Dramma

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L'INCREDIBILE VITA DI NORMAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/28/2017 - 18:52
 
Titolo Originale: Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer
Paese: USA, ISRAELE
Anno: 2016
Regia: Joseph Cedar
Sceneggiatura: Joseph Cedar
Produzione: COLD IRON PICTURES, BLACKBIRD, MOVIE PLUS, OPPENHEIMER STRATEGIES, TADMOR
Durata: 118
Interpreti: Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi

Norman Oppenheimer è un affarista di New York alla disperata ricerca di attenzioni e amicizie che possano cambiargli la vita. La sua vita è una corsa continua a soddisfare i bisogni degli altri con la speranza di trovare un giorno la riconoscenza e il rispetto che desidera.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una commedia brillante e molto umana. Le relazioni professionali, spesso fondate sul puro interesse personale, sono messe a confronto con l’animo gentile di un personaggio che, nonostante tutto, resta fedele al valore dell’amicizia e della lealtà.
Pubblico 
Adolescenti
Nessun elemento problematico impedisce la visione ad un pubblico generalizzato, ma l’articolazione della storia potrebbe risultare difficile da seguire per un pubblico di bambini
Giudizio Artistico 
 
Il personaggio di Norman è ben interpretato ma la sua storia resta così vaga che non consente allo spettatore di lasciarsene coinvolgere a pieno
Testo Breve:

Norman è un faccendiere, che si rende disponibile per pezzi grossi della politica o della finanza. Lo fa per interesse pesonale o perché ha bisogno di sentirsi utile?  Rivhard Gere è bravissimo nella parte ma Il film resta ambiguo fino alla fine

“Se le serve qualcosa, io gliela trovo” questo è il mestiere di Norman. Norman è quello che comunemente viene definito un faccendiere, ovvero uno di quei personaggi un po’ equivoci di cui nessuno sa esattamente di cosa si occupino ma che è in contatto con chiunque e presta favori a chiunque possa rappresentare un aggancio per chiunque altro. La sua incredibile storia è raccontata in modo singolare e brillante dal regista israeliano Joseph Cedar (Palma d'oro per Hearat Shulayim nel 2011) e da Richard Gere che ne veste i panni operando su di sé una interessante trasformazione.

Norman è un mediatore di affari come se ne vedono molti a New York, ma il suo modo di gestire le relazioni, per quanto ambiguo e confuso, resta sempre singolarmente leale. Forse è proprio questa la ragione per cui Norman, nonostante l’età avanzata, non è ancora riuscito a raggiungere la posizione sociale e il successo che rincorre da una vita. Ciononostante continua a perseverare nel suo intento di affiancare un pezzo grosso, della politica, della finanza o di qualunque altro ramo possa dargli prestigio.

Cedar lascia che lo spettatore accompagni Norman in questa sua impresa e che lo osservi nei suoi frenetici e a volte disperati spostamenti. Per tutto il film non si scopre mai davvero nulla sulla vita privata di Norman, a parte la sua forte e potenzialmente letale allergia alle arachidi e che, dopo la morte della moglie, ha dovuto crescere sua figlia da solo, ma anche quest’ultimo dato non trova alcun riscontro all’interno della storia. Eppure, per quanto misterioso, dubbio e invadente sia il suo personaggio, seguendo il suo cammino non si può fare a meno di provare nei suoi confronti un misto di compassione e disapprovazione.

Gere non è nuovo a questo tipo di ruoli ambivalenti. Già ne Gli Invisibili, il cui regista, Oren Moverman, è anche produttore di questo film di Cedar, l’attore statunitense aveva vestito i poco gradevoli panni di un clochard. Ne L’incredibile vita di Norman Gere sembra deporre tutto il suo charm per diventare un uomo dall’aspetto dimesso e goffo. Invadente e a tratti quasi irritante, Norman però mantiene fino alla fine del film una bontà d’animo genuina che lo fa distinguere da tutte le persone con cui si trova a relazionarsi. Tanto che si è portati a chiedersi cosa muova davvero questo personaggio ad agire, quale sia il suo vero scopo: se personale o filantropico.

Purtroppo, e in questo risiede il punto debole del film, la questione rimane del tutto insoluta. In questo modo anche il tentativo finale di destare stupore e una certa ammirazione, applicato ad una storia che resta dall’inizio alla fine piuttosto nebulosa, non procura in realtà alcuna sorpresa.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'EQUILIBRIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/20/2017 - 17:45
Titolo Originale: L'equilibrio
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Vincenzo Marra
Sceneggiatura: Vincenzo Marra
Produzione: CINEMAUNDICI, LAMA FILM, RAI CINEMA, ELA FILM
Durata: 90
Interpreti: Mimmo Borrelli, Roberto Del Gaudio, Giuseppe D'Ambrosio, Autilia Ranieri

Don Giuseppe ha rinforzato la propria vocazione sacerdotale come missionario in Africa. Tornato in Italia, divenuto parroco di una comunità romana, deve affrontare una situazione personale delicata (si sta formando un’intesa troppo affettuosa fra lui e una delle catechiste) e chiede al vescovo di tornare nella sua terra, nel napoletano. Viene accontentato e per qualche tempo accompagna nelle sue funzioni Don Antonio, il parroco uscente, scoprendo che è molto seguito e apprezzato dalla comunità locale. Negli incontri con i suoi nuovi parrocchiani, Don Giuseppe scopre ben presto l’influenza, a fronte di uno Stato assente, della malavita locale impegnata nello spaccio della droga e quando viene a conoscenza di una situazione di soprusi nei confronti di una ragazza, cerca di affrontare di petto la situazione anche se tutti, chi con le buone, chi con le minacce, lo invitano a lasciar perdere…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film si affianca con serietà a un sacerdote che cerca di difendere una ragazza oggetto di soprusi. Viene sviluppata troppo sbrigativamente la mancanza di sostegno che il sacerdote riceve dai suoi superiori
Pubblico 
Maggiorenni
Viene trattato un tema scabroso. Un nudo integrale maschile statico, una espressione blasfema
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Vincenza Marra punta all’essenziale del racconto con uno stile asciutto. Tutti bravi i protagonisti. Qualche passaggio sbrigativo nella sceneggiatura.
Testo Breve:

Un sacerdote deve decidere se tacere o agire, rompendo gli equilibri locali, per difendere una ragazza oggetto di soprusi. Un film asciutto con qualche eccesso di semplificazione nella sceneggiatura

“Perché non cambi vita?” chiede don Giuseppe a Saverio, un galoppino della malavita locale. “Per fare che cosa? Per guadagnare 50-60 euro alla settimana? Qua è terra bruciata. Non si guadagna niente”. E’ questa la dura realtà degli abitanti del quartiere: solo la malavita fornisce lavoro per tutti e impone le sue leggi. Le figure di Don Antonio, il parroco precedente e di Don Giuseppe, sono le due facce di un dubbio etico delicatissimo che capita a ognuno di affrontare, non certo solo alla parrocchie in territori difficili. Si tratta di situazioni dove un po’ di ingiustizia fa comodo agli interessi del singolo, e quando un po’ tutti ottengono in questo modo il loro tornaconto, si ristabilisce, paradossalmente, una giustizia senza Giustizia. In un certo senso, Ficarra e Picone con il loro L’ora legale avevano affrontato lo stesso tema, sul fronte della legalità civile. In quel caso un sindaco integerrimo che aveva iniziato a perseguitare i comportamenti illeciti, finiva per diventare impopolare perché i cittadini preferivano il trattamento precedente, dove tutti ottenevano favori illeciti e quindi tutti potevano dichiararsi contenti. Anche il recente film slovacco The Teacher racconta la storia vera di una professoressa che chiedeva molti favori e prestazioni gratuite ai genitori dei suoi alunni e in cambio forniva in anticipo le domande che avrebbe fatto ai loro figli nelle interrogazioni del giorno successivo. La denuncia del singolo padre che si era rifiutato di accettare l’accordo silente, aveva finito per scatenare le reazioni di tutti gli altri genitori.

Lo stesso tema, in questo film, assume i connotati specifici di una realtà parrocchiale. Di fronte a una struttura del male ben consolidata, che permette comunque di far vivere la comunità locale, è giusto e lecito, per un parroco, accettarla come un dato di fatto (comunque non di propria competenza diretta, visto che dovrebbe essere lo Stato a intervenire) e concentrarsi sulla  liturgia e sulla catechesi impartita ai giovani nella speranza di un mondo migliore oppure denunciare con coraggio i comportamenti malavitosi, nel presupposto che con il male non si scende ai patti e che il buon esempio è la forma più efficace di educazione dei giovani, al di sopra di qualsiasi insegnamento fatto in aula?

Se don Antonio è il paladino della prima soluzione, don Giuseppe cerca di affrontare i problemi nel secondo modo. “Perché non ti limiti a fare il prete? C’è molto malcontento su di te” - confida un simpatico chierichetto a don Giuseppe. “Ma cosa vuol dire fare per te il prete?” ribatte il sacerdote; per lui esserlo vuol dire stare accanto alla gente, ascoltare, comprendere e cercare di risolvere i problemi di chi si rivolge a lui. Anche il suo vescovo finisce per essere scontento di lui perché segue la prima opzione: da quando don Giuseppe si è messo di traverso alla malavita locale, i fedeli sono diminuiti e i ragazzi che frequentavano il catechismo sono spariti.

Il film sviluppa e approfondisce questo dilemma, evidenziando chi si pone da una prospettiva e chi dall’altra ma a ben guardare, l’equilibro fra le due opposte visioni si infrange ben presto perché ciò di cui don Giuseppe viene a conoscenza, l’abuso di una minorenne, va al di là di qualsiasi prudenziale compromesso e ha sicuramente ragione quando decide di opporsi con decisione.

Don Giuseppe compie in seguito un’audace azione positiva ma ciò provoca, per reazione, da parte del boss locale, il compimento di un crimine molto grave. Ci si trova di fronte, in questo caso, a un altro  caso etico particolarmente complesso, quello che viene solitamente chiamato “azione a doppio effetto”. A fronte di un bene compiuto, si finisce per causare del male grave. Don Giuseppe non è evidentemte responsabile del male compiuto dagli altri ma al contempo avrebbe dovuto prevedere una certa forma di reazione da parte del bosso locale. Si tratta di un dibattito molto interessante che lasciamo al lettore di completare, perché finiremmo per svelare il finale del film. 

Lo stile del regista e sceneggiatore Vincenzo Marra è insolito: il suo modo di raccontare è asciutto, i dialoghi sono ridotti all’essenziale, vengono sviluppati solo i fatti necessari all’economia della storia, senza note di colore, senza digressioni ambientali. Il vantaggio di questo approccio è la presa diretta con la storia che viene raccontata; lo svantaggio è quello di uno stile rigido che ingabbia i personaggi in un comportamento uniforme, senza caratterizzazioni. C’è qualche eccesso di semplificazione nella sceneggiatura (come mai don Giuseppe, nel ritornare nella sua terra di origine, si mostra così meravigliato del contesto sociale?). Bisogna però riconoscere a questo L’equilibrio un importante merito: don Giuseppe appare come un vero sacerdote che si interroga continuamente sulla correttezza della sua missione; in un altro film, come Alla luce del sole, che si è spirato alla storia vera di Giuseppe Puglisi, restano nascoste le motivazioni più intime e spirituali del sacerdote

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/11/2017 - 12:40
Titolo Originale: Il colore nascosto delle cose
Paese: ITALIA, SVIZZERA
Anno: 2017
Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Davide Lantieri, Silvio Soldini
Produzione: LUMIÈRE & CO., CON RAI CINEMA, VENTURA FILM, IN COPRODUZIONE CON RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA/SRG SSR
Durata: 115
Interpreti: Valeria Golino, Adriano Giannini, Arianna Scommegna, Laura Adriani, Anna Ferzetti

Teo è un creativo della pubblicità di successo. Se nel lavoro si occupa di ciò che appare, dell’effimero, anche la sua vita privata sembra avere questa caratteristica. Ha una fidanzata ufficiale con la quale .non convive e si concede volentieri altre distrazioni. Conosce per caso Emma, una donna non vedente che inizia a frequentare. Emma, nonostante la sua infermità, ha preso in pugno la sua vita, che si può definire quasi normale: di professione è osteopata e vive da sola dopo che si è separata dal marito. I due personaggi non potrebbero essere più diversi….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Viene tratteggiata con molta sensibilità il mondo dei non vedenti. Nelle sue speranze ma anche nei suoi momenti di sconforto. Il film presenta un panorama di famiglie divise e relazioni instabili.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film mostra relazioni sentimentali precarie e casi di famiglie disunite. Scene di amplessi con parziali nudità
Giudizio Artistico 
 
Soldini mostra grande sensibilità e buona competenza nel descrivere il mondo dei non vedenti. Ottime le interpretazioni dei due protagonisti. Discontinuo lo sviluppo del film
Testo Breve:

Leo è un pubblicitario di successo; Emma è una non vedente che cerca di superare la sua infermità impegnandosi nel lavoro e con tante amicizie. Un film che affronta con competenza un tema delicato ma è poco convincente  nello sviluppo 

La prima parte del film (forse un po’ troppo lunga) serve per farci conoscere i due protagonisti, Teo ed Emma ma è difficile decidere chi dei due abbia più bisogno di aiuto nella propria vita. Emma è non vedente ma ha un lavoro, si sposta per la città con l’aiuto di un bastone, usa correntemente il cellulare, invia e riceve email.  Non le mancano le amicizie e la sua vita è piena. Teo è il classico maschio cialtrone, come non si vedeva dai tempi d’oro della commedia italiana (quelli interpretati da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi): ha più di una relazione e si barcamena fra l’una e l’altra mentendo spudoratamente o facendo continuamente delle promesse che poi non mantiene (sembra realmente un personaggio d’altri tempi: le donne d’oggi non potrebbero sopportare un uomo simile). Veniamo informati che la sua infanzia è stata infelice (suo padre aveva lasciato la famiglia quando lui aveva nove anni e la mamma si era sposata con un altro uomo che Teo non aveva mai potuto sopportare), ma questa informazione che riceviamo sembra un pallido pretesto, inserito dagli sceneggiatori, per giustificare il suo comportamento.

Dopo una prima serata passata assieme che è diventata anche intimità fisica, succedono nel film tante cose di poco conto, perché ognuno ei due riprende la propria vita (lui è impegnato con il lavoro ma anche con la sue donne) lei con il lavoro e le sue amicizie ma continuano a incontrarsi per conoscersi meglio. Resta di sottofondo, nel loro cuore, una ipotesi che appare impossibile: che possano cioè amarsi, vivere insieme e che lui possa vederla come persona, superando qualunque senso di pietà, senza stancarsi per le obiettive difficoltà che dovrebbero  affrontare.

Soldini aveva già esplorato il mondo dei non vedenti con il documentario Per altri occhi : un’esperienza che gli ha permesso di affrontare questo film senza retorica né pietismo. E’ questo il valore maggiore del film, che ci fa partecipare con molto realismo al mondo dei non vedenti. Significativa è la presenza di una ragazza non vedente di 17 anni, Nadia, che ci mostra bene l’altra faccia della medaglia, sempre possibile in quelle condizioni: perdere la speranza di riuscire a muoversi nel mondo, ad avere relazioni normali con gli altri, e finire per odiare tutto e tutti. La madre della ragazza soffre in silenzio: la osserva discretamente a distanza mentre lei conversa con Emma. Una sequenza che esprime tutta la sensibilità che Soldini che è riuscito a rendersi e a renderci partecipi di quel mondo che vive molto di intuito e immaginazione.

Il colore nascosto delle cose è un film riuscito a due terzi: il tema della cecità è affrontato con competenza e sensibilità, ottime le interpretazioni dei protagonisti, non solo di Valeria Golino ma anche di Adriano Giannini  Resta insolita la scelta di tratteggiare il personaggio maschile in modo così negativo: il suo continuo mentire, le sue molteplici relazioni, la sua incapacità di esser a lungo coerente con se stesso,  fanno pensare che per lui non si tratti di una vera conversione, che l’amore dichiarato finisca per diventare posticcio e fa così perdere di credibilità il semplicistico lieto fine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE TEACHER -UNA LEZIONE DA NON DIMENTICARE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/11/2017 - 12:12
Titolo Originale: Ucitelka
Paese: Slovacchia
Anno: 2016
Regia: Jan Hrebejk
Sceneggiatura: Petr Jarchovský
Produzione: ROZHLAS A TELEVÍZIA SLOVENSKA, PUBRES, OFFSIDE MEN, CESKÁ TELEVIZE
Durata: 102
Interpreti: Zuzana Mauréry, Csongor Kassai, Peter Bebjak, Martin Havelka

Bratislava, 1983, ai tempi della Cecoslovacchia comunista. La nuova insegnante Maria Drazdechová, simpatica e gentile, vedova di recente, vuole conoscere i suoi studenti. Chiede loro come si chiamano ma anche cosa fanno i loro genitori. La sua non è pura curiosità: inizia a chiedere piccoli e grandi favori ai padri e alle madri dei suoi alunni, in funzione della loro professione e in cambio passa a loro in anticipo le domande che chiederà ai loro figli alla prossima interrogazione. Su richiesta di una coppia di genitori che non si sono prestati alle manovre della professoressa e che quindi vedono la loro figlia trattata ingiustamente, vengono convocati dalla preside tutti i genitori di quella classe. La riunione risulta all’inizio quasi inutile: la maggioranza dei genitori è disposta ad accettare le richieste della professoressa, non solo per i vantaggi che i loro figli ne ottengono ma anche perché la Drazdechová è presidente del locale partito comunista…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I genitori di una classe sono chiamati a comportarsi con giustizia, anche se questo può comportare la perdita di alcuni vantaggi per i propri figli.
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo maschile
Giudizio Artistico 
 
Un film ben diretto e ben recitato, ben ambientato nella Cecoslovacchia comunista, che affronta con ironia tematiche molto attuali
Testo Breve:

I genitori di una classe di Bratislava, durate il regime comunista, sono chiamati a trovare il coraggio di denunciare la disonestà di una professoressa nonostante sia il presidente del locale Partito Comunista. Un film ben realizzato che richiama valori universali

Cercare di far rivivere oggi un episodio accaduto (realmente) durante il periodo comunista in uno dei paesi dell’Est, sembra quasi di rievocare un mondo sepolto nella memoria di tutti. Inoltre realizzare un film incentrato su una banale bega scolastica appare eccessivo.  Eppure il film finisce per interessare e si fa seguire (grazie anche a una sottile ironia sempre presente) fino alla fine.

Il tema affrontato non è stato, come è accaduto in tanti altri film, quello della lotta per la libertà contro un governo autoritario, anche se non trascura di raccontarci come un importane astrologo sia costretto a lavare i vetri per poter vivere perché sua moglie si è rifugiata nell’Occidente, ma piuttosto la vita ordinaria di un qualunque “compagno”  in un paese comunista. Sarà capitato a molti di noi di incontrare una persona anziana che da giovane ha vissuto i tempi del regime comunista. E’ molto probabile che vi abbia raccontato che “in fondo non si viveva male”: la scuola, il lavoro, l’ospedale in caso di malattia, erano garantiti per tutti; si viveva una sorta di pigra serenità; dal momento che c'era sempre qualcuno che pensava per te in tutto, l'importante era obbedire; per il resto, visto che gli impegni "alti" ti erano preclusi,  non c'era molto altro a cui pensare se non godersi le piccole, povere gioie della vita privata.

 
Un film che ha raccontato molto bene questa realtà è stato il romeno: Racconti dell’età dell’oro. In questo film a episodi sembra quasi che il mangiare buone cose e in abbondanza sia l’unico “lusso” perseguibile.  In fondo, anche in questo The Teacher, la famigerata maestra si “accontenta” di ricevere un dolce in regalo, che qualcuno dei genitori controlli perché la sua lavatrice perde acqua, o che gli alunni diano una pulita al suo appartamento.

Sono temi semplici ma il dibattito che scaturisce fra i genitori convocati dalla preside è universale: e non riguarda più realtà ormai dimenticate.

Si tratta del modo con cui ciascuno di noi può finire, magari inconsapevolmente,  ad adeguarsi alle convenzioni correnti, adattarsi alle circostanze evitando in questo modo di mettersi in mostra, oppure, al contrario, fare riferimento a principi superiori e sfidare, a motivo di questi, possibili contrarietà.

Nella riunione dei genitori appare tutto questo: la mamma che ci tiene a che sua figlia sia la prima della classe e accetta, per questo, di adempiere a tutte le richieste “insolite” della professoressa; il giudice che si appella all’onore da attribuire alle istituzioni, e pertanto nessuno può permettersi di gettare sospetti sul comportamento dell’insegnante. Il padre che osa protestare perché si è rifiutato di adempiere a un favore richiesto dalla professoressa e ora sua figlia, che studia con diligenza, continua a prendere brutti voti Il padre grande, grosso e un po’ ignorante (il personaggio più riuscito) che dirige una palestra di pugilato e che alla fine decide anche lui di mettersi dalla parte dei contestatori perché nella sua fierezza non permette che nessuno si comporti in modo disonesto con suo figlio.

Il film grazie a un’ottima regia e ad attori tutti bravi, di descrivere in dettaglio le tante sfaccettature con cui reagiscono i genitori e i loro figli a una situazione così ambigua. Il tema è trattato senza gravità, con ironia, ma non è affatto banale: è piuttosto un quadro molto umano, fuori dal tempo e da ogni riferimento geografico, su come siamo chiamati a reagire quando la giustizia e l’onestà professionale vengono violate 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NEW LIFE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/13/2017 - 23:03
 
Titolo Originale: A New Life
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Drew Waters
Sceneggiatura: Erin Bethea, Candice Irion
Durata: 88
Interpreti: Jonathan Patrick Moore, Erin Bethea

Ben e Ava si conoscono fin da ragazzi, hanno frequentato la stessa high school, fino al fatidico ballo di fine corso, quando Ben, con un’orchidea nell’occhiello della giacca, è passato a prenderla. Si sono separati temporaneamente durante il periodo universitario (lui ha studiato architettura, lei per diventare insegnante) ma alla fine hanno scoperto di non poter fare a meno l’uno dell’altra e si sono sposati. Sono nati alcuni motivi di litigio (lui è troppo impegnato nello studio di architettura di suo padre e trascura Ava) ma alla fine l’amore reciproco ha fatto trovare loro la soluzione più giusta. Ma quando la loro vita sembrava ormai proseguire su tranquilli binari e stavano aspettando un bambino, una nuova sfida, più minacciosa di tutte le altre, si è profilata all’orizzonte....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lui e lei sanno costruire una unione coniugale molto solida, in grado di affrontare anche le prove più difficili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare come si costruisce una solida unione coniugale ma lo sviluppo appare spesso prevedibile, tradisce un lavoro fatto a tavolino per dimostrare qualcosa
Testo Breve:

Lui e lei si conoscono fin dall’infanzia e alla fine si sposano costituendo una solida unione coniugale in grado di affrontare anche le prove più difficili

L’obiettivo di questo Family film è sicuramente quello di realizzare un elogio alla solidità familiare. Non c’è niente di speciale da sottolineare nell’incontro di due ragazzi che sono amici fin dall’infanzia, che da adolescenti sognano di solcare l’Oceano su una barca a vela o che lui invita lei  al prom, il ballo di fine liceo, Molto più interessanti sono i capitoli suggestivi quando, entrambi studenti universitari (in università diverse) litigano fra loro furiosamente perché ognuno sembra anteporre ai loro appuntamenti, ormai abituali, altri impegni o quando in seguito, ormai sposati, litigano perché lui, che sta progredendo nella sua carriera di architetto,  finisce per trascurare la moglie. Viene espressa molto bene in queste occasioni un’importante verità: è proprio litigando, quando sembra che per orgoglio l’unica soluzione sia quella di lasciarsi, che si percepisce molto bene quanto questa ipotesi sia assurda perché ormai è evidente, al cuore di entrambi,  che l’uno non può più vivere senza l’altra. Si litiga perché è inevitabile avere punti di vista diversi ma al contempo non si vede l’ora che il litigio finisca perché la sofferenza di restare distanti è troppo grande.

Accanto al tema di come si costruisce, giorno dopo giorno, una forte intesa coniugale, se ne inserisce presto un altro, quello della malattia, che viene a sconvolgere gli equilibri affettivi e il senso stesso della vita, che sembrava così saldo in entrambi (perché sono sempre le donne ad ammalarsi in questi film iper-romantici?).

Si tratta di un percorso molto diverso dal precedente, questa volta fatto in solitaria, sia pur con la solidarietà dei parenti ed amici che sono pur sempre “altri” e non si tratta più dell’altra metà di se stesso.

Questo Family film può anche esser definito un Christian film? Si e no. In una rapida sequenza, marito e moglie con i genitori di lui sono a tavola e recitano le preghiere prima dei pasti. A parte questo riferimento esplicito, non ci sono altre situazioni dove Ben ed Eva correlano il senso della loro vita all’azione provvidenziale divina. Ciò è particolarmente vero nella seconda parte del film, quando il dramma della malattia li colpisce duramente.  Li vediamo fino alla fine impegnati in una bellissima gara di incoraggiamento reciproco e ognuno dei due sembra trovare il senso di se stesso nell’altro: alla fine il circuito del loro amore diventa l’unica fonte di energia vitale da cui riescono ad alimentarsi.

“Ci sono rari, lucidi momenti dove tutto sembra a posto e tutto sembra possibile; ci sono altri momenti dove sembra che nulla abbia senso e attendiamo una risposta che non sembra arrivare mai. Ma sono tuti momenti, belli e brutti, che fanno la nostra vita e la cosa più importante riguardo alla vita è proprio viverla”: è l’unica riflessione che fa Ben sul senso della vita, dove non traspare nessuno sguardo  trascendente ma quasi l’atteggiamento stoico di chi accetta le cose così come sono.

Il film ha, come difetto, un eccesso di parole rispetto alle immagini. Non solo la voce narrante che interviene spesso a commentare ciò che accade ma anche le numerose volte chi i coniugi si dicono “ti amo” anche quando la loro intesa è evidente.

Il risultato complessivo è che il film esprime molto bene il valore e la forza dell’unione coniugale ma lo sviluppo appare scolastico, spesso prevedibile.

Il film è disponibile in DVD in inglese con sottotitoli in inglese

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BASTA GUARDARE IL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/01/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: The Mighty
Paese: USA
Anno: 1998
Regia: Peter Chelsom
Sceneggiatura: Charles Leavitt
Produzione: CHAOS PRODUCTIONS - MIRAMAX FILMS - SCHOLASTIC PRODUCTIONS
Durata: 100
Interpreti: Elden Henson, Kieran Culkin, Sharon Stone, James Gandolfini, Harry Dean Stanton

Kevin e Max sono vicini di casa e frequentano la stessa scuola media. Kevin è malato, ha la sindrome di Morquio, una fragilità alle ossa che lo costringe a camminare con le stampelle ma è molto intelligente. Max è fisicamente un gigante per la sua età, chiuso in se stesso e con difficoltà di apprendimento, a causa di un dramma di cui è stato spettatore quando era bambino (suo padre è ora in prigione). I due, cosi diversi ma complementari, sempre derisi dai compagni di scuola, trovano una magnifica intesa e diventano un’unica cosa, muscoli dell’uno e cervello dell’altro.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le virtù dei cavalieri della Tavola Rotonda vengono prese come riferimento per la crescita umana di due ragazzi che hanno entrambi problemi fisici e umani da superare
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena violenta e il riferimento all'uccisione di una madre potrà impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un film ben realizzato con una insolita Sheron Stone che nella parte finale eccede in drammaticità e che inquadra rigorosamente i personaggi fra i buoni e i cattivi
Testo Breve:

Due ragazzi che debbono superare sia problemi fisici che psicologici, stabiliscono fra loro una forte solidarietà e aspirano a comportarsi con generosità e coraggio, secondo lo spirito dei Cavalieri della Tavola Rotonda

“A volte ho l’impressione di essere scambiato per uno della famiglia Addams” riflette sconsolato Max, mentre tutti lo guardano mentre attraversa i corridoi della scuola. Kevin invece è molto propositivo nei confronti della vita, nonostante i suoi handicap. E’ sempre impegnato a fare qualcosa (ha progettato un uccello meccanico che vola sbattendo le ali) e riceve persino degli incarichi dalla scuola, come quello di fare da tutor a Max, perché possa migliorare nella lettura e nella scrittura. L’influsso benefico dell’uno verso l’altro si manifesta presto: Kevin fa comprendere a Max che nella lettura non c’è niente di meccanico ma che le singole frasi non sono altro che altrettante immagini fra loro collegate che si debbono sviluppare con l’aiuto della sua fantasia. Max, dal canto suo, mettendo l’amico sulle spalle, gli consente di realizzare un sogno: giocare a pallacanestro con gli altri compagni.

E’ a questo punto che, grazie alla fantasia di Kevin, il loro sodalizio assume toni epici: loro si debbono considerare due cavalieri della Tavola Rotonda e come tali debbono preoccuparsi di proteggere i poveri, i deboli e le donne. Iniziano così assieme un percorso di crescita umana e le occasioni non mancano, come quando salvano una donna dall’assalto di un gruppo di teppisti e riescono  a restituirle la borsetta che le era stata rubata, senza togliere un centesimo dal portafoglio.

La ricerca di essere migliori, di diventare degni cavalieri di re Artù per i meriti delle loro gesta e la nobiltà d’animo, cela il desiderio di curare una ferita: l’assenza della figura del padre, per entrambi un riferimento negativo. La seconda parte del film assumerà, proprio per un passato non risolto, toni drammatici soprattutto per Max, ma i due cavalieri saranno in grado di affrontare anche questa nuova situazione. Questa seconda parte è sicuramente più dura ed eccessivamente violenta per un film destinato soprattutto a dei giovani.

Il film, ben recitato, si avvale anche della presenza di Sharon Stone nella parte della madre premurosa e attenta (ma rassegnata a un destino ineludibile) che ha avuto una nomination al Golden Globe del 1999 e il film ha vinto vari riconoscimenti al Giffoni Film Festival del 1998.

E’ particolarmente interessante l’attenzione posta alle imprese dei cavalieri della Tavola Rotonda come espediente, per i ragazzi per trovare dei modelli di virtù. Sembra quasi che seguano, con alcuni anni di anticipo, il programma The Knightly Virtues realizzato dal Jubilee Centre for Character and Virtues dell’Università di Birmingham. Un programma destinato ai ragazzi tra i 9 e i 12 anni e messo in opera in centinaia di scuole della Gran Bretagna, con l’intento di educare i ragazzi alle virtù.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'INFANZIA DI UN CAPO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/29/2017 - 22:24
Titolo Originale: The Childhood of a Leader
Paese: Regno Unito, Francia, Ungheria
Anno: 2015
Regia: Brady Corbet
Sceneggiatura: Brady Corbet, Mona Fastvold
Produzione: : Bow and Arrow Entertainment, Bron Capital Partners, FilmTeam
Durata: 115
Interpreti: Tom Sweet (Prescott), Bérénice Bejo (la madre), Liam Cunningham (il padre), Robert Pattinson (Charles Maker), Stacy Martin (Ada), Yolande Moreau (Mona)

Il film racconta una parte della vita e della formazione del piccolo Prescott subito dopo la fine della prima guerra mondiale nella villa vicino a Parigi dove si è dovuto trasferire con la madre per seguire il padre, consigliere del presidente americano Wilson, che lavora alle trattative diplomatiche in vista della definizione del trattato di Versailles.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nonostante nel film siano chiari i possibili danni conseguenti ad una educazione priva di positivi esempi e valori affettivi ed umani, manca una chiara risposta alle questioni sia personali che storiche che vengono prese in esame
Pubblico 
Maggiorenni
Per le molte scene drammatiche che coinvolgono un bambino
Giudizio Artistico 
 
L’ottimo lavoro di regia, tra musica, fotografia e montaggio, riesce nell’intento di destare sconcerto nello spettatore e avvincerlo con un racconto non toccante ma potentemente impressionante.
Testo Breve:

L’infanzia in un ipotetico dittatore che si che trasforma la sua felicità in violenza mentre riceve una educazione priva di valori affettivi ed umani. Un film disturbante che avvince per la potenza delle immagini e della musica 

Una biografia immaginaria che si muove tra storia e filosofia del novecento, L’infanzia di un capo è l’ambiziosa opera prima di Brady Corbet. L’attore statunitense porta sul grande schermo il drammatico racconto dell’infanzia di un ipotetico dittatore a cavallo tra le due guerre mondiali ispirato all’omonimo testo dello scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre e interpretato da Bérénice Bejo, Robert Pattinson, Stacy Martin, Liam Cunnnigham e Tom Sweet. Alla 72a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia il film ha vinto il Premio Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima 'Luigi De Laurentiis' e il Premio Orizzonti per la Miglior Regia.

Corbet si muove tra filosofia esistenzialista e racconto allegorico e nel girare il suo film sembra non temere l’incomprensione da parte del pubblico. L’infanzia di un capo è infatti la storia di un bambino, Prescott, colta in un difficile momento di crescita, fortemente messa in crisi dagli eventi politici e dal contesto sociale dell’epoca che influenzano e deformano la formazione del bambino.

Prescott (Tom Sweet) è figlio di un diplomatico americano (Liam Cunningham), consigliere del presidente Woodrow Wilson, e di una bellissima donna francese (Bérénice Bejo). Intorno al 1919 il padre di Prescott è inviato dal presidente in Francia come delegato per concludere le trattative che porteranno alla firma del Trattato di Versailles, così sua moglie e suo figlio, ancora bambino, sono costretti a lasciare gli Stati Uniti per seguirlo in un piccolo paese appena fuori Parigi. Madre e figlio nella nuova grande dimora francese trascorrono una vita tranquilla ma isolata, le loro giornate sono scandite dalle funzioni parrocchiali, dalle sporadiche visite del giovane giornalista e amico di famiglia Charles Maker (Robert Pattinson) e dalle settimanali lezioni private di francese che la giovane Ada (Stacy Martin) impartisce a Prescott. Il padre, severo e duro sia con la moglie che con il figlio, intanto è sempre più impegnato a mandare avanti le delicate trattative che lo costringono ad assentarsi da casa anche per intere settimane. Prescott però fatica ad accettare il cambiamento e sembra riuscire a non trovare alcun conforto nemmeno nella presenza della madre, che nasconde dietro atteggiamenti rigidi, freddi e a volte persino scostanti, debolezza e fragilità sia nell’educare il figlio che nel concedergli l’affetto di cui avrebbe bisogno. Pertanto Prescott comincia ad affezionarsi all’anziana e comprensiva cameriera Mona, ma ben presto a causa della gelosia della madre gli sarà tolto anche questo conforto.

Atmosfere cupe, paesaggi grigi, ambienti impersonali e austeri e una colonna sonora ricca di enfasi e inquietudine conferiscono alla storia un senso di angosciante oppressione. Il film è diviso in quattro atti, i primi tre corrispondenti ai peggiori scatti d'ira del protagonista e rappresenta il racconto della formazione del carattere di un ipotetico futuro tiranno politico, egocentrico e nazionalista. Non v’è amore, né pietà, né perdono, né accoglienza, né affetto nella famiglia del bambino e Prescott cresce come una sorta di bestiola da addomesticare con punizioni rigide e a volte umilianti.

I suoi stessi genitori vivono la loro relazione in modo quasi alienante, completamente compenetrati da uno spietato individualismo che il figlio assorbe in misura sempre maggiore. Ogni episodio della vita di Prescott, dal rapporto con la madre, con il padre, a quello con la bella insegnante di francese, è svuotato di ogni significativo valore umano e ridotto a semplice funzione. Ogni volta che il bambino sembra manifestare il suo bisogno d’affetto l’atteggiamento respingente dell’ambiente circostante genera in lui una serie di scatti d’ira che si fanno via via sempre più violenti, disturbanti e sconcertanti. Anche la religione, probabilmente di stampo calvinista, è vista come un’opprimente imposizione, un insieme di rigide e oscure formalità esteriori da espletare svuotate di ogni contenuto e valore.

Ne L’infanzia di un capo sembra quindi che l’ambiente circostante e la situazione storica siano condizioni tali da generare una sorta di mostro, ma è proprio l’amico Charles Maker, personaggio meno marginale di quanto non possa sembrare, a sintetizzare il senso del film: “Questa è la tragedia della guerra: non che un uomo solo abbia il coraggio di essere cattivo, ma che così tante persone non abbiano il coraggio di essere buone”.

Nonostante il finale decisamente criptico e lo sviluppo della storia non sempre semplice da seguire a causa della forte sensazione di rabbia e frustrazione generata dai personaggi, L’infanzia di un capo è un film che riesce a destare sconcerto e coinvolgimento, non cattura per il racconto ma per le insolite corde narrative che va a toccare e attraverso le quali spinge ad una riflessione.

Al potente lavoro di Corbet mancano però delle risposte sia sul piano della narrazione che su quello del significato, la storia e la sua interpretazione infatti rimangono ambigue e difficili da comprendere fino in fondo.   

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EMMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/28/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: Emma
Paese: USA
Anno: 1996
Regia: Douglas McGrath
Sceneggiatura: Douglas McGrath
Produzione: STEVEN HAFT, PATRICK CASSAVETT
Durata: 108
Interpreti: Gwyneth Paltrow, Jeremy Northam, Toni Collette, Greta Scacchi, Ewan McGregor, Polly Walker

Emma Woodhouse ha 21 anni, è bella, ricca e intelligente. Orfana di madre, vive con il padre nella loro residenza non lontana dalla cittadina di Highbury, a sud di Londra. La loro casa è frequentata spesso dal suo amico dai tempi dell’infanzia Mr George Knightley, più grande di lei di 16 anni e fratello maggiore di suo cognato. Emma si è messa in testa di combinare un matrimonio fra la sua nuova amica, la dolce Harriet Smith di diciassette anni e Mr Elton, il vicario del villaggio, nonostante il parere contrario di Mr Knightley. Alla fine Emma dovrà riconoscere che il suo amico: era stato più perspicace di lei nell’intuire il gretto opportunismo di Mr Elton. D’altronde Emma, non riesce neanche a comprendere veramente se desidera innamorarsi di qualcuno e di chi, fino a quando qualcosa accade nella sua vita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cammino etico di una ragazza che, all’inizio è tutta piena di se stessa ma che poi impara a rispettare gli altri per quel che sono ed ad esser amorevole con tutti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottimi attori professionisti come Gwyneth Paltrow e Jeremy Northam vengono guidati da una impeccabile sceneggiatura che si avvantaggia del testo della grande Jane Austen
Testo Breve:

Emma, ricca e sentimentalmente libera, sente il bisogno di combinare matrimoni per gli altri. Dal romanzo di Jane Austen, un racconto di crescita morale e di scoperta dell’amore

La figura di Emma Woodhouse è alquanto insolita nel panorama delle eroine di Jane Austen. Contrariamente a Elinor Dashwood: di Ragione e sentimento o a Elisabeth Bennet  di Orgoglio e Pregiudizio, non  pensa a sposarsi, né appare disponibile a innamorarsi. E’ ricca e ci tiene a conservare la sua autonomia. Il matrimonio, secondo lei, è adatto per quelle che sentono la necessità di una stabile sistemazione. Dalla sua posizione libera e indipendente, si sente responsabile, secondo i suoi criteri, della felicità degli altri ed è quello che fa, cercando di combinare il matrimonio fra l’amica Harriet con il reverendo Elton. Nell’agire in questo modo si sente altruista e generosa. Si sta avviando, in realtà, lungo un cammino, anche doloroso, di maturazione, che compierà proprio commettendo una serie di errori, tallonata in questo dall’amico George Knightley, che sentirà il dovere, quando sarà necessario, di “dirle la verità ed essere per lei un consigliere leale”.

I film ricavati dai romanzi di Jane Austen hanno alcune caratteristiche inconfondibili; un racconto che ruota intorno a un mondo circoscritto (un paese e delle dimore signorili di campagna intorno ad essa), un gruppo di personaggi collegati da parentele o da amicizie di lunga data. Sono tutti elementi che non determinano claustrofobia ma che consentono allo spettatore di concentrarsi sulla vera essenza del racconto: il percorso sentimentale e morale dei protagonisti. Anche i dialoghi così complimentosi e banali (il raffreddore di qualcuno diventa la notizia del momento, i personaggi si scambiano continuamente complimenti e lodi reciproche) vanno letti proprio per quello che non dicono, in un continuo stimolo per lo spettatore a leggere dietro le parole e a partecipare al gioco degli innamoramenti che appaiono veri e invece non lo sono o viceversa.

Per il libro di Emma, Jane Austen adottò una tecnica particolare, ponendo in terza persona ciò che in realtà è la visione soggettiva di Emma sul mondo. Questo “discorso indiretto libero” è reso cinematograficamente, in questo film, attraverso colloqui solitari con se stessa che Emma fa davanti allo specchio della toilette della sua camera da letto.

E’ proprio con queste riflessioni e con i rimproveri affettuosi di Mr Knightley che Emma progredisce nelle sue virtù. In merito al “progetto “che aveva concepito nei confronti di  Harriet, si accorge di aver agito come un presuntuoso Deus ex machina, senza rispettare i veri desideri della ragazza. Anche una sua frase ironica nei confronti della signorina Bates è occasione per ricevere un giusto, severo rimprovero da George, che l’accusa di essere stata insolente verso una persona povera e di rango inferiore, che avrebbe avuto bisogno della sua comprensione, non certo della sua derisione. Si tratta di una lezione dura che Emma accetta. Come dirà più tardi: “le ho dato solo elemosina e non gentilezza”.

Il progresso di Emma nelle virtù va di pari passo con la scoperta del vero amore. Dopo che avrà smesso di giudicare gli uomini con un certo distacco, solo dal loro aspetto e dalla loro educazione (i ranghi sociali continuano a venir da lei rigorosamente rispettati e sarebbe antistorico il contrario) come non innamorarsi proprio di colui che la comprende veramente, dell’unica persona da cui accetta un rimprovero?

In fondo, come riconosce  lo stesso Knightley, lui la rimprovera “non perché dubita ma perché spera”.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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METRO MANILA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/20/2017 - 14:57
Titolo Originale: Metro Manila
Paese: GRAN BRETAGNA, FILIPPINE
Anno: 2013
Regia: Sean Ellis
Sceneggiatura: Sean Ellis, Frank E. Flowers
Produzione: CHOCOLATE FROG FILMS
Durata: 114
Interpreti: Jake Macapagal, John Arcilla, Althea Vega, Ana Abad-Santos

Oscar Ramirez è un contadino delle risaie del nord delle Filippine. Dopo che ha lavorato per tutta la stagione, lui e sua moglie Mai, non riescono neanche a ricavare, vendendo il raccolto, i soldi necessari per comperare le sementi per l’anno successivo. Si decidono allora per un passo estremo: lasciano la campagna con i loro due figlioletti per cercare un lavoro nella capitale Manila, ma, a causa della loro disarmante onestà, finiscono per essere preda di imbroglioni e sfruttatori. Alla fine Mai è costretta ad accettare il ruolo di barista in un locale ambiguo e Oscar viene ingaggiato per un lavoro lucrativo ma pericoloso: fare da vigilante per un servizio di trasporto valori su camion blindati. I loro problemi sembrano avviarsi a una soluzione quando nuove minacce mettono a dura prova la loro onestà..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo profondamente onesto finisce, spinto dalla necessità, per venir meno ai propri principi ritenendo, in questo modo, di fare almeno il bene della sua famiglia
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere thriller, qualche rapida sequenza di nudo
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura e bravi gli attori. Questo film inglese si è aggiudicato tre premi al 16° British Independent Film Awards e il premio del pubblico al Sundance Film Festival
Testo Breve:

Una coppia di contadini con I loro due figli, spinti dalla fame, decidono di lasciare i campi per cercare lavoro a Manila. Un film ben realizzato che parte da uno spunto sociale per poi trasformarsi in un thriller dal finale inaspettato

Esce solo adesso nelle sale italiane questo film inglese del 2013 che si è giustamente meritato tre premi al 16° BIFA (British Independent Film Awards). Il film è interamente ambientato nelle Filippine e in tutta la sua prima parte si fa apprezzare per un’attenta ricostruzione ambientale e sociologica, sia della vita dei contadini nelle risaie del nord del paese che nella caotica e violenta Manila. Il cuore si stringe per Oscar e Mai, onesti ma poveri contadini, che debbono subire i soprusi di un grossista che impone loro un prezzo ridicolo per il loro raccolto di riso. Anche dopo, partecipiamo alle loro ansie per cercare un posto dove dormire nei sobborghi malfamati della grande città mentre Oscar deve lottare per trovare un lavoro a giornata, ricevendo solo un panino e una bibita come ricompensa.
Se i due posso aprirsi per un momento alla speranza quando entrambi riescono a trovare qualche forma di lavoro (lei deve intrattenere, con non poco imbarazzo, i clienti di un bar cercando di far loro ordinare nuove bottiglie), entrambi dovranno presto accorgersi che coloro che li hanno aiutati lo hanno fatto per proprio tornaconto e che la loro prossima richiesta metterà a dura prova l’onestà di entrambi. Inizia così il secondo capitolo del film e quando entrambi cercano di uscire dal vicolo cieco nel quale sono stati spinti, la storia si carica delle ansie e delle incertezze tipiche di un giallo. Anche questa componente thriller è stata ben disegnata e si conclude con un inaspettato colpo di scena. Dispiace però che la costruzione di un finale ad effetto abbia finito per mettere in secondo piano l’altro tema sviluppato, forse più originale, riguardo alla sfida morale a cui entrambi sono sottoposti.  Se Mai ha il coraggio di restare coerente a ciò che le detta la sua coscienza, viene alla ribalta, riguardo a Oscar, un tema etico già affrontato in altri film (citerei soprattutto Gran Torino). In questi si presuppone che sia lecito, anzi sia un fatto positivo, cercare la morte, non per salvare la vita di qualcun altro di fronte a una minaccia insopprimibile, ma per dei beni inferiori.

Se nel caso del film Gran Torino, la fine della vita del protagonista veniva cercata per “incastrare” dei malfattori, Oscar, il protagonista di questo film, mette a repentaglio la propria vita per garantire il benessere materiale della propria famiglia. Ma un padre vivo accanto ai propri figli vale molto di più di una condizione economica fuori dalla povertà

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA VITA, UNE VIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 09:40
Titolo Originale: Une vie
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon
Produzione: TS Productions, France 3 Cinéma, Versus Production
Durata: 119
Interpreti: Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield

Jeanne è una giovane aristocratica dei primi dell’800 che sposa un nobile caduto in disgrazia meschino e traditore e riceve dalla vita una lunga serie di dolorose delusioni

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Matrimonio, famiglia, convenzioni sociali, religione e relazioni umane sono presentate come una sorta di gabbia soffocante portatrice di dolore e delusioni. Tutta la storia è priva di un percorso di crescita che porti ad una maggiore consapevolezza di sé e della gestione degli affetti
Pubblico 
Maggiorenni
A causa della pesantezza degli argomenti trattati
Giudizio Artistico 
 
Lo stile delle riprese e la fotografia si adattano in modo perfetto alle atmosfere e ai contenuti della storia, conferendo al dramma un valore fortemente poetico
Testo Breve:

Dal romanzo di Maupassant, la storia di una giovane aristocratica che subisce una lunga serie di dolorose delusioni. Una trasposizione minimalista per un racconto cupo sulla condizione della donna ai primi dell’800

Una vita, una vie di Stéphane Brizé è la nuova trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Guy de Maupassant del 1883. Il film è stato presentato in concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed ha vinto il Premio Fipresci. Al di là dell’indubbio valore letterario e dunque culturale di una delle più rappresentative opere del realismo francese, la domanda che però ci si pone di fronte al nuovo rifacimento cinematografico del primo celebre romanzo di Maupassant è se un tale lavoro sul grande schermo abbia effettivamente qualcosa di significativo da dire ai giorni nostri.

Oltre ai diversi film fatti per la televisione, la precedente trasposizione cinematografica risale al 1958 e fu realizzata dal regista francese Alexandre Astruc con il titolo Una vita – Il dramma di una sposa. Astruc, uno dei fondatori della Nouvelle Vague, con il suo stile si sforzò di trasformare il linguaggio cinematografico in una nuova forma di linguaggio letterario, un po’ come Maupassant a suo tempo si era impegnato ad introdurre nella prosa del romanzo il linguaggio poetico. Il recente sforzo del regista e sceneggiatore Stéphane Brizé in Una vita, une vie sembra andare un po’ nella medesima direzione, ma ciò che ne risulta è solo un esasperante esercizio di stile.

Brizé richiama lo stile sintetico ed evocativo dell’autore francese attraverso un racconto che procede per tagli netti, inquadrature in primo piano sullo sfondo di una scenografia ridotta quasi all’essenziale e di suggestivi e poetici paesaggi in lontananza.

La storia resta fondamentalmente fedele a quella del romanzo e ripercorre l’intero arco della vita di Jeanne, una giovane aristocratica del 1819. Figlia unica del barone Simone-Jacques Le Perthuis e di sua moglie Adelaide, dopo essere stata educata in un collegio religioso, Jeanne si trasferisce presso la residenza di famiglia in Normandia dove vive giorni felici carichi di aspettative per il futuro. I genitori decidono di darla in sposa ad un nobile decaduto di cui la fanciulla è platonicamente innamorata, il visconte Julien de Lamare. Ben presto però Julien si rivela avido ed egoista infrangendo i romantici sogni di Jeanne. La giovane sposa scopre anche che Julien la tradisce con la serva Rosalie, dalla quale questi aspetta un figlio. Rosalie viene allontanata dalla residenza e gli sposi hanno un bambino, Paul. Tuttavia Julien continua a tradire la moglie con una vicina di casa, Gilberte, finché la vicenda trova un tragico epilogo. Jeanne rimasta sola a crescere Paul riversa sul figlio tutte le sue attenzioni, ma anche questi crescendo le causerà grande dolore.

Il romanzo di Maupassant dipingeva il panorama della condizione femminile ottocentesca senza nascondere la forte ostilità dell’autore nei confronti della religione e della borghesia dell’epoca. Stéphane Brizé compone un racconto per immagini che in sostanza non si discosta dalla posizione dell’originale romanzo e realizza una sorta di epopea decadente.

Inquadrature asfittiche, un racconto minimalista e spossante che mette a dura prova lo spettatore, Una vita, une vie manifesta un pessimismo che non dà tregua fino alla fine in un susseguirsi di tragiche delusioni in cui sembra che la protagonista, frustrata in ogni sua aspettativa, non trovi la forza di reagire né in se stessa né in coloro che le stanno accanto. Le aspettative, un po’ infantili, su cui Jeanne aveva investito il senso della sua intera esistenza vanno crollando sotto i suoi occhi una dopo l’altra ed ella si lascia quasi schiacciare dagli eventi.

La debolezza della protagonista si somma a quella di tutti gli altri personaggi che sembrano paralizzati dall’incapacità di affrontare le proprie e le altrui fragilità in un soffocante circolo vizioso. L’isolamento esistenziale che tale stato genera sembra giustificato e quasi indotto dall’ingerenza di figure ecclesiastiche che, invece che liberare la persona attraverso una visione più soprannaturale della vita, la affossano in un inesorabile immobilismo allontanandola da ogni possibile ricerca di felicità, come se l’unica vera forma di pace auspicabile in questa vita fosse quella che risiede in una sorta di rassegnata e passiva atarassia.

Jeanne soffre terribilmente e disperatamente ma l’esperienza non la porta ad alcuna forma di maturazione o crescita, né interiore né emotiva. Dall’inizio alla fine ella resta la fanciulla ingenua, debole e fragile delle prime scene, solo più logorata dalla sconfortante disillusione che le relazioni umane le hanno causato. La fede non dà forza né speranza ma imprigiona in una muta rassegnazione.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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