Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

IN GUERRA PER AMORE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/14/2016 - 17:52
Titolo Originale: In guerra per amore
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Pif (Pierfrancesco Diliberto)
Sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani
Produzione: WILDSIDE, CON RAI CINEMA
Durata: 99
Interpreti: Pif (Pierfrancesco Diliberto), Andrea Di Stefano, Miriam Leone, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna,Stella Egitto

Arturo Giammarresi, cameriere in un ristorante italiano di New York nel 1943, sogna di sposare la bella conterranea Flora, ma il di lei padre ha altre mire: farla sposare con il figlio di un boss locale, in “amicizia” con Lucky Luciano. L'unico modo per ottenere la mano di Flora è quello di chiederla direttamente al padre della ragazza, che vive in Sicilia. Al giovane non resta che andare in guerra per amore e si arruola nell’Esercito americano che sta per sbarcare nell’isola. Arturo riesce ad arrivare a Crisafulli, il paese del padre di Flora e, troppo impegnato a risolvere i suoi problemi di cuore, non si accorge di ciò che sta accadendo intorno a lui: l’esercito americano riesce ad avanzare senza molte perdite umane in base ad accordi pattuiti con la mafia locale grazie alla mediazione di Lucky Luciano. Un accordo che prevede anche la scarcerazione di molti mafiosi....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Pif ci trasmette tutto il suo amore per la terra siciliana esprimendo un profondo rammarico per quegli avvenimenti che ridiedero potere e giustificazione legale alle azioni della mafia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Buona prova di molti degli attori coinvolti ma il racconto procede in modo discontinuo fra sketch, racconti favolistici e un eccesso di semplificazione di fronte a fatti realmente accaduti
Testo Breve:

Pif ritorna nella sua  Sicilia dopo La mafia che uccide solo d’estate raccontando una specie di presequel ai tempi dello sbarco delle truppe americane in Sicilia. Il film trasmette ancora un forte impegno civile ma alcune carenze narrative risultano più scoperte

Dopo il successo del suo primo film, La mafia uccide solo d’estate,  Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF, continua  a parlare della sua Sicilia usando  ancora il formato della docu-commedia. Un modo per esprimere la sincera tensione civile dell’autore in favore di un impegno più deciso contro la mafia, mediato attraverso uno stile lieve e ironico.

Se nel primo le azioni criminose della malavita era filtrate attraverso lo sguardo innocente del bambino Arturo, novello Candide, ora è il turno del cameriere Arturo che, troppo ingenuo e impegnato a portare a compimento il suo romanzo d’amore, prende coscienza molto lentamente  degli eventi di portata storica che si stanno svolgendo sotto i suoi occhi: una sorta di Forrest Gump italiano.

Se nel precedente lavoro, Pif mostrava il suo volto serio nel finale, quando l’Arturo ormai adulto mostrava a suo figlio i luoghi dove sono caduti Falcone, Borsellino e il generale Dalla Chiesa, allo stesso modo questo film si conclude rivelando il collegamento con quella realtà che ha sorretto le fila di tutto il racconto: il rapporto del capitano W. E. Scotten consegnato nel ’43 al generale Holmes, capo delle operazioni al Sud (nel film si immagina che venga consegnato al Presidente). In esso c’è la conferma documentata che l’Esercito considerò la mafia un interlocutore valido, utile  per facilitare la penetrazione in Sicilia.

La prima percezione che si coglie nel vedere questo film è quella di un lavoro discontinuo, con un’alternanza di alti e bassi. Particolarmente riuscita la coppia del cieco e dello zoppo, (Saro e Mimmo) che si aiutano a vicenda in quei momenti difficili, mentre appare poco più di una favoletta il racconto dei tentativi di Flora per ritardare il matrimonio con il pretendente indesiderato, una specie di Penenlope moderna. Un personaggio incompiuto, perché poco amalgamato con il resto del racconto è quello di Teresa, un donna che con suo figlio attende invano che torni il marito dalla guerra. Al contraio è molto bella (la migliore interpretazione del film, quella di Andrea di Stefano) la figura del capitano Philip, che sarà colui che scriverà la letttera di protesta al Presidente.

Rispetto al film precedente, lo sdegno  civile che Pif vuole innescare risulta attenuato dal contesto a cui fa rifeimento. Se in  La mafia uccide solo d’estate l’appello era rivolto ai suoi conterranei con il nobile obiettivo di tener alte le difese contro la delinquenza organizzata, l’accusa contro le scelte degli Stati Uniti fatte all’epoca della Seconda Guerra Mondiale  risulta meno convincente. La guerra ha le sue priorità anche se possono risultare odiose. Come viene chiarito anche nel film, ogni iniziativa volta a ridurre le perdite fra i soldati americani, inclusa quella di stabilire un accordo con la mafia, aveva trovato la sua giustificazione. Il film sintetizza anche gli eventi successivi alla guerra mostrando un boss mafioso intento a tenere  un comizio politico. Una sequenza breve, che non trova il tempo per approfondire le motivazioni del nuovo “accreditamento” della mafia, vista ora come un mezzo per contenere l’avanzata del partito comunista nell’isola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KNIGHT OF CUPS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/09/2016 - 10:12
Titolo Originale: Knight of Cups
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Terence Malick
Sceneggiatura: Terence Malick
Produzione: Dogwood Films, FilmNation Entertainment, Waypoing Entertainment
Durata: 118
Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Brian Dennehy, Antonio Banderas, Wes Bentley, Isabel Lucas

Rick è uno sceneggiatore di successo e donnaiolo. Eppure le feste, i suoi tanti flirt e la carriera non riescono ad appagare il senso di vuoto che si porta dentro. Ogni relazione lo avvicina un po’ di più e in modo diverso alla conoscenza di se stesso e della vita, ma al tempo stesso lo mette in crisi, perché il mistero continua a sfuggirgli

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film racconta di un pellegrinaggio dell’uomo attraverso la ricerca della forma dell’amore, prezioso tesoro che risiede nell’intimo delle relazioni umane più vere e profonde
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene con nudità femminili. Situazioni ambigue in locali notturni
Giudizio Tecnico 
 
Malick stupisce con una fotografia che da sola realizza i più sorprendenti effetti speciali. La musica accompagna le scene ma non si sforza di indurre emozioni, colonna sonora e immagini viaggiano su strade parallele e invitano a riflessioni analoghe ma differenti
Testo Breve:

Terence Malick torna a proporsi agli stessi grandi interrogativi di The Three of life: da dove veniamo, chi siamo, perché esistiamo e dove andiamo. Al contempo continua ad adottare uno stile surreale dove sogno e realtà si confondono, che rendono il film di difficile  lettura

Il poema dell’amore di Malick comincia con un terremoto, una scossa terribile e inattesa che sconvolge l’ordinario andamento della vita. Da quel momento Rick (Christian Bale), Knight of cups (“il cavaliere di coppe” nella simbologia dei tarocchi), intraprende una sorta di odissea attraverso l’edonismo e l’effimero, tra Los Angeles e Las Vegas, alla ricerca di qualcosa di perduto.

Ci sono film in cui la storia basta a rendere apprezzabile un’opera; lo stile cinematografico di Malick invece non ha quasi bisogno di alcuna trama. La cifra narrativa di questo regista è essenzialmente composta da prospettive fotografiche in movimento, immagini dinamiche che raccontano la vita attraverso lo sguardo dell’anima in cui tempo, spazio, sogno e realtà si confondono. Questa volta lo sguardo si concentra tutto sulla forma dell’amore.

La storia di Rick comincia con una fiaba dal sapore orientale che suo padre era solito raccontargli quando era bambino: “C’era una volta un giovane principe mandato dal padre a cercare una perla. Lungo il suo cammino di ricerca però il principe bevve da una coppa che immediatamente gli fece dimenticare di essere figlio di un re e lo scopo del suo viaggio”. 

Ora Rick, da principe che era, è diventato uno sceneggiatore di Santa Monica, ricco e affermato, ha dimenticato di essere figlio di un re ma alla sua vita manca qualcosa. Un terremoto scuote la sua interiorità e Rick, come gli suggerisce una delle sue temporanee amanti, si rende improvvisamente conto di non aver mai veramente cercato l’amore, ma solo esperienze d’amore.

Knight of cups è un film che va ascoltato con attenzione e non facile da comprendere. Rick è nel complesso un personaggio alquanto negativo, eppure il narratore non lo giudica, piuttosto lo osserva. In realtà la storia risolve tutto il suo significato nella metafora della fiaba del principe che cerca la perla. Il principe è Rick, figlio di un re, che inizialmente si comprende bene essere Dio, e non un dio qualunque, ma un Dio-padre e creatore che lo osserva in attesa che il figlio comprenda il senso del suo stare al mondo.

Si potrebbe dire che in definitiva anche Knight of cups ponga di fronte agli stessi grandi interrogativi di The Three of life, altro precedente capolavoro di Terence Malick: da dove veniamo, chi siamo, perché esistiamo e dove andiamo. Ma la storia di Knight of cups segue il protagonista lungo una via non delimitata né tracciata, perché ciò che conta davvero è il percorso e le relazioni e le situazioni umane con cui Rick viene a contatto. In questo cammino Rick è uno straniero in terra straniera e passa da situazioni effimere e fittizie ad esperienze più serie e intense che turbano l’anima e la pongono di fronte ad interrogativi profondi e decisivi: il rapporto con il padre, la morte di uno dei suoi fratelli, il fallimento del suo matrimonio, la paura della paternità.

Il culmine della storia sta nell'incontro con il sacerdote, evento chiarificatore di tutta la narrazione. Quest'ultimo infatti spiega a Rick il significato del silenzio di Dio e l’alto valore della sofferenza. La perla che il principe aveva smesso di cercare perché inebriato/sedato dal calice delle esperienze mondane è proprio il sacrificio, la donazione di sé all'altro. La paura del sacrificio ha impedito a Rick per tutta la sua vita di amare davvero. Per paura di sacrificarsi non ha saputo amare la moglie e fugge di fronte alla possibilità di diventare padre. Sempre la paura di sacrificarsi ha spinto Rick a cercare rifugio in relazioni occasionali. “C’è così tanto amore dentro di noi e non viene mai fuori” è la considerazione che il protagonista fa di fronte alle tante forme d’amore con cui viene a contatto nelle sue relazioni. 

La citazione di Sant'Agostino, “ama e fa ciò che vuoi”, fa pensare ad un riferimento alla fede, anche se espresso in modo assai criptico. Rick non conosce il vero significato della parola amore ed è dunque incapace di realizzare il proprio essere, di fare ciò per cui è stato creato dal Padre, ciò che vuole davvero. Che sia il padre, il fratello, la moglie, l’amante occasionale o la nuova compagna, ciò che davvero impedisce a Rick di vivere l’amore e lo fa sentire profondamente solo, anche in mezzo a tante persone, è più che altro la paura del dolore. Eppure il vero dono per cui è stato inviato dal padre è il sacrificio. L’amore che non teme il sacrificio è il tesoro che giace nascosto negli occhi dell’altro, la perla preziosa della fiaba che il principe aveva sempre cercato.

Il racconto di Malick è surreale come l’immaginazione ma dettagliato e realistico come un sogno. Il fatto che Rick come personaggio non raggiunga lo scopo non è particolarmente rilevante. Lo spettatore percepisce tutta l'amarezza e il vuoto che le sue relazioni, prive del vero amore, lasciano in lui.

Knight of cups è un film tutt'altro che semplice, enigmatico, metaforico e simbolico, un film in cui ciò che sembra un dettaglio alla fine si rivela elemento essenziale della storia. Anche la musica fa parte di questa dimensione della ricerca dell'amore. Le diverse scene di nudo invece rappresentano l’aspetto più edonistico della realtà, quello più lontano da una vera relazione d’amore, che invece si manifesta anche in modo sensuale in scene mai gratuitamente erotiche.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHE VUOI CHE SIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/08/2016 - 07:45
Titolo Originale: Che vuoi che sia
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Edoardo Leo
Sceneggiatura: Edoardo Leo, Alessandro Aronadio, Marco Bonini, Renato Sannio
Produzione: IIF ITALIAN INTERNATIONAL FILM, WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
Interpreti: Edoardo Leo, Anna Foglietta, Rocco Papaleo,Marina Massironi

Claudio e Anna, arrivano a fatica alla fine del mese e vorrebbero tanto avere un figlio. Lei è insegnante, lui è un ingegnere informatico che sbarca il lunario riparando computer ai propri amici ma ha un’idea in testa: realizzare un sito dove idraulici, imbianchini, tecnici specializzati, possano offrire le loro prestazioni e ricevere le prenotazioni per il proprio lavoro. Il crowfunding non porta a risultati significativi e una sera, complice qualche bicchiere di troppo, Claudio e Anna postano un filmino dove si dichiarano disponibili a registrare una loro notte d’amore che sarà reso visibile  da  chi avrà finanziato il suo progetto. I due ben presto si accorgono che nessuno ha interpretato il loro messaggio come uno scherzo e i soldi stanno arrivando senza interruzione…

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il principio di utilità emerge con forza in questo film: è lecito fare del male per ottenere un bene? Per fortuna ci pensano le vecchie generazioni a ricordare che è importante accontentarsi del poco per beneficiare dei veri valori che non hanno prezzo
Pubblico 
Adolescenti
Per il tema scabroso si sconsiglia la visione ai più piccoli. Alcune espressioni esplicite a sfondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Il film sembra accontentarsi di far ridere con gag e battute modeste mentre il tema affrontato è assolutamente serio e di attualità
Testo Breve:

Una coppia che vive modestamente si accorge che può migliorare il proprio tenore di vita vendendo in Internet la propria intimità. Una commedia all’italiana che affronta tematiche molto attuali

Edoardo Leo era già stato il protagonista di una commedia molto interessante: Smetto quando voglio. Brillanti ricercatori universitari, ex studenti plurilaureati, si trovavano a sbarcare il lunario con lavori di fortuna, finché avevano avuto l’idea di mettere insieme i loro talenti per sintetizzare e commercializzare nuovi tipi di stupefacenti. Edoardo di Leo è ora non solo protagonista ma anche regista di una storia simile ma forse più amara perché affatto paradossale. Di nuovo due giovani brillanti che non trovano uno sbocco soddisfacente nella società, di nuovo una soluzione non ortodossa ma di valore commerciale: vendere la loro intimità per ottenere i soldi necessari a finanziare il progetto di Leo, cambiare casa e finalmente avere un figlio.

E’ inutile sottolineare quanto questa tematica sia attuale: in entrambi i film viene posta in evidenza come accanto alla società reale, nella quale è sempre più difficile inserirsi,  esista una specie di società virtuale , dove si incontrano tutti, proprio tutti (“Internet ha aperto la porta a tanti stupidi” dice senza mezzi termini il protagonista) e dove ognuno, nel segreto della propria stanza, si diletta, con un semplice click, in cose che non oserebbe mai fossero conosciute in pubblico (come l’amico porno-dipendente di Claudio che si sente male quando il computer si guasta). Il film analizza molto bene gli elementi di contorno che vengono innescati per tenere alta l’aspettativa per pubblico di finanziatori-guardoni: le dichiarazioni mandate in rete che confermano  le intenzioni della coppia,  l’intervista spietata condotta da una rete televisiva per stimolare nel pubblico la discussione sul caso e l’ansia dell’attesa.

Ecco quindi Claudio e Anna di fronte al più abusato dei dilemmi etici: è corretto, per raggiungere un bene commettere del male? Era stato probabilmente  Breakig Bad il primo serial (il professore di chimica mal pagato che decide di produrre e smerciare stupefacenti per curare suo figlio con handicap) che ha sviluppato una storia intorno a questo tema  ma poi è dilagato in tanti altri serial e film; buon ultimo il serial su I medici, dove viene sentenziato che a volte è lecito commettere il male per raggiungere un bene superiore.

Anna, dopo un primo momento di sgomento, si pone esattamente lo stesso dilemma: se io cerco i soldi per poter fare un bambino, cosa “vuoi che sia” la registrazione di una notte d’amore? In realtà come viene ricordato anche nel film, Internet ha una memoria di ferro e una volta che viene avviato il meccanismo della curiosità degli internauti, non si potrà più fermare fino a quando non sorgerà una nuova curiosità, che possa interessare questo mondo di perenni bambini viziati.

Non vi riveliamo le conclusioni della vicenda ma sono molto belle le frasi pronunciate dai genitori di lei e di lui: ai loro tempi non c’era Internet e mancavano i soldi come ora. Eppure loro sono nati ugualmente: segno che non bisogna rendere necessario ciò che non lo è e cercare di vivere la felicità che conta, quella della famiglia?

Il film sviluppa un’altra forma di critica sociale riguardo a certe forme di convivenza. Propababilemnete questo è il primo film italiano dove vengono citati e mostrati in essere i L.A.T. (live apart togheter): il vivere cioè in case separate e incontrarsi solo la sera e nei weekend, per continuare a provare le sensazioni dei primi incontri.

Alla fine questo Che vuoi che sia” ha un indubbio merito: aver riesumato la classica, gloriosa commedia all’italiana, che faceva ridere ma al contempo affondava le unchie su problemi sociali attuali.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOCTOR STRANGE (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/07/2016 - 23:51
Titolo Originale: Doctor Strange
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: Jon Spaihts, Scott Derrickson, C. Robert Cargill (dal fumetto di Stan Lee e Steve Ditko)
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 115
Interpreti: Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton, Rachel McAdams, Chiwetel Ejiofor, Mads Mikkelsen, Benedict Wong

Stephen Strange è un egocentrico quanto geniale neurochirurgo di fama mondiale. Un giorno, però, la sua carriera viene distrutta da un incidente automobilistico che gli pregiudica l’uso delle mani. Dopo aver tentato ogni possibile cura della medicina occidentale, parte per il Tibet alla ricerca di un misterioso luogo chiamato Kamar-Taj, che promette incredibili possibilità di guarigione. Lì però incontra l’Antico, un personaggio dotato di eccezionali poteri che gli apre la mente a una nuova visione del mondo e lo inizia alla magia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il rischio New Age c’è, ma il film di Derrickson lo scansa abilmente ironizzandoci sopra. Più che il fascino del potere, come per altri cattivi Marvel, qui da combattere c’è il nichilismo materialista, che riduce ogni vita umana a un granello di polvere in un universo privo di senso e di fronte allo scandalo della vita che finisce, confonde l’anelito all’immortalità con la falsa promessa di un’eterna e immobile morte.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Il film riesce a trovare una sua identità, nel mix tra azione, umorismo e gravitas filosofica, e offre al pubblico un viaggio visivamente spettacolare cui il 3D dà un ulteriore quanto utile “additivo”
Testo Breve:

Un insolito personaggio uscito dal paniere Marvel, questa volta impegnato a combattere in un mondo magico ed extrasensoriale, interpretato da un bravissimo Benedict Cumberbatch

Il Dottor Strange, ex neurochirurgo di fama trasformato in Stregone Supremo che affronta nemici “mistici” attraversando dimensioni a colpi di magia, è un personaggio particolare anche nel colorato universo Marvel e una buona parte del successo di questa nuova pellicola della Casa delle idee è dovuta senz’altro all’azzeccatissimo cast di Benedict Cumberbatch nel ruolo titolare.

Lo Stephen Strange del britannico è un misto di arroganza e fragilità, che ha fatto dell’eccellenza professionale e delle continue vittorie  la misura della propria consistenza, un atteggiamento destinato a infrangersi di fronte all’incidente che gli spezza la carriera.

Materialista fino al midollo, Strange si ritrova costretto a mendicare aiuto alla porta del misterioso Antico (incarnato sul grande schermo dalla britannica Tilda Swinton, un casting che ha fatto gridare alla correzione razzista visto che il personaggio nei fumetti è un anziano orientale), che anziché la guarigione gli offre una porta su mondi sconosciuti dove l’anima può esistere separatamente dal corpo e dove la forza dello spirito può piegare la materia.

Il rischio New Age c’è (il fumetto è datato 1963 e le sue derive psichedeliche anticipano molte di quelle della controcultura americana), ma il film di Derrickson lo scansa abilmente ironizzandoci sopra e anzi gioca con sicura confidenza con i topoi del genere, tra allenamenti che sfidano i pregiudizi di Strange, paradossi temporali, viaggi spettacolari nel multiverso, combattimenti dove per una volta la supremazia fisica è meno importante di quella intellettuale e sfide in cui a volte una caparbia disponibilità alla sconfitta può essere più importante della volontà di vittoria.  Oltre all’Antico della Swinton, l’unica altra figura femminile segna di nota è Christine Palmer, la ex fiamma di Strange che, pur rimanendo fuori dal cuore dell’azione, costituisce pur sempre la sua vera bussola morale.

Se gli antagonisti di Strange non sono poi così indimenticabili (l’entità extradimensionale Dormammu è un cattivo “assoluto” ma poco interessante mentre il Kaecilius di Mads Mikkelsen avrebbe potuto dare qualche emozione in più se adeguatamente sviluppato) gli spunti per qualche riflessione, pure nei limiti di un cinema dichiaratamente mainstream ci sono.

Più che il fascino del potere, come per altri cattivi, qui da combattere c’è il nichilismo materialista, che riduce ogni vita umana a un granello di polvere in un universo privo di senso e di fronte allo scandalo della vita che finisce, confonde l’anelito all’immortalità con la falsa promessa di un’eterna e immobile morte.

Tra richiami non troppo nascosti a Christopher Nolan (Inception per la realtà piegata e deformata dagli stregoni, ma anche Batman Begins nel viaggio tibetano e addirittura Interstellar),  collegamenti con il grande universo Marvel e semine di future avventure,  il film riesce comunque a trovare una sua identità, nel mix tra azione, umorismo e gravitas filosofica, e offre al pubblico un viaggio visivamente spettacolare cui il 3D dà un ulteriore quanto utile “additivo”. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRACCIALETTI ROSSI 3 (episodi 1-3)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/06/2016 - 12:10
Titolo Originale: Braccialetti Rossi 3
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Giacomo Campiotti, Sandro Petraglia
Produzione: Palomar, Rai Fiction,
Durata: Su RaiUno 8 episodi dal 16 ottobre 2016
Interpreti: Carmine Buschini, Aurora Ruffino, Brando Pacitto, Denise Tantucci, Carlotta Natoli

Leo, protagonista indiscusso della serie “Braccialetti Rossi 3”, spinto dai suoi amici e dalla fidanzata Cris, è tornato in ospedale per curarsi, per combattere, tra momenti di fiducia e di cedimento, con un cancro al cervello molto aggressivo, che non gli lascia molte speranze di vita. Ma Leo non è il solo a rischiare di morire: in stanza con lui, ora, c’è Roberto, detto Bobo, un ragazzo chiuso, malinconico e un po’ cinico, affetto da una grave malformazione cardiaca. Il nuovo cardiochirurgo sopraggiunto in ospedale ha preso subito a cuore il suo caso e ora cerca in tutti i modi di salvargli la vita. Anche Nina, malata già nella scorsa stagione, si trova ancora a lottare contro un cancro al seno, che tiene nascosto ai genitori per non arrecare loro dolore. In ospedale si trova anche Flam, bambina non vedente, che attende di poter essere operata per riavere la vista, ma, dal momento che i genitori non hanno cellule staminali compatibili, non le resta che un’unica speranza: Margherita, la sorella maggiore che non ha ancora conosciuto… Accanto a questi ragazzi sofferenti restano gli altri componenti del gruppo Braccialetti Rossi: Cris, Tony, Rocco, Vale e la sua nuova ragazza Bella… e a vegliare su di loro c’è sempre Davide, il ragazzo venuto a mancare nella prima stagione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Valori: Si mostra che la vita è davvero piena se vissuta per gli altri e che la vita va amata in qualunque modo si presenti e che va difesa in ogni suo stadio. La fiction fa vedere anche che in situazioni di grande sofferenza possono nascere occasioni di condivisione e di crescita. Disvalori: La fiction presenta una sessualità vissuta in modo poco responsabile e in tempi non maturi. Nella serie non si mostra l’anelito dell’uomo all’eternità: la bellezza della vita si esaurisce nei rapporti con gli altri, come se si potesse fare a meno di Dio. Non si accenna neppure all’importanza della famiglia: l’amicizia sembra essere tutto ciò di cui i ragazzi hanno bisogno.
Pubblico 
Adolescenti
La fiction presenta una sessualità vissuta in modo poco responsabile e in tempi non maturi
Giudizio Tecnico 
 
La fiction funziona. Alcuni passaggi risultano un po’ forzati e irreali, ma la storia è avvincente e gli attori riescono a calarsi bene nella propria parte
Testo Breve:

La terza stagione di questa fortunata serie giovanile si apre con un inno alla vita e al valore fondante della solidarietà, che da’ un senso pieno alla nostra esistenza

In questa stagione, il dramma di Leo è senza dubbio l’evento centrale: lui, leader del gruppo e sempre pronto a porgere la mano a chi si trova in difficoltà, si trova ora a un passo dalla morte. Alla fine della scorsa stagione avevamo lasciato Leo con un male dal quale, nel 92% dei casi, non c’è guarigione.

Le probabilità di farcela, ora, sono anche diminuite… nessun segno di miglioramento a dargli speranza, nessuna buona notizia da parte dei medici, che pure stanno facendo di tutto per salvarlo.

Significativa è tuttavia la scelta consapevole di Leo di accettare la sua esistenza così com’è.

Davide, il ragazzo defunto nella prima stagione, vedendo Leo in un momento di rabbia e sconforto ottiene dall’aldilà il permesso di concedere all’amico, come per miracolo, un’altra vita: una vita senza malattia, una vita “normale”, con problemi e interessi “normali”.

Per averla, però, Leo deve rinunciare ai suoi amici e alla sua ragazza, deve lasciar andare il suo passato, dimenticarlo. Deve vivere, cioè, come se non fosse mai stato malato e quindi come se non avesse mai conosciuto le persone a cui ora tiene.

Leo, inizialmente entusiasta della proposta, si accorge poi di non voler cambiare nulla della sua vita, si accorge che essa ha valore esattamente così com’è. La sua permanenza in ospedale gli ha permesso, infatti, di aiutare tanti e di stringere amicizie che hanno reso la sua esistenza più piena.

Così, decide di accettare la sua condizione, decide di accettare la sua malattia, la sua storia.

La scelta di Leo di rinunciare alla “vita da sano” per salvare dei legami importanti evidenzia come l’uomo abbia bisogno di amore e di relazioni autentiche ancor più che della salute.

Una volta destatosi da quello che crede essere stato un “sogno”, Leo decide anche di creare una radio, per spiegare come l’amicizia possa aiutare ad affrontare il dolore, per raccontare come il suo gruppo di amici gli dia forza e sostegno.

Da apprezzare il fatto che questa fiction abbia scelto di mostrare il valore della sofferenza e la dignità di una vita logorata da una malattia, in una società che tenta di espellere ad ogni costo ogni forma di dolore.

Lodevole anche la scelta degli autori di mostrare la dignità della vita umana in ogni suo stadio.

In questa stagione, infatti, Cris scopre di essere incinta di Leo. Pur non sapendo cosa sarà del suo futuro e soprattutto non sapendo se Leo guarirà, desidera custodire la vita che porta nel grembo, supportata anche dall’amica Nina che quasi commossa afferma: “Lì dentro c’è una vita: la stessa vita per cui io, Leo, Bobo stiamo lottando”.

Accanto a questi bei messaggi, a sostegno della solidarietà e del rispetto della vita, ve ne sono altri meno positivi: ad esempio, la sessualità viene vissuta dai personaggi in modo poco responsabile e in tempi prematuri. La vita che Cris porta in pancia rischia di venire al mondo al di fuori del contesto di una famiglia, che dovrebbe essere garantita ad ogni bambino. Ammirevole la forza e l’amore che spingono la ragazza a tenere il bambino in una società che induce ragazze in simili condizioni ad abortire, ma va detto che non ci troviamo di fronte ad un caso di maternità e paternità responsabili.

Anche Vale e la sua ragazza Bella vivono l’intimità in modo precoce, senza prima aver verificato la solidità del loro rapporto e senza aver preso l’impegno di amarsi qualunque cosa accada.

Non viene mostrata, poi, la bellezza e l’importanza della famiglia: stando alla visione proposta da questa serie, tutto ciò di cui hanno bisogno dei ragazzi sono dei coetanei pronti a sostenerli. Gli amici possono prendere il posto della famiglia.

Manca, infine, come nelle serie precedenti, l‘apertura alla trascendenza: Leo è considerato da tutti una specie di supereroe, un salvatore: senza di lui, tutti si perdono… sembra non esserci spazio per un Dio, Padre di tutti, che assume su di sé le sofferenze dell’Uomo.

Ciò detto non toglie che la forza, la tenacia, l’unione dei protagonisti possano essere motivo di sprone e di conforto per chi si trova in condizioni simili alle loro; “Braccialetti Rossi”, con tutti i suoi limiti, resta una delle poche serie in grado di presentare la ricchezza e la dignità della vita umana, in ogni stadio e condizione.  

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOCTOR STRANGE (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/04/2016 - 12:09
Titolo Originale: Doctor Strange
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: Jon Spaihts, Scott Derrickson, C. Robert Cargill
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 115
Interpreti: Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton, Chiwetel Ejiofor, Rachel McAdams

La storia è fedelmente ispirata all’originale fumetto della Marvel che narra la nascita dell’eroe mistico Doctor Strange. Un neurochirurgo di fama mondiale, il Doctor Stephen Vincent Strange, è costretto ad abbandonare la propria professione a causa di un terribile incidente d’auto che lesiona in modo irreparabile l’articolazione delle sue mani. Alla ricerca di una cura Doctor Strange giunge in un particolare monastero tibetano dove viene a conoscenza dell’esistenza di una realtà parallela fatta di sconosciuti multiversi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Doctor Strange coniuga in un’unica storia un po’ di tutto: dalla spiritualità orientale all’action più sorprendente, dalla scienza medica moderna alla filosofia, dalla fede in una realtà trascendente alla magia antica, ma tanta ricchezza spesso finisce per confondere.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Effetti speciali straordinari, colonna sonora travolgente e una coinvolgente e credibile interpretazione da parte del cast artistico. Purtroppo però la sceneggiatura risente di dialoghi a volte un po’ troppo confusi, lunghi e superficiali
Testo Breve:

Questo nuovo personaggio della Marvel si presenta inizialmente come agnostico e materialista ma poi si “converte” a un pasticcio  fatto di magia, spiritualità orientale e new age

Tra caleidoscopici effetti speciali, ipnotici mandala e una coinvolgente colonna sonora il Dottor Strange, personaggio dei fumetti nato negli anni ‘60 dalla creatività di Steve Ditko, fa il suo ingresso nel modo dei cinecomics. È l’eroe mistico che mancava all’appello del Marvel Cinematic Universe e aggiunge quel tocco di spiritualità, magia e trascendenza. Tra fantasy, comics, teorie un po’ new age e arti magiche e attraverso spettacolari effetti visivi nasce così un nuovo eroe mistico.

Benedict Cumberbatch indossa in modo eccellente i panni dell’affascinante Stephen Vincent Strange, neurochirurgo affermato, un po’ arrogante ed egoista. La sua brillante carriera medica viene stroncata da un terribile incidente d’auto in cui Stephen perde la piena funzionalità dell’uso delle mani. Deluso dai risultati della medicina tradizionale, cerca una via di guarigione nei metodi orientali. Dopo aver dilapidato il suo patrimonio alla ricerca di una cura, il Doctor Strange giunge infatti a Kamar-Taj, una comunità- monastero isolata nei pressi dell’Himalaya. Sebbene inizialmente scettico e riluttante, a poco a poco Stephen comincia a lasciarsi addestrare nell'uso delle arti mistiche da Antico, potentissimo maestro mago interpretato da un’androgina Tilda Swinton.

Inizialmente agnostico e materialista convinto il Doctor Strange in questo primo capitolo della saga comincia il suo percorso verso la conoscenza di una nuova, misteriosa e non semplice dimensione che va al di là della realtà da lui conosciuta e in cui la ricerca di senso e il dubbio camminano di pari passo. Doctor Strange è abituato ad esaminare la realtà in modo scientifico: “Non credo nelle favole sui chakra o sull’energia o sul potere della fede” chiarisce al suo arrivo al monastero. Antico e il suo assistente Mordo (Chiwetel Ejiofor) gli mostrano che quella della scienza è solo una delle tante prospettive possibili: “Tu guardi il mondo dal buco della serratura” gli dice il maestro.

Doctor Strange impara così a studiare la realtà e soprattutto il tempo attraverso diverse dimensioni possibili. Il tempo e la dimensione materiale quindi cominciano a scomporsi anche al livello visivo, agli occhi del Doctor Strange: uno sconosciuto mondo immateriale comincia a separarsi dalla realtà contingente e per vederlo lo scienziato deve sforzarsi di applicare le sue grandi conoscenze alla magia.

Doctor Strange è un film che fonda tutta la sua narrazione sull’idea che la realtà possa essere osservata anche con uno sguardo di fede e con un’apertura alla trascendenza, tuttavia si perde e si complica in astruse e confuse spiegazioni fantascientifiche in cui magia, filosofia antica e spiritualità orientale si mischiano. E la trama comincia a dare largo spazio ad inafferrabili dissertazioni sul multiverso e sui concetti di male, di potere e di tempo sullo sfondo di battaglie spettacolari dagli effetti speciali mozzafiato.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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7 MINUTI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/29/2016 - 22:11
Titolo Originale: 7 Minuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Produzione: GOLDENART PRODUCTION, MANNY FILMS, VENTURA FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consigny, Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D'Ambrosio, Balkissa Maiga,

L’azienda tessile Ravazzi versa in cattive acque ma c’è una concreta speranza di sopravvivenza se si riuscirà a cedere la maggioranza delle azioni a un partner francese. Molte persone, sopratutto donne, rischiano di perdere il lavoro, è c’è grande tensione nel giorno in cui la manager francese arrivata da Parigi varca la soglia della fabbrica per riunirsi inizia con i proprietari della Ravazzi.. E’ stato istituito per l’occasione un comitato di 11 donne, scelto fra le operaie, che avrà l’incarico di approvare o meno, a nome di tutte, le condizioni dell’accordo. Con grande soddisfazione il comitato legge la proposta che le viene recapitata: tutte potranno mantenere il loro posto di lavoro. Unica condizione è che rinuncino a “soli” sette minuti del loro intervallo di pranzo. Tutte sembrano pronte ad accettare questa minima condizione ma Bianca, la decana (Ottavia Piccolo), le invita a riflettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Undici donne sanno riflettere su un problema comune, superando una visione esclusivamente personale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Brave le attrici e buon ritmo della regia, ma c’è un eccesso di didascalismo nella sceneggiatura
Testo Breve:

Undici donne lavoratrici intorno a un tavolo per decidere se accettare o no le condizioni poste dai proprietari della fabbrica. Come in La parola ai giurati, il bene comune fatica a emergere fra i tanti interessi personali 

Il film si svolge nell’arco di una giornata e inizia la mattina presto, quando le operaie entrano in fabbrica. E’ l’occasione, da parte del regista, di mostrare la multiforme umanità che varca i cancelli, fatta di giovani e di anziane, di donne bianche o di colore. C’è l’afroitaliana che finalmente ha trovato un lavoro dignitoso, la giovane bianca che attende un figlio dal suo ragazzo indiano,  l’albanese costretta a cedere alle attenzioni del capo reparto, la rumena che subisce le angherie del marito violento e c’è anche una ex-operaia, ora impiegata, costretta a spostarsi su una sedia a rotelle dopo aver subito un’incidente sul lavoro.

Tutte e 11 le donne, riunite a discutere intorno a un tavolo, con a capotavola la veterana, Bianca, intenta a dissuaderle dal prendere la decisione più facile (accettare la ridicola riduzione di 7 minuti dall’orario di pranzo) non può che ricordare il più famoso La parola ai giurati del ’57 di Sidney Lumet (nella lista dei primi cento migliori film americani, con un magnifico Henry Fonda, poi replicato nel 2007 da Nokita Mikhalkov con il titolo di 12.
Si tratta di tre film uguali nella forma ma non nel contenuto.
Il film americano progredisce attraverso una sempre più approfondita indagine dei fatti accaduti e si conclude con un’elogio della demcrazia: dodici persone, estranee ai fatti, che non avevano quindi nulla da perdere o da guadagnare, hanno avuto la responsabilità di decidere il destino di un uomo. La tenacia di uno solo di loro  è riuscita a scuotere la pigrizia e l’indifferenza degli altri.
La versione di Mikhalkov si trasforma invece in un elogio all’”anima russa”: la sua capacità di non badare tanto al rigore delle leggi, ma di guardare “dentro” le persone.
Questo 7 minuti, già opera teatrale di Stefano Massini (che firma anche la sceneggiatura assieme a Michele Placido e a Toni Trupia) affronta un problema meno grave ma di più difficile comprensione. Non si tratta di decidere se un imputato sia reo di omicidio o no, ma di comprendere se la richiesta di aumento dell’orario di lavoro di 7 minuti è lecita, data la crisi in cui versa la società o se invece si tratta di una manovra intimidatoria dei nuovi proprietari che offende quindi la dignità dei lavoratori.
Se nei due precedenti film il dilemma da risolvere aveva un differente rimbalzo sulle persone in funzione della diversa generosità che i personaggi coinvolti mostravano di avere nei confronti di un tema con non li toccava personalmente, nelle 11 donne sembra prendere il sopravvento il primordiale bisogno di continuare a guadagnare piuttosto che attardarsi a fare una protesta in difesa di alcuni principi, piuttosto che intorno a una proposta  pratica.
Questi “soli” 7 minuti diventano la violazione di un principio? Hanno il diritto queste 11 operaie di prendere una decisione per salvaguardare un principio anche a nome di tutte le loro colleghe?  In che misura le operaie più anziane possono validamente cercare di ripristinare i tempi in cui il sindacato contava ancora qualcosa rispetto alla situazione attuale, molto più fluida?
Si tratta di un problema complesso che non viene risolto in termini universali, ma nello specifico della narrazione che già orienta lo spettatore mostrando i proprietari come “i cattivi”: La manager francese che si preoccupa sopratutto di finire presto per prendere l’aereo quella stessa sera; il patron Ravazzi che cerca di blandire astutamente le operaie, il ricatto compiuto su l’ex operaia,  ora sulla sedie a rotelle, che è stata “promossa a impiegata” a patto che firmasse una carta che liberava la società da qualsiasi responsabilità sull’incidente.
Michele Placido mostra una sicura mano da regista nel dare un buon ritmo alla storia e nel dirigere le attrici tutte brave, con una piacevole sorpresa nella performance di due cantanti: Fiorella Mannoia e Maria Nazionale.
Il film mostra però il difetto di voler “dimostrare” troppo: e le undici donne finiscono per non essere dei personaggi ma dei tipi. La ragazza pugile che sbatte con forza i pugni sul tavolo; la donna picchiata dal marito che butta l’anello dentro la spazzatura, la ragazza incinta di un indiano come simbolo della multi etnia, i rappresentanti della proprietà insensibili e manipolatori… 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PIUMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/26/2016 - 15:21
Titolo Originale: Piuma
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Roan Johnson, Ottavia Madeddu, Carlotta Massimi, Davide Lantieri
Produzione: Carlo Degli Esposti, Nora Barbieri, Nicola Serra
Durata: 98
Interpreti: Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon, Sergio Pierattini, Brando Pacitto, Clara Alonso

Cate e Ferro sono due diciottenni che si stanno preparando ad affrontare l’esame di maturità, ma la vita li mette di fronte ad una prova ancora più grande: l’inatteso arrivo di un bambino. Attraverso varie vicissitudini, spesso anche comiche, i due giovani insieme alle loro rispettive famiglie avranno nove mesi di tempo per prepararsi, in un modo o nell’altro, all’evento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’ottimismo, la dolcezza e il fiducioso entusiasmo verso la vita con cui i due ragazzi scelgono di tenere il bambino è esemplare. Tuttavia la grottesca caratterizzazione con cui viene rappresentata la controparte adulta più razionale dei personaggi finisce con lo sminuire anche la portata dell’importanza della scelta operata dai due ragazzi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche esplicito riferimento al sesso e all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Piuma è una commedia leggera, semplice e divertente con un gradevole ritmo narrativo, interpretata in modo brillante soprattutto dai due giovani protagonisti
Testo Breve:

Una commedia leggera per parlare di due adolescenti di 17 anni che affrontano una gravidanza inaspettata con fiducioso entusiasmo verso la vita; solo i genitori sembrano sopraffatti dalla novità 

Una piuma e una paperella, sono le immagini che caratterizzano questo film di Roan Johnson, ma perché? La spiegazione non è proprio delle più immediate ma ha una sua simpatica poesia in chiave tutta positiva. Ciò che caratterizza infatti Piuma è una visone profondamente ottimista della vita, una visione, appunto, leggera come una piuma e fluttuante come una paperella.

Ferro e Cate sono due adolescenti come tanti che si preparano all’esame di maturità al termine del quale hanno programmato una favolosa vacanza all’estero con gli amici. Ma i loro piani improvvisamente vengono sconvolti a causa di un evento inatteso: Cate aspetta un bambino. Di qui cominciano a manifestarsi le varie reazioni di tutti i protagonisti della storia. Ferro accoglie la notizia con spirito ed entusiasmo e nonostante la sua giovane età trova la forza di sostenere e accompagnare Cate nella scelta di tenere il bambino, ma il resto del mondo intorno a loro, soprattutto i genitori dei due ragazzi non riescono subito a prendere la notizia con lo stesso ottimismo.

In Piuma colpisce soprattutto la spensierata leggerezza con cui i due protagonisti, Ferro in modo particolare, affrontano la vita e le difficoltà che questa gli pone. Di fronte ad una scelta difficile i ragazzi sembrano non avere dubbi e riescono a trovare l’uno nell’altra la forza e la determinazione per affrontare gli ostacoli e le prime rinunce anche quando queste si fanno via via sempre più grandi. Di contro ci sono gli adulti che già conoscono le fatiche e i sacrifici richiesti dalla vita. Le loro paure verso il futuro dei ragazzi sono certamente motivate dall’affetto e da valide considerazioni di carattere pratico. La storia di questo film, con le due immagini della piuma che si libra leggera nell’aria al di sopra di tutto e della paperella che solca gli oceani senza affondare, induce proprio ad una riflessione sulla necessità di riuscire a dosare con equilibrio questi due aspetti: da un lato quello più ottimista e fiducioso, dall’altro quello più razionale e prudente.  

Nonostante le buone intenzioni però Piuma resta pur sempre una commedia ed è chiaro che Roan Johnson, regista e sceneggiatore, non sembra essersi voluto lasciare sfuggire l’occasione di sfruttare al meglio anche i possibili risvolti più grotteschi e comici della vicenda. Le due famiglie dei ragazzi infatti nel corso dello sviluppo della storia si trasformano sempre più in un allegro circo, sicuramente spassoso, ma purtroppo poco credibile. La storia indugia a tal punto sulla comicità indotta dal mondo degli adulti da sfiorare il ridicolo. La teatralità farsesca di questa parte della storia finisce col far sembrare i ragazzi assai più maturi e coscienziosi dei loro genitori e spezza quell’interno equilibrio iniziale.

Sul finale Piuma però si riscatta. Al giorno d’oggi sembra che il tempo per prepararsi all’arrivo di un bambino nella propria vita non basti mai e che il momento per avere un figlio non sia mai quello giusto; per i protagonisti di questo film invece i nove mesi di gestazione diventano più che sufficienti per affrontare un’avventura a cui non si sarà mai abbastanza preparati. Perché forse ha ragione Ferro: non ha senso preoccuparsi oggi di tutti i possibili problemi di domani, è sufficiente vivere e occuparsi di quanto accade momento per momento.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ACCOUNTANT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/23/2016 - 21:59
Titolo Originale: The Accountant
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Gavin O'Connor
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Anna Kendrick, J.K. Simmons

Christian Wolff è un bambino autistico. La mamma vorrebbe che frequentasse un centro specializzato mentre il padre, un ufficiale dell’Esercito, ha in mente ben altro: organizza per lui una vita fatta di dura disciplina e addestramento paramilitare che lo possa rendere pronto a reagire alle inevitabili avversità di una vita vissuta nelle sue condizioni. Christian, ormai adulto, è diventato un abile contabile perché si è rivelato un genio della matematica. Grazie alla sua fama, viene ingaggiato da una società di robotica perché una sua impiegata, Dana, sembra aver scoperto un ammanco nei conti. Il sospetto viene confermato: sono state effettuate delle delle transazioni irregolari e questa scoperta pone in serio pericolo la vita di Christian e Dana. Intanto anche Ray King, il capo della divisione delle investigazioni criminali del Dipartimento del Tesoro è sulle tracce di Christian perché lo ritiene il contabile di una grossa organizzazione criminale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare come la violenza sia l’unico mezzo per farsi giustizia
Pubblico 
Maggiorenni
Ripetute scene di violenza e di uccisioni a sangue freddo
Giudizio Tecnico 
 
Il film, buono nella messa in scena e con un Ben Affleck credibile come giovane affetto da autismo, è carente da un punto di vista della sceneggiatura e rende poco credibili certi passaggi narrativi
Testo Breve:

Ben Affleck nelle vesti di giustiziere in un film “macho” che esalta la violenza come unico rimedio per contrastare la delinquenza

Il film inizia in modo promettente: sembra assumere l’aspetto di un thriller finanziario, un filone poco esplorato, dove ci vengono spiegati tutti i trucchi per evadere il fisco ed effettuare pagamenti in nero. L’interesse è rafforzato dal fatto di scoprire che il protagonista, che da piccolo aveva mostrato segni di autismo, adesso esercita con successo il mestiere di contabile, grazie alle sue prodigiose doti matematiche. Riesce a convivere con la sua malattia grazie a un rigido autocontrollo anche se Christian resta un uomo chiuso in se stesso e anaffettivo.

Si tratta però solo di un’impressione iniziale; in seguito, man mano che le minacce aumentano intorno a Christian, il film si trasforma in un violento action-movie dove la scena viene occupata dai numerosi, continui combattimenti (sarebbe più opportuno parlare di stragi) che il nostro pseudo-supereroe compie, in alcuni casi per difendersi, in altri per pura vendetta.

Siamo lontani dai combattimenti di Superman contro i “cattivi”: Christian non è meno delinquente dei suoi avversari, uccide spesso a freddo anche chi non si aspetta di esser minacciato e tutta la trama converge verso l’esaltazione della violenza, l’unica adatta per risolvere situazioni di conflitto.

Odiosa è la scena che si svolge quando Christian era bambino, deriso dai compagni di scuola per il suo autismo. Il padre porta lui e il fratello in una zona appartata dove possono incontrare i suoi compagni e poi li aizza perché inizino a picchiare senza pietà.

Ben Affleck sostiene bene la parte dell’uomo insensibile, abituato a risolvere ogni cosa da solo, ma non riesce a coprire i buchi di una sceneggiatura che zoppica. Come in ogni thriller, ci si sarebbe aspettati una trama dove gli indizi ci vengono svelati progressivamente; in questo caso, a due terzi del film, l’azione si ferma perché c’è un personaggio che svela, in una lunga chiacchierata, tutto ciò che avremmo dovuto scoprire.

Si tratta di un film ruffiano che cerca di costruire empatia intorno al protagonista (protegge Dana, in continuo pericolo, elargisce generose donazioni a una clinica per ragazzi autistici) ma la situazione sfiora il sarcasmo inconsapevole quando Christian e suo fratello si ritrovano dopo tanto tempo. Il pubblico dovrebbe emozionarsi a questo evento ma in realtà sembra quasi che i due fratelli si congratulino a vicenda per aver “fatto carriera” nella delinquenza come protettori di due organizzazioni criminali fra loro antagoniste.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACK REACHER – PUNTO DI NON RITORNO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/22/2016 - 12:24
Titolo Originale: Jack Reacher: Never Go Back
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Richard Wenk, Edward Zwick e Marshall Herskovitz, dal romanzo Never Go Back di Lee Child
Produzione: PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE
Durata: 118
Interpreti: Tom Cruise, Cobie Smulders, Danika Yarosh, Patrick Heusinger, Robert Knepper

Eroe solitario ed errabondo, Jack Reacher è un ex militare che continua a servire la Patria, sgominando cattivi su e giù per gli Stati Uniti, senza obbedire ad altre regole che alle sue. Stimatissimo dagli ex colleghi della 110ª unità della polizia militare della Virginia, cui spesso toglie le castagne dal fuoco, fa amicizia per telefono con la maggiore Susan Turner – che di Reacher ha ereditato l’incarico nella base – e decide di incontrarla di persona. Nel giorno prestabilito, però, scopre che la donna è stata arrestata, accusata di spionaggio e ritenuta responsabile della morte di due soldati in Afghanistan. Sentendo puzza di bruciato, Reacher inizia a indagare, attirandosi così le attenzioni di qualcuno molto potente che riesce a incriminarlo per un omicidio mai commesso e da cui l’eroe dovrà guardarsi bene se vorrà restare vivo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista ha un senso dell’onore, tratta con rispetto le donne ma è a favore di una giustizia fai da tè. e della giustizia,Inoltre il film è carico di scene con violenza brutale
Pubblico 
Adolescenti
scene di violenza brutale e occorrenze di turpiloquio.
Giudizio Tecnico 
 
Lo svolgimento della trama e la messa in scena, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere interessanti le sfide che si era ripromesso
Testo Breve:

Al secondo film della serie, Tom Cruise deve affrontare nemici particolamente insidiosi. Un film di onesto intrattenimento ma com molta violenza e che si dimentica in fretta

Adattamento cinematografico del diciottesimo di una serie di più di venti romanzi dello scrittore britannico Lee Child, Punto di non ritorno segue a distanza di tre anni il primo Jack Reacher, che non andò così bene al botteghino nordamericano ma che si rifece grazie agli altri mercati e alle vendite in DVD e in streaming. Un destino, quello del primo film, tipico dei B-Movie, che di solito si distinguono per la partenza lenta e per la tenuta lunga. Ne era regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie, che Tom Cruise incontrò a bordo del progetto Operazione Valchiria (2008) e che volle poi con sé come sceneggiatore di Edge of Tomorrow (2014) e soprattutto come scrittore e regista di Mission:Impossible – Rogue Nation (2015). Cruise – che in questo film come negli altri sopra citati è anche produttore – ama tornare a lavorare con le persone con cui si è trovato bene. In questo caso ritrova la stessa squadra – il regista Edward Zwick e lo sceneggiatore Marshall Herskovitz – de L’ultimo samurai (2003).

Le premesse – dati i nomi coinvolti – sarebbero promettenti ma il film non va molto al di là dell’onesto intrattenimento che si dimentica in fretta. Jack Reacher, in verità, è – almeno per com’è descritto qui (sulle criticità del personaggio del primo episodio si veda la recensione di Paolo Braga in Scegliere un film 2013) – un eroe di cui il cinema avrebbe bisogno, molto simile al Batman dipinto dalla trilogia di Christopher Nolan: un outsider, per scelta, che decide di non avere padroni per poter obbedire solo alla propria coscienza; un cavaliere con poche macchie e senza paura, paladino della giustizia, che uccide solo per legittima difesa e ha sommo rispetto per le donne che lo accompagnano e per la loro virtù.

Tutto bene, dunque? No, perché la sceneggiatura, che vorrebbe inseguire un tema, non lo centra come dovrebbe: con l’eroe, infatti, viaggiano la bella ufficiale dell’esercito (che si dimostra tosta quanto lui) e una ragazza adolescente legata a lui enigmaticamente (il dubbio sull’ipotetica parentela permane fin quasi ai titoli di coda). “Anziché essere un lupo solitario” – così l’autore del libro ha sintetizzato il senso della storia – “Jack Reacher diviene parte di una squadra a tre. Dovranno lavorare insieme per uscire dai guai, ma nessuno di loro ha familiarità con il concetto di prendere ordini. Sono tutti abituati a essere i capi di se stessi”. All’eroe, quindi, sulla carta, è richiesto un cambiamento, l’adeguarsi a una situazione completamente nuova e forse un’assunzione di responsabilità decisiva per la sua vita. Lo svolgimento della trama e la messa in scena, però, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere queste sfide interessanti. Stilisticamente, poi, gli autori sono indecisi se riprendere l’umorismo sardonico del primo film o prediligere un tono più intimo e crepuscolare, con la conseguenza di perdere sia sul fronte del divertimento sia su quello dell’approfondimento psicologico. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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