Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

LA LEGGE DELLA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/08/2017 - 10:19
Titolo Originale: Live by night
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck
Produzione: Appian Way Productions, Pearl Street, Warner Bros
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Elle Fanning, Brendan Gleeson, Chris Messina, Sienna Miller, Zoe Saldana, Chris Cooper, Remo Girone

La storia narra le vicende di Joe Coughlin, rapinatore figlio di un capitano di polizia di Boston. Dopo una terribile vicenda personale Joe si trasferisce a Ybor City, quartiere di Tampa, in Florida, dove diventa un contrabbandiere e un trafficante di rum e, più tardi, un famigerato gangster

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia potrebbe essere interessante, ma è costruita su un personaggio dai tratti confusi e a volte contraddittori che non trovano una loro giustificazione nemmeno nell’epilogo. Inoltre si fonda su di un ambiguo concetto di libertà e successo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e alcune scene a sfondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato con grande cura nei dettagli riguardanti scenografie, costumi, ambienti e fotografia, ma risente di una sceneggiatura poco coerente
Testo Breve:

Ben Affleck, produttore, regista e protagonista realizza, con grande cura nelle scenografie, nei costumi e nella fotografia, un gangster movie  troppo ambizioso. Il film si perde nelle troppe sottotrame aperte e nell’incoerenza del personaggio principale

Un gangster movie dalle grandi aspettative, La legge della notte. Di questo suo ultimo lavoro Ben Affleck è realizzatore a tutto tondo, sua è infatti la produzione, la sceneggiatura, la regia e l’interpretazione. Tuttavia il personaggio principale sembra non reggere il carico di una storia così importante.

Per Ben Affleck non è una novità ricoprire più ruoli nella produzione di uno stesso film. Tra i tanti suoi lavori già nel 2012 aveva raggiunto un grande successo con Argo, thriller storico ambientato a Teheran nel periodo successivo alla rivoluzione iraniana. Anche in quel caso Affleck fu regista, produttore e interprete di un film che l’anno successivo gli valse l’Oscar.

Con La legge della notte Affleck propone l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2012 di Denni Lehane ambientato nell’America del periodo del proibizionismo. Un dramma storico di tutt’altro genere rispetto al più vintage Argo, che ha richiesto un budget altissimo soprattutto per le affascinanti scenografie e i costumi curati in ogni dettaglio.

Affleck non trascura nessun particolare e sembra non aver badato a spese per realizzare un film che ricrea quasi perfettamente gli ambienti e le atmosfere dell’America degli ’20. Edifici, auto e arredi d’epoca ricostruiscono in modo molto suggestivo anche i diversi stili delle location della storia, che si svolge tra Boston e Tampa in Florida. Purtroppo però, nonostante gli sforzi e la scelta di un cast di tutto rispetto, tra cui spicca l’ottima interpretazione di Sienna Miller, Remo Girone e Chris Cooper, il lavoro di Affleck non ha riscontrato grandi favori né da parte della critica né da parte del pubblico alla sua uscita negli USA, registrando al momento forti perdite rispetto all’investimento iniziale.

La legge della notte racconta la storia di un giovane criminale alle prese con la guerra di mafia tra italiani e irlandesi negli anni ’20 del secolo scorso. Joe Coughlin è figlio di un noto capitano della polizia di Boston e, nonostante sia uno scassinatore professionista, non ama definirsi un gangster. Tuttavia per ragioni sentimentali rimane coinvolto in un colpo dagli esiti catastrofici che costa la vita a diversi poliziotti. Grazie al sacrificio di suo padre, Joe riesce a scontare il minimo della pena possibile, ma la terribile esperienza del tradimento prima e del carcere poi serviranno solo a rafforzare in lui la volontà di rivalersi sul suo nemico, il boss irlandese Albert White, diventando uno dei contrabbandieri più influenti sul mercato clandestino del rum.

Ben Affleck realizza un film ambizioso e dalle notevoli e diverse tonalità. La legge della notte infatti passa dal film d’azione ai toni più intensi del dramma umano e sentimentale, con interessanti sfumature storiche, come il richiamo alle terribili persecuzioni razziali operate all’epoca dai membri del Ku Klux Klan. Ciò nonostante la storia ha il difetto di perdersi nella sua narrazione. Forse soprattutto a causa del personaggio principale, una figura complessa e a tratti poco coerente con cui non sempre è facile entrare in sintonia.

Joe oscilla infatti tra diversi opposti che non si conciliano mai del tutto, è un uomo buono ma al tempo stesso anche terribilmente crudele, sentimentale e romantico ma anche ombroso e distaccato. A dispetto di un’indole che sembrerebbe mite e rispettosa della persona e della vita, Joe sceglie di intraprendere con sempre maggior determinazione una strada sempre più contraria ai principi inizialmente manifestati. Sebbene il sacrificio del padre prima e la devozione della sua nuova compagna poi potrebbero rappresentare un punto di svolta nella vita di Joe, questi continua a coltivare sentimenti di rancore e vendetta rispetto al passato, fino alla fine.

Nel film è singolare la figura di una fanciulla, Loretta Figgis (Elle Fanning), la figlia del capo della polizia locale, che dopo una terribile esperienza di violenza sceglie di convertirsi ad una vita fatta di rigori e fondata su un moralismo esaltato con cui il personaggio pretende, in modo poco credibile, di guidare la comunità di Tampa. La commistione tra valori religiosi e farneticanti regole morali confonde, come del resto tutto il film, il concetto di libertà umana. Sembra infatti che la ricerca del bene per sé e per il prossimo sia vista come un obiettivo irraggiungibile e limitante rispetto alla possibilità per l’uomo di diventare artefice della propria fortuna, che resta sempre dolorosa e amara.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMORE PENSACI TU

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/07/2017 - 16:24
Titolo Originale: Amore pensaci tu
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: FRANCESCO PAVOLINI, VINCENZO TERRACCIANO
Sceneggiatura: GIULIO CALVANI, SIMONA GIORDANO, FRANCESCA PRIMAVERA, FEDERICO FAVOT, MASSIMO RUSSO, FABRIZIO CESTARO
Produzione: RTI e PUBLISPEI
Durata: Dal 17 febbraio 2017 per 10 puntate su Canale 5
Interpreti: Luigi Cordaro - Emilio Solfrizzi; Marco Pellegrini - Filippo Nigro; Jacopo La Neve - Carmine Recano; Anna Moscati - Giulia Bevilacqua; Francesco Moscati - Fabio Troiano; Tommaso Carofiglio - Giulio Forges Davanzati; Gemma Ragosi - Valentina Carnelutti;

Luigi, Marco, Francesco e Jacopo sono quattro uomini alle prese con i problemi della vita quotidiana e con la gestione delle loro particolari situazioni famigliari. Luigi convive con Gemma, dalla quale ha avuto una bambina, ma ha anche altre due figlie, frutto di due relazioni precedenti. Una delle due, Camilla, adolescente, è ora incinta di un ragazzo poco più grande di lei e molto immaturo. Il padre, dapprima totalmente assente nella vita della figlia, accetta di farsi carico della ragazza in quella nuova, delicata condizione. Marco è sposato con Paola e fa “il mammo”, ovvero gestisce la casa e i figli per permettere alla moglie di fare carriera, tuttavia si trova in bilico tra il desiderio di accontentare la moglie e quello di tornare a lavorare. Poi c’è Jacopo, calciatore molto noto, che per via dei suoi impegni ha vissuto molto tempo lontano da casa e, anche a causa del suo scarso senso di responsabilità, ha sempre trascurato la famiglia. Tornato da Londra per riallacciare i rapporti con la moglie e i suoi tre bambini – due gemellini di sei anni e una neonata -, scopre che la donna si è accompagnata con quello che lui riteneva il suo migliore amico. Con l’aiuto di Chiara, figlia di Luigi - che con il padre lavora per il cantiere che ha preso a carico i lavori di ristrutturazione della nuova casa di Jacopo -, quest’ultimo cercherà di riconquistare la moglie, ma finirà, invece, per innamorarsi di Chiara. Infine c’è Francesco, accompagnato con un uomo, Tommaso. Ai due è stata affidata la nipote di Tommaso, figlia della sorella defunta. La fiction presenta questa coppia gay e la bimba che accudiscono a tutti gli effetti come una “famiglia”…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non si propone un’idea chiara di famiglia: la famiglia è concepita come somma di relazioni più o meno stabili, che mutano al cambiare di fattori esterni, sentimenti, desideri personali. La serie, seguendo la scia del relativismo post-moderno, mostra che il valore più importante in una società è la libertà e non ci sono parametri oggettivi per scegliere.
Pubblico 
Sconsigliato
Per l'deologia sottesa nella fiction, che propone amori egoistici senza responsabilità mentre la famiglia è un puro costrutto culturale
Giudizio Tecnico 
 
La fiction non è particolarmente accattivante, scorre lentamente e propone dei cliché scontati. Le famiglie e le figure genitoriali sono perlopiù stereotipate: sembrano costruite su misura sulla base dei luoghi comuni più ricorrenti nella nostra società
Testo Breve:

Quattro uomini si trovano a fare i padri, i mariti, i conviventi nelle modalità più disparate. Un serial ideologico costruito sugli stereotipi più retrivi dove conta solo la libertà individuale mentre la famiglia è un puro costrutto individuale

Il tema principale della fiction è la famiglia, ma non la famiglia vista come istituzione naturale e sociale, con delle caratteristiche precise e ben definite… bensì la famiglia concepita come somma di relazioni più o meno stabili, che mutano al cambiare di fattori esterni, sentimenti, desideri personali.

La serie rispecchia, infatti, la mentalità diffusa secondo cui “la famiglia” non esiste in quanto tale, ma è un costrutto culturale: perciò si può creare, modificare o rifare completamente a proprio piacimento, senza con ciò snaturarla.

Ecco allora che gli autori, in perfetta sintonia con questa visione tipicamente post-moderna, ci presentano – mettendoli sullo stesso livello - modelli famigliari molto differenti tra loro: accanto alla famiglia tradizionale (marito, moglie, figli), c’è la famiglia allargata (compagno, compagna, figli in comune e figli di precedenti relazioni). Accanto alla famiglia tradizionale divisa (due divorziati alle prese coi figli da gestire insieme), c’è la “famiglia gay” unita (due uomini che si trovano ad accudire una bimba).

Anche per quanto riguarda le figure genitoriali ce n’è per tutti i gusti.

L’uomo “all’antica” potrà ritrovarsi in Luigi, che si dedica al lavoro, mentre a casa e con i figli non muove neppure un dito. Lui stesso, nella prima puntata, si definisce il classico “maschio latino”, il cui compito è procacciare i viveri per la famiglia, non fare faccende domestiche o accudire la prole. Tuttavia, la serie ci mostra che questo tipo di uomo non è più ben accetto dalle mogli e dalle compagne odierne, che vogliono “più spazio per se stesse”. E infatti la compagna di Luigi, Gemma, lo mette alle strette e lo minaccia di lasciarlo se non accetta di prendersi più cura delle figlie.

L’uomo “moderno”, invece, potrà ammirare la disponibilità di Marco, che ha messo da parte per molto tempo le sue ambizioni lavorative per permettere alla moglie di rincorrere il successo professionale. Mentre lei, medico, insegue i suoi sogni personali, lui sta a casa a gestire la vita dei figli, a preparare pranzo e merende, con tanto di grembiule avvolto alla vita. E quando, dopo anni, decide di tornare a lavorare per contribuire anche lui al mantenimento della famiglia (perchè dentro di sé inizia a sentire la frustrazione di quella situazione), ecco che la moglie ottiene un lavoro extra (che la porterà a stare più tempo fuori casa), con conseguente aumento di stipendio: “Sono 2200 euro in più netti al mese… – gli dice entusiasta, senza comprendere l’esigenza del marito – Questo significa che puoi tornare a stare a casa”. È lei, insomma, almeno all’inizio della serie, quella che mantiene tutti; è lei che dal punto di vista economico “manda avanti la baracca”, senza comprendere, però, che il marito inizia a sentirsi umiliato per quella condizione.

Un padre immaturo e irresponsabile, che vuole riscattarsi dai suoi errori, simpatizzerà per Jacopo, che, dopo anni di disinteresse, si impegna per riconquistare la ex moglie e per meritare la fiducia e la stima dei figli. Egli diventa così affidabile, dolce, premuroso che invece di far innamorare nuovamente la moglie, finisce per fare colpo sulla sua amica Chiara, la quale afferma di trovare gli uomini con figli particolarmente interessanti.

La persona omosessuale che avverte il desiderio di paternità potrà rispecchiarsi in Francesco o in Tommaso, i quali, nonostante i loro scrupoli, sentono di non far mancare nulla alla bambina che accudiscono per il fatto di essere una coppia gay. La fiction ci presenta questi due uomini nelle vesti di due papà qualsiasi: alle prese con astucci, merende, quaderni, compiti… ce li mostra intenti a giocare con la piccola, a raccontarle delle fiabe, a preoccuparsi che mangi. Ce li presenta così bravi, premurosi e affidabili che la sorella di Tommaso, in punto di morte, ha deciso di lasciare la bambina a loro, anziché alla nonna, ancora giovane e in salute.

Il messaggio che la serie vuole far passare è evidente: non importa se la coppia è formata da genitori uniti o separati, sposati o accompagnati. E non importa neppure se i genitori sono un uomo e una donna, due uomini, o due donne: l’importante è voler bene ai bambini. Tanto è vero che, nel discorso di apertura del primo giorno di scuola, la preside afferma: “Questo, per voi, mamme e papà, mamme e mamme, papà e papà, è un giorno speciale”.

La fiction non si cura del fatto che nel mondo della medicina, della psichiatria, della pediatria è in atto un acceso dibattito in merito alla questione delle adozioni da parte di coppie gay, non si cura del fatto che specialisti di un certo spessore affermano che “non basta l’affetto”, perché il bambino ha bisogno tanto di un papà, quanto di una mamma per crescere bene. Non si cura nemmeno del fatto che in Italia è illegale l’adozione in senso stretto da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

La fiction prende una scorciatoia: scavalca la scienza, la discussione legislativa ancora in atto e si serve del potere delle immagini per mostrarci che una “famiglia gay” è una famiglia come tutte; anzi, forse, anche meglio delle altre.

In comune, comunque, queste famiglie e queste figure genitoriali così diverse tra loro hanno il fatto di essere perlopiù stereotipate: sembrano costruite su misura sulla base dei luoghi comuni più ricorrenti nella nostra società.

Gli sceneggiatori, lungi dal proporre un’idea chiara di famiglia e una concezione univoca di paternità, cercano di “accontentare tutti”: ognuno può scegliere qual è il suo ideale di famiglia… D’altronde, tutto può essere considerato famiglia, anche se in questo modo, seguendo l’opinione del sociologo Pierpaolo Donati, nulla in fondo lo è più.

Ma ciò non è importante, per gli autori di “Amore pensaci tu”. Ciò che conta, per loro, è che ognuno sia libero di fare ciò che vuole.

D’altronde, è ancora la preside, nel suo discorso di inaugurazione, che si fa portavoce di questo messaggio, affermando che a scuola non si limiteranno ad insegnare le diverse materie, ma si preoccuperanno di trasmettere il “valore più importante”.

Il rispetto? L’amore? La giustizia? La solidarietà? No… la libertà.

Purtroppo, però, non si sta parlando qui di una libertà autentica, ovvero rispettosa dei limiti, della natura, degli altri… ma di una libertà assoluta, priva di vincoli e restrizioni. Una libertà che vede i desideri del soggetto come unico metro di misura di ciò che è giusto e sbagliato…

Ma questo tipo di libertà difficilmente conduce alla felicità, ad una vera realizzazione di sé e alla costruzione di un progetto famigliare solido, raggiungibili solo con costanza, spirito di sacrificio, fedeltà. E, forse, uno dei pochi pregi della serie è proprio quello di riuscire a mostrare come quelle relazioni in cui il soggetto - e non la coppia – si trova al centro siano tremendamente fragili e inclini alla rottura.

  

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOGAN - THE WOLVERINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/01/2017 - 09:01
Titolo Originale: LOGAN
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Michael Green, Scott Frank
Durata: 137
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E.Grant, Boyd Holbrook, Dafne Keen

Nel 2024, con la popolazione mutante quasi estinta, Wolwerine, malandato e alcolizzato, tira a campare facendo l’autista e ogni sera attraversa il confine con il Messico per raggiungere una cisterna abbandonata, dove si prende cura del vecchissimo professor Xavier. Due relitti in attesa di trasferirsi altrove (ma forse è solo un sogno impossibile), la cui vita viene sconvolta dalla comparsa di una giovane mutante che con Logan ha molto in comune. Riluttante all’inizio Logan è costretto a prendersene cura; comincia così per lui un viaggio che lo porterà a una definitiva resa dei conti con il suo passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette ma la durissima morale del film lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata
Giudizio Tecnico 
 
Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga
Testo Breve:

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso che però non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi 

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso, che però, come nella migliore tradizione dei cinecomic dedicati ai mutanti, non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento (che pure non mancano) ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi.

Logan, condannato dalla sua mutazione a non invecchiare e ad affrontare mille battaglie grazie alla facoltà di rigenerare i suoi tessuti, non è però più quello che abbiamo visto nei precedenti film della saga. Il suo corpo porta ora i segni della malattia (legata, anche se non viene mai dato per certo, alla presenza dell’indistruttibile adamantio dei suoi artigli), del vizio dell’alcool, ma soprattutto di un lasciarsi andare senza speranza, solo in parte contraddetto dall’impegno che mette nel prendersi cura dell’ormai malconcio dottor Xavier.

I mutanti, dunque, nell’universo di Logan sono una razza in estinzione, ormai forse neppure degna di essere “cacciata” come in alcuni episodi precedenti. Del resto anche il resto del mondo, in fondo non poi molto diverso da oggi, sembra sempre più diviso tra ricchi e poveri, con tanto di muro a separare gli Usa dal Messico, lo stesso paese dove la “solita” multinazionale con agganci governativi fa esperimenti su giovani donne troppo povere per dire di no e i cui figli hanno tutti i colori delle minoranze.

Ma poi qualcosa accade, o piuttosto qualcuno…una bambina che ha molto in comune con Logan, dagli artigli alla violenza che scatta incontrollabile e distruttiva, ma soprattutto lo sguardo di chi non ha niente e nessuno a cui appartenere. Come ne Il cavaliere della valle solitaria che nel film di Mangold è ripetutamente citato a livello visivo e non solo, ma forse ancora di più come nei western postmoderni di Clint Eastwood (Unforgiven è l’esempio più immediato), l’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette (“Una volta che hai ucciso non lo puoi più cancellare”) pur se lo fa per difendere qualcuno, che sa che per lui non esiste happy ending, e che la morte, quando arriverà, potrà forse dargli la pace.

La durezza del mondo che Logan racconta, in cui le buone azioni spesso e volentieri vengono ricompensate con la violenza, fa da contraltare al legame che si crea tra Logan e la piccola Laura (muta fin oltre a metà del film), una creatura selvatica e volitiva che trascina Wolverine in un viaggio che lo cambierà per sempre.

I cattivi sono quelli di sempre, interessati a sfruttare le mutazioni per il potere, decisi a nascondere le tracce dei propri errori con l’omicidio, rispetto ai quali il cinismo di Logan si trasforma in un’ultima battaglia in difesa dei giovani mutanti compagni di Laura.

Non è decisamente un film per tutti l’ultimo capitolo delle avventure di Wolverine, la cui durissima morale tuttavia lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità. Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEATA IGNORANZA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/25/2017 - 21:05
Titolo Originale: Beata ignoranza
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Massimiliano Bruno
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Herbert Simone Paragnani, Gianni Corsi
Produzione: IIF ITALIAN INTERNATIONAL FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 102
Interpreti: Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Carolina Crescentini, Valeria Bilello, Teresa Romagnoli

Ernesto e Filippo si conoscono fin da ragazzi ma quando, da universitari, si erano iscritti a una compagnia teatrale di dilettanti per il solo scopo di corteggiare la bella Marianna, e lei alla fine, aveva scelto Ernesto sposandolo, non si erano più rivisti per almeno venti anni.

L’ostilità reciproca si era ulteriormente acuita quando Ernesto aveva scoperto che il padre di Nina, la figlia nata durante il suo matrimonio, era in realtà Filippo. Ernesto, ormai vedovo, insegnante di italiano in un liceo, scopre con grande sorpresa che anche Filippo è stato assegnato alla stessa scuola come professore di matematica. Riaffiora la rivalità di un tempo anche se ora ha le vesti di una contesa professionale: Filippo è molto allineato alle ultime novità didattiche che prevedono l’uso di Internet in classe, mentre Ernesto resta legato alla tradizione, insegnando con l’uso dei libri. A Nina, ora ventenne e aspirante regista, viene un’idea: realizzare un documentario dove Ernesto dovrà imparare a utilizzare il computer e i social network, mentre Filippo dovrà consegnare il suo cellulare e partecipare a un corso di disintossicazione da Internet…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A causa di una sceneggiatura scombinata, sono soprattutto le donne a non fare una bella figura: non sanno trattenersi dal cambiare spesso partner e quando diventano madri non si sa chi sia il vero padre.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune nudità femminili, comportamenti sessuali disinvolti
Giudizio Tecnico 
 
A parte la buona interpretazione dei protagonisti Giallini e Gassman e qualche situazione comica, grava su tutto il film una sceneggiatura trascurata, che cambia spesso il punto focale e non riesce a rendere credibili né le situazioni né i personaggi
Testo Breve:

Il conflitto fra due professori di liceo, uno in linea con le ultime tecnologie didattiche, l’altro ancorato al classico libro su carta perde ogni interesse e mordente a causa di una sceneggiatura trascurata che non sa cosa mettere a fuoco

Il tema che dà il titolo al film è potenzialmente molto interessante: l’invasività di internet 2.0 nella nostra vita (chat, sms, Whatsup, Instagram, Youtube,…) e il modo con cui, a causa dell’immersione intensiva in una vita virtuale, cambiano le percezioni di noi stessi e degli altri. La presenza della collaudata coppia comica Giallini – Gassman (incontrata recentemente in Se Dio vuole), la regia di Massimiliano Bruno, che dalla sua lunga carriera come sceneggiatore di commedie italiane (Notte prima degli esami, Viva l’Italia) è poi recentemente passato alla regia (Confusi e feliciGli ultimi saranno gli ultimi)  facevano ben sperare in un film che avrebbe, divertendo, approfondito il tema.
In realtà, a parte qualche momento divertente e alla caratterizzazione di simpatici personaggi di contorno (il ripetente che gioca ai videogame, il bidello, la coppia di sniffatori neo- yippie ospiti della casa di Filippo) il film è guastato da una sceneggiatura che salta come un canguro da un tema all’altro senza nulla approfondire. Si inizia da un ambiente scolastico, dove il film sembra voler mettere a fuoco il tema dell’efficacia didattica dell’impiego in aula di tablet e cellulari ma si tratta di un impegno di breve durata; l’interesse si sposta sui vari metodi di recupero che possano giovare agli Internet-dipendenti anche se si tratta di una breve parentesi perché subito dopo siamo invitati a partecipare alle vicissitudini romantiche di Ernesto, Filippo e Nina. Lo sviluppo della storia mostra inoltre situazioni poco credibili: un professore di matematica che non conosce neanche la sua materia o il disinvolto tentativo di un incontro amoroso nel culmine dell’orario scolastico, sia pur in un’aula temporaneamente senza alunni.

In questa storia le donne non ci fanno certo una bella figura: cambiano con disinvoltura i loro partner e quando diventano mamme il padre non è mai quello che ci si aspetterebbe. Lo stesso spunto iniziale che avvia la dinamica del film appare artificioso (due uomini che si contendono la stessa donna e si sottraggono a una paternità incerta) e quando ci si avvia all’inevitabile lieto fine, con la costituzione, in linea con le mode cinematografiche correnti, alla costituzione di una famiglia allargata, viene inserita una sorpresa fiale, tanto inutile quanto di cattivo gusto, che rovina quel poco di happy end che era stato costruito

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAMMA O PAPA'?

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/22/2017 - 08:55
Titolo Originale: Mamma o papà?
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Riccardo Milani
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Paola Cortellesi, Riccardo Milani
Produzione: WILDSIDE E MEDUSA FILM
Durata: 98
Interpreti: Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Carlo Buccirosso, Stefania Rocca, Claudio Gioè, Matilde Gioli

Nicola è un ginecologo, Valeria è un ingegnere; entrambi molto impegnati nel loro lavoro con prospettive di carriera. Sposati da 15 anni, riescono alla meglio, cambiando spesso babysitter, a gestire i loro tre figli. Non sentendo più la passione di una volta, decidono, molto civilmente, di divorziare ma il loro prossimi impegni di lavoro (lei deve andare per sette mesi in Svezia, Lui nel Mali) fanno sì che nessuno dei due voglia prendersi l’affido dei ragazzi. Il giudice a questo punto stabilisce che siano i figli a decidere con chi vogliono andare a vivere e fra Nicola e Valeria si scatena una battaglia a chi riesce ad essere più sgradito ai figli, perché scelgano di restare con l’altro genitore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia trascura i figli per la propria carriera e concepisce l’amore solo come passione e non come progetto familiare
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune sequenze sgradevoli dove degli adolescenti vengono messi, dagli stessi genitori, in situazioni non adatte a loro
Giudizio Tecnico 
 
Il film, versione gemella dell’omonimo film francese, si regge sull’interpretazione di Paola Cortellesi e Antonio Albanese, mentre la sceneggiatura mostra limiti evidenti
Testo Breve:

Un marito e una moglie stanno per divorziare e fanno a gara per non avere l’affido dei figli. Un racconto che gioca sul paradosso sviluppando situazioni di cattivo gusto 

L’argomento trattato dal film è degno della massima attenzione: come una coppia sposata riesca, al giorno d’oggi, a gestire una famiglia di tre figli dalla fanciullezza all’adolescenza esercitando al contempo un’attività professionale impegnativa, che comporti anche soggiorni all’estero. Una situazione ulteriormente aggravata, soprattutto per quel che riguarda i figli, da un’ipotesi di divorzio.

Si tratta di un interesse che scema molto presto. Ci si accorge rapidamente che non ci si trova di fronte a una commedia che cerca di far ridere compiendo al contempo una sana opera di denuncia sociale, come accadeva nella classica commedia all’italiana, ma di fronte a un paradosso, che dovrebbe far ridere mostrando il “cosa succederebbe se”. Il paradosso intelligente è più nelle corde dei francesi così com’è francese l’ambientazione della storia in una classe borgese medio-alta. In effetti questo film è un remake di Papa au Maman (in Francia è già uscito il secondo episodio) ma l’innesto in un’ambientazione italiana è ben poco riuscito, anche perché non sono presenti particolari sforzi di adattamento: il film italiano segue quello francese al 90% nelle scene e nei dialoghi.

Se la versione francese può ancora far passare come plausibili certe cattiverie nei confronti dei ragazzi (i due genitori fanno a gara a chi si mostra più sgradevole nei loro confronti),  nella versione italiana queste scene finiscono per diventare di pessimo gusto, come quando il padre ginecologo li fa entrare dentro una sala parto per mostrar loro come viene praticato un  taglio cesareo, porta la figlia di dodici anni  in un locale di lap dance o li impegna in giochi da adulti nei quali finiscono per farsi male. Nonostante l’emancipazione femminile sia una realtà in gran parte compiuta anche in Italia, da noi ci si aspetta ancora che una mamma abbia verso i propri figli una certa forma di tenerezza e che eviti di coinvolgerli in situazioni che li mettono in discredito davanti i loro compagni, come avviene invece nel film.

La sceneggiatura è debole anche nella definizione dei personaggi. I tre figli seguono gli stereotipi più abusati: un adolescente contestatore, una ragazzina nervosa e instable, un bambino nerd che vince il torneo di scacchi e dice sempre cose saggie. Quando poi inizia la guerra fra i loro genitori, i tre perdono ogni caratterizzazione, appiattiti di fronte alle alterne fasi del combattimento. L’amica di Valeria Sonia, pur interpretata da Stefania Rocca, non ha nessuno spessore. Sostengono la storia solo Paola Cortellesi e Antonio Albanese, assieme a Carlo Buccirosso, il burbero capo di Valeria.

Se valutiamo il film da un’ottica squisitamente coniugale, si vede fin dall’inizio la fragilità della coppia, che va in crisi non certo a causa degli impegni professionali. Decidono di separarsi semplicemente per non passare le serate ad annoiarsi davanti alla televisione: una situazione che dice molto sul loro traguardare l’amore solo come passione, senza accorgersi del magnifico impegno congiunto che sta loro davanti: quello di far crescere tre bei ragazzi. In effetti nel film la cura dei figli diventa solo la fatica di svegliarli presto la mattina, fare da tassista per portarli a scuola o dover cucinare la sera per tutti. Manca la descrizione di quei magnifici momenti a tu per tu fra una madre e una figlia, fra un figlio e un padre dove si dialoga a cuore aperto. Se poi, come nel loro caso, ci sono degli impegni lavorativi che comportano un soggiorno all’estero, i tre figli sarebbero stati molto probabilmente felici di fronte alla novità di seguire la madre nella sua trasferta in Svezia. E’ quello che poi effettivamente avviene alla fine della storia ma se fosse stato deciso subito, questo film inconcludente non sarebbe neanche nato…

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA STUDIO UNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/15/2017 - 17:00
Titolo Originale: C'era una volta Studio Uno
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Lucia Zei, Lea Tafuri
Produzione: Lux Vide S.p.A. e Rai Fiction
Durata: due puntate in prima serata su RaiUno, il 13 e 1l 14 febbraio 2017
Interpreti: Alessandra Mastronardi, Diana Del Bufalo, Giusy Buscemi, Domenico Diele ,Andrea Bosca,Edoardo Pesce

Nel 1961 tre ragazze cercano di venir assunte dalla RAI: Giulia, che sta per sposarsi con Andrea dopo un lungo fidanzamento durato 11 anni, viene accettata nel nuovo Servizio Opinioni; Rita, una ragazza madre, cerca di fare un provino come cantante ma, scartata, accetta provvisoriamente l’incarico di sarta per gli abiti di scena. La bella Elena è una ballerina, che cerca di entrare nel corpo di ballo del nuovo programma diretto da Antonello Falqui: Studio Uno. Il nuovo ambiente, che offre ottime ma difficili opportunità alle tre ambiziose ragazze, determina al contempo un’evoluzione nella loro vita privata: Giulia si innamora di Lorenzo, un aspirante programmista televisivo e rompe il fidanzamento con Andrea; Elena, lasciata dal suo ricco convivente che non la considera alla sua altezza, si avvicina al maestro di ballo Stefano. Il macchinista di scena Renato cerca di avvicinarsi a Rita ma lei al momento lo respinge perché è sempre interessata a diventare una cantante famosa come Mina, l’idolo del nuovo spettacolo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due personaggi rifulgono per le loro virtù: un giovane abbandonato alla vigilia delle nozze, non manifesta rancore e si dimostra generoso nei confronti della sua ex fidanzata; un maestro di ballo sa tener separati i suoi affetti personali dall’imparzialità richiesta dalla sua professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Buona ricostruzione scenografica e bei costumi degli anni ’60. Un’occasione mancata per raccontarci la Rai e l’Italia di quegli anni a vantaggio di tre storie al femminile, professionali e sentimentali che ricordano non poco le ragazze di "Che Dio ci aiuti"
Testo Breve:

La ricostruzione dei favolosi anni ’60 e delle prime trasmissioni di Studio Uno funge da cornice per tre racconti al femminile. L’enfasi data alla componente rosa del racconto finisce per offuscare l’aspetto rievocativo di quel momento magico del servizio pubblico guidato da Ettore Bernabei

Ettore Bernabei, in un’intervista trasmessa da Rai3 nel 2005, nel rievocare la nascita di Studio Uno, ricordava: “quando scoprimmo le gemelle Kessler in un locale di Berlino, tentammo una cosa che a quell’epoca sembrava rischiosa: togliemmo le sottane alle ballerine, consapevoli che facevamo vedere, sia pure con la calzamaglia nera, un bel paio di gambe; il che è molto diverso dalle veline che sculettano con il tanga e danno l’illusione di un pezzo di carne da mordere. Quella è una televisione che lascia un’inquietudine, perché mica tutti posso mordere quella carne”. Con un’ironia tutta toscana Bernabei, alludendo ai canali concorrenti di Mediaset, aveva indicato, oltre a dare una bella lezione di estetica, qual è il valore di un programma d’intrattenimento: lo spettatore deve “andare a letto contento di aver appreso qualcosa, di aver visto una buona recitazione, di aver visto delle ballerine non solo graziose ma capaci di ballar bene”.

Lo "spirito Bernabei" viene solo accennato in questo miniserial, andato in onda lunedì 13 martedì 14 febbraio 2017, che pone la Rai, gli studi di via Teulada e lo stesso Ettore Bernabei, solo come sfondo alle vicende di tre ragazze, impegnate a realizzare le loro ispirazioni proprio nei tempi gloriosi delle prime trasmissioni di Studio Uno. Viene sviluppata con più dettaglio solo la figura di Antonello Falqui, l’ideatore del programma e dei tanti protagonisti del tempo, si citano soprattutto Mina (ripresa sempre di spalle) e Rita Pavone.

Gli anni ’60 erano sicuramente tempi nei quali era stata percepita più chiaramente la necessità una maggiore emancipazione femminile ma almeno due delle tre ragazze della fiction appaiono quasi “mostruose” nella loro determinazione di raggiungere il successo a tutti i costi. Rita, la ragazza madre, nelle sequenze iniziali, non ha la pazienza né il tempo di prendersi cura del suo bambino e decide di andare a vivere in un appartamento condiviso con le altre ragazze, lasciandolo interamente alle cure dei suoi genitori. Elena cerca di sfruttare la sua bellezza come mezzo per la scalata alla RAI e decide di diventare l’amante di uno dei dirigenti che possono favorirla. Giulia, appare come la più riflessiva delle tre ma anche lei manifesta delle incertezze molto dolorose per chi le sta vicino. Si sta già provando l’abito da sposa per il matrimonio con Andrea quando, un solo bacio con Lorenzo, suo collega in Rai e la prospettiva di iniziare una carriera nel mondo della televisione, la spingono a rompere il suo fidanzamento durato 11 anni. Ma anche Lorenzo a sua volta, cerca soprattutto il successo e la loro relazione risulterà molto movimentata, priva com’è di un impegno definitivo da parte di entrambi.  

Alla fine la miniserie si avvierà a conclusioni positive anche per Rita e per Elena, non certo per una loro riflessione su ciò che è giusto o sbagliato ma perché si accorgono che le loro ambizioni debbono necessariamente esser ridimensionate.

Per fortuna il racconto è illuminato dalle virtù di due figure particolarmente positive: Andrea, il fidanzato abbandonato da Giulia, che cerca sinceramente il suo bene, aldilà della sofferenza che gli ha arrecato e la libera da fastidiose incombenze legali; Stefano, anche se innamorato di Elena, sa essere un giudice imparziale nel suo incarico di maestro del corpo di ballo.

La miniserie avrà sicuramente avuto un piacevole effetto amarcord verso chi era già abbastanza cresciuto ai tempi di Studio Uno ma, a parte una buona ricostruzione delle scenografie e dei costumi dell’epoca, la fiction non ci fa entrare, in modo approfondito, nei meccanismi di quello che era il monopolio nazionale della televisione negli anni ‘60. La sceneggiatura inoltre lascia trapelare troppo apertamente i suoi meccanismi, secondo la formula dei conflitti che prima si creano e poi vengono risolti, come la presenza di dirigenti RAI che si oppongono a Studio Uno o le rivalità sul lavoro, sia per Rita come sarta e per Elena come ballerina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 21:26
Titolo Originale: Moonlight
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris, André Holland

Miami. “Il piccolo”, come lo chiamano i compagni si scuola per deriderlo, si chiama in realtà Chinon ed è un afroamericano di dieci anni, sensibile e timido, che vive senza un padre e con una madre intossicata dalla droga. Decide di prendersi cura di lui Juan, uno spacciatore locale che riesce a regalargli qualche momento di serenità (gli insegna a nuotare) e una casa dove rifugiarsi quando la madre diventa intrattabile. Diventato adolescente, Chinon viene considerato un debole secondo gli stereotipi machisti che seguono i suoi compagni di scuola. Il ragazzo trova conforto nell’amicizia e nell’intimità sessuale con il compagno Kevin, l’unico con il quale riesce a intendersi. Picchiato nuovamente dai suoi compagni, Chinon reagisce violentemente e viene mandato al riformatorio. Dieci anni dopo è un giovane adulto che ha imparato a farsi rispettare ed è diventato a sua volta uno spacciatore. Una sera riceve una telefonata da Kevin, dopo anni di silenzio. I due si incontrano in un locale: è l’occasione per raccontarsi a vicenda cosa sono diventati e ricordare il tempo passato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ci presenta un mondo degradato, dove lo spaccio della droga resta l’unico lavoro conveniente da fare, dal quale non trapela nessuna speranza di riscatto. Ogni persona vive solo della ricerca di singoli momenti di consolazione reciproca.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, pesanti allusioni sessuali, riferimenti a rapporti omosessuali, uso e spaccio di droga, scene di bullismo nella scuola.
Giudizio Tecnico 
 
Il film candidato a 8 premi Oscar, ha una regia che riesce ad amalgamare bene una storia che si svolge in tre età diverse con tre attori diversi, e conferisce al racconto un senso unitario di struggente malinconia
Testo Breve:

 Un ragazzo sensibile e  introverso, con una madre tossicodipendente, cresce con sofferenza, deriso e picchiato dai compagni, offesi dalla sua mancanza di machismo. Un film ottimamente realizzato ma che trasmette il pessimismo fatalistico di una vita senza riscatti. 

Questo racconto, ricavato da una piece teatrale, è totalmente incentrato sulla figura di Chinon, visto in tre diverse tappe della sua crescita (a dieci anni, da adolescente  e infine da giovane-adulto) e dei  suoi incontri con le tre sole persone che hanno contato per lui: la madre, Juan e Kevin. Con la madre Chinon ha il rapporto più tormentato ma duraturo, segnato dalla ferita di un amore reciproco che resta sempre intenso e tenero ma perennemente venato dalla sofferenza del rimorso, per entrambi, di non averlo potuto esprimere come avrebbero voluto.

Con Juan il rapporto è insolito: questo rude spacciatore si intenerisce per questo fragile ragazzo tormentato e deriso dai suoi compagni, se ne assume il ruolo di protettore e di educatore, rispondendo alle domande più difficili: sul perché i compagni lo deridano chiamandolo “checca” e sulla conferma che la madre sia una tossicodipendente. Il regista evidenzia la difficile crescita di questo ragazzo, sottolinea il suo malinconico silenzio, costretto sempre a rifugiarsi in camera quando torna a casa, perché la madre è impegnata con qualche uomo. Il capitolo sull’adolescenza non fa che enfatizzare l’isolamento del ragazzo, ora che l’ostilità dei compagni nei suoi confronti è diventata violenta. E’ in questo difficile contesto (Juan nel frattempo è morto) che Chinon finisce per trovare sollievo nell’avvicinarsi all’amico Kevin, l’unico che non lo deride e con il quale può confidarsi. Nel terzo capitolo, il più breve, Chinon si è ormai costruito una propria corazza per affrontare il mondo esterno (anche fisicamente è diventato un giovane muscoloso), è diventato anche lui uno spacciatore e l’incontro, dopo tanti anni fra lui e  Kevin, vive solo del riverbero delle sensazioni adolescenziali e del rammarico per tutte le aspettative che avevano riposto nel loro futuro e che non si sono realizzate.
Il film sfugge a una chiara definizione e può esser visto sotto diverse angolature. Può esser definito  un racconto di formazione, sia pur molto tormentata; una denuncia sociale per un mondo dove chi è di colore non ha altra alternativa che impegnarsi nella malavita e ha un’alta probabilità di passare degli anni in un riformatorio, come Chinon o in prigione, come Kevin.
Altri hanno sottolineato come questo film sia il primo che ha approfondito la condizione di omosessuale in un contesto  afroamericano. In realtà il film potrebbe essere visto anche in altri modi.
Ci sono vistose omissioni nel racconto, che farebbero pensare a un film costruito a tesi, o comunque con l’obiettivo di  realizzare un mood  particolare, inteso come espressione artistica, più che come rappresentazione di una realtà. L’analisi sociale è falsata da alcune scelte stilistiche: il film costruisce un mondo  all black e non compare nessun bianco in nessun momento; il mestiere di spacciatore di droga, esercitato da Juan prima e da Chinon dopo, è visto come un mestiere come tanti, trascurando il fatto che si tratta di un’attività con la quale si finisce per vivere nelle maglie di organizzazioni criminali potenti, in grado di uccidere senza scrupoli. Pur riconoscendo la forte presenza del bullismo nelle scuole,  l’accanimento dei compagni verso Chinon nella primo e nel secondo capitolo del film sembra eccessivo, perché non è compensato dalla descrizione del lato buono della scuola. La  stessa supposta omosessualità di Chinon potrebbe essere messa in discussione. In nessun momento viene espresso da Chinon un chiaro desiderio sessuale  in quella direzione ma piuttosto la melanconia di un ragazzo solo che trova qualcuno che lo possa capire e  l’unico caso di parziale espressione di omosessualità, più subita che voluta, che avviene nel capitolo dell’adolescenza, può essere imputato alle incertezze che sono tipiche di quell’età.  Inoltre il  film manca  totalmente di qualche sequenza di incontro di Chinon con una ragazza, che  ci possa far capire se abbia mai pensato di trovare in una persona dell’altro sesso il modo per superare la sua solitudine.  .

Moonlight  evidenzia una grande padronanza del regista nel portare avanti una storia tutta interiore, ottimamente recitata e nel trasmetterci quell’atmosfera di struggente malinconia in cui vive Chinon. Non si può però non commentare la scelta dell’autore di mostrare un mondo senza speranza e nel mostrarci uomini che cercano esistenzialmente solo singoli attimi di conforto, senza nessun impegno nel trasformare in positivo la propria esistenza. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY THE SEA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 20:12
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 135
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

Lee Chandler conduce una vita solitaria a Boston.  Esercita con scrupolo il suo lavoro, che è quello di fare lavori di manutenzione in quattro grossi condomini ma i suoi modi sono bruschi e scostanti. Un giorno riceve una telefonata: deve recarsi subito a Manchester, un paesino del Massachussetts sull’oceano, dove è nato e vissuto fino a pochi anni prima. E’ morto suo fratello Joe, ammalato di cuore da tempo.  Lui è l’unico in grado di occuparsi dell’organizzazione dei funerali: la moglie di Joe ha lasciato la casa da tempo e suo figlio Patrick, di sedici anni,  è rimasto solo. Il ritorno a Manchester costituisce una sofferenza per Lee: è ancora vivo in lui il ricordo della terribile tragedia familiare che aveva causato la separazione da sua moglie Randi. Grande quindi è la sua sorpresa quando scopre che il fratello, nel suo testamento, lo ha nominato tutore del nipote fino alla maggiore età…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di persone semplici e umili, con la loro generosità riesce a risolvere i problemi dei loro amici; uno zio non sa educare affettivamente il nipote rimasto orfano, che diventa complice delle sue prime esperienze sessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Una situazione altamente drammatica. Turpiloquio. Scene drammatiche di violenza come effetto dell’alccoolismo, riferimenti all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Una sceneggiatura di alto livello, sostenuta da attori tutti nella parte. Sei candidature all'Oscar
Testo Breve:

La storia di un dolore e di un senso di colpa che trovano progressivamente una via di uscita. Un’ottima sceneggiatura per un film in attesa di Oscar

Il film è la storia di un dolore lacerante. Un dolore causato da un tragedia che ha privato il protagonista Lee di coloro che gli erano più cari, reso più acuto dal fatto che l’uomo si considera responsabile di quanto è accaduto. Candidato  a sei Oscar, Manchester by sea . è  una storia tutta al maschile. Lee, come maschio, non piange; si tiene tutto dentro e quando ha bevuto troppo si scarica prendendo a pugni qualcuno nel locale e finendo come sempre per soccombere, pieno di lividi. E’ un modo per auto-punirsi.

All’inizio si resta disorientati per la lentezza dello sviluppo (Lee, arrivato a Manchester, trascorre più di una giornata a organizzare i funerali del fratello). Il ritmo del racconto è però funzionale per seguire i lenti mutamenti dell’animo del protagonista, che rivive le gioie ma anche i tanti dolori (noi li percepiamo con lui tramite numerosi flashback) del tempo trascorso nel piccolo paese sull’Oceano dove è nato e ha vissuto a lungo. Il fatto che il regista e lo sceneggiatore coincidano garantisce al film un’insolita unità di sviluppo.

Determinante è l’incontro di Lee con il nipote. Se Lee si sente un morto vivente, il trovarsi di fronte a un giovane così desideroso di crescere e di aprirsi alla vita ma ancora così fragile, determina in lui un taglio nella cortina di autoprotezione che si è creato e che progressivamente finirà per allentarsi. Non c’è nessuna suspence nell’attesa di qualche imprevisto in questo film ma solo una dettagliata analisi, quasi anatomica, della progressiva maturazione, dalla terra umida e nera del dolore dell’animo di Lee, di un piccolo fiore di speranza.

Il film è sorretto, oltre che dall’ottima interpretazione di tutti i protagonisti, dalla sceneggiatura innovativa di Kenneth Lonergan, che farà sicuramente scuola. Il suo modo di sviluppare il racconto può essere assimilato a quello del gioco di biliardo, dove le palle si urtano, per reazione si spostano fino a incontrare altre palle e magari a tornare indietro. Lee, nel suo mutismo scontroso, finisce per litigare con il nipote Patrick. L’evento determina, nell’animo di Lee, una riflessione e quando zio e nipote si incontrano di nuovo, il loro animo si è modificato e ora sono pronti ad affrontare lo stesso problema con un animo mutato. In questo modo i protagonisti sono come monadi fra loro indipendenti ma  che si scontrano e che si modificano quando scoprono la loro interdipendenza.

Per un’analisi così accurata dell’animo dei personaggi, la storia non può che essere minima, riferita a persone semplici così come elementare è l’ambientazione in un tranquillo paese di pescatori. 

Il film non manca di sottolineare i terribili effetti dell’alcool e dell’uso di droghe: Lee deve continuamente lottare per non ricadere nelle debolezze del suo passato recente mentre la famiglia del fratello resta devastata dall’alcoolismo della moglie.

Non ci sono accenni nel film a tematiche di fede, ma si intravede, in modo indiretto, la sua forza che può sprigionare per affrontare difficili casi umani. Lee e il nipote vanno a trovare la madre del ragazzo, che ora ha un nuovo compagno. In casa ci sono chiari segni di una fede cattolica e prima di pranzo tutti si fanno il segno della croce. C’è una certa ironia, da parte del regista, nel ritrarre questa scena ma al contempo manifesta un dato di fatto inippugnabile: un uomo di fede si è impegnato a recuperare la donna dall’alcolismo.

Il film è interessante sotto un’altro aspetto: se certe situazioni sembrano irrimnediabili, se la capacità di perdonarsi sembra impossibile, la salvezza può venire solo grazie alla generosità e al sacrificio degli altri. Da questo punto di vista il compagno di barca di Joe e di sua moglie, tecnicamente dei personaggi secondari, sono in realtà quelli determinanti  nella storia: sono loro che si impegneranno ad adottare il ragazzo fino alla sua maggiore età. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY SEA (Laura C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 19:52
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 142
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

La morte improvvisa del fratello maggiore Joe, costringe Lee Chandler, custode tuttofare, a tornare nella sua cittadina natale. Lì scopre che il fratello lo ha designato come tutore legale del figlio sedicenne Patrick e così Lee sarà costretto ad affrontare, oltre il lutto, i fantasmi del suo tragico passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dopo una dolorosa tragedia familiare, si apre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono. l’unica chiave possibile per ricominciare
Pubblico 
Maggiorenni
Un paio di scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Il film è sorretto dall’ottima interpretazione di Casey Affleck e dal regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan che riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto. Sei candidature all’Oscar 2017
Testo Breve:

I protagonisti cercano di ricucire le ferite di un grave lutto familiare ricostruendo lentamente i loro rapporti umani. Un film pluri-candidato all’Oscar

Autore di opere teatrali e sceneggiatore per grandi registi (suoi i copioni di Terapia e Pallottole e Gangs of New York), Kenneth Lonergan qui si riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto, sia quello di un adulto ferito dalla vita o quello di un adolescente preso nel mezzo di un’età difficile e piena di sfide.

Il film è sorretto dall’interpretazione di Casey Affleck, che ormai da tempo non ha più bisogno di dimostrare il suo talento (già eccellente nel debutto alla regia del fratello Ben, Gone Baby Gone, negli anni non ha fatto che riconfermarsi), affiancato da un ottimo cast, in cui spiccano il giovane Lucas Hedges e il veterano Kyle Chandler.

La storia non procede in modo lineare ma svela i suoi segreti progressivamente: la resistenza di Lee a tornare nel paese natale, in cui sembrerebbe essere stato felice, la difficoltà e la complicazione dei rapporti famigliari (il fratello defunto aveva una moglie, alcolista, che a un certo punto aveva abbandonato lui e il figlio, ma si è poi rifatta una vita con un nuovo compagno molto devoto), una tragedia del passato che ha spazzato via una famiglia ma non ha distrutto l’amore.
I tasselli del puzzle vanno a comporsi progressivamente complicando una scelta già di per sé non facile: il solitario Lee, infatti, dovrebbe farsi carico dell’educazione del nipote, diviso tra impulsi adolescenziali e un dolore difficile da esprimere. 
Proprio il tratteggio del rapporto zio-nipote, scevro da ogni sentimentalismo e ipocrisia, ma proprio per questo autenticamente doloroso, è uno degli elementi più belli e toccanti della pellicola.

La tragedia che ha fatto di Lee un uomo chiuso e a disagio con i sentimenti è di quelle da melodramma e il flashback che la rivela, accompagnato da una musica quasi esorbitante, non fa nulla per contenerne la portata.

Altrove, invece, la pellicola sceglie la via della leggerezza (per esempio quando segue le peripezie sentimentali di Patrick, che è disposto a usare della sua perdita anche per portare avanti il complicato ménage con due fidanzate), come a ribadire che la vita continua anche dopo le peggiori disgrazie, proprio come le stagioni che si avvicendano a Manchester, sciogliendo il ghiaccio dell’inverno, lasciando finalmente lo spazio alla sepoltura (letterale e metaforica) del passato, e, forse, a un’ipotesi di rinascita nel futuro.
Di fronte alle difficoltà di Lee, Lonergan non fa sconti e non sceglie la soluzione facile e consolatoria, ma offre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono che è l’unica chiave possibile per ricominciare. Un perdono che talvolta è più difficile concedersi che offrire e che non può mai essere una via solitaria.
Lonergan è un autore che ha dimostrato già in passato un grande amore per i suoi personaggi e anche qui riesce, pur con qualche lungaggine che un montaggio più severo avrebbe potuto eliminare, a trasmettere la stessa simpatia umana, che non si lascia vincere né da limiti né da dolori e sconfitte.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BILLY LYNN - UN GIORNO DA EROE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 18:00
Titolo Originale: Billy Lynn's Long Halftime Walk
Paese: USA, GRAN BRETAGNA, CINA
Anno: 2016
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Jean-Louis Castelli
Produzione: FILM4, THE INK FACTORY, DUNE FILMS, MARC PLATT PRODUCTIONS, STUDIO 8, TRISTAR PRODUCTIONS, BONA FILM GROUP
Durata: 113
Interpreti: Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Vin Diesel, Steve Martin

Il soldato Billy Lynn, in un conflitto a fuoco durante la seconda guerra in Irak, si prodiga generosamente a portare in salvo il suo sergente, rimasto ferito. Una telecamera rimasta accesa riprende l’evento e in questo modo Billy diventa un eroe nazionale. Per la festa del Thanks Giving Day, il suo plotone, guidato dal sergente Dime, è ospite d’onore della partita dei Dallas Cowboys. Billy è anche lui texano e su di lui si concentrano gli applausi e i complimenti della gente dello stadio. Ma Billy è turbato: ha ancora vivo il ricordo degli ultimi combattimenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alcuni soldati impegnati nella guerra in Irak hanno stabilito fra loro forti legami di solidarietà e di concreto aiuto reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune intense scene di battaglia, una rapida sequenza sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Ang Lee, con una camera che sta sempre addosso al protagonista, riesce a farci trasmettere le sue ansie e i suoi turbamenti ma la sceneggiatura tradisce la sua impostazione letteraria
Testo Breve:

Un soldato considerato eroe della guerra in Irak, si trova a disagio, tornato i patria, nel diventare strumento di retorica bellica. Un film riuscito a metà con un’impostazione eccessivamente letteraria

Le guerre del dopoguerra degli americani sono state indubbiamente tante e molti registi non hanno mancato di enfatizzare l’abisso di senso e di sensazioni, quasi un’incomunicabilità, che si determina fra chi va sul fronte di guerra e chi, restando a casa, cerca al meglio di rendersi compartecipe, appellandosi a quanto appreso dalla televisione e riesumando, con l’occasione, un po’ di retorica patriottica. La situazione si complica per il gusto, tipicamente americano, dell’entertainment. Lo aveva di recente evidenziato Clint Eastwood con il suo Flag of Our Fathers: quattro soldati in trasferta in patria durante la guerra nel Pacifico, debbono ripetere all’infinito, in diversi stadi americani, la scena che riproduce la foto-simbolo dell’innalzamento della bandiera americana sull’isola di Iwo Jima, inizio della riconquista americana.

In questo film Billy, con alcuni commilitoni della sua compagnia Bravo, sono ospiti d’onore durante una partita dei Dallas Cowboys, inclusa la loro partecipazione alle esibizioni della serata, fra balli, canti e fuochi d’artificio.

Il racconto si svolge tutto durante questa giornata allo stadio e il regista Ang Lee (autore di Vita di Pi, tre Oscar nel 2013) è particolarmente sarcastico nell’evidenziare il disorientamento di questi soldati, costretti a fare da comparse a scenografie roboanti e a ricevere i complimenti di circostanza di gente che non può comprendere ciò che ha vissuto o essere costretti a dare risposte sul significato di quella guerra, proprio loro che non ne trovano alcuno. Il regista si concentra soprattutto su Lynn, di 19 anni, schietto e introverso, ancora vergine, come gli ricorda sua sorella, che si porta nell’animo il peso tanti momenti di tensione vissuti in Irak e vive quella giornata come in un sogno angoscioso, dove fa quello che gli viene detto di fare ma con la mente altrove.

La distanza fra questi soldati e coloro che sono rimasti in casa è ben sintetizzato dalle parole del magnate texano che ha intenzione di realizzare un film sulle gesta di Lynn e della compagnia Bravo. “La tua storia non appartiene più a te – dice a Lynn- ma appartiene all’America.  Ciò che conta è l’idea. La vostra battaglia non è altro che il simbolo della battaglia dell’America contro il terrorismo. La compagnia Bravo, ora siamo noi”.

Lynn e il suo sergente, all’unisono, rifiutano decisi questa costruzione retorica intorno al loro operato. In fondo la risposta che propone Ang Lee, con le varie sequenze ambientate in Irak dove viene evidenziata la forte intesa fra commilitoni in armi,  è molto simile a quella già  data da Clint Eastwood in Flag of our fathers: chi va in guerra forse combatte anche per la patria, ma in realtà si impegna soprattutto per i suoi commilitoni: la coesione che si forma fra chi, in ogni istante non sa se continuerà a vivere o a morire diventa l’arma migliore con cui possono affrontare nuove giornate di guerra.

Lynn è tentato da sua sorella per farsi certificare un esonero per esaurimento nervoso per non tornare più in Irak: un’ipotesi accettabile, ora che è considerato un eroe. Lynn è costretto a riflettere su se stesso, cercar di capire dove può dare un senso della sua vita. Per un momento la madrepatria gli offre una magnifica lusinga: l’ammiccante e sensuale cheerleader con la quale stabilisce un’intesa istintiva. E’ un altro momento di mordace ironia da parte del regista e dello sceneggiatore: la ragazza parla con Lynn in modo affettuoso ma attraverso frasi fatte, prese in prestito dai media, non lo vede per quello che è ma come simbolo astratto ed intoccabile di eroismo.

Ang Lee è molto bravo nel costruire queste situazione surreali di tensione fra ciò che è e ciò che appare, fra realtà e mito posticcio ma il racconto tradisce un eccesso di letteratura, di parole più che di immagini e, al di là di alcune scene, risulta un lavoro freddo, che non riesce a generare emozioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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