Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

NATALE DA CHEF

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 15:36
Titolo Originale: Natale da chef
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Neri Parenti
Sceneggiatura: Alessandro Bencivenni, Gianluca Bomprezzi, Domenico Saverni, Neri Parenti
Produzione: MARI FILM, IDEACINEMA
Durata: 105
Interpreti: Massimo Boldi, Dario Bandiera, Enzo Salvi, Paolo Conticini, Biagio Izzo, Rocio Munoz Morales; Francesca Chillemi

Gualtiero Saporito è convinto di essere un grande cuoco. In realtà tra pentole e fornelli combina un disastro dopo l’altro, al punto da mettere in serio pericolo la sopravvivenza del ristorante gestito con la moglie Beata. La donna quindi, per il bene della famiglia, decide di “licenziare” il marito. Gualtiero però non demorde e, determinato ad avere la sua rivincita, cerca fortuna altrove. Sembra trovarla subito grazie a Furio Galli, un losco individuo che per ripianare i debiti della sua ditta di catering, deve perdere la gara d’appalto per il prossimo G7. Per raggiungere l’obiettivo nessuno è più adatto di Gualtiero, che sembra davvero il peggiore chef in circolazione. Al suo fianco, a completare la squadra di “invincibili”, un aiuto cuoco che ha perso il senso del gusto, un sommelier astemio e una sedicente pasticcera, la cui unica attitudine dolciaria è quella di uscire a sorpresa dalle torte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Rispetto alle origini del genere, adesso i cinepanettoni sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, allusioni sessuali.
Giudizio Artistico 
 
La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.
Testo Breve:

Un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso

Come si evince dal titolo, l’ambientazione culinaria di Natale da Chef è la ragion d’essere del film che per il resto presenta i più tradizionali, e per questo rassicuranti ingredienti che da decenni caratterizzano la ricetta dei cinepanettoni, per usare una quanto mai calzante metafora gastronomica.

Non è necessario essere cultori del genere per capire che anche questa non sia una scelta particolarmente originale (anche in A Natale mi sposo, sempre prodotto dalla Mari Film di Boldi, l’attore milanese interpretava un cuoco) ma d’altra parte si rivela un’esca efficace in un paese che negli ultimi anni, tra talent, reality e trasmissioni televisive, si è scoperto popolato da milioni di aspiranti cuochi.

Il risultato è un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso. Ovviamente con un occhio sempre più rivolto al botteghino piuttosto che alla qualità, a cominciare dal solito cast allargato che, senza nulla togliere alla bravura degli attori, sembra studiato a tavolino per attirare il pubblico di ogni età, genere e provenienza geografica. E allora oltre ai soliti e consolidati Boldi, Salvi e Izzo, ormai una sorta di certificato di appartenenza al genere, troviamo l’immancabile quota rosa, con le televisive Rocio e Chillemi, e la sempre efficace Milena Vukotic, che fa da gancio alla tradizione della commedia italiana, interpretando una vedova sommessa e castigata che tanto ricorda l’indimenticabile Pina Fantozzi.

Per il resto, come dicevamo, la qualità è quella che è. La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.

Alla fine forse il punto di forza dei cinepanettoni sta proprio in questo, e cioè che sono sempre profondamente attuali nel loro raccontare mode, tendenze e personaggi protagonisti del proprio tempo (“indimenticabile” la scena in cui i potenti del G7 rigettano le pietanze cucinate da Gustavo), sempre con leggerezza (leggi superficialità) e un po’ di pepe. C’è da dire che rispetto alle origini del genere, adesso sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale. Per questo, nonostante qualcuno abbia provato a sdoganarli, rimangono film poco adatti alle famiglie.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/17/2017 - 22:39
Titolo Originale: Wonder Wheel
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: PERDIDO, AMAZON STUDIOS, IN ASSOCIAZIONE CON GRAVIER PRODUCTIONS
Durata: 101
Interpreti: Kate Winslet, Jim Belushi, Justin Timberlake, Juno Temple

Negli anni Cinquanta, Ginny (Kate Winslet), barista quarantenne con un passato mitico di attrice, vive col secondo marito Humpty (Jim Belushi) e il figlio di prime nozze, nel Luna Park di Coney Island, ormai prossimo alla decadenza. La donna conduce una quotidianità insostenibile, afflitta dalla piromania del figlio e dalla tendenza all’alcolismo del marito. Si rifugia così in una relazione avventurosa con un giovane bagnino che vuole diventare drammaturgo, Mickey. Ma quando la figlia di Humpty, in fuga dal marito gangster, viene a rifugiarsi a Coney Island, i conflitti sopiti della vita di Ginny esplodono.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna è incapace di contrastare le passioni indotte dalla sua fragilità. Un uomo riesce a esprimere, anche nei momenti più difficili, un amore goffo ma autentico. Sedurre una donna sposata non costituisce un problema
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene a contenuto sessuale, turpiloquio, violenza verbale in famiglia. Situazioni familiari disordinate
Giudizio Artistico 
 
Woody Allen conferma la sua eccellenza nella narrazione tragica, impreziosita dalla fotografia di Storaro e sostenuta dalle eccellenti interpretazioni del cast
Testo Breve:

Un vedovo e una donna divorziata hanno unito le loro debolezze per sostenersi a vicenda ma l’amore è un’altra cosa e la tragedia è dietro l’angolo. Woody Allen conferma di essere un grande narratore di tragedie, sostenuto dall’ottima interpretazione di Kate Winslet 

Molti anni dopo il capolavoro Match Point, Woody Allen abbandona finalmente gli stanchi divertissement e ritorna a una dimensione in cui sa eccellere, la tragedia.

La ruota delle meraviglie si rivela un film complesso e pieno, compendio di più anime del regista, accese da una grazia che la fotografia di Storaro (alla sua seconda collaborazione con Allen dopo Café Society) e le eccellenti interpretazioni del cast sanno garantire.

Se all’inizio la voce narrante scanzonata del bagnino Mickey (Justin Timberlake) e il ricorso alla metanarrazione assicurano il distacco ironico alleniano, la vena tragica cresce e finisce per travolgere tutto.

