Dramma

DICKENS – L’UOMO CHE INVENTÒ IL NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/24/2017 - 15:27
 
Titolo Originale: The Man Who invented Christmas
Paese: Canada/Irlanda
Anno: 2017
Regia: Canada/Irlanda
Sceneggiatura: Susan Coyle
Produzione: PARALLEL FILMS, RHOMBUS MEDIA
Durata: 107
Interpreti: Dan Stevens, Christopher Plummer, Jonathan Pryce

Rimasto senza idee e senza soldi, ma desideroso di trovare una storia che possa scaldare il cuore di chi è indifferente alla miseria dei più poveri, Charles Dickens trova finalmente la giusta inspirazione nelle favole di una domestica irlandese e osservando le persone che popolano la Londra di metà Ottocento. Nasce così il celeberrimo Canto di Natale, una storia appassionante che diventerà forse il più famoso dei lavori del romanziere inglese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lo scrittore Charles Dickens viene descritto come un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare
Testo Breve:

Perché Charles Dickens ha scritto il racconto Christmas Carol? Il film parte dalla vita dello scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione

Dickens in love, verrebbe da chiamarlo parafrasando il titolo del famoso film dedicato al Bardo inglese. In effetti questo film di Natale, che sceglie come protagonista il lanciatissimo Dan Stevens di Downton Abbey, ha più di un punto in comune con la pellicola vincitrice dell’Oscar. Con una formula cinematograficamente collaudata si parte dalla vita di uno scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione.

Qui in particolare, per raccontare il meccanismo creativo del prolifico Dickens (per altro prolifico anche nella vita privata, visto che ne conosciamo la numerosa e calorosa famiglia…) il film fa letteralmente apparire i personaggi del racconto nello studio della scrittore,  mettendo efficacemente in scena la genesi e lo sviluppo di un character attraverso l’uso di spunti di realtà,  suggestioni letterarie e a volte anche solo sonore (“trovate il nome giusto a un personaggio e quello comparirà” teorizza lo scrittore).

Dickens è presentato come un personaggio estremamente positivo, un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli, ma con un punto debole legato ad una padre “imbarazzante” che vorrebbe tenere lontano da sé (raccontato in brevi flashback oltre che nel presente).

Così anche lui, in qualche modo, nonostante la sua evidente generosità, si fa interrogare dal racconto di Natale che sta scrivendo e su cui ha investito tutto il suo futuro (ha deciso di rischiare un’auto-pubblicazione per sfuggire ai ricatti del suo editore). I fantasmi che diventeranno parte essenziale del racconto ci portano così nel passato dello stesso Dickens, facendoci comprendere le ragioni della sua sensibilità per i più deboli.

Il risultato è una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare intrigando anche gli spettatori più sofisticati con il suo brillante gioco metaletterario.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/17/2017 - 22:39
Titolo Originale: Wonder Wheel
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: PERDIDO, AMAZON STUDIOS, IN ASSOCIAZIONE CON GRAVIER PRODUCTIONS
Durata: 101
Interpreti: Kate Winslet, Jim Belushi, Justin Timberlake, Juno Temple

Negli anni Cinquanta, Ginny (Kate Winslet), barista quarantenne con un passato mitico di attrice, vive col secondo marito Humpty (Jim Belushi) e il figlio di prime nozze, nel Luna Park di Coney Island, ormai prossimo alla decadenza. La donna conduce una quotidianità insostenibile, afflitta dalla piromania del figlio e dalla tendenza all’alcolismo del marito. Si rifugia così in una relazione avventurosa con un giovane bagnino che vuole diventare drammaturgo, Mickey. Ma quando la figlia di Humpty, in fuga dal marito gangster, viene a rifugiarsi a Coney Island, i conflitti sopiti della vita di Ginny esplodono.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna è incapace di contrastare le passioni indotte dalla sua fragilità. Un uomo riesce a esprimere, anche nei momenti più difficili, un amore goffo ma autentico. Sedurre una donna sposata non costituisce un problema
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene a contenuto sessuale, turpiloquio, violenza verbale in famiglia. Situazioni familiari disordinate
Giudizio Artistico 
 
Woody Allen conferma la sua eccellenza nella narrazione tragica, impreziosita dalla fotografia di Storaro e sostenuta dalle eccellenti interpretazioni del cast
Testo Breve:

Un vedovo e una donna divorziata hanno unito le loro debolezze per sostenersi a vicenda ma l’amore è un’altra cosa e la tragedia è dietro l’angolo. Woody Allen conferma di essere un grande narratore di tragedie, sostenuto dall’ottima interpretazione di Kate Winslet 

Molti anni dopo il capolavoro Match Point, Woody Allen abbandona finalmente gli stanchi divertissement e ritorna a una dimensione in cui sa eccellere, la tragedia.

La ruota delle meraviglie si rivela un film complesso e pieno, compendio di più anime del regista, accese da una grazia che la fotografia di Storaro (alla sua seconda collaborazione con Allen dopo Café Society) e le eccellenti interpretazioni del cast sanno garantire.

Se all’inizio la voce narrante scanzonata del bagnino Mickey (Justin Timberlake) e il ricorso alla metanarrazione assicurano il distacco ironico alleniano, la vena tragica cresce e finisce per travolgere tutto.

Kate Winslet, in una delle sue interpretazioni migliori, incarna una figura femminile potentissima, donatrice di vita e di morte, condensando l’immagine alleniana della donna nevrotica e qualcosa di più antico e profondo, che ricorda Medea ma soprattutto Blanche di Un tram chiamato desiderio. Allen racconta la tragicità dei rapporti umani, cui in Interiors applicava il filtro rarefatto del maestro Bergman, con un nuovo linguaggio, ispirato stavolta ai grandi classici del teatro americano, da Williams a O’Neill, tessendo una trama preziosa di rimandi colti, mai gratuiti o stantii. Ma il regista non si limita a un codice univoco, molte sono le incursioni da diverse fasi della sua carriera, come la figura tragicomica del bambino piromane che, retaggio di spassose ricostruzioni autobiografiche (da Amore e Guerra a Io e Annie), accende un fuoco simbolico della rivolta tenace contro la vita matrigna e crudele.

Il fuoco, del resto, abilmente rincorso da una fotografia miracolosa, ammanta dei suoi colori l’intera immagine della Winslet, diventando codice simbolico dell’illusione, del pathos teatrale continuamente smorzato dalla prosaicità della vita. Un blu livido inghiotte i volti degli attori quando l’esistenza si rivela in tutta la sua sgraziata crudezza.

Il nichilismo disperato di Allen pervade ogni fotogramma di un’amarezza dolorosa, eppure preferibile al giocoso cinismo del Basta che funzioni. Quando il regista ammette onestamente che nulla basta, la sua arte si fa più potente e vera. Tanto che il suo nichilismo non si chiude su se stesso ma lascia spiragli.

Un matrimonio senza poesia, il logorio delle mansioni casalinghe e delle discussioni quotidiane, hanno il volto empatico e irresistibile di Jim Belushi, un Karenin umanissimo, logorato dalla vita eppure ancora capace di un amore goffo, che, anche se non sembra, rimane amore.  E quando Storaro fa calare il sipario di una luce livida e disillusa sul matrimonio di Ginny e Humpty potremmo miracolosamente trovarci a chiedere se, in quella frustrata quotidianità priva di pathos in cui le persone rimangono insieme quasi per disperazione, in fondo in fondo qualcosa di piccolo ma vero non sia del tutto da buttare.

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE CASE FOR CHRIST

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/13/2017 - 21:16
 
Titolo Originale: The Case for Christ
Paese: USA
Regia: Jon Gunn
Sceneggiatura: Brian Bird
Produzione: Triple Horse Studios
Durata: 113
Interpreti: Mike Vogel, Erika Christensen, Frankie Faison, Faye Dunaway, Robert Forster

Chicago 1980. Lee Strobel è un apprezzato giornalista investigative che lavora per il Chicago Tribune. Un sera si trova in un ristorante con sua moglie Leslie e la piccola figlia. Un dolcetto dalla forma allungata blocca la respirazione della bambina che rischia seriamente di soffocare. Un’infermiera che provvidenzialmente si trova nello stesso locale riesce a farle espellere il candito. Leslie resta scossa per l’accaduto, ritiene che la presenza dell’infermiera sia stata provvidenziale e si avvicina alla fede cristiana. Ciò indispettisce il marito, un ateo convinto. Decide quindi di applicare la stessa tecnica investigativa di cui è esperto, per dimostrare con i fatti, alla moglie, che la fede è pura superstizione. Inizia così a intervistare storici, biblisti, medici, psicologhi per raccogliere le prove della sua tesi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia di una conversione al cristianesimo, che parte dalla ragione per approdare all’amore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto, ispirato a fatti realmente accaduti, esplora in modo convincente il percorso interiore che compie il protagonista per pervenire alla conversione
Testo Breve:

Il giornalista Lee crede solo nella realtà dei fatti e resta sconvolto quando la moglie aderisce alla fede cristiana. Il suo tentativo di cercare contrasti insanabili fra ragione e fede, ispirato a un fatto realmente accaduto, si risolve in una piena conversione

Questo Christian Film americano ha almeno due punti di vantaggio rispetto ad altri lavori simili usciti di recente, di contenuto apologetico (come God’not dead 1 e 2): racconta una storia vera, quella della conversione del giornalista Lee Strobel e la storia è ben narrata, proprio perché si basa sul libro autobiografico che Lee ha scritto.

Il Lee del racconto è un bravo professionista, ama il suo lavoro di giornalista investigativo che lo porta a cercare sempre di ricostruire la verità intorno al fatto di cronaca sotto esame appoggiandosi solo a ciò che può essere sottoposto a verifica.  Ama la moglie Leslie che sta aspettando il secondo bambino e per questo motivo è per lui motivo di grande delusione lo scoprire che si è avvicinata alla fede. Per Lee credere (frequentando una delle tante chiese protestanti presenti in America) è come piombare nella superstizione, imprimere alla propria vita una direzione assolutamente irrazionale. Sono varie le motivazioni del suo disappunto: un atteggiamento un po’ maschilista che assegna all’uomo di casa la leadership nello stabilire la filosofia di vita della famiglia; la prospettiva di una contesa continua con la moglie nella determinazione delle linee educative da dare ai due figli; il timore che si accresca la “distanza” fra loro due e arriva a dire che “tu mi hai tradita per Cristo”.

Un atteggiamento simile, sia pur a parti invertite, l’avevamo visto nel film francese L’amore inatteso dove l’avvocato Antoine sentiva che solo la fede può dare un senso alla propria esistenza ma la moglie come prima reazione, aveva temuto che ciò avrebbe causato un minore impegno nei doveri e negli affetti familiari, per andare a frequentare chissà quali ritiri spirituali.

Lee riceve l’autorizzazione dal suo capo redattore per iniziare a indagare sulla veridicità della fede cristiana e in particolare verificare se la Resurrezione possa razionalmente venir considerata un fatto realmente accaduto. Cerca quindi di trovare sostegno, consultando vari esperti, alle più classiche teorie ateiste. Al contrario, un archeologo gli conferma che il Vangelo è uno dei documenti meglio documentati dell’antichità, sfatando l’ipotesi che si tratti di un romanzo scritto molto tempo dopo; un dottore lo fa desistere dal supporre che Cristo non sia realmente morto sulla croce; infine una psichiatra lo dissuade dal ritenere possibile che si sia trattato di una suggestione collettiva.

Alla fine un amico giornalista lo porta alla più amara delle conclusioni: anche per ritenere che Gesù non sia realmente risorto occorre tanta fede quanta ne è necessaria per credere che sia stato realmente. E’ il fallimento della sua ipotesi di basare su dei fatti concreti la non consistenza della fede cristiana. Ma .in fondo, tutto quell’impegno non era stato vano: l’aver cercato con tanta insistenza una verità che gli sfuggiva era stata la miglior prova di trovarsi di fronte a qualcosa che anche per lui era di importanza capitale

Il regista Jonathan M. Gunn e lo sceneggiatore Brian Bird hanno arricchito il racconto (il testo originale si concentra sul tema della ricerca delle prove per non credere) di un’indagine poliziesca che Lee svolge per il suo giornale: anche in questo caso Lee cerca di attenersi ai fatti ma ben presto dovrà accorgersi che anche in quel contesto, così familiare perché sostenuto dall’esperienza acquisita con il suo lavoro, occorre sforzarsi di cercare una verità più profonda di quella che appare a un primo esame.

Molto bella è la figura della moglie, che soffre in silenzio per l’incredulità del marito e prega con intensità il brano di Ezechiele: “darò loro un cuore nuovo …darò loro un cuore di carne”.

Alla fine, riconosciuto che il racconto dei Vangeli non ha elementi di incredulità ma che di più non si può dire, messa da parte la ragione, Lee finisce per arrendersi di fronte a un’altra evidenza: l’amore di Leslie che non è mai venuto meno anzi si è accresciuto con la fede. Fanno una bella figura anche gli amici che cercano di aiutarlo nella sua ricerca, calmi e ragionevoli, riescono a distoglierlo dagli aspetti più negativi della sua ostinazione.

Dopo la sua conversione, il Lee reale è diventato un pastore della comunità Willow Creek , ha scritto libri di apologia cristiana e ha prodotto un programma TV che parla di fede.

Il film è disponibile in inglese con sottotitoli in inglese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVELESS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/12/2017 - 09:44
Titolo Originale: Nelyubov
Paese: Russia, Francia, Belgio, Germania
Anno: 2016
Regia: Andrey Zvyagintsev
Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrey Zvyagintsev
Produzione: NON-STOP PRODUCTIONS, WHY NOT PRODUCTIONS, ARTE FRANCE CINÉMA, WESTDEUTSCHER RUNDFUNK, LES FILMS DU FLEUVE, FETISOFF ILLUSION, SENATOR FILM PRODUKTION
Durata: 128
Interpreti: Mariana Spivak, Alexey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keishs

Boris e Zhenya sono al capolinea della loro storia matrimoniale; entrambi si stanno rifacendo una vita con un altro partner (Boris aspetta perfino un figlio dalla nuova compagna), la casa è in vendita, le strade pronte a dividersi senza troppi rimpianti. C’è solo un particolare stonato in questa sinfonia della disunione, ed è la scomoda presenza del figlio dodicenne, Alyosha. Nessuno dei due sembra disposto a prendersene cura, ora che finalmente sono pronti a ricominciare da un’altra parte, per cui l’unica soluzione pare essere l’orfanotrofio. Alyosha, ascoltando malauguratamente stralci di un dialogo tra i due, comprende il proprio destino e decide di uscire silenziosamente di scena, socchiudendo la porta senza fare rumore e facendo perdere le sue tracce

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il valore di questo film è positivo perché il male viene rappresentato esattamente come male. Viene mostrata una umanità violata dove nessuno ama davvero nessuno, dove ognuno è solo, in balia del proprio istinto quanto del proprio cellulare e i due protagonisti cedono alla spirale dell’odio, non offrendo mai la spalla l’uno ll’altra, anche quando ne avrebbero un disperato bisogno
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di sesso esplicite, scene di forte tensione
Giudizio Artistico 
 
Il regista Zvyagintsev ci restituisce una società disintegrata nello spirito e negli affetti, e lo fa con una perizia quasi chirurgica, per cui non c’è inquadratura o dialogo di troppo
Testo Breve:

Una coppia si è separata e nessuno dei due è disposto a prendersi cura del figlio dodicenne.  Il regista Zvyagintsev ci restituisce una società disintegrata nello spirito e negli affetti, e lo fa con una perizia quasi chirurgica

Il film si apre con alcune scene che ritraggono un parco alle porte di Mosca, carico di neve e silenzio. Bianco, vuoto e un silenzio assordante caratterizzano le primissime inquadrature, dettagli che non riusciamo a dimenticare nel corso della storia. L’esistenza del piccolo Alyosha rispecchia queste caratteristiche; scialba e insignificante agli occhi dei genitori, vuota di affetti, talmente flebile da non poter essere percepita. Un inconsistente nastro di plastica sventolante, aggrappato senza energia, quasi fortuitamente, ai rami di un albero. A fare da contrasto, nelle scene successive, ci sono gli insulti e le minacce che i due genitori si vomitano addosso reciprocamente, dense di livore ed egoismo. A partire dall’inquietante scomparsa del figlio i due non faranno altro che litigare, scagliarsi addosso le reciproche mancanze e responsabilità. Quasi a voler confermare che il dolore non per forza riunisce, ma laddove i rapporti sono stati spezzati tra accuse e rivendicazioni non c’è possibilità di recupero, e il dolore può solo distruggere ciò che l’egoismo aveva prima incrinato. Nessuna redenzione quindi, nessuna catarsi. I due protagonisti cedono alla spirale dell’odio, non offrendo mai la spalla l’uno all’altra, anche quando ne avrebbero un disperato bisogno. Nella scena più drammatica di tutta la storia, infatti, quando entrambi si trovano all’obitorio, e devono verificare se il corpo celato sotto il telo appartenga o no al figlio, non uno sguardo, un abbraccio, una richiesta di aiuto viene indirizzata dall’uno nei confronti dell’altro. Questa coppia un tempo feconda, capace di mettere al mondo un bambino, si ritrova nel tempo, schiacciata dal peso delle proprie incomprensioni, sterile. Non più in grado di infondere affetto e tenerezza verso l’altro. Tantomeno di offrire il perdono.

Il regista Zvyagintsev ci restituisce una società disintegrata nello spirito e negli affetti, e lo fa con una perizia quasi chirurgica, per cui non c’è inquadratura o dialogo di troppo. Contro questa umanità violata dove nessuno ama davvero nessuno, dove ognuno è solo, in balia del proprio istinto quanto del proprio cellulare (degna di nota l’insistenza con cui ritrae i protagonisti con il telefono in mano) e dove l’esistenza dell’altro non ha valore, dignità, peso specifico, si staglia, implacabile, il giudizio di Zvyagintsev. L’unica eccezione, insieme ad Alyosha, piccolo martire dell’egoismo contemporaneo, è rappresentata dalla squadra di volontari, che si prodigano per il ritrovamento del bambino in modo del tutto disinteressato. Dietro l’anonimato di questi individui si celano gli unici barlumi di sentimenti autentici, che rendono tale l’essere umano, quasi a lasciar intendere che l’uomo di oggi ha pagato l’acquisto della propria individualità con la perdita della propria umanità. 

Autore: Miriam Farabegoli
In Televisione
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HAPPY END

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/05/2017 - 17:49
Titolo Originale: Happy End
Paese: Francia, Austria, Germania
Anno: 2017
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Durata: 107
Interpreti: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovits, Toby Jones

Alcuni tragici eventi sconvolgono l’apparente serenità dei Laurent, ricchissima famiglia di Calais, sulla Manica. Mentre Georges (Trintignant), il capo famiglia anziano ed infermo, conta i giorni che lo separano dalla morte, la primogenita Anne (Isabelle Huppert) deve far fronte alle conseguenze di un devastante crollo in uno dei cantieri della ditta di famiglia, che dirige insieme al figlio, il tormentato Pierre. Nel frattempo il fratello di Anne, Thomas (Kassovitz), già al secondo matrimonio, coltiva una torbida relazione con una donna misteriosa. La doppia vita dell’uomo rischia di essere smascherata quando alla sua porta si presenta la figlia tredicenne, Eve, avuta con la prima moglie che ha appena tentato il suicidio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi principali sono negativi, i gesti di altruismo sono quasi sempre impregnati di ipocrisia Una cosa che accomuna tutti i protagonisti è che sono tendenzialmente distruttivi e autodistruttivi in conseguenza ad un sostanziale rifiuto della sofferenza
Pubblico 
Sconsigliato
Contenuti sessuali espliciti Atteggiamento cinico e pessimista sul valore della nostra esistenza
Giudizio Artistico 
 
Ottima regia e ottima recitazione
Testo Breve:

Michael Haneke, dopo aver sviluppato con il film Amour, un’apologia dell’eutanasia a beneficio delle persone anziane, allarga l’orizzonte prospettando per tutti il rifiuto della sofferenza e la vocazione al suicidio si estende  a una ragazza tredicenne

Dopo il successo di Amour, Palma d’oro e Oscar nel 2013, Haneke riprende il filo del discorso con un film che sembra idealmente un sequel del precedente. Il contesto è diverso - quello era ambientato a Parigi, totalmente in interni, questo a Calais, dove la superficialità e l’ipocrisia dei ricchi protagonisti fa da stridente contraltare al dramma reale di migliaia di immigrati clandestini - ma la storia presenta elementi ricorrenti che ammiccano allo spettatore. Uno su tutti, il duo Trintignant-Huppert, anche qui padre e figlia (l’anziano protagonista ha anche lo stesso nome, Georges), che con le loro linee narrative travalicano i confini dei film, unendo le due storie - come si intuisce nel momento in cui l’anziano capofamiglia confessa alla giovanissima e turbolenta nipote, l’omicidio della moglie malata, andato in scena in Amour.

Ma non è solo dal film premio Oscar che Haneke attinge per storie, tematiche e scelte registiche. Happy End infatti si innesta nel solco tracciato dal regista con le opere precedenti, senza per questo rinunciare ad una sua originalità, soprattutto per quanto riguarda la grottesca ironia – a cominciare dal paradosso del titolo - che scaturisce dal contrasto surreale tra la compostezza esteriore dei personaggi e la drammaticità quasi eccessiva che si rivela in ogni piega recondita delle loro esistenze.

Come in molte altre storie raccontate da Haneke, anche qui infatti le vere protagoniste sono la morte e la sofferenza, che è sempre nascosta dietro a una scorza di buone maniere e di apparenze da preservare per il quieto vivere o semplicemente per un orgoglio ottuso e spietato. Apparenze che nascondono spesso una doppia vita, che però, con grande onestà intellettuale, viene raccontata come una condizione esistenziale provvisoria, destinata prima o poi a implodere, portando all’autodistruzione. 

Anche qui poi, il regista preferisce raccontare i personaggi e i loro stati d’animo di fronte alle avversità, piuttosto che eventi e fatti che praticamente non vanno mai in scena, nemmeno quelli più tragici, se non con la mediazione del “digitale”. I supporti tecnologici di cui Haneke si serve per raccontare e rivelare, rappresentano una sorta di muro invisibile, oltre che tra diverse generazioni (ne è l’emblema il rapporto tra nonno e nipote, i due personaggi al tempo stesso più lucidi e distruttivi della famiglia) anche tra quella che sembra la realtà vissuta e quella percepita, di cui siamo spettatori più o meno volontari (ritorna quindi il tema del voyeurismo già raccontato in Niente da nascondere e ne Il nastro bianco). Accade così che gli unici riferimenti al tradimento di Thomas – che tanto ricordano la perversione sessuale de La pianista - vengono “consumati” su una chat, il crollo delle fondamenta del centro commerciale attraverso una telecamera di sorveglianza, il tentativo di suicidio della madre di Eve immortalato con un cellulare. La morte quindi, come dicevamo grande protagonista della pellicola, è nascosta o filtrata, e il dolore raccontato spesso da lontano, quasi con pudore e un distacco anche e soprattutto fisico, reso alla perfezione dall’uso di inquadrature larghe che per paradosso non riducono il pathos, anzi lo cristallizzano e lo amplificano.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
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L'ETA' IMPERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 22:59
Titolo Originale: L'età imperfetta
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Ulisse Lendaro
Sceneggiatura: Cosimo Calamini
Produzione: LOUIS LENDER PRODUCTION, AURORA FILM, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 96
Interpreti: Marina Occhionero, Paola Calliari, Anita Kravos, Anna Valle

In in piccolo centro del Nord Italia vive la diciassettenne Camilla. La sua vita scorre serena sia a scuola, dove riporta ottimi voti sia in famiglia, dove vive in armonia con il padre che fa il fornaio, una madre che proviene dall’ Est Europa e due simpatiche sorelle, con cui scherza e litiga. Camilla ha un sogno: diventare una ballerina professionista ed è proprio alla scuola di danza che incontra Sara, diciott’anni appena compiuti, che gode di molta libertà perché figlia di genitori benestanti divorziati. Sara introduce l’amica in un ambiente più spregiudicato, fra frequentazione di locali notturni, uso di pasticche e incontri amorosi. Quando arriva il momento della grande prova di danza che selezionerà alcune ragazze per l’iscrizione a una prestigiosa scuola di Parigi, Sara viene selezionata mentre Camilla resta esclusa. Il mondo sembra crollarle addosso e si insinua nella sua mente il sospetto che la sua ex amica abbia tramato, con la complicità dell’insegnante, per farla arrivare impreparata alla prova...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza, chiusa nel suo egocentrismo, viene travolta dall’odio e dal desiderio di vendetta
Pubblico 
Maggiorenni
Una veloce sequenza di nudo, sbrigativi Incontri amorosi fra adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista è bravo nel tratteggiare le due protagoniste adolescenti e il loro ambiente ma non riesce a darci una spiegazione compiuta delle decisione prese dalla protagonista
Testo Breve:

Due ragazze con la comune passione per la danza, da amiche diventano nemiche. Il film analizza alcuni pericolosi lati oscuri dell’età dell’adolescenza

Parlare dell’età dell’adolescenza, in particolare di quella femminile, è sicuramente arduo e molto spesso si seguono stereotipi abusati. A giudicare dagli ultimi lavori televisivi, quando viene introdotta un’adolescente, dobbiamo aspettarci che prima o poi resti incinta.

Fra i lavori più recenti, è risultato originale Prima di Domani, dove il baricentro del racconto non è la solita relazione amorosa, ma la scoperta, da parte della protagonista, dell’importanza di rapporti sinceri e leali con le proprie amiche e il suo ragazzo. Questo L’età imperfetta, lavoro dell’esordiente Ulisse Lendaro, mette ben a fuoco un altro aspetto caratteristico di quest’età: il bianco o il nero; un modo di atteggiarsi verso gli altri senza mezze misure, attraverso grandi amori o repentini, radicali, odi. E’ quello che si determina fra Sara e Camilla, accomunate dalla passione per la danza ma complementari negli affetti familiari: Sara trova nella famiglia dell’amica un calore che a lei, figlia di divorziati, è stato negato mentre Camilla riceve da Sara una spinta a quell’emancipazione che ancora non possiede, incluso, quasi inevitabilmente, il pervenire alla prima esperienza sessuale.

Di fronte a una grande delusione (la sconfitta alla gara di ballo) è proprio Camilla che subisce una radicale trasformazione: ora ritiene che sia importante solo pensare a se stessa, dimenticando di essere una figlia brava e ubbidiente, decisa a realizzare ciò a cui brama con tutti i mezzi, inclusa una terribile vendetta.

Il regista è molto bravo nello sviluppare il thriller psicologico che sottende la storia (Sara ha realmente tramato contro Camilla o o si tratta solo di un'ossessione frutto della paranoia in cui è precipitata la ragazza?) ma molto meno nel darci ragione di una così drastica trasformazione. Da una prima lettura  potrebbe sembrare che il racconto si appoggi sulla contrapposizione fra due ambienti familiari, quello caldo e avvolgente di Camilla (molto simpatici i suoi rapporti con la piccola sorellina Francesca) e l’indipendenza solitaria in cui vive Sara, interrotta solo da saltuari e sbrigativi incontri con il padre. In realtà la contrapposizione fra la buona Camilla e la spregiudicata Sara ha breve durata; sono proprio quei valori di cui è intessuta la vita di Camilla che evaporano rapidamente; in lei sembra agire qualche atavica radice del male e a nulla fanno presa l’atteggiamento comprensivo e aperto del padre né la condivisione, con la madre, di un’apparentemente sincera fede ortodossa. E’ proprio l’immagine di Camilla che prega in ginocchio prima di compiere la sua vendetta che stride maggiormente e il racconto sembra carente di semplici regole di causa ed effetto. Ugualmente angosciosa è la solitudine nella quale Camilla si lascia travolgere dal demone della vendetta, facendo terra bruciata intorno a sé, senza che a nulla possa valere la vicinanza delle amiche, delle due sorelle, della zia o del padre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI SDRAIATI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 22:23
Titolo Originale: Gli sdraiati
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesco Piccolo, Francesca Archibugi, tratto dall'omonimo romanzo di Michele Serra
Produzione: INDIANA PRODUCTION, LUCKY RED, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Rosalba Bendidio

Il noto giornalista televisivo Giorgio Selva (Claudio Bisio) convive con il figlio diciassettenne Tito (Gaddo Bacchini). Il rapporto tra i due è sempre più difficile, ma l’arrivo di Alice, una ragazza dall’aria triste di cui Tito si innamora, sarà l’occasione perché padre e figlio possano in qualche modo affrontare le loro diversità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire. Rapporti sessuali fra "fidanzatini" adolescenti vengono autorizzati direttamente nelle case dei rispettivi genitori.
Pubblico 
Adolescenti
Scene con uso di alcol e droghe, una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto
Testo Breve:

Un padre e un figlio sembrano irrimediabilmente distanti, dove i padri non sono mai realmente interessati ai figli e questi nutrono affetti consumati in fretta senza il coraggio di approfondirli. La regista Francesca Archibugi scava con realismo la condizione odierna di tanti legami familiari

Dopo il divorzio Giorgio, diviso tra il ruolo di presentatore televisivo e quello di padre apprensivo, si è letteralmente segregato in casa. Nel tentativo disperato di recuperare il rapporto con il figlio ormai più che adolescente e sempre più lontano da lui, finisce per essere talmente pesante da diventare quasi insopportabile. Da parte sua Tito trascorre le sue giornate a gironzolare in bicicletta con gli amici, fumare e bere fiumi di alcol nei locali, per poi tornare a casa il più delle volte ubriaco senza capire né dov’è né chi sia quell’uomo sempre più preoccupato che tutte le volte lo riaccoglie, nonostante tutto. E’ un adolescente confuso e diviso. Diviso tra due case, quella della madre e del padre, diviso tra il gruppo storico di amici inseparabili e l’amore per la bella Alice, che i suoi compagni di sempre proprio non li sopporta.

Ed è l’arrivo di Alice a innescare qualcosa in questa situazione che pare non avere una via d’uscita. Figlia di una ex donna di servizio dei Selva, con cui Giorgio aveva avuto una relazione segreta, la ragazza potrebbe rivelarsi un bel problema per la vita del noto conduttore. Ed è così che Giorgio si riaccende di interesse per la vita privata del figlio, e finalmente i due sembrano trovare un punto di contatto comune.

Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto.

Adolescenti che vivono di notte, che vivono nel gruppo, che vivono nei loro sogni che non sono forse nemmeno in grado di perseguire. Affetti consumati in fretta, con forti passioni che nascondono una profonda incomunicabilità. Non a caso infatti Tito e Alice non riescono mai a comunicare veramente, non c’è amicizia, ma solo attrazione, tanto che dopo poco i telefonini ritornano ad essere i migliori compagni e non ci si guarda più nemmeno in faccia.

Poi i genitori, isterici, nevrotici, iper-apprensivi e protettivi nei confronti dei figli, ma mai veramente interessati di loro, perché troppo presi da altro. Si lamentano dei loro pargoli, richiedono rispetto delle regole e condivisione, senza rendersi conto che quei ragazzi non sono altro che il frutto dei loro errori e del loro spropositato egoismo.

Molto interessante è la scena in cui Tito e Giorgio sono dallo psicologo che, con una commovente interpretazione di Gaddo Bacchini, mette in scena il profondo disagio di Tito, vittima sacrificale della dolorosa e mai risolta separazione dei genitori che l’ha confuso interiormente in una fase così delicata della sua esistenza.

E l’incomunicabilità sembra essere alla base di ogni rapporto famigliare, senza differenza di ceto sociale, di provenienza e di religione. La telecamera entra a spiare di nascosto le famiglie dei vari ragazzi, ma in ogni casa trova solo una profonda solitudine.

Unica figura positiva è quella del nonno, uomo d’altri tempi, poco colto ma che ha sacrificato tutta la vita per la famiglia, rimanendo sempre legato alla moglie, alla figlia (la moglie di Giorgio). Il nonno sembra essere l’unica autorità reale di riferimento per il nipote tanto confuso e il suo sgangherato gruppo di amici.

Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire.

Autore: ILARIA GIUDICI
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL FIGLIO SOSPESO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 20:24
 
Titolo Originale: Il figlio sospeso
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Egidio Termine
Sceneggiatura: Egidio Termine, Guido Vassallo
Produzione: MEDITERRANEA PRODUCTIONS, ASSOCIAZIONE STAR
Durata: 90
Interpreti: Paolo Briguglia, Gioia Spaziani, Aglaia Mora

Lauro è un giovane aspirante fotografo che ha vinto una borsa di studio per realizzare un servizio fotografico sui palazzi monumentali di Palermo. E’ l’occasione per sciogliere un dubbio che lo assilla: ha il sospetto che il padre, morto quando lui aveva solo due anni, abbia avuto un altro figlio da una relazione con Margherita, una nota pittrice siciliana. Rintracciata la pittrice, viene progressivamente a scoprire la verità attraverso disegni realizzati nel tempo dalla stessa Margherita: la madre che l’ha allevato, Giacinta, era in realtà sterile e Margherita aveva svolto per lui il ruolo di madre surrogata….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una denuncia meditata ma ferma della pratica dell’utero in affitto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I bellissimi colori del cielo e del mare siciliani fanno da scenario a un racconto intimo e coinvolgente con alcuni passaggi narrativi poco approfonditi
Testo Breve:

Il giovane Lauro, che ha perso il padre quando aveva due anni, compie un viaggio in Sicilia alla scoperta della verità sulla sua nascita, avvenuta con il metodo dell’utero in affitto. Una chiara denuncia degli sconvolgimenti umani che comporta questa pratica. 

“Smettila adesso, non ho tempo di giocare con te in questo momento” E’ il colloquio scherzoso, a tu per tu, che Margherita intrattiene con il bambino che porta in grembo. E’ la gioia di un attimo perché subito dopo commenta amareggiata: “Ma tu sei il figlio di Giacinta e Antonio”. Poi si riprende e decide: “andrò da loro e dirò che voglio tenermi il bambino”. Margherita era infatti stata costretta ad accettare il compenso pattuito per questa sua “prestazione” per riuscire a estinguere i debiti che il marito, prima di morire, aveva contratto con la mafia locale.

Da un po’ di anni il tema dell’utero in affitto scuote l’opinione pubblica, le pagine dei giornali, la televisione e il cinema. Nelle fiction americane il tema è trattato in modo molto diretto. Nella serie Brothers & Sisters, alla quinta stagione, una madre surrogata finge di aver abortito per riuscire a tenersi il bambino che porta in grembo. Ciò scatena l’ira dei due uomini committenti perché considerano questo bambino a tutti gli effetti loro figlio (“tu sei solo la gestatrice surrogata di nostro figlio” urla il padre potenziale). Alla fine la ragazza cede e consegna il bambino per il timore di venir denunciata alla polizia (evidentemente non esiste più un diritto primordiale di maternità per la donna che ha dato alla luce un bambino) . Nella serie The New Normal una ragazza compiacente si presta a “donare” un figlio a una coppia omosessuale e poi va spesso a trovarli costituendo con loro un’insolita famiglia allargata anche se il tono ironico con cui il regista tratta la vicenda sembra sottintendere un giudizio critico.

In Italia, mettendo da parte le posizioni più ideologiche (quelle di Irene Bignardi e del prof Giorgio Veronesi che in una puntata della trasmissione Le Invasioni barbariche, presentando il caso concreto di una coppia omosessuale, avevano sviluppato la tesi che si trattava di un atto altamente generoso e umanitario), il tema è stato affrontato di recente ponendosi nella prospettiva della donna costretta spesso per denaro a svolgere questa funzione. Nel film di Sebastiano Riso dal nome provocatorio: Una Famiglia, Micaela Ramazzotti non se la sente più di assecondare il marito che cerca di usarla come “macchina per parti” Si è rattato però di un torbido melò con scarse implicazioni umane” come ha commentato Alessandra Levantesi Kezich su La Stampa.

Arriva ora in un alcune sale, dopo esser stato presentato alla Camera dei Deputati, Il figlio sospeso, del regista siciliano Egidio Termine che si pone nella prospettiva del ragazzo che scopre di avere due madri. Lauro è un ragazzo gentile e pacato che si comporta come se fosse timoroso di muoversi nel mondo, forse frutto dell’educazione di una madre apprensiva che ha dovuto educarlo da sola: non si toglie mai i guanti che servono per celate una malattia della pelle, ha paura di volare e andando in Sicilia riesce a bere per la prima volta del vino. Tutto il film ha un andamento lento ma progressivo: si tratta di una scelta stilistica che serve a sottolineare la scoperta graduale della verità da parte di Lauro e la trasformazione dell’animo delle due donne che gradualmente, di fronte a un figlio che vuole conoscere la verità, decidono di aprirsi e confessare quanto è accaduto tanti anni prima. Margherita a Lauro stesso, Giacinta a una suora camilliana sua amica.

Questo film si pone agli antipodi delle fiction TV e dei film che hanno proposto il tema puntando sulla drammaticità di una scelta così lacerante. Il film di Egidio Termine non tralascia di evidenziare la crudeltà, per una donna, che ha un bimbo che cresce dentro di se, di doverlo lasciare appena nato e la sofferenza di un ragazzo che non comprende chi debba considerare  come  sua vera madre (dal film pare che Margherita abbia anche contribuito con il suo ovulo) ma il regista cerca comunque di trascendere questa situazione che ha coinvolto tutti così profondamente e, dall’accettazione di una realtà dalla quale non si può più tornare indietro,  ne scaturisce, molto umanamente (e anche molto cristianamente),  non più la gelosia fra le due donne o il rancore del ragazzo verso di loro ma un avvicinamento fra tre esseri umani che gli eventi della vita hanno finito per legare.

Il film fornisce un contributo importante di denuncia di questa pratica; peccato che la sceneggiatura utilizzi troppo spesso espedienti esterni per far avanzare la storia (entrambe le donne perdono il marito molto presto, Margherita si ammala di tumore, malattia che la spinge a una drammatica decisione, salvo poi guarire e avere così la possibilità di conoscere Lauro).

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DETROIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 12:22
Titolo Originale: Detroit
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: HARPERS FERRY, PAGE 1 PRODUCTION
Durata: 142
Interpreti: John Boyega, Jack Raynor, Anthony Mackie, Hannah Murray

Nel 1967 le tensioni razziali nella città di Detroit finiscono per esplodere in una rivolta che attraversa le strade della città. Di fronte alla violenza della polizia esplodono i disordini in cui centinaia di persone vengono ferite e arrestate. In una notte, presso il motel Algiers, si consuma la violenza della polizia nei confronti di un gruppo di afroamericani sospettati di aver sparato contro le forze di polizia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La Bigelow non cerca nemmeno di trovare un “senso” a questo abuso istituzionalizzato, di fronte al quale le altre forze di polizia preferiscono voltare la testa e le vittime possono solo subire, precipitando in un incubo sempre peggiore.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza protratta ed esplicita, nudo e turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Grazie anche alle interpretazioni eccezionali di un gruppo di attori variegato e coerente, la regista premio Oscar Kathryn Bigelow riesce a restituirci il senso di una tragedia imminente e inevitabile, facendoci sentire la paura, il sudore e il sangue
Testo Breve:

Il premio Oscar Kathryn Bigelow ricostruisce un. doloroso caso di violenza razziale accaduto a Detroiy nel 1967. Ottima regia e attori molto bravi 

L’ultima fatica del premio Oscar Kathryn Bigelow e del suo sceneggiatore di fiducia Mark Boal è un durissimo apologo sulla violenza razziale che porta gli spettatori all’interno di un episodio avvenuto durante i disordini di Detroit del 1967 che costò la vita a tre afroamericani.

La regista traccia in modo breve ma efficace, con un misto di materiali di repertorio, animazione e ricreazione drammatica, lo sfondo storico degli avvenimenti (un raid della polizia in un locale per neri dove si vendeva illegalmente alcol scatena le proteste degli abitanti del quartiere e, in un’escalation di violenza cieca, si trasforma in guerriglia urbana che insanguina per giorni la città), per poi concentrare lo sguardo su un episodio particolare.

Nel backstage di un teatro dove si esibiscono gruppi di colore pop-soul, ad attendere il loro turno per salire sul palco e conquistarsi la fama, ci sono i Dramatics, ma quando il loro momento sembra giunto lo spettacolo viene sospeso causa disordini.

È così che il leader del gruppo, Larry Reed, e il suo manager e amico, finiscono per strada e decidono di passare la notte all’Algiers Motel.

Qui all’apparenza la violenza sembra lontana, anche se la Guardia Nazionale pattuglia le strade a pochi isolati e i due ragazzi possano tentare un flirt con due ragazze bianche originarie dell’Ohio, mentre poche strade più in là Melvin Dismukes, una guardia giurata di colore dalle solide convinzioni e dal profilo basso, cerca di passare la notte senza problemi.

Ma basta qualche colpo di una pistola giocattolo, sparato per gioco e provocazione contro i militari, a scatenare la violenza. Un terzetto di poliziotti, capitanati da un folle razzista, prende in ostaggio gli ospiti dell’hotel e li sottopone a un interrogatorio brutale e spietato, che alterna pestaggi, minacce, finte esecuzioni e infine anche l’omicidio.

La violenza è la reazione ottusa di fronte a un “altro” che può solo essere inferiore e nemico. A nulla vale il tentativo di mediazione di Dismukes, che cerca di placare gli animi. Anche lui, come gli altri, si ritrova nel ruolo di vittima e di complice obbligato se vuole in qualche modo salvare la pelle.

La Bigelow non cerca nemmeno di trovare un “senso” a questo abuso istituzionalizzato, di fronte al quale le altre forze di polizia preferiscono voltare la testa e le vittime possono solo subire precipitando in un incubo sempre peggiore.

La regia segue l’evolversi degli eventi in modo claustrofobico, restituendoci il senso di tragedia imminente e inevitabile, facendoci sentire la paura, il sudore e il sangue grazie anche alle interpretazioni eccezionali di un gruppo di attori variegato e coerente.

Da questa notte di orrore si esce con l’impressione che il conto avrebbe potuto essere anche più alto, e senza una vera possibilità di catarsi o redenzione. Il nero Dismukes, in un tragico paradosso, si ritrova accanto ai poliziotti assassini come colpevole designato solo perché portava con sé un’arma. Al processo, nonostante le testimonianze, nessuno pagherà per i morti.

La terribile forza del film della Bigelow sta proprio nel rifiutare il parziale sollievo che una giustizia postuma avrebbe potuto dare di fronte a una vicenda così tremenda. Si resta invece con l’amaro in bocca e l’impressione che quello che ci è passato davanti agli occhi possa accadere ancora e ancora, che, in una società che non sa affrontare fino in fondo né le ragioni dei conflitti né quelle della riconciliazione, nessun nodo sia in realtà stato risolto

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BIG SICK

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/17/2017 - 17:55
Titolo Originale: The Big Sick
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Michael Showalter
Sceneggiatura: Kumail Nanjiani, Emily Gordon
Produzione: APATOW COMPANY, FILMNATION ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON STORY INK
Durata: 120
Interpreti: Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Vella Lovell

Chicago. Kumail, immigrato pakistano, lavora come autista di Uber e si esibisce in un locale di stand-up comedy. Proprio qui incontra Emily, studentessa di psicologia, con la quale nasce una relazione. La famiglia di Kumail però vuole per lui un matrimonio con una ragazza pakistana musulmana e per questo propone numerose candidate. Quando Emily scopre la situazione, tutto sembra finire, finché non irrompe una malattia che costringe la ragazza a rimanere in coma diverse settimane. Kumail rimane al suo fianco, sfidando l’iniziale diffidenza dei “suoceri” e mettendo a rischio la carriera di comico e soprattutto il rapporto con la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista scopre che mentire non paga perché in questo modo non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcune scene con leggeri riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Il film si muove abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari. Peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo.
Testo Breve:

Kumail è un immigrato pakistano, Emily una studentessa americana. Si innamorano ma la  famiglia di lui vuole combinare per il figlio un matrimonio con una ragazza pakistana e musulmana. Una storia romantica e spesso divertente che però non approfondisce la relazione fra i due protagonisti

The Big Sick è una commedia romantica ispirata alla vera storia dei due sceneggiatori del film: Kumail Nanjiani, che nel film interpreta se stesso, e Emily Gordon. Il nucleo narrativo è una storia d’amore tra due persone di cultura diversa, pakistana e americana, che arriva a sfidare i pregiudizi delle famiglie d’origine, in particolare quella di Kumail.

Il ragazzo, di nascosto dalla famiglia, non segue più le regole di casa, non prega come dovrebbe. Non accetta l’idea di un matrimonio combinato ma nasconde i suoi sentimenti per Emily, perché la famiglia lo disconoscerebbe se scoprisse che frequenta una ragazza occidentale. E così, Kumail mente con tutti. Quando Emily però scopre l’esistenza delle aspiranti mogli e Kumail ammette di non voler perdere la sua famiglia, tutto sembra finire. A riaprire la partita è un’infezione misteriosa che colpisce Emily. Kumail, volendo starle accanto, si trova a contatto con i genitori della ragazza e si rende conto di quanto lei sia stata invece sincera con loro. Questi conoscono davvero la figlia e vorrebbero allontanare Kumail, che l’ha ferita. Ma l’affetto sincero dimostrato dal ragazzo li porta ad accettare la sua presenza ostinata e ad accoglierlo.

Kumail deve però imparare a essere altrettanto sincero con i suoi famigliari e più l’infezione di Emily si aggrava più la paura di perderla lo costringe a rivelare quel che c’è nel suo cuore.

Il film ci racconta tutto questo muovendosi abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari.

Dispiace un po’ che nella storia tra Kumail e Emily, soprattutto nello sviluppo precedente alla scoperta della malattia, non emergano le ragioni profonde del loro legame. Si parte dall’attrazione fisica e dal rapporto giocoso tra i due e si giunge in fretta alla dichiarazione reciproca dei sentimenti, senza l’evidenza di come siano davvero rimasti sopraffatti l’uno dall’altra. Così il coinvolgimento emotivo arriva soltanto quando Emily è in pericolo di vita. Anche la carriera di Kumail non è sfruttata fino in fondo. Per amore di Emily, Kumail rischia di fallire come comico, pertanto alcune svolte avrebbero avuto bisogno di una sottolineatura.

È un peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo. Se, come sostiene Kumail, alcune regole non sono più sentite e vissute da lui, sarebbe stato utile vedere cosa invece muove il protagonista nel rapporto con Emily. Avrebbe reso più forte il momento in cui finalmente si mostra con sincerità.

Questa infatti è la chiave che gli permetterà una reale vicinanza con i genitori, anche quando sembrerà provocare un allontanamento. Mentendo, Kumail non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari. La sincerità apre invece il confronto e la possibilità che una strada diversa da quella pretesa da altri possa essere in qualche modo accolta.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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