Dramma

L'INSULTO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/07/2017 - 11:58
 
Titolo Originale: L'insulte
Paese: FRANCIA, LIBANO
Anno: 2017
Regia: Ziad Doueiri
Sceneggiatura: Ziad Doueiri, Jöelle Touma
Produzione: EZEKIEL FILMS, ROUGE INTERNATIONAL, TESSALIT PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON COHEN MEDIA GROUP, SCOPE PICTURES, DOURI FILMS
Durata: 113
Interpreti: Adel Karam, Kamel El Basha, Rita Hayek, Christine Choueiri

Beirut ai nostri giorni. Una ditta di costruzioni sta lavorando in strada, capeggiata dal palestinese Yasser, quando da un terrazzo cade dell’acqua che bagna il capomastro. La situazione degenera rapidamente: Toni si rifiuta d riconoscere di aver torto; Yasser gli lancia un’imprecazione ma poi, quando il palestinese, sulla spinta del capocantiere, si reca da Toni per chiedere scusa, viene insultato e Toni reagisce colpendolo con un pugno. Quando i due vanno davanti al giudice il caso, da un banale litigio fra privati, si trasforma in un conflitto etnico e religioso nazionale, ravvivando gli odi mai repressi fra cristiani maroniti e palestinesi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Quando due persone sono profondamente oneste, non importa quale sia la contesa fra di loro, alla fine riusciranno a ritrovare l’equilibrio e il rispetto reciproco. Ciò sarà possibile quando chi svolge un servizio pubblico (magistrati, avvocati, lo stesso Presidente del Libano che interviene per riconciliare le parti) sa comportarsi con giustizia e ha la pace come obiettivo primario.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una sceneggiatura di ferro (appena un po’ didattica) riesce a portare avanti questo film grazie anche alla regia e alla bravura degli attori (Kamel El Basha ha vinto la coppa Volpi come miglior attore alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2017)
Testo Breve:

A Beirut una banale contesa fra un maronita e un palestinese finisce in tribunale e diventa un caso nazionale. Un racconto edificante sull’onestà personale e il senso di giustizia come elementi portanti per una pacifica convivenza

Un film come questo, ambientato nel Libano odierno, ha bisogno di un minimo di conoscenze sul recente passato di questo paese, abitato da arabi sciti e sunniti, cristiano maroniti e palestinesi stipati in campi profughi dopo le guerre arabo-israeliane. La guerra civile è terminata nel 1990 ma la pacifica convivenza fra cristiano-maroniti e i profughi palestinesi resta precaria, anche se questo non ha impedito al Libano di realizzare forse l’unica vera democrazia del medio oriente.

Solo con queste premesse riusciamo a comprendere l’astio che si determina fra il maronita Toni che inavvertitamente fa cadere dell’acqua dal suo terrazzo sulla testa del palestinese Yasser. Si passa rapidamente dagli insulti ai pugni e il litigio finisce in tribunale. L’insulto che Toni lancia a Yasser: “magari Sharon vi avesse sterminati” richiama alla memoria la strage di Sabra e Chatila  (il film Valzer con Bashir ci ha ricordato come quella strage pesi tutt’ora nella coscienza degli israeliani)  A questo punto il banale incidente passa in secondo piano: il caso diventa nazionale e la popolazione si divide fra pro-Toni e pro-Yasser, non certo perché sono entrati nel merito della contesa ma semplicemente perché i primi sono maroniti e i secondi palestinesi.
La seconda parte il film diventa un legal drama e la contesa viene approfondita in tribunale sotto la guida di due abili avvocati, che per mostrare se sia stato più grave l’insulto di Toni o il pugno di Yasser, finiscono per scavare nel passato di entrambi andando a riesumare  momenti dolorosi e mai dimenticati della guerra civile.

Fin qui abbiamo raccontato la struttura-portante del film che sostiene la parte più interessante: quella che riguarda la coscienza dei due contendenti e dei loro cari.

Toni e Yasser sono circondati da persone che riescono ad avere una visione serena, senza odi di parte, su quello che è accaduto. La moglie di Toni e suo padre non esitano a rimproverarlo per aver ecceduto negli insulti; la moglie e il capo cantiere di Yasser lo invitano a chiudere la vicenda chiedendo il perdono.

Entrambi i protagonisti sono delle persone profondamente oneste: Yasser, nella prima udienza, si dichiara colpevole e si rifiuta di ripetere davanti a tutti l’insulto che ha ricevuto. Anche Toni di fronte al suo avvocato, conferma che vuole solo le scuse da Yasser, non desidera che vada in prigione e quando si accorge che Yasser ha la macchina in panne (Toni è un meccanico) lo aiuta a ripartire.

Nell’aula del tribunale il ricordo del passato finisce per avvicinare i due contendenti nella comune  sofferenza: si viene a scoprire che anche il maronita Toni è dovuto fuggire dal suo paese, perché nativo di Damur, che subì, per rappresaglia, una strage per mano dei palestinesi. “Nessuno può avere il monopolio della sofferenza”- proclama il suo avvocato

Alla fine gli stessi due avvocati, seduta dopo seduta, riescono a trovare più affinità fra i due contendenti che non dei motivi di conflitto. E’ quanto hanno già compreso i due protagonisti, e senza necessità di scene-madri di riconciliazione i due uomini, preservando la loro dignità, riescono a manifestare l’un l’altro reciproco rispetto.

La sceneggiatura è impeccabile, aiutata da un’ottima regia, nel portare avanti i due risvolti del racconto, quello pubblico e quello privato. Anche gli attori sono particolarmente validi: Kamel El Basha ha vinto la coppa Volpi come miglior attore alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2017.

Se la sceneggiatura pecca nell’essere un po’ didattica, la si può perdonare facilmente perché il messaggio che riceviamo è molto bello.

Quando due persone sono profondamente oneste, non importa quale sia la contesa fra di loro, alla fine riusciranno a ritrovare l’equilibrio e il rispetto reciproco. Ciò sarà possibile anche perché, quando chi svolge un servizio pubblico (magistrati, avvocati, lo stesso Presidente del Libano che interviene per riconciliare le parti) sa comportarsi con giustizia e ha la pace come obiettivo primario.

Si tratta di alcune lezioni importanti che valgono anche per noi che viviamo dall’altra parte del Mediterraneo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAPPY END

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/05/2017 - 16:49
Titolo Originale: Happy End
Paese: Francia, Austria, Germania
Anno: 2017
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Durata: 107
Interpreti: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovits, Toby Jones

Alcuni tragici eventi sconvolgono l’apparente serenità dei Laurent, ricchissima famiglia di Calais, sulla Manica. Mentre Georges (Trintignant), il capo famiglia anziano ed infermo, conta i giorni che lo separano dalla morte, la primogenita Anne (Isabelle Huppert) deve far fronte alle conseguenze di un devastante crollo in uno dei cantieri della ditta di famiglia, che dirige insieme al figlio, il tormentato Pierre. Nel frattempo il fratello di Anne, Thomas (Kassovitz), già al secondo matrimonio, coltiva una torbida relazione con una donna misteriosa. La doppia vita dell’uomo rischia di essere smascherata quando alla sua porta si presenta la figlia tredicenne, Eve, avuta con la prima moglie che ha appena tentato il suicidio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi principali sono negativi, i gesti di altruismo sono quasi sempre impregnati di ipocrisia Una cosa che accomuna tutti i protagonisti è che sono tendenzialmente distruttivi e autodistruttivi in conseguenza ad un sostanziale rifiuto della sofferenza
Pubblico 
Sconsigliato
Contenuti sessuali espliciti Atteggiamento cinico e pessimista sul valore della nostra esistenza
Giudizio Tecnico 
 
Ottima regia e ottima recitazione
Testo Breve:

Michael Haneke, dopo aver sviluppato con il film Amour, un’apologia dell’eutanasia a beneficio delle persone anziane, allarga l’orizzonte prospettando per tutti il rifiuto della sofferenza e la vocazione al suicidio si estende  a una ragazza tredicenne

Dopo il successo di Amour, Palma d’oro e Oscar nel 2013, Haneke riprende il filo del discorso con un film che sembra idealmente un sequel del precedente. Il contesto è diverso - quello era ambientato a Parigi, totalmente in interni, questo a Calais, dove la superficialità e l’ipocrisia dei ricchi protagonisti fa da stridente contraltare al dramma reale di migliaia di immigrati clandestini - ma la storia presenta elementi ricorrenti che ammiccano allo spettatore. Uno su tutti, il duo Trintignant-Huppert, anche qui padre e figlia (l’anziano protagonista ha anche lo stesso nome, Georges), che con le loro linee narrative travalicano i confini dei film, unendo le due storie - come si intuisce nel momento in cui l’anziano capofamiglia confessa alla giovanissima e turbolenta nipote, l’omicidio della moglie malata, andato in scena in Amour.

Ma non è solo dal film premio Oscar che Haneke attinge per storie, tematiche e scelte registiche. Happy End infatti si innesta nel solco tracciato dal regista con le opere precedenti, senza per questo rinunciare ad una sua originalità, soprattutto per quanto riguarda la grottesca ironia – a cominciare dal paradosso del titolo - che scaturisce dal contrasto surreale tra la compostezza esteriore dei personaggi e la drammaticità quasi eccessiva che si rivela in ogni piega recondita delle loro esistenze.

Come in molte altre storie raccontate da Haneke, anche qui infatti le vere protagoniste sono la morte e la sofferenza, che è sempre nascosta dietro a una scorza di buone maniere e di apparenze da preservare per il quieto vivere o semplicemente per un orgoglio ottuso e spietato. Apparenze che nascondono spesso una doppia vita, che però, con grande onestà intellettuale, viene raccontata come una condizione esistenziale provvisoria, destinata prima o poi a implodere, portando all’autodistruzione. 

Anche qui poi, il regista preferisce raccontare i personaggi e i loro stati d’animo di fronte alle avversità, piuttosto che eventi e fatti che praticamente non vanno mai in scena, nemmeno quelli più tragici, se non con la mediazione del “digitale”. I supporti tecnologici di cui Haneke si serve per raccontare e rivelare, rappresentano una sorta di muro invisibile, oltre che tra diverse generazioni (ne è l’emblema il rapporto tra nonno e nipote, i due personaggi al tempo stesso più lucidi e distruttivi della famiglia) anche tra quella che sembra la realtà vissuta e quella percepita, di cui siamo spettatori più o meno volontari (ritorna quindi il tema del voyeurismo già raccontato in Niente da nascondere e ne Il nastro bianco). Accade così che gli unici riferimenti al tradimento di Thomas – che tanto ricordano la perversione sessuale de La pianista - vengono “consumati” su una chat, il crollo delle fondamenta del centro commerciale attraverso una telecamera di sorveglianza, il tentativo di suicidio della madre di Eve immortalato con un cellulare. La morte quindi, come dicevamo grande protagonista della pellicola, è nascosta o filtrata, e il dolore raccontato spesso da lontano, quasi con pudore e un distacco anche e soprattutto fisico, reso alla perfezione dall’uso di inquadrature larghe che per paradosso non riducono il pathos, anzi lo cristallizzano e lo amplificano.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ETA' IMPERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 21:59
Titolo Originale: L'età imperfetta
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Ulisse Lendaro
Sceneggiatura: Cosimo Calamini
Produzione: LOUIS LENDER PRODUCTION, AURORA FILM, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 96
Interpreti: Marina Occhionero, Paola Calliari, Anita Kravos, Anna Valle

In in piccolo centro del Nord Italia vive la diciassettenne Camilla. La sua vita scorre serena sia a scuola, dove riporta ottimi voti sia in famiglia, dove vive in armonia con il padre che fa il fornaio, una madre che proviene dall’ Est Europa e due simpatiche sorelle, con cui scherza e litiga. Camilla ha un sogno: diventare una ballerina professionista ed è proprio alla scuola di danza che incontra Sara, diciott’anni appena compiuti, che gode di molta libertà perché figlia di genitori benestanti divorziati. Sara introduce l’amica in un ambiente più spregiudicato, fra frequentazione di locali notturni, uso di pasticche e incontri amorosi. Quando arriva il momento della grande prova di danza che selezionerà alcune ragazze per l’iscrizione a una prestigiosa scuola di Parigi, Sara viene selezionata mentre Camilla resta esclusa. Il mondo sembra crollarle addosso e si insinua nella sua mente il sospetto che la sua ex amica abbia tramato, con la complicità dell’insegnante, per farla arrivare impreparata alla prova...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza, chiusa nel suo egocentrismo, viene travolta dall’odio e dal desiderio di vendetta
Pubblico 
Maggiorenni
Una veloce sequenza di nudo, sbrigativi Incontri amorosi fra adolescenti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista è bravo nel tratteggiare le due protagoniste adolescenti e il loro ambiente ma non riesce a darci una spiegazione compiuta delle decisione prese dalla protagonista
Testo Breve:

Due ragazze con la comune passione per la danza, da amiche diventano nemiche. Il film analizza alcuni pericolosi lati oscuri dell’età dell’adolescenza

Parlare dell’età dell’adolescenza, in particolare di quella femminile, è sicuramente arduo e molto spesso si seguono stereotipi abusati. A giudicare dagli ultimi lavori televisivi, quando viene introdotta un’adolescente, dobbiamo aspettarci che prima o poi resti incinta.

Fra i lavori più recenti, è risultato originale Prima di Domani, dove il baricentro del racconto non è la solita relazione amorosa, ma la scoperta, da parte della protagonista, dell’importanza di rapporti sinceri e leali con le proprie amiche e il suo ragazzo. Questo L’età imperfetta, lavoro dell’esordiente Ulisse Lendaro, mette ben a fuoco un altro aspetto caratteristico di quest’età: il bianco o il nero; un modo di atteggiarsi verso gli altri senza mezze misure, attraverso grandi amori o repentini, radicali, odi. E’ quello che si determina fra Sara e Camilla, accomunate dalla passione per la danza ma complementari negli affetti familiari: Sara trova nella famiglia dell’amica un calore che a lei, figlia di divorziati, è stato negato mentre Camilla riceve da Sara una spinta a quell’emancipazione che ancora non possiede, incluso, quasi inevitabilmente, il pervenire alla prima esperienza sessuale.

