Dramma

LA LUCE SUGLI OCEANI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 18:58
 
Titolo Originale: The Light Between Oceans
Paese: Regno Unito /Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2016
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance dal romanzo di M.L. Stedman
Produzione: HEYDAY FILMS, LBO PRODUCTIONS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN ENTERTAINMENT, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 133
Interpreti: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Tom Sherbourne, un reduce della Prima Guerra Mondiale, accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa australiana. Prima di raggiungerlo, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Il destino ha in serbo altre sorprese e dolorose scelte.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutti i protagonisti mostrano grande generosità, abbinata a una solida dirittura morale. L’unica che si dimostra debole saprà anche pentirsi e chiedere perdono
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo allo spettatore un’adesione incondizionata e senza cinismo
Testo Breve:

In una remota isola australiana, la coscienza di un uomo e di una donna viene messa alla prova quando le loro aspirazioni si pongono in conflitto con il dolore degli altri 

Perdonare è facile, basta farlo una volta sola. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista e sceneggiatore Derek Cianfrance adatta un bel romanzo di qualche anno fa e s’immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. 

Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare, lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri esseri umani.

Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo.

Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva. La negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova però l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma. Perché ottenere, in modo quasi miracoloso, quello che si desidera più nel profondo, significa pure toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti.

Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo un’adesione incondizionata e senza cinismo, e proprio per questo è destinato a piacere più al pubblico che alla critica.

Un film percorso da un sentimento religioso semplice ma profondo, dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco.

Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma in definitiva positivo e misericordioso.

Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere, ma che è sempre e solo affidato, e la sua eredità sarà essenzialmente di amore e perdono. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PIENA DI GRAZIA - LA STORIA DI MARIA LA MADRE DI GESU'

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/28/2017 - 07:50
 
Titolo Originale: Full of Grace
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Andrew Hyatt
Produzione: JUSTIN BELL PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON OUTSIDE DA BOX, REKON PRODUCTIONS
Durata: 85
Interpreti: Noam Jenkins, Bahia Haifi

Sono passati dieci anni da quando Gesù è salito al cielo. Pietro è riunito assieme agli altri apostoli, perché debbono prendere importanti decisioni. I seguaci della nuova fede continuano a crescere ma occorre decidere se anche i fedeli di origine pagana debbono seguire la legge e le tradizioni del popolo ebraico o se si possono limitare al battesimo cristiano. C’è il rischio che nascano delle divisioni all’interno della comunità e Pietro è incerto, ha bisogno di riflettere. Nel frattempo arriva una messaggera: Maria chiede la presenza di Pietro perché sente che a fine è vicina. Pietro lascia l’assemblea e si avvia alla casa di Maria: lei saprà sicuramente consigliarlo e incoraggiarlo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Molto bella la figura di Maria, ora madre anche della chiesa nascente, in grado di incoraggiare e sostenere
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film essenziale, fatto di poche ambientazioni e pochi personaggi; ha vinto, come migliore sceneggiatura l’edizione 2016 di Mirabile Dictu, il film festival internazionale cattolico
Testo Breve:

Dieci anni dopo la resurrezione di Gesù, Maria sente che i suoi giorni stanno per finire e chiama a sé Pietro. Il film risalta molto bene la figura di Maria come madre della Chiesa nascente in una confezione essenziale, che punta tutto sui dialoghi

“Vai a chiamare Pietro, è tempo”, dice Maria a Zara, alla ragazza che la sta accudendo nella vecchiaia.  Come chiude l’esistenza terrena chi è la madre di Cristo, l’ha visto piccolo e fragile, lo ha contemplato nella sua missione pubblica, ha sofferto accanto a Lui nella sua morte in croce, fino alla definitiva conferma della sua speranza, quando ha avuto la notizia della Sua resurrezione gloriosa e ha partecipato alla nascita della Chiesa nel giorno di Pentecoste? E’ la sfida con cui si è misurato il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt, con un film minino, basato su una scenografia scarna, tutto incentrato sul dialogo fra Maria e Pietro e alla fine con gli altri apostoli.

Eccola, quindi, Maria non più giovane, che passeggia lungo un sentiero pietroso, sostenendosi al braccio di Pietro: un’occasione propizia per rievocare insieme i momenti passati con Lui ma anche per parlare dello smarrimento che ha colpito Pietro, incerto su dove dirigere la Chiesa nascente.

Maria è madre e come tale si comporta anche adesso: non interviene nel merito delle discussioni all’interno di una Chiesa ancora fragile ma desidera che Pietro sia unita a lei nell’ascolto di Gesù: “Nel silenzio lui mi chiama ancora. Dove sei quando ti chiama? Lui ti cerca. Quando senti la sua voce?” “In mare, quando sono da solo a pescare” risponde Pietro, rivelando anche lui un atteggiamento contemplativo, convinto che le risposte alle sue domande non verranno da dentro di se ma fuori da se, da qualcun’ Altro. Ma lo scoramento di Pietro continua, non pensava che una volta rimasti senza di Lui, sarebbero arrivate così presto tante incomprensioni fra di loro: “vivevano con la verità nel cuore, ora invece cercano di vivere con la verità nella testa”.  E’  Maria stessa che si impegna a riportarlo all’essenza del problema: “voi credete che i dubbi e le paure siano soltanto vostre? La domanda piuttosto è: chi ci aiuterà ad affrontare queste difficoltà? Niente è impossibile a Dio”. Verso la fine del film, quando tutti gli apostoli si sono riuniti intorno a Maria, sarà ancora lei a incoraggiarli e a promettere che sarà al loro fianco fino alla fine dei giorni.

