Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

SONO TORNATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 15:44
Titolo Originale: Sono tornato
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero e Gianluca Guaglianone
Produzione: INDIANA PRODUCTION, VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: con Massimo Popolizio, Frank Matano, Stafania Rocca, Gioele Dix

In un pomeriggio come tanti, un oggetto non identificato precipita dal cielo nel bel mezzo di piazza Vittorio, a Roma. Incredibile ma vero, si tratta di Benito Mussolini in persona, il volto tumefatto, la divisa dei bei tempi. Il dittatore, vagando senza meta in un Paese distante anni luce dal suo, così tecnologico e multiculturale, si imbatte nell’aspirante reporter e regista Andrea Canaletti, che scambiandolo per un attore comico (come tutti del resto), cerca di cavalcarne la verve e l’energia per girare un documentario sull’Italia di oggi. Di tutt’altro tipo sono invece le ambizioni del duce, che mira a guadagnare consensi per tornare al potere. E in effetti, a poco a poco, la popolarità dell’uomo cresce sempre di più, fino alle prime comparsate tv. Il folle piano del dittatore sembra così prendere forma…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una satira che correttamente punta il dito sui rapporti sempre fragili fra politica e media e la tentazione del popolo italiano (come di altri) di cedere agli estremismi
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, violenza su un animale
Giudizio Artistico 
 
La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.
Testo Breve:

Dopo il successo del film tedesco Lui è tornato, ecco che ritorna nell’Italia di oggi anche Benito Mussolini, che scala rapidamente le vette del successo televisivo e si appresta a scalare il potere politico. Una satira divertente che avrebbe dovuto osare di più

Dopo Benvenuti al Sud (liberamente ispirato alla commedia francese Giù al nord), un altro remake in salsa europea per il regista Luca Miniero, con questa rivisitazione nostrana di Lui è tornato, film tedesco campione d’incassi (a sua volta tratto dall’omonimo best seller) che immagina l’improbabile ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei nostri giorni.

Come nella pellicola tedesca, anche Sono tornato è un’occasione per raccontare il nostro Paese, con le sue bellezze e le sue contraddizioni, attraverso lo sguardo innamorato di un personaggio così controverso e ingombrante per la storia italiana. La cosa più divertente è rendersi conto che dalla bocca del Duce, sempre così alienato e fuori contesto, escono anche delle verità lucide e spesso condivisibili sulla nostra situazione culturale, politica ed economica. Il film non si risparmia nemmeno qualche frecciata sui rapporti tra televisione e potere, come si può capire dall’amara ma suggestiva sequenza finale in cui il dittatore e Katia Bellini (Stefania Rocca), direttrice di Mondo Tv, la rete per cui lavora l’impacciato Andrea, salgono a braccetto sul carro trionfale che attraversa le vie della Roma antica.

Proprio quella di presentare Mussolini come mentore positivo per il popolo italiano, dal pulpito dei salotti televisivi che lo accolgono a braccia aperte per la sua carica involontariamente comica, è la chiave più divertente e curiosa del film, almeno fino a quando non comincia a prendere corpo seriamente il suo piano di tornare al potere. Solo a quel punto qualcuno lo riconosce come “quello vero”, riportando alla mente dello spettatore tutto il male compiuto dal regime, a cominciare dalle leggi raziali e dai rastrellamenti nel ghetto ebraico. E allora il film cambia tono, non c’è più spazio per la commedia e la posta in gioco si alza drammaticamente.

Prima, il film è sicuramente più divertente e leggero, ma nel giudizio globale paga una sorta di ventre molle nella parte centrale, in cui il “camerata” Canaletti e il duce, per realizzare il loro documentario, si mettono a girare in lungo e in largo il Paese per tastare il polso al popolo italiano con improbabili interviste. Questa fase, anche se offre alcune situazioni decisamente simpatiche, ha una struttura un po’ troppo episodica e inevitabilmente rallenta la storia, che poi si riaccende verso il terzo atto, con la discesa in campo dell’aspirante capo di stato. La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/29/2018 - 14:29
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luciano Ligabue
Sceneggiatura: Luciano Ligabue
Produzione: FANDANGO, ZOO APERTO, RISERVAROSSA, EVENTIDIGITALI FILMS
Durata: 98
Interpreti: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Ettore Nicoletti, Fausto Maria Sciarappa

Riko ha cinquant’anni e una vita che non gli piace più. È stanco di insaccare mortadelle tutti i giorni e il rapporto con sua moglie è ai minimi storici, tra litigi, incomprensioni e tradimenti. Solo nell’amicizia sembra trovare consolazione, in particolare quella con Carnevale, ma anche lì presto lo attendono delusione e sofferenza. Finalmente, una serie di drammatici accadimenti lo costringe a rimettere in discussione l’inerzia della sua esistenza, su cui da tempo si è adagiato. Toccare il fondo però è solo l’occasione per la rinascita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
L’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché sono tantissimi i temi accarezzati e la storia risulta diluita per una sorta di “ingordigia” tematica. Solo nella seconda parte il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni
Testo Breve:

In questo terzo film di Luciano Ligabue con una colonna sonora tutta sua, un italiano qualunque che si era lasciato risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, torna ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese

Dopo circa sedici anni di silenzio cinematografico (Radiofreccia e Da zero a dieci sono ormai autentici cult per un’intera generazione di fan) arriva in sala la terza pellicola di Luciano Ligabue, la prima con la colonna sonora interamente composta dall’autore. Il film è infatti ispirato all’omonimo concept album (uscito nel 2016) del rocker di Correggio, che anche in questo frangente dimostra di essere perfettamente a suo agio dietro alla macchina da presa ma soprattutto di avere sempre tante cose da dire. Forse, in questo caso, anche troppe.

In Made in Italy, infatti, una normale storia d’amore tra due persone normali non è altro che un pretesto - lo si capisce già dal titolo - per tratteggiare un affresco amaro e un po’ polemico della nostra bellissima Italia, che fa leva su tanti bei sentimenti ma è d’altra parte infarcito, in ordine sparso, di luoghi comuni e persino di qualche velata (ma neanche più di tanto) reprimenda moralista al popolo italiano e alla sua classe dirigente. Soprattutto nella prima metà del film, in cui viene presentata la realtà di provincia in cui arrancano i due protagonisti, con le loro relazioni, i loro segreti e le loro sofferenze, sono tantissimi i temi accarezzati, inevitabilmente in modo un po’ superficiale: si parla infatti, in ordine sparso, di articolo 18 e del mondo del lavoro, di spread e di integrazione culturale, di ludopatie e di omosessualità. Tante, troppe cose quindi, con la conseguenza che l’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché la storia risulta diluita per questa sorta di “ingordigia” tematica.

Nella seconda parte però, dal momento in cui la scoperta del tradimento della moglie (Kasia Smutniak) fa esplodere la bolla esistenziale in cui vivono i protagonisti, il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni. È in questa fase che emergono i veri personaggi, fin qui trincerati dietro a sofferenze e paure, e grazie alla bravura degli attori (soprattutto dell’impeccabile Accorsi) capita anche di commuoversi. Emerge infatti prepotente in questa fase, il punto di vista di un uomo a metà del proprio cammino esistenziale, che lasciandosi risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, ha cominciato a dare tutto per scontato. Un uomo che non ha mai fatto scelte ma è sempre andato avanti sui binari che la vita ha scelto per lui.

E allora questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese. Uno sprone ad uscire dal proprio cantuccio, perché a volte allontanarsi è l’unico modo per mettere a fuoco quello che prima avevamo troppo vicino per poterlo capire ed apprezzare. L’unica via, forse, per non accontentarsi e sentirsi veramente a casa.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHIAMAMI COL TUO NOME

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 12:08
Titolo Originale: Chiamami col tuo nome
Paese: FRANCIA, ITALIA, USA, BRASILE
Anno: 2017
Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura: James Ivory
Produzione: FRENESY, LA CINEFACTURE, IN COLLABORAZIONE CON WATER'S END PRODUCTIONS
Durata: 132
Interpreti: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar

1983. Nella campagna cremasca, il diciassettenne Elio Perlman trascorre l’estate nell’antica villa di famiglia. Il padre, un americano, è un professore specializzato nell’arte greco-romana e sua moglie, di origine francese, è una traduttrice. Elio ha assorbito dai genitori l’amore per i libri (passa molto tempo a leggere) e per la musica (si diletta a comporre). Arriva, come loro ospite per l’estate, Oliver, un ricercatore americano che deve aiutare il padre nella stesura di una ricerca. Elio sviluppa subito una grande ammirazione per Oliver, sicuro si se’, colto e anche bello….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Si tratta di un film ingannevole, perché disegna come ideale un incontro pederastico fra un adolescente e un giovane adulto, mentre traspare dal loro comportamento, solo un atteggiamento cinico, alla ricerca del proprio piacere
Pubblico 
Sconsigliato
Una nudità femminile. Riferimenti a pratiche sessuali di impronta volgare anche se non ci sono nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce molto bene a ritrarre la vita di una famiglia intellettuale e benestante, l’atmosfera indolente della campagna cremonese in estate, mentre il bravo Timothée Chalamet ci presenta un adolescente irrequieto in preda alle sue pulsioni sessuali
Testo Breve:

Nell’estate del 1983 si consuma un rapporto pederastico fra un adolescente e un giovane adulto. Una buona regia e una buona recitazione avvallano ideologie edoniste ispirate alla cultura classica

Il regista Elio Guadagnino, attraverso un’accurata ricostruzione degli ambienti, delle atmosfere e la psicologia dei personaggi, ha voluto trasmetterci una precisa idea di amore e di bontà ma in questa operazione le parole che vengono dette finiscono per andare in contraddizione con i fatti, svelando quanto intellettuale e quasi disumana sia la sua proposta. Ma procediamo con ordine.

Guadagnino ci introduce fin dall’inizio all’interno di una famiglia di alto livello culturale ed Elio, molto bravo a suonare il pianoforte, si diletta a comporre musica. La vita scorre fra le comodità (la villa è curata da vari inservienti, che si occupano di tutto, dal preparare il pranzo a curare il giardino) e un certo ozio (c’è poco da fare nei dintorni, se non rinfrescarsi al fiume e frequentare i pochi locali di cui dispone la città). Un’ambientazione che favorisce, grazie soprattutto alle competenze del padre, la riflessione sul bello. Fin dai titoli introduttivi c’è un chiaro riferimento alla civiltà greca classica. In una sequenza, il professore e Oliver guardano le diapositive di alcune sculture greco-romane raffiguranti corpi maschili e non si trattengono dal manifestare la propria ammirazione per la sinuosità e l’armonia delle forme. E' proprio in questo contesto che si inserisce il rapporto fra Elio e Oliver.

Il ragazzo, già maturo da un punto di vista intellettuale, è carente di relazioni umane (preferisce spesso restare solo a leggere) e percepisce la forza ormai dirompente delle proprie pulsioni sessuali. In questa prospettiva vede in Oliver l’uomo compiuto che unisce intelligenza e bellezza. Dopo una prima reticenza di Oliver (presto superata) si stabilisce fra i due un rapporto pederastico dove il ragazzo cerca di soddisfare, con una relazione anche fisica, l’aspettativa che si è costruito su Oliver mentre questi ha modo di compiacersi della sua superiorità nei confronti di quella fragilità, sia fisica che psicologica, che coglie nel ragazzo adolescente.  

E’ il regista stesso, nel lungo colloquio finale fra il ragazzo e il padre (che ha intuito la relazione che si è costituita fra i due) che ci toglie ogni dubbio in merito all’ideale greco a cui il racconto è ispirato: “Sei troppo sveglio per non capire quanto sia raro e speciale quello che c’è stato fra te e Oliver" – dice il padre al figlio - “io ti invidio”. Il padre continua  sottolineando la sua visione esistenziale ed edonista della vita: non bisogna mai sprecare queste magnifiche occasioni, bisogna cogliere questi momenti magici perché si invecchia presto e il corpo appassisce. Il loro incontro – continua sempre il padre - ha avuto soprattutto un valore spirituale (ci sembra quasi di leggere il Simposio di Platone) perché Oliver è buono e anche Teo è buono.

Quindi niente da eccepire in questa meravigliosa armonia di corpi e di spiriti? In questo film la differenza la fanno le donne. “Pensavo di essere la tua fidanzata” dice l’adolescente Marzia, quasi timorosa e sottovoce, a Teo, con il quale ha già avuto degli incontri intimi ma il ragazzo, che ormai ha un’intesa con Oliver; sorride, alza le spalle e non ha niente da dirle. Anche Oliver, nel suo soggiorno in Italia, è stato con una ragazza, ma poi era scomparso e quando prende la corriera per tornare a casa, si limita a farle un saluto, quasi canzonatorio, dal finestrino. Entrambi non hanno avuto alcuno scrupolo a prendersi gioco delle buone intenzioni di queste ragazze, pensando solo a loro stessi. Destano molta tenerezza queste due donne che  non sono delle intellettuali come Leo e Oliver, ma semplicemente degli esseri umani che si sono innamorate e che vorrebbero instaurare una relazione più profonda. E’ evidente che nel definire, da parte del padre, “buoni” i due protagonisti, c’è una grande falsità ideologica, che mira a presumere il potere perfettivo di un amore pederastico.

Dal comportamento dei due traspare solo una grande dose di cinismo nei confronti degli altri, troppo impegnati a seguire i loro fantasmi intellettuali e a soddisfare le proprie pulsioni. Il culmine è raggiunto proprio dal ragazzo: in un pomeriggio ha una rapporto con l’incauta Marzia, passa poi la notte con Oliver e il giorno successivo lo vediamo impegnato a masturbarsi. Non ci sono molte ideologie o miti greci da invocare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DEL TRENO - THE COMMUTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/24/2018 - 11:04
Titolo Originale: The commuter
Paese: GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Jaume Collet-Serra
Sceneggiatura: Byron Willinger, Philip de Blasi, Ryan Engle
Produzione: THE PICTURE COMPANY, IN ASSOCIAZIONE CON OMBRA FILMS, IN COPRODUZIONE CON TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 104
Interpreti: Liam Neeson, Vera Farmiga, Patrick Wilson, Sam Neill

Michael MacCauley è un bravo marito e un buon padre, prende ogni mattina da dieci anni il treno per andare a lavorare a New York in una società di assicurazioni. Una sera, nel tornare a casa, sale sul treno di cattivo umore: è stato da poco licenziato perché ormai, a 60 anni, costa troppo all’azienda. Viene avvicinato da una donna che lo invita a fare un gioco apparentemente innocuo: trovare un passeggero che non è un pendolare e che ha con se una borsa. Se avrà successo riceverà 100.000 dollari. Messo alle strette dalle sue recenti disavventure lavorative, Michael accetta un anticipo della somma e inizia a cercare il misterioso passeggero. Quando intuisce che dietro quella insolita richiesta c’è qualcosa di losco e decide di lasciar perdere, una voce lo informa al suo cellulare che ormai è troppo tardi: o prosegue con la ricerca o i suoi familiari rischieranno la vita….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tranquillo padre di famiglia sfodera tutte le risorse a sua disposizione per salvare la famiglia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche situazione di tensione potrebbe spaventare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un thriller ben congegnato che si avvale soprattutto della presenza di Liam Neeson
Testo Breve:

Un tranquillo impiegato che da dieci anni prende sempre lo stesso treno, si trova coinvolto in un intrigo più grande di lui. Un thriller senza respiro che guarda a Hitckcock ma che non rinuncia ai cazzotti ben piazzati che sa dare Liam Neeson

Nell’incipit del film, molto ben costruito, vediamo il protagonista che discute con apprensione ma serenamente, con la moglie sul futuro dei loro figli: le loro sostanze sono modeste ma è giusto fare tutto il possibile per mandare la figlia all’università. Poi Michael si immerge nella folla che si accalca alla stazione cercando di salire in tempo sul treno che lo porterà alla Grand Central di New York. La sequenza iniziale introduce molto bene quest’ uomo dal vestito grigio che compie la sua routine giornaliera con la consapevolezza di essere uno fra i tanti, appena venato di un velo di malinconia per l’autunno della vita che è ormai iniziato. Una premessa indispensabile per mettere in piedi una delle componenti più classiche del thriller, come ci ha insegnato Alfred Hitchcock: un uomo tranquillo coinvolto in un complotto più grande di lui (L’uomo che sapeva troppo, La finestra sul cortile).

Altro componente molto sfruttato nei thriller è il treno (L'altro uomo - Delitto per delitto, Intrigo internazionale, per citare sempre Hitchcock, ma ovviamente anche Assassinio sull’Orient Express) che offre il grande vantaggio di compattare il racconto all’interno di una rigorosa unità di luogo, fornire il mistero  di tanti volti sconosciuti dove tutti possono venir sospettati e infine, nel caso in cui sia necessario dare un po’ di adrenalina al racconto, il treno può sempre deragliare fragorosamente.

Altro ingrediente chiave è la presenza di Liam Neeson. Il volto suggerisce calma ed equilibrio ma grazie al fisico prestante, può subito trasformarsi in un micidiale lottatore anche perché da ormai troppi film si trova impegnato a raggiungere lo stesso, drammatico obiettivo: salvare la vita dei propri familiari (basti ricordare Taken realizzato con lo stesso regista Jaume Collet-Serra).

Con questi tre importanti ingredienti, non resta che farsi trascinare dalla trama che scorre veloce come il treno e che ruota sempre intorno alla stessa ossessione: riuscire a trovare in tempo il passeggero sconosciuto, pena la condanna a morte della moglie. Se il regista fa bene il suo mestiere riuscendo a non allentare mai l’attenzione dello spettatore, la ricerca di continui risvolti in grado di stupire rischia di andare a discapito la coerenza narrativa, così diligentemente costruita.

Michael è sì l’uomo tranquillo coinvolto in un affare più grande di lui ma è anche un poliziotto, così il regista non rinuncia a deviare verso l’action movie, costruendo momenti di violenta colluttazione. Inoltre il film sembra inizialmente concentrarsi sulla componente di mistero che è insita nella storia, grazie ai metodi ingegnosi con cui Liam cerca di scoprire chi è il nemico da combattere ma poi la tentazione per la spettacolarità è troppo forte e inevitabilmente il treno finisce per deragliare fragorosamente.

Un film quindi con pregi e difetti ma comunque avvincente nel suo genere, con un risvolto insolito, quello sociale, tutto concentrato nella prima parte, quella pre-thriller: quegli uomini che si accalcano per prendere il treno sono componenti della middle-class schiacciata dalla crisi del 2008 (feroce la satira verso un passeggero diretto a Wall Street, molto impegnato, fra cellulare e PC, a gestire transazioni finanziarie) e che si affanna per arrivare alla fine del mese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ELLA E JOHN - THE LEISURE SEEKER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/23/2018 - 08:01
Titolo Originale: The Leisure Seeker
Paese: Italia, Francia
Anno: 2017
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Stephen Amidon, Francesca Archibugi, Paolo Virzì e Francesco Piccolo, dal romanzo di Michael Zadoorian
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Helen Mirren, Donald Sutherland, Christian McKay, Janel Moloney, Dana Ivey, Dick Gregory

Ella e John, ultrasettantenni, si stanno avvicinando al capolinea della loro vita trascorsa insieme: lei è malata di tumore, lui di Alzheimer. Quando ormai sembra che ad aspettarli non ci sia più nessuna sorpresa, sfuggono dal controllo dei figli e dei medici per regalarsi un'ultima vacanza a bordo del camper di famiglia, il Leisure Seeker.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due coniugi anziani mantengono intatta e, se possibile hanno rafforzato, la loro capacità di vivere uno per l’altra ma le mode correnti del cinema sono difficili da sovrastare e ricorrono al suicidio per evitare le fatiche della vecchiaia, incuranti del cattivo esempio che danno a figli e nipoti
Pubblico 
Sconsigliato
Una scena a contenuto sessuale, apologia dell’eutanasia Il film è stato giudicato "Restricted" in USA, mentre in Italia è stato considerato "Per Tutti"
Giudizio Artistico 
 
La parte centrale del film tende ad essere un po' episodica e slegata: tante piccole storie che si salvano dalla ripetitività solo grazie all'inconfondibile ironia dolceamara di Virzì e all'eccezionale bravura dei due protagonisti
Testo Breve:

Una coppia di ultrasettantenni, si concede un’ultima, pazza vacanza insieme prima di prendere quella decisione estrema molto alla moda nel cinema più recente

Paolo Virzì sbarca negli USA per dirigere il suo primo film interamente in lingua inglese; un'impresa resa ancora più ambiziosa dalla sua decisione di cimentarsi nel più americano dei generi, il road movie, attraverso l'adattamento del romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian.

Quale sia il tema specifico di questo on the road, che ci accompagna da Boston fino all'estremità della Florida, è evidente fin dalle primissime scene: raccontare il mondo paradossale degli anziani, a cui per mettersi in viaggio serve la stessa dose di imprudenza di un adolescente in fuga. Ella e John, infatti, sono stati adulti responsabili e genitori amorevoli, ma da troppo tempo ormai, a causa delle rispettive malattie, sono stati privati di ogni libertà di scelta e ridotti a oggetto di cura da parte dei figli e dei medici. Rimettersi a bordo del Leisure Seeker (un camper vecchio e scassato quanto loro, ma altrettanto sorprendentemente in grado di funzionare) rappresenta un estremo tentativo di godersi quel che rimane della vita e riappropriarsi di un passato che, soprattutto nella mente di John, tende inesorabilmente a svanire.

Non a caso la strada che scelgono di percorrere è quella delle loro vacanze familiari, ma l'obiettivo finale si trova un po' più lontano di quanto non abbiano mai osato spingersi. Vogliono infatti arrivare fino all'isola di Key West per visitare la casa di Hemingway, lo scrittore amato e citato continuamente da John (forse perché anche lui e la moglie sembrano personaggi usciti dalle pagine de Il vecchio e il mare, nel loro particolare modo di essere sconfitti ma mai rassegnati).

Nonostante l'inizio intrigante, la parte centrale del film tende ad essere un po' episodica e slegata: tante piccole storie che si salvano dalla ripetitività solo grazie all'inconfondibile ironia dolceamara di Virzì e all'eccezionale bravura dei due protagonisti, Helen Mirren e Donald Sutherland, che riescono a dar vita a personaggi a tutto tondo, convincenti nei momenti di intimità come negli scoppi di rabbia.

John, professore e intellettuale, sta perdendo la testa, mentre la vitalità di Ella è minata da continui dolori. Ancora più di quanto non abbiano fatto nel corso della loro vita, sono costretti ad appoggiarsi l'uno all'altra per compensare alle proprie debolezze, ma soprattutto hanno entrambi bisogno del compagno per essere salvati dal peggiore dei mali, il non-luogo per eccellenza: l'ospizio/ospedale, dove gli ultimi anni di vita dei vecchi vengono nascosti agli occhi della società efficiente e indaffarata.

Questa fuga dall'ospedalizzazione accomuna Ella e John con l'opera precedente di Virzì, La Pazza Gioia, ma non riesce ad eguagliarne il livello: nel complesso questo film appare meno compatto e convincente, soprattutto nel finale. Quello che infatti Ella chiama "il loro lieto fine" risulta una soluzione abbastanza scontata e prevedibile (almeno nella seconda metà del film) e lascia piuttosto perplesso lo spettatore.

Ma come in ogni vero road movie, non è la meta ad essere importante (la casa di Hemingway si rivelerà buona solo per i turisti), ma è il viaggio che regala alla coppia pezzi di Paradiso. Basti pensare alla bellissima scena sula spiaggia o all'incredibile strada in mezzo al mare che collega le numerose isole e che, solo dopo Key West, lascia definitivamente spazio all'oceano.

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
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TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/13/2018 - 21:34
Titolo Originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Martin McDonagh
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Produzione: BLUEPRINT PICTURES, FILM4, FOX SEARCHLIGHT
Durata: 121
Interpreti: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish

Sono ormai sette mesi che l’adolescente Angela è stata violentata e uccisa nella campagna non lontano dalla sua casa. Mildred, la madre, non si dà pace e per scuotere il torpore della polizia fa affiggere tre grossi cartelli stradali che chiedono a Willoughby, lo sceriffo della contea, perché non ci sia stato finora neanche un arresto. Lo sceriffo è molto apprezzato dalla comunità locale e quei cartelli suonano come un insulto. Quando lo sceriffo si suicida perché ammalato gravemente di cancro, la gente pensa che la colpa del gesto debba ricadere su Mildred …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una piccola società rurale vive nella consuetudine alla violenza come unico metodo per farsi rispettare. Un’apologia dell’eutanasia. Un singolo esempio di perdono che viene accettato
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di colluttazione violente, turpiloquio, un suicidio
Giudizio Artistico 
 
Il film è diretto e recitato benissimo. Alcune perplessità sulla sceneggiatura
Testo Breve:

Una donna chiede giustizia per sua figlia violentata e uccisa. Un western moderno ben diretto  dove sono pochi i buoni in un luogo dove la violenza è di casa 

Ebbing è una piccola cittadina del Midwest degli Stati Uniti, con ancora radicate tradizioni razziste, come lascia intendere questo film. “Anche se licenziassimo tutti i poliziotti che picchiano i negri, resterebbero sempre quelli che odiano gli omosessuali”: osserva rassegnato lo sceriffo. Ma il problema non è solo il comportamento dei poliziotti; fra la stessa popolazione vige un principio radicato: se qualcuno ti colpisce o ti insulta, bisogna vendicarsi con la stessa violenza. La prima a comportarsi in questo modo è proprio la protagonista: chi le fa osservare che quei cartelli accusano proprio lo sceriffo che è giusto e rispettoso con tutti, lei risponde con degli insulti (è il caso del sacerdote che viene a trovarla a casa); se qualcuno, dopo la morte dello sceriffo, incendia i suoi tre cartelloni, lei decide di andare di notte a lanciare bottiglie molotov per incendiare il Commissariato di Polizia.  Questa regola generale, della violenza come unico mezzo per far valere le proprie ragioni, viene attenuata da piccoli sprazzi di umanità, che non annullano la regola generale. Il poliziotto che ha buttato giù dalla finestra un giovane chiede perdono del suo gesto, pentimento che viene accettato. La stessa Mildred viene invitata a riflettere: “la rabbia genera solo altra rabbia” è l’osservazione della donna del suo ex marito, che vede in lei non certo un’elaborazione del lutto ma solo la voglia di applicar la legge del “dente per dente, occhio per occhio”.

Al centro del film si colloca il suicidio dello sceriffo ammalato di cancro, la parte più problematica del film. Lo sceriffo ha una moglie che lo ama e due adorabili figlie nei confronti delle quali avrebbe dovuto sentire fino alla fine la sua responsabilità educativa, incluso quello di mostrare che la morte è un fatto naturale, arricchito dall’ esempio di un padre che fino all’ultimo si è dedicato a loro. Non accade così nel film: lo sceriffo si suicida dichiarandolo un “atto di coraggio”. Lui stesso infatti rivela in una lettera l’atteggiamento esistenzialista e materialista che sta alla base del suo gesto: ha cercato di fare in modo che la moglie e le figlie si ricordassero dell’ultima, serena, giornata passata insieme al lago, piuttosto che partecipare alla sua lunga agonia (che sarebbe stato invece, per le figlie, un bellissimo esercizio di carità). 

Il film è diretto e recitato benissimo. Resta qualche perplessità sulla sceneggiatura. Lo sceriffo che si suicida e lascia tre lettere-confessioni ad altrettante persone perché diventino più buone, appare una soluzione troppo teatrale; la “conversione” dell’agente Sam Rockwell che passa da stupido e brutale razzista a fine investigatore alla ricerca onesta del vero colpevole appare troppo brusca e più che di una conversione sembra che ci troviamo di fronte a due persone diverse. Anche il suo trovarsi occasionalmente di notte dentro il commissariato alla ricerca di una lettera proprio quando Mildred lancia le bombe Molotov appare un espediente narrativo alquanto forzato. Resta di positivo, in questo western moderno, la riflessione che invita a fare sul radicamento profondo della violenza nella cultura americana. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/09/2018 - 17:24
Titolo Originale: The Death of Stalin
Paese: FRANCIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Armando Iannucci
Sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin (II)
Produzione: QUAD PRODUCTIONS, MAIN JOURNEY, FREE RANGE FILMS, GAUMONT
Durata: 107
Interpreti: Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Jason Isaacs, Michael Palin, Andrea Riseborough,Olga Kurylenko

Mosca, 1953. Joseph Stalin si trova nella sua dacia ad ascoltare un disco che ha espressamente richiesto a Radio Mosca dell’ultimo concerto di Mozart, quando cade a terra colpito da emorragia celebrale. Il primo ad accorrere è Beria, capo della polizia segreta, che evita di chiamare subito un dottore nella speranza che finisca di morire. Dopo che sono arrivati anche Kruskev e gli altri membri del Politburo, viene organizzata una riunione improvvisata per decidere quale dottore chiamare al capezzale del dittatore. Il problema non è di facile soluzione perché quelli più validi sono stati tutti giustiziati e non resta che radunare una equipe improvvisata, costituita da dottori in pensione o troppo giovani. Accertato definitivamente che Stalin è morto, iniziano gli intrighi e gli accordi segreti per stabilire chi dovrà essere il successore del dittatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film può avere un valore nella misura in cui vengono descritte realisticamente le atrocità a cui può pervenire una dittatura
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di violenza e sopraffazione in cui si svolge il racconto non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film eccelle per la ricostruzione di una Mosca anni ’50 e per la bravura degli attori. Discutibile la scelta di fare una satira (ovviamente amara) intorno a quei fatti terribili realmente accaduti
Testo Breve:

Il regista inglese Iannucci, esperto in satire politiche, ricostruisce il momento cruciale della morte di Stalin. Un film ben realizzato che trasforma dei fatti realmente accaduti in una gelida satira della dittatura

Il regista scozzese Armando Iannucci ama parlare del potere e prenderlo in giro con quell’ironia dissacrante e libera che abbiamo conosciuto da altri importanti autori inglesi: i Monty Python. Con la serie televisiva trasmessa dalla BBC The Thick of it , Iannucci metteva in primo piano un fantomatico e inetto ministro di gabinetto totalmente inadatto a quella carica mentre nella serie Veep , trasmessa dalla rete via cavo americana HBO e poi in Italia da Sky Atlantic, abbiamo conosciuto una vice presidente incompetente  che si sentiva sempre molto vicina al potere senza poterlo mai assaporare realmente.
Con questo portafoglio di successi (con il serial americano ha collezionato numerosi Emmy Awards) Iannucci ha guardato con interesse alla graphic novel: La morte di Stalin dei francesi Fabien Nury e Thierry Robin. Si è trattato di un ottimo connubio artistico perché Iannucci è stato capace di riproporre sullo schermo gli effetti cromatici dell’opera cartacea (il rosso delle bandiere in contrasto con il grigio scuro delle divise, i poderosi palazzi bianchi degli anni trenta di Mosca) e la scenografia è forse una delle parti più curate e meglio riuscite del film.

La narrazione mette a fuoco il comportamento di quel manipolo di uomini che si erano conquistati il privilegio di sedersi allo stesso tavolo del potere di Stalin, in quel momento cruciale del 1953, quando il dittatore muore e il regime di terrore messo in piedi rischia di saltare mentre la lotta alla successione  inizia immediatamente senza esclusione di colpi.

Il tema è estremamente serio ed è legittimo domandarsi se sia stato giusto utilizzare lo stile gelido e sarcastico che abbiamo conosciuto con i Monthy Python. Il punto è che i dittatori sono sempre troppo seri e quel genio di Chaplin aveva già capito qual è il miglior modo per prenderli in giro: smontarli nella loro presunzione, rappresentando un dittatore che gioca con il mondo come se fosse una palla. Si tratta in realtà di un confronto non pertinente. Chaplin, stava sviluppando una satira nei confronti di un uomo a lui contemporaneo, come se qualcuno facesse oggi (come accade di fatto) una satira su Trump; le satire in questo modo sono sempre in qualche modo costruttive, perché fanno comprendere, alla persona a cui è destinata, come certi comportamenti non siano apprezzati dai più.  In secondo luogo Chaplin, a quel tempo, aveva del nazismo una conoscenza superficiale. Lui stesso, finita la guerra, dichiarò: "se avessi saputo com'era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti".

Ecco perché questo film, alla fine, finisce per disturbare: stiamo parlando non di attualità ma di storia, di terribili fatti realmente accaduti, dove non è corretto stabilire quella distanza che si ottiene facendo della satira. Nel film Beria distribuisce continuamente nuove liste di sospettati da fucilare o mandare nei gulag; basta che una persona irriti anche superficialmente Stalin per considerarsi già morto. Il terrore è l’unico movente che spinge le persone ad ubbidire, a subire, a mentire. Non vengono trascurati alcuni fatti realmente accaduti, come la decimazione dei dottori a Mosca e perfino il particolare dell’installazione, sotto il tavolo della sala del Politburo, di un pulsante rosso che venne utilizzato per consentire al generale Georgy Zhukov di fare irruzione, portar via Beria e farlo giustiziare all’istante.

Il film resta comunque di ottima fattura, grazie soprattutto all’ interpretazione tragica e comica al contempo dei protagonisti e alla raffinata scenografia.

Ciò che resta impressa, mirabilmente ricostruita nel film (probabilmente in Computer Grafica) è la folla immensa che avanza silenziosa per rendere omaggio alla salma del loro “padre”. Si tratta di una di quelle immagini che superano il contingente e che ci fanno immergere nei complessi misteri della storia.

Di come un popolo, sicuramente oppresso, abbia saputo riconoscere in lui il salvatore della patria dall’invasione nazista e il traghettamento a un’economia socialista, verso la quale continuava a riporre, a quei tempi, grandi speranze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RAGAZZO INVISIBILE - SECONDA GENERAZIONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/08/2018 - 22:55
Titolo Originale: Il ragazzo invisibile – Seconda generazione
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: lessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo
Produzione: INDIGO FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 100
Interpreti: Ludovico Girardello, Xenia Rappoport, Galatea Bellugi, Ivan Franek

Michele ha ormai sedici anni ma nonostante la scoperta dei super poteri, la sua vita è sempre la stessa. Pochissimi amici, un amore non corrisposto, la popolarità ai minimi storici. Come se non bastasse, il ragazzo si ritrova a convivere con il senso di colpa per la morte della madre adottiva, Giovanna, scomparsa in un incidente stradale in seguito ad un litigio telefonico proprio con il figlio. La triste monotonia della sua esistenza viene però sconvolta dall’arrivo della sorella e della madre naturale, due Speciali come lui. Il nucleo famigliare quindi si ricongiunge e Michele viene coinvolto in una misteriosa missione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sul fronte famigliare il film regala qualche bella emozione (soprattutto nel rapporto tra i due fratelli, così diversi ma già così uniti) mentre dimentica che nessuna ingiustizia subita può giustificare l’odio e la cieca violenza
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione e di violenza
Giudizio Artistico 
 
Lo sviluppo risulta a tratti superficiale, alcune svolte sono un po’ meccaniche, la tensione non è mai spinta al massimo e sono pochi i momenti veramente indimenticabili
Testo Breve:

Il ragazzo invisibile sta diventando la prima saga nostrana di super eroi e in questa seconda puntata, debole nella sceneggiatura, una famiglia di superdotati, a somiglianza degli X-Men, costituisce una minoranza  decisa a farsi giustizia con la violenza

Anche per questo secondo film sul ragazzo più “speciale” del cinema italiano, Salvatores si è affidato allo stesso trio di sceneggiatori (1992, La doppia ora), autori anche del romanzo da cui è tratto il primo episodio. Se visivamente però c’è poco da dire perché, senza troppe pretese, regia e post produzione hanno regalato al film una confezione quantomeno godibile (non paragonabile comunque al livello delle grandi produzioni americane di genere), la sceneggiatura lascia qualche perplessità.

La sensazione è che Il ragazzo invisibile – Seconda Generazione, sia un film di passaggio, una sorta di ponte narrativo per i prossimi episodi di quella che, si presume, sarà la prima saga nostrana di super eroi. È un film infatti fortemente incentrato sulle backstory dei personaggi – in particolare su quella di Yelena, la madre naturale di Michele – che ha come obiettivo quello di rimettere insieme i pezzi del puzzle e fornire al pubblico le informazioni necessarie per capire il mondo raccontato e le origini dei protagonisti. Un passaggio necessario, in fin dei conti, per comprendere ferite e motivazioni dei personaggi ma che inevitabilmente toglie spazio alla progressione della storia nel presente.

La conseguenza è che lo sviluppo risulta a tratti superficiale, alcune svolte sono un po’ meccaniche, la tensione non è mai spinta al massimo e sono pochi i momenti veramente indimenticabili. È invece sul fronte famigliare che il film regala comunque qualche bella emozione (soprattutto nel rapporto tra i due fratelli, così diversi ma già così uniti) ma anche qui si ha la sensazione che alcuni nodi vengano sciolti un po’ troppo frettolosamente.

Per quanto riguarda il tema, se il primo film era in sostanza un romanzo di formazione, qui passano in secondo piano i piccoli grandi problemi di un adolescente come tanti, e si va più sull’esistenziale. Si parla quindi di identità, di amore filiale e fraterno, dell’opportunità della violenza. Proprio su questo fronte, anche se certamente non brilla per originalità (tante le somiglianze con i film di genere d’oltreoceano e in particolar modo con la saga degli X-Men), si situa il punto di forza del film e cioè l’assonanza tematica con uno degli argomenti di cronaca che al giorno d’oggi più ci tocca e ci spaventa: il terrorismo.

Infatti la nuova squadra di Speciali presentata in questo film, è una sorta di gruppo armato sovversivo, una minoranza agguerrita decisa a farsi giustizia con la violenza non solo contro i cattivissimi soldati russi (un classico) che li hanno costretti ad anni di reclusione, soprusi ed esperimenti genetici, ma contro l’intero genere umano. Agli occhi di questi superuomini infatti, sono tutti i normali ad essere colpevoli, perché costringono gli Speciali a vivere ogni giorno come emarginati.

Il film quindi regala interessanti spunti di riflessione, seppure senza troppi approfondimenti, su un tema sempre attuale che vale la pena di essere ancora raccontato, oggi più che mai. Perché nessuna ingiustizia subita può giustificare l’odio e la cieca violenza.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTI I SOLDI DEL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/08/2018 - 22:12
Titolo Originale: All the Money in the World
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: David Scarpa (dal libro di John Pearson)
Produzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT
Durata: 113
Interpreti: Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Charlie Plummer, Romain Duris

Roma, 1973. Il giovane John Paul Getty III, nipote dell’uomo più ricco del mondo, viene rapito. Sua madre Gail precipita nel panico. Il nonno, invece, sembra inizialmente non credere neppure alle richieste di riscatto e manda sul posto il suo esperto di sicurezza, Fletcher Chase, per gestire la situazione. Passano le settimane e i mesi, ma il vecchio magnate si rifiuta di pagare anche quando la situazione diventa seria e così per il giovane Paul le cose rischiano di mettersi molto male…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mette in scena la miseria umana dell’uomo più ricco del mondo
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di tensione e violenza, nudo e una scena di mutilazione
Giudizio Artistico 
 
Il film è gestito con il solito notevole mestiere da Scott, anche se alla fine la storia fatica un po’ a coinvolgere e la scrittura fa quello che può per complicare le cose Sintesi
Testo Breve:

Nel 1973 viene rapito in Italia, per ottenere un favoloso riscatto, il nipote dell’uomo più ricco del mondo. Il sempre bravo regista Ridley Scott non riesce questa volta a coinvolgere lo spettatore a causa di una sceneggiatura alla ricerca affannosa di continui colpi di scena 

Che i soldi non facciano la felicità è un vecchio adagio che potrebbe riassumere il senso dell’ultimo thriller d’epoca dell’ottantenne ma sempre brillantissimo Ridley Scott, che prende spunto da un caso di cronaca nera italiana del 1973, quando il sedicenne nipote del petroliere più ricco del mondo venne rapito da uomini della ’ndrangheta per chiedere un riscatto faraonico al nonno.

Scott e il suo sceneggiatore scelgono di ricamare ampiamente sui fatti (vedremo come se la caverà Danny Boyle, che dallo stesso episodio ha ricavato una serie in uscita nel 2018), soprattutto nel finale per aumentare suspense e azione.

I soldi non mancano al vecchio Getty, che dell’accumulo di oggetti e opere d’arte sembra aver fatto una ragione di vita, certo per amore della bellezza, ma soprattutto, come capiremo più avanti, per ragioni “fiscali”. La sua casa così simile a un museo (dove troneggia, però, come da leggenda metropolitana, una cabina a gettoni per le telefonate degli ospiti) è per metà un’enorme cassaforte, per l’altra una sorta di mausoleo alla propria straordinaria capacità di guadagnare e mantenere il denaro con sé.

Cosa che gli riesce assai meno bene con i discendenti, di cui pure in qualche modo sente la necessità, visto che nei suoi vagheggiamenti si immagina fondatore di una dinastia, come l’imperatore Adriano di cui si reputa una reincarnazione (scelta curiosa, l’imperatore filosofo amante del bello, per un uomo  del genere…).

Il figlio John Paul Getty II sfugge alla pesante figura paterna finendo a drogarsi in Marocco, mentre la nuora Gail negozia l’affidamento esclusivo dei figli in cambio dell’abbandono di ogni pretesa sul patrimonio di famiglia. E così il giovane Paul cresce (non tra miserie e ristrettezze parrebbe, comunque) nella Roma della Dolce Vita, aggirandosi tra paparazzi, piccole celebrità e prostitute simpatiche (Scott evidentemente non ha paura dei cliché) finché non viene rapito e trasportato nella Calabria più selvaggia da un manipolo di delinquenti. Tra i soliti attori italiani prestati al cinema americano per due battute dimenticabili, spicca l’unica star internazionale, il francese Romain Duris, nei panni di Cinquanta, il membro del gruppo che stabilisce una sorta di rapporto affettivo con il ragazzo.

Per la maggior parte del tempo, però, il film segue i disperati tentativi di Gail di recuperare il figlio, con la collaborazione inizialmente diffidente e poi sempre più coinvolta di Fletcher Chase, il responsabile della sicurezza di Getty e in fondo il personaggio con il percorso più completo nella storia.

Il film è gestito con il solito notevole mestiere da Scott, anche se alla fine la storia fatica un po’ a coinvolgere. Del giovane Paul, nonostante sia la sua voce a introdurci nella storia, continuiamo a sapere troppo poco, mentre la scrittura fa quello che può per complicare le cose a Gail e Fletcher. Non è sempre facile appassionarsi, però, alle richieste di denaro di questa mamma dolente in Chanel, mentre il pubblico italiano potrebbe trovare fastidioso l’auto-doppiaggio dei nostri attori e l’indulgenza americana allo stereotipo del Bel Paese affascinante e corrotto.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/04/2018 - 09:28
Titolo Originale: Goodbye Christopher Robin
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Simon Curtis
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce, Simon Vaughan
Produzione: Dj Films, Gasworks Media
Durata: 117
Interpreti: Domhnall Gleeson, Margot Robbie, Kelly MacDonald

A.A. Milne ,brillante scrittore traumatizzato dalla Prima Guerra Mondiale, trova una rinascita nel rapporto con il figlioletto e nelle storie che scrive per lui ispirandosi al suo orsacchiotto. Ma l’improvviso successo planetario della sua opera mette alla prova la tenuta della fragile famiglia ed è per Christopher un’eredità complicata da gestire…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Né il protagonista Milne, con i suoi traumi dolorosi e l’ossessione per la pace nel mondo, che non riescono a giustificare del tutto l’egoismo dell’artista, né la moglie, che esaurisce i propri slanci materni in rari momenti di istrionica presenza, sono realmente vicini al loro figlio Cristopher. L’unica che sembra avere un’idea minimamente chiara dei bisogni del ragazzo è la tata
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza di guerra
Giudizio Artistico 
 
Incerto tra il classico racconto alla Shakespeare in Love (epitome di un certo modo di raccontare la genesi dell’opera d’arte attraverso la biografia del suo autore) e il dramma familiare strappalacrime, questo omaggio al creatore dell’orsacchiotto di pezza più famoso del mondo si perde per molte strade senza riuscire a seguirne fino in fondo nessuna
Testo Breve:

Come sono nati i libri su Winnie the Pooh, l’orsacchiotto più famoso del mondo? Il film racconta la vita del suo autore e della sua fragile famiglia, che finisce per restare travolta dal successo raggiunto

Incerto tra il classico racconto alla Shakespeare in Love (epitome di un certo modo di raccontare la genesi dell’opera d’arte attraverso la biografia del suo autore) e il dramma familiare strappalacrime, questo omaggio al creatore dell’orsacchiotto di pezza più famoso del mondo si perde per molte strade senza riuscire a seguirne fino in fondo nessuna.

Da un lato A.A. Milne (Domhnall Gleeson, sempre molto bravo), autore umoristico così traumatizzato dalla guerra di trincea da volersi dedicare a un libro contro la guerra e ritirarsi in campagna lontano dalla vita mondana, dall’altro la sua brillante consorte (Margot Robbie, australiana, ma convincentissima come londinese amante della vita di società), che lo vorrebbe autore di successo e che ritiene pressoché esaurita la sua funzione di madre dopo aver partorito il suo erede.

Nel mezzo un bambino, Christopher Robin, affidato alle amorevoli cure di una tata religiosa e affettuosissima, ma inevitabilmente di troppo nel già complicato rapporto tra i genitori.

Finché un giorno il padre, mollato da solo con il pargolo per urgenze familiari della tata e indisponibilità della consorte, scopre che la migliore medicina per il suo disagio sono proprio le storie fantastiche che crea per suo figlio e che hanno per protagonista un avventuroso orso di pezza.

È in questo momento che il film, per il resto condotto con un’onesta ma non indimenticabile regia, cerca un’apertura fantastica che renda lo sguardo fantasioso, innocente e meravigliato sul mondo che ha reso un piccolo orso di pezza un compagno di giochi per tanti bambini.

Fin qui tutto bene, perché poi a complicare le cose interviene l’imprevedibile successo letterario (con tanto di giri promozionali, concorsi e merchandising ante litteram), destinato a lasciare il segno su un bambino che diventa troppo presto solo un personaggio e che al “maledetto orso” deve cedere l’attenzione paterna così faticosamente conquistata trovandosi segnato per la vita da quella notorietà mai cercata.

Né Milne, con i suoi traumi dolorosi e l’ossessione per la pace nel mondo, che non riescono a giustificare del tutto l’egoismo dell’artista (di fatto la sua intera opera letteraria verrà offuscata dai due libri per bambini), né la moglie, che esaurisce i propri slanci materni in rari momenti di istrionica presenza, sono personaggi che destino molta simpatia, neppure quando spasimano per la sopravvivenza del figlio soldato.

Il piccolo Christopher, comprensibilmente, viene fuori piuttosto disturbato e pur di liberarsi della pesante eredità familiare finisce addirittura volontario in guerra allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

L’unica che sembra avere un’idea minimamente chiara dei bisogni di Christopher è la tata, che però a un certo punto, esasperata, molla tutti quanti per farsi una famiglia sua.

Quello che emerge è uno strano ritratto di famiglia disfunzionale con artista, in cui l’operazione letteraria è vista di volta in volta come veicolo di catarsi personale, tramite di legami incerti e dolorosi, operazione commerciale senza scrupoli, o catalizzatore di una grande consolazione collettiva di fronte ai traumi di una generazione.

Perso in queste troppe suggestioni il film finisce talvolta per diventare un po’ noioso nei suoi snodi e a tratti involontariamente ridicolo dove vorrebbe essere sinceramente drammatico. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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