano personaggio che finirà per assumere vesti inaspettate.

Il valore del film sta nel renderci partecipi di un amore padre - figlio forte e tenero al contempo, che viene esaltato proprio dalle apprensioni per la stessa vita che sente un padre verso il figlio e un figlio verso il padre. Durante il soggiorno in Calabria il tema si allarga all’affetto e alla solidarietà di cui i due possono beneficiare all’interno della cerchia di parenti e di amici. Può tuttavia risultare straniante, per alcuni, la scelta di calare questi sentimenti in un’atmosfera onirica, altamente simbolica, che fornisce poche risposte alla ragione e certi nodi della storia restano volutamente irrisolti. A ciò si aggiunge la grammatica scelta dalla regia, eccessivamente elaborata con complessi movimenti di macchina, riprese dall’alto, lunghi primi piani. Intensa come sempre l’interpretazione di Pierfrancesco Favino ma molto bravo soprattutto il protagonista, il piccolo Mattia Garaci.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON ODIARE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 12:10
 
Titolo Originale: Non Odiare
Paese: Italia, Polonia
Anno: 2020
Regia: Mauro Mancini
Sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini
Produzione: Movimento Film, Agresywna Banda, Rai Cinema
Interpreti: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Simone Segre, di origine ebraica, è uno stimato chirurgo di Trieste. Un giorno, mentre sta andando in canoa, si accorge che c’è stato un incidente lungo la strada parallela al canale. Arrivato sul posto, trova un uomo gravemente ferito mentre l’investitore si è dato alla fuga. Chiama subito l’autombulanza ma mentre si appresta ad aiutare il ferito, si accorge che ha una svastica sul petto. Nessun soccorso è ancora arrivato e Segre decide di non bloccare più la sua emorragia. L’uomo muore. Segre, afflitto da profondo rimorso, viene a scoprire che il neonazista ha lasciato tre figli: la figlia maggiore Marica, il piccolo Paolo e l’adolescente Marcello, anche lui un fanatico del nazismo. Decide quindi di aiutarli e inizia ad assumere Marica come domestica...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco . Il protagonista non chiede perdono per ciò che ha compiuto ma cerca di fare del bene a chi nel passato ha fatto del male. L'uccisione di un uomo resta impunito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco
Giudizio Artistico 
 
Un film intimista, di impostazione teatrale, che cerca di cogliere, nei gesti, negli atteggiamenti, i singoli moti dell’anima dei protagonisti
Testo Breve:

Un medico di origini ebraiche si rifiuta di soccorrere un neonazista ferito a causa di un incidente. Il pentimento e il desiderio di riparare lo avvicinano ai figli del defunto. Un film che scava nell’intimo delle coscienze di coloro che si considerano avversari. In SALA

Nel 2010 a Paderborn, in Germania, un chirurgo ebreo si è rifiutato di operare un uomo con un tatuaggio nazista, facendosi sostituire da un collega. E’ questo lo spunto  che ha stimolato gli sceneggiatori Davide Lisino e Mauro Mancini ha costruire questa storia sull’eredità dei padri, sulla solitudine , sul buio dei nostri preconcetti.

Partecipiamo al funerale di Giovanni, l’uomo morto nell’incidente, in piena liturgia fascista: tutti i presenti in camicia nera, saluto a mano tesa, teste rasate da naziskin. Anche in seguito vediamo Marcello e altri camerati, compiere azioni di violenta intolleranza. Eppure il film non vuole sviluppare studi sociali, agganciarsi a una certa cronaca violenta di oggi (in effetti certi toni fanatici sono caricati in modo poco realistico): gli autori ci vogliono parlare di coscienze e delle loro trasformazioni. Iniziamo dal protagonista, Simone Segre. Proprio il protagonista è un uomo misterioso. Lo vediamo andare in canoa da solo, in sala operatoria con qualche collega, poi il vuoto. Ha una famiglia? Ha una moglie, una compagna? Non abbiamo risposte. La sua figura di uomo solitario ci fa comprendere che ci troviamo do fronte a una figura-simbolo, stiamo partecipando a un’apologo  (il film è costellato di sequenze dal significato allegorico) dove si sta analizzando qualcosa di più ampio dello scontro fra ebrei e neonazisti. Il tormento di coscienza di Simone ha radici più lontane dell’ episodio dell’incidente d’auto e con il tempo si è corazzato di una freddezza che sfiora il cinismo (lo vediamo, ancora bambino, essere costretto dal padre, a scegliere quali gattini annegare e quale salvare; liquida la sua Colf che lo ha servito per anni con insolita freddezza; urla a un immigrato che continua a lavargli il vetro). Il rimorso che lui sente per l’atto compiuto è qualcosa di nuovo, qualcosa che lo costringe a uscire da se’ e a prendersi cura degli altri. Anche Marica è una ragazza rigida, in perenne lotta per sbarcare il lunario, sopratutto ora che il padre è morto e deve prendersi cura dei due fratelli ma preserva un valore che considera intoccabile: la sua dignità. Rifiuta di venir aiutata anche se ne avrebbe bisogno, rifiuta una gratifica di Simone perché vuole attenersi al salario pattuito. Eppure anche lei sa che non può   a lungo tenere per se' tutte le sue angosce; sa che avrebbe tanto bisogno di una parola di conforto, forse anche di una carezza. La storia di due anime che escono dal loro guscio e si abbandonano finalmente alla dolcezza dell'attenzione dell’uno per l’altra senza più difese, è l’aspetto saliente del film. Gli steccati, costruiti da fanatismo ideologico, sono stati abattuti. Meno lucido l'avvicinamento fra Simone e il neonazista Marcello, guidato più da circostanze eccezionali che da intima convinzione

Il titolo Non odiare sembra proporre un cammino più ambizioso, voler parlare di principi  assoluti, richiama il decalogo ebreo-cristiano. In realtà, più semplicemente e più realisticamente, sono persone che riescono a riflettere sui loro errori, sulle loro rigidità difensive e scoprono che comprendersi e aiutarsi a vicenda è la ricetta migliore per superare le nuvole scure angosciano la propria esistenza

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE MIE SPALLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 07:54
 
Titolo Originale: Sulle mie spalle
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Antonello Belluco
Sceneggiatura: Antonello Belluco
Produzione: Eriadorfilm
Interpreti: Paolo de Vita, Diego de FRancesco, Taryn Power, Giancarlo Previati

A Padova, nella prima metà del 1900, vive un frate di origini croate: padre Leopoldo Mandic. Non è un bravo predicatore (anche perché balbuziente), ma dedica molto tempo all’ascolto delle confessioni e alla direzione spirituale delle anime. La sua vita si incrocia con quella di tante persone che cercano in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. Andrea, ingegnere che tra le due guerre decide di aprire un’azienda di telecomunicazione, è una di queste persone. Nelle vicissitudini liete e tristi della sua vita e delle persone a lui vicine, la presenza di padre Leopoldo diventa riferimento saldo e sicuro, sostegno forte anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita e senza speranza. Un frate di piccola statura, ma di grande spessore spirituale, un santo che ha aiutato moltissime persone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Seconda opera importante di Antonello Bellucco (regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tecnicamente, il film è ben confezionato ma non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi
Testo Breve:

La vita del santo confessore Leopoldo Mandic, cappuccino di Padova, raccontata attraverso le vicende di tante persone che hanno cercato in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. In SALA

Voler presentare lo spaccato di vita di un santo è sempre molto insidioso per sceneggiatori e registi: il rischio, infatti, di enfatizzare la parte “spettacolare” e miracolistica è sempre in agguato. Rischio che in questa pellicola viene fugato. Poche sono le manifestazioni soprannaturali che vengono proposte al pubblico (con effetti speciali modesti, tra l’altro), per dare maggior risalto all’ordinarietà della vita del personaggio. Andrea, la moglie Diletta, l’amico prete Tommaso e gli altri che si presentano sullo schermo sono persone normali che, messe alla prova nella loro vita e nella loro fede, trovano in un frate il sostegno necessario. Per contro anche il piccolo padre Leopoldo è un francescano a tratti un po’ originale nel carattere, ma sopratutto un semplice confessore.

La sceneggiatura è semplice e lineare. Le varie storie vengono rappresentate con qualche salto temporale, ma senza intrecci particolari nella trama. Un punto debole è la caratterizzazione dei personaggi. Se le interpretazioni sono molto buone, nonostante la lunghezza del film, non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi. San Leopoldo stesso, a tratti, risulta rappresentato in modo quasi macchiettistico. La scelta di rappresentare numerosi episodi delle vite dei protagonisti va, decisamente, a scapito dell’approfondimento delle loro personalità. Le occasioni non mancherebbero: l’innamoramento e il matrimonio, la morte di un bambino, la disperazione fino al tentativo di suicidio, l’amicizia… ma tutte risolte in poche sequenze. Forse questo è il limite più grande della pellicola. La scelta di privilegiare la linea narrativa rispetto alla dimensione riflessiva non lascia lo spettatore pienamente soddisfatto.

Seconda opera che Antonello Bellucco dedica a un santo (è stato regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica. il film è ben confezionato, non presenta sbavature. Fanno eccezione degli effetti speciali che non sono qualitativamente elevati, per il resto il racconto procede spedito, con uno stile pulito senza ricercatezze che appesantirebbero la storia.

Costumi e ricostruzioni storiche sono verisimili e curate, aiutando molto lo spettatore ad immergersi nella narrazione e a lasciarsi coinvolgere dagli eventi.

Film davvero ricco di valori: la famiglia, l’amicizia, la speranza anche nelle difficoltà più grandi, la fede… sicuramente in quest’ambito troviamo il vero punto di forza di questa produzione. In un contesto storico particolarmente complesso come quello della fine della Prima Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e i prodromi della Seconda Guerra Mondiale dove la società italiana era ancora profondamente permeata di cristianesimo, proprio questi valori sono stati l’aiuto più grande alla tenuta del sistema sociale e politico della nostra nazione.

In conclusione, anche se non si sta parlando di un film da grandi concorsi cinematografici internazionali, però è consigliabile la visione proprio per la ricchezza di valori e di speranza che le storie dei personaggi e la testimonianza di san Leopoldo infondono allo spettatore.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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