Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

THE LEGEND OF TARZAN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/13/2016 - 21:16
Titolo Originale: The Legend of Tarzan
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Adam Cozad, Craig Brewer
Produzione: BEAGLEPUG, JERRY WEINTRAUB PRODUCTIONS, RICHE/LUDWIG PRODUCTIONS
Durata: 110
Interpreti: Alexander Skarsgård, Margot Robbie, Samuel L. Jackson

Il conte John Clayton III e sua moglie Jane vivono serenamente nella loro dimora vicino Londra. John viene convocato a Downing Street dal Primo Ministro: il conte è stato invitato dal Re Leopoldo del Belgio a visitare il Congo per testimoniare i progressi realizzati nelle sue iniziative umanitarie. John è in realtà Tarzan, il ragazzo allevato dalle scimmie e poi tornato alla civiltà. John-Tarzan è all’inizio titubante ma poi è la stessa Jane a spingerlo a partire: anche lei è cresciuta in Africa e desidera tanto ritornarvi. La coppia scoprirà presto che l’invito è frutto di un inganno: il capitano Leon Rom, per conto del re del Belgio, sta rendendo i congolesi un popolo di schiavi impiegati nello sfruttamento delle ricchezze del paese (diamanti, avorio, caucciù) e Tarzan è per Leon solo una merce di scambio… 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film costituisce una chiara condanna verso ogni forma di razzismo ma non riesce a trattenersi dal porre in ridicolo usanze cattoliche (il rosario) e dal lanciare allusioni ai preti pedofili
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune situazioni di violenza e tensione potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Ben ricostruiti i paesaggi africani; se la figura di Jane, interpretata da Margot Robbie intraprendente e determinata è ben riuscita, si stenta a ritrovare il combattivo Tarzan nel volto melanconico e mite di Alexander Skarsgård
Testo Breve:

La classica leggenda di Tarzan riproposta alle nuove generazioni con chiari messaggi contro il razzismo ma anche con qualche frecciata contro i cattolici

Questa ultima rivisitazione della leggenda di Tarzan, diretta da David Yates, (già regista di quattro film della serie di Harry Potter) è in parte fedele, ma per fortuna anche in gran parte innovativa rispetto all’arcinota storia del ragazzo allevato dalle scimmie, emblema dell’armonia perduta fra l’uomo e la natura.

Le tristi vicende dei suoi genitori morti entrambi e l’adozione del piccolo da parte della scimmia Kala vengono ricordati in flashback ma nuovo è il punto di partenza: Tarzan è ormai Lord Greystoke, sposato con Jane, poco interessato a tornare in Africa. Nuovo è anche il contesto: quello del bacino del Congo, gestito come una proprietà privata dal re Leopoldo del Belgio, che con l’ausilio di truppe mercenarie schiavizza con metodi violenti le popolazioni native.  All’interno di questo riferimento storico, purtroppo alquanto realistico, viene inserito un personaggio di fantasia, il capitano Leon Rom, un “cattivo allo stato puro”, non a caso interpretato da Christoph Waltz, ormai condannato a vita a parti pseudo-naziste.  Questo contesto, alquanto articolato, garantisce al film una serie continua di sequenze avventurose (supportate da una computer grafica non eccezionale) per il muscoloso uomo-scimmia e la bella Jane ma il puzzle che è stato messo in piedi è alquanto macchinoso e fatica a trovare una sua completa giustificazione.

Il film è indirizzato prevalentemente a un pubblico adolescente che non si pone troppe domande sul contesto storico e fa il tifo perché Tarzan e Jane possano riabbracciarsi. I messaggi che il film vuole trasmettere hanno una chiara finalità educativa: Sono dalla parte dei cattivi tutti gli schiavisti qui impersonati dalle truppe mercenarie del Belgio (una situazione, com’è noto, tristemente simile a quanto è stato storicamente accertato) anche se il film, sensibile al politically correct,  non manca di ricordare che in modo molto simile si sono comportate le truppe degli Stati Uniti  nei confronti dei nativi americani.

Evidente è anche l’importanza del rispetto per la natura e per gli animali selvatici. Se il primo romanzo di Edgar Rice Burroughs del 1912 (Tarzan delle scimmie) stimolava l’interesse del lettore sul misterioso legame che sussisterebbe fra l’uomo e la scimmia, come suggerito dalle allora ancora recenti teorie di  Darwin, il tema che prevale in questo film è la suggestione per un mondo ancora incontaminato dalla bramosia distruttiva dell’uomo, il senso del mistero che scaturisce da una natura che pulsa di una sua vita autonoma e che desidera solo essere lasciata in pace, a somiglianza di quanto ci aveva già espresso il film Avatar.

Bello e solido è anche l’amore coniugale fra Tarzan e Jane, che avrà il giusto coronamento nella nascita di un figlio.

Se il film cerca di indicare ai giovani spettatori ciò che è cattivo e da evitare, in questo caso il razzismo, non riesce a trattenersi, come è già accaduto in altri film anglosassoni destinati ai giovani (basti ricordare l’ultimo Pan) dal ricordare che il male viene dal mondo cattolico: il film non tratta in modo diretto il tema religioso ma il binomio Belgio-cattolico/schiavismo è personificato dal capitano Leon, (il cattivo di turno) che ha sempre tra le mani un rosario (in realtà una subdola arma) e non manca una salace, anche se veloce, battuta sui preti pedofili.

Molto belli i paesaggi ricostruiti in CG della foresta intorno al fiume Congo e simpatica la figura di Jane, coraggiosa e intraprendente, interpretata da una promettente Margot Robbie; si resta invece perplessi di fronte alla figura di Tarzan interpretata da Alexander Skarsgård; il suo volto invincibilmente malinconico e il suo atteggiamento mite che erano perfetti in Quel che sapeva Maisie, qui sembrano mal conciliarsi con il decisionismo pugnace di Tarzan.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PIANO DI MAGGIE - A COSA SERVONO GLI UOMINI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/03/2016 - 23:03
Titolo Originale: Maggie's Plan
Paese: usa
Anno: 2015
Regia: Rebecca Miller
Sceneggiatura: Rebecca Miller
Produzione: ROUND FILMS, RACHAEL HOROVITZ FREEDOM MEDIA, IN ASSOCIAZIONE CON LOCOMOTIVE, HYPERION MEDIA, FRANKLIN STREET CAPITAL
Durata: 98
Interpreti: Greta Gerwig,Julianne Moore, Ethan Hawke

Maggie vive a New York e lavora alla New School, con il compito di trovare uno sbocco commerciale per i progetti più brillanti degli studenti dell’istituto. La ragazza si sente sola: le sue relazioni amorose sono durate sempre  pochi mesi e così prende la decisione di diventare mamma tramite un’inseminazione artificiale, chiedendo a un suo brillante ex compagno di università, il seme necessario. Anche il professor John, un antropologo, insegna alla New School: i due finiscono per conoscersi e frequentarsi. John è scontento per molti motivi: è trascurato dalla moglie Georgette, una professoressa della Columbia University, molto presa dal suo lavoro e si sente frustrato per non riuscire a portare a compimento il suo libro. Solo Maggie lo comprende e lo incoraggia: i due finiscono per mettersi insieme ed un anno dopo nasce una bambina. Ben presto il loro rapporto si incrina: John è tutto preso dal suo libro e lascia Maggie sola a badare alla loro bambina (spesso anche a occuparsi dei due figli avuti dalla precedente relazione). Maggie finisce per conoscere Georgette: trova la donna molto intelligente e inizia a pensare di aver fatto male ad allontanare John da sua moglie...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna cerca di diventare mamma senza l’ausilio di un uomo grazie all’inseminazione artificiale. Un uomo abbandona la moglie e due figli salvo poi pentirsi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune tematiche familiari disordinate
Giudizio Tecnico 
 
Buona resa dei personaggi e delle loro trasformazioni grazie a un’ottima sceneggiatura e a valide interpretazioni
Testo Breve:

Maggie acconsente a unirsi a John, anche se è sposato con due figli. Una storia ben raccontata di uomini e donne che non sanno riflettere per comprendere quali sono i loro  i loro veri sentimenti 

Diciamo subito che la sceneggiatura è ottima. La regista e sceneggiatrice è Rebecca Miller, figlia del celebre drammaturgo. Si vede che buon sangue non mente.   I tre protagonisti, con le loro trasformazioni, le loro incertezze, sono ben tratteggiati (e anche ben interpretati da attori del calibro di Julianne Moore, Ethan Hawke e l’emergente Greta Gerwig); la storia è   ben ritmata: la Miller sa bene quando è il momento giusto per dare un risvolto al racconto e gestisce con parsimonia i vari accadimenti, senza porvi troppa enfasi.

Quando si parla di New York e di ambienti intellettuali (tutti e  tre i protagonisti hanno un incarico all’università) viene subito in mente Woody Allen. Il riferimento è giustificato e anche se la Miller mostra un’ironia più “fredda” di Woody, i personaggi hanno lo stesso atteggiamento di compiaciuto narcisismo, molto impegnati a prendere sempre sul serio i loro  piccoli o grandi desideri. Ciò che fa la differenza, è l’originalissima figura di Maggie. E’ una Maggie che è sempre pronta a porre le esigenze degli altri prima delle sue,  è riflessiva, si reca ogni tanto a pregare in una chiesa quacchera, manifesta spesso una inaspettata ingenuità,  non è mai passionale.

Questo personaggio, così insolito, induce a riflettere anche noi perché potebbe essere l’archetipo della “brava persona” in una nuova realtà (solo americana?) dove i parametri etici si sono sostanzialmente modificati.

Maggie, ama i bambini, vuole essere mamma, ma non c’è più una correlazione stretta fra questo desiderio e la necessità di trovare un uomo con cui unirsi per fare una famiglia. L’ipotesi non è scartata ma ora è solo una delle opzioni possibili.  Anche quando John dichiara di amarla e lei ricambiandolo, decide di vivere con lui, non si crea nessun complesso di colpa nei confronti di Georgette e suoi due figli: la giusta priorita è ora quella di fare in modo che ognuno possa raggiungere felicità dando soddisfazione alle propre passioni.

Infine il “sacrificio” di Maggie. L’altruismo che Maggie manifesta, quasi una “santa della nuova morale”. riconoscendo che John e Georgette si amano ancora, conferma che la priorità assoluta è sempre seguire il sentimento del momento, gestito oltretutto in modo incauto e irriflessivo, visto che nel frattempo sono nati tre figli.

Il film della Miller ha un’altra caratteristica che lo rende molto attuale. Si può iscivere nel filone, in continua espansione, del woman power (Maleficent, Frozen). Sono le due donne, Maggie e Georgette, a tessere le fila della situazione e a decidere cosa fare. John è perennemente indeciso su come comportarsi, anche perché è non riesce ad andare oltre la ricerca del suo interesse personale.

Se prima aveva lasciato Georgette per Maggie perché quest’ultima sembrava più interessata al suo libro, ora trova utile tornare da Georgette perché gli ha dato dei giusti suggerimenti su come completarlo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOTHER'S DAY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/23/2016 - 21:03
Titolo Originale: Mother's day
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Garry Marshall
Sceneggiatura: Lily Hollander, Tom Hines, Matthew Walker, Anya Kochoff Romano (Anya Kochoff)
Produzione: WAYNE RICE, GULFSTREAM PICTURES
Durata: 118
Interpreti: Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts, Jason Sudeikis, Britt Robertson

Quattro storie che descrivono le vite di un gruppo di donne, madri amorevoli, forti e imperfette, alla vigilia della festa della mamma. Racconti ironici, sdrammatizzanti e commuoventi che parlano di un rapporto unico al mondo: quello madre-figlio

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Mother’s day è una commedia divertente fondata sul semplice concetto che la mamma comunque vada resta un valore insostituibile nella vita di ogni essere umano. Tuttavia, dietro la veste di correttezza e buona educazione che le storie assumono, si nasconde l’errore concettuale secondo cui nella vita privata di ognuno tutto è concesso purché si mantenga un dignitoso decoro nei rapporti e rispetto alla società. Le mamme debbono accettare tutti i nuovi modi di far famiglia, pronte a rinunciare ai propri diritti naturali.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche complessa situazione famiiare
Giudizio Tecnico 
 
Il cast artistico formato da grandi nomi si conferma eccellente e le interpretazioni sono molto convincenti. Nel film è stata posta una grande attenzione alle scenografie, molto curate in ogni dettaglio.
Testo Breve:

Storie di mamme nel giorno della loro festa. La mamma è sempre la mamma anche quando è abbandonata dal marito, dà in adozione la propria figlia oppure si unisce a un'altra donna.  Si può fare tutto purché risulti politically correct

Quattro storie, del tutto diverse, per provare a descrivere il rapporto madre-figlio. Gary Marshall, già regista di successi come Pretty woman, Appuntamento con l’amore e Capodanno a New York, realizza una nuova commedia in cui brillano grandi star di Hollywood: Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts e Jason Sudeikis.

In Mother’s day c’è quella giusta dose di classiche emozioni a buon mercato mista ad una saporita e delicata comicità. Tre mamme e un papà vedovo vivono la maternità/paternità , in situazioni spassose e toccanti, alla vigilia della festa della mamma.

Jennifer Aniston è Sandy, madre di due bambini divorziata il cui marito si è da poco risposato con una donna molto giovane. Ironica, imperfetta e appassionata come sa essere la Aniston, Sandy fatica ad accettare la situazione ma soprattutto fatica a dividere i figli con la nuova compagna dell’ex marito e finisce col trovarsi di continuo in situazioni imbarazzanti. Per questo film invece Julia Roberts diventa Miranda, una donna di successo che da ragazza era stata costretta a dare la sua bambina in adozione; Kristin (Britt Robertson), è sua figlia ormai diventata donna e  mamma a sua volta ma ha paura di sposare il suo compagno a causa del trauma di essere stata abbandonata alla nascita. Jason Sudeikis è il padre di due ragazze che dopo la morte della moglie si trova da solo a crescerle e a cercare di superare il lutto, accettando di farsi aiutare da un gruppo di simpatiche mamme che frequentano la sua palestra. Infine Jesse (Kate Hudson), sposata con un medico indiano con cui ha una figlio ma che non ha mai avuto il coraggio di dirlo ai suoi genitori, che non vede da anni, a causa dei loro tanti pregiudizi.

Mother’s day è una commedia brillante, fatta di buoni sentimenti in pieno stile hollywoodiano, divertente e costruita nel modo più corretto possibile. Perché in essa ogni problema è affrontato con garbo, buona educazione, leggero e gentile anche nelle situazioni più spinose. Eppure, se da un lato, nel caso dei genitori di Jesse con preconcetti razziali l’ironia si addice e smonta simpaticamente ogni risvolto drammatico, dall’altro la storia di Sandy, dietro il divertimento, ci lascia perplessi per un errore di fondo: è davvero giusto e possibile accettare che la nuova giovane compagna del proprio ex marito diventi la seconda mamma dei figli nati dal primo matrimonio? Marshall offre una risposta ovviamente commuovente: la mamma è insostituibile e nessuno al mondo potrà mai prendersi cura dei suoi figli come lei; ma resta il fatto che la dolorosa instabilità della situazione familiare dei figli di Sandy è ugualmente presentata come normale, sostenibile, sicuramente politicamente corretta e quasi auspicabile, come se il vero ostacolo alla serenità fosse l’incapacità di Sandy di accettare il nuovo assetto della famiglia.

Marshall cede nuovamente alla dittatura del politicamente corretto quando i genitori di Jesse irrompono a sorpresa a casa sua e non solo scoprono l’inaspettato matrimonio della figlia con un indiano ma anche l’unione omosessuale dell’altra figlia con una donna madre di un bambino. Lo sconcerto degli anziani genitori serve al registra per equiparare il loro sentimento razzista nei confronti del genero indiano alla disapprovazione da loro percepita per la coppia omosessuale che alleva un bambino. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MIEI GIORNI PIU' BELLI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/23/2016 - 18:31
Titolo Originale: Trois souvenirs de ma jeunesse
Paese: FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Arnaud Desplechin
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Julie Peyr
Produzione: Altri titoli Nos Arcadies Durata 120' Colore C Genere DRAMMATICO Specifiche tecniche SCOPE (1:2.35) Produzione WHY NOT PRODUCTIONS, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 120
Interpreti: Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric

Paul Daedalus è un antropologo francese; vive da anni nel Tagikistan, ma si accorge che è ormai tempo di tornare in patria. Sbarcato all’aeroporto di Parigi, viene fermato dalla polizia, sospettato di essere una spia. Il malinteso viene presto scoperto: si tratta di un caso di omonimia di cui Paul conosce bene le cause. Quand’era un giovane studente liceale aveva fatto una gita scolastica in Russia ai tempi della guerra fredda e aveva ceduto il suo passaporto a un giovane ebreo che voleva emigrare. Questo problema di identità spinge Paul a meditare su chi veramente sia lui stesso e inizia a ricordare alcuni episodi dell’infanzia e della giovinezza….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sostanziale sfiducia nel valore della vita familiare. Un amore prevalentemente egoistico che non matura a livello di progetto di vita in comune
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali con nudità femminili
Giudizio Tecnico 
 
Il film trova la sua parte più compiuta e partecipata nel racconto d’amore fra i giovani Paul ed Esther mentre gli altri capitoli appaiono di puro sostegno alla prima. Premio SACD alla 47ma Quizaine des Réalizateurs (Cannes 2015).
Testo Breve:

Un antropologo francese racconta l’intenso ma infelice amore coltivato nell’adolescenza. Un film intenso ma più intellettuale che realistico.

Non sono pochi gli autori del cinema che ritengono appropriato, per presentare un personaggio nella sua completezza, mostrarlo nelle varie fasi della sua vita.

L’esempio più famoso ci viene dagli Stati Uniti: quello di Richard Linklater che con il suo Boyhood  ha raccontato la vita di un ragazzo dai sei anni fino all’adolescenza o ancor più con la  trilogia di una coppia (interpretata dagli stessi attori) che si incontra ogni dieci anni (Prima dell’alba -1995, Prima del tramonto-2004,  Before Midnight-2013).

Ora Arnaud Desplechin usa il pretesto (un po’ forzato) del fermo del protagonista da parte della Sicurezza Francese per raccontarci tre episodi della sua vita: quand’era bambino, poi durante l’adolescenza (in particolare la sua gita scolastica in Russia) e infine, da universitario, il capitolo più sviluppato: l’amore fra lui per Esther.

Il primo episodio è sicuramente sgradevole: Paul appare come un ragazzo violento che punta il coltello anche a sua madre o che distrugge, invidioso, la bicicletta di un compagno. Anche nel seguito del film ci sono altri episodi di dispute vivaci fra dei genitori e i loro figli, senza possibilità di riconciliazione. Sono probabilmente segni che il regista ha voluto lasciare per manifestarci la sua totale avversione a una normalità, quella familiare,  che imprigiona e che impedisce a un ragazzo di concentrarsi sull’esclusiva e irripetibile realizzazione di se stesso.

Nell’episodio successivo, si instaura per prima, fra Paul ed Esther,  una complice amicizia (Esther sta, ai tempi del liceo, con un altro ragazzo) ma poi, diventati giovani-adulti, scoppia fra loro un’intensa passione, fatta di incontri veloci (lui frequenta l’università di Parigi mentre lei è rimasta nella loro nativa Rubaix), di solenni dichiarazioni di appartenenza reciproca  ma anche di tradimenti e, alla fine, dopo anni vissuti a distanza, l’abbandono definitivo da parte di lei.

Il Paul adulto, non ha mai dimenticato quegli anni e quella passione non ha perso d’intensità, anzi è proprio quel sentimento così esclusivo ma ormai definitivamente melanconico, che lo fa ancora sentire vivo.

Il film manifesta alcune caratteristiche che lo qualificano chiaramente come un film francese: innanzitutto l’amore per l’affabulazione (Paul ed Esther si scambiano continuamente delle lettere che loro leggono rivolti verso lo schermo, con un frasario ricercato con il quale cercano di esprimere la loro passione assieme ai dubbi, e alle sofferenze per la distanza che li separa). Ma anche l’amore per l’arte (in quale film italiano due giovani si incontrano in una pinacoteca per commentare criticamente un capolavoro del ‘700?).

L’ epilogo del racconto risulta un conseguenza logica delle premesse. La priorità che ha sempre posto Paul nel realizzare se stesso nel suo lavoro (viaggia moltissimo come antropologo), il rifiuto di qualsiasi progetto familiare finiscono per raggelare una storia d’amore che è rimane ferma ai sospiri adolescenziali e alla passione puramente sensuale, senza che si sia potuta diventare la realtà di un progetto di vita in comune.

C’è in questa storia un eccesso di intellettualismo, una forzatura nel racconto,  che sembra costruito apposta per trascinare l’amore verso un incompiuto, esasperato  sentimento. Come rendere cieco un usignolo perché canti meglio. Per contrasto, appaiono molto più reali le tante storie dei giovani innamorati dei film di Eric Rohmer (innamorati si, ma anche con la testa sulle spalle).

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JANE THE VIRGIN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/21/2016 - 19:51
Titolo Originale: Jane the Virgin
Paese: USA
Anno: 2014
Sceneggiatura: Jennie Snyder Urman
Produzione: Poppy Productions RCTV Electus CBS Television Studios Warner Bros. Television
Durata: da giovedì 23 giugno 2016 su RaiDue
Interpreti: Gina Rodriguez, Andrea Navedo, Justin Baldoni, Yael Grobglas, Ivonne Coll

Jane è una ragazza ispano-americana di 20 anni che vive a Miami; guadagna qualcosa lavorando come cameriera in un lussuoso hotel ma intanto attende di trovare un incarico come insegnante. La sua formazione è cattolica e sua nonna le ha sempre ricordato il valore della verginità. Per questo, pur avendo da due anni un fidanzato, è ancora illibata. Recatasi in ospedale per un controllo di routine, subisce una fecondazione artificiale da parte di una dottoressa troppo distratta e così Jane resta incinta. Il padre del bimbo è proprio Rafael, il giovane direttore e proprietario dell’albergo in cui Jane lavora….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Jane, la vergine che non dice mai bugie, svolge bene il ruolo di attrazione magnetica verso il bene nei confronti degli altri personaggi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale senza nudità
Giudizio Tecnico 
 
Un buon ritmo accompagna i numerosi personaggi, tutti nella parte, con la giusta ironia che evita di prender troppo sul serio quanto viene raccontato
Testo Breve:

Jane si è seriamente impegnata ad arrivare vergine al matrimonio ma resta incinta a causa di un’inseminazione artificiale avvenuta per errore. Il pretesto iniziale di questa telenovela è l’occasione per un racconto divertente e sostanzialmente positivo

Jane, quando era ancora bambina, era stata invitata dalla nonna a prendere un fiore appena sbocciato e le aveva chiesto di stringerlo forte nella mano: i petali erano caduti e il fiore si era ridotto a un ammasso informe. “Questo è quello che accadrà se perderai la verginità” le aveva detto. L’abuela, non si era preoccupata solo dell’integrità fisica della nipote: ma anche del suo comportamento morale e le aveva sempre detto che non bisogna mai mentire, neanche quando può sembrare che ciò sia fatto a fin di bene.

Il candore di Jane (che però ha anche lei le sue passioni e i suoi desideri) è l’aspetto più originale di questa telenovela, un novello Candide che si muove in un mondo dove tradimenti, ricerca della ricchezza a tutti i costi, vanità, amori lesbici, sono gli aspetti più ricorrenti.

Questo serial TV di origine statunitense (andato in onda nel 2014), a sua volta ricavato, con sostanziali modifiche, dal serial venezuelano Juana la Virgen e ora in programmazione su RaiDue da giovedì 23-6.16) ha la tipica struttura della telenovela: procede non seguendo un percorso di maturazione dei personaggi ma per espansione. Ad ogni puntata spunta fuori un nuovo parente o un nuovo amico; si scopre chi è il vero padre di Jane o l’amante della moglie di Rafel. Non manca la componente gialla e il detective Michael, fidanzato di Jane è molto impegnato nello stesso albergo dove si susseguono misteriosi omicidi. Avanzando in questo modo, di colpo di scena in colpo di scena,  la storia mantiene un buon ritmo e potrebbe proseguire all’infinito. Il tono resta ironico e divertente e alcune tecniche adottate sono originali; come il far parlare due personaggi con formale cortesia, mentre in sottotitolo, appaiono le frasi che vorrebbero veramente scambiarsi, odiandosi a vicenda.

Non ci sono personaggi irrimediabilmente cattivi (oppure sono pochissimi): tutti hanno una buona predisposizione verso gli altri, soprattutto nei rapporti familiari ma in tanti hanno delle debolezze e per questo sono spesso costretti a chiedersi scusa a vicenda (fra mamma e figlia, fra fidanzati, fra marito e moglie). Ci sono molte attrazioni sessuali che nascono spontanee e coscientemente non desiderate ma questo è un “problema di chimica”, come viene spesso ripetuto e i personaggi oscillano spesso fra il cedere alle proprie inclinazioni e il ritornare ad essere ragionevoli, propositivi per il futuro, salvo cadere nuovamente in tentazione. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIDUE
Data Trasmissione: Giovedì, 23. Giugno 2016 - 21:15


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MA MA - TUTTO ANDRA' BENE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/10/2016 - 12:47
Titolo Originale: Ma Ma
Paese: Francia, Spagna
Anno: 2015
Regia: Julio Medem
Sceneggiatura: Julio Medem
Produzione: MORENA FILMS, MAMA PELÍCULAS AIE, MARE NOSTRUM
Durata: 110
Interpreti: Penelope Cruz, Luis Tosar, Asier Etxeandía

Magda vive da sola con il figlio Dani, di 10 anni: il marito li ha abbandonati. La sua situazione è decisamente difficile: non riesce più a trovare un lavoro come insegnante e le è stato diagnosticato un cancro al seno. La donna non si scoraggia; si sottopone alla chemio terapia con la speranza di una guarigione ed ha anche lo spirito di fare coraggio ad Arturo, un uomo, conosciuto mentre assisteva a una partita di calcio di suo figlio, a cui un incidente stradale ha sottratto la figlia e la moglie. La situazione sembra volgere al sereno, si crea un’intesa fra Magda e Arturo ma poi una brutta notizia si abbatte su Magda…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film propone una ideologia vitalista, dove la donna è una forza in grado da sola di vincere la morte e di dare il senso ultimo della nostra vita
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene post-operatorie potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Un film sopra le righe, nella recitazione e nella regia; la tesi che il film vuole proporre è sviluppata attraverso una sequenza incredibile di disgrazie.
Testo Breve:

Il film elogia la prerogativa femminile di dare la vita, vista come una forza naturale in grado di sovrastare ogni avversità: retorico e sopra le righe

Penelope Cruz è produttrice, oltre che protagonista di questo film e il regista è un suo amico: ciò spiega molte cose. Spiega la libertà che Penelope si è voluta concedere nell’interpretare la figura di Magda caricando le tinte senza controlli e seguendo una sceneggiatura sfacciatamente a tesi. Sotto questo aspetto Penelope ricorda Will Smith in Sette anime: anche in quel caso l’attore era produttore otre che protagonista e anche in Sette anime l’ideologia da portare avanti era molto precisa (quella di Scientology).

Per sostenerla, anche in quel caso a non si facevano sconti sulle disgrazie: Will Smith riusciva da solo, con un incidente d’auto a uccidere sua moglie e altre sei persone.

 In questo Ma Ma c’è poco da stare allegri: Magda, disoccupata e con un cancro al seno diagnosticato da poco, ha appena incontrato Arturo, un signore, interessato alle doti calcistiche di suo figlio. Mentre stanno parlando, l’uomo riceve una telefonata con la quale viene informato che in un incidente d’auto è morta sua figlia e la moglie è gravissima (morirà poco dopo). Sembra quasi che Magda porti proprio sfortuna. Se la chemio-terapia sembra vincere la battaglia contro il cancro al seno, ciò non è sufficiente: un altro cancro, più insidioso, fa la sua compara…

Questo film è frutto dell’incrocio di due personalità in un momento poco felice: Penelope Cruz che si esibisce senza controlli registici e il regista Julio Medem, barocco, eccessivo, stucchevole.

Non si può dire che sia Penelope a recitare ma piuttosto il suo corpo che esibisce ripetutamente senza timori: giovane e avvenente nel momento del test, per palpazione, al cancro al seno, pallida e senza trucco mentre perde i capelli durante la chemio, in contemplazione davanti a uno specchio dopo l’intervento di mastectomia (si tratta ovviamente di computer grafica ma la scena è ugualmente impressionante) e infine sulla spiaggia in bikini con il suo pancione da ottavo mese di gravidanza.

La sua ideologia è espressa chiaramente in una sequenza finale; lei non crede nell’esistenza di Dio ma crede nella vita; per questo cerca di concludere la sua gravidanza prima che il cancro finisca di compiere la sua opera. La morte si combatte con la vita. Magda è una sorta di ’icona della “santità” muliebre”, colei che è in grado di portare continuamente la vita su questa terra. Con una certa analogia, anche Will Smith in Sette Anime, moriva per donare i suoi organi a sei persone che ne avevano bisogno.

Il regista Medem conferma il suo stile surreale, di una ingenuità quasi infantile. Si canta di frequente in questo film (del tipo “cuore” e “amore”) fra l’annuncio di una tragedia e l’altra.

Non resta che esprimere una nota di comprensione nei confronti di Arturo: questo pover’uomo non fa a tempo a conoscere Magda che riceve la notizia della morte della moglie e della figlia; si avvicina a Magda più che altro per impostare  una forma di consolazione reciproca ma di fronte a questa donna così esuberante e si trova ben presto  a dover gestire, da solo, il precedente figlio di lei e la bambina nata dalla loro relazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE NICE GUYS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/07/2016 - 18:54
Titolo Originale: THe Nice Guys
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Shane Black;
Sceneggiatura: Shane Black, Anthony Bagarozzi
Produzione: SILVER PICTURES, WAYPOINT ENTERTAINMENT
Durata: 116
Interpreti: Russell Crowe, Ryan Gosling, Matt Bomer, Kim Basinger

Los Angeles, 1977. Le vite piuttosto complicate del detective privato Holland March (con il vizio dell’alcool e una figlia tredicenne fin troppo sveglia) e del “picchiatore” Jackson Healy si incrociano quando entrambi si mettono sulle tracce della misteriosa Amelia, la giovane figlia di un pezzo grosso della Giustizia che forse si è messa nei guai nel giro del porno. Dietro la scomparsa di Amelia c’è un intrigo più grosso e pericoloso…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Allo spettatore resta il sapore positivo di una amicizia maturata nelle improbabili avventure di questi due eroi così poco eroici, ma alla fine capaci di mettersi dalla parte dei buoni
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di nudo e allusioni sessuali, numerose scene di violenza anche cruda.
Giudizio Tecnico 
 
Shane Black è rimasto un punto di riferimento per film d’azione ricchi di ironia e intrighi complottistici grazie anche a una coppia di interpreti davvero azzeccatissima che dà quella marcia in più in grado di creare un ottimo esempio di intrattenimento destinato a un pubblico adulto
Testo Breve:

Due affiatatisssimi Russell Crowe, Ryan Gosling sembrano fare il verso ai nostri Bud Spencer e Terence Hill per un film brioso e divertente ma solo per adulti

Sceneggiatore di lungo corso con una spiccata predilezione per la buddy comedy (ricordiamo un titolo tra tutti, Arma Letale), Shane Black ha rilanciato la sua carriera qualche anno fa con la regia di Iron Man 3 e da allora è rimasto un punto di riferimento per film d’azione ricchi di ironia e intrighi complottistici che sono in realtà soprattutto lo spunto per mettere in scena caratteri decisamente bigger than life.

Una formula che si adatta perfettamente a questo suo nuovo film, a cui una coppia di interpreti davvero azzeccatissima (per fisicità, stile di recitazione, capacità di interazione e chi più ne ha più ne metta) dà quella marcia in più in grado di creare un ottimo esempio di intrattenimento destinato a un pubblico non certo di giovanissimi (per la violenza esibita – pur se problematizzata – e la notevole dose di nudo e linguaggio crudo), ma capace di godersi un divertissement di livello.

L’affresco d’epoca (che si prende qualche libertà sia nella colonna sonora che nella messa in scena, ma del resto non si tratta certo di un film per puristi) è funzionale a raccontare due personaggi di “perdenti” molto diversi tra loro, che un mistero legato a una ragazza scomparsa e alla morte di una divetta del porno (e più avanti anche all’industria automobilistica) mette insieme in un’indagine dai tratti spesso surreali.

La coppia di opposti (che in molti, tra cui gli stessi attori protagonisti, hanno accostato non poi così a torto ai nostri Bud Spencer e Terence Hill) è di quelle non originalissime, ma riuscite grazie al tocco di verità che Russell Crowe, nei panni strabordanti di un picchiatore non privo di coscienza, e Ryan Gosling, detective da strapazzo con una figlia anche troppo saggia, sanno dare senza perdere in leggerezza.

Si potrà forse dire che la trama procede talvolta per scatti e semplificazioni magari eccessive, ma la verità è che il film di Black funziona nella misura in cui ci si appassiona ai destini bislacchi dei suoi protagonisti, che, a dispetto della profanità del contesto in cui si muovono e dei loro stessi numerosi difetti, alla fine, anche grazie allo sguardo di una ragazzina sono capaci di “fare la cosa giusta”. Se anche il loro impegno sembra scontrarsi con un nemico troppo forte (il senso di inutilità della loro battaglia è amplificato dall’astuto riferimento allo scandalo dei controlli sugli scarichi delle auto, che è tornato alla ribalta l’anno scorso con la vicenda di Volkswagen & C….), alla fine allo spettatore resta il sapore positivo di una amicizia maturata nelle improbabili avventure di questi due eroi così poco eroici, ma alla fine capaci di mettersi dalla parte dei buoni….

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN NOME DI MIA FIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/06/2016 - 13:39
Titolo Originale: Au nom de ma fille
Paese: Francia, Germania
Anno: 2015
Regia: Vincent Garenq
Sceneggiatura: Julien Rappeneau, Vincent Garenq
Produzione: LGM CINÉMA, BLACK MASK PRODUCTIONS, STUDIOCANAL, TF1 FILMS PRODUCTION, IN COPRODUZIONE CON NEXUS FACTORY, UMEDIA, ARENA MULTIMEDIA GROUP
Durata: 87
Interpreti: Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Dany, Christelle Cornil, Lilas-Rose Gilberti

Nel 1982, André Bamberski viene informato della morte di Kalinka, sua figlia quattordicenne, mentre si trovava in Germania, ospite del dottor Krombach, il compagno della sua ex moglie. I risultati dell’autopsia generano in Andrè forti sospetti che sia stato proprio il dottor Krombach ad uccidere sua figlia con un’iniezione, dopo aver abusato di lei. L’inerzia della polizia, la lentezza della macchina giudiziaria, resa ancora più complessa dal fatto che sono coinvolte le corti della Francia e della Germania, non scoraggiano Andrè, che impiegherà 27 anni per vedere il dottore in prigione. Il film è ispirato a un fatto realmente accaduto

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra come la virtù della tenacia di un padre si trasformi in un disumano desiderio di giustizia a qualsiasi costo
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è scabroso (atti di violenza su delle minorenni) con la descrizione di alcuni dettagli raccapriccianti
Giudizio Tecnico 
 
Molto bravo il protagonista Daniel Auteuil; puntigliosa e attenta la regia per una storia che gioca la sua attrattiva nell’impegno del protagonista nello scoprire sempre nuovi cavilli giuridici
Testo Breve:

Tratto da una storia vera, in film ricostruisce, passo passo, la cronaca dei 27 anni che furono necessari a un padre per assicurare alla giustizia l’assassino di suo figlia. 

Negli anni ’70 esisteva ancora in Francia il reato di adulterio. Andrè utilizza appieno questa legge, presentandosi a casa dell’amante di sua moglie con un ufficiale giudiziario.

Il personaggio di Andrè è in questo modo, già delineato: non si accalora, non si sfoga arrabbiandosi come sarebbe umanamente comprensibile, quando intuisce che la moglie lo sta tradendo, ma organizza una vendetta a freddo. Quando sua figlia muore, un referto poco chiaro dell’autopsia è sufficiente per accusare il nuovo compagno della sua ex-moglie di omicidio. Tutti, data l’esiguità degli indizi, anche la sua ex moglie, pensano che l’accusa sia solo un mezzo che ha escogitato Andrè per vendicarsi. 

Andrè invece, più difficoltà incontra e più si intestardisce. Ormai vive solo dell’impegno di fare giustizia per la morte di sua figlia ed è pronto a sacrificarvi tutte le sue energie, fino ad abbandonare Cécile la compagna che per molti anni ha cercato di sostenerlo ma alla fine si è arresa, cosciente del fatto che Andrè non riesce ad occuparsi d’altro.

Il film si sviluppa come un giornale di cronaca, raccontando, anno dopo anno, le iniziative che intraprende Andrè, man mano che accumula molte sconfitte e poche vittorie. Una scelta stilistica motivata dalla giusta conclusione che in questo caso la realtà è risultata superiore ad ogni possibile immaginazione. L’interesse che il regista riesce a sviluppare intorno a questo caso  sta nel seguire la storia di Andrè, che riesce a trovare continuamente nuovi cavilli giuridici che costringono a riaprire il caso ogni volta che questo appare definitivamente chiuso. Non manca il colpo di scena finale con il quale Andrè, con metodi illegali, secondo il principio di “il fine giustifica i mezzi”,  riuscirà finalmente a mandare il prigione il dottor Krombach.

Il film, ben recitato da un ossessionato Daniel Auteuil, non può che lasciare perplessi.

Altri film hanno esaltato la virtù della tenacia paterna. Vorrei citare L’olio di Lorenzo e Misure straordinarie: in entrambi i casi un padre e una madre si improvvisano ricercatori per trovare un farmaco che possa salvare il loro figlio da una grave malattia e alla fine avranno successo.

Il caso di Andrè si sviluppa in modo  diverso. Anche in questo caso si tratta di ostinazione e tenacia paterna e lo spettatore per buona parte del film non può che parteggiare per lui, di fronte alla lentezza e alla noncuranza della magistratura. 

Ma lentamente la virtù umana si trasforma in qualcosa di disumano. E’ significativo il colloquio di Andrè con suo padre, che lo invita a desistere, accontentandosi della vittoria morale conseguita (il dr Krombach era stato condannato ma gli era stato condonato il carcere). Andrè invece continua a ritenere che solo una condanna completa potrà appagare la sua sete di giustizia per la morte della figlia.

Lo spettatore, alla fine dello spettacolo proverà, più che la soddisfazione per una causa vinta, l’amarezza della perdita di umanità da parte del protagonista.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRA LA TERRA E IL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/01/2016 - 11:17
Titolo Originale: Masaan
Paese: India, Francia
Anno: 2015
Regia: Neeraj Ghaywan
Sceneggiatura: Varun Grover
Produzione: RISHYAM FILMS, MACASSAR PRODUCTIONS, PHANTOM FILMS, SIKHYA ENTERTAINMENT, IN COPRODUZIONE CON PATHÉ, ARTE
Durata: 103
Interpreti: Richa Chadda, Vicky Kaushal, Sanjay Mishra, Shaalu Gupta

Benares (Varanasi) al giorno d’oggi. Devi ha un incontro con il suo fidanzato ma la polizia irrompe nell’appartamento dove si sono rifugiati: rischiano una denuncia per comportamento indecente. Il ragazzo si chiude in bagno e si suicida. Devi deve cambiare città e lavoro per evitare lo scandalo mentre il padre (la madre è morta da tempo) è costretto a pagare un’ingente somma a un poliziotto corrotto per evitare che la sua famiglia venga disonorata. Deepak è uno studente di ingegneria e si innamora di un’altra studentessa, Shaalu, che però appartiene a una casta elevata, mentre Deepak è un dom, membro cioè della casta che ha il compito di cremare i cadaveri. La famiglia di Shaalu non accetta che i due ragazzi si sposino, ma Shaalu gli promette sostegno e gli chiede solo di avere pazienza. Deepak accetta ma la loro relazione avrà un risvolto inaspettato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c’è una particolare tensione etica nel film (il poliziotto che corrompe appare nella norma) ma solo una dolente rassegnazione a un fato indecifrabile
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida scena, senza nudità, di incontro amoroso
Giudizio Tecnico 
 
Stupenda fotografia per un racconto di storie parallele che sembrano procedere senza una logica che li unisca, se non per un destino che appare indecifrabile. Premio Fipresci a Cannes 2015
Testo Breve:

Due storie di amori giovanili  a Benares, la città santa degli indù. Un conflitto fra passato e presente, fra nuove e vecchie generazioni, una stupenda fotografia del Gange e della città santa

Si parla tanto di Bollywood e finalmente ecco una produzione indiano-francese che non cerca di imitare Hollywood ma che ci introduce in una realtà squisitamente indiana: come personaggi, come storia e come ambientazione. Il racconto si svolge a Benares (ora Varanasi), la città santa degli induisti e se c'è un livello di eccellenza in questo film lo troviamo proprio nella bellezza della fotografia, sopratutto nelle riprese notturne, quando il Gange si illumina dei mille riflessi dei falò che ancora restano accesi a bruciare i corpi dei morti (ogni induista desidera che vengano sparse le proprie ceneri nel Gange e il titolo originale del film, Masaam, vuol dire appunto crematorio).

Che si tratti di un film con sensibilità diversa da quella occidentale, lo si nota subito da alcune sequenze un piccolo orfano, particolarmente vivace, viene sgridato a suon di scappellotti. Credo che una scena di questo genere non si veda nel cinema occidentale almeno dagli anni '50. Anche la scommessa che ogni giorno fanno gli adulti sulle rive del Gange su quale dei tanti orfanelli che si cimentano riuscirà a prendere più monetine sul fondo del fiume, con il rischio di restare soffocati, è una sequenza che viene ripresa più volte in modo acritico, come una consuetudine di quella città.

Tre storie avanzano in parallelo: la giovane Davì, colta dalla polizia a letto con il suo ragazzo, deve trovare un nuovo lavoro per evitare i pettegolezzi; l'amore, tenero ma impossibile, fra i due studenti universitari Deepak e Shaalu, forse l’episodio più felice e luimnoso del film, che debbono gestire assieme il problema, che appare insormontabile, della loro differenza di classe; infine il padre stesso di Davì che viene catturato dal demone della scommessa e che non esita a sfruttare un piccolo orfanello perché lo faccia vincere durante le gare sulla ricerca delle monetine nel fiume.

Le tre storie si muovono in modo autonomo; saranno alcuni eventi fortuiti a riunirle verso la fine (in questo ricorda molto Babel del regista Alejandro Gonzàlez Inàrritu) ma tutte comunque sono attraversate da tragici eventi.

Al film si possono dare diverse chiavi di lettura.  Nei suoi risvolti sociali, il film può essere interpretato come una denuncia verso certe tradizioni radicate che soffocano la libertà dei giovani (le differenze di casta, le leggi contro le relaioni fuori del matrimonio). Una denuncia che viene aggravata dal fatto che chi detiene autorità, nella società indiana,  non costituisce un modello positivo: è il caso del padre di Davì e del polziotto corrotto. Si tratta comunque di una lettura che potrebbe risultare troppo occidentale: è noto infatti che le caste ci sono, in una visione induista, non per qualche ingiustizia compiuta dagli uomini ma perché esiste il samsara, la perenne incarnazione in nuove vite, in una casta superiore o minore a seconda del iudizio che viene dato al nostro comportamento.

Un’altra lettura, anch’essa squisitamente occidentale, può considerare eccessivo il livello di sventure in cui incorrono i nostri giovani, conseguenza di una debole sceneggiatura che vuole caricare il racconto di tinte particolarmente melodrammatiche.

La lettura giusta potrebbe essere un’altra: l’esistenza di un fato imperscrutabile al di sopra della comprensione umana, la vita come illusione (māyā), l’uomo afflitto da una sorta di ignoranza metafisica (avidyā), costretto a contemplare eventi che sembrano accadere accidentalmente e che l’uomo non è in grado di decifrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JULIETA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/25/2016 - 17:39
Titolo Originale: Julieta
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: EL DESEO
Durata: 96
Interpreti: Emma Suárez, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta

Julieta è una giovane insegnate di letteratura classica che inizia una relazione con un pescatore dalla vita sentimentale complicata. Da lui ha una figlia. Una serie di circostanze sgradevoli e drammatiche, un tradimento e un tragico evento, rovineranno l’armonia e la felicità familiare di Julieta.  

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Almodovar propone un modello di donna molto bella, ma debole e depressa, incapace di reagire di fronte agli eventi. Julieta è completamente concentrata su se stessa e carica la propria figlia della responsabilità della propria felicità. La sua storia è assai articolata ma esasperata da una drammaticità eccessiva e poco realistica
Pubblico 
Maggiorenni
Adulti, a causa di una storia complessa e due scene erotiche
Giudizio Tecnico 
 
Una regia pregevole, ottime musiche e una fotografia ben composta per un soggetto inesistente. Bravissime le interpreti, Adriana Ugarte, nei panni della Julieta giovane, ed Emma Suarez, la Julieta più matura, alle quali viene applicato anche uno straordinario lavoro di trucco che le fa sembrare davvero la stessa persona in epoche diverse della vita
Testo Breve:

L'ultimo film di Pedro Almodovar conferma il suo stile: ottimo narratore e regista, in grado di dirigere efficacemente le protagoniste ma questa volta la sceneggiatura è inesistente

Pedro Almodovar sa raccontare storie e anche in questo suo ultimo lavoro si conferma un ottimo narratore e regista, soprattutto per aver saputo confezionare un film del tutto privo di sostanza che incredibilmente però non annoia il pubblico. Julieta è ispirato a tre diversi racconti di Alice Munro condensati in un’unica storia sul rapporto di una madre con sua figlia.

Il racconto procede attraverso lunghi flash-back, comincia da prima ancora che la bambina di Julieta nascesse, quando una giovane insegnante di letteratura classica durante un viaggio in treno conosce per caso l’uomo che diventerà il padre di sua figlia. A cominciare da questo primo incontro Almodovar si sforza di gettare una luce drammatica e triste su tutta la storia. Quasi come una sorta di maledizione, l’incontro dei due amanti infatti avviene sullo sfondo di un tragico evento. Tuttavia nel voler caricare di pathos la storia, anche laddove è difficile trovarne, si percepisce una forzatura narrativa che si protrae lungo tutto il corso del film. Ogni circostanza viene vissuta dalla protagonista e mostrata al pubblico con drammaticità esasperata ed eccessiva.

Julieta è certamente una donna provata da un grande dolore che si trova a perdere pian piano tutta la gioia dei suoi affetti più cari, ma al tempo stesso è anche un personaggio fragile, limitato e del tutto irresoluto, si fa carico di colpe che non ha, ma non prova mai a reagire e si lascia immobilizzare completamente dalle difficoltà della vita. Almodovar propone un interessante modello di donna: le due attrici che interpretano la Julieta giovane, Adriana Ugarte, e la Julieta più matura, Emma Suarez, sono due donne, ciascuna a modo suo, molto affascinanti esteriormente ma la protagonista resta un personaggio privo di vigore e di determinazione, il cui dolore è esageratamente esasperato.

La figlia di Julieta sembrerebbe, verso metà del film, l’unica che, da un punto di vista femminile, potrebbe risollevare le sorti della storia, ma purtroppo resta una presenza sfumata, distante e debole, quasi solo un pretesto. Mentre la presenza dei personaggi maschili è quasi del tutto inesistente. Gli uomini di Almodovar sono figure castrate, come la scultura che compare a più riprese nel film, sono personaggi o inaffidabili da un punto vista sentimentale o poco rilevanti da un punto di vista narrativo. Persino le scene erotiche, soprattutto la prima, risultano passaggi simbolici poco utili ai fini del racconto.

Tutto ruota intorno a Julieta e alla sua perduta felicità. Il vero problema di Julieta a ben vedere è proprio quello di aver riposto nei suoi cari, nella figlia in particolare, la sua ragione di vita e la sua sola fonte di gioia: una responsabilità e un carico eccessivo per chiunque e soprattutto per una ragazza.

Al termine della storia Almodovar chiude il cerchio, ma, sebbene rimanga la straordinaria abilità narrativa di un cineasta di grande esperienza, il finale arriva scontato e ancora una volta forzato e poco realistico.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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