Dramma

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.

MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 21:26
Titolo Originale: Moonlight
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris, André Holland

Miami. “Il piccolo”, come lo chiamano i compagni si scuola per deriderlo, si chiama in realtà Chinon ed è un afroamericano di dieci anni, sensibile e timido, che vive senza un padre e con una madre intossicata dalla droga. Decide di prendersi cura di lui Juan, uno spacciatore locale che riesce a regalargli qualche momento di serenità (gli insegna a nuotare) e una casa dove rifugiarsi quando la madre diventa intrattabile. Diventato adolescente, Chinon viene considerato un debole secondo gli stereotipi machisti che seguono i suoi compagni di scuola. Il ragazzo trova conforto nell’amicizia e nell’intimità sessuale con il compagno Kevin, l’unico con il quale riesce a intendersi. Picchiato nuovamente dai suoi compagni, Chinon reagisce violentemente e viene mandato al riformatorio. Dieci anni dopo è un giovane adulto che ha imparato a farsi rispettare ed è diventato a sua volta uno spacciatore. Una sera riceve una telefonata da Kevin, dopo anni di silenzio. I due si incontrano in un locale: è l’occasione per raccontarsi a vicenda cosa sono diventati e ricordare il tempo passato….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci presenta un mondo degradato, dove lo spaccio della droga resta l’unico lavoro conveniente da fare, dal quale non trapela nessuna speranza di riscatto. Ogni persona vive solo della ricerca di singoli momenti di consolazione reciproca.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, pesanti allusioni sessuali, riferimenti a rapporti omosessuali, uso e spaccio di droga, scene di bullismo nella scuola.
Giudizio Artistico 
 
Il film candidato a 8 premi Oscar, ha una regia che riesce ad amalgamare bene una storia che si svolge in tre età diverse con tre attori diversi, e conferisce al racconto un senso unitario di struggente malinconia
Testo Breve:

 Un ragazzo sensibile e  introverso, con una madre tossicodipendente, cresce con sofferenza, deriso e picchiato dai compagni, offesi dalla sua mancanza di machismo. Un film ottimamente realizzato ma che trasmette il pessimismo fatalistico di una vita senza riscatti. 

Questo racconto, ricavato da una piece teatrale, è totalmente incentrato sulla figura di Chinon, visto in tre diverse tappe della sua crescita (a dieci anni, da adolescente  e infine da giovane-adulto) e dei  suoi incontri con le tre sole persone che hanno contato per lui: la madre, Juan e Kevin. Con la madre Chinon ha il rapporto più tormentato ma duraturo, segnato dalla ferita di un amore reciproco che resta sempre intenso e tenero ma perennemente venato dalla sofferenza del rimorso, per entrambi, di non averlo potuto esprimere come avrebbero voluto.

Con Juan il rapporto è insolito: questo rude spacciatore si intenerisce per questo fragile ragazzo tormentato e deriso dai suoi compagni, se ne assume il ruolo di protettore e di educatore, rispondendo alle domande più difficili: sul perché i compagni lo deridano chiamandolo “checca” e sulla conferma che la madre sia una tossicodipendente. Il regista evidenzia la difficile crescita di questo ragazzo, sottolinea il suo malinconico silenzio, costretto sempre a rifugiarsi in camera quando torna a casa, perché la madre è impegnata con qualche uomo. Il capitolo sull’adolescenza non fa che enfatizzare l’isolamento del ragazzo, ora che l’ostilità dei compagni nei suoi confronti è diventata violenta. E’ in questo difficile contesto (Juan nel frattempo è morto) che Chinon finisce per trovare sollievo nell’avvicinarsi all’amico Kevin, l’unico che non lo deride e con il quale può confidarsi. Nel terzo capitolo, il più breve, Chinon si è ormai costruito una propria corazza per affrontare il mondo esterno (anche fisicamente è diventato un giovane muscoloso), è diventato anche lui uno spacciatore e l’incontro, dopo tanti anni fra lui e  Kevin, vive solo del riverbero delle sensazioni adolescenziali e del rammarico per tutte le aspettative che avevano riposto nel loro futuro e che non si sono realizzate.
Il film sfugge a una chiara definizione e può esser visto sotto diverse angolature. Può esser definito  un racconto di formazione, sia pur molto tormentata; una denuncia sociale per un mondo dove chi è di colore non ha altra alternativa che impegnarsi nella malavita e ha un’alta probabilità di passare degli anni in un riformatorio, come Chinon o in prigione, come Kevin.
Altri hanno sottolineato come questo film sia il primo che ha approfondito la condizione di omosessuale in un contesto  afroamericano. In realtà il film potrebbe essere visto anche in altri modi.
Ci sono vistose omissioni nel racconto, che farebbero pensare a un film costruito a tesi, o comunque con l’obiettivo di  realizzare un mood  particolare, inteso come espressione artistica, più che come rappresentazione di una realtà. L’analisi sociale è falsata da alcune scelte stilistiche: il film costruisce un mondo  all black e non compare nessun bianco in nessun momento; il mestiere di spacciatore di droga, esercitato da Juan prima e da Chinon dopo, è visto come un mestiere come tanti, trascurando il fatto che si tratta di un’attività con la quale si finisce per vivere nelle maglie di organizzazioni criminali potenti, in grado di uccidere senza scrupoli. Pur riconoscendo la forte presenza del bullismo nelle scuole,  l’accanimento dei compagni verso Chinon nella primo e nel secondo capitolo del film sembra eccessivo, perché non è compensato dalla descrizione del lato buono della scuola. La  stessa supposta omosessualità di Chinon potrebbe essere messa in discussione. In nessun momento viene espresso da Chinon un chiaro desiderio sessuale  in quella direzione ma piuttosto la melanconia di un ragazzo solo che trova qualcuno che lo possa capire e  l’unico caso di parziale espressione di omosessualità, più subita che voluta, che avviene nel capitolo dell’adolescenza, può essere imputato alle incertezze che sono tipiche di quell’età.  Inoltre il  film manca  totalmente di qualche sequenza di incontro di Chinon con una ragazza, che  ci possa far capire se abbia mai pensato di trovare in una persona dell’altro sesso il modo per superare la sua solitudine.  .

Moonlight  evidenzia una grande padronanza del regista nel portare avanti una storia tutta interiore, ottimamente recitata e nel trasmetterci quell’atmosfera di struggente malinconia in cui vive Chinon. Non si può però non commentare la scelta dell’autore di mostrare un mondo senza speranza e nel mostrarci uomini che cercano esistenzialmente solo singoli attimi di conforto, senza nessun impegno nel trasformare in positivo la propria esistenza. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 09:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Artistico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

BILLY LYNN - UN GIORNO DA EROE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 18:00
Titolo Originale: Billy Lynn's Long Halftime Walk
Paese: USA, GRAN BRETAGNA, CINA
Anno: 2016
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Jean-Louis Castelli
Produzione: FILM4, THE INK FACTORY, DUNE FILMS, MARC PLATT PRODUCTIONS, STUDIO 8, TRISTAR PRODUCTIONS, BONA FILM GROUP
Durata: 113
Interpreti: Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Vin Diesel, Steve Martin

Il soldato Billy Lynn, in un conflitto a fuoco durante la seconda guerra in Irak, si prodiga generosamente a portare in salvo il suo sergente, rimasto ferito. Una telecamera rimasta accesa riprende l’evento e in questo modo Billy diventa un eroe nazionale. Per la festa del Thanks Giving Day, il suo plotone, guidato dal sergente Dime, è ospite d’onore della partita dei Dallas Cowboys. Billy è anche lui texano e su di lui si concentrano gli applausi e i complimenti della gente dello stadio. Ma Billy è turbato: ha ancora vivo il ricordo degli ultimi combattimenti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alcuni soldati impegnati nella guerra in Irak hanno stabilito fra loro forti legami di solidarietà e di concreto aiuto reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune intense scene di battaglia, una rapida sequenza sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il regista Ang Lee, con una camera che sta sempre addosso al protagonista, riesce a farci trasmettere le sue ansie e i suoi turbamenti ma la sceneggiatura tradisce la sua impostazione letteraria
Testo Breve:

Un soldato considerato eroe della guerra in Irak, si trova a disagio, tornato i patria, nel diventare strumento di retorica bellica. Un film riuscito a metà con un’impostazione eccessivamente letteraria

Le guerre del dopoguerra degli americani sono state indubbiamente tante e molti registi non hanno mancato di enfatizzare l’abisso di senso e di sensazioni, quasi un’incomunicabilità, che si determina fra chi va sul fronte di guerra e chi, restando a casa, cerca al meglio di rendersi compartecipe, appellandosi a quanto appreso dalla televisione e riesumando, con l’occasione, un po’ di retorica patriottica. La situazione si complica per il gusto, tipicamente americano, dell’entertainment. Lo aveva di recente evidenziato Clint Eastwood con il suo Flag of Our Fathers: quattro soldati in trasferta in patria durante la guerra nel Pacifico, debbono ripetere all’infinito, in diversi stadi americani, la scena che riproduce la foto-simbolo dell’innalzamento della bandiera americana sull’isola di Iwo Jima, inizio della riconquista americana.

In questo film Billy, con alcuni commilitoni della sua compagnia Bravo, sono ospiti d’onore durante una partita dei Dallas Cowboys, inclusa la loro partecipazione alle esibizioni della serata, fra balli, canti e fuochi d’artificio.

Il racconto si svolge tutto durante questa giornata allo stadio e il regista Ang Lee (autore di Vita di Pi, tre Oscar nel 2013) è particolarmente sarcastico nell’evidenziare il disorientamento di questi soldati, costretti a fare da comparse a scenografie roboanti e a ricevere i complimenti di circostanza di gente che non può comprendere ciò che ha vissuto o essere costretti a dare risposte sul significato di quella guerra, proprio loro che non ne trovano alcuno. Il regista si concentra soprattutto su Lynn, di 19 anni, schietto e introverso, ancora vergine, come gli ricorda sua sorella, che si porta nell’animo il peso tanti momenti di tensione vissuti in Irak e vive quella giornata come in un sogno angoscioso, dove fa quello che gli viene detto di fare ma con la mente altrove.

La distanza fra questi soldati e coloro che sono rimasti in casa è ben sintetizzato dalle parole del magnate texano che ha intenzione di realizzare un film sulle gesta di Lynn e della compagnia Bravo. “La tua storia non appartiene più a te – dice a Lynn- ma appartiene all’America.  Ciò che conta è l’idea. La vostra battaglia non è altro che il simbolo della battaglia dell’America contro il terrorismo. La compagnia Bravo, ora siamo noi”.

Lynn e il suo sergente, all’unisono, rifiutano decisi questa costruzione retorica intorno al loro operato. In fondo la risposta che propone Ang Lee, con le varie sequenze ambientate in Irak dove viene evidenziata la forte intesa fra commilitoni in armi,  è molto simile a quella già  data da Clint Eastwood in Flag of our fathers: chi va in guerra forse combatte anche per la patria, ma in realtà si impegna soprattutto per i suoi commilitoni: la coesione che si forma fra chi, in ogni istante non sa se continuerà a vivere o a morire diventa l’arma migliore con cui possono affrontare nuove giornate di guerra.

Lynn è tentato da sua sorella per farsi certificare un esonero per esaurimento nervoso per non tornare più in Irak: un’ipotesi accettabile, ora che è considerato un eroe. Lynn è costretto a riflettere su se stesso, cercar di capire dove può dare un senso della sua vita. Per un momento la madrepatria gli offre una magnifica lusinga: l’ammiccante e sensuale cheerleader con la quale stabilisce un’intesa istintiva. E’ un altro momento di mordace ironia da parte del regista e dello sceneggiatore: la ragazza parla con Lynn in modo affettuoso ma attraverso frasi fatte, prese in prestito dai media, non lo vede per quello che è ma come simbolo astratto ed intoccabile di eroismo.

Ang Lee è molto bravo nel costruire queste situazione surreali di tensione fra ciò che è e ciò che appare, fra realtà e mito posticcio ma il racconto tradisce un eccesso di letteratura, di parole più che di immagini e, al di là di alcune scene, risulta un lavoro freddo, che non riesce a generare emozioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SPLIT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/31/2017 - 09:44
Titolo Originale: Split
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Produzione: BLINDING EDGE PICTURES, BLUMHOUSE PRODUCTIONS
Durata: 147
Interpreti: James McAvoy, Anya Taylor – Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson

Adolescenti estroverse e attente alla moda, Claire e Marcia guardano con compassione la compagna di scuola Casey, problematica nelle relazioni con gli altri, goffa e amante della solitudine. Un destino comune e crudele, però, le attende. Di ritorno da una festa, infatti, le tre ragazze vengono rapite da un uomo che le segrega in una prigione sotterranea. Nel disperato tentativo di scappare, Casey, Claire e Marcia si imbattono più volte nel loro rapitore, venendo, così, a scoprire una terribile realtà. Nell’uomo convivono personalità multiple, che lo portano ad assumere diverse identità. L’ossessivo compulsivo Dennis, il fragile stilista Barney, la rigorosa Patricia e il bambino Hedwig. Queste sono solo alcune delle ventitrè personalità in cui il rapitore prende forma. Ed un’ultima, la più spaventosa e feroce, che nemmeno la psichiatra Dottoressa Fletcher riesce a domare, sta per venire allo scoperto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Secondo i messaggio dato dal film, il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo
Pubblico 
Sconsigliato
Pel l'etica deformata che propone. Scene di violenza psicologica ed emotiva verso minori. Immagini di sangue brevi, ma di forte impatto
Giudizio Artistico 
 
A livello tecnico il film è ben fatto. La tensione viene tenuta dai dialoghi e le due ore di film passano nonostante l'azione sia minima
Testo Breve:

Tre adolescenti vengono rapite e segregate da uno schizofrenico in grado di assumere fino a 23 personalità differenti. Un angosciante film-metafora su una vita senza speranza basata sul dolore dove ilmale trova la sua giustificazione

Il regista M. Night Shyamalan torna al cinema con un thriller psicologico in cui il ritmo dettato dai dialoghi e dalla suspense mantiene lo spettatore focalizzato sul destino delle giovani vittime.

Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Ogni essere umano sviluppa una personale difesa alle violenze inferte. È ben chiaro nei due personaggi principali, la giovane Casey e il rapitore, interpretato da un poliedrico ed eccezionale James McAvoy. Entrambi vittime di aggressioni psicologiche nella primissima infanzia, affrontano diversamente il dolore e le ferite scaturite dall’abuso. Casey, troppo indifesa dinnanzi “all’orco nero”, sviluppa diffidenza nell’essere umano e preferisce la solitudine alle relazioni sociali. Kevin, invece, il bambino diventato uomo in molteplici vite diverse rispetto a quella originaria, si difende dal male rifugiandosi nell’alterità. Gli “Altri” ventitrè sono la sua via di fuga da un dolore che lo ha segnato per sempre e proprio il passato comune rende Casey in grado di entrare in sintonia con con Kevin e con gli “Altri”. Questo elemento della storia ci introduce ad un altro più ampio discorso. Innanzitutto, secondo quanto il regista ci racconta, non solo la violenza genera dolore, ma la violenza stessa nasce dalla malvagità umana, che non risparmia nemmeno le mura domestiche. Il che distrugge il concetto di famiglia e toglie luce a qualsiasi evoluzione positiva nel Destino dell’Uomo. Queste ferite fortificano la vittima, la formano e le conferiscono un’esperienza totalmente estranea a chi ha vissuto senza dover affrontare difficoltà. In questo Casey e Kevin sono certamente uguali. Uniti da un’affinità e da una storia emotiva differenti da quelle di Claire e Marcia, sono, a detta di Kevin, diversi in quanto superiori. Questo concetto, oltre ad essere socialmente antidemocratico, è ancor più pericoloso e fuorviante perché qui è definito sulla base dell’emozione. E, unitamente alla violenza che genera dolore, giustifica, trovandone una causa incontestabile, le distorsioni comportamentali, di qualunque gravità esse siano.

L’affermazione della ventiquattresima identità di Kevin, la “Bestia”, definisce e riassume il pensiero veicolato dal film. Il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo.

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

RIPARARE I VIVENTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/29/2017 - 20:03
Titolo Originale: Réparer les vivants
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Katell Quillévéré
Sceneggiatura: Katell Quillévéré, Gilles Taurand
Produzione: France 2
Durata: 104
Interpreti: Tahar Rahim, Emmanuelle Seigner, Anne Dorval, Bouli Lanners, Kool Shen, Monia Chokri, Alice Taglioni, Karim Leklou Alice de Lencquesaing, Finnegan Oldfield, Théo Cholbi, Gabin Verdet, Dominique Blanc

All’alba tre giovani surfisti sulla strada verso casa a causa di un improvviso colpo di sonno del conducente restano vittime di un incidente autostradale. Nell’ospedale di Le Havre i genitori del giovane Simon, uno dei tre ragazzi, apprendono che, nonostante le apparenze, il loro figlio è da considerarsi ormai morto con certezza e devono valutare la possibilità di autorizzare la donazione dei suoi organi. Intanto a Parigi una donna è in attesa del provvidenziale trapianto di cuore che potrà salvarle la vita

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
la drammaticità di questa storia nel suo insieme pone di fronte ad una serie di riflessioni di natura scientifica, medica, filosofica e umana. La regista sceglie un registro molto interiore e personale per sviluppare la narrazione di questo film, risulta assai convincente e toccante senza essere polemica e tiene in grande considerazione, oltre che gli aspetti scientifici della vicenda, anche quelli più intimi relativi agli affetti, al concetto di identità della persona umana e alla vita stessa.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di operazioni chirurgiche molto realistiche e crude.
Giudizio Artistico 
 
