Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

THE STARTUP - ACCENDI IL TUO FUTURO (A. Valagussa)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/06/2017 - 09:54
Titolo Originale: The Startup - Accendi il tuo futuro (A. Valagussa)
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Alessandro D’Alatri
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Alessandro D’Alatri
Produzione: CASANOVA MULTIMEDIA, CON RAI CINEMA
Durata: 97
Interpreti: Andrea Arcangeli, Paola Calliari, Luca Di Giovanni, Matilde Gioli

Matteo Achilli, 18 anni, romano di borgata, ha un sogno: accedere ai campionati nazionali di nuoto e conquistarsi un posto alle Olimpiadi. Possibilità che gli viene però preclusa da un altro nuotatore, figlio di uno degli sponsor della nazionale. Del resto siamo in Italia e le cose funzionano così. Ma Matteo non ci sta. Con la freschezza e l’incoscienza della sua età sogna una rivoluzione, un nuovo social network che serva il mondo del lavoro e calcoli con un algoritmo matematico il potenziale di ogni candidato perché finalmente si compiano scelte sulla base del merito. L’idea funziona, il sito conquista migliaia di utenti, ma è soprattutto Matteo a guadagnare meriti e consensi, rischiando di perdere il fine ultimo della sua utopia e l’amore per la fidanzata Emma.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia di Matteo è una coming of age di chiunque abbia sognato un futuro più giusto, in cui giocarsi le proprie possibilità unicamente in base al proprio valore
Pubblico 
Adolescenti
Una breve scena a contenuto sessuale, accenni di nudo femminile
Giudizio Tecnico 
 
Il film, ottimamente sceneggiato, diretto da un regista esperto e capace come D’Alatri e interpretato da un cast di validi esordienti
Testo Breve:

Il film parla di una storia vera, quella di Matteo Achilli, fondatore, a soli 19 anni, di Egomnia, un sito di successo, ma anche del delicato passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, quando ancora i sogni e le utopie vincono sul cinismo

Il film parla di una storia vera, quella di Matteo Achilli, fondatore, a soli 19 anni, di Egomnia, un sito che aiuta i giovani a trovare lavoro dando un punteggio ai candidati in base alle esperienze inserite nel curriculum. Un giovane italiano di successo, di cui si è occupata la Bbc, nel documentario The next billionaires, e che Business Insider ha inserito nella top 10 degli “under 30” più influenti al mondo.

Ma questo è solo il punto di partenza. Il film, ottimamente sceneggiato, diretto da un regista esperto e capace come D’Alatri e interpretato da un cast di validi esordienti, alza il tiro riuscendo, attraverso la vicenda di Matteo, a farsi metafora di una particolare stagione della vita, quella del delicato passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta. Un’età in cui i sogni e le utopie vincono ancora sul cinismo, in cui le rivoluzioni paiono possibili e parole come “merito” e “valore” non suonano solo come simulacri vuoti e beffardi.

La storia di Matteo diventa così una coming of age di chiunque abbia sognato un futuro più giusto, in cui giocarsi le proprie possibilità unicamente in base al proprio valore e non per il cognome che porta o le conoscenze che può vantare. Un’opera inedita, soprattutto per la nostra cinematografia, con al centro la nostra vera “meglio gioventù”, quella che non si estingue in amori tormentati o notti da leoni, ma che studia, sogna, si interroga. Un’opera politica, nel senso più alto del termine, in cui si ricorda il diritto che le nuove generazione meritano di coltivare sogni più grandi del diventare famosi o dell’essere semplicemente se stessi. Un’opera sincera in cui non si nascondono le seduzioni di cui il mondo può essere capace, i rischi che l’utopia perda la sua spinta originaria e si trasformi unicamente in interesse personale, guadagno, ambizione.

Un film diverso da tutti gli altri e che, anche solo per questo, merita di essere visto e promosso.

Autore: Andrea Valagussa
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/03/2017 - 09:48
Titolo Originale: Toivon tuolla puolen
Paese: Germania, Finlandia
Anno: 2017
Regia: Aki Kaurismäki
Sceneggiatura: Aki Kaurismäki
Produzione: SPUTNIK OY
Durata: 98
Interpreti: Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen

Khaled è fuggito fortunosamente dalla Siria e spera di ottenere l’asilo politico ad Helsinki, ma resterà deluso; Wikström, dopo aver lasciato la moglie alcolista e il suo lavoro di rappresentante, ha aperto un ristorante con un bizzarro staff, a cui a un certo punto si aggiunge proprio Khaled, che cerca di sfuggire all’espulsione. La curiosa umanità di quelli che lavorano al ristorante si scontra con una società, quella finlandese, all’apparenza aperta ed accogliente ma di fatto non priva di contraddizioni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film aiuta a sperare che nella tragedia dell’oggi resti lo spazio perché gli individui compiano gesti di generosità disinteressata, ritrovando non per legge, ma per “grazia” il gusto della solidarietà
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di tensione e violenza
Giudizio Tecnico 
 
Realismo e surrealtà si incontrano in un impossibile, ma proprio per questo meraviglioso equilibrio nell’ultimo film di Aki Kaurismäki, Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino 2017
Testo Breve:

L’autore di Miracolo a Le Havre affronta, sorridendo, ma anche con toni tragici, il tema attualissimo dell’immigrazione a cui si affianca fatalmente quello della discriminazione

Realismo e surrealtà si incontrano in un impossibile, ma proprio per questo meraviglioso equilibrio nell’ultimo film di Aki Kaurismäki, Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino 2017, una pellicola capace di toccare temi attualissimi senza mai scadere nel patetico, senza fare moralismi, ma senza rinunciare a dare un giudizio, che però emerge con naturalezza dalle vicende e dagli sguardi dei personaggi piuttosto che da astratte dichiarazioni di intenti.

Sullo sfondo di una Finlandia che sembra sempre leggermente “fuori tempo” (arredamenti e modi appaiono vecchi di almeno una ventina d’anni), la storia del rifugiato Khaled ha premesse tragicissime (la famiglia sterminata ad Aleppo, una sorella perduta nel viaggio terribile verso l’Europa) ma uno svolgimento che in molti momenti sembra prendere la via della commedia (più o meno nera…), per poi dare sterzate di tragedia che lasciano senza fiato.

La controparte di Khaled, il laconico Wikström, deciso a cambiare vita rompendo il matrimonio (salvo poi ritrovarsi a carico la bizzarra famiglia costituita dai dipendenti di un ristorante quanto meno problematico), è il tipico personaggio che Kaurismäki costruisce lasciando che il pubblico lo comprenda più dai suoi silenzi e dalle sue azioni (Wikström è estremamente determinato e ovviamente impassibile) che da tanti discorsi.

L’assurda “giustizia” della burocrazia finlandese, che fa contrasto alla naturale solidarietà tra emarginati, è solo una parte del mondo che Kaurismäki racconta con asciutta efficacia, senza dimenticare l’accompagnamento di un notevole colonna sonora di country finnico, sfidando il pubblico a sperare insieme a lui che nella tragedia dell’oggi resti lo spazio perché gli individui compiano gesti di generosità disinteressata, ritrovando non per legge, ma per “grazia” il gusto della solidarietà.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CLASSE Z

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/30/2017 - 09:21
Titolo Originale: Classe Z
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: Guido Chiesa
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Guido Chiesa
Produzione: COLORADO FILM, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM, SCUOLAZOO
Durata: 92
Interpreti: Andrea Pisani, Greta Menchi, Enrico Oetiker, Alice Pagani, Antonio Catania,Alessandro Preziosi

Al primo giorno dell'ultimo anno di un liceo scientifico, alcuni ragazzi scoprono una novità: è stata creata una nuova sezione, la H, apposta per loro. I ragazzi non tardano a scoprire la verità: il preside ha costituito questa nuova sezione al solo scopo di isolare i ragazzi più problematici e più svogliati, in modo che non “inquinino” le altre classi.
Tra loro c'è Ricky, il cui principale divertimento è fare scherzi al bidello e ai professori per poi mettere le sue gesta su Youtube; Stella, che ci tiene a essere sempre la più elegante e provocante del gruppo; Viola, una ragazza intelligente ma sempre in guerra con il mondo. I professori non hanno nessun interesse a perder tempo con loro e vengono in aula per leggere il giornale. Solo un giovane professore, appena arrivato, Marco Andreoli  cerca di scuoterli dalla loro apatia. Il suo riferimento è il professor Keating de L'Attimo fuggente. Cerca di introdurre metodi didattici innovativi per avvicinarsi ai ragazzi ma resta ben presto deluso….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di ragazzi riesce a risalire dalla loro condizione di ultimi della scuola grazie all’aiuto reciproco
Pubblico 
Adolescenti
Giudizio Tecnico 
 
Il film tradisce schemi narrativi smaccatamente televisivi ma riesce a esprimere bene la freschezza spensierata dei protagonisti
Testo Breve:

Un preside decide di concentrare tutti i ragazzi con basso rendimento in un’unica classe. Un film corale che racconta, quasi in forma di favola, una divertente storia di riscatto 

E’ indubbio che la volontà di entrare dentro la mente di ragazzi dell’ultimo anno di liceo c’è stata. Basti pensare alla stessa scelta dei protagonisti: ben tre (Greta Menchi, Andrea Pisani e Il Pancho) hanno “fatto carriera” su Youtube e garantiscono un’empatia giovanile all’ultima moda. Anche l’incipit è accattivante: Stella ritorna a scuola dopo le vacanze e ai suoi occhi tutti gli altri, che giudica irrimediabilmente omologati dentro il branco, come tanti zombi. Inoltre il tema stesso del film, il recupero umano e professionale di ragazzi sbandati, è nelle corde del regista Guido Chiesa, che nel suo ultimo Belli di papà aveva mostrato come un padre imprenditore riuscisse, grazie a una terapia d’urto, a convertire all’impegno sul lavoro tre figli viziati e inconcludenti.

Nonostante queste ottime premesse, il film appare da subito terribilmente televisivo: i ragazzi della classe Z vengono tipizzati secondo stereotipi abusati. Stella, che pensa solo a vestirsi all’ultima moda, sembra esser stata presa di peso dal serial Che Dio ci aiuti; Ricky pensa solo a fare scherzi; Yuri è disilluso perennemente arrabbiato con il mondo, come lo è anche Viola. Per ognuno di loro è pronta la motivazione familiare che li ha resi disadattati e abulici: a Viola il padre è andato via di casa, Stella si vergogna di sua madre, Yuri ha un padre-padrone che vuole per forza farlo studiare come ingegnere, nonostante le sue vocazioni artistiche.

La trasformazione non avviene grazie all’amore, com’era accaduto al sedicenne Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue, né dallo scoprire che vicende del passato sono lo specchio della condizione presente, com’era accaduto in Freedom Writers,  ma all’impegno collettivo di uscire dallo stallo creato dalla loro condizione di sfigati attraverso uno strumento molto potente: quello di aiutarsi a vicenda. Pigmalione della loro trasformazione è il professore alle prime armi Marco Andreoli, l’unico disposto seriamente ad aiutarli. Anche in questa seconda parte del film viene troppo allo scoperto il meccanismo narrativo: ed ecco che come d’incanto il gruppo scopre che uno di loro è bravo in matematica, l’altro in letteratura e così possono studiare insieme per affrontare l’esame di maturità.

Complessivamente il messaggio trasmesso dal film è positivo: viene proposto un modello di scuola che vuole comprendere i ragazzi e cerca di valorizzarli tutti, pur nei limiti delle loro possibilità. Nell’impegno di costruire un’apologia della solidarietà fra gli ultimi e di catturare la simpatia degli spettatori giovani, il racconto finisce per risultare ben poco realistico: è difficile pensare che un professore si allontani dalla scuola senza avvisare le autorità scolastiche rischiando un provvedimento disciplinare e che dei ragazzi possano disseminare la scuola di telecamere senza incorrere in una denuncia. Se i protagonisti mancano di profondità, almeno il gruppo nel suo complesso manifesta una sua originale e divertente vivacità. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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17 ANNI (E COME USCIRNE VIVI)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/30/2017 - 08:36
Titolo Originale: The Edge of Seventeen
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kelly Fremon Craig
Sceneggiatura: Kelly Fremon Craig
Produzione: GRACIE FILMS, STX ENTERTAINMENT
Durata: 104
Interpreti: Hailee Steinfeld, Woody Harrelson, Kyra Sedgwick, Haley Lu Richardson,

Nadine ha 17 anni e da quando gli è morto il padre, Krista è diventata la sua amica inseparabile. Ma succede che suo fratello si innamora di Krista e Nadine si sente sola e tradita. La madre ha poco peso su di lei, perché donna fragile alla perenne ricerca di un altro uomo. Trova, se non conforto, almeno la consolazione di potersi confidare con l’insegnante d’italiano prof. Bruner ma il suo opprimente senso di solitudine, il suo sentirsi diversa, rischia di farle fare un pericoloso passo falso….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ogni personaggio può esser considerato una brava persona (non c’è in particolare uso di violenza o di droghe) ma il vuoto assoluto di valori umani (e naturalmente soprannaturali) è mitigato solo da istinti naturali di benevolenza fra familiari e amici
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio continuo; abuso di alcool da parte di minorenni; una diciassettenne convive con il suo ragazzo nella casa di lui con l’acquiescenza dei genitori di entrambi. Il film risulta interessante per quegli adulti che si occupano di tematiche adolescenziali
Giudizio Tecnico 
 
Sceneggiatura arguta che mostra di aver approfondito il mondo dell’adolescenza, buona recitazione, soprattutto da parte di Woody Harrelson
Testo Breve:

Una diciassettenne si sente tradita perché la sua migliore amica si è mesa con suo fratello; un’immersione particolarmente accurata nel mondo dell’adolescenza ma con esibizione di comportamenti diseducativi 

Il film porta a compimento un’analisi della “malattia dell’adolescenza” (in questo caso in versione femminile) particolarmente accurata, che si distacca da tanti film sullo stesso genere.

Sono presenti alcune della “patologie” più tipiche di questa età: il passaggio, spesso doloroso, dal tempo dell’amica del cuore a quello della competizione verso rappresentanti dell’altro sesso; il riempirsi la testa più di fantasia che di realtà; il notevole egocentrismo nella continua ricerca dell’affermazione di sé; la lacerante solitudine che si percepisce quanto tutte hanno il ragazzo e tu no; le pulsioni sessuali che arrivano improvvise, il desiderio di dare un taglio netto con una fuga da tutto e da tutti.

Tutte queste tendenze, che possiamo definire universali, sono però calate, in questo film,  in un contesto molto specifico: la madre di Nadine è fragile, troppo impegnata a cercarsi un altro uomo attraverso appuntamenti via Internet e in generale i genitori dei compagni e compagne di scuola di Nadine sembrano come inesistenti o comunque  ininfluenti sulla loro vita.

Sono adolescenti senza punti di riferimento (un breve accenno della Nadine angosciata a Dio, si conclude con l’affermazione che se esiste, è indifferente ai nostri destini): è sufficiente che la madre si allontani per un weekend perché Nadine e Krista si ubriachino e che quest’ultima vada nel letto del fratello. Nadine è inoltre una ragazza particolare, egocentrica e incapace, almeno per buona parte del film, di comprendere la posizione degli altri. Il suo continuo fuggire da chi in fondo le vuol bene, come la madre, il fratello e Krista, la portano a infilarsi in una situazione particolarmente rischiosa.

Se poi, alla fine, niente di irreparabile succede, ciò è imputabile al riaffiorare, in queste personalità senza formazione umana, di una sorta di legge naturale. Il comprendere che l’esercizio della sessualità non è un puro sport ma va congiunto con un significato affettivo; l’importanza di ritornare, in periodi di crisi, nell’alveo degli affetti familiari, che non posso tradire.

Il film si avvale di dialoghi arguti, anche se spesso farciti di riferimenti sessuali; fra gli attori spicca Woody Harrelson, che ha tratteggiato con intelligenza l’ironico professor Bruner. Il film è pieno di comportamenti diseducativi (ad onor del vero non c’è uso di droga né di violenza) e finisce per essere indirizzato più a un pubblico di adulti che di adolescenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SLAM - Tutto per una ragazza

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/22/2017 - 12:56
Titolo Originale: SLAM - Tutto per una ragazza
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Andrea Molaioli
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Ludovica Rampoldi, Andrea Molaioli
Produzione: INDIGO FILM CON RAI CINEMA
Durata: 100
Interpreti: Ludovico Tersigni, Barbara Ramella, Jasmine Trinca, Luca Marinelli

Samuele è un adolescente che vive con sua madre che lo ha avuto a sedici anni, mentre il padre li ha lasciati molto presto. Alice è figlia di una coppia benestante, che le concede molta libertà. E’ proprio questa libertà che rende facile l’incontro fra i due ragazzi e la successiva gravidanza. Samuele, che ha vissuto fino a quel momento solo della sua passione per lo skateboard, si ritrova senza bussola in un oceano a lui sconosciuto....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film prospetta un quadro desolante di adolescenti e adulti che non sanno dirigere la propria affettività e i figli sembrano essere più frutto di un momento di distrazione che di un gesto desiderato e voluto
Pubblico 
Maggiorenni
Le tematiche sessuali, gestite con particolare disinvoltura, non sono adatte per persone non mature.
Giudizio Tecnico 
 
Il regista si esprime con un linguagio essenziale e mostra una buona coerenza narrativa. Gli attori sono tutti nella parte
Testo Breve:

Un ragazzo e una ragazza di sedici anni si conoscono e presto si trovano ad aspettare un bambino. Un’immersione nel mondo dell’adolescenza ben realizzato ma con toni pessimistici 

L’inizio della storia non può che lasciarci sconcertati. Samuele è appassionato di skateboard. Fin qui niente di male ma lo skateboard è tutto il suo universo culturale: il suo idolo è l’asso di questa disciplina, Tony Hawk, di cui legge avidamente la biografia e che diventa, nella sua fantasia, il suo confidente, il suo esperto di vita. Alice va molto male a scuola e ogni nuova attività che cerca di intraprendere (musica, pittura) finisce presto per annoiarla. E’ esperta invece in amore e lasciata da appena tre giorni dal precedente ragazzo, al primo appuntamento con Samuele non accetta di andare a cinema ma lo conduce in camera sua. Il panorama offerto dagli adulti non è meno confortante. La madre di Samuele è rimasta incinta a sedici anni ma ha avuto il coraggio di allevarlo da sola, mentre il padre si è eclissato alle prime difficoltà. I genitori di Alice sembrano disinteressarsi dell’educazione della figlia o piuttosto propendono per un approccio permissivo.

Una volta che lo spettatore accetta comunque di stare al gioco del regista e sceneggiatore Andrea Molaioli, bisogna riconoscere che la storia avanza con insolita coerenza. E’ inutile aspettarsi profondità di pensiero e riflessioni in questi personaggi che di fronte al vuoto culturale e umano in cui si muovono, reagiscono all’evento (la gravidanza inaspettata di Alice) in base a dei loro istinti primordiali. E’ proprio in questo contesto che risalta maggiormente la forza della natura, che segue il suo corso a dispetto di tutto e di tutti e quel bambino che nasce e che cresce, anno dopo anno, finisce per costituire l’aspetto più bello del film, la cui luminosità mette maggiormente in evidenza l’incapacità cronica degli uomini di assumersi delle responsabilità e di restare coerenti con esse.

Tutta la vicenda è vista attraverso gli occhi di Samuele, un sedicenne che vive più di sogni che di realtà; è di poche parole e quando parla conclude sempre con un “non lo so” lasciando che siano gli altri a prendere delle decisioni per lui. Samuele (grazie alle pagine del romanzo di Nick Hornby a cui si ispira il film) costituisce un ritratto riuscito del mondo magmatico dell’adolescenza, dove i sogni hanno la stessa consistenza della realtà. Molto riusciti i flashforward che servono per esprimere ciò il ragazzo pensa del suo prossimo futuro e la sua fuga da casa di fronte alla prossima responsabilità paterna, rivela bene un’altra caratteristica di quell’età: la difficoltà a confidarsi con qualcuno e il peso che si determina nel tenersi tutto dentro.

Alice è meno complessa, segue il suo istinto naturale e accetta di diventare madre contro il parere dei genitori, forse con la segreta speranza di trattenere a se’ Samuele.

Gli attori sono tutti nella parte e Luca Marinelli, che interpreta il padre cialtrone di Samuele, ha modo di confermare la sua bravura.

Dispiace che il film, soprattutto nel finale, si allinei, senza particolare coraggio, ai tanti lavori che prospettano una umanità incapace di prendere in mano la propria vita e che si limita a seguire agli impulsi del momento, senza cercare con tenacia la propria felicità.

In fondo il film, sia pure in modo indiretto, dimostra quanto sia importante, per la maturazione degli adolescenti, l’approfondimento culturale e l’educazione all’affettività.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON È UN PAESE PER GIOVANI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/22/2017 - 07:38
Titolo Originale: Non è un paese per giovani
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giovanni Veronesi
Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Ilaria Macchia, Andrea Paolo Massara
Produzione: Paco Cinematografica – Neo Art Producciones e Rai Cinema
Durata: 105
Interpreti: Filippo Scicchitano, Giovanni Ansaldo, Sara Serraiocco, Sergio Rubini, Nino Frassica

Sandro ha vent’anni, lavora come cameriere in un ristorante e sogna di diventare scrittore. Dopo alcuni mesi di lavoro diventa amico di Luciano e con lui comincia a progettare di lasciare l’Italia, paese in cui sentono di non avere alcuna prospettiva, e scelgono Cuba come luogo in cui riporre le proprie speranze di realizzare un futuro migliore

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia potrebbe svilupparsi su tre elementi interessanti: l’amicizia, la speranza nel futuro, l’affetto padre-figlio. Tuttavia, pur partendo da questi e affrontando un tema molto attuale e sentito come quello dei giovani italiani costretti ad emigrare, gli eventi e i personaggi dirottano verso toni di euforica incoscienza che svuotano il racconto del suo senso originario e di un vero contenuto che vada al di là del puro fatto narrativo
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene violente
Giudizio Tecnico 
 
Ambienti, personaggi, dialoghi e musiche sono carichi di fascino, credibili e coinvolgenti; ma la storia in se stessa non regge la rilevanza del tema centrale e si perde alla ricerca di un racconto suggestivo
Testo Breve:

Sandro e Luciano, di vent’anni, lasciano l’Italia per Cuba, sperando in un futuro migliore ma l’interessante tematica sociale si trasforma presto in  ricerca di evasione e fuga dalle responsabilità 

 

Dalla televisione al cinema, le disperate immagini di rifugiati che sbarcano sulle nostre coste in cerca di salvezza e di un futuro migliore sono ormai diventate purtroppo tristemente familiari, Non è un paese per giovani di Giovanni Veronesi racconta una storia di migranti al contrario, due giovani che, come molti loro coetanei, dall’Italia si sentono invece respinti e fuggono all’estero in cerca di un’occupazione che permetta loro di realizzarsi. Il film del regista e sceneggiatore toscano nasce da un’esperienza radiofonica durata alcuni anni e narra di coloro che non vedono un futuro per loro nell’Italia di oggi.

Sono più di 100.000 i ragazzi che ogni anno lasciano l’Italia per studiare e lavorare all’estero. Un esodo percepito solo in sordina, come sorda è la frustrazione delle nuove generazioni che vivono l’impossibilità di realizzare le proprie aspettative professionali nel proprio paese. Giovanni Veronesi nel corso della sua trasmissione radiofonica ha raccolto le sconfortanti testimonianze di molti di questi ragazzi e ne ha tratto ispirazione per realizzarne una versione cinematografica. Una storia che parla di amicizia, speranza, amore, difficoltà ed entusiasmi giovanili, affrontando un tema delicato e attuale.

Eppure nel corso del racconto qualcosa si perde, gli elementi si confondono e l’occasione sembra sciuparsi. Non è un paese per giovani è un film che promette una storia coinvolgente e attuale, ma si perde alla ricerca di un racconto che possa diventare poetico e originale andando dietro alla costruzione di relazioni dolci ma fragili e sogni ingenui.

La storia è quella di Sandro (Filippo Scicchitano) un ragazzo dall’animo gentile e riservato che coltiva il sogno di diventare scrittore, ma si accontenta di quello che la vita gli offre. Mentre attende che arrivi l’occasione giusta, la sua fidanzata coglie un’importante opportunità di lavoro negli USA e parte. Nel frattempo il ragazzo ha modo di conoscere meglio Luciano (Giovanni Anzaldo), un cameriere che lavora con lui nello stesso ristorante.

Tra il servizio ai tavoli e la cucina, i due giovani stringono un legame d’amicizia sempre più stretto al punto che Sandro comincia a condividere il sogno di Luciano: aprire un ristorante italiano a Cuba che offra ai clienti dell’isola il raro e prezioso servizio di Wi-Fi. Con l’aiuto del padre di Sandro, Cesare (Sergio Rubini) uomo del sud un po’ rude ma generoso e comprensivo, i due partono per l’Avana dove li aspetta Nora (Sara Serraiocco), una strana ragazza italiana naturalizzata cubana, che li ospita e li supporta nella realizzazione del loro sogno.

Sin dall’inizio colpisce la peculiarità della scelta di Sandro e Luciano. I due infatti non si orientano su una di quelle nazioni che maggiormente potrebbero offrire reali opportunità di crescita professionale, ma scelgono un paese esotico e suggestivo pieno di difficoltà anche più pesanti dell’Italia.

Forse perché spinti dalla più totale mancanza di speranza, Sandro e Luciano optano per un’impresa incerta e rischiosa, ma carica di fascino e si lasciano conquistare dalla prospettiva di un’esperienza insolita e apparentemente promettente. I due protagonisti rappresentano l’altra faccia dei giovani italiani che emigrano non tanto per cercare di raggiungere una posizione professionale in cui mettere a frutto le proprie capacità e competenze, ma piuttosto per un desiderio di evasione e fuga dalle responsabilità di una quotidianità percepita come dura e frustrante.

Dal momento in cui mettono piede sull’isola la storia sembra andare sempre più alla ricerca di questo elemento lirico e attraente. Gli eventi e i personaggi nel loro sviluppo prendono una piega scollegata dalla situazione iniziale e il racconto si trasforma nell’avventura, tutto sommato già vista, di due amici che intraprendono un’impresa folle e pericolosa. Un’avventura che, a detta dello stesso regista, potrebbe essere realizzata da qualunque personaggio di qualunque epoca a prescindere dall’attuale contesto storico-sociale.

Luciano e Nora in particolare sono vittime di un passato personale duro e irrisolto, che nel racconto resta sempre piuttosto oscuro, ma da cui non riescono a liberarsi nemmeno in un paese lontano come Cuba. Il peso delle ferite che si portano dentro li porta ad agire in modo istintivo, a volte persino autodistruttivo e senza un preciso scopo. L’unico che riesce in un certo senso a dare una svolta alla propria vita, crescere e maturare è Sandro, che, grazie forse al suo animo mite, di fronte al fallimento esistenziale dei due compagni d’avventura riprende in mano il corso degli eventi e, con un pizzico di fortuna e un po’ di aiuto da parte del padre, li volge in suo favore.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVING - L'AMORE DEVE NASCERE LIBERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/14/2017 - 09:49
Titolo Originale: Loving
Paese: Gran Bretagna, USA
Anno: 2016
Regia: Jeff Nichols
Sceneggiatura: Jeff Nichols
Produzione: RAINDOG FILMS, BIG BEACH FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON AUGUSTA FILMS, TRI-STATE PICTURES
Durata: 123
Interpreti: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll

Richard e Mildred, cresciuti e vissuti a Central Point, un cittadina rurale della Virginia, si sono conosciuti, si sono innamorati e si sono sposati nel 1958. Le loro famiglie non hanno nulla da obiettare al loro matrimonio (la cerimonia si è svolta a Washington D.C.) ma lo stato della Virginia si, perché lui è bianco e lei è di colore. Condannati all’esilio, si trasferiscono nello stato di Washington fra molte difficoltà. Di loro finisce per interessarsi la Lega per i diritti civili e il loro caso arriva fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tenero e forte amore coniugale caratterizza questa vicenda realmente accaduta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori e una regia sensibile che registra anche i minimi risvolti psicologici, anche se il film, per raggiungere l’obiettivo di risultare antiretorico, finisce per appiatture troppo la narrazione
Testo Breve:

La storia vera di due semplici americani, colpevoli di essersi sposati pur essendo di razza diversa, che creano, quasi loro malgrado, una crisi di coscienza nella società americana, che porta la Corte Suprema  a dichiarare il matrimonio un diritto personale inalienabile. 

Richard e Mildred sono delle persone semplici. Lui è un muratore; il suo unico divertimento è quello di modificare le automobili per farle gareggiare in corse rionali di velocità. Sua madre è una levatrice. E’ un tipo di poche parole, che al massimo dice si o no.  Mildred è una donna dolce, non fa niente senza l’approvazione del marito, si occupa delle faccende di casa e dei quattro figli che hanno avuto dopo il matrimonio. La loro intesa è profonda e a lui piace poggiare la testa sulle sue ginocchia quando, la sera, guardano la televisione, esattamente come sono stati ritratti, in incognito, dal fotografo di Life che era andato a trovarli, dopo che il loro caso era assurto a interesse nazionale.

E’ ormai vasta la produzione di film che hanno ricostruito casi realmente accaduti di battaglie per la conquista de diritti civili degli afroamericani ma questo si discosta in modo considervole dagli altri. Se pensiamo solo ai lavori di Spielberg (Lincoln, Amistad) il culmine del racconto si svolge sempre nell’aula del parlamento o di una corte di giustizia, dove due visioni della legge si fronteggiano, con ampio sfoggio di retorica da entrambe le parti.  

In questo film, al contrario, la coppia non vuole neanche andare ad assistere al dibattito che si svolge alla Corte Suprema; sono persone troppo semplici e schive per sentirsi coinvolti in tematiche che sembrano più grandi di loro. Le sequenze che rievocano il dibattito in aula sono ridotte al minimo, mentre l’attenzione del regista si concentra sulla vita familiare della coppia: il loro trasferimento nella caotica periferia di Washington, il loro ritorno in campagna, in Virginia,e il  faticoso commuting di Richard, per evitare di esser sorpresi dalla polizia  a dormire sotto lo stesso tetto; lo sconforto di lui dopo più di dieci anni di attesa da quando era stata avviata la causa legale.

Molti critici hanno accusato il film di minimalismo eccessivo, l’uso di un registro intimista che contrasta con i tanti film che ci hanno infiammato con il calore di battaglie legali. In realtà il film risulta efficace proprio perché non pone in contrasto due leggi ma svuota di significato la causa razziale proprio mettendola a confronto con la più nuda verità: l’amore tenero e intenso fra i due coniugi che risulta più forte di qualsiasi avversità.

Solo in alcune, sintetiche frasi, vendono presentate le ragioni della parte avversa e sempre facendo riferimento a presunte leggi divine. Il poliziotto che mette in cella i due coniugi ricorda che: “è un problema di legge divina: un passero è un passero e un pettirosso è un pettirosso. Se sono diversi c’è un motivo”. Anche la sentenza del tribulale della Virginia contro di loro è chiara: “l’amore interrazziale contravviene l’ordine, la pace e la dignità sociale; Dio non ha certo messo gialli, bianchi e neri in continenti diversi perchè si mischiassero le razze". Gli “effetti spuri” di questo matrimonio (i figli) sarebbero solo dei bastardi.

Naturalmente non occorre dare troppo credito al film nella sua contrapposizione fra “pregiudizi religiosi “ e laicità delle leggi, dal momento che tanti cristiani di fede, a partire da Martin Kuther King si sono espressi e hanno lottato contro le discriminazini dell’epoca.

E’ utile osservare come l’esercizio di raccontare sul grande schermo tante storie di segregazione razziale, felicemente risolte con nuove leggi, è servita come palestra per raccontare, con lo stesso stile, nuove lotte, in particolare il diritto al matrimonio omosessuale, ormai sancito dalla Corte Suprema U.S.A. Ma questo è un altro argomento.

Il film, grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti, Joel Edgerton e Ruth Negg, , quest’ultima candidata all’Oscar 2017, ha un suo valore particolare perché ci racconta, al di là della tematica razziale, una tenerissima stooria di affetto coniugale, che resta saldo di fronte a tutte le avversità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LEGGE DELLA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/08/2017 - 09:19
Titolo Originale: Live by night
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck
Produzione: Appian Way Productions, Pearl Street, Warner Bros
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Elle Fanning, Brendan Gleeson, Chris Messina, Sienna Miller, Zoe Saldana, Chris Cooper, Remo Girone

La storia narra le vicende di Joe Coughlin, rapinatore figlio di un capitano di polizia di Boston. Dopo una terribile vicenda personale Joe si trasferisce a Ybor City, quartiere di Tampa, in Florida, dove diventa un contrabbandiere e un trafficante di rum e, più tardi, un famigerato gangster

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia potrebbe essere interessante, ma è costruita su un personaggio dai tratti confusi e a volte contraddittori che non trovano una loro giustificazione nemmeno nell’epilogo. Inoltre si fonda su di un ambiguo concetto di libertà e successo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e alcune scene a sfondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato con grande cura nei dettagli riguardanti scenografie, costumi, ambienti e fotografia, ma risente di una sceneggiatura poco coerente
Testo Breve:

Ben Affleck, produttore, regista e protagonista realizza, con grande cura nelle scenografie, nei costumi e nella fotografia, un gangster movie  troppo ambizioso. Il film si perde nelle troppe sottotrame aperte e nell’incoerenza del personaggio principale

Un gangster movie dalle grandi aspettative, La legge della notte. Di questo suo ultimo lavoro Ben Affleck è realizzatore a tutto tondo, sua è infatti la produzione, la sceneggiatura, la regia e l’interpretazione. Tuttavia il personaggio principale sembra non reggere il carico di una storia così importante.

Per Ben Affleck non è una novità ricoprire più ruoli nella produzione di uno stesso film. Tra i tanti suoi lavori già nel 2012 aveva raggiunto un grande successo con Argo, thriller storico ambientato a Teheran nel periodo successivo alla rivoluzione iraniana. Anche in quel caso Affleck fu regista, produttore e interprete di un film che l’anno successivo gli valse l’Oscar.

Con La legge della notte Affleck propone l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2012 di Denni Lehane ambientato nell’America del periodo del proibizionismo. Un dramma storico di tutt’altro genere rispetto al più vintage Argo, che ha richiesto un budget altissimo soprattutto per le affascinanti scenografie e i costumi curati in ogni dettaglio.

Affleck non trascura nessun particolare e sembra non aver badato a spese per realizzare un film che ricrea quasi perfettamente gli ambienti e le atmosfere dell’America degli ’20. Edifici, auto e arredi d’epoca ricostruiscono in modo molto suggestivo anche i diversi stili delle location della storia, che si svolge tra Boston e Tampa in Florida. Purtroppo però, nonostante gli sforzi e la scelta di un cast di tutto rispetto, tra cui spicca l’ottima interpretazione di Sienna Miller, Remo Girone e Chris Cooper, il lavoro di Affleck non ha riscontrato grandi favori né da parte della critica né da parte del pubblico alla sua uscita negli USA, registrando al momento forti perdite rispetto all’investimento iniziale.

La legge della notte racconta la storia di un giovane criminale alle prese con la guerra di mafia tra italiani e irlandesi negli anni ’20 del secolo scorso. Joe Coughlin è figlio di un noto capitano della polizia di Boston e, nonostante sia uno scassinatore professionista, non ama definirsi un gangster. Tuttavia per ragioni sentimentali rimane coinvolto in un colpo dagli esiti catastrofici che costa la vita a diversi poliziotti. Grazie al sacrificio di suo padre, Joe riesce a scontare il minimo della pena possibile, ma la terribile esperienza del tradimento prima e del carcere poi serviranno solo a rafforzare in lui la volontà di rivalersi sul suo nemico, il boss irlandese Albert White, diventando uno dei contrabbandieri più influenti sul mercato clandestino del rum.

Ben Affleck realizza un film ambizioso e dalle notevoli e diverse tonalità. La legge della notte infatti passa dal film d’azione ai toni più intensi del dramma umano e sentimentale, con interessanti sfumature storiche, come il richiamo alle terribili persecuzioni razziali operate all’epoca dai membri del Ku Klux Klan. Ciò nonostante la storia ha il difetto di perdersi nella sua narrazione. Forse soprattutto a causa del personaggio principale, una figura complessa e a tratti poco coerente con cui non sempre è facile entrare in sintonia.

Joe oscilla infatti tra diversi opposti che non si conciliano mai del tutto, è un uomo buono ma al tempo stesso anche terribilmente crudele, sentimentale e romantico ma anche ombroso e distaccato. A dispetto di un’indole che sembrerebbe mite e rispettosa della persona e della vita, Joe sceglie di intraprendere con sempre maggior determinazione una strada sempre più contraria ai principi inizialmente manifestati. Sebbene il sacrificio del padre prima e la devozione della sua nuova compagna poi potrebbero rappresentare un punto di svolta nella vita di Joe, questi continua a coltivare sentimenti di rancore e vendetta rispetto al passato, fino alla fine.

Nel film è singolare la figura di una fanciulla, Loretta Figgis (Elle Fanning), la figlia del capo della polizia locale, che dopo una terribile esperienza di violenza sceglie di convertirsi ad una vita fatta di rigori e fondata su un moralismo esaltato con cui il personaggio pretende, in modo poco credibile, di guidare la comunità di Tampa. La commistione tra valori religiosi e farneticanti regole morali confonde, come del resto tutto il film, il concetto di libertà umana. Sembra infatti che la ricerca del bene per sé e per il prossimo sia vista come un obiettivo irraggiungibile e limitante rispetto alla possibilità per l’uomo di diventare artefice della propria fortuna, che resta sempre dolorosa e amara.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMORE PENSACI TU

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/07/2017 - 15:24
Titolo Originale: Amore pensaci tu
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: FRANCESCO PAVOLINI, VINCENZO TERRACCIANO
Sceneggiatura: GIULIO CALVANI, SIMONA GIORDANO, FRANCESCA PRIMAVERA, FEDERICO FAVOT, MASSIMO RUSSO, FABRIZIO CESTARO
Produzione: RTI e PUBLISPEI
Durata: Dal 17 febbraio 2017 per 10 puntate su Canale 5
Interpreti: Luigi Cordaro - Emilio Solfrizzi; Marco Pellegrini - Filippo Nigro; Jacopo La Neve - Carmine Recano; Anna Moscati - Giulia Bevilacqua; Francesco Moscati - Fabio Troiano; Tommaso Carofiglio - Giulio Forges Davanzati; Gemma Ragosi - Valentina Carnelutti;

Luigi, Marco, Francesco e Jacopo sono quattro uomini alle prese con i problemi della vita quotidiana e con la gestione delle loro particolari situazioni famigliari. Luigi convive con Gemma, dalla quale ha avuto una bambina, ma ha anche altre due figlie, frutto di due relazioni precedenti. Una delle due, Camilla, adolescente, è ora incinta di un ragazzo poco più grande di lei e molto immaturo. Il padre, dapprima totalmente assente nella vita della figlia, accetta di farsi carico della ragazza in quella nuova, delicata condizione. Marco è sposato con Paola e fa “il mammo”, ovvero gestisce la casa e i figli per permettere alla moglie di fare carriera, tuttavia si trova in bilico tra il desiderio di accontentare la moglie e quello di tornare a lavorare. Poi c’è Jacopo, calciatore molto noto, che per via dei suoi impegni ha vissuto molto tempo lontano da casa e, anche a causa del suo scarso senso di responsabilità, ha sempre trascurato la famiglia. Tornato da Londra per riallacciare i rapporti con la moglie e i suoi tre bambini – due gemellini di sei anni e una neonata -, scopre che la donna si è accompagnata con quello che lui riteneva il suo migliore amico. Con l’aiuto di Chiara, figlia di Luigi - che con il padre lavora per il cantiere che ha preso a carico i lavori di ristrutturazione della nuova casa di Jacopo -, quest’ultimo cercherà di riconquistare la moglie, ma finirà, invece, per innamorarsi di Chiara. Infine c’è Francesco, accompagnato con un uomo, Tommaso. Ai due è stata affidata la nipote di Tommaso, figlia della sorella defunta. La fiction presenta questa coppia gay e la bimba che accudiscono a tutti gli effetti come una “famiglia”…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non si propone un’idea chiara di famiglia: la famiglia è concepita come somma di relazioni più o meno stabili, che mutano al cambiare di fattori esterni, sentimenti, desideri personali. La serie, seguendo la scia del relativismo post-moderno, mostra che il valore più importante in una società è la libertà e non ci sono parametri oggettivi per scegliere.
Pubblico 
Sconsigliato
Per l'deologia sottesa nella fiction, che propone amori egoistici senza responsabilità mentre la famiglia è un puro costrutto culturale
Giudizio Tecnico 
 
La fiction non è particolarmente accattivante, scorre lentamente e propone dei cliché scontati. Le famiglie e le figure genitoriali sono perlopiù stereotipate: sembrano costruite su misura sulla base dei luoghi comuni più ricorrenti nella nostra società
Testo Breve:

Quattro uomini si trovano a fare i padri, i mariti, i conviventi nelle modalità più disparate. Un serial ideologico costruito sugli stereotipi più retrivi dove conta solo la libertà individuale mentre la famiglia è un puro costrutto individuale

Il tema principale della fiction è la famiglia, ma non la famiglia vista come istituzione naturale e sociale, con delle caratteristiche precise e ben definite… bensì la famiglia concepita come somma di relazioni più o meno stabili, che mutano al cambiare di fattori esterni, sentimenti, desideri personali.

La serie rispecchia, infatti, la mentalità diffusa secondo cui “la famiglia” non esiste in quanto tale, ma è un costrutto culturale: perciò si può creare, modificare o rifare completamente a proprio piacimento, senza con ciò snaturarla.

Ecco allora che gli autori, in perfetta sintonia con questa visione tipicamente post-moderna, ci presentano – mettendoli sullo stesso livello - modelli famigliari molto differenti tra loro: accanto alla famiglia tradizionale (marito, moglie, figli), c’è la famiglia allargata (compagno, compagna, figli in comune e figli di precedenti relazioni). Accanto alla famiglia tradizionale divisa (due divorziati alle prese coi figli da gestire insieme), c’è la “famiglia gay” unita (due uomini che si trovano ad accudire una bimba).

Anche per quanto riguarda le figure genitoriali ce n’è per tutti i gusti.

L’uomo “all’antica” potrà ritrovarsi in Luigi, che si dedica al lavoro, mentre a casa e con i figli non muove neppure un dito. Lui stesso, nella prima puntata, si definisce il classico “maschio latino”, il cui compito è procacciare i viveri per la famiglia, non fare faccende domestiche o accudire la prole. Tuttavia, la serie ci mostra che questo tipo di uomo non è più ben accetto dalle mogli e dalle compagne odierne, che vogliono “più spazio per se stesse”. E infatti la compagna di Luigi, Gemma, lo mette alle strette e lo minaccia di lasciarlo se non accetta di prendersi più cura delle figlie.

L’uomo “moderno”, invece, potrà ammirare la disponibilità di Marco, che ha messo da parte per molto tempo le sue ambizioni lavorative per permettere alla moglie di rincorrere il successo professionale. Mentre lei, medico, insegue i suoi sogni personali, lui sta a casa a gestire la vita dei figli, a preparare pranzo e merende, con tanto di grembiule avvolto alla vita. E quando, dopo anni, decide di tornare a lavorare per contribuire anche lui al mantenimento della famiglia (perchè dentro di sé inizia a sentire la frustrazione di quella situazione), ecco che la moglie ottiene un lavoro extra (che la porterà a stare più tempo fuori casa), con conseguente aumento di stipendio: “Sono 2200 euro in più netti al mese… – gli dice entusiasta, senza comprendere l’esigenza del marito – Questo significa che puoi tornare a stare a casa”. È lei, insomma, almeno all’inizio della serie, quella che mantiene tutti; è lei che dal punto di vista economico “manda avanti la baracca”, senza comprendere, però, che il marito inizia a sentirsi umiliato per quella condizione.

Un padre immaturo e irresponsabile, che vuole riscattarsi dai suoi errori, simpatizzerà per Jacopo, che, dopo anni di disinteresse, si impegna per riconquistare la ex moglie e per meritare la fiducia e la stima dei figli. Egli diventa così affidabile, dolce, premuroso che invece di far innamorare nuovamente la moglie, finisce per fare colpo sulla sua amica Chiara, la quale afferma di trovare gli uomini con figli particolarmente interessanti.

La persona omosessuale che avverte il desiderio di paternità potrà rispecchiarsi in Francesco o in Tommaso, i quali, nonostante i loro scrupoli, sentono di non far mancare nulla alla bambina che accudiscono per il fatto di essere una coppia gay. La fiction ci presenta questi due uomini nelle vesti di due papà qualsiasi: alle prese con astucci, merende, quaderni, compiti… ce li mostra intenti a giocare con la piccola, a raccontarle delle fiabe, a preoccuparsi che mangi. Ce li presenta così bravi, premurosi e affidabili che la sorella di Tommaso, in punto di morte, ha deciso di lasciare la bambina a loro, anziché alla nonna, ancora giovane e in salute.

Il messaggio che la serie vuole far passare è evidente: non importa se la coppia è formata da genitori uniti o separati, sposati o accompagnati. E non importa neppure se i genitori sono un uomo e una donna, due uomini, o due donne: l’importante è voler bene ai bambini. Tanto è vero che, nel discorso di apertura del primo giorno di scuola, la preside afferma: “Questo, per voi, mamme e papà, mamme e mamme, papà e papà, è un giorno speciale”.

La fiction non si cura del fatto che nel mondo della medicina, della psichiatria, della pediatria è in atto un acceso dibattito in merito alla questione delle adozioni da parte di coppie gay, non si cura del fatto che specialisti di un certo spessore affermano che “non basta l’affetto”, perché il bambino ha bisogno tanto di un papà, quanto di una mamma per crescere bene. Non si cura nemmeno del fatto che in Italia è illegale l’adozione in senso stretto da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

La fiction prende una scorciatoia: scavalca la scienza, la discussione legislativa ancora in atto e si serve del potere delle immagini per mostrarci che una “famiglia gay” è una famiglia come tutte; anzi, forse, anche meglio delle altre.

In comune, comunque, queste famiglie e queste figure genitoriali così diverse tra loro hanno il fatto di essere perlopiù stereotipate: sembrano costruite su misura sulla base dei luoghi comuni più ricorrenti nella nostra società.

Gli sceneggiatori, lungi dal proporre un’idea chiara di famiglia e una concezione univoca di paternità, cercano di “accontentare tutti”: ognuno può scegliere qual è il suo ideale di famiglia… D’altronde, tutto può essere considerato famiglia, anche se in questo modo, seguendo l’opinione del sociologo Pierpaolo Donati, nulla in fondo lo è più.

Ma ciò non è importante, per gli autori di “Amore pensaci tu”. Ciò che conta, per loro, è che ognuno sia libero di fare ciò che vuole.

D’altronde, è ancora la preside, nel suo discorso di inaugurazione, che si fa portavoce di questo messaggio, affermando che a scuola non si limiteranno ad insegnare le diverse materie, ma si preoccuperanno di trasmettere il “valore più importante”.

Il rispetto? L’amore? La giustizia? La solidarietà? No… la libertà.

Purtroppo, però, non si sta parlando qui di una libertà autentica, ovvero rispettosa dei limiti, della natura, degli altri… ma di una libertà assoluta, priva di vincoli e restrizioni. Una libertà che vede i desideri del soggetto come unico metro di misura di ciò che è giusto e sbagliato…

Ma questo tipo di libertà difficilmente conduce alla felicità, ad una vera realizzazione di sé e alla costruzione di un progetto famigliare solido, raggiungibili solo con costanza, spirito di sacrificio, fedeltà. E, forse, uno dei pochi pregi della serie è proprio quello di riuscire a mostrare come quelle relazioni in cui il soggetto - e non la coppia – si trova al centro siano tremendamente fragili e inclini alla rottura.

  

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOGAN - THE WOLVERINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/01/2017 - 08:01
Titolo Originale: LOGAN
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Michael Green, Scott Frank
Durata: 137
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E.Grant, Boyd Holbrook, Dafne Keen

Nel 2024, con la popolazione mutante quasi estinta, Wolwerine, malandato e alcolizzato, tira a campare facendo l’autista e ogni sera attraversa il confine con il Messico per raggiungere una cisterna abbandonata, dove si prende cura del vecchissimo professor Xavier. Due relitti in attesa di trasferirsi altrove (ma forse è solo un sogno impossibile), la cui vita viene sconvolta dalla comparsa di una giovane mutante che con Logan ha molto in comune. Riluttante all’inizio Logan è costretto a prendersene cura; comincia così per lui un viaggio che lo porterà a una definitiva resa dei conti con il suo passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette ma la durissima morale del film lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata
Giudizio Tecnico 
 
Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga
Testo Breve:

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso che però non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi 

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso, che però, come nella migliore tradizione dei cinecomic dedicati ai mutanti, non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento (che pure non mancano) ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi.

Logan, condannato dalla sua mutazione a non invecchiare e ad affrontare mille battaglie grazie alla facoltà di rigenerare i suoi tessuti, non è però più quello che abbiamo visto nei precedenti film della saga. Il suo corpo porta ora i segni della malattia (legata, anche se non viene mai dato per certo, alla presenza dell’indistruttibile adamantio dei suoi artigli), del vizio dell’alcool, ma soprattutto di un lasciarsi andare senza speranza, solo in parte contraddetto dall’impegno che mette nel prendersi cura dell’ormai malconcio dottor Xavier.

I mutanti, dunque, nell’universo di Logan sono una razza in estinzione, ormai forse neppure degna di essere “cacciata” come in alcuni episodi precedenti. Del resto anche il resto del mondo, in fondo non poi molto diverso da oggi, sembra sempre più diviso tra ricchi e poveri, con tanto di muro a separare gli Usa dal Messico, lo stesso paese dove la “solita” multinazionale con agganci governativi fa esperimenti su giovani donne troppo povere per dire di no e i cui figli hanno tutti i colori delle minoranze.

Ma poi qualcosa accade, o piuttosto qualcuno…una bambina che ha molto in comune con Logan, dagli artigli alla violenza che scatta incontrollabile e distruttiva, ma soprattutto lo sguardo di chi non ha niente e nessuno a cui appartenere. Come ne Il cavaliere della valle solitaria che nel film di Mangold è ripetutamente citato a livello visivo e non solo, ma forse ancora di più come nei western postmoderni di Clint Eastwood (Unforgiven è l’esempio più immediato), l’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette (“Una volta che hai ucciso non lo puoi più cancellare”) pur se lo fa per difendere qualcuno, che sa che per lui non esiste happy ending, e che la morte, quando arriverà, potrà forse dargli la pace.

La durezza del mondo che Logan racconta, in cui le buone azioni spesso e volentieri vengono ricompensate con la violenza, fa da contraltare al legame che si crea tra Logan e la piccola Laura (muta fin oltre a metà del film), una creatura selvatica e volitiva che trascina Wolverine in un viaggio che lo cambierà per sempre.

I cattivi sono quelli di sempre, interessati a sfruttare le mutazioni per il potere, decisi a nascondere le tracce dei propri errori con l’omicidio, rispetto ai quali il cinismo di Logan si trasforma in un’ultima battaglia in difesa dei giovani mutanti compagni di Laura.

Non è decisamente un film per tutti l’ultimo capitolo delle avventure di Wolverine, la cui durissima morale tuttavia lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità. Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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