Dramma

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CROCE E DELIZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 21:31
Titolo Originale: Croce e delizia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Simone Godano
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, PICOMEDIA E GROENLANDIA
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Gassman, Jasmine Trinca, Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano

Carlo è un vedovo cinquantenne, proprietario di una pescheria nella provincia laziale, che assieme ai due figli, la nuora e due nipoti, ha preso in affitto una casa sulla costa vicino Gaeta. L’appartamento è la dependance di una villa ampia e lussuosa, di proprietà di Tony, un divorziato sessantenne con due figlie, una nipotina e un burrascoso passato di infedeltà coniugali. Nascono subito le prime difficoltà e incomprensioni fra i due nuclei familiari così diversi come estrazione ma quella vacanza passata gomito a gomito è in realtà stata pianificata da Tony e Carlo. Debbono infatti annunciare alle rispettive famiglie che hanno deciso di unirsi tramite una unione civile e che la cerimonia avverrà fra tre settimane…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se i figli si salvano per la loro generosità, i padri appaiono, egoisti e immaturi, portabandiera dell’ideologia dell’amicizia sessuata, secondo lo spirito della Grecia antica
Pubblico 
Maggiorenni
Per gli argomenti trattati
Giudizio Artistico 
 
Il regista Simone Godano riesce a imprimere un buon ritmo alla narrazione e i personaggi sono ben caratterizzati grazie agli ottimi dialoghi Qualche eccesso nel costruire situazioni caricaturali mentre la sottotraccia di un “film a tesi” non riesce sempre a restare celata
Testo Breve:

Due uomini sui cinquant’anni, uno vedovo, l’altro separato, comunicano ai loro figli che intendono aderire ai patti di unione civile, scatenando le più scomposte reazioni. Un film ben diretto e recitato, che tradisce però la sua struttura a tesi.

Diciamo subito due cose: che il film è ben realizzato e che, nonostante le apparenze, non parla di omosessualità.
Il regista Simone Godano ha saputo imprimere un buon ritmo al racconto, Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano hanno interpretato con particolare sensibilità i loro ruoli, anche perché sono stati ben diretti. Anche la colonna sonora è efficace nel commentare al momento giusto gli eventi che accadono.  La notizia, comunicata fin dall’inizio del film che, Tony e Carlo intendono sposarsi (cioè firmare una unione civile), ha l’effetto di un sasso gettato nello stagno e innesca sconvolgimenti nei componenti delle rispettive famiglie, mettendo a nudo incomprensioni, conflittualità  mai risolte. I dialoghi, ben costruiti (molti sono gli a tu per tu) riescono a far emergere in modo progressivo il profilo di personaggi che appaiono reali, si forma in questo modo un bassorilievo con più volti che appare più incisivo del simile, per collegialità di voci, ultimo lavoro di Muccino: A casa tutti bene. Questi pregi finiscono per contrasto, per evidenziare alcune debolezze, come la contrapposizione troppo macchiettistica fra la famiglia ricca e snob e quella spontanea e coatta e lo strano stop-and-go del racconto, dove dopo una scena-madre c’è una breve sequenza di raccordo a cui fa seguito  una nuova scena-madre.

Dicevamo prima che il film non parla di omosessualità ma di qualcos’altro. Una persona viene considerata omosessuale quando percepisce una attrazione dominante verso persone dello stesso sesso e l’omosessualità è da tempo il tema preferito del cinema occidentale tanto da tradire, in molti autori, un sorta di adeguamento passivo alla moda corrente: anche in film dove il tema non è di primo piano ma la storia prevede molti protagonisti, è obbligatorio che almeno un coppia sia omosessuale. Si è però recentemente sviluppata una nuova tendenza, dopo che per anni tanti film hanno evidenziato le discriminazioni a cui erano soggette le persone con questa inclinazione. Vinta ormai, in tutti i paesi occidentali, la battaglia per la pari dignità dei due tipi di unione, omo ed etero, si è passati alla fase successiva, dove persone con una normale inclinazione eterosessuale, possono esprimere le loro simpatie, attestare la loro amicizia verso un altro, anche sessualmente. . Il primo film in Italia con questa tendenza può essere individuato in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e ora questo Croce e delizia ne costituisce una continuazione ideologica. In entrambi i film i protagonisti sono persone che hanno relazioni con donne senza alcun problema (Carlo, vedovo, interpretato da Alessandro Gassmann ricorda che mai, in nessun momento, si è dimenticato della sua cara moglie). Nel primo una buona ’intesa fra studente e professore viene “arricchita” da un rapporto sessuale mentre nel secondo due ultracinquantenni, uno divorziato e l’altro vedovo (la storia è stata costruita in modo da evitare il tema dell’adulterio, com’era successo in Carol, dove la protagonista abbandonava marito e figlio per seguire la sua “amata”) hanno trovato, nella loro complementarietà, una intesa che si esprime anche in questo caso, tramite una relazione sessuale. In altri tempi, in altri contesti culturali, si sarebbe tranquillamente parlato di amicizia fra due uomini. Né si può parlare, in queste circostanze, di omosessualità ma più opportunamente di “amicizia sessuata”. E’ inutile sottolineare che, in entrambi i film, il principio ispiratore va cercato nell’antica civiltà greca. Per il primo si tratta di un caso classico di pederastia che trova l’approvazione dello stesso padre del ragazzo, perché ritiene che un legame “approfondito” anche sessualmente, possa essere utile alla formazione di suo figlio; nel secondo è uno dei protagonisti (la madre di Penelope, interpretata da Anna Galiena) a dichiarare che l’amore fra due uomini, nell’antica Grecia, era considerato più puro, perché libero dal vincolo della fecondità.

Tony  (Fabrizio Bentivoglio) resta un personaggio odioso dall’inizio alla fine del film: snob, narcisista, infedele, ha un approccio sereno rispetto alla vita solamente perché è una persona superficiale e irresponsabile.  Più articolato è il personaggio di Carlo (Alessandro Gassmann) che mostra una progressiva evoluzione: nelle prime sequenze, con le sue insicurezze, le sue nevrosi, sembra niente più che la classica caricatura di un omosessuale; verso metà film recupera la sua dignità di uomo, sapendo reagire a tono alle umiliazioni subite; nella parte finale recupera la sua capacità di essere padre e di porsi al servizio di chi è più giovane (in questo caso non verso suo figlio ma verso Penelope).

Proprio per questo, nonostante tutto l’impegno del regista e della sceneggiatrice, la relazione fra loro due appare poco credibile e tradisce la voglia di trasmettere un’’ideologia, quella dell” amicizia sessuata.  Due uomini sui cinquant’anni dovrebbero esser fieri di poter ancora esser utili ai loro figli, prendersi cura della formazione dei nipoti e questo dovrebbe costituire la forma primaria della loro felicità. Il fatto che pensino invece a cercare ancora insolite forme di amore tradisce il loro profondo egoismo e una grande immaturità.

Sul fronte dei figli, Penelope e Sandro sono le figure più belle, perché si interessano realmente dei destini dei loro padri e sapranno essere generosi nei loro confronti in un gioco di inversione delle parti, dove sono loro i saggi mentre i padri sembrano delle persone fragili e immature.

La frase più significatica, per comprendere l’atteggiamento che suggerisce il film, viene pronunciata dalla madre a Penelope, che la rimprovera di non aver mai reagito ai molti tradimenti del marito: “in fondo lui è tuo padre, non lo puoi cambiare: devi amarlo per quello che è”. Si tratta di una frase più desolante di quanto sembri in apparenza: noi siamo come monadi, imprigionati nel nostro io, siamo quello che siamo senza influenze reciproche, senza valori o beni da condividere, impossibilitati a trasformare e a migliorare noi stessi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MIGLIOR REGALO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/25/2019 - 19:44
 
Titolo Originale: El Major regalo
Paese: Spagna
Anno: 2018
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Infinito + 1
Durata: 107
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Joe Gòmez, Carlos Aguillo, Carlos Chamarro

La storia inizia durante le riprese dell’ultima sequenza di un film western. Tutto sembra esser pronto ma all’ultimo momento il regista decide di modificare lo script classico dove il buono uccide il cattivo. Non convinto che la vendetta sia l’unico modo per dare una buona fine al suo lavoro, l'artista decide allora di intraprendere un viaggio nel mondo alla ricerca di una migliore soluzione, per sconfiggere qualsiasi guerra, perché il tema della vendetta diventi il tema del perdono.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La forza del perdono, umana e trascendente, emerge con lucidità da interviste fatte a chi ha perdonato di cuore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il cuore pulsante del film è costituito dalle interviste fatte a persone che realmente hanno vissuto la trasformazione del perdono sulla loro pelle; qualche eccesso di retorica dal regista Cotelo che a volte spiega ciò che è già chiaro nel racconto
Testo Breve:

La rievocazione di casi reali dove persone colpite nel corpo e negli affetti hanno perdonato di cuore, costituisce un insolito ma efficace trattato  di etica e di fede.

Come si potrebbe definire Juan Manuel Cotelo, il regista di L’ultima cima (2010), Dio esce allo scoperto (2012), Terra di Maria (2013), Footprinnts, il cammino della vita (2016) e ora questo Il miglior regalo (2018)?

Su potrebbe intendere come un predicatore laico all’uso americano (ma cattolico) che impiega non un una retorica efficace per trasmettere la verità del Vangelo  ma il più moderno story telling. Non si tratta di fiction ma sempre di storie vere, con interviste ai protagonisti diretti dei fatti accaduti ed è proprio questa scelta che rende questa forma di  apostolato particolrmente efficace.

In quest’ultimo lavoro il tema è il perdono: tema affrontato in modo estensivo nell’ora e quaranta minuti del film attraverso interviste a persone che hanno perdonato di cuore: perdono in famiglia nei confronti di un padre violento;  perdono dopo esser stata vittima di un attentato terroristico come la spagnola Irene; perdono da parte di chi ha aderito all’IRA; perdono in Colombia dopo i violenti scontri fra i guerriglieri del FARC e l’Esercito di lIberazione nazionale (ELN); in Uganda dopo il genocidio incrociato perpetrato fra Utu e Tutsi; perdono verso la moglie che ha tradito abbandonando il marito e tre figli. La serietà dei fatti narrati non viene sminuita ma comunque allentata dalla componente fiction che si interpone fra un’intervista e l’altra; in questa parentesi western  Cotelo stesso, con molta ironia, impersona un regista impegnato nelle riprese di un film che deve classicamente concludersi con una sfida mortale fra i due antagonisti nella strada principale del villaggio. E’ proprio questo finale violento che determina  una crisi di coscienza da parte del regista che invita tutta la troupe  a trovare un finale più positivo. La ricerca della migliore soluzione sarà il pretesto per Cotelo di spostarsi da una parte all’altra del mondo dove maggiormente ha infuriato l’odio e la violenza per cercare dove ha brillato la forza del perdono.

“Quando sei in guerra diventi cieco. Ti si chiude il cuore come se lo coprissero di cemento” racconta un uomo che ha combattuto e ucciso in Colombia durante la guerra civile. “Eravamo come bestie e uccidevamo anche i nostri figli” racconta un altro nel rievocare il genocidio dei Tutsi, circa un milione di persone, avvenuto in Ruanda nel 1994.

Partendo da tante situazioni drammatiche la forza del perdono appare in tutta la sua evidenza. Si inizia a riconoscere in chi ti ha ferito non l’ggetto di una vendetta ma una persona da comprendere: “colui che fa del male è la prima vittima di un odio che tiene dentro di se” racconta Irene che ha perso le gambe in un attentato.  In tanti intervistati, l’odio è risultato: " un peso che condiziona la tua esistenza, una sofferenza che ti opprime e il perdono una liberazione". La soluzione sta , nell’azzerare la propria vita e iniziare da capo, come se si nascesse in quel momento: “perché dovrei perdermi la vita ad amareggiarmi per la mia situazione? Non mi è stato mica amputato anche il cuore - dice sempre Irene - “bisogna rinascere: è come se fossi nata direttamente senza gambe.

Man mano che la ricchezza del perdono, testimonianza dopo testimonianza, viene resa evidente, interviene la seconda scoperta: “il perdono è un dono che Dio ci regala- dichiara il marito tradito e poi riconciliato – solo Dio te lo può dare ma bisogna chiederlo. Non ho nessun rancore per lei, nè per la pesona che l’ha portata via. Non debbo pensare male di nessuno. È solo Dio che giudica”.

Complessivamente un film raggiunge con efficacia il suo obiettivo. Un obiettivo appena affievolito da uno sviluppo del racconto non pienamente organico e da una certa tendenza, da parte del Cotelo-intervistatore, a voler spiegare ciò che possiamo comprendere dalle persone intervistate.

Le uscite del film nelle sale italiane possono venir monitorate su Facebook - Infinito+1 Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VITA PER VITA - MAXIMILIAN KOLBE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 17:17
 
Titolo Originale: ZYCIE ZA ZYCIE
Paese: Polonia
Anno: 1991
Regia: Krzysztof Zanussi
Sceneggiatura: Krzysztof Zanussi, Jan Jozef Szczepanski
Produzione: IFAGE FILM, MEDIA FILM TV PARIGI - FILM GROUP TOR VARSAVIA
Durata: 94
Interpreti: Edward Zentara e Christoph Waltz

1941,campo di concentramento di Auschwitz. Jan, uno dei reclusi, riesce a fuggire. Alcune famiglie del luogo hanno il coraggio di dargli nuovi vestiti e di sfamarlo e alla fine trova rifugio per qualche tempo in un convento di francescani. In questa circostanza viene a sapere che dopo la sua fuga, per rappresaglia dieci detenuti sono stati condannati a morire di fame e di sete. Viene inoltre a conoscenza di un gesto inaudito: un sacerdote, padre Massimiliano Kolbe, si è offerto di venir condannato al posto di un padre di famiglia e l’ufficiale tedesco aveva accettato lo scambio. Jan, che ha sempre pensato a se stesso, è spinto questa volta da una insolita curiosità e inizia a indagare su chi fosse realmente padre Kolbe….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La grande fede di padre Kolbe e il gesto che ne è stata la sua massima espressione, risaltano in mezzo a tante mediocri figure di contorno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Zanussi, qui regista e sceneggiatore, sceglie uno stile asciutto, quasi scarno, che risulta particolarmente efficace quando è la stessa grandezza dell’uomo santo che si manifesta
Testo Breve:

Nel 1941, ad Auschwitz, padre Kolbe si offre di morire al posto di un padre di famiglia. La progressiva presa di coscienza del valore di quel gesto da parte delle persone che ne rimasero coinvolte e poi da parte di tutto il mondo

Krzysztof Zanussi, qui regista e sceneggiatore, ha scelto un metodo insolito per parlarci degli ultimi anni di padre Kolbe. Non racconta la storia dal punto di vista del santo ma nella prospettiva di alcuni laici e sacerdoti che sono vissuti ai margini di quell’evento oppure ne hanno sentito solo parlare. Sono persone normali, impegnati, in quei giorni drammatici, a pensare innanzitutto alla propria sopravvivenza e si interrogano, con un atteggiamento fra l’incredulo e l’infastidito, sul perché di un simile gesto. Man mano che viene a conoscenza di maggiori dettagli, Jan, cerca di riportare quell’evento nell’alveo di qualcosa di ragionevole, che abbia un senso umano, ma quel fatto resta lì, davanti a lui, senza una spiegazione soddisfacente. Anni dopo, quando si inizia a parlare di beatificazione, alcuni membri del partito comunista polacco iniziano a preoccuparsi della crescente fama che ha acquisito padre Kolbe, comprendono l’urgenza di imbastire una contro-propaganda e finiscono per concludere che in quel campo di concentramento il suo gesto sia stato un metodo per suicidarsi e por fine alle sue sofferenze. Perfino in Vaticano, quando si inizia a parlare di beatificazione, c’è chi fa dei fini distinguo fra ciò che può esser definito un martire per la fede e chi invece è morto per un altro uomo, come è accaduto per padre Kolbe.

Il film, in mezzo a tante mediocrità, introduce brevi, significativi camei della vita del santo, che rifulgono di luce propria. Come quando volle costruire un monastero in Polonia e senza avere un soldo, andò a chiedere dal signore locale la proprietà del terreno. Alla fine ci riuscì, offrendo in cambio preghiere e una statua della Madonna. Oppure quando, nella cella della morte guidava la preghiera e i canti liturgici degli altri condannati e concedeva l’ultima confessione a chi ne faceva richiesta. Non manca un ricordo di lui bambino, quando raccontava di aver parlato con la Madonna e che gli aveva chiesto il suo amore: la madre gli sorrideva e si portavano entrambi a un quadro della Vergine per iniziare a pregare.

Lo stile adottato da Zanussi è asciutto, quasi scarno, ma proprio dalla semplicità del racconto scaturisce con forza la grandezza del santo. Da testimonianze dirette sappiamo che padre Kolbe, mentre porgeva il braccio per l’iniezione letale, disse: “«...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea».  In effetti, proprio in un luogo come Auschwitz, espressione massima della brutalità umana, Kolbe ha piantato bel salda la croce di Cristo, a testimoniare che ancora una volta l’amore aveva vinto.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PARANZA DEI BAMBINI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 16:43
Titolo Originale: La paranza dei bambini
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Claudio Giovannesi
Sceneggiatura: Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi
Durata: 110
Interpreti: Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano Del Balzo, Viviana Aprea, Pasquale Marotta, Aniello Arena, Renato Carpentieri

Nuovi giovani boss prendono il potere del quartiere Sanità di Napoli. Vivono come se avessero cinquanta anni ma il loro cuore e la loro mente ne ha solo quindici.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questo film, che non inventa ma registra un fenomeno reale, è un pugno allo stomaco davanti a ragazzi che conoscono solo il linguaggio delle armi e della sopraffazione, senza che nessuno prospetti loro vite alternative.
Pubblico 
Maggiorenni
Uso normale di droga, alcool e violenza mentre il sesso è suggerito, solo leggermente esplicito in una veloce scena.
Giudizio Artistico 
 
Film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza. Orso d’argento per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Berlino.
Testo Breve:

Un gruppo di adolescenti cerca di prendere il controllo del Rione Sanità perché crede di aver imparato la legge delle armi. Una storia sgradevole ma molto simile al vero

Le regole sono chiare: il potere è per chi sa gestirlo. Per chi ha armi e le sa usare, per chi sa stare al posto suo e non guarda in faccia il debole. Il lavoro e lo studio non sono il futuro per questi quindicenni che dell’amicizia e del rispetto sembrano aver capito tutto. Sfrecciano sugli scooter e vorrebbero entrare nei locali costosi ma non hanno i mezzi economici. Si chiamano con soprannomi Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò, quasi tutti tranne Nicola, il loro capo.

Sognano magliette sportive dispendiose, case kitsch che gridano i soldi che le hanno arredate e orologi costosi. Il presente è troppo difficile e Nicola vuole lavorare, così dice al boss del quartiere Lino Sarnataro, che ha sorpreso lui e i suoi coetanei a rubare orologi nel quartiere protetto da lui.

E se vuole lavorare Nicola, lo vogliono fare anche i suoi amici. Si muove sicuro Nicola, quando sniffa per la prima volta cocaina per saggiare quello che imparerà a tagliare e a vendere. Si muovono sicuri anche i suoi compagni, fieri della guida e del potere che stanno iniziando a guadagnare. Sono talmente fieri che appena il boss Sarnataro viene arrestato insieme ad altri durante la festa del matrimonio della figlia, Nicola non ha dubbi. Spetta a lui il dominio del quartiere. Trova la sua alleanza sempre con il figlio di un ex boss del quartiere e si appropriano, prima maldestramente, poi con ingenua veemenza, di Rione Sanità.

Scacciano i vecchi affiliati di Sarnataro, ricevono armi da un boss agli arresti domiciliari, e dominano.

Sono i soldi quelli che contano per loro. Quelli che non hanno mai avuti, quelli che nel passato li hanno costretti a vivere in pochi metri quadrati di casa, quelli che permettono loro di trascorrere feste notturne con donne. Eppure Nicola, sin dalla prima scena, non riesce a togliere gli occhi di dosso a Letizia, giovane pizzaiola che partecipa a concorsi di Miss Vesuvio. Si innamora, si perde nella sua prima, forse, esperienza d’amore. E contemporaneamente pensa e progetta come ottenere rispetto da quegli adulti che si ritrovano per la prima volta a negoziare con ragazzini armati.

Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini è un film inedito nel panorama italiano. La violenza del potere nei quartieri si veste dell’adolescenza, dell’impulsività decisionale, delle scaramucce per pacchetti di merendine utilizzati dai fratelli piccoli, della tenerezza di una madre giovane che sistema la nuova casa per il figlio. La regia di Claudio Giovannesi dimostra ancora una volta come le storie, anche quelle più ripugnanti, hanno un’umanità da codificare ma non da giudicare. I gesti degli adolescenti sono immorali, ma lo spettatore non li guarda dall’alto in basso. Spera in un’apertura alla speranza, in una vita che deve lottare e vincere sulla morte anche quando le pistole decidono chi merita di stare al mondo e chi no.

È un pugno allo stomaco La paranza dei bambini, che necessita di uno sguardo adulto e consapevole. La fotografia di Daniele Ciprì e le musiche originali accompagnano il film, evidenziandone la grandezza registica. Allo stesso tempo, se tutto è perfetto, dalla regia al cast, dalla fotografia alla musica, c’è qualcosa di lieve, nella seconda parte, che priva, per poche scene, il film della sua efficacia drammaturgica. La sceneggiatura rischia infatti di essere deterministica: i regali generosi al boss e il suo stupore conseguente, le armi lasciate ingenuamente nella grotta, la tracotanza dei nuovi boss quasi mai punita. Sono dettagli, lievi, per un film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CORRIERE - THE MULE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 18:10
Titolo Originale: The Mule
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Produzione: Warner Bros
Durata: 116
Interpreti: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Micheal Peña, Dianne Wiest, Andy Gargia, Laurence Fishburne

Un viaggio, lungo un’intera vita per riscoprire ciò che è più importante. Più della giustizia e del tempo, una lotta contro i propri limiti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
“La famiglia è la cosa più importante. Non fate come me: ho anteposto il lavoro alla famiglia”. Si è disposti a qualsiasi cosa per il bene delle persone che amiamo. Purtroppo il protagonista lo comprende solo alla fine del suo percorso.
Pubblico 
Maggiorenni
Unica scena di nudo (inutile e fuori luogo) ma le tematiche trattate sono per un pubblico adulto.
Giudizio Artistico 
 
La regia di Clint Eastwood è unica ed inimitabile. Dirige maestosamente Bradley Cooper ed Andy Garcia.
Testo Breve:

Il solito personaggio di Clint Eastwood, scorbutico, reduce di guerra, razzista, che fa scelte sbagliate ma che sa anche pentirsi e chiedere perdono 

Il film racconta un fatto realmente accaduto riportato sul New York Times, l'assurdo episodio di un uomo novantenne del Michigan diventato corriere al servizio del narcotraffico.

Dopo il successo di Gran Torino (2008) Clint Eastwood ritorna in veste di attore e regista sul grande schermo con la collaborazione dello stesso sceneggiatore (Nick Schenk) per un altro, forse ultimo, film da ricordare.

Se Walt Kowalski era inizialmente chiuso alla vita, Stone si presenta esattamente l’opposto amando la vita e desiderando di godersela fino alla fine.

Unica sua devozione va alla coltivazione, cura e commercio di una particolarissima pianta, le emerocallidi che fioriscono un solo giorno all’anno con colori splendidi.

Per raggiungere tale perfezione e ricevere l’approvazione e il successo, il protagonista trascura moglie e figlia fino a dimenticare il matrimonio di quest’ultima. Per far fiorire le emerocallidi, fa sfiorire l’amore della sua famiglia.

"Non ho mai capito, perché dedicasti tutto il tuo tempo e i tuoi soldi a quei fiori?" "Adoro i fiori, i fiori sono unici…perché un giorno sbocciano e la storia è finita…si meritano sia tempo che impegno." "Anche la tua famiglia..."

Earl, da uomo determinato e sicuro di sé, reduce dalla guerra in Corea, si ritrova alla sua età vulnerabile e solo.

Dopo aver perso per colpa della tecnologia il lavoro che amava da tutta la vita, Stone ha per puro caso tra le mani la possibilità di riprendersi la casa e di riconquistare le attenzioni della sua famiglia contribuendo economicamente agli studi di sua nipote, l’unica che ancora gli rivolge la parola.

Con il suo pick-up ha viaggiato tanto raggiungendo 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. Per questo motivo risulterà per i narcotrafficanti il soggetto perfetto per muoversi inosservato e insospettabile agli occhi della DEA (Drug Enforcement Administration).  Gli agenti federali non sono percepiti come minaccia, fanno più che altro da contorno lasciando che il flusso narrativo si concentri sulle emozioni, sulla ricerca del perdono come solo Eastwood riesce a fare nelle sue storie di eroismo tragico e di redenzione.

Ogni corriere che Earl intraprende si allontana sempre di più dalla sua vecchia vita, guardandola dallo specchietto della sua auto nuova mentre canticchia canzoni sulla libertà (splendida la colonna sonora di Arturo Sandoval).

Sarcastico, irriverente, dissacrante ma con l’eleganza di un uomo d’altri tempi, il regista statunitense racconta il coraggio di chi scopre cosa è capace di fare solo alla fine del proprio percorso, ostentando la sicurezza audace chi non ha nulla da perdere.

Un uomo senza filtri, come egli stesso si definisce, aiuta automobilisti e motociclisti in panne non nascondendo i suoi pregiudizi, l’omofobia o il razzismo ma con il giusto equilibrio, uno stile beffardo e mai pesante concedendo allo spettatore risate imbarazzate a ogni appellativo utilizzato. Frequentatore accanito dell'AARP, l'associazione americana dei pensionati, che cerca di aiutare appena gli è possibile. Un “grinch” al contrario che ama piacere agli altri ma non alla propria famiglia.

“Pensavo che fosse più importante essere qualcuno là fuori invece del fallimento che ero a casa mia.”

Lo stesso Eastwood è il protagonista, raccontando un po’ di sé stesso recitando al fianco di Alison, figlia anche nella vita vera.

Come Marcel Proust, Stone è alla ricerca del tempo perduto, quello che ci rimane diventa così più prezioso di qualsiasi altra cosa. Un motivo per chi, come il protagonista, ha smarrito in tutti i sensi la strada di casa e sta cercando il modo per ritornarci anche se per un’ultima volta.

Eastwood batte ogni record con oltre 50 anni di carriera, di cui 30 da regista, confermandosi l’artista cinematografico vivente più completo. Nella sua carriera ha sempre sconfitto il male partendo dai western di Sergio Leone, raccontando la follia dei terroristi e dei criminali, ma anche il rapporto padre figlia, la resilienza, il coraggio e l’amore oltre ogni tempo.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ROMA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/31/2019 - 11:40
Titolo Originale: Roma
Paese: Messico, USA
Anno: 2018
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón
Produzione: Esperanto Filmoj, Participant Media
Durata: 135
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta

Roma narra la storia autobiografica del regista e premio Oscar Alfonso Cuaron. Cresciuto negli anni '70 durante i disordini studenteschi messicani, la sua famiglia viene colta da un evento improvviso che cambierà le loro vite.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia è al centro della storia. Sebbene una famiglia abbandonata dal padre ma molto unita
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Nonostante non ci siano scene di violenza, i lunghi piani sequenza e le difficoltà affrontate dalla protagonista possono essere comprese solo da un pubblico adulto. Una scena di nudo integrale (forse l’unica fuori contesto) più buffa che altro
Giudizio Artistico 
 
Nomination all’Oscar come migliore attrice protagonista Yalitza Aparicio, miglior film, miglior regista, miglior film straniero, sceneggiatura originale miglior attrice non protagonista (Yalitza Aparicio) fotografia, scenografia, montaggio e issaggio sonoro Un capolavoro indiscusso di fotografia
Testo Breve:

Negli anni settanta c'erano le nanny, che si dedicavano anima e corpo alla cura dei bambini che erano loro affidati dalla famiglia ospite. Il film è il racconto autobiografico del regista che ha voluto fare un omaggio alla sua nanny e alla sua capacità di amare

Di questo film se ne è parlato tanto, ancor prima della vittoria al Festival di Venezia, dei premi e dell’uscita nelle sale solo per pochi giorni. Girato con molti attori non professionisti, rappresenta una vera e propria svolta per la distribuzione (e non la produzione come pensano in tanti) affidata a Netflix solo in lingua originale. 
Già dai titoli di testa respiriamo aria retrò, con una secchiata d’acqua che scandisce il tempo che passa inesorabilmente, ma talvolta sembra non passare mai. 
Roma è un quartiere borghese di Città del Messico, paese d’origine del regista. Il personaggio di Cleo, ragazza indigena tuttofare, è basato sulla vera storia di Libo Rodríguez, alla quale il film è dedicato; la donna negli anni settanta ha vissuto con la famiglia del regista messicano.

Un tempo c’erano le Nanny, o da noi italiani chiamate le tate, che si dedicavano anima e corpo ad una famiglia, anche se non era quella d’origine. Niente ferie, nessuna privacy perché la loro casa diventa il luogo di lavoro. Da ragazzine si viene scelte, così come il bestiame, per una nuova vita, che il più delle volte resta quella definitiva.

Agli occhi dei bambini degli anni settanta la Nanny non è una signora delle pulizie né una balia, ma una vera e propria seconda mamma. È lei che sa cosa mangi, come ti addormenti e di cosa hai paura. Lei viene ad asciugarti le lacrime, lei quella che ti abbraccia quando ti fai male. 
Ed è per questo che Roma risveglia in molti di noi qualcosa che ci portiamo dentro, come una vecchia canzone che ci emoziona ogni volta che la risentiamo.

Un film sulle donne come non se ne vedevano da decenni. Sull’infinita capacità di amare, la forza di rialzarsi sempre, anche senza un compagno vicino. È un film sul vero significato della parola resilenza. L’uomo che abbandona la donna fuggendo dalle proprie responsabilità ne esce sconfitto, non è solo una questione di anni settanta. È un film che ha da insegnare tanto anche alle nuove generazioni considerando che, nonostante siamo nel 2019, la mancanza di rispetto per la donna viene ancora data per scontata e si assiste tutt’oggi a fenomeni di maschilismo, in troppi luoghi di lavoro in tutti i paesi, tutti i giorni. Non è un film femminista ma meriterebbe di esserlo poiché rappresenta la voce di chi non può parlare.

Per chi è amante del cinema inevitabile commuoversi davanti lo straordinario lavoro di regia. Catapultati in un film degli anni cinquanta, cullati dalla poesia delle lunghe sequenze, l’inquadratura fissa sul volto della protagonista nei momenti più delicati, la finezza del bianco e nero per raccontare il passato ma con la tecnologia del digitale di oggi. Una sequenza di fotografie da mostra, un incanto per gli occhi per coloro che cercano e sanno riconoscere la vera bellezza (e per chi sa pazientare 2 ore e 15 minuti non sono per tutti soprattutto se il film non viene visto in sala).

Lo straordinario montaggio che accompagna ‘un po’ all’antica’ lo spettatore, senza raccordi di sguardi forzati, ma con la sensibilità di chi ti suggerisce un punto di vista nuovo, il tutto raccolto in scelte di regia ricercate ed eleganti.
Cuarón firma lui stesso la sceneggiatura e definisce Roma il suo film più autobiografico (il 70 percento della scenografia viene dalla sua casa d’infanzia) confermandosi nuovamente un genio della creatività a dimostrazione del fatto che le radici fanno parte di noi, l’arte di saper raccontare con qualcosa che ci ha segnati è solo di pochi artisti.

Roma è un insieme di straordinari bianco neri, guerra e calma, pianto e gioia, uniti da un collante eccezionale che funziona nonostante l’assenza di musica.E per chi pensa che sia troppo pesante, la scena dell’insegnante di arti marziali dimostra come, agli occhi delle donne, forse la perfezione in un uomo non sia sempre affascinante. Così come la storia dell’evoluzione dell’auto di famiglia da simbolo di perfezione noiosa a oggetto di liberazione.

L’attenzione per i dettagli, la scena finale dove, grazie alla scelta del digitale in 6.5 mm ci sembra di essere noi stessi sulla spiaggia, i lunghi piani sequenza, la straordinaria interpretazione di Yalitza Aparicio e la magistrale fotografia fanno di Roma un capolavoro da Oscar.

Come già accaduto nel 2013 per Gravity quest’anno dieci le Nomination ricevute per gli Academy Award 2019: film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista, fotografia, film straniero, scenografia, montaggio e miglior sonoro. Già vincitore di due Golden Globe per miglior regia e film straniero Roma è secondo la critica (Time e Rolling Stone tra i tanti) il miglior film dell’anno. Cuarón regala un film non solo per le donne ma dedicato alle donne. Un viaggio indietro nel tempo ma con lo sguardo e la consapevolezza di oggi.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
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LA FAVORITA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/28/2019 - 15:50
Titolo Originale: La Favourite
Paese: IRLANDA, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Deborah Davis, Tony Mcnamara
Produzione: ELEMENT PICTURES, SCARLET FILMS, FILM4, WAYPOINT ENTERTAINMENT
Durata: 120
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz

All’inizio del 1700 Anna Stuart è regina d’Inghilterra. Sofferente di gotta e di carattere facilmente influenzabile, lascia che sia la sua amica Lady Sarah Churchill a gestire l’agenda politica, in particolare i contrasti fra Whig e Tory in merito alla lunga guerra contro la Francia per la successione spagnola. Un giorno giunge a corte Abigail Masham, cugina di Lady Sarah, un tempo nobile ma ora decaduta a causa dei debiti del padre. Abigail riesce a trovare un impiego come domestica ma ben presto entra nelle grazie della regina, spalleggiata dal deputato tory Robert Harley, che sta cercando un modo per convincere la regina a stipulare un trattato di pace con i francesi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita di corte è solo una spietata lotta di sopraffazione senza esclusione di colpi Secondo l’US Bishops Movie Reviews il film è da considerare morally offensive
Pubblico 
Maggiorenni
Per il cinismo della storia e l’uso strumentale che viene fatto della sessualità, nei rapporti omosessuali ma anche in quelli eterosessuali
Giudizio Artistico 
 
Tre ottime attrici sono magistralmente dirette e il regista riesce nel suo intento di comporre un suo mondo claustrofobico e irreale
Testo Breve:

Intorno ad Anna, regina inglese all’inizio del ‘700, due donne si contendono i suoi favori senza esclusione di colpi. Un film molto ben realizzato e recitato per una storia cinica e spietata

La regina Anna soffriva realmente di gotta e intorno a lei ruotarono due favorite: Sarah e Abigail mentre i Wigs erano propensi a condurre fino in fondo la guerra contro la Francia mentre i Tory volevano terminare questo dispendioso conflitto. I riferimenti storici essenziali sono corretti, ma da qui in poi il regista greco Yorgos Lanthimos non ha avuto alcun interesse a completare una rigorosa ricostruzione storica; ha imbastito invece un mondo tutto suo, dove la lotta per la sopravvivenza, la vendetta e la brama di prevaricazione, sono gli istinti, quasi animaleschi, che agitano le protagoniste.  

Ci sono due temi forti affrontati in questo film: il primo è l’assurdità del potere monarchico: tutto un regno è nelle mani di una donna volubile i cui capricci (o le influenze che subisce), diventano ordini che segnano i destini di tante persone. Chi le sta intorno, come Sarah e Abigail, lusingano, mentono, si prestano anche alle pratiche sessuali richieste dalla regina, perché basta un nulla per passare dalla fortuna alla rovina.

Il secondo è la condizione femminile del tempo: Abigail è stata venduta a quindici anni per saldare i debiti di gioco di suo padre; chi fa parte della servitù si deve aspettare visite notturne di nobili che desiderano possederla; a tutte le donne anche quelle nobili, spettano solo posizioni subordinate nella società, ad eccezione della regina.

Su questi due temi forti, il regista e gli sceneggiatori si sono divertiti, a caricare i toni,(viene in mente Morto Stalin se ne fa un altro di  Armando Iannucci per la satira sferzante e senza appello al potere assoluto): ecco che le figure maschili sono solo delle marionette imbellettate che passano il tempo a scommettere alle corse delle oche o a giocare a tirassegno con le arance contro un uomo nudo; i balli di corte hanno movenze che ben poco hanno di storico ma anche i personaggi femminili vengono stravolti dalle lenti deformanti degli autori: usano un linguaggio sboccato da postribolo, praticano sport cruenti come il tiro a segno a piccioni vivi. Perfino le sontuose sale del palazzo dove si svolge la storia vengono deformate dall’obiettivo fish-eye.

In un contesto così artificialmente modellato, la storia si sviluppa intorno allo scontro fra le due donne per conquistarsi i favori della regina con armi tipicamente femminili: lusinghe maldicenze, falsità ma anche il veleno. E’ in questa occasione che si manifesta la bravura del regista e delle tre protagoniste: i caratteri delle due antagoniste (Emma Stone e Rachel Weisz) escono scolpiti a colori vividi mentre la regina Anna (Olivia  Colman, che ha vinto il golden globe 2019 come miglior protagonista femminile) modella, in un corpo deformato dalla malattie, una creatura instabile, fragile ma a volte dura, con momenti di tenerezza al ricordo dei 17 figli non nati o vissuti pochi anni ma anche con momenti di obiettiva lucidità  quando comprende, al di là dei consigli interessati di chi le sta intorno, ciò che è il vero bene per la nazione.

Non ci sono buoni o cattivi in questo film ma solo una  lotta, per conquistarsi  la sopravvivenza  e poi passare alla sopraffazione dell’altro: un combattimento espressione della visione cinica e pessimistica su come vada il mondo da parte del regista. Un film come Morto Stalin se ne fa un altro usava la maschera dell’ umorismo nero per raccontarci la dura realtà di una dittatura; in questo La favorita  non ci sono risonanze universali ma solo il personale  punto di vista di un artista che non comunica ma esprime se stesso.  Per questo, all’uscita del cinema, pur restando ammirati dalla qualità dell’opera, il film viene ben presto dimenticato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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CREED II

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/23/2019 - 15:46
 
Titolo Originale: Creed II
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Caple Jr.
Sceneggiatura: Sylvester Stallone, Juel Taylor
Produzione: METRO-GOLDWYN-MAYER STUDIOS, NEW LINE CINEMA, WARNER BROS., IN COPRODUZIONE CON UDI NEDIVI
Durata: 129
Interpreti: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Wood Harris, Dolph Lundgren, Phylicia Rashad

Adonis Creed, diventato campione dei pesi massimi, viene sfidato da Viktor Drago, il figlio dell’uomo che uccise suo padre Apollo sul ring tanti anni prima. Rocky gli consiglia di non accettare la sfida ma per Adonis vendicare il nome di suo padre significa anche provare a sentirsi finalmente degno del nome che porta. Anche a costo di mettere in pericolo la fragile felicità che ha creato con Bianca e il bambino che aspettano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La lezione che ci fornisce il film è che solo la determinazione e il sacrificio ci fanno raggiungere i nostri giusti obiettivi e che la fonte di questa capacità di sacrificio è l’amore, la solidarietà fra amici e familiari come uniche sorgenti della fiducia in sé stessi
Pubblico 
Adolescenti
Scene di combattimento violenti, una scena sensuale, turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a coinvolgere con la sua retorica semplice ed efficace mentre Sylvester Stallone, con ammirabile discrezione ed efficacia, si ritaglia ancora una volta la parte di un mentore saggio, affettuoso e ironico, sempre capace di insegnare e imparare dalla vita.
Testo Breve:

Adonis Creed, diventato campione dei pesi massimi, viene sfidato da Viktor Drago, il figlio dell’uomo che uccise suo padre. Ancora una storia di riscatto, di sacrificio e di solidarietà fra amici e familiari

Era destino che prima o poi la saga di Rocky, rinata dalle sue ceneri tre anni fa con il sorprendente Creed – Nato per combattere di Ryan Coogler (qui solo produttore, nel frattempo ha firmato l’eccellente Black Panther), tornasse ad affrontare la nemesi per eccellenza del pugile americano, Ivan Drago. Rimasto nella memoria degli spettatori italiani dai tempi di Rocky IV per quel tamarrissimo «Ti spiezzo in due», Dolph Lundgren rientra in scena qui come allenatore del figlio Viktor. Abbandonato dalla consorte (Brigitte Nielsen, che fa un cameo anche qui) e dall’apparato che lo aveva creato, randagio e ridotto in povertà, Drago ha cresciuto il figlio con l’unico scopo di riprendersi onore, fama e rispetto.

Rispetto ad Adonis, ora all’apice della fama e reduce dalla vittoria mondiale nella categoria dei pesi massimi, è il russo il vero outsider e il film sottolinea bene questa situazione paradossale. Adonis, per altro, forse a causa della sua storia personale, non riesce fino in fondo a credere in sé stesso, ed è questa la ragione per cui non può fare a meno di accettare la sfida nonostante il parere contrario del suo mentore.

Il film si prende il suo tempo per raccontare, oltre agli allenamenti sportivi e le sfide sul ring, anche le vicende famigliari di Adonis (la compagna Bianca, cui chiede con tenera imbranataggine di sposarlo, resta incinta e la bambina che aspettano potrebbe ereditare la sordità della madre), la sua crisi sportiva e umana, che si intreccia a quella dello stesso Rocky.

Il rapporto padre-figlio, già al centro della pellicola precedente, qui si moltiplica nelle declinazioni, caricandosi di sfumature diverse. Non solo quello inevitabile per quanto mediato tra Adonis e il defunto Apollo, ma anche quello tra lui e Rocky, tra Rocky e il figlio lontano con cui non è in grado di comunicare, quello tra Ivan e Viktor (con un’inaspettata positiva svolta finale), e infine quello tra Adonis e la figlia appena nata, che si rivela la chiave per la sua rinascita.

La saga di Rocky è da sempre stata un inno agli eroi maltrattati dalla vita, gettati al tappeto ma sempre capaci di trovare dentro di sé la capacità di risorgere e lottare. In questo Creed II non mette nulla di particolarmente nuovo sul piatto, ma sottolinea ancora di più la necessità di riconoscere la fonte di questa capacità di sacrificio per quello che davvero vale: l’amore, innanzitutto, come unica sorgente della fiducia in sé stessi.

Un messaggio positivo, veicolato con semplicità da uomini che sul ring se le danno di santa ragione ma che poi, fuori dalle corde, sono pronti a mettere a nudo le proprie ferite, cui la pellicola guarda con inaspettata ed ecumenica pietas.

Senza avere il virtuosismo stilistico del primo episodio firmato da Coogler, Creed II  riesce comunque a coinvolgere con la sua retorica semplice ed efficace, soprattutto nelle sequenze degli incontri (inevitabile l’applauso quando, su un momento particolarmente drammatico, parte il tema musicale della saga) e conferma lo status di star del suo protagonista Michael B. Jordan, accanto a cui Sylvester Stallone, con ammirabile discrezione ed efficacia, si ritaglia ancora una volta la parte di un mentore saggio, affettuoso e ironico, sempre capace di insegnare e imparare dalla vita.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/05/2019 - 18:24
Titolo Originale: Van Gogh - At Eternity's Gate
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA, USA
Anno: 2018
Regia: Julian Schnabel
Sceneggiatura: Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière
Produzione: ICONOCLAST, RIVERSTONE PICTURES, SPK PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh: l’amicizia con Paul Gauguin, il legame con il fratello Theo, la chiusura nel nosocomio di Saint Rémy fino alla morte

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di entrare nel cuore e nell’anima di questo pittore tormentato, parzialmente riuscito
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene forti prima del ricovero in nosocomio
Giudizio Artistico 
 
Premiato all’ultimo festival di Venezia per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non riesce a creare una storia compatta ma gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente quello che invece andava lasciato alla poesia della creazione e alla fragilità dell’immaginazione di un artista
Testo Breve:

La macchina da presa del regista  Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh e lo spettatore si sente come parte del suo processo creativo ma il film eccede nel suo didascalismo

Van Gogh, il pittore che in pochi anni di vita, ha lasciato innumerevoli disegni e tavole, non vendendone alcuno prima della morte, ha un fascino senza tempo. I suoi quadri riempiono l’immaginario di artisti da oltre un secolo. Eppure quando di fronte si ha un pittore come Van Gogh è difficile pensare che possa essere realizzato un lungometraggio capace di restituire l’arte, l’inquietudine, la solitudine e la pazzia. E sulla scia di questa difficile riproducibilità, che può avere come primo limite la didascalia, Julian Schnabel tenta con Van Gogh - Sulla Soglia dell’eternità questo difficile compito. Lo sapeva Schnabel, il regista conosciuto in Italia per Lo scafandro e la farfalla, che prima di arrivare alla macchina da presa ha lavorato e continua a farlo come pittore. E poteva tentare la sfida che questo lungometraggio comporta, forse solo lui, artista e regista, che ha esordito al cinema nel 1996 con un film su Jean-Michel Basquiat, il graffitista più famoso del nostro secolo.

Se si pensa al titolo originale si comprende il cuore dell’operazione filmica di Schnabel. Infatti il nome di Van Gogh non è presente, c’è solo At Eternity’s Gate, che è stato lasciato nel titolo italiano però con un’aggiunta: il titolo completo è Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità.

Scelto in competizione a Venezia e premiato per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non ha le caratteristiche tipiche di un biopic o di un documentario come lo sono stati Loving Vincent o Van Gogh tra il grano e il cielo. Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità é uno sguardo sull’uomo inquieto, sul pittore che dipinge il mondo e lo fa anche se incompreso dai contemporanei del suo tempo. La musica invade le immagini (forse uno dei difetti stilistici imperdonabili del film) e Van Gogh, ormai pittore trentaduenne, lascia l’Olanda e a Parigi in un bar  incontra Paul Gauguin (Oscar Isaac), l’amico con il quale condividerà costanza e passione per i soggetti da dipingere. Scena dopo scena assistiamo a un racconto emotivo: i girasoli, le donne, gli autoritratti, la luce, entrano nella scena. Colpiscono gli spettatori che si sentono parte del processo creativo. E poi i dettagli si contestualizzano: il soggiorno nella cittadina di Arles, il taglio dell’orecchio (dovuto a un innamoramento?) la degenza al nosocomio Saint Rémy, e la morte ad opera di due giovani ladri nel 1890. Tutti elementi che sono stati ripresi dal carteggio corposo tra il pittore Vincent e il fratello Theo (Rupert Friend nel film), proprietario di una galleria d’arte, e dal libro Van Gogh The Life che rinuncia all’episodio del suicidio e rilancia la tesi dell’omicidio dell’artista.

La macchina da presa di Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh. E si distanzia solo quando lui non è soggetto unico della scena. Nei dialoghi con il fratello che ha finanziato sempre Vincent, nel confronto con i medici (tra cui Mathieu Almaric) il film sembra prendere un’altra strada: quella della spiegazione di cosa sta accadendo al pittore fino a diventare una sterile contrapposizione quando Van Gogh dialoga con il prete (il danese Mads Mikkelsen). E se si intravvede quella mano che ha saputo restituire forza nella malattia (come ne Lo Scafandro e la farfalla) il limite del film è non riuscire a creare una storia compatta in cui gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente (lo si intuisce anche dall’inquadratura fissa della macchina da presa in molti dei dialoghi), e distolgono lo spettatore dalla poesia della creazione e dalla fragilità dell’immaginazione di un artista, tenuto in vita dall’affetto del fratello, che meritava più comprensione e più appoggio da chi lo circondava.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
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ALPHA – UN’AMICIZIA FORTE COME LA VITA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 11:04
 
Apha
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Albert Hughes
Sceneggiatura: Daniele Sebastian Wiedenhaupt
Durata: 96
Interpreti: Kodi Smith-McPhee, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Natassia Malthe

In epoca paleolitica, Keda, figlio del capotribù Tau, viene giudicato dal padre abbastanza maturo per accompagnare gli altri uomini nel villaggio nella battuta di caccia necessaria a procurare il cibo per l’inverno. Durante un incontro ravvicinato con una mandria di bisonti della steppa, Keda cade giù da un dirupo. Creduto morto da suo padre e dal resto della tribù, si ritrova solo e stringe amicizia con Alpha, un lupo grigio. Il legame tra il ragazzo e il lupo diventerà sempre più forte e darà a Keda la forza di affrontare il lungo e difficile viaggio verso casa…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amicizia fra un giovane e un cane lupo, l'affetto di una madre, sono gli unici valori che sembrano presenti in un mondo dove si lotta per la pura sopravvivenza
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione e di violenza contro gli animali, in accordo con il genere e la scelta dell’ambientazione
Giudizio Artistico 
 
Alpha fatica a trovare una sua precisa collocazione non tanto di genere, quanto piuttosto di pubblico a cui si rivolge e si avverte l’assenza di una vena comica che avrebbe reso il film meno cupo
Testo Breve:

Nella preistoria, il giovane figlio del capo tribù, rimasto isolato, stringe amicizia con un lupo. Un bel rapporto fra l’uomo e l’animale trattato con un piglio troppo serio e con alcune scene violente

Alpha è, innanzitutto, una classica storia di formazione, in cui un ragazzo buono ma inesperto deve affrontare una serie di prove per dimostrare di essere diventato adulto e capace di cavarsela da solo. La posta in palio, in questo caso, non è tanto l’ammissione a pieno titolo all’interno della tribù, quanto piuttosto la possibilità di tornare a casa e di abbracciare i propri cari. Fulcro della trama è, ovviamente, il legame di amicizia che lega Keda e Alpha e che richiama, a tutti gli effetti, quello tra un cane e il suo padrone (per certi versi, il film si propone proprio di raccontare il primo rapporto di questo tipo nella storia).

Il tema della relazione tra un uomo e un animale, spesso selvatico, su uno sfondo altrettanto selvaggio non è certo innovativo. Si pensi, ad esempio, alle varie versioni de Il Libro della Giungla - recentemente riportato sul grande schermo dalla Disney, con la regia di Jon Favreau (2016) - e alla fortunata trilogia francese di Belle e Sébastien, in cui il rapporto tra un bambino e un cane selvatico si snoda sullo sfondo di uno sperduto villaggio dei Pirenei.

Nel caso di Alpha, la “novità” sta essenzialmente nella scelta dell’ambientazione preistorica.

Purtroppo, né il setting né il tentativo di raccontare la storia con un tono piuttosto secco e realistico riescono nel loro intento. Il sapore del già visto è dietro l’angolo, a partire dai personaggi secondari. Un esempio tra tutti, i genitori di Keda: lui, rigido e severo capo villaggio, mette il bene della tribù al primo posto; lei, invece, madre amorevole, si preoccupa costantemente per il figlio, di cui conosce il “cuore gentile”. Nulla di sbagliato, certo, ma il rischio (non del tutto evitato) è che l’archetipo si trasformi in stereotipo.

Il problema maggiore, però, è che Alpha fatica a trovare una sua precisa collocazione non tanto di genere, quanto piuttosto di pubblico a cui si rivolge. Da una parte, infatti, il film sembra respingere una platea di famiglie e bambini, abbondando, specie nella prima parte, di scene piuttosto crude e violente e rifiutando la componente favolistica che una storia di questo tipo potrebbe portare con sé. Dall’altra, la mancata esplorazione dei personaggi e un uso un po’ ingenuo degli effetti speciali (che attingono a piene mani ai chiaroscuri e ai cieli fiammeggianti) non convincono neanche lo spettatore adulto, che finisce per non comprendere la chiave di lettura necessaria ad accostarsi al film. Si avverte, inoltre, il peso della totale assenza di una vena comica, a cui si sarebbe potuto facilmente attingere nello sviluppo del rapporto umano-lupo e che invece viene rifiutata in toto, allo scopo, probabilmente, di rispettare quello che è il vero messaggio del film: “La vita non è un diritto. Va guadagnata”.  Che sia vero o no, forse ci sarebbero state strade più originali e modi più convincenti per trasmetterlo.

 

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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