In un film che affronta un tema così denso di questioni scientifiche e morali il rischio era quello di cedere ad una narrazione eccessivamente didascalica, ma la regista riesce ad affrontare la storia con molta sensibilità umana e conferisce ai suoi personaggi un accettabile spessore. Questo, insieme ad un sapiente uso della fotografia e del montaggio, riesce a rendere il film coinvolgente, sebbene si tratti di una storia dura e dal forte valore divulgativo
Testo Breve:

Due genitori al capezzale del figlio a cui è stata diagnosticata la morte celebrale; una donna  in attesa che venga trovato un donatore per il suo cuore malato. Un’accurata analisi delle condizioni emotive di tutti i personaggi coinvolti

La donazione degli organi, un tema delicato quanto importante, in cui la logica schiacciante della scienza si scontra con la sacralità intangibile ma reale e forte del concetto di persona umana. Riparare i viventi è prima di tutto un romanzo in cui l’autrice Maylis de Kerangal sceglie con molto buon senso di affrontare l’argomento focalizzandosi soprattutto sull’aspetto umano e interiore di quelli che potrebbero essere i possibili protagonisti di una storia fondata sul tema della donazione degli organi. Katell Quillévéré, regista del film tratto dall’omonimo romanzo, adatta il linguaggio cinematografico alle stesse scelte dell’autrice del testo scritto e realizza un’opera toccante, ragionevole, quasi straziante ma importante.

Uno scontro di drammi, dolori, speranze e attaccamento alla vita, questo è sostanzialmente Riparare i viventi, in cui le ragioni della scienza devono necessariamente fare i conti con le ragioni, i dubbi e le pene dell’animo umano, tanto di coloro che prendono la difficile e generosa decisione di donare gli organi di un proprio caro congiunto quanto di coloro che quell’organo hanno la fortuna di riceverlo.

Nel film è narrata la storia di un giovane ragazzo di 17 anni. Simon, che nel pieno della sua vita e delle sue energie resta gravemente coinvolto in un terribile incedente d’auto. Sebbene il suo corpo sia rimasto quasi illeso il ragazzo arriva in ospedale in uno stato di morte celebrale che secondo i medici è irreversibile. I suoi genitori, nel momento di maggiore dolore, devono dunque decidere se autorizzare o meno la donazione degli organi del figlio. In un’altra parte della Francia una donna, madre di due giovani uomini, è affetta da una gravissima cardiopatia che non le lascia speranze di vita per il futuro e a causa della quale è stata inserita nella lista dei pazienti che necessitano con urgenza di un trapianto di cuore.

La tragedia che capita al ragazzo e ai suoi genitori costringe a pensare alla morte sotto varie sfumature: l’accettazione del lutto, il desiderio di rispettare la sacralità del corpo e al tempo stesso il bisogno profondo che ciascuno ha di trasformare il dolore in qualcosa di fecondo che dia senso a quella terribile sofferenza. Ed è esattamente questo il percorso che compiono i genitori del ragazzo nel prendere la loro decisione. Senza essere polemico il film riesce a descrivere i vari aspetti emotivi, umani e interiori che rendono ardua e non scontata la scelta di donare gli organi di un proprio caro.

Nel contempo la storia, attraverso la figura dei medici che accompagnano i genitori nella loro decisione, riesce a svestire anche la scienza della sua patina di freddezza per mostrare il dovuto rispetto che merita il corpo umano anche dopo la morte. Di fronte anche alla schiacciante ragionevolezza della necessità della donazione degli organi quando le condizioni lo consentono senza ombra di dubbio, la narrazione non perde di vista l’elemento che riguarda la sacralità della vita umana e il rispetto che essa impone.

La difficoltà da superare infatti non risiede solo in coloro che, pur vedendo ancora respirare il proprio figlio, sebbene solo perché attaccato ad una macchina, si trovano nella dura condizione di dover decidere di donare ad altri parti essenziali del suo corpo, ma anche in coloro che questi organi si trovano a riceverli e sono costretti di fatto a dover quantificare il valore della propria vita. Non si può non considerare che gli organi interni di un essere umano hanno un valore che per certi versi travalica il puro aspetto biologico.

Così anche la donna che d’improvviso si trova ad accettare di ricevere il cuore di un’altra persona deceduta vive un travaglio interiore non indifferente. In primo luogo per i rischi notevoli che un’operazione del genere comporta e in secondo luogo per il fatto di dover superare la naturale resistenza dell’animo a vedersi privato di una parte simbolicamente così importante per la persona.

Nel complesso Riparare i viventi affronta la questione con estrema lucidità e delicatezza senza temere di inserire anche immagini potenzialmente troppo dirette e brutali, ma funzionali al racconto. Offre quindi un quadro chiaro e completo sul tema della donazione degli organi che non poggia solo su incontrovertibili dati scientifici ma riesce a tenere conto anche degli importanti aspetti umani che la questione implica.

Bisogna sottolineare che rispetto al caso scelto in questo racconto non vi sono dubbi né morali né scientifici riguardo ad una possibile confusione con l’altro delicato tema dell’eutanasia: la morte cerebrale è riconosciuta come morte assolutamente certa e dunque non lascia adito ad altre possibili scelte di mantenimento in vita.

Tuttavia resta discutibile solo un unico dettaglio inserito nella storia e assolutamente non funzionale al racconto. Ad un certo punto del film si comprende che la donna che sta per ricevere il cuore di Simon nel passato ha avuto una relazione omosessuale con una sua amica.  Sebbene l’intento della regista fosse quello di rendere più consistente il carattere della donna che riceve il cuore, resta il fatto che l’informazione sul suo orientamento sessuale è del tutto gratuita.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

QUA LA ZAMPA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/19/2017 - 07:44
Titolo Originale: A Dog's Purpose
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura: W. Bruce Cameron, Cathryn Michon, Audrey Wells, Maya Forbes, Wally Wolodarsky
Produzione: Amblin Entertainment, Reliance Entertainment, Walden Media, Pariah Production
Durata: 120

Bailey, un golden retriever, racconta la storia delle sue vite in diverse reincarnazioni nell'arco di cinque decenni alla ricerca del senso della sua esistenza al mondo. Da quando Ethan Montgomery, un bambino di otto anni, gli salva la vita, Bailey resta al suo fianco nelle tappe più importanti della sua vita. Anche dopo la sua morte lo spirito di Bailey, incarnandosi in altri cani, non dimentica del tutto il suo primo padrone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
il film racconta in modo semplice il forte sentimento di affetto e amicizia che lega un cane al suo primo padrone, ma si perde nella narrazione di storie che mirano alla commozione e che semplificano il senso dell’esistenza alla sola ricerca di compagnia. Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Giudizio Artistico 
 
una narrazione che procede in modo scorrevole e coinvolge soprattutto al livello dei sentimenti, ma a tratti sfiora un’artificialità tale da sembrare quasi uno spot pubblicitario
Testo Breve:

Un golden retrieval viene salvato dal suo padroncino. Anche dopo morto, il cane continua a cercarlo, nelle sue vite successive. Un film che punta tutto sulla commozione con un insolito riferimento al tema della reincarnazione

Dopo il successo nel 2009 di Hachiko - Il tuo migliore amico, film basato sulla sorprendente storia del fedele cane giapponese Hachi, il regista Lasse Hallström sembra averci preso gusto e riprende il filone cinofilo con un film, Qua la zampa, che punta tutto sulla commozione. La storia è tratta dal romanzo del 2011 best seller di W. Bruce Cameron, Dalla parte di Bailey (A Dog's Purpose), in cui l’autore immagina di raccontare il mondo e la vita attraverso gli occhi e la voce di un cagnolino che si reincarna più volte.

Che Hallström fosse un abile descrittore di sentimenti si sapeva. (Dear John). Questo regista è riuscito sempre, con esiti più o meno centrati, a toccare le corde sensibili dell’animo umano affrontando temi assai toccanti, anche se non sempre supportati da contenuti solidi. Questa volta però con Qua la zampa il regista svedese punta dritto verso il sentimentalismo più spudorato e sembra applicare tutte le sue competenze professionali a generare con facilità situazioni commuoventi ma che a tratti paiono costruite ad arte per questo scopo.

In principio un cane affezionato e il suo bambino, poi un eroico cane poliziotto e l’agente suo padrone, poi un pigro cagnolino che condivide con simpatia e discrezione le gioie e i dolori di una giovane donna di colore e infine un cane maltrattato che ritrova miracolosamente la via di casa: già solo questi elementi basterebbe per predisporre il pubblico alla più profonda tenerezza. Qua la zampa è la storia di un cane di nome Bailey che nasce, vive, muore e rinasce più volte incarnando ogni volta una nuova razza canina in un differente contesto umano. Bailey racconta la sua storia con le sue diverse esistenze dal suo ingenuo e puro punto di vista di animale fedele, intelligente e pieno di voglia di vivere. Quello di Bailey però sembrerebbe voler essere anche un percorso di crescita e conoscenza dell’animo umano alla ricerca del senso della vita.

Un obiettivo decisamente alto per un cane che in effetti fondamentalmente si concentra di più sulla ricerca di un essere umano in particolare, il suo primo vero padrone, Ethan, che lo adottò cucciolo in una delle sue prime vite e diede un senso di gioiosa spensieratezza alla sua esistenza. Ed è proprio in questo punto che Hallström sembra perdersi o piuttosto sembra scegliere la facile via dei sentimenti invece che esplorare sentieri più complessi.

Perché Qua la zampa pone le basi per profonde riflessioni ma si ferma alle considerazioni più elementari e semplici, sicuramente molto adatte ad un cane ma quasi mortificanti se invece osservate dal punto di vista dell’essere umano. Alla fine sembra infatti che la sola cosa che possa dare un senso all’esistenza di ogni essere vivente, uomo o animale che sia, stia nel cercare e trovare un compagno con cui condividere la vita.  

Qua la zampa è un film senza dubbio ricco di sentimenti coinvolgenti e commuoventi, descritti con semplicità efficace e ingenua, ma troppo infantile. Questa idilliaca comunione tra uomo e cane e l’eccessiva centralità e importanza data al concetto di compagnia finisce col svilire decisamente la parte umana della storia, rendendo l’intero film un tenero racconto di fantasia, ben narrato e toccante, ma artificilamente puerile.       

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PATERSON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/12/2017 - 15:44
 
Titolo Originale: Paterson
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Produzione: AMAZON STUDIOS, K5 FILM
Durata: 115
Interpreti: Adam Driver, Golshifteh Farahani

Paterson è un giovane che abita nell’omonima città del New Jersey, dove guida l’autobus, scrive versi e vive con la bella moglie Laura un’esistenza tranquilla e monotona. Il film racconta 7 giorni dei due protagonisti, i loro incontri e le loro piccole esperienze quotidiane. Nella storia ha grande spazio la passione di Paterson per la poesia, vista da lui come un mezzo di compensazione e di riscatto dalla sua esistenza non infelice ma limitata e incolore (nonostante l’affetto e le tenerezze prodigategli dalla sua compagna). Fino alla sorprendente conclusione, drammatica per certi versi ma anche positiva.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Messaggi valoriali vengono dal quadro coniugale-familiare, dall’integrità morale del protagonista e di altri personaggi, da una trama di rapporti umano-sociali all’insegna dell’amicizia, del rispetto e della gentilezza. Il finale esalta l’esigenza di reagire ai rovesci e ritrovare la speranza.
Pubblico 
Adolescenti
Per via del linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Un film tipicamente “indipendente” ma al di sopra della media, anche perché diretto da uno dei maestri di questo cinema. Domina quindi il realismo, sia nell’esteriorità e nella vita dei personaggi, sia negli scenari urbani dove tutto è ordinario, dimesso e al limite dello squallore.
Testo Breve:

Jim Jarmusch, un veterano del cinema indipendente americano, firma un film delizioso: la vita semplice di un conduttore di autobus  che scrive poesie, sempre pronto a fare la cosa giusta e a occuparsi degli altri

Non siamo nemici di Hollywood, anzi, come cinefili non sarebbe proprio il caso di pensare solo ai difetti della “Mecca del cinema” scordandone i pregi innegabili e storici. Però per quanto ci riguarda non finiamo mai di ringraziare Dio per il fatto che in USA ci sia pure il cinema indipendente. Ci conferma puntualmente in questa convinzione la bellezza, la qualità e l’intelligenza dell’ultimo film di Jim Jarmusch, uno dei massimi registi dell’”altra faccia del cinema americano” (più newyorkese che losangelino, come si sa), ormai non più giovanissimo coi suoi 64 anni e autore di pellicole apprezzate da critica e pubblico come Taxisti di notte (1991), Dead man con Johnny Depp (1995) e Broken flowers con Bill Murray (2005). Questo Paterson, del 2016, rivela già nel titolo l’ironia (garbata) e la levità di Jarmusch. Difatti Paterson si chiama sia il paesino del New Jersey dove il film è ambientato sia il protagonista maschile del film, un giovanotto 30enne che fa l’autista del bus comunale percorrendo ogni giorno le solite strade e fermando il veicolo alle stesse bus-stop. Partiamo da questa location. Il film si fa ammirare anzitutto per questo, perché ci mostra un’America che non è solo tecnologica, extralusso, “dollarosa”, patinata ecc. ecc. ma è anche afflitta da degrado e sporcizia, con insegne mezzo cancellate e quasi illeggibili, clochard per terra agli angoli delle strade, intonaci corrosi e scoloriti, aiuole incolte e via decadendo. Paterson città è così, a misura europea e specialmente (ahimè) italiana, come un borgo qualsiasi del centro-sud: il che, diciamolo, si vede di rado in un film americano, almeno con questa autenticità e verità da docu-film. Passiamo al protagonista, interpretato benissimo da Adam Driver. Il film registra la sua vita quotidiana e il suo lavoro ripetitivo al volante del bus: una monotonia interrotta e smossa solo dal taccuino che il giovane tira fuori ogni poco dalla tasca per scrivere all’impronta pensieri e riflessioni, a cui tiene molto e che gli riempiono l’esistenza e la giornata. Questi appunti e sfoghi su carta lui li chiama poesie, e altrettanto fa (esortando il marito a pubblicarle) la moglie Laura, interpretata con brio ed efficacia dalla deliziosa Golshifteh Farahani, attrice iraniana di Teheran. Pure lei ha i suoi hobby e interessi, cucina dolci (apparentemente) squisiti che vende alle fiere e ai mercati, e acquista on line una chitarra per imparare a suonarla con l’ausilio di un CD (!). Tra loro il cane, un bulldog eccezionale, irresistibile, “manovrato” alla perfezione da Jarmusch, che grazie ai miracoli del montaggio lo fa letteralmente recitare, ora annoiato, ora protestatario, ora ironico (gli manca solo la parola, è il caso di dirlo) ma sempre in un rapporto indecifrabile coi padroni: sorvoliamo su quello che gli combinerà! Intorno a questo ménage c’è la vita cittadina coi suoi riti e le sue figure: l’assistente indiano di Adam che gli racconta tutti i suoi guai casalinghi, la bimba che scrive pure lei poesie, i passeggeri del bus, il nero anziano e maltrattato dalla moglie che gestisce il pub dove va il protagonista quando stacca. Personaggi realistici, appena crepuscolari, attori di un dramma quotidiano in pillole che dimostra una cosa, pure stavolta. Il minimalismo, sia pur affettuoso e partecipe, sembra essere la cifra propria del cinema indipendente americano. O, almeno, di Jarmusch

Autore: Mario Spinelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

COLLATERAL BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/05/2017 - 21:48
Titolo Originale: Collateral Beauty
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Allan Loeb
Produzione: ANONYMOUS CONTENT/OVERBROOK ENTERTAINMENT, PALMSTAR MEDIA, LIKELY STORY
Durata: 97
Interpreti: Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Helen Mirren, Michael Peña

Howard è manager di successo e azionista di maggioranza di una società pubblicitaria. Gli altri tre soci, Whit, Simon e Claire, sanno che solo Howard, di cui sono grandi amici fin dal momento della fondazione, costituisce il vero spirito propulsore della loro azienda. Grande è il loro sconcerto quando si accorgono che Howard, dopo la tragica morte di sua figlia, si è chiuso nel suo dolore da ormai due anni, si è separato dalla moglie, di disinteressa dei problemi della società e resta lunghe ore a casa a scrivere alla Morte, al Tempo e all’Amore. Gli altri soci, desiderosi di salvare la società, hanno trovato un acquirente ma la vendita non può essere portata a termine senza la firma di Howard. I tre hanno un piano: ingaggiano tre attori con il compito di interloquire con Howard come se fossero la Morte, il Tempo e l’Amore in modo da farlo passare come non più sano di mente…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo colpito da un terribile lutto familiare, riesce lentamente a superare la crisi grazie all’affetto di una donna
Pubblico 
Adolescenti
Qualche tematica potrebbe non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un cast di attori di primo livello e il regista di Il diavolo veste Prada, non riescono a rendere credibile un film con una sceneggiatura più impegnata a proclamare pillole di saggezza che a sviluppare un racconto
Testo Breve:

Will Smith continua, con il tono saccente che ha assunto negli ultimi suoi lavori, a trasmetterci una filosofia di vita, ispirata a Scientology, che ci dovrebbe consentire di superare ogni avversità

Che ne sia ancora membro o no, da tempo Will Smith si sente impegnato a diffondere, attraverso i suoi lavori, le idee di Scientology. Se in Sette Anime riusciva ancora a diluire la dottrina nel racconto, in quest’ultimo film è stato rotto ogni ritegno: i protagonisti interrompono continuamente lo sviluppo della storia parlando fra loro del significato da dare a ciò che accade e di come bisogna reagire. Se nel cristianesimo il fedele si rivolge a Dio, cogliendone gli insegnamenti per diventare degno della Sua filiazione, nella pseudo-religione di Scientology, le parti si sono invertite: tutto dev’essere orientato al servizio dell’uomo, che ha potenzialità infinite e deve solo comprendere il modo giusto di porsi in armonia con un cosmo impersonale e non meglio identificato. Ecco quindi i discorsi sulla bellezza collaterale che scaturisce da ogni evento, anche dalla morte, il considerare il tempo come un bene prezioso da impiegare e mentre l’amore è una forza che tutto pervade. La storia preme senza ritegno il pedale del patetismo e se a Howard è morta una figlia, gli altri soci non se la passano bene: Simon è prossimo a morire di cancro; la figlia di Whit, divorziato, non vuole più parlare con il padre mentre Claire, che non si è sposata e che sente che il tempo della giovinezza sta passando, ha deciso di diventare comunque madre attraverso un’inseminazione artificiale. Sicuramente le ambizioni sono state troppe e a ben poco è servito il cast eccezionale che è stato impiegato: se la Helen Mirren   e Will Smith risultano credibili, vengono sprecati i talenti di Edward Norton, Kate Winslet, Keira Knightley e dello stesso regista David Frankel, autore di Il diavolo veste Prada.

Non vogliamo rivelare i dettagli del finale ma, ironicamente, a dimostrazione ulteriore dell’inconsistenza della sceneggiatura, Howard guarirà dalla sua depressione non certo per esser stato convinto dai tanti discorsi filosofici impostati, ma dal più classico dei modi: l’affetto di una donna. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

FLORENCE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/16/2016 - 17:08
Titolo Originale: Florence Foster Jenkins
Paese: GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2016
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Nicholas Martin
Produzione: PATHÉ PICTURES INTERNATIONAL, QWERTY FILMS
Durata: 110
Interpreti: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, Rebecca Ferguson

New York, 1944.  Florence Foster Jenkins è una ereditiera che impiega la sua non modesta fortuna a sostenere il bel canto (incluse le esibizioni di Arturo Toscanini). Si diletta lei stessa a esibirsi fra amici in brani di opere liriche. Peccato che lei sia assolutamente stonata ma ciò non le provoca particolari disagi perché il solerte marito, St Clair Bayfield, più giovane di lei, fa sempre in modo, per mezzo di favori interessati o mediante il denaro, che il pubblico che l’ascolta sia sempre e comunque pronto ad applaudirla. Anche quando decide di perfezionare il suo “stile” con un maestro di musica, Clair riesce a trovare Cosme McMoon, che bisognoso di denaro, accetta di darle lezione turandosi le orecchie. Tutto sembra andare per il meglio quando Florence decide di esibirsi nientemeno che al Carnegie Hall davanti alle truppe in licenza, quindi davanti a un pubblico assolutamente non addomesticabile…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna, fortunata in termini materiali ma sfortunata nella vita, sa essere gentile e generosa con tutti. Chiede solo di essere accettata per le sue innocue, bizzarre esibizioni.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune tematiche trattate non sono adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Una gara di bravura fra Meryl Streep e Hugh Grant tiene in piedi un film con una esile trama ma anche la regia di Stephen Frears riesce abilmente a enfatizzare non tanto lo spunto narrativo quanto il ricco rapporto fra i personaggi
Testo Breve:

Una ricca americana, mecenate del bel canto, desidera cantare anche lei pur essendo stonata. Eppure, in questa storia vera, le doti umane riescono a coprire la mancanza di doti tecniche

Bisognerebbe domandarsi perché la figura di Florence Foster Jenkins interessi tanto a chi si occupa di cinema. Nel giro di un anno sono usciti due film sullo stesso argomento: prima il francese Marguerite e ora Florence. Il primo è ambientato a Parigi negli anni venti, configura la ricca ereditiera stonata come elemento di rottura con le convenzioni del tempo operato dal movimento dadaista, mentre Florence, più aderente al personaggio reale, è ambientato a New York negli anni della Seconda Guerra Mondiale.  La figura di una ricca signora che ama il canto, patrocina generosamente gli artisti del tempo (la vediamo aiutare Arturo Toscanini) e ama esibirsi lei stessa fra amici compiacenti, diventa, nelle abile mani del regista Stephen Frears, solo un pretesto che risulta utile per mantener desta l’attenzione dello, mentre il vero interesse è tutto concentrato sulla definizione dei personaggi e dei loro rapporti.

La sequenza iniziale dove in un piccolo teatrino, di fronte a un pubblico adeguatamente “filtrato” di amici e conoscenti si esibiscono sia ST Clair Bayfield, il marito di Florence, un attore di second’ordine e Florence stessa, aiuta a delineare questa insolita alleanza che sussiste fra i due coniugi. Entrambi hanno sognato di essere ciò che non hanno potuto essere e se Florence, con la sua posizione e il suo denaro, ha dato a lui quello che non avrebbe ottenuto con il suo modesto talento, anche St Clair è indispensabile a Florence perché risolve ogni problema pratico e di dettaglio, mentre lei può “puntare in alto” con i suoi sogni. Due grandi attori sono stati scelti per delineare questi personaggi: Meryl Streep propone un personaggio amabile e sorridente ma fragile perché malata (ha contratto la sifilide che le ha trasmesso il precedente marito); la sua dolcezza verso tutti, la sua generosità, la sua incapacità di scorgere la malizia nel comportamento altrui, la pongono in una dimensione superiore, ed è per questo che nessuno dei suoi amici osa recarle dispiacere quando lei chiede il favore di venire ascoltata.  Hugh Grant (molto bravo) indossa gli abiti che ci si aspetta da un gentleman inglese, formalmente sempre corretto, ossequioso e complimentoso, svolge il suo lavoro di protettore di Florence con scrupolo e attenzione. La differenza di età fra i due è notevole, lei è malata, St Clair ha un’amante con cui trascorrere le notti ma in nessun modo lui è disposto a tagliare il rapporto di fiducia reciproca e di intesa profonda che si è instaurato fra loro. Lo considera un valore superiore a qualsiasi altro, una sua ricchezza personale che non può essere svenduta.

Ovviamente il delicato equilibrio costruito da St Clair crolla quando Florence decide di esibirsi a Carnegie Hall davanti alle truppe: impossibile ottenere un compiacente consenso da tutti quegli uomini desiderosi solo di passare una serata senza pensieri. Qui interviene un altro fenomeno: simile a certi successi di oggi su Youtube: un misto di gusto per l’insolito, per il trash, che è un altro modo di fare spettacolo, ma anche il coraggio di essere se stessa. In chiusura del film veniamo a sapere che l’unico disco registrato da Florence è stato a lungo fra i più venduti di musica classica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

FAI BEI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/26/2016 - 15:50
Titolo Originale: Fai bei sogni
Paese: ITALIA/FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Valia Santella, Edoardo Albinati e Marco Bellocchio,
Produzione: IBC MOVIE, KAVAC, RAI CINEMA, AD VITAM
Durata: 133
Interpreti: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Nicolò Cabras, Dario Del Pero

Torino. La notte di Capodanno del 1970 succede qualcosa in casa del piccolo Massimo che, dopo aver dato la buonanotte ai genitori, si addormenta sereno. Il bambino, nove anni, è svegliato di soprassalto da grida e rumori; scopre nel corridoio di casa due uomini che sorreggono suo padre, che pare sconvolto, e incontra gli zii che premurosamente lo invitano a seguirlo a casa loro. La mattina dopo gli viene detto che la mamma sta male ed è ricoverata in ospedale. Il giorno successivo ancora, però, un sacerdote rivela a Massimo che la donna è morta, e che bisogna partecipare al suo funerale. Per il piccolo, chiaramente, è uno shock, anche perché – per tutta la vita – al dolore dell’assenza materna si aggiunge un vago alone di mistero che ne circonda la scomparsa. Massimo cresce, diventa un giornalista di successo, gira il mondo, diventa popolare ma non cesserà mai di cercare lo sguardo di amore che dai nove anni in poi gli è stato sottratto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna, né manca un’apertura al trascendente e la positiva presenza di due figure di sacerdote
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica
Giudizio Artistico 
 
Stilisticamente, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative
Testo Breve:

Marco Bellocchio si avventura in un genere per lui insolito, l’autobiografia di altri (da best-seller del giornalista Massimo Gramellini), e lo fa con grande rispetto nei confronti della famiglia, enfatizzando l’insostituibilità della figura materna 

È una insolita escursione in territori “stranieri”, nel genere accidentato della “autobiografia di un altro” questo film di Marco Bellocchio. Non che il regista piacentino non abbia ritrovato alcuni temi ricorrenti nel suo cinema adattando il best-seller del giornalista Massimo Gramellini (così li riassume nelle note di produzione: “la famiglia, la mamma, distrutta anche materialmente […], il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… e la vediamo l’Italia che cambia proprio anche dalle finestre di casa”). Però – rispetto al vessillo sbandierato nel celebre I pugni in tasca del 1965 e poi in moltissimi altri suoi film – la famiglia diventa un oggetto diverso, da maneggiare con più cura e delicatezza. È un Bellocchio senz’altro meno ideologico quello che affida alle immagini – comunque angosciose e cupe – di questo Fai bei sogni una storia che parla dell’incessante ricerca di uno sguardo materno da parte di un uomo ferito, privato dei suoi affetti più cari sin dall’infanzia, che diventando adulto impara a scoprire i contorni, la profondità del proprio dolore, fino a un principio di cambiamento che passa attraverso la scoperta della verità.

Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna. Non è un caso che tra gli sceneggiatori ci sia Valia Santella, che già aveva collaborato con Nanni Moretti e Francesco Piccolo allo script di Mia madre. Per fedeltà al testo di partenza, o semplicemente ai fatti, c’è perfino (diciamo perfino, data la conclamata idiosincrasia di Bellocchio per certi argomenti) un’apertura al trascendente. Senz’altro solo formale e non anche reale, vissuta. Eppure la Chiesa – verso cui l’autore, per usare un eufemismo, non è mai stato tenero – è rappresentata senza le consuete forzature e, per una volta, nel suo ruolo reale di accompagnatrice dell’essere umano verso la comprensione del suo destino: è un sacerdote l’unico che, nei primi giorni dopo la morte della mamma, fa un tentativo di dire la verità al piccolo Massimo. Ed è ancora un sacerdote, interpretato con classe e gigioneria da Roberto Herlitzka, a guidare i pensieri del bambino lungo un itinerario che abbraccia la fede nei suoi contenuti più semplici e insieme profondi.

Stilisticamente, però, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative, che rendono (quasi) ogni sua opera un’esperienza artisticamente elegante, in cui immergersi. Se è un bene che la psicanalisi non prenda il sopravvento sull’intellegibilità del racconto, il continuo andirivieni temporale sfilaccia la narrazione togliendole intensità. Il film sembra patire gli stessi difetti di Venuto al mondo di Sergio Castellitto, un altro adattamento di un romanzo che cercava di tenere nella stringata durata del film l’evolversi di una vita intera, con salti tra il passato e il presente, verità nascoste, guerre in Bosnia (non starà diventando un cliché?) e guarigioni interiori. Altre cose non funzionano nel film di Bellocchio (cade la credibilità della finzione nell’incontro tra Massimo adulto e suo padre, interpretato da un attore chiaramente più giovane di lui, truccato malissimo) e stavolta anche i sostenitori oltranzisti del regista hanno avuto da ridire.

Un film interessante, comunque, che registra un tentativo – da parte di un autore intellettuale solitamente impegnato e “arrabbiato” – di raccontare una storia universale che possa parlare al cuore di chiunque. Un tentativo riuscito a metà. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |