Dramma

LETTERE DA BERLINO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/13/2016 - 16:04
 
Titolo Originale: Alone in Berlin
Paese: Gran Bretagna, Francia, Germania
Anno: 2016
Regia: Vincent Perez
Sceneggiatura: Achim Von Borries, Bettine von Borries
Produzione: X-Filme Creative Pool, FilmWave, Master Movies
Durata: 103
Interpreti: Emma Thompson, Daniel Bruehl, Brendan Gleeson.

Berlino, nel 1040, è paralizzata dalla paura. Otto e Anna Quangel sono una coppia di classe modesta. Un giorno ricevono la notizia della tragica scomparsa del loro unico figlio. Otto e Anna decidono allora di compiere un semplice ma coraggioso atto di resistenza e rivolta. Iniziano a diffondere per tutta la città cartoline anonime contro il regime di Hitler, con il rischio di essere scoperti e giustiziati.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lettere da Berlino racconta la storia di un piccolo e poco conosciuto atto di coraggio contro uno dei regimi dittatoriali più feroci del secolo scorso; è l’esempio della forza che un immenso dolore può generare e dell’importanza e del peso dei piccoli gesti anche se compiuti nel silenzio e nell’anonimato.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Grande cura nei dettagli storici e ottima recitazione da parte del cast artistico
Testo Breve:

Due coniugi tedeschi, nella Berlino del 1940, decidono di diffondere cartoline contro il regime nazista. Due persone modeste che riescono a comprendere, non per la loro preparazione intellettuale ma passando attraverso il dolore  per la morte del figlio, la falsità del regime

Alone in Berlin di Vincent Perez è stato presentato in concorso alla 66° edizione della Berlinale. Il film è tratto da una storia vera che ha ispirato l’ultimo romanzo dello scrittore tedesco Hans Fallada, Ogni uomo muore solo, del 1947, che Primo Levi definì “uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo”. Il regista alla Berlinale aveva raccontato: “Dopo aver letto il libro volevo che il mio film ne riproducesse le sensazioni. Volevo ricreare le atmosfere della Berlino di quegli anni”.

Il film, come il romanzo a cui si ispira, racconta la storia vera di Anna (Emma Thompson) e Otto Quangel (Brendan Gleeson), una normale coppia di berlinesi che nel giugno del 1940 riceve la terribile notizia della morte al fronte del loro unico figlio. In quel momento crolla da parte loro tutta la fiducia che avevano riposto nel Fuhrer. I due coniugi realizzano la portata della menzogna del Reich tedesco e cominciano la loro personale battaglia nascosta di resistenza al nazismo. La loro idea nasce in modo spontaneo senza un preciso progetto: Otto e Anna iniziano a denunciare le nefandezze del governo di Hitler e a diffondere idee avverse al regime scrivendo messaggi sul retro di cartoline che abbandonano poi sulle scale degli edifici popolari. Ma le SS e la Gestapo sono sulle loro tracce.

“Non si tratta di un film politico ma di un film sulle emozioni” ha detto il regista; anche Emma Thompson ha dichiarato: “Questa storia parla di coraggio, è il ritratto di un matrimonio che nel dolore riesce a rinnovare il proprio amore”. Lettere da Berlino è infatti davvero la fotografia di un’epoca e di un particolare momento storico visto e vissuto attraverso l‘esperienza di una coppia comune che riesce a compiere un atto di eccezionale coraggio nell’ambito di una vita ordinaria e silenziosa.

Lettere da Berlino è un film che offre diversi e rilevanti piani narrativi di lettura. C’è l’aspetto storico molto curato anche nei dettagli, c’è una sorta di thriller poliziesco e c’è la storia più umana e interiore vissuta dai singoli personaggi, ben rappresentati e interpretati. Otto e Anna non sono eroi e nemmeno intellettuali o politici impegnati, ma attraverso il dolore riescono a interpretare in modo più corretto e lucido il loro presente storico. “La Germania si è presa mio figlio – dice nel film Otto - . Può un uomo donare qualcosa che valga di più di suo figlio?”. È proprio la profonda sofferenza vissuta dai due protagonisti come genitori che li spinge a cercare di lottare, di guardare oltre e avanti rispetto a quello che viene fatto credere dal regime. I due genitori trovano il coraggio di affermare, diffondere e difendere le proprie idee anche a rischio della propria vita. Otto e Anna non fanno calcoli né programmi, il risultato che ottengono in definitiva non è particolarmente esteso e sanno che molto probabilmente verranno presto catturati e duramente puniti. Eppure ciò che conta è il modo con cui lottano: non per se stessi, ma come ultimo estremo atto di giustizia nei confronti delle persone come loro.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

AMERICAN PASTORAL

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/12/2016 - 18:00
Titolo Originale: American Pastoral
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ewan McGregor
Sceneggiatura: John Romano
Produzione: Lakeshore Entertainment
Durata: 126
Interpreti: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn

Nathan Zuckerman, ormai scrittore affermato, ha deciso di partecipare alla festa annuale che si tiene nella high school del paese dove è nato, per incontrare i suoi vecchi compagni di scuola nel Newark. In quella circostanza viene a sapere che Seymour Levov, detto “lo svedese” è morto. Era, ai tempi della scuola, il compagno ammirato da tutti: alto, biondo, campione di baseball, aveva sposato miss Miss New Jersey e aveva ereditato la fabbrica di guanti di suo padre. Aveva condotto per un certo tempo una vita piena di successi e di soddisfazioni ma poi qualcosa non aveva funzionato: ai tempi della guerra in Vietnam sua figlia sedicenne Meredith era diventata una contestatrice e quando nell’ufficio postale di Old Rimrock, dove vivono, esplode una bomba uccidendo il proprietario, tutti pensano che sia stata proprio lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre affettuoso e onesto affronta un problema più grande di lui: la ribellione di sua figlia
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena audace di seduzione con linguaggio esplicito
Giudizio Tecnico 
 
Bei costumi e ottima scenografia, impegnata nella ricostruzione degli anni 60, brava la Jennifer Connelly nella parte della madre ma la storia è organizzata per accumulo di frammenti ricavati da una fonte molto più complessa (il libro omonimo di Philip Roth)
Testo Breve:

Pastorale americana, il libro di Philip Roth sul sogno americano, ha un adattamento modesto in questo film che cerca di dire tante cose in modo incompleto

Il romanzo American Pastoral di Philip Roth vinse il premio Pulitzer nel 1997 ed è comunemente considerato il suo capolavoro. Si tratta inoltre di un libro molto amato dai lettori d’oltreoceano perché traccia, attraverso la storia dello svedese, venti anni di storia americana: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli incerti e confusi anni sessanta. Dalla fiducia nel lavoro duro e nel progresso, garanzia certa di successo, ai tempi della contestazione durante la guerra del Vietnam. Nelle pagine del libro sono presenti i principali elementi del sogno americano: la positiva mescolanza di razze per costruire ricchezza e progresso (nella fabbrica di guanti, la maggioranza degli operai è di colore); ebrei e cattolici irlandesi ( la famiglia dello svedese e sua moglie Dawn riuniti insieme per il Thanksgivingday; Le vittorie di lui come campione sportivo, la bellezza di lei, miss New Jersey; la loro grandiosa villa con annesso maneggio di cavalli, segno tangibile del loro  successo. Un sogno a cui segue un doloroso e inaspettato risveglio, per l’intera nazione, ai tempi della rivoluzione studentesca e anche lo stesso Svedese, che non riesce più a comprendere chi sia realmente sua figlia. Una grandiosa parabola dell’innocenza americana e della successiva grande disillusione. Il romanzo di Philip Roth esprime tutto questo e altro ancora e si comprende perché siano trascorsi anni di indecisione prima che si trovasse un regista in grado di affrontare l’impresa. Molto meno comprensibile la decisione di Evan McGregor di sceglierlo come suo primo film da regista, investendo di persona nella sua produzione. Alla fine il risultato è modesto. Non tanto per colpa delle incertezze registiche di Mc Gregor, anche attore protagonista, ma dello sceneggiatore John Romano che cerca di mettere tutto il contenuto e i significati del romanzo all’interno dei tempi standard di un film.

Lo scrittore Zuckerman (alter-ego di Philip Roth) che compare all’inizio e che racconta tutta la storia in flash back, non sembra trovare un ruolo nella storia ma si limita a fungere da voce fuori campo. I favolosi anni giovanili del dopoguerra (i successi dello Svedese nello sport, il suo conquistato benessere) sono narrati rapidamente in flash back. La ribellione della figlia viene evidenziata tramite il suo linguaggio: a sedici anni inizia a parlare come un volantino della rivolta studentesca e sia lei che la sua compagna terrorista sembrano dei robot indottrinati, senz’anima. Viene riprodotta la scena, presente anche nel libro, della richiesta di Merry bambina di venir baciata sulla bocca dal padre. Nel libro il padre accetta, nel film rifiuta sdegnosamente e quindi resta un episodio che si chiude in se stesso, non diventa, come nel libro, uno dei tanti motivi di rimorso del padre, quando dovrà cercare di comprendere la ribellione della figlia. Brava comunque Jennifer Connelly nella parte della madre che subisce gli effetti della tragedia: abbandonato il suo abito di moglie e madre premurosa, regredisce ai tempi in cui era miss New Jersey, torna a dedicarsi a quella sua bellezza che ora sta sfiorendo e cerca di distrarsi con le attenzioni che riceve fuori dal matrimonio.

 E’ come se il film fosse costituito da una sequenza di molecole narrative, che non si amalgamano per costituire una materia organica. Vi è un unico tema che prende il sopravvento su tutto: l’angoscia di un padre onesto, tutto d’un pezzo, che non comprende l’irrazionale ribellione della figlia e che passa la sua vita a cercarla per riportarla a casa. Uno scontro generazionale, anche se doloroso, dovrebbe portare i suoi frutti almeno nella reciproco rispetto dell’altro. In questo film tutto si risolve in una desolante incomunicabilità, perché il padre è talmente buono e innocente da sembrare stupido mentre la figlia è ottusamente fanatica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

DEEPWATER - INFERNO NELL'OCEANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/10/2016 - 21:42
 
Titolo Originale: Deepwater Horizon
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Matthew Michael Carnahan, Matthew Sand
Produzione: BONAVENTURA PICTURES, LIONSGATE ENTERTAINMENT, PARTICIPANT MEDIA
Durata: 97
Interpreti: Mark Wahlberg, Kurt Russell, John Malkovich, Gina Rodriguez

Mike Williams ha una vita piena di amore e di gioia e questo lo sa bene quando la mattina del 20 Aprile 2010 si alza all'alba per raggiungere la Deepwater Horizon, una piattaforma petrolifera sita nel Golfo del Messico. Ventuno giorni lontano dalla sua famiglia. Insieme a lui altri colleghi, tra cui Andrea – l'unica donna a bordo – e Jimmy, il responsabile operativo della Deepwater. si preparano a vivere isolati in mezzo al mare al servizio di uno dei più grandi affari di sempre: l'estrazione di Petrolio. Proprio perché si tratta di un affare da miliardi di dollari, la British Petroleum non può permettersi di tardare oltre i 43 giorni sino ad ora accumulati. Così Vindramin, uno dei rappresentanti della Compagnia Inglese, nonostante alcuni presunti intoppi tecnici, forza la situazione e ottiene da Jimmy il via libera per iniziare l'estrazione. In pochi attimi si sprigiona un inferno di fuoco, che inghiottisce tra le sue fauci undici operai e determina il collasso della piattaforma. Gli atti eroici di molti lavoratori, tra cui Mike, che è l'ultimo a lasciare i rottami che affondano, hanno permesso di salvare molte vite e hanno cercato, invano, di arginare un disastro di dimensioni impietose.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è un eroe reale, in carne ed ossa, che esprime chiaramente i valori in cui crede – la famiglia, il lavoro, il rispetto della vita umana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per la presenza prolungata di sequenze drammatiche di disastro e distruzione
Giudizio Tecnico 
 
La componente spettacolare prende il sopravvento e ne diventa espressione: il tratto più evidente all'occhio dello spettatore, infatti, sono gli effetti visivi e sonori con cui è stata ricostruita la catastrofe
Testo Breve:

Basato sulla reale tragedia avvenuta a bordo della Deepwater il 20 aprile 2010, il film affianca alla bramosia di chi cerca solo il guadagno, la generosità di chi si sacrifica per salvare il maggior numero di vite umane

Basato sulla reale tragedia avvenuta a bordo della Deepwater il 20 aprile 2010, il film di Peter Berg dichiara di avere due anime, di cui una per spettacolarità prende il sopravvento sull'altra e ne diventa espressione. Il tratto più evidente all'occhio dello spettatore, infatti, sono gli effetti visivi e sonori con cui è stata ricostruita la catastrofe della Deepwater. Nel suo cuore narrativo centrale il racconto si trasforma in quell'inferno di fuoco che fu nella realtà e la conseguenza su noi spettatori è di totale immersione nella tragedia che si sta compiendo.

Nel suo secondo aspetto, il racconto ricorda il genere di cui Erin Brockovich è stato esimio esempio, anche se la denuncia morale verso i responsabili di quanto accaduto narrativamente non spicca, ma si lascia esprimere ed interpretare dalla spettacolarizzazione degli eventi.

Tra la mostruosità del fuoco e le accuse alla British Petroleum, che nel suo atto sconsiderato fu spinta dalla perversa bramosia affaristica verso l'oro nero, ci sono altri protagonisti a dominare la scena. Ovvero gli uomini che, a bordo dalla petroliera, fecero di tutto per evitare il peggio e per soccorrere i feriti. Tra questi, il simbolo del coraggio non solo virile, ma soprattutto umano è Mike Williams, che conosciamo nella prima scena del film come amorevole – e amato – padre di famiglia. Mike veste perfettamente i panni dell'eroe. Un eroe reale, in carne ed ossa, che esprime chiaramente i valori in cui crede – la famiglia, il lavoro, il rispetto della vita umana. Mike, così come tutti i colleghi che, finalmente in salvo, si radunano a pregare una volta scampati alle fiamme, è l'eroe umile al servizio degli altri che guarda in faccia il pericolo e lo affronta senza presunzione, ma con la tenacia di chi almeno ci ha provato. Di contro Vindramin, il rappresentante della British Petroleum, simboleggia, anche nel momento più drammatico del salvataggio, la codardia di chi ha sulla coscienza la responsabilità di una tragedia, ma è troppo vile e ha troppa paura di morire per affrontare le conseguenze di una decisione presa solo per motivi di interesse.

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL SOGNO DI FRANCESCO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/06/2016 - 17:38
Titolo Originale: L’ami-Francesco et ses frères
Paese: Francia, Italia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Renaud Fely e Arnaud Louvet
Sceneggiatura: Renaud Fely, Arnaud Louvet e Julie Peyr
Produzione: Aeternam Films, MIR Cinematografica, Rai Cinema
Durata: 90
Interpreti: Elio Germano, Jérémie Renier, Alba Rohrwacher

E’ il 1209, papa Innocenzo III ha scelto di non approvare la prima versione della Regola proposta da Francesco e dai suoi fratelli per la costituzione di un nuovo ordine. Tra i primi compagni a seguire Francesco in questa nuova vita dedicata a Dio e alla povertà c’è frate Elia da Cortona. Sarà lui a dover mediare e guidare gli altri confratelli nel difficile dialogo con la Chiesa istituzionale al fine di poter ottenere il riconoscimento dell’Ordine. Elia cerca di convincere Francesco della necessità di ammorbidire alcuni dei passaggi più rigidi e duri da vivere inseriti nella stesura della prima regola, ma Francesco non può e non vuole scendere a compromessi per quanto riguarda il Vangelo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il sogno di Francesco propone una immagine del santo molto realistica, forte, determinata, gentile e delicata al tempo stesso, capace di staccarsi dal mondo pur amandone profondamente le sue creature. Tuttavia il film si concentra più che altro sugli aspetti umani relativi alla vicenda dell’approvazione della regola francescana e dimentica quasi del tutto di esplorare le ragioni profondamente spirituali che hanno guidato il santo e suoi confratelli in questo arduo cammino.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di una scena impressionante di tentato suicidio
Giudizio Tecnico 
 
Bellissime ambientazioni paesaggistiche, ottima interpretazione da parte di Elio Germano, ma la sceneggiatura risente della mancanza di coralità che la storia richiederebbe
Testo Breve:

La storia di frate Elia, che cerca di far approvare da Innocenzo III la regola francescana. Un S Francesco interpretato da Elio Germano particolarmente intenso ma la sceneggiatura si prende molte libertà

Il sogno originale, quello contenuto nella Legenda Maior e più tardi dipinto da Giotto tra gli affreschi che decorano la Basilica Superiore di Assisi, era quello in cui papa Innocenzo III vede la Basilica di San Giovanni in Laterano sul punto di crollare mentre un poverello (si intende il santo Francesco) la sostiene con il proprio peso perché non cada. Il sogno di Francesco però è di natura assai diversa. Ai due registi francesi Renaud Fely e Arnaud Louvet interessava soprattutto indagare e raccontare quel particolare e delicato momento che segnò il passaggio dalla prima originale ispirazione di Francesco alla concreta elaborazione della regola del primo ordine francescano. Ma il vero protagonista del film non è il santo

In una terra rigogliosa ma selvatica e poco abitata vivono i primi, pochi, seguaci di Francesco; sono un gruppo di giovani candidi ed entusiasti, sporchi e vestiti di sacco, che abitano tra bosco e campagna. La prima cosa che colpisce in questo film è la scarsità di persone: ovunque i personaggi si aggirino, che sia la natura aperta, i piccoli centri abitati o il Laterano a Roma, intorno allo sparuto gruppo dei primi francescani c’è sempre il vuoto o quasi. Il gruppo di frati più che vivere lontani dalla mondanità sembrano restare letteralmente isolati dal mondo mentre riflettono di continuo sul concetto di dare e ricevere senza possedere.

Tutto ciò conferisce al film quel tono di grigia desolazione che accompagna dall’inizio alla fine uno dei personaggi centrali della storia, frate Elia. La figura di questo frate fu fondamentale per la stesura della regola, fu mediatore tra le elevate aspirazioni spirituali e morali di san Francesco, completamente ispirate al Vangelo, e le esigenze di ordine più materiale imposte dalla Chiesa per la nascita e la regolamentazione di un nuovo ordine. Come personaggio ne Il sogno di Francesco frate Elia incarna bene in se stesso la difficoltà che passa tra l’elaborazione di un ideale e la sua tangibile realizzazione. Gli autori hanno voluto rappresentare Elia con una forte carica di pathos e un interiore profondo dissidio. Eppure la dicotomia tra l’alta ispirazione di Francesco e le concrete umane aspirazioni del confratello è così forte e tragica nella storia che non trova mai, nemmeno alla fine del film, una sua conclusione.

Se privata di una vera prospettiva di fede, la domanda sulla possibile realizzazione di un ideale di vita così alto e puro già qui sulla terra resta inevitabilmente irrisolta. Al di là della scarsa attendibilità storiografica di alcuni passaggi -non c’è alcuna testimonianza di un tentato suicidio da parte di Elia-, l’attenzione della storia è tutta rivolta alla crisi e al tormento del frate diviso tra il desiderio di seguire le orme del santo e l’incapacità di riuscire a sganciarsi da una visione più terrena della vita. Elia percepisce tutta la grandezza della portata del messaggio di Francesco ed è attratto dalla sua profonda verità, eppure al tempo stesso si pone domande; il frate vive i dubbi, le perplessità e le paure di chi non riesce a staccarsi da una prospettiva umana e materiale e non afferra e non comprende l’abbandono totale con cui Francesco sceglie di mettersi nelle mani di Dio. Tanto che anche di fronte al miracolo delle stimmate rimane perplesso, titubante e sembra quasi più demoralizzato di prima. Per Elia non c’è perdono al suo tormento.

Sullo sfondo si delinea il profilo di una Chiesa incerta e debole e che in un certo senso abbandona senza dare risposte, incapace di comprendere Francesco almeno quanto Elia, ma priva dello slancio filantropico del frate e delle sue alte aspirazioni.

Resta pregevole l’interpretazione di Elio Germano, che offre un’immagine di Francesco distaccato dal mondo ma estremamente credibile e concreta, priva forse della gioia che altre versioni cinematografiche del giullare di Dio ci hanno offerto, ma sicuramente altrettanto intensa. Insieme alla santa Chiara di Alba Rohrwacher sembrano portare in vita gli affreschi originali di Giotto. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

INDIVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/29/2016 - 21:18
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Edoardo De Angelis
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Barbara Petronio, Edoardo De Angelis
Produzione: TRAMP LIMITED, O' GROOVE, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM, MEDIASET PREMIUM
Durata: 100
Interpreti: Angela Fontana, Marianna Fontana, Antonia Truppo, Tony Laudadio, Peppe Servillo

Daisy e Viola sono due gemelle siamesi adolescenti attaccate l’une all’altra per il bacino. Le due ragazze hanno delle voci incantevoli e grazie alla loro deformazione, che attrae la curiosità e l’interesse popolare, danno da vivere a tutta la loro famiglia lavorando come cantanti in giro per feste paesane, battesimi e matrimoni. Daisy e Viola sono trattate come fenomeni da baraccone. Un giorno però per caso scoprono che esiste la possibilità di essere divise e di diventare proprio come tutte le altre loro coetanee. Comincia per loro così una dura battaglia contro la famiglia che si oppone per non perdere una preziosa fonte di mantenimento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la storia delle due gemelle siamesi protagoniste di Indivisibili sembra la metafora perfetta del percorso di affrancamento e crescita che ogni giovane si trova a compiere per scoprire e diventare se stesso. Il degrado ambientale, umano e culturale da cui le due protagoniste sono circondate riesce a mettere in evidenza ed esaltare gli aspetti positivi dell’affetto e dell’intimità che lega le due sorelle in modo indissolubile.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza verbale
Giudizio Tecnico 
 
Edorado De Angelis realizza un ottimo lavoro dirigendo con maestria due artiste molto giovani in un ruolo delicato e fondamentale per il film; inoltre si avvale di una riuscita collaborazione con Nicola Guaglianone, sceneggiatore, ed Enzo Avitabile, autore della colonna sonora originale. L’unico difetto riscontrabile nella storia consiste in un andamento narrativo che rischia più volte di perdersi. Il racconto infatti sembra spesso voler inseguire svariati fili tematici, dal degrado sociale, a quello umano, coinvolgendo diversi aspetti, come il fattore della religiosità popolare o la critica al mondo dello spettacolo, senza in realtà approfondirli veramente.
Testo Breve:

Due ragazze unite al bacino dalla nascita, sono una fonte di guadagno per i loro familiari cantando nelle feste e nelle fiere e per questo vengono ostacolate quando decidono di volersi separare tramite un intervento chirurgico. Una metafora sulla ricerca della propria identità da parte di chi non è più adolescente

Indivisibili narra la storia di due ragazze, Daisy e Viola, gemelle siamesi che vivono in simbiosi, in un’intimità totale e completa. Grazie alle loro incantevoli voci e al loro handicap fisico, che le rende una sola cosa, nel piccolo mondo un po’ provinciale e un po’ corrotto di Castelvolturno diventano cantanti richieste per cerimonie e spettacoli di paese. Per la gente le due gemelle siamesi sono un fenomeno da ascoltare e da osservare con curiosità. La loro figura finisce per assumere persino un valore pseudo religioso nel quale superstizione e falso misticismo si confondono. Eppure Daisy e Viola cominciano a sentire l’esigenza di trovare la propria identità e individualità e quando comprendono che potrebbero essere separate senza rischi, lottano e si ribellano al destino a cui la loro famiglia vorrebbe costringerle.

Indivisibili racconta una storia toccante realizzata in modo nitido e forte. L’esperienza di queste due gemelle assomiglia molto al percorso che tanti adolescenti devono affrontare per trovare la propria identità: superare cioè quel conflitto naturale generato dall’esigenza di volersi affermare come persone autonome e indipendenti sentendo al tempo stesso la paura di staccarsi da quelle certezze che, nel bene o nel male, caratterizzano la vita di un figlio sin dalla nascita. In Viola e Dasy questo processo è amplificato dalla loro condizione di gemelle siamesi cresciute in un ambiente familiare e sociale povero soprattutto al livello umano e culturale, la loro battaglia quindi non è solo contro la realtà esterna che le circonda e le opprime, ma è anche una lotta interiore contro una parte quasi vitale di se stesse.

Per interpretare i loro ruoli Marianna e Angela Fontana si sono allenate a vivere veramente in simbiosi come Daisy e Viola, hanno condiviso un’intimità ancora più profonda. Sebbene molto giovani e non ancora professioniste hanno sopportato con pazienza lunghe ore di trucco, quasi 5 ogni giorno, per ricreare l’effetto più possibile realistico di unione dei due corpi. Inoltre il film è stato girato tutto in sequenza proprio per permettere loro di immedesimarsi meglio nei personaggi.

Indivisibili è un film che si compone di contrasti, di luci e ombre in cui la bellezza e l’innocenza delle protagoniste si confonde e si perde nell’ambiente circostante grigio e fatiscente. Di fronte al degrado morale e affettivo da cui le due ragazze sono circondate, il legame interiore che le unisce, anche di più di quello fisico, dà loro la forza di lottare e risulta ancora più commuovente e significativo.

“Io sono il terzo gemello in questo film – ha confidato il regista ai giornalisti in conferenza stampa a Roma -. In Indivisibili c’è lotta, c’è sofferenza, c’è fatica. Mi piace che la storia di Dasy e Viola parli a tante giovani che invece desiderano la ribalta, la continua esposizione mediatica, mentre loro due cercano di allontanarsi dai riflettori per conquistarsi un’esistenza come individui separati. Per ottenere la loro libertà le gemelle devono pagare un prezzo molto caro e affrontare una sofferenza forte, devono lottare con uno slancio vitale che le porta alla liberazione. Tutto ciò costa dolore ma per crescere è necessario”.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

FRANTZ

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/21/2016 - 15:07
 
Titolo Originale: Frantz
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: Philippe Piazzo - (collaborazione), François Ozon
Produzione: MANDARIN PRODUCTION, X. FILME ET FOZ
Durata: 113
Interpreti: Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner -

La Prima guerra mondiale è appena terminata e Anna, come molti suoi concittadini tedeschi, piange il suo giovane fidanzato Frantz caduto in battaglia per mano dei francesi. Tutti i giorni si reca sulla sua tomba. Durante una delle sue visite al cimitero Anna incontra Adrien, un giovane francese desideroso di rendere omaggio al suo amico tedesco Frantz morto in guerra. Nella piccola comunità in cui vive Anna la presenza di un francese susciterà reazioni contrastanti tra gli abitanti, ma Adrien porta con sé anche un mistero per la famiglia di Frantz.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film Frantz compone la linea di un percorso doloroso e triste ma necessario, soprattutto alla protagonista Anna, per crescere, imparare ad affrontare il dolore e ritrovare il desiderio di vivere anche dopo una grande sofferenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono immagini particolarmente problematiche ma il tema e l’andamento narrativo si adattano poco ad un pubblico di bambini
Giudizio Tecnico 
 
Ottime la regia e la fotografia, i passaggi narrativi sono segnati da un sapiente uso del bianco e nero alternato al colore che rappresenta una rinnovata speranza nella vita. Le immagini descrivono bene le varie fasi della narrazione. Pessimo il doppiaggio italiano che rende difficile persino apprezzare l’intensa interpretazione di Anna Beer, che per questo ruolo ha vinto il Premio Marcello Mastroianni alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Testo Breve:

Subito dopo la Prima guerra Mondiale, in un paese tedesco che ancora piange i suoi figli che non sono più tornati, arriva un giovane francese che ha combattuto sul fronte opposto. Il racconto di un faticoso cammino per superare l’odio e il dolore.

Frantz è il pregevole prodotto di una significativa collaborazione franco-tedesca. Il regista e sceneggiatore francese François Ozon realizza il racconto dell’elaborazione di un lutto immenso, grande quanto l’odio che divise la Francia e la Germania al termine della Prima Guerra Mondiale, nel doloroso momento in cui ciascuna nazione prese consapevolezza di aver mandato i propri figli a morire per una causa ingiusta.

E’ il 1919, la Grande Guerra è appena terminata lasciando dietro di sé solo una scia di devastazione dolore. Il popolo tedesco vede nel popolo francese il capro espiatorio su cui addossare la colpa dell’umiliazione subita e della perdita di tanti suoi figli in battaglia. Come tanti in Germania anche gli Hoffmeister cercano di continuare a vivere nonostante la sofferenza la morte del loro unico figlio Frantz abbia tolto loro ogni speranza. Anna, la giovane fidanzata di Frantz, li sostiene, li consola e condivide con loro il quotidiano dolore. Un giorno però un giovane venuto dalla Francia, Adrien, che dice di essere un vecchio amico di Frantz, entra nelle loro vite e porta un’inaspettata ventata di gioia. Superata l’iniziale diffidenza, Anna e i genitori di Frantz accolgono Adrien nella loro casa come un amico di famiglia, non curanti delle critiche che ricevono dagli altri abitanti del paese. Tuttavia un pesante segreto incombe sul nuovo legame affettivo che si viene a creare nella piccola famiglia. Anna dovrà infatti farsi carico di una nuova dolorosa notizia.

Una storia tutta costruita intorno ad un personaggio che in realtà non compare mai, ma attorno al quale ruotano le vite di tutti gli altri. La figura di Frantz rappresenta in effetti la metafora di legami affettivi e sentimenti molto forti e spesso estremi. L’amore: primo fra tutti quello dei genitori verso il figlio unigenito, la cui scomparsa rappresenta un dolore quasi insostenibile. I genitori di Frantz sopportano con dignità la sofferenza della perdita del figlio contenendo la loro pena profonda in lunghi silenzi e azioni lente e quasi spente. Spente come la luce delle scene girate in bianco e nero, in cui la vita sembra essere diventata un lieve sussurro lontano. Anche Anna vive nell’immobilità di una sofferenza che non trova un senso ragionevole. La fotografia e la regia accompagnano in modo eccellente questi stati d’animo sia nei soggetti, spesso le scene sembrano perfette riproduzioni delle cartoline dei primi del ‘900, sia nell’uso del colore, che compare improvvisamente e quasi inavvertitamente in momenti particolarmente significativi della narrazione.

“Ogni francese per me è l’assassino di mio figlio”; “Anche io ero un soldato e anche io ero un assassino”. Nel loro primo incontro il padre di Frantz e Adrien si scambiano queste poche tesissime battute. Frantz è infatti il racconto di un cammino faticoso e non facile verso la capacità di accettare e superare l’odio e il dolore. Il film ha forse il difetto di essere un po’ lungo e a tratti lento, ma anche questo aspetto fa parte della narrazione, della modalità di un racconto che richiede tempo per essere elaborato e percepito in tutta la sua profondità anche dallo spettatore.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL CLAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/19/2016 - 18:02
Titolo Originale: El Clan
Paese: Argentina, Spagna
Anno: 2015
Regia: Pablo Trapero
Sceneggiatura: Pablo Trapero, Esteban Student, Julián Loyola
Produzione: KRAMER & SIGMAN FILMS, MATANZA CINE, EL DESEO, IN COPRODUZIONE CON TELEFÉ, TELEFONICA STUDIOS
Durata: 108
Interpreti: Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich

Nell’Argentina dei primi anni Ottanta, appena terminata la guerra delle Falkland, Arquímedes Puccio, un funzionario dei servizi segreti, organizza sequestri di persone facoltose con l’aiuto, tra gli altri complici, del figlio Alejandro, giocatore della nazionale argentina di rugby. I sequestri, perpetrati anche grazie al silenzio della famiglia e dello stesso governo, si concludono sempre con la riscossione del riscatto e l’uccisione dell’ostaggio. Le cose iniziano a cambiare con la fine della dittatura e il ritorno alla repubblica, ma soprattutto nel momento in cui Alejandro, che vuole sposarsi e avere una vita normale, apre gli occhi sull’abisso di violenza e menzogne in cui il padre sta trascinando la famiglia, cominciando a prenderne le distanze…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un figlio, dopo aver accettato tutto, ha un risveglio di coscienza e poco a poco accetta sempre di meno i delitti del padre fino a una ribellione completa. L'autore, attraverso una breve sequenza, non manca di dare una sferzata a chi è cattolico, che considera ipocrita e colluso con il potere
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena esplicita di sesso e alcune scene di violenza
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha vinto nel 2015 con il Leone d’argento a Venezia e riesce a rappresentare in modo approfondito lo stato d’animo di un Paese uscito dalla dittatura, attraverso le contraddizioni e le ipocrisie di una famiglia che ne è per certi versi l’emblema
Testo Breve:

Un film crudo (Leone d’argento a Venezia nel 2015) che riesce a evidenziare la fragile facciata di valori e di ideali su cui si reggeva l’Argentina appena uscita dalla dittatura militare

Dopo sette anni della più terribile dittatura nella storia argentina e al termine di una guerra tanto sanguinosa quanto inutile, il Paese, ferito e tradito, è allo sbando. In questo ben preciso contesto storico, da considerare a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film, si colloca la vicenda dei Puccio, una famiglia che di normale ha solo l’apparenza.

Il film riesce nel tentativo di raccontare in modo per niente superficiale lo stato d’animo di un Paese, attraverso le contraddizioni e le ipocrisie di una famiglia che ne è per certi versi l’emblema.

Al centro del racconto, infatti, c’è lo stridente contrasto tra la ferocia e la spregiudicatezza dell’attività criminale messa in piedi da Arquímedes per conto del governo, e la facciata di valori e di grandi ideali su cui si regge non solo la famiglia, ma anche la nazione stessa. Orgoglio, voglia di rivalsa, fedeltà, solidarietà tra simili e, soprattutto, senso di appartenenza al “clan”, appunto, di qualsiasi natura esso sia: che sia la famiglia o l’organizzazione criminale, che sia la nazione o la squadra di rugby (sport che racchiude in sé tutti i valori sopra elencati e perfetto, quindi, come metafora del tema).

È una storia che parla di grandi contraddizioni, un aspetto sottolineato egregiamente anche dalla regia (per la quale il film è stato premiato nel 2015 con il Leone d’argento a Venezia) che alle scene dei rapimenti, spesso realizzate con la dinamicità della macchina a mano, alterna sequenze dai ritmi cadenzati, composte da lenti movimenti di macchina o da una serie di quadretti per mezzo dei quali viene raccontata la tranquilla normalità della vita famigliare. Il passaggio spesso brusco tra questi due tipi di scene produce un effetto a dir poco alienante.

Alienata è anche la personalità di Arquímedes, capofamiglia e capobanda, emblematico esponente di una classe dirigente che ha messo in ginocchio il popolo argentino. Così come il governo per cui lavora, anch’egli ha approfittato della fiducia in lui riposta dalle persone di cui avrebbe dovuto prendersi cura: la sua famiglia. L’uomo, possessivo ai limiti del patologico, manipola e soggioga moglie e figli, distribuendo a piacimento menzogne, paure e sensi di colpa, a seconda di quello che più gli è funzionale per la realizzazione dei propri piani criminali e, a livello più profondo, per soddisfare la propria sete di potere e di controllo.

A farne le spese più di tutti, il figlio Alex, la cui unica colpa forse è quella di essere il primogenito. Il ragazzo, infatti, è totalmente succube della figura paterna ed è disposto a credere ad ogni sua parola, pronunciata in nome di un falso bene che esiste solo nella sua mente. Almeno fino al terribile finale dove, quasi inevitabilmente, non c’è redenzione.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

TRAFFICANTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/19/2016 - 10:52
Titolo Originale: War Dogs
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Todd Phillips
Sceneggiatura: Stephen Chin, Todd Phillips, Jason Smilovic
Produzione: JOINT EFFORT, MARK GORDON COMPANY
Durata: 114
Interpreti: Jonah Hill, Miles Teller, Ana de Armas, Bradley Cooper

David, che vive a Miami, non è ancora riuscito a trovare un lavoro che lo soddisfi. Guadagna qualcosa come massaggiatore terapista a domicilio ma quando decide di investire i suoi risparmi comprando una partita di lenzuola di puro cotone egiziano per venderla ai soggiorni per anziani di Miami, si accorge ben presto che la sua iniziativa è destinata al fallimento. Come se non bastasse, Iz, la ragazza con cui convive, lo informa che stanno aspettando un bambino. A questo punto David incontra Efraim, un suo vecchio compagno di scuola che lo invita a unirsi a lui nella vendita di armi all’Esercito degli Stati Uniti. David accetta con la promessa di favolosi guadagni e in effetti la ditta da loro costituita riscuote in poco tempo un grande successo. Spinti dal desiderio di guadagnare sempre di più, decidono alla fine di imbarcarsi in un affare più grande di loro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra un atteggiamento ambiguo: costruisce dei personaggi cinici e ambiziosi che di fatto diventano gli eroi del racconto in grado di realizzare, con l’astuzia e l’inganno, favolosi guadagni, fino a quando non vengono smascherati
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo con frequenti riferimenti sessuali, uso di droga
Giudizio Tecnico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti, in particolare di Jonah Hill, la regia di Todd Phillips si concentra più sui fatti che sulle parole con un ritmo serrato
Testo Breve:

Due giovani fanno affari d’oro vendendo, senza esperienza, armi all’Esercito Americano. Una storia vera di facili guadagni sulle sventure della guerra

La storia raccontata in questo film si ispira a fatti realmente accaduti ed è questo il suo vero, indiscusso, interesse. Non sono pochi i film che hanno affrontato il tema del traffico d’armi ma la bravura del regista Todd Philips sta proprio nell’esser riuscito a farci immergere nel mondo di questi commercianti che operano a migliaia di miglia da qualsiasi campo di battaglia, nel metterci alla loro scrivania per consultare la lunga lista di bandi che ogni giorno vengono emessi dall’esercito americano per l’acquisto di armi (siamo ai tempi della guerra in Irak), nel compilare l’offerta e poi click! Spedirla via Internet sperando di vincere. Per trovare le armi da rivendere basta partecipare alle numerose fiere di armi che vengono organizzate negli Stati Uniti, dove si si ritrovano tutti i maggiori fornitori mondiali e quando le quantità diventano troppo importanti, bisogna alzare il livello di rischio, entrare nel sottobosco dei mediatori irregolari che riescono a trovare la merce giusta in magazzini non ufficiali.

Il racconto è ravvivato da sequenze avventurose (la corsa, con un camion carico di armi, attraverso il deserto dell’Irak, che nella realtà non è mai avvenuta) e da spunti romantici (l’amore contrastato fra Daviz e Iz) ma l’interesse del film sta proprio nella descrizione dettagliata di quel meccanismo che prometteva profitti favolosi; nel modo eccessivamente aperto e “democratico” con cui l’Esercito Americano accettava di comperare armi anche da piccoli e  spesso  sconosciuti mediatori, probabilmente per far fare ad altri il lavoro sporco di andare in giro per il mondo a cercare armi o proiettili, di provenienza non ortodossa.

Efraim e David sono molto diversi fra loro: il primo è un cinico dominato da una bramosia di guadagno senza limiti; il secondo è un debole che ha dei buoni principi (sostenuto in questo dalla sua ragazza Iz) ma non sa resistere alla lusinga di facili guadagni.

La descrizione della vita e degli affari dei due protagonisti ricalca, in modo quasi   gemellare, il più famoso The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese (non a caso l’attore Jonah Hill, bravissimo, è presente in entrambi). I loro dialoghi sono intercalati da un turpiloquio continuo e ogni occasione è buona per sniffare un po’ di polvere bianca. Efraim, in particolare, sa mentire con destrezza, spende le serate in locali notturni, si compra le donne per una notte come comprerebbe qualsiasi altro oggetto di lusso e per raggiungere i suoi obiettivi non esita a falsificare documenti e a disattendere i suoi impegni con i fornitori. Appena riesce a metter le mani su un buon affare, cerca subito di tradire i suoi soci per sottrar loro parti del guadagno.

Il film finisce come la vera storia è finita: Efraim e David vengono arrestati dall’FBI e Efraim trascorre quattro anni in prigione. Dovremmo concludere che alla fine si tratta di un film positivo perché i “cattivi” vengono puniti. In realtà ci troviamo di fronte a un altro dei tanti racconti ormai presenti nei serial televisivi (Breaking Bad,,..) o al cinema (The Wolf of Wall Street), su degli  “eroi cattivi”. E’ vero, si tratta di protagonisti che fanno una brutta fine ma intanto abbiamo potuto appassionarci alle loro imprese perché in fondo, ciò che conta, è Instant living: ”è vero, ora sono stato punito- sembrano dirci questi eroi-  ma quanto è stato divertente essersi sentito, sia pur per poco, come il padrone del mondo e ho potuto fare tutto quello che volevo..”.

Questo film, che beneficia di un’ottima recitazione e una regia asciutta ed essenziale, ha il merito di aver denunciato una grossa, dolorosa verità: quando un governo è impegnato a spendere del denaro pubblico per affrontare tragici eventi (una guerra, ma anche un terremoto, una calamità naturale) si alza subito in volo uno stormo di avvoltoi, che non si rattristano molto per i morti che questi eventi portano con sé ma sono solo ansiosi di accaparrarsi una fetta dei tanti soldi che verranno spesi in queste occasioni

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

GOD'S NOT DEAD 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/07/2016 - 10:40
 
Titolo Originale: God's not dead 2
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Harold Cronk
Sceneggiatura: Chuck Konzelman, Cary Solomon
Produzione: Elizabeth Hatcher-Travis, Brittany Lefebvre, Michael Scott, David A. R. White, Russell Wolfe, Nathan Wenban
Durata: 120
Interpreti: Melissa Joan Hart, Jesse Metcalfe, David A. R. White, Hayley Orrantia, Sadie Robertson

Grace, insegnante di storia di una high school dell’Arkansas, cristiana devota, cerca di confortare Brooke, una delle sue alunne, per la morte prematura del fratello. Conversando con lei in un bar; le suggerisce di cercare conforto in Gesù e nella lettura della Bibbia. Nei giorni successivi, mentre in aula si discute delle figure del Mahatma Gandhi e Martin Luther King, Brooke chiede alla professoressa se il principio della non violenza di questi due grandi personaggi possa esser messo in connessione con la virtù, espressa da Gesù di porgere l’altra guancia ai nostri persecutori. Grace risponde affermativamente ma viene ben presto convocata dal Consiglio scolastico e invitata dal preside a porgere le sue scuse per aver trasformato la sua lezione di storia in un sermone religioso. Grace non accetta questa interpretazione e non chiede scusa; la disputa verrà risolta nell’aula di un tribunale. Solo il giovane avvocato Tom si offre di difenderla..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una professoressa, accusata ingiustamente, difende con coraggio la sua fede, anche se rischia di venir espulsa dalla scuola
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film risulta meglio costruito del suo precedessore, ma è debole nell’assunto persecutorio che ne dovrebbe motivare lo sviluppo
Testo Breve:

Una professoressa di liceo è accusata di usare le sue ore di lezione di storia per promuovere la fede cristiana. Una chiara denuncia contro un atteggiamento laicista in continua espansione, che però rischia di diventare intollerante nella direzione opposta

Dopo il successo di God’s not dead, ecco arriva il sequel, stesso regista (Harold Cronk) e stessi sceneggiatori (Cary Solomon e Chuck Konzelman) per parlare ancora una volta dei pericoli emergenti intorno alla libertà religiosa negli Stati Uniti, cioè della volontà, in certi contesti universitari o scolastici, di vietare qualsiasi riferimento a tematiche religiose.  Se nel primo film, la disputa si svolgeva fra uno studente di fede cristiana e un professore di filosofia che voleva derubricare dal suo corso tutti I filosofi cristiani perché ”Dio è morto”, ora, in questo sequel, assistiamo al processo intentato  contro una professoressa perché accusata di non avere tenuto separata la storia dalla religione. Il film non è piaciuto a tanti critici americani perché è stato accusato di eccesso di vittimismo: invece di occuparsi di denunziare le vere persecuzioni che i cristiani debbo subire in tante parti del mondo, il film si è preoccupato di imbastire una storia ritenuta pretestuosa, dove è chiaro fin dall’inizio che le accuse alla professoressa cadranno perché infondate. Lo stesso prestigioso servizio di revisione cinematorafica del Consiglio dei Vescovi cattolici statunitensi ha riconosciuto che le premesse su cui si basa lo sviluppo della storia sono poco plausibili.

E’ lecito a questo punto domandarsi se questa pretesa di laicismo emergente abbia un serio fondamento o se sia il frutto di una mania di persecuzione. Se in Europa abbiamo visto tutti, questa estate, la foto di un agente di polizia di una località balneare francese che invitava una signora a togliersi il burkini (gesto per fortuna giudicato illegale dal Consiglio di Stato) e se brucia ancora in Italia l’impossbilità, per Benedetto XVI, il 20 novembre del 2007, di parlare all’università La Sapienza (fondata da papa Bonifacio VIII nel 1303), anche in U.S.A. ci sono stati dei casi oltremodo spiacevoli

Lo stesso film fa un chiaro riferimento a quanto è accaduto di recente a Houston (Texas):  un giudice  ha emesso un mandato di comparizione nei confronti di 5 pastori evangelici di quella città intimando di portare in tribunale i testi dei loro sermoni degli ultimi tre mesi per controllare se si erano espressi contro la legge dello stato che determinava delle aggravanti in caso di atti o parole discriminatorie nei confronti delle comunità LGBT. Anche in questo caso si sono sollevate le proteste delle comunità cristiane e lo stesso sindaco di Houston è dovuto intervenire per calmare gli animi.

Dobbiamo concludere che se è vero che si stanno moltiplicando in USA e in altre parti del mondo i casi di intolleranza religiosa, il film non ha trovato la soluzione giusta per denunciare il problema: nell’ansia di “vincere facile” ha finito per passare dalla parte del torto, sviluppando un certo manicheismo secondo il quale chi ha fede è poco meno di una creatura angelica, mentre chi non crede ha lo sguardo torvo del prosecutor (Ray Wise), impegnato a  dimostrare, anche lui, che “Dio è morto”.

Se questi due film hanno una chiara impronta dettata dalla Chiesa Evangelica, personalmente preferiamo i lavori dei fratelli Alex e  Stephen Kendrick , entrambi pastori della chiesa battista di Sherwood in Albany, Georgia. Fondatori della Sherwood Pictures channo conseguito finora significativi  successi come Flywheel, (2003), Facing the Giants (2006),  Fireproof (2008) e Courageous (2011) a cui va aggiunto October Baby, sul tema dell’aborto.

In questi film i due pastori si concentrano sul tema delle virtù umane, come la comprensione, l’altruismo e il perdono e hanno portato avanti i valori della fede cristiana senza alzare la spada contro qualcuno.

Le parti migliori di questo God’s not dead 2 sono i momenti in cui i protagonisti pregano e il racconto di due conversioni: quella del ragazzo cinese che decide di diventare pastore e di Brooke, che alla morte dell’amato fratello, scopre che era un ragazzo di fede che aveva l’abitudine di meditare con l’aiuto della Bibbia.

Il film è attualmente disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL PIANO DI MAGGIE - A COSA SERVONO GLI UOMINI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/03/2016 - 23:03
Titolo Originale: Maggie's Plan
Paese: usa
Anno: 2015
Regia: Rebecca Miller
Sceneggiatura: Rebecca Miller
Produzione: ROUND FILMS, RACHAEL HOROVITZ FREEDOM MEDIA, IN ASSOCIAZIONE CON LOCOMOTIVE, HYPERION MEDIA, FRANKLIN STREET CAPITAL
Durata: 98
Interpreti: Greta Gerwig,Julianne Moore, Ethan Hawke

Maggie vive a New York e lavora alla New School, con il compito di trovare uno sbocco commerciale per i progetti più brillanti degli studenti dell’istituto. La ragazza si sente sola: le sue relazioni amorose sono durate sempre  pochi mesi e così prende la decisione di diventare mamma tramite un’inseminazione artificiale, chiedendo a un suo brillante ex compagno di università, il seme necessario. Anche il professor John, un antropologo, insegna alla New School: i due finiscono per conoscersi e frequentarsi. John è scontento per molti motivi: è trascurato dalla moglie Georgette, una professoressa della Columbia University, molto presa dal suo lavoro e si sente frustrato per non riuscire a portare a compimento il suo libro. Solo Maggie lo comprende e lo incoraggia: i due finiscono per mettersi insieme ed un anno dopo nasce una bambina. Ben presto il loro rapporto si incrina: John è tutto preso dal suo libro e lascia Maggie sola a badare alla loro bambina (spesso anche a occuparsi dei due figli avuti dalla precedente relazione). Maggie finisce per conoscere Georgette: trova la donna molto intelligente e inizia a pensare di aver fatto male ad allontanare John da sua moglie...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna cerca di diventare mamma senza l’ausilio di un uomo grazie all’inseminazione artificiale. Un uomo abbandona la moglie e due figli salvo poi pentirsi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune tematiche familiari disordinate
Giudizio Tecnico 
 
Buona resa dei personaggi e delle loro trasformazioni grazie a un’ottima sceneggiatura e a valide interpretazioni
Testo Breve:

Maggie acconsente a unirsi a John, anche se è sposato con due figli. Una storia ben raccontata di uomini e donne che non sanno riflettere per comprendere quali sono i loro  i loro veri sentimenti 

Diciamo subito che la sceneggiatura è ottima. La regista e sceneggiatrice è Rebecca Miller, figlia del celebre drammaturgo. Si vede che buon sangue non mente.   I tre protagonisti, con le loro trasformazioni, le loro incertezze, sono ben tratteggiati (e anche ben interpretati da attori del calibro di Julianne Moore, Ethan Hawke e l’emergente Greta Gerwig); la storia è   ben ritmata: la Miller sa bene quando è il momento giusto per dare un risvolto al racconto e gestisce con parsimonia i vari accadimenti, senza porvi troppa enfasi.

Quando si parla di New York e di ambienti intellettuali (tutti e  tre i protagonisti hanno un incarico all’università) viene subito in mente Woody Allen. Il riferimento è giustificato e anche se la Miller mostra un’ironia più “fredda” di Woody, i personaggi hanno lo stesso atteggiamento di compiaciuto narcisismo, molto impegnati a prendere sempre sul serio i loro  piccoli o grandi desideri. Ciò che fa la differenza, è l’originalissima figura di Maggie. E’ una Maggie che è sempre pronta a porre le esigenze degli altri prima delle sue,  è riflessiva, si reca ogni tanto a pregare in una chiesa quacchera, manifesta spesso una inaspettata ingenuità,  non è mai passionale.

Questo personaggio, così insolito, induce a riflettere anche noi perché potebbe essere l’archetipo della “brava persona” in una nuova realtà (solo americana?) dove i parametri etici si sono sostanzialmente modificati.

Maggie, ama i bambini, vuole essere mamma, ma non c’è più una correlazione stretta fra questo desiderio e la necessità di trovare un uomo con cui unirsi per fare una famiglia. L’ipotesi non è scartata ma ora è solo una delle opzioni possibili.  Anche quando John dichiara di amarla e lei ricambiandolo, decide di vivere con lui, non si crea nessun complesso di colpa nei confronti di Georgette e suoi due figli: la giusta priorita è ora quella di fare in modo che ognuno possa raggiungere felicità dando soddisfazione alle propre passioni.

Infine il “sacrificio” di Maggie. L’altruismo che Maggie manifesta, quasi una “santa della nuova morale”. riconoscendo che John e Georgette si amano ancora, conferma che la priorità assoluta è sempre seguire il sentimento del momento, gestito oltretutto in modo incauto e irriflessivo, visto che nel frattempo sono nati tre figli.

Il film della Miller ha un’altra caratteristica che lo rende molto attuale. Si può iscivere nel filone, in continua espansione, del woman power (Maleficent, Frozen). Sono le due donne, Maggie e Georgette, a tessere le fila della situazione e a decidere cosa fare. John è perennemente indeciso su come comportarsi, anche perché è non riesce ad andare oltre la ricerca del suo interesse personale.

Se prima aveva lasciato Georgette per Maggie perché quest’ultima sembrava più interessata al suo libro, ora trova utile tornare da Georgette perché gli ha dato dei giusti suggerimenti su come completarlo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |