Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

I BABYSITTER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/17/2016 - 18:45
Titolo Originale: I Babysitter
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Giovanni Bognetti
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILM, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Interpreti: Diego Abatantuono, Francesco Mandelli, Paolo Ruffini, Antonio Catania

Andrea è un ragazzo buono ma timido, che spera di fare carriera nello studio del celebre procuratore sportivo Gianni Porini dove lavora. Chiede un appuntamento con il capo per mostrargli quello che lui ritiene essere un suo progetto particolarmente brillante ma il Porini ha altro per la testa: deve uscire quella sera con sua moglie e la baby sitter si è ammalata. Decide quindi all’istante di proporre ad Andrea di andare a casa sua per badare, per quella notte, al suo pestifero figlio Remo. Andrea finisce per accettare ma c’è un problema: quella sera coincide con la data del suo compleanno e i suoi amici Aldo e Mario hanno progettato grandi festeggiamenti. Il problema viene prontamente risolto: i due amici trasferiscono la festa nella casa del dott Porini, che in poco tempo si riempie di invitati e di imbucati e inizia in questo modo un festino che non sembra avere freni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre riconosce di aver trascurato troppo suo figlio e decide di ricorrere ai ripari. Ci sono buoni sentimenti in questo film: peccato che sia stato rivestito di una confezione scurrile
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, situazioni sensuali, accenni all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Il regista-sceneggiatore confeziona un racconto vivace e scorrevole con l’aiuto di attori tutti nella parte
Testo Breve:

Alcuni giovani organizzano un festino in una casa che non è la loro. Una commedia goliardica che inizia secondo i canoni del filone trash ma poi migliora valorizzando gli affetti familiari

La commedia giovanile, goliardica e pecoreccia (sarebbe più fine parlare di commedia trash) aveva imperversato in Italia a partire dagli anni ’80 (le commedie di Lino Banfi, di Alvaro Vitali che faceva il Pierino e tanti altri): un filone decisamente di serie B ma che poteva contare su di un suo pubblico non trascurabile.

Anche oltreatlantico si era scoperto quanto era facile far ridere con battute pesanti ed esplicite sul sesso e altre funzioni organiche e dal macro-filone dei college film si erano staccati prodotti trash come American Pie e Porky’s.   .

Nei tempi recenti qualcosa è cambiato. Il filone, grazie ad autori significativi, è stato in qualche modo “nobilitato” tanto che ormai sviluppare una commedia dove sono presenti young-adult comporta, quasi obbligatoriamente, l’adozione di linguaggi e atteggiamenti scurrili.  Hanno dato una buona spinta in questa direzione sceneggiatori come Judd Apatow  (molto incinta, 40 anni vergine, il serial TV Love su Netflix).  e Nicholas Stoller, spesso co-autore con Judd Apatow, (Cattivi vicini 1 e 2). Anche Mike & Dave: un matrimonio da sballo, ora nelle sale, prosegue in questa direzione.

Questo I Babysitter, che ricalca molto da vicino, il film francese Babysitting,  sembra voler, anche lui, cercare di nobilitare il genere. Un tentativo già iniziato dallo stesso sceneggiatore Giovanni Bognetti (qui anche regista), con Belli di papà.

All’inizio il film sembra orientandosi verso il trash duro e puro, con molte parolacce e pesanti allusioni. Né, durante la festa, evita di tralasciare una sequenza di surra de bunda. Man mano però che la storia avanza, il film sembra cambiare direzione. Quando ormai la festa in casa Porini raggiunge il suo culmine, si orienta su un tono più leggero, goliardico-canzonatorio, con non poche battute divertenti. Infine, a due terzi del film, la svolta: la scena ora si svolge in un luna park, dove il ragazzo Remo ha trascinato i protagonisti del racconto. Il tema dominante diventa la formazione del ragazzo, la sua sofferenza per esser troppo trascurato dall’impegnatissimo padre e l’affettuosa solidarietà dei nuovi, improvvisati, amici.

Come in un crescendo, ora che il tema dominante è diventata l’armonia familiare, lo sceneggiatore decide di concludere regalandoci una massima di saggezza imperitura.  Aldo, che aveva cercato invano di avere successo nello sport, dichiara che “ciò che conta veramente è il successo è si ha con chi ti sta vicino”.

Il film ha un buon ritmo, non poche situazioni divertenti e alla fine si svela sostenitore di importanti valori umani e familiari. Peccato che, per ubbidire ai canoni rigidi della commedia giovanile, debba continuamente ricorrere a linguaggi e situazioni scurrili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INFERNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/14/2016 - 09:38
Titolo Originale: Inferno
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: David Koepp
Produzione: BRIAN GRAZER, RON HOWARD
Durata: 121
Interpreti: Tom Hanks, Felicity Jones, Irrfan Khan, Omar Sy, Ben Foster, Sidse Babett Knudsen

Il professor Robert Langdon si risveglia in un letto d’ospedale di Firenze ma non ricorda quasi nulla. Per fortuna c’è con lui la giovane dottoressa Sienna che l’aiuta a recuperare qualche frammento degli ultimi avvenimenti. Il professore scopre così di essere in qualche modo collegato con il miliardario Bernad Zobrist, fautore della teoria della sovrappopolazione della terra, che prima di morire aveva minacciato di attivare un virus che avrebbe ucciso in poco tempo metà della popolazione mondiale. Langdon si trova in tasca un visore laser che mostra, con alcune significative aggiunte, l’inferno di Dante ritratto da Botticelli. Gli era stato consegnato dalla dottoressa Elizabeth Sinskey dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità perché la aiutasse a decifrare l’enigma nascosto in quel disegno che dovrebbe condurre al luogo dove Zobrist ha nascosto il virus mortale….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Coraggio e buon senso fanno da contrappeso all’intento criminale di risolvere il problema del sovrappopolamento della terra con uno sterminio di massa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene spaventose sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film beneficia della notevole professionalità di Ron Howard; sempre bravo Tom Hanks. Una gradevole sorpresa la presenza di Felicity Jones, già conosciuta come moglie premurosa in La teoria del tutto
Testo Breve:

Un miliardario, ossessionato dall’inevitabile, suo dire, rischio di  sovrappopolazione del pianeta, prospetta di attivare un virus che dimezzerebbe in breve tempo la popolazione mondiale. Ma non ha fatto i conti con il prof Langton, esperto nella soluzione di enigmi del passato. Da uno dei libri di Dan Brown, senza alcuna polemica su temi di fede

Prima di iniziare la recensione di questo film, consentitemi di riconoscere che è molto bello e piacevole vedere film come questo,  in grado di esaltare  le incommensurabili bellezze del nostro paese (in questo caso Firenze e Venezia), grazie anche alla sensibilità del regista Ron Howard che si è avvalso di spettacolari carrellate dall’alto con l’ausilio di droni.

Squadra che vince non si cambia, né si cambia lo stile di gioco. Per quest’ultimo film ricavato dalla trilogia dei libri di Dan Brown (Il codice da Vinci, Angeli e demoni) sono stati confermati Ron Howard alla regia e Tom Hanks come protagonista.  Restano invariate le caratteristiche della serie: c’è un enigma da sciogliere che porta i protagonisti a girovagare per l’Europa (la sequenza finale è all’interno della cisterna di Istanbul), con fughe  lungo i passaggi segreti di famosi monumenti del passato, né mancano voltafaccia e colpi di scena ben distribuiti lungo la storia.

C’è sempre una donna che accompagna il professore nelle sue ricerche e che cambia ad ogni puntata. In questo caso le donne sono due perché ora che Tom Hanks inizia ad invecchiare, puntata dopo puntata, non viene bene sviluppare una liason amorosa con la giovane attrice inglese Felicity Jones (la dottoressa Sierra) ed è stata inserita anche la figura della dottoressa Elisabeth Sinkey (Sidse Babett Knudsen) con una età comparabile con quella di Tom.

Sarebbe però ingiusto e sbrigativo liquidare il film come copia inerte di una formula ormai collaudata. Lo spettacolo è di buon livello, grazie alla bravura del regista che carica il racconto di incubi irrisolti che affollano la mente di Langton. Tom Hanks  non si presenta, come il solito, come al solito, nei panni del professore saputello, ma questa volta si mostra fragile e impotente di fronte alle minacce che incombono su di lui. C’è inoltre una doppia storia d’amore, che alleggerisce il ritmo teso della componente avventuroso-turistica e ci mostra un Langton dal volto umano, quasi melanconico, nel ricordare assieme alla sua antica fiamma, quello che sarebbe potuto essere e che non è stato

Alla fine film come questi, applicando con diligenza la stessa formula, hanno l’onestà di essere ciò che lo spettatore si aspetta che sia, sostenuti dalla sempre notevole professionalità del regista e del protagonista.

Un altro merito di questo film è quello di aver evitato qualsiasi polemica intorno a tematiche religiose, qui totalmente assenti. Si presenta quindi come un film di puro intrattenimento senza doppi fini. Una scelta sicuramente contro corrente rispetto allo stesso libro omonimo di Dan Brown: l'autore infatti sposava in pieno le teorie malthusiane del miliardario folle e riteneva corretto pervenire a un finale catastrofico

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMERICAN PASTORAL

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/12/2016 - 18:00
Titolo Originale: American Pastoral
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ewan McGregor
Sceneggiatura: John Romano
Produzione: Lakeshore Entertainment
Durata: 126
Interpreti: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn

Nathan Zuckerman, ormai scrittore affermato, ha deciso di partecipare alla festa annuale che si tiene nella high school del paese dove è nato, per incontrare i suoi vecchi compagni di scuola nel Newark. In quella circostanza viene a sapere che Seymour Levov, detto “lo svedese” è morto. Era, ai tempi della scuola, il compagno ammirato da tutti: alto, biondo, campione di baseball, aveva sposato miss Miss New Jersey e aveva ereditato la fabbrica di guanti di suo padre. Aveva condotto per un certo tempo una vita piena di successi e di soddisfazioni ma poi qualcosa non aveva funzionato: ai tempi della guerra in Vietnam sua figlia sedicenne Meredith era diventata una contestatrice e quando nell’ufficio postale di Old Rimrock, dove vivono, esplode una bomba uccidendo il proprietario, tutti pensano che sia stata proprio lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre affettuoso e onesto affronta un problema più grande di lui: la ribellione di sua figlia
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena audace di seduzione con linguaggio esplicito
Giudizio Tecnico 
 
Bei costumi e ottima scenografia, impegnata nella ricostruzione degli anni 60, brava la Jennifer Connelly nella parte della madre ma la storia è organizzata per accumulo di frammenti ricavati da una fonte molto più complessa (il libro omonimo di Philip Roth)
Testo Breve:

Pastorale americana, il libro di Philip Roth sul sogno americano, ha un adattamento modesto in questo film che cerca di dire tante cose in modo incompleto

Il romanzo American Pastoral di Philip Roth vinse il premio Pulitzer nel 1997 ed è comunemente considerato il suo capolavoro. Si tratta inoltre di un libro molto amato dai lettori d’oltreoceano perché traccia, attraverso la storia dello svedese, venti anni di storia americana: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli incerti e confusi anni sessanta. Dalla fiducia nel lavoro duro e nel progresso, garanzia certa di successo, ai tempi della contestazione durante la guerra del Vietnam. Nelle pagine del libro sono presenti i principali elementi del sogno americano: la positiva mescolanza di razze per costruire ricchezza e progresso (nella fabbrica di guanti, la maggioranza degli operai è di colore); ebrei e cattolici irlandesi ( la famiglia dello svedese e sua moglie Dawn riuniti insieme per il Thanksgivingday; Le vittorie di lui come campione sportivo, la bellezza di lei, miss New Jersey; la loro grandiosa villa con annesso maneggio di cavalli, segno tangibile del loro  successo. Un sogno a cui segue un doloroso e inaspettato risveglio, per l’intera nazione, ai tempi della rivoluzione studentesca e anche lo stesso Svedese, che non riesce più a comprendere chi sia realmente sua figlia. Una grandiosa parabola dell’innocenza americana e della successiva grande disillusione. Il romanzo di Philip Roth esprime tutto questo e altro ancora e si comprende perché siano trascorsi anni di indecisione prima che si trovasse un regista in grado di affrontare l’impresa. Molto meno comprensibile la decisione di Evan McGregor di sceglierlo come suo primo film da regista, investendo di persona nella sua produzione. Alla fine il risultato è modesto. Non tanto per colpa delle incertezze registiche di Mc Gregor, anche attore protagonista, ma dello sceneggiatore John Romano che cerca di mettere tutto il contenuto e i significati del romanzo all’interno dei tempi standard di un film.

Lo scrittore Zuckerman (alter-ego di Philip Roth) che compare all’inizio e che racconta tutta la storia in flash back, non sembra trovare un ruolo nella storia ma si limita a fungere da voce fuori campo. I favolosi anni giovanili del dopoguerra (i successi dello Svedese nello sport, il suo conquistato benessere) sono narrati rapidamente in flash back. La ribellione della figlia viene evidenziata tramite il suo linguaggio: a sedici anni inizia a parlare come un volantino della rivolta studentesca e sia lei che la sua compagna terrorista sembrano dei robot indottrinati, senz’anima. Viene riprodotta la scena, presente anche nel libro, della richiesta di Merry bambina di venir baciata sulla bocca dal padre. Nel libro il padre accetta, nel film rifiuta sdegnosamente e quindi resta un episodio che si chiude in se stesso, non diventa, come nel libro, uno dei tanti motivi di rimorso del padre, quando dovrà cercare di comprendere la ribellione della figlia. Brava comunque Jennifer Connelly nella parte della madre che subisce gli effetti della tragedia: abbandonato il suo abito di moglie e madre premurosa, regredisce ai tempi in cui era miss New Jersey, torna a dedicarsi a quella sua bellezza che ora sta sfiorendo e cerca di distrarsi con le attenzioni che riceve fuori dal matrimonio.

 E’ come se il film fosse costituito da una sequenza di molecole narrative, che non si amalgamano per costituire una materia organica. Vi è un unico tema che prende il sopravvento su tutto: l’angoscia di un padre onesto, tutto d’un pezzo, che non comprende l’irrazionale ribellione della figlia e che passa la sua vita a cercarla per riportarla a casa. Uno scontro generazionale, anche se doloroso, dovrebbe portare i suoi frutti almeno nella reciproco rispetto dell’altro. In questo film tutto si risolve in una desolante incomunicabilità, perché il padre è talmente buono e innocente da sembrare stupido mentre la figlia è ottusamente fanatica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOGNO DI FRANCESCO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/06/2016 - 17:38
Titolo Originale: L’ami-Francesco et ses frères
Paese: Francia, Italia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Renaud Fely e Arnaud Louvet
Sceneggiatura: Renaud Fely, Arnaud Louvet e Julie Peyr
Produzione: Aeternam Films, MIR Cinematografica, Rai Cinema
Durata: 90
Interpreti: Elio Germano, Jérémie Renier, Alba Rohrwacher

E’ il 1209, papa Innocenzo III ha scelto di non approvare la prima versione della Regola proposta da Francesco e dai suoi fratelli per la costituzione di un nuovo ordine. Tra i primi compagni a seguire Francesco in questa nuova vita dedicata a Dio e alla povertà c’è frate Elia da Cortona. Sarà lui a dover mediare e guidare gli altri confratelli nel difficile dialogo con la Chiesa istituzionale al fine di poter ottenere il riconoscimento dell’Ordine. Elia cerca di convincere Francesco della necessità di ammorbidire alcuni dei passaggi più rigidi e duri da vivere inseriti nella stesura della prima regola, ma Francesco non può e non vuole scendere a compromessi per quanto riguarda il Vangelo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il sogno di Francesco propone una immagine del santo molto realistica, forte, determinata, gentile e delicata al tempo stesso, capace di staccarsi dal mondo pur amandone profondamente le sue creature. Tuttavia il film si concentra più che altro sugli aspetti umani relativi alla vicenda dell’approvazione della regola francescana e dimentica quasi del tutto di esplorare le ragioni profondamente spirituali che hanno guidato il santo e suoi confratelli in questo arduo cammino.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di una scena impressionante di tentato suicidio
Giudizio Tecnico 
 
Bellissime ambientazioni paesaggistiche, ottima interpretazione da parte di Elio Germano, ma la sceneggiatura risente della mancanza di coralità che la storia richiederebbe
Testo Breve:

La storia di frate Elia, che cerca di far approvare da Innocenzo III la regola francescana. Un S Francesco interpretato da Elio Germano particolarmente intenso ma la sceneggiatura si prende molte libertà

Il sogno originale, quello contenuto nella Legenda Maior e più tardi dipinto da Giotto tra gli affreschi che decorano la Basilica Superiore di Assisi, era quello in cui papa Innocenzo III vede la Basilica di San Giovanni in Laterano sul punto di crollare mentre un poverello (si intende il santo Francesco) la sostiene con il proprio peso perché non cada. Il sogno di Francesco però è di natura assai diversa. Ai due registi francesi Renaud Fely e Arnaud Louvet interessava soprattutto indagare e raccontare quel particolare e delicato momento che segnò il passaggio dalla prima originale ispirazione di Francesco alla concreta elaborazione della regola del primo ordine francescano. Ma il vero protagonista del film non è il santo

In una terra rigogliosa ma selvatica e poco abitata vivono i primi, pochi, seguaci di Francesco; sono un gruppo di giovani candidi ed entusiasti, sporchi e vestiti di sacco, che abitano tra bosco e campagna. La prima cosa che colpisce in questo film è la scarsità di persone: ovunque i personaggi si aggirino, che sia la natura aperta, i piccoli centri abitati o il Laterano a Roma, intorno allo sparuto gruppo dei primi francescani c’è sempre il vuoto o quasi. Il gruppo di frati più che vivere lontani dalla mondanità sembrano restare letteralmente isolati dal mondo mentre riflettono di continuo sul concetto di dare e ricevere senza possedere.

Tutto ciò conferisce al film quel tono di grigia desolazione che accompagna dall’inizio alla fine uno dei personaggi centrali della storia, frate Elia. La figura di questo frate fu fondamentale per la stesura della regola, fu mediatore tra le elevate aspirazioni spirituali e morali di san Francesco, completamente ispirate al Vangelo, e le esigenze di ordine più materiale imposte dalla Chiesa per la nascita e la regolamentazione di un nuovo ordine. Come personaggio ne Il sogno di Francesco frate Elia incarna bene in se stesso la difficoltà che passa tra l’elaborazione di un ideale e la sua tangibile realizzazione. Gli autori hanno voluto rappresentare Elia con una forte carica di pathos e un interiore profondo dissidio. Eppure la dicotomia tra l’alta ispirazione di Francesco e le concrete umane aspirazioni del confratello è così forte e tragica nella storia che non trova mai, nemmeno alla fine del film, una sua conclusione.

Se privata di una vera prospettiva di fede, la domanda sulla possibile realizzazione di un ideale di vita così alto e puro già qui sulla terra resta inevitabilmente irrisolta. Al di là della scarsa attendibilità storiografica di alcuni passaggi -non c’è alcuna testimonianza di un tentato suicidio da parte di Elia-, l’attenzione della storia è tutta rivolta alla crisi e al tormento del frate diviso tra il desiderio di seguire le orme del santo e l’incapacità di riuscire a sganciarsi da una visione più terrena della vita. Elia percepisce tutta la grandezza della portata del messaggio di Francesco ed è attratto dalla sua profonda verità, eppure al tempo stesso si pone domande; il frate vive i dubbi, le perplessità e le paure di chi non riesce a staccarsi da una prospettiva umana e materiale e non afferra e non comprende l’abbandono totale con cui Francesco sceglie di mettersi nelle mani di Dio. Tanto che anche di fronte al miracolo delle stimmate rimane perplesso, titubante e sembra quasi più demoralizzato di prima. Per Elia non c’è perdono al suo tormento.

Sullo sfondo si delinea il profilo di una Chiesa incerta e debole e che in un certo senso abbandona senza dare risposte, incapace di comprendere Francesco almeno quanto Elia, ma priva dello slancio filantropico del frate e delle sue alte aspirazioni.

Resta pregevole l’interpretazione di Elio Germano, che offre un’immagine di Francesco distaccato dal mondo ma estremamente credibile e concreta, priva forse della gioia che altre versioni cinematografiche del giullare di Dio ci hanno offerto, ma sicuramente altrettanto intensa. Insieme alla santa Chiara di Alba Rohrwacher sembrano portare in vita gli affreschi originali di Giotto. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE AFFAIR - UNA RELAZIONE PERICOLOSA (stagioni 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/04/2016 - 09:52
Titolo Originale: The Affair
Paese: USA
Anno: 2014
Sceneggiatura: Sarah Treem e Hagai Levi
Produzione: Showtime Networks
Durata: Su Sky Atlantic dal 7 settembre 2016
Interpreti: Dominic West, Ruth Wilson, Maura Tierney, Joshua Jackson, Jake Siciliano

Noah Solloway, di 45 anni, sua moglie Helen e i loro quattro figli, vivono a Brooklyn. Fanno i bagali per andare, come ogni anno, a passare le vacanze estive nella villa dei genitori di lei a Montauk, una piccola cittadina di pescatori vicino a Long Island. Nessuno dei Solloway è contento di questa soluzione ma per loro non ci sono alternative. Noah porta a casa il misero stipendio di un professore di liceo statale e ha bisogno di un periodo di tranquillità per riuscire a scrivere il suo secondo libro sperando di aver maggior successo del primo. Al contrario il padre di Helen è uno scrittore di successo che non perde occasione di rinfacciare a Noah i generosi aiuti che elargisce alla sua famiglia. Durante il viaggio, mentre stanno pranzando in un selfservices, il piccolo dei Solloway rischia di morire soffocato; solo il pronto intervento di Alison, una cameriera del locale, riesce a sventare il pericolo. Noah si reca personalmete a ringraziare Alison ma da subito nasce fra loro una misteriosa attrattiva anche se Alison è sposata con Cole…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial traccia con realismo gli effetti deleteri del tradimento coniugale, sia nei confronti dei figli e del coniuge innocente, che sulla stessa persona che opera il tradimento. Non c’è però una volontà di recupero, ma una rassegnata accettazione della situazione. Il caso di una adolescente che, rimasta incinta, risolve il problema con l’aborto, è trattato sbrigativamente come fatto di routine.
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti amplessi con nudità anche totale. La pratica dell’aborto trattata come una scelta fra le tante. Uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Vincitore di due Golden Globe nel 2015, il film beneficia di un’ottima sceneggiatura che sa scavare nelle motivazioni interiori dei quattro protagonisti. Gli attoni hanno saputo pienamente immedesimarsi nei loro ruoli complessi e Ruth Wilson si è meritatamente conquistata il Golden Globe 2015 come migliore attrice.
Testo Breve:

Noah ed Alison sono entrambi sposati ma sentono che è nata fra loro una forte attrazione. Una storia sulle conseguenze inevitabili di un tradimento raccontate con molto realismo

Quando si vedono serial televisivi ben fatti come questo The Affair (due Golden Globe nel 2015 ), si resta colpiti dal percorso di crescita che questa forma narrativa ha compiuto negli ultimi decenni. La si può collocare a metà fra il film e il romanzo. Se il racconto scritto resta lo strumento per eccellenza per raccontare una storia che può svilupparsi su più anni, può esplorare in dettaglio il pensiero e i sentimenti dei personaggi, anche il serial televisivo riesce a fare in modo che lo spettatore si affezioni ai protagonisti, li segua, puntata dopo puntata, nel lento evolversi del loro destino.

The Affair, racconta la storia di un tradimento coniugale e dei suoi effetti distruttivi. Un uomo e una donna, già sposati, sentono fra loro una forte attrazione e gli autori, Sarah Treem and Hagai Levi, ci raccontano con realismo l’impatto che la loro infedeltà ha sui figli e sui coniugi traditi. I quattro figli di Noah ed Helen urlano al loro padre tutta la sua crudeltà per averli abbandonati; Helen e Cole, rimasti soli, hanno perso il loro equilibrio; la loro vita è allo sbando e cercano di lasciare aperta la porta alla speranza che chi se ne è andato possa ritornare.

Anche i due amanti Noah e Alison, danno conferma dell’ovvia verità che il tradimeto danneggia prima di tutto loro stessi. La loro vità è diventata fragile, vengono squassati da continue incertezze, colti da repentini pentimenti e altrettanti, mai definitivi, recuperi di speranza per un futuro più stabile.

Lo stesso racconto non ha un andamento lineare ma circolare in funzione del comportamento dei due amanti, che a volte sembrano voler andare avanti sulla loro strada, a volte vorrebbero che nulla fra loro fosse accaduto.

Originale è anche la forma narrativa adottata: ogni puntata è divisa in due parti: ciò che accade viene raccontato dal punto di vista di lui e poi di quello di lei. Una soluzione originale che tiene anche conto della diversa sensibilità, maschile e femminile.
Si tratta di una soluzione che migliora la profondità dell’analisi e pone gli eventi che accadono in soggettiva, in modo molto simile a quello che accade anche a noi, impegnati continuamente a cercar di interpretare la realtà esterna attraverso le nostre percezioni soggettive.

Sono tantissimi i libri, film o serial televisivi che hanno trattato il tema del tradimento ma questa serie costituisce un ultimo aggiornamento su come queste situazioni si possano evolvere al giorno d’oggi.  Ci sono alcuni aspetti della fiction che sembrano costituire un segno dei tempi.

Il primo, molto evidente, è l’importanza che viene attribuita alla psicologia. Due coniugi sono in crisi? Si va dalla terapeuta di coppia. Una adolescente si comporta in modo ribelle? A nessuno dei due genitori viene in mente di starle pù vicino e di cercare di comprendere l’origine dei suoi problemi ma la mandano da una psicologa. Quando poi questa stessa ragazza resta incinta, la madre non si domanda se per caso ha mancato nell’educarla all’affettività, ma esclama sconsolata: “e dire che l’avevamo anche mandata in terapia!”.

Il serial non trascura comunque lo strumento classico della saggezza umana e alla fine  sono proprio gli amici e le amiche che hanno la capacità di dire la dura verità ai due amanti.

Quando Noah confida a sua cognata il proposito di ottenere dal tribunale, l’affido totale dei figli, lei gli fa notare, arrabbiata, che se veramente ama i suoi figli non può privarli di sua madre: ”anch’io amo Brad Pitt ,ma non posso vivere con lui!”.

Quando Alison racconta a una sua amica il momento, che lei considera magico, del primo bacio con Noah, e che da quel momento in poi ha cercato sempre di riviverlo, l’amica commenta che notare questo non succederà mai, perché quel momento non è stato reale: è stato frutto di una fantasia rimasta a livello adolescenziale.

Un altro aspetto che segna il tempo attuale, riguarda la sfera sessuale. Il serial è molto “generoso“ sulle sequenze amorose, quasi una scelta d’obbligo, dopo che altre fiction di successo, come Il trono di spade, hanno alzato l’assicella di ciò che può essere mostrato in TV. Al contempo però, si può intravvedere, in questa scelta, la volontà degli autori, di sottolineare il peso che la sfera sessuale manifesta nella vita di uomini e donne nella fascia 35-45 anni, come i protagonisti. Al di là infatti di essere l’espressione più intima e profonda che ci possa essere fra una donna e un uomo che si amano, in questo serial la sua funzione si estende e viene usata come palliativo per superare momenti di solitudine, ritrovare, nelle attenzioni di un altro/a, la fiducia in se stessi che si è persa, oppure diventa, obbligatoriamente, la forma di un “primo contatto” nei confronti di una persona che si ritiene potenzialmente interessante per la nascita di un nuovo amore.

Quale sia il senso generale del fluire degli avvenimenti, le motivazioni delle certezze e le incertezze che i protagonisti percepiscono nella loro esistenza è spiegato abbastanza bene nell’episodio 8 della seconda stagione.

Noah sta presentando il suo libro in una lbreria e un’ascoltatrice chiede se crede nell’amore che dura e se crede che Dio esista. Noah risponde unificando le due domande: secondo lui per entrambi gli aspetti è una questione di fede. Se due persone credono l’uno nell’altra, saranno in grado di sostenersi a vicenda di fronte a qualsiasi sfida. Qualcosa di simile accade nella fede in Dio. “Se credi che Dio esista realmente, Dio allora esiste. La tua fede e le tue azioni portano la Sua presenza nel mondo. Lo stesso vale per l’amore fra un uomo e una donna: se credi nella sua forza e vivi la tua vita nel rispetto della sua sacralità, allora sarà sempre lì per te”.

Noah ha rinchiuso in questo modo entrambe le tematiche in un livello esclusivamente soggettivo. Se noi le pensiamo, allora esistono. Non a caso, in tutto il serial, l’unico filosofo che viene espressamente citato è Hegel.

Al contempo però, indipendentemente dal fatto che ciò che sentiamo sia collegato con la realtà o sia il parto della nostra mente, gli sceneggiatori ci trasmettono, attraverso le parole di Noah, il rimpianto per un equilibrio che è giusto preservare ma che si è rotto.

In fondo The Affair è proprio questo: la tragedia di quattro personaggi che hanno perso la bussola perché sono state infrante le regole del buon vivere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INDIVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/29/2016 - 21:18
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Edoardo De Angelis
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Barbara Petronio, Edoardo De Angelis
Produzione: TRAMP LIMITED, O' GROOVE, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM, MEDIASET PREMIUM
Durata: 100
Interpreti: Angela Fontana, Marianna Fontana, Antonia Truppo, Tony Laudadio, Peppe Servillo

Daisy e Viola sono due gemelle siamesi adolescenti attaccate l’une all’altra per il bacino. Le due ragazze hanno delle voci incantevoli e grazie alla loro deformazione, che attrae la curiosità e l’interesse popolare, danno da vivere a tutta la loro famiglia lavorando come cantanti in giro per feste paesane, battesimi e matrimoni. Daisy e Viola sono trattate come fenomeni da baraccone. Un giorno però per caso scoprono che esiste la possibilità di essere divise e di diventare proprio come tutte le altre loro coetanee. Comincia per loro così una dura battaglia contro la famiglia che si oppone per non perdere una preziosa fonte di mantenimento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la storia delle due gemelle siamesi protagoniste di Indivisibili sembra la metafora perfetta del percorso di affrancamento e crescita che ogni giovane si trova a compiere per scoprire e diventare se stesso. Il degrado ambientale, umano e culturale da cui le due protagoniste sono circondate riesce a mettere in evidenza ed esaltare gli aspetti positivi dell’affetto e dell’intimità che lega le due sorelle in modo indissolubile.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza verbale
Giudizio Tecnico 
 
Edorado De Angelis realizza un ottimo lavoro dirigendo con maestria due artiste molto giovani in un ruolo delicato e fondamentale per il film; inoltre si avvale di una riuscita collaborazione con Nicola Guaglianone, sceneggiatore, ed Enzo Avitabile, autore della colonna sonora originale. L’unico difetto riscontrabile nella storia consiste in un andamento narrativo che rischia più volte di perdersi. Il racconto infatti sembra spesso voler inseguire svariati fili tematici, dal degrado sociale, a quello umano, coinvolgendo diversi aspetti, come il fattore della religiosità popolare o la critica al mondo dello spettacolo, senza in realtà approfondirli veramente.
Testo Breve:

Due ragazze unite al bacino dalla nascita, sono una fonte di guadagno per i loro familiari cantando nelle feste e nelle fiere e per questo vengono ostacolate quando decidono di volersi separare tramite un intervento chirurgico. Una metafora sulla ricerca della propria identità da parte di chi non è più adolescente

Indivisibili narra la storia di due ragazze, Daisy e Viola, gemelle siamesi che vivono in simbiosi, in un’intimità totale e completa. Grazie alle loro incantevoli voci e al loro handicap fisico, che le rende una sola cosa, nel piccolo mondo un po’ provinciale e un po’ corrotto di Castelvolturno diventano cantanti richieste per cerimonie e spettacoli di paese. Per la gente le due gemelle siamesi sono un fenomeno da ascoltare e da osservare con curiosità. La loro figura finisce per assumere persino un valore pseudo religioso nel quale superstizione e falso misticismo si confondono. Eppure Daisy e Viola cominciano a sentire l’esigenza di trovare la propria identità e individualità e quando comprendono che potrebbero essere separate senza rischi, lottano e si ribellano al destino a cui la loro famiglia vorrebbe costringerle.

Indivisibili racconta una storia toccante realizzata in modo nitido e forte. L’esperienza di queste due gemelle assomiglia molto al percorso che tanti adolescenti devono affrontare per trovare la propria identità: superare cioè quel conflitto naturale generato dall’esigenza di volersi affermare come persone autonome e indipendenti sentendo al tempo stesso la paura di staccarsi da quelle certezze che, nel bene o nel male, caratterizzano la vita di un figlio sin dalla nascita. In Viola e Dasy questo processo è amplificato dalla loro condizione di gemelle siamesi cresciute in un ambiente familiare e sociale povero soprattutto al livello umano e culturale, la loro battaglia quindi non è solo contro la realtà esterna che le circonda e le opprime, ma è anche una lotta interiore contro una parte quasi vitale di se stesse.

Per interpretare i loro ruoli Marianna e Angela Fontana si sono allenate a vivere veramente in simbiosi come Daisy e Viola, hanno condiviso un’intimità ancora più profonda. Sebbene molto giovani e non ancora professioniste hanno sopportato con pazienza lunghe ore di trucco, quasi 5 ogni giorno, per ricreare l’effetto più possibile realistico di unione dei due corpi. Inoltre il film è stato girato tutto in sequenza proprio per permettere loro di immedesimarsi meglio nei personaggi.

Indivisibili è un film che si compone di contrasti, di luci e ombre in cui la bellezza e l’innocenza delle protagoniste si confonde e si perde nell’ambiente circostante grigio e fatiscente. Di fronte al degrado morale e affettivo da cui le due ragazze sono circondate, il legame interiore che le unisce, anche di più di quello fisico, dà loro la forza di lottare e risulta ancora più commuovente e significativo.

“Io sono il terzo gemello in questo film – ha confidato il regista ai giornalisti in conferenza stampa a Roma -. In Indivisibili c’è lotta, c’è sofferenza, c’è fatica. Mi piace che la storia di Dasy e Viola parli a tante giovani che invece desiderano la ribalta, la continua esposizione mediatica, mentre loro due cercano di allontanarsi dai riflettori per conquistarsi un’esistenza come individui separati. Per ottenere la loro libertà le gemelle devono pagare un prezzo molto caro e affrontare una sofferenza forte, devono lottare con uno slancio vitale che le porta alla liberazione. Tutto ciò costa dolore ma per crescere è necessario”.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL REGNO DI WUBA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/28/2016 - 18:20
Titolo Originale: Zhuo yao ji
Paese: Cina/Hong Kong
Anno: 2015
Regia: Raman Hui
Sceneggiatura: Alan Yuen
Produzione: CHAMPION STAR PICTURES LTD.
Durata: 116
Interpreti: Bai Baihe, Jing Boran, Jiang Wu, Elaine Jin

Il giovane Tianyin è stato cresciuto dalla nonna nel ricordo del padre, famoso cacciatore di mostri scomparso tanti anni prima, ma è in realtà piuttosto vigliacco. Un giorno però, la regina dei mostri, che è incinta, in fuga dagli usurpatori che hanno ucciso suo marito, gli affida il suo piccolo, destinato a diventare il nuovo re della sua specie. Tianyin dovrà proteggerlo sia dai cacciatori di mostri che cercano di catturarlo, sia dai nemici. In questa avventura si trova accanto la giovane cacciatrice Xiaonan, che ha molto da dimostrare…. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sono presenti alcuni interessanti spunti come: il richiamo alla possibilità di una solidarietà “interraziale” che vada oltre le apparenze, la necessità di proteggere i più deboli anche quando appaiono diversi da quello che ci aspettiamo, l’apertura all’altro e il rispetto della sua “diversità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza fumettistica, qualche scena di tensione.
Giudizio Tecnico 
 
A oggi uno dei maggiori incassi del mercato cinese, questo film che esibisce un mix molto particolare di action, fantasy e commedia
Testo Breve:

Questo film cinese a tecnologia mista (attori veri e animazione) ha riscosso in patria uno strepitoso successo ed è uno dei primi veri tentativi del cinema cinese di creare prodotti appetibili anche per il mercato internazionale  

A oggi uno dei maggiori incassi del mercato cinese, questo film che esibisce un mix molto particolare di action, fantasy e commedia, è uno dei primi veri tentativi del cinema cinese di creare prodotti appetibili anche per il mercato internazionale (è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma del 2015), pur rimanendo fedeli alla propria cultura.

Il risultato è una storia che mescola i tradizionali elementi della saga fantasy (c’è un piccolo principe dei mostri da proteggere, una profezia da adempiere, un giovane eroe riluttante, una giovane guerriera che deve dare prova della sua abilità, che ricordano da un lato un classico come Willow, dall’altro i grandi archetipi alla Tolkien) con altri di comicità a volte lieve altre un po’ più greve, che fanno venire in mente certi personaggi delle tragedie shakespeariane e potrebbero qualche volta lasciare spiazzato lo spettatore occidentale.

Da un lato la coppia di mostri “sotto copertura”, tanto voraci (si farebbero volentieri un bocconcino del protagonista) quanto leali verso il loro piccolo sovrano, dall’altro una curiosa linea comica che rende per un tratto il nostro eroe il vero e proprio “portatore” del baby mostro con una serie di improbabili gag sulla gravidanza e le sue conseguenze.

Queste ultime enfatizzano l’inversione di ruoli tra il pavido ma sensibile Tianyin e la coraggiosa Xiaonan, che nasconde la sua parte femminile per non perdere la propria reputazione di guerriera. Sarà solo la convivenza tra i due, il reciproco innamoramento, e l’esperienza “genitoriale” pur riluttante nei confronti del piccolo Wuba a far recuperare ai due quello che di se stessi non avevano mai trovato o avevano voluto dimenticare.

Così, quando i due capiranno che Wuba rischia di finire nel piatto di qualche riccone, faranno di tutto per salvarlo e si conquisteranno altri improbabili alleati. Tra un combattimento volante in perfetto stile wuxia (quello de La tigre e il dragone, per intenderci) e qualche espediente molto più terra terra, i nostri porteranno a termine la missione.

Non mancano, nello scenario fantasy, elementi di riflessione quasi “politica” che alludono alla contemporaneità: il regno umano e quello dei mostri divisi per provata incapacità di convivenza che costringono i secondi a una vita di clandestinità anche quando si tratta di esseri innocui e amichevoli, il richiamo alla possibilità di una solidarietà “interraziale” che vada oltre le apparenze, la necessità di proteggere i più deboli anche quando appaiono diversi da quello che ci aspettiamo, l’apertura all’altro e il rispetto della sua “diversità” (anche quando questa si traduce in due teste e un appetito micidiale), sono tutti spunti interessanti che il film mette in scena con efficacia intermittente.

Il finale aperto allude alla possibilità di nuove mirabolanti avventure, ma anche come pellicola autonoma Il regno di Wuba resta un affascinante viaggio all’interno di una cultura narrativa insieme familiare e sorprendente che vale certo la pena di esplorare. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAFE' SOCIETY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/27/2016 - 12:51
Titolo Originale: Café Society
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: GRAVIER PRODUCTIONS
Durata: 96
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Jeannie Berlin, Steve Carell

New York, anni trenta.  I Dorfman sono una numerosa famiglia ebrea che vive nel Bronx. Hanno uno zio, Phil, che si è trasferito a Hollywood e ha avuto successo come produttore. Suo nipote Bobby, non trovando molte opportunità a New York (se non quelle che gli offre il fratello Ben, legato alla malavita) decide di trasferirsi in California. Lo zio inizia a dargli qualche lavoretto e prega la sua segretaria, Vonnie, di fargli conoscere la città. I due giovani iniziano a frequentarsi e fra loro sboccia l’amore. In realtà Vonnie è combattuta perché da un anno è l’amante segreta dello zio Phil, che sembra deciso a lasciare la moglie per vivere con lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nella Cafè Society tratteggiata da Woody Allen si divorzia spesso e le porte restano sempre aperte a nuovi innamoramenti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza criminale, anche se non vengono mostrati dettagli, possono non essere indicate ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Woody conferma il suo stile inconfondibile, fatto di eleganza e di dialoghi arguti e ironici ma in questo caso non sono stati posti al servizio di una storia appassionante
Testo Breve:

Un racconto fra Hollywood e New York, fra nostalgia e tradimenti. Un Woody Allen gradevole ma che non riesce ad appassionare

“Leonard (lo zio intellettuale marxista) dice che l’intensità della vita consiste in questo: non solo dobbiamo accogliere la sua mancanza di significato ma celebrare la vita proprio perché non ha significato”.
La mamma dice sempre: “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccherai”
Alla morte del fratello-gangster, la madre commenta: “prima un omicida e  ora  mi diventa anche cristiano. Che cosa ho fatto per meritare questo? Non so quale è peggio”.
Anche il padre è scontento. “Quando morirò protesterò per bene: è tutta la vita che prego e prego e non c’è mai una risposta. E’ un peccato che la religione ebraica non abbia un aldilà: sai quanti clienti in più avrebbe”

Sono queste le (in fondo poche) battute dove Woody non perde occasione di filosofeggiare sul senso della vita e lanciare frecciate alla religione ebraica. Per il resto il film è un compendio di quanto ci si può aspettare da questo autore, che pur fra tanti film belli e brutti (con questo film ci troviamo a metà strada) resta un professionista di prim’ordine.

Questo Cafè society esprime pienamente Woody: la cronica impossibilità di rinunciare all’eleganza e alla bellezza; i dialoghi ben costruiti e sottilmente ironici; una ricostruzione meticolosa e carica di nostalgia del bel tempo che fu (in questo caso gli anni ’30, valorizzati dalla fotografia di Giuseppe Storaro); la passione per il jazz e tanti amori scombinati dove il tradimento è sempre dietro l’angolo.

Il problema del film è proprio questo: c’è un po’ troppo di tutto e con poca anima.

Cerca di ricostruire i favolosi anni trenta di Hollywood citando famosi attori e registi dell’epoca e facendoci stupire con le loro lussuose ville, ma siamo lontani dalla ricostruzione degli umori, dei pensieri delle speranze della Parigi dei tempi di Hemingway di Midnight in Paris.

Gli amori e le crisi coniugali sono sempre presenti nei suoi film ma in questo caso (Phil deve decidere se abbandonare la moglie e i figli per sposare la più giovane Vonnie)  chi deve scegliere la via del tradimento non sembra essere particolarmente angosciato. Diverso è stato il caso di Blue Jasmine dove veniva ricostruita ogni piega del dramma di una donna lasciata dal marito.

Nonostante l’innegabile piacevolezza del racconto, il film ha una struttura complessa: si svolge nell’arco di più anni fra Los Angeles e New York con molti personaggi per esprimere, alla fine,  un unico sentimento: la nostalgia struggente di ciò che non è stato detto e di ciò che non è stato fatto e l’incapacità di saper convivere con le decisioni prese. Se prima avevamo detto che questo film appare un compendio di tutto Woody, dobbiamo sottolineare un’eccezione: il regista ha sempre avuto un tocco particolare nel dirigere le donne (Cate Blanchett ha vinto l’Oscar mentre Penelope Cruz  si è meritata una Nomination grazie a Woody) ma questa volta il personaggio di Vonnie, interpretato da Kristen Stewart appare un po’ sbiadito. Ma forse non è solo colpa del regista…

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN MEDICO IN FAMIGLIA 10

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/20/2016 - 20:13
Titolo Originale: Un medico in famiglia 10
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Elisabetta Marchetti, Isabella Leoni
Produzione: Publispei per Rai Fiction
Durata: 100'
Interpreti: Lino Banfi, Giulio Scarpati, Milena Vukotic, Flavio Parenti, Valentina Corti

Il dott. Martini, detto Lele, vive a Roma, con suo padre Libero, sua suocera Enrica, la figlia Anna, avuta dalla prima moglie defunta e i due gemelli avuti da Alice, sua seconda moglie nonché cognata, dalla quale si è separato poco dopo la nascita dei bambini, ora divenuti adolescenti. In casa Martini, temporaneamente, vivono anche Maddalena, una donna sola, figlia di un caro amico di Libero, abbandonata dal padre e dal marito, e il cugino nonché collega di Lele, il chirurgo Lorenzo, con la moglie Sara e il figlio Tommaso, i quali attendono che sia pronta la loro nuova casa. In Francia, invece, vivono l’attuale moglie di Lele e il loro figlio Carlo. Già nella prima puntata si intuisce quale sarà la vicenda centrale della fiction: Lele scopre di essere stato tradito dalla sua prima moglie defunta. Valerio, l’amante della donna, rivendica ora la possibilità che Anna, l’ultima bambina avuta da Elena, sia sua figlia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La fiction vuole presentare la bellezza dello stare insieme, ma le situazioni famigliari che mostra sono confuse e i legami interpersonali troppo fragili. Inoltre gli autori non perdono occasione per ridicolizzare molti aspetti cardine della vita cristiana
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono volgarità ma le complesse e contorte situazioni familiari che vengono descritte sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Le situazioni presentate sono irreali e la fiction non ha futuro: la serie sta in piedi solo grazie alla simpatia degli attori, agli intrighi amorosi, ai tradimenti e a delle verità nascoste del passato.
Testo Breve:

Un Medico in Famiglia 10, con scarsi indici di ascolto, va avanti grazie alla simpatia dei protagonisti e alla costruzione artificiosa di intrighi e colpi di scena in mezzo a fragili legami familiari 

La fiction ci presenta ancora una volta una famiglia “allargata”, anche se sarebbe più corretto definirla “smembrata”: di stagione in stagione, infatti, attori con ruoli fondamentali abbandonano il cast, portando alla creazione di situazioni famigliari confuse e quasi irreali. Basti pensare che Lele, dipinto come padre premuroso e uomo amorevole, in questa stagione vive lontano da sua moglie e dal suo ultimo bambino e sembra molto più coinvolto nelle vicende della sua casa romana che non da ciò che accade alla moglie e al figlio lontani. La scelta degli sceneggiatori, per quanto sconcertante, non dovrebbe stupire: non è la prima volta che la fiction mostra figure paterne e materne completamente assenti senza dare giustificazioni credibili a riguardo. Si pensi ai gemelli di Lele, Libero ed Elena, che sono cresciuti e diventati ormai adolescenti senza una madre, sebbene questa sia ancora viva.

Gli autori della serie sembrano non preoccuparsi delle incongruenze e della fragilità dei legami che presentano, molto più presi dalla creazione di intrighi e colpi di scena che distolgono l’attenzione da ogni possibile riflessione sulla genitorialità e sui valori famigliari.  Gli sceneggiatori non si fanno neppure scrupoli ad infangare la memoria di un personaggio amato e stimato come Elena, la prima moglie di Lele, che risulta aver tradito il marito per mesi senza averlo mai confessato.

Appare in modo lampante, d’altronde, che la fiction non si preoccupa di condividere dei valori o di insegnare qualcosa al suo pubblico: unico scopo della serie sembra quello di suscitare curiosità e tenere lo spettatore con il fiato sospeso di puntata in puntata. Tutto ciò che si può apprendere dalle vicende di “Un medico in famiglia” è che l’essere umano è tremendamente fragile e incostante: bugie, tradimenti, verità nascoste intessono la tela di tutta la narrazione.

L’unico personaggio che sarebbe potuto apparire coerente, Maddalena (che si considera sposata nonostante sia stata lasciata dal marito e che, umilmente, si abbandona a Dio, per capire cosa fare della sua vita) viene dipinta come una donna ingenua, goffa, superstiziosa, rigida nelle sue convinzioni. E gli autori, servendosi di lei, non perdono occasione per ridicolizzare molti aspetti cardine della vita cristiana e della dottrina della Chiesa (quali l’importanza della messa, della preghiera e del rapporto personale e quotidiano con Dio, la dignità del ministero sacerdotale, l’indissolubilità del matrimonio). Maddalena, per quanto appaia una donna simpatica, viene rappresentata come la credente fanatica, che va aiutata ad essere più concreta e sicura di sé.

Bisogna ammettere che la serie non è noiosa: è accattivante e riesce a trasmettere la sensazione che sia bello vivere insieme, in armonia. Baci, abbracci, sorrisi, battute sono all’ordine del giorno in casa Martini, una casa “sempre piena di gente”, dove c’è un continuo via vai e dove ognuno può sentirsi accettato e benvoluto per quello che è. Questo, probabilmente, è uno dei suoi maggiori punti di forza, accanto alla permanenza di personaggi che rappresentano il cuore della fiction, come nonno Libero, interpretato da Lino Banfi.

Tuttavia, i difetti della serie, sia sul piano valoriale che dal punto di vista drammaturgico, mettono a nudo quanto la sensazione di serenità che si vuole lasciare al pubblico sia costruita in modo artificiale.

Gli sceneggiatori, per quanto abili e capaci di costruire una storia con i personaggi che hanno, si ostinano a chiamare quel gruppo di persone che si allarga e si smembra “famiglia Martini”, ma basta guardare le ultime 3 stagioni per capire che il termine famiglia suona molto come una forzatura. Una vera famiglia, in “Un medico in famiglia” non esiste. E la serie sta in piedi quasi per miracolo.

Il fatto che per andare avanti la fiction debba “riesumare” un personaggio defunto, la dice lunga: quando una serie non ha futuro, si può solo scavare nel passato.

 

 

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CLAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/19/2016 - 18:02
Titolo Originale: El Clan
Paese: Argentina, Spagna
Anno: 2015
Regia: Pablo Trapero
Sceneggiatura: Pablo Trapero, Esteban Student, Julián Loyola
Produzione: KRAMER & SIGMAN FILMS, MATANZA CINE, EL DESEO, IN COPRODUZIONE CON TELEFÉ, TELEFONICA STUDIOS
Durata: 108
Interpreti: Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich

Nell’Argentina dei primi anni Ottanta, appena terminata la guerra delle Falkland, Arquímedes Puccio, un funzionario dei servizi segreti, organizza sequestri di persone facoltose con l’aiuto, tra gli altri complici, del figlio Alejandro, giocatore della nazionale argentina di rugby. I sequestri, perpetrati anche grazie al silenzio della famiglia e dello stesso governo, si concludono sempre con la riscossione del riscatto e l’uccisione dell’ostaggio. Le cose iniziano a cambiare con la fine della dittatura e il ritorno alla repubblica, ma soprattutto nel momento in cui Alejandro, che vuole sposarsi e avere una vita normale, apre gli occhi sull’abisso di violenza e menzogne in cui il padre sta trascinando la famiglia, cominciando a prenderne le distanze…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un figlio, dopo aver accettato tutto, ha un risveglio di coscienza e poco a poco accetta sempre di meno i delitti del padre fino a una ribellione completa. L'autore, attraverso una breve sequenza, non manca di dare una sferzata a chi è cattolico, che considera ipocrita e colluso con il potere
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena esplicita di sesso e alcune scene di violenza
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha vinto nel 2015 con il Leone d’argento a Venezia e riesce a rappresentare in modo approfondito lo stato d’animo di un Paese uscito dalla dittatura, attraverso le contraddizioni e le ipocrisie di una famiglia che ne è per certi versi l’emblema
Testo Breve:

Un film crudo (Leone d’argento a Venezia nel 2015) che riesce a evidenziare la fragile facciata di valori e di ideali su cui si reggeva l’Argentina appena uscita dalla dittatura militare

Dopo sette anni della più terribile dittatura nella storia argentina e al termine di una guerra tanto sanguinosa quanto inutile, il Paese, ferito e tradito, è allo sbando. In questo ben preciso contesto storico, da considerare a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film, si colloca la vicenda dei Puccio, una famiglia che di normale ha solo l’apparenza.

Il film riesce nel tentativo di raccontare in modo per niente superficiale lo stato d’animo di un Paese, attraverso le contraddizioni e le ipocrisie di una famiglia che ne è per certi versi l’emblema.

Al centro del racconto, infatti, c’è lo stridente contrasto tra la ferocia e la spregiudicatezza dell’attività criminale messa in piedi da Arquímedes per conto del governo, e la facciata di valori e di grandi ideali su cui si regge non solo la famiglia, ma anche la nazione stessa. Orgoglio, voglia di rivalsa, fedeltà, solidarietà tra simili e, soprattutto, senso di appartenenza al “clan”, appunto, di qualsiasi natura esso sia: che sia la famiglia o l’organizzazione criminale, che sia la nazione o la squadra di rugby (sport che racchiude in sé tutti i valori sopra elencati e perfetto, quindi, come metafora del tema).

È una storia che parla di grandi contraddizioni, un aspetto sottolineato egregiamente anche dalla regia (per la quale il film è stato premiato nel 2015 con il Leone d’argento a Venezia) che alle scene dei rapimenti, spesso realizzate con la dinamicità della macchina a mano, alterna sequenze dai ritmi cadenzati, composte da lenti movimenti di macchina o da una serie di quadretti per mezzo dei quali viene raccontata la tranquilla normalità della vita famigliare. Il passaggio spesso brusco tra questi due tipi di scene produce un effetto a dir poco alienante.

Alienata è anche la personalità di Arquímedes, capofamiglia e capobanda, emblematico esponente di una classe dirigente che ha messo in ginocchio il popolo argentino. Così come il governo per cui lavora, anch’egli ha approfittato della fiducia in lui riposta dalle persone di cui avrebbe dovuto prendersi cura: la sua famiglia. L’uomo, possessivo ai limiti del patologico, manipola e soggioga moglie e figli, distribuendo a piacimento menzogne, paure e sensi di colpa, a seconda di quello che più gli è funzionale per la realizzazione dei propri piani criminali e, a livello più profondo, per soddisfare la propria sete di potere e di controllo.

A farne le spese più di tutti, il figlio Alex, la cui unica colpa forse è quella di essere il primogenito. Il ragazzo, infatti, è totalmente succube della figura paterna ed è disposto a credere ad ogni sua parola, pronunciata in nome di un falso bene che esiste solo nella sua mente. Almeno fino al terribile finale dove, quasi inevitabilmente, non c’è redenzione.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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