Di fronte a una grande delusione (la sconfitta alla gara di ballo) è proprio Camilla che subisce una radicale trasformazione: ora ritiene che sia importante solo pensare a se stessa, dimenticando di essere una figlia brava e ubbidiente, decisa a realizzare ciò a cui brama con tutti i mezzi, inclusa una terribile vendetta.

Il regista è molto bravo nello sviluppare il thriller psicologico che sottende la storia (Sara ha realmente tramato contro Camilla o o si tratta solo di un'ossessione frutto della paranoia in cui è precipitata la ragazza?) ma molto meno nel darci ragione di una così drastica trasformazione. Da una prima lettura  potrebbe sembrare che il racconto si appoggi sulla contrapposizione fra due ambienti familiari, quello caldo e avvolgente di Camilla (molto simpatici i suoi rapporti con la piccola sorellina Francesca) e l’indipendenza solitaria in cui vive Sara, interrotta solo da saltuari e sbrigativi incontri con il padre. In realtà la contrapposizione fra la buona Camilla e la spregiudicata Sara ha breve durata; sono proprio quei valori di cui è intessuta la vita di Camilla che evaporano rapidamente; in lei sembra agire qualche atavica radice del male e a nulla fanno presa l’atteggiamento comprensivo e aperto del padre né la condivisione, con la madre, di un’apparentemente sincera fede ortodossa. E’ proprio l’immagine di Camilla che prega in ginocchio prima di compiere la sua vendetta che stride maggiormente e il racconto sembra carente di semplici regole di causa ed effetto. Ugualmente angosciosa è la solitudine nella quale Camilla si lascia travolgere dal demone della vendetta, facendo terra bruciata intorno a sé, senza che a nulla possa valere la vicinanza delle amiche, delle due sorelle, della zia o del padre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI SDRAIATI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 21:23
Titolo Originale: Gli sdraiati
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesco Piccolo, Francesca Archibugi, tratto dall'omonimo romanzo di Michele Serra
Produzione: INDIANA PRODUCTION, LUCKY RED, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Rosalba Bendidio

Il noto giornalista televisivo Giorgio Selva (Claudio Bisio) convive con il figlio diciassettenne Tito (Gaddo Bacchini). Il rapporto tra i due è sempre più difficile, ma l’arrivo di Alice, una ragazza dall’aria triste di cui Tito si innamora, sarà l’occasione perché padre e figlio possano in qualche modo affrontare le loro diversità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire. Rapporti sessuali fra "fidanzatini" adolescenti vengono autorizzati direttamente nelle case dei rispettivi genitori.
Pubblico 
Adolescenti
Scene con uso di alcol e droghe, una scena di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto
Testo Breve:

Un padre e un figlio sembrano irrimediabilmente distanti, dove i padri non sono mai realmente interessati ai figli e questi nutrono affetti consumati in fretta senza il coraggio di approfondirli. La regista Francesca Archibugi scava con realismo la condizione odierna di tanti legami familiari

Dopo il divorzio Giorgio, diviso tra il ruolo di presentatore televisivo e quello di padre apprensivo, si è letteralmente segregato in casa. Nel tentativo disperato di recuperare il rapporto con il figlio ormai più che adolescente e sempre più lontano da lui, finisce per essere talmente pesante da diventare quasi insopportabile. Da parte sua Tito trascorre le sue giornate a gironzolare in bicicletta con gli amici, fumare e bere fiumi di alcol nei locali, per poi tornare a casa il più delle volte ubriaco senza capire né dov’è né chi sia quell’uomo sempre più preoccupato che tutte le volte lo riaccoglie, nonostante tutto. E’ un adolescente confuso e diviso. Diviso tra due case, quella della madre e del padre, diviso tra il gruppo storico di amici inseparabili e l’amore per la bella Alice, che i suoi compagni di sempre proprio non li sopporta.

Ed è l’arrivo di Alice a innescare qualcosa in questa situazione che pare non avere una via d’uscita. Figlia di una ex donna di servizio dei Selva, con cui Giorgio aveva avuto una relazione segreta, la ragazza potrebbe rivelarsi un bel problema per la vita del noto conduttore. Ed è così che Giorgio si riaccende di interesse per la vita privata del figlio, e finalmente i due sembrano trovare un punto di contatto comune.

Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto.

Adolescenti che vivono di notte, che vivono nel gruppo, che vivono nei loro sogni che non sono forse nemmeno in grado di perseguire. Affetti consumati in fretta, con forti passioni che nascondono una profonda incomunicabilità. Non a caso infatti Tito e Alice non riescono mai a comunicare veramente, non c’è amicizia, ma solo attrazione, tanto che dopo poco i telefonini ritornano ad essere i migliori compagni e non ci si guarda più nemmeno in faccia.

Poi i genitori, isterici, nevrotici, iper-apprensivi e protettivi nei confronti dei figli, ma mai veramente interessati di loro, perché troppo presi da altro. Si lamentano dei loro pargoli, richiedono rispetto delle regole e condivisione, senza rendersi conto che quei ragazzi non sono altro che il frutto dei loro errori e del loro spropositato egoismo.

Molto interessante è la scena in cui Tito e Giorgio sono dallo psicologo che, con una commovente interpretazione di Gaddo Bacchini, mette in scena il profondo disagio di Tito, vittima sacrificale della dolorosa e mai risolta separazione dei genitori che l’ha confuso interiormente in una fase così delicata della sua esistenza.

E l’incomunicabilità sembra essere alla base di ogni rapporto famigliare, senza differenza di ceto sociale, di provenienza e di religione. La telecamera entra a spiare di nascosto le famiglie dei vari ragazzi, ma in ogni casa trova solo una profonda solitudine.

Unica figura positiva è quella del nonno, uomo d’altri tempi, poco colto ma che ha sacrificato tutta la vita per la famiglia, rimanendo sempre legato alla moglie, alla figlia (la moglie di Giorgio). Il nonno sembra essere l’unica autorità reale di riferimento per il nipote tanto confuso e il suo sgangherato gruppo di amici.

Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire.

Autore: ILARIA GIUDICI
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL FIGLIO SOSPESO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 19:24
 
Titolo Originale: Il figlio sospeso
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Egidio Termine
Sceneggiatura: Egidio Termine, Guido Vassallo
Produzione: MEDITERRANEA PRODUCTIONS, ASSOCIAZIONE STAR
Durata: 90
Interpreti: Paolo Briguglia, Gioia Spaziani, Aglaia Mora

Lauro è un giovane aspirante fotografo che ha vinto una borsa di studio per realizzare un servizio fotografico sui palazzi monumentali di Palermo. E’ l’occasione per sciogliere un dubbio che lo assilla: ha il sospetto che il padre, morto quando lui aveva solo due anni, abbia avuto un altro figlio da una relazione con Margherita, una nota pittrice siciliana. Rintracciata la pittrice, viene progressivamente a scoprire la verità attraverso disegni realizzati nel tempo dalla stessa Margherita: la madre che l’ha allevato, Giacinta, era in realtà sterile e Margherita aveva svolto per lui il ruolo di madre surrogata….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una denuncia meditata ma ferma della pratica dell’utero in affitto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I bellissimi colori del cielo e del mare siciliani fanno da scenario a un racconto intimo e coinvolgente con alcuni passaggi narrativi poco approfonditi
Testo Breve:

Il giovane Lauro, che ha perso il padre quando aveva due anni, compie un viaggio in Sicilia alla scoperta della verità sulla sua nascita, avvenuta con il metodo dell’utero in affitto. Una chiara denuncia degli sconvolgimenti umani che comporta questa pratica. 

“Smettila adesso, non ho tempo di giocare con te in questo momento” E’ il colloquio scherzoso, a tu per tu, che Margherita intrattiene con il bambino che porta in grembo. E’ la gioia di un attimo perché subito dopo commenta amareggiata: “Ma tu sei il figlio di Giacinta e Antonio”. Poi si riprende e decide: “andrò da loro e dirò che voglio tenermi il bambino”. Margherita era infatti stata costretta ad accettare il compenso pattuito per questa sua “prestazione” per riuscire a estinguere i debiti che il marito, prima di morire, aveva contratto con la mafia locale.

Da un po’ di anni il tema dell’utero in affitto scuote l’opinione pubblica, le pagine dei giornali, la televisione e il cinema. Nelle fiction americane il tema è trattato in modo molto diretto. Nella serie Brothers & Sisters, alla quinta stagione, una madre surrogata finge di aver abortito per riuscire a tenersi il bambino che porta in grembo. Ciò scatena l’ira dei due uomini committenti perché considerano questo bambino a tutti gli effetti loro figlio (“tu sei solo la gestatrice surrogata di nostro figlio” urla il padre potenziale). Alla fine la ragazza cede e consegna il bambino per il timore di venir denunciata alla polizia (evidentemente non esiste più un diritto primordiale di maternità per la donna che ha dato alla luce un bambino) . Nella serie The New Normal una ragazza compiacente si presta a “donare” un figlio a una coppia omosessuale e poi va spesso a trovarli costituendo con loro un’insolita famiglia allargata anche se il tono ironico con cui il regista tratta la vicenda sembra sottintendere un giudizio critico.

In Italia, mettendo da parte le posizioni più ideologiche (quelle di Irene Bignardi e del prof Giorgio Veronesi che in una puntata della trasmissione Le Invasioni barbariche, presentando il caso concreto di una coppia omosessuale, avevano sviluppato la tesi che si trattava di un atto altamente generoso e umanitario), il tema è stato affrontato di recente ponendosi nella prospettiva della donna costretta spesso per denaro a svolgere questa funzione. Nel film di Sebastiano Riso dal nome provocatorio: Una Famiglia, Micaela Ramazzotti non se la sente più di assecondare il marito che cerca di usarla come “macchina per parti” Si è rattato però di un torbido melò con scarse implicazioni umane” come ha commentato Alessandra Levantesi Kezich su La Stampa.

Arriva ora in un alcune sale, dopo esser stato presentato alla Camera dei Deputati, Il figlio sospeso, del regista siciliano Egidio Termine che si pone nella prospettiva del ragazzo che scopre di avere due madri. Lauro è un ragazzo gentile e pacato che si comporta come se fosse timoroso di muoversi nel mondo, forse frutto dell’educazione di una madre apprensiva che ha dovuto educarlo da sola: non si toglie mai i guanti che servono per celate una malattia della pelle, ha paura di volare e andando in Sicilia riesce a bere per la prima volta del vino. Tutto il film ha un andamento lento ma progressivo: si tratta di una scelta stilistica che serve a sottolineare la scoperta graduale della verità da parte di Lauro e la trasformazione dell’animo delle due donne che gradualmente, di fronte a un figlio che vuole conoscere la verità, decidono di aprirsi e confessare quanto è accaduto tanti anni prima. Margherita a Lauro stesso, Giacinta a una suora camilliana sua amica.

Questo film si pone agli antipodi delle fiction TV e dei film che hanno proposto il tema puntando sulla drammaticità di una scelta così lacerante. Il film di Egidio Termine non tralascia di evidenziare la crudeltà, per una donna, che ha un bimbo che cresce dentro di se, di doverlo lasciare appena nato e la sofferenza di un ragazzo che non comprende chi debba considerare  come  sua vera madre (dal film pare che Margherita abbia anche contribuito con il suo ovulo) ma il regista cerca comunque di trascendere questa situazione che ha coinvolto tutti così profondamente e, dall’accettazione di una realtà dalla quale non si può più tornare indietro,  ne scaturisce, molto umanamente (e anche molto cristianamente),  non più la gelosia fra le due donne o il rancore del ragazzo verso di loro ma un avvicinamento fra tre esseri umani che gli eventi della vita hanno finito per legare.

Il film fornisce un contributo importante di denuncia di questa pratica; peccato che la sceneggiatura utilizzi troppo spesso espedienti esterni per far avanzare la storia (entrambe le donne perdono il marito molto presto, Margherita si ammala di tumore, malattia che la spinge a una drammatica decisione, salvo poi guarire e avere così la possibilità di conoscere Lauro).

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DETROIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 11:22
Titolo Originale: Detroit
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: HARPERS FERRY, PAGE 1 PRODUCTION
Durata: 142
Interpreti: John Boyega, Jack Raynor, Anthony Mackie, Hannah Murray

Nel 1967 le tensioni razziali nella città di Detroit finiscono per esplodere in una rivolta che attraversa le strade della città. Di fronte alla violenza della polizia esplodono i disordini in cui centinaia di persone vengono ferite e arrestate. In una notte, presso il motel Algiers, si consuma la violenza della polizia nei confronti di un gruppo di afroamericani sospettati di aver sparato contro le forze di polizia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La Bigelow non cerca nemmeno di trovare un “senso” a questo abuso istituzionalizzato, di fronte al quale le altre forze di polizia preferiscono voltare la testa e le vittime possono solo subire, precipitando in un incubo sempre peggiore.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza protratta ed esplicita, nudo e turpiloquio.
Giudizio Tecnico 
 
Grazie anche alle interpretazioni eccezionali di un gruppo di attori variegato e coerente, la regista premio Oscar Kathryn Bigelow riesce a restituirci il senso di una tragedia imminente e inevitabile, facendoci sentire la paura, il sudore e il sangue
Testo Breve:

Il premio Oscar Kathryn Bigelow ricostruisce un. doloroso caso di violenza razziale accaduto a Detroiy nel 1967. Ottima regia e attori molto bravi 

L’ultima fatica del premio Oscar Kathryn Bigelow e del suo sceneggiatore di fiducia Mark Boal è un durissimo apologo sulla violenza razziale che porta gli spettatori all’interno di un episodio avvenuto durante i disordini di Detroit del 1967 che costò la vita a tre afroamericani.

La regista traccia in modo breve ma efficace, con un misto di materiali di repertorio, animazione e ricreazione drammatica, lo sfondo storico degli avvenimenti (un raid della polizia in un locale per neri dove si vendeva illegalmente alcol scatena le proteste degli abitanti del quartiere e, in un’escalation di violenza cieca, si trasforma in guerriglia urbana che insanguina per giorni la città), per poi concentrare lo sguardo su un episodio particolare.

Nel backstage di un teatro dove si esibiscono gruppi di colore pop-soul, ad attendere il loro turno per salire sul palco e conquistarsi la fama, ci sono i Dramatics, ma quando il loro momento sembra giunto lo spettacolo viene sospeso causa disordini.

È così che il leader del gruppo, Larry Reed, e il suo manager e amico, finiscono per strada e decidono di passare la notte all’Algiers Motel.

Qui all’apparenza la violenza sembra lontana, anche se la Guardia Nazionale pattuglia le strade a pochi isolati e i due ragazzi possano tentare un flirt con due ragazze bianche originarie dell’Ohio, mentre poche strade più in là Melvin Dismukes, una guardia giurata di colore dalle solide convinzioni e dal profilo basso, cerca di passare la notte senza problemi.

Ma basta qualche colpo di una pistola giocattolo, sparato per gioco e provocazione contro i militari, a scatenare la violenza. Un terzetto di poliziotti, capitanati da un folle razzista, prende in ostaggio gli ospiti dell’hotel e li sottopone a un interrogatorio brutale e spietato, che alterna pestaggi, minacce, finte esecuzioni e infine anche l’omicidio.

La violenza è la reazione ottusa di fronte a un “altro” che può solo essere inferiore e nemico. A nulla vale il tentativo di mediazione di Dismukes, che cerca di placare gli animi. Anche lui, come gli altri, si ritrova nel ruolo di vittima e di complice obbligato se vuole in qualche modo salvare la pelle.

La Bigelow non cerca nemmeno di trovare un “senso” a questo abuso istituzionalizzato, di fronte al quale le altre forze di polizia preferiscono voltare la testa e le vittime possono solo subire precipitando in un incubo sempre peggiore.

La regia segue l’evolversi degli eventi in modo claustrofobico, restituendoci il senso di tragedia imminente e inevitabile, facendoci sentire la paura, il sudore e il sangue grazie anche alle interpretazioni eccezionali di un gruppo di attori variegato e coerente.

Da questa notte di orrore si esce con l’impressione che il conto avrebbe potuto essere anche più alto, e senza una vera possibilità di catarsi o redenzione. Il nero Dismukes, in un tragico paradosso, si ritrova accanto ai poliziotti assassini come colpevole designato solo perché portava con sé un’arma. Al processo, nonostante le testimonianze, nessuno pagherà per i morti.

La terribile forza del film della Bigelow sta proprio nel rifiutare il parziale sollievo che una giustizia postuma avrebbe potuto dare di fronte a una vicenda così tremenda. Si resta invece con l’amaro in bocca e l’impressione che quello che ci è passato davanti agli occhi possa accadere ancora e ancora, che, in una società che non sa affrontare fino in fondo né le ragioni dei conflitti né quelle della riconciliazione, nessun nodo sia in realtà stato risolto

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BIG SICK

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/17/2017 - 16:55
Titolo Originale: The Big Sick
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Michael Showalter
Sceneggiatura: Kumail Nanjiani, Emily Gordon
Produzione: APATOW COMPANY, FILMNATION ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON STORY INK
Durata: 120
Interpreti: Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Vella Lovell

Chicago. Kumail, immigrato pakistano, lavora come autista di Uber e si esibisce in un locale di stand-up comedy. Proprio qui incontra Emily, studentessa di psicologia, con la quale nasce una relazione. La famiglia di Kumail però vuole per lui un matrimonio con una ragazza pakistana musulmana e per questo propone numerose candidate. Quando Emily scopre la situazione, tutto sembra finire, finché non irrompe una malattia che costringe la ragazza a rimanere in coma diverse settimane. Kumail rimane al suo fianco, sfidando l’iniziale diffidenza dei “suoceri” e mettendo a rischio la carriera di comico e soprattutto il rapporto con la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista scopre che mentire non paga perché in questo modo non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcune scene con leggeri riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Il film si muove abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari. Peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo.
Testo Breve:

Kumail è un immigrato pakistano, Emily una studentessa americana. Si innamorano ma la  famiglia di lui vuole combinare per il figlio un matrimonio con una ragazza pakistana e musulmana. Una storia romantica e spesso divertente che però non approfondisce la relazione fra i due protagonisti

The Big Sick è una commedia romantica ispirata alla vera storia dei due sceneggiatori del film: Kumail Nanjiani, che nel film interpreta se stesso, e Emily Gordon. Il nucleo narrativo è una storia d’amore tra due persone di cultura diversa, pakistana e americana, che arriva a sfidare i pregiudizi delle famiglie d’origine, in particolare quella di Kumail.

Il ragazzo, di nascosto dalla famiglia, non segue più le regole di casa, non prega come dovrebbe. Non accetta l’idea di un matrimonio combinato ma nasconde i suoi sentimenti per Emily, perché la famiglia lo disconoscerebbe se scoprisse che frequenta una ragazza occidentale. E così, Kumail mente con tutti. Quando Emily però scopre l’esistenza delle aspiranti mogli e Kumail ammette di non voler perdere la sua famiglia, tutto sembra finire. A riaprire la partita è un’infezione misteriosa che colpisce Emily. Kumail, volendo starle accanto, si trova a contatto con i genitori della ragazza e si rende conto di quanto lei sia stata invece sincera con loro. Questi conoscono davvero la figlia e vorrebbero allontanare Kumail, che l’ha ferita. Ma l’affetto sincero dimostrato dal ragazzo li porta ad accettare la sua presenza ostinata e ad accoglierlo.

Kumail deve però imparare a essere altrettanto sincero con i suoi famigliari e più l’infezione di Emily si aggrava più la paura di perderla lo costringe a rivelare quel che c’è nel suo cuore.

Il film ci racconta tutto questo muovendosi abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari.

Dispiace un po’ che nella storia tra Kumail e Emily, soprattutto nello sviluppo precedente alla scoperta della malattia, non emergano le ragioni profonde del loro legame. Si parte dall’attrazione fisica e dal rapporto giocoso tra i due e si giunge in fretta alla dichiarazione reciproca dei sentimenti, senza l’evidenza di come siano davvero rimasti sopraffatti l’uno dall’altra. Così il coinvolgimento emotivo arriva soltanto quando Emily è in pericolo di vita. Anche la carriera di Kumail non è sfruttata fino in fondo. Per amore di Emily, Kumail rischia di fallire come comico, pertanto alcune svolte avrebbero avuto bisogno di una sottolineatura.

È un peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo. Se, come sostiene Kumail, alcune regole non sono più sentite e vissute da lui, sarebbe stato utile vedere cosa invece muove il protagonista nel rapporto con Emily. Avrebbe reso più forte il momento in cui finalmente si mostra con sincerità.

Questa infatti è la chiave che gli permetterà una reale vicinanza con i genitori, anche quando sembrerà provocare un allontanamento. Mentendo, Kumail non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari. La sincerità apre invece il confronto e la possibilità che una strada diversa da quella pretesa da altri possa essere in qualche modo accolta.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI TUO RESPIRO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/13/2017 - 13:53
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 114
Interpreti: Andrew Garfield, Claire Foy, Hugh Bonneville, Tom Hollander

Fine anni ’50. Robin Cavendish è un giovane inglese della buona borghesia: ama praticare gli sport, la compagnia degli amici e svolge con soddisfazione il mestiere di commerciante di tè. Un giorno conosce Diana, se ne innamora ricambiato e si sposano. Proprio quando Diana gli annuncia che aspettano un figlio, durante un viaggio in Kenia, Robin viene colpito da poliomielite.  Si ritrova in ospedale paralizzato dalla testa in giù, a vivere solo grazie a un respiratore artificiale e, preso dallo sconforto, desidera solo morire. La moglie decide, con l’aiuto di un amico che progetta una carrozzella appositamente attrezzata per lui, di riportarlo a casa. Robin inizia a rivivere…. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esalta l’amore e la dedizione di una moglie che si dedica interamente a prendersi cura del marito affetto da poliomielite. Purtroppo il film si conclude con un’apologia dell’eutanasia
Pubblico 
Adolescenti
La tematica vita-morte non è adatta ai minori soprattutto nel modo con cui viene trattata
Giudizio Tecnico 
 
Il film sviluppa in modo onesto e lineare fatti realmente accaduti, ma il racconto è alquanto monocorde, senza sbalzi di intensità
Testo Breve:

La storia vera di Robin Cavendish, paralizzato dalla poliomielite ma curato con amore dalla moglie per trentasei anni. Una bella storia che si conclude con un infelice e macabro finale

Robin ha 28 anni, va in giro con una macchina sportiva ultimo grido, è un campione di cricket, si diletta a pilotare biplani, nessuno degli amici riesce a batterlo quando gioca a tennis. Conosce Diana, la ragazza più ambita nel giro delle sue conoscenze, le fa la corte, ricambiato e si sposano. Quando, durante un viaggio in Kenia, si trovano sulla cima di una collina a contemplare un bellissimo tramonto e si si abbracciano felici, lo spettatore inizia a preoccuparsi seriamente. La situazione è troppo idilliaca per durare a lungo. In effetti Robin ha subito dopo degli svenimenti, viene trasportato d’urgenza all’ospedale e gli viene diagnosticata la poliomielite

Bloccato in un letto d’ospedale, Robin desidera solo morire. E’ a questo punto che si svolge il dialogo più importante (e più bello) del film: lui cerca di convincere Diana che se se ne andasse, ciò sarebbe un beneficio anche per lei, che tornerebbe a essere libera. Diana gli risponde francamente che non ha capito nulla. Lei lo ha sposato perché lo ama, lo ha sposato per vivere con lui, non certo per morire. Con grande coraggio e determinazione, Diana apprende dalle infermiere tutte le tecniche che le sono necessarie per prendersi cura di un uomo paralizzato dalla poliomielite e con l’aiuto di un amico ingegnere che progetta una carrozzina appositamente attrezzata, riesce a portarlo a casa per fargli condurre una vita quasi normale, contorniato da amici e parenti che cercano sempre, in un modo molto inglese, di essere sempre spiritosi e ironici con lui. La storia raccontata nel film è realmente accaduta (il figlio di Robin risulta coproduttore) e se all’inizio dell’infermità i dottori gli avevano prognosticato pochi mesi di vita, Robin è riuscito a vivere per 36 anni in quelle condizioni, limite mai raggiunto da altre persone affette dalla stessa malattia.  

Il film pone in risalto molto bene il potere generativo di una speranza senza limiti che riesce ad avere l’amore di Diana per il marito: è quasi una forma di energia contagiosa che si propaga in Robin e nei loro amici. La sua vita da infermo era ora diventata piena, non solo perché riusciva a vivere una vita quasi normale (si spostava su un pulmino appositamente attrezzato e riusciva anche a compiere viaggi all’estero con aerei da trasporto) ma si impegnava a promuovere, in tour per l’Europa, un nuovo modo di trattare i pazienti con gravi handicap. Mostrava, con la sua stessa esperienza, che non debbono restare chiusi in un ospedale ma debbono poter uscire e venir trattati come esseri umani, non come dei sopravvissuti. Sono inevitabili i rimandi a un altro film su questo tema: Quasi Amici, dove un bravo badante tratta la persona di cui si deve prendere cura come un essere umano, non come un corpo da mantenere in vita.

Sul finale il film ha una brusca sterzata e per chi non vuole essere informato su  come si conclude, può terminare la lettura a questo punto.

Robin, quando si accorge che inizia a perdere sangue dalla gola, decide che è tempo di “farla finita”. La reazione rabbiosa di Diana è immediata: è stato solo il suo amore, la sua dedizione a realizzare il miracolo di tenerlo in vita per 36 anni e ora lui finisce per offendere proprio quell’amore. Lui non riesce a ricambiare tanta dedizione nell’unico modo possibile: accettare fino alla fine l’aiuto di lei e decide di abbandonare lei e suo figlio.

Il film aveva in un certo modo anticipato questo momento finale. Robin appare da subito come un non credente. Quando si trovava ancora in ospedale e un sacerdote era venuto da lui per dirgli che quello che gli era accaduto era anch’esso, in modo misterioso, parte di un piano divino, aveva finito per sputargli in faccia perché era l’unico modo che aveva per esprimere il suo disprezzo. Robin appare anche molto “inglese” nel senso che, amante delle scommesse, aveva sempre cercato situazioni rischiose, quasi un tentare il proprio destino. Questo atteggiamento assume toni addirittura macabri, quando decide di organizzare una festa di addio per suoi amici e parenti, prima che un medico accondiscendente gli praticasse una iniezione letale.

In questo periodo è soprattutto il cinema inglese che sta martellando per promuovere l’eutanasia, portando sullo schermo situazioni-limite che possano finire di commuovere anche i più ostici al tema, secondo la logica della prima finestra di Overton.

Dopo l’insulso e materialista Io prima di te, questo Ogni tuo respiro è sicuramente meglio realizzato anche perché fa riferimento a persone realmente esistite e a fatti accaduti.

Resta il dispiacere per un film che da una parte mostra con tanta convinzione la necessità di un trattamento umano e dignitoso per persone con seri handicap e valorizza l’amore forte e trascinante di una moglie ma dall’altra, con la stessa disinvoltura, mostra come quella stessa vita per la quale si è tanto combattuto, possa semplicemente venir buttata via, perché è l’uomo che ne è signore e padrone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MERCANTE DI VENEZIA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/09/2017 - 09:25
Titolo Originale: The Merchant of Venice
Paese: ITALIA, LUSSEMBURGO, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 20004
Regia: Michael Radford
Sceneggiatura: Michael Radford
Produzione: SPICE FACTORY PRODUCTION, SHAYLOCK TRADING LTD., UK FILM COUNCIL, FILM FUND LUXEMBOURG, AVENUE PICTURES PRODUCTIONS, DELUX PRODUCTIONS, ISTITUTO LUCE, DANIA FILM
Durata: 124
Interpreti: Al Pacino,Lynn Collins, Jeremy Irons,Charlie Cox, Joseph Fiennes, Zuleika Robison

Nella Venezia di fine ‘500 gli ebrei sono costretti a vivere in un ghetto e debbono portare, quando escono in strada, un copricapo rosso per farsi riconoscere ma è proprio a Venezia, dove prosperano i commerci per mare, che gli ebrei sono utili alla comunità perché prestano denaro a interesse, pratica proibita ai cristiani. Bassanio, un giovane gentiluomo veneziano, per poter conquistare Porzia, ricca ereditiera di Belmonte, ha bisogno di 3000 ducati e li chiede in prestito al suo amico carissimo Antonio il quale, pur volendo soddisfare l’amico, non dispone di così tanto liquido, perché le sue navi non sono ancora rientrate. Decide quindi a chiedere un prestito all’usuraio ebreo Shylock che lo concede a un patto: Antonio dovrà pagare con una libbra della sua carne l’eventuale mancata restituzione della somma. Antonio finisce per accettare, sicuro che presto guadagnerà tre volte quella cifra appena le sue navi saranno rientrate in porto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La clemenza mitiga la giustizia e il valore inviolabile della vita precede qualsiasi accordo fra uomini
Pubblico 
Adolescenti
Un bacio fra due uomini; alcune nudità femminili appaiono sullo sfondo
Giudizio Tecnico 
 
Una visitazione della tragedia di Shakespeare molto ben ambientata che beneficia delle ottime interpretazioni di Al Pacino e di Jeremy Irons
Testo Breve:

Questa tragedia di Shakespeare, poco rappresentata perché accusata di antisemitismo, riceve una lettura molto partecipata proprio al dramma e alle sofferenze dell’ebreo, grazie all’insuperabile interpretazione di Al Pacino 

Riguardo a questo film del 2004 che beneficia della magnifica interpretazione di Al Pacino nelle vesti di Shylock e della complessa e articolata opera di Shakespeare, non intendiamo soffermarci né sull’insolita, forte amicizia fra Antonio e Bassanio, che ha indotto alcuni a parlare di attrazione omosessuale fra i due (il film la assume come vera), né sull’accusa di antisemitismo che ha accompagnato quest’opera nei secoli ma sul rapporto fra giustizia e clemenza, che il grande poeta inglese affronta apertamente, senza sminuire la complessità dell’equilibrio fra i due valori.

La definizione della clemenza è ben espressa nel famoso discorso che tiene Porzia, camuffata da giovane avvocato, davanti al tribunale del doge: “la qualità della clemenza non è la costrizione. Scende dal cielo sotto forma di pioggerellina e si sparge in terra. È due volte benedetta; per chi dà e per chi riceve. E’ più potente nei potenti.  Si addice al trono del monarca più della corona. Lo scettro mostra il suo potere temporale, segno di rispetto e di legalità, dove risiede il terrore che incute il re. Ma la clemenza supera il potere dello scettro. Il suo trono è nel cuore del re. E’ l’immagine di Dio stesso, esempio di bontà. Il potere terreno si avvicina a quello di Dio, quando la clemenza tempera la giustizia. Perciò ebreo, tu che pretendi giustizia considera che secondo giustizia nessuno di noi avrà salvezza. Noi invochiamo clemenza e la nostra stessa preghiera insegna a noi tutti ad essere altrettanto clementi”.

L’avvocato-Porzia non mescola mai i due valori, non nega mai che l’ebreo sia nel giusto, anzi, il disattendere un contratto costituirebbe la rovina per le istituzioni Veneziane, ma se esercitare la giustizia è già una prima forma di trascendenza, esercitare la clemenza lo è definitamente di più perché è di origine divina. Se la giustizia ci costringe a riconoscere che anche gli altri hanno gli stessi diritti che abbiamo noi, la misericordia sottende la fratellanza di tutti noi in Cristo e ci invita a comportarci come Lui si è comportato. Quando Porzia parla di clemenza si rivolge a Shylock quasi in modo privato, personalmente, un atto da esercitare non contro, ma sopra la giustizia: “siate clemente, accettate il doppio della somma, stracciate il contratto”.  Nessuno in tutta Venezia può farlo; solo Shylock può unilateralmente rinunciare a pretendere quanto pattuito.  La caparbietà con cui l’ebreo continua a pretendere giustizia è stato visto da molti come un confronto fra Vecchio e Nuovo Testamento, fra la pura, fredda giustizia e la legge dell’amore portata dal Vangelo ma Shakespeare sa che la realtà diventa molto più complessa quando si passa dai principi alle attuazioni pratiche. Possiamo infatti dire che dalla parte dei cristiani veneziani venga applicata misericordia nei confronti dell’ebreo? Quando il giovane avvocato insiste nel sollecitare la clemenza di Shylock, è lo stesso Antonio a dissuaderlo: “vi prego state discutendo con un ebreo, è come se chiedeste alla marea di contenere il suo flusso normale”. E’ questa una prima, fondamentale mancanza di carità: l’ebreo è un “altro” un “diverso”, a cui non si possono applicare gli stessi trattamenti destinati ai cristiani. Se a Shylock viene concesso di mantenere la metà del suo patrimonio, viene anche costretto a farsi cristiano, che corrisponde a ucciderlo, perché lo si priva della propria identità.

“Io metterò in pratica la malvagità che ci insegnate” aveva detto in precedenza Shylock: si tratta di un personaggio che se non simpatia, suscita certo molta comprensione. Oltre richiedere quel rispetto che non riceve, nel suo famoso monologo -“non ha occhi un ebreo? Non ha mani,..), Shylock subisce anche lo sfregio di una figlia che gli ha sottratto dei denari solo per comperarsi una scimmia e ha venduto l’anello della defunta moglie che gli era così caro. Da che pulpito vengono le prediche? In fondo il bel Bassanio, non deve chiedere un prestito ad Antonio perché ha sperperato tutto il suo patrimonio? Forse proprio in questo modo, se non attraverso i suoi personaggi, è lo stesso Shakespeare a mostrare un vero rispetto nei confronti dell’ebreo descrivendo la sua sofferenza, un rispetto che è la premessa necessaria per qualsiasi forma di misericordia.

Shakespeare non ci lascia tranquilli neanche sul concetto di giustizia. Come si può confidare in essa se sono sufficienti alcuni equilibrismi dialettici, quelli compiuti da Porzia, un avvocato improvvisato, per ritorcere la sentenza proprio contro colui che ha l’ha reclamata? Anche in questo caso, siamo stati probabilmente invitati a guardare più in profondità, a l’uomo dietro le strutture formali di una istituzione e a individuare alcuni diritti inviolabili, come quello della vita, che neanche una legge scritta può alterare.

Non resta che accettare l’abbandono fiducioso all’armonia dell’infinito, nonostante le nostre fragilità, proposto nel dialogo notturno fra Jessica, la figlia di Shylock e Lorenzo, il suo innamorato cristiano: “guarda Jessica, guarda come l’arcata del cielo è tutta costellata di monete d’oro luccicanti.  Non c’è neanche il più piccolo di questi globi che nel suo modo canti come un angelo sa cantare. La stessa armonia è nelle anime immortali. Ma finchè siamo prigionieri di questo involucro d’argilla, nato per essere fango, non possiamo udirla”. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA QUESTIONE PRIVATA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/30/2017 - 22:54
Titolo Originale: Una questione privata
Paese: Italia, Francia
Anno: 2017
Regia: Paolo Taviani
Sceneggiatura: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
Produzione: Stemal Entertainment, Ipotesi Cinema, le Film D'ici, Sampek Production
Durata: 84
Interpreti: Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè

Milton è un ragazzo riflessivo, appassionato di letteratura; Giorgio è più estroverso e risoluto. Entrambi sono innamorati di Fulvia, che non sceglie nessuno di loro, contenta di poter passare, nell’estate del ’43, dei pomeriggi spensierati con entrambi, nella sua villa estiva, a dispetto della guerra. Un anno dopo, il gruppo si è sciolto: Milton e Giorgio combattono sulle montagne come partigiani in due brigate diverse, mentre Fulvia si è rifugiata a Torino. Un giorno Milton si ritrova davanti alla villa dei loro incontri e chiede alla custode di poter entrare per rivederla. In quell’occasione la donna gli rivela che quando lui era già andato via, Fulvia e Giorgio si erano incontrati spesso. Morso dalla gelosia, Milton si mette alla ricerca di Giorgio ma viene a sapere che è stato catturato dalle brigate nere. Milton sa bene che l’unico modo per salvare Giorgio è quello di attuare uno scambio di prigionieri ma in quel momento non ci sono fascisti catturati dai partigiani. Non gli resta che cercare lui stesso di trovarne uno..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia d’amore non corrisposto distrae parzialmente da uno scenario di guerra carico d’odio fra le due fazioni avverse, presso le quali si è perso anche il rispetto dei prigionieri
Pubblico 
Adolescenti
Alcune tematiche forti di vendetta e rappresaglia
Giudizio Tecnico 
 
Se da una parte ci sono alcune sequenze ben riuscite come quelle che ritraggono i pochi momenti sereni fra i tre giovani ancora lontani dalla guerra, il racconto risulta povero di emozioni, limitato da una recitazione teatrale
Testo Breve:

Dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, si ritorna nelle Langhe ai tempi della guerra partigiana per una storia privata che non riesce ad emozionare 

I fratelli Taviani sono tornati a visitare i tempi della Resistenza, dopo il loro capolavoro La notte di San Lorenzo (1982), adattando per lo schermo quello che viene comunemente considerato il più bel racconto dello scrittore Beppe Fenoglio (pubblicato postumo nel 1963): una sofferta e nostalgica riflessione su fatti realmente accaduti quando militava nelle Langhe con le brigate partigiane.

Il film appare da subito orientato a raccontare una storia privata; la guerra appare sullo sfondo, con pochi combattimenti descritti ma non visti e unico momento di riflessione sulla guerra è il grido di rabbia di una donna, allo spettacolo di innumerevoli bombardieri americani diretti in Germania, stanca di dover ancora aspettare la fine di quella lunga e crudele guerra

Molto più curata è la descrizione della frugale vita quotidiana dei partigiani (si dormiva sotto la paglia cercando di non prendersi le cimici) ma erano giovani e si conoscevano tutti, studenti universitari o contadini e si chiamavano per nome, perché uniti dall’appartenenza alle stesse vallate.  Vi sono altri momenti che restano nella memoria e sono i flashback dei momenti sereni vissuti dai tre giovani nella villa. Si mette sul giradischi Over the raimbow e Fulvia balla con Giorgio, perché Milton è più schivo, e preferisce fare colpo sulla ragazza con le lettere che le scrive continuamente, conscio della sua capacità di esprimersi più con lo scritto che con le parole.

Fulvia si destreggia fra i due, fa la smorfiosa stuzzicandoli senza farli avvicinare, in un modo che oggi una ragazza non farebbe più ma che era sicuramente coerente con quei tempi. Sono meno interessanti  le parti che ci mostrano un Milton, preso dall’ossessione di sapere cosa sia veramente accaduto fra Fulvia e Giorgio, muoversi rabbioso su e giù per le montagne, prima alla ricerca di Giorgio e poi intento a cercare di catturare un fascista per utilizzarlo per uno scambio di prigionieri.

Sono le componenti più cupe del racconto, perché dominate dall’ossessione di Milton e dall’odio fra le due parti in guerra. I prigionieri, su entrambi i fronti hanno vita breve, perché uccisi e spesso torturati (“gli scarafaggi” è il nome che i partigiani danno ai fascisti).

L’unico momento in cui l’odio sembra arrestarsi è quando un capitano delle brigate nere esita a fucilare un ragazzo adolescente per pura rappresaglia: ancora una volta è la comune origine che riaffiora a reclamare pace e comprensione fra persone che si conoscono fin dall’infanzia ma anche in questo caso le regole della guerra si mostreranno spietate.

Se vogliamo chiamarlo un film di guerra, è solo la sua spietatezza che viene a galla mentre ciò che predomina è il tormento privato di un giovane innamorato (anche il libro, alla sua uscita, fu criticato dal Partito Comunista del tempo perché  venne considerato offensivo nei confronti del valore dei partigiani).

“Il soggetto è stato scelto perché viviamo in un’epoca non epica” ha dichiarato Paolo Taviani in un’intervista. Il effetti il film richiama inevitabilmente  Dunkirk perché anche per questo film è risultato inevitabile lo straniamento dello spettatore che invece di assistere a un’epica solidarietà e concentrazione di sforzi di militari e privati, il racconto si spezza in tante storie di singoli impegnati a risolvere il loro personale problema di sopravvivenza. Anche in questo lavoro dei fratelli Taviani l’interesse finisce per attenuarsi proprio per l’esilità del movente che anima il protagonista, in contrasto con drammaticità di quel momento storico, a cui si aggiunge una insolita impostazione dei dialoghi, più teatrale che cinematografica e  un impiego di effetti speciali alquanto approssimativo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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