Dramma

TRUMAN - UN VERO AMICO E' PER SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/20/2016 - 11:52
Titolo Originale: Truman
Paese: Spagna, Argentina
Anno: 2015
Regia: Cesc Gay
Sceneggiatura: Cesc Gay, Tomàs Aragay
Produzione: IMPOSSIBLE FILMS, TRUMANFILM, BD CINE, IN CO-PRODUZIONE CON DEK&S FILMS, TELEFE
Durata: 108
Interpreti: Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi

Julián è un attore argentino di teatro che da anni vive a Madrid. Un giorno riceve la vista inaspettata di Tomás, un suo vecchio amico che da tempo vive in Canada. Tomás ha attraversato l’Atlantico per stare quattro giorni con Julián perché potrebbe non rivederlo più: ha saputo infatti che è malato di cancro e non ha ancora molto tempo da vivere. Tomás è pronto a passare quei pochi giorni dedicandosi interamente all’amico ma ha anche un obiettivo segreto: riuscire a far desistere Julián dalla decisione di sospendere ogni cura….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un altro film che propone l’eutanasia come la soluzione più idonea per situazioni di malattie incurabili. Due donne sposate in Spagna si "comprano" un figlio attraverso una fecondazione eterologa
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è adatto a persone adulte. Un incontro amoroso con nudità. Un bambino viene "acquisito" tramite fecondazione eterologa da due donne
Giudizio Tecnico 
 
Una sceneggiatura calibrata al millimetro, una recitazione professionale e misurata. Vincitore di 4 premi Goya nel 2015
Testo Breve:

Un film molto ben realizzato su di un uomo malato di cancro, trasmette un messaggio positivo a favore dell’eutanasia e diventa bandiera dell'individualismo 

Quattro giorni vissuti quasi in tempo reale. Quattro giorni a cercare di chiudere ogni pendenza, a mettere ogni cosa a posto prima della grande dipartita. Julián, da quando ha divorziato, vive da solo con un bel cane boxer a cui è molto affezionato. E’ questo il suo primo problema: deve cercare una famiglia che possa adottarlo, sperando che il cane non soffra troppo (ma soffrirà anche Julián) per la separazione. Ci sono inoltre le ultime recite da fare in teatro ma anche garantirsi che venga trovato un valido sostituto. Infine il programma più ambizioso, realizzabile grazie alla borsa generosa di Tomás: andare e tornare in giornata ad Amsterdam per passare qualche ora con il figlio che studia in quella Università. Julián ostenta una serena sicurezza ma non può evitare di commuoversi quando incontra qualcuno che gli manifesta un affetto che non si sarebbe aspettato. In effetti Julián non è solo ma è circondato da persone che gli vogliono bene e gli stanno vicino: non soltanto Tomás, ma anche la cugina Paula, il figlio e la ex-moglie.  Il film avanza fra un incontro e l’altro, senza mai scivolare nel patetico; al contrario la sceneggiatura ha il grande pregio, grazie anche alla bravura degli attori, di restituirci persone reali, che calibrano le loro parole, esprimono i loro sentimenti con cautela, data l’eccezionalità della situazione. 

L’analisi del film si potrebbe concludere a questo punto: un lavoro molto ben realizzato e recitato, con una sceneggiatura di ferro, vincitore di quattro premi Goya, dove si parla di buoni sentimenti come l’amicizia, la paternità, l’amore.

E’ proprio il fatto che si tenderebbe a non dire altro, a concludere con grandi elogi, soprattutto negli aspetti più umani, questo film così ben realizzato, che finisce per rendere evidente quanto siamo ormai assuefatti all' individualismo moderno. 

Julián pensa di avere due problemi principali da risolvere: evitare una lunga, ormai inevitabile agonia e “togliere discretamente il disturbo” senza recare fastidi al figlio e agli amici. Per entrambi ha trovato la soluzione: un amico medico gli ha dato delle pillole che ingoierà nel momento che riterrà più opportuno. Si tratta della regola aurea del soggettivismo: “io non voglio avere fastidi né voglio recarli agli altri”. Solo la cugina Paula ha uno scatto di rabbia appena conosciute le reali intenzioni di Julián, mentre Tomás, ormai “convertito”, applaude all’amico, proprio lui che era arrivato a Madrid con l’intenzione di convincerlo a riprendere la chemioterapia.

Anche gli amici, i familiari, si comportano secondo le regole dell'individualismo: grande cura per l’amico, continui segni di attenzione ma massimo rispetto, nessuna interferenza, nei confronti della decisione presa. Non ci sono regole, principi e valori comuni da condividere se non uno solo: la libertà di ognuno nel decidere come meglio crede. La scelta eutanasica non è neanche posta come tema centrale del film: drammaturgicamente non è stata considerata rilevante perché rientrando nella sfera indefinita del privato, finisce per scivolare fra i temi per i quali dialogare è inutile.

Significativo è il rapporto fra padre e figlio: Julián vuole andarsene presto dalla scena del mondo per evitare di costringere il figlio a doverlo accudire, anche nei servizi più sgradevoli. E’ qui che Julián sbaglia. Porre il figlio nella situazione di occuparsi di lui, di “sporcarsi le mani” sarebbe un ultimo, importante insegnamento come genitore: un ottimo esercizio di amore visto come servizio nei confronti di chi, si era “sporcato le mani” nell’accudirlo quando era piccolo. Pensare che la vita ideale possa essere una vita senza sofferenza né impegno, che possa essere affrontata senza esercitare un vero amore di dedizione, è semplicemente una costruzione artificiale e fragile. In questo caso, più che di parlare di “cultura dello scarto” si tratta di accidiosa indifferenza verso gli altri e il mondo.

Da tempo, a intervalli regolari, arrivano sugli schermi, film a favore dell’eutanasia (il più recente e significativo è stato Amour-2012): secondo le moderne regole della persuasione mediatica, dopo i successi ottenuti sul tema del matrimonio fra omosessuali, operando film dopo film, goccia dopo goccia, si riuscirà progressivamente a convincere anche i più riottosi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ZONA D'OMBRA - UNA SCOMODA VERITA'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/18/2016 - 20:12
Titolo Originale: Concussion
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Peter Landesman
Sceneggiatura: Peter Landesman
Produzione: SCOTT FREE, SHUMAN COMPANY, CARA FILMS, CANTILLON COMPANY
Durata: 123
Interpreti: Will Smith, Alec Baldwin, Gugu Mbatha-Raw

La storia vera del dottor Bennet Omalu, di origine nigeriana: un neuropatologo che a seguito dell’autopsia compiuta sul cadavere di Mike Webster, un campione del football americano, scoprì che era morto a causa di una encefalopatia traumatica cronica (CTE), una malattia degenerativa del cervello che colpiva i giocatori di football vittime di ripetuti colpi subiti alla testa. Omalu pubblicò il risultato dei suoi studi nel 2005 . Ciò scatenò la reazione della potente Lega Nazionale del Football (NFL) che minimizzò lo studio e iniziò a porre ostacoli per evitare che il tema venisse ulteriormente approfondito

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea l’eroica tenacia di un dottore che cerca di far conoscere i pericoli insiti nel gioco del football americano ma il protagonista, che si qualifica come cattolico, porta avanti un rapporto prematrimoniale
Pubblico 
Adolescenti
Possono impressionare alcuni interventi operati su dei cadaveri, le inclinazioni al suicidio di alcuni protagonisti. Presenza di turpiloquio e di rapporti prematrimoniali senza nudità
Giudizio Tecnico 
 
Will Smith è il protagonista assoluto del film e il suo personaggio serio e cupo finisce per raggelare la dinamica del racconto
Testo Breve:

La vera storia del dottor Bennet Omalu che combatté una quasi impossibile battaglia contro la Lega Americana di Football per farle riconoscere la pericolosità del gioco. Un film rigoroso ma un po’ pedante

Will Smith ha smesso da tempo di far ridere sugli schermi. Dopo la serie un po’ pazza di Man in black e dopo commedie sentimentali come Hitch-lui si, che capisce le donne, Will ha deciso che il suo obiettivo era lanciare messaggi più profondi dallo schermo. Nei due film realizzati con il regista Gabriele Muccino (La ricerca della felicità e Sette anime), anche se la sua presunta appartenenza a Scientology è stata smentita, non si può negare la presenza, in questi lavori, della ricerca di una “illuminazione” che può dare un senso alla nostra vita e l’esistenza di un ciclo vitale che si realizza in una continua reincarnazione.

Il film Zona d’ombra è apparentemente diverso: è la storia positiva di un dottore di recente immigrazione negli U.S.A., di fede cattolica, metodico e puntiglioso, che scopre la CTE in un giocatore morto in condizioni di demenza e quando tutti o quasi tutti lo ostacolano perché si sono accorti che sta per lanciare un atto di accusa contro la “religione americana” cioè il football, lui caparbiamente continua le ricerche impiegando i propri risparmi. La tensione che si percepisce nel film è proprio costruita sul contrasto fra il dottore che praticamente da solo deve decidere se proseguire questa lotta impari (a un certo punto del racconto riceve intimidazioni perfino dall’FBI) e la grande Football League che in modo anonimo inizia a tessere le sue trame per far mettere a tacere le ricerche di Bennet, puntando molto sul discredito nei confronti di uno “straniero” che non conosce lo spirito e le passioni dei veri americani.

Il film mostra alcune scelte artistiche che finiscono per depotenziare il valore drammatico della storia.  Il conflitto fra questo eroe qualunque e il gigante NFL non viene “esteriorizzato” ma resta confinato nei dubbi esistenziali di Bennet che deve decidere di volta in volta cosa fare. Il suo avversario non è una specifica persona ma una organizzazione fluida.

Dicevamo prima che solo apparentemente questo film è diverso dagli ultimi lavori di Will Smith: traspare in Zona d’ombra la stessa spocchia, la stessa pedante voglia dell’attore di insegnarci qualcosa. Lo fa per cause giuste ma lo fa in modo molto serio, senza un minimo di autoironia. Il protagonista del film è una persona precisa fino alla pedanteria, incapace di esprimere allegria. Si tratta sicuramente del carattere che Will ha voluto dare al personaggio, ma ciò non fa che incrementare lo spirito rigorista già implicito nel film.

Il protagonista, in base al suo mestiere, compie delle autopsie sui corpi dei defunti che gli vengono sottoposti e si nota una certa insistenza del regista nel sottolineare la confidenza del personaggio con i cadaveri (Bennet “parla” con loro). Ritorna così quella strana, misteriosa attrazione verso la morte, foriera, probabilmente, di prossime reincarnazioni, che Will Smith aveva già manifestato in Sette anime

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VELOCE COME IL VENTO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/07/2016 - 11:12
Titolo Originale: Veloce come il vento
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO CON RAI CINEMA
Durata: 119
Interpreti: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Roberta Mattei, Paolo Graziosi

Giulia De Martino viene da una famiglia di campioni di corse automobilistiche. Ha solo diciassette anni ma anche lei è un pilota e ha un talento eccezionale grazie al quale partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. All’improvviso però Giulia si ritrova sola a dover affrontare la gara e la vita. La situazione è complicata dal ritorno inaspettato di suo fratello maggiore Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Loris e Giulia saranno obbligati dalle circostanze a vivere e lavorare insieme.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia vede protagonisti tre fratelli, è un esempio di quanto i legami affettivi familiari, per quanto difficili e spesso pesanti da sostenere, in realtà restino sempre una indispensabile fonte di salvezza soprattutto umana.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film contiene alcune scene di violenza e numerose scene dal forte impatto emotivo. Uso di droghe e una scena con nudi.
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato con grande attenzione ad ogni dettaglio, anche specifico, dell’automobilismo, le corse sono state girate dal vivo e risultano assai realistiche. I personaggi sono ben interpretati e il soggetto molto ben sviluppato in una sceneggiatura equilibrata e coinvolgente.
Testo Breve:

Un buon film italiano insolitamente ambientato nel mondo delle corse automobilistiche sul recupero degli affetti familiari. Un altro segnale di risveglio  del nostro cinema 

All’estero sono molti i film che hanno dedicato attenzione alle grandi figure del mondo delle corse automobilistiche, basti ricordare il più recente Rush che racconta l’intensa rivalità tra i due piloti di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda. Eppure, nonostante la grande professionalità ed esperienza che l’Italia può vantare nell’ambito delle corse automobilistiche, il cinema nostrano vi ha dedicato finora ben poca attenzione.

Veloce come il vento è un film che nasce dal desiderio di raccontare i retroscena di un mondo, quello dell’automobilismo, che si fonda sulle storie di intere generazioni di famiglie che hanno dedicato tempo e passione ai motori. Il film racconta di una giovanissima e talentuosa pilota, Giulia De Martino (Matilda De Angelis), che dopo la morte del padre, suo allenatore, rimane sola a dover affrontare il Campionato GT. Per Giulia vincere significa restare in possesso della casa che suo padre ha dovuto ipotecare per sostenere le spese di partecipazione alla competizione. Ma nella sua vita ricompare improvvisamente suo fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi), ex-pilota ora tossicodipendente. Dopo essere stato lontano dalla famiglia e dalle corse per anni, Loris decide di stabilirsi a vivere nelle casa paterna con la sorella Giulia e il fratello minore, Nico, che non aveva mai conosciuto prima. Loris è inaffidabile e imprudente ma ha un talento naturale per le corse, così Giulia comprende che la sua collaborazione rappresenta per lei la sola speranza di vincere.

In Veloce come il vento le emozioni si susseguono incalzanti. Senza scadere nel patetico il film racconta di intensi quanto problematici legami affettivi cementati dalla passione quasi genetica per i motori. La triste condizione di Giulia, adolescente forte, intraprendente e responsabile, si incrocia con quella drammatica di Loris che si è lasciato andare ad una vita vuota, priva di senso e degradante. Eppure nella difficoltà i due riescono a ritrovare una sintonia e ridonano l’uno all’altra speranza e desiderio di lottare. Nonostante i limiti e le difficoltà Loris, prima motivato da ragioni esclusivamente materiali e poi spinto dall’affetto verso la sorella e il fratello più piccolo, a piccoli passi e non senza cadute gravi compie un significativo cambiamento.

Giulia nonostante la sua giovanissima età dimostra una tenacia e un senso di responsabilità sorprendenti che le consentono di non cedere alla tentazione di ricorrere a soluzioni facili ma pericolose, sia per la sua persona che da un punto di vista etico, come quella di partecipare ad un campionato clandestino. Eppure il suo personaggio resta assai credibile, non pedante, e si armonizza bene con quello del fratello, che è tutto l’opposto.

In una famiglia distrutta e nonostante le loro profonde differenze, i due fratelli si ritrovano a ricostruire il proprio rapporto, più che per salvare il piccolo patrimonio lasciato loro dal padre, per il reciproco bisogno di dare e ricevere l’affetto e il sostegno che solo loro possono offrire l’uno all’altra.

Veloce come il vento è un film che avvince per la storia umana che racconta ed al tempo stesso emoziona per le numerose e molto ben realizzate scene di corsa. Tutto è accompagnato da una colonna sonora molto attuale, trascinante e assai indovinata.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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WAR ROOM - LE ARMI DEL CUORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/06/2016 - 20:14
 
Titolo Originale: War Room
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Alex Kendrick
Sceneggiatura: Alex Kendrick, Stephen Kendrick
Produzione: Affirm Films, Kendrick Brothers Productions, Provident Films
Durata: 120
Interpreti: Priscilla Shirer, T.C. Stallings, Karen Abercrombie, Alex Kendrick, Beth Moore

Tony ed Elizabeth Jordan sono una coppia di afroamericani benestanti. Lui è un venditore farmaceutico di successo, lei lavora in un’agenzia immobiliare, hanno una figlia deliziosa e vanno regolarmente a messa la domenica. I loro rapporti non sono buoni. Lui è tutto perso dai suoi impegni e dai suoi successi, trascura la figlia, non disdegna le conoscenze femminili che riesce a fare nelle sue numerose trasferte. Ritiene che per sua moglie sia sufficiente vivere la vita agiata che le può permettere. Elisabeth è molto demoralizzata ma nei suoi incontri di lavoro conosce una signora anziana, vedova, che le propone di fare con lei un incontro settimanale. Vuole convincerla che per risolvere il suo problema l’arma migliore è la preghiera: pregare per suo marito, pregare perché il diavolo si allontani dalla loro famiglia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La fiducia nella forza della preghiera pone la moglie tradita nell’atteggiamento migliore per affrontare la crisi. Un bell’esempio di perdono di fronte a un pentimento sincero. Una certa inclinazione al fanatismo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Lo sviluppo del racconto risulta alquanto schematico: è particolarmente scoperto l’impegno di dimostrare la forza della fede
Testo Breve:

Dopo Fireproof, un nuovo Christian Film dei fratelli Kendrick sul tema della  crisi matrimoniale. Inferiore al precedente, riesce a mostrare il valore della preghiera in ogni situazione difficile

Iniziamo con un’informazione: questo film, al suo debutto in U.S.A., nell’agosto 2015,  distribuito in solo mille sale, è risultato il secondo migliore incasso  della settimana. Costato 3 milioni di dollari, ne ha guadagnati finora 67.  Fa molto riflettere questo risultato, che dimostra chiaramente come i Christian Film siano molto apprezzati da un vasto pubblico (ma non dalla critica), anche se i produttori continuano a considerarli prodotti di nicchia.

I fratelli Kendrick sono la punta di diamante di questo filone; noi abbiamo seguito con costanza i loro lavori (Fireproof, Flywheel, Courageous)  e ora sono tornati sul tema della crisi coniugale, tema già affrontato in Fireproof.

Questa volta l’angolo di osservazione è diverso: il baricentro di ogni azione volta a risolvere una crisi familiare è la preghiera. Una preghiera intensa e fiduciosa che non può non tardare ad avere risvolti positivi. Il confronto con Fireproof è determinante: nel film del 2008, l’avvicinamento alla fede di Caleb, il marito, grazie ai suggerimenti del padre che in passato aveva affrontato una situazione simile, coincideva con il riconoscimento che l’amore gratuito di Cristo per noi fino all’estremo sacrificio, diventava il riferimento primario per un amore totale e incondizionato verso la moglie.

In quest’ultimo War Room le cause della trasformazione sono in un certo senso esogene: il licenziamento di Tony, la perdita di ogni sicurezza economia, innescano una crisi generale nell’uomo che si accorge delle sue manchevolezze nei confronti della moglie e della figlia. Una conversione dove l’atteggiamento della moglie risulta risolutivo: non lo accusa per i suoi fallimenti ma lo sostiene e lo incoraggia da subito, convinta che il valore dell’unità familiare e del sostegno reciproco sono la cosa più importante. Il film è inoltre arricchito di un bell’episodio di perdono di fronte a un pentimento sincero

E’ indubbio che Fireproof era stato capace di approfondire meglio la psicologia dei personaggi, mentre in quest’ultimo film, partendo da alcune semplici caratterizzazioni, come quelle del marito avido e della moglie vittima, si evolve in base allo schema preghiera-evento esterno-crisi-conversione. Il film

Il tono stesso è diverso dai precedenti lavori dei fratelli Kendrick, più impostati su un atteggiamento riflessivo;  questa volta vengono assunti toni trionfalistici e di orgogliosa sicurezza che sono stati la peculiarità  dell’ultimo Christian Film di successo: God’s not dead.

La stessa analogia con una War Room sembra prospettare una sorta di Jihad cristiana: una lotta decisa contro le proprie debolezze, una solida fiducia nella Provvidenza, in particolar modo  nell’impegno di diffondere la fede cristiana.

Com’è noto, i fratelli  Kendrick sono dei pastori battisti e per chi è cattolico, non può che destare stupore un film il quale, pur parlando continuamente di fede, ha una sola rapida sequenza che si svolge in una chiesa. Per i protagonisti del film la War room, cioè la stanza delle preghiere, è un piccolo sgabuzzino della casa, liberato di ogni oggetto.

Lavori come questo, così come altri Christian film apparsi sugli schermi, non possono che destare la nostra ammirazione perché propongono esempi di fede che provengono da persone laiche: una situazione molto rara nel cinema italiano.

In film è disponibile in DVD in lingua italiana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACE - IL COLORE DELLA VITTORIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/04/2016 - 21:22
 
Titolo Originale: Race
Paese: Francia, Germania, Canada
Anno: 2016
Regia: Stephen Hopkins
Sceneggiatura: Joe Shrapnel, Anna Waterhouse
Produzione: Forecast Pictures, JoBro Productions & Film Finance, Solofilms
Durata: 134
Interpreti: Stephan James, Jeremy Irons, Amanda Crew, Carice van Houten, Jason Sudeikis, William Hurt, Tony Curran, Giacomo Gianniotti, Tim McInnerny

Determinazione, forza, coraggio, impegno, resistenza, perseveranza, lealtà, competizione e pregiudizi, sullo sfondo delle drammatiche pagine che segnarono la storia degli anni Trenta, sono alcuni dei protagonisti del film “Race- Il colore della vittoria”. A 35 anni dalla morte, il lungometraggio racconta la storia di Jesse Owens, l’atleta vincitore di ben quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Owens parte per l’università’ lasciando una figlia piccola,una ragazza ancora da sposare e una famiglia umile, ma molto orgogliosa di lui. Poco dopo grazie al sostegno e all’insegnamento del coach dell’Ohio University, Larry Snyder, diventa un fuoriclasse dell’atletica leggera, collezionando innumerevoli successi, fino ad ottenere la convocazione per le Olimpiadi di Berlino. Purtroppo il periodo storico non è dei migliori: sono gli anni dell’ascesa del nazismo e delle politiche razziali e antisemite di Hitler. Tutto ciò porta il comitato olimpico americano e lo stesso Jess a chiedersi se sia meglio partecipare o boicottare. La forza e la volontà di fronteggiare assurde pretese spingono però l’atleta a partire, con la consapevolezza di dover vincere necessariamente. L’uomo dovrà così affrontare innumerevoli ostacoli fisici ed ideologici, eppure la costanza, il talento, lo spirito di squadra e la fiducia lo renderanno invincibile.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una bella storia di tenacia e di solidarietà in un momento storico dove le discriminazioni stavano per prendere il sopravvento
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Bravi gli attori in questa onesta ricostruzione delle strabilianti vittorie di Jesse Owens. Ottima ricostruzione della Berlino del ‘36
Testo Breve:

La storia ben ricostruita dell’afro-americano  Jesse Owens che nel 1936 vinse 4 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino, umiliando il tentativo di Hitler di dimostrare la superiorità della razza bianca

Race e’ una storia vera che si presta perfettamente a divenire un film, in cui il regista Stephen Hopkins,  tra gli  intensi primi piani, i minuziosi dettagli delle partenze, le affascinanti panoramiche degli  stadi inneggianti, descrive e racconta la biografia di un campione e di un mondo che si affaccia al dramma delle politiche discriminatorie e della seconda guerra mondiale.

 Ne emerge l’amaro quadro di una società dominata dai pregiudizi, dalle disuguaglianze, dalla repressione di tutto ciò che è diverso e in qualche modo speciale, e che, grazie all’affetto, al rispetto e all’accettazione, può essere superato.

Race è infatti il trionfo dell’uguaglianza, dei valori di giustizia, di amicizia, di collaborazione e di lealtà , come dimostrano le toccanti  scene in cui l’atleta e l’allenatore si fanno forza a vicenda, in cui i compagni di squadra ebrei, costretti a non gareggiare, lo implorano  di vincere per loro, e soprattutto quella in cui l’avversario tedesco ne riconosce la grandezza e in qualche modo lo aiuta a raggiungere il traguardo, per poi gioire con lui della vittoria,  a dimostrazione che gli odi razziali, l’omofobia, le discriminazioni, i soprusi e gli orrori, che la società ha dovuto subire, sono arrecabili alla responsabilità di numerosi incoscienti  uomini, di potere e non solo,  che l’hanno distrutta, tanto che addirittura gli Stati Uniti del sud operarono una forte censura sui successi olimpionici di Owens. Con questo biopic si vuole perciò celebrare e finalmente riconoscere la grandezza dell’atleta, dipingendolo come un eroe umano, non immune da tormenti, cedimenti, errori, debolezze, distrazioni, ma capace di tornare sempre sulla propria strada.

La scelta di raccontare gli eventi delle olimpiadi più contrastanti della storia diventa quindi l’occasione per riflettere sulle diversità di pelle, di credo, di cultura e sulle lotte che si è combattuto e si combattono ancora per sconfiggerle. Nonostante i numerosi passi avanti, tale tematica resta attuale e questo film si pone come modello, come portavoce di determinati ideali  che possono aiutare  tuttora a vincere  pregiudizi e convinzioni sbagliate.

I personaggi sono ben delineati, fedeli alla realtà , tra i quali emerge in particolar  modo  il protagonista, interpretato da un bravissimo Stefhan James,  in grado di renderne  i tormenti, gli sforzi, la fatica , la determinazione e il grande animo. Affascinante risulta poi il modo in cui è tratteggiata  la figura di Leni Reifensthal, regista ambiziosa chiamata da Hitler per documentare le sue olimpiadi e alimentare il mito del nazismo, descritta qui invece come un’ artista super partes, interessata solamente alla realizzazione del suo film che renderà immortali le imprese di Owens, il quale in qualche modo ha contribuito a scriverlo con i suoi eccezionali risultati.

Tra ritmi serrati , velocità al limite dell’umano, imprese straordinarie, amicizie sincere ed inaspettate, l’adrenalina della competizione , le sfide al cardiopalmo e i sentimenti eroici, “Race-Il colore della vittoria”  si rivela un prodotto ben fatto e costruito,  che racconta una storia e la Storia, le quali  si intrecciano e si fondono diventando una cosa sola, permettendo di riflettere, emozionarsi, gioire, correre verso il traguardo finale e naturalmente vincere.

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
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UN BACIO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/31/2016 - 10:45
Titolo Originale: Un bacio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Ivan Cotroneo
Sceneggiatura: Ivan Cotroneo
Produzione: NDIGO FILM, GUIDO LOMBARDO PER TITANUS, CON RAI CINEMA
Durata: 101
Interpreti: Rimau Grillo Ritzberger, Valentina Romani, Leonardo Pazzagli

Lorenzo è uscito dalla casa-famiglia di Torino dove viveva perché è stato adottato da una famiglia di Udine, dove si svolge tutta la storia. Blu è una ragazza benestante, figlia di un simpatico padre e di una madre con la passione per la scrittura; Antonio è un campioncino di basket che ha perso il fratello maggiore in un incidente e si sente oppresso dai genitori iperprotettivi. Tutti e tre hanno sedici anni, frequentano lo stesso liceo e sono isolati dai loro compagni: Lorenzo perché è gay, Blu perché si dice di lei che è una ragazza facile, mentre Antonio è considerato poco intelligente. I tre, isolati dal resto della classe, diventano amici e trovano tanti modi per stare insieme e divertirsi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto tragico di adolescenti senza ideali né generosità, intenti solo a soddisfare se stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena allude a una violenza multipla su di una ragazza. Uso di spinelli
Giudizio Tecnico 
 
I tre giovani sono stati tratteggiati con una certa vivacità ma la sceneggiatura scivola in molti luoghi comuni ed è venata di nichilismo
Testo Breve:

Una ragazza e due ragazzi di 16 anni, per diversi motivi, sono osteggiati dal resto della classe. Reagiranno con l’amicizia fra loro e la fantasia. Un racconto tragico pieno di stereotipi sugli adolescenti

Come si fa a parlare di adolescenti evitando stereotipi? Come si fa a ricreare quella magia sognante, quell’allegria fantasiosa, quella melanconia devastante, che ci si aspetta sempre da una storia dove i protagonisti sono degli adolescenti?

Sono pochi gli autori che hanno avuto successo nel muoversi su questo terreno scivoloso e incerto.

C’era una volta la “generazione Moccia”: film prodotti con un forte spirito di marketing, pieni di furbe carinerie e ammiccamenti verso il suo pubblico target (Tre metri sopra il cielo, Ho voglia di te, Amore 14, Scusa ma ti voglio sposare) ma avevano almeno l’onestà di puntare senza mezzi termini su due aspetti chiave di questa età: i turbamenti sessuali e la capacità di innamorarsi follemente.

Gabriele Muccino con il suo Come te nessuno mai (ragazzi all’ultimo anno di liceo ossessionati dalla “prima volta”)aveva ben inquadrato alcune caratteristiche adolescenziali: erano molto veri nella loro perenne insicurezza, nella loro incapacità di mantenere un segreto sentimentale: nella coesione del gruppo, nell’abitudine di condividere tutto fra tutti, superiore alla spinta individualista del formarsi delle prime coppie fisse. Erano veri nel loro narcisismo introspettivo, occupati ad analizzare continuamente i propri sentimenti ma a non vedere quelli degli altri.

Come si inserisce Ivan Cotroneo con il suo Un bacio in questo contesto?

E’ come se, rispetto ai film citati (realizzati dieci anni fa o poco più) si fossero fatti “sostanziali passi avanti” e il tempo di intere generazioni fosse trascorso. La protagonista Blu, di 16 anni, confida al suo diario che un giorno sembra uguale all’altro e che la vita fa schifo. Lo dice non certo perché si trova di fronte allo spinoso problema della “prima volta”: ha da tempo, come amante, un ragazzo più grande di lei; può uscire la sera da casa quando vuole e passare la notte fuori di casa: un saluto rapido ai genitori e poi via. In una di queste serate, a casa del ragazzo, la situazione è andata oltre e ha finito per andare a letto con altri quattro amici di lui.

I genitori dei tre ragazzi sono molto amorevoli e comprensivi: Ivan Cotroneo in questo, è originale: non usa, come pretesto, il disinteresse dei genitori per giustificare il comportamento dei ragazzi, ma a ben guardare, si tratta di genitori preoccupati solo di restare amici dei loro figli e non hanno nessun ideale da comunicare. A  loro interessa capire solo se sono felici, unico parametro esistenziale che considerano valido. Al più li invitano a una certa discrezione di fronte alle loro prime esperienze con gli spinelli.

I problemi vengono da un’altra direzione: il linciaggio psicologico dei compagni di scuola: verso Lorenzo perché è gay, verso Blu perché è una ragazza “facile”, verso Antonio perché sembra comportarsi come un idiota. Il tema del bullismo è sicuramente di attualità ma Ivan Cotroneo né lo analizza né lo risolve e si limita a registrarne gli effetti cinematograficamente più appariscenti: gli insulti via Facebook, le risse a scuola, le scritte sui muri a cui segue la punizione dei tre di imbiancare di nuovo tutta l’aula. Gli insegnanti non mediano, le parti non si vengono incontro, tutto si risolve nell’orgogliosa affermazione di sé, senza cercar di comprendere l’altro.

Anche il tema, ormai abusato, dell’omofobia, a cui il regista vuol dare il suo contributo, finisce per essere controproducente: si tratta di un ragazzo gay-stereotipo, con vestiti chiassosi e con lo smalto sulle unghie, tutto concentrato a esprimere se stesso, senza preoccuparsi di trovare amichevoli forme di convivenza con chi non è come lui.

L’adolescenza è sicuramente il momento della ricerca ed affermazione della propria identità ma il modo in cui il gruppo dei tre cerca di risolverlo, ci appare nella triste prospettiva di una profonda solitudine, nella loro incapacità di uscire da loro stessi, nella mancanza di ideali da perseguire: la loro non è vera amicizia, nel senso di prendersi cura dell’altro, ma la semplice convenienza di una accettazione reciproca.

Il regista tratteggia bene le fragilità dei protagonisti che si rifugiano nella fantasia (Blu scrive un diario, Lorenzo sogna il proprio successo ad occhi aperti, Antonio si confida, nel silenzio della sua camera da letto, con il fratello morto): un mondo-rifugio quando quello reale diventa troppo oppressivo. In altre occasioni invece non riesce ad evitare abusati stereotipi adolescenziali visti in altri film: andare in un negozio e provare tanti vestiti, la cenetta al lume di candela in un locale dove sono solo loro tre, le risate senza controllo indotte dalla fumata di uno spinello.

Ivan Cotroneo ha imbastito un racconto selvaggio, che si appoggia su qualche intuizione visiva più che di un racconto organico, abile nel tratteggiare con vivacità i protagonisti ma profondamente tragico e senza speranza nel descrivere l’adolescenza di oggi. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RISORTO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/13/2016 - 17:58
 
Titolo Originale: Risen
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kevin Reynolds
Sceneggiatura: Kevin Reynolds, Paul Aiello
Produzione: LD ENTERTAINMENT, PATRICK AIELLO PRODUCTIONS, AFFIRM FILMS, COLUMBIA PICTURES
Durata: 108
Interpreti: Joseph Fiennes, Tom Felton, Peter Firth, María Botto

Clavio è un tribuno romano di stanza in Palestina, apprezzato da Pilato perché particolarmente efficace nella lotta contro gli zeloti. Per questo motivo gli dà un delicato incarico di ordine pubblico: controllare che non si creino disordini durante la crocefissione di un sedizioso di nome Gesù e mettere una guardia davanti al sepolcro dove è stato seppellito, per evitare che i seguaci di Gesù riescano a trafugarne la salma, dichiarando poi che è risuscitato. A dispetto di ogni precauzione presa dal tribuno, il corpo viene ugualmente trafugato e Clavio inizia una scrupolosa indagine alla ricerca del corpo e dei responsabili. Durante una perquisizione in una casa che gli era stata segnalata, trova riuniti tutti gli apostoli ma anche colui che, inequivocabilmente, è proprio Gesù….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La figura di Cristo si riduce a quella di un simpatico demiurgo che compie molti miracoli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena impressionante
Giudizio Tecnico 
 
Ottima ricostruzione della Palestina ai tempi di Gesù ma la sceneggiatura non riesce a trasmettere la bellezza del messaggio di Cristo
Testo Breve:

Un tribuno romano si mette sulle tracce del corpo di Gesù che è stato trafugato. E’ il racconto di una rivelazione ma di una conversione che resta incompiuta anche a causa di  una rappresentazione troppo semplicistica della figura di Gesù

Il tribuno Clavio è da subito presentato come un valido professionista. Svolge con scrupolo ed efficacia il suo mestiere di militare e non nasconde al suo capo (il prefetto della Galilea Pilato), di voler fare carriera e di tornare a Roma.

La sua arma migliore non è la spada ma l’intelligenza: durante l’inchiesta per scovare chi ha trafugato il corpo di Gesù, analizza con lucidità gli indizi disponibili e sa comprendere, durante gli interrogatori, chi non dice la verità per interessi personali. Clavio è una specie di vestale illuminista ante-litteram (non gli vengono attribuite nel film relazioni amorose ed è tutto dedito al suo lavoro) e il volto sempre serio di Joseph Fiennes conferisce piena credibilità al personaggio.

Ma è proprio quando riesce a scovare gli apostoli e si trova davanti a Gesù vivo, lo stesso che aveva visto pendere dalla croce, Clavio si trova di fronte a una realtà che non riesce a interpretare.

Se L’inchiesta del 1986 del regista Damiano Damiani e il suo remake del 2006 di Giulio Base raccontavano una storia molto simile: (un tribuno romano compiva, per conto dell’imperatore Tiberio, un’indagine sul sepolcro vuoto di Gesù senza però mai incontrarlo), il presupposto di Risorto è drammaticamente differente.  Se nel film del 1986 il tema dominante restava l’indagine in se’ e il tribuno acquisiva una conoscenza di Gesù sempre più profonda ma indiretta, in questo Risorto, ci si trova di fronte a una rivelazione. E’ proprio questo il momento più delicato del film, che in effetti non riesce ad essere narrativamente convincente. Nella prima parte la ricostruzione della Palestina ai tempi di Gesù è impeccabile e particolarmente realistica la scena della crocefissione ma nella seconda parte, dopo l’evidenza della resurrezione di cui il tribuno ha avuto esperienza diretta, il racconto si arena: assistiamo a un suo profondo smarrimento che non lo porta a unirsi ai discepoli, volendo probabilmente conservare la sua sofferta autonomia critica. Allo spettatore resta la difficoltà di comprendere se ci si trova di fronte a una conversione prossima o a una forma di autoannientamento per la mancanza di una volontà in grado di prendere una posizione netta. Il problema sta tutto nella sceneggiatura che ha costruito una contrapposizione un po’ semplicistica fra ragione e miracolo, mancando totalmente il messaggio di Gesù per l’uomo e la sua salvezza, l’evidenza di messaggio di un amore che converte i cuori: sembra che il tribuno venga spinto a credere per nessun’altra ragione se non l’evidenza del miracolo. Il momento culmine della storia, quando Gesù e il tribuno si trovano a parlare a tu per tu, non culmina in un invito del Messia a unirsi a Lui, ma una borghese conversazione tutta incentrata sul tribuno, sul suo timore a credere definitivamente, sulla sua paura per il fine della vita, senza nessun riferimento a una visione soprannaturale.

Se da una parte questo film conferma l’interesse mai sopito verso i racconti ispirati alla Bibbia, conferma anche quanto siano stati poco fruttuosi i tentativi più recenti di renderli appetibili alle nuove generazioni: se Noah ha tentato la pista ecologista, se AD, Anno domini, trasmesso su canale5 imbastisce un serial a tinte fosche di intrighi e violenza dove la storia sacra funge solo da sottofondo, ora Risorto tenta solo la pista miracolistica e i risultati sono inevitabilmente sterili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARIE HEURTIN -DAL BUIO ALLA LUCE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/09/2016 - 18:50
 
Titolo Originale: Marie Heurtin
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Jean-Pierre Améris
Sceneggiatura: Philippe Blasband, Jean-Pierre Améris
Produzione: ESCAZAL FILMS, IN CO-PRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, RHÔNE-ALPES
Durata: 95
Interpreti: Isabelle Carré, Ariana Rivoire

Marie Heurtin è vissuta realmente, a cavallo fra l’800 e il ‘900,in un piccolo paese del Poitier. Sordomuta e cieca, viveva come una selvaggia nella casa dei suoi genitori. Il padre, modesto artigiano, in cerca di una soluzione, si reca presso l’Istituto di Larnay, per affidare la cura di Marie a delle suore. Suor Margherita ha il coraggio di tentare l’impossibile: dedicarsi all’educazione di quella ragazza, che vede come un’anima chiusa dentro un corpo che non le consente di comunicare….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film ha il dono raro di edificare l’anima, perché espressione forte di una visione del mondo dove ogni creatura umana, in qualsiasi situazione si trovi, vale tutto il nostro impegno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Due attrici di eccezionale bravura Isabelle Carré e Ariana Rivoire sono dirette con mano professionale da Jean-Pierre Améris che lascia che siano i fatti e i gesti a costruire la storia, senza alcun compiacimento melodrammatico
Testo Breve:

La storia vera di una ragazza sordomuta e cieca che viveva allo stato selvaggio e che si trasforma in una donna capace di comunicare con gli altri grazie alla tenacia e alla fede di una suora. Un film che eleva l’anima

Suor Margherita implora la madre superiora: “mi lasci provare, ho avuto una rivelazione! E se la mia missione fosse proprio occuparmi di questa poverina?” Suor Margherita prova a comprendere cosa vuol dire essere Marie: si tappa le orecchie, si benda gli occhi, si esprime solo con dei gesti e prova a muoversi in quel modo nel convento e nel prato circostante. Sta già pensando di sviluppare un linguaggio specifico per i sordociechi, tutto impostato sulla sensibilità tattile.

Vocazione e intraprendenza; grazia e tenacia: sono questi i due poli che caratterizzano l’iniziativa di suor Margherita: malata di tisi, costretta, nel suo stato a svolgere compiti limitati nelle sue condizioni, sente di aver scoperto la vocazione per cui Dio l’ha chiamata. Inizia, dopo esser riuscita a convincere la Madre Superiora, una serie disperante di tentativi (le continue lotte, corpo a corpo, con la ragazza, ricordano la storia simile raccontata nel magnifico film di Arthur Penn,  Anna dei Miracoli del 1962, vincitore di due premi Oscar) per convincere Marie a  condurre una vita ordinata e, forse, a imparare il linguaggio dei segni.

 Il regista Jean-Pierre Améris racconta la storia attenendosi ai fatti senza compiacimenti melodrammatici. Non c’è, in effetti, da aggiungere altro a queste giornate scandite da lotte continue, abbandoni sconsolati e poi riprese di suor Margherita, fino ai primi timidi cenni di accondiscendenza di Marie, ormai colpita dalla attenzioni che quella donna sconosciuta sta provando per lei.

C’è in quelle scene, molto di più di un interessante esperimento pedagogico. Margherita insegna a Marie a toccare l’acqua, a riconoscere i frutti dal tatto e dall’odore, con la passione di chi, assieme alla ragazza, sta scoprendo le meraviglie di quella natura silente che è viva e pulsa sotto le dita.

C’è soprattutto il rapporto delle due donne che progressivamente entrano in simbiosi e non possono fare a meno l’una dell’altra. Non è solo Margherita a dedicarsi anima e corpo a Marie ma è Marie, quando Margerita si ammala, a prendersi cura di lei. Il segno che lasciano quelle immagini è molto forte: sembra quasi che una vita se ne vada perché possa fiorire un’ altra.

Il regista, un sincero cattolico, ha dichiarato: “il caso di Marie Heurtin, è figlio di duro lavoro e di tenacia, più che di misticismo…non è un miracolo che cade dal cielo. È per questo che non si mostra mai suor Marguerite pregare. Per cercare di far comprendere la grande importanza del nostro impegno”.

Personalmente non sono d’accordo con le conclusioni che il regista dà al suo lavoro. E’ vero che non si vede mai Margherita pregare ed in effetti questa è una mancanza che si nota, ma il punto chiave è un altro: perché suor Margherita decide di dedicare tutta se stessa all’impresa impossibile di “tirar fuori” quell’anima che lei fortemente credeva esser presente in quella specie di animaletto selvaggio? Non è forse questa la miglior prova di una fede salda, convinta che ogni essere umano è un bene unico e preziosissimo, in qualunque situazione si trovi, sigillo vivente di una filiazione divina? Siamo molto lontani da quella “cultura dello scarto”, tante volte condannata da Papa Francesco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ROOM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/02/2016 - 22:23
Titolo Originale: Room
Paese: Irlanda, Canada
Anno: 2015
Regia: Lenny Abrahamson
Sceneggiatura: Emma Donoghue
Produzione: ELEMENT PICTURES, NO TRACE CAMPING, IN ASSOCIAZIONE CON DUPERELE FILMS
Durata: 118
Interpreti: Brie Larson, Jacob Tremblay, Sean Bridgers

Jack è un bambino di 5 anni. Ogni mattina appena sveglio, va a dare il buon giorno alla sedia, al lavandino, alla cucina. Saluta in questo modo tutto il mondo che conosce da quando è nato. Lui e sua madre vivono infatti in una stanza di pochi metri quadrati e l’unica luce proviene da un lucernaio posto sul soffitto. La porta che dà verso l’esterno resta sbarrata tutto il giorno. Si apre solo verso sera quando un uomo, che Jack chiama il Vecchio Nick e che non ha mai visto in faccia (la sera la mamma rinchiude il piccolo nell’armadio), si mette a dormire con la donna….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una mamma, costretta a vivere in condizioni estreme, riesce a proteggere il suo bambino facendolo vivere in un mondo di favola
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema narrato, il sequestro di una donna e di un bambino, costituiscono una tematica adatta ai soli adulti
Giudizio Tecnico 
 
La protagonista Brie Larson ha giustamente meritato l’Oscar 2016 come migliore protagonista. Una sceneggiatura sensibile che manifesta qualche discontinuità
Testo Breve:

Il piccolo Jack crede che il mondo sia costituito solo dalle quattro mura che conosce da quando è nato. Un  tema angoscioso trattato con sensibilità. Oscar 2016 alla protagonista

Il sequestro di una donna e di un bambino per anni è qualcosa di assolutamente odioso, per il quale non varrebbe la pena spendere un solo metro di pellicola. Ogni film che voglia approfondire una storia di questo genere finisce facilmente e giustamente per venire accusato di giocare sporco con i sentimenti dello spettatore, cercando di emozionarlo con soluzioni a buon mercato (il sospetto si insinua proprio nella sequenza culminante del film, quando lo spettatore tifa per la liberazione del bambino). Alcune scene sgradevoli non ci vengono risparmiate: il condizionamento psicologico a cui è soggetta la donna, costretta a mostrare nei confronti dell’uomo un ossequio servile, per garantirsi la fornitura regolare di alimenti per se e per il bambino; il suo essere strumento muto dei piaceri sessuali dell’uomo, il subire violenza fisica, appena mostra qualche cenno di ribellione.

 In effetti, chi è sensibile a questi aspetti, farebbe bene a non andare a vedere questo film.

Per fortuna sono due le soluzioni adottate dal regista per trasfigurare artisticamente quella cruda realtà La prima è quella di porsi in soggettiva sul bambino. Quelle quattro mura sono viste attraverso i suoi occhi, costretto a discernere fra ciò che è reale (la mamma, la sedia, il topo che si è infiltrato) e un mondo lontano, percepito attraverso la foglia che si è poggiata sul lucernaio o quello che gli  appare dallo schermo televisivo, dove tutto è indistintamente artificiale, sia i personaggi di un cartone animato che quelli di un film. Qualche critico ha giustamente fatto notare l’esistenza di molte analogie con la caverna di Platone.

Il secondo espediente è stato quello di aver posto il cuore del film nel dialogo interrotto fra il bambino e la madre, fra l’interpretazione che dà Jack di quel mondo chiuso ma tranquillizzante perché semplice e la madre che lo asseconda nel restare nel suo mondo di favola, proteggendolo in questo modo dall’odiosa verità. Qualcosa di molto simile agli espedienti escogitatati da Roberto  Benigni per proteggere suo figlio in La vita è bella.

Nella seconda parte, quando madre e figlio sono ormai liberi, il tono cambia. La coppia subisce tutto l’impatto di un mondo complesso, dall’assalto senza rispetto dei media ai sottili giochi dialettici degli avvocati. La regista ha tanto messo a fuoco la situazione narrata nella prima parte quanto, nella seconda sembra smarrirsi anche lei, nella complessità del mondo moderno. Per un momento lo spettatore ha la sensazione che la sceneggiatrice (anche autrice del libro da cui è tratto il film) abbia voluto imbastire un confronto paradossale e provocatorio per denunciare che il mondo in cui viviamo è meno umano di quello che si può vivere stando imprigionati in una capanna per anni. Verso la fine il baricentro si sposta di nuovo sulla coppia mamma-figlio ma il lieto fine appare sbrigativo e analizzato con molta meno intensità e partecipazione di quanto era stata raccontata la convivenza in sole quattro mura.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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SUFFRAGETTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/02/2016 - 11:16
Titolo Originale: Suffragette
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Sarah Gavron
Sceneggiatura: Abi Morgan
Produzione: RUBY FILMS
Durata: 106
Interpreti: Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Brendan Gleeson, Meryl Streep

Maud lavora, da quand’era adolescente, in una lavanderia di Londra. Ora ha 24 anni, ha un figlio ed è sposata con un operaio della sua stessa fabbrica. Contattata da alcune suffragette, finisce per interessarsi alla loro causa ma non si sente una di loro, perché vuole conservare il lavoro e aver tempo per prendersi cura del figlio. Dopo aver partecipato a una delle loro riunioni, viene additata con disprezzo dalle stesse colleghe di lavoro e nella sua vita privata iniziano a sorgere mille difficoltà

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mette bene in evidenza le discriminazioni e i soprusi che all’inizio del secolo scorso dovevano subire le donne. Molto poco apprezzabili gli atti violenti che vennero attuati dalle suffragette
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena violenta della polizia sulle donne potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Molto brava la protagonista, Carey Mulligan. Ottima la ricostruzione della Londra dell’inizio del ‘900. La diligente sceneggiatura ricostruisce bene i fatti ma conferisce alla storia un tono uniformemente cupo
Testo Breve:

La storia delle suffragette inglesi all’inizio del 900, vista attraverso gli occhi di un’operaia che prende progressivamente coscienza dei diritti mancati delle donne. Brava la Carey Mulligan ma la sceneggiatura è modesta 

Com’è noto alcuni antropologi dell’ottocento, giustificavano il razzismo dall’analisi delle caratteristiche del cranio e concludevano che i popoli africani sono strutturalmente destinati a una vita da schiavi. Ce lo aveva ricordato lo schiavista Calvin Candie (Leonardo di Caprio), in una famosa sequenza di  Django Unchained.

Nell’incipit di questo film, ambientato nel 1912, vengono ricordate le motivazioni che all’epoca giustificavano la non legittimità a concedere il voto alle donne. Un deputato, nel suo discorso al parlamento, sottolinea che “le donne non hanno la calma di temperamento, né l’equilibrio mentale per esprimere un giudizio nelle questioni politiche. Se permettiamo alle donne di votare, sarà la perdita della struttura sociale. Le donne sono ben rappresentate dai loro padri, fratelli e mariti”.

Il film evidenzia bene che il problema delle donne di allora non consisteva solo nell’essere prive del diritto di voto, ma di vivere in una generale condizione di inferiorità: i loro salari erano sempre più bassi di quelli degli uomini a parità di mansione, i datori di lavoro potevano licenziarle a loro insindacabile giudizio ed erano quindi facilmente soggette a ricatti sessuali ma soprattutto non potevano vantare nessun diritto sui figli che loro stesse avevano partorito.

Il racconto inizia nel 1912, un anno particolare della storia del movimento inglese delle suffragette: la speranza, da loro coltivata fino a quel momento, che il ministro Lloyd George potesse sostenere la loro causa viene disattesa e da quel momento, sotto la spinta della loro fondatrice Emmeline Pankhurst, decidono di inasprire la disobbedienza civile con veri e propri atti vandalici come rompere vetrine, incendiare cassette della posta, tagliare i fili del telegrafo.

E’ a questo punto che si inserisce nella storia Maud: una vita faticosa ma serena, operaia in una lavanderia, madre del piccolo Georgie e moglie di un marito premuroso. La lavanderia costituisce per lei tutto il suo mondo, da quando sua madre ci lavorava portandola legata sulle spalle; un universo totalizzante le cui regole sono da lei accettate perché sono le uniche che conosce: lavorare senza limiti di orario per pochi soldi, cedere alle richieste sessuali del suo capo-padrone. La bravissima Carey Mulligan sorregge da sola, con le espressioni in primo piano del suo volto, tutto il racconto. Inizialmente atterrita dalle azioni violente delle suffragette, poi semplicemente incuriosita di fronte alla speranza di una vita diversa, ben presto amareggiata perché colpita nei suoi affetti più cari e nei suoi stessi mezzi di sussistenza, trova infine in sé la durezza necessaria per affrontare, come suffragetta, di fronte ai metodi violenti della polizia, una nuova vita dove tutto il bene passato è perduto e non le resta che la speranza in un futuro migliore.

La regista Sarah Gavron e la sceneggiatrice Abi Morgan (The Iron Lady, Shame) ripercorrono quei momenti turbolenti con precisione nei dettagli, passione e diligenza ma le pennellate che vengono date al quadro hanno un colore uniformemente angoscioso, senza sprazzi di luce. La storia di Maud progredisce fra una sventura e l’altra, una sorta di Giobbe al femminile, mentre i protagonisti maschili non hanno sfumature ma appaiono come prigionieri nel loro ruolo di sesso dominante.

Come indicano le didascalie finali del film, un diritto di voto parziale fu concesso alle donne in Inghilterra nel 1918 (per chi aveva almeno 30 anni) e solo nel 1925 furono concessi alle madri i diritti sui propri figli.

Resta quindi il dubbio se tali conquiste siano state merito del movimento femminista o non piuttosto abbiano costituito il riconoscimento del contributo dato dalle donne  allo sforzo bellico.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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