Si può dire che il racconto non ha evoluzioni significative ma è tutto un colloquio o meglio si tratta di riflessioni intime condivise, in un’ambientazione “sospesa” fatta di primi piani, silenzi, sorrisi, con uno stile che si avvicina in qualche modo a Terrence Malick, anche se manca lo stesso gusto per la meraviglia e l’aprirsi ai grandi spazi.  Andrew Hyatt punta piuttosto sull’austerità delle ambientazioni, concentrandosi sul sottotraccia di umori, di feeling, che si percepisce attraverso i dialoghi. La figura di Maria risalta molto bene, esprime la serenità di chi non ha nulla da temere, neanche la morte. Meno convincente quella di Pietro, nelle sue incertezze irrisolte a lungo, proprio da colui che sicuramente sapeva come e quando pregare nei momenti più difficili.

Il film, per il suo stile “alto, il suo simbolismo mistico, non ha delle caratteristiche che lo possano rendere apprezzabile da un vasto pubblico, né  adatto a una catechesi per ragazzi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA STUDIO UNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/15/2017 - 16:00
Titolo Originale: C'era una volta Studio Uno
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Lucia Zei, Lea Tafuri
Produzione: Lux Vide S.p.A. e Rai Fiction
Durata: due puntate in prima serata su RaiUno, il 13 e 1l 14 febbraio 2017
Interpreti: Alessandra Mastronardi, Diana Del Bufalo, Giusy Buscemi, Domenico Diele ,Andrea Bosca,Edoardo Pesce

Nel 1961 tre ragazze cercano di venir assunte dalla RAI: Giulia, che sta per sposarsi con Andrea dopo un lungo fidanzamento durato 11 anni, viene accettata nel nuovo Servizio Opinioni; Rita, una ragazza madre, cerca di fare un provino come cantante ma, scartata, accetta provvisoriamente l’incarico di sarta per gli abiti di scena. La bella Elena è una ballerina, che cerca di entrare nel corpo di ballo del nuovo programma diretto da Antonello Falqui: Studio Uno. Il nuovo ambiente, che offre ottime ma difficili opportunità alle tre ambiziose ragazze, determina al contempo un’evoluzione nella loro vita privata: Giulia si innamora di Lorenzo, un aspirante programmista televisivo e rompe il fidanzamento con Andrea; Elena, lasciata dal suo ricco convivente che non la considera alla sua altezza, si avvicina al maestro di ballo Stefano. Il macchinista di scena Renato cerca di avvicinarsi a Rita ma lei al momento lo respinge perché è sempre interessata a diventare una cantante famosa come Mina, l’idolo del nuovo spettacolo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due personaggi rifulgono per le loro virtù: un giovane abbandonato alla vigilia delle nozze, non manifesta rancore e si dimostra generoso nei confronti della sua ex fidanzata; un maestro di ballo sa tener separati i suoi affetti personali dall’imparzialità richiesta dalla sua professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Buona ricostruzione scenografica e bei costumi degli anni ’60. Un’occasione mancata per raccontarci la Rai e l’Italia di quegli anni a vantaggio di tre storie al femminile, professionali e sentimentali che ricordano non poco le ragazze di "Che Dio ci aiuti"
Testo Breve:

La ricostruzione dei favolosi anni ’60 e delle prime trasmissioni di Studio Uno funge da cornice per tre racconti al femminile. L’enfasi data alla componente rosa del racconto finisce per offuscare l’aspetto rievocativo di quel momento magico del servizio pubblico guidato da Ettore Bernabei

Ettore Bernabei, in un’intervista trasmessa da Rai3 nel 2005, nel rievocare la nascita di Studio Uno, ricordava: “quando scoprimmo le gemelle Kessler in un locale di Berlino, tentammo una cosa che a quell’epoca sembrava rischiosa: togliemmo le sottane alle ballerine, consapevoli che facevamo vedere, sia pure con la calzamaglia nera, un bel paio di gambe; il che è molto diverso dalle veline che sculettano con il tanga e danno l’illusione di un pezzo di carne da mordere. Quella è una televisione che lascia un’inquietudine, perché mica tutti posso mordere quella carne”. Con un’ironia tutta toscana Bernabei, alludendo ai canali concorrenti di Mediaset, aveva indicato, oltre a dare una bella lezione di estetica, qual è il valore di un programma d’intrattenimento: lo spettatore deve “andare a letto contento di aver appreso qualcosa, di aver visto una buona recitazione, di aver visto delle ballerine non solo graziose ma capaci di ballar bene”.

Lo "spirito Bernabei" viene solo accennato in questo miniserial, andato in onda lunedì 13 martedì 14 febbraio 2017, che pone la Rai, gli studi di via Teulada e lo stesso Ettore Bernabei, solo come sfondo alle vicende di tre ragazze, impegnate a realizzare le loro ispirazioni proprio nei tempi gloriosi delle prime trasmissioni di Studio Uno. Viene sviluppata con più dettaglio solo la figura di Antonello Falqui, l’ideatore del programma e dei tanti protagonisti del tempo, si citano soprattutto Mina (ripresa sempre di spalle) e Rita Pavone.

Gli anni ’60 erano sicuramente tempi nei quali era stata percepita più chiaramente la necessità una maggiore emancipazione femminile ma almeno due delle tre ragazze della fiction appaiono quasi “mostruose” nella loro determinazione di raggiungere il successo a tutti i costi. Rita, la ragazza madre, nelle sequenze iniziali, non ha la pazienza né il tempo di prendersi cura del suo bambino e decide di andare a vivere in un appartamento condiviso con le altre ragazze, lasciandolo interamente alle cure dei suoi genitori. Elena cerca di sfruttare la sua bellezza come mezzo per la scalata alla RAI e decide di diventare l’amante di uno dei dirigenti che possono favorirla. Giulia, appare come la più riflessiva delle tre ma anche lei manifesta delle incertezze molto dolorose per chi le sta vicino. Si sta già provando l’abito da sposa per il matrimonio con Andrea quando, un solo bacio con Lorenzo, suo collega in Rai e la prospettiva di iniziare una carriera nel mondo della televisione, la spingono a rompere il suo fidanzamento durato 11 anni. Ma anche Lorenzo a sua volta, cerca soprattutto il successo e la loro relazione risulterà molto movimentata, priva com’è di un impegno definitivo da parte di entrambi.  

Alla fine la miniserie si avvierà a conclusioni positive anche per Rita e per Elena, non certo per una loro riflessione su ciò che è giusto o sbagliato ma perché si accorgono che le loro ambizioni debbono necessariamente esser ridimensionate.

Per fortuna il racconto è illuminato dalle virtù di due figure particolarmente positive: Andrea, il fidanzato abbandonato da Giulia, che cerca sinceramente il suo bene, aldilà della sofferenza che gli ha arrecato e la libera da fastidiose incombenze legali; Stefano, anche se innamorato di Elena, sa essere un giudice imparziale nel suo incarico di maestro del corpo di ballo.

La miniserie avrà sicuramente avuto un piacevole effetto amarcord verso chi era già abbastanza cresciuto ai tempi di Studio Uno ma, a parte una buona ricostruzione delle scenografie e dei costumi dell’epoca, la fiction non ci fa entrare, in modo approfondito, nei meccanismi di quello che era il monopolio nazionale della televisione negli anni ‘60. La sceneggiatura inoltre lascia trapelare troppo apertamente i suoi meccanismi, secondo la formula dei conflitti che prima si creano e poi vengono risolti, come la presenza di dirigenti RAI che si oppongono a Studio Uno o le rivalità sul lavoro, sia per Rita come sarta e per Elena come ballerina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 20:26
Titolo Originale: Moonlight
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris, André Holland

Miami. “Il piccolo”, come lo chiamano i compagni si scuola per deriderlo, si chiama in realtà Chinon ed è un afroamericano di dieci anni, sensibile e timido, che vive senza un padre e con una madre intossicata dalla droga. Decide di prendersi cura di lui Juan, uno spacciatore locale che riesce a regalargli qualche momento di serenità (gli insegna a nuotare) e una casa dove rifugiarsi quando la madre diventa intrattabile. Diventato adolescente, Chinon viene considerato un debole secondo gli stereotipi machisti che seguono i suoi compagni di scuola. Il ragazzo trova conforto nell’amicizia e nell’intimità sessuale con il compagno Kevin, l’unico con il quale riesce a intendersi. Picchiato nuovamente dai suoi compagni, Chinon reagisce violentemente e viene mandato al riformatorio. Dieci anni dopo è un giovane adulto che ha imparato a farsi rispettare ed è diventato a sua volta uno spacciatore. Una sera riceve una telefonata da Kevin, dopo anni di silenzio. I due si incontrano in un locale: è l’occasione per raccontarsi a vicenda cosa sono diventati e ricordare il tempo passato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ci presenta un mondo degradato, dove lo spaccio della droga resta l’unico lavoro conveniente da fare, dal quale non trapela nessuna speranza di riscatto. Ogni persona vive solo della ricerca di singoli momenti di consolazione reciproca.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, pesanti allusioni sessuali, riferimenti a rapporti omosessuali, uso e spaccio di droga, scene di bullismo nella scuola.
Giudizio Tecnico 
 
Il film candidato a 8 premi Oscar, ha una regia che riesce ad amalgamare bene una storia che si svolge in tre età diverse con tre attori diversi, e conferisce al racconto un senso unitario di struggente malinconia
Testo Breve:

 Un ragazzo sensibile e  introverso, con una madre tossicodipendente, cresce con sofferenza, deriso e picchiato dai compagni, offesi dalla sua mancanza di machismo. Un film ottimamente realizzato ma che trasmette il pessimismo fatalistico di una vita senza riscatti. 

Questo racconto, ricavato da una piece teatrale, è totalmente incentrato sulla figura di Chinon, visto in tre diverse tappe della sua crescita (a dieci anni, da adolescente  e infine da giovane-adulto) e dei  suoi incontri con le tre sole persone che hanno contato per lui: la madre, Juan e Kevin. Con la madre Chinon ha il rapporto più tormentato ma duraturo, segnato dalla ferita di un amore reciproco che resta sempre intenso e tenero ma perennemente venato dalla sofferenza del rimorso, per entrambi, di non averlo potuto esprimere come avrebbero voluto.

Con Juan il rapporto è insolito: questo rude spacciatore si intenerisce per questo fragile ragazzo tormentato e deriso dai suoi compagni, se ne assume il ruolo di protettore e di educatore, rispondendo alle domande più difficili: sul perché i compagni lo deridano chiamandolo “checca” e sulla conferma che la madre sia una tossicodipendente. Il regista evidenzia la difficile crescita di questo ragazzo, sottolinea il suo malinconico silenzio, costretto sempre a rifugiarsi in camera quando torna a casa, perché la madre è impegnata con qualche uomo. Il capitolo sull’adolescenza non fa che enfatizzare l’isolamento del ragazzo, ora che l’ostilità dei compagni nei suoi confronti è diventata violenta. E’ in questo difficile contesto (Juan nel frattempo è morto) che Chinon finisce per trovare sollievo nell’avvicinarsi all’amico Kevin, l’unico che non lo deride e con il quale può confidarsi. Nel terzo capitolo, il più breve, Chinon si è ormai costruito una propria corazza per affrontare il mondo esterno (anche fisicamente è diventato un giovane muscoloso), è diventato anche lui uno spacciatore e l’incontro, dopo tanti anni fra lui e  Kevin, vive solo del riverbero delle sensazioni adolescenziali e del rammarico per tutte le aspettative che avevano riposto nel loro futuro e che non si sono realizzate.
Il film sfugge a una chiara definizione e può esser visto sotto diverse angolature. Può esser definito  un racconto di formazione, sia pur molto tormentata; una denuncia sociale per un mondo dove chi è di colore non ha altra alternativa che impegnarsi nella malavita e ha un’alta probabilità di passare degli anni in un riformatorio, come Chinon o in prigione, come Kevin.
Altri hanno sottolineato come questo film sia il primo che ha approfondito la condizione di omosessuale in un contesto  afroamericano. In realtà il film potrebbe essere visto anche in altri modi.
Ci sono vistose omissioni nel racconto, che farebbero pensare a un film costruito a tesi, o comunque con l’obiettivo di  realizzare un mood  particolare, inteso come espressione artistica, più che come rappresentazione di una realtà. L’analisi sociale è falsata da alcune scelte stilistiche: il film costruisce un mondo  all black e non compare nessun bianco in nessun momento; il mestiere di spacciatore di droga, esercitato da Juan prima e da Chinon dopo, è visto come un mestiere come tanti, trascurando il fatto che si tratta di un’attività con la quale si finisce per vivere nelle maglie di organizzazioni criminali potenti, in grado di uccidere senza scrupoli. Pur riconoscendo la forte presenza del bullismo nelle scuole,  l’accanimento dei compagni verso Chinon nella primo e nel secondo capitolo del film sembra eccessivo, perché non è compensato dalla descrizione del lato buono della scuola. La  stessa supposta omosessualità di Chinon potrebbe essere messa in discussione. In nessun momento viene espresso da Chinon un chiaro desiderio sessuale  in quella direzione ma piuttosto la melanconia di un ragazzo solo che trova qualcuno che lo possa capire e  l’unico caso di parziale espressione di omosessualità, più subita che voluta, che avviene nel capitolo dell’adolescenza, può essere imputato alle incertezze che sono tipiche di quell’età.  Inoltre il  film manca  totalmente di qualche sequenza di incontro di Chinon con una ragazza, che  ci possa far capire se abbia mai pensato di trovare in una persona dell’altro sesso il modo per superare la sua solitudine.  .

Moonlight  evidenzia una grande padronanza del regista nel portare avanti una storia tutta interiore, ottimamente recitata e nel trasmetterci quell’atmosfera di struggente malinconia in cui vive Chinon. Non si può però non commentare la scelta dell’autore di mostrare un mondo senza speranza e nel mostrarci uomini che cercano esistenzialmente solo singoli attimi di conforto, senza nessun impegno nel trasformare in positivo la propria esistenza. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 08:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Tecnico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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BILLY LYNN - UN GIORNO DA EROE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 17:00
Titolo Originale: Billy Lynn's Long Halftime Walk
Paese: USA, GRAN BRETAGNA, CINA
Anno: 2016
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Jean-Louis Castelli
Produzione: FILM4, THE INK FACTORY, DUNE FILMS, MARC PLATT PRODUCTIONS, STUDIO 8, TRISTAR PRODUCTIONS, BONA FILM GROUP
Durata: 113
Interpreti: Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Vin Diesel, Steve Martin

Il soldato Billy Lynn, in un conflitto a fuoco durante la seconda guerra in Irak, si prodiga generosamente a portare in salvo il suo sergente, rimasto ferito. Una telecamera rimasta accesa riprende l’evento e in questo modo Billy diventa un eroe nazionale. Per la festa del Thanks Giving Day, il suo plotone, guidato dal sergente Dime, è ospite d’onore della partita dei Dallas Cowboys. Billy è anche lui texano e su di lui si concentrano gli applausi e i complimenti della gente dello stadio. Ma Billy è turbato: ha ancora vivo il ricordo degli ultimi combattimenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alcuni soldati impegnati nella guerra in Irak hanno stabilito fra loro forti legami di solidarietà e di concreto aiuto reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune intense scene di battaglia, una rapida sequenza sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Ang Lee, con una camera che sta sempre addosso al protagonista, riesce a farci trasmettere le sue ansie e i suoi turbamenti ma la sceneggiatura tradisce la sua impostazione letteraria
Testo Breve:

Un soldato considerato eroe della guerra in Irak, si trova a disagio, tornato i patria, nel diventare strumento di retorica bellica. Un film riuscito a metà con un’impostazione eccessivamente letteraria

Le guerre del dopoguerra degli americani sono state indubbiamente tante e molti registi non hanno mancato di enfatizzare l’abisso di senso e di sensazioni, quasi un’incomunicabilità, che si determina fra chi va sul fronte di guerra e chi, restando a casa, cerca al meglio di rendersi compartecipe, appellandosi a quanto appreso dalla televisione e riesumando, con l’occasione, un po’ di retorica patriottica. La situazione si complica per il gusto, tipicamente americano, dell’entertainment. Lo aveva di recente evidenziato Clint Eastwood con il suo Flag of Our Fathers: quattro soldati in trasferta in patria durante la guerra nel Pacifico, debbono ripetere all’infinito, in diversi stadi americani, la scena che riproduce la foto-simbolo dell’innalzamento della bandiera americana sull’isola di Iwo Jima, inizio della riconquista americana.

In questo film Billy, con alcuni commilitoni della sua compagnia Bravo, sono ospiti d’onore durante una partita dei Dallas Cowboys, inclusa la loro partecipazione alle esibizioni della serata, fra balli, canti e fuochi d’artificio.

Il racconto si svolge tutto durante questa giornata allo stadio e il regista Ang Lee (autore di Vita di Pi, tre Oscar nel 2013) è particolarmente sarcastico nell’evidenziare il disorientamento di questi soldati, costretti a fare da comparse a scenografie roboanti e a ricevere i complimenti di circostanza di gente che non può comprendere ciò che ha vissuto o essere costretti a dare risposte sul significato di quella guerra, proprio loro che non ne trovano alcuno. Il regista si concentra soprattutto su Lynn, di 19 anni, schietto e introverso, ancora vergine, come gli ricorda sua sorella, che si porta nell’animo il peso tanti momenti di tensione vissuti in Irak e vive quella giornata come in un sogno angoscioso, dove fa quello che gli viene detto di fare ma con la mente altrove.

La distanza fra questi soldati e coloro che sono rimasti in casa è ben sintetizzato dalle parole del magnate texano che ha intenzione di realizzare un film sulle gesta di Lynn e della compagnia Bravo. “La tua storia non appartiene più a te – dice a Lynn- ma appartiene all’America.  Ciò che conta è l’idea. La vostra battaglia non è altro che il simbolo della battaglia dell’America contro il terrorismo. La compagnia Bravo, ora siamo noi”.

Lynn e il suo sergente, all’unisono, rifiutano decisi questa costruzione retorica intorno al loro operato. In fondo la risposta che propone Ang Lee, con le varie sequenze ambientate in Irak dove viene evidenziata la forte intesa fra commilitoni in armi,  è molto simile a quella già  data da Clint Eastwood in Flag of our fathers: chi va in guerra forse combatte anche per la patria, ma in realtà si impegna soprattutto per i suoi commilitoni: la coesione che si forma fra chi, in ogni istante non sa se continuerà a vivere o a morire diventa l’arma migliore con cui possono affrontare nuove giornate di guerra.

Lynn è tentato da sua sorella per farsi certificare un esonero per esaurimento nervoso per non tornare più in Irak: un’ipotesi accettabile, ora che è considerato un eroe. Lynn è costretto a riflettere su se stesso, cercar di capire dove può dare un senso della sua vita. Per un momento la madrepatria gli offre una magnifica lusinga: l’ammiccante e sensuale cheerleader con la quale stabilisce un’intesa istintiva. E’ un altro momento di mordace ironia da parte del regista e dello sceneggiatore: la ragazza parla con Lynn in modo affettuoso ma attraverso frasi fatte, prese in prestito dai media, non lo vede per quello che è ma come simbolo astratto ed intoccabile di eroismo.

Ang Lee è molto bravo nel costruire queste situazione surreali di tensione fra ciò che è e ciò che appare, fra realtà e mito posticcio ma il racconto tradisce un eccesso di letteratura, di parole più che di immagini e, al di là di alcune scene, risulta un lavoro freddo, che non riesce a generare emozioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SPLIT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/31/2017 - 08:44
Titolo Originale: Split
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Produzione: BLINDING EDGE PICTURES, BLUMHOUSE PRODUCTIONS
Durata: 147
Interpreti: James McAvoy, Anya Taylor – Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson

Adolescenti estroverse e attente alla moda, Claire e Marcia guardano con compassione la compagna di scuola Casey, problematica nelle relazioni con gli altri, goffa e amante della solitudine. Un destino comune e crudele, però, le attende. Di ritorno da una festa, infatti, le tre ragazze vengono rapite da un uomo che le segrega in una prigione sotterranea. Nel disperato tentativo di scappare, Casey, Claire e Marcia si imbattono più volte nel loro rapitore, venendo, così, a scoprire una terribile realtà. Nell’uomo convivono personalità multiple, che lo portano ad assumere diverse identità. L’ossessivo compulsivo Dennis, il fragile stilista Barney, la rigorosa Patricia e il bambino Hedwig. Queste sono solo alcune delle ventitrè personalità in cui il rapitore prende forma. Ed un’ultima, la più spaventosa e feroce, che nemmeno la psichiatra Dottoressa Fletcher riesce a domare, sta per venire allo scoperto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Secondo i messaggio dato dal film, il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo
Pubblico 
Sconsigliato
Pel l'etica deformata che propone. Scene di violenza psicologica ed emotiva verso minori. Immagini di sangue brevi, ma di forte impatto
Giudizio Tecnico 
 
A livello tecnico il film è ben fatto. La tensione viene tenuta dai dialoghi e le due ore di film passano nonostante l'azione sia minima
Testo Breve:

Tre adolescenti vengono rapite e segregate da uno schizofrenico in grado di assumere fino a 23 personalità differenti. Un angosciante film-metafora su una vita senza speranza basata sul dolore dove ilmale trova la sua giustificazione

Il regista M. Night Shyamalan torna al cinema con un thriller psicologico in cui il ritmo dettato dai dialoghi e dalla suspense mantiene lo spettatore focalizzato sul destino delle giovani vittime.

Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Ogni essere umano sviluppa una personale difesa alle violenze inferte. È ben chiaro nei due personaggi principali, la giovane Casey e il rapitore, interpretato da un poliedrico ed eccezionale James McAvoy. Entrambi vittime di aggressioni psicologiche nella primissima infanzia, affrontano diversamente il dolore e le ferite scaturite dall’abuso. Casey, troppo indifesa dinnanzi “all’orco nero”, sviluppa diffidenza nell’essere umano e preferisce la solitudine alle relazioni sociali. Kevin, invece, il bambino diventato uomo in molteplici vite diverse rispetto a quella originaria, si difende dal male rifugiandosi nell’alterità. Gli “Altri” ventitrè sono la sua via di fuga da un dolore che lo ha segnato per sempre e proprio il passato comune rende Casey in grado di entrare in sintonia con con Kevin e con gli “Altri”. Questo elemento della storia ci introduce ad un altro più ampio discorso. Innanzitutto, secondo quanto il regista ci racconta, non solo la violenza genera dolore, ma la violenza stessa nasce dalla malvagità umana, che non risparmia nemmeno le mura domestiche. Il che distrugge il concetto di famiglia e toglie luce a qualsiasi evoluzione positiva nel Destino dell’Uomo. Queste ferite fortificano la vittima, la formano e le conferiscono un’esperienza totalmente estranea a chi ha vissuto senza dover affrontare difficoltà. In questo Casey e Kevin sono certamente uguali. Uniti da un’affinità e da una storia emotiva differenti da quelle di Claire e Marcia, sono, a detta di Kevin, diversi in quanto superiori. Questo concetto, oltre ad essere socialmente antidemocratico, è ancor più pericoloso e fuorviante perché qui è definito sulla base dell’emozione. E, unitamente alla violenza che genera dolore, giustifica, trovandone una causa incontestabile, le distorsioni comportamentali, di qualunque gravità esse siano.

L’affermazione della ventiquattresima identità di Kevin, la “Bestia”, definisce e riassume il pensiero veicolato dal film. Il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo.

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIPARARE I VIVENTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/29/2017 - 19:03
Titolo Originale: Réparer les vivants
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Katell Quillévéré
Sceneggiatura: Katell Quillévéré, Gilles Taurand
Produzione: France 2
Durata: 104
Interpreti: Tahar Rahim, Emmanuelle Seigner, Anne Dorval, Bouli Lanners, Kool Shen, Monia Chokri, Alice Taglioni, Karim Leklou Alice de Lencquesaing, Finnegan Oldfield, Théo Cholbi, Gabin Verdet, Dominique Blanc

All’alba tre giovani surfisti sulla strada verso casa a causa di un improvviso colpo di sonno del conducente restano vittime di un incidente autostradale. Nell’ospedale di Le Havre i genitori del giovane Simon, uno dei tre ragazzi, apprendono che, nonostante le apparenze, il loro figlio è da considerarsi ormai morto con certezza e devono valutare la possibilità di autorizzare la donazione dei suoi organi. Intanto a Parigi una donna è in attesa del provvidenziale trapianto di cuore che potrà salvarle la vita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la drammaticità di questa storia nel suo insieme pone di fronte ad una serie di riflessioni di natura scientifica, medica, filosofica e umana. La regista sceglie un registro molto interiore e personale per sviluppare la narrazione di questo film, risulta assai convincente e toccante senza essere polemica e tiene in grande considerazione, oltre che gli aspetti scientifici della vicenda, anche quelli più intimi relativi agli affetti, al concetto di identità della persona umana e alla vita stessa.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di operazioni chirurgiche molto realistiche e crude.
Giudizio Tecnico 
 
In un film che affronta un tema così denso di questioni scientifiche e morali il rischio era quello di cedere ad una narrazione eccessivamente didascalica, ma la regista riesce ad affrontare la storia con molta sensibilità umana e conferisce ai suoi personaggi un accettabile spessore. Questo, insieme ad un sapiente uso della fotografia e del montaggio, riesce a rendere il film coinvolgente, sebbene si tratti di una storia dura e dal forte valore divulgativo
Testo Breve:

Due genitori al capezzale del figlio a cui è stata diagnosticata la morte celebrale; una donna  in attesa che venga trovato un donatore per il suo cuore malato. Un’accurata analisi delle condizioni emotive di tutti i personaggi coinvolti

La donazione degli organi, un tema delicato quanto importante, in cui la logica schiacciante della scienza si scontra con la sacralità intangibile ma reale e forte del concetto di persona umana. Riparare i viventi è prima di tutto un romanzo in cui l’autrice Maylis de Kerangal sceglie con molto buon senso di affrontare l’argomento focalizzandosi soprattutto sull’aspetto umano e interiore di quelli che potrebbero essere i possibili protagonisti di una storia fondata sul tema della donazione degli organi. Katell Quillévéré, regista del film tratto dall’omonimo romanzo, adatta il linguaggio cinematografico alle stesse scelte dell’autrice del testo scritto e realizza un’opera toccante, ragionevole, quasi straziante ma importante.

Uno scontro di drammi, dolori, speranze e attaccamento alla vita, questo è sostanzialmente Riparare i viventi, in cui le ragioni della scienza devono necessariamente fare i conti con le ragioni, i dubbi e le pene dell’animo umano, tanto di coloro che prendono la difficile e generosa decisione di donare gli organi di un proprio caro congiunto quanto di coloro che quell’organo hanno la fortuna di riceverlo.

Nel film è narrata la storia di un giovane ragazzo di 17 anni. Simon, che nel pieno della sua vita e delle sue energie resta gravemente coinvolto in un terribile incedente d’auto. Sebbene il suo corpo sia rimasto quasi illeso il ragazzo arriva in ospedale in uno stato di morte celebrale che secondo i medici è irreversibile. I suoi genitori, nel momento di maggiore dolore, devono dunque decidere se autorizzare o meno la donazione degli organi del figlio. In un’altra parte della Francia una donna, madre di due giovani uomini, è affetta da una gravissima cardiopatia che non le lascia speranze di vita per il futuro e a causa della quale è stata inserita nella lista dei pazienti che necessitano con urgenza di un trapianto di cuore.

La tragedia che capita al ragazzo e ai suoi genitori costringe a pensare alla morte sotto varie sfumature: l’accettazione del lutto, il desiderio di rispettare la sacralità del corpo e al tempo stesso il bisogno profondo che ciascuno ha di trasformare il dolore in qualcosa di fecondo che dia senso a quella terribile sofferenza. Ed è esattamente questo il percorso che compiono i genitori del ragazzo nel prendere la loro decisione. Senza essere polemico il film riesce a descrivere i vari aspetti emotivi, umani e interiori che rendono ardua e non scontata la scelta di donare gli organi di un proprio caro.

Nel contempo la storia, attraverso la figura dei medici che accompagnano i genitori nella loro decisione, riesce a svestire anche la scienza della sua patina di freddezza per mostrare il dovuto rispetto che merita il corpo umano anche dopo la morte. Di fronte anche alla schiacciante ragionevolezza della necessità della donazione degli organi quando le condizioni lo consentono senza ombra di dubbio, la narrazione non perde di vista l’elemento che riguarda la sacralità della vita umana e il rispetto che essa impone.

La difficoltà da superare infatti non risiede solo in coloro che, pur vedendo ancora respirare il proprio figlio, sebbene solo perché attaccato ad una macchina, si trovano nella dura condizione di dover decidere di donare ad altri parti essenziali del suo corpo, ma anche in coloro che questi organi si trovano a riceverli e sono costretti di fatto a dover quantificare il valore della propria vita. Non si può non considerare che gli organi interni di un essere umano hanno un valore che per certi versi travalica il puro aspetto biologico.

Così anche la donna che d’improvviso si trova ad accettare di ricevere il cuore di un’altra persona deceduta vive un travaglio interiore non indifferente. In primo luogo per i rischi notevoli che un’operazione del genere comporta e in secondo luogo per il fatto di dover superare la naturale resistenza dell’animo a vedersi privato di una parte simbolicamente così importante per la persona.

Nel complesso Riparare i viventi affronta la questione con estrema lucidità e delicatezza senza temere di inserire anche immagini potenzialmente troppo dirette e brutali, ma funzionali al racconto. Offre quindi un quadro chiaro e completo sul tema della donazione degli organi che non poggia solo su incontrovertibili dati scientifici ma riesce a tenere conto anche degli importanti aspetti umani che la questione implica.

Bisogna sottolineare che rispetto al caso scelto in questo racconto non vi sono dubbi né morali né scientifici riguardo ad una possibile confusione con l’altro delicato tema dell’eutanasia: la morte cerebrale è riconosciuta come morte assolutamente certa e dunque non lascia adito ad altre possibili scelte di mantenimento in vita.

Tuttavia resta discutibile solo un unico dettaglio inserito nella storia e assolutamente non funzionale al racconto. Ad un certo punto del film si comprende che la donna che sta per ricevere il cuore di Simon nel passato ha avuto una relazione omosessuale con una sua amica.  Sebbene l’intento della regista fosse quello di rendere più consistente il carattere della donna che riceve il cuore, resta il fatto che l’informazione sul suo orientamento sessuale è del tutto gratuita.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUA LA ZAMPA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/19/2017 - 06:44
Titolo Originale: A Dog's Purpose
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura: W. Bruce Cameron, Cathryn Michon, Audrey Wells, Maya Forbes, Wally Wolodarsky
Produzione: Amblin Entertainment, Reliance Entertainment, Walden Media, Pariah Production
Durata: 120

Bailey, un golden retriever, racconta la storia delle sue vite in diverse reincarnazioni nell'arco di cinque decenni alla ricerca del senso della sua esistenza al mondo. Da quando Ethan Montgomery, un bambino di otto anni, gli salva la vita, Bailey resta al suo fianco nelle tappe più importanti della sua vita. Anche dopo la sua morte lo spirito di Bailey, incarnandosi in altri cani, non dimentica del tutto il suo primo padrone.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
il film racconta in modo semplice il forte sentimento di affetto e amicizia che lega un cane al suo primo padrone, ma si perde nella narrazione di storie che mirano alla commozione e che semplificano il senso dell’esistenza alla sola ricerca di compagnia. Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
una narrazione che procede in modo scorrevole e coinvolge soprattutto al livello dei sentimenti, ma a tratti sfiora un’artificialità tale da sembrare quasi uno spot pubblicitario
Testo Breve:

Un golden retrieval viene salvato dal suo padroncino. Anche dopo morto, il cane continua a cercarlo, nelle sue vite successive. Un film che punta tutto sulla commozione con un insolito riferimento al tema della reincarnazione

Dopo il successo nel 2009 di Hachiko - Il tuo migliore amico, film basato sulla sorprendente storia del fedele cane giapponese Hachi, il regista Lasse Hallström sembra averci preso gusto e riprende il filone cinofilo con un film, Qua la zampa, che punta tutto sulla commozione. La storia è tratta dal romanzo del 2011 best seller di W. Bruce Cameron, Dalla parte di Bailey (A Dog's Purpose), in cui l’autore immagina di raccontare il mondo e la vita attraverso gli occhi e la voce di un cagnolino che si reincarna più volte.

Che Hallström fosse un abile descrittore di sentimenti si sapeva. (Dear John). Questo regista è riuscito sempre, con esiti più o meno centrati, a toccare le corde sensibili dell’animo umano affrontando temi assai toccanti, anche se non sempre supportati da contenuti solidi. Questa volta però con Qua la zampa il regista svedese punta dritto verso il sentimentalismo più spudorato e sembra applicare tutte le sue competenze professionali a generare con facilità situazioni commuoventi ma che a tratti paiono costruite ad arte per questo scopo.

In principio un cane affezionato e il suo bambino, poi un eroico cane poliziotto e l’agente suo padrone, poi un pigro cagnolino che condivide con simpatia e discrezione le gioie e i dolori di una giovane donna di colore e infine un cane maltrattato che ritrova miracolosamente la via di casa: già solo questi elementi basterebbe per predisporre il pubblico alla più profonda tenerezza. Qua la zampa è la storia di un cane di nome Bailey che nasce, vive, muore e rinasce più volte incarnando ogni volta una nuova razza canina in un differente contesto umano. Bailey racconta la sua storia con le sue diverse esistenze dal suo ingenuo e puro punto di vista di animale fedele, intelligente e pieno di voglia di vivere. Quello di Bailey però sembrerebbe voler essere anche un percorso di crescita e conoscenza dell’animo umano alla ricerca del senso della vita.

Un obiettivo decisamente alto per un cane che in effetti fondamentalmente si concentra di più sulla ricerca di un essere umano in particolare, il suo primo vero padrone, Ethan, che lo adottò cucciolo in una delle sue prime vite e diede un senso di gioiosa spensieratezza alla sua esistenza. Ed è proprio in questo punto che Hallström sembra perdersi o piuttosto sembra scegliere la facile via dei sentimenti invece che esplorare sentieri più complessi.

Perché Qua la zampa pone le basi per profonde riflessioni ma si ferma alle considerazioni più elementari e semplici, sicuramente molto adatte ad un cane ma quasi mortificanti se invece osservate dal punto di vista dell’essere umano. Alla fine sembra infatti che la sola cosa che possa dare un senso all’esistenza di ogni essere vivente, uomo o animale che sia, stia nel cercare e trovare un compagno con cui condividere la vita.  

Qua la zampa è un film senza dubbio ricco di sentimenti coinvolgenti e commuoventi, descritti con semplicità efficace e ingenua, ma troppo infantile. Questa idilliaca comunione tra uomo e cane e l’eccessiva centralità e importanza data al concetto di compagnia finisce col svilire decisamente la parte umana della storia, rendendo l’intero film un tenero racconto di fantasia, ben narrato e toccante, ma artificilamente puerile.       

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOPO L'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/15/2017 - 12:45
Titolo Originale: L'économie du couple
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Joachim Lafosse
Sceneggiatura: Mazarine Pingeot, Fanny Burdino, Joachim Lafosse, Thomas Van Zuylen
Produzione: ES FILMS DU WORSO, VERSUS PRODUCTION IN CO-PRODUZIONE CON RTBF (TÉLÉVISION BELGE), VOO, BE TV ET PRIME TIME (TBC)
Durata: 98
Interpreti: Bérénice Bejo, Cédric Kahn

Maria e Boris, dopo 15 anni vissuti assieme e aver avuto due bimbe gemelle, hanno deciso di separarsi. L’attuazione pratica di questa decisione risulta molto difficile e genera in loro astio e sofferenza. Lui è attualmente senza lavoro e i due sono costretti a continuare ad abitare nella stessa casa. Non trovano neanche un accordo sugli aspetti economici della separazione: lei vuole dare al marito una congrua buona uscita purché lasci definitivamente la casa ma lui pretende il 50% del suo valore perché, anche se formalmente la casa è di proprietà della donna, ritiene che tutti i lavori di abbellimento che lui stesso ha realizzato abbiano contribuito alla sua valorizzazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Assistiamo ai litigi di un uomo e una donna che si stanno per separare ma in nessuno dei due traspare un gesto di generosità capace di trascendere la loro situazione, soprattutto a beneficio delle due figlie
Pubblico 
Adolescenti
Le tensioni familiari che sono narrate nel film non sono adatte alla sensibilità dei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il regista sviluppa un’analisi accurata della dinamica di una separazione, gli attori sono bravi, ma il risultato è freddo e non propone soluzioni
Testo Breve:

Lui e lei si stanno per lasciare dopo 15 anni e la nascita di due bambine. Il racconto dettagliato ma grigio di una separazione che non trasmette nessuna emozione

“Tu hai i tuoi giorni, io i miei, rispettali” dice Maria, molto seccata, a Boris che è entrato, non atteso, in casa e sta facendo divertire le figlie che non hanno intenzione di fare i compiti. Ovviamente le bambine non hanno nessuna voglia di pensare ai loro genitori come qualcosa di disunito e si rivolgono ora a l’uno ora all’altra a seconda di dove, secondo loro, sarà più facile ottenere ciò che desiderano. E’ questo uno dei pochi elementi che resta invariato in questa famiglia dove lui e lei hanno deciso di non voler più vivere assieme (non è chiaro, nel film, se sono sposati o no), non perché sia intervenuto un “terzo incomodo” ma per incompatibilità di carattere: lui si comporta con molta leggerezza (di origini modeste, vive di lavori edili saltuari e non si dà molto da fare per cercane altri) mentre lei, di famiglia borghese, vive nella cura di piccoli dettagli e non ha l’elasticità mentale per affrontare i problemi in una prospettiva più ampia e generosa. I

ll regista e sceneggiatore belga Joachin Lafosse si è specializzato in conflitti familiari (Proprietà privata) e con questo film mostra l’intenzione di continuare ad approfondire il tema. Per tutto il film padre, madre e figlie (ma anche noi) restano chiusi all’interno della loro abitazione constatando, com’è ovvio, che ciò che è nato unito, ora non può esser diviso. Ecco quindi le meschine liti sul dividere in due il contenuto del frigorifero, sul lavare separatamente i panni nelle lavatrice, nell’impossibilità di vedere separatamente quegli amici che un tempo erano in comune. Lei si appiglia a queste divisioni sperando in qualche modo di guadagnarsi una propria indipendenza; lui le viola continuamente, perché le ritiene elementi secondari rispetto al tema principale, che è la perdita della loro intesa.

Sappiamo bene, purtroppo, quanto spesso avvengono, nella realtà, queste separazioni e c’è da domandarsi se era necessario sviluppare un film che ci ricordasse, nei minimi dettagli, la tristezza ma anche lo squallore umano nel quale finiscono per sprofondare gli ex-coniugi o conviventi.

Indubbiamente è da lodare il dettaglio, quasi uno studio sociologico, con cui vengono analizzate le relazioni familiari e sono molto bravi sia Bérénice Bejo che Cédric Kahn (noto soprattutto come regista) ma indubbiamente non basta il piacere di un’analisi ben fatta per giustificare un film. Non sveliamo il finale, ma non resta nello spettatore nessuna emozione o messaggio particolare da recepire.

Lo spettatore segue le loro vicende attendendosi non necessariamente una soluzione positiva al conflitto, una loro generosa riunificazione ma almeno un colpo d’ala nel racconto, un modo con il quale i due possano almeno prender coscienza definitiva della gravità della loro decisione, soprattutto nei confronti delle figlie. In un altro film tragico sullo stesso tema, Kramer contro Kramer, il conflitto coniugale, arrivato fino in tribunale, pur concludendosi con una separazione definitiva, si chiudeva con una gara di solidarietà nei confronti del loro figlio.

In questo film c’è una scena molto bella, nella quale le gemelle mettono il disco di una canzone che è capace di evocare alcuni bei momenti che tutti insieme hanno vissuto e padre, madre e figlie, si mettono a ballare. Negli sguardi di lui e lei sembrano riaffiorare le emozioni del loro amore di un tempo ma si tratta di un breve momento. I litigi continueranno il giorno dopo e, ciò che è peggio, non c’è mai una seria analisi delle conseguenze del loro disaccordo sulle loro figlie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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