Kate Winslet, in una delle sue interpretazioni migliori, incarna una figura femminile potentissima, donatrice di vita e di morte, condensando l’immagine alleniana della donna nevrotica e qualcosa di più antico e profondo, che ricorda Medea ma soprattutto Blanche di Un tram chiamato desiderio. Allen racconta la tragicità dei rapporti umani, cui in Interiors applicava il filtro rarefatto del maestro Bergman, con un nuovo linguaggio, ispirato stavolta ai grandi classici del teatro americano, da Williams a O’Neill, tessendo una trama preziosa di rimandi colti, mai gratuiti o stantii. Ma il regista non si limita a un codice univoco, molte sono le incursioni da diverse fasi della sua carriera, come la figura tragicomica del bambino piromane che, retaggio di spassose ricostruzioni autobiografiche (da Amore e Guerra a Io e Annie), accende un fuoco simbolico della rivolta tenace contro la vita matrigna e crudele.

Il fuoco, del resto, abilmente rincorso da una fotografia miracolosa, ammanta dei suoi colori l’intera immagine della Winslet, diventando codice simbolico dell’illusione, del pathos teatrale continuamente smorzato dalla prosaicità della vita. Un blu livido inghiotte i volti degli attori quando l’esistenza si rivela in tutta la sua sgraziata crudezza.

Il nichilismo disperato di Allen pervade ogni fotogramma di un’amarezza dolorosa, eppure preferibile al giocoso cinismo del Basta che funzioni. Quando il regista ammette onestamente che nulla basta, la sua arte si fa più potente e vera. Tanto che il suo nichilismo non si chiude su se stesso ma lascia spiragli.

Un matrimonio senza poesia, il logorio delle mansioni casalinghe e delle discussioni quotidiane, hanno il volto empatico e irresistibile di Jim Belushi, un Karenin umanissimo, logorato dalla vita eppure ancora capace di un amore goffo, che, anche se non sembra, rimane amore.  E quando Storaro fa calare il sipario di una luce livida e disillusa sul matrimonio di Ginny e Humpty potremmo miracolosamente trovarci a chiedere se, in quella frustrata quotidianità priva di pathos in cui le persone rimangono insieme quasi per disperazione, in fondo in fondo qualcosa di piccolo ma vero non sia del tutto da buttare.

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAGGIE & BIANCA FASHION FRIENDS

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/17/2017 - 22:12
Titolo Originale: Maggie & Bianca Fashion Friends
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Yuri Rossi, Paolo Massari
Sceneggiatura: ideatore: Iginio Straffi; sceneggiatura: Marco Rossi
Produzione: Rainbow
Durata: tre serie dal 2016 al 2017, 78 puntate di 24 mnuti su Rai Gulp
Interpreti: Emanuela Rei, Giorgia Boni, Sergio Ruggeri, Luca Murphy:

Maggie è un’adolescente che dagli U.S.A. è arrivata a Milano per frequentare una prestigiosa scuola di moda, con la possibilità di realizzare un sogno coltivato da tempo. Bianca Bissi si è iscritta alla stessa scuola per motivi diversi: è figlia di un imprenditore italiano che opera nel settore della moda e il suo obiettivo è quello di imparare i “ferri del mestiere” per poi affiancare, un giorno, suo padre.  Le due ragazze sono molto diverse: Maggie è simpatica e allegra, mentre Bianca appare viziata e distaccata. Sono però accomunate da un’infelice situazione familiare: Maggie non ha mai conosciuto suo padre mentre Bianca ha un padre che la trascura continuamente per i suoi affari. I loro primi incontri sono solo degli scontri ma il destino riserverà per loro un’insolita sorpresa. Altri ragazzi frequentano la scuola: Quinn, che aspira a diventare un grande fotografo, Jacques, un altro figlio di papà che si atteggia a scettico blu (a cui Maggie non è insensibile), Nausica che, forse per invidia, fa continui dispetti alle due ragazze. La scuola è impegnativa e, divisi in squadre, i ragazzi sono invitati competere continuamente, per tirar fuori il meglio di loro stessi.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un serial di intrattenimento dove si sviluppa un buon senso di solidarietà fra dei giovani ma è carente nella descrizione di effetti familiari
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il prodotto è ben confezionato, le protagoniste sono convincenti e le parentesi musicali sono di buona qualità
Testo Breve:

Maggie e Bianca si conoscono a Milano in una scuola di moda. Ballano e cantano per la delizia delle spettatrici più piccole che vengono precocemente addestrate al consumismo della moda. In fondo anche Chiara Ferragni è stata bambina  

La bambola Barbie è stata immessa nel mercato nell’ormai lontano 1959. Si è trattato di una vera e propria rivoluzione (si calcola che siano state vendute finora più di un miliardo di Barbie in150 nazioni): le bambine non venivano più invitate a stimolare il loro istinto materno trastullandosi con dei bambolotti ma a proiettarsi nel futuro come donne indipendenti, eleganti e sexy (la distribuzione della Barbie è stata vietata in Arabia Saudita). Si può dire che da quel momento la produzione di gadget e di programmi televisivi dedicati alle ragazze nella fascia 6-13 anni è stata inarrestabile. In particolare le fiction TV a loro dedicate hanno avuto alcune irrinunciabili caratteristiche: una protagonista femminile impegnata a scatenarsi in canti e balli sullo sfondo di un ambiente scolastico.

Occorre comunque distinguere fra serie come High School Musical e Alex & Co che hanno avuto un target più alto (storie di adolescenti destinate ad adolescenti, quindi con un maggiore realismo nella rappresentazione del contesto e dei personaggi) e altre destinate alle più piccole, come le telenovele sudamericane di Violetta e Soy Luna (attraverso Disney Channel).

Ora ci ha provato l’italianissima casa di produzione Rainbow, che dopo il successo della serie animata delle fatine Winx (sexy appunto come delle Barbie), ha concepito (grazie a quel genio del marketing che è il suo ideatore Igino Staffi)  questa nuova  fiction dove accanto al tema delle canzoni se ne è affiancato un altro altamente stimolante per questa fascia di età: la moda.

I personaggi sono identificati per certe tipizzazioni molto evidenti, (Maggie dice Goody! quando è contenta e inizia subito a contare quando è arrabbiata) che restano invariati nello sviluppo delle puntate proprio per costituire un riferimento sicuro a un pubblico poco abituato a complesse psicologie; il tono è farsesco, macchiettistico, si litiga spesso ma le litigate non sono mai una cosa seria, proprio come succede fra i più piccoli.  L’utilizzo del cellulare per accedere al proprio blog è continuo e  il problema più importante è quello di non veder ridotto il numero di “like”.

Il contesto di riferimento è quello di un’Italia industriale avanzata, non solo perché la serie è ambientato a Milano, ma perché i ragazzi sono sollecitati a sostenere continue prove, per abituarsi a un ambiente altamente competitivo. Alla fine i ragazzi dimostreranno di fare squadra e nasceranno i primi amori ma spesso fragili perché, basta la scoperta di un risvolto sconosciuto del carattere, per lasciarsi (ma magari per riavvicinarsi dopo poco).

Risulta sgradevole, proprio per il target a cui è destinato, la mancanza di un rapporto fra genitori e figli non solo perché la storia vede all’inizio due ragazze ignare di chi sia uno dei due  genitori ma anche perché quando finalmente sono stati trovati, sono  genitori la cui unica funzione è quella di  “regalare” qualche cosa, qualche altro pezzo del loro sogno.

Sono state finora sviluppate tre stagioni su Rai Gulp , da agosto 2016 a dicembre 2017 e intanto la macchina del marketing viaggia da tempo a tutto vapore: le canzoni  sono tutte in inglese già raccolte in album; su youtube ragazzine di 12-13 anni aprono le scatole dei nuovi gadget (bambole, cuffie, chitarra, cosmetici, magazine ..) mentre sta avendo un notevole successo il tour nei teatri Italiani del live event  Maggie & Bianca Fashion Friends.

Le puntate scorrono veloci e con allegria. Non ci si preoccupa di tratteggiare con realismo il mondo degli adolescenti (nella realtà molto più insidiato da insicurezze e indecisioni) dato il pubblico a cui si è rivolto ma proprio per questo carente di contesti familiari. Sembra un prodotto che serve poco a educare ma piuttosto ad affettare l’inserimento delle ragazzin, al modo del consumismo della moda. In fondo anche Chiara Ferragni è stata bambina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVELESS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/12/2017 - 09:44
Titolo Originale: Nelyubov
Paese: Russia, Francia, Belgio, Germania
Anno: 2016
Regia: Andrey Zvyagintsev
Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrey Zvyagintsev
Produzione: NON-STOP PRODUCTIONS, WHY NOT PRODUCTIONS, ARTE FRANCE CINÉMA, WESTDEUTSCHER RUNDFUNK, LES FILMS DU FLEUVE, FETISOFF ILLUSION, SENATOR FILM PRODUKTION
Durata: 128
Interpreti: Mariana Spivak, Alexey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keishs

Boris e Zhenya sono al capolinea della loro storia matrimoniale; entrambi si stanno rifacendo una vita con un altro partner (Boris aspetta perfino un figlio dalla nuova compagna), la casa è in vendita, le strade pronte a dividersi senza troppi rimpianti. C’è solo un particolare stonato in questa sinfonia della disunione, ed è la scomoda presenza del figlio dodicenne, Alyosha. Nessuno dei due sembra disposto a prendersene cura, ora che finalmente sono pronti a ricominciare da un’altra parte, per cui l’unica soluzione pare essere l’orfanotrofio. Alyosha, ascoltando malauguratamente stralci di un dialogo tra i due, comprende il proprio destino e decide di uscire silenziosamente di scena, socchiudendo la porta senza fare rumore e facendo perdere le sue tracce

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il valore di questo film è positivo perché il male viene rappresentato esattamente come male. Viene mostrata una umanità violata dove nessuno ama davvero nessuno, dove ognuno è solo, in balia del proprio istinto quanto del proprio cellulare e i due protagonisti cedono alla spirale dell’odio, non offrendo mai la spalla l’uno ll’altra, anche quando ne avrebbero un disperato bisogno
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di sesso esplicite, scene di forte tensione
Giudizio Artistico 
 
Il regista Zvyagintsev ci restituisce una società disintegrata nello spirito e negli affetti, e lo fa con una perizia quasi chirurgica, per cui non c’è inquadratura o dialogo di troppo
Testo Breve:

Una coppia si è separata e nessuno dei due è disposto a prendersi cura del figlio dodicenne.  Il regista Zvyagintsev ci restituisce una società disintegrata nello spirito e negli affetti, e lo fa con una perizia quasi chirurgica

Il film si apre con alcune scene che ritraggono un parco alle porte di Mosca, carico di neve e silenzio. Bianco, vuoto e un silenzio assordante caratterizzano le primissime inquadrature, dettagli che non riusciamo a dimenticare nel corso della storia. L’esistenza del piccolo Alyosha rispecchia queste caratteristiche; scialba e insignificante agli occhi dei genitori, vuota di affetti, talmente flebile da non poter essere percepita. Un inconsistente nastro di plastica sventolante, aggrappato senza energia, quasi fortuitamente, ai rami di un albero. A fare da contrasto, nelle scene successive, ci sono gli insulti e le minacce che i due genitori si vomitano addosso reciprocamente, dense di livore ed egoismo. A partire dall’inquietante scomparsa del figlio i due non faranno altro che litigare, scagliarsi addosso le reciproche mancanze e responsabilità. Quasi a voler confermare che il dolore non per forza riunisce, ma laddove i rapporti sono stati spezzati tra accuse e rivendicazioni non c’è possibilità di recupero, e il dolore può solo distruggere ciò che l’egoismo aveva prima incrinato. Nessuna redenzione quindi, nessuna catarsi. I due protagonisti cedono alla spirale dell’odio, non offrendo mai la spalla l’uno all’altra, anche quando ne avrebbero un disperato bisogno. Nella scena più drammatica di tutta la storia, infatti, quando entrambi si trovano all’obitorio, e devono verificare se il corpo celato sotto il telo appartenga o no al figlio, non uno sguardo, un abbraccio, una richiesta di aiuto viene indirizzata dall’uno nei confronti dell’altro. Questa coppia un tempo feconda, capace di mettere al mondo un bambino, si ritrova nel tempo, schiacciata dal peso delle proprie incomprensioni, sterile. Non più in grado di infondere affetto e tenerezza verso l’altro. Tantomeno di offrire il perdono.

Il regista Zvyagintsev ci restituisce una società disintegrata nello spirito e negli affetti, e lo fa con una perizia quasi chirurgica, per cui non c’è inquadratura o dialogo di troppo. Contro questa umanità violata dove nessuno ama davvero nessuno, dove ognuno è solo, in balia del proprio istinto quanto del proprio cellulare (degna di nota l’insistenza con cui ritrae i protagonisti con il telefono in mano) e dove l’esistenza dell’altro non ha valore, dignità, peso specifico, si staglia, implacabile, il giudizio di Zvyagintsev. L’unica eccezione, insieme ad Alyosha, piccolo martire dell’egoismo contemporaneo, è rappresentata dalla squadra di volontari, che si prodigano per il ritrovamento del bambino in modo del tutto disinteressato. Dietro l’anonimato di questi individui si celano gli unici barlumi di sentimenti autentici, che rendono tale l’essere umano, quasi a lasciar intendere che l’uomo di oggi ha pagato l’acquisto della propria individualità con la perdita della propria umanità. 

Autore: Miriam Farabegoli
In Televisione
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DUE SOTTO IL BURQA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/07/2017 - 16:08
Titolo Originale: Cherchez la femme!
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Sou Abadi
Sceneggiatura: Sou Abadi
Produzione: Durata 88' Colore C Genere COMMEDIA Produzione THE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, MARS FILMS
Durata: 88
Interpreti: Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro

Leila e Armand studiano Scienze Politiche, si amano e sperano di vincere una borsa di studio come tirocinanti alle Nazioni Unite a New York. Ma poi il fratello di Leila, Mahmoud, ritorna dallo Yemen dove ha aderito al radicalismo islamico. Impedisce alla sorella di uscire di casa e di vedere altri uomini e cerca di indottrinare il fratello più piccolo Sinna. Armand, però, trova una soluzione per superare la sorveglianza: si copre con un velo integrale e si presenta come una pia studentessa, Sheherazade, cui Leila dovrebbe dare lezioni di francese. Mahmoud, però, si invaghisce della misteriosa ragazza velata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La facilità con cui l’intreccio si risolve e perviene al lieto fine risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica del fondamentalismo islamico
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto
Testo Breve:

Se una sorella ha come fratello un radicalista islamico che non la lascia uscire, l’unica soluzione per il fidanzato di lei è indossare il burqa e fingersi una ragazza. Una commedia farsesca fin troppo superficiale per la realtà drammatica che vuole affrontare

Ambientato nella laicissima Francia dove in teoria burqa e chador sono proibiti dal 2011, il film di Sou Abadi, regista iraniana che viene dal documentario, prova a mettere in scena attraverso la commedia il problema (drammaticissimo) della radicalizzazione dei giovani musulmani delle periferie.

Figli di immigrati che in Francia hanno cercato libertà e integrazione, Leila e Mahmoud hanno scelto strade diverse per affrontare il proprio isolamento e la morte dei genitori: lei, laica e secolarizzata, coltiva il dubbio metodico, studia scienze politiche, sogna un futuro all’Onu e ha un fidanzato Armand, anche lui laicissimo, figlio di intellettuali iraniani sfuggiti alla rivoluzione Khomeinista.

Mahmoud, invece, dopo essersi fatto carico dei fratelli rinunciando agli studi, è partito per lo Yemen ed è ritornato con una barba da fondamentalista e idee molto chiare sul futuro suo e della famiglia.  Del resto la stessa cosa hanno fatto i suoi amici di quartiere, immigrati come lui, ma anche un francese, Fabrice, che adesso ci tiene molto a farsi chiamare Farid.

Il ritratto di questi fondamentalisti di periferia è amabile quanto superficiale (predicano la jihad ma alla prova dei fatti sono più pasticcioni che pericolosi), come una somma di clichè è la coppia di genitori di Armand: comunista lui, femminista lei, memori dei traumi del fondamentalismo nella patria perduta, ma borghesi fino al midollo nella nuova patria, a partire dalla scelta dell’arrondissement dove abitare.

Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità (di fronte alla prigionia di Leila in casa, che rischia di mettere in pericolo anche il suo futuro newyorkese, l’opzione polizia viene allegramente scartata) e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto.

Al di là della citazione di A qualcuno piace caldo, infatti, i riferimenti più evidenti sono quelli della tradizione teatrale (da Shakespeare a Marivaux), dove il travestimento è un espediente comune del corteggiamento come dell’equivoco amoroso.

Perché anche qui Mahmoud si incapriccia della misteriosa donna velata interpretata da Armand, che da parte sua coglie l’occasione per insegnare al giovane fondamentalista un’interpretazione più aperta e umanizzata del Corano e dell’islam.

E nel frattempo, mentre si aggira mascherato per le vie di Parigi, si rende conto di quanto anche gli occidentali laici e avanzati possano essere crudeli con chi appare diverso e per questo pericoloso.

La facilità con cui l’intreccio si risolve, con una messa in scena che coinvolge tutti quanti e uno svelamento finale che sana tutte le ferite, anche se perfettamente in tono con il clima da palcoscenico tenuto fino a quel momento, risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica di cui si vorrebbe parlare.

Peccato questa superficialità in cui si perdono anche momenti di autentico sentimento (il fratellino di Leila che ricostruisce minuziosamente le fotografie di famiglia) che si rimpiange non riescano a diventare l’anima autentica della storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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HAPPY END

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/05/2017 - 17:49
Titolo Originale: Happy End
Paese: Francia, Austria, Germania
Anno: 2017
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Durata: 107
Interpreti: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovits, Toby Jones

Alcuni tragici eventi sconvolgono l’apparente serenità dei Laurent, ricchissima famiglia di Calais, sulla Manica. Mentre Georges (Trintignant), il capo famiglia anziano ed infermo, conta i giorni che lo separano dalla morte, la primogenita Anne (Isabelle Huppert) deve far fronte alle conseguenze di un devastante crollo in uno dei cantieri della ditta di famiglia, che dirige insieme al figlio, il tormentato Pierre. Nel frattempo il fratello di Anne, Thomas (Kassovitz), già al secondo matrimonio, coltiva una torbida relazione con una donna misteriosa. La doppia vita dell’uomo rischia di essere smascherata quando alla sua porta si presenta la figlia tredicenne, Eve, avuta con la prima moglie che ha appena tentato il suicidio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi principali sono negativi, i gesti di altruismo sono quasi sempre impregnati di ipocrisia Una cosa che accomuna tutti i protagonisti è che sono tendenzialmente distruttivi e autodistruttivi in conseguenza ad un sostanziale rifiuto della sofferenza
Pubblico 
Sconsigliato
Contenuti sessuali espliciti Atteggiamento cinico e pessimista sul valore della nostra esistenza
Giudizio Artistico 
 
Ottima regia e ottima recitazione
Testo Breve:

Michael Haneke, dopo aver sviluppato con il film Amour, un’apologia dell’eutanasia a beneficio delle persone anziane, allarga l’orizzonte prospettando per tutti il rifiuto della sofferenza e la vocazione al suicidio si estende  a una ragazza tredicenne

Dopo il successo di Amour, Palma d’oro e Oscar nel 2013, Haneke riprende il filo del discorso con un film che sembra idealmente un sequel del precedente. Il contesto è diverso - quello era ambientato a Parigi, totalmente in interni, questo a Calais, dove la superficialità e l’ipocrisia dei ricchi protagonisti fa da stridente contraltare al dramma reale di migliaia di immigrati clandestini - ma la storia presenta elementi ricorrenti che ammiccano allo spettatore. Uno su tutti, il duo Trintignant-Huppert, anche qui padre e figlia (l’anziano protagonista ha anche lo stesso nome, Georges), che con le loro linee narrative travalicano i confini dei film, unendo le due storie - come si intuisce nel momento in cui l’anziano capofamiglia confessa alla giovanissima e turbolenta nipote, l’omicidio della moglie malata, andato in scena in Amour.

Ma non è solo dal film premio Oscar che Haneke attinge per storie, tematiche e scelte registiche. Happy End infatti si innesta nel solco tracciato dal regista con le opere precedenti, senza per questo rinunciare ad una sua originalità, soprattutto per quanto riguarda la grottesca ironia – a cominciare dal paradosso del titolo - che scaturisce dal contrasto surreale tra la compostezza esteriore dei personaggi e la drammaticità quasi eccessiva che si rivela in ogni piega recondita delle loro esistenze.

Come in molte altre storie raccontate da Haneke, anche qui infatti le vere protagoniste sono la morte e la sofferenza, che è sempre nascosta dietro a una scorza di buone maniere e di apparenze da preservare per il quieto vivere o semplicemente per un orgoglio ottuso e spietato. Apparenze che nascondono spesso una doppia vita, che però, con grande onestà intellettuale, viene raccontata come una condizione esistenziale provvisoria, destinata prima o poi a implodere, portando all’autodistruzione. 

Anche qui poi, il regista preferisce raccontare i personaggi e i loro stati d’animo di fronte alle avversità, piuttosto che eventi e fatti che praticamente non vanno mai in scena, nemmeno quelli più tragici, se non con la mediazione del “digitale”. I supporti tecnologici di cui Haneke si serve per raccontare e rivelare, rappresentano una sorta di muro invisibile, oltre che tra diverse generazioni (ne è l’emblema il rapporto tra nonno e nipote, i due personaggi al tempo stesso più lucidi e distruttivi della famiglia) anche tra quella che sembra la realtà vissuta e quella percepita, di cui siamo spettatori più o meno volontari (ritorna quindi il tema del voyeurismo già raccontato in Niente da nascondere e ne Il nastro bianco). Accade così che gli unici riferimenti al tradimento di Thomas – che tanto ricordano la perversione sessuale de La pianista - vengono “consumati” su una chat, il crollo delle fondamenta del centro commerciale attraverso una telecamera di sorveglianza, il tentativo di suicidio della madre di Eve immortalato con un cellulare. La morte quindi, come dicevamo grande protagonista della pellicola, è nascosta o filtrata, e il dolore raccontato spesso da lontano, quasi con pudore e un distacco anche e soprattutto fisico, reso alla perfezione dall’uso di inquadrature larghe che per paradosso non riducono il pathos, anzi lo cristallizzano e lo amplificano.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ETA' IMPERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 22:59
Titolo Originale: L'età imperfetta
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Ulisse Lendaro
Sceneggiatura: Cosimo Calamini
Produzione: LOUIS LENDER PRODUCTION, AURORA FILM, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 96
Interpreti: Marina Occhionero, Paola Calliari, Anita Kravos, Anna Valle

In in piccolo centro del Nord Italia vive la diciassettenne Camilla. La sua vita scorre serena sia a scuola, dove riporta ottimi voti sia in famiglia, dove vive in armonia con il padre che fa il fornaio, una madre che proviene dall’ Est Europa e due simpatiche sorelle, con cui scherza e litiga. Camilla ha un sogno: diventare una ballerina professionista ed è proprio alla scuola di danza che incontra Sara, diciott’anni appena compiuti, che gode di molta libertà perché figlia di genitori benestanti divorziati. Sara introduce l’amica in un ambiente più spregiudicato, fra frequentazione di locali notturni, uso di pasticche e incontri amorosi. Quando arriva il momento della grande prova di danza che selezionerà alcune ragazze per l’iscrizione a una prestigiosa scuola di Parigi, Sara viene selezionata mentre Camilla resta esclusa. Il mondo sembra crollarle addosso e si insinua nella sua mente il sospetto che la sua ex amica abbia tramato, con la complicità dell’insegnante, per farla arrivare impreparata alla prova...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza, chiusa nel suo egocentrismo, viene travolta dall’odio e dal desiderio di vendetta
Pubblico 
Maggiorenni
Una veloce sequenza di nudo, sbrigativi Incontri amorosi fra adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista è bravo nel tratteggiare le due protagoniste adolescenti e il loro ambiente ma non riesce a darci una spiegazione compiuta delle decisione prese dalla protagonista
Testo Breve:

Due ragazze con la comune passione per la danza, da amiche diventano nemiche. Il film analizza alcuni pericolosi lati oscuri dell’età dell’adolescenza

Parlare dell’età dell’adolescenza, in particolare di quella femminile, è sicuramente arduo e molto spesso si seguono stereotipi abusati. A giudicare dagli ultimi lavori televisivi, quando viene introdotta un’adolescente, dobbiamo aspettarci che prima o poi resti incinta.

Fra i lavori più recenti, è risultato originale Prima di Domani, dove il baricentro del racconto non è la solita relazione amorosa, ma la scoperta, da parte della protagonista, dell’importanza di rapporti sinceri e leali con le proprie amiche e il suo ragazzo. Questo L’età imperfetta, lavoro dell’esordiente Ulisse Lendaro, mette ben a fuoco un altro aspetto caratteristico di quest’età: il bianco o il nero; un modo di atteggiarsi verso gli altri senza mezze misure, attraverso grandi amori o repentini, radicali, odi. E’ quello che si determina fra Sara e Camilla, accomunate dalla passione per la danza ma complementari negli affetti familiari: Sara trova nella famiglia dell’amica un calore che a lei, figlia di divorziati, è stato negato mentre Camilla riceve da Sara una spinta a quell’emancipazione che ancora non possiede, incluso, quasi inevitabilmente, il pervenire alla prima esperienza sessuale.

Di fronte a una grande delusione (la sconfitta alla gara di ballo) è proprio Camilla che subisce una radicale trasformazione: ora ritiene che sia importante solo pensare a se stessa, dimenticando di essere una figlia brava e ubbidiente, decisa a realizzare ciò a cui brama con tutti i mezzi, inclusa una terribile vendetta.

Il regista è molto bravo nello sviluppare il thriller psicologico che sottende la storia (Sara ha realmente tramato contro Camilla o o si tratta solo di un'ossessione frutto della paranoia in cui è precipitata la ragazza?) ma molto meno nel darci ragione di una così drastica trasformazione. Da una prima lettura  potrebbe sembrare che il racconto si appoggi sulla contrapposizione fra due ambienti familiari, quello caldo e avvolgente di Camilla (molto simpatici i suoi rapporti con la piccola sorellina Francesca) e l’indipendenza solitaria in cui vive Sara, interrotta solo da saltuari e sbrigativi incontri con il padre. In realtà la contrapposizione fra la buona Camilla e la spregiudicata Sara ha breve durata; sono proprio quei valori di cui è intessuta la vita di Camilla che evaporano rapidamente; in lei sembra agire qualche atavica radice del male e a nulla fanno presa l’atteggiamento comprensivo e aperto del padre né la condivisione, con la madre, di un’apparentemente sincera fede ortodossa. E’ proprio l’immagine di Camilla che prega in ginocchio prima di compiere la sua vendetta che stride maggiormente e il racconto sembra carente di semplici regole di causa ed effetto. Ugualmente angosciosa è la solitudine nella quale Camilla si lascia travolgere dal demone della vendetta, facendo terra bruciata intorno a sé, senza che a nulla possa valere la vicinanza delle amiche, delle due sorelle, della zia o del padre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI SDRAIATI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 22:23
Titolo Originale: Gli sdraiati
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesco Piccolo, Francesca Archibugi, tratto dall'omonimo romanzo di Michele Serra
Produzione: INDIANA PRODUCTION, LUCKY RED, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Rosalba Bendidio

Il noto giornalista televisivo Giorgio Selva (Claudio Bisio) convive con il figlio diciassettenne Tito (Gaddo Bacchini). Il rapporto tra i due è sempre più difficile, ma l’arrivo di Alice, una ragazza dall’aria triste di cui Tito si innamora, sarà l’occasione perché padre e figlio possano in qualche modo affrontare le loro diversità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire. Rapporti sessuali fra "fidanzatini" adolescenti vengono autorizzati direttamente nelle case dei rispettivi genitori.
Pubblico 
Adolescenti
Scene con uso di alcol e droghe, una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto
Testo Breve:

Un padre e un figlio sembrano irrimediabilmente distanti, dove i padri non sono mai realmente interessati ai figli e questi nutrono affetti consumati in fretta senza il coraggio di approfondirli. La regista Francesca Archibugi scava con realismo la condizione odierna di tanti legami familiari

Dopo il divorzio Giorgio, diviso tra il ruolo di presentatore televisivo e quello di padre apprensivo, si è letteralmente segregato in casa. Nel tentativo disperato di recuperare il rapporto con il figlio ormai più che adolescente e sempre più lontano da lui, finisce per essere talmente pesante da diventare quasi insopportabile. Da parte sua Tito trascorre le sue giornate a gironzolare in bicicletta con gli amici, fumare e bere fiumi di alcol nei locali, per poi tornare a casa il più delle volte ubriaco senza capire né dov’è né chi sia quell’uomo sempre più preoccupato che tutte le volte lo riaccoglie, nonostante tutto. E’ un adolescente confuso e diviso. Diviso tra due case, quella della madre e del padre, diviso tra il gruppo storico di amici inseparabili e l’amore per la bella Alice, che i suoi compagni di sempre proprio non li sopporta.

Ed è l’arrivo di Alice a innescare qualcosa in questa situazione che pare non avere una via d’uscita. Figlia di una ex donna di servizio dei Selva, con cui Giorgio aveva avuto una relazione segreta, la ragazza potrebbe rivelarsi un bel problema per la vita del noto conduttore. Ed è così che Giorgio si riaccende di interesse per la vita privata del figlio, e finalmente i due sembrano trovare un punto di contatto comune.

Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto.

Adolescenti che vivono di notte, che vivono nel gruppo, che vivono nei loro sogni che non sono forse nemmeno in grado di perseguire. Affetti consumati in fretta, con forti passioni che nascondono una profonda incomunicabilità. Non a caso infatti Tito e Alice non riescono mai a comunicare veramente, non c’è amicizia, ma solo attrazione, tanto che dopo poco i telefonini ritornano ad essere i migliori compagni e non ci si guarda più nemmeno in faccia.

Poi i genitori, isterici, nevrotici, iper-apprensivi e protettivi nei confronti dei figli, ma mai veramente interessati di loro, perché troppo presi da altro. Si lamentano dei loro pargoli, richiedono rispetto delle regole e condivisione, senza rendersi conto che quei ragazzi non sono altro che il frutto dei loro errori e del loro spropositato egoismo.

Molto interessante è la scena in cui Tito e Giorgio sono dallo psicologo che, con una commovente interpretazione di Gaddo Bacchini, mette in scena il profondo disagio di Tito, vittima sacrificale della dolorosa e mai risolta separazione dei genitori che l’ha confuso interiormente in una fase così delicata della sua esistenza.

E l’incomunicabilità sembra essere alla base di ogni rapporto famigliare, senza differenza di ceto sociale, di provenienza e di religione. La telecamera entra a spiare di nascosto le famiglie dei vari ragazzi, ma in ogni casa trova solo una profonda solitudine.

Unica figura positiva è quella del nonno, uomo d’altri tempi, poco colto ma che ha sacrificato tutta la vita per la famiglia, rimanendo sempre legato alla moglie, alla figlia (la moglie di Giorgio). Il nonno sembra essere l’unica autorità reale di riferimento per il nipote tanto confuso e il suo sgangherato gruppo di amici.

Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire.

Autore: ILARIA GIUDICI
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CACCIA AL TESORO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 21:43
Titolo Originale: Caccia al tesoro
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Carlo Vanzina
Sceneggiatura: Enrico e Carlo Vanzina
Produzione: : Medusa Film, realizzato da International Video 80, in collaborazione con SKY Cinema HD
Durata: 90
Interpreti: Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Christiane Filangieri, Max Tortora, Serena Rossi

Napoli. Capocomico di una compagnia teatrale votata alla fame, Domenico Greco deve trovare i soldi per una costosissima operazione chirurgica per il nipotino malato di cuore. Inginocchiato davanti alla statua di San Gennaro per chiedere una grazia, crede di sentire la voce del santo che lo autorizza a rubare la preziosa mitra, tempestata di gemme, conservata nella cripta della chiesa insieme al resto del tesoro. Inginocchiato nella panca di fianco, lo spiantato Ferdinando – che ha origliato tutto – si propone come complice del furto, per il semplice fatto di aver bisogno anch’egli di denaro e di aver sentito ugualmente la voce del santo (“e quindi – dichiara – potrebbe essere che si rivolgesse a me”). Senza pensarci troppo, i due si lanciano nell’impresa. D’altra parte, se il fine è buono e il santo è d’accordo, cosa può andare storto?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film evita accuratamente la volgarità (salvo qualche innocua parolaccia), cita espressamente un cinema che si faceva prima dello sdoganamento di tanti tabù e non si vergogna quindi di celebrare quei “buoni sentimenti” che – proprio in sede critica – vengono sempre citati in senso dispregiativo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Cenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un film gentile questo che i Vanzina, i fratelli terribili del cinema italiano propongono agli spettatori del 2017, perché sembra provenire proprio dagli anni Cinquanta (il decennio d’oro di Steno, loro padre) per la programmatica inverosimiglianza, per il canovaccio esilissimo – che serve solo come pretesto per le performances dei mattatori – ma anche per il garbo e la delicatezza
Testo Breve:

I fratelli Varzina, gli inventori della serie Vacanze di Natale, firmano un film che è un omaggio dei tempi d’oro della commedia italiana anni ’50, di cui loro padre, Steno, è stato un maestro

Sia per gli autori del film, sia per il protagonista Vincenzo Salemme, Caccia al tesoro è l’occasione per fare i conti con la propria eredità. Per Carlo ed Enrico Vanzina, infatti, sembra arrivato il momento (in realtà già da qualche anno) di ricordarsi di essere i figli di quello Steno (nome d’arte di Stefano Vanzina) regista e sceneggiatore di decine di film comici prodotti dagli anni Quaranta agli anni Ottanta e ricordato come “genio gentile” (così il titolo di un documentario su di lui proiettato alla Festa del Cinema di Roma del 2008). Ed è proprio un film gentile questo che i fratelli terribili del cinema italiano propongono agli spettatori del 2017, perché sembra provenire proprio dagli anni Cinquanta (il decennio d’oro di Steno) per la programmatica inverosimiglianza, per il canovaccio esilissimo – che serve solo come pretesto per le performances dei mattatori – ma anche per il garbo e la delicatezza.

A realizzare un film così sono proprio gli inventori di formule, come quelle delle famigerate Vacanze di Natale, che tanto hanno nuociuto al cinema italiano e ai suoi spettatori, eppure Caccia al tesoro evita accuratamente la volgarità (salvo qualche innocua parolaccia), cita espressamente un cinema che si faceva prima dello sdoganamento di tanti tabù e non si vergogna quindi di celebrare quei “buoni sentimenti” che – proprio in sede critica – vengono sempre citati in senso dispregiativo. Lungi da noi, dunque, infierire su film pensato per un pubblico di una certa età, non ancora o non per forza drogato dalla “qualità”, dal ritmo e dalla complicazione narrativa delle serie televisive che spopolano ormai dappertutto (anzi, nel celebrare la bellezza di Napoli e dei napoletani il film vuole essere una sorta di “anti-Gomorra”). 

Divertente il film lo è in senso molto generico, perché – come in tutta la filmografia dei Vanzina – si ride il minimo indispensabile per poter definire il film “comico” e l’unica vera ragion d’essere è mostrare Salemme e il sodale storico Buccirosso prodursi in duetti chiaramente ispirati a quelli di Totò e Peppino (ma tutta la napoletanità viene esaltata, in un centone in cui possono convivere le canzoni di Pino Daniele, il teatro di Scarpetta e “o’traditore” Gonzalo Higuaín). La trama non ha bisogno di tante precisazioni, con la “banda degli onesti” che insegue il tesoro di San Gennaro da Napoli a Torino fino a Cannes, incrociando la strada con altri ladri imbranati, una banda di ladri professionisti, camorristi dal cuore d’oro e un contorno variopinto di macchiette e gag dagli esiti assolutamente prevedibili.

Gli attori sono bravi e simpatici ma per il salto di qualità (e quindi per la sufficienza) manca la disinvoltura necessaria, per cui – per fare un esempio – i Vanzina si sentono in dovere di citare espressamente nei dialoghi sia Operazione San Gennaro di Dino Risi (irresistibile commedia sul furto del tesoro del santo, di cui Caccia al tesoro non vuole essere un remake ma solo un omaggio) sia il fatto che Buccirosso abbia recitato in un film diretto da Paolo Sorrentino, che nel film è il sogno del personaggio interpretato da Salemme. 

Non che Caccia al tesoro abbia reali ambizioni cinematografiche né tantomeno metatestuali. Però anche Vincenzo Salemme, nato artisticamente come attore nella compagnia teatrale di Eduardo De Filippo, approfitta per celebrare i propri nobili trascorsi: proprio due famose opere di Eduardo, Natale in casa Cupiello e Le voci di dentro, vengono citate in apertura e in chiusura del film, incorniciando nostalgicamente la vicenda nel mondo della vita che imita il teatro perché – questa la morale che sembra venirci consegnata – per chi si spende anima e corpo nella prima come nel secondo, ci sarà sempre poco da mangiare ma molto da divertirsi. E sempre, in qualche modo, qualcosa da guadagnare. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI TUO RESPIRO (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 16:27
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 117
Interpreti: Claire Foy, Andrew Garfield, Tom Hollander, Diana Rigg, Hugh Bonneville, Ed Speleers

Anni 50’. Robin Cavendish è giovane e avventuroso (vive commerciando the in Africa), spavaldo abbastanza da fare la corte a Diana, una ragazza molto desiderata che diventerà sua moglie. Ma questa storia d’amore quasi da cartolina si incrina di fronte all’improvvisa malattia di Robin, la poliomelite, che lo costringe in un letto d’ospedale, con una prospettiva di vita molto breve. Di fronte alla disperazione del marito, Diana, che è da poco diventata mamma, prende la disperata decisione di portare Robin a casa per dargli qualcosa che lo tenga attaccato alla vita… Nonostante le opposizioni di molti ci riuscirà e Robin vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi, almeno fino a quando la sua patologia si aggraverà ulteriormente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti), il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare, in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri
Testo Breve:

Robin, colpito da poliomielite, contro ogni aspettativa, vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi. Una storia di amore coniugale ma anche di propaganda per la dolce morte

Il primo film da regista di Andy Serkis, conosciuto al grande pubblico soprattutto per le sue performance in motion capture (è stato Gollum nella saga de Il Signore degli anelli e la scimmia parlante Cesare in quella de Il pianeta delle scimmie), è ispirato alla vita di Robin Cavendish (il cui figlio coproduce il film), che da malato di polio sopravvisse per oltre 36 anni facendosi paladino per i diritti dei disabili in un’epoca in cui la condanna a trascorrere la propria (breve) vita in un reparto sembrava senza appello. La determinazione della moglie Diana, la creatività di chi aiuta Robin a trovare il modo di respirare anche lontano dal reparto, e poi persino fuori dalle mura di casa nascono dal meritevolissimo desiderio di dire che ogni vita vale la pena di essere vissuta, anche quando ferita da una malattia grave come quella raccontata nel film.

Nel caso di Robin e Diana si tratta di una convinzione che non nasce dalla fede (nella realtà Cavendish era ateo convinto e nel film le figure religiose escono abbastanza con le ossa rotte perché presentate come portatrici di una consolazione fasulla), ma dall’amore tra i due coniugi (che forse proprio per questo, in modo a dire il vero un po’ poco realistico, viene preservato da qualunque ombra di crisi per tutto il film) e dalla volontà, una convinzione che da battaglia personale diventa anche battaglia per i diritti degli altri disabili. Un diritto che, senza voler bruciare il finale del film, è diritto a vivere con dignità…ma anche a decidere quando rinunciare a questo diritto Il film, infatti, difende sì la dignità del malato, ma allo stesso modo ne promuove il diritto a prendere la strada dell’eutanasia, senza per altro mettere mai davvero in discussione questo passo.

Quasi calligrafico nel mostrare la storia d’amore di Robin e Diana nella prima parte del film (gli inglesi in giro per l’Africa fanno un po’ cartolina), poi intenso nel racconto della malattia e della crisi, forse fin troppo poetico nel seguito, quando inizia l’avventura di Robin fuori dall’ospedale, il film di Serkis ovviamente ha più di qualche elemento in comune con La teoria del tutto di un paio di anni fa (anche se va detto che l’interpretazione di Garfield non è al livello di quella di Redmayne), che però per certi versi era più realistico nel mostrare anche la difficoltà della vita quotidiana dei protagonisti. La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare (in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri), sottolineando la disumanità delle alternative (come nella visita al centro dove decine di pazienti sono tenuti in vita in polmoni artificiali)

A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti, essendo coinvolto nella produzione anche il figlio di Cavendish) il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili. Celebrata con una festa di addio in grande stile la dipartita di Robin arriva come un fulmine a ciel sereno che è difficile accettare con la stessa filosofia con cui lo fanno moglie, figlio e amici….

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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