Dramma

IL GIOVANE KARL MARX

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 10:36
Titolo Originale: Le jeune Karl Marx
Paese: FRANCIA, GERMANIA, BELGIO
Anno: 2017
Regia: Raoul Peck
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Raoul Peck
Produzione: AGAT FILMS & CIE, VELVET FILM, IN COPRODUZIONE CON BENNY DRECHSEL PER ROHFILM, PATRICK QUINET
Durata: 112
Interpreti: August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Hannah Steele, Olivier Gourmet

Nel 1843, il giovane Karl Marx, giornalista e scrittore, è costretto a lasciare la Germania e si rifugia a Parigi assieme a sua moglie Jenny. Qui conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, figlio di un ricco industriale di Brema e tra di loro si stabilisce una salda unità d’intenti che ha l’obiettivo di costituire una base ideologica solida per le nascenti organizzazioni che cercano di sostenere le classi operaie d’Europa che vengono sfruttate in quel tumultuoso periodo della prima industrializzazione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ha compiuto un lavoro onesto, di valore didattico, sulla ricostruzione della formazione del partito comunista, riuscendo anche ad accennare alle conseguenze nefaste di una impostazione materialista della vita
Pubblico 
Adolescenti
Si può avere un Interesse scolastico per questo film a partire dagli adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce a ricostruire con efficacia didattica il progresso delle idee comuniste a metà ottocento: è meno dettagliato nel disegnare le tensioni della società del tempo e nell’approfondire la vita privata e sentimentale dei due protagonisti
Testo Breve:

Scrupolosa ricostruzione del successo di Karl Marx (assieme a Friedrich Engels ) nel far prevalere le sue idee all’interno dei movimenti comunisti sorti ai tempi della rivoluzione industriale. Poco approfondito il ritratto della società del tempo e dei legami affettivi dei giovani protagonisti

Apparso solo come personaggio secondario in qualche sceneggiato, Karl Marx diventa il protagonista in questo film del regista tahitiano Raoul Peck, nel bicentenario della sua nascita. Peck ci presenta un Marx giovane, innamorato della moglie Jenny, di nobili origini, con la quale condivide gli stessi ideali e assieme, nonostante i due figli, si spostano continuamente per le capitali europee, inseguiti dalla polizia dei regimi assolutistici del tempo. Appare ben presto chiaro come la vita privata del pensatore sia solo un subplot di alleggerimento, rispetto all’interesse primario del regista, che è quello di seguire la progressiva conquista da parte di Marx, con le sue idee, dei principali movimenti del tempo fautori di una rivoluzione a favore della classe operaia e lo fa con una ricostruzione rigorosa dei tempi e degli avvenimenti  che accaddero realmente.

Ecco quindi Marx al Rheinishe Zeitung nel 1843 che litiga con i suoi colleghi giornalisti,  appartenenti al movimento dei giovani hegeliani perché secondo lui parlano solo di vaghi aneliti alla rivoluzione senza il sostegno di una base solida di principi ispiratori. Bauer (hegeliano di destra) gli risponde che é un arrogante e in effetti Marx non risulterà molto simpatico, anche a noi, per tutto il film. Lo vediamo impegnato a discutere con i massimi pensatori di sinistra del tempo e lui è abile a dare colpi di fioretto, punzecchiature argute e pungenti, secondo i modi tipici di un intellettuale ma alla fine la conclusione è una sola: lui è l’unico ad aver ragione mentre gli altri sono solo dei teorici velleitari.

Il regista riproduce con rigore l’incontro-scontro che avvenne a Bruxelles nel 1846 fra Marx, fiancheggiato dall’amico Engels, e Weitling, l’ideologo della Lega dei Giusti, che proponeva una sollevazione generalizzata del proletariato per abbattere la tirannia borghese (il dialogo riproduce con fedeltà quanto annotato dal russo Pavel Annekov, che fu presente alla riunione). Mark risponde accusandolo di velleitarismo pericoloso, perché sollevare i lavoratori senza le basi di una dottrina solida, sarebbe stato disonesto. Marx fronteggia anche Prudhon, verso il quale ha un atteggiamento di rispetto (di vent’anni più vecchio, si era ormai guadagnato fama e rispetto) ma anche con lui non riesce a trovare un accordo non condividendo il suo approccio anarchico e idelista, che non tiene conto delle forze in campo. Si arriva così al  1° giugno 1847, quando al congresso londinese della Lega dei Giusti, viene scelto un nuovo nome: Lega dei Comunisti. Marx riesce così a spostare i membri della Lega, la più importante organizzazione multinazionale di lavoratori del tempo, da una visione di giustizia e di uguaglianza universale al brutale concetto di lotta di classe, vista come unica soluzione realistica per il riscatto dei lavoratori. La guida dottrinale, necessaria a dare l’inquadramento teorico necessario a dare lucidità d’azione ai comunisti europei viene pubblicata nel 1848, con il nome di: Manifesto del Partito Comunista. Marx aveva 29 anni. Qui si ferma il racconto del film, un momento prima  dell’inizio, lo stesso anno, di quella  rivoluzione che sconvolgerà tutta l’Europa.

Se il film è rigoroso nella ricostruzione dei incontri, delle riunioni che portarono Marx ad avere il primato delle idee rispetto alle altre correnti di ispirazione comunista, è più  frettoloso nel tratteggiare la situazione dei lavoratori del tempo (vi sono brevi sequenze di operai che lavorano nelle fabbriche) e la classe degli industriali è tipizzata grossolanamente: sono tutti carnefici senz’anima, che riconoscono lecito far lavorare anche i bambini di giorno e di notte.

Il regista è stato invece onesto nel tratteggiare anche i risvolti più fanatici della rivoluzione materialista. In un colloquio con Jenny, Mary, la donna che vive con Engels, ritiene del tutto naturale non desiderare avere figli perché vuole essere libera di combattere; se Friedrich vorrà dei figli, potrà procurarglieli la sorella stessa di Mary, che ormai ha già 16 anni.

Anche lo stesso Prudhon, nell’allontanarsi dalle posizioni di Marx, gli da’ un avvertimento che risulta particolarmente profetico, sia pur nella sua visione atea: “non fate come Lutero che dopo aver distrutto i dogmi cattolici, ha istituito una religione ancora più  intollerante”

Occorre attendere il 1891 per la pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII e molti altri decenni ancora, prima che il comunismo reale finisca per mostrare il suo vero volto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 06:55
Titolo Originale: The Florida Project
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Sean Baker
Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch
Produzione: JUNE PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON CRE FILMS, FREESTYLE PICTURES COMPANY
Durata: 111
Interpreti: Brooklynn Prince, Willem Dafoe, Bria Vinaite, Christopher Rivera, Valeria Cotto, Josie Olivo, Mela Murder

Moonee, sei anni, vive con la madre al Magic Castle, un motel di bassa categoria tutto viola, a Orlando, ai margini di Disneyworld e della società. Nonostante il degrado che la circonda, la piccola trascorre allegramente l’estate in compagnia degli amici Scootey e Jancey. La giovane madre Halley, senza marito né compagno che l’aiuti a crescere la figlia, cerca di sbarcare il lunario arrabattandosi come può, mentre Bobby, il direttore del motel, aspetta pazientemente il pagamento mensile dell’affitto. Finché un giorno la donna decide di risolvere i propri problemi economici accogliendo nella propria stanza uomini disposti a pagare per le sue prestazioni sessuali. La novità non passerà inosservata ai vicini e agli assistenti sociali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sean Baker, con grande sensibilità, apre uno squarcio su una realtà fortemente disagiata, dove mancano la bellezza, la cultura e una progettualità educativa che vada oltre il mero aiuto pragmatico e immediato dell’assistenzialismo sociale e lo fa ponendosi all’altezza dei bambini protagonisti del suo film
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, riferimenti sessuali, uso di droghe leggere, scene violente.
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha saputo raccontarci l’inesauribile gioia di vivere che scaturisce dall’essere bambini, in contrasto con lo squallore umano di cui sono circondati. William Dafoe ha ottenuto per questo film una nomination agli Oscar 2018 come miglior attore non protagonista
Testo Breve:

Una madre sigle cerca di sbarcare il lunario anche con metodi non leciti, mentre la figlia è abbandonata a se stessa e gioca con altri compagni nei pressi della mitica Disneyland. Un quadro di squallore umano e materiale tratteggiato con grande sensibilità

Un sogno chiamato Florida, per una precisa scelta stilistica del regista indipendente Sean Baker e del suo direttore della fotografia Alexis Zabé, è girato quasi come un documentario e ad altezza di bambino. Lo spettatore è incluso così nelle giornate della piccola Moonee, che scorrono lente e placide, ma senza mai un attimo di noia. 

Moonee ha una madre giovanissima, Halley, molto permissiva. La donna, capelli verdi e corpo ricoperto di colorati tatuaggi, non la rimprovera mai, neanche quando la piccola dice le parolacce o si diverte a sputare sulle macchine altrui, insieme ai suoi amici Scootey e Dicky. Halley cerca di non far pesare alla figlia i propri problemi economici e trasforma ogni occasione in un momento divertente da vivere insieme, come quando fermano dei clienti fuori da alcuni hotel di lusso per smerciare abusivamente dei profumi contraffatti.

Mooene sembra non accorgersi del degrado e della mancanza di bellezza che circonda il piccolo mondo in cui vive e con un po’ di furbizia e di fantasia, ogni giorno diventa un’avventura da condividere in compagnia. La prima parte del film è proprio una concatenazione di piccoli momenti, quasi slegati tra loro, tra scherzi agli adulti, gelati elemosinati, incendi appiccati in vecchie case abbandonate. Moonee non conosce regole, né educazione, non avendo alcun esempio dalla madre. La sua vita, ai margini di ampi stradoni, è in contrasto con quella incantata di Disneyworld, distante pochi metri. È il paradosso statunitense, costituito da netti contrasti: dietro il mondo finto destinato a famigliole felici e costruito a misura di bambino, si nasconde un mondo drammaticamente reale, dove i bambini giocano in strada e mangiano junk food sopra un letto costantemente sfatto, guardando per ore la televisione, in compagnia di mamme single o giovani nonne rimaste a occuparsi della loro educazione.

Bobby, direttore del motel, interpretato da William Dafoe che per questo ruolo ha ottenuto una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista, è forse il personaggio adulto più umano di questo universo variopinto e surreale, costituito da famiglie mono-genitoriali e sole, in cui si fa fatica a sbarcare il lunario.

Sean Baker apre uno squarcio su una realtà fortemente disagiata, dove mancano la bellezza, la cultura e una progettualità educativa che vada oltre il mero aiuto pragmatico e immediato dell’assistenzialismo sociale e lo fa ponendosi all’altezza dei bambini protagonisti del suo film.

Tra atmosfere oniriche, scene improvvisate e altre girate con il cellulare, Un sogno chiamato Florida restituisce il sapore dei film sperimentali del passato, tra denuncia politica e un briciolo di speranza, qui affidata esclusivamente agli occhi dell’infanzia.  Anche quando tutto sembra perduto, come nella scena finale, sono i bambini, con il loro sguardo aperto al mondo della fantasia e dell’evasione, a trovare una via di fuga al dolore arrecato dal mondo adulto.

Resta da chiedersi però che adulti diventeranno loro stessi, senza validi punti di riferimento.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA TUNICA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 08:13
 
Titolo Originale: The Robe
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Henry Koster
Sceneggiatura: Gina Kaus, Albert Maltz, Philip Dunne
Produzione: TWENTIETH CENTURY-FOX
Durata: 135
Interpreti: Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Jay Robinson

Il tribuno Marcello Gallio ama godersi la vita, con il vino e le belle donne. Il suo atteggiamento sfrontato finisce per metterlo in contrasto con Caligola, il figlio dell’imperatore Tiberio e per punizione viene spedito in Giudea. Qui riceve l’incarico di crocifiggere sul Golgota tre malfattori, fra cui anche un certo Gesù, proclamato il Messia. Marcello gioca tranquillamente a dati mentre i tre sono in agonia e vince la tunica di Gesù. Gli basta però mettersela sulle spalle per sentirsi come folgorato. Da quel momento non ha pace anche quando ormai è tornato a Roma. Su consiglio dello stesso imperatore Tiberio, si reca di nuovo in Giudea per ricercare la tunica e distruggerla e annullare così il suo influsso malefico. Nella ricerca incontra Pietro e altri cristiani che hanno conosciuto Gesù fra cui Miriam, che gli parla della bellezza del Suo messaggio. Marcello, ormai guarito, si converte alla nuova religione ma, tornato a Roma, viene a sapere che il nuovo imperatore, Caligola, è sulle sue tracce perché, come cristiano, lo considera un traditore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tribuno romano, convertitosi al cristianesimo, sa coraggiosamente affrontare le conseguenze della sua scelta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grosso impegno tecnologico per l’epoca, primo film in Cinemascope ma la recitazione di quasi tutti i protagonisti è modesta
Testo Breve:

Grande successo di pubblico nel 1953, corso a vedere la conversione al cristianesimo del Tribuno Marcello e il primo film realizzato in Cinemascope  

“Chi sei tu?” -domanda Marcello a un uomo che gli ha raccontato che Gesù è stato tradito proprio da uno dei suoi discepoli,“perché gli uomini inseguono la verità e quando la trovano la ripudiano... e dubitano, dubitano..”. L’uomo risponde: “Sono Giuda!” e subito dopo un forte rombo di tuono si fa sentire, mentre i lampi squarciano il cielo. Questa e altre situazioni un po’ teatrali si susseguono in questo film del 1953, il primo realizzato in Cinemascope, l’arma segreta inventata dagli Studios di Hollywood per contrastare l’avanzata della televisione, un anno dopo che era stato lanciato anche il Cinerama, senza molto successo. In effetti lo slogan per la promozione del film fu singolare: “il miracolo moderno che puoi vedere senza occhiali” ma in fondo fa piacere pensare che appena si sviluppa una nuova tecnologia (com’era accaduto ai primi tempi del cinema muto) gli autori pensano subito che possa essere utile per raccontare la storia di Gesù.

A dire il vero a quell’epoca le sale attrezzate per il Cinemascope erano veramente poche e le riprese vennero fatte anche nel formato standard; lo si nota dal fatto che l’evento principale di ogni sequenza é stato posto sempre al centro dell’inquadratura, per consentire il taglio dei bordi laterali.

Il film ebbe comunque quell’anno un enorme successo e arrivò secondo negli incassi solo a Peter Pan.

Il racconto è diviso nettamente in due parti: la prima serve a farci conoscere il Tribuno Marcello, la sua ragazza Diana, conosciuta fin dall’infanzia, il suo schiavo Demetrio, suo padre di nobile famiglia, che auspica che metta finalmente la testa a posto e il primo soggiorno in Giudea, dove non sembra abbia cambiato le sue abitudini dissolute. In questa prima parte il rapporto con la nuova fede è semplicisticamente miracolistico: Demetrio incrocia lo sguardo di Cristo mentre sta salendo il Calvario ed è quanto basta per decidere di seguirlo; Marcello, al solo toccare la tunica, ne resta come folgorato.
La seconda parte è meglio costruita: Marcello si trova a Cana e inizia progressivamente a conoscere la comunità cristiana, il loro reciproco volersi bene, il loro essere generosi con gli altri, inizia la sua presa di coscienza e la sua progressiva conversione. Determinante è la conversazione fra Marcello e Miriam: si contrappongono due visioni della vita: lei gli prospetta l’invito di Gesù, a costruire un novo mondo con l’amore mentre lui ribatte che un nuovo mondo si può costruire solo con la forza. Nel film non c’è alcun cenno a una eventuale responsabilità per la morte di Gesù da parte degli ebrei del tempo (forse i produttori avevano fatto tesoro ci quanto era accaduto al film  Il re dei re  di Cecil De Mille, che fu boicottato dalla comunità ebraica) ma viene imputata interamente ai romani e in più di un dialogo si stabilisce la contrapposizione fra un impero basato sulla forza e la schiavitù dei popoli vinti e il nuovo messaggio di amore del Messia, a cui si aggiunge una istanza, forse troppo moderna e molto americana, di libertà.  Sono significative le parole dell’Imperatore Tiberio, quando viene informato della diffusione del cristianesimo, che viene considerato opera di un gruppo di maghi: “Magia? Stolto, che magia?! È un pericolo più grave di qualsiasi magia possa concepire la vostra superstizione! È un desiderio di libertà dell'uomo. È la più grande di tutte le follie!”.

Il protagonista è Richard Burton in una delle performance, per sua stessa dichiarazione, fra le più infelici.

Sia quando deve fare la parte dell’ubriacone gaudente che quando ormai si è convertito, mantiene un’espressione sempre triste e poco convinta. Migliore quella di Victor Mature nella parte dello schiavo Demetrio e della sempre melanconica Jean Simmons. Segno dei tempi è la recitazione di Jay Robinson che deve recitare la parte del cattivo Caligola. La corporatura è mingherlina, la postura è sempre contorta, una pessima caricatura (a quell’epoca, purtroppo, succedeva anche questo) di una persona omosessuale.

La ricostruzione dei munifici palazzi imperiali è sontuosa e accurata anche se, con lo sguardo maliziato dello spettatore moderno, ci accorgiamo che anche gli esterni sono realizzati negli studios, dove il fondale è sempre disegnato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

TONYA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 07:51
Titolo Originale: I, Tonya
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Craig Gillespi
Sceneggiatura: Steven Rogers
Produzione: AI-FILM, CLUBHOUSE PICTURES, LUCKYCHAP ENTERTAINMENT
Durata: 121
Interpreti: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney

Cresciuta da una madre esigente e anaffettiva, Tonya Harding tenta il riscatto attraverso il pattinaggio artistico, ma il suo carattere spigoloso e l’incapacità di adattarsi alle regole di un mondo fatto di apparenze le impediscono di arrivare sul gradino più alto del podio. Anche la sua vita privata è problematica, soprattutto quando, per sfuggire alla pressione materna, decide di sposare un uomo che la picchia… Ma l’ultimo e più noto capitolo della sua storia è quello legato all’aggressione alla collega Nancy Carrigan, nel 1994, alla vigilia dei Giochi Olimpici, di cui viene considerata mandante. Ma qual è la verità su Tonya?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre ritiene giusto spronare sua figlia fino alla crudeltà purché diventi una campionessa, un rapporto malato e violento fra un uomo e una donna, la tentazione di eliminare la rivale nello sport con un atto criminale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo; rapporti coniugali impostati sulla violenza; cospirazione per eliminare con la violenza una rivale nello sport
Giudizio Artistico 
 
Strepitosa interpretazione di Margot Robbie; premio Oscar 2018 come miglior attrice non protagonista a Allison Janney; il regista Gillespie dà ritmo, profondità e originalità a una storia avvincente di fragilità umana
Testo Breve:

La biografia di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico poi accusata di aggressione a una sua rivale. Un racconto avvincente che fa empatizzare con un essere umano imperfetto, che sa essere cattivo ma che si fa anche ammirare per la sua perseveranza e il suo talento.

Qual è la verità della vita di una persona? Quella che ci racconta lei? Quella di chi le sta vicino? Quella riportata dai giornali?

Interpretato e prodotto dalla talentuosa Margot Robbie, I, Tonya  è una biografia anomala, sorprendente, ma profonda che trova una modalità espressiva singolare, ma efficacissima per raccontare una cattiva (così venne dipinta Tonya Harding da tutta la stampa all’indomani dell’aggressione che avrebbe segnato la sua vita), decostruendo e ricostruendone la psicologia e la vicenda umana con un piglio che è quello del mockumentary (con tanto di “interviste” ricostruite ma verissime), ma senza perdere la capacità di coinvolgere ed emozionare.

La storia di Tonya, della sua vita da white trash, i suoi disperati tentativi di emergere contro tutto e contro tutti, il suo disperato desiderio di essere amata e accettata, possono prendere spesso i toni della farsa, ma sfidano nonostante tutto il pubblico a empatizzare con questo essere umano imperfetto, la cui cattiveria non ha nulla di grandioso e la cui miseria impariamo ad amare tanto quanto il suo talento.

Il mosaico dei personaggi che circondano la protagonista (talmente surreali che quando scopriamo sui titoli di coda che corrispondono perfettamente ai loro referenti reali l’impatto è notevole) è il perfetto corollario di un sogno americano fatto di mille illusioni e molte ipocrisie, un mondo e una società che ha bisogno di assegnare etichette e dove i trionfi non bastano a garantire la felicità.

Il film di Gillespie ha ritmo, profondità e originalità quanto basta a rendere attuale una vicenda vecchia ormai di vent’anni e la Robbie mette cuore e intelligenza in un personaggio con cui evidentemente simpatizza al di là dei limiti riconosciuti. La descrizione del rapporto tra Tonya e il marito Jeff attraverso i toni di un’ironia dissacrante riesce comunque a far emergere la logica perversa di un amore distruttivo e malato, che nasce come una fuga e si trasforma in una prigione, da cui non si può uscire, perché non si riesce nemmeno a immaginare di poter essere “amata” diversamente.

Brillanti tutti i comprimari, a partire da Allison Janney, nei panni della madre tiranna e sfruttatrice. Godibilissimi i siparietti che coinvolgono il marito di Tonya (Sebastian Stan, bravissimo a dare vulnerabilità, cattiveria e ottusità al suo personaggio) e il suo amico Shawn, artefici della rovina di Tonya, ma divertenti come una coppia di delinquenti usciti da un film dei fratelli di Coen o di Quentin Tarantino.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL SOLE A MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/25/2018 - 20:14
Titolo Originale: Midnight Sun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Eric Kirsten
Produzione: Boies, Schiller Film Group
Durata: 91
Interpreti: Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Suleka Mathew

Una rara malattia costringe la diciassettenne Katie Price ad evitare scrupolosamente l’esposizione alla luce solare. La ragazza vive confinata nella sua stanza, osservando gli altri dalle finestre oscurate, potendo uscire soltanto di notte. Proprio durante un’uscita notturna incontra di persona Charlie, il ragazzo di cui è innamorata da sempre. Tra i due nasce una storia e Katie ha l’occasione di recuperare quello che ha perso negli anni. Ma la sua malattia metterà alla prova questa storia d’amore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amore dona speranza e passione per la vita anche nei casi più difficili ma il modo con cui viene affrontato il tema del fine vita non è pienamente condivisibile
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene con leggeri riferimenti sessuali. Il giudizio in U.S.A. è stato PG-13 perché il tema trattato del fine vita richiede maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Nel film si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero
Testo Breve:

Dopo I passi dell’amore e Colpa delle stelle   un altro film del filone “amore e malattia”: una romatica  storia di amore e compassione che affronta in modo discutibile il tema delicato del fine vita

 

Ispirato ad un film giapponese (Song to the sun, del 2006), Il sole a mezzanotte appartiene al genere “amore e malattia” e racconta le vicende di Katie, affetta da Xeroderma Pigmentoso, che costringe ad evitare le radiazioni solari, causa di danni neurologici fatali per il malato.

Orfana di madre, cresciuta da un padre attento e premuroso, Katie ha condotto un’esistenza diversa da quella dei suoi coetanei. Ha studiato tra le mura domestiche e non ha potuto vivere le normali esperienze di tutti. La sua vita fuori di casa può essere solo notturna ed è prevalentemente legata alla sua passione: esibirsi, cantando e suonando le sue canzoni, nella stazione del piccolo paese. Proprio in una di queste serate Charlie la incontra e si innamora di lei.

Lo sviluppo della storia d’amore in realtà non è davvero soddisfacente. È difficile intuire perché Charlie venga folgorato così velocemente e profondamente da una sconosciuta, tanto da insistere nel volerla re-incontrare dopo una fuga alla Cenerentola di lei. I personaggi sono costretti a rivelarci a parole quello che arrivano a rappresentare l’uno per l’altro e non troviamo corrispondenza nel loro vissuto.

Per Katie la novità del rapporto con Charlie risiederebbe nel non essere guardata, per una volta, a partire dalla sua malattia, un disagio che però non viene adeguatamente presentato come punto dolente per lei. Charlie invece sente di essere stato salvato da Katie. Dopo un incidente e un’operazione chirurgica, la sua carriera di nuotatore è messa a rischio e con essa la sua stessa identità: tutti lo hanno sempre identificato come “quello della piscina” (anche se non abbiamo riscontro di questa opinione in nessun personaggio). Katie è la prima che conosce il “vero Charlie” e a partire da questo, lo sprona a perseverare nella sua passione.

L’incontro con Charlie è per Katie il motore per vivere esperienze mai provate prima, anche se in molti casi il tutto risulta poco credibile (era necessario Charlie perché Katie potesse assistere ad un concerto, vedere una città di notte o passare la serata ad una festa?). Per il resto Katie sembra quasi un personaggio risolto. Rimane in superficie, stranamente, il suo rapporto con la malattia, col fatto che, avendo i giorni contati, non può fare scelte per il futuro come tutti quelli della sua età. Ha sempre la risposta pronta per le paure di Charlie, una saggezza che le viene da non si sa dove. Le domande del compagno non hanno una ricaduta su di lei. Il dramma portato da questa malattia non viene messo in gioco davvero (se non appena in un dialogo del padre con il medico di Katie). La malattia rischia di essere ridotta ad un mero espediente per strappare qualche lacrima, senza che si riesca ad immedesimarsi nella sofferenza dei personaggi.

Nemmeno il ruolo della musica viene sfruttato bene. Le canzoni interpretate da Bella Thorne non incidono particolarmente e il loro ruolo drammaturgico rimane purtroppo superficiale, nonostante siano parte della caratterizzazione di Katie.

Il risultato è un po’ confusionario. Si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL FILO NASCOSTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 21:36
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione: ANNAPURNA PICTURES, FOCUS FEATURES, GHOULARDI FILM COMPAN
Durata: 130
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps

Nella Londra degli anni ’50 Reynolds Woodcock è il sarto delle signore dell’alta società e delle dive. Disegna personalmente i modelli e con uno staff di abili sarte diretto dalla sorella Cyril, realizza quel tipo di vestito che per il pregio dei tessuti, le sue forme classiche da' alle donne che lo indossano quel giusto “distacco” utile a distinguerle dalle altre. In uno dei suoi rari weekend liberi Reynolds, scapolo impenitente, conosce Alma, la cameriera di un bar e resta colpito dalla sua naturale eleganza. Alma a sua volta è affascinata da questo artista sensibile che vive solo del suo lavoro e accetta di seguirlo a Londra per lavorare al suo atelier. Alma si accorge ben presto che Reynolds è un uomo totalmente assorbito dalle sue creazioni e influenzato dalla sorella: non trova lo “spazio emotivo” per innamorarsi. Alma, al contrario, ci tiene a lui e vuole assolutamente trovare un modo per attirarlo a se...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo e una donna, che potrebbero innamorarsi l’uno dell’altra, non pensano di trasformarsi per entrare in una realtà di coppia ma ognuno dei due cerca di assorbire l’altro nel proprio universo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene che potrebbero disturbare i minori ma il tema trattato presenta una certa morbosità
Giudizio Artistico 
 
Daniel Day-Lewis non cessa di stupire per la sua capacità di immersione totale nel personaggio che deve interpretare e Paul Thomas Anderson conferma la sua alta professionalità nel costruire ambienti e situazioni altamente suggestive
Testo Breve:

Nella Londra degli anni ’50, il più richiesto sarto dell’alta società è uno scapolo impenitente ma poi incontra Alma. Un film recitato e diretto molto bene per un cupo thriller psicologico

La recitazione di Daniel Day-Lewis è eccezionale ma quest’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson (Il Petroliere, The Master, Vizio di Forma) non è un film costruito intorno a un protagonista ma un’orchestra polifonica dove ogni strumento sa intervenire al momento giusto. C’è l’ambiente dell’atelier, collocato in un antico palazzo al centro di Londra, popolato da sarte in camice bianco, per lo più non giovani, che cuciono in silenzio, pronte a mettersi rispettosamente in riga quando Reynolds passa a ispezionare le ultime creazioni. Ci sono le principesse e altre signore della società che conta che vengono al suo studio per provarsi i vestiti: sorridono fiduciose al maestro con il quale si è stabilita una sorta di complice intimità e si affidano interamente a colui che saprà valorizzare la loro femminilità. C’è la sorella Cyril, fredda e razionale, che si alimenta, come un parassita, della luce del fratello. C’è la stessa personalità del regista che traspare nel suo utilizzo di uno stile narrativo costruito ad hoc per rappresentare un mondo di gentiluomini e nobildonne inglesi.  Nessuno alza la voce, si riflette sempre prima di rispondere ma vengono spesso usate frasi taglienti come lame. Veniamo infine a Daniel Day-Lewis che secondo quanto da lui stesso dichiarato, dovrebbe chiudere la sua brillante carriera di attore (due premi Oscar) con questa interpretazione. Il suo personaggio esprime grande sensibilità per il bello (e per il mangiare raffinato) ma la sua fragilità emotiva lo spinge a cercare di vivere in un mondo ordinato che replica sempre se stesso. La vicinanza di Alma costituisce per lui un importante aiuto ma al contempo una minaccia per il suo equilibrio, che ruota intorno al lavoro e al ricordo della madre e il film finisce per trasformarsi in un thriller psicologico (giustamente alcuni critici hanno ricordato Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock, dove il cuore del protagonista restava occupato dal ricordo della prima moglie). In perfetta antitesi con le incertezze di lui si trova Alma, incrollabile nella sua volontà di conquistarlo e forse, proprio per questo, finisce per diventare il personaggio meno interessante.

Dopo il giusto apprezzamento delle ambientazioni e dei protagonisti, non resta che commentare la trama. Paradossalmente, è proprio questo l’aspetto meno interessante del film. Non si può parlare di una storia d’amore ma dell’incontro di due debolezze, dove entrambi restano ancorati ai loro limiti caratteriali, senza che nessuno dei due accetti, come effetto del loro incontro, di venire trasformato. Secondo lo schema del confronto dei poteri, com’era stato già avvenuto per i precedenti film di Paul Thomas Anderson, conta solo il risultato del conflitto: c’è chi vince e c’è chi perde.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

A CASA TUTTI BENE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/19/2018 - 20:00
Titolo Originale: A casa tutti bene
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore

Pietro e Alba festeggiano cinquant'anni di matrimonio nell’isola dove hanno deciso di vivere dopo aver lasciato ai figli la gestione del loro ristorante. Per il lieto evento hanno invitato tutti i parenti più stretti. I tre figli: Carlo con la seconda moglie Ginevra, Sara e suo marito Diego e Paolo che è arrivato da solo, piantato in asso dalla moglie a causa di un suo tradimento. Gli affari di cuore non vanno affatto bene per nessuno dei tre: Alba ha avuto la felice idea di invitare anche Elettra, la prima moglie di Carlo, creando continue occasioni di atrito con Ginevra; Sara cerca di mostrarsi allegra e affettuosa verso il marito, perché intuisce che la sta tradendo; Paolo cerca di rompere la sua solitudine riallacciando una relazione con la cugina Isabella, il suo primo amore dell’adolescenza. Alle nozze d’oro è stato invitato anche Riccardo, il parente più povero, assieme alla moglie Luana che è in attesa di un figlio; per lui, pieno di debiti, sarà l’occasione migliore per chiedere ai tre fratelli un lavoro nel ristorante...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Muccino in questo, come nei film precedenti, ribadisce che l’uomo e la donna non sono adatti a una relazione stabile, perché desiderosi solo di riprodurre all'infinito il momento unico e irripetibile dell’innamoramento iniziale
Pubblico 
Maggiorenni
Una rapida sequenza di rapporto sessuale. Riferimenti a rapporti prematrimoniali fra adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Muccino è bravo nel condurre un film corale e nel far recitar bene i molti attori coinvolti ma la sceneggiatura tradisce una certa artificiosità meccanica degli eventi
Testo Breve:

Una coppia invita tutti i parenti alle loro nozze d’oro nell’isola dove abitano ma una tempesta costringe tutti a restare un altro giorno con conseguenze disastrose. Muccino ribadisce la sua poca fiducia nella tenuta dei legami di coppia

Quando uscì L’ultimo bacio,  Muccino fu applaudito per esser riuscito a rappresentare il fenomeno dell’adolescenza prolungata, quella sindrome di Peter Pan di cui sono affetti, ancora a trent’anni, tanti uomini a cui piace vedere il futuro come un libro aperto, ancora tutto da sfogliare. In seguito, con Baciami ancora, aveva fotografato la generazione dei quarantenni  e ancora una volta si è potuto guardare all’opera di Muccino come un interessante studio sociologico: il futuro di questi personaggi era ormai diventato presente e il loro cuore era sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

Ora, con questo A casa tutti bene, carico di personaggi di tutte le età, dagli adolescenti agli ottantenni, sembra quasi di trovarsi di fronte a una Summa di tutto quanto è stato raccontato nei film precedenti ed è inutile parlare di nuovo di approfondite riflessioni sugli uomini e le donne di oggi; ciò che emerge è solo Muccino, regista e sceneggiatote, impegnato in un’opera corale dove egli continua a ribadire la sua filosofia di vita con uno stile narrativo mai variato.

In A casa tutti bene, Paolo e la cugina Isabella si sono allontanati dal gruppo per parlare più intimamente. Entrambi hanno alle spalle dei matrimoni infelici ma preferiscono ricordare quella lontana estate, proprio in quella stessa isola, nella quale si sono dati il primo bacio. “I primi 20 minuti sono quelli dove tu racconti chi sei, su di te, sul tuo passato, tanto pensi di non aver nulla da perdere - riflette Paolo - ma poi i 20 minuti diventano 20 ore, 20 giorni, 20 settimane, 20 mesi, 20 anni; alla fine ti rendi conto di non aver più parlato come allora e ti trovi a sognare segretamente  di voler trovare altri 20 minuti per parlare di te con una sconosciuta...”

Muccino sintetizza definitivamente, in questo colloquio, la costante antropologica che ha sempre fatto da sfondo ai suoi protagonisti: uomini e donne che vivono di quelle emozioni che si possono cogliere solo in un momento magico della propria vita ma poi il momento passa e non resta che cercarlo affannosamente in nuovi incontri. Nei film precedenti in dialoghi non sono molto diversi. In L’ultimo bacio Carlo, prossimo padre, che convive con Giulia, si avvicina interessato alla diciottenne Francesca incontrata a una festa. “Crisi?” gli domanda lei. “Si, crisi –risponde Carlo – non c’è più la passione di una volta”. Anche in quel caso non ci sono un uomo e una donna che progettano il loro futuro e felicemente attendono un figlio ma si vive in funzione di quanto misura il termometro della passione.

Deve essere questo il motivo per cui, alla fine della proiezione di quest’ultimo lavoro, si resta ancora una volta ammirati dalla capacità di Muccino nel costruire un film corale, nel far recitare bene tutti gli attori ma poi il film evapora rapidamente dalla nostra memoria. I protagonisti sono in fondo tutti avatar dietro i quali si cela un’unica personalità, quella del regista e finiscono per apparire poco realistici. Quando, nella seconda parte, esplodono in modo incontrollato i conflitti fra i vari parenti-serpenti, si ha la non gradevole sensazione di assistere agli effetti di una bomba ad orologeria preparata a tavolino dal Muccino sceneggiatore.

I casi di coppie fallite,  di tradimenti  consumati sono veramente troppi in questo film (e quindi sociologicamente poco attendibili, se si considera che i grandi nonni, costruttori di un solida fortuna tramite la gestione di un ristorante, appaiono persone che hanno sempre saputo badare all’essenziale). Per un momento sembra che i due adolescenti costituiscano la speranza per un futuro diverso. “Voglio essere giusto – dice il ragazzo –e non voglio fare la fine di mio padre che se ne è andato via quando avevo un anno”. Ma poi questa illusione sparisce presto: anche la coppia di adolescenti si adegua ai comportamenti degli adulti che la circondano, cercando solo di “cogliere l’attimo”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 20:24
 
Titolo Originale: The 15:17 to Paris
Paese: USA
Anno: 2018
Produzione: MALPASO PRODUCTIONS
Durata: 94
Interpreti: Spencer Stone, Alek Skarlatos, Anthony Sadler

Spencer, Alek e Anthony sono tre ragazzi di Sacramento che si conoscono da quando andavano insieme a scuola. La vita fa loro percorrere strade diverse (sia Spender che Alek si arruolano nell’Esercito) ma restano sempre molto legati e decidono di fare un tour per le capitali d’Europa. Nell’agosto del 2015 si trovano sul treno che da Amsterdam li deve portare a Parigi quando si para davanti a loro un terrorista che armato di fucile mitragliatore, è intenzionato a fare una strage di passeggeri. Con il loro coraggio, la loro preparazione militare, il loro affiatamento, riusciranno a bloccare il terrorista, a soccorrere un ferito e a tranquillizzare i passeggeri. Il presidente Hollande conferirà loro la Legion d’onore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Clint Estwood non esalta solo l’eroismo di un singolo gesto, ma sottolinea che quei momenti hanno una preparazione remota, grazie a una vita impostata ad aiutare gli altri e a esercitare bene la propria professione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena intensa durate l’azione terroristica potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Clint Eastwood percorre nuove strade, sperimentando un cinema verità che risulta efficace solo parzialmente perché trascura di evitare alcuni noiosi punti morti della narrazione
Testo Breve:

Clint Eastwood ricostruisce il gesto eroico dei tre ragazzi americani che riuscirono nel 2015 a bloccare un terrorista che voleva compiere una strage su di un treno. Viene ben risaltato il gesto di questi ragazzi semplici, eroi per un giorno ma lo stile adottato, quello del cinema verità, fallisce parzialmente l’obiettivo

Lincoln, Il ponte delle spie, The Post: sono gli ultimi lavori di Steven Spielberg dove si è impegnato a raccontare alcuni momenti significativi della storia americana nei quali sono stati esaltati i valori fondanti dell’American way of life: l’eguaglianza la giustizia, la libertà.  American Sniper, Sully,  Ore 15,17 – attacco al treno sono gli ultimi lavori di Client Eastwood che sembra voler raggiungere gli stessi obiettivi ma da una diversa prospettiva. Se Spielberg punta a mostrare l’efficacia delle istituzioni portanti americane (in The Post, ovviamente la stampa e la sua libertà di espressione), Eastwood invece esalta il singolo uomo, colto nel suo eroico, civico dovere di salvare o proteggere gli altri. Com’è possibile, sembra domandarsi Eastwood (per spiegarlo a noi) che modeste persone riescano con successo (non nella finzione ma nella realtà) per un solo veloce, cruciale attimo della loro vita, a diventare degli eroi da prima pagina?  Perché, come nel caso di quest’ultimo film, i tre giovani non sono scappati o rifugiati sotto i tavoli come hanno fatto tutti ma hanno affrontato con decisione l’aggressore? La risposta è abbastanza chiara: si tratta di gesti che sono specchio di un’ottima preparazione professionale ma al contempo della volontà di essere utile agli altri, coltivata fin da ragazzi.

Eastwood non cessa di stupire: arrivato al traguardo degli 88 anni, ha voglia ancora di sperimentare, di percorrere strade nuove. Questa volta si è avventurato nel cinema verità: i tre protagonisti sono gli stessi giovani americani che hanno bloccato il terrorista e il film si conclude con la registrazione del discorso del presidente Hollande che li insignisce della Legion d’onore.

Come negli altri film citati, la prodezza dei tre si consuma in pochi minuti (ripresi anche questa volta con grande maestria) ma prima Eastwood si prende tutto il tempo a sviluppare gli antefatti di quel gesto, per farci comprendere come sia stato possibile compierlo con determinazione ma anche con sicurezza e con la giusta preparazione. Anche sotto questo aspetto ci troviamo di fronte a un esperimento: se i protagonisti non sono degli attori ma sono quelli veri, il regista ha voluto far risaltare la verità della storia proprio dalla ordinarietà delle loro vite e dalla banalità dei dialoghi di chi non ha una grande preparazione culturale. Eccoli quindi, da ragazzi un po’ discoli, venir spesso richiamati dal preside della scuola per ricevere una ramanzina, giocare a far la guerra con pistole giocattolo Poi da grandi concedersi, di nuovo tutti insieme un giro per le capitali d’Europa. E’ proprio in questa parte centrale del film, molto lunga, che l’esperimento del “cinema verità” mostra i suoi limiti. I tre che lanciano esclamazioni di meraviglia davanti al Colosseo, prendono un gelato a Venezia sottolineando quanto è buono e davanti ai cavalli di San Marco uno di loro osserva che per la fame se ne mangerebbe uno, segna il limite fra l’esigenza di ricostruire fin troppo rigorosamente quello che tre ragazzotti della provincia americana possono aver veramente detto e le minime esigenze di spettacolo che uno spettatore si può aspettare. Siamo abituati dal nostro, vincitore di due premi Oscar, a un ritmo e a un’economia delle sequenze impeccabile e suona troppo strano questo eccesso di momenti di ordinaria banalità.

Occorre aggiungere che la stessa esigenza di verità viene falsata proprio per un certo, comprensibile pudore con il quale i tre hanno ricostruito la loro storia. Quando passano una serata  ad Amsterdam in una sala da ballo, quando si incontrano con delle ragazze, probabile preludio di un’intesa, si sono divertiti? Si stanno innamorando? Non ci è dato saperlo : Clint ha sempre trascurato le relazioni amorose. Che cosa accomuna veramente i tre giovani, oltre alla passione per le armi? Gli aspetti psicologici non vengono approfonditi.

Emerge chiaramente, anche in questo film l’americano ideale per Clint Eastwood: come il Chris Kyle di American Sniper, Spencer va in chiesa e sa maneggiare le armi ma soprattutto vuole dedicare la sua vita ad aiutare gli altri. Per riuscirci si arruola nell’esercito; dotato di buona volontà ma non adatto agli studi, finisce per fallire i suoi obiettivi principali, accettando infine di specializzarsi nel soccorso dei feriti. Ma sarà proprio la sua preparazione che gli consentirà, prima di bloccare il terrorista e poi di evitare che un passeggero ferito muoia dissanguato perché lui sapeva esattamente cosa c’era da fare in quelle circostanze

E’ troppo ipotizzare che Clint abbia voluto rappresentarsi l’azione della Provvidenza ma in effetti il fatto che alla fine dell’avventura, Spencer senta la necessità di pregare come quando era piccolo: “O Signore, fa' di me uno strumento della tua Pace: Dove è odio, fa' ch'io porti l'Amore. Dove è offesa, ch'io porti il Perdono. Dove è discordia, ch'io porti l'Unione. …. Poiché Dando, si riceve; Perdonando, si è perdonati; Morendo, si resuscita a Vita Eterna”, è sempre un bel modo per finire il film

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE POST

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 09:35
 
Titolo Originale: The Post
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Liz Hannah e Joel Singer
Produzione: MBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS, PASCAL PICTURES, STAR THROWER ENTERTAINMENT
Durata: 118
Interpreti: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Carrie Coon, Bradley Whitford, Tracy Letts, Mathew Rhys, Alison Brie, Bruce Greenwood

Mentre l’esercito americano si trascina in una guerra, quella del Vietnam, impossibile da vincere, un consulente del Ministero della Difesa passa alla stampa un carteggio che prova la cattiva fede delle ultime amministrazioni (democratiche e repubblicane) rispetto alla vicenda. Dopo un primo affondo da parte del New York Times, sarà il Washington Post della solo apparentemente fragile editrice Katherine Graham a guidare la battaglia per la libertà di stampa contro gli insabbiamenti del governo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si inserisce molto bene nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane, in questo caso un inno alla vocazione democratica della stampa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Spielberg ha impostato un racconto con una struttura abbastanza classica e Meryl Streep ha la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi
Testo Breve:

Nel periodo della guerra del Vietnam, il Washington Post decide di pubblicare un carteggio riservato che mostra come le ultime amministrazioni non abbiano detto la verità sulla gravità della situazione. Un’altra grande storia di Spielberg di coraggio civile

Si presenta come una sorta di prequel delle vicende narrate in Tutti gli uomini del presidente (lo scandalo Watergate è citato nell’ultima sequenza) l’ultimo lavoro di Steven Spielberg, che ben si inserisce nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane. La battaglia contro un governo ottuso e prevaricatore (che in molti hanno voluto vedere come una metafora della “resistenza” hollywoodiana contro l’amministrazione Trump) è presentata con una struttura abbastanza classica, un tripudio di personaggi più o meno riconoscibili (ma dove non arriva il dettaglio della scrittura ci pensa la buona volontà di una miriade di volti noti…) e una seconda parte decisamente più avvincente della prima.

L’inizio del film, infatti, mentre lo scandalo dei Pentagon Papers monta sotto traccia a partire dalla prima scena, si addentra piuttosto nelle vicende amministrative del Washington Post, all’epoca un quotidiano di secondo piano alla prese con un rifinanziamento tramite vendita di azioni, una mossa necessaria dopo un periodo di relativa crisi dovuto al suicidio del brillante editore. A guidare la baracca è rimasta la di lui vedova, Katherine (Meryl Streep), un personaggio che, in maniera anomala, diventa decisivo nella storia molto più di quello del direttore interpretato da Tom Hanks o di qualche eroico giornalista.

Questo slittamento di prospettiva in chiave femminista, sottolineato dalla presenza di un paio di reporter donne, in realtà praticamente ininfluenti poi sulla trama, nonché dalla sequenza finale fuori dal tribunale che sancirà la vittoria dei giornali sul Governo (qui, mentre gli uomini si lanciano in comunicati, la Graham silenziosa sfila tra donne che manifestano per la libertà di stampa), è forse anche un omaggio alle polemiche dell’oggi che però regala alla Streep la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi.

La sua Katherine è una donna di casa, che ha vissuto all’ombra di un marito geniale (il giornale era della famiglia di lei ma il padre lo aveva dato in mano al genero) e ora si trova ad affrontare una schiera di uomini sempre pronti a dirle cosa deve fare, si tratti di come gestire un consiglio di amministrazione o stabilire quanto rischiare mettendosi in coda alle rivelazioni del New York Times, per amore della libertà di stampa, sì, ma anche per far guadagnare al Post un ruolo da quotidiano nazionale.

La parte più interessante (e forse meno notata) di questo percorso di emancipazione è in realtà quella iniziale, dove vediamo chiaramente che i dubbi della Graham non vengono solo da ragioni di prudenza, ma anche da conflitti che si potrebbero definire ideologici. Se, infatti, la battaglia dell’oggi è contro la facilmente demonizzabile amministrazione Nixon, lo scandalo invece affonda le sue radici nelle amministrazioni democratiche dei suoi “amici” del circolo dei kennediani…la cattiva coscienza della guerra, infatti, è assolutamente bipartisan.

La pellicola di Spielberg è un solido, benché non sempre egualmente appassionante, inno alla vocazione democratica della stampa, che porta in scena un mondo che oggi sembra lontanissimo. In tempi di wikileaks i giornali che si muovono tra scambi di carte e telefonate sembrano venire (e vengono) da un altro secolo ed è forse anche per questo che Spielberg ha voluto puntare su una linea, quella dell’editrice che scopre la sua vocazione di atipica leader poco amante del palcoscenico, che strizza l’occhio all’oggi svecchiando un impianto per altri versi anche troppo classico

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

MADE IN ITALY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/29/2018 - 14:29
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luciano Ligabue
Sceneggiatura: Luciano Ligabue
Produzione: FANDANGO, ZOO APERTO, RISERVAROSSA, EVENTIDIGITALI FILMS
Durata: 98
Interpreti: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Ettore Nicoletti, Fausto Maria Sciarappa

Riko ha cinquant’anni e una vita che non gli piace più. È stanco di insaccare mortadelle tutti i giorni e il rapporto con sua moglie è ai minimi storici, tra litigi, incomprensioni e tradimenti. Solo nell’amicizia sembra trovare consolazione, in particolare quella con Carnevale, ma anche lì presto lo attendono delusione e sofferenza. Finalmente, una serie di drammatici accadimenti lo costringe a rimettere in discussione l’inerzia della sua esistenza, su cui da tempo si è adagiato. Toccare il fondo però è solo l’occasione per la rinascita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
L’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché sono tantissimi i temi accarezzati e la storia risulta diluita per una sorta di “ingordigia” tematica. Solo nella seconda parte il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni
Testo Breve:

In questo terzo film di Luciano Ligabue con una colonna sonora tutta sua, un italiano qualunque che si era lasciato risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, torna ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese

Dopo circa sedici anni di silenzio cinematografico (Radiofreccia e Da zero a dieci sono ormai autentici cult per un’intera generazione di fan) arriva in sala la terza pellicola di Luciano Ligabue, la prima con la colonna sonora interamente composta dall’autore. Il film è infatti ispirato all’omonimo concept album (uscito nel 2016) del rocker di Correggio, che anche in questo frangente dimostra di essere perfettamente a suo agio dietro alla macchina da presa ma soprattutto di avere sempre tante cose da dire. Forse, in questo caso, anche troppe.

In Made in Italy, infatti, una normale storia d’amore tra due persone normali non è altro che un pretesto - lo si capisce già dal titolo - per tratteggiare un affresco amaro e un po’ polemico della nostra bellissima Italia, che fa leva su tanti bei sentimenti ma è d’altra parte infarcito, in ordine sparso, di luoghi comuni e persino di qualche velata (ma neanche più di tanto) reprimenda moralista al popolo italiano e alla sua classe dirigente. Soprattutto nella prima metà del film, in cui viene presentata la realtà di provincia in cui arrancano i due protagonisti, con le loro relazioni, i loro segreti e le loro sofferenze, sono tantissimi i temi accarezzati, inevitabilmente in modo un po’ superficiale: si parla infatti, in ordine sparso, di articolo 18 e del mondo del lavoro, di spread e di integrazione culturale, di ludopatie e di omosessualità. Tante, troppe cose quindi, con la conseguenza che l’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché la storia risulta diluita per questa sorta di “ingordigia” tematica.

Nella seconda parte però, dal momento in cui la scoperta del tradimento della moglie (Kasia Smutniak) fa esplodere la bolla esistenziale in cui vivono i protagonisti, il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni. È in questa fase che emergono i veri personaggi, fin qui trincerati dietro a sofferenze e paure, e grazie alla bravura degli attori (soprattutto dell’impeccabile Accorsi) capita anche di commuoversi. Emerge infatti prepotente in questa fase, il punto di vista di un uomo a metà del proprio cammino esistenziale, che lasciandosi risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, ha cominciato a dare tutto per scontato. Un uomo che non ha mai fatto scelte ma è sempre andato avanti sui binari che la vita ha scelto per lui.

E allora questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese. Uno sprone ad uscire dal proprio cantuccio, perché a volte allontanarsi è l’unico modo per mettere a fuoco quello che prima avevamo troppo vicino per poterlo capire ed apprezzare. L’unica via, forse, per non accontentarsi e sentirsi veramente a casa.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |