Dramma

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C'ERA UNA VOLTA A...HOLLYWOOD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/12/2019 - 17:55
Titolo Originale: Once upon a time in...Holywood
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: Heyday Films
Durata: 161
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Dakota Fanning, Margaret Qualley, Al Pacino

Nel 1969 a Los Angeles, Rick Dalton, un attore di serie B della televisione e Cliff Booth, uno stuntman suo amico e assistente, fanno fatica a ritrovare una ricollocazione nell’industria cinematografica che sta cambiando velocemente. Rick finisce per accettare di comparire come “cattivo” nel filone degli “spaghetti western” italiani mentre Cliff non trova più lavoro e nel suo girovagare per LA incontra Pussycat, una giovane ragazza hippie che gli chiede un passaggio fino allo Spahn Ranch, un tempo luogo preferito da Hollywood per le riprese di film western e ora occupato dalla “famiglia” hippie di Charles Manson. Con gli ultimi soldi guadagnati Rick riesce ancora a godersi la sua lussuosa villa a Bel-Air e scopre con piacere che come nuovi vicini di casa sono arrivati Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate. Ma siamo arrivati al 9 agosto di quell’anno, quando i seguaci di Charles Manson decidono di assaltare, con pistole e coltelli alcune ville di Bel Air per uccidere tutti..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben costruita l’amicizia cameratesca dei due protagonisti ma anche un ritratto giustamente negativo delle comunità hippie, che facevano della libertà sessuale e dell’uso di LSD una bandiera ideologica
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo, linguaggio con riferimenti sessuali espliciti, uso di LSD, una scena di violenza efferata alla fine del film,
Giudizio Artistico 
 
Quentin Tarantino è riuscito, con cura maniacale a ricostruire perfettamente gli ambienti e lo spirito della fine degli anni '60. Non si tratta di una storia che si evolve ma di singole, ben realizzate sequenze con le quali approfondiamo il carattere dei protagonisti
Testo Breve:

Una ben realizzata opera di nostalgia da parte di Quentin Tarantino sulla Hollywood di un tempo, un amarcord affettuoso dove mette parzialmente da parte la sua passione per la violenza

Questo film non racconta una storia, non ci sono personaggi che si evolvono affrontando problemi o conflitti ma è nei suoi 161 minuti, un unico stato emotivo con venature di malinconia, espressione dell’affetto che il regista Quentin Tarantino mostra nei confronti del mondo scintillante del cinema (ma anche della televisione) della fine degli anni ’60. Un anno in cui tutto cambiò, non solo per quel 9 agosto 1969, quando Sharon Tate fu massacrata dalla setta di Manson ma anche perché fu l’anno in cui uscì Easy Rider, che diede il via alla stagione della Nuova Hollywood, più autoriale, più ribelle, meno legata alle storiche case di distribuzione.  Mentre seguiamo i due protagonisti, siamo invitati a vedere una sorta di documentario sulla Los Angeles degli anni ‘60: ci spostiamo lungo l’Hollywood Boulevard del tempo (ben sei isolati sono stati riscostruiti dalla scenografa), risentiamo molte canzoni famose, vediamo spezzoni di film o serie televisive, un collage di luci al neon di locali famosi e una vera passione per le scarpe, maschili o femminili, spesso riprese in primo piano.

Il film può essere visto con due angolature. Quella del cinefilo, che assapora il gusto di rivedere, interpretati da nuovi attori, Bruce Lee, Steve McQueen; sequenze di serial famosi come Lancer della ABC o  F.B.I. della C.B.S. e poster di film come Romeo e Giulietta di Zeffirelli, Ringo del Nebrasca di Sergio Corbucci (autore molto amato dal regista)  e di Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm dove la vera Sharon Tate aveva recitato. Oppure godersi il film per quello che è secondo lo stile del regista, cioè non una storia compiuta ma singole sequenze dove si  alternano i tre protagonisti: Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), Cliff Booth (Brad Pitt) e Sharon Tate (Margot Robbie) che si ritrovano assieme solo nel finale.

Sono proprio queste le parti più affascinanti del film, dove Tarantino con il suo grande senso del cinema, costruisce situazioni di una calma apparente che sta per esplodere. Cliff, arrivato allo Spahn Ranch, cerca di farsi strada con cautela fra hippie sempre più minacciosi oppure quando, sempre Cliff,  si trova disarmato a cercare di scherzare con i componenti della famiglia Manson che lo hanno circondato con la pistola. Più intensa e priva di minacce latenti è quella in cui Rick, che ha perso la fiducia nel suo talento, viene confortato dalla piccola protagonista del film che stanno girando oppure la sequenza dove la Sharon Tate-Margot Robbie, tutta sola, va a cinema per godersi divertita un film dove compare la vera Sharon, una prova di maestria di cinema nel cinema. Occorre riconoscere inoltre che in questo film Tarantino è insolitamente parco di sequenze violente, salvo che nel finale.

Ancora una volta, come sempre nei film di Tarantino, all’uscita dalla sala non ci si ricorda più dei singoli personaggi ma restano impresse alla mente alcune specifiche sequenze e certi dialoghi, costruiti con maestria. Ma soprattutto, in questo caso, non si può dimenticare una ricostruzione impareggiabile, nelle immagini e nello spirito, di quella Los Angeles della fine degli anni ’60.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNPLANNED

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/10/2019 - 10:49
Titolo Originale: Inplanned
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Sceneggiatura: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Produzione: Soli Deo gloria
Durata: 106
Interpreti: Ashley Bratcher, Brooks Ryan, Robia Scott

La giovinezza di Abby Johnson è stata alquanto movimentata. Si è trovata incinta dopo una relazione con un ragazzo che non ha mostrato alcun interesse a sposarla e così Abby si è sottoposta a un primo aborto. Si è poi sposata con un uomo con il quale ha vissuto per pochi anni. Subito dopo il divorzio si è accorta di essere rimasta incinta e ancora una volta ha deciso di abortire. Nel 2001 si convince che è giusto far parte dell’organizzazione Planned Perenthood come clinic escort per le donne che desiderano interrompere la gravidanza, anche se il lavoro in clinica viene continuamente disturbato dai movimenti pro-life che, fuori dei cancelli, esortano le pazienti a desistere dal loro proposito. Abby si sposa, ha una figlia e intanto viene apprezzata per il suo lavoro tanto da venir nominata direttrice della clinica. Poi qualcosa cambia: iniziano i contrasti con i manager di Planned Parenthood e lo sconcerto che prova nel vedere, mentre si trova in sala operatoria, l’ecografia di un feto che si agita nel momento in cui viene soppresso, finiscono per convincerla definitivamente a dimettersi e a passare dalla parte dei pro-life.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna, dopo aver a lungo lavorato in una clinica per aborti, scopre l’orrore di quella pratica. Purtroppo la tematica pro-life è stata sviluppata in odio a chi la pensa diversamente
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene impressionanti con abbondanza di sangue
Giudizio Artistico 
 
Il film cerca di riprodurre in modo rigoroso i fatti che sono stati narrati nel libro omonimo. Ma ci sono troppe ellissi nel presentare l’evoluzione intima dei personaggi
Testo Breve:

Un film di chiara impostazione anti abortista, basato su fatti realmente accaduti, cerca di mostrare la validità delle proprie tesi puntando sull’orrore delle pratiche abortiste  e considerando dei nemici coloro che la pensano diversamente

 

Il film, tratto dal libro omonimo scritto dalla stessa Abby Johnson, fin dalle prime sequenze, mostra subito come intende sviluppare il controverso tema dell’aborto.

Vediamo Abby assistere in sala operatoria, tramite uno schermo ecografico a una pratica di aborto per aspirazione.  Il feto si agita mentre inizia a venir risucchiato all’interno del tubo e subito dopo ci appare in primo piano un contenitore trasparente che si riempie velocemente di sangue e di tessuti del feto ormai smembrato. Una sequenza successiva, dove c’è la stessa Abby che ha ingerito la pillola del giorno dopo, non è meno sconvolgente: passa una notte con forti dolori, perdendo copiosamente sangue e alla fine si preoccupa di raccogliere per terra, per buttarli nel water, i brandelli di quello che è stato il suo bambino.

L’obiettivo del film è quindi chiaro fin dall’inizio: picchia duro per mostrare l’atrocità di questa pratica e per affermare che chi è a favore dell’aborto è un essere disumano (durante un colloquio, un manifestante pro-life stabilisce una somiglianza con l’olocausto ebraico e la pratica della schiavitù in America). La stessa manager della clinica Planned Parenthood è tratteggiata come una donna cinica, che vede nell’aumento degli aborti l’unico modo per incrementare i profitti (alla fine del film una nota, per cercare di evitare cause legali, chiarisce che il film è stato realizzato senza il consenso di Planned Parenthood). La società di distribuzione Pure Flix (la stessa che ha distribuito God’s not dead) si è lamentata dell’attribuzione di Restricted (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati) data al film in U.S.A., giudicandola motivata da ragioni politiche. In realtà il divieto è pienamente giustificato.

Possono essere utili film impostati in questo modo? Servono a mio avviso per rinforzare le convinzioni di chi ha già un atteggiamento pro-life (negli U.S.A. durante i mesi di programmazione del film, intere comunità appartenenti a chiese di varie fedi cristiane sono andate compatte a vederlo) ma non certo a convincere chi ha idee diverse. Chi è considerato come nemico reagirà  come nemico.  Il pensiero dell’aborto nasce a causa di una disarmonia fra il bambino che sta crescendo fisicamente in grembo e quello che si sta sviluppando nella mente della donna, dove non riesce a trovare una collocazione adeguata.  Armando Fumagalli nel suo La comunicazione di una chiesa in uscita, ha messo in evidenza le iniziative di altre associazioni come Vitae Foundation che cercano, con centri di ascolto e con filmati promozionali, di entrare nella mente e nel cuore della donna che ha intenzione di interrompere la gravidanza, temendo un cambiamento radicale della propria esistenza. L’obiettivo è quello di cercare di rassicurare la donna e ripristinare la fiducia in se stessa; un “posso farcela” anche nella situazione che si è creata.

La stessa motivazione che è stata addotta da Abby, come causa della sua conversione, appare fragile. Il fatto che lei sia rimasta sconvolta dalla visione del feto che sembrava soffrire al momento del risucchio, ha scatenato le critiche dei fautori del pro-choice. Sono stati intervistati illustri ginecologi che hanno negato che il feto possa avere una sensibilità prima della ventiquattresima settimana; sono state fatte addirittura delle indagini giornalistiche facendo dei controlli fra gli archivi di Planned Parenthood, dai quali risulta che nel giorno della “conversione” indicato da Abby non era stato fatto nessun aborto che avesse avuto necessità di una ecografia. La sua uscita dall’organizzazione sarebbe quindi stata motivata soprattutto da contrasti con il management.  Sono tutte reazioni inevitabili quando il presupposto è fragile. Se il feto, in un momento del suo sviluppo, acquista sensibilità, vuol dire che se l’aborto è praticato prima, diventa eticamente lecito? In realtà le motivazioni pro-life dovrebbero essere più profonde e riguardare tutto il tempo dello sviluppo del feto, che costituisce un continuo non divisibile. 

Il film si basa molto sulla narrazione dei fatti accaduti e poco sulla psicologia dei personaggi e la loro evoluzione. Perché Abbey ha avuto due relazioni infelici (che la hanno portata ad abortire), perché la terza relazione risulta molto solida? Sono domande senza risposta, com’è facile che accada quando è l’autore stesso che racconta la sua vita. Però questo aspetto indebolisce la narrazione: l’evento della “conversione” appare isolato e non pienamente giustificato, dopo che abbiamo visto Abby, per due terzi del film, fare carriera fino a diventare la direttrice della clinica texana.

Possiamo concludere con due dati positivi: la clinica dove ha lavorato Abby è stata definitivamente chiusa per mancanza di “clienti” e, come abbiamo appreso dalle cronache, in U.S.A. sei stati hanno modificato la loro legge sull’aborto, restringendo l’autorizzazione a casi particolari come il rischio per la salute della donna o in caso di violenza subita.

La versione italiana del film è prevista per gennaio 2010, distribuito dalla Dominus Production

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARTIN EDEN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/06/2019 - 16:26
Titolo Originale: Martin Eden
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Pietro Marcello
Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello
Produzione: Avventurosa, IBC Movie, Rai Cinema Shellac Sud, Match Factory Productions
Durata: 120
Interpreti: Luca Marinelli, Carlo Cecchi, Jessica Cressy, Carmen Pommella,

Martin Eden, un marinaio napoletano, salva da una rissa Arturo, giovane rampollo di una ricca famiglia. In segno di riconoscenza, il ragazzo lo invita a pranzo  e qui Martin conosce sua sorella Elena, innamorandosene perdutamente. Per riuscire a conquistarla nasce in lui un forte desiderio di riscatto dalla sua condizione sociale. Inizia a leggere libri e poi a scrivere, sperando di diventare uno scrittore, ricevendo sempre il premuroso aiuto di Elena. Alla fine i due si dichiarano e lui chiede due anni di tempo per diventare famoso: poi la sposerà…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista si fa amare prima e odiare dopo, per la sua ricerca di riscatto sociale determinato dall’amore per una donna, per la sua passione per la cultura ma poi per aver sviluppato un egocentrismo smisurato e aver fatto prevalere solo le sue ambizioni
Pubblico 
Adolescenti
Non ci solo scene disturbanti ma la desolazione di due persone che si suicidano
Giudizio Artistico 
 
Il regista padroneggia il materiale filmico, in grado di trasmettere pienamente la sua poetica visiva in un continuo rimando alle suggestioni fornite da documentari d’epoca. Ottima performance di Luca Marinelli. Una menzione speciale merita Carmen Pommella nella parte della vedova che accoglie Martin nella sua casa
Testo Breve:

Come nel libro omonimo di Jack London, un giovane sperimenta il potere trasformante della cultura ma si perde nel suo stesso successo. Un film d’autore, ben realizzato ma che mette troppa carne al fuoco

Martin Eden di Pietro Marcello rientra a pieno titolo nella categoria dei film d’autore. Come ha dichiarato il regista stesso in un’intervista, il suo metodo “è figlio della lezione rosselliniana, che ti pone nella condizione di non credere nella scrittura ma nell’imprevisto e nell’imprevedibile del cinema”. Si crea quindi, inevitabilmente, uno spartiacque fra gli spettatori: chi ama una solida sceneggiatura, definizioni di contesto precise, psicologie di personaggi approfondite, non potrà che restare deluso. Chi invece è affascinato da un cinema di immagini (in effetti l’autore mescola con disinvoltura riprese con attori con documentari d’epoca), suggestioni visive che costruiscono un racconto più per analogia che per aderenza alla realtà (più volte ci appare un veliero che sta affondando lentamente), non potrà che apprezzarlo. Eppure il film è ispirato all’omonimo romanzo di Jack London (trasferito da San Francisco a Napoli) e in effetti la sceneggiatura c’è e si sviluppa molto bene ma solo nella prima parte, quando il rozzo marinaio dalla volontà di ferro incontra la sensibile e composta Elena e per lei è pronto a sopportare pesanti lavori manuali e i continui rifiuti degli editori, sostenuto solo dalle sue lettere di incoraggiamento. La seconda parte, quella del successo, è più incerta: non conosciamo l’evoluzione dell’uomo ma semplicemente si apre un secondo atto, che ha per sfondo una sontuosa villa settecentesca, dove una segretaria e un editore si affannano intorno a un Martin annoiato con una lunga, bionda capigliatura. Cos’è che ha determinato il successo e la trasformazione di Martin? Eppure la sua simpatia per il socialismo gli aveva procurato non pochi problemi. Come mai ora gli editori lo cercano? Non c’è una risposta ma il Martin che esterna le sue riflessioni in pubblico, durante una cena ufficiale oppure in un’aula universitaria, si è trasformato in un abile sofista dove parole come socialismo, liberalismo, individualismo, democrazia, potere, schiavitù, hanno perso il loro significato e vengono abilmente trasformate una nell’altra, a sottolineare che ormai nulla ha un senso compiuto.

Un altro aspetto che soffre di indeterminatezza è il tempo e il contesto dove trovano espressione gli ideali socialisti. Un altro film, Capri Revolution, ci aveva riportato in un tempo preciso, all’inizio del secolo, per presentarci un marxismo utopistico e rivoluzionario. In questo Martin Eden, dove volutamente il tempo è stato reso incerto (le riprese dal vivo e le sequenze documentarie oscillano fra inizio secolo, il tempo della nascita del fascismo e gli anni ’60) sembrano mostrarci a volte  un socialismo ancora utopico, a volte un socialismo già organizzato e sindacalizzato.

“La vita mi disgusta, ho vissuto tutto intensamente, non ho più bisogno di niente” afferma un Martin ormai al successo. Tutte le esperienze sono state bruciate per sviluppare un super–io (sono presenti riferimenti a Nietzsche) che non ha più bisogno di nulla e di nessuno, che invece di abbracciare il mondo e le persone ha voluto dominare tutto e tutti  ma proprio per questo è condannato a un  vuoto desolante.

Non ci fanno una bella figura le due figure femminili che ruotano intorno a Martin, che restano passive e succubi della personalità di lui. Si può dire che Martin le abbia amate? Verso Elena (Jessica Cressy) si stabilisce una vera e propria ossessione perché quel suo essere così educata, così colta, diventa il parametro di riferimento per i suoi obiettivi e quindi tutto ritorna al'interno del suo io. La cameriera Margherita (Denise Sardico) diventa invece una sua compagna di vita per pura comodità: una donna che da subito si è innamorata di lui e lo riempie di affettuose attenzioni. "Tu mi soffochi con il tuo amore": è il modo con cui Martin reagisce. 

Molto bravo Luca Marinelli, ma anche tutti gli altri coprotagonisti sono ben tratteggiati; bravissima Carmen Pommella nella parte della vedova che lo accoglie nella sua casa; grande cura è stata posta nella composizione delle immagini (dai colori saturi, effetto di riprese in 16 millimetri). Si tratta di un film forse troppo ambizioso, che si muove in forma sperimentale su più fronti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTO DI FEDE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/02/2019 - 10:46
 
Titolo Originale: Breackthrough
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roxann Dawson
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: • 20th Century Fox • Fox 2000 Pictures • Franklin Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Chrissy Metz, Josh Lucas, Topher Grace, Marcel Ruiz

St Louis, Missouri. John ha 14 anni; di origine guatemalteca, è stato adottato da Brian e Joyce, che sono molto affettuosi nei suoi confronti ma lui si mostra scostante: porta ancora la ferita di essere stato abbandonato dalla vera madre. Il 19 gennaio 2015, festa in ricordo di Martin Luther King, John e altri due amici si mettono a giocare sulla superficie ghiacciata del lago Saint Louise nonostante gli ammonimenti alla cautela di un signore che abita lì vicino. Improvvisamente il ghiaccio si rompe e i tre ragazzi cadono nell’acqua gelata. I soccorsi arrivano in poco tempo e riescono a riportare in superficie i due amici di John ma di John non c'è traccia. Grazie alla perseveranza del vigile Tommy Shine , John viene estratto dal lago ma ormai è rimasto sott’acqua per più di quindici minuti e il suo cuore non batte più. Il ragazzo, portato in ospedale, non reagisce ai tentativi di rianimazione. Il dottor Sutterer invita la madre a dare un ultimo saluto al figlio. Joyce gli prende la mano e inizia a pregare con grande fervore. Improvvisamente ode un suono: gli strumenti a cui è collegato il figlio, indicano che il suo cuore ha ripreso a battere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte a un caso disperato, una madre mostra una speranza incrollabile, sorretta dalla fede, mentre intorno a lei tante persone si prodigano altre il dovuto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le sequenze della caduta dei tre ragazzi nel lago ghiacciato potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La regista Roxann Dawson racconta con passione ma anche con grande equilibrio la storia di un presunto miracolo riuscendo a mantenere alto l’interesse per le due ore del film, con qualche scivolata sul patetico
Testo Breve:

Il quattordicenne John resta sott’acqua per 15 minuti in un lago ghiacciato e quando lo portano all’ospedale il cuore non batte più. Intorno a questa storia vera, una madre, sorretta da una forte fede,  spera oltre ogni speranza e  si costruisce intorno al ragazzo una catena di solidarietà che fa da corona a ciò che è stato qualificato come miracolo.

Anche questo christian film, basato su fatti realmente accaduti, ci parla di un miracolo. Ci si potrebbe domandare perché questo tipo di produzione cinematografica cerchi spesso di convincere della bontà del messaggio cristiano puntando sulla presentazione di eventi straordinari (Miracoli dal cielo, Il paradiso per davvero, In America...) o ipotizzando che Dio stesso ci parli di nuovo (An interview with God) invece di parlare della semplice, efficace potenza della Parola del Vangelo ma questa discussione ci porterebbe troppo lontano. Comunque sia, questo film ha un vantaggio, sulla media dei prodotti dello stesso filone: non ha bisogno di un“miracolo” perché si possa dire che è ben fatto perché, questa volta, lo è realmente. I personaggi principali sono ben tratteggiati, il racconto mantiene alta la tensione, evitando di calcare i toni nelle sequenze più commoventi, un rischio sempre dietro l’angolo, visto che stiamo parlando di un ragazzo in stato di coma. Il racconto si sviluppa in quattro capitoli chiaramente distinti: nel primo conosciamo la vita quotidiana dei nostri protagonisti, i tentativi non riusciti di Joyce di vedere ricambiato il suo affetto nei confronti del figlio adottivo, i battibecchi fra Joyce, animatrice di una comunità femminile cristiana e il suo parroco, che cerca di avere successo sopratutto presso i giovani, attirandoli con incontri musicali. Segue la descrizione dettagliata e carica di tensione del giorno dell’incidente, la lotta dei tre ragazzi per uscire dalle acque gelide del lago. Segue la terza parte, che occupa più della metà del film, dove si svolge la lotta di Joyce per mantenere alta la speranza di vedere il suo John riprendere vita fra lo scetticismo dei più (ma anche fra la solidarietà di coloro che  pregano per lui). Infine, quando ci si trova di fronte a una guarigione inspiegabile, assistiamo alle reazioni contrastanti di  chi crede nei miracoli e chi no.

 E’ inutile sottolineare l’abbondanza di recensioni critiche, di cui è stato oggetto questo film: molti recensori americani si sono infastiditi perché hanno interpretato il racconto come una pressione indebita a credere in Dio di fronte all’evidenza di un miracolo. In realtà la regista Roxanne Dawson  ha realizzato un racconto molto equilibrato. Il film, con molto realismo, mostra personaggi che credono ma anche tanti che non lo fanno. Significativo è il colloquio fra John, ormai tornato guarito a scuola, con la sua insegnante: lei gli rivela che suo marito è morto in un incidente pochi anni prima e gli domanda come mai un intervento divino sarebbe avvenuto solo per lui e non per suo marito. La risposta è, innevitabilmente, un “ non lo so. Gli stessi compagni di scuola lo deridono al suo ritorno, domandandogli quando anche lui inizierà a camminare sulle acque come Gesù.
Da altri critici il film è stato visto come una contrapposizione polemica fra chi crede solo nei risultati della scienza e chi accoglie la vita con una visione soprannaturale. Anche questa conclusione appare affrettata. I medici che hanno avuto John come paziente hanno obiettivamente riconosciuto che la scienza non era in grado, in quel momento, di dare una risposta alla guarigione di John. Proprio per chi crede nella scienza e nel suo continuo progresso, si tratta di una conclusione accettabile perché ciò che è inspiegabile adesso potrà esserlo in futuro. Ad ogni modo è vero che il dottor Sutterer, nella finzione come nella realtà, si è realmente espresso in termini di miracolo parlando con Joyce, colpito dalla completa ripresa del ragazzo. Corrisponde ugualmente al vero il fatto che il dottore, convinto che John non avrebbe passato la notte,  abbia invitato Joyce a dargli un ultimo saluto e che lei, mentre pregava al suo capezzale, si sia accorta che il suo cuore aveva ripreso a battere.

Noi italiani conosciamo bene la storia di Michi, il ragazzo quattordicenne che ad aprile di un anno fa si era tuffato nel naviglio grande a Castelletto di Cuggiono  e, con una gamba impigliata, era rimasto sott’acqua per ben 42 minuti (contro i 15 di John) e poi riportato in vita dall’equipe del San Raffaele grazie all’utilizzo di una nuovissima apparecchitura, l’Ecmo, che si sostituisce al cuore e ai polmoni  attivando una circolazione extracorporea (ma Michi ha perso una gamba) .

Può darsi che ancora una volta abbiano giocato la giovane età e l’ipotermia grazie alla quale sono stati protetti gli organi vitali ma questo è un tema da specialisti. La discussione fra miracolo si e miracolo no rischia di diventare interminabile: è importante prima di tutto lasciare libere le coscienze di credere o non credere. In realtà il film pone in evidenza un altro tipo di miracolo, molto concreto e tangibile.  
Le cure, le attenzioni così speciali di cui John ha beneficiato, sono state merito prima di tutto della speranza incrollabile, alimentata dalla fede,  della madre, ma anche della solerzia del vigile Tommy Shine che ha continuato a cercare nell’oscurità del lago anche se gli era stato ordinato di desistere;  dell’impegno dei dottori e delle infermiere che in barba a qualsiasi protocollo medico,  hanno prolungato le cure oltre ogni logica professionale, del parroco che ha passato anche lui notti insonni al suo capezzale, perché si è sentito pastore di quella sua pecora in difficoltà; di tutti i compagni di scuola e amici che hanno pregato per lui. Si è trattato quindi di un magnifico impegno  collettivo e se di miracolo si è trattato, questo è stato il suggello soprannaturale voluto dal Padre nei confronti della dedizione amorosa mostrata dai suoi figli.

Questo bel racconto di amore che spera oltre ogni speranza, contrasta tristemente con un altro evento, avvenuto in Inghilterra: quello che ha segnato il destino del piccolo Charlie. Ai suoi genitori che speravano di poter far sottoporre il loro bambino a dei trattamenti  in fase ancora sperimentale  avviati negli Stati Uniti e avevano anche raccolto, con una generosa colletta, i soldi necessari per il viaggio, il tribunale inglese ha prima tolto loro la patria potestà e poi ha autorizzato l’ospedale a lasciar morire il bambino. Un triste caso di una scienza che ha cessato di aprirsi alla ricerca e di una giustizia trasformata in burocrazia.

l film è attualmente disponibile in DVD in versione inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SIR-CENERENTOLA A MUMBAI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 14:19
 
Titolo Originale: Sir
Paese: India - Francia
Anno: 2018
Regia: Rohena Gera
Sceneggiatura: Rohena Gera
Produzione: INKPOT FILMS IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION
Durata: 99
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni

Ratna vive in un piccolo villaggio indiano e a 19 anni è rimasta vedova dopo solo due anni di matrimonio. Con l’impegno di mandare mensilmente una quota del suo salario ai suoceri, riesce a trasferirsi a Mumbai lavorando come domestica nella casa del giovane Ashwin che vive da solo, dopo che il suo matrimonio è andato a monte pochi giorni prima della cerimonia. Inizia questa strana convivenza, molto rispettosa per i rispettivi ruoli, in un paese dove la divisione in caste ha radici consolidate ma giorno dopo giorno i due si aprono alla confidenza: lei sogna di diventare una disegnatrice di moda mentre lui vorrebbe tornare negli Stati Uniti a fare lo scrittore: si trova a Dubai solo per l’impegno di dover sostituire il fratello maggiore, morto improvvisamente

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due protagonisti sono campioni di un comportamento virtuoso che risulta non condizionato dalla classe sociale a cui appartengono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista trova la forma narrativa giusta (ritmo lento, cura nei dettagli) per esprimere la progressiva intesa fra i due protagonisti
Testo Breve:

Lui è un giovane rampollo della ricca società indiana; lei, di origini umili,  è la sua cameriera. Il loro impossibile amore è l’occasione per mettere a nudo non solo le contraddizioni della società ma anche le virtù umane di cui entrambi sono dotati, con le quali riescono ad affrontare una difficile situazione

Ashwin ha ormai deciso di dichiarare il suo amore a Ratna, sapendo in cuor suo di essere ricambiato ma lei esprime tutta la sua perplessità per la differenza di casta che li separa. E poi aggiunge che sua madre ha dovuto sostenere la perdita del figlio maggiore e non può ricevere anche questo dolore dall’unico figlio maschio rimasto.

Ashwin confida al suo miglior amico la voglia di sposarsi con Ratna, ma riceve una risposta molto chiara: “mettiti nella sua prospettiva: le ricorderanno sempre che è una domestica, nessuno l’accetterà; se ci tieni a lei, se ci tieni davvero, lasciala perdere”. Il vero amore, cioè quello che cerca il bene dell’altro, può richiedere  anche il sacrificio dei propri sentimenti.

Sono sono due esempi della grande sensibilità d’animo che questo film riesce a mettere in luce.

Si potrà dire che questo film è quasi un pamphlet politico contro la divisione in caste ancora ben radicata in India (e questo in parte è vero); si potrà dire che si tratta di una romantica storia d’amore dove è proprio il loro amore sincero che li porta a tenerli  lontani  (e questo in parte è vero: ricorda in qualche modo In the mood for love) ma il vero valore del film è etico: i due protagonisti sono campioni di virtù  e se  è vero che stanno affrontando un problema legato alla discriminazione fra caste ancora esistente, con il bagaglio di virtù di cui dispongono, avrebbero potuto affrontare qualsiasi altro problema.

Ratna svolge con scrupolo il suo compito e si rifiuta di fare pettegolezzi riguardo al suo padrone; mette da parte il suo stipendio per consentire alla sorella minore di completare gli studi che lei non è riuscita a fare. Ashwin ha un alto senso della giustizia e della dignità di ogni persona e incoraggia Ratna perché anche lei possa realizzare i propri sogni, difendendola quando viene umiliata nella sua condizione servile. Anche lui ha i suoi sogni che vorrebbe realizzare ma persegue, come Ratna, un principio fondamentale, la propria feicità non potrà mai venir conquistata a danno della felicità altrui: ecco perchè aveva lasciato gli Stati Uniti per sostenere la famiglia quando il fratello maggiore era morto. E’ risultata centrata la decisione della regista di puntare, per il ruolo femminile, non su una smagliante stella di Bolliwood ma su una brava attrice non bella, per sottolineare che Ashwin si innamora sopratutto della bellezza dell sua anima.

Lo stile della regista  Rohena Gera al suo primo lungometraggio, è di estrema attenzione ai dettagli: il ritmo del racconto è lento, disseminato di gesti ripetitivi (Ratna che porta il vassoio della cena o della prima colazione al padrone, Ratna che risponde al telefono) perché l’impegno della regista non è quello di raccontare una grande storia ma la lenta evoluzione dei sentimenti e della comprensione reciproca dei due protagonisti.

Lo stesso tema della separazione fra caste non è spiegato ma significato attraverso una serie di episodi: Ratma che viene invitata ad uscire da un negozio di lusso, la reazione rabbiosa di un’ospite in casa di Ashwin qualdo lei le fa cadere il bicchiere: La “serva” andrà punita severamente e le verrà addebitato il costo del vestito che è stato macchiato. “Non si siederà mai a tavola con tua madre; non sa usare neanche forchetta e coltello” sottolinea l’amico di Ashwin, ricordando che solo le classi alte usano metodo occidentali. Ma forse la scena più espressiva è quella in cui noi siamo posti in soggettiva di Ratma mentre sta girando con un vassoio fra gli ospiti a un riunione ufficiale: tutti chiacchierano, non la degnano di uno sguardo, e prendono o non prendono meccanicamente ciò che si trova sul vassoio.

Anche il tema della condizione femminile in India viene afffrontato dalla regista ma questa volta senza prendere una posizione netta: se è vero che la sorella di Ratma decide di sposarsi con un uomo scelto dai suoi genitori senza neanche averlo visto, se Ratma, come vedova, è ostaggio della famiglia dei suoi suoceri ed è costretta a versar loro un contributo mensile, è anche vero che la regista non lesina uno sguardo critico alle donne dei quartieri alti che abusano della loro libertà: bevono nei locali notturni e si concedono di passare una notte con un uomo che hanno appena conosciuto. Lo stesso episodio iniziale del film (Ashwin annulla la cerimonie di nozze all’ultimo momento perché ha scoperto che la sua fidanzata lo tradiva con un altro) rinforza la verità che Rohena Gera vuole sottolineare: il comportamento di una persona adulta non è condizionata dalle tradizioni della nella sua società, nè la libertà conquistata è garanzia per un comportamento corretto: conta solo l’intimo convincimento della singola persona e un comportamento virtuoso in ogni situazione che la vita ci pone davanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEAUTIFUL BOY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 13:08
Titolo Originale: Beautiful Boy
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Luke Davies, Felix Van Groeningen
Produzione: AMAZON STUDIOS, BIG INDIE PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney

Nicolas (Nic) Sheff ha diciotto anni, ama scrivere storie commentate con suoi disegni, si diverte a giocare con i due fratellastri più piccoli. Suo padre, David, un giornalista, è premuroso con lui mentre la madre vive lontano, a New York, dopo il divorzio. E’ il momento di andare al college e il padre lo accompagna, dopo essersi accertato che ha avuto una buona sistemazione. Tempo dopo, quando Nic torna a casa sembra cambiato: è irascibile e continua a chiedere soldi. Il padre non tarda a comprendere che è diventato dipendente dalla metanfetamina crystal meth ed è deciso a trovare una soluzione per questo figlio che non riesce più a comprendere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riesce perfettamente nel suo intento di metterci di fronte e spaventarci sugli effetti devastanti della dipendenza dalle metanfetamine ma manca di mettere in evidenza concrete soluzioni per prevenire e per curare
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene dove viene preparata e assunta droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari) ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente.
Testo Breve:

La storia vera di un padre che cerca di salvare il figlio dalla dipendenza dalle anfetamine. Un film crudo e molto realistico con pochi e non spiegati spiragli di speranza

Dai titoli di coda veniamo informati che negli Stati Uniti la droga è la causa principale di morte per uomini e donne sotto i cinquant’anni. In un paio di punti il film si concede piccole parentesi didattiche, per spiegare che la crystal meth è una delle droghe peggiori perché crea subito dipendenza da cui poche persone sono riuscite a liberarsi, è facile da reperire e può addirittura venir confezionata in casa.
La storia che ci viene raccontata ha ben poco di inventato: è stata ricavata dal libro che padre e figlio Sheff hanno scritto dopo che Nic è riuscito a vincere la sua dipendenza.

Che il film inventi poco ma descriva piuttosto ciò che è realmente accaduto, lo si nota proprio dall’andamento oscillante e alla fine angoscioso delle continue riprese, seguite da repentine ricadute di Dic, nonostante che il padre si impegni a collocarlo nei migliori centri di riabilitazione e si mostri sempre pronto a raggiungerlo, nel suo continuo fuggire ed errare senza meta.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema dell’assunzione di droga da parte dei giovani e questo racconto-testimonianza sembra aggiungere poco alla triste conoscenza del fenomeno che noi spettatori siamo riusciti a comporre.

A ciò occorre aggiungere un certo fastidio nello scoprire che il film ci racconta ben poco sull’origine di questa dipendenza tante volte senza ritorno, e quindi lo spettatore non viene aiutato nel prevenire che situazioni simili possano accadere anche a lui o ai propri figli. Il continuo flashback e flashforward del film finisce per giustapporci un ragazzo sereno e allegro a un altro accasciato a terra privo di conoscenza, senza che ci venga spiegato perché ci sia stata questa terribile trasformazione. Lo stesso enigma troviamo nell’unica ragazza, verso la quale Nic era riuscito ad avere un’intesa nel breve periodo passato al college: incontrata occasionalmente dopo qualche anno, si mostra subito disposta a percorrere con lui la discesa nel tunnel della dipendenza.

In realtà il film si muove partendo da una prospettiva diversa (e ha valore proprio per questo): quella del padre e siamo invitati a partecipare al defatigante calvario che deve affrontare. All’inizio il suo approccio è quello scientifico e pragmatico: cerca di conoscere, sapere tutto sul tema e si affida a rinomati istituti di riabilitazione. Di fronte a un sostanziale fallimento, mette in gioco direttamente se stesso, mostrandogli il massimo affetto e cercando lui stesso le condizioni migliori per un suo recupero. Alla fine si porta sull’ultima spiaggia, quella della durezza, rifiutandosi di aiutarlo anche quando Nic, ancora una volta, dice di esser pentito e di voler guarire.

Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari), ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente. Il film lascia l’amaro in bocca di fronte a un tema così doloroso, perché sembra concludere che il modo con cui si cade nella dipendenza e il modo con cui, eventualmente se ne può uscire, appare dominio del caso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 08:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano di dare una svolta alla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL GIORNO D'ESTATE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/08/2019 - 15:36
Titolo Originale: Amanda
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Mikhaël Hers
Sceneggiatura: Mikhaël Hers, Maud Ameline
Produzione: NORD-OUEST FILMS, OLIVIER PÈRE, RÉMI BURAH PER ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 107
Interpreti: Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin

David ha 24 anni, è un giovane tranquillo senza troppe ambizioni, gestisce l‘affitto di alcuni appartamenti del palazzo in cui vive e ha un impiego saltuario come giardiniere del comune di Parigi. Aiuta sua sorella Sandrine, insegnante di inglese, andando a prendere a scuola la nipotina di 7 anni, Amanda. La vita scorre tranquilla quando in un attentato terroristico, Sandrine viene uccisa. David si trova di fronte a un problema più grande di lui: Amanda ha solo lui come parente più vicino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra uno zio e una nipote rimasta orfana. Ma il contesto coniugale presentato dal film è costellato di separazioni
Pubblico 
Adolescenti
Un incontro sessuale con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Mikhael Hers è molto bravo nel raccontare la trasformazione di due anime sconvolte dal lutto. Pienamente nella parte di uomo semplice e buono il protagonista maschile, Vincent Lacoste
Testo Breve:

Il giovane David, che ama la vita semplice senza prendersi troppe responsabilità, si trova ad accudire la nipotina di 7 anni dopo la morte della madre. Un bel film francese sulla cura e la responsabilità dell’altro come soluzione per continuare a vivere

David e Amanda stanno sugli spalti di uno stadio a guardare una finale mondiale di tennis. David si appassiona e segue l’alternanza del punteggio ma Amanda inizia ad annoiarsi: capisce che il campione francese sta perdendo. Dice: “è finita!” e inizia a piangere.  Il suo fragile equilibrio, dopo la morte della mamma, si può rompere anche per il disappunto di un’aspettativa che non si realizza e lei si trova davanti al vuoto di una vita che sembra aver perso di senso. David se ne accorge e le dice che invece “non è finita”: mai perdere la speranza”. In effetti il campione francese riesce a rimontare e a vincere: Amanda torna a sorridere.

E’ possibile raccontare per immagini, in un film, l’elaborazione di un lutto, la lenta trasformazione di un’anima? E’ il compito che si è assunto Mikhael Hers in questo film dove l’unico fatto esterno rilevante è la morte improvvisa, a seguito di un attentato terroristico, della madre di Amanda. Il resto del film è la storia dei cambiamenti di umore, gli incubi notturni, le riflessioni di David e la piccola nipote.

La parte iniziale del film ha il compito di presentare i due protagonisti. Sandrine ha spiegato ad Amanda chi era Elvis Presley e le fa sentire uno dei suoi vecchi Rock and Roll. Mamma e figlia si abbandonano a un ballo allegro e scatenato: la loro intesa è perfetta. Anche la figura di David emerge con chiarezza: lo vediamo, andare in bicicletta alla stazione per dare il benvenuto a degli stranieri che hanno affittato uno degli appartamenti che lui amministra per conto del padrone; va a prendere la nipote a scuola e infine taglia delle siepi di un giardino pubblico per conto del comune.  Sono piccole incombenze di una persona semplice, che vive serenamente di quanto riesce a fare, sempre gentile con tutti. Vive dell’affetto della sorella, della nipote e di una zia ma l’incontro con Lena, una dolce ragazza di Bordeaux che si è trasferita a Parigi in cerca di fortuna, forse promette l’inizio di un’intesa amorosa.

Il film è il racconto di una normalità minimale e l’evento mostruoso, che scuote questo tranquillo lago di vita e di affetti è trattato in modo indiretto (si vedono persone ferite su prato del Bois de Vincennes, quando la tragedia è già avvenuta); il regista evita anche di mostrarci il funerale di Sandrine e non ha alcuna intenzione di affrontare il tema più generale del terrorismo islamico. Non gli interessa raccontare ciò che accade ma si concentra invece sugli stati d’animo che si affacciano al dolore. E’ il momento in cui lo zio deve piegare a Amanda che sua mamma è morta. Come si può spiegare a una bambina una tragedia simile? Il parlare di David è rotto dai singhiozzi e si sente impotente di fronte alla lucida razionalità di una bambina che chiede spiegazioni sul perché semplici persone intente a fare un pic-nic siano state uccise da una mano misteriosa. Non ci sono ragioni valide e resta un’unica realtà: “la mamma è morta e non la rivedremo più”. Da quel momento il film riprende la descrizione delle piccole cose di ogni giorno, ma è negli sguardi (verso la bicicletta di Sandrine rimasta legata a un albero, il suo spazzolino da denti che sta ancora in bagno) che si coglie la presenza di una ferita che non si rimargina, soprattutto nella bambina, che ha gli incubi di notte e non si adatta a vedere la sua vita gestita da uno zio che non la sa trattare come faceva la mamma. Anche le riprese frequenti della strade di Parigi (poi anche di Bordeaux) di notte come di giorno, fungono da segni di interpunzione del racconto e hanno la funzione di prendere tempo, perché l’anima è lenta ad assestarsi su nuovi equilibri.

Occorre notare che oltre alla tristezza del lutto e alla lotta per ritrovare la serenità, si aggiunge anche un’altra malinconia, quella delle crisi familiari: David e Sandrine hanno sofferto per il fatto che la loro madre li ha abbandonati da piccoli; Sandrine stessa, divorziata, cerca compagnia attraverso appuntamenti tramite Internet; l’amico più vicino a David attraversa una crisi familiare. Resta quindi ben descritto il forte legame fra lo zio e la nipote ma il regista avrebbe dovuto darci maggiori spunti per questa società che si sta dissolvendo nell’individualismo e che non si prende cura dei propri figli..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOLOR Y GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2019 - 20:55
Titolo Originale: Dolor y Gloria
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: El Deseo
Durata: 108
Interpreti: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Asier Etxeandía

Salvator Mallo è un regista-sceneggiatore che ha ormai raggiunto una fama internazionale ma che sta passando un periodo di depressione: non trova più l’ispirazione per scrivere una nuova sceneggiatura e soffre di molti mali fisici che che non gli hanno fatto perdere quell’energia che gli è così necessaria per dirigere un film. Tre incontri saranno per lui determinanti. Con Alberto, un tempo suo attore preferito e che non rivedeva da trent’anni, a causa di una disputa professionale durante l’ultimo film fatto assieme; con Federico, con il quale aveva avuto una intensa relazione ma con il quale non si era più rivisto dopo che Federico, per cercare di sottrarsi al vizio della droga, era emigrato in Sud America. Infine l’incontro-memoria con sua madre: quando vivevano in una grotta e lui aveva dovuto frequentare un seminario, contro la sua volontà, perché era l’unico modo a quel tempo, per chi era povero, di ricevere un’istruzione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista della storia è quasi un uomo a metà: vive del proprio sentire (desideri, dolori, affetti familiari), è totalmente dipendente da essi perché chiuso nel proprio io, nella ricerca narcisistica di se stesso
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di eroina. Affettuosità omosessuali, cenni a un’intesa pederastica
Giudizio Artistico 
 
Almodòvar si conferma molto bravo nel tratteggiare personaggi femminili, nel trasmettere la nostalgia di amori passati. Premio per la miglior interpretazione maschile ad Antonio Banderas al Festival di Cannes 2019
Testo Breve:

Un regista di successo cerca, nel ricordo dei suoi amori maschili passati, un modo per ritrovare l’ispirazione perduta. Un film sul narcisismo ma confessato onestamente

Secondo Aristotele, gli esseri viventi possono essere suddivisi in tre categorie, in funzione dell’anima di cui dispongono. Il mondo vegetale ha un'anima vegetativa, che conferisce alle piante la possibilità di nutrirsi, crescere e riprodursi; il mondo animale ha anche un’anima sensitiva, (percepire sensazioni, passioni), e infine c’è l’anima intellettiva (conoscenza, capacità di scelta e di autogoverno) che spetta solo all’uomo.

Il protagonista di dolor y gloria è un uomo a metà, fermo all’anima sensitiva: prova piacere, sia fisico che estetico, dolore (Salvador è afflitto da  vari malanni), percepisce degli affetti naturali (quello verso la madre soprattutto)  ma, privo della terza anima, non ha il controllo della propria esistenza, che è come una barca in balia delle fluttuazioni delle sue sensazioni ed è privo di morale, perché incapace di discernere e di orientarsi verso un bene specifico, chiuso narcisisticamente all’interno del proprio universo del sentire.

Bisogna riconoscere ad Almodòvar l’onestà di saper prendere atto della fragilità di una vita impostata in questo modo: è facile, come accade al protagonista, iniziare ad assumere eroina per il semplice gusto del provare; la tentazione del suicidio è dietro l’angolo (Salvador pone questa inclinazione al protagonista, suo alterego, di un’opera che sta scrivendo).

In una sequenza Salvador e Federico, che non si erano più visti da molti anni, ricordano il loro amore vissuto in una frenetica Madrid notturna e nelle suggestioni raccolte nei numerosi viaggi all’estero fatti insieme: il tutto ritorna allaloro mente coperto da un velo di malinconia, espressione di un amore basato  sulla cattura di singoli momenti di felicità, senza alcun impegno progettuale condiviso. 

Temi più profondi come quello del credere o non credere in un Dio trascendente, cadono anch’essi sotto il filtro dell’anima sensitiva: “le notti in cui soffro di diversi dolori, credo in Dio, le notti in cui soffro di un solo dolore, sono un ateo”.

Nel suo colloquio-amarcord con il suo amore di gioventù, veniamo a sapere che Federico, arrivato a Buenos Aires, si è sposato con una donna, dalla quale ha avuto due figli; in seguito si è separato e ora ha un nuovo amore.   “Uomo o donna?”: chiede Salvador. “La mia esperienza con gli uomini è finita con te”: è la risposta.  “Non so se prenderla come un complimento”: commenta Salvador. Ma Federico continua: “Ho detto a mia moglie che sono stato con un uomo per tre anni a Madrid -senza nominarti- e l’ho detto anche a uno dei miei figli. Un giorno gli confesserò che sei tu: è un vero cinefilo e non mi perdonerebbe se non glielo dicessi”

Questo colloquio, ci fa tornare al tema dell’etica mutilata. L’indifferenza che traspare dal chiedere “uomo o donna?”, il fatto di poter dire con orgoglio al proprio figlio di esser stato l’amante di un regista famoso, sottende l’equivalenza di due realtà totalmente differenti: l’amore generativo fra un uomo e una donna, da cui scaturisce l’impegno responsabile di allevare i figli che nasceranno e l’amore fra due persone dello stesso sesso . Questa equivalenza può scaturire solo da una visione puramente soggettiva della relazione, da una ricerca egoistica del proprio piacevole sentire, piuttosto che il riconoscimento di un bene obiettivamente superiore, che trascende il nostro io, quello dell’impegno di formare una famiglia.

Almodovar confema in questo film le sue indubbie qualità di regista: resta insuperabile nel tratteggiare  figure  femminili (in questo caso la madre di Salvador), nella costruzione di ambienti composti con vivaci colori (inclusa la presenza di quadri molto belli)  ma non rinuncia, neanche questa volta,  a soluzioni degne di un feuilleton ottocentesco (incontri che avvengono casualmente,  quadri smarriti da anni e poi ritrovati) ma   due ore di sviluppo sono troppe: si avverrtono segni di stanchezza sopratutto nella parte centrale.

Resta sgradevole la sequenza del turbamento di un bambino di 8 anni (è un ricordo di Salvator) nei confronti di un giovane che frequenta la sua casa e che si mostra a lui nudo: sono cenni di una intesa pederastica che per fortuna il regista evita di sviluppare. Un ricordo che sarà lo spunto, per Salvador, di una nuova sceneggiatura che intitolerà: Il primo desiderio. Ancora una volta  Salvador mostra di vivere solo del proprio sentire: desiderio o dolore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/29/2019 - 08:15
Titolo Originale: The Man Who Killed Don Quixote
Paese: Regno Unito/ Spagna/ Portogallo/ Francia
Anno: 2018
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Tony Grisoni e Terry Gilliam
Durata: 132
Interpreti: con Adam Driver, Jonathan Pryce, Joana Ribeiro, Stellan Skarsgård

In Spagna per girare uno spot televisivo legato al soggetto di Don Chisciotte, il cinico e annoiato regista hollywoodiano Toby Grisoni (quasi omonimo del co-sceneggiatore del film vero), è più preoccupato di portarsi a letto la moglie del suo produttore che di finire il lavoro. Una sera, durante una cena con i membri della troupe, acquista da un gitano la copia piratata del suo film d’esordio, un’opera studentesca sperimentale – e ai tempi molto apprezzata – sempre ispirata al capolavoro di Cervantes. Riguardando il suo vecchio film, Toby capisce di doverne rivisitare le location, un villaggio spagnolo poco distante dal set dove lavora, per ricongiungersi con la forza creativa della giovinezza. Una volta sul luogo, fa i conti con il cattivo ricordo che ha lasciato, con le speranze deluse dei paesani toccati e poi abbandonati dal sogno del cinema, e soprattutto con il protagonista ormai rimbambito del suo film, convinto di essere il vero Don Chisciotte della Mancia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film vuol far rivivere lo spirito di Chisciotte, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, di tensione psicologica e di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi
Testo Breve:

Dopo trent’anni di traversie, Terry Gilliam riesce a portare sullo schermo il “suo” don Chisciotte, simbolo della purezza contro le brutture del mondo

Chi la dura la vince. È questo il tema de L’uomo che uccise don Chisciotte, progetto a cui Terry Gilliam ha iniziato a lavorare trent’anni fa e che ha lasciato sul campo più di una produzione abortita per colpa, di volta in volta, di condizioni climatiche avverse, retromarcia dei finanziatori, la morte improvvisa degli attori che avrebbero dovuto interpretare l’eroe eponimo, e altre catastrofi. Tutto era sembrato remare contro per impedire al visionario cineasta di portare a termine il suo sogno (molte delle “calamità” sono raccontate nell’istruttivo documentario Lost in La Mancha del 2002, una lezione sulle utopie del cinema). Il dato più rilevante di questo film, quindi, è che finalmente sia stato portato a termine e, tutto sommato, per i cinefili che ne conoscevano tutte le traversie produttive, vederlo o meno non fa molta differenza. Ai fan del regista, comunque, piacerà moltissimo.
Don Chisciotte è un personaggio che, anche solo per meriti letterari, rimanda a una tradizione che parla di sogni irrealizzabili ed epici fallimenti e tra i cineasti che si sono cimentati con l’adattamento dell’opera, dovendovi poi rinunciare, c’è anche il grande Orson Welles. Bravo Terry Gilliam per non essersi fatto travolgere dalla “maledizione” di questa consuetudine negativa e aver completato il film di cui la trama, come si capirà, è il tratto meno importante. 
L’uomo che uccise don Chisciotte è un film sui “sogni perduti” del cinema; sulla sproporzione tra gli ideali della giovinezza e i compromessi dell’età adulta; un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi. Accusando le nefandezze dei nuovi oligarchi economici – rappresentati nel film da un magnate russo che fa il bello e il cattivo tempo con gli “schiavi” di cui controlla le vite –, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo. Una battaglia incarnata dallo “spirito” del Don Chisciotte, alto ideale da trasmettersi da un uomo all’altro, da una generazione all’altra, perché sempre rimanga desto. L’unica alternativa al non barattare la propria libertà e il proprio onore – sembra mostrare il film, in una morale un po’ inconclusiva – è perdere il senno e continuare a lottare contro i mulini a vento. Almeno la dignità è salva. D’altra parte, come poetava Carducci, “tu solo, o ideal, sei vero”.
Sarebbe però ingeneroso nei confronti di Terry Gilliam trovare una “morale” in questa picaresca avventura che alla fine, comunque, attesta che l’anima di un capolavoro della letteratura può sopravvivere davvero a tutto. 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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