Dramma

17 ANNI (E COME USCIRNE VIVI)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/30/2017 - 09:36
Titolo Originale: The Edge of Seventeen
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kelly Fremon Craig
Sceneggiatura: Kelly Fremon Craig
Produzione: GRACIE FILMS, STX ENTERTAINMENT
Durata: 104
Interpreti: Hailee Steinfeld, Woody Harrelson, Kyra Sedgwick, Haley Lu Richardson,

Nadine ha 17 anni e da quando gli è morto il padre, Krista è diventata la sua amica inseparabile. Ma succede che suo fratello si innamora di Krista e Nadine si sente sola e tradita. La madre ha poco peso su di lei, perché donna fragile alla perenne ricerca di un altro uomo. Trova, se non conforto, almeno la consolazione di potersi confidare con l’insegnante d’italiano prof. Bruner ma il suo opprimente senso di solitudine, il suo sentirsi diversa, rischia di farle fare un pericoloso passo falso….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ogni personaggio può esser considerato una brava persona (non c’è in particolare uso di violenza o di droghe) ma il vuoto assoluto di valori umani (e naturalmente soprannaturali) è mitigato solo da istinti naturali di benevolenza fra familiari e amici
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio continuo; abuso di alcool da parte di minorenni; una diciassettenne convive con il suo ragazzo nella casa di lui con l’acquiescenza dei genitori di entrambi. Il film risulta interessante per quegli adulti che si occupano di tematiche adolescenziali
Giudizio Tecnico 
 
Sceneggiatura arguta che mostra di aver approfondito il mondo dell’adolescenza, buona recitazione, soprattutto da parte di Woody Harrelson
Testo Breve:

Una diciassettenne si sente tradita perché la sua migliore amica si è mesa con suo fratello; un’immersione particolarmente accurata nel mondo dell’adolescenza ma con esibizione di comportamenti diseducativi 

Il film porta a compimento un’analisi della “malattia dell’adolescenza” (in questo caso in versione femminile) particolarmente accurata, che si distacca da tanti film sullo stesso genere.

Sono presenti alcune della “patologie” più tipiche di questa età: il passaggio, spesso doloroso, dal tempo dell’amica del cuore a quello della competizione verso rappresentanti dell’altro sesso; il riempirsi la testa più di fantasia che di realtà; il notevole egocentrismo nella continua ricerca dell’affermazione di sé; la lacerante solitudine che si percepisce quanto tutte hanno il ragazzo e tu no; le pulsioni sessuali che arrivano improvvise, il desiderio di dare un taglio netto con una fuga da tutto e da tutti.

Tutte queste tendenze, che possiamo definire universali, sono però calate, in questo film,  in un contesto molto specifico: la madre di Nadine è fragile, troppo impegnata a cercarsi un altro uomo attraverso appuntamenti via Internet e in generale i genitori dei compagni e compagne di scuola di Nadine sembrano come inesistenti o comunque  ininfluenti sulla loro vita.

Sono adolescenti senza punti di riferimento (un breve accenno della Nadine angosciata a Dio, si conclude con l’affermazione che se esiste, è indifferente ai nostri destini): è sufficiente che la madre si allontani per un weekend perché Nadine e Krista si ubriachino e che quest’ultima vada nel letto del fratello. Nadine è inoltre una ragazza particolare, egocentrica e incapace, almeno per buona parte del film, di comprendere la posizione degli altri. Il suo continuo fuggire da chi in fondo le vuol bene, come la madre, il fratello e Krista, la portano a infilarsi in una situazione particolarmente rischiosa.

Se poi, alla fine, niente di irreparabile succede, ciò è imputabile al riaffiorare, in queste personalità senza formazione umana, di una sorta di legge naturale. Il comprendere che l’esercizio della sessualità non è un puro sport ma va congiunto con un significato affettivo; l’importanza di ritornare, in periodi di crisi, nell’alveo degli affetti familiari, che non posso tradire.

Il film si avvale di dialoghi arguti, anche se spesso farciti di riferimenti sessuali; fra gli attori spicca Woody Harrelson, che ha tratteggiato con intelligenza l’ironico professor Bruner. Il film è pieno di comportamenti diseducativi (ad onor del vero non c’è uso di droga né di violenza) e finisce per essere indirizzato più a un pubblico di adulti che di adolescenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA SCELTA - THE CHOICE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/28/2017 - 12:00
 
Titolo Originale: The Choice
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Bryan Sipe
Sceneggiatura: Bryan Sipe, tratto dall'omonimo romanzo di Nicholas Sparks
Produzione: Nicholas Sparks Productions, The Safran Company
Durata: 111
Interpreti: Benjamin Walker, Teresa Palmer, Alexandra Daddario, Maggie Grace, Tom Welling, Tom Wilkinson

Gabby è una studentessa di medicina che si è da poco traferita nella casa accanto a quella di Travis. I loro primi incontri sono alquanto tempestosi ma in realtà si sono piaciuti fin dall’inizio. Le difficoltà non sono poche: lui è uno scapolo impenitente, lei ha un fidanzato dottore che indirettamente gli potrà garantire una professione piena di soddisfazione.  Ma l’amore che nasce fra loro è proprio quello giusto, quello che dà loro lo slancio per abbandonare la vecchia vita e costruirne una nuova. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film molto positivo sul tema del fine vita ma disinvolto in termini di rapporti prematrimoniali
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni rapporti frettolosamente prematrimoniali non costituicono un buon esempio
Giudizio Tecnico 
 
Il film sviluppa bene la psicologia dei protagonisti, sia nel momento dell’innamoramento che in quello della tragedia. Ben tratteggiati anche i personaggi secondari
Testo Breve:

Un uomo trascorre una vita felice con sua moglie e i suoi figli ma un giorno un incidente automobilistico riduce la donna in coma. All’uomo spetta la responsabilità di una terribile decisione

“Abbiamo parlato di Dio e non è . andata male”-  dice Travis a Gabby la prima sera che si trovano a cenare insieme. Il padre di Travis risulta inoltre particolarmente impegnato nelle attività della parrocchia, dopo che sua moglie è morta tragicamente di cancro.

Amore, eventi drammatici e religione sono i tre ingredienti che in genere caratterizzano i film ricavati dai romanzi di Nicholas Sparks. Sono già undici i film che si sono ispirati ai suoi lavori e questo è il primo realizzato con la sua casa di produzione.  Occorre riconoscere che Nicholas ha creato un genere facilmente riconoscibile. I protagonisti sono sempre giovani con la testa sulle spalle che cercano un amore particolarissimo: quello che dura tutta una vita. e che vedono nel matrimonio l'ambito perfetto nel quale questo loro desiderio trova attuazione. La qualità dei film che si sono ispirati ai suoi romanzi è indubbiamente oscillante ma l’esistenza di un pubblico stabile e nutrito sta a dimostrare che c'é  ancora gente che non si stanca di inseguire questo sogno.

Di amore, anzi innamoramento si parla nella prima parte del film in un contesto particolare: un piccolo centro della Nord Carolina dove tutti si conoscono. Travis lavora come veterinario nella clinica per cani di suo padre, si gode la sua villetta con vista sul mare e un motoscafo con il quale porta in gita gli amici prima di terminare la giornata nel suo giardino, intorno al fuoco di un barbecue. Sparks ha inquadrato il racconto in un contesto di brave persone (sono ben delineati anche i personaggi secondari, come le infermiere, le segretarie, gli amici sempre allegri e gentili).), fra i quali vengono sempre mantenuti rapporti di simpatica cordialità  . Il messaggio dell’autore è chiaro: una piccola comunità si trova nelle condizioni migliori per promuovere cordialità e attenzioni degli uni nei confronti degli altri  e quando, in questo contesto, matura l'amore fra Travis e Gabby, (all’inizio turbolento, perché lui era uno scapolo impenitente, mentre lei aveva già un fidanzato) entrambi possono contare sull’esempio dei rispettivi genitori che costituiscono un sicuro riferimento di unioni stabili.

Nella seconda parte del film interviene la tragedia. Gabby resta in coma per un incidente automobilistico. Lei ha firmato quello che in Italia viene chiamato testamento biologico e dopo i 90 giorni previsti, Travis viene  invitato a concedere l’autorizzazione a sospendere le cure. Lui subito si oppone perché ritiene quel documento valido solo a fronte di malattie incurabili, non di fronte a un incidente automobilistico.

Inizia il tormento di Travis: tutto sembra indirizzarlo verso la decisione più ovvia ma lui non se la sente di assumersi la responsabilità di decretare la morte di sua moglie. E’ questa la parte più vera e intensa del film perché mostra bene come, al di là di tante impostazioni ideologiche, si tratta sempre di decisioni terribili per qualsiasi persona che abbia una coscienza. Non basta esser legalmente a posto per andare contro le leggi del cuore e contro l’istinto primordiale della difesa della vita.

Il film è ben realizzato ma scatenerà inevitabilmente giudizi a priori positivi o negativi di fronte al tema del fine vita, a cui si aggiungeranno inevitabilmente commenti sul finale che appare semplicistico ma che può anche essere vero. Comunque sia, il film invita chiaramente a porsi a favore della vita.

Il film è disponibile in DVD o sulla rete Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PIU' GRANDE STORIA MAI RACCONTATA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/16/2017 - 18:05
 
Titolo Originale: The Greatest Story Ever Told
Paese: USA
Anno: 1965
Regia: George Stevens
Sceneggiatura: Carl Sandburg, George Stevens
Produzione: GEORGE STEVENS PRODUCTIONS, UNITED ARTISTS
Durata: 195
Interpreti: Max von Sydow, Charlton Heston, José Ferrer, Claude Rains, Telly Savalas, Carroll Baker,Angela Lansbury

Il film inizia con le parole del primo capitolo del vangelo secondo Giovanni che proclamano la divinità di Gesù e che tutto è stato fatto per mezzo di lui. I primi anni di Gesù sono percorsi in modo indiretto, narrando la strage degli innocenti, le crudeltà della dominazione romana e la riduzione della Galilea a prefettura. Ritroviamo Gesù ormai adulto, che si fa battezzare da Giovanni e affronta nel deserto le tentazioni del diavolo. Mentre Gesù si fa conoscere a Cafarnao e nelle altre regioni della Palestina attraverso la predicazione e i miracoli che compie, cresce la preoccupazione di Erode, dei sacerdoti e di Pilato. Il culmine della sua notorietà è raggiunto con la resurrezione di Lazzaro. Gesù entra in Gerusalemme, scaccia i mercanti dal tempio e dichiara che lui solo è la via, la verità e la vita. L’esercito romano disperde la folla che si era radunata intorno a lui mentre il sinedrio riesce a catturare Gesù. Dopo esser stato portato davanti da Erode e poi da Pilato che cede al volere della folla, Gesù viene crocifisso. Il Risorto promette che sarà con i suoi discepoli fino alla fine del mondo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra chiaramente che Gesù è il figlio di Dio, sia attraverso i miracoli che compie che con l’autorevolezza dei suoi discorsi. E’ data preferenza ai suoi discorsi più spirituali, dove si parla della vita eterna e della necessità di non dare priorità ai beni materiali.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La composizione delle immagini e la fotografia sono realizzate con particolare cura ma il rispetto per la figura di Cristo e la storia da raccontare hanno fatto preferire al regista una composizione lenta e solenne
Testo Breve:

Una ricostruzione accurata della figura del Gesù, vero Dio e vero uomo, coerente con il messaggio dei Vangeli ma che riscalda poco i cuori per l’impostazione solenne e ufficiale data al racconto

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…” Il film inizia in modo solenne, con le prime parole del vangelo di S. Giovanni e per il resto dei suoi 195 minuti (la versione più corta) mantiene la promessa: il Gesù portato sullo schermo dal regista e sceneggiatore George Stevens si manifesta, nei tanti miracoli e nelle parole, come Figlio di Dio e si esprime sempre con la gravità e l’autorevolezza che gli derivano dalla missione divina che deve compiere. Il film si conclude in modo simmetrico rispetto all’inizio: Gesù, ormai risorto, con la veste candida e le braccia alzate, ormai iconizzato, appare fra le nuvole e pronuncia la frase: “sarò con voi fino alla fine del mondo”, in una sequenza quasi identica a quella con cui si era concluso il più famoso film su Gesù dell’epoca del muto: The king of kings del 1927.

Fra i tanti, infiniti aspetti che possono essere colti nelle opere e le parole dell’Uomo-Dio, George Stevens sembra preferire la contrapposizione fra spirito e carne, fra vita terrena e vita eterna, fra fragilità umana e divinità, fra luce e tenebra. Lo si nota non solo nei discorsi tratti dai Vangeli (il cercare il cibo che non perisce, l’essere luce del mondo,..) ma anche in alcuni colloqui originali. Pietro si lamenta che un ladro gli ha rubato il mantello. Gesù è pronto a rispondere: “cosa conta ciò che può essere rubato? Dagli tutto ciò che chiede; verso gli altri devi essere la loro luce e non il loro giudice”. Più espliciti i colloqui che sono stati inseriti nel film, fra Erode e un fiero Giovanni Battista. Di fronte alle minacce di morte Giovanni è pronto a ribattere: “uccidimi, così che io possa vivere. Il mio corpo non vale niente ma la mia anima è eterna e tu non puoi toccarla”.

Ci sono altri colloqui originali nel film che però costituiscono una forma sintetica di detti di Gesù in contesti diversi. Nel parlare con l’amico Lazzaro, che viene presentato come un possidente, Gesù usa le parole che in realtà furono espresse nel colloquio con il giovane ricco ed è questa l’occasione per riflettere sulla ricchezza, che non è un male in sé ma al contempo nessuno può servire due padroni. Nell’incontro alla sinagoga di Cafarnao vengono sintetizzati i giusti rapporti fra gli uomini (non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso) e i rapporti con Dio (chiedete e vi sarà dato).

Nel lungo colloquio con Pilato, si contrappongono due visioni del mondo: quella trascendente di Gesù (il mio regno non è di questo mondo; sono venuto per dare testimonianza alla verità) e l’atteggiamento pragmatico del procuratore, che vuole solo capire di quale, fra i tanti dei (Marte? Apollo? Giove?), Gesù si considera figlio e se il suo regno costituisca una minaccia per Roma. Di fronte a un approccio così invincibilmente chiuso nel contingente, diviene inevitabile la sua famosa risposta: “ma cos’è la verità?”.

Molto ben realizzata la sequenza del ritorno di Gesù a Nazareth. Non si svolge nella sinagoga ma di fronte alla fontana centrale dove tutti si recano per attingere acqua. Sono presenti dei vecchi che avevano conosciuto Gesù da bambino, delle persone che ancora ricordano bene suo padre, il falegname del paese. E’ proprio quest’antica familiarità con lui che rende difficile credere alla fama conquistata dal loro concittadino e alla richiesta di fare un miracolo anche da loro, solo per dimostrare che anch’essi sono importanti, Gesù rifiuta e deve andarsene.

Il film sviluppa in dettaglio due miracoli: lo storpio guarito nella sinagoga di Cafarnao e la resurrezione di Lazzaro. Gli eventi prodigiosi si svolgono con particolare lentezza, che serve al regista per sottolineare la solennità del momento. Al baricentro del film c’è proprio la preghiera che Gesù rivolge a suo Padre perché lo esaudisca nel realizzare la resurrezione dell’amico, in modo che si renda manifesta la Sua potenza il Suo nome venga glorificato.

Le invettive contro l’ipocrisia dei farisei vengono collocate alla fine, quando Gesù predica all’enorme folla che si è radunata attorno a lui nella città di Gerusalemme  e proclama che uno solo è il padre e uno solo è il maestro.

L’estetica del film è particolarmente curata (le singole scene sono state ripetute più e più volte) ed è coerente con l’impostazione ufficiale e solenne data al film. Su tutto risalta lo studio della luce. George Steven, prima di diventare regista è stato un tecnico delle luci e si percepisce una sua particolare sensibilità alla composizione delle scene e agli effetti di chiaro-scuro.  Sono molti i campi lunghi impiegati. Gli esterni ricordano poco la Palestina ma le riprese nella valle della morte in California, o del lago Pyramid in Nevada si possono giustificare solo per il loro valore estetico. Tutto è grandioso in questo film, il tempio di Gerusalemme come la reggia di Erode, le cui alte colonne proiettano una luce sinistra sugli intrighi che vengono preparati.

Alfonso Méndiz nel suo libro Jesucristo e nel cine ha raccontato molto bene le tante vicissitudini della realizzazione del film. Dei tre mesi preventivati per le riprese ne occorsero nove; notevole fu lo sforzo di marketing intorno alla pellicola. Il 15 febbraio del 1965 si organizzo un’anteprima alla presenza del presidente Lyndon Johnson e altre autorità mentre due giorni dopo a New York si tenne l’anteprima per i critici. Nonostante l’imponente promozione, l’accoglienza del pubblico fu tiepida. Nelle oltre tre ore di spettacolo l’azione si svolge con lentezza, per sottolineare la solennità dei fatti narrati. Gesù appare spesso in atteggiamento ieratico ma distante. Durante la sofferenza della croce non manca, anche in quell’occasione, di pronunciare le sue ultime parole con potenza e solennità. La presenza di numerosi camei di attori famosi che avevano chiesto di partecipare solo per poter dire: “c’ero anch’io”, di fatto distrae lo spettatore e allenta la tensione soprattutto durante il tormento della croce. Il centurione che alla fine grida: “costui era davvero figlio di Dio!” ha una voce inconfondibile: quella di John Wayne. 

Le presenza di Maria è fugace, forse effetto di un’impostazione protestante e i personaggi dei dodici apostoli non sono stati caratterizzati. I 20 milioni di dollari spesi furono solo in parte recuperati dalla United Artists. Indubbiamente l’epoca dei kolossal cinematografici stava tramontando. Era cambiata anche la sensibilità del pubblico, poco predisposto per un Gesù così ufficiale e poco umano. Non a caso il film successivo che avrà nuovamente un ampio successo di pubblico raccontando la vita di Gesù sarà una versione cantata e in stile hippie: Jesus  Christ Superstar , nel 1973.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIRITTO DI CONTARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/14/2017 - 10:20
 
Titolo Originale: Hidden Figures
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Theodore Melfi
Sceneggiatura: Theodore Melfi, Allison Schroeder
Produzione: Chernin Entertainment, Fox 2000 Pictures
Durata: 127
Interpreti: Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst e Jim Parsons

Il film racconta la storia vera della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, che collaborò con la NASA, sfidando razzismo e sessismo e tracciando le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre donne con la passione per il proprio lavoro, buone mogli e brave madri per un racconto storico carico di valori umani, sociali e familiari
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia fatta di calcoli, equazioni, virtuosismi matematici, dettagli storici e sociali coniugati in una sceneggiatura emozionante che tradisce una certa apologia dell'americanismo ma che si può giustificare considerando che i fatti narrati sono sostanzialemte veri
Testo Breve:

Tre donne di colore ingaggiate nei progetti della NASA, Mercury e Apollo, riescono, grazie alle loro capacità di calcolo, a superare i pregiudizi razziali del tempo, senza trascurare i propri affetti familiari

In Italia è uscito l’8 marzo proprio per celebrare la festa della donna, Diritto di contare di Theodore Melfi infatti non è solo una storia che ricorda l’importante contributo che tre donne afro-americane diedero al progresso aereospaziale durante il complicato periodo della guerra fredda tra USA e URSS ma è anche una significativa testimonianza del genio femminile.

Candidato a tre premi Oscar, tra cui quello al miglior film e alla miglior sceneggiatura non originale, Diritto di contare è basato sul libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly e racconta la storia della matematica afroamericana Katherine Johnson che, insieme alle sue colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson, aiutò la NASA nella corsa allo spazio. Tre donne e madri speciali, menti geniali che negli anni ’60, mentre le discriminazioni razziali in America erano ancora nel pieno del loro sviluppo, diedero il loro fondamentale contributo all’esplorazione dell’universo.

Diritto di contare colpisce perché il regista e sceneggiatore non si sofferma solo nella rappresentazione di una storia sulla parità dei diritti e delle opportunità. Theodore Melfi porta invece sul grande schermo una storia carica di valori umani che si mescolano a sorprendenti dettagli storici poco conosciuti, creando un racconto esemplare, emozionante e coinvolgente.

Katherine (Taraji P. Henson), Dorothy (Octavia Spencer) e Mary (Janelle Monáe) non sono eroine, ma donne comuni perfettamente inserite nel proprio contesto storico e sociale. Non lottano per compiere grandi rivoluzioni, ma semplicemente si sforzano, giorno dopo giorno, di fare bene il loro lavoro senza trascurare la famiglia e sebbene debbano fare dei sacrifici notevoli, riescono a farsi aiutare dai loro mariti con determinazione e dolcezza. Soprattutto Katherine, che è vedova, ha due figlie, prima si fa aiutare dalla madre ma  cerca di non trascurare le figlie, finché incontra un uomo che si prende a cuore sia lei che le sue bambine e con molta discrezione e amore entra nella sua famiglia. Le tre donne non trascurano nemmeno la loro amicizia e si sostengono a vicenda.

Ciascuna di loro ha una forte identità come persone e come membri della piccola e grande comunità in cui vivono. Consapevoli dalle loro eccezionali competenze in ambito matematico, informatico e ingegneristico sono convinte di poter fare la differenza se ben inserite e impiegate nel proprio settore. Queste tre donne, ciascuna a modo proprio, trova il modo di impegnarsi, superando non pochi ostacoli e preconcetti, per raggiugere questo obiettivo. Non si sforzano di eccellere sugli altri ma al contrario in tutto, in famiglia, nell’amicizia come nell’ambito professionale, cercano il lavoro di squadra per il successo dell’impresa intera.

Diritto di contare è un film profondamente motivante, fatto di personaggi straordinari ma dai tratti molto umani e credibili. Attraverso le loro storie, che si intrecciano sia sul piano professionale che su quello personale, il film ripercorre i grandi passi storici compiuti in quegli anni nel silenzio con pazienza e perseveranza.

Grazie alle abilità di calcolo di Katherine Johnson l’astronauta John Glenn poté compiere un’orbita completa intorno alla Terra e nel contempo tutta la squadra di scienziati della NASA poté rendersi conto dell’assoluta infondatezza e inopportunità delle discriminazioni razziali ancora all’epoca fortemente sentite e operate in America.

L’energia, l’audacia e la perseveranza di queste tre donne hanno superato barriere professionali e razziali e hanno contribuito significativamente alla ricerca scientifica e al progresso umano della società americana e mondiale. Katherine, Dorothy e Mary in questa storia rappresentano le menti e il cuore dei personaggi sconosciuti e poco celebrati che però furono determinanti per le grandi imprese della NASA.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VANGELO SECONDO MATTEO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 20:26
 
Titolo Originale: Il Vangelo secondo Matteo
Paese: ITALIA
Anno: 1964
Regia: Pier Paolo Pasolini
Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini
Produzione: Arco Film, Roma; Lux Cie Cinématographique de France
Durata: 142
Interpreti: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante, Alfonso Gatto, Enzo Siciliano, Giorgio Agamben, Guido Cerretani, Luigi Barbini, Marcello Galdini, Elio Spaziani, Rosario Migale, Rodolfo Wilcock

Il film illustra gran parte del vangelo di Matteo: l’annunciazione, la nascita di Gesù, la fuga in Egitto, il battesimo, le tentazioni nel deserto, la danza di Salomè e la morte del Battista, Gesù che cammina sulle acque, la moltiplicazione dei pani, il giovane ricco, le invettive contro i farisei, l’ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la maledizione del fico, la figura di Caifa e la sua volontà di catturare Gesù, Maddalena che lava i piedi a Gesù, l’adultera, l’ultima cena, la cattura sul monte degli ulivi, le negazioni di Pietro e il suicidio di Giuda; il giudizio di Pilato la crocefissione e morte, la resurrezione e la missione degli apostoli. Mancano in particolare: l’incontro con Nicodemo, il discorso escatologico, il primato di Pietro

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La figura di Gesù e le sue parole risaltano, grazie alle doti dell’autore, in tutta la loro portata trasformante, intese a edificare un nuovo mondo e a sovvertire quello vecchio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Giudicato da alcuni come forse il miglior film realizzato su Gesù, vinse il Gran Premio della giuria 1964 alla mostra di Venezia e il premio dell’Ocic nel 1964. Si percepisce una certa disarmonia fra la ricca fantasia profusa nelle immagini e l’austerità ufficiosa, spesso enfatica, delle parole pronunciate da Gesù
Testo Breve:

Il film, uscito nel 1964, di discostò dal trionfalismo hollywoodiano di opere con lo stesso soggetto attraverso una sincera ricerca della portata rivoluzionaria del messaggio cristiano, da ritrovare fra gli umili e gli oppressi, in contrapposizione con i potenti dell’epoca

L’antefatto

Agli inizi degli anni ’60 Pasolini stava attraversando un periodo critico dopo la condanna per vilipendio della religione subìta per La ricotta (episodio del film Ro.Go.Pa.G.). Il 2 ottobre del 1962, dopo un’iniziale riluttanza («Non posso sopportare i farisei, che usano la religione per i propri interessi. Se verrò da voi, ci verrò a convegno finito») accettò l’invito di  partecipare a un convegno di cineasti ad Assisi organizzato da Pro Civitate Cristina, Non potendo quel giorno muoversi per le strade, in tripudio per l’arrivo di Giovanni XXIII, si prese una stanza alla Pro Civitate e per ingannare il tempo lesse il Vangelo che aveva trovato nel cassetto del comodino. Da quel momento lui, ateo, marxista e anticlericale, iniziò seriamente a pensare di farne un film. Con il beneplacito del suo produttore Alfredo Bini e l’accompagnamento di esperti della Pro Civitate, si recò in Palestina (nel giugno del ‘63) ma si accorse che gli ambienti in cui visse Gesù erano stati trasfigurati dalla modernità e troverà poi, nei Sassi di Matera, quegli scenari essenziali e primitivi che potevano richiamare i tempi del Vangelo. Per portare a termine il progetto mancava ancora un anello importante: trovare qualcuno che garantisse la piena ortodossia dell’operazione di fronte alla Chiesa Cattolica. E’ a questo punto che interviene Francesco Angelicchio, direttore, a quel tempo, del Centro Cattolico Cinematografico (ente che giudicava la validità dei film per essere proiettati nelle sale parrocchiali). Sarà proprio Francesco a far notare a Pasolini, a riprese completate, che non si poteva parlare della vita di Gesù se non si mostravano i suoi miracoli (“perché soltanto Dio può fare miracoli” disse don Angelicho come raccontò in un’intervista) e soprattutto la resurrezione. Così Pasolini, a film già girato, tornò sul set, e aggiunse le scene mancanti nella prima produzione. 

Si arrivò così alla presentazione del film all’edizione 1964 della mostra di Venezia, seguita da un’autentica messe di allori fra i quali il Gran Premio della giuria, il riconoscimento della critica internazionale e il premio dell’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) e il premio dell’Unione Internazionale della Critica Cinematografica.

 

Lo stile narrativo

Dario Edoardo Viganò, nel suo libro “Gesù e la macchina da presa” ritiene che siano tre le categorie interpretative, i percorsi che possono compiere gli autori nel presentare la vita di Gesù:

-La Trasposizione in questa accezione l’autore si concentra sul modo più corretto di utilizzare le potenzialità espressive del nuovo mezzo per riesprimere le stesse parole da cui si è partiti;

- La Traduzione: calare il testo originario in un contesto nuovo, quello che più urge all’autore;

-Il Tradimento: la vita di Cristo  si trasforma in un pretesto per parlare d’altro.

Pier Paolo Pasolini ha voluto certamente compiere una traduzione e lui stesso descrive il processo analogico realizzato per ricontestualizzare il racconto: «ho ricostruito quel mondo di duemila anni fa sotto il segno dell’analogia: al popolo di quel tempo ho sostituito un popolo analogo (il sottoproletariato meridionale); al paesaggio ho sostituito un paesaggio analogo (l’Italia meridionale); alle sedi dei potenti delle sedi analoghe (i castelli feudali dei normanni), ecc. ecc. (...) Soltanto attraverso lo storicismo io potevo concepire e poi attuare una simile ricostruzione analogica” (...). Protagonisti del mio film mi sembrano sia il sottoproletariato (fondamentalmente astorico, e storico solo attraverso sussulti improvvisi) che Cristo (astorico in quanto la sua prospettiva andava al di là della storia). Ma l’affacciarsi alla storia di quel sottoproletariato avviene proprio attraverso la predicazione di Cristo. (P. P. Pasolini in "Vie nuove", 19-11-64, p. 32)

Quindi Pasolini non accetta le proposte del suo produttore Alfredo Bini che pensava a un kolossal secondo lo stile hollywoodiano con Burt Lancaster come protagonista, e realizza un film dove il suo “vero” su come si sia svolta l’avventura umana di Gesù è rigenerato con il bianco e nero, con le umili case di pietra di Matera addossate una all’altra e con i volti segnati di attori non professionisti presi dal meridione agricolo.

Se il testo è rigorosamente ricavato dal Vangelo secondo Matteo (con alcune significative omissioni), Pasolini sviluppa la sua creatività attraverso le immagini e compone le inquadrature, gli abiti indossati in modo che riproducano i suoi amati pittori del rinascimento italiano: Piero della Francesca innanzitutto ma anche Caravaggio, Mantegna, Giotto.

Molti critici hanno finito per sottolineare una "preminenza della visualità" sulla tematicità, quasi che Pasolini avesse concepito il seguire coscienziosamente il testo del Vangelo come un atto dovuto anche se non sentito e avesse sviluppato la sua creatività nell’illustrare la storia, più che parteciparvi. Non aiuta, a mitigare questo giudizio, il doppiaggio di Enrico Maria Salerno di Gesù, urlante e accademico.

 

Il messaggio

Come ha detto don Angelicchio in un’intervista: “Pasolini era affascinato dalla figura del Signore come uomo, non lo vedeva come Dio” ma al contempo fu docile ai suggerimenti del sacerdote, accettando di sviluppare i capitoli sui miracoli e inserire alla fine la resurrezione (anche se un po’ di sfuggita). Il Gesù di Pasolini è un rivoluzionario, che contesta il “sistema” dell’epoca: ammantato di dolcezza con i malati e i piccoli, reagisce con rabbia all'ipocrisia e alla falsità di chi all’epoca deteneva il potere, i farisei e gli erodiani. Non è stato inserito l’incontro notturno di Nicodemo con Gesù, forse perché la presenza di un fariseo sensibile al vangelo avrebbe rotto lo schema buoni-cattivi oppure perché si tratta di un colloquio con una chiara aspirazione al trascendente. Pasolini insiste soprattutto sui discorsi di Gesù, scegliendo quelli prettamente sociali e se da una parte le invettive contro i farisei ci sono tutte (coloro che hanno fatto della fede uno strumento di potere) dall’altra invita i poveri e gli oppressi a recuperare la propria dignità proclamandoli beati di fronte a valori superiori di giustizia e di pace.

Molto toccante la dedica finale che compare alla fine del film: «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII»

Le critiche

“Se da una parte il Vangelo di Pasolini divenne un film di riferimento in America Latina per il movimento della Teologia della Liberazione, - come ha commentato monsignor Dario Viganò - dall’altra in Italia spaccò sia il mondo cattolico che quello comunista suscitando al tempo stesso amori e distanze”. L' Osservatore Romano scrisse che si trattava di un film "fedele al racconto, non all'ispirazione del Vangelo" ma più recentemente, ha aggiunto: «forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema». l'Unità si espresse in questi termini: "...il nostro cineasta ha soltanto composto il più bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose gli va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto".

Durante il Concilio Vaticano II, in occasione di una proiezione organizzata appositamente per loro, gli 800 padri conciliari lo applaudirono con calore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LUCE SUGLI OCEANI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 19:58
 
Titolo Originale: The Light Between Oceans
Paese: Regno Unito /Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2016
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance dal romanzo di M.L. Stedman
Produzione: HEYDAY FILMS, LBO PRODUCTIONS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN ENTERTAINMENT, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 133
Interpreti: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Tom Sherbourne, un reduce della Prima Guerra Mondiale, accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa australiana. Prima di raggiungerlo, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Il destino ha in serbo altre sorprese e dolorose scelte.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutti i protagonisti mostrano grande generosità, abbinata a una solida dirittura morale. L’unica che si dimostra debole saprà anche pentirsi e chiedere perdono
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo allo spettatore un’adesione incondizionata e senza cinismo
Testo Breve:

In una remota isola australiana, la coscienza di un uomo e di una donna viene messa alla prova quando le loro aspirazioni si pongono in conflitto con il dolore degli altri 

Perdonare è facile, basta farlo una volta sola. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista e sceneggiatore Derek Cianfrance adatta un bel romanzo di qualche anno fa e s’immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. 

Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare, lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri esseri umani.

Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo.

Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva. La negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova però l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma. Perché ottenere, in modo quasi miracoloso, quello che si desidera più nel profondo, significa pure toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti.

Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo un’adesione incondizionata e senza cinismo, e proprio per questo è destinato a piacere più al pubblico che alla critica.

Un film percorso da un sentimento religioso semplice ma profondo, dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco.

Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma in definitiva positivo e misericordioso.

Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere, ma che è sempre e solo affidato, e la sua eredità sarà essenzialmente di amore e perdono. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PIENA DI GRAZIA - LA STORIA DI MARIA LA MADRE DI GESU'

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/28/2017 - 08:50
 
Titolo Originale: Full of Grace
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Andrew Hyatt
Produzione: JUSTIN BELL PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON OUTSIDE DA BOX, REKON PRODUCTIONS
Durata: 85
Interpreti: Noam Jenkins, Bahia Haifi

Sono passati dieci anni da quando Gesù è salito al cielo. Pietro è riunito assieme agli altri apostoli, perché debbono prendere importanti decisioni. I seguaci della nuova fede continuano a crescere ma occorre decidere se anche i fedeli di origine pagana debbono seguire la legge e le tradizioni del popolo ebraico o se si possono limitare al battesimo cristiano. C’è il rischio che nascano delle divisioni all’interno della comunità e Pietro è incerto, ha bisogno di riflettere. Nel frattempo arriva una messaggera: Maria chiede la presenza di Pietro perché sente che a fine è vicina. Pietro lascia l’assemblea e si avvia alla casa di Maria: lei saprà sicuramente consigliarlo e incoraggiarlo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Molto bella la figura di Maria, ora madre anche della chiesa nascente, in grado di incoraggiare e sostenere
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film essenziale, fatto di poche ambientazioni e pochi personaggi; ha vinto, come migliore sceneggiatura l’edizione 2016 di Mirabile Dictu, il film festival internazionale cattolico
Testo Breve:

Dieci anni dopo la resurrezione di Gesù, Maria sente che i suoi giorni stanno per finire e chiama a sé Pietro. Il film risalta molto bene la figura di Maria come madre della Chiesa nascente in una confezione essenziale, che punta tutto sui dialoghi

“Vai a chiamare Pietro, è tempo”, dice Maria a Zara, alla ragazza che la sta accudendo nella vecchiaia.  Come chiude l’esistenza terrena chi è la madre di Cristo, l’ha visto piccolo e fragile, lo ha contemplato nella sua missione pubblica, ha sofferto accanto a Lui nella sua morte in croce, fino alla definitiva conferma della sua speranza, quando ha avuto la notizia della Sua resurrezione gloriosa e ha partecipato alla nascita della Chiesa nel giorno di Pentecoste? E’ la sfida con cui si è misurato il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt, con un film minino, basato su una scenografia scarna, tutto incentrato sul dialogo fra Maria e Pietro e alla fine con gli altri apostoli.

Eccola, quindi, Maria non più giovane, che passeggia lungo un sentiero pietroso, sostenendosi al braccio di Pietro: un’occasione propizia per rievocare insieme i momenti passati con Lui ma anche per parlare dello smarrimento che ha colpito Pietro, incerto su dove dirigere la Chiesa nascente.

Maria è madre e come tale si comporta anche adesso: non interviene nel merito delle discussioni all’interno di una Chiesa ancora fragile ma desidera che Pietro sia unita a lei nell’ascolto di Gesù: “Nel silenzio lui mi chiama ancora. Dove sei quando ti chiama? Lui ti cerca. Quando senti la sua voce?” “In mare, quando sono da solo a pescare” risponde Pietro, rivelando anche lui un atteggiamento contemplativo, convinto che le risposte alle sue domande non verranno da dentro di se ma fuori da se, da qualcun’ Altro. Ma lo scoramento di Pietro continua, non pensava che una volta rimasti senza di Lui, sarebbero arrivate così presto tante incomprensioni fra di loro: “vivevano con la verità nel cuore, ora invece cercano di vivere con la verità nella testa”.  E’  Maria stessa che si impegna a riportarlo all’essenza del problema: “voi credete che i dubbi e le paure siano soltanto vostre? La domanda piuttosto è: chi ci aiuterà ad affrontare queste difficoltà? Niente è impossibile a Dio”. Verso la fine del film, quando tutti gli apostoli si sono riuniti intorno a Maria, sarà ancora lei a incoraggiarli e a promettere che sarà al loro fianco fino alla fine dei giorni.

Si può dire che il racconto non ha evoluzioni significative ma è tutto un colloquio o meglio si tratta di riflessioni intime condivise, in un’ambientazione “sospesa” fatta di primi piani, silenzi, sorrisi, con uno stile che si avvicina in qualche modo a Terrence Malick, anche se manca lo stesso gusto per la meraviglia e l’aprirsi ai grandi spazi.  Andrew Hyatt punta piuttosto sull’austerità delle ambientazioni, concentrandosi sul sottotraccia di umori, di feeling, che si percepisce attraverso i dialoghi. La figura di Maria risalta molto bene, esprime la serenità di chi non ha nulla da temere, neanche la morte. Meno convincente quella di Pietro, nelle sue incertezze irrisolte a lungo, proprio da colui che sicuramente sapeva come e quando pregare nei momenti più difficili.

Il film, per il suo stile “alto, il suo simbolismo mistico, non ha delle caratteristiche che lo possano rendere apprezzabile da un vasto pubblico, né  adatto a una catechesi per ragazzi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACKIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/26/2017 - 12:24
 
Titolo Originale: JACKIE
Paese: usa/cILE
Anno: 2016
Regia: Pablo Larrain
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Durata: 100
Interpreti: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Billy Crudrup, Greta Gerwig, John Hurt, Richard E.Grant

Pochi giorni dopo la morte del marito, nella villa dove si è ritirata con i suoi figli, Jackie Kennedy accetta di rispondere alle domande di una giornalista di Life con cui ripercorre, tra verità e mito, i giorni appena successivi all’omicidio di JFK a Dallas, ma anche vari momenti della presidenza. Per Jackie, che del marito ha voluto costruire un ricordo passato alla storia, non è facile evocare anche le sofferenze e le contraddizioni, anche nei suoi sentimenti; lo fa non solo con il giornalista ma anche con un sacerdote a cui pone le domande più brucianti, in contrasto con l’immagine di perfezione che offre al mondo…un percorso complesso, sempre in bilico tra la verità e la sua ricostruzione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista scava con rispetto e ci propone con onestà il momento del lutto di una donna troppo presto rimasta vedova
Pubblico 
Adolescenti
alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
Il regista cileno Larrain, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista : è invece l’occasione per ripercorrere una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità
Testo Breve:

Un lungo monologo-intervista della vedova ad appena cinque giorni dall’assassinio del presidente Kennedy. Un ritratto vero e sofferto di Jackie impegnata sul fronte della  realtà e del mito 

Il dolore, i rimpianti, la rabbia, le domande, i sentimenti contradditori di una donna all’indomani di un evento traumatico che obbliga ripensare il passato e soprattutto il futuro, il proprio e quello di un mito (quello di JFK e della sua Camelot, come passò alla storia il breve periodo della presidenza, a partire dal titolo del musical preferito del presidente morto) che proprio Jackie fu decisiva nel creare prima durante e dopo la presidenza.

L’approccio di Larrain, che tiene volutamente quasi completamente fuori dal quadro proprio JFK, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista di Life. Questa è l’occasione per ripercorrere non solo i momenti dell’attentato, ma anche una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità.

Moglie tradita, first lady, madre amorevole, vedova e icona di stile, la Jackie di Natalie Portman non è una donna immediatamente amabile. Reattiva, incostante, quasi “capricciosa”, messa di fronte al crollo di un sogno di cui lei più di chiunque altro conosceva le ombre e i retroscena, Jackie si stacca sempre più dall’immagine un po’ ingessata della buona padrona di casa così come compare nel documentario in cui presenta i lavori di ristrutturazione da lei intrapresi alla Casa Bianca.

La lealtà e il risentimento nei confronti di un marito amato ma di cui conosceva ogni difetto, i sacrifici compiuti, i dubbi sul futuro, un’intera gamma di sentimenti che si riflettono sul volto di una donna che sembra sempre divisa tra la figura pubblica e la verità, una verità forse impossibile da trasmettere sia sulle pagine dei giornali che nelle immagini dei notiziari.

La volontà, quasi la necessità di lasciare un segno e di trovare un posto nella Storia (la scelta è di seguire il modello di Lincoln, anche lui assassinato), in realtà nasconde l’urgenza di dare risposte a domande ben più profonde, come quelle che Jackie, donna di fede nonostante tutto, pone al sacerdote che le sta accanto nei giorni dopo l’attentato. Che non riguardano tanto i “peccati” di JFK (dati in qualche modo per scontati), ma più profondamente il senso del vivere e del soffrire (non tutti sanno che appena tre mesi prima della morte del marito Jackie aveva dovuto affrontare la morte di un figlio nato prematuro, un evento che l’aveva profondamente segnata). Larrain non può e non vuole dare risposte, ma l’apertura al mistero è innegabile.

La pellicola ruota tutto intorno alla figura di Jackie, ma uno spazio se lo guadagna anche il Bobby Kennedy di Peter Sarsgaard, che con pochi sguardi e poche battute riesce a trasmettere un groviglio di sentimenti e ambizioni che fanno di questo “fratello minore” una figura interessante almeno quanto quella del Presidente assassinato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA STUDIO UNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/15/2017 - 17:00
Titolo Originale: C'era una volta Studio Uno
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Lucia Zei, Lea Tafuri
Produzione: Lux Vide S.p.A. e Rai Fiction
Durata: due puntate in prima serata su RaiUno, il 13 e 1l 14 febbraio 2017
Interpreti: Alessandra Mastronardi, Diana Del Bufalo, Giusy Buscemi, Domenico Diele ,Andrea Bosca,Edoardo Pesce

Nel 1961 tre ragazze cercano di venir assunte dalla RAI: Giulia, che sta per sposarsi con Andrea dopo un lungo fidanzamento durato 11 anni, viene accettata nel nuovo Servizio Opinioni; Rita, una ragazza madre, cerca di fare un provino come cantante ma, scartata, accetta provvisoriamente l’incarico di sarta per gli abiti di scena. La bella Elena è una ballerina, che cerca di entrare nel corpo di ballo del nuovo programma diretto da Antonello Falqui: Studio Uno. Il nuovo ambiente, che offre ottime ma difficili opportunità alle tre ambiziose ragazze, determina al contempo un’evoluzione nella loro vita privata: Giulia si innamora di Lorenzo, un aspirante programmista televisivo e rompe il fidanzamento con Andrea; Elena, lasciata dal suo ricco convivente che non la considera alla sua altezza, si avvicina al maestro di ballo Stefano. Il macchinista di scena Renato cerca di avvicinarsi a Rita ma lei al momento lo respinge perché è sempre interessata a diventare una cantante famosa come Mina, l’idolo del nuovo spettacolo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due personaggi rifulgono per le loro virtù: un giovane abbandonato alla vigilia delle nozze, non manifesta rancore e si dimostra generoso nei confronti della sua ex fidanzata; un maestro di ballo sa tener separati i suoi affetti personali dall’imparzialità richiesta dalla sua professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Buona ricostruzione scenografica e bei costumi degli anni ’60. Un’occasione mancata per raccontarci la Rai e l’Italia di quegli anni a vantaggio di tre storie al femminile, professionali e sentimentali che ricordano non poco le ragazze di "Che Dio ci aiuti"
Testo Breve:

La ricostruzione dei favolosi anni ’60 e delle prime trasmissioni di Studio Uno funge da cornice per tre racconti al femminile. L’enfasi data alla componente rosa del racconto finisce per offuscare l’aspetto rievocativo di quel momento magico del servizio pubblico guidato da Ettore Bernabei

Ettore Bernabei, in un’intervista trasmessa da Rai3 nel 2005, nel rievocare la nascita di Studio Uno, ricordava: “quando scoprimmo le gemelle Kessler in un locale di Berlino, tentammo una cosa che a quell’epoca sembrava rischiosa: togliemmo le sottane alle ballerine, consapevoli che facevamo vedere, sia pure con la calzamaglia nera, un bel paio di gambe; il che è molto diverso dalle veline che sculettano con il tanga e danno l’illusione di un pezzo di carne da mordere. Quella è una televisione che lascia un’inquietudine, perché mica tutti posso mordere quella carne”. Con un’ironia tutta toscana Bernabei, alludendo ai canali concorrenti di Mediaset, aveva indicato, oltre a dare una bella lezione di estetica, qual è il valore di un programma d’intrattenimento: lo spettatore deve “andare a letto contento di aver appreso qualcosa, di aver visto una buona recitazione, di aver visto delle ballerine non solo graziose ma capaci di ballar bene”.

Lo "spirito Bernabei" viene solo accennato in questo miniserial, andato in onda lunedì 13 martedì 14 febbraio 2017, che pone la Rai, gli studi di via Teulada e lo stesso Ettore Bernabei, solo come sfondo alle vicende di tre ragazze, impegnate a realizzare le loro ispirazioni proprio nei tempi gloriosi delle prime trasmissioni di Studio Uno. Viene sviluppata con più dettaglio solo la figura di Antonello Falqui, l’ideatore del programma e dei tanti protagonisti del tempo, si citano soprattutto Mina (ripresa sempre di spalle) e Rita Pavone.

Gli anni ’60 erano sicuramente tempi nei quali era stata percepita più chiaramente la necessità una maggiore emancipazione femminile ma almeno due delle tre ragazze della fiction appaiono quasi “mostruose” nella loro determinazione di raggiungere il successo a tutti i costi. Rita, la ragazza madre, nelle sequenze iniziali, non ha la pazienza né il tempo di prendersi cura del suo bambino e decide di andare a vivere in un appartamento condiviso con le altre ragazze, lasciandolo interamente alle cure dei suoi genitori. Elena cerca di sfruttare la sua bellezza come mezzo per la scalata alla RAI e decide di diventare l’amante di uno dei dirigenti che possono favorirla. Giulia, appare come la più riflessiva delle tre ma anche lei manifesta delle incertezze molto dolorose per chi le sta vicino. Si sta già provando l’abito da sposa per il matrimonio con Andrea quando, un solo bacio con Lorenzo, suo collega in Rai e la prospettiva di iniziare una carriera nel mondo della televisione, la spingono a rompere il suo fidanzamento durato 11 anni. Ma anche Lorenzo a sua volta, cerca soprattutto il successo e la loro relazione risulterà molto movimentata, priva com’è di un impegno definitivo da parte di entrambi.  

Alla fine la miniserie si avvierà a conclusioni positive anche per Rita e per Elena, non certo per una loro riflessione su ciò che è giusto o sbagliato ma perché si accorgono che le loro ambizioni debbono necessariamente esser ridimensionate.

Per fortuna il racconto è illuminato dalle virtù di due figure particolarmente positive: Andrea, il fidanzato abbandonato da Giulia, che cerca sinceramente il suo bene, aldilà della sofferenza che gli ha arrecato e la libera da fastidiose incombenze legali; Stefano, anche se innamorato di Elena, sa essere un giudice imparziale nel suo incarico di maestro del corpo di ballo.

La miniserie avrà sicuramente avuto un piacevole effetto amarcord verso chi era già abbastanza cresciuto ai tempi di Studio Uno ma, a parte una buona ricostruzione delle scenografie e dei costumi dell’epoca, la fiction non ci fa entrare, in modo approfondito, nei meccanismi di quello che era il monopolio nazionale della televisione negli anni ‘60. La sceneggiatura inoltre lascia trapelare troppo apertamente i suoi meccanismi, secondo la formula dei conflitti che prima si creano e poi vengono risolti, come la presenza di dirigenti RAI che si oppongono a Studio Uno o le rivalità sul lavoro, sia per Rita come sarta e per Elena come ballerina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 21:26
Titolo Originale: Moonlight
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris, André Holland

Miami. “Il piccolo”, come lo chiamano i compagni si scuola per deriderlo, si chiama in realtà Chinon ed è un afroamericano di dieci anni, sensibile e timido, che vive senza un padre e con una madre intossicata dalla droga. Decide di prendersi cura di lui Juan, uno spacciatore locale che riesce a regalargli qualche momento di serenità (gli insegna a nuotare) e una casa dove rifugiarsi quando la madre diventa intrattabile. Diventato adolescente, Chinon viene considerato un debole secondo gli stereotipi machisti che seguono i suoi compagni di scuola. Il ragazzo trova conforto nell’amicizia e nell’intimità sessuale con il compagno Kevin, l’unico con il quale riesce a intendersi. Picchiato nuovamente dai suoi compagni, Chinon reagisce violentemente e viene mandato al riformatorio. Dieci anni dopo è un giovane adulto che ha imparato a farsi rispettare ed è diventato a sua volta uno spacciatore. Una sera riceve una telefonata da Kevin, dopo anni di silenzio. I due si incontrano in un locale: è l’occasione per raccontarsi a vicenda cosa sono diventati e ricordare il tempo passato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ci presenta un mondo degradato, dove lo spaccio della droga resta l’unico lavoro conveniente da fare, dal quale non trapela nessuna speranza di riscatto. Ogni persona vive solo della ricerca di singoli momenti di consolazione reciproca.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, pesanti allusioni sessuali, riferimenti a rapporti omosessuali, uso e spaccio di droga, scene di bullismo nella scuola.
Giudizio Tecnico 
 
Il film candidato a 8 premi Oscar, ha una regia che riesce ad amalgamare bene una storia che si svolge in tre età diverse con tre attori diversi, e conferisce al racconto un senso unitario di struggente malinconia
Testo Breve:

 Un ragazzo sensibile e  introverso, con una madre tossicodipendente, cresce con sofferenza, deriso e picchiato dai compagni, offesi dalla sua mancanza di machismo. Un film ottimamente realizzato ma che trasmette il pessimismo fatalistico di una vita senza riscatti. 

Questo racconto, ricavato da una piece teatrale, è totalmente incentrato sulla figura di Chinon, visto in tre diverse tappe della sua crescita (a dieci anni, da adolescente  e infine da giovane-adulto) e dei  suoi incontri con le tre sole persone che hanno contato per lui: la madre, Juan e Kevin. Con la madre Chinon ha il rapporto più tormentato ma duraturo, segnato dalla ferita di un amore reciproco che resta sempre intenso e tenero ma perennemente venato dalla sofferenza del rimorso, per entrambi, di non averlo potuto esprimere come avrebbero voluto.

Con Juan il rapporto è insolito: questo rude spacciatore si intenerisce per questo fragile ragazzo tormentato e deriso dai suoi compagni, se ne assume il ruolo di protettore e di educatore, rispondendo alle domande più difficili: sul perché i compagni lo deridano chiamandolo “checca” e sulla conferma che la madre sia una tossicodipendente. Il regista evidenzia la difficile crescita di questo ragazzo, sottolinea il suo malinconico silenzio, costretto sempre a rifugiarsi in camera quando torna a casa, perché la madre è impegnata con qualche uomo. Il capitolo sull’adolescenza non fa che enfatizzare l’isolamento del ragazzo, ora che l’ostilità dei compagni nei suoi confronti è diventata violenta. E’ in questo difficile contesto (Juan nel frattempo è morto) che Chinon finisce per trovare sollievo nell’avvicinarsi all’amico Kevin, l’unico che non lo deride e con il quale può confidarsi. Nel terzo capitolo, il più breve, Chinon si è ormai costruito una propria corazza per affrontare il mondo esterno (anche fisicamente è diventato un giovane muscoloso), è diventato anche lui uno spacciatore e l’incontro, dopo tanti anni fra lui e  Kevin, vive solo del riverbero delle sensazioni adolescenziali e del rammarico per tutte le aspettative che avevano riposto nel loro futuro e che non si sono realizzate.
Il film sfugge a una chiara definizione e può esser visto sotto diverse angolature. Può esser definito  un racconto di formazione, sia pur molto tormentata; una denuncia sociale per un mondo dove chi è di colore non ha altra alternativa che impegnarsi nella malavita e ha un’alta probabilità di passare degli anni in un riformatorio, come Chinon o in prigione, come Kevin.
Altri hanno sottolineato come questo film sia il primo che ha approfondito la condizione di omosessuale in un contesto  afroamericano. In realtà il film potrebbe essere visto anche in altri modi.
Ci sono vistose omissioni nel racconto, che farebbero pensare a un film costruito a tesi, o comunque con l’obiettivo di  realizzare un mood  particolare, inteso come espressione artistica, più che come rappresentazione di una realtà. L’analisi sociale è falsata da alcune scelte stilistiche: il film costruisce un mondo  all black e non compare nessun bianco in nessun momento; il mestiere di spacciatore di droga, esercitato da Juan prima e da Chinon dopo, è visto come un mestiere come tanti, trascurando il fatto che si tratta di un’attività con la quale si finisce per vivere nelle maglie di organizzazioni criminali potenti, in grado di uccidere senza scrupoli. Pur riconoscendo la forte presenza del bullismo nelle scuole,  l’accanimento dei compagni verso Chinon nella primo e nel secondo capitolo del film sembra eccessivo, perché non è compensato dalla descrizione del lato buono della scuola. La  stessa supposta omosessualità di Chinon potrebbe essere messa in discussione. In nessun momento viene espresso da Chinon un chiaro desiderio sessuale  in quella direzione ma piuttosto la melanconia di un ragazzo solo che trova qualcuno che lo possa capire e  l’unico caso di parziale espressione di omosessualità, più subita che voluta, che avviene nel capitolo dell’adolescenza, può essere imputato alle incertezze che sono tipiche di quell’età.  Inoltre il  film manca  totalmente di qualche sequenza di incontro di Chinon con una ragazza, che  ci possa far capire se abbia mai pensato di trovare in una persona dell’altro sesso il modo per superare la sua solitudine.  .

Moonlight  evidenzia una grande padronanza del regista nel portare avanti una storia tutta interiore, ottimamente recitata e nel trasmetterci quell’atmosfera di struggente malinconia in cui vive Chinon. Non si può però non commentare la scelta dell’autore di mostrare un mondo senza speranza e nel mostrarci uomini che cercano esistenzialmente solo singoli attimi di conforto, senza nessun impegno nel trasformare in positivo la propria esistenza. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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