Dramma

ONDA SU ONDA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/16/2016 - 20:47
Titolo Originale: Onda su onda
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Rocco Papaleo, Valter Lupo, Federica Pontremoli
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, INDIANA PRODUCTION, LESS IS MORE PRODUZIONI
Durata: 102
Interpreti: Alessandro Gassmann, Rocco Papaleo, Luz Cipriota, Massimiliano Gallo

Nelle giornate sempre uguali di una nave mercantile italiana che attraversa l’Atlantico per raggiungere Montevideo, non è facile la convivenza forzata fra il cantante Gegè, l’unico passeggero della nave che cerca in Sudamerica un successo che non ha più trovato in patria e il cuoco Ruggero, una sorta di filosofo melanconico e solitario che da quattro anni non è mai sbarcato dalla nave. Arrivati a Montevideo, i due finiranno per aiutarsi a vicenda e il destino che li aspetta sarà molto diverso da quello che si erano immaginati...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amicizia, la paternità e l’amore filiale sono affetti ben rappresentati in questa terza prova da regista di Rocco Papaleo
Pubblico 
Adolescenti
Qualche battuta a sfondo sessuale di dubbio gusto, allusione a un rapporto sessuale non mostrato
Giudizio Tecnico 
 
Buona l’ambientazione sudamericana e l’affiatamento fra i due protagonisti; il racconto, molto tranquillo, rischia di essere poco coinvolgente
Testo Breve:

Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann sono i protagonisti affiatati di un viaggio oltre Atlantico alla ricerca di loro stessi. Un racconto positivo di affetti ritrovati sviluppato con uno stile minimalista

Partire vuol dire abbandonare ogni certezza, lasciarsi cullare dalle onde del mare e intraprendere un viaggio con le sue sorprese, i suoi imprevisti, le sue avventure, le sue novità. Partite vuol dire in un certo modo cambiare, o quanto meno accettare i rischi del cambiamento che questo nuovo percorso potrebbe apportare, ed è ciò che accade, seppur involontariamente, ai due protagonisti di Onda su Onda, il nuovo film di Rocco Papaleo, con Alessandro Gassman e lo stesso regista.  

Gege’ e’ un cantante che non è mai riuscito a brillare sotto la luce dei riflettori, ormai depresso e privo di speranze, Ruggero invece è un uomo misterioso, con un segreto alle spalle che lo tormenta e che lo ha portato ad allontanarsi da tutti e a imbarcarsi come cuoco su una nave dalla quale non scende da quattro anni. Proprio su questa nave, sulla quale si imbarca anche Gege’ per raggiungere Montevideo, dove dopo 30 anni dovrà tenere un importante concerto che finalmente potrà risollevare le sue sorti di artista e uomo, i due si incontrano o meglio si scontrano. Ruggero e Gege’ al primo impatto si odiano, non si sopportano, appaiono incompatibili perché molto diversi, ma in realtà simili, entrambi bisognosi di superare la crisi e il vuoto esistenziale in cui si trovano. Inaspettatamente i due si ritrovano presto complici e amici, ad affrontare le varie peripezie, avventure e sorprese che  si presentano loro una volta sbarcati nella città uruguaiana.

Tra mezze bugie, mezze verità, inganni, incontri inaspettati e rivelazioni sorprendenti, il vecchio cantante e il saggio cuoco, un po' psicologo un po' professore, riusciranno a ritrovare se stessi, la propria serenità, i propri affetti e ad essere sicuramente delle persone migliori.

Dopo Basilicata cost to cost e Una piccola impresa meridionale, Rocco Papaleo torna alla regia con un film diverso dai precedenti, in cui la classica verve comica sfuma verso la profondità psicologica e il sentimentalismo.  

Nelle atmosfere calde e suggestive di Montevideo, trasportati dal sofisticato e travolgente ritmo jazz delle melodie suonate e intonate, si assiste ad una storia che è una delicata vicenda degli equivoci, un doppio gioco delle parti, dove ad emergere non è tanto la comicità, quanto la psicologia dei personaggi. Papaleo nei panni di Gege’ dimostra tutta la sua vivacità di artista, le sue sottili e surreali gag sempre in bilico tra spensieratezza e leggera malinconia, mentre Alessandro Gassman con quel carisma e quell’intensità, che lo avvicinano sempre più al padre Vittorio, riesce a farsi interprete di un personaggio saggio,  profondo, sensibile. Ben caratterizzati risultano anche i personaggi minori, tra i quali spiccano il comandante, interpretato dal brillante Massimiliano Gallo, in grado di rendere con simpatia la complessa personalità di un uomo che, pur vivendo in mare e amandolo, vive nella continua ansia e timore di annegare, e la dolce e romantica Gilda, fino alla divertente autista-cantante lirica.

“Onda su onda” si rivela quindi una commedia piacevole, misurata, sobria, ben interpretata, forse fin troppo equilibrata, senza quel guizzo e quella ventata di originalità e dinamismo che avrebbero esaltato ancor di più la storia e il suo intreccio, increspando il calmo mare che trascina gli spettatori verso l’approdo sicuro di un parziale lieto fine.

 

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PERFETTI SCONOSCIUTI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/11/2016 - 12:36
Titolo Originale: Perfetti sconosciuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello
Produzione: Medusa Film
Durata: 97
Interpreti: Giuseppe Battiston; Anna Foglietta; Marco Giallini; Edoardo Leo; Valerio Mastandrea; Benedetta Porcaroli; Alba Rohrwacher; Kasia Smutniak

Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini) sono una coppia di professionisti, chirurgo plastico lui, psicologa lei, sono sposati e hanno una figlia adolescente; invitano i loro più cari amici per una cena a casa loro. I primi ad arrivare sono Lele (Valerio Mastandrea) e Carlotta (Anna Foglietta), anche loro sposati con due figli piccoli. Poco dopo si presentano anche Cosimo (Edoardo Leo), tassista romano, con la sua giovane moglie, Bianca (Alba Rohrwacher), veterinaria. Tutti attendono l’arrivo dell’ultima coppia invitata composta da Peppe (Giuseppe Battiston), insegnante di educazione fisica disoccupato con un divorzio recente alle spalle, e dalla sua nuova misteriosa compagna, Lucilla. Al momento di sedersi a tavola Eva propone un gioco all’apparenza divertente ma che sarà causa di terribili conflitti: condividere apertamente con tutti i commensali lungo l’arco dell’intera serata il contenuto di messaggi e telefonate da ciascun cellulare personale.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una simpatica cena tra amici di vecchia data in un clima familiare, accogliente e disteso si trasforma in una tragica riunione tra adulti esasperatamente concentrati su stessi e sulle proprie esigenze e non più capaci di aprirsi e di rinnovare il rapporto con il proprio coniuge. Ciascun personaggio ha permesso che incomprensioni mai affrontate, immaturità interiore e irrisolti conflitti generassero situazioni di triste lontananza all’interno della coppia e differenti e variegate occasioni di tradimento. La drammatica verità su ciascuna coppia produce una tremenda tempesta di negatività che non lascia spazio alla speranza e ad alcuna possibilità di recupero. Un atteggiamento disinvolto di un genitore nei confronti della figlia adolescente impegnata a risolvere i suoi primi impegni amorosi
Pubblico 
Maggiorenni
A causa dei dialoghi che spesso rimandano a situazioni complesse e difficili da comprendere, con un linguaggio a volte un po’ triviale, il film è più adatto ad un pubblico adulto
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura appare all'inizio ben congegnata e mantiene un buon ritmo fino alla metà del film ma poi si trasforma in un puro meccanismo alla ricerca di facili effetti. Ottima la recitazione degli interpreti. Anche scenografia e fotografia accompagnano bene l’andamento della storia.
Testo Breve:

L'espediente teatrale di una cena fra amici che si trasforma in una guerra senza esclusione di colpi viene riproposto da Paolo Genovese mediante una sceneggiatura che dopo una partenza brillante si rifungia in espedienti di facile effetto

Secondo Gabriel Garcia Marquez: “ognuno di noi ha una vita pubblica, una vita privata e una segreta”. Partendo da questo presupposto Paolo Genovese pone un quesito dai risvolti piuttosto inquietanti: conosciamo davvero la persona che ci vive accanto? Perfetti sconosciuti intende mostrare proprio cosa accadrebbe se improvvisamente la parte più segreta della vita del partner venisse allo scoperto. Il regista, insieme ad un nutrito gruppo di sceneggiatori, individua nel cellulare l’oggetto potente e pericoloso che custodisce i segreti più nascosti di ogni persona e lo fa diventare il mezzo attraverso il quale vengono alla luce le più scomode verità.

Le quattro coppie protagoniste di questa storia si incontrano per quella che sembrerebbe una tranquilla e simpatica cena tra amici, ma il gioco, un po’ provocatorio, proposto dalla padrona di casa, Eva, mette in crisi tutti e innesca un tragico meccanismo senza ritorno. Ciascun commensale infatti per tutto il corso della cena dovrà impegnarsi a tenere il proprio cellulare al centro del tavolo rendendo pubbliche le proprie conversazioni sia telefoniche che scritte. L’idea è quella di scoprire se c’è davvero piena sincerità tra loro come amici e come coppie, ma il gioco in realtà finisce col rivelare situazioni nascoste e latenti drammi complessi. Dolorose verità su ciascuna coppia vengono allo scoperto e, quasi come se si fosse aperto un pericoloso vaso di Pandora, il gioco produce una tremenda tempesta di negatività a cui seguono, da un punto di vista interiore, morti e feriti gravi. Un ciclone desolante, devastante e impietoso che non lascia spazio alla speranza e ad alcuna forma di perdono.

L'espediente teatrale (tutto origina da Carnage) di una cena fra amici che si trasforma in una guerra senza esclusione di colpi è stata proposta al cinema già altre volte e basterebbe citare,  solo per ricordare la produzione italiana recente, Il nome del figlio e Dobbiamo parlare ma l'espediente di scoprire che è il telefonino di ciascuno a serbare i segreti più inconfessabili all'inizio funziona, grazie a una sceneggiatura intrigante e divertente. Il film finisce per perdere tutto il suo interesse nella seconda parte, quando la ricerca a tutti costi del colpo di scena finisce per far perdere di credibilità alla storia ma sopratutto valore ai protagonisti , che risultano tutti appiattiti intorno a un unico interesse, quello dei propri diversivi sessuali.

Il finale, con queste premesse, risulta tragico: per la coppia ad un certo punto esisterebbero solo due alternative: tacere e custodire i propri segreti ben celati o, di fronte ad un rapporto ormai profondamente lacerato, affrontare una dolorosa rottura, arrendersi e fuggire.

In Perfetti sconosciuti le relazioni sono viste  in modo statico, soggette ad un logorante immobilismo. Ogni personaggio, ad eccezione di Rocco, sembra incapace di guardare avanti e di sapersi mettere in discussione per ricreare e rinnovare giorno per giorno il proprio rapporto con l’altro.  Un ennesimo film senza speranza sulla fragilità di coppia che svela il vuoto esistenziale dei protagonisti. L’opportunità di creare legami affettivi forti, tali da poter sopportare e superare limiti, difficoltà ed errori l’uno dell’altro e di affrontare insieme gli inevitabili cambiamenti della vita crescendo come persona e come coppia non è contemplata.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMA PAROLA - LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/10/2016 - 22:43
Titolo Originale: Trumbo
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Jay Roach
Sceneggiatura: John McNamara
Produzione: GROUNDSWELL PRODUCTIONS, INIMITABLE PICTURES, SHIVHANS PICTURES
Durata: 124
Interpreti: Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren

Sinossi: Dalton Trumbo è uno tra gli sceneggiatori di Hollywood più pagati al mondo, ma è anche attivamente schierato con i sindacati in favore del riconoscimento dei diritti civili e della parità di retribuzione. Nel 1947 viene chiamato a testimoniare di fronte alla Commissione per le Attività Antiamericane (House Committee on Un-American Activities), voluta dal senatore Mc Carthy, per sospetta adesione al comunismo. A causa del suo rifiuto di deporre dinnanzi ai giudici viene condannato ad 11 mesi di reclusione e per 10 anni resta inserito nella lista nera del governo senza alcuna possibilità di lavorare. Dopo aver perso la casa, Dalton riesce con grande fatica a mantenere la propria famiglia scrivendo sceneggiature sotto falso nome.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si sofferma poco sugli aspetti politici della vicenda, ma offre un quadro piuttosto completo delle drammatiche conseguenze che la pratica del MacCarthismo comportò sulla vita dei tanti professionisti accusati di favorire l’ideologia comunista. Il racconto evidenzia bene che tipo di impatto ebbe questa drammatica vicenda soprattutto sulla vita familiare di Dalton, che dovette sopportare un intero decennio di sacrifici e difficoltà. Nonostante le forti contrarietà, le debolezze e le cadute, la famiglia Trumbo però riesce a mantenersi unita nell’affetto e nel reciproco sostegno. Anche l’amicizia che lega Trumbo ad alcuni dei suoi colleghi è fondata su un forte senso della lealtà e della solidarietà.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film risente di una sceneggiatura dall’andamento un po’ discontinuo in cui i molti elementi della storia non sempre si armonizzano bene tra loro, il racconto risulta quindi poco lineare e a tratti difficile da seguire. Ottima l’interpretazione di Bryan Cranston (Dalton Trumbo). Buona e accurata la ricostruzione degli ambienti e dei costumi di quegli anni. La pellicola si avvale anche di alcuni video originali dell’epoca che esaltano l’aspetto più realistico della storia e riescono a fondersi bene con le scene girate del film.
Testo Breve:

La vita di Dalton Trumbo, sceneggiatore hollywoodiano vincitore di due premi Oscar, costretto a lavorare sotto falso nome durante il Maccartismo.  Una bella storia di famiglia ma anche di orgoglio e ambizione

Nei primi anni ’50, nel pieno della Guerra Fredda, molti professionisti americani, soprattutto appartenenti al settore dello spettacolo, furono accusati di adesione all’ideologia comunista e privati del proprio lavoro a causa dell’inserimento dei loro nomi nella temuta lista nera del governo. Recentemente nelle sale italiane è passato, per pochi giorni, un film che marginalmente aveva già trattato questo tema, The Eichmann show. In esso si narrava la storia delle riprese al processo di Adolf Eichmann, che consentirono al regista Leo Hurwitz di uscire definitivamente dalla lista nera di Mc Carthy. L’ultima parola racconta un’altra storia vera, quella dello sceneggiatore Dalton Trumbo, vincitore di due premi Oscar, che, come molti suoi colleghi dell’epoca, dovette subire una dura persecuzione da parte del governo americano a causa del proprio orientamento politico filocomunista.

Mentre Trumbo si ritrova a dover scontare 11 mesi di carcere e in seguito resta senza lavoro, mentre sua moglie e i suoi tre figli devono affrontare un decennio di sacrifici. La sua tenacia, unita alla sua abilità nel realizzare sceneggiature pregevoli ma anche grazie al sostegno dei suoi familiari, in particolare della moglie, gli consentono non solo continuare a lavorare ma addirittura di riscattare il proprio nome.

A costo di un duro lavoro e nonostante il tradimento di alcuni suoi colleghi, Dalton riesce a recuperare il successo perduto e a guadagnarne ancora di più. Tuttavia il film non sembra volere tratteggiare i contorni di un eroe moderno perseguitato dal sistema. Trumbo è un uomo dalle grandi capacità artistiche, un marito amorevole e un padre affettuoso e responsabile, ma in più di una circostanza, soprattutto nella seconda parte del film, dimostra di essere anche profondamente orgoglioso e più concentrato sul proprio desiderio di riscatto economico e sociale che attento ad ascoltare le reali esigenze affettive della propria famiglia. Personaggio veramente pregevole è invece Cleo Trumbo, moglie di Dalton, che sopporta pazientemente e con coraggio le difficoltà e le privazioni dovute al carcere prima e alla carenza di lavoro poi. Cleo resta accanto al marito fino alla fine, lo sostiene in ogni momento e trova persino la forza di mediare i rapporti tra i figli e il padre quando questo comincia ad estraniarsi completamente dalla vita familiare, ossessionato dal proprio desiderio di riscatto. Anche i figli dimostrano un grande rispetto e affetto nei confronti dei genitori e un forte attaccamento alla famiglia soprattutto nel lasciarsi coinvolgere attivamente dal lavoro “clandestino” del padre.

L’ultima parola getta luce su una porzione della storia americana poco nota, ma lo fa senza cercare di prendere una posizione politica apertamente schierata. McNamara, sceneggiatore del film, sembra più che altro interessato agli aspetti umani e alle ripercussioni sociali della storia, che, sebbene risenta di un andamento un po’ caotico, offre un quadro piuttosto interessante della vicenda attraverso la quale è possibile riscoprire altri personaggi assai noti, come John Wayne o Kirk Duglas, in una chiave del tutto nuova.

Bryan Cranston, soprattutto noto per aver recitato nella famosa serie televisiva Breaking Bad nei panni del protagonista, Walter White, offre un’ottima prova e presenta un personaggio esplorato in tutta la sua complessità. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRUST

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/09/2016 - 21:54
Titolo Originale: Trust
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: David Schwimmer
Sceneggiatura: Andy Bellin, Robert Festinger
Produzione: DARK HARBOR STORIES, NU IMAGE
Durata: 106
Interpreti: Clive Owen, Catherine Keener, Liana Liberato

Annie ha 14 anni e la sua vita scorre serena, con due genitori affettuosi, due fratelli simpatici e un serio impegno nella squadra scolastica di basket. Non ha un ragazzo ma chatta continuamente con un ragazzo conosciuto via Internet, Charlie. Con lui riesce a confidarsi su cose di cui non parla neanche con la sua migliore amica e trova piena comprensione. Nasce fra i due una bella intesa, che resiste anche quando Charlie le confessa di non esser suo coetaneo ma di avere 25 anni. Quando poi Annie decide di incontrarlo all'insaputa dei suoi genitori, scopre che si tratta in realtà di un uomo di 35 anni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film che documenta molto bene i pericoli che possono provenire da Internet e le lacerazioni psicologiche che queste vicende comportano ma mostra una famiglia non all’altezza della situazione
Pubblico 
Maggiorenni
Anche se mancano immagini esplicite, il tema trattato è verbalmente scabroso
Giudizio Tecnico 
 
Il film riesce a sviluppare un’analisi psicologia in profondità dei personaggi di fronte a una situazione drammatica. Risultano inespresse le vere motivazioni che hanno consentito lo sviluppo della tragedia
Testo Breve:

Un buon film-denuncia sui pericoli che si possono incontrare attraverso Internet ma anche il ritratto di una famiglia che non è all’altezza della situazione

Quando, nel film La ciociara, sia la protagonista Cesira (Sophia Loren) che sua figlia dodicenne, Rosetta, vengono violentate dalle truppe marocchine al seguito dell’esercito francese, il colloquio madre-figlia si interrompe. Il cuore di Rosetta si indurisce: pensa che il tempo della tenerezza è finito e che, nel suo nuovo stato, può ormai considerarsi maggiorenne disponendo di un nuovo, insolito, potere che le consente di avvicinarsi agli uomini senza provare nulla.

Qualcosa di simile accade in questo Trust: dopo che la quattordicenne Annie ha avuto un rapporto con un uomo molto più grande di lei, invece di cercare rifugio nella famiglia, entra in conflitto con i suoi genitori e con la sua amica più intima: non accetta di venir investigata psicologicamente e fisicamente (interviene anche l’FBI che cerca di determinare se c’è stato un atto di violenza o meno) ma protegge con rabbia la sua intimità aggrappandosi all’idea che l’atto compiuto corrisponda all’esperienza di una ormai-donna verso un vero amore.

Il regista David Schwimmer analizza con puntiglio e meticolosità i passaggi emotivi dei protagonisti a seguito di quest’evento drammatico, dividendo nettamente il film in due parti: quella che precede l’incontro dei due internauti in un albergo e le reazioni che quest’evento scatena nel padre (Clive Owen), nella madre (Catherine Keener) e nella ragazza stessa (Liana Liberato).

Se la prima parte è abbastanza breve ma sufficiente per sviluppare l’abilità del seduttore che conquista progressivamente la fiducia dell’adolescente rivelandole la sua età solo quando lei ormai ha riposto tutta la sua fiducia in quella relazione, molto più dettagliata è la seconda parte, dove prendono il sopravvento i conflitti interni del padre, che oscilla fra la smania di vendicare con violenza la sua figlia offesa, e lo sforzo di cercar di comprendere il punto di vista di sua figlia che ancora difende quel Charlie che ha incontrato. In un litigio risolutivo fra i due genitori, la madre rimprovera al marito di non preoccuparsi relamente di cosa stia provando sua figlia ma di meditare solamente un atto di vendetta.

Il film, come già Disconnect, che tratta lo stesso tema, pone bene in evidenza i pericoli che possono scaturire  dal riporre troppa fiducia in amici conosciuti via Internet: un ambiente tanto aperto quanto è facile occultarsi (il film mostra bene quanto sia facile celare la propria vera identità via Internet) ma è carente sulle motivazioni che hanno portato Annie a cercare il suo unico vero amico in un internauta, nonostante la sua vita serena sia in famiglia che a scuola. Il film accenna, senza approfondire il tema, all’esistenza un ambiente rilassato sulle tematiche sessuali. Il padre, che lavora nel marketing di un’azienda di vestiti, gestisce pubblicità disinvolte con giovani ragazze poco vestite, che potrebbero avere poco più dell’età di sua figlia. Annie, in un party a cui partecipa, ha modo di notare che alcune sue colleghe girano per la sala a seno nudo. Il film non si tira indietro nel raccontare i dettagli scabrosi della vicenda anche se lo fa più con le parole che con le immagini e bisogna riconoscergli un assenza di compiacimento diversamente da altri film del genere (come Student Services) ma è reticente proprio quando non sarebbe stato necessario. Annie non è semplicemente alla ricerca del flirt romantico ma ha una percezione sbagliata della sessualità, tema che non trova un maggiore sviluppo. Il film, senza forse volerlo, mostra un ritratto fallimentare della famiglia: una famiglia che ha perso il suo potere normativo, cioè la sua capacità di trasmettere il senso del bene e del male e si limita a svolgere un compito di rassicurazione affettiva.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA GRANDE SCOMMESSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/04/2016 - 11:44
Titolo Originale: The Big Short
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Charles Randolph, Adam McKay
Produzione: PLAN B ENTERTAINMENT, REGENCY ENTERPRISES
Durata: 100
Interpreti: Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling, Brad Pitt,

Nel 2005, negli Stati Uniti, il mercato obbligazionario sugli immobili appariva solidissimo. Non era dello stesso avviso Michael Burry (Christian Bale), un curioso gestore di fondi, bravo con i numeri ma totalmente asociale. Dopo un’analisi attenta aveva compreso che c’erano molte insolvenze perché i mutui venivano concessi dalle banche con molta disinvoltura e il mercato immobiliare stava per crollare. Decise quindi di scommettere sul prossimo ribasso comprando credit default swap dalla Goldmas Sachs e da altre banche d’investimento. Alla stessa conclusione giunsero: Mark Baum (Steve Carell), che con un viaggio in California ebbe modo di avere un’esperienza diretta della disinvoltura con cui agenzie locali concedevano mutui a persone indigenti e a ..spogliarelliste; Jamie Shipley (Finn Wittrock) e Charlie Geller (John Magaro), due giovani che avevano messo in piedi una piccola società di investimenti e disponevano di un mentore d’eccezione: Ben Rickert (Brad Pitt), un senior di Wall Street che aveva abbandonato il lavoro per rifugiarsi in campagna. Infine Jared Vennett (Ryan Gosling), un cinico speculatore che cercava un modo di diventar ricco in previsione del prossimo crack.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è un atto d’accusa, ironico ma chiaro, sui meccanismi perversi della finanza, che alimentano l’avidità e l’illusione di facili guadagni
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio continuamente scurrile e presenza di alcuni nudi femminili
Giudizio Tecnico 
 
Candidato a 5 oscar, il film riesce a costruire un thriller finanziario carico di suspense e tratteggia i protagonisti con molto realismo
Testo Breve:

La crisi finanziaria del 2008 ricostruita dalla parte di chi comprese per tempo cosa stava accadendo e cercò di arricchirsi speculando sul questa previsione. Un atto di accusa ben realizzato sull’avidità degli uomini e su una finanza senza controlli

In una delle scene conclusive i due giovani investitori Jamie e Charlie non stanno nella pelle per la soddisfazione: il mercato immobiliare ha iniziato a crollare e, grazie alle loro speculazioni, prevedono guadagni astronomici. Il loro mentore, Ben Rickert, raffredda i loro entusiasmi: hanno scommesso sulla crisi dell’economia americana e la gente ora perderà la loro, casa, il loro lavoro, la loro pensione. E’ l’unico momento dichiarativo del film, dove vengono evidenziati i risvolti umani della grande crisi; nel resto del racconto, come in un giallo dove già si conosce fin dall’inizio l’assassino, il film, alternando ironia e dramma, gioca sul contrasto fra chi è cieco e sordo perché fortemente coinvolto nei benefici di un mercato che continua a regalare profitti e la progressiva presa di coscienza dei protagonisti che progressivamente, con le loro indagini, scoprono l’assurdità della situazione, frutto di un’avida incoscienza collettiva.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema della crisi finanziaria del 2008: il documentario Inside Job ha analizzato i parametri macroscopici della crisi, puntando il dito sugli scarsi strumenti di controllo a disposizione del governo; Too big to fail si è concentrato sui momenti cruciali che hanno portato alla decisione del governo di concedere un maxi-presto alle banche;  Margin Call ha indagato soprattutto sui comportamenti e le relazioni fra uomini e donne di una società finanziaria sull’orlo del fallimento (l’allusione è alla Lehman Brothers). Da citare infine 99 Homes, non uscito in Italia, che analizza l’impatto della crisi su un padre di famiglia che è stato sfrattato dalla sua casa.

The Big Short punta con grande realismo a calarsi nella mentalità, negli ambienti di lavoro, nei problemi familiari e di salute, di uomini che vivono nel mondo della finanza.  Il realismo serve per far toccare con mano allo spettatore come tante singole persone stordite dalla bramosia di guadagnare sempre di più o troppo coinvolte in cointeressenze scandalose, non erano in grado di vedere l’iceberg che stava avvicinandosi al Titanic.

Il film non risparmia nessuno. Il dito è puntato non solo sugli istituti che concedevano con disinvoltura mutui a persone che non sarebbero state in grado di pagare, ma anche sulle banche d’investimento che impacchettavano questi mutui all’interno di obbligazioni con basi sempre più fragili e, quando la crisi si era ormai resa manifesta, sull’azione fraudolenta operata dalle aziende di rating, che continuavano ad assegnare la triplaA a fondi senza valore, perché c’erano troppi interessi in gioco. Non da ultimi gli stessi protagonisti del film, ispirati a personaggi reali che si erano accorti in tempo del prossimo collasso e che hanno sfruttato questa loro perspicacia solo come mezzo per arricchirsi.

Il film è realizzato benissimo. Il racconto ha la suspence della scoperta progressiva, giorno dopo giorno, senza dar tregua allo spettatore, di una mostruosa realtà e i protagonisti, ritratti con la tecnica della camera a mano del cinema-verità, interpretati da ottimi attori, sono personaggi ritagliati a tutto tondo, nella loro perspicacia professionale ma anche nella loro, spesso insolita, umanità.  Tutte meritate  le cinque candidature all’Oscar. Il film non teme di usare il linguaggio del mondo della finanza e per chiarire la terminologia adottata nelle discussioni professionali, usa l‘artificio di introdurre altri personaggi che cercano di spiegarli con delle analogie che scaturiscono dalla vita di tutti i giorni.

Il realismo adottato, soffuso di fredda ironia, è l’arma principale di accusa nei confronti di un meccanismo dove tutti giocano a fare denaro con la semplice pressione di un click, senza che ciò corrisponda ad alcuna ricchezza reale. Come fa sarcasticamente notare il commentatore alla fine del film, mentre milioni di persone andarono in bancarotta, perdendo il lavoro e la casa, i soldi concessi dallo stato alle banche insolventi servirono per garantire buone uscite d’oro ai manager coinvolti e  fu arrestato un solo banchiere, un pesce piccolo, di scarso peso.

Chi esce vittoriosa da questo film è sicuramente Hollywood, perché mostra ancora una volta la sua capacità di scavare con coraggio anche in realtà scomode e di svolgere, nei confronti del pubblico, pubblico un’indispensabile funzione informativa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE EICHMANN SHOW - IL PROCESSO DEL SECOLO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/31/2016 - 20:13
 
Titolo Originale: THe Eichmann Show
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2015
Regia: Paul Andrew Williams
Sceneggiatura: Simon Block
Produzione: FEELGOOD FICTION, BRITISH BROADCASTING CORPORATION (BBC)
Durata: 90
Interpreti: Martin Freeman, Anthony LaPaglia

L'SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, responsabile del traffico ferroviario che trasportava gli ebrei nei campi di concentramento, viene catturato dal Mossad in Argentina l'11 maggio 1960. L'11 aprile 1961 ha inizio a Gerusalemme il processo a suo carico. Il produttore televisivo Milton Fruchtman riesce, non senza fatica, a convincere le autorità israeliane e i giudici della necessità di riprendere le varie fasi del dibattimento. Altrettanta fatica deve sopportare per convincere i responsabili della televisione ad assumere come regista Leo Hurwitz rimasto per dieci anni nella lista nera della commissione McCarthy impegnata nella caccia alle streghe 'comuniste'. Si tratta della prima occasione per il mondo intero di assistere alle testimonianze sconvolgenti dei sopravvissuti e quindi prendere direttamente coscienza delle dimensioni dell'Olocausto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Interessi commerciali si mescolano all’impegno di mostrare la verità per non dimenticare, senza che il primo obiettivo finisca per sovrastare l’altro
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni filmati realizzati nei lager possono impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Una regia e una sceneggiatura attente ripercorrono con rispetto della storia un evento che ha svelato il grande potenziate comunicativo della televisione
Testo Breve:

La storia della prima ripresa televisiva in mondo-visione viene raccontata con particolare cura sia negli innovativi aspetti tecnici che nei turbamenti di coscienza che determinò nei popoli che avevano partecipato alla Seconda guerra Mondiale

Sembra quasi impossibile crederlo oggi, ma nel 1961, quando a Gerusalemme iniziò il processo ad Eichmann, gli stessi ebrei non credevano ai racconti dei sopravvissuti dai campi di concentramento: li consideravano inverosimili, degni di un film di Hollywood o peggio, pensavano che fossero sopravvissuti perché collaborazionisti.

Ci vollero le riprese televisive del processo, il primo evento televisivo mondiale della storia (distributo in 37 paesi), perché ebrei e tedeschi, europei e americani venissero messi di fronte a una realtà che appariva ormai, dopo quelle riprese, inconfutabile.

Questo Eichmann Show si muove abilmente su due fronti: quello prettamente mediatico, mostrando le difficoltà ma anche le abilità che furono necessarie per arrivare a realizzare quel programma, e quello delle coscienze turbate di tutti gli spettatori, sia di coloro che erano impegnati direttamente nelle riprese, sia del pubblico che in Israele poté ascoltare il dibattito il diretta alla radio e poi in differita alla televisione.

Il film ricostruisce il lavoro della troupe televisiva (tutti israeliani tranne il produttore Milton Fruchtman e il regista Leo Hurwitz, entrambi ebreo-americani) e non ha timore di entrare nei dettagli tecnici delle riprese, allora pionieristiche, realizzate tramite telecamere  multiple (inclusa  la necessità di nascondere le telecamere dietro un muro dell’aula, all’epoca molto ingombranti), con la precisa intenzione di voler ricostruire un punto nodale della storia recente della comunicazione pubblica. All’epoca non c’erano certo le trasmissioni satellitari e il mondo-visione veniva realizzato riversando le riprese fatte su dei nastri che venivano poi spediti per via aerea alle varie capitali del mondo. Il racconto porta avanti in contrasto fra due modi diversi di concepire l’uso dei media: quello del produttore Milton, attento all’indice di ascolto, e quello di Leo, desideroso di trovare, con le telecamere puntate sull’imputato, le radici stesse del male. Se il primo è preoccupato che l’imperturbabilità del volto di Eichmann non riesca a vincere la concorrenza di altri eventi televisivi concomitanti come il volo di Gagarin nello spazio e la crisi di Cuba, Leo al contrario cerca di cogliere, nel volto di Eichmann, una benché minima traccia di umana commozione di fronte alle atrocità raccontate nel processo. Fu proprio il primo piano di Eichmanm, più di altre testimonianze ascoltate al  processo, che turbarono la coscienza collettiva. Possibile che il male possa incarnarsi in quella persona tranquilla, rispettosa della corte, perfino onesta, quando deve ammettere le sue responsabilità nei trasporti ferroviari dei deportati, ma così imperturbabile di fronte alle testimonianze di tante atrocità?

E’ lo scandalo che percepì Hannah Arendt (raccontato nel film omonimo) e che finirà per scrivere le sue riflessioni nel suo libro più famoso: la banalità del male. Ma anche il regista Leo, come è messo in evidenza in questo film, non volle che le riprese che sta facendo servissero solo per costruire il mito di un mostro; sarebbe stato troppo semplice, troppo assolutorio da parte di tutti, mentre quell’uomo grigio, di modesta intelligenza, ligio al dovere, non certo un leader, stava lì a dimostrare che il male può impossessarsi di ognuno di noi, in particolari circostanze.

Alla fine, quelle riprese sortirono l’effetto desiderato. Non solo a vantaggio del governo israeliano che potè dire di aver avuto il suo “processo di Norimberga” ma per la coscienza di tutti gli israeliani e di tutti  i  popoli dell’Occidente che non poterono più dire di non sapere. La prima ripresa in mondo-visione aveva mostrato che la televisione poteva diventare “agente della storia”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI GUARDO - DESDE ALLA'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/22/2016 - 20:16
Titolo Originale: Desde Allà
Paese: Venezuela, Messico
Anno: 2015
Regia: Lorenzo Vigas
Sceneggiatura: Lorenzo Vigas
Produzione: FACTOR RH, MALANDRO FILMS, IN CO-PRODUZIONE CON LUCIA FILMS
Durata: 93
Interpreti: Alfredo Castro, Luis Silva

Armando è un uomo di mezza età, scapolo, con grandi difficoltà nella relazione con gli altri. Recluta giovani ragazzi dalla strada e, in cambio di cospicue somme di denaro, li guarda spogliarsi davanti a lui, senza che ci sia mai alcun contatto fisico con loro. Un giorno però Armando incontra Elder, un ragazzo che vive di espedienti, e in un certo senso se ne innamora. Inizialmente Elder cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma successivamente cede alle attenzioni e alle cure che Armando generosamente gli offre.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film fa parte di una trilogia che vorrebbe indagare sul tema della genitorialità, tuttavia Ti guardo si sofferma soprattutto sulle difficoltà e le conseguenze di un concetto distorto di paternità, si concentra su una problematica esasperata ed estrema: il cattivo rapporto con il padre visto come causa di terribili problemi relazionali nei figli; ma non offre una chiara visione d’insieme, non giunge ad una vera conclusione e non dà alcuna risposta né sul tema in generale né sul particolare aspetto preso in considerazione.
Pubblico 
Sconsigliato
Sono presenti scene di violenza, diverse scene di nudo maschile e rapporti omosessuali.
Giudizio Tecnico 
 
Il film è girato con realismo estremo, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e la storia parla per immagini fortemente rappresentative. La fotografia è meritevole e descrive bene il contesto sociale e ambientale della città di Caracas. Leone doro al festival di Venezia 2015
Testo Breve:

Questo film venezuelano-messicano ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2015. Realizzato con realismo estremo e immagini fortemente rappresentative, racconta una storia particolarmente disturbante senza risolvere i molteplici temi sollevati

Con questo suo lavoro Vigas non sembra voler esprimere un giudizio sul tema dell’omosessualità, né cerca di spiegarla facendola risalire a qualche oscuro trauma infantile nel rapporto padre- figlio e nemmeno desidera raccontare le difficoltà della vita in una città impietosa e terribilmente discriminante come Caracas. Un film come Ti guardo in realtà spiega il suo senso proprio attraverso il titolo originale: Desde allà in catalano significa “da lontano”. Le scene del film sembrano infatti un’osservazione fatta “da lontano” sui personaggi e le loro vicende, come uno sguardo che scruta con attenzione una realtà, cruda e desolante, senza addentrarvisi. Il mondo dei due protagonisti, soprattutto del più anziano dei due, Armando, nel film è osservato con paziente attenzione fin nei minimi dettagli. Le immagini e le sequenze più che narrare, compongono, attraverso le poche vicende della storia, una sempre più dettagliata psicologia del personaggio senza raccontare in realtà nulla del suo passato e senza di fatto creare alcuna empatia.

Armando (Alfredo Castro) è un uomo di mezza età, scapolo, una figura distinta e discreta, quasi invisibile, con un buon lavoro ma con grandi difficoltà nella relazione con gli altri. Armando non sa amare e per questo soddisfa le sue pulsioni solo guardando da lontano l’oggetto del suo desiderio: giovani ragazzi che recluta dalla strada e che, in cambio di cospicue somme di denaro, si spogliano davanti a lui, senza che ci sia mai alcun contatto fisico tra loro. Un giorno però Armando incontra Elder, un ragazzo che vive di espedienti, e in un certo senso se ne innamora. Inizialmente Elder, disgustato dalle attenzioni dell’uomo, cerca più possibile e senza alcuno scrupolo di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma successivamente cede alle attenzioni e alle cure che Armando generosamente gli offre e comincia a sua volta a provare attrazione per l’uomo.

Armando e Elder sono accomunati dalla stessa sofferenza che nasce da un distorto rapporto con la figura paterna. Armando è un uomo solo, incapace di esprimere i propri sentimenti e dialogare con essi, ma desideroso di amare; nel portare via Elder dalla strada cerca di dare un senso al proprio esistere e al proprio dolore. Elder invece è un ragazzo con una forte energia, cresciuto in una realtà dura e spietata, abituato a badare da solo a se stesso e a pensare esclusivamente alla propria sopravvivenza; ma quando comincia a ricevere da Armando le cure, la protezione e una forma di affetto che non aveva mai conosciuto prima, cede, svela la propria fragilità e si dona completamente e in modo quasi follemente insensato ad un uomo più grande di lui. Si viene così a creare una ambigua relazione tra i due a metà tra quella omosessuale e quella genitore-figlio. Le attenzioni che Armando offre ad Elder, per quanto delicate e generose, lasciano comunque sempre il gusto amaro di un rapporto ambiguo e di una profonda problematica interiore irrisolta.

Il film fa parte di una trilogia che vorrebbe indagare sul tema della genitorialità. Tuttavia Ti guardo, che rappresenta il secondo capitolo della serie, si sofferma soprattutto sulle difficoltà e le conseguenze di un concetto distorto di paternità. Il regista sembra essere più interessato a osservare e descrivere una problematica esasperata ed estrema: il cattivo rapporto con il padre come causa di terribili problemi relazionali nei figli; ma non offre una chiara visione d’insieme, non giunge ad una vera conclusione e non dà alcuna risposta né sul tema in generale né sul particolare aspetto preso in considerazione.

Desde allà è un film crudo e disarmante per la schiettezza con cui descrive una storia forte con un esito drammatico senza che nulla di fatto si risolva nel film. È girato con realismo estremo, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e la storia parla per immagini fortemente rappresentative. La fotografia è meritevole e descrive bene il contesto sociale e ambientale della città di Caracas. Eppure si tratta di un film che spiazza lo spettatore proponendo una storia sconcertante ma senza che questa contribuisca a dare allo spettatore un’idea in merito ai temi trattati che rimangono sospesi.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOD'S NOT DEAD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/24/2015 - 18:54
 
Titolo Originale: God's not Dead
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Harold Cronk
Sceneggiatura: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Produzione: Pure Flix Entertainment, Red Entertainment Group
Durata: 93
Interpreti: Kevin Sorbo, Shane Harper, David A. R. White, Dean Cain, Newsboys, Willie Robertson, Korie Robertson

Josh, una matricola universitaria, si trova fin dal suo primo giorno in aula di fronte a una sfida: il professore di filosofia Radisson, un ateo convinto, invita tutti gli studenti a scrivere e firmare la frase “Dio è morto”: in questo modo eviterà di perdere tempo, durante le sue lezioni, a trattare questa antica superstizione. Josh, che è un cristiano evangelico, si rifiuta di sottoscrivere questa dichiarazione; a questo punto il professore lo invita a esprimere le sue idee in brevi interventi durante le sue lezioni e saranno gli stessi studenti della classe a decidere se è valida la tesi del professore o quella di Josh. Se il ragazzo trova sostegno in un pastore che lo invita a dare testimonianza della sua fede, riceve piena ostilità dalla sua fidanzata che minaccia di lasciarlo se continuerà a perdere tempo con queste sciocchezze, invece di impegnarsi a prendere la laurea al più presto per potersi così sposare….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo ritiene suo dovere difendere la propria fede perché comprende che è importante darne testimonianza
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha un entusiasmo e un’energia che finiscono per attirare il pubblico e far dimenticare la grossolanità della sceneggiatura
Testo Breve:

Una sfida che appare impossibile, fra un professore ateo e uno studente cristiano, mette a nudo la crescente ostilità verso chi manifesta la propria fede ma anche la forza d’animo di chi crede nel Signore. Un Christian Film un po’ enfatico ma pieno di energia

Questo Christian Film suscita sentimenti contrastanti. Sottolinea, attraverso i vari personaggi che compongono il film, la crescente indifferenza su tematiche che riguardano la fede e rende manifesta, senza reticenza, la crescente ostilità che si riscontra oggi nei confronti persone che credono in Dio.  Nel film ciò accade in ambienti universitari (per noi, che viviamo in Italia, resta ancora sconcertante il divieto che ha subito Benedetto XVI di parlare alla Sapienza), dove un professore di filosofia chiede il permesso agli studenti di non perdere tempo a parlare di queste superstizioni, residui del passato e avallare invece la frase di Nietzsche: “Dio è morto”. In una trama parallela un uomo, interessato solo a costruire la propria carriera, viene a sapere che la sua ragazza è affetta da un cancro incurabile: si tratta di una situazione non conciliabile con il luminoso futuro che si sta costruendo e non esita a lasciarla. Un ragazzo cinese, che frequenta un’università negli Stati Uniti, viene ostacolato da suo padre manager quando gli confida di essersi avvicinato alla fede cristiana. Sul fronte opposto, un padre mussulmano caccia di casa la figlia quando scopre che questa si sta interessando alla figura di Gesù. In questo groviglio di storie parallele, il film ha il difetto di presentare personaggi e ambienti in bianco e nero, o con fede ferma o profondamente ostili. La linea narrativa principale è costituita dallo scontro fra il professore di filosofia ateo e lo studente cristiano-evangelico. Dapprima titubante, accetta la sfida di difendere la sua fede davanti al professore e a tutta la classe perché un pastore evangelico (citando Matteo 10, 32) gli ha ricordato che "Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, io pure lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli." Il film entra nei dettagli di questo confronto e alle teorie atee di Hawkings vengono contrapposti i versetti della Genesi sulla creazione. Stranamente a nessuno dei due contendenti viene in mente che non si può dimostrare con evidenza l’esistenza di Dio, così come non si può dimostrare il contrario. Un altro punto debole del film è il fatto che sembra limitarsi all’assioma che solo l’avvicinarsi della morte (nel film sono presenti malati di cancro, di Parkinson, feriti gravi per incidenti d’auto,..) sia in grado di far scaturire una conversione. Poco credibile se non pretestuoso, il racconto parallelo di due pastori alle prese con un’automobile che si ostina a non partire ma poi, grazie alla loro preghiera fatta con fede, si decide a mettesi in moto.

Nonostante tutti questi difetti, il film manifesta una insolita energia, rende manifesto un sincero entusiasmo per la fede, anche perché molti attori recitano se stessi (è il caso dei componenti del complesso christian rock:  Newboys e di Willie Roberston, un magnate americano che compare spesso alla televisione per parlare di fede).

E al di là delle molte e meritate critiche, conta molto anche il successo di pubblico: a metà 2014 il film aveva già incassato 64 miliardi di dollari a fronte di un budget di 2 miliardi. Le conclusioni sono chiare: c’è un grande bisogno di film che parlano di fede. Bisogna solo insistere per farne di migliori.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IRRATIONAL MAN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/15/2015 - 21:22
Titolo Originale: Irrational man
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: GRAVIER PRODUCTIONS, IN ASSOCIAZIONE CON PERDIDO PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Jamie Blackley, Joaquin Phoenix, Parker Posey, Emma Stone

Sinossi: Abe Lucas è un professore di filosofia depresso e demotivato che non riesce a dare un senso alla sua vita e non trova in essa più alcuna gioia. Abe accetta l’incarico di insegnare nel college di una piccola cittadina dove fa la conoscenza di una sua collega, Rita Richards, anche lei infelice e insoddisfatta della propria vita, e di una sua studentessa, la solare e graziosa Jill Pollard, che rimane immediatamente catturata dalla personalità tormentata ed eccentrica del suo professore. Con Jill Abe stringe inizialmente un legame di amicizia molto forte ed intenso, ma che non riesce a sanare il vuoto in cui vive. Improvvisamente però un evento del tutto casuale fa reagire Abe in modo assolutamente inaspettato, scuotendolo dal suo torpore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film, che inizialmente sembra inneggiare alle emozioni forti come unica possibile fonte di gioia e come antidoto alla frustrazione del vivere e al non senso dell’esistenza umana, in realtà finisce col sostenere l’esigenza di una scelta di vita più semplice, ordinaria ma sana e rispettosa di sé e degli altri. Tuttavia resta la sensazione che la conclusione finale sia frutto non tanto di una acquisita consapevolezza interiore, ma piuttosto di una rinuncia quasi obbligata e indispensabile.
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche scena di sesso e una colluttazione un po’ forte.
Giudizio Tecnico 
 
Allen si conferma un maestro nel saper trattare ogni genere di tema con sarcasmo sorprendente fornendo un punto di osservazione sulla realtà ironico e sdrammatizzante ma sempre molto concreto. Riesce inoltre a coinvolgere con una trama avvincente e con una eccellente direzione del cast artistico.
Testo Breve:

Woody Allen torna ancora una volta a filosofeggiare sulla casualità della vita e sul cinismo del fato, ma per fortuna conferma il suo stile brillante di raccontare storie e la sua capacità di dirigere gli attori

E’ evidente che Allen nutre un sempre più vivo interesse verso il pensiero filosofico ed in particolare verso il tema del caso e dell’imprevedibilità della vita, ma in Irrational man, che ripercorre in modo un po’ meno drammatico i temi morali che erano al centro di Match Point, sono più che altro i personaggi ad essere del tutto imprevedibili, mentre l’evento casuale che scatena il fulcro della storia è piuttosto marginale.

Abe è un professore di filosofia depresso e con una certa dipendenza dall’alcool, deluso dalla vita, nella quale ha sempre cercato esperienze dal forte impatto sia emotivo che ideologico e sfiduciato sul valore della ragione e del pensiero filosofico. Jill è invece una studentessa allegra, brillante e con una positiva visione della vita. Tra loro nasce un’amicizia molto intima, fondata sulla reciproca attrazione, in cui Jill ambisce a diventare la salvatrice di Abe. Entrambe i personaggi si trovano a compiere scelte fuori degli schemi, spinti più dal sentimento del momento e dalla ricerca di emozioni forti che da una reale riflessione. La storia inizialmente appare così come un minestrone di sentimenti e citazioni filosofiche a buon mercato, con poca sostanza. Fintanto che un piccolo evento, del tutto estraneo alle vicende dei personaggi, sconvolge Abe nel profondo e il film passa dalla commedia brillante al thriller morale. Il sottofondo beat e ritmato della colonna sonora però continua a dare brio e leggerezza alle scene anche nei passaggi più critici, e, pure quando il thriller raggiunge il suo apice, Allen riesce a far sorridere con il suo sguardo ironico e dissacrante sul mondo e sulle persone.

Proprio quando il tema della moralità degli atti sembra aver perso del tutto consistenza a vantaggio di una esaltante e gratificante irragionevolezza dell’agire umano, la storia devia verso una soluzione piuttosto inaspettata. Jill recupera un controllo più razionale di sé e degli eventi e comincia vedere la realtà in modo più oggettivo e meno romantico. Si accorge del comportamento del tutto folle e insensato di Abe e cerca di rimettere a posto le cose.

L’epilogo è tutto a favore di una scelta di vita semplice e ordinaria, come può essere quella piccolo borghese, che ha i suoi aspetti conservatori e un po’ noiosi, ma che resta in fondo la più rassicurante e certamente quella moralmente più corretta, almeno per quanto riguarda i temi fondamentali della vita e della morte.  Tuttavia, sebbene Allen condanni il comportamento irrazionale del suo protagonista, il film si chiude lasciando un lieve senso di nostalgia verso l’impossibilità di vivere un’esistenza pienamente appagante, sia fuori dalle regole che restando dentro gli schemi. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/08/2015 - 15:59
Titolo Originale: Me and Earl and the Dying Girl
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: RHODE ISLAND AVE
Durata: 105
Interpreti: Thomas Mann (II), Olivia Cooke, RJ Cyler, Nick Offerman

Greg frequenta l’ultimo anno di high school. Ha talento creativo (realizza filmini che sono una parodia di altrettanti classici della celluloide) ma è incapace di relazionarsi con il prossimo. Il futuro lo spaventa e non si entusiasma all’idea di dover iniziare cercarsi un’università. Con molta riluttanza, finisce per ubbidire alla madre che lo spinge ad andare a trovare Rachel, una compagna di scuola a cui è stata diagnosticata la leucemia. Greg inizia a frequentare Rachel e questo fatto lo spingerà, suo malgrado, a una maggiore coscienza di sé e degli altri…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un giovane chiuso nel suo mondo di fantasia, riesce a uscire da se stesso, per dedicarsi a una sua amica malata. Non è presente alcuna riflessione sulla vita dopo la morte
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dialoghi con riferimenti sessuali; un singolo episodio con uso di stupefacenti; la tematica affrontata potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Buona la regia e bravi i giovani attori. La sceneggiatura è curata e solo verso la fine scivola nel patetismo. Gran premio della giuria e premio del pubblico al Sundance Festival 2015
Testo Breve:

Un giovane all’ultimo anno di high school, chiuso in un mondo tutto suo, non ama avere rapporti con gli altri, finché viene spinto dalla madre a tenere compagnia a una sua compagna malata. Un racconto di formazione che riscostruisce molto bene uno specifico mondo adolescenziale 

E’ nato prima questo film o Colpa delle stelle? E’ Bianca come il latte, rossa come il sangue che ha tratto ispirazione da questo Quel fantastico peggior anno della mia vita o viceversa oppure i due autori non conoscevano affatto l’opera dell’altro?

Sono domande legittime perché stanno diventando veramente molti i racconti che parlano della morte per cancro in età adolescenziale: la morte come dura scuola di formazione. Aggiungerei alla lista anche Città di carta dove, sebbene non sia presente alcun malato terminale, è sempre lei, con il suo comportamento (una fuga misteriosa) che innesca un percorso di crescita in lui (perché nei film le ragazze debbono sempre morire o fare qualcosa di strano per far maturare i ragazzi?).

Il Greg di questo film è diverso dal Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue. Quest’ultimo era un gigione un po’ guascone, simpatico ma con poca voglia di studiare; Greg è un nerd che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, che a scuola assume un atteggiamento di basso profilo, sperando di risultare trasparente agli occhi degli altri. La sua vera passione, da vero intellettuale, che condivide con il suo amico dall’infanzia, Eart, è quella di rifare, parafrasandoli, film famosi, in perfetto stile Be kind, rewind.

Il pregio maggiore del film sta proprio nel ricostruire il mondo di Greg, un adolescente che non ha trovato il suo posto fra i tanti gruppi di studenti che sono presenti nella sua scuola, non sente alcun entusiasmo per iscriversi ad una università, una realtà ancora più coinvolgente della scuola e le freddure spiritose e argute, che pronuncia di continuo, servono solo per tenersi a distanza di sicurezza dal resto mondo.

E’ comprensibile quindi che percepisca subito grande fastidio quando la madre lo invita ad andare a trovare Rachel, una sua compagna di scuola a cui è stata diagnosticata la leucemia. Greg si muove su un terreno inesplorato, il suo primo grande sforzo per uscire da se stesso per occuparsi di un’altra persona: balbetta e non sa cosa fare. Cerca comunque di essere spiritoso, non per distacco ma per far ridere (in questo il suo comportamento è identico a quello di Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue). E’ solo grazie alla pazienza affettuosa di lei, proprio lei che dovrebbe esser maggiormente consolata, che inizia fra loro un dialogo, nasce l’amicizia.  Il passo successivo è molto più difficile: Greg non è disposto a lasciare che venga distrutto tutto quel mondo di speranza che riteneva di aver costruito con Rachel, quando lei decide di sospendere la chemio, in segno di resa alla malattia. Non comprende ancora che l’amicizia può e deve sussistere proprio nel momento di maggior disaccordo, anzi, forse, dovrebbe mostrare la propria vitalità proprio in quelle circostanze.  Si tratta di un nuovo passo in avanti, più difficile del primo, che affronterà a modo suo, completando con l’amico un breve film proprio su Rachel.

Un tema forte come quello della morte, innesca inevitabilmente la domanda su cosa accadrà dopo. In questa prospettiva la riflessione più approfondita viene fatta in Colpa delle stelle, dove è proprio l’amore fra Hazel e Gus che costituisce una garanzia per l’esistenza dell’aldilà: il loro amore non può essere un “grido nel vuoto” ma ha un chiaro sapore di infinito; in Bianca come i latte e rossa come il sangue il tema è appena accennato, attraverso il diario che Beatrice scrive direttamente a Dio, mentre in questo Quel fantastico peggior anno della mia vita non c’è nessuna risposta e l’attenzione è concentrata più su chi resta che su chi sta per andarsene. I morti, con i ricordi che ci lasciano, spiega un simpatico professore a Greg, continuano a parlarci e a rivelarci qualcosa di loro anche quando non ci sono più: per questo bisogna frequentarli intensamente fino all’ultimo istante.

Alla fine questo film mostra comunque una sua interessante vitalità, mostrandoci il confronto fra due giovani, uno che deve riuscire a trovare il coraggio di affrontare la vita e l’altra che deve trovare il coraggio di affrontare la morte.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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