Dramma

UNA VITA, UNE VIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 09:40
Titolo Originale: Une vie
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon
Produzione: TS Productions, France 3 Cinéma, Versus Production
Durata: 119
Interpreti: Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield

Jeanne è una giovane aristocratica dei primi dell’800 che sposa un nobile caduto in disgrazia meschino e traditore e riceve dalla vita una lunga serie di dolorose delusioni

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Matrimonio, famiglia, convenzioni sociali, religione e relazioni umane sono presentate come una sorta di gabbia soffocante portatrice di dolore e delusioni. Tutta la storia è priva di un percorso di crescita che porti ad una maggiore consapevolezza di sé e della gestione degli affetti
Pubblico 
Maggiorenni
A causa della pesantezza degli argomenti trattati
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile delle riprese e la fotografia si adattano in modo perfetto alle atmosfere e ai contenuti della storia, conferendo al dramma un valore fortemente poetico
Testo Breve:

Dal romanzo di Maupassant, la storia di una giovane aristocratica che subisce una lunga serie di dolorose delusioni. Una trasposizione minimalista per un racconto cupo sulla condizione della donna ai primi dell’800

Una vita, una vie di Stéphane Brizé è la nuova trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Guy de Maupassant del 1883. Il film è stato presentato in concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed ha vinto il Premio Fipresci. Al di là dell’indubbio valore letterario e dunque culturale di una delle più rappresentative opere del realismo francese, la domanda che però ci si pone di fronte al nuovo rifacimento cinematografico del primo celebre romanzo di Maupassant è se un tale lavoro sul grande schermo abbia effettivamente qualcosa di significativo da dire ai giorni nostri.

Oltre ai diversi film fatti per la televisione, la precedente trasposizione cinematografica risale al 1958 e fu realizzata dal regista francese Alexandre Astruc con il titolo Una vita – Il dramma di una sposa. Astruc, uno dei fondatori della Nouvelle Vague, con il suo stile si sforzò di trasformare il linguaggio cinematografico in una nuova forma di linguaggio letterario, un po’ come Maupassant a suo tempo si era impegnato ad introdurre nella prosa del romanzo il linguaggio poetico. Il recente sforzo del regista e sceneggiatore Stéphane Brizé in Una vita, une vie sembra andare un po’ nella medesima direzione, ma ciò che ne risulta è solo un esasperante esercizio di stile.

Brizé richiama lo stile sintetico ed evocativo dell’autore francese attraverso un racconto che procede per tagli netti, inquadrature in primo piano sullo sfondo di una scenografia ridotta quasi all’essenziale e di suggestivi e poetici paesaggi in lontananza.

La storia resta fondamentalmente fedele a quella del romanzo e ripercorre l’intero arco della vita di Jeanne, una giovane aristocratica del 1819. Figlia unica del barone Simone-Jacques Le Perthuis e di sua moglie Adelaide, dopo essere stata educata in un collegio religioso, Jeanne si trasferisce presso la residenza di famiglia in Normandia dove vive giorni felici carichi di aspettative per il futuro. I genitori decidono di darla in sposa ad un nobile decaduto di cui la fanciulla è platonicamente innamorata, il visconte Julien de Lamare. Ben presto però Julien si rivela avido ed egoista infrangendo i romantici sogni di Jeanne. La giovane sposa scopre anche che Julien la tradisce con la serva Rosalie, dalla quale questi aspetta un figlio. Rosalie viene allontanata dalla residenza e gli sposi hanno un bambino, Paul. Tuttavia Julien continua a tradire la moglie con una vicina di casa, Gilberte, finché la vicenda trova un tragico epilogo. Jeanne rimasta sola a crescere Paul riversa sul figlio tutte le sue attenzioni, ma anche questi crescendo le causerà grande dolore.

Il romanzo di Maupassant dipingeva il panorama della condizione femminile ottocentesca senza nascondere la forte ostilità dell’autore nei confronti della religione e della borghesia dell’epoca. Stéphane Brizé compone un racconto per immagini che in sostanza non si discosta dalla posizione dell’originale romanzo e realizza una sorta di epopea decadente.

Inquadrature asfittiche, un racconto minimalista e spossante che mette a dura prova lo spettatore, Una vita, une vie manifesta un pessimismo che non dà tregua fino alla fine in un susseguirsi di tragiche delusioni in cui sembra che la protagonista, frustrata in ogni sua aspettativa, non trovi la forza di reagire né in se stessa né in coloro che le stanno accanto. Le aspettative, un po’ infantili, su cui Jeanne aveva investito il senso della sua intera esistenza vanno crollando sotto i suoi occhi una dopo l’altra ed ella si lascia quasi schiacciare dagli eventi.

La debolezza della protagonista si somma a quella di tutti gli altri personaggi che sembrano paralizzati dall’incapacità di affrontare le proprie e le altrui fragilità in un soffocante circolo vizioso. L’isolamento esistenziale che tale stato genera sembra giustificato e quasi indotto dall’ingerenza di figure ecclesiastiche che, invece che liberare la persona attraverso una visione più soprannaturale della vita, la affossano in un inesorabile immobilismo allontanandola da ogni possibile ricerca di felicità, come se l’unica vera forma di pace auspicabile in questa vita fosse quella che risiede in una sorta di rassegnata e passiva atarassia.

Jeanne soffre terribilmente e disperatamente ma l’esperienza non la porta ad alcuna forma di maturazione o crescita, né interiore né emotiva. Dall’inizio alla fine ella resta la fanciulla ingenua, debole e fragile delle prime scene, solo più logorata dalla sconfortante disillusione che le relazioni umane le hanno causato. La fede non dà forza né speranza ma imprigiona in una muta rassegnazione.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 08:39
 
Titolo Originale: Umi yori mo mada fukaku
Paese: Giappone
Anno: 2016
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PRO. INC., FUJI TELEVISION NETWORK INC., BANDAI VISUAL CO. LTD., GAGA CORPORATION
Durata: 117
Interpreti: Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Taiyô Yoshizawa

Ryoto si mostra, all’aspetto, come un uomo tranquillo dai modi gentili ma in realtà la sua vita è alquanto incasinata. Dopo un esordio folgorante come scrittore (ha vinto un premio prestigioso) non è più riuscito a portare avanti un secondo lavoro. Ha il vizio del gioco e appena guadagna qualcosa, lo spende in fallimentari scommesse. Ha trovato un lavoro alternativo come detective privato che per lui diventa l’occasione per spillare soldi ai suoi clienti con l’arma del ricatto. La sua incostanza ha decretato il fallimento anche della sua vita familiare. Nella sua condizione di divorziato con un figlio (Shingo), rischia di perdere l’opportunità di passare un giorno al mese con il bambino, perché non corrisponde all’ex-moglie, Kyoko, gli alimenti pattuiti. Solo la sua vecchia madre (Yoshiko) spera ancora in un suo profondo cambiamento....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una nonna, pur conoscendo le molte debolezze del figlio, non rinuncia a incoraggiarlo e a sperare che il suo comportamento possa cambiare
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film meditato, non corale ma ricamato con cura intorno ai singoli colloqui a tu per tu dove è possibile parlare a cuore aperto sulle motivazioni più profonde del proprio vivere
Testo Breve:

Il protagonista non riesce a trovare un lavoro stabile e si è dovuto separare dalla moglie, vedendo il figlio solo una volta al mese. Un altro film giapponese sul valore della famiglia che si nutre di dialoghi intimi e di riflessioni condivise

La vera protagonista del film è la nonna paterna, Yoshiko (mirabilmente interpretata da Kirin Kiki). L’arrrivo di un tifone è per lei una stupenda occasione per riunire a casa sua il figlio Ryoto, la ex moglie Kyoko e il piccolo Shingo. Si dirige allegra verso la cucina per preparare quei piatti che, per esperienza, sa che piacciono tanto al figlio e al nipote; va ad accendere l’acqua calda per chi di loro voglia rilassarsi con una doccia; prepara, nella stanza dov’è cresciuto Ryoto, un letto matrimoniale con tre cuscini, dove il bambino dormirà nel mezzo; unica, modesta copertura al suo sfacciato tentativo di riavvicinare i due. All’alba, lei è già sveglia ma lo è anche Ryoto. E’ l’occasione per un colloquio a cuore aperto, dove lei sente la morte imminente, non in modo angoscioso ma come realtà ineluttabile; lui si domanda se può ancora cercare di essere felice. La conversazione è stata melanconica ma profonda e la nonna non perde neanche questa occasione: invita il figlio ad appuntarsi tutto ciò che si sono appena detti, perché potrà essere un ottimo spunto per il suo prossimo libro. In mattinata, padre e figlio fanno una passeggiata; suocera e nuora sono ora sole e la nonna, con una dolce impudenza tutta femminile, le chiede se sente ancora qualcosa per Ryoto. Yoshiko è quella madre che se potesse, si sostituirebbe al figlio per coprire le sue innegabili debolezze ma ovviamente non può e si limita a consigliare con discrezione, proporre, incoraggiare.

Come nel precedente Father and son, dello stesso regista Kore’eda Hirokazu, i protagonisti trovano nella famiglia le ragioni del loro stesso esistere anche se la vita può avere risvolti complessi, come lo scambio di due bambini in culla (in Father and son) o l’incapacità cronica di un uomo di esser coerente con i suoi impegni di marito e di padre. Kore’eda non ha una risposta pronta alle situazioni che imbastisce, non c’è mai un netto lieto fine, perché i protagonisti debbono cercare (sembra dirci il regista) il miglior modo di vivere attraverso l’ascolto degli altri, coltivare momenti di riflessione autentica e ascoltare i moti più intimi e sinceri del loro cuore. Così come in Father e son, non c’è una vera risposta al dilemma se sia più importante un figlio genetico rispetto a quello che ti è stato accanto fino a quel momento, né c’è una vera soluzione alternativa, in quest’ultimo film (anche se  Ryoto ha recuperato completamente il suo orgoglio di padre e in fondo non ha mai tradito la moglie) al gestire la separazione nel migliore dei modi possibili.

Il regista si avvicina molto al grande Yasujiro Ozu nel porre la famiglia la centro dei suoi valori e nel cercare di cogliere, con la sua narrazione tranquilla, anche le più piccole sfumature d’animo. Mancano, rispetto a Ozu, la contemplazione dei paesaggi, le armonie ordinate degli interni ma soprattutto quel modo così esclusivo di ricavare dai colloqui domestici e ordinari dei protagonisti, risonanze universali. Kore’eda propende per una riflessione più parlata, una meditazione sul senso della vita alla ricerca di ciò che si desidera veramente.

C’è un altro aspetto che si può cogliere e che accomuna i racconti dei due registi giapponesi: la presenza, anche in situazioni difficili, di parenti e amici pronti a mostrare solidarietà e a prendersi a cuore i problemi del protagonista (basterebbe ricordare Tardo autunno di Ozu). Lo stesso Ryoto, un uomo debole che non disdegna di recuperare soldi con l’imbroglio, non viene allontanato né emarginato. La sua ex moglie, giustamente adirata con lui perché non è in grado di corrispondere gli alimenti pattuiti, non se la sente di dare un taglio netto, ma continua a confermargli, mese dopo mese, il diritto di rivedere il figlio.

Non ci sono mai, in questi film, situazioni di solitudine angosciosa. In questo, noi occidentali, abbiamo qualcosa da imparare da questa antica cultura

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

FOSTER - UN REGALO INASPETTATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 13:42
 
Titolo Originale: Foster
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2011
Regia: Jonathan Newman
Sceneggiatura: Jonathan Newman
Produzione: Reliance Big Pictures, Starlight Films
Durata: 95
Interpreti: Maurice Cole, Toni Collette, Ioan Gruffudd

Zooe e Alec Morrison non riescono ad avere bambini. Il ginecologo conferma che non ci sono problemi fisici; si tratta molto probabilmente di un blocco psicologico causato dal dramma della morte, in condizioni drammatiche, del loro primo figlio a soli cinque anni. La coppia si orienta sull’adozione e sottoscrivono la loro richiesta presso un istituto specializzato. Una mattina suona alla porta Eli, un bambino di sette anni, che si auto-dichiara il loro figlio adottivo. Il bambino sembra più grande della sua età: sa dare saggi consigli e sembra riportare un po’ di gioia e serenità alla loro casa, non solo a Zooe ma anche ad Alec, che deve affrontare la pesante congiuntura economica che ha colpito la sua fabbrica di giocattoli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia che non riesce a superare il dolore della morte del figlio riceve un aiuto inaspettato e provvidenziale, fatto di piccole attenzioni e di saggi suggerimenti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ben realizzato e recitato, che non mira a emozionare o a stupire ma che ha lo stesso ritmo con cui un cuore ferito riesce lentamente a guarire
Testo Breve:

Due genitori che hanno perso il loro piccolo in un incidente, riescono a recuperare la voglia di vivere puntando nuovamente sull’affetto reciproco anche con l’aiuto di qualche intervento provvidenziale

Questo film inglese, programmato in italiano sulla rete Sky, è originario di Hallmark, il canale televisivo dedicato alla famiglia, che trasmette in oltre cento paesi.

Il tema trattato è quello della devastazione che provoca in una famiglia, la morte prematura di un figlio (come aveva già evidenziato Nanni Moretti nel suo La stanza del Figlio). Tragedie di questo tipo portano un’ombra nei rapporti familiari, anche se nessuno può dirsi realmente colpevole, generano forme di sfiducia verso se stessi e viene incrinata la solidità della coppia. La vita va avanti comunque, ma nulla è più come prima.

Nel caso della nostra coppia, il bambino che loro adottano (o credono di aver adottato) ha un comportamento simpatico ma insolito. Eli ha solo sette anni ma si veste con giacca e cravatte e sopratutto parla come un libro di buone maniere e di buona cucina (“Per avere un bell’aspetto è importante indossare una camicia che si abbini alla giacca”; “I cereali sono ricchi di vitamine e minerali essenziali. E contengono un’aggiunta di calcio per lo sviluppo sano di denti e ossa”). Non manca di dissertare di economia e sulle origini della recente recessione e abbonda di frasi fatte, come quando cita “l’odiosa burocrazia”. Però sa essere anche dolce come un bambino della sua età e chiede a Zooe se può dormire nel suo letto; già al secondo giorno inizia a chiamarla “mamma”.

Non sembra che Eli faccia niente di straordinario: invita i coniugi Morrison a cantare in macchina o a passare un pomeriggio a Legoland che si conclude con un gelato sormontato da una montagna di panna.  Il suo compito sembra essere proprio questo: “rimuovere le inerzie”, ritrovare il tempo per fare cose stupide ma divertenti. Un tempo che non viene perso ma riconquistato, perché si ritrova quella serenità che è indispensabile per riallacciare dei rapporti umani irrigiditi.

Eli ha un amico, Poz, un barbone che vive nel vicino giardino pubblico. Anche Poz ha un metodo discreto e gentile di porsi accanto agli altri e si avvicina ad Alec, affrontando con lui problemi più profondi. Gli chiede se è religioso: “Lo ero una volta – risponde Alec-ora non più. Come posso credere dopo quello che è successo?” “Forse è una prova”, risponde Poz, invitando questo suo nuovo amico a vivere nel presente invece che nel passato, “altrimenti anche il futuro diventerà come ieri; non puoi neanche vivere nel futuro altrimenti l’oggi scivolerà va. L’unico modo per essere felici è restare connessi al presente”.

Non vogliamo svelare altro del film ma ciò che, come avrete capito, possiamo nominare come Provvidenza, non prende l’aspetto, del miracoloso, ma di un gentile amico che ti invita prima a non sfuggire alla verità, poi a mettere alle spalle il passato e a recuperare quegli affetti che non si sono certo distrutti ma che hanno solo subito una ferita che va rimarginata.  Un ritornare in se stessi che si manifesta anche in gesti concreti, come quando Zooe invita  il barbone Poz  alla cena di Natale.

Il film è ben interpretato, ha uno sviluppo tranquillo e riflessivo, anche se a volte la sceneggiatura tradisce la volontà di seguire un percorso già previsto e tracciato.  Non si tratta comunque di un prodotto di  serie B: ha vinto nel 2013 il premio come miglior film at Rhode Island Film Festival.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

CUORI PURI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/26/2017 - 11:14
Titolo Originale: Cuori Puri
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Roberto De Paolis
Sceneggiatura: Luca Infascelli, Carlo Salsa, Greta Scicchitano, Roberto De Paolis
Produzione: YOUNG FILMS CON RAI CINEMA
Durata: 114
Interpreti: Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce

Agnese è alla vigilia del suo diciottesimo compleanno; la sua vita scorre serena accanto alla madre, che accompagna spesso, assieme ad altri operatori della parrocchia, al campo nomadi, per distribuire vestiti usati e giocattoli. Stefano è un ragazzo di borgata, che ha deciso di mettere la testa a posto e svolge la funzione di guardiano al parcheggio di un supermercato. Il padre è disoccupato e i suoi genitori rischiano di venir sfrattati da un momento all’altro. Un giorno Stefano coglie in fallo Agnese: ha rubato un cellulare al supermercato e vuole portarla dalla polizia. Agnese lo supplica di lasciarla andare: lo ha fatto perché sua madre le ha sequestrato, per punizione, il telefonino. Alla fine Stefano l’accontenta. Ma i due sono destinati a incontrarsi di nuovo...…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo e una ragazza, privi di solidi riferimenti, agiscono in modo amorale giustificandosi per lo stato di necessità in cui si trovano
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo. Una scena prolungata di incontro sessuale con dettagli crudi. Una nudità parziale. Una scena di vendita di droga a dei minorenni. Una scena di furto con la minaccia di un coltello
Giudizio Tecnico 
 
Questo film si eleva al di sopra della media dei film italiani per il suo intenso realismo narrativo. Eccellente la recitazione dei due protagonisti
Testo Breve:

Due giovani uniscono le loro solitudini. Lei vive in un contesto cattolico formalmente corretto ma che non la coinvolge; lui in un degradato ambiente di borgata. Un racconto a tinte forti realizzato molto bene.

Il film è potenzialmente interessante perché tratta un tema poco presente sui nostri schermi, quello della castità. Al centro c’è una ragazza che ha da poco compiuto 18 anni, sente le pulsioni del primo vero innamoramento ma vive in un contesto sereno di ragazzi di parrocchia impegnati nel sociale, ha confidenza con don Lucio, un sacerdote simpatico della sua parrocchia che sa intrattenersi con i giovani e ha una madre che le vuole molto bene, con la quale ha un rapporto quasi da sorella, da quando il padre non è più con loro. Occorre aggiungere che nel suo ambiente si fa sentire l’influenza dell’associazione Cuori Puri , un’iniziativa (realmente esistente) per i giovani e le coppie che decidono di scegliere la castità fino al giorno del matrimonio.

Abbiamo parlato di “potenzialmente” interessante, perché i presupposti a favore di questa virtù sono tutti fasulli e il film viaggia inesorabilmente verso la prima esperienza sessuale di Agnese con il suo ragazzo. Non si può dire che l’autore abbia sviluppato un film a tesi con un finale preconfezionato, ma “non c’è partita”,  fra un sentimento forte e sincero che spinge, in modo naturale, verso la ricerca dell’intimità e un contesto, così com'è stato disegnato nel film, puramente esteriore, incapace di trasmettere valori che coinvolgano intimamente la ragazza. Il film diventa così un manifesto di: “come non realizzare la formazione sentimentale dei giovani”.

La madre, che pur vuole sinceramente bene alla figlia, si limita a ossessionarla con un’idea di verginità intesa come integrità fisica, la spingere ad aderire a Cuori Puri ma non la sentiamo mai parlare della bellezza di un amore uomo-donna fatto per durare una vita. Vive nel perenne sospetto di cosa possa fare o non fare sua figlia, andando anche a leggere i messaggi del suo cellulare e alla fine manca della sensibilità necessaria per accorgersi che la figlia si è innamorata. Il risultato è che quando Agnese sente dentro di se un sentimento assolutamente nuovo, lo protegge istintivamente e non si confida con lei.

Il simpatico don Lucio, che fa divertire i ragazzi e dice molte cose sensate, sottolinea soprattutto il perdono di Dio di fronte alle nostre debolezze (“Dio è come un navigatore satellitare: se sbagliamo strada, non ci sgrida ma ricalcola il nuovo percorso per raggiungere ugualmente la meta”). Per lui l’uomo è soprattutto una persona fragile che pecca continuamente ma che può venir continuamente perdonato. Manca ogni accenno alla bellezza della vocazione matrimoniale.  Peccato che alle orecchie di Agnese il messaggio suoni diversamente: andiamo dove ci porta l’istinto; il Signore comprenderà e perdonerà.

Stefano è più grande, ha 25 anni, vive in un contesto degradato dove i suoi compagni vivono di espedienti. E’ irruento e impulsivo, ha non pochi problemi familiari (i suoi genitori sono stati sfrattati) ma alla fine sa impegnarsi verso chi gli vuole bene.

Nell’incontro fra Agnese e Stefano, lei percepisce in lui un appiglio solido alle sue insicurezze, lui coglie in lei quella tenerezza e fragilità da proteggere che danno un senso nobile alla sua vita.  Il loro affetto  si rinforza progressivamente e sembrano due novelli Romeo e Giulietta, non certo perché le loro famiglie siano in conflitto, ma perché entrambi vivono con sofferenza all’interno dei loro rispettivi ambienti e quel sentimento è la prima cosa veramente tutta loro.

Questo film si discosta nettamente dalla media delle produzioni italiane, da molto tempo modeste.La ricostruzione dell’ambiente di borgata, il modo di agire e di parlare dei personaggi è particolarmente realistico. I dialoghi sembrano  improvvisati, nei momenti dei litigi come nei momenti di sommesso pudore ma se così non fosse, ciò andrebbe a maggior merito del regista esordiente Roberto De Paolis. Selene Caramazza nella parte di Agnese esprime molto bene le sue incertezze, la fatica per comprendere i suoi stessi sentimenti mentre Simone Liberati, nella parte di Stefano è impagabile nel suo atteggiamento burbero che però non lo porta mai ad essere veramente cattivo.

Possiamo dire che con questo Cuori puri assieme a Fiore di Claudio Giovannesi, sia nato un nuovo filone che potremmo chiamare neo-neorealismo per la sua capacità di attanagliare lo spettatore sulla realtà che rappresentano, in entrambi i casi giovani di borgata ai margini della società, alla ricerca della loro felicità.

Peccato che questa scelta realistica abbia voluto dire, per Cuori Puri, la rappresentazione prolungata, con realismo crudo, di un incontro amoroso.

Niente di nuovo, da questo film, per quel che riguarda la rappresentazione dei giovani. Sembrano solo mossi dalla necessità di rispondere alle proprie necessità o alle proprie passioni e a nient’altro.

Se Agnese è rimasta senza cellulare perché la madre glielo ha sequestrato, trova inevitabile andare a rubarne un altro in un supermercato. Se Stefano è rimasto senza lavoro, finisce per accettare di vendere la droga e la fornisce anche a dei bambini, in una scena odiosa, alla fine del film. Non c’è nessun valore da difendere e le virtù sono realtà sconosciute.  Il film finisce per diventare un manifesto del soggettivismo socialmente irresponsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

FORTUNATA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/22/2017 - 14:06
Titolo Originale: Fortunata
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Francesca Manieri, Sergio Castellitto
Produzione: INDIGO FILM, IN ASSOCIAZIONE CON HT FILM, ALIEN PRODUZIONI
Durata: 103
Interpreti: Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Nicole Centanni,Hanna Schygulla

Fortunata, una giovane donna che vive in una borgata romana, va sempre di fretta. La mattina deve lasciare la figlia Barbara di otto anni dalle suore perché si deve recare nelle abitazioni dove l’hanno chiamata per fare la parrucchiera a domicilio. E’ separata dal marito Franco, un uomo ruvido che ogni tanto va a trovarla cercando pretesti per molestarla sottrargli la figlia. Riesce a confidarsi solo con Chicano, un amico fin dall’infanzia, bipolare e tossico, che deve accudire una madre, un tempo un’attrice famosa, malata di Alzheimer. Il tribunale ha prescritto che Barbara debba incontrarsi con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio, per monitorare i traumi che ha subito a causa della separazione. Durante le sedute, Fortunata fa amicizia con Patrizio, che sembra comprendere la sua situazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta personaggi che sono dei gusci vuoti, in preda alle loro passioni, condizionati dal loro passato. Un tentativo di suicidio e un episodio eutanasico. Non emerge alcun personaggio positivo
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di incontri sessuali con nudità. Il tentato suicidio di una bambina. Un caso di eutanasia. Il film viene sconsigliato per l’antropologia che viene rappresentata, esseri umani non liberi, con un destino determinato dal loro passato e dominati dalle loro passioni
Giudizio Tecnico 
 
Ottima prestazione di Jasmine Trinca e Edoardo Pesce. Il regista è bravo a dirigere gli attori ma non riesce a convogliare in un flusso ordinato i troppi spunti della sceneggiatura
Testo Breve:

Fortunata è una esuberante ragazza di borgata romana che ha molti problemi anche perché se li crea da sola. Un racconto eccessivo in molti aspetti che sottende una visione dell’uomo vittima impotente delle proprie passioni

Il duo coniugale Margaret Mazzantini (sceneggiatura) e Sergio Castellitto (regia) si è avventurato questa volta nel mondo delle borgate romane. Lo fa puntando tutto sul personaggio di Fortunata, presente in quasi tutte le scene, in primissimo, in medio e in piano lungo, quando corre, urla, ride, piange, balla, dorme con la figlia accanto o si unisce a un uomo. Una Jasmine Trinca estroversa, sovrabbondante di vitalità, popolare nel vestire e nei modi, degna erede della Silvana Mangano del film Bellissima. Ma la stessa grande attrice nostrana doveva, in alcuni film, stare attenta a non strafare, a non gigioneggiare con la sua esuberanza. Sembra invece che Sergio Castellitto abbia assunto questo atteggiamento come cifra narrativa, sviluppando una serie ininterrotta di momenti di gioia a cui seguono repentinamente delle sventure, gesti di affetto annullati da momenti di crudeltà e di incomprensione. Se Fortunata lavora sodo per risparmiare i soldi per avere un salone da parrucchiera tutto suo, appena riceve un prestito dagli usurai cinesi, lo spende per giocare alla lotteria. Se l’amico d’infanzia Chicano riesce a farla ridere in momenti di vera amicizia, poi non è capace di prendersi cura della piccola Barbara quando gli viene affidata e scoppia la tragedia. Lo psicoterapeuta Patrizio ha un giusto atteggiamento controllato e professionale e sta facendo realmente del bene, con le sue sedute, alla bambina, ma poi si innamora passionalmente di Fortunata, trascura la bambina  e perde la sua capacità di controllo (il personaggio meno riuscito).

Quando si perviene a un momento di calma, ecco che vengono aggiunti (quasi una forma di orror vacui della sceneggiatura) drammi dell’infanzia che sembravano dimenticati. L’unico che resta coerente a se stesso, pur nelle sua sgradevolezza è Franco, il marito di Fortunata (Edoardo Pesce). Un vigilante, manesco che tratta male la ex-moglie perché non accetta il suo carattere così libero ed esuberante e la vorrebbe sottomessa alle sue volontà.

Il regista è sicuramente bravo nel far recitare gli attori ma lui stesso non riesce a incanalare in un flusso unitario l’abbondanza di stimoli che provengono dalla sceneggiatura, incluse alcune citazioni colte tratte dalla tragedia di Antigone declamate dalla madre di Chicano, ex attrice ora con l’Alzheimer, segno premonitore di ciò che sta per accadere.

Al di là delle osservazioni sugli aspetti artistici del film, ci sono altre considerazioni da fare, che rendono il film sgradevole.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla presenza ingombrante ed opprimente della psicologia. La trama si preoccupa di raccontarci i drammi giovanili dei singoli personaggi coinvolti, perché da quegli elementi deve venir compresa (e giustificata) tutta la persona. L’attribuzione stessa di “persona” è impropria per questi personaggi, se intendiamo un essere umano capace di autodeterminarsi, di scegliere i propri obiettivi e di combattere i propri difetti. Ci troviamo invece di fronte a esseri in preda ai propri impulsi, che oscillano in base agli eventi esterni e ai propri umori. Con questa lettura si comprende meglio la vocazione alla morte presente nel film. C’è un episodio odioso di eutanasia nei confronti di un proprio caro e la stessa piccola Barbara, che non sa gestire i rapporti con la madre, non trova altra soluzione che tentare il suicidio.

Un’ ultima annotazione: il regista traccia un quadro insolito delle realtà delle borgate romane: la presenza ordinata ma forte della comunità cinese. Li vediamo muoversi all’unisono in un esercizio collettivo di danza, praticare l’usura con il sorriso sulle labbra e poi grazie a un forte solidarietà interna, espandere con determinazione i loro negozi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL FARO DELLE ORCHE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/15/2017 - 18:47
 
Titolo Originale: El faro del las orcas
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Gerardo Olivares
Sceneggiatura: Gerardo Olivares, Lucía Puenzo, Shallua Sehk
Produzione: Historias Cinematograficas Cinemania / Wanda Visión S.A. Género
Durata: 110
Interpreti: Maribel Verdú, Joaquín Furriel, Joaquín Rapalini Olivella, Ana Celentano

All’estremo Sud della Patagonia, Peto è il guardiano di un faro e un attento osservatore della natura. Sulla spiaggia appena sotto casa sua, dei leoni marini si muovono indisturbati, mentre al largo si intravedono le pinne delle orche. E’ proprio verso queste ultime che l’uomo ha un rapporto particolare di amicizia. Peto si è conquistato una certa fama attraverso un documentario della National Geographic e ciò spinge una madre, Lola, a trasferirsi dalla Spagna fino a questo sperduto angolo del mondo con suo figlio Tristan affetto da autismo. Ha scoperto infatti che Tristan, ha provato una certa emozione nel vedere Peto intrattenersi con le orche e questo particolare ha acceso le speranze della madre…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre è interamente dedicata alla cura di suo figlio affetto da autismo e non abbandona mai la speranza di una guarigione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film è molto bello quando ci mostra una Patagonia incontaminata. Più prevedibile quando sviluppa gli intrecci fra i due protagonisti
Testo Breve:

Una madre e suo figlio affetto da autismo lasciano la Spagna per recarsi in Patagonia. Il ragazzo sembra prender vita quando riesce ad avvicinarsi alle orche, con l’aiuto di un uomo che da tempo vive in simbiosi con questi animali. Un film sulla bellezza della natura e sul coraggio di una madre. 

Fin dalle prime sequenze comprendiamo che il punto forte di questo film è la contemplazione di una natura che riesce a vivere i suoi ritmi nativi, senza subire interferenze da parte dell’uomo, supportata da una bellissima fotografia.

Ma proprio questa natura mostra il suo vero volto: per due volte vediamo un’orca avvicinarsi di soppiatto alla riva e afferrare un leone marino per divorarlo. “La natura a volte è crudele” commenta Peto, rivolto al bambino che era arrivato fino in Patagonia per cercare di diventare amico delle orche e ora ha scoperto il loro volto di spietate carnivore.

A mio avviso la scelta del regista è stata corretta: avrà voluto chiarire fin da subito che la sua posizione è mille miglia lontana dai documentari edulcorati della Disney o addirittura dall’antropomorfizzazione degli animali di certi cartoon. Il suo atteggiamento è soprattutto di rispetto verso la natura per quello che è nella realtà; fatta anche di animali che cercano di sopravvivere. Non è l’uomo che si deve formare un’immagine di suo piacimento della natura ma è quest’ultima che ha qualcosa di importante da dire all’uomo. Ci troviamo di fronte a una ricerca di armonia fra antropologia e visione della natura che è raro trovare in altri film. Di fronte a una natura che è vera, diventa vero anche l’uomo. E’ significativa la sequenza dove un’amica di Lola le confessa che anche lei è nata e vissuta a lungo in una grande città e non aveva mai immaginato che avrebbe potuto trovare la felicità proprio in quello sperduto angolo del mondo.

Che rapporto ci può essere fra l’uomo e gli animali che popolano questa baia della Patagonia?

E’ quello che cerca di capire Peto, che conosce le orche una per una e le chiama per nome. A lui basta suonare la fisarmonica a bocca, battere l’acqua con le mani e loro, prima o poi, arrivano. E’ anche quello che cerca di capire il piccolo Tristan: dal suo mondo chiuso in se stesso, fra le tante paure verso tutto ciò che è nuovo, sente che quelle orche che, con l’aiuto di Peto, riesce ad avvicinare, hanno qualcosa da dirgli più di qualsiasi essere umano.

E’ indubbio che questo film dà il meglio di se’ proprio quando si avventura nel mondo inesplorato delle nostre relazioni con la natura. Più prevedibile il racconto dell’incontro fra il solitario Peto (in isolamento volontario, dopo che una tragedia ha sconvolto la sua famiglia) e la melanconica Lola, che è stata abbandonata dal marito e che ha deciso di dedicare la sua vita a prendersi cura del figlio.

Anche in questo caso però i loro rapporti, il loro progressivo avvicinamento, vengono raccontati con una particolare attenzione alla loro sensibilità di persone ferite nell’animo.

Non ci sono grandi eventi narrati in questo film, non c’è da aspettarsi nessun colpo di scena, ma il progressivo schiudersi al mondo esterno del piccolo Tristan e il graduale recupero dalle ferite di cuore di un uomo e una donna, con gli stessi ritmi di una natura che non ha mai fretta.

Il film è disponibile sulla rete Netflix in lingua italiana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SONG TO SONG

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/09/2017 - 10:53
Titolo Originale: Song to Song
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: BROAD GREEN PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON BUCKEYE PICTURES, WAYPOINT ENTERTAINMENT, FILMNATION ENTERTAINMENT
Durata: 129
Interpreti: Rooney Mara, Ryan Gosling, Michael Fassbender, Nathalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter

Sullo sfondo della scena musicale di Austin si incrociano le vite di quattro personaggi: la giovane Faye, che vorrebbe diventare una cantante ma soprattutto gustare la vita al massimo; BV, un cantante di talento che ha una dolorosa eredità famigliare e cerca l’autenticità a ogni costo; Cook, il ricco produttore musicale che pensa di poter avere tutto senza ubbidire a nulla; Rhonda, una cameriera che diventerà sua moglie e sarà distrutta da quel rapporto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre personaggi, incapaci di uscire da se stessi, si domandano astrattamente “chi sono, dove vado?”. Intanto si intrattengono con esperienze sessuali di ogni tipo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene sensuali etero e omosessuali, nudità
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile del racconto resta arduo e poco immediato, e chiede allo spettatore la pazienza di lasciarsi raccontate i mille frammenti di un puzzle esistenziale. Il forte radicamento in un modo particolare, quello della scena musicale, impedisce alla vicenda di scadere in una metafora vaga. Siamo molto lontani dai vertici della cinematografia di Malick come Tree of Life o La sottile linea rossa.
Testo Breve:

Terrence Malick sfida la nostra pazienza con un film di più di due ore pieno di belle immagini ma che sviluppa un racconto astratto, metafora di una vuota ricerca esistenziale  

È sempre difficile racchiudere in una semplice sinossi le architetture complesse e musicali (qui ancora più che altrove) dei film di Terrence Malick, qui alle prese con un “quadrangolo” amoroso aperto a ulteriori prolungamenti. Gli intrecci sentimentali dei personaggi sono, insieme alla musica stessa (si tratti di quella classica, una costante per lui, ma qui anche di una variegata e sterminata serie di bravi che spaziano nei generi più diversi), il cuore di un racconto che resta, tuttavia, nella sua essenza, il pellegrinaggio di un’anima alla ricerca di se stessa e del suo compimento.

Un compimento che Faye cerca tra mille esperienze spesso estreme, sia musicali che sentimentali e sessuali, una sete di vita che spesso la porta a sbandare, commettere errori e tradimenti, seguire menzogne anche di fronte all’evidenza dell’amore vero, ma la cui meta ha un nome pronunciato chiaramente, perdono.

Tra riprese che danzano addosso agli attori con amorosa ossessione, monologhi sognanti, che oscillano tra lo sbocco logorroico e passionale e la meditazione filosofica, dialoghi ellittici che suggeriscono situazioni più che spiegarle chiaramente, Song to song si avvicina paradossalmente più un moral play  di stampo biblico che a un film vero e proprio.

La fragile Faye, assetata di vita e di successo, mentitrice eppure sincera si trova irretita da Cook, una figura quasi satanica, che però non manca di un suo dramma interiore. Predica una libertà assoluta, ma sembra voler possedere le persone che tocca e si ritrova a invidiare profondamente la purezza del sentimento che nasce tra Faye e BV, cercando di rovinarla e poi a sua volta di imitarla irretendo la cameriera Rhonda, finendo per distruggerla costringendola ad esperienze sessuali forzate e umilianti. Il sesso, insieme alla musica, diventa così una delle chiavi espressive dei personaggi e della loro personale parabola (Faye, tra le altre cose, ha anche una esperienza lesbica).

Tutti i personaggi hanno la stessa fortissima carica simbolica che tuttavia non li spoglia della loro particolare umanità anche grazie alla scelta di interpreti di peso anche per figure di sfondo (come Cate Blanchett, una donna che BV frequenta quando la sua storia con Faye va in crisi).

Il forte radicamento in un modo particolare, quello della scena musicale di Austin (non solo i festival e i palcoscenici, ma anche lo star system che ci gira attorno), che Malick conosce molto bene, impedisce alla vicenda di scadere in una metafora vaga. Alle vite dei protagonisti, infatti, si intrecciano la musica e i volti di tanti protagonisti della scena musicale americana, veri e propri comprimari o veloci apparizioni e solo i più ferrati conoscitori saranno capaci di ritrovare tutti i presenti. Tra tutti Patty Smith, cui è affidato il ruolo di mentore di Faye e che, semplicemente essendo se stessa, si pone come un luminoso punto di confronto per la ragazza confusa.

Lo stile del racconto resta arduo e poco immediato, e chiede allo spettatore la pazienza di lasciarsi raccontate i mille frammenti di un puzzle esistenziale. Pur avendo molti aspetti in comune con la precedente opera di Malick, Knight of Cups, riesce tuttavia a tenere maggiormente il filo della storia (anche se lo spettatore non si deve aspettare di ritrovarvi una trama nel tradizionale senso del termine) pur rimanendo lontano dai vertici della cinematografia di Malick come Tree of Life  o la sottile linea rossa

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

GOLD - LA GRANDE TRUFFA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/07/2017 - 22:16
Titolo Originale: Gold
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Stephen Gaghan
Sceneggiatura: Patrick Massett, John Zinman
Produzione: Black Bear Pictures, Hwy61, Living Films
Durata: 121
Interpreti: Matthew McConaughey, Edgar Ramirez, Bryce Dallas, Howard Corey Stoll, Toby Kebbell, Rachel Taylor

La storia vera di Kenny Wells un uomo d’affari in cerca di fortuna, ma senza successo. Un giorno con l'aiuto del geologo Michael Acosta, Wells scopre nella inesplorata giungla indonesiana una delle più grandi e prolifiche miniere d'oro che lo fa finalmente diventare sfacciatamente ricco.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Su tutto domina l’entusiasmo verso un grande sogno, ma la storia mette bene in evidenza i rischi che conseguono ad una scarsa prudenza sia nella gestione delle relazioni che nella condotta di vita
Pubblico 
Maggiorenni
Comportamenti eccessivi e sregolati da parte soprattutto del protagonista e di un linguaggio forte
Giudizio Tecnico 
 
Grande attenzione ad ogni dettaglio che contribuisca a ricreare le atmosfere e gli ambienti della fine degli anni ottanta; ottima interpretazione da parte del cast artistico e ottima regia che coniuga insieme il fascino della fotografia e delle musiche all’alternanza delle emozioni e delle sequenze narrative. Tuttavia la sceneggiatura risulta a tratti un po’ ridondante, allunga in modo eccessivo la storia tronando un po’ troppo spesso sugli stessi argomenti
Testo Breve:

La storia vera di Kenny Wells che rischia quel poco che ha per cercare una miniera d’oro e la trova. Ma anche il successo va ben gestito

I pionieri dell’oro, metafora del grande sogno americano, non hanno mai smesso di esistere, Kenny Wells fu uno di questi, la sua storia sorprendente ha ispirato il film Gold – La grande truffa di Stephen Gaghan, regista di Syriana e Premio Oscar® per la miglior sceneggiatura di Traffic.Matthew McConaughey, produttore e protagonista del film, si trasforma per interpretare il ruolo di un sognatore americano ambizioso ma miope.

Un biopic affascinante e incredibilmente curato in ogni dettaglio per ricreare ambienti e atmosfere di fine anni ottanta, Gold ricerca gli eccessi di The Wolf of Wall Street e le emozioni del film d’avventura, ma la storia di Kenny Wells ha dei risvolti alquanto sconcertanti. Nel film McConaughey compie una trasformazione fisica completa, testa calva, denti storti e l'aggiunta di 20 chili (acquisiti attraverso una dieta a base di birra, cheeseburger e milkshake) per ridare vita all’epopea di un moderno cercatore d’oro.

Kenny Wells è l’erede di un’impresa familiare che produce oro e metalli preziosi in forte crisi. Sotto il suo sguardo il piccolo impero creato dal nonno e ingrandito dal padre fallisce del tutto. Kenny però non smette di sognare e continua a credere nella possibilità di fare fortuna realizzando una grande impresa. Così un giorno decide di dare fondo a quel poco che gli rimane per investire nel progetto di un geologo, Michael Acosta. Michael sostiene che nella parte più impervia e inesplorata della giungla indonesiana esista una delle più grandi e prolifiche miniere d’oro, ma dopo anni e svariati tentavi le sue ricerche sono sempre miseramente fallite. Kenny tuttavia decide di credere in lui e nonostante i suoi scarsi mezzi e a rischio della sua stessa vita si mette alla ricerca del giacimento con Michael.

Kenny è un visionario ma ha il pregio di avere una grande tenacia e dimostra nella sua storia un’incrollabile forza di volontà. Il suo sogno si compone di tutte le caratteristiche dell’ideale americano: la ricerca del successo attraverso il rischio e la collaborazione di squadra. Tuttavia l’emozionante parabola della sua fortuna soffre di una miopia di fondo che arriva a contagiare persino i giganti dell’alta finanza americana. Kenny è talmente accecato dalla prospettiva di potersi arricchire investendo in un magico colpo di fortuna da non riuscire a tenere conto dei limiti oggettivi e contingenti relativi alle circostanze e all’onestà dei propri collaboratori.

La sua storia racconta quanto il desiderio di successo e di arricchirsi rapidamente possa rendere incauti rispetto ai rischi e alle possibilità di sbagliare. Kenny con il suo travolgente ma ingenuo entusiasmo porta se stesso e alcuni grandi uomini di finanza a credere nella realtà di un sogno senza verificarne le reali caratteristiche e questa imprudenza gli costerà cara.

Tuttavia per quanto sregolato e per certi versi sprovveduto il personaggio di Kenny suscita una certa simpatia. La sua è una figura molto umana e sembra incarnare la spontaneità di un bambino immaturo inebriato dai propri sogni. Kenny lotta tenacemente per realizzare i propri desideri ma ha il grande difetto di crederci troppo. Lo scontro con la realtà sarà duro. Accanto a lui c’è invece una donna semplice ma sincera, che nonostante tutto riesce a stare al suo fianco fino alla fine, lo sostiene nei suoi sogni anche e soprattutto nel momento più duro e il suo schietto e puro pragmatismo costituisce la vera ancora di salvezza per il suo compagno.

Avventura, eccessi di ogni genere, intrighi di finanza, amore, amicizia e tradimenti, sono gli elementi che conducono questa storia su una sorta di montagne russe emotive, tra entusiasmi e rovinose cadute, fino all’epilogo finale. Sebbene portata avanti con un po’ troppa insistenza, alla fine la vicenda di Gold racconta bene la necessità di dare spazio anche nei sogni più legittimi ad una certa prudenza nell’approccio ad ogni aspetto della vita, dalla carriera professionale, le abitudini, alla sfera più personale.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE CIRCLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/04/2017 - 21:45
Titolo Originale: The Circle
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Ponsoldt
Sceneggiatura: James Ponsoldt, Dave Eggers
Produzione: PLAYTONE, LIKELY STORY, 1978 FILMS
Durata: 110
Interpreti: Emma Watson, Tom Hanks, John Boyega, Karen Gillan

La ventenne Mae lavora a un call center di una public utility. Vive con i suoi genitori e cerca di aiutare la mamma nell’accudire il padre bloccato su di una sedia a rotelle. Un giorno la sua amica Annie le dà un’ottima notizia: cercano nuovo personale alla società The Circle, una Internet company, molto attiva nel settore dei social network. Mae viene assunta ed è entusiasta del lavoro, viene notata dal co-fondatore Eamon e accetta di essere protagonista di un esperimento di trasparenza: la sua vita, sia lavorativa che privata, verrà continuamente monitorata da piccole telecamere posizionate in punti strategici. Ben presto però, con l’aiuto di Ty, un co-fondatore dissidente, si accorge che qualcosa non va nelle ambizioni della società….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza onesta si accorge che l’intimità di ogni persona è un bene prezioso che va preservato contro nuove forme invasive di socializzazione via Internet
Pubblico 
Adolescenti
Una molto rapida sequenza di intimità fra coniugi
Giudizio Tecnico 
 
Se Tom Hancks si conferma un bravo attore, Emma Watson si mostra ancora incerta e a volte eccessiva nella sua gamma espressiva. La sceneggiatura affonda nel politically correct e perde di mordente
Testo Breve:

Una ragazza inizia a lavorare in una Internet Company che ha portato al successo una social network molto invasiva. Un film di denuncia senza molta convinzione che affoga nel politically correct

Quando Mae entra per la prima volta in The Circle e nota che tutte le scrivanie sono in open space, l’ampio giardino è disponibile con molte attrezzature per i momenti di svago, gli impiegati sono tutti giovani che si muovono freneticamente mentre l’amica Annie, che ha fatto carriera ed è appena tornata dall’Europa quella sera stessa deve partire per l’Australia, comprendiamo subito che il regista si è ispirato alle più avanzate e prospere società di Internet, come Google, Facebook, Amazon, Airbnb. Quando poi, scopriamo che ogni venerdì il personale viene riunito in assemblea plenaria per ascoltare il fondatore, che in jeans e con continue battute di spirito cerca di galvanizzarli verso nuove conquiste e nuovi obiettivi, ci troviamo, senza alcun dubbio, all’emulazione del mito Steve Jobs.
Di racconti su carta o in pellicola, sul pericolo di un controllo totale dei cittadini e della conseguente perdita della privacy del singolo, ce ne sono stati tanti, a iniziare dal 1984 di George Orwell, anche se in un contesto è totalmente diverso. Per Orwell la minaccia veniva da una dittatura, non importa se nazista o comunista; nell’attualità di oggi la minaccia ha il volto suadente dei media. Mae, come nuova arrivata, viene blandita da una calda accoglienza da parte dei colleghi più anziani, e l’impegno dell’azienda nel dirle “sei dei nostri” che si concretizza con attenzioni verso la sua salute ma soprattutto, cosa che a lei più interessa, riceve un sostegno concreto per le spese sanitarie che interessano suo padre. Mae lavora con impegno nel call center dell’azienda ma si accorge ben presto che questo non è sufficiente: la società vuole che tutti i dipendenti restino connessi alla stessa rete, scambiandosi opinioni e proposte su tutto. Ci si allontana dalla distopia di Orwell per rientrare nell’Utopia di Tommaso Moro. Un mondo ideale dove tutti si conoscono via rete e si aiutano a vicenda; la riservatezza diventa un delitto sociale. La conoscenza diventa un diritto universale che comporta l’accesso a tutte le esperienze umane possibili.  “I segreti sono bugie” dice ormai anche Mae, convinta. – “i peggiori crimini si commettono proprio quando si è soli”..
Il tema trattato dal film è indubbiamente interessante (chi, nell’aderire a un social network, non ha percepito il piacere di far parte di una rete di internauti ma al contempo ha sentito di perdere non poca parte della propria privacy?)  ma è stato sviluppato male. Se Tom Hanks è sempre impeccabile, il personaggio Mae non risulta approfondito, nel suo continuo oscillare fra l’entusiasmo per la rete e il rispetto per una vita privata; le sue troppe smorfiette non depongono positivamente a favore di una recitazione consolidata da quando ha lasciato la serie di Harry Potter. Anche il lieto fine che capovolge la situazione, resta una soluzione forzata, del resto non presente nel romanzo omonimo di David Eggers a cui il film si è ispirato. Si tratta di un finale che non aiuta a stimolare un giudizio sui social network, così bilanciato nel mostrarne vantaggi e svantaggi. . Un approccio politically correct che non accontenta nessuno

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

I AM MICHAEL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/02/2017 - 21:06
Titolo Originale: I am Michael
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Justin Kelly
Sceneggiatura: Justin Kelly, Stacey Miller
Produzione: Gotham Group RabbitBandini Productions Thats Hollywood
Durata: 101
Interpreti: James Franco, Emma Roberts, Zachary Quinto, Charlie Carver

Michael lavora a San Francisco alla rivista XY. Cerca di contribuire a costruire, con questa suo impegno, un’identità e un orgoglio gay fra tanti giovani con inclinazione omosessuale che temono di venir derisi e perseguitati. Si trasferisce in seguito ad Halifax, in Canada, dove il suo compagno, Bennett, è stato ingaggiato per un progetto importante.  Un attacco al cuore pone Michael di fronte al mistero della morte. La ricerca di un senso più profondo da dare alla sua vita lo porta a riprendere la lettura della Bibbia abbandonata da quand’era ragazzo. Scopre, nel messaggio cristiano, una perfetta armonia con ciò che percepisce come vocazione personale: aiutare gli altri. Riconosce in se un’identità più ricca e profonda del semplice venir qualificato come gay: abbandona il suo compagno e inizia a frequentare una scuola di teologia dei mormoni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un attivista del movimento gay si sente incompleto nella sua definizione di omosessuale e, cercando un senso da dare alla propria vita, scopre la fede in Dio
Pubblico 
Maggiorenni
Il film, destinato originariamente al solo circuito LGBT, con molte scene di affettuosità omosessuale (senza dettagli intimi) è consigliabile solo a quegli adulti che sono interessati alla tematica della vocazione cristiana per chi ha inclinazioni omosessuali
Giudizio Tecnico 
 
Il film è vincitore di otto premi al FilmOut 2015, il festival del cinema gay di S Diego. La regia collega in modo logico la sequenza dei fatti che hanno portato alla conversione di Michael ma non approfondisce a sufficienza il percorso intimo compiuto dal protagonista
Testo Breve:

La storia vera di Michael, che da attivista gay, scopre l’amore di Dio per noi e decide di abbandonare le pratiche omosessuali, di sposarsi e di diventare pastore cristiano

Ciò che viene raccontato in questo film è realmente accaduto e si guadagna il diritto, proprio per questo motivo, di un’attenzione particolare. La storia di Michael che da attivista gay diventa un pastore cristiano, era stata raccontata in un articolo apparso nel 2011 sul New York Times; il film segue con una certa fedeltà, con l’aiuto della voice-over, l’intervista che costituì l’ossatura di quell’articolo.

Il racconto inizia nel 1996.  Michael e il resto della redazione di XY, stanno discutendo la posizione che deve prendere la rivista in merito al linciaggio subito, nell’ottobre di quell’anno, in un paesino del Wyomin, da Mattew Shepard, un giovane picchiato e lasciato morire al freddo, in odio alla sua omosessualità. Già in quell’occasione, sia pure ancora in modo confuso, Michael aveva avuto modo di distinguersi dagli altri colleghi, secondo i quali bisognava continuare a costruire, soprattutto nei giovani, uno spirito di identità e di orgoglio gay e combattere quanti, in particolare i cristiani, fomentavano odio nei loro confronti. Michael ha un approccio diverso: segue la teoria queer, secondo la quale non è l’ inclinazione sessuale a definire la propria identità: l’eterosessualità e l’omosessualità sono solo classificazioni  fittizie imposteci dalla società.

Un attacco di cuore, che gli fa temere il peggio (suo padre era morto per una disfunzione cardiaca) lo pone, in modo drammatico, di fronte al mistero della morte. Se ancora non è alla ricerca di un senso alla vita, mostra almeno la paura per un non-senso della nostra esistenza, l’impossibilità di potersi un giorno incontrare con i propri cari (in particolare sua madre, a cui era legato da grande affetto e che gli aveva dato un’educazione cristiana).

Nel suo secondo importante lavoro, il documentario Jim in Bold, sulla condizione omosessuale fra i giovani americani, realizzato assieme al compagno Bennet e al giovane Tyler che era venuto a vivere con loro, Michael scopre una realtà a lui nuova: ci sono dei giovani che pur non negando la loro inclinazione omosessuale, non rinunciano a sentirsi cristiani. Inizia a percepire che Dio c’è e che lo interpella continuamente.

Inizia in questo modo ad avvicinarsi al cristianesimo, in questa prima fase in modo ancora confuso: riconosce che parla di amore e quindi non ritiene sia possibile che Cristo possa rigettare due persone dello stesso sesso che si amino. Nella nuova rivista che ha fondato (YAG -Young Gay American) viene realizzato un numero interamente dedicato al rapporto fra i gay e la religione.

Michael riprende a leggere avidamente la Bibbia, con la stessa intensità con cui aveva, pochi anni prima, letto tutti gli autori sulla Queer Theory. Inizia a scoprire che non è vero, che la Bibbia fomenti l’odio verso gli omosessuali.  Resta folgorato da Matteo 10 (Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà) e scopre, in quella frase, un’inaspettata armonia con la vocazione che aveva da sempre percepito dentro di se’: aiutare gli altri, porsi totalmente al servizio degli altri.

Decide di lasciare i suoi due compagni, Bennet e Tyler per cercar di scoprire chi è realmente se stesso: frequenta prima un ritiro buddista, per ritrovare pace e migliorare il proprio autocontrollo contro le tentazioni e in seguito una scuola di teologia retta dai Mormoni, per prepararsi alla sua nuova vita di credente.
Nel blog personale, che continua ad alimentare con le sue riflessioni, ribadisce un concetto che per lui è fondamentale: il definirsi e il considerarsi gay è qualcosa che impedisce di trovare il proprio io. E’ una etichetta limitante che blocca la ricerca più profonda di se stessi e che impedisce di unirsi a Dio nel Suo Regno. Bisogna esser pronti a rinunciare alla propria vita per seguire Cristo e la prima cosa a cui rinunciare è la pratica omosessuale.

Si tratta di dichiarazioni esplosive che finiscono per attirare contro di lui rabbia e delusione; si sentono traditi soprattutto quei giovani che lo avevano seguito ai tempi della proclamazione dell’orgoglio gay. Michael, al contrario, prosegue sulla sua strada: con una mentalità sicuramente protestante, si allontana anche dai mormoni perché ritiene che sia lo Spirito Santo a suggerirgli direttamente cosa fare e non accetta imposizioni da nessuno. Diventa quindi pastore di una chiesa da lui stesso fondata, accompagnato da sua moglie Rebekah.

La storia di Michael è sicuramente singolare, forse irripetibile, ma estremamente interessante perché racconta di un uomo che con le sole forze interne della sua coscienza, senza molti aiuti esterni, riesce a percorre un cammino di avvicinamento a Dio. Un cammino compiuto nel migliore dei modi possibili, considerando il contesto da cui è partito e in una società americana dove “l’offerta” di fede” è molto ampia.

Un film che getta un po’ di luce su un settore dove c’è ancora tanto da fare e da comprendere, sia sul fronte pastorale che su quello dell’approfondimento teologico.

Il film è disponibile attualmente in DVD con lingua e sottotitoli inglesi

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |