Dramma

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IL CATTIVO POETA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/25/2021 - 08:18
Titolo Originale: Il cattivo poeta
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianluca Jodice
Sceneggiatura: Gianluca Jodice
Produzione: Ascent Film, Bathysphere Productions, Rai Cinema
Durata: 106
Interpreti: Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi

1936. Giovanni Comini, da poco promosso federale di Brescia è stato convocato d’urgenza a Roma da Achille Starace, segretario del Partito Fascista. Giovanni ha soggiornato a lungo all’estero, in Francia, ha mostrato anche velleità letterarie e sembra la persona giusta per un incarico molto speciale. Presentarsi al Vittoriale, sul lago di Garda, dove Gabriele D’Annunzio è in ritiro forzato da ormai 15 anni, nelle vesti di rappresentante del partito, pronto a soddisfare qualsiasi suo desiderio ma in realtà con l’intento di controllarlo: il Vate ha ancora un largo seguito ma ci sono troppi sospetti riguardo a un suo dissenso nei confronti della prossima alleanza fra Mussolini e Hitler. Giovanni lascia la sua sede di Brescia e la sua ragazza Lina e arriva al Vittoriale facendo conoscenza con il vasto staff che circonda il Vate. Non può ancora vederlo perché da tre giorni è rimasto rinchiuso nella sua camera...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
D’Annunzio è rappresentato per quello che sappiamo: libertino, dedito a un sesso senza freni, cocainomane ma nei confronti con il giovane federale mostra intatta la sua libertà di pensiero e un po’ di istinto paterno
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni nudi femminili integrali ma statici. Uso di cocaina. Scene di tortura senza dettagli
Giudizio Artistico 
 
Rigorosa ricostruzione degli ambienti e dei costumi degli anni trenta. Prestazione eccezionale di Sergio Castellitto nelle parte di D’Annunzio. Il personaggio del giovane federale risulta più sfumato e contraddittorio
Testo Breve:

Un giovane federale viene mandato al Vittoriale per spiare le intenzioni di Gabriele D’annunzio, ormai vicino alla fine. Una impeccabile ricostruzione della personalità del Vate, più incerta quella del giovane. In Sala

Questo film è stato preparato con molta cura. Molte riprese sono state fatte direttamente al Vittoriale così come a Piazza Venezia e altri ambienti “anni trenta” sono stati ricostruiti ispirandosi fedelmente agli originali. Le persone che hanno formato lo staff del Vate sono esattamente esistite e lo stesso federale Giovanni Comini fu realmente mandato al Vittoriale per controllare D’Annunzio. L’incontro a Verona fra Mussolini e l’eroe di Fiume si è svolto realmente e la frase attribuita a Mussolini: “D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si ricopre d’oro o lo si estirpa” fu pronunciata realmente. Il modo di parlare del poeta, le sue frasi sono frutto di un’accurata indagine fatta su i suoi diari e i suoi scritti. 

Questo rigore è risultato fondamentale per riportarci quasi fisicamente al 1936 e raccontarci l’incontro fra due uomini: un grande poeta al  crepuscolo che però ha ancora la capacità di cogliere i segni dei tempi e un giovane federale, convinto del valore del suo impegno politico ma che inizerà, a contatto con il vate,  a veder  vacillate le sue convinzioni.

Il regista e sceneggiatore Ganluca Jodice evita facili cortocircuiti storici, anche se forse sarebbero stati utili per conquistarsi il pubblico; di disegnare cioè un D’Annunzio antifascista. Una lunga sequesta è dedicata, attraverso il racconto di una delle protagoniste, a ricordare i 500 giorni magici della presa di Fiume nel 1919, “l’unica città al mondo governata da un poeta, dove non esistevano divieti nè gerarchie, si poteva divorziare e votavano persino le donne”.  Era quella l’epoca della Vittoria mutilata e indubbiamente D’Annunzio e Mussolini condividevano le stesse idee rivoluzionarie. Il contrasto nacque in seguito come correttamente riporta il film, sul tema dei rapporti con Hitler: con intuito da poeta e non da politico, il vate non vedeva nulla di buono dall’alleanza con quel “ridicolo nibelungo con il ciuffo calato alla Charlot”.

Il ricordo dell’impresa di Fiume ritorna in un incontro del Vate con i reduci di quel glorioso 1919: D’Annunzio, coerente con se stesso, non riesce a vivere in tempi mediocri e trasferisce il suo sgomento a quel gruppo sparuto di seguaci:  “Sono tempi dal cielo chiuso senza nessun indizio di certezza; la tristezza è così densa che non sappiamo più sollevarci a combattere contro l’oppressione”.

Analoghe melanconiche riflessioni vengono da lui espresse su quella che è l’essenza del suo vivere: lo scrivere: “Quando ti nasce un sentimento per qualcosa e una voglia insopprimibile di esprimerla, prendi la penna, scrivi,  poi ti accorgi che quello che avevi immaginato lì sulla carta sembra banale, stupido; il linguaggio rende estraneo ciò che è intimo. Così è per la politica; è il tradimento degli ideali, la buona fede e la passione autentica”.

Se la figura del vate è stato approfondito in tutte le sue sfaccettature e portato sullo schermo dalla “mostruosa” interpretazione di Sergio Castellitto, non possiamo dire lo stesso del federale Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè. Appare in alcune situazioni contraddittorio e ambiguo, indefinito. Giovanni si accorge con sdegno che nella sede del fascio di Brescia venivano svolti interrogatori-tortura ai sospettati ma è difficile pensare che lui, il capo del fascio locale, ignorasse cosa facevano i suoi gregari; la sua storia d’amore ha risvolti dolorosi ma dopo poche sequenze sembra che tutto sia stato assorbito e può così riprendere le sue normali mansioni. E’ il personaggio che è stato più liberamente “creato” ma risulta troppo profonda la differenza di spessore fra i due protagonisti. E’ indubbio che alcune sequenze siano state inserire per ricordare al pubblico che il fascismo fu pur sempre una dittatura ma le soluzioni adottare risultano un po’ forzate nel contesto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN MANI SICURE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/21/2021 - 19:41
 
Titolo Originale: Pupille
Paese: FRANCIA, bELGIO
Anno: 2018
Regia: Jeanne Herry
Sceneggiatura: Jeanne Herry
Produzione: Trésor Films, Chi-Fou-Mi Productions, StudioCanal
Durata: 110
Interpreti: Gilles Lellouche, Sandrine Kiberlain, Élodie Bouchez

Clara, una giovane studentessa di Brest, arriva trafelata all’ospedale perché è al termine del periodo di gravidanza. Al personale sanitario fa sapere che non intende allevare il bambino. Nasce Theo, un neonato bello e sano; Matilde, un’assistente sociale informa Clara che ha diritto all’anonimato e che ha due mesi di tempo per ritornare sulla sua decisione. Se deciderà definitivamente di non allevarlo, il bimbo sarà considerato un pupillo dello stato e il comune procederà ad avviare la pratica di adozione. Nei due mesi di attesa, il neonato viene affidato a Jean, un operatore familiare molto bravo. Intanto Alice, che non ha potuto avere un bambino dal suo compagno, ha fatto da otto anni domanda di adozione senza ancora aver potuto soddisfare il suo desiderio. La situazione è ulteriormente peggiorata perché nel frattempo si è separata ma le resta un filo di speranza perché la legge sulle adozioni in Francia è stata modificata e vengono accettate anche famiglie monoparentali….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esalta il valore assoluto di persona che spetta a un bambino appena nato e che merita la massima cura
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Tutti i protagonisti sono perfettamente nella parte; il regista e sceneggiatore Jeanne Herry usa uno stile molto personale, quasi documentaristico per trasmetterci le emozioni che si provano alla nascita di un bambino. Premiato con il Bayard d'Or per la miglior sceneggiatura e la miglior attrice (Élodie Bouchez) al Festival di Namur
Testo Breve:

Theo è nato ma la madre dichiara di   non volere né potere tenerlo; entra in scena lo staff del comune che con cura e professionalità avvia la scelta di chi potrà adottarlo. Il film fatto di tanti, piccoli ma emozionanti passaggi. Su Raiplay

Theo è nato: sta sempre con gli occhi aperti e guarda in silenzio il mondo intorno a sé. E’ lui il protagonista assoluto del film. Le infermiere prima, l’operatore sociale dopo, la mamma adottiva che ancora inesperta cerca di tenerlo in braccio, lo guardano tutti con infinita dolcezza e premura. Le operatrici familiari ricordano alle mamme inesperte che bisogna parlargli continuamente, non certo perché possa capire ma perché lui è in grado di cogliere le emozioni, l’affetto che esprimono le loro parole. Forse è troppo ma quando gli adulti si pongono in stupefatta ammirazione intorno a lui, è inevitabile ricordare la scena dei re Magi intorno al bambino Gesù.

Qualcuno ha detto che è la storia di un incontro fra una donna che desiderava essere madre e un bambino in cerca di una mamma oppure si pone in evidenza il dramma di una ragazza che ha deciso che non vuole e non può allevare il figlio che le è nato (decisione comunque saggia perché almeno non ha abortito). In realtà il perno della storia è solo lui, perché lui è da subito una persona che merita la massima attenzione. Si tratta di una priorità che traspare anche nel lungo processo di selezione alla ricerca della migliore famiglia adottiva: i selezionatori ci possono apparire anche crudeli quando scartano una coppia ma lo dicono chiaramente: il loro compito non è soddisfare una coppia che sente un vuoto nella propria vita ma trovare i genitori più adatti per Theo.   Adottare un figlio non è la stessa cosa che allevare il proprio: quando crescerà essi dovranno sostenere anche discussioni dove lui forse  griderà: “tu non sei mia madre!”. Il secondo protagonista non è una persona ma uno staff, quello dell’organizzazione comunale che si occupa di adozioni. C’è chi deve parlare con la madre che non vuole tenersi il figlio, chi si occupa di selezionare la coppia adottiva, chi si prede in cura il bimbo nei due mesi previsti per un eventuale ripensamento. Lo stile è lo stesso: con calma professionale la loro missione  non è influenzare le decisioni di nessuno ma accompagnarli in quei momenti così cruciali per la loro vita, sia per chi abbandona che per chi adotta. Ci vengono presentati anche spezzoni di vita privata (scorci della vita coniugale di Jean; l’amore non corrisposto di una delle operatrici; il lavoro a teatro di Alice) ma hanno ben poco peso nel complesso della storia. Il regista ha scelto un approccio quasi documentaristico ed evita perfino le tecniche più classiche della sceneggiatura: costruire un antagonista per aumentare la drammaticità della storia, sviluppare un crescendo che porti a un emozionante punto di svolta verso la fine: l’approccio è soprattutto contemplativo, cura nei dettagli concreti che proprio per il tema trattato, diventano tutti emozionanti.

Bisogna riconoscere che i film francesi attribuiscono sempre un grande valore a servizi pubblici di tipo umanitario: in Lo scafandro e la farfalla, il personale sanitario eccelle nella cura di un paziente paralizzato; nel Medico di campagna viene sottolineato il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto; in Essere e avere viene evidenziato  il prezioso lavoro di un coraggioso insegnante multiclasse in uno sperduto paese di montagna;  si potrebbe continuare. A quando anche in Italia un bel film sul tema delle adozioni?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MINARI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/11/2021 - 20:28
 
Titolo Originale: Minari
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Lee Isaac Chung
Sceneggiatura: Lee Isaac Chung
Produzione: Plan B Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Steven Yeun, Han Ye-ri, Alan Kim, Yoon Yeo-jeong

Negli anni ’80, la famiglia di origine coreana Yi si trasferisce dalla California all’Arkansas, vivendo in una casa su ruote in mezzo a un grande prato che andrà coltivato. E’ stato Jacob, il capofamiglia, a programmare questo trasferimento. Con i soldi che ha messo da parte dopo anni passati, con sua moglie, a fare il sessatore di pulcini, vuole intraprendere il mestiere di agricoltore. Il suo obiettivo è chiaro: ogni anno emigrano negli Stati Uniti almeno 30.000 coreani e lui vuole fornire prodotti tipici della loro cucina. La moglie Monica non è convinta: si trovano troppo lontani dal primo centro abitato e ciò costituisce un rischio perchè il loro piccolo David soffre di cuore e dovrebbero aver bisogno di correre all’ospedale. Dopo lunghe discussioni fra marito e moglie, il compromesso: decidono di far venire dalla Corea del sud Soon-ja, la madre di Monica, in modo che possa accudire i bambini mentre loro sono al lavoro. Ma David non vuole passare la giornata con la nonna e Jacob sta investendo tutti i suoi risparmi senza ancora poter vedere alcun premio alle sue fatiche…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In famiglia ogni decisione ha effetti che si riversano su tutti i componenti, non si può mai decidere per se stessi ma per il bene complessivo di tutti. Una lezione universale ben spiegata da questo film
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista e sceneggiatrice Lee Isaac Chung alterna con abilità commedia a tragedia scolpendo i personaggi uno a uno, senza che alcuno prevalga sugli altri. Golden Globe 2021 come miglior film in lingua straniera; Oscar 2021 a Youn Yuh-jung come miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Jacob si sente pronto a investire in agricoltura ma i risultati tardano a venire e la moglie non ama vivere in mezzo alla campagna.  Il film ci mostra le piccole grandi cose che possono accadere in ogni famiglia

Se si desidera gustare un film/Serial TV dove vengano risaltati i valori familiari, dove la solidarietà in famiglia resta l’unica vera soluzione per affrontare qualsiasi frangente negativo, non resta che rivolgersi alla produzione orientale (Giappone, Corea, Cina) o a film realizzati in USA ma da sceneggiatori e registi di origine orientale (Father and Son, Ritratto di famiglia con tempesta, The farewell- una bugia buona, Un affare di famiglia, tutti i capolavori di Yasujiro Ozu..) . Non c’è scampo: le produzioni occidentali, quando trattano il tema della famiglia, molto spesso ci raccontano di una coppia in crisi, vicina al divorzio. Nella nostra impostazione ci sono sempre due individui, un lui e una lei che cercano si, di individuare ciò che li può tenere uniti, ma prima di tutto c’è la realizzazione di loro stessi. Nei lavori orientali c’è la famiglia: ogni componente sa di appartenere a una realtà vivente che li ingloba e che ha la priorità.

Solo così si può spiegare come sia stato possibile realizzare un film come Munari dove molte sequenze sono state spese a raccontare come il piccolo David non gradisca l’arrivo della nonna (dormono nella stessa camera) e come la nonna compia molti tentativi per rendersi simpatica. Si tratta di un tema assoutamente banale ma nel contesto di Munari è importante perché l’armonia in famiglia costituisce l’obiettivo primario. Ciò è tanto più vero se a discutere sono marito e moglie quando non riescono ad avere la stessa visione del futuro della famiglia; in realtà il film saprà dimostrare, in una escalation di tensione, come non ci sia niente che valga di più, sempre e comunque, dell’unione familiare.  Il profilo del confronto fra Jacob e Monica ha un valore universale ed è quello che si può trovare nella realtà di ogni famiglia di ogni latitudine: è giusto aspirare a un maggiore benessere per la famiglia, rischiando un po’oppure è meglio restare sul sicuro in un ambiente conosciuto, facendo le modeste cose che si sanno fare? Una decisione tanto più pesante in quanto non si sta decidendo del proprio destino, ma anche degli altri componenti della famiglia. Il film, che alterna momenti sereni ad altri di grande tensione, ci mostra un Jacob un po’ velleitario che si muove impacciato in una realtà che non conosce affatto.

Il film allarga l’orizzonte agli sforzi che compie la famiglia Yi per socializzare con i vicini ma in questo caso non c’è nessuna ombra di discriminazione e a parte la battuta di un ragazzino del luogo che domanda al piccolo David: “Perché hai la faccia piatta?” , ricevono una calorosa accoglienza nella  locale comunità cristiano-evangelica, la stessa fede professata da Jacob e la sua famiglia.

E’ proprio sul tema religioso che l’autrice si permette di fare un po’ d’ironia, tramite il personaggio del bracciante Paul che benedice qualsiasi attività, piccola o grande che debba venir intrapresa e vede il diavolo dappertutto e provvede subito a esorcizzare. Jacob crede invece che solo con l’uso della ragione potrà risolvere i suoi problemi ma poi finisce per restare disilluso e neanche con il suo metodo riesce a trovare l’acqua necessaria all’irrigazione.

Il film scorre così fra commedia e tragedia e se non è mai prevedibile quello che domani, di buono o di brutto, ci può accadere, l’importante che ogni evento venga affrontato tutti insieme

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOMADLAND

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/09/2021 - 08:24
Titolo Originale: NOMADLAND
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Chloé Zhao
Sceneggiatura: Chloé Zhao
Produzione: Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions
Durata: 107
Interpreti: Frances McDormand, David Strathairn, Linda May

Fern, dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava e dopo la perdita del marito a seguito di una lunga malattia, parte con il suo van (che chiama Avangard) per vivere da nomade fra le pianure e i deserti più sperduti d’America. Per qualche breve periodo lavora, poi riparte per esplorare nuovi luoghi e conoscere nuove persone, le loro storie, i loro sogni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone ferite negli affetti o colpiti da una sorte avversa cercano di aiutarsi a vicenda e fare comunità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una storia un po’ triste non adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un poderosa Frances McDormand (al suo terzo Oscar) guida la storia ma la regista e sceneggiatrice Chloé Zhao ha saputo costruire panorami, incontri, eventi in perfetta assonanza con i suoi gesti discreti, con la sua trattenuta maliconia, uno spleen che pervade tutta la narrazione
Testo Breve:

La crisi del 2008 ha portato tante persone a vivere di nomadismo cercando lavoro dove capita. Fra loro c’è anche Stern, una donna che ha perso il marito. Un viaggio alla ricerca di ciò che è essenziale per vivere, nella materia come nello spirito. In Sala e su Disney+

“I’m not homeless, I’m houseless” (si potrebbe tradurre “non sono una senza tetto, sono senza casa”): una battuta che in italiano perde la sottile sfumatura che la lingua inglese riesce a dare nel distinguere home (la casa intesa come luogo degli affetti e delle relazioni familiari) da house (la casa come edificio in muratura), ma che nel film è di fondamentale importanza. Il lungo viaggio della protagonista, infatti, è segnato proprio di incontri con numerose persone e con le loro storie. Un viaggio su strada che diventa metafora della vita: non esistono addii per sempre… ci vediamo lungo la strada si sente dire Fern da Bob, un uomo che come lei ha fatto del nomadismo la sua vita e ha radunato attorno a sé molte persone che hanno fatto la sua stessa scelta.

Un film meritatamente pluripremiato: tre Oscar (miglior film, miglio regia, miglior attrice protagonista), Leone d’Oro al Festival di Venezia (miglior film), due Golden Globe (miglior regia e miglior film drammatico) solo per citare i più famosi.

Basato sul libro reportage della giornalista Jessica Bruder, lo stile di regia è quasi documentaristico. Se la protagonista, la bravissima Frances McDormand (che con questo film si aggiudica il suo terzo premio Oscar), è un’attrice professionista, molte delle persone da lei incontrate invece sono dei veri “nomadi” statunitensi. Non è stata una scelta la loro, ma le circostanze della grande recessione del 2008 li ha costretti a questa vita: qualche sporadico lavoretto per mettere da parte qualcosa, un van che diventa una casa con poche cose essenziali, le intemperie che possono essere un serio problema di sopravvivenza, i guasti tecnici che mettono seriamente in crisi l’esito degli spostamenti.

Una vita dura che porta a dissimulare i propri sentimenti: significativo come in pochissime situazioni venga mostrata la commozione di un saluto o l’emozione nel raccontare la propria storia. Un’apparente serenità campeggia sempre sui volti dei personaggi, quasi a non voler mostrare la tanta sofferenza del cuore.

I numerosi primi (o primissimi) piani e i dialoghi commossi danno allo spettatore un grande senso di partecipazione alle storie che si sentono raccontare: vite di persone che hanno visto infrangersi il loro sogno americano e che hanno fatto dei van le loro case e delle vaste pianure i loro luoghi d’incontro e di condivisione.

Non solo la regista e la protagonista, ma anche la maggior parte delle persone di cui conosciamo la storia sono donne: sole, con esistenze complesse e cariche di sofferenza, ma resilienti, belle non perché particolarmente attraenti ma perché ricche di una femminilità e di un’interiorità che emergono in ogni loro azione e in ogni loro dialogo.

Anche il tema della morte trova ampio spazio nel racconto: trattato sempre con grandissima delicatezza, pur nella sua drammaticità. Persone care morte nel passato: Bo (il marito di Fern), il figlio di Bob Wells, la moglie di Dave… ma anche il pensiero che la propria morte sarà l’occasione per continuare il proprio viaggio e incontrare di nuovo le persone salutate lungo la strada.

Fotografia e colonna sonora elevano ulteriormente la qualità pellicola. I paesaggi e un commento musicale sempre discreto permettono di apprezzare ancora di più le vicende narrate: numerose le panoramiche delle pianure statunitensi in momenti particolari della giornata, con colori vivaci e luminosi. Interessante la scelta di mettere orizzonti sempre interrotti: catene montuose, foreste, … “ostacoli” che chiudono la visuale. Uno sguardo che è sempre limitato, che non può abbracciare tutto. Forse, un po’ come le decisioni della protagonista: il desiderio di mantenere la propria indipendenza e libertà, l’abbracciare come stile di vita quella che inizialmente è stata una scelta obbligata, la portano presto a fare i conti con i limiti stessi di questo stile di vita. Per poter restare quello che è, paradossalmente, deve rinunciare a tutto, anche a degli affetti (la proposta che la sorella le fa di vivere in casa sua, la proposta di Dave, un altro nomade che desidera tornare a piantare radici e rifarsi una vita insieme con lei).

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DISERTORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/21/2021 - 22:19
Titolo Originale: Der Überläufer
Paese: Polonia, Germania
Anno: 2020
Regia: Florian Gallenberger
Sceneggiatura: Bernd Lange, Florian Gallenberger
Durata: 2h,53'
Interpreti: Jannis Niewöhner, Małgorzata Mikołajczak

Nell’estate del 1944, in Pomerania, il giovane Walter Proska lascia la tenuta agricola dove è vissuto fino a quel momento con la sorella e il genero per arruolarsi nella Wehrmacht. La sorella cerca di dissuaderlo in ogni modo ma lui ritiene sia suo dovere arruolarsi. In viaggio sul vagone di un treno merci, lascia salire una donna, che sta cercando un passaggio. Si chiama Wanda ed è polacca. Fra loro due nasce subito una simpatia ma poi Wanda si allontana precipitosamente perché il treno sta per essere ispezionato. Walter guarda incuriosito un barattolo che lei ha lasciato, contenente, secondo quanto le ha detto la ragazza, le ceneri di suo fratello. Al passaggio su di un ponte, lancia il contenitore nel fiume sottostante ma ciò scatena una poderosa esplosine. Quindi lei era una terrorista polacca che aveva intenzione di far saltare quel treno tedesco…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ ben descritto il desiderio dei due protagonisti innamorati di vivere insieme una vita pacifica, ma il trasformismo di Walter non appare come mosso da nobili ideali, quanto una diretta ricerca della sopravvivenza
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di nudi statici. Accenni indiretti a comportamenti violenti e a torture
Giudizio Artistico 
 
Buona performance dei protagonisti. L’ampio arco narrativo appare a volte troppo ambizioso per raccontare pienamente i drammi del popolo tedesco prima e dopo la guerra
Testo Breve:

Il contadino Walter è stato arruolato nella Wehrmacht  a luglio del ’44, quando ormai la sconfitta risulta inevitabile. L’amore per una donna, le violenze compiute dai suoi comandanti mettono a repentaglio la fedeltà al suo paese. Un altro ethical drama destinato a far discutere. Su Raiplay

Questo film è ricavato da un libro che ha una storia insolita. Der Überläufer  è stato scritto da Siegfried Lenz, considerato uno fra gli scrittori più importanti della letteratura tedesca, ma non trovò mai un editore finchè Lenz fu in vita. Fu pubblicato solo nel 2016, due anni dopo la sua morte. Nonostante il trascorrere del tempo costituisca la cura migliore per lenire certe ferite del passato, raccontare la storia di un disertore che per di più si unisce alle truppe russe in Polonia, era, ai tempi della guerra fredda,  da considerarsi un pugno nello stomaco. In altri romanzi Lenz aveva affrontato il tema dell’identità della Germania dopo la seconda guerra mondiale e l’eredità del nazionalsocialismo e in effetti parlare della crisi di coscienza di un giovane che si convince dell’inutile crudeltà della guerra fino a disertare è sicuramente un tema delicato che Lenz conosce bene, visto che lui stesso aveva disertato dalla Kriegsmarine per 1943 per rifugiarsi in Danimarca.

Il film ha un arco narrativo molto lungo (300’ è la durata del film e in orgine era una miniserie in due puntate) perché dopo le vicende di Walter come soldato tedesco, la storia prosegue nella Berlino dell’Est dove il giovane è costretto dai russi a contribuire alla socializzazione forzata del paese e infine, anni più tardi, lo ritroviano nelle Berlino Ovest come tranquillo borgese con prole che beneficia del boom economico. Si tratta quindi di un progetto ambizioso che cerca di cogliere, seguendo le vicende di Walter, le trasformazioni della Germania alla fine della guerra e nel primo dopoguerra. Per fortuna il regista Florian Gallenberger e lo sceneggiatore Bernd Lange non hanno voluto strafare e lo spettatore riesce ad appassionarsi alle vicende del protagonista, senza sentirsi coinvolto in un trattato di sociologia e storia. Procediamo anche noi con ordine, analizzando prima l’amore fra Walter e Wanda e poi il tema, squisitamente etico, della leicità della diserzione in situazioni particolari.

“Cosa faresti adesso se la guerra non fosse mai cominciata?” - domanda Wanda mentre entrambi sono sdraiati, in perfetto, intimo abbandono, su di un vasto prato. Walter ci riflette un po’: “Starei in un ufficio seduto alla scrivania a disegnare la planimetria di una casa e i fine settimana li passerei da mia sorella e andrei a cavallo. “E tu cosa faresti?” chiede a suo volta Walter; “Io canterei” è la risposta. La storia d’amore dei due protagonisti è molo bella; in mezzo a una guerra che impone solo odio, sangue e morte, due giovani che militano su fronti opposti sentono la grande voglia di vivere e di essere felici, sperando solo di poter godere di quelle piccole abitudini che si formano in una vita trascorsa assieme. La fisicità dei loro incontri amorosi, espressa con la nudità dei loro corpi, esprime bene la forza di una natura che reclama con imperio l’osservanza alle sue leggi, in particolare quella legge del desiderio, fonte di felicità e di nuova vita. Un amore molto più concreto di quelllo della coppia di Cold War, anche loro in movimento continuo fra Europa dell’Est e dell’Ovest, che aveva alimentato un amore sublimato, incapace di calarsi nella banalità del quotidiano.

Il tema della diserzione è invece molto più delicato. Il nostro Walter non è certo un eroe, è portato istintivamente alla non violenza e al rispetto degli altri ma sembra quasi attendere da qualcuno più saggio di lui il suggerimento su come comportarsi. Si lascia convincere dal compagno di plotone a disertare in nome di un pacifismo un po’ generico, per poi trovarsi ad aiutare prima le truppe russe che in fatto di crudeltà non sono da meno della Wehrmacht e poi, durante la costruzione della Germania socialista, nell’odioso mestiere di delatore di chi non abbraccia le nuove idee.  Non ci troviamo di fronte a Franz Jägerstätter, ricordato in La vita nascosta, umile contadino austriaco che rifiuta la chiamata alle armi in nome della sua fede cattolica o al pacifismo, profondamente sentito, del protagonista di La battaglia di Hacksaw Ridge. Possiamo parlare piuttosto di ricerca della sopravivenza, di un desiderio di fuga dal non senso di popoli che si combattono fra loro per ideali che prevedono l’annullamento di tutto ciò che è umano per la costruzione di società che nulla hanno di umano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I NOSTRI CUORI CHIMICI - CHEMICAL HEARTS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/08/2021 - 11:09
Titolo Originale: Chemical Hearts
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Richard Tanne
Durata: 94
Interpreti: Lili Reinhart, Austin Abrams:

Henry Page è uno studente dell’ultimo anno delle superiori, carattere introverso, appassionato di scrittura. Nella sua scuola arriva Grace Town: ragazza misteriosa, lettrice di poesie, zoppicante, cammina con il sostegno di una stampella e con la paura di guidare. Insieme si trovano a co-dirigere il giornalino della scuola. Insieme fanno lunghe camminate e chiacchierate. Lui se ne innamora, lei corrisponde in qualche modo, ma a volte è schiva e silenziosa. Per lui è la prima storia d’amore seria; lei, invece, ha una bellissima storia pregressa finita in modo tragico. Henry vivrà il suo ingresso nell’età adulta, per Grace sarà l’occasione di elaborare il suo lutto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta la genesi di un amore fra due adolescenti ma la vita è affrontata con sofferenza, incupita dall’ipotesi che ciò che sentiamo è frutto di pure reazioni chimiche
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di un rapporto sessuale fra due giovani senza nudità, ma con dettagli sul preservativo impiegato, un bacio lesbico, linguaggio scurrile, uso di stupefacenti, viene affronta verbalmente la tematica del suicidio. Secondo Prime Video: 16+
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei due protagonisti Lili Reinhart e Austin Abrams: grazie all’aiuto di ottimi dialoghi riescono a farci partecipi di una tormentata storia d’amore
Testo Breve:

fra Henry e Grace, che partecipano alla redazione del giornalino scolastico, l’amore sboccia inesorabilmente ma lei deve cacciare i fantasmi del suo passato. Un film che sottolinea come l’adolescenza possa trasformarsi in una stagione vissuta con sofferenza. Su Prime Video  

Un accostamento forse inconsueto quello operato dal film fin dal suo incipit e che spiega perché abbiamo dei “cuori chimici”: secondo la sorella di Henry, l’amore attiva una serie di meccanismi fisici e psicologici molto simili a quelli che scatena una qualsiasi dipendenza. Sostanze come dopamina, adrenalina invadono il nostro cervello e attraggono il nostro corpo verso un altro.  Il risultato è che essere adolescenti è doloroso perché si provano dei sentimenti difficili da sopportare. Le conclusioni sono tragiche, secondo le parole di Grace: “Gli anni dell’adolescenza sono un limbo dove ti trovi a metà strada fra essere un bambino è un adulto. Gli adulti sono soltanto dei bambini con le cicatrici, sopravvissuti a quel limbo”. Si tratta di una posizione scientista e tragicamente romantica allo stesso tempo, che apparentemente sembra dare risposta a tutto: innamoramento, sbalzi d’umore, senso di vuoto quando si perde l’affetto di qualcuno… ma che viene poi smentita dal film stesso. La chimica dei fenomeni della maturazione umana, infatti, non rende sufficientemente merito alla ricchezza del mondo emotivo con cui ogni persona deve fare i conti durante la sua vita.

Questo teen drama, tratto dall’omonimo libro del 2016 scritto da Krystal Sutherland, racconta la storia di due ragazzi che “terminano” la loro adolescenza per entrare nel mondo adulto: un passaggio necessario, pur restando complesso, articolato, che chiede anche lo sforzo uscire da un passato doloroso.

Amici, famiglia e amori: le componenti che non possono mancare in un teen movie.

Cominciando dai primi. Per Henry sono un punto di riferimento imprescindibile, non lo stesso per Grace che, essendo arrivata da poco in città, non si è ancora costruita una cerchia di confidenti e, dal suo atteggiamento un po’ riservato e un po’ scontroso, sembra non cercarne. L’interpretazione dei giovani protagonisti è davvero ottima: la sintonia tra i vari personaggi, la resa dei diversi sbalzi d’umore, la complicità e l’intesa… ogni elemento viene messo in risalto.  

Le due famiglie principali, quella di Henry e quella di Page, sono molto diverse. La prima è una famiglia solida: due genitori che si sono conosciuti al tempo del liceo, che come allora si amano ancora. Hanno una figlia, oltre al protagonista. Il ragazzo percepisce la loro storia come perfetta e senza problemi, Una situazione che contrasta con la tempesta che il ragazzo sta vivendo. Se Henry si sente incompreso da loro, fa eccezione la sorella maggiore, a sua volta delusa da una storia d’amore, con la quale riesce a confidare le sue pene d’amore. La famiglia di Grace, invece, non sa bene come gestire il trauma della figlia e si trova impotente davanti a tanto dolore.

Nell’ambito dell’amore, infine, numerose sono le sfaccettature presentate. L’amore stabile e solido dei genitori dei ragazzi; l’innamoramento di Henry per Grace, fatto di trasporto, di dialogo, di attrazione fisica (viene portato sullo schermo anche un rapporto sessuale, senza però indugiare su nudità). Infine l’amore segnato dal lutto improvviso, con tutti i suoi rimorsi e sensi di colpa in chi resta.

Se numerosi, recentemente, sono stati i film teen sulla malattia e sulla morte, particolarmente interessante è questa pellicola perché mostra in modo molto realistico la fase dell’elaborazione del lutto. Nella maggior parte dei sick-lit movie, dopo la morte di uno degli innamorati compare spesso la scritta: qualche tempo dopo / alcuni mesi dopo / alcuni anni dopo… apprezzabile qui la scelta del regista di raccontare proprio quel tempo in cui è necessario imparare a convivere con l’assenza della persona amata per cercare di andare avanti.

Scelta che fornisce l’opportunità anche di approfondire i caratteri e le relazioni dei personaggi: non si sta parlando certamente del cinema verità, ma di una pellicola che restituisce al pubblico dei personaggi con uno spessore umano davvero significativo e verisimile.

