Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

IL MERCANTE DI VENEZIA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/09/2017 - 10:25
Titolo Originale: The Merchant of Venice
Paese: ITALIA, LUSSEMBURGO, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 20004
Regia: Michael Radford
Sceneggiatura: Michael Radford
Produzione: SPICE FACTORY PRODUCTION, SHAYLOCK TRADING LTD., UK FILM COUNCIL, FILM FUND LUXEMBOURG, AVENUE PICTURES PRODUCTIONS, DELUX PRODUCTIONS, ISTITUTO LUCE, DANIA FILM
Durata: 124
Interpreti: Al Pacino,Lynn Collins, Jeremy Irons,Charlie Cox, Joseph Fiennes, Zuleika Robison

Nella Venezia di fine ‘500 gli ebrei sono costretti a vivere in un ghetto e debbono portare, quando escono in strada, un copricapo rosso per farsi riconoscere ma è proprio a Venezia, dove prosperano i commerci per mare, che gli ebrei sono utili alla comunità perché prestano denaro a interesse, pratica proibita ai cristiani. Bassanio, un giovane gentiluomo veneziano, per poter conquistare Porzia, ricca ereditiera di Belmonte, ha bisogno di 3000 ducati e li chiede in prestito al suo amico carissimo Antonio il quale, pur volendo soddisfare l’amico, non dispone di così tanto liquido, perché le sue navi non sono ancora rientrate. Decide quindi a chiedere un prestito all’usuraio ebreo Shylock che lo concede a un patto: Antonio dovrà pagare con una libbra della sua carne l’eventuale mancata restituzione della somma. Antonio finisce per accettare, sicuro che presto guadagnerà tre volte quella cifra appena le sue navi saranno rientrate in porto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La clemenza mitiga la giustizia e il valore inviolabile della vita precede qualsiasi accordo fra uomini
Pubblico 
Adolescenti
Un bacio fra due uomini; alcune nudità femminili appaiono sullo sfondo
Giudizio Tecnico 
 
Una visitazione della tragedia di Shakespeare molto ben ambientata che beneficia delle ottime interpretazioni di Al Pacino e di Jeremy Irons
Testo Breve:

Questa tragedia di Shakespeare, poco rappresentata perché accusata di antisemitismo, riceve una lettura molto partecipata proprio al dramma e alle sofferenze dell’ebreo, grazie all’insuperabile interpretazione di Al Pacino 

Riguardo a questo film del 2004 che beneficia della magnifica interpretazione di Al Pacino nelle vesti di Shylock e della complessa e articolata opera di Shakespeare, non intendiamo soffermarci né sull’insolita, forte amicizia fra Antonio e Bassanio, che ha indotto alcuni a parlare di attrazione omosessuale fra i due (il film la assume come vera), né sull’accusa di antisemitismo che ha accompagnato quest’opera nei secoli ma sul rapporto fra giustizia e clemenza, che il grande poeta inglese affronta apertamente, senza sminuire la complessità dell’equilibrio fra i due valori.

La definizione della clemenza è ben espressa nel famoso discorso che tiene Porzia, camuffata da giovane avvocato, davanti al tribunale del doge: “la qualità della clemenza non è la costrizione. Scende dal cielo sotto forma di pioggerellina e si sparge in terra. È due volte benedetta; per chi dà e per chi riceve. E’ più potente nei potenti.  Si addice al trono del monarca più della corona. Lo scettro mostra il suo potere temporale, segno di rispetto e di legalità, dove risiede il terrore che incute il re. Ma la clemenza supera il potere dello scettro. Il suo trono è nel cuore del re. E’ l’immagine di Dio stesso, esempio di bontà. Il potere terreno si avvicina a quello di Dio, quando la clemenza tempera la giustizia. Perciò ebreo, tu che pretendi giustizia considera che secondo giustizia nessuno di noi avrà salvezza. Noi invochiamo clemenza e la nostra stessa preghiera insegna a noi tutti ad essere altrettanto clementi”.

L’avvocato-Porzia non mescola mai i due valori, non nega mai che l’ebreo sia nel giusto, anzi, il disattendere un contratto costituirebbe la rovina per le istituzioni Veneziane, ma se esercitare la giustizia è già una prima forma di trascendenza, esercitare la clemenza lo è definitamente di più perché è di origine divina. Se la giustizia ci costringe a riconoscere che anche gli altri hanno gli stessi diritti che abbiamo noi, la misericordia sottende la fratellanza di tutti noi in Cristo e ci invita a comportarci come Lui si è comportato. Quando Porzia parla di clemenza si rivolge a Shylock quasi in modo privato, personalmente, un atto da esercitare non contro, ma sopra la giustizia: “siate clemente, accettate il doppio della somma, stracciate il contratto”.  Nessuno in tutta Venezia può farlo; solo Shylock può unilateralmente rinunciare a pretendere quanto pattuito.  La caparbietà con cui l’ebreo continua a pretendere giustizia è stato visto da molti come un confronto fra Vecchio e Nuovo Testamento, fra la pura, fredda giustizia e la legge dell’amore portata dal Vangelo ma Shakespeare sa che la realtà diventa molto più complessa quando si passa dai principi alle attuazioni pratiche. Possiamo infatti dire che dalla parte dei cristiani veneziani venga applicata misericordia nei confronti dell’ebreo? Quando il giovane avvocato insiste nel sollecitare la clemenza di Shylock, è lo stesso Antonio a dissuaderlo: “vi prego state discutendo con un ebreo, è come se chiedeste alla marea di contenere il suo flusso normale”. E’ questa una prima, fondamentale mancanza di carità: l’ebreo è un “altro” un “diverso”, a cui non si possono applicare gli stessi trattamenti destinati ai cristiani. Se a Shylock viene concesso di mantenere la metà del suo patrimonio, viene anche costretto a farsi cristiano, che corrisponde a ucciderlo, perché lo si priva della propria identità.

“Io metterò in pratica la malvagità che ci insegnate” aveva detto in precedenza Shylock: si tratta di un personaggio che se non simpatia, suscita certo molta comprensione. Oltre richiedere quel rispetto che non riceve, nel suo famoso monologo -“non ha occhi un ebreo? Non ha mani,..), Shylock subisce anche lo sfregio di una figlia che gli ha sottratto dei denari solo per comperarsi una scimmia e ha venduto l’anello della defunta moglie che gli era così caro. Da che pulpito vengono le prediche? In fondo il bel Bassanio, non deve chiedere un prestito ad Antonio perché ha sperperato tutto il suo patrimonio? Forse proprio in questo modo, se non attraverso i suoi personaggi, è lo stesso Shakespeare a mostrare un vero rispetto nei confronti dell’ebreo descrivendo la sua sofferenza, un rispetto che è la premessa necessaria per qualsiasi forma di misericordia.

Shakespeare non ci lascia tranquilli neanche sul concetto di giustizia. Come si può confidare in essa se sono sufficienti alcuni equilibrismi dialettici, quelli compiuti da Porzia, un avvocato improvvisato, per ritorcere la sentenza proprio contro colui che ha l’ha reclamata? Anche in questo caso, siamo stati probabilmente invitati a guardare più in profondità, a l’uomo dietro le strutture formali di una istituzione e a individuare alcuni diritti inviolabili, come quello della vita, che neanche una legge scritta può alterare.

Non resta che accettare l’abbandono fiducioso all’armonia dell’infinito, nonostante le nostre fragilità, proposto nel dialogo notturno fra Jessica, la figlia di Shylock e Lorenzo, il suo innamorato cristiano: “guarda Jessica, guarda come l’arcata del cielo è tutta costellata di monete d’oro luccicanti.  Non c’è neanche il più piccolo di questi globi che nel suo modo canti come un angelo sa cantare. La stessa armonia è nelle anime immortali. Ma finchè siamo prigionieri di questo involucro d’argilla, nato per essere fango, non possiamo udirla”. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPITAN MUTANDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/06/2017 - 23:23
Titolo Originale: Captain Underpants: The First Epic Movie
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: David Soren
Sceneggiatura: Nicholas Stoller, dall’omonima serie di libri per bambini di Dav Pilkey
Durata: 89

In una scuola elementare due bambini pestiferi, George e Harold si divertono a scrivere fumetti sul mitico Capitan Mutanda. Un giorno ipnotizzano il preside trasformandolo nel buffo super eroe delle loro storie.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film sull'amicizia fra due ragazzi delle elementari con qualche battuta infelice sul matrimonio e qualche cenno dissacrante
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film sicuramente divertente e anche lo stile del racconto riesce ad acchiappare il pubblico: agile, con salti temporali e interazione con lo spettatore
Testo Breve:

In una scuola elementare due bambini pestiferi si divertono a scrivere fumetti sul mitico Capitan Mutanda. Un racconto divertente sull'amicizia di due ragazzi con qualche parentesi irriverente sul matrimonio e  la fede

La scuola non può essere più noiosa per due bambini di quarta elementare, costretti quotidianamente a seguire lezioni asettiche con maestri monotono, mangiare in una mensa terrificante e giocare in corridoi degni di un carcere di massima sicurezza.

George e Harold con i loro scherzi sono gli unici a portare un po’ di buon umore in un ambiente a dir poco terribile, ma ovviamente sono perseguitati dal preside Grugno che ha come unica intenzione quello di incastrarli e mettere fine alla loro eterna amicizia.

I due compagni inseparabili sono un’esplosione di creatività. Uno scrive, l’altro disegna, e insieme danno vita all’esilarante fumetto sulle incredibili avventure di Capitan Mutanda, super eroe sui generis vestito solo di un paio di mutandoni e un mantello di tenda rossa.

Battute sciocche, situazioni imbarazzanti e doppi sensi divertenti sono alla base del racconto dei due protagonisti, che ridono di qualsiasi cosa (pannolini, toilette, carta igienica, peti, rutti, mutande ecc.), incarnando l’umorismo tipico di quell’età che puntualmente fa saltare i nervi agli adulti, descritti come tristi e ingrigiti perché incapaci di farsi una sana risata.

Il contrasto tra il mondo degli adulti e dei bambini viene fin troppo accentuato nel film, e forse più che nel fumetto (totalmente inutile la frecciatina contro il matrimonio e gli accenni dissacranti).

Ma questo conflitto è evidentemente enfatizzato per esigenze di sceneggiatura, così come la storia d’amore tra il preside e la signora della mensa o il terrore dei due bambini di finire in due classi separate e crescere così tristi e soli, proprio come Grugno, che non è poi così cattivo quanto terribilmente solo.

Linee narrative utili per dare sostanza ma su cui forse si poteva lavorare un po’ di più.

Il cuore della storia, invece, è molto divertente: l’idea che il peggior nemico di due scolari tremendi, il preside, diventi niente meno che il loro eroe preferito, Capitan Mutanda, è geniale. Attraverso l’anello ipnotico George e Harold non fanno altro che risvegliare il lato bambinesco di Grugno, e così il trio diventa imbattibile, contro i nemici più buffi che minacciano l’umanità intera.

Tutti i cattivi sono tali solo perché hanno perso la capacità di ridere. Il perfido prof. Pannolino è semplicemente offeso perché è stato deriso per il suo cognome, e allora il consiglio di George e Harold è quello di imparare a ridere di tutto, anche di se stessi. Che problema c’è ad avere un cognome buffo? Se impari a sorridere diventerà la tua forza.

E così il valore dell’amicizia, degli affetti, e del divertimento infantile si impone come tema profondo del film.

Infine, oltre al mitico Capitan Mutanda, protagonista dipinto con toni esilaranti, anche ,lo stile del racconto riesce ad acchiappare il pubblico: agile, con salti temporali e interazione con lo spettatore trovate para-testuali già presenti nel libro, tra cui il filp-o-rama, riprodotte sullo schermo con una resa ottima. 

Autore: ILARIA GIUDICI
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOTTO COPERTURA 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/01/2017 - 23:38
Titolo Originale: Sotto copertura 2
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Salvatore Basile, Francesco Arlanch, Luisa Cotta Ramosino, Umberto Gnoli
Produzione: Lux Vide
Durata: 100' x 4 su RaiUno
Interpreti: Claudio Gioè, Alessandro Preziosi, Antonio Folletto, Antonio Gerardi, Simone Montedoro, Giulia Fiume, Bianca Guaccero,Alejandra Onieva, Erasmo Genzini

Nella prima stagione la squadra mobile di Napoli, capeggiata dal commissario Michele Romano, era riuscita a catturare il boss del clan dei Casalesi Antonio Iovine. Ora l’obiettivo è ugualmente ambizioso: individuare dove si nasconde e arrestare Michele Zagaria, capo della camorra casertana, latitante da 16 anni. La squadra di Romano è sempre molto unita sotto i suoi ordini: c’è il giovane Carlo Caputo, fidanzato con Chiara, la figlia di Romano; Arturo de Luca che sente la pressione della moglie che vuole convincerlo ad abbandonare un mestiere così pericoloso e poco remunertivo; Salvatore, separato dalla moglie, che si avvicina a Laura Riccio che si è unita alla squadra come specializzata in sistemi di spionaggio elettronico. Sul fronte opposto c’è il boss Michele Zagaria che si è fatto costruire un bunker a Casal di Principe, nella casa di Domenico Ventriglia, suo parente. La moglie di Ventriglia, Claudia, è preoccupata per i pericoli di questa coabitazione forzata, sopratutto nei confronti delle sue due figlie e cerca in segreto di aiutare la polizia a individuare dov’è nascosto Zagaria. Infine Nicola Sasso, un giovane fedelissimo di Zagaria, che ha avuto dal boss un incarico speciale: prendersi cura e proteggere su nipote Agata, da poco arrivata dalla Spagna,...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di poliziotti fa squadra per assolvere a un compito di alto valore civico: colpire alla radice la camorra casertana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune situazioni di tensione non risultano adatte ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori sostengono un thriller che regala emozioni e colpi di scena. In qualche situazione si forza la mano per una più facile commozione
Testo Breve:

La squadra mobile di Napoli ha il difficile compito di stanare Zagaria, il boss latitante del casertano. Una fiction poliziesca che parteggia per le forze dell’ordine mettendo in evidenza l’umanità che si cela sotto le divise. 

“Salvato’ mangia”, dice Laura, l’esperta di spionaggio elettronico, al  veterano della squadra, in un momento di pausa, davanti a una pizza. Salvatore  è rimasto sgomento e ammutolito dopo  che Laura gli ha rivelato di avere un tumore. “Però la malattia ti cambia anche in meglio – riprende lei, volendo introdurre un tono di ottimismo in una conversazione che stava diventando troppo seria. “E’ vero sei bellissima”: la interrompe lui, contento di poter esprimere il trasporto che sente per Laura. Lei sorride e riprende: “ti accorgi di più delle cose che hai, di quello che vale veramente. E anche  che Il tempo è prezioso, Salvatò”. “Io l’ho capito quando è morto Arturo” conferma lui, ricordando il compagno morto da poco per mano della gomorra. “Ma io non sono ancora morta!” scherza lei.

Questo piccolo dialogo, forse uno dei più “veri” e belli della fiction (almeno fino alla terza serata), cerca di usare un tono scherzoso ma tratta temi profondi, tratteggia bene il personggio di lui e quello di lei ed esprime l’intesa profonda che si è formata fra i due. Avevamo già sottolineato, nel recensire la precedente stagione, la capacità di questa fiction di non limitarsi a raccontare l’intreccio poliziesco in sé, i ripetuti tentativi di catturare il boss latitante ma di mostrarci la squadra nella sua umanità: ognuno di loro con una famiglia alle spalle o una fidanzata che lo aspetta o la solitudine di un separato.

Il serial si sviluppa in 8 puntate raggruppate in 4 serate, si ispira a fatti realmente accaduti (la cattura di Michele Zagaria è avvenuta il 7 dicembre 2011) e soddisfa pienamente gli appassionati del genere perchè distribuisce equamente, nelle puntate, momenti di suspence e colpi di scena con una enfasi particolare  sulle più moderne  tecniche di investigazione (telecamere e occhiali spia, droni, virus telematici e, da parte della malavita, costruzioni di bunker molto sofisticati). Resta sullo sfondo l’attività del boss: lo vediamo spesso chiuso nel bunker senza nessun particolare impegno se non quello di evitare di essere catturato mentre sappiamo che il vero Zagaria era un imprenditore del male: era considerato il “re del cemento” e i suoi interessi, che coprivano sia appalti pubblici che privati, partivano dalla Campania per estendersi al Lazio, Umbria, Toscana Abruzzo, Emilia. La terza serata affronta l’anomalia di questa situazione in un colloquio fra Nicola e Agata: “se non era per Zagaria, stavamo  tutti qua a zappare la terra - confida il giovane alla presunta nipote del boss -guardati intorno, non ci sono più poveri. Qui, se sai stare al posto tuo, non hai bisogno di niente. Voi in Spagna avete lo stato; noi qui teniamo Zagaria”.

Il serial, com’era già accaduto nella precedente stagione, anche se non trascura di mettere a fuoco le figure di alcuni camorristi come il giovane Nicola e lo stesso Zagaria, sta tutto dalla parte dello Stato. Mostra chiaramente il  valore civile dell’impegno di tanti poliziotti che cercano di ristabilire la legalità, in contrasto con molti film e serial TV come Gomorra e Suburra che hanno scelto di destare interesse  con storie  di corruzione e cinica violenza. Il pubblico sta  invece rispondendo molto positivamente a Sotto falsa copertura 2 e le puntate hanno finora sempre avuto il primato dell’ascolto con valori intorno ai 5 milioni.

Gli attori sono tutti bravi e i personaggi sono ben tratteggiati con la particolarità dei due poli estremi: il boss Zagaria (Alessandro Preziosi) è imperturbabile, quasi disumano, nella sua acuta intelligenza criminale mentre il commissario Romano (Claudio Gioè)  è quasi, troppo, perfetto nella sua capacità di prendersi cura degli altri, nell’assorbire serenamente anche delle accuse infamanti contro di lui.

Resta il problema delle figure giovanili femminili, già presente nella precedente stagione: Agata, la nipote del boss e Chiara, la fidanzata dell’agente Carlo, sembrano espressione di uno stereotipo femminile fatto di dolci sorrisi, di jogging e una debolezza cronica a innamorarsi, atteggiamento non ricambiato dai loro partner. La spagnola Agata, in particolare, vestita sempre come un modella uscita d una sfilata per le strade di Casal di Principe,  non si comprende da che paese arrivi: accetta le avances di un ragazzo in una discoteca, quasi non conoscesse le insidie di quegli ambienti. Quando poi si avvia risoluta all’aereoporto per tornare al suo paese, è sufficiente uno schiaffo del suo ragazzo per farla desistere dal proposito.

Non bisogna però affrettare i giudizi:  la stagione non è ancora finita e le ultime puntate ci possono riservare interessanti sorprese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIUNO
Data Trasmissione: Lunedì, 6. Novembre 2017 - 21:30


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UNA QUESTIONE PRIVATA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/30/2017 - 23:54
Titolo Originale: Una questione privata
Paese: Italia, Francia
Anno: 2017
Regia: Paolo Taviani
Sceneggiatura: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
Produzione: Stemal Entertainment, Ipotesi Cinema, le Film D'ici, Sampek Production
Durata: 84
Interpreti: Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè

Milton è un ragazzo riflessivo, appassionato di letteratura; Giorgio è più estroverso e risoluto. Entrambi sono innamorati di Fulvia, che non sceglie nessuno di loro, contenta di poter passare, nell’estate del ’43, dei pomeriggi spensierati con entrambi, nella sua villa estiva, a dispetto della guerra. Un anno dopo, il gruppo si è sciolto: Milton e Giorgio combattono sulle montagne come partigiani in due brigate diverse, mentre Fulvia si è rifugiata a Torino. Un giorno Milton si ritrova davanti alla villa dei loro incontri e chiede alla custode di poter entrare per rivederla. In quell’occasione la donna gli rivela che quando lui era già andato via, Fulvia e Giorgio si erano incontrati spesso. Morso dalla gelosia, Milton si mette alla ricerca di Giorgio ma viene a sapere che è stato catturato dalle brigate nere. Milton sa bene che l’unico modo per salvare Giorgio è quello di attuare uno scambio di prigionieri ma in quel momento non ci sono fascisti catturati dai partigiani. Non gli resta che cercare lui stesso di trovarne uno..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia d’amore non corrisposto distrae parzialmente da uno scenario di guerra carico d’odio fra le due fazioni avverse, presso le quali si è perso anche il rispetto dei prigionieri
Pubblico 
Adolescenti
Alcune tematiche forti di vendetta e rappresaglia
Giudizio Tecnico 
 
Se da una parte ci sono alcune sequenze ben riuscite come quelle che ritraggono i pochi momenti sereni fra i tre giovani ancora lontani dalla guerra, il racconto risulta povero di emozioni, limitato da una recitazione teatrale
Testo Breve:

Dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, si ritorna nelle Langhe ai tempi della guerra partigiana per una storia privata che non riesce ad emozionare 

I fratelli Taviani sono tornati a visitare i tempi della Resistenza, dopo il loro capolavoro La notte di San Lorenzo (1982), adattando per lo schermo quello che viene comunemente considerato il più bel racconto dello scrittore Beppe Fenoglio (pubblicato postumo nel 1963): una sofferta e nostalgica riflessione su fatti realmente accaduti quando militava nelle Langhe con le brigate partigiane.

Il film appare da subito orientato a raccontare una storia privata; la guerra appare sullo sfondo, con pochi combattimenti descritti ma non visti e unico momento di riflessione sulla guerra è il grido di rabbia di una donna, allo spettacolo di innumerevoli bombardieri americani diretti in Germania, stanca di dover ancora aspettare la fine di quella lunga e crudele guerra

Molto più curata è la descrizione della frugale vita quotidiana dei partigiani (si dormiva sotto la paglia cercando di non prendersi le cimici) ma erano giovani e si conoscevano tutti, studenti universitari o contadini e si chiamavano per nome, perché uniti dall’appartenenza alle stesse vallate.  Vi sono altri momenti che restano nella memoria e sono i flashback dei momenti sereni vissuti dai tre giovani nella villa. Si mette sul giradischi Over the raimbow e Fulvia balla con Giorgio, perché Milton è più schivo, e preferisce fare colpo sulla ragazza con le lettere che le scrive continuamente, conscio della sua capacità di esprimersi più con lo scritto che con le parole.

Fulvia si destreggia fra i due, fa la smorfiosa stuzzicandoli senza farli avvicinare, in un modo che oggi una ragazza non farebbe più ma che era sicuramente coerente con quei tempi. Sono meno interessanti  le parti che ci mostrano un Milton, preso dall’ossessione di sapere cosa sia veramente accaduto fra Fulvia e Giorgio, muoversi rabbioso su e giù per le montagne, prima alla ricerca di Giorgio e poi intento a cercare di catturare un fascista per utilizzarlo per uno scambio di prigionieri.

Sono le componenti più cupe del racconto, perché dominate dall’ossessione di Milton e dall’odio fra le due parti in guerra. I prigionieri, su entrambi i fronti hanno vita breve, perché uccisi e spesso torturati (“gli scarafaggi” è il nome che i partigiani danno ai fascisti).

L’unico momento in cui l’odio sembra arrestarsi è quando un capitano delle brigate nere esita a fucilare un ragazzo adolescente per pura rappresaglia: ancora una volta è la comune origine che riaffiora a reclamare pace e comprensione fra persone che si conoscono fin dall’infanzia ma anche in questo caso le regole della guerra si mostreranno spietate.

Se vogliamo chiamarlo un film di guerra, è solo la sua spietatezza che viene a galla mentre ciò che predomina è il tormento privato di un giovane innamorato (anche il libro, alla sua uscita, fu criticato dal Partito Comunista del tempo perché  venne considerato offensivo nei confronti del valore dei partigiani).

“Il soggetto è stato scelto perché viviamo in un’epoca non epica” ha dichiarato Paolo Taviani in un’intervista. Il effetti il film richiama inevitabilmente  Dunkirk perché anche per questo film è risultato inevitabile lo straniamento dello spettatore che invece di assistere a un’epica solidarietà e concentrazione di sforzi di militari e privati, il racconto si spezza in tante storie di singoli impegnati a risolvere il loro personale problema di sopravvivenza. Anche in questo lavoro dei fratelli Taviani l’interesse finisce per attenuarsi proprio per l’esilità del movente che anima il protagonista, in contrasto con drammaticità di quel momento storico, a cui si aggiunge una insolita impostazione dei dialoghi, più teatrale che cinematografica e  un impiego di effetti speciali alquanto approssimativo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FORMA DELLA VOCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/30/2017 - 23:22
Titolo Originale: Koe no katachi
Paese: Giappone
Anno: 2016
Regia: Yamada Naoko
Sceneggiatura: Yoshida Reiko
Produzione: A SILENT VOICE-THE MOVIE PRODUCTION COMMITTEE, PONY CANYON, ABC ANIMATION, QUARAS, SHOCHIKU, KODANSHA
Durata: 130

La vita di Ishida, un bulletto di undici anni, è destinata a cambiare quando nella sua classe arriva Nashimiya, una ragazzina sorda. Incuriosito dall’handicap di Nashimiya, Ishida inizia a prenderla di mira con i suoi dispetti. Ma quando la situazione gli sfugge di mano e Nashimiya è costretta a lasciare la scuola, Ishida finisce per isolarsi sempre più…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un racconto di formazione coinvolgente, capace di parlare di handicap e bullismo giovanile senza pietismi, e di insegnare agli adolescenti valori importanti, come la fiducia negli altri e il rispetto per la vita.
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio occasionalmente scurrile, scene drammatiche e di bullismo, una scena di tentato suicidio.
Giudizio Tecnico 
 
Il film fa del suo meglio per comprimere i sette volumi del fumetto originale, ma non sempre ci riesce in modo chiaro e convincente.
Testo Breve:

In questo adattamento cinematografico del manga A Silent Voice, vincitore di numerosi premi racconta  con crudo realismo una bella storia di crescita—quella di un ex teppista e di una ragazzina non udente

Adattamento cinematografico del manga A Silent Voice, vincitore di numerosi premi, La forma della voce è un film d’animazione toccante e coraggioso, che usa la formula del teen drama per affrontare temi impegnativi come il bullismo e la disabilità. La trama ruota attorno al rapporto tra l’irrequieto Ishida e la dolce Nishimiya, due ragazzi che, nonostante le differenze, cercano di diventare amici e aiutarsi a vicenda.

Se in Occidente ‘cartone animato’ è spesso sinonimo di ‘prodotto per bambini’, in Giappone quello degli anime per i teenager è un mercato florido, esperto nell’intercettare i gusti del pubblico, e capace, almeno nelle sue prove più riuscite, di tratteggiare le ansie, i timori e i desideri di una generazione, con una sensibilità che gli permette di varcare i confini nazionali. Lo ha dimostrato lo scorso anno il successo planetario di Your Name, fantasy sentimentale firmato da Shinkai Makoto, e lo conferma la buona accoglienza di questa pellicola, che racconta una bella storia di crescita—quella di un ex teppista e di una ragazzina non udente, ma anche dei loro nuovi compagni—e, nel farlo, riflette sulle barriere, fisiche e psicologiche, che impediscono ai giovani di comunicare. Il tutto supportato da un variegato cast di personaggi, tanti e tutti ben caratterizzati, animazioni fluide e una grafica gradevolissima, che si adatta perfettamente allo stile delicato di Yamada Naoko, una delle rare donne giapponesi a essersi affermate nel campo della regia.

Il film, che sposa il punto di vista di Ishida, si articola in due parti. Nella prima, Ishida è un bambino un po’ troppo vivace, che fa il prepotente con Nashimiya perché aizzato dal resto della classe. Nella seconda, ambientata al liceo, è lui l’emarginato, e la vergogna per ciò che ha fatto lo porta a meditare il suicidio. A fare da cerniera tra il primo e il secondo tempo, innescando l’arco di trasformazione dei due ragazzi, è il quaderno su cui Nishimiya scriveva alle elementari, e che Ishida anni dopo le riporta per riparare ai suoi errori. Mentre i protagonisti di Your Name si cercano senza essersi mai incontrati, uniti dai loro smartphone e dal ricordo di un sogno, Ishida e Nishimiya imparano a conoscersi grazie al linguaggio dei segni, scoprendo che la voce può avere varie ‘forme’, ma l’unico modo per comprenderla è aprirsi all’altro e ascoltare. Così, quella che sembrava un’amicizia impossibile si fa, al contrario, reale e sincera, in grado di abbattere qualsiasi ostacolo (la difficoltà ad accettarsi, il senso di colpa, la tentazione di mollare tutto) e di guardare al futuro. 

Le lacrime non mancano in questa lunga (per i parametri italiani) trasposizione animata, che fa del suo meglio per comprimere i sette volumi del fumetto originale, ma non sempre ci riesce in modo chiaro e convincente. In particolare, è evidente un’asimmetria tra il realismo della prima parte, scritta benissimo e con una ricchezza di dettagli davvero ammirevole, in cui si percepisce l’amore della regista per le piccole cose quotidiane (la presentazione dei protagonisti nei titoli di testa, osservati in vari momenti della loro giornata, è emblematica di questo stile ‘in punta di piedi’), e i ritmi più sincopati della seconda, che in alcune scene mette a dura prova l’incredulità dello spettatore (il salvataggio di Nashimiya) e vira bruscamente verso il finale, puntando tutto su un’emotività struggente e dolorosa. L’impressione è che il materiale di partenza fosse troppo per un solo film, cui forse avrebbe giovato, data la freschezza della narrazione, una dose inferiore di drammi ed ellissi temporali.

Al netto di qualche difetto, La forma della voce resta un’opera complessivamente ben congegnata, che alla gradevolezza della resa visiva somma un racconto di formazione coinvolgente, capace di parlare di handicap e bullismo giovanile senza pietismi, e di insegnare agli adolescenti valori importanti, come la fiducia negli altri e il rispetto per la vita. 

Autore: Maria Chiara Oltolini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/27/2017 - 09:53
Titolo Originale: La ragazza nella nebbia
Paese: TALIA, FRANCIA, GERMANIA
Anno: 2017
Regia: Donato Carrisi
Sceneggiatura: Donato carrisi
Produzione: COLORADO FILM, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Durata: 127
Interpreti: Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy , Jean Reno

In un piccolo paese di montagna, Anna Lou, una ragazza di sedici anni, figlia di genitori appartenenti a una setta religiosa, esce di casa una mattina presto per recarsi alla chiesa della confraternita ma scompare. Arriva in paese, per aiutare la sguarnita polizia locale, il commissario Vogel. La gente del posto ritiene che l’assassino sia una persona che viene da fuori ma lui non ne è convinto ed inizia ad applicare i suoi metodi poco ortodossi che consistono nel manipolare abilmente i media. Simula di aver trovato sul greto di un torrente lo zaino della ragazza e da quel momento ha tutta l’attenzione dei media e la sua squadra di poliziotti messa a sua disposizione viene rafforzata. Nel paese è arrivato da poco, assieme alla sua famiglia, il professore di letteratura Loris Martini, che ha iniziato a lavorare nel liceo locale. Nel paese è una persona poco nota e i sospetti iniziano ad addensarsi su di lui….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film punta sul fascino perverso del male per riuscire ad interessare lo spettatore su di un thriller dai molti risvolti crudeli e cinici.
Pubblico 
Maggiorenni
C’è molta crudeltà e cinismo della storia, ai danni di inermi adolescenti
Giudizio Tecnico 
 
Il film, ricavato da un romanzo noir, conserva il fascino della parola, della frase ad effetto ma la messa in scena risulta disarmonica, con un eccesso di personaggi e subplot che finiscono per distrarre l’attenzione dall’azione principale
Testo Breve:

Una ragazza scompare da un paesino di montagna. Arriva, per guidare le indagini, un cinico ispettore esperto nello strumentalizzare i media a proprio vantaggio. Dall’omonimo romanzo noir di Donato Carrisi, un thriller con qualche debolezza nella sceneggiatura e nella regia

Il professor Martini sta spiegando alla sua classe quali sono i veri motivi di successo per un romanzo:"è il cattivo che fa la storia; non sono gli eroi che determinano il successo di un’opera, è il male il vero motore di ogni racconto". L’ispettore Vogel parlando con uno psicoanalista, cerca di esprimere la sua filosofia di vita: “tutto ha un senso, anche il male”. Questo film, ricavato dal best seller omonimo di Donato Carrisi e diretto e sceneggiato da lui stesso, tradisce la sua origine letteraria e lo fa mettendo direttamente in bocca ai protagonisti quello che è lo spunto principale che anima il film: la ricerca della “bellezza estetica” del male.

“La tempesta deve ancora arrivare” ammonisce l’avvocato del professor Martini, il principale accusato dal commissario Vogel. “Non eravate preparati a convivere con l’incertezza, eravate convinti che il mostro fosso venuto da fuori, ma in fondo al vostro cuore sospettavate che il male fosse dentro di voi” osserva Vogel parlando a chi ha sempre vissuto nel piccolo paese di montagna. Anche in questo caso la sceneggiatura teme di non poter costruire cinematograficamente certe atmosfere di sospetto e incertezza e si fa aiutare dai dialoghi fra i protagonisti.

Resta l’indubbio fascino delle parole, che Carrisi sa spendere bene al momento giusto per portare avanti questo gioco con lo spettatore, invitato a riuscire a intuire chi sia il vero colpevole ma da subito, da come è impostato il thriller, una cosa è certa: il colpevole sarà colui che ha una certa intelligenza “diabolica”, che è più intelligente degli altri in questa gara di astuzia e cinismo.

La messa in scena non è perfetta, alcuni personaggi importanti vengono inseriti a metà film e lo spettatore è costretto a rimodulare le sue aspettative, alcuni  subplot nascono e poi muoiono, è stata messa molta carne al fuoco.  La nota più interessante resta comunque la manipolazione dei media un tema ricoperto da un numero crescente di opere cinematografiche anche se finora resta insuperato L’amore bugiardo (Gone Girl)-2014. Anche questo film mette in evidenza come un colpevole possa diventare innocente, un innocente un colpevole e come chiunque, non importa se colpevole o innocente, possa trarre profitto dalla sua condizione di uomo da prima pagina.

Il cast è di ottimo livello (Alessio Boni, Jean Reno) ma è indubbio che chi domina la scena è Toni Servillo, impegnato a impersonare  un cinico investigatore che sa manipolare bene i media, mettere a disagio, come gli conviene, i presunti colpevoli ma  che a sua volta è strutturalmente debole per dei sospetti sul suo operato passato mai completamente dissolti.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/26/2017 - 15:43
Titolo Originale: IT
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Andy Muschietti
Sceneggiatura: Chase Palmer, Cary Fukunaga, Gari Dauberman
Produzione: VERTIGO ENTERTAINMENT, LIN PICTURES, KATZSMITH PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Bill Skasgård, Jaeden Lieberher, Fin Wolfhard, Sophia Lillis

1988. Nella “tranquilla” cittadina di Darry, in un pomeriggio piovoso, il piccolo Georgie esce di casa e scompare, inghiottito da un misterioso mostro con il volto da clown. È solo la prima di molte sparizioni di ragazzini che gli adulti della cittadina sembrano non notare. Il fratello di Georgie, Bill, però, non si arrende e insieme al gruppetto di amici “perdenti” si troverà ad affrontare un male misterioso e terribile che si annida nel sottosuolo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di ragazzi vengono ben descritti nelle loro fragilità, nei loro disagi e situazioni familiari complesse, incluso anche un caso di abuso. Questa capacità di raccontare la realtà adolescenziale non viene utilizzata per sottolineare, con amorosa attenzione, i problemi della crescita ma viene sfruttata per costruire situazioni di tensione e di horror
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di tensione e violenza anche splatter, turpiloquio, allusioni sessuali (in U.S.A.: Restricted; in Italia: VM14).
Giudizio Tecnico 
 
Si tratta di un buon film di genere, confezionato con innegabile professionalità, offrendo qualche chiave di lettura non nuovissima ma efficace e la giusta dose di spaventi e tensione
Testo Breve:

In una piccola cittadina un bambino scompare e il gruppo dei suoi amici si mette sulle sue tracce. Un film di genere horror ben realizzato, per adulti

Uscito alla fine dell’estate in un anno di crisi del cinema, negli Usa It si è rivelato un fenomeno commerciale e culturale, diventando nel giro di poco l’horror più visto della storia e macinando numeri e spettatori da film di supereroi della Marvel.

La pellicola, adattata da uno dei romanzi più famosi di Stephen King, porta la firma alla sceneggiatura anche di Cary Fukunaga, che in origine doveva anche dirigerlo . Il libro di King, un opus di oltre mille pagine, intreccia due dimensioni temporali, quella della pre-adolescenza dei protagonisti e quella dell’età adulta, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta in cui è stato scritto.

La pellicola, per ragioni probabilmente tanto commerciali che di racconto, sceglie di concentrarsi solo sulla sezione adolescenziale e ricolloca tutto quanto tra il 1988 e il 1989 (di modo che la seconda parte, prevista per il 2019 e già annunciata nei titoli di coda, coinciderà più o meno con l’oggi), aggiornando l’immaginario, che pesca in un periodo che nell’ultimo paio d’anni è stato molto saccheggiato anche dalla televisione, a partire dall’osannato Stranger Things di Netflix.

Non tutto torna nel salto in avanti temporale: Mike, il ragazzino di colore, sembra uscito da un’altra epoca e in generale, a parche pochi riferimenti alla cultura pop (gruppi musicali e cartelloni al cinema locale), il mondo in cui i protagonisti si muovono risulta curiosamente fuori dalla sua epoca.

Il paradosso, poi, è che i ragazzini di It, pur essendo per certi versi i prototipi di molto di quello che abbiamo visto poi, qui rischiano di sembrare a loro volta “derivativi” rispetto ai loro epigoni (e del resto l’occhialuto Finn Wolfhard, qui chiacchierone e spaventato dai clown, è protagonista anche della saga televisiva di Netflix). Colpa anche di una costruzione dei caratteri un po’ approssimativa, che va un po’ più in profondità solo sul protagonista Bill, incapace di accettare la morte del fratellino, e della ragazza del gruppo, Beverly, apparentemente “scafata”, ma in realtà tormentata da un padre molestatore.

It, il male misterioso che abita i sotterranei della cittadina in cui ogni 27 anni i ragazzini iniziano a scomparire ma nessuno sembra notarlo (gli adulti, quando non attivamente ostili come il padre di Beverly, sono poco più che mere comparse in una storia che si concentra volutamente solo sui ragazzini), incarna di volta in volta le paure più profonde di ciascuno dei protagonisti: quella di affrontare la morte, la solitudine, le malattie vere o presunte, un rito di passaggio  o l’ingresso nella pubertà.

Un concetto fin troppo esplicitato come forse fin troppo insistita è l’incarnazione più nota di It, il clown Pennywise, ben interpretato da Bill Skasgård, ma così onnipresente da risultare alla fine un po’ ripetitivo.

Forse si rischia di pretendere fin troppo da una pellicola che innanzitutto è un buon film di genere, confezionato con innegabile professionalità e capace di aggiornare per un pubblico giovane (che è poi lo zoccolo duro degli spettatori) un prototipo stranoto, offrendo qualche chiave di lettura non nuovissima ma efficace e la giusta dose di spaventi e tensione.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RITORNO IN BORGOGNA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/24/2017 - 15:15
Titolo Originale: Ce Qui Nous Lie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Cédric Klapisch
Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Produzione: BRUNO LEVY
Durata: 113
Interpreti: Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde

Dopo dieci anni di assenza, Jean torna in Borgogna, nella tenuta vinicola della sua famiglia, quando il padre è ormai in fin di vita. Lì ritrova la sorella e il fratello, Juliette e Jérémy, con i quali dovrà ricostruire un rapporto e chiarire diverse incomprensioni. La morte del padre costringe poi i tre fratelli ad assumersi la responsabilità dell’azienda di famiglia, le cui sorti dipendono dal pagamento di una pesante tassa di successione. Di fronte alle difficoltà e alle proprie personali fragilità, Jean, Juliette e Jérémy dovranno decidere che fare della loro eredità: vendere e lasciarsi tutto alle spalle o difendere il proprio passato e capire come conciliarlo con le rispettive vite personali.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità e di sostegno reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Il film risulta godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato ma nello sviluppo narrativo ci sono alcune occasioni mancate: alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante
Testo Breve:

Tre fratelli, alla morte del padre, debbono gestire la vigna proprietà di famiglia, che avevano lasciato quando erano piccoli. La cura per ottenere un buon vino si sviluppa  assieme alla lenta ricucitura dei rapporti familiari 

Ritorno in Borgogna è la storia di un ritorno alle radici, della riscoperta di “quello che ci lega” (come espresso bene dal titolo originale francese) e di come le proprie origini e la propria esperienza passata parlino al presente e al futuro di una persona, senza necessariamente impedirne l’originalità e la novità.

I tre fratelli protagonisti del film si trovano a dover fare i conti con un’eredità preziosa, una tenuta vinicola che rappresenta non solo il mestiere di famiglia, ma anche la loro casa, la passione per l’arte di fare il vino, che ha segnato la loro infanzia, il terreno su cui si sono basati tutti i rapporti, soprattutto quello con il padre viticoltore. In poche parole, fanno i conti con la loro tradizione.

E quando il padre muore lasciando loro la responsabilità di tutto, ognuno dovrà trovare se stesso e la propria via, a partire proprio dal significato di quel passato. Se il novello figliol prodigo Jean dovrà finalmente decidere qual è la sua casa, la Borgogna - teatro della sua infanzia e di un passato da cui è fuggito - o l’Australia - terra “nuova” per eccellenza - dove si è rifatto una vita, Juliette affronterà invece le difficoltà legate al ruolo di leader della vigna ereditato dal padre, mentre Jérémy, fratello minore e meno talentuoso, avrà a che fare con i suoceri invadenti, dai quali vorrebbe emanciparsi.

Il percorso dei tre si sviluppa nell’arco temporale di un anno, col passaggio di stagione in stagione e le corrispondenti fasi di lavorazione e maturazione nella vigna, rendendo così la campagna della Borgogna co-protagonista del film. Il regista Klapisch dedica attenzione e spazio alla rappresentazione del luogo, facendocelo vivere e assaporare.

Uguale attenzione è data al concetto di “tempo” e a immagini che lo riguardano. La stessa locandina del film ne richiama l’importanza, preannunciandolo come elemento in gioco in ciò che stiamo guardando: “L’amore è come il vino, ci vuole tempo”. Non c’è crescita, non c’è passione, non c’è rapporto (famigliare e non), che non abbia bisogno di tempo.

Nello sviluppo narrativo ci sono tuttavia alcune occasioni mancate. Ci si perde forse un po’ nella caratterizzazione e nei percorsi dei personaggi. Non sono ben chiare le motivazioni della fuga di Jean da casa, da un padre cui rimprovera cose che risultano astratte o non così determinanti. Alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante di Jean per chiarire alcuni cambiamenti.

Se la rievocazione del passato e delle memorie dell’infanzia, con l’uso di alcuni intensi flashback, funziona nel trasmetterci i sentimenti dei protagonisti, altri espedienti, come il dialogo di Jean con il “se stesso bambino”, arrivano troppo tardi e appaiono forzati in un racconto che non se ne è servito per la gran parte del tempo.

Il film risulta comunque godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato, in particolare nella rappresentazione dei diversi drammi famigliari e personali.

I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità. E quando arrivano alla soluzione finale, i fratelli agiscono sostenendosi a vicenda.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MONSTER FAMILY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/20/2017 - 17:17
Titolo Originale: Happy family
Paese: Germania
Anno: 2017
Regia: Holger Tappe
Sceneggiatura: David Safier, Catharina Junk
Produzione: Ambient Entertainment GmbH
Durata: 96

A dispetto del nome, la famiglia Wishbone (dal desiderio nelle ossa) è ben lungi dall'essere felice. Nel tentativo di riunire tutti i membri insieme per un evento piacevole, la mamma, Emma, progetta una serata divertente, ma il suo piano le si ritorce contro quando una strega malvagia li maledice e tutti vengono trasformati in mostri.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nonostante l’idea di famiglia felice e unita trionfi, la storia manca della capacità di creare empatia nel pubblico. L’idea di felicità familiare è assai poco esplorata
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Per quanto godibile per la sua grafica e le piccole simpatiche trovate, il Monster family nella sostanza sembra un insieme di convenzionali stereotipi sulla famiglia felice che denotano una scarso approfondimento dei temi.
Testo Breve:

Una tranquilla coppia con due bambini,  vengono trasformati in mostri da Dracula che concupisce la donna. Una comicità scurrile e infantile cerca di sostenere questo film con ambizioni familiari che affonda invece negli stereotipi piu scontati

Tratto da un bestseller di David Safier, La mia Famiglia e altri Orrori, e diretto dal primo regista tedesco ad utilizzare la CGI in Germania, Holger Tappe (Gaya, 2004, e Animals United, 2010), Monster family è un film di animazione ben realizzato, divertente e adatto a tutta la famiglia ma nella sostanza piuttosto povero. Un misto tra Hotel Transylvania (2012) e Gli Incredibili, quest’opera tedesca però non riesce a raggiungere il realismo nella fantasia e lo spasso che gli altri due film presentano.

Ricco di azione e di simpatici personaggi, Monster family cattura l’attenzione per la stravagante avventura che una famiglia piuttosto ordinaria si trova a vivere. Emma e suo marito hanno due figli, Fay, una ragazza nel pieno della sua adolescenza, e Max, bimbo dotato di una grande intelligenza ma bullizzato a scuola. Presi dalle quotidiane occupazioni e dalle ordinarie dinamiche familiari, i membri della famiglia Wishbone ormai da tanto tempo non hanno più occasione di condividere dei bei momenti insieme. Così Emma decide di trascinare tutti a quello che crede essere un party sul tema dei mostri per trascorrere del tempo insieme. Ma nella vita di Emma si è intromessa un’improbabile figura, Dracula, che desidera strapparla dalla sua famiglia per farla diventare la sua sposa.

Se da un lato l’idea di infelicità, o forse sarebbe più corretto dire di scontento, di una famiglia comune è ben rappresentata, dall’altro il film non riesce a coinvolgere perché i personaggi non vengono approfonditi e il loro percorso di crescita resta superficiale e non ben giustificato. Per questo anche il momento topico della presa di coscienza da parte di ciascuno del vero, prezioso valore dei legami familiari è poco appassionante e assolutamente poco convincente.

Sebbene si tratti di un film di animazione e di una storia di fantasia, l’intervento di un personaggio come Dracula, che mette definitivamente in crisi il precario e grigio equilibrio della famiglia Wishbone, sembra quasi scollato e fittizio. Il racconto è ben costruito e segue il classico andamento narrativo delle storie per ragazzi, ma ciò non costituisce una garanzia rispetto ai contenuti e alla chiarezza. Nel complesso, per quanto godibile per la sua grafica e le piccole simpatiche trovate, il Monster family nella sostanza sembra un insieme di convenzionali stereotipi sulla famiglia felice che denotano una scarso approfondimento dei temi. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DI NEVE (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/17/2017 - 14:36
Titolo Originale: The Snowman
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Hossein Amini e Peter Straughan
Produzione: WORKING TITLE FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON ANOTHER PARK FILM
Durata: 119
Interpreti: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Chloe Sevigny, Val Kilmer, J.K. Simmons, Charlotte Gainsbourg, James D’Arcy

Harry Hole, poliziotto di Oslo ubriacone e problematico, viene sfidato da un feroce serial killer che ha come segno distintivo un macabro pupazzo di neve… Ad affiancarlo nelle indagini la collega Katrine Bratt, che però nasconde un suo fantasma personale. Mentre lotta per fermare l’assassino, Harry deve anche recuperare il rapporto con la donna che ama e suo figlio.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi e non manca la fredda perversione della storia originale
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza anche molto efferata, scene a contenuto sessuale e di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Tomas Alfredson, si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø. Problematica anche la sceneggiatura, che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi
Testo Breve:

Un super cast pieno di star (Fassbender e la  Ferguson), l'ambientazione norvegese sempre un po' turistica, non riescono a evitare che il regista si lasci scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø.

Tomas Alfredson, che altrove ha dimostrato di essere un regista solido e a suo agio con i meccanismi della suspense e con cast di livello, qui invece si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø.

Il problema, a dir la verità, inizia già dalla sceneggiatura, che pura porta le firme prestigiose di Hossein Amini (Drive, e un paio di serie televisive molto attese) e Peter Straughan (La talpa, altra collaborazione con Alfredson, e la prestigiosa serie tv Wolf Hall) e che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi (teste, dita e membra mozzate in gran numero) e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi, perdendo per strada molte delle suggestioni del romanzo, un solido bestseller di intrattenimento non privo di riflessioni esistenziali e metafisiche.

Forse fidando troppo nel suo super cast pieno di star (Fassbender e la  Ferguson) e  solidi professionisti (il solito ottimo J.K. Simmons, il dolente James D’Arcy), Alfredson non si prende il tempo di approfondire i caratteri dei personaggi, le loro piccole manie e il mondo un po’ claustrofobico della polizia norvegese, così ben tratteggiati da Nesbø nella serie dedicata a Harry Hole.

L’approccio all’ambiente norvegese, sia la capitale Oslo che la nebbiosa Bergen o il remoto Telemark, appare invece sempre un po’ vagamente turistico e l’apparizione di volti noti (Chloe Sevigny) per parti piccolissime ha talvolta un effetto un po’ straniante quando non grottesco (Val Kilmer).

Sarebbe sempre consigliabile cercare di mettere da parte il materiale originale quando si affronta un adattamento e lasciare vivere l’opera cinematografica di vita propria, ma in questo caso convince solo parzialmente la resa di un personaggio iconico come il cacciatore di serial killer alcolizzato e misantropo Harry Hole, affidata alla buona performance di Fassbender (anche se molto lontano fisicamente dal personaggio del libro), ma non approfondita a sufficienza nella scrittura. Per il fan di Nesbø, aver sbagliato, nella sua prima inquadratura, la scelta dell’alcolico di cui è pericolosamente appassionato Hole equivale a confondere il Martini di James Bond con un bicchiere di whiskey e la stessa noncuranza riguarda molti altri aspetti del mondo che lo circonda.

È evidente, nell’adattamento del giallo in cui un misterioso assassino amante dei pupazzi di neve (questi sì un elemento ingannevolmente infantile e molto inquietante) che uccide donne fedifraghe sfida il grande professionista, un tentativo di attualizzazione (il personaggio del politico interpretato da J.K. Simmons, sciupa femmine con il talento per la comunicazione).  

Nell’indagare il passato, tuttavia, la storia vira al mélo (il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi), rispetto alla fredda perversione della storia originale, mentre Hole nel finale assume una statura da eroe quasi superoministica, sullo sfondo di una natura spettacolarmente ostile. Inevitabile, forse, in una pellicola che punta alla risoluzione, ma un po’ in contraddizione con un personaggio che di suo è orgogliosamente tragico e perdente.

Il risultato finale è un prodotto di intrattenimento poco soddisfacente anche per i fan del genere (aveva fatto decisamente meglio David Fincher con il suo adattamento americano di Millenium – Uomini che odiano le donne), pure se lascia aperta la strada di un sequel. Nesbø è uno scrittore prolifico, i romanzi a cui guardare non mancano. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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