Dramma

L'INFANZIA DI UN CAPO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/29/2017 - 22:24
Titolo Originale: The Childhood of a Leader
Paese: Regno Unito, Francia, Ungheria
Anno: 2015
Regia: Brady Corbet
Sceneggiatura: Brady Corbet, Mona Fastvold
Produzione: : Bow and Arrow Entertainment, Bron Capital Partners, FilmTeam
Durata: 115
Interpreti: Tom Sweet (Prescott), Bérénice Bejo (la madre), Liam Cunningham (il padre), Robert Pattinson (Charles Maker), Stacy Martin (Ada), Yolande Moreau (Mona)

Il film racconta una parte della vita e della formazione del piccolo Prescott subito dopo la fine della prima guerra mondiale nella villa vicino a Parigi dove si è dovuto trasferire con la madre per seguire il padre, consigliere del presidente americano Wilson, che lavora alle trattative diplomatiche in vista della definizione del trattato di Versailles.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nonostante nel film siano chiari i possibili danni conseguenti ad una educazione priva di positivi esempi e valori affettivi ed umani, manca una chiara risposta alle questioni sia personali che storiche che vengono prese in esame
Pubblico 
Maggiorenni
Per le molte scene drammatiche che coinvolgono un bambino
Giudizio Tecnico 
 
L’ottimo lavoro di regia, tra musica, fotografia e montaggio, riesce nell’intento di destare sconcerto nello spettatore e avvincerlo con un racconto non toccante ma potentemente impressionante.
Testo Breve:

L’infanzia in un ipotetico dittatore che si che trasforma la sua felicità in violenza mentre riceve una educazione priva di valori affettivi ed umani. Un film disturbante che avvince per la potenza delle immagini e della musica 

Una biografia immaginaria che si muove tra storia e filosofia del novecento, L’infanzia di un capo è l’ambiziosa opera prima di Brady Corbet. L’attore statunitense porta sul grande schermo il drammatico racconto dell’infanzia di un ipotetico dittatore a cavallo tra le due guerre mondiali ispirato all’omonimo testo dello scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre e interpretato da Bérénice Bejo, Robert Pattinson, Stacy Martin, Liam Cunnnigham e Tom Sweet. Alla 72a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia il film ha vinto il Premio Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima 'Luigi De Laurentiis' e il Premio Orizzonti per la Miglior Regia.

Corbet si muove tra filosofia esistenzialista e racconto allegorico e nel girare il suo film sembra non temere l’incomprensione da parte del pubblico. L’infanzia di un capo è infatti la storia di un bambino, Prescott, colta in un difficile momento di crescita, fortemente messa in crisi dagli eventi politici e dal contesto sociale dell’epoca che influenzano e deformano la formazione del bambino.

Prescott (Tom Sweet) è figlio di un diplomatico americano (Liam Cunningham), consigliere del presidente Woodrow Wilson, e di una bellissima donna francese (Bérénice Bejo). Intorno al 1919 il padre di Prescott è inviato dal presidente in Francia come delegato per concludere le trattative che porteranno alla firma del Trattato di Versailles, così sua moglie e suo figlio, ancora bambino, sono costretti a lasciare gli Stati Uniti per seguirlo in un piccolo paese appena fuori Parigi. Madre e figlio nella nuova grande dimora francese trascorrono una vita tranquilla ma isolata, le loro giornate sono scandite dalle funzioni parrocchiali, dalle sporadiche visite del giovane giornalista e amico di famiglia Charles Maker (Robert Pattinson) e dalle settimanali lezioni private di francese che la giovane Ada (Stacy Martin) impartisce a Prescott. Il padre, severo e duro sia con la moglie che con il figlio, intanto è sempre più impegnato a mandare avanti le delicate trattative che lo costringono ad assentarsi da casa anche per intere settimane. Prescott però fatica ad accettare il cambiamento e sembra riuscire a non trovare alcun conforto nemmeno nella presenza della madre, che nasconde dietro atteggiamenti rigidi, freddi e a volte persino scostanti, debolezza e fragilità sia nell’educare il figlio che nel concedergli l’affetto di cui avrebbe bisogno. Pertanto Prescott comincia ad affezionarsi all’anziana e comprensiva cameriera Mona, ma ben presto a causa della gelosia della madre gli sarà tolto anche questo conforto.

Atmosfere cupe, paesaggi grigi, ambienti impersonali e austeri e una colonna sonora ricca di enfasi e inquietudine conferiscono alla storia un senso di angosciante oppressione. Il film è diviso in quattro atti, i primi tre corrispondenti ai peggiori scatti d'ira del protagonista e rappresenta il racconto della formazione del carattere di un ipotetico futuro tiranno politico, egocentrico e nazionalista. Non v’è amore, né pietà, né perdono, né accoglienza, né affetto nella famiglia del bambino e Prescott cresce come una sorta di bestiola da addomesticare con punizioni rigide e a volte umilianti.

I suoi stessi genitori vivono la loro relazione in modo quasi alienante, completamente compenetrati da uno spietato individualismo che il figlio assorbe in misura sempre maggiore. Ogni episodio della vita di Prescott, dal rapporto con la madre, con il padre, a quello con la bella insegnante di francese, è svuotato di ogni significativo valore umano e ridotto a semplice funzione. Ogni volta che il bambino sembra manifestare il suo bisogno d’affetto l’atteggiamento respingente dell’ambiente circostante genera in lui una serie di scatti d’ira che si fanno via via sempre più violenti, disturbanti e sconcertanti. Anche la religione, probabilmente di stampo calvinista, è vista come un’opprimente imposizione, un insieme di rigide e oscure formalità esteriori da espletare svuotate di ogni contenuto e valore.

Ne L’infanzia di un capo sembra quindi che l’ambiente circostante e la situazione storica siano condizioni tali da generare una sorta di mostro, ma è proprio l’amico Charles Maker, personaggio meno marginale di quanto non possa sembrare, a sintetizzare il senso del film: “Questa è la tragedia della guerra: non che un uomo solo abbia il coraggio di essere cattivo, ma che così tante persone non abbiano il coraggio di essere buone”.

Nonostante il finale decisamente criptico e lo sviluppo della storia non sempre semplice da seguire a causa della forte sensazione di rabbia e frustrazione generata dai personaggi, L’infanzia di un capo è un film che riesce a destare sconcerto e coinvolgimento, non cattura per il racconto ma per le insolite corde narrative che va a toccare e attraverso le quali spinge ad una riflessione.

Al potente lavoro di Corbet mancano però delle risposte sia sul piano della narrazione che su quello del significato, la storia e la sua interpretazione infatti rimangono ambigue e difficili da comprendere fino in fondo.   

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EMMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/28/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: Emma
Paese: USA
Anno: 1996
Regia: Douglas McGrath
Sceneggiatura: Douglas McGrath
Produzione: STEVEN HAFT, PATRICK CASSAVETT
Durata: 108
Interpreti: Gwyneth Paltrow, Jeremy Northam, Toni Collette, Greta Scacchi, Ewan McGregor, Polly Walker

Emma Woodhouse ha 21 anni, è bella, ricca e intelligente. Orfana di madre, vive con il padre nella loro residenza non lontana dalla cittadina di Highbury, a sud di Londra. La loro casa è frequentata spesso dal suo amico dai tempi dell’infanzia Mr George Knightley, più grande di lei di 16 anni e fratello maggiore di suo cognato. Emma si è messa in testa di combinare un matrimonio fra la sua nuova amica, la dolce Harriet Smith di diciassette anni e Mr Elton, il vicario del villaggio, nonostante il parere contrario di Mr Knightley. Alla fine Emma dovrà riconoscere che il suo amico: era stato più perspicace di lei nell’intuire il gretto opportunismo di Mr Elton. D’altronde Emma, non riesce neanche a comprendere veramente se desidera innamorarsi di qualcuno e di chi, fino a quando qualcosa accade nella sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il cammino etico di una ragazza che, all’inizio è tutta piena di se stessa ma che poi impara a rispettare gli altri per quel che sono ed ad esser amorevole con tutti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori professionisti come Gwyneth Paltrow e Jeremy Northam vengono guidati da una impeccabile sceneggiatura che si avvantaggia del testo della grande Jane Austen
Testo Breve:

Emma, ricca e sentimentalmente libera, sente il bisogno di combinare matrimoni per gli altri. Dal romanzo di Jane Austen, un racconto di crescita morale e di scoperta dell’amore

La figura di Emma Woodhouse è alquanto insolita nel panorama delle eroine di Jane Austen. Contrariamente a Elinor Dashwood: di Ragione e sentimento o a Elisabeth Bennet  di Orgoglio e Pregiudizio, non  pensa a sposarsi, né appare disponibile a innamorarsi. E’ ricca e ci tiene a conservare la sua autonomia. Il matrimonio, secondo lei, è adatto per quelle che sentono la necessità di una stabile sistemazione. Dalla sua posizione libera e indipendente, si sente responsabile, secondo i suoi criteri, della felicità degli altri ed è quello che fa, cercando di combinare il matrimonio fra l’amica Harriet con il reverendo Elton. Nell’agire in questo modo si sente altruista e generosa. Si sta avviando, in realtà, lungo un cammino, anche doloroso, di maturazione, che compierà proprio commettendo una serie di errori, tallonata in questo dall’amico George Knightley, che sentirà il dovere, quando sarà necessario, di “dirle la verità ed essere per lei un consigliere leale”.

I film ricavati dai romanzi di Jane Austen hanno alcune caratteristiche inconfondibili; un racconto che ruota intorno a un mondo circoscritto (un paese e delle dimore signorili di campagna intorno ad essa), un gruppo di personaggi collegati da parentele o da amicizie di lunga data. Sono tutti elementi che non determinano claustrofobia ma che consentono allo spettatore di concentrarsi sulla vera essenza del racconto: il percorso sentimentale e morale dei protagonisti. Anche i dialoghi così complimentosi e banali (il raffreddore di qualcuno diventa la notizia del momento, i personaggi si scambiano continuamente complimenti e lodi reciproche) vanno letti proprio per quello che non dicono, in un continuo stimolo per lo spettatore a leggere dietro le parole e a partecipare al gioco degli innamoramenti che appaiono veri e invece non lo sono o viceversa.

Per il libro di Emma, Jane Austen adottò una tecnica particolare, ponendo in terza persona ciò che in realtà è la visione soggettiva di Emma sul mondo. Questo “discorso indiretto libero” è reso cinematograficamente, in questo film, attraverso colloqui solitari con se stessa che Emma fa davanti allo specchio della toilette della sua camera da letto.

E’ proprio con queste riflessioni e con i rimproveri affettuosi di Mr Knightley che Emma progredisce nelle sue virtù. In merito al “progetto “che aveva concepito nei confronti di  Harriet, si accorge di aver agito come un presuntuoso Deus ex machina, senza rispettare i veri desideri della ragazza. Anche una sua frase ironica nei confronti della signorina Bates è occasione per ricevere un giusto, severo rimprovero da George, che l’accusa di essere stata insolente verso una persona povera e di rango inferiore, che avrebbe avuto bisogno della sua comprensione, non certo della sua derisione. Si tratta di una lezione dura che Emma accetta. Come dirà più tardi: “le ho dato solo elemosina e non gentilezza”.

Il progresso di Emma nelle virtù va di pari passo con la scoperta del vero amore. Dopo che avrà smesso di giudicare gli uomini con un certo distacco, solo dal loro aspetto e dalla loro educazione (i ranghi sociali continuano a venir da lei rigorosamente rispettati e sarebbe antistorico il contrario) come non innamorarsi proprio di colui che la comprende veramente, dell’unica persona da cui accetta un rimprovero?

In fondo, come riconosce  lo stesso Knightley, lui la rimprovera “non perché dubita ma perché spera”.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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METRO MANILA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/20/2017 - 14:57
Titolo Originale: Metro Manila
Paese: GRAN BRETAGNA, FILIPPINE
Anno: 2013
Regia: Sean Ellis
Sceneggiatura: Sean Ellis, Frank E. Flowers
Produzione: CHOCOLATE FROG FILMS
Durata: 114
Interpreti: Jake Macapagal, John Arcilla, Althea Vega, Ana Abad-Santos

Oscar Ramirez è un contadino delle risaie del nord delle Filippine. Dopo che ha lavorato per tutta la stagione, lui e sua moglie Mai, non riescono neanche a ricavare, vendendo il raccolto, i soldi necessari per comperare le sementi per l’anno successivo. Si decidono allora per un passo estremo: lasciano la campagna con i loro due figlioletti per cercare un lavoro nella capitale Manila, ma, a causa della loro disarmante onestà, finiscono per essere preda di imbroglioni e sfruttatori. Alla fine Mai è costretta ad accettare il ruolo di barista in un locale ambiguo e Oscar viene ingaggiato per un lavoro lucrativo ma pericoloso: fare da vigilante per un servizio di trasporto valori su camion blindati. I loro problemi sembrano avviarsi a una soluzione quando nuove minacce mettono a dura prova la loro onestà..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo profondamente onesto finisce, spinto dalla necessità, per venir meno ai propri principi ritenendo, in questo modo, di fare almeno il bene della sua famiglia
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere thriller, qualche rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Ottima sceneggiatura e bravi gli attori. Questo film inglese si è aggiudicato tre premi al 16° British Independent Film Awards e il premio del pubblico al Sundance Film Festival
Testo Breve:

Una coppia di contadini con I loro due figli, spinti dalla fame, decidono di lasciare i campi per cercare lavoro a Manila. Un film ben realizzato che parte da uno spunto sociale per poi trasformarsi in un thriller dal finale inaspettato

Esce solo adesso nelle sale italiane questo film inglese del 2013 che si è giustamente meritato tre premi al 16° BIFA (British Independent Film Awards). Il film è interamente ambientato nelle Filippine e in tutta la sua prima parte si fa apprezzare per un’attenta ricostruzione ambientale e sociologica, sia della vita dei contadini nelle risaie del nord del paese che nella caotica e violenta Manila. Il cuore si stringe per Oscar e Mai, onesti ma poveri contadini, che debbono subire i soprusi di un grossista che impone loro un prezzo ridicolo per il loro raccolto di riso. Anche dopo, partecipiamo alle loro ansie per cercare un posto dove dormire nei sobborghi malfamati della grande città mentre Oscar deve lottare per trovare un lavoro a giornata, ricevendo solo un panino e una bibita come ricompensa.
Se i due posso aprirsi per un momento alla speranza quando entrambi riescono a trovare qualche forma di lavoro (lei deve intrattenere, con non poco imbarazzo, i clienti di un bar cercando di far loro ordinare nuove bottiglie), entrambi dovranno presto accorgersi che coloro che li hanno aiutati lo hanno fatto per proprio tornaconto e che la loro prossima richiesta metterà a dura prova l’onestà di entrambi. Inizia così il secondo capitolo del film e quando entrambi cercano di uscire dal vicolo cieco nel quale sono stati spinti, la storia si carica delle ansie e delle incertezze tipiche di un giallo. Anche questa componente thriller è stata ben disegnata e si conclude con un inaspettato colpo di scena. Dispiace però che la costruzione di un finale ad effetto abbia finito per mettere in secondo piano l’altro tema sviluppato, forse più originale, riguardo alla sfida morale a cui entrambi sono sottoposti.  Se Mai ha il coraggio di restare coerente a ciò che le detta la sua coscienza, viene alla ribalta, riguardo a Oscar, un tema etico già affrontato in altri film (citerei soprattutto Gran Torino). In questi si presuppone che sia lecito, anzi sia un fatto positivo, cercare la morte, non per salvare la vita di qualcun altro di fronte a una minaccia insopprimibile, ma per dei beni inferiori.

Se nel caso del film Gran Torino, la fine della vita del protagonista veniva cercata per “incastrare” dei malfattori, Oscar, il protagonista di questo film, mette a repentaglio la propria vita per garantire il benessere materiale della propria famiglia. Ma un padre vivo accanto ai propri figli vale molto di più di una condizione economica fuori dalla povertà

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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QUANDO UN PADRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/13/2017 - 14:31
 
Titolo Originale: The Headhunter's Calling
Paese: Canada
Anno: 1016
Regia: Mark Williams (III)
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 109
Interpreti: Gerard Butler, Willem Dafoe, Alfred Molina, Gretchen Mol, Alison Brie, Max Jenkins

Dane Jensen (Gerard Butler) è un cacciatore di teste, un selezionatore di personale specializzato, che lavora tutti i giorni fino a tardi pressato dal suo boss Ed (Willem Dafoe ) che lo alletta con la promessa di un avanzamento di carriera. La moglie Elyse (Gretchen Mol) e i suoi tre figli desidererebbero soprattutto averlo di più accanto a loro e la situazione diventa drammatica quando scoprono che Ryan (Max Jenkins), il figlio maggiore, ha contratto la leucemia....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista compie un percorso di conversione che gli fa comprendere il valore primario della cura della propria famiglia e dell’onestà sul lavoro
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un bambino gravemente malato potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film soffre di una debole sceneggiatura e di un regista al suo esordio ma gli attori, tutti bravi, rendono credibile la storia
Testo Breve:

Un cacciatore di teste ritiene sia giusto concentrarsi sul lavoro ponendo la famiglia ial secondo posto ma un tragico evento sconvolge la sua esistenza. Un bel racconto di conversione sorretto da bravi attori ma non dalla sceneggiatura

Questo film ruota intorno a due tensioni narrative: la leucemia del piccolo Ryan che scuote e sconvolge la vita dei suoi genitori e la competizione fra due dirigenti dell’agenzia di headhunter dove lavora Dane (lui stesso e la risoluta Lynn Vogel) per la carica di direttore generale.  Intorno a questi due filoni vengono al contempo messi a fuoco, nei dialoghi e che sentiamo e nei subplot che si sviluppano, due temi che costituiscono i valori portanti della storia e che risultano strettamente connessi: la famiglia e il lavoro, con alcuni riferimenti sottesi al tema della fede religiosa.

Il film entra nell’intimità della casa di Dane, dove sua moglie Elise ha scelto di occuparsi esclusivamente della crescita dei tre figli mentre lui vive perennemente con l’ansia di raggiungere il budget mensile.  I due si vogliono bene ma le tensioni non mancano: Dane disattende spesso i suoi impegni di padre e anche quando si trova in casa, viene continuamente distratto da telefonate di lavoro. La moglie gli esprime tutto il suo disappunto ma ci tiene a dirgli che lo fa proprio perché lo ama: è dispaciuta sopratutto per lui e verrà il giorno in cui si pentirà per ciò che ha perduto. I tentativi di Dane di conciliare lavoro e famiglia, come lo svegliare il piccolo Ryan alle 6,30 di mattina per fare assieme jogging assieme a lui, non risultano efficaci. Insolita ma pertinenente alla radiografia di questa famiglia che il film vuole realizzare, è la rivelazione delle difficoltà che i coniugi incontrano nei loro rapporti sessuali. Alla fine il problema risulta essere sempre lo stesso, come commenta Elise: “forse se passassimo più tempo sopra le lenzuola ci vedremmo più spesso anche sotto”.

Il tema della conciliazione fra famiglia e lavoro non trova soluzione per buona metà del film, anche se un  amico di Dane, Lou Wheeler, sposato da 29 anni, gli ricorda che “ogni famiglia ha dei problemi ma la famiglia è una sola”. Il tema del lavoro, visto solo come competizione e ricerca del successo, è l’altro filone che segue il film: Dane cerca di raggiungere i suoi obiettivi  in modo spegiudicato, ingannando anche i suoi clienti e gli sembra che questo, in una visione utilitaristica,  sia l’unico modo per comportarsi sapendo che i suoi “concorrenti” fanno lo stesso; pensa che in fondo, è proprio con il suo lavoro che riesce a dare un tenore di vita elevato alla sua famiglia, a dispetto delle ammonizioni della moglie e delle belle frasi di Lou: “quando si ha uno stipendio onesto per un lavoro onesto, solo allora si è felici”.

Fa capolino, in varie occasioni, anche il tema della fede. Al figlio che gli chiede perché anche loro non vanno a una scuola cattolica, Dane evita il tema: “il Signore vuole che noi passiamo le domeniche in pasticceria”; quando sua figlia insiste:” tu credi in Dio?”, la risposta questa volta è molto pragmatica: ”dipende da come va il mese”. Dane riesce al massimo a concepire un Dio che sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Come, purtroppo, spesso accade nella realtà, sarà solo una sventura, in questo caso la malattia del figlio, a scuotere dalle fondamenta le convinzioni di Dane e, come non sempre accade, sarà proprio l’incontro con persone oneste e generose a determinare il nuovo orientamento che Dane darà alla sua vita.

Dane inizia a spendere più tempo assieme al figlio malato (Ryan è appassionato di architettura e per noi spettatori diventa un’ottima opportunità visitare con loro le più belle architetture di Chicago). Nelle visita al figlio, ormai ricoverato in ospedale, incontra due interessanti personaggi: un dottore di religione Sikh che si prende cura con professionaltà ma anche con molto umana comprensione di Ryan (“noi sikh crediamo nella dignità delle persone e un sikh ha l’impegno di proteggere ogni persona debole”) e un infermiere  che si è conquistata la confidenza del ragazzo e che può rivelare al padre quanto Ryan sia felice, a dispetto della malattia, che il padre stia più tempo con lui.

E’ a questo punto che Dane compie un gesto gratuito e altruistico, proprio nell’ambito della sua professione e prende una decisione coraggiosa che gli consentirà di conciliare definitivamente la cura della famiglia e il lavoro. Non si tratta, semplicisticamente, della scoperta dell’importanza degli affetti verso la moglie e i figli ma della convinzione dell’esistenza di alcuni valori assoluti che vanno ben al di là del proprio momentaneo tornaconto. Non a caso il gesto generoso nel contesto lavorativo e quello nei confronti della famiglia sono strettamente collegati, perché fanno riferimento al riconoscimento, da parte di Dane, che ogni uomo  vale nella misura in cui si prende cura degli altri, sia in famiglia che fuori di essa.

Tutti questi temi vengono affrontati con sincera convinzione ma il modo con cui vengono risolti, mediante frequenti sentenze dichiarative, rischia di far scivolare il film nel didascalico. Una frase conclusiva della moglie, felice della “conversione” del marito: “Sei un marito un padre e l’ultimo dei romantici”, mostra quanto poco lo sceneggiatore, appena alla sua seconda esperienza, si fidi degli spettatori e senta la necessità di proporre lui stesso una giusta conclusione.

Per fortuna Gerard Butler riesce da solo a rendere credibile il racconto, coadiuvato dal validissimi comprimari, come Willem Dafoe nel ruolo del boss carogna (ma non troppo) e di Alfred Molina, l’amico che stimola Dane a scoprire la vera sapienza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LION - LA STRADA VERSO CASA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 10:04
 
Titolo Originale: Lion
Paese: Australia, Stati Uniti, Gran Bretagna
Anno: 2016
Regia: Garth Davis
Sceneggiatura: Luke Davies
Produzione: SEE-SAW FILMS, AQUARIUS FILMS, SUNSTAR ENTERTAINMENT
Durata: 129
Interpreti: Dev Patel, Rooney Mara, Nicole Kidman

Saroo ha quattro anni e vive con la mamma e i fratelli in un paesino del Khandwa, una regione dell’India centrale. Un giorno, per aiutare il fratello in uno dei tanti lavoretti con cui la poverissima famiglia si sostiene, finisce per sbaglio su un treno che lo porta a Calcutta, a milleseicento chilometri da casa. Lì si perde e per due anni è costretto a vivere prima per strada e poi in orfanotrofio. Fino al giorno in cui viene spedito in Australia, adottato da una ricca famiglia senza figli. Venti anni dopo, il passato rimosso riaffiora nella mente di Saroo, che decide di mettersi alla ricerca delle proprie origini…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film fa riflettere sull’importanza delle relazioni umane attraverso gli occhi di chi come fratello, figlio, amico e compagno, ha sperimentato la solitudine più profonda e sottolinea, senza nessuna retorica, l’ingiusta distribuzione della ricchezza che ancora esiste nel mondo
Pubblico 
Adolescenti
Scene di forte tensione psicologica
Giudizio Tecnico 
 
Il regista australiano Garth Davis, al suo debutto cinematografico, si presenta con una pellicola struggente e ben girata, che ha meritatamente fatto incetta di candidature e di consensi
Testo Breve:

Come accade ogni anno a migliaia d bambini in India, il piccolo Saroo, finisce per sbaglio su un treno che lo porta a Calcutta. Una storia vera che commuove e fa riflettere

Il regista australiano Garth Davis, al suo debutto cinematografico, si presenta con una pellicola struggente e ben girata, che ha meritatamente fatto incetta di riconoscimenti e di consensi.

Nella prima parte, il film sembrerebbe quasi un omaggio dickensiano se non fosse che, fin dalla prima scena, veniamo a sapere che il racconto non solo è realmente accaduto ma che è tutt’altro che inverosimile che capiti una storia così in un Paese bellissimo e spietato, al tempo stesso, come l’India. La storia vera di Saroo, infatti, come ci rivela la scritta sul fotogramma finale, è anche quella di 80.000 bambini che scompaiono ogni anno. Una storia che si ripete migliaia di volte e quasi sempre senza lieto fine. A differenza di quella del piccolo Saroo, che ha invece avuto la fortuna e la forza (come quella di un leone, appunto) per poterla raccontare.

Dopo essere sopravvissuto alla fame, alla sporcizia, alla solitudine, e soprattutto alla cattiveria degli adulti, Saroo trova in Australia una famiglia disposta ad accoglierlo e a volergli bene. Qui il piccolo “riparte da zero” e insieme a lui anche il film sembra farlo: da una storia di sopravvivenza veniamo introdotti nel dramma familiare di un’adozione, con tutte le sue problematiche (che nel caso specifico esplodono con l’arrivo del fratello adottivo di Saroo, Mantosh, anche lui indiano e con gravi problemi psichici).

Paradossalmente Lion è un film dove si parla poco ma si racconta molto. I dialoghi sono molto asciutti, soprattutto nella prima metà del film (per forza di cose visto che il piccolo Saroo conosce una manciata di parole e solo in hindi, mentre a Calcutta si parla il bengali) ma nonostante questo sono molteplici gli spunti di riflessione offerti. Tra gli altri, il film propone il tema archetipico del ritorno a casa come riscoperta della propria identità, determinata sì dalle proprie origini ma anche del cammino percorso, che in un modo o nell’altro ci segna e ci disegna; riflette poi sull’importanza delle relazioni umane attraverso gli occhi di chi come fratello, figlio, amico e compagno, ha sperimentato la solitudine più profonda. Infine il film sottolinea, senza nessuna retorica, l’ingiusta distribuzione della ricchezza che ancora esiste nel mondo, invitandoci a riflettere e a rivalutare necessità e priorità delle nostre vite borghesi.

È un film che merita di essere visto perché ha la capacità di toccare il cuore e far vibrare corde nascoste dentro ognuno di noi. C’è la concreta possibilità di terminare la visione con il proposito di diventare persone migliori.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
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UNA VITA, UNE VIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 09:40
Titolo Originale: Une vie
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon
Produzione: TS Productions, France 3 Cinéma, Versus Production
Durata: 119
Interpreti: Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield

Jeanne è una giovane aristocratica dei primi dell’800 che sposa un nobile caduto in disgrazia meschino e traditore e riceve dalla vita una lunga serie di dolorose delusioni

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Matrimonio, famiglia, convenzioni sociali, religione e relazioni umane sono presentate come una sorta di gabbia soffocante portatrice di dolore e delusioni. Tutta la storia è priva di un percorso di crescita che porti ad una maggiore consapevolezza di sé e della gestione degli affetti
Pubblico 
Maggiorenni
A causa della pesantezza degli argomenti trattati
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile delle riprese e la fotografia si adattano in modo perfetto alle atmosfere e ai contenuti della storia, conferendo al dramma un valore fortemente poetico
Testo Breve:

Dal romanzo di Maupassant, la storia di una giovane aristocratica che subisce una lunga serie di dolorose delusioni. Una trasposizione minimalista per un racconto cupo sulla condizione della donna ai primi dell’800

Una vita, una vie di Stéphane Brizé è la nuova trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Guy de Maupassant del 1883. Il film è stato presentato in concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed ha vinto il Premio Fipresci. Al di là dell’indubbio valore letterario e dunque culturale di una delle più rappresentative opere del realismo francese, la domanda che però ci si pone di fronte al nuovo rifacimento cinematografico del primo celebre romanzo di Maupassant è se un tale lavoro sul grande schermo abbia effettivamente qualcosa di significativo da dire ai giorni nostri.

Oltre ai diversi film fatti per la televisione, la precedente trasposizione cinematografica risale al 1958 e fu realizzata dal regista francese Alexandre Astruc con il titolo Una vita – Il dramma di una sposa. Astruc, uno dei fondatori della Nouvelle Vague, con il suo stile si sforzò di trasformare il linguaggio cinematografico in una nuova forma di linguaggio letterario, un po’ come Maupassant a suo tempo si era impegnato ad introdurre nella prosa del romanzo il linguaggio poetico. Il recente sforzo del regista e sceneggiatore Stéphane Brizé in Una vita, une vie sembra andare un po’ nella medesima direzione, ma ciò che ne risulta è solo un esasperante esercizio di stile.

Brizé richiama lo stile sintetico ed evocativo dell’autore francese attraverso un racconto che procede per tagli netti, inquadrature in primo piano sullo sfondo di una scenografia ridotta quasi all’essenziale e di suggestivi e poetici paesaggi in lontananza.

La storia resta fondamentalmente fedele a quella del romanzo e ripercorre l’intero arco della vita di Jeanne, una giovane aristocratica del 1819. Figlia unica del barone Simone-Jacques Le Perthuis e di sua moglie Adelaide, dopo essere stata educata in un collegio religioso, Jeanne si trasferisce presso la residenza di famiglia in Normandia dove vive giorni felici carichi di aspettative per il futuro. I genitori decidono di darla in sposa ad un nobile decaduto di cui la fanciulla è platonicamente innamorata, il visconte Julien de Lamare. Ben presto però Julien si rivela avido ed egoista infrangendo i romantici sogni di Jeanne. La giovane sposa scopre anche che Julien la tradisce con la serva Rosalie, dalla quale questi aspetta un figlio. Rosalie viene allontanata dalla residenza e gli sposi hanno un bambino, Paul. Tuttavia Julien continua a tradire la moglie con una vicina di casa, Gilberte, finché la vicenda trova un tragico epilogo. Jeanne rimasta sola a crescere Paul riversa sul figlio tutte le sue attenzioni, ma anche questi crescendo le causerà grande dolore.

Il romanzo di Maupassant dipingeva il panorama della condizione femminile ottocentesca senza nascondere la forte ostilità dell’autore nei confronti della religione e della borghesia dell’epoca. Stéphane Brizé compone un racconto per immagini che in sostanza non si discosta dalla posizione dell’originale romanzo e realizza una sorta di epopea decadente.

Inquadrature asfittiche, un racconto minimalista e spossante che mette a dura prova lo spettatore, Una vita, une vie manifesta un pessimismo che non dà tregua fino alla fine in un susseguirsi di tragiche delusioni in cui sembra che la protagonista, frustrata in ogni sua aspettativa, non trovi la forza di reagire né in se stessa né in coloro che le stanno accanto. Le aspettative, un po’ infantili, su cui Jeanne aveva investito il senso della sua intera esistenza vanno crollando sotto i suoi occhi una dopo l’altra ed ella si lascia quasi schiacciare dagli eventi.

La debolezza della protagonista si somma a quella di tutti gli altri personaggi che sembrano paralizzati dall’incapacità di affrontare le proprie e le altrui fragilità in un soffocante circolo vizioso. L’isolamento esistenziale che tale stato genera sembra giustificato e quasi indotto dall’ingerenza di figure ecclesiastiche che, invece che liberare la persona attraverso una visione più soprannaturale della vita, la affossano in un inesorabile immobilismo allontanandola da ogni possibile ricerca di felicità, come se l’unica vera forma di pace auspicabile in questa vita fosse quella che risiede in una sorta di rassegnata e passiva atarassia.

Jeanne soffre terribilmente e disperatamente ma l’esperienza non la porta ad alcuna forma di maturazione o crescita, né interiore né emotiva. Dall’inizio alla fine ella resta la fanciulla ingenua, debole e fragile delle prime scene, solo più logorata dalla sconfortante disillusione che le relazioni umane le hanno causato. La fede non dà forza né speranza ma imprigiona in una muta rassegnazione.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 08:39
 
Titolo Originale: Umi yori mo mada fukaku
Paese: Giappone
Anno: 2016
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PRO. INC., FUJI TELEVISION NETWORK INC., BANDAI VISUAL CO. LTD., GAGA CORPORATION
Durata: 117
Interpreti: Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Taiyô Yoshizawa

Ryoto si mostra, all’aspetto, come un uomo tranquillo dai modi gentili ma in realtà la sua vita è alquanto incasinata. Dopo un esordio folgorante come scrittore (ha vinto un premio prestigioso) non è più riuscito a portare avanti un secondo lavoro. Ha il vizio del gioco e appena guadagna qualcosa, lo spende in fallimentari scommesse. Ha trovato un lavoro alternativo come detective privato che per lui diventa l’occasione per spillare soldi ai suoi clienti con l’arma del ricatto. La sua incostanza ha decretato il fallimento anche della sua vita familiare. Nella sua condizione di divorziato con un figlio (Shingo), rischia di perdere l’opportunità di passare un giorno al mese con il bambino, perché non corrisponde all’ex-moglie, Kyoko, gli alimenti pattuiti. Solo la sua vecchia madre (Yoshiko) spera ancora in un suo profondo cambiamento....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una nonna, pur conoscendo le molte debolezze del figlio, non rinuncia a incoraggiarlo e a sperare che il suo comportamento possa cambiare
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film meditato, non corale ma ricamato con cura intorno ai singoli colloqui a tu per tu dove è possibile parlare a cuore aperto sulle motivazioni più profonde del proprio vivere
Testo Breve:

Il protagonista non riesce a trovare un lavoro stabile e si è dovuto separare dalla moglie, vedendo il figlio solo una volta al mese. Un altro film giapponese sul valore della famiglia che si nutre di dialoghi intimi e di riflessioni condivise

La vera protagonista del film è la nonna paterna, Yoshiko (mirabilmente interpretata da Kirin Kiki). L’arrrivo di un tifone è per lei una stupenda occasione per riunire a casa sua il figlio Ryoto, la ex moglie Kyoko e il piccolo Shingo. Si dirige allegra verso la cucina per preparare quei piatti che, per esperienza, sa che piacciono tanto al figlio e al nipote; va ad accendere l’acqua calda per chi di loro voglia rilassarsi con una doccia; prepara, nella stanza dov’è cresciuto Ryoto, un letto matrimoniale con tre cuscini, dove il bambino dormirà nel mezzo; unica, modesta copertura al suo sfacciato tentativo di riavvicinare i due. All’alba, lei è già sveglia ma lo è anche Ryoto. E’ l’occasione per un colloquio a cuore aperto, dove lei sente la morte imminente, non in modo angoscioso ma come realtà ineluttabile; lui si domanda se può ancora cercare di essere felice. La conversazione è stata melanconica ma profonda e la nonna non perde neanche questa occasione: invita il figlio ad appuntarsi tutto ciò che si sono appena detti, perché potrà essere un ottimo spunto per il suo prossimo libro. In mattinata, padre e figlio fanno una passeggiata; suocera e nuora sono ora sole e la nonna, con una dolce impudenza tutta femminile, le chiede se sente ancora qualcosa per Ryoto. Yoshiko è quella madre che se potesse, si sostituirebbe al figlio per coprire le sue innegabili debolezze ma ovviamente non può e si limita a consigliare con discrezione, proporre, incoraggiare.

Come nel precedente Father and son, dello stesso regista Kore’eda Hirokazu, i protagonisti trovano nella famiglia le ragioni del loro stesso esistere anche se la vita può avere risvolti complessi, come lo scambio di due bambini in culla (in Father and son) o l’incapacità cronica di un uomo di esser coerente con i suoi impegni di marito e di padre. Kore’eda non ha una risposta pronta alle situazioni che imbastisce, non c’è mai un netto lieto fine, perché i protagonisti debbono cercare (sembra dirci il regista) il miglior modo di vivere attraverso l’ascolto degli altri, coltivare momenti di riflessione autentica e ascoltare i moti più intimi e sinceri del loro cuore. Così come in Father e son, non c’è una vera risposta al dilemma se sia più importante un figlio genetico rispetto a quello che ti è stato accanto fino a quel momento, né c’è una vera soluzione alternativa, in quest’ultimo film (anche se  Ryoto ha recuperato completamente il suo orgoglio di padre e in fondo non ha mai tradito la moglie) al gestire la separazione nel migliore dei modi possibili.

Il regista si avvicina molto al grande Yasujiro Ozu nel porre la famiglia la centro dei suoi valori e nel cercare di cogliere, con la sua narrazione tranquilla, anche le più piccole sfumature d’animo. Mancano, rispetto a Ozu, la contemplazione dei paesaggi, le armonie ordinate degli interni ma soprattutto quel modo così esclusivo di ricavare dai colloqui domestici e ordinari dei protagonisti, risonanze universali. Kore’eda propende per una riflessione più parlata, una meditazione sul senso della vita alla ricerca di ciò che si desidera veramente.

C’è un altro aspetto che si può cogliere e che accomuna i racconti dei due registi giapponesi: la presenza, anche in situazioni difficili, di parenti e amici pronti a mostrare solidarietà e a prendersi a cuore i problemi del protagonista (basterebbe ricordare Tardo autunno di Ozu). Lo stesso Ryoto, un uomo debole che non disdegna di recuperare soldi con l’imbroglio, non viene allontanato né emarginato. La sua ex moglie, giustamente adirata con lui perché non è in grado di corrispondere gli alimenti pattuiti, non se la sente di dare un taglio netto, ma continua a confermargli, mese dopo mese, il diritto di rivedere il figlio.

Non ci sono mai, in questi film, situazioni di solitudine angosciosa. In questo, noi occidentali, abbiamo qualcosa da imparare da questa antica cultura

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FOSTER - UN REGALO INASPETTATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 13:42
 
Titolo Originale: Foster
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2011
Regia: Jonathan Newman
Sceneggiatura: Jonathan Newman
Produzione: Reliance Big Pictures, Starlight Films
Durata: 95
Interpreti: Maurice Cole, Toni Collette, Ioan Gruffudd

Zooe e Alec Morrison non riescono ad avere bambini. Il ginecologo conferma che non ci sono problemi fisici; si tratta molto probabilmente di un blocco psicologico causato dal dramma della morte, in condizioni drammatiche, del loro primo figlio a soli cinque anni. La coppia si orienta sull’adozione e sottoscrivono la loro richiesta presso un istituto specializzato. Una mattina suona alla porta Eli, un bambino di sette anni, che si auto-dichiara il loro figlio adottivo. Il bambino sembra più grande della sua età: sa dare saggi consigli e sembra riportare un po’ di gioia e serenità alla loro casa, non solo a Zooe ma anche ad Alec, che deve affrontare la pesante congiuntura economica che ha colpito la sua fabbrica di giocattoli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia che non riesce a superare il dolore della morte del figlio riceve un aiuto inaspettato e provvidenziale, fatto di piccole attenzioni e di saggi suggerimenti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ben realizzato e recitato, che non mira a emozionare o a stupire ma che ha lo stesso ritmo con cui un cuore ferito riesce lentamente a guarire
Testo Breve:

Due genitori che hanno perso il loro piccolo in un incidente, riescono a recuperare la voglia di vivere puntando nuovamente sull’affetto reciproco anche con l’aiuto di qualche intervento provvidenziale

Questo film inglese, programmato in italiano sulla rete Sky, è originario di Hallmark, il canale televisivo dedicato alla famiglia, che trasmette in oltre cento paesi.

Il tema trattato è quello della devastazione che provoca in una famiglia, la morte prematura di un figlio (come aveva già evidenziato Nanni Moretti nel suo La stanza del Figlio). Tragedie di questo tipo portano un’ombra nei rapporti familiari, anche se nessuno può dirsi realmente colpevole, generano forme di sfiducia verso se stessi e viene incrinata la solidità della coppia. La vita va avanti comunque, ma nulla è più come prima.

Nel caso della nostra coppia, il bambino che loro adottano (o credono di aver adottato) ha un comportamento simpatico ma insolito. Eli ha solo sette anni ma si veste con giacca e cravatte e sopratutto parla come un libro di buone maniere e di buona cucina (“Per avere un bell’aspetto è importante indossare una camicia che si abbini alla giacca”; “I cereali sono ricchi di vitamine e minerali essenziali. E contengono un’aggiunta di calcio per lo sviluppo sano di denti e ossa”). Non manca di dissertare di economia e sulle origini della recente recessione e abbonda di frasi fatte, come quando cita “l’odiosa burocrazia”. Però sa essere anche dolce come un bambino della sua età e chiede a Zooe se può dormire nel suo letto; già al secondo giorno inizia a chiamarla “mamma”.

Non sembra che Eli faccia niente di straordinario: invita i coniugi Morrison a cantare in macchina o a passare un pomeriggio a Legoland che si conclude con un gelato sormontato da una montagna di panna.  Il suo compito sembra essere proprio questo: “rimuovere le inerzie”, ritrovare il tempo per fare cose stupide ma divertenti. Un tempo che non viene perso ma riconquistato, perché si ritrova quella serenità che è indispensabile per riallacciare dei rapporti umani irrigiditi.

Eli ha un amico, Poz, un barbone che vive nel vicino giardino pubblico. Anche Poz ha un metodo discreto e gentile di porsi accanto agli altri e si avvicina ad Alec, affrontando con lui problemi più profondi. Gli chiede se è religioso: “Lo ero una volta – risponde Alec-ora non più. Come posso credere dopo quello che è successo?” “Forse è una prova”, risponde Poz, invitando questo suo nuovo amico a vivere nel presente invece che nel passato, “altrimenti anche il futuro diventerà come ieri; non puoi neanche vivere nel futuro altrimenti l’oggi scivolerà va. L’unico modo per essere felici è restare connessi al presente”.

Non vogliamo svelare altro del film ma ciò che, come avrete capito, possiamo nominare come Provvidenza, non prende l’aspetto, del miracoloso, ma di un gentile amico che ti invita prima a non sfuggire alla verità, poi a mettere alle spalle il passato e a recuperare quegli affetti che non si sono certo distrutti ma che hanno solo subito una ferita che va rimarginata.  Un ritornare in se stessi che si manifesta anche in gesti concreti, come quando Zooe invita  il barbone Poz  alla cena di Natale.

Il film è ben interpretato, ha uno sviluppo tranquillo e riflessivo, anche se a volte la sceneggiatura tradisce la volontà di seguire un percorso già previsto e tracciato.  Non si tratta comunque di un prodotto di  serie B: ha vinto nel 2013 il premio come miglior film at Rhode Island Film Festival.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CUORI PURI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/26/2017 - 11:14
Titolo Originale: Cuori Puri
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Roberto De Paolis
Sceneggiatura: Luca Infascelli, Carlo Salsa, Greta Scicchitano, Roberto De Paolis
Produzione: YOUNG FILMS CON RAI CINEMA
Durata: 114
Interpreti: Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce

Agnese è alla vigilia del suo diciottesimo compleanno; la sua vita scorre serena accanto alla madre, che accompagna spesso, assieme ad altri operatori della parrocchia, al campo nomadi, per distribuire vestiti usati e giocattoli. Stefano è un ragazzo di borgata, che ha deciso di mettere la testa a posto e svolge la funzione di guardiano al parcheggio di un supermercato. Il padre è disoccupato e i suoi genitori rischiano di venir sfrattati da un momento all’altro. Un giorno Stefano coglie in fallo Agnese: ha rubato un cellulare al supermercato e vuole portarla dalla polizia. Agnese lo supplica di lasciarla andare: lo ha fatto perché sua madre le ha sequestrato, per punizione, il telefonino. Alla fine Stefano l’accontenta. Ma i due sono destinati a incontrarsi di nuovo...…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo e una ragazza, privi di solidi riferimenti, agiscono in modo amorale giustificandosi per lo stato di necessità in cui si trovano
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo. Una scena prolungata di incontro sessuale con dettagli crudi. Una nudità parziale. Una scena di vendita di droga a dei minorenni. Una scena di furto con la minaccia di un coltello
Giudizio Tecnico 
 
Questo film si eleva al di sopra della media dei film italiani per il suo intenso realismo narrativo. Eccellente la recitazione dei due protagonisti
Testo Breve:

Due giovani uniscono le loro solitudini. Lei vive in un contesto cattolico formalmente corretto ma che non la coinvolge; lui in un degradato ambiente di borgata. Un racconto a tinte forti realizzato molto bene.

Il film è potenzialmente interessante perché tratta un tema poco presente sui nostri schermi, quello della castità. Al centro c’è una ragazza che ha da poco compiuto 18 anni, sente le pulsioni del primo vero innamoramento ma vive in un contesto sereno di ragazzi di parrocchia impegnati nel sociale, ha confidenza con don Lucio, un sacerdote simpatico della sua parrocchia che sa intrattenersi con i giovani e ha una madre che le vuole molto bene, con la quale ha un rapporto quasi da sorella, da quando il padre non è più con loro. Occorre aggiungere che nel suo ambiente si fa sentire l’influenza dell’associazione Cuori Puri , un’iniziativa (realmente esistente) per i giovani e le coppie che decidono di scegliere la castità fino al giorno del matrimonio.

Abbiamo parlato di “potenzialmente” interessante, perché i presupposti a favore di questa virtù sono tutti fasulli e il film viaggia inesorabilmente verso la prima esperienza sessuale di Agnese con il suo ragazzo. Non si può dire che l’autore abbia sviluppato un film a tesi con un finale preconfezionato, ma “non c’è partita”,  fra un sentimento forte e sincero che spinge, in modo naturale, verso la ricerca dell’intimità e un contesto, così com'è stato disegnato nel film, puramente esteriore, incapace di trasmettere valori che coinvolgano intimamente la ragazza. Il film diventa così un manifesto di: “come non realizzare la formazione sentimentale dei giovani”.

La madre, che pur vuole sinceramente bene alla figlia, si limita a ossessionarla con un’idea di verginità intesa come integrità fisica, la spingere ad aderire a Cuori Puri ma non la sentiamo mai parlare della bellezza di un amore uomo-donna fatto per durare una vita. Vive nel perenne sospetto di cosa possa fare o non fare sua figlia, andando anche a leggere i messaggi del suo cellulare e alla fine manca della sensibilità necessaria per accorgersi che la figlia si è innamorata. Il risultato è che quando Agnese sente dentro di se un sentimento assolutamente nuovo, lo protegge istintivamente e non si confida con lei.

Il simpatico don Lucio, che fa divertire i ragazzi e dice molte cose sensate, sottolinea soprattutto il perdono di Dio di fronte alle nostre debolezze (“Dio è come un navigatore satellitare: se sbagliamo strada, non ci sgrida ma ricalcola il nuovo percorso per raggiungere ugualmente la meta”). Per lui l’uomo è soprattutto una persona fragile che pecca continuamente ma che può venir continuamente perdonato. Manca ogni accenno alla bellezza della vocazione matrimoniale.  Peccato che alle orecchie di Agnese il messaggio suoni diversamente: andiamo dove ci porta l’istinto; il Signore comprenderà e perdonerà.

Stefano è più grande, ha 25 anni, vive in un contesto degradato dove i suoi compagni vivono di espedienti. E’ irruento e impulsivo, ha non pochi problemi familiari (i suoi genitori sono stati sfrattati) ma alla fine sa impegnarsi verso chi gli vuole bene.

Nell’incontro fra Agnese e Stefano, lei percepisce in lui un appiglio solido alle sue insicurezze, lui coglie in lei quella tenerezza e fragilità da proteggere che danno un senso nobile alla sua vita.  Il loro affetto  si rinforza progressivamente e sembrano due novelli Romeo e Giulietta, non certo perché le loro famiglie siano in conflitto, ma perché entrambi vivono con sofferenza all’interno dei loro rispettivi ambienti e quel sentimento è la prima cosa veramente tutta loro.

Questo film si discosta nettamente dalla media delle produzioni italiane, da molto tempo modeste.La ricostruzione dell’ambiente di borgata, il modo di agire e di parlare dei personaggi è particolarmente realistico. I dialoghi sembrano  improvvisati, nei momenti dei litigi come nei momenti di sommesso pudore ma se così non fosse, ciò andrebbe a maggior merito del regista esordiente Roberto De Paolis. Selene Caramazza nella parte di Agnese esprime molto bene le sue incertezze, la fatica per comprendere i suoi stessi sentimenti mentre Simone Liberati, nella parte di Stefano è impagabile nel suo atteggiamento burbero che però non lo porta mai ad essere veramente cattivo.

Possiamo dire che con questo Cuori puri assieme a Fiore di Claudio Giovannesi, sia nato un nuovo filone che potremmo chiamare neo-neorealismo per la sua capacità di attanagliare lo spettatore sulla realtà che rappresentano, in entrambi i casi giovani di borgata ai margini della società, alla ricerca della loro felicità.

Peccato che questa scelta realistica abbia voluto dire, per Cuori Puri, la rappresentazione prolungata, con realismo crudo, di un incontro amoroso.

Niente di nuovo, da questo film, per quel che riguarda la rappresentazione dei giovani. Sembrano solo mossi dalla necessità di rispondere alle proprie necessità o alle proprie passioni e a nient’altro.

Se Agnese è rimasta senza cellulare perché la madre glielo ha sequestrato, trova inevitabile andare a rubarne un altro in un supermercato. Se Stefano è rimasto senza lavoro, finisce per accettare di vendere la droga e la fornisce anche a dei bambini, in una scena odiosa, alla fine del film. Non c’è nessun valore da difendere e le virtù sono realtà sconosciute.  Il film finisce per diventare un manifesto del soggettivismo socialmente irresponsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FORTUNATA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/22/2017 - 14:06
Titolo Originale: Fortunata
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Francesca Manieri, Sergio Castellitto
Produzione: INDIGO FILM, IN ASSOCIAZIONE CON HT FILM, ALIEN PRODUZIONI
Durata: 103
Interpreti: Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Nicole Centanni,Hanna Schygulla

Fortunata, una giovane donna che vive in una borgata romana, va sempre di fretta. La mattina deve lasciare la figlia Barbara di otto anni dalle suore perché si deve recare nelle abitazioni dove l’hanno chiamata per fare la parrucchiera a domicilio. E’ separata dal marito Franco, un uomo ruvido che ogni tanto va a trovarla cercando pretesti per molestarla sottrargli la figlia. Riesce a confidarsi solo con Chicano, un amico fin dall’infanzia, bipolare e tossico, che deve accudire una madre, un tempo un’attrice famosa, malata di Alzheimer. Il tribunale ha prescritto che Barbara debba incontrarsi con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio, per monitorare i traumi che ha subito a causa della separazione. Durante le sedute, Fortunata fa amicizia con Patrizio, che sembra comprendere la sua situazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta personaggi che sono dei gusci vuoti, in preda alle loro passioni, condizionati dal loro passato. Un tentativo di suicidio e un episodio eutanasico. Non emerge alcun personaggio positivo
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di incontri sessuali con nudità. Il tentato suicidio di una bambina. Un caso di eutanasia. Il film viene sconsigliato per l’antropologia che viene rappresentata, esseri umani non liberi, con un destino determinato dal loro passato e dominati dalle loro passioni
Giudizio Tecnico 
 
Ottima prestazione di Jasmine Trinca e Edoardo Pesce. Il regista è bravo a dirigere gli attori ma non riesce a convogliare in un flusso ordinato i troppi spunti della sceneggiatura
Testo Breve:

Fortunata è una esuberante ragazza di borgata romana che ha molti problemi anche perché se li crea da sola. Un racconto eccessivo in molti aspetti che sottende una visione dell’uomo vittima impotente delle proprie passioni

Il duo coniugale Margaret Mazzantini (sceneggiatura) e Sergio Castellitto (regia) si è avventurato questa volta nel mondo delle borgate romane. Lo fa puntando tutto sul personaggio di Fortunata, presente in quasi tutte le scene, in primissimo, in medio e in piano lungo, quando corre, urla, ride, piange, balla, dorme con la figlia accanto o si unisce a un uomo. Una Jasmine Trinca estroversa, sovrabbondante di vitalità, popolare nel vestire e nei modi, degna erede della Silvana Mangano del film Bellissima. Ma la stessa grande attrice nostrana doveva, in alcuni film, stare attenta a non strafare, a non gigioneggiare con la sua esuberanza. Sembra invece che Sergio Castellitto abbia assunto questo atteggiamento come cifra narrativa, sviluppando una serie ininterrotta di momenti di gioia a cui seguono repentinamente delle sventure, gesti di affetto annullati da momenti di crudeltà e di incomprensione. Se Fortunata lavora sodo per risparmiare i soldi per avere un salone da parrucchiera tutto suo, appena riceve un prestito dagli usurai cinesi, lo spende per giocare alla lotteria. Se l’amico d’infanzia Chicano riesce a farla ridere in momenti di vera amicizia, poi non è capace di prendersi cura della piccola Barbara quando gli viene affidata e scoppia la tragedia. Lo psicoterapeuta Patrizio ha un giusto atteggiamento controllato e professionale e sta facendo realmente del bene, con le sue sedute, alla bambina, ma poi si innamora passionalmente di Fortunata, trascura la bambina  e perde la sua capacità di controllo (il personaggio meno riuscito).

Quando si perviene a un momento di calma, ecco che vengono aggiunti (quasi una forma di orror vacui della sceneggiatura) drammi dell’infanzia che sembravano dimenticati. L’unico che resta coerente a se stesso, pur nelle sua sgradevolezza è Franco, il marito di Fortunata (Edoardo Pesce). Un vigilante, manesco che tratta male la ex-moglie perché non accetta il suo carattere così libero ed esuberante e la vorrebbe sottomessa alle sue volontà.

Il regista è sicuramente bravo nel far recitare gli attori ma lui stesso non riesce a incanalare in un flusso unitario l’abbondanza di stimoli che provengono dalla sceneggiatura, incluse alcune citazioni colte tratte dalla tragedia di Antigone declamate dalla madre di Chicano, ex attrice ora con l’Alzheimer, segno premonitore di ciò che sta per accadere.

Al di là delle osservazioni sugli aspetti artistici del film, ci sono altre considerazioni da fare, che rendono il film sgradevole.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla presenza ingombrante ed opprimente della psicologia. La trama si preoccupa di raccontarci i drammi giovanili dei singoli personaggi coinvolti, perché da quegli elementi deve venir compresa (e giustificata) tutta la persona. L’attribuzione stessa di “persona” è impropria per questi personaggi, se intendiamo un essere umano capace di autodeterminarsi, di scegliere i propri obiettivi e di combattere i propri difetti. Ci troviamo invece di fronte a esseri in preda ai propri impulsi, che oscillano in base agli eventi esterni e ai propri umori. Con questa lettura si comprende meglio la vocazione alla morte presente nel film. C’è un episodio odioso di eutanasia nei confronti di un proprio caro e la stessa piccola Barbara, che non sa gestire i rapporti con la madre, non trova altra soluzione che tentare il suicidio.

Un’ ultima annotazione: il regista traccia un quadro insolito delle realtà delle borgate romane: la presenza ordinata ma forte della comunità cinese. Li vediamo muoversi all’unisono in un esercizio collettivo di danza, praticare l’usura con il sorriso sulle labbra e poi grazie a un forte solidarietà interna, espandere con determinazione i loro negozi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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