Il giudizio +16 attribuito al lungometraggio è coerente con i suoi contenuti, non adatti ai più piccoli sia per quanto detto finora che per il linguaggio in alcuni tratti scurrile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FLORA & ULISSE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/07/2021 - 07:51
 
Titolo Originale: Flora & Ulysses
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Lena Kahn
Sceneggiatura: Brad Copeland
Produzione: Walt Disney Pictures, Netter Productions
Durata: 95
Interpreti: Matilda Lawler, Alyson Hannigan, Ben Schwartz

Flora ha dieci anni e ha, anzi aveva, una grande passione per i fumetti, in particolare per i supereroi creati da suo padre. Ora però, tante cose sono cambiate: i genitori si sono separati, suo padre è stato costretto a impiegarsi come magazziniere di un supermercato perché i suoi fumetti non trovano un editore e sua madre, scrittrice di romanzi d‘amore, ha smarrito la sua vena creativa.

Per tutte queste ragioni Flora si autodefinisce una cinica: sa che i supereroi esistono solo nella fantasia e si sforza di guardare la realtà così com’è, senza sognare o sperare nulla. Un giorno, salva uno scoiattolo che è stato aspirato da un robot da giardino. Lo porta con sé in casa e con sua grande meraviglia l’animaletto, chiamato Ulisse, riesce a comunicare con lei e ha dei superpoteri. Forse si può tornare a credere nei supereroi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Viene chiaramente espressa la tristezza di una famiglia separata, a cui fa da contrasto la gioia di una famiglia che resta unita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista è molto efficace nelle divertenti sequenze slapstick ma tende troppo a filosofeggiare sui casi della vita
Testo Breve:

Flora, di 10 anni, è triste perché i suoi genitori si sono separati ma la scoperta di uno scoiattolo dotato di superpoteri avrà una benefica influenza su tutta la famiglia. Un sereno family-film per tutti con il difetto di voler filosofeggiare su tutto ciò che accade. Su Disney+

“C’è chi pensa che la vita sia come un fumetto, piena di meraviglie, di eventi miracolosi e di famiglie che restano unite. Ma io sono cinica: i supereroi esistono solo nella fantasia. Però non è facile smettere di sperare”. E’ quanto pensa Flora all’inizio del film e questa sua riflessione caratterizza bene il tipo di racconto che si sta sviluppando. Da una parte stiamo partecipando a un family- film a cui non mancherà un inevitabile lieto fine, arricchito di molti richiami ai supereroi Marvel (con l’uso di affascinanti disegni, formato cartoon) ma dall’altra quella frase: “io sono cinica” rivela il taglio un po’ intellettuale che viene dato allo sviluppo (avete mai sentito dire, da una bambina di 10 anni; “io sono una cinica”?).

Il racconto dà ampio spazio alle avventure dello scoiattolo Ulisse e le parti più divertenti sono proprio le sequenze slapstick causate dai guai che l’animaletto finisce per creare ma in parallelo continuano le riflessioni un po’ filosofiche dei protagonisti: “Le nostre vite prima –commenta Flora ricordando i bei tempi, quando la loro era una famiglia unita – erano piene di magia” e anche il padre osserva malinconico che: “Anch’io credevo che la vita fosse un fumetto, pieno di magia e di meraviglie ma non è così; la magia non esiste. Ci illudiamo che esista perché il mondo non sembri privo di speranza”.

Per fortuna è proprio questo scoiattolo dotato di superpoteri che funge da grimaldello per i cuori dei protagonisti e che consente loro di scoprire dove si trova la vera magia. La stessa mamma, sconfortata per non trovare più la giusta ispirazione per scrivere, scopre che è sua figlia “il mio vero successo: il mondo è pieno di magia se ci sei tu qui davanti a me”. Si arriva alla fine a un messaggio di valore universale. “Invece di sperare devi osservare, perché quando lo farai vedrai quanta meraviglia c’è nel mondo e non sarai più cinico”: commenta Flora

Il film ha una struttura semplice e può esser seguito anche dai più piccoli che possono divertirsi con le peripezie acrobatiche dell’animaletto e con i disastri che riesce a combinare (per animare il racconto c’è anche una guardia forestale che cerca di catturarlo). Anche per i più grandi, il messaggio positivo sul valore dell’unità familiare emerge con chiarezza. Lo spettatore deve solo esser comprensivo quando troppo spesso viene violata la regola del “show, don’t tel”) e l’autore ha il vizietto di enunciare, con parole, la sua filosofia di vita.

A un certo punto un coetaneo di Flora le fa leggere un brano preso da una poesia di Rainer Maria Rilke. Avete mai sentito un ragazzo/a di dieci anni che legge con passione questo poeta austriaco?

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUELLO CHE TU NON VEDI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/01/2021 - 09:44
 
Titolo Originale: Words On Bathroom Walls
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Thor Freudenthal
Sceneggiatura: Nick Naveda
Produzione: Leone Film Group, LD Entertainment, Kick he Habit Productions
Durata: 111
Interpreti: Charlie Plummer, Andy Garcia, Taylor Russell

Adam è un ragazzo introverso, coltiva la passione della cucina e vuole diventare chef. A metà dell’ultimo anno viene espulso dalla sua scuola per un incidente causato durane un esperimento di chimica: incidente causato da alcune visioni e voci che lo accompagnano nei momenti meno opportuni della sua vita. Il protagonista, infatti, è schizofrenico. La madre decide di iscriverlo ad una scuola privata cattolica per permettergli di conseguire il diploma e quindi realizzare il suo sogno. Unitamente al cambio della scuola, Adam viene preso in cura da uno psichiatra che attraverso i medicinali gli permette di condurre una vita migliore. Nella nuova scuola si innamora di Maya, la ragazza più intelligente dell’istituto. Si trova, però, costretto a decidere se continuare a tenere segreta la sua malattia oppure rivelarla e farsi aiutare anche da lei per affrontarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo riesce a convivere con le allucinazioni della sua mente schizofrenica grazie a una calda amicizia (che diventerà poi amore), il sostegno dei genitori e saggi e comprensivi insegnanti. Un accenno discreto al valore della fede e della preghiera
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio abbastanza volgare e alcune scene dai toni un po’ troppo paurosi, rendono il film adatto a partire dagli adolescenti.
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvantaggia dell’ottima interpretazione di Charlie Plummer nelle vesti del protagonista Adam e la regia riesce, con alcune originali soluzioni, a far coinvolgere lo spettatore nelle allucinazioni di una mente schizofrenica
Testo Breve:

In una high school privata cattolica, si incontrano Adam, un adolescente che soffre di schizofrenia e Maya una ragazza intelligente ma di famiglia povera. L’accettazione e il controllo del suo stato, passano per Adam, attraverso l’affetto dei genitori, un amore che sboccia e un insegnante-sacerdote comprensivo. Un film ben sviluppato su Prime Video.

“Se sei un ragazzo col tumore, le persone non vedono l’ora di venirti in soccorso, sono tutti ansiosi di esaudire qualsiasi desiderio tu abbia, ma quando sei schizofrenico non vedono l’ora di farti diventare il problema di qualcun altro ed è per questo che poi finiamo per strada urlando al niente, aspettando la morte: nessuno vuole esaudire i nostri desideri”. Questo breve monologo riesce ad esprimere molto bene la differenza che c’è tra questo film e tra le tante pellicole apparentemente omologhe del genere sick-lit (ovvero lungometraggi dove il plot è dettato dal decorso di una malattia): Colpa delle stelle, A un metro da te, I passi dell’amore, …

Diversa malattia e diverso modo di trattarla (cinematograficamente parlando). La sceneggiatura, infatti, riesce ad equilibrare molto bene diverse componenti: alcuni tratti umoristici, altri seri, alcuni momenti romantici e altri drammatici. Il tutto con grande delicatezza.

Numerosi messaggi positivi vengono lanciati al pubblico.

In primo luogo, mostra come il curare qualcuno non sia solamente somministrare dei medicinali. Anche gli affetti sono un elemento essenziale, l’amore può essere terapeutico soprattutto con patologie di questo tipo. Più volte, inoltre, viene ripetuto che le persone non sono le loro malattie. Quanto Adam arriverà a dire di sé stesso (“Adam è Adam, non è la sua schizofrenia”) è una verità valida non solo per lui, ma per chiunque si trovi in una situazione di sofferenza fisica e mentale. Infine, Adam capisce che da solo e con i soli medicinali non può farcela, ha bisogno della sua famiglia e di chi gli vuole bene. L’isolamento, il tenere nascoste le cose, la vergogna di fronte alla sofferenza rendono solo più grande il dolore e più drammatica da affrontare la situazione.

L’interpretazione dei protagonisti è particolarmente convincente: primo fra tutti Charlie Plummer (Adam), capace di servirsi di registri di humor nero, romantico, drammatico… senza mai essere sopra le righe e senza mai cercare la commozione o la pietà del pubblico. Anche la co-protagonista, Taylor Russell racconta bene la sua battaglia: ragazza intelligente ma di famiglia povera, deve inventarsi mille lavoretti (leciti o illeciti) per mantenere la sua iscrizione in una high school privata.

Una menzione significativa, tra i personaggi, la merita Andy Garcia che interpreta padre Patrick, il prete della scuola cattolica dove Adam e Maya sono iscritti.  Adam ama accostarsi al confessionale, non perché sia credente ma perché riesce in questo modo a chiedere consigli su come comportarsi, in modo discreto. Don Patrick è molto bravo in questo: non forza il ragazzo ad ascoltare un indottrinamento religioso che risulterebbe fuori luogo ma cerca di avvicinarsi a lui e ai suoi problemi con comprensione e calda umanità. Meno bene vengono presentate le suore che gestiscono la strutta educativa: nel consueto cliché di anziane rigide e intransigenti.

Per far partecipare anche il pubblico della malattia mentale di Adam, alcune scelte registiche e di effetti speciali colgono il segno: la voce molto grave e la nebbia nera che avvolge ogni cosa, trasmettono l’angoscia vissuta dal protagonista in alcuni momenti. Anche la personificazione dei tre stati d’animo (la rabbia, le pulsioni sessuali, la riflessività), senza mai scadere nella banalità, rende partecipe il pubblico del mondo interiore di Adam e del modo in cui questo influenza o disturba la sua vita. La scelta, infine, degli sguardi diretti in camera da parte del protagonista quando va alle sedute dello psicologo, rafforzano il coinvolgimento di chi guarda, senza però metterlo a disagio.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COSA MI LASCI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/25/2021 - 16:52
 
Titolo Originale: I Still Believe
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Andrew e Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Jon Gunn
Produzione: Kingdom Studios
Durata: 115
Interpreti: KJ Apa, Britt Robertson

Jeremy Camp, giovane studente e musicista dell’Indiana, si trasferisce in California per il College. Lì, tra i tanti studenti, conosce Jean-Luc (con cui condivide la passione per la musica) e Melissa, giovane del primo anno come lui. Se ne innamora fin da subito ed inizia a frequentarla. Dopo qualche tempo, lei scopre di avere un tumore in stadio abbastanza avanzato. Si fa operare e, dopo l’operazione, visto che le cose sembrano andare meglio, i due decidono di sposarsi. Durante il viaggio di nozze, però la malattia riappare in tutta la sua gravità. Nel giro di qualche mese la giovanissima Melissa muore. Jeremy passerà un periodo molto difficile che riuscirà a superare grazie alla sua fede cristiana e racconterà la sua storia attraverso le sue canzoni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore fra un uomo e una donna, la fede in un Dio misericordioso sostengono la coppia nel dramma che debbono affrontare
Pubblico 
Adolescenti
Il racconto di una grave malattia potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La buona interpretazione dei due protagonisti attenua i problemi che scaturiscono dall’impostazione del racconto che finisce per affrontare troppe tematiche senza portarle al loro pieno sviluppo
Testo Breve:

Lui e lei si incontrano al college, si innamorano, si sposano ma poi lei muore. La storia vera di un giovane che ha usato le sue doti musicali per raccontare a tutti la sua esperienza di amore e di fede. Una storia commovente un po’ soffocata da un eccesso di filoni narrativi aperti. Su PrimeVideo

Un’altra storia di adolescenti dove la malattia fa capolino e trasforma la vita, dove la fede aiuta a superare il dolore e il buio della morte. Omologo al recente Nuvole (anche se, in quest’ultimo, è il protagonista maschile che si ammala e muore), questo film fa conoscere un tratto della vita di un cantautore di rock cristiano molto affermato negli Stati Uniti (Jeremy Camp ha pubblicato undici album, ha vinto cinque GMA Dove Awards, tre nomination all’American Music Awards e un Grammy Award come “miglior album Pop/Contemporary Gospel” nel 2010).

Numerosi i valori positivi che la pellicola propone al pubblico: l’innamoramento e il fidanzamento vissuti nel rispetto reciproco e nella capacità di attendere. L’amicizia come valore portante per la nostra vita. La famiglia come sostegno e supporto, soprattutto nei momenti più difficili. La musica come strumento per trasmettere messaggi positivi. La fede come aiuto, anche nel dolore e nello sconforto di fronte alla morte.

Dopo il primissimo e strappalacrime Love Story, sono ormai numerose le opere che appartengono al cosiddetto filone Sick Lit: dai serial Tv (Braccialetti rossi) ai lungometraggi (I passi dell’amore, A un metro da te, Il sole a mezzanotte, il già citato Clouds-Nuvole) solo per elencare i più recenti. Il valore aggiunto in questo Christian film, rispetto agli altri, è proprio la fede: fede non come rifugio o vana consolazione di fronte all’esito ineluttabile degli eventi, ma sguardo capace di dare speranza e forza per affrontare con consapevolezza le dure esperienze della vita. La lettera che Melissa scrive a Jeremy invita a riflettere proprio in questa direzione: la serenità e la pace con cui sono stati affrontati tutti i momenti difficili sono state un dono dall’Alto per non lasciarsi andare alla disperazione, ma per affrontare con forza i momenti più difficili.

Sfortunatamente è proprio la grande, troppa ricchezza di contenuti, a danneggiare il film. La fede e la musica sono poco più che accennati, i rapporti familiari vengono presentati ma non approfonditi, il rapporto tra Jeremy e Melissa conosce uno sviluppo ma solo nel finale si comprende la portata del loro amore. Alcuni personaggi praticamente “spariscono” durante lo svolgersi della narrazione.

 

Il lungometraggio ha un’apertura che sembra preludere ad un biopic: la storia di un giovane e promettente cantautore che parte per il College per studiare e per sviluppare la sua passione per la musica. Arrivato a destinazione, si apre una storia d’amore: inizia come un triangolo amoroso (per l’interesse che Melissa mostra per l’amico Jean-Luc), ma poi approda felicemente al fidanzamento. All’interno di questa storia d’amore fa capolino la malattia, che occupa la parte centrale del film. Il ricovero, l’intervento, le terapie, il matrimonio in un momento di apparente quiete del cancro, la ricomparsa del tumore fino alla morte di Melissa.

Per correttezza occore precisare che il film è stato pesantemente danneggiato nell doppiaggio in italiano, sopratutto negli aspetti di fede, come ci precisa un nostro cortese lettore che ha visto la versione originale. Ecco qualche esempio: il titolo originale è "I still believe". "Dio" diventa, di volta in volta, "il destino", o "me stessa". "Ho promesso a Dio" diventa "ho promesso a me stessa", "pregare" diventa "pensare". "Scrivo canzoni per Dio" si trasforma in "scrivo canzoni sulla vita", "Dio vuol dirmi che" sparisce. In una chiesa si è dovuto per forza mantenere il riferimento religioso, ma quasi mostrando l'inutilità della preghiera. Un'operazione incredibile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANK

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/24/2021 - 11:33
Titolo Originale: Mank
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jack Fincher
Produzione: NETFLIX
Durata: 131
Interpreti: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Arliss Howard

Nel 1940 una RKO ormai in crisi, decide di puntare tutto sul 24enne Orson Welles dandogli carta bianca per girare un film, libero di scegliere il soggetto e i collaboratori che vuole, senza il controllo finale della produzione. Per la sceneggiatura Orson sceglie Herman (Mank) Mankiewicz che ha a disposizione solo 60 giorni per finire il lavoro, rinchiuso in una casa in campagna, bloccato a letto con una gamba ingessata per un incidente, tenuto a distanza dalle sue amate bottiglie a causa dell’alcoolismo che gli ha ormai minato la salute. In un flashback sugli anni 30’, scopriamo che Mank era benvenuto nell’alta società che conta di Hollywood per via del suo parlare colto e arguto e non nascondeva le sue idee di sinistra ritenendo giusto aiutare chi era rimasto disoccupato dopo la crisi del ‘29. Per questo motivo finisce per scontrarsi con Mayer, direttore della MGM e con William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria di quel tempo. E’ proprio dalla personalità di quest’ultimo che Mank prende spunto per disegnare il protagonista di Citizen Kane….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono eroi in questo film ma il faticoso vivere in un mondo altamente competitivo che riesce nonostante tutto, a portare alla ribalda persone di talento.
Pubblico 
Adolescenti
La dipendenza dall’alcool del protagonista, la presenza di un suicidio, rendono il film non adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Questo film si presenta con ben 10 candidature all’Oscar 2021
Testo Breve:

Herman (Mank) Mankiewicz è lo sceneggiatore principale del primo e più famoso film di Orson Wells: Quarto potere. La fase della scrittura della sceneggiatura diventa l’occasione per conoscere lo studio-system degli anni ’30 e il personaggio Mank, un genio della scrittura, triste e rassegnato. Su Netflix

Quando si ritorna alla Hollywood degli Studios e a Quarto Potere (Citizen Kane) si sa già che ci si sta confrontando con un mito da maneggiare con cura. Considerato dai più come il miglior film di tutti i tempi, non fu, in realtà un film che fece fare un passo avanti nelle tecniche narrative su pellicola, come lo furono i lavori di David Wark Griffith ma si trattò di una incontenibile soggettività individuale, opera di un genio che aveva avuto carta libera per esprimersi, anche se gli incassi non superarono le spese e delle nove candidature all’Oscar che ricevette (fra la disapprovazione del pubblico ogni volta che il suo titolo veniva nominato durante la cerimonia) ne vinse solo una, per la sceneggiatura.

Anche RKO 291 – La vera storia di Quarto Potere aveva ricostruito la genesi di questo film ma si era concentrato sul conflitto fra Welles e Hearst, perché quest’ultimo aveva impiegato tutto il suo potere mediatico per evitare che il film venisse distribuito. Ora, con Mank, l’attenzione si sposta sulla fase precedente, quella della stesura della sceneggiatura (il film lascia intendere che il merito fu soprattutto di Herman, con ritocchi minori di Welles) e sul dipingere quell’epoca, dove la disoccupazione era ancora alta, coda lunga della crisi del ’29, l’avvento del sonoro aveva portato alla ribalta una nuova generazione di sceneggiatori  esperti nell’arte della parola e dove quei Tycoon che detenevano il potere sugli studios e sulla carta stampata avevano la capacità di portare l’opinione pubblica dove era loro maggiormente conveniente. E’ l’amara constatazione che fa  Mank a Irving Thalberg, della MGM, quando si accorge che lo studio  sta preparando falsi telegiornali  per denigrare il candidato democristiano, in aria di socialismo, alla carica di governatore della California: “Lei può convincere il mondo intero che King Kong è alto dieci piani e che Mary Pickford è vergine a 40 anni; figuriamoci se non può convincere gli elettori che sono alla fame, che un candidato socialista costituisca una minaccia per la California”. Si tratta di riflessioni sul Soft Power che hanno validità anche adesso.

Il film si dedica molto alla definizione del personaggio Mank, grazie anche alla bravura di Gary Oldman che sembra si sia specializzato, dopo aver impersonato Winston Churchill in L’ora più buia, in personaggi che hanno il dono della parola. Mank affronta ogni problema con una certa melanconica ironia ma a volte sferzante satira quando è necessario, sfoggiando una cultura che i suoi interlocutori, ricchi imprenditori o belle attrici, non hanno. Ne viene fuori un ritratto non certo ideale (la sua dipendenza dall’alcool lo porterà a una morte precoce, a 56 anni), abituato a non compromettersi troppo fra i potenti del tempo, per continuare a galleggiare anche quando la sua stella è ormai in fase calante. La sua umanità emerge con discrezione, nei rapporti con la moglie alla quale chiede più volte: “come fai a sopportarmi?” ma soprattutto con l’intesa platonica che stabilisce con Marion Davies, attrice e amante di Hearst. I dialoghi che i due hanno a tu per tu, distanti da occhi e orecchie indiscrete, sono i più belli del film e quell’uomo e quella donna (Amanda Seyfried è candidata all’Oscar come attrice non protagonista) riescono a essere pienamente se stessi, senza quella maschera che lo studio-system aveva loro imposto.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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