Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

L'INFANZIA DI UN CAPO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/29/2017 - 21:24
Titolo Originale: The Childhood of a Leader
Paese: Regno Unito, Francia, Ungheria
Anno: 2015
Regia: Brady Corbet
Sceneggiatura: Brady Corbet, Mona Fastvold
Produzione: : Bow and Arrow Entertainment, Bron Capital Partners, FilmTeam
Durata: 115
Interpreti: Tom Sweet (Prescott), Bérénice Bejo (la madre), Liam Cunningham (il padre), Robert Pattinson (Charles Maker), Stacy Martin (Ada), Yolande Moreau (Mona)

Il film racconta una parte della vita e della formazione del piccolo Prescott subito dopo la fine della prima guerra mondiale nella villa vicino a Parigi dove si è dovuto trasferire con la madre per seguire il padre, consigliere del presidente americano Wilson, che lavora alle trattative diplomatiche in vista della definizione del trattato di Versailles.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nonostante nel film siano chiari i possibili danni conseguenti ad una educazione priva di positivi esempi e valori affettivi ed umani, manca una chiara risposta alle questioni sia personali che storiche che vengono prese in esame
Pubblico 
Maggiorenni
Per le molte scene drammatiche che coinvolgono un bambino
Giudizio Tecnico 
 
L’ottimo lavoro di regia, tra musica, fotografia e montaggio, riesce nell’intento di destare sconcerto nello spettatore e avvincerlo con un racconto non toccante ma potentemente impressionante.
Testo Breve:

L’infanzia in un ipotetico dittatore che si che trasforma la sua felicità in violenza mentre riceve una educazione priva di valori affettivi ed umani. Un film disturbante che avvince per la potenza delle immagini e della musica 

Una biografia immaginaria che si muove tra storia e filosofia del novecento, L’infanzia di un capo è l’ambiziosa opera prima di Brady Corbet. L’attore statunitense porta sul grande schermo il drammatico racconto dell’infanzia di un ipotetico dittatore a cavallo tra le due guerre mondiali ispirato all’omonimo testo dello scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre e interpretato da Bérénice Bejo, Robert Pattinson, Stacy Martin, Liam Cunnnigham e Tom Sweet. Alla 72a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia il film ha vinto il Premio Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima 'Luigi De Laurentiis' e il Premio Orizzonti per la Miglior Regia.

Corbet si muove tra filosofia esistenzialista e racconto allegorico e nel girare il suo film sembra non temere l’incomprensione da parte del pubblico. L’infanzia di un capo è infatti la storia di un bambino, Prescott, colta in un difficile momento di crescita, fortemente messa in crisi dagli eventi politici e dal contesto sociale dell’epoca che influenzano e deformano la formazione del bambino.

Prescott (Tom Sweet) è figlio di un diplomatico americano (Liam Cunningham), consigliere del presidente Woodrow Wilson, e di una bellissima donna francese (Bérénice Bejo). Intorno al 1919 il padre di Prescott è inviato dal presidente in Francia come delegato per concludere le trattative che porteranno alla firma del Trattato di Versailles, così sua moglie e suo figlio, ancora bambino, sono costretti a lasciare gli Stati Uniti per seguirlo in un piccolo paese appena fuori Parigi. Madre e figlio nella nuova grande dimora francese trascorrono una vita tranquilla ma isolata, le loro giornate sono scandite dalle funzioni parrocchiali, dalle sporadiche visite del giovane giornalista e amico di famiglia Charles Maker (Robert Pattinson) e dalle settimanali lezioni private di francese che la giovane Ada (Stacy Martin) impartisce a Prescott. Il padre, severo e duro sia con la moglie che con il figlio, intanto è sempre più impegnato a mandare avanti le delicate trattative che lo costringono ad assentarsi da casa anche per intere settimane. Prescott però fatica ad accettare il cambiamento e sembra riuscire a non trovare alcun conforto nemmeno nella presenza della madre, che nasconde dietro atteggiamenti rigidi, freddi e a volte persino scostanti, debolezza e fragilità sia nell’educare il figlio che nel concedergli l’affetto di cui avrebbe bisogno. Pertanto Prescott comincia ad affezionarsi all’anziana e comprensiva cameriera Mona, ma ben presto a causa della gelosia della madre gli sarà tolto anche questo conforto.

Atmosfere cupe, paesaggi grigi, ambienti impersonali e austeri e una colonna sonora ricca di enfasi e inquietudine conferiscono alla storia un senso di angosciante oppressione. Il film è diviso in quattro atti, i primi tre corrispondenti ai peggiori scatti d'ira del protagonista e rappresenta il racconto della formazione del carattere di un ipotetico futuro tiranno politico, egocentrico e nazionalista. Non v’è amore, né pietà, né perdono, né accoglienza, né affetto nella famiglia del bambino e Prescott cresce come una sorta di bestiola da addomesticare con punizioni rigide e a volte umilianti.

I suoi stessi genitori vivono la loro relazione in modo quasi alienante, completamente compenetrati da uno spietato individualismo che il figlio assorbe in misura sempre maggiore. Ogni episodio della vita di Prescott, dal rapporto con la madre, con il padre, a quello con la bella insegnante di francese, è svuotato di ogni significativo valore umano e ridotto a semplice funzione. Ogni volta che il bambino sembra manifestare il suo bisogno d’affetto l’atteggiamento respingente dell’ambiente circostante genera in lui una serie di scatti d’ira che si fanno via via sempre più violenti, disturbanti e sconcertanti. Anche la religione, probabilmente di stampo calvinista, è vista come un’opprimente imposizione, un insieme di rigide e oscure formalità esteriori da espletare svuotate di ogni contenuto e valore.

Ne L’infanzia di un capo sembra quindi che l’ambiente circostante e la situazione storica siano condizioni tali da generare una sorta di mostro, ma è proprio l’amico Charles Maker, personaggio meno marginale di quanto non possa sembrare, a sintetizzare il senso del film: “Questa è la tragedia della guerra: non che un uomo solo abbia il coraggio di essere cattivo, ma che così tante persone non abbiano il coraggio di essere buone”.

Nonostante il finale decisamente criptico e lo sviluppo della storia non sempre semplice da seguire a causa della forte sensazione di rabbia e frustrazione generata dai personaggi, L’infanzia di un capo è un film che riesce a destare sconcerto e coinvolgimento, non cattura per il racconto ma per le insolite corde narrative che va a toccare e attraverso le quali spinge ad una riflessione.

Al potente lavoro di Corbet mancano però delle risposte sia sul piano della narrazione che su quello del significato, la storia e la sua interpretazione infatti rimangono ambigue e difficili da comprendere fino in fondo.   

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CIVILTA’ PERDUTA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/23/2017 - 10:44
Titolo Originale: The Lost City of Z
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray
Produzione: MICA Entertainment, MadRiver Pictures, Plan B Entertainment, Amazon Studios
Durata: 140
Interpreti: Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller, Tom Holland

Il racconto della lunga avventura dell’esploratore Percy Fawcett che a partire da 1925 cominciò ad esplorare le regioni meno conosciute della foresta amazzonica alla ricerca di un’antica civiltà, lo splendente regno di El Dorado. Dopo essere riuscito ad attirare l’attenzione mondiale sulle sue teorie Fawett si imbarca per un’ultima spedizione insieme al figlio maggiore Jack

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
il legame esistente tra il protagonista e sua moglie è commuovente ed esemplare. Nonostante Fawcet ami sinceramente la sua famiglia e le sue ricerche si trasformino via via in una vera ossessione che lo allontano dai suoi cari, è soprattutto sua moglie Nina a dare prova di grande forza e determinazione, affetto e fiducia nei confronti del marito, sia come uomo che come esploratore
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza e tensione
Giudizio Tecnico 
 
il film è girato con molta cura nella fotografia e molta attenzione alla ricostruzione di ambienti e paesaggi dell’epoca. L’interpretazione del cast artistico è intensa e coinvolgente, tuttavia il racconto risente del peso dell’estensione dell’arco temporale che obbliga a salti e stacchi spesso troppo netti, frettolosi e frequenti.
Testo Breve:

La storia vera di un esploratore dell’Amazzonia agli inizi del secolo scorso alla ricerca di una civiltà sconosciuta. Un racconto d’avventura sullo sfondo di un impero britannico ormai in decadenza che non riesce ad approfondire le intime intenzioni dei personaggi 

Basato sul libro Z. la città perduta di David Grann, Civiltà perduta, scritto e diretto dallo statunitense James Gray, è il racconto romantico e tormentato di un’avventura epica ai limiti dell’ossessione. Un’ossessione piuttosto diffuso nei primi anni del secolo scorso, caratterizzati da un’intensa ondata di interesse verso le esplorazioni geografiche.

Nei primi anni del ‘900 l’attenzione verso terre e culture sconosciute e il desiderio di recuperare tesori perduti e nascosti si erano diffusi in ogni nazione e influenzavano quasi ogni ambito delle scienze e dell’arte. Neanche  il flagello della grande guerra frenò la spinta di geografi e archeologi ad imbarcarsi in imprese spesso al limite della sopravvivenza nella speranza di scoprire e approfondire la conoscenza di ignote civiltà del passato. Il britannico Percy Fawcett fu tra questi e la sua lunga avventura alla ricerca della leggendaria città d’oro nascosta nella foresta amazzonica durò quasi vent’anni.

Nel 1906 il maggiore Percy Fawcett (Charlie Hunnam) viene reclutato dalla Royal Geographical Society di Londra per mappare territori inesplorati in Brasile, Perù e Bolivia. Nonostante l’impresa si presenti assai rischiosa e ardua, Fawcett ha un duplice interesse nell’accettare l’incarico: da una parte sa che questa potrebbe essere la migliore occasione per ridare lustro al nome della sua famiglia e dall’altra è convinto che in queste terre si nascondano grandi tesori dal punto di vista sia storico che scientifico.

Nel corso della sua prima missione Percy fa la conoscenza di un esploratore, Henry Costin (Robert Pattinson), che resterà al suo fianco in diverse altre circostanze della sua vita. Nonostante le enormi difficoltà, Fawcett riesce a tracciare il percorso del Rio Verde fino alla sua sorgente e inizia a raccogliere indizi che gli fanno supporre che l’Amazzonia un tempo abbia ospitato un’antica e fiorente civiltà a cui egli dà il nome “Z”.

Mentre le sue spedizioni si susseguono e le sue ricerche proseguono negli anni, sua moglie Nina (Sienna Miller) dà alla luce tre figli. Ed è proprio grazie al sostegno e alla vicinanza della moglie che Percy riesce a trovare in una biblioteca il manoscritto su cui si fondano tutte le sue teorie.

Al momento dello scoppio della prima guerra mondiale il maggiore Fawcett è però costretto ad interrompere le sue esplorazioni per andare a combattere sul fronte occidentale dove viene gravemente ferito ma il riposo forzato a cui è costretto dopo la fine della guerra non fa che aumentare la sua ossessione di trovare “Z”. Sebbene le costi un grande sacrificio Nina comprende quanto sia vitale per suo marito riprendere le sue ricerche e acconsente che Percy parta per una nuova missione in Amazzonia portando con sé questa volta anche suo figlio Jack (Tom Holland).

Tra infernali avventure e romantiche aspirazioni il film di Gray si snoda lungo un arco temporale ampio e denso di avvenimenti sia storici che personali della vita del protagonista. Z, pur nella sua assenza, è il sogno, l’idea, l’aspirazione, il mistero che cresce fino a diventare una vera ossessione. La ricerca di Z anima e pervade ogni aspetto e momento del racconto e spinge il protagonista ad affrontare e superare anche sacrifici enormi. Fawcett infatti trascorre molto tempo lontano dalla sua famiglia e, sebbene sia un marito affezionato e devoto, è assente persino nel momento in cui nascono i suoi figli.

Accanto a lui si cela però forse la vera fonte della sua forza e del suo eroismo, sua moglie Nina. Nina non solo attende pazientemente il ritorno del marito, ma riesce, anche quando questi è lontano, a sostenerlo e persino incoraggiarlo. Uno degli aspetti più affascinanti della storia risiede proprio nel fatto che fra tutti e più di tutti Nina è la prima a credere non tanto nella possibile esistenza di Z, quanto nelle capacità di suo marito. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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METRO MANILA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/20/2017 - 13:57
Titolo Originale: Metro Manila
Paese: GRAN BRETAGNA, FILIPPINE
Anno: 2013
Regia: Sean Ellis
Sceneggiatura: Sean Ellis, Frank E. Flowers
Produzione: CHOCOLATE FROG FILMS
Durata: 114
Interpreti: Jake Macapagal, John Arcilla, Althea Vega, Ana Abad-Santos

Oscar Ramirez è un contadino delle risaie del nord delle Filippine. Dopo che ha lavorato per tutta la stagione, lui e sua moglie Mai, non riescono neanche a ricavare, vendendo il raccolto, i soldi necessari per comperare le sementi per l’anno successivo. Si decidono allora per un passo estremo: lasciano la campagna con i loro due figlioletti per cercare un lavoro nella capitale Manila, ma, a causa della loro disarmante onestà, finiscono per essere preda di imbroglioni e sfruttatori. Alla fine Mai è costretta ad accettare il ruolo di barista in un locale ambiguo e Oscar viene ingaggiato per un lavoro lucrativo ma pericoloso: fare da vigilante per un servizio di trasporto valori su camion blindati. I loro problemi sembrano avviarsi a una soluzione quando nuove minacce mettono a dura prova la loro onestà..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo profondamente onesto finisce, spinto dalla necessità, per venir meno ai propri principi ritenendo, in questo modo, di fare almeno il bene della sua famiglia
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere thriller, qualche rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Ottima sceneggiatura e bravi gli attori. Questo film inglese si è aggiudicato tre premi al 16° British Independent Film Awards e il premio del pubblico al Sundance Film Festival
Testo Breve:

Una coppia di contadini con I loro due figli, spinti dalla fame, decidono di lasciare i campi per cercare lavoro a Manila. Un film ben realizzato che parte da uno spunto sociale per poi trasformarsi in un thriller dal finale inaspettato

Esce solo adesso nelle sale italiane questo film inglese del 2013 che si è giustamente meritato tre premi al 16° BIFA (British Independent Film Awards). Il film è interamente ambientato nelle Filippine e in tutta la sua prima parte si fa apprezzare per un’attenta ricostruzione ambientale e sociologica, sia della vita dei contadini nelle risaie del nord del paese che nella caotica e violenta Manila. Il cuore si stringe per Oscar e Mai, onesti ma poveri contadini, che debbono subire i soprusi di un grossista che impone loro un prezzo ridicolo per il loro raccolto di riso. Anche dopo, partecipiamo alle loro ansie per cercare un posto dove dormire nei sobborghi malfamati della grande città mentre Oscar deve lottare per trovare un lavoro a giornata, ricevendo solo un panino e una bibita come ricompensa.
Se i due posso aprirsi per un momento alla speranza quando entrambi riescono a trovare qualche forma di lavoro (lei deve intrattenere, con non poco imbarazzo, i clienti di un bar cercando di far loro ordinare nuove bottiglie), entrambi dovranno presto accorgersi che coloro che li hanno aiutati lo hanno fatto per proprio tornaconto e che la loro prossima richiesta metterà a dura prova l’onestà di entrambi. Inizia così il secondo capitolo del film e quando entrambi cercano di uscire dal vicolo cieco nel quale sono stati spinti, la storia si carica delle ansie e delle incertezze tipiche di un giallo. Anche questa componente thriller è stata ben disegnata e si conclude con un inaspettato colpo di scena. Dispiace però che la costruzione di un finale ad effetto abbia finito per mettere in secondo piano l’altro tema sviluppato, forse più originale, riguardo alla sfida morale a cui entrambi sono sottoposti.  Se Mai ha il coraggio di restare coerente a ciò che le detta la sua coscienza, viene alla ribalta, riguardo a Oscar, un tema etico già affrontato in altri film (citerei soprattutto Gran Torino). In questi si presuppone che sia lecito, anzi sia un fatto positivo, cercare la morte, non per salvare la vita di qualcun altro di fronte a una minaccia insopprimibile, ma per dei beni inferiori.

Se nel caso del film Gran Torino, la fine della vita del protagonista veniva cercata per “incastrare” dei malfattori, Oscar, il protagonista di questo film, mette a repentaglio la propria vita per garantire il benessere materiale della propria famiglia. Ma un padre vivo accanto ai propri figli vale molto di più di una condizione economica fuori dalla povertà

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA DOPPIA VERITA’

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/15/2017 - 08:18
Titolo Originale: The Whole Truth
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Courtney Hunt
Sceneggiatura: Nicholas Kazan
Produzione: PalmStar Media, Whole Truth Productions
Durata: 93
Interpreti: Keanu Reeves, Renée Zellweger, Gugu Mbatha-Raw, Gabriel Basso, Jim Belushi, Sean Bridgers

Mike Lassiter è il giovane figlio di un affermato avvocato americano trovato morto dalla moglie, ucciso da un colpo di pugnale in casa propria. Il ragazzo, ancora adolescente, viene accusato di parricidio e processato in primo grado. Lo difende l’avvocato Richard Ramsey , amico di vecchia data del padre, con cui però Mike si rifiuta di parlare. A seguito di un’apparente confessione da parte del ragazzo, il caso presentato ai membri della giuria popolare sembra di facile risoluzione, ma Ramsey, per affetto della madre e del figlio non è intenzionato a cedere

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il valore della verità è posto tutto in una semplicistica contrapposizione tra menzogna e realtà dei fatti e il film evidenzia quanto sia facile nascondere la verità, sia per le menzogne di chi dovrebbe testimoniare che per la cecità di chi dovrebbe giudicare
Pubblico 
Adolescenti
Non adatto ai bambini per la descrizione di orribili delitti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia assai semplice nella sostanza ma abilmente raccontata e ricostruita
Testo Breve:

Un legal thriller che tiene sulle corde lo spettatore nell’aspettativa di un colpo di scena finale (che arriva ma che delude), una storia triste su quanto sia facile nascondere la verità

I rimandi cinematografici a cui porta Una doppia verità sono plurimi, da The witness – Il testimone al caso Thomas Crawford, solo per citarne un paio, ma questo film somiglia più ad una puntata estesa di una serie di un legal drama. La narrazione si sviluppa sovrapponendo e alternando il piano del tempo del racconto, ovvero quello del processo, con quello della memoria dell’imputato, Mike Lassiter(Gabriel Basso), un ragazzo di quasi diciassette anni accusato dell’omicidio del padre. Tutto è raccontato attraverso la voce dell’avvocato Richard Ramsey (Keanu Reeves), amico di famiglia dei genitori del ragazzo che si trova nella difficile posizione di dover difendere Mike dall’accusa di omicidio di primo grado senza che questi gli rivolga mai la parola. Renée Zellweger è Loreta Lassiter, madre dell’imputato e moglie della vittima, il famoso avvocato Boone Lassiter (Jim Belushi), una donna fragile e vessata dal marito quando era in vita.

In termini filosofici l’espressione “doppia verità” si riferisce ad una questione per cui sarebbero possibili due distinte verità, una razionale e l’altra di fede o religiosa, fra loro in contraddizione, ma contemporaneamente valide ciascuna nel proprio ambito. Una dottrina superata dal concetto secondo cui ciò che la ragione, a causa dei suoi limiti, non riesce a comprendere in modo adeguato, trova invece nella fede una ragionevole e adeguata spiegazione. Tuttavia non è questo il caso del film. Qui infatti la contrapposizione è posta in modo assai più semplice tra verità e menzogna.

In una delle prime scene del film l’avvocato Ramsey spiega bene alla sua assistente che è necessario partire presupposto che tutti, per i più disparati motivi, mentono, anche e soprattutto di fronte ad una giuria e sotto giuramento. Come in ogni giallo legale, anche in Una doppia verità si dà allo spettatore la sensazione di aver compreso, sin da subito, la verità dei fatti, salvo poi scoprire solo alla fine il reale intreccio della vicenda. 

Tutta la storia, per quanto dura, se analizzata in se stessa è alquanto semplice. Tuttavia, come in un gioco da tavolo, l’aspetto avvincente consiste nello sforzo richiesto allo spettatore nel dover riformulare il proprio verdetto man mano che si aggiungono nuovi elementi alla storia, proprio come se egli stesso fosse uno dei membri della giuria in tribunale.  

Tuttavia in Una doppia verità la cecità della giustizia di fronte all’abilità degli avvocati di manipolare la realtà, sia quella passata che quella presente, è disarmante, così come lo è anche la scarsa attendibilità dei testimoni poco affidabili e dei personaggi quasi tutti alquanto ambigui. Tanto che, per quanto appassionante, il film lascia un po’ delusi rispetto alle aspettative di scoprire la tanto agognata verità sulle persone, si intuisce essere ben più complessa e sfaccettata di quanto non sia presentata.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA VITA, UNE VIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 08:40
Titolo Originale: Une vie
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon
Produzione: TS Productions, France 3 Cinéma, Versus Production
Durata: 119
Interpreti: Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield

Jeanne è una giovane aristocratica dei primi dell’800 che sposa un nobile caduto in disgrazia meschino e traditore e riceve dalla vita una lunga serie di dolorose delusioni

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Matrimonio, famiglia, convenzioni sociali, religione e relazioni umane sono presentate come una sorta di gabbia soffocante portatrice di dolore e delusioni. Tutta la storia è priva di un percorso di crescita che porti ad una maggiore consapevolezza di sé e della gestione degli affetti
Pubblico 
Maggiorenni
A causa della pesantezza degli argomenti trattati
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile delle riprese e la fotografia si adattano in modo perfetto alle atmosfere e ai contenuti della storia, conferendo al dramma un valore fortemente poetico
Testo Breve:

Dal romanzo di Maupassant, la storia di una giovane aristocratica che subisce una lunga serie di dolorose delusioni. Una trasposizione minimalista per un racconto cupo sulla condizione della donna ai primi dell’800

Una vita, una vie di Stéphane Brizé è la nuova trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Guy de Maupassant del 1883. Il film è stato presentato in concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed ha vinto il Premio Fipresci. Al di là dell’indubbio valore letterario e dunque culturale di una delle più rappresentative opere del realismo francese, la domanda che però ci si pone di fronte al nuovo rifacimento cinematografico del primo celebre romanzo di Maupassant è se un tale lavoro sul grande schermo abbia effettivamente qualcosa di significativo da dire ai giorni nostri.

Oltre ai diversi film fatti per la televisione, la precedente trasposizione cinematografica risale al 1958 e fu realizzata dal regista francese Alexandre Astruc con il titolo Una vita – Il dramma di una sposa. Astruc, uno dei fondatori della Nouvelle Vague, con il suo stile si sforzò di trasformare il linguaggio cinematografico in una nuova forma di linguaggio letterario, un po’ come Maupassant a suo tempo si era impegnato ad introdurre nella prosa del romanzo il linguaggio poetico. Il recente sforzo del regista e sceneggiatore Stéphane Brizé in Una vita, une vie sembra andare un po’ nella medesima direzione, ma ciò che ne risulta è solo un esasperante esercizio di stile.

Brizé richiama lo stile sintetico ed evocativo dell’autore francese attraverso un racconto che procede per tagli netti, inquadrature in primo piano sullo sfondo di una scenografia ridotta quasi all’essenziale e di suggestivi e poetici paesaggi in lontananza.

La storia resta fondamentalmente fedele a quella del romanzo e ripercorre l’intero arco della vita di Jeanne, una giovane aristocratica del 1819. Figlia unica del barone Simone-Jacques Le Perthuis e di sua moglie Adelaide, dopo essere stata educata in un collegio religioso, Jeanne si trasferisce presso la residenza di famiglia in Normandia dove vive giorni felici carichi di aspettative per il futuro. I genitori decidono di darla in sposa ad un nobile decaduto di cui la fanciulla è platonicamente innamorata, il visconte Julien de Lamare. Ben presto però Julien si rivela avido ed egoista infrangendo i romantici sogni di Jeanne. La giovane sposa scopre anche che Julien la tradisce con la serva Rosalie, dalla quale questi aspetta un figlio. Rosalie viene allontanata dalla residenza e gli sposi hanno un bambino, Paul. Tuttavia Julien continua a tradire la moglie con una vicina di casa, Gilberte, finché la vicenda trova un tragico epilogo. Jeanne rimasta sola a crescere Paul riversa sul figlio tutte le sue attenzioni, ma anche questi crescendo le causerà grande dolore.

Il romanzo di Maupassant dipingeva il panorama della condizione femminile ottocentesca senza nascondere la forte ostilità dell’autore nei confronti della religione e della borghesia dell’epoca. Stéphane Brizé compone un racconto per immagini che in sostanza non si discosta dalla posizione dell’originale romanzo e realizza una sorta di epopea decadente.

Inquadrature asfittiche, un racconto minimalista e spossante che mette a dura prova lo spettatore, Una vita, une vie manifesta un pessimismo che non dà tregua fino alla fine in un susseguirsi di tragiche delusioni in cui sembra che la protagonista, frustrata in ogni sua aspettativa, non trovi la forza di reagire né in se stessa né in coloro che le stanno accanto. Le aspettative, un po’ infantili, su cui Jeanne aveva investito il senso della sua intera esistenza vanno crollando sotto i suoi occhi una dopo l’altra ed ella si lascia quasi schiacciare dagli eventi.

La debolezza della protagonista si somma a quella di tutti gli altri personaggi che sembrano paralizzati dall’incapacità di affrontare le proprie e le altrui fragilità in un soffocante circolo vizioso. L’isolamento esistenziale che tale stato genera sembra giustificato e quasi indotto dall’ingerenza di figure ecclesiastiche che, invece che liberare la persona attraverso una visione più soprannaturale della vita, la affossano in un inesorabile immobilismo allontanandola da ogni possibile ricerca di felicità, come se l’unica vera forma di pace auspicabile in questa vita fosse quella che risiede in una sorta di rassegnata e passiva atarassia.

Jeanne soffre terribilmente e disperatamente ma l’esperienza non la porta ad alcuna forma di maturazione o crescita, né interiore né emotiva. Dall’inizio alla fine ella resta la fanciulla ingenua, debole e fragile delle prime scene, solo più logorata dalla sconfortante disillusione che le relazioni umane le hanno causato. La fede non dà forza né speranza ma imprigiona in una muta rassegnazione.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CUORI PURI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/26/2017 - 10:14
Titolo Originale: Cuori Puri
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Roberto De Paolis
Sceneggiatura: Luca Infascelli, Carlo Salsa, Greta Scicchitano, Roberto De Paolis
Produzione: YOUNG FILMS CON RAI CINEMA
Durata: 114
Interpreti: Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce

Agnese è alla vigilia del suo diciottesimo compleanno; la sua vita scorre serena accanto alla madre, che accompagna spesso, assieme ad altri operatori della parrocchia, al campo nomadi, per distribuire vestiti usati e giocattoli. Stefano è un ragazzo di borgata, che ha deciso di mettere la testa a posto e svolge la funzione di guardiano al parcheggio di un supermercato. Il padre è disoccupato e i suoi genitori rischiano di venir sfrattati da un momento all’altro. Un giorno Stefano coglie in fallo Agnese: ha rubato un cellulare al supermercato e vuole portarla dalla polizia. Agnese lo supplica di lasciarla andare: lo ha fatto perché sua madre le ha sequestrato, per punizione, il telefonino. Alla fine Stefano l’accontenta. Ma i due sono destinati a incontrarsi di nuovo...…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo e una ragazza, privi di solidi riferimenti, agiscono in modo amorale giustificandosi per lo stato di necessità in cui si trovano
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo. Una scena prolungata di incontro sessuale con dettagli crudi. Una nudità parziale. Una scena di vendita di droga a dei minorenni. Una scena di furto con la minaccia di un coltello
Giudizio Tecnico 
 
Questo film si eleva al di sopra della media dei film italiani per il suo intenso realismo narrativo. Eccellente la recitazione dei due protagonisti
Testo Breve:

Due giovani uniscono le loro solitudini. Lei vive in un contesto cattolico formalmente corretto ma che non la coinvolge; lui in un degradato ambiente di borgata. Un racconto a tinte forti realizzato molto bene.

Il film è potenzialmente interessante perché tratta un tema poco presente sui nostri schermi, quello della castità. Al centro c’è una ragazza che ha da poco compiuto 18 anni, sente le pulsioni del primo vero innamoramento ma vive in un contesto sereno di ragazzi di parrocchia impegnati nel sociale, ha confidenza con don Lucio, un sacerdote simpatico della sua parrocchia che sa intrattenersi con i giovani e ha una madre che le vuole molto bene, con la quale ha un rapporto quasi da sorella, da quando il padre non è più con loro. Occorre aggiungere che nel suo ambiente si fa sentire l’influenza dell’associazione Cuori Puri , un’iniziativa (realmente esistente) per i giovani e le coppie che decidono di scegliere la castità fino al giorno del matrimonio.

Abbiamo parlato di “potenzialmente” interessante, perché i presupposti a favore di questa virtù sono tutti fasulli e il film viaggia inesorabilmente verso la prima esperienza sessuale di Agnese con il suo ragazzo. Non si può dire che l’autore abbia sviluppato un film a tesi con un finale preconfezionato, ma “non c’è partita”,  fra un sentimento forte e sincero che spinge, in modo naturale, verso la ricerca dell’intimità e un contesto, così com'è stato disegnato nel film, puramente esteriore, incapace di trasmettere valori che coinvolgano intimamente la ragazza. Il film diventa così un manifesto di: “come non realizzare la formazione sentimentale dei giovani”.

La madre, che pur vuole sinceramente bene alla figlia, si limita a ossessionarla con un’idea di verginità intesa come integrità fisica, la spingere ad aderire a Cuori Puri ma non la sentiamo mai parlare della bellezza di un amore uomo-donna fatto per durare una vita. Vive nel perenne sospetto di cosa possa fare o non fare sua figlia, andando anche a leggere i messaggi del suo cellulare e alla fine manca della sensibilità necessaria per accorgersi che la figlia si è innamorata. Il risultato è che quando Agnese sente dentro di se un sentimento assolutamente nuovo, lo protegge istintivamente e non si confida con lei.

Il simpatico don Lucio, che fa divertire i ragazzi e dice molte cose sensate, sottolinea soprattutto il perdono di Dio di fronte alle nostre debolezze (“Dio è come un navigatore satellitare: se sbagliamo strada, non ci sgrida ma ricalcola il nuovo percorso per raggiungere ugualmente la meta”). Per lui l’uomo è soprattutto una persona fragile che pecca continuamente ma che può venir continuamente perdonato. Manca ogni accenno alla bellezza della vocazione matrimoniale.  Peccato che alle orecchie di Agnese il messaggio suoni diversamente: andiamo dove ci porta l’istinto; il Signore comprenderà e perdonerà.

Stefano è più grande, ha 25 anni, vive in un contesto degradato dove i suoi compagni vivono di espedienti. E’ irruento e impulsivo, ha non pochi problemi familiari (i suoi genitori sono stati sfrattati) ma alla fine sa impegnarsi verso chi gli vuole bene.

Nell’incontro fra Agnese e Stefano, lei percepisce in lui un appiglio solido alle sue insicurezze, lui coglie in lei quella tenerezza e fragilità da proteggere che danno un senso nobile alla sua vita.  Il loro affetto  si rinforza progressivamente e sembrano due novelli Romeo e Giulietta, non certo perché le loro famiglie siano in conflitto, ma perché entrambi vivono con sofferenza all’interno dei loro rispettivi ambienti e quel sentimento è la prima cosa veramente tutta loro.

Questo film si discosta nettamente dalla media delle produzioni italiane, da molto tempo modeste.La ricostruzione dell’ambiente di borgata, il modo di agire e di parlare dei personaggi è particolarmente realistico. I dialoghi sembrano  improvvisati, nei momenti dei litigi come nei momenti di sommesso pudore ma se così non fosse, ciò andrebbe a maggior merito del regista esordiente Roberto De Paolis. Selene Caramazza nella parte di Agnese esprime molto bene le sue incertezze, la fatica per comprendere i suoi stessi sentimenti mentre Simone Liberati, nella parte di Stefano è impagabile nel suo atteggiamento burbero che però non lo porta mai ad essere veramente cattivo.

Possiamo dire che con questo Cuori puri assieme a Fiore di Claudio Giovannesi, sia nato un nuovo filone che potremmo chiamare neo-neorealismo per la sua capacità di attanagliare lo spettatore sulla realtà che rappresentano, in entrambi i casi giovani di borgata ai margini della società, alla ricerca della loro felicità.

Peccato che questa scelta realistica abbia voluto dire, per Cuori Puri, la rappresentazione prolungata, con realismo crudo, di un incontro amoroso.

Niente di nuovo, da questo film, per quel che riguarda la rappresentazione dei giovani. Sembrano solo mossi dalla necessità di rispondere alle proprie necessità o alle proprie passioni e a nient’altro.

Se Agnese è rimasta senza cellulare perché la madre glielo ha sequestrato, trova inevitabile andare a rubarne un altro in un supermercato. Se Stefano è rimasto senza lavoro, finisce per accettare di vendere la droga e la fornisce anche a dei bambini, in una scena odiosa, alla fine del film. Non c’è nessun valore da difendere e le virtù sono realtà sconosciute.  Il film finisce per diventare un manifesto del soggettivismo socialmente irresponsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FORTUNATA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/22/2017 - 13:06
Titolo Originale: Fortunata
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Francesca Manieri, Sergio Castellitto
Produzione: INDIGO FILM, IN ASSOCIAZIONE CON HT FILM, ALIEN PRODUZIONI
Durata: 103
Interpreti: Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Nicole Centanni,Hanna Schygulla

Fortunata, una giovane donna che vive in una borgata romana, va sempre di fretta. La mattina deve lasciare la figlia Barbara di otto anni dalle suore perché si deve recare nelle abitazioni dove l’hanno chiamata per fare la parrucchiera a domicilio. E’ separata dal marito Franco, un uomo ruvido che ogni tanto va a trovarla cercando pretesti per molestarla sottrargli la figlia. Riesce a confidarsi solo con Chicano, un amico fin dall’infanzia, bipolare e tossico, che deve accudire una madre, un tempo un’attrice famosa, malata di Alzheimer. Il tribunale ha prescritto che Barbara debba incontrarsi con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio, per monitorare i traumi che ha subito a causa della separazione. Durante le sedute, Fortunata fa amicizia con Patrizio, che sembra comprendere la sua situazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta personaggi che sono dei gusci vuoti, in preda alle loro passioni, condizionati dal loro passato. Un tentativo di suicidio e un episodio eutanasico. Non emerge alcun personaggio positivo
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di incontri sessuali con nudità. Il tentato suicidio di una bambina. Un caso di eutanasia. Il film viene sconsigliato per l’antropologia che viene rappresentata, esseri umani non liberi, con un destino determinato dal loro passato e dominati dalle loro passioni
Giudizio Tecnico 
 
Ottima prestazione di Jasmine Trinca e Edoardo Pesce. Il regista è bravo a dirigere gli attori ma non riesce a convogliare in un flusso ordinato i troppi spunti della sceneggiatura
Testo Breve:

Fortunata è una esuberante ragazza di borgata romana che ha molti problemi anche perché se li crea da sola. Un racconto eccessivo in molti aspetti che sottende una visione dell’uomo vittima impotente delle proprie passioni

Il duo coniugale Margaret Mazzantini (sceneggiatura) e Sergio Castellitto (regia) si è avventurato questa volta nel mondo delle borgate romane. Lo fa puntando tutto sul personaggio di Fortunata, presente in quasi tutte le scene, in primissimo, in medio e in piano lungo, quando corre, urla, ride, piange, balla, dorme con la figlia accanto o si unisce a un uomo. Una Jasmine Trinca estroversa, sovrabbondante di vitalità, popolare nel vestire e nei modi, degna erede della Silvana Mangano del film Bellissima. Ma la stessa grande attrice nostrana doveva, in alcuni film, stare attenta a non strafare, a non gigioneggiare con la sua esuberanza. Sembra invece che Sergio Castellitto abbia assunto questo atteggiamento come cifra narrativa, sviluppando una serie ininterrotta di momenti di gioia a cui seguono repentinamente delle sventure, gesti di affetto annullati da momenti di crudeltà e di incomprensione. Se Fortunata lavora sodo per risparmiare i soldi per avere un salone da parrucchiera tutto suo, appena riceve un prestito dagli usurai cinesi, lo spende per giocare alla lotteria. Se l’amico d’infanzia Chicano riesce a farla ridere in momenti di vera amicizia, poi non è capace di prendersi cura della piccola Barbara quando gli viene affidata e scoppia la tragedia. Lo psicoterapeuta Patrizio ha un giusto atteggiamento controllato e professionale e sta facendo realmente del bene, con le sue sedute, alla bambina, ma poi si innamora passionalmente di Fortunata, trascura la bambina  e perde la sua capacità di controllo (il personaggio meno riuscito).

Quando si perviene a un momento di calma, ecco che vengono aggiunti (quasi una forma di orror vacui della sceneggiatura) drammi dell’infanzia che sembravano dimenticati. L’unico che resta coerente a se stesso, pur nelle sua sgradevolezza è Franco, il marito di Fortunata (Edoardo Pesce). Un vigilante, manesco che tratta male la ex-moglie perché non accetta il suo carattere così libero ed esuberante e la vorrebbe sottomessa alle sue volontà.

Il regista è sicuramente bravo nel far recitare gli attori ma lui stesso non riesce a incanalare in un flusso unitario l’abbondanza di stimoli che provengono dalla sceneggiatura, incluse alcune citazioni colte tratte dalla tragedia di Antigone declamate dalla madre di Chicano, ex attrice ora con l’Alzheimer, segno premonitore di ciò che sta per accadere.

Al di là delle osservazioni sugli aspetti artistici del film, ci sono altre considerazioni da fare, che rendono il film sgradevole.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla presenza ingombrante ed opprimente della psicologia. La trama si preoccupa di raccontarci i drammi giovanili dei singoli personaggi coinvolti, perché da quegli elementi deve venir compresa (e giustificata) tutta la persona. L’attribuzione stessa di “persona” è impropria per questi personaggi, se intendiamo un essere umano capace di autodeterminarsi, di scegliere i propri obiettivi e di combattere i propri difetti. Ci troviamo invece di fronte a esseri in preda ai propri impulsi, che oscillano in base agli eventi esterni e ai propri umori. Con questa lettura si comprende meglio la vocazione alla morte presente nel film. C’è un episodio odioso di eutanasia nei confronti di un proprio caro e la stessa piccola Barbara, che non sa gestire i rapporti con la madre, non trova altra soluzione che tentare il suicidio.

Un’ ultima annotazione: il regista traccia un quadro insolito delle realtà delle borgate romane: la presenza ordinata ma forte della comunità cinese. Li vediamo muoversi all’unisono in un esercizio collettivo di danza, praticare l’usura con il sorriso sulle labbra e poi grazie a un forte solidarietà interna, espandere con determinazione i loro negozi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALIEN: COVENANT

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/20/2017 - 14:31
Titolo Originale: Alien: covenant
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Dante Harper e John Logan
Produzione: SCOTT FREE PRODUCTIONS, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION, BRANDYWINE PRODUCTIONS, TSG ENTERTAINMENT
Durata: 121
Interpreti: Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride

L’equipaggio dell’astronave Covenant sta solcando lo spazio profondo per raggiungere Origae 6, un lontano pianeta da colonizzare. In stiva ci sono duemila esseri umani ibernati e una miriade di embrioni, che dovranno porre le basi per un nuovo rilancio della specie umana lontano dal nostro mondo. Sette anni – tanti ce ne vogliono per raggiungere la “terra promessa” – sono un periodo lungo, sia pure da trascorrere quasi tutti in sonno criogenico. Nonostante su tale sonno vigilino l’intelligenza artificiale dell’astronave (chiamata “Mother”) e il sussiegoso androide Walter, gli esploratori stellari non muoiono dalla voglia di tornare a dormire nelle capsule, da quando uno di loro vi ha già perso la vita per le conseguenze di un incidente. Il capitano della spedizione, che ha già qualche problema di autostima e autorevolezza, decide allora di ignorare il protocollo e unirsi alla maggioranza della sua squadra, propensa a seguire un segnale radio di chiara matrice umana proveniente da un pianeta molto più vicino. Nonostante il disaccordo del secondo ufficiale, la malinconica vedova Daniels, la Covenant traccia una nuova rotta

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà
Pubblico 
Maggiorenni
scene di tensione, orrore e splatter, cenni di turpiloquio, una scena sensuale.
Giudizio Tecnico 
 
Ridley Scott realizza una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Ma la pista narrativa è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile
Testo Breve:

Ridley Scott, regista del primo Alien, cerca di far rivivere il successo di un tempo e in effetti riesce a realizzare una grandiosa macchina spettacolare ma la sceneggiatura ripete situazioni già viste troppe volte

Alien: Covenant è ambientato dieci anni dopo i fatti di Prometheus (2012), con cui Ridley Scott, regista del primo Alien (1979) aveva deciso di riprendere in mano quell’universo narrativo ed espanderlo – questa è la sensazione – secondo l’andazzo che sta diventando nel mondo dell’intrattenimento hollywoodiano una pratica sempre più consolidata. Ieri, anche nel cinema commerciale, c’erano gli “autori”, ognuno con il suo stile e la propria visione del cinema (così la serie storica di Alien, affidata dopo che a Scott a James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet, reinterpretava lo stesso soggetto secondo l’approccio di ognuno). Oggi, invece, c’è una mente centrale che sovrintende una catena produttiva percorrente tutti i media ed eccedente i confini del film: per Covenant, per esempio, sono state girate appositamente delle scene che non si trovano nella versione in sala ma facenti parte della campagna virale di marketing che sui social ha avuto la sua cassa di risonanza (così si spiega, per esempio, nel casting di queste scene “extra”, la presenza di una celebrità come James Franco, nonostante nel film faccia poi una comparsata poco più che fugace).

In tutto ciò il film stesso – paradossalmente – perde d’importanza perché può permettersi di non brillare di luce propria. Ridley Scott ci mette tutta la professionalità di cui è capace e Covenant è una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Soggetto e sceneggiatura (di Dante Harper, John Logan, Michael Green e Jack Paglen) abbandonano definitivamente gli intrighi economico-militari dei primi episodi della saga (l’idea di usare i mostri come armi biologiche non convenzionali) e si spinge sempre di più, seguendo proprio la scia di Prometheus, sul sentiero filosofico. Se quel film si concludeva con il duo di protagonisti lanciati nello spazio alla ricerca dei creatori del genere umano, Covenant si concentra sulle possibilità stesse – da parte dell’uomo e delle intelligenze artificiali da lui concepite – di intervenire sulla natura per giungere, esperimento dopo esperimento, a risultati sempre più complessi e perfetti, in cui alla fine la natura e la tecnica sempre più “evolute” possono anche fare a meno dell’uomo stesso. Manca, però, totalmente, un autentico alone misterioso e quel rabbrividente senso dell’ignoto che faceva del primo Alien un vero capolavoro. La pista narrativa, poi, è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile. Il romanzo neo-gotico che ripete i difetti degli horror adolescenziali non funziona più: impossibile credere ancora a personaggi così sciocchi da entrare disarmati nella stanza buia, mettere il naso nell’anfratto sperando di uscirne vivi, appartarsi dicendo “torno subito”, senza pensare alle già logore prese in giro di tutti questi luoghi comuni. Ricercate citazioni pittoriche, cinematografiche, musicali e letterarie, ammannite a profusione, dovrebbero conferire alla pellicola una certa eleganza, così come i dialoghi altisonanti sul senso di grandezza e di caduta di cui l’uomo è capace (che tematicamente fanno pensare, più che ad Alien, all’altro immenso capolavoro di Scott, Blade Runner). Eppure s’insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà.   

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INSOSPETTABILI SOSPETTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/14/2017 - 15:37
Titolo Originale: Going in Style
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Zach Braff
Sceneggiatura: Theodore Melfi
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, New Line Cinema, Village Roadshow Pictures, Warner Bros
Interpreti: Morgan Freeman, Michael Caine, Alan Arkin, Matt Dillon, Ann-Margret

Pressati da una sempre più precaria condizione economica, tre pensionati, tre amici di vecchia data, Willie, Joe e Al, decidono di rapinare la banca che li ha defraudati del loro fondo pensione per coprire un’assicurazione aziendale

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Willie, Joe e Al sono soprattutto tre amici legati da un fraterno affetto, decidono di compiere un atto illegale, ma restano saldamente attaccati ai valori del rispetto dell’altro come persona
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una regia dinamica e una sceneggiatura brillante, accompagnate da una divertente interpretazione di tre grandi nomi del cinema
Testo Breve:

Un Michael Caine elegante e astuto, un ruvido e pessimista di Alan Arkin, un sornione e sensibile Morgan Freeman sono i tre grandi vecchi del cinema impegnati a svaligiare una banca che li sta truffando. Un film divertente di qualità media 

Morgan Freeman (Million Dollar Baby), Michael Caine (Hannah e le sue sorelle) e Alan Arkin (Little Miss Sunshine), tre premi Oscar® che insieme totalizzano 247 anni di età in Insospettabili sospetti (Going in style) di Zach Braff sono i protagonisti del più sorprendente e inimmaginabile colpo ad una banca mai visto. Sono tre amici pensionati dal passo un po’ lento ma dalla mente ancora lesta e lucida che non si arrendono alle circostanze e trasformano i loro limiti in uno straordinario punto di forza.

Nel 1979 Vivere alla grande (Going in style) di Martin Brest (Scent of a Woman - Profumo di donna) raccontava la storia di Al, Willie e Joe, tre anziani amici che vivono con la rendita delle loro modeste pensioni nel Queens, a New York. Nel film originale le giornate dei tre anziani protagonisti trascorrono tranquillamente fino a quando un giorno Joe propone agli altri il colpo della vita: una clamorosa e grottesca rapina in banca. In Insospettabili sospetti il sarcastico attore e regista Zach Braff (Scrubs - Medici ai primi ferri) riporta la storia ai giorni nostri, ne attenua i toni da stangata soprattutto nel finale, ma mantiene un certo fascino proprio dello stile poliziesco anni '70.

I personaggi di Al, Willie e Joe (rispettivamente Alan Arkin, Morgan Freeman e Michael Caine) degli anni 2000 sono tre anziani dall’aspetto tutto sommato ancora brillante nonostante l’età e i movimenti assai più lenti. La condizione di pensionati a loro sembra stare stretta non solo dal punto di vista economico ma anche da quello operativo. Tanto che per i tre l’incredibile idea di rapinare una banca rappresenta oltre che una sorta di giusta rivalsa sociale anche l’appassionante progetto che rianima le loro vite.

La rapina che Al, Willie e Joe progettano proprio alla loro banca ha il sapore delle sfide contro le istituzioni che ingiustamente vessano i piccoli lavoratori. E infatti, a differenza del film originale e andando di pari passo con i tempi, i tre anziani uomini non cercano di arricchirsi per dedicarsi finalmente alla bella vita, ma al contrario desiderano garantire a se stessi e alle loro famiglie quel sostegno che ritengono gli spetti di diritto per il duro lavoro prestato negli anni.

Tuttavia ciò che davvero diverte e coinvolge in Insospettabili sospetti è la straordinaria professionalità, esilarante e al tempo stesso seria, con cui i tre preparano il colpo. Morgan Freeman, Michael Caine e Alan Arkin sono assolutamente credibili nei loro ruoli e, nonostante la loro grande carriera, riescono a non prendersi troppo sul serio. In una scenografia anni 70

I tre premi Oscar infondono la giusta leggerezza non priva di sensibilità nei momenti più gravi e una equilibrata e sapiente ironia ai momenti più grotteschi. Senza drammatizzare Insospettabili sospetti infatti descrive un disagio sociale purtroppo piuttosto comune ai giorni nostri causato dalla crisi e dalle vessazioni delle banche, ma al tempo stesso entusiasma con una storia insolita, ricca di trovate e non priva di tenerezza. Al di là della grave illegalità del colpo organizzato le intenzioni e il modo di comportarsi dei tre protagonisti sono infatti delicati, rispettosi e manifestano sempre sensibilità e generosità verso gli altri.

Il film vede inoltre la presenza della vincitrice di due premi Oscar® Ann-Margret (Tommy, Conoscenza carnale) nel ruolo di Annie, un’intraprendente commessa di un supermercato; il candidato Oscar Matt Dillon (Crash) nei panni dell’agente FBI Hamer e Christopher Lloyd (Ritorno al futuro) nel ruolo dello stralunato coinquilino degli amici. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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KING ARTHUR – IL POTERE DELLA SPADA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/12/2017 - 08:46
Titolo Originale: King Arthur Legend of the sword
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Guy Ritchie, Joby Harold e Lionel Wigram
Produzione: WEED ROAD PICTURES, SAFEHOUSE PICTURES
Durata: 126
Interpreti: Charlie Hunnam, Jude Law, Astrid Bergès-Frisbey, Eric Bana, Djimon Hounsou

Privato del trono dal perfido zio Vortigern, il giovane Artù cresce in un bordello della malfamata Londinium e diventa un piccolo boss della malavita locale. Ignaro della propria origine, si terrebbe lontano dal potere, ma la ricomparsa della leggendaria spada di suo padre mette in moto gli eventi che lo chiameranno ad essere il re che conosciamo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Assistiamo alla lotta interiore di Artù, tra lo spirito irriverente e anarchico del delinquente e lo spirito di sacrificio dell’eroe. Un Artù non più da leggenda ma che fin da subito ha ben chiaro il valore della lealtà e dell’amicizia
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, una breve scena di nudo e violenza nei limiti del genere.
Giudizio Tecnico 
 
Il regista inglese Guy Ritchie usa i suoi registri più usuali, mescolando iniezioni improvvise di adrenalina, musica e ironia, con momenti di epica dai risultati intermittenti anche se a volte molto suggestivi. Un buon intrattenimento per palati non troppo fini
Testo Breve:

Il giovane Arthur diventa un boss della malavita di Londra prima di scoprir le sue vere origini ed essere costretto a fare l’eroe. Una rivisitazione irrispettosa della leggenda che diventa un divertente intrattenimento

Se qualcuno poteva avere dubbi sulla capacità di Guy Ritchie di fare sua una leggenda millenaria e dalle mille trasposizioni può mettersi tranquillo: a parte un incipit un po’ in stile Il signore degli anelli questo King Arthur è in tutto e per tutto parte del canone del dinamico regista inglese, che qui firma anche la sceneggiatura insieme ai sodali di sempre.

E così re Artù, cresciuto in un bordello della sordida Londinium tardoromana, dopo essere sfuggito alla morte, come una specie di Mosè, salvato dalle acque, diventa Art, piccolo gangster che paga mazzette alle forze dell’ordine, si allena con un cinese esperto di arti marziali e fa rispettare la sua autorità ai contrabbandieri a suon di brillante parlantina e botte, lontano mille miglia, dunque, dal personaggio eroico che la tradizione ci ha consegnato. 

A riportarlo alla sua “vocazione” ci penseranno forze più grandi di lui, incarnate nella spada misteriosa che emerge dalle acque ai piedi del castello del crudele re Vortigern, che in questa versione è il fratello infido di Uther Pendragon, in una specie di frullato shakespeariano che pesca tanto da Macbeth come da Amleto.

La prova della spada, che il nostro eroe affronta con incauta incoscienza, cambia il segno della sua storia, costringendolo ad entrare nella leggenda che avrebbe volentieri evitato. La lotta interiore di Artù, tra lo spirito irriverente e anarchico del delinquente e lo spirito di sacrificio dell’eroe, è anche quella di una pellicola che mescola i registri più usuali al regista, con iniezioni improvvise di adrenalina, musica e ironia (il soldato che invita Artù alla prova della spada non è altri che il calciatore David Beckham sotto un pesante trucco), con momenti di epica dai risultati intermittenti anche se a volte molto suggestivi.

Charlie Hunnam si cala senza troppo impaccio nelle “braghe” di Artù mentre Jude Law (già un buon Watson nell’ultimo spericolato adattamento letterario di Ritchie, Sherlock Holmes) gigioneggia un po’ troppo nei panni del cattivo. Ed è un peccato perché Vortigern, pronto a sacrificare ciò che più ama all’ambizione del potere, e imbrogliato dalle stesse profezie che pensa di sfruttare a suo favore, aveva il potenziale per diventare qualcosa di più che un cattivo da fumetto.

Bisogna buttare un po’ alle ortiche quel che si sa della leggenda arturiana per godersi fino in fondo lo spettacolo rutilante di lotte con la spada, serpenti giganti evocati con la magia, stregoneria bianca e nera, e apprezzare un eroe che ha un po’ di problemi di inconscio da risolvere prima di poter abbracciare il suo destino, ma che fin da subito ha ben chiaro il valore della lealtà e dell’amicizia, due temi che da sempre percorrono la filmografia di Ritchie (vedi il bel  Rockenrolla di qualche anno fa o il recente Operazione UNCLE).

Questo re Artù non sarà forse destinato a entrare nella leggenda (cinematografica per lo meno), anche se nelle intenzioni di chi lo ha prodotto potrebbe essere il primo passo di una saga, ma è di sicuro un buon intrattenimento per palati non troppo fini che sapranno abbracciare fino in fondo la natura sfacciatamente popolare e picaresca del suo autore. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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