Dramma

CHESIL BEACH - IL SEGRETO DI UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/11/2018 - 17:40
Titolo Originale: On Chesil Beach
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Cooke
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: NUMBER 9 FILMS
Durata: 105
Interpreti: Saoirse Ronan, Billy Howle, Emily Watson, Samuel West, Anne-Marie Duff, Adrian Scarborough

Estate del 1962. In un piccolo hotel nella contea del Dorset, sulla spiaggia di Chesil Beach, una giovane coppia si appresta a trascorrere la sua prima notte di nozze. Edward si è laureato da poco e desidera scrivere libri di storia. Florence è una promettente violinista e dirige un quartetto con i quale spera di diventare famosa. Sono entrambi innamorati l’uno dell’altra ma ciò che quella sera deve accadere desta loro non poca apprensione: per entrambi è la prima volta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non sempre si riesce a comprendere la radicalità del matrimonio, il passaggio da una vita incentrata su se stessi a una che comporta la fusione dei corpi e delle anime
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di amplesso con nudità parziali. Il tema trattato non risulta adatto ai più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno. La regia, con i suoi ritmi lenti, asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan
Testo Breve:

Negli anni sessanta, prima  della rivoluzione sessuale, due giovani sposi alla loro prima notte di nozze si trovano ad affrontare qualcosa che per loro è rimasto ignoto fino a quel momento. Tratto da un romanzo di McEwan, il film scava sulla difficoltà di porre in pratica l’amore di coppia

Dopo Espiazione, dopo Il verdetto ecco un terzo film che in pochi anni porta in pellicola romanzi dello scrittore inglese Jan McEwan. Tutti e tre possono venir accomunati da una caratteristica: quella di raccontare, con grande finezza psicologia, un amore che sarebbe potuto essere ma che non è stato, generando quello spleen che è così tipico dello scrittore. Se in Espiazione  Cecilia e Robbie restano per sempre separati per la maldicenza di una ragazzina invidiosa, in Il Verdetto è il giovane Adam, affetto da leucemia, a sperare in un amore, in questo caso di madre putativa,  impossibile: quello con il  giudice Fiona, che gli è apparsa come musa ispiratrice per una gioia di vivere che non aveva ancora conosciuto. Ora in questo On the Chesyl Beach, tutto sembra a posto fra Edward e Florence, novelli sposini che hanno affittato una camera in un piccolo hotel sul mare per la loro prima notte di nozze ma entrambi sono vergini e se lui teme di risultare rozzo, lei si approccia con timore a questa intimità così fisica. Il film è ambientato nel 1962, poco prima dell’inizio dell’epoca della contestazione che porterà con se sostanziali cambiamenti di costume, soprattutto nella sfera sessuale. E’ indubbio che nel ’62  si parlava poco di sesso o lo si faceva con estrema discrezione e In effetti desta sconcerto vedere Florence, prima delle nozze, leggersi un libro di educazione sessuale per cercare di comprendere come deve comportarsi.

Sarebbe però troppo semplicistico concludere che McEwan, qui anche sceneggiatore, abbia voluto realizzare un film di pura critica sociale, mostrando come stupidamente ci si comportava prima della rivoluzione sessuale, arrivando alla prima notte di nozze o completamente ignoranti o pieni di complessi e pruderie. Né si può dire che il regista voglia lanciare strali contro forme di bigottismo religioso, perché una delle figure più belle del film è proprio quella del sacerdote che con grande sensibilità psicologica comprende che Fiona sta andando alle nozze con apprensione e cerca di portarla con delicatezza verso una confessione liberatoria, anche se ciò non avviene. E’ lo stesso sceneggiatore-scrittore a diradare questa semplicistica interpretazione, facendo capire, con discrezione, che Florence non sta subendo condizionamenti sociali tipici dell’epoca ma conserva gli effetti di  traumatiche esperienze giovanili che deve e vuole cercare di superare. Cos’è allora che non funziona veramente fra loro due, oltre alle incertezze della prima notte?
Edward e Florence, dopo le nozze, si accorgono di essersi calati in un nuovo mondo per il quale non si sono preparati: se prima del matrimonio, come ci raccontano numerosi flashback,  i due si compiacevano dello stare insieme perché era bello parlare di tante cose, di musica, di politica di arte, adesso comprendono che il matrimonio è molto più di un piacevole conversare ma una reciproca donazione totale del fisico e dell’anima diventare una nuova realtà , ma che per nascere ha bisogno della morte di quel singolo che si era prima.

Ecco che Florence chiede al marito di accettarla così com’è: un gradevole vivere insieme, sorrisi e parole e basta, che vuol dire restare così come erano, due singoli e non una coppia. Ma anche Edward, che si sente umiliato e che reclama le promesse matrimoniali non è pronto per una dedizione totale che in quel caso vuol dire stare pazientemente vicino alla moglie fino alla guarigione (che effettivamente avverrà ma in modi diversi). E’ stato proprio McEwan, con la sua sceneggiatura di Il verdetto a darci un bellissimo esempio del potere trasformante dell’amore, anche se in quel caso non si era trattato di amore coniugale. Il giovane Adam, ormai rassegnato a morire, aveva incontrato Fiona, che si è mostrata interessata alla sua persona, aveva assecondato il suo interesse per la musica, aveva condiviso con lui la passione per i versi di poeti celebri. Il ragazzo si era sentito rinato, aveva trovato degli interessi che reclamavano in vita e non voleva più morire. Ora invece, in un lungo battibecco sulle sponde della spiaggia di Chesyl, Edward e Florence non sono disposti a regalare all’altro nessuna forma di amore trasformante e restano ancorati a quel loro io privato che non vuole diventare un io di coppia.

Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno la regia, con i suoi ritmi lenti asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUFORIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/06/2018 - 21:01
Titolo Originale: Euforia
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Valeria Golino
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino
Produzione: HT FILM, INDIGO FILM CON RAI CINEMA
Durata: 115
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca, Valentina Cervi

Matteo è esperto nella realizzazione di sponsorizzazioni artistiche per importanti clienti. E’ un uomo affermato, ha un bell’attico a Roma e si gode la sua vita da scapolo, contornato da una corte di parassiti. Suo fratello Ettore è rimasto nella nativa Nepi assieme alla madre ed è insegnante alle scuole medie. Per molto tempo non si sono frequentati quando un giorno la madre telefona a Matteo pregandolo di raggiungerli: Ettore è già svenuto due volte e si teme che abbia qualche grave malattia. Matteo decide di ospitare il fratello nella sua casa romana, così avrà tutto il tempo di fare le necessarie analisi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due uomini sembrano essere alla deriva spinti solo dai loro istinti e dalle loro emozioni (buone o cattive) senza essere in grado di porsi alla guida della loro vita
Pubblico 
Sconsigliato
Situazioni e frasi volgari su alcuni aspetti sessuali, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot non necessari e alcuni personaggi restano senza una chiara collocazione
Testo Breve:

Un fratello è ricco mentre l’altro conduce una vita modesta. Un fratello è esuberante e libertino, l’altro è una persona riservata. Uno è sano, l’altro è malato. Valeria Golino, alla sua seconda esperienza da regista, torna sul tema della morte ma mette troppa carne al fuoco

Valeria Golino, nel suo primo film da regista (Miele) aveva già affrontato il tema della malattia e della morte. Si potrebbe dedurre che per lei sia una specie di ossessione, perché non riesce a inserirle nell’economia e nel significato della nostra esistenza e non trova altra soluzione che l’eutanasia (in Miele) oppure negare la sua esistenza, come fa Matteo che evita di far sapere al fratello il responso dei medici. Quello del mentire sembra sia uno dei tanti difetti di Matteo che è un grande giocoliere della parola: sia sul lavoro, quando cerca di portare i suoi clienti verso soluzioni a lui più vantaggiose, sia verso i familiari, perché vuole mantenere sempre lui il controllo delle situazioni e delle persone. Ecco che mente a Michela, la moglie separata di Ettore, dicendole che lui l’ama ancora. Ecco che mente a Ettore stesso, non solo negandogli la verità sulla sua malattia ma dicendogli che Elena, la sua ex amante l’ama ancora Ma i vizi di Matteo sono altri ancora  e sembra che la Golino si sia divertita a caricare di tinte fosche il protagonista: spregiudicato libertino beve e sniffa coca,  allunga le notti con la sua corte di parassiti dalle quali pretende anche prestazioni sessuali dagli uomini (ha inclinazioni omosessuali). E’ anche un narciso che si fa fare un intervento estetico che gli regali polpacci muscolosi. Può sembrare un modo per contrapporre il fratello cattivo con quello buono ma anche Ettore ha non pochi difetti: spesso non gradisce la presenza del figlio, ha avuto un’amante ma non vuole più tornare con la moglie Michela perché: “E’ vacua, è superficiale, io purtroppo l’ho sempre saputo”. Ci si potrebbe domandare come mai l’abbia sposata se ha avuto fin dall’inizio un così basso giudizio su di lei ma il film non approfondisce questo aspetto. Sembra quasi che i due fratelli si siano auto-negati le più elementari felicità della vita in famiglia: da tempo hanno cessato di frequentarsi e trascurano anche la madre che non riesce mai ad avere loro  notizie.

La Golino non risparmia un affondo su alcuni aspetti della fede cristiana e il viaggio dei due a Medjugorje, non certo per fede ma per pura superstizione, si trasforma in una satira di certe comitive di credenti che cercano di espiare i propri peccati inerpicandosi su viottoli pieni di sassi per compiere la Via Crucis e poi chiedono agli organizzatori: “a che ora c’è l’apparizione della Madonna?  Non perde tempo Matteo che riesce a cogliere anche l’occasione di questo viaggio dall’apparenza più spirituale per concedersi un rapporto omosessuale con un partner raccolto fra i pellegrini.

Un discorso a parte merita l’omosessualità di Matteo, anch’essa oggetto da parte della Golino di stralci derisori. Questa inclinazione di Matteo non risulta affatto necessaria ai fini del racconto ma la sceneggiatura non manca di inserire nel racconto parole o situazioni volgari.

Alla fine il panorama umano che traspare da questo film è desolante: i protagonisti sono  persone che non sono al volante della loro vita ma avanzano spinti dalla loro emotività e da  impulsi primordiali  Se Matteo deve essere ricoverato in ospedale per abuso di alcool e droga, se i due fratelli bisticciano perché hanno punti di vista diversi, se al contrario, la volta successiva, si abbracciano  perché si sono ricordati dei tempi della loro giovinezza, è inutile intravvedere una maturazione, un percorso delle loro personalità:  sono come palle da biliardo che rimbalzano da una sponda all’altra appena eventi esterni li respingono o li attraggono

La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot che finiscono per disperdere l’unità del racconto   e alcuni personaggi restano senza una giusta collocazione, come la Tatiana interpretata da Valentina Cervi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AN INTERVIEW WITH GOD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/05/2018 - 12:08
 
Titolo Originale: An Interview with God
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Perry Lang
Sceneggiatura: Ken Aguado
Produzione: Astute Films, Giving Films
Durata: 97
Interpreti: Brenton Thwaites, David Strathairn, Yael Grobglas

Paul Asher è un giovane promettente giornalista, con una buona preparazione anche teologica, che si è fatto conoscere per un suo reportage in Afghanistan dove aveva raccolto le riflessioni di soldati di fede cristiana che stavano combattendo in quel paese così lontano e ostile. Il suo ritorno in patria risulta particolarmente difficile: la vista di tanta sofferenza ha incrinato la sua fede e si sente responsabile della crisi coniugale che sta attraversando perché per seguire la sua passione professionale ha finito per trascurare sua moglie che ora vuole lasciarlo. In un momento così difficile per la sua vita inizia a intervistare uno strano personaggio che dichiara di essere Dio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un giovane comprende che per avvicinarsi a Dio occorre una fede operosa, che si estrinseca in opere buone verso il prossimo, non solo in belle parole
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione in particolare da parte di David Strathairn, nel difficile ruolo di “Dio” ma la sceneggiatura è imperfetta nel suo obiettivo di ottenere una storia che risulti coerente nel suo sviluppo
Testo Breve:

Un giornalista che deve affrontare una crisi coniugale e una crisi di fede, si trova a fare un’intervista nientemeno che a Dio. Un Christian Film che evidenzia bene come le soluzioni ai nostri problemi si trovino più nel cuore che nella nostra mente

La vita eterna, la salvezza che ci è stata promessa dalle pagine del Vangelo, è veramente importante per noi, uomini di oggi o piuttosto ci preoccupiamo  di vivere al meglio questa vita, prima che ci colga la morte?

E’ una domanda che spesso, con un po’ di onestà, chi ha fede o chi si vorrebbe avvicinare ad essa, finisce per domandarsi (tema brillantemente affrontato e risolto da Benedetto XVI nell’enciclica Spes Salvi). Questo Christian Film è un po’ diverso da tanti altri del suo genere: non si rivolge a chi è credente e cerca un racconto che lo confermi in ciò in cui già si sente sicuro; si pone invece nella prospettiva di chi si approccia alla fede ma è travolto da una serie di dubbi che la sua ragione gli pone davanti.

Ecco quindi che vengono affrontati temi “classici” ma sempre attuali per chi è trattenuto da una piena credenza in Dio: dove sono le “prove” della Sua esistenza? Qual è il vero senso della nostra vita? Esiste il diavolo? Esiste il libero arbitrio? Com’è possibile conciliare la nostra libertà con l’azione della provvidenza divina nel mondo? Dio è amore?  Perché cose cattive accadono spesso a persone buone? Che senso ha pregare quando Dio sa già tutto?

Sono temi che vengono discussi in questo film in un modo decisamente insolito: Paul si trova a fare un’intervista nientemeno che con Dio, o almeno così dice di essere questo distinto signore che ha preso con lui un appuntamento in un parco della città. Non credo sia necessario scandalizzarsi per questo modo di rendere accessibile, in un film, la discussione di temi teologici così profondi ma è sicuramente delicato per non scivolare in un eccesso di banalizzazione. In effetti, certi passaggi sono vicini a questo pericolo: “Ho creato il mondo in sei giorni”- “Bel lavoro”- “Grazie”.

Per altro verso, discussione dopo discussione (l’intervista si sviluppa a tre incontri) il personaggio sconosciuto porta Paul alla vera essenza del loro colloquio che è strettamente personale e riguarda proprio lui, il suo riuscire a riunirsi con sua moglie e ritrovare la fede in Dio. Il vero punto nodale non è rispondere a tutte quelle domande un po’ astratte ma mettere in atto una “fede operosa”, in grado di fare del bene al proprio prossimo. Il film è ben recitato dal promettente Brenton Thwaites ma soprattutto da David Strathairn (conosciuto dal vasto pubblico per Good Night, And Good Luck) che rende molto bene questa figura “divina” che da una parte rispetta la libertà di Paul, ma dall’altra si preoccupa che il ragazzo ritrovi la sua verità.

Ciò che difetta è la sceneggiatura che non amalgama bene il trauma del periodo passato in Afghanistan, le tre interviste con “Dio” che portano Paul a riflettere con onestà sulla sua crisi e infine il modo con cui decide di affrontare la sua crisi coniugale. Sono tre momenti che non si concatenano in modo armonico. Occorre dire che anche se le risposte alle “famose domande” su Dio non sono esaustive, è reso bene l’atteggiamento di un Dio che si prende cura dei suoi figli e interviene perché ritrovino la felicità e si riavvicinino a Lui. Com’è ben chiarito alla fine “i miracoli avvengono ogni giorno”. Si percepisce comunque l’impostazione protestante, in quanto la salvezza viene presentata come un fatto esclusivamente personale e manca la percezione dell’appartenenza di ogni fedele a una Chiesa che mira globalmente alla redenzione.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FIRST MAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/01/2018 - 18:37
 
Titolo Originale: First Man
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Damien Chazelle
Sceneggiatura: Josh Singer
Produzione: DREAMWORKS, PERFECT WORLD PICTURES, COPRODUTTORE JAMES R. HANSEN
Interpreti: Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal

Nel 1962 Neil Amstrong era un collaudatore dell’aereo-razzo X-15 quando la morte della figlia Karen a soli due anni, lo spinse a cambiare ambiente di vita e a entrare a far parte del progetto Gemini, una delle fasi intermedie di preparazione allo sbarco sulla Luna, secondo il progetto americano NASA, nato per contrastare la supremazia sovietica. Si è trattato di un’avventura bella ma pericolosa, caratterizzata da incidenti anche mortali. Neil, grazie al suo elevato autocontrollo e al sostegno della moglie Janet, riuscì a essere il primo uomo a sbarcare sulla Luna

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una bel rapporto coniugale e la solidarietà fra compagni di avventura attenuano il tono pessimistico con cui viene vista l’esistenza umana: una dura e continua sfida in un mondo che sembra non avere un senso finito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcuni momenti di tensione
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore Josh Singer fa un ritratto efficace della complessa personalità del protagonista mentre il regista Damien Chazelle ci fa entrare nelle capsule spaziali facendoci rivivere con grande realismo le varie missioni spaziali
Testo Breve:

L’avventura spaziale di Neil Amstrong, il primo uomo che sbarcò sulla luna. Un racconto realista, senza retorica,  di un uomo introverso che ha saputo arrivare fino alla fine di un lungo e difficile progetto

Scordiamoci Uomini veri (1984), scordiamoci Apollo 13 (1995), scordiamoci Il diritto di contare (2016) sulle menti prodigiose di quelle donne matematiche che riuscirono a portare il primo uomo nello spazio: questo film di Damien Chazelle (già vincitore di premi Oscar con La La Land) è molto lontano dai toni apologetici e trionfali dei precedenti film che hanno raccontato l’avventura spaziale americana.

Il film è costellato di guasti tecnici, indecisioni su cosa fare in momenti drammatici e da morti. Ciò non vuol dire che ci troviamo di fronte a una rivisitazione di quest’epica moderna, come era già avvenuto per l’epopea Western, quando le scene di poveri pionieri accerchiati dagli indiani erano state sostituite con quelle dei massacri perpetrati dai soldati blu. L’elogio di quell’impresa prodigiosa ma effimera viene anzi accentuata proprio perché narrata in modo realistico, attraverso tanti dettagli tecnici che danno la misura del rischio che stavano correndo quegli uomini e che tuttavia continuavano ad andare avanti.

La bravura del regista sta proprio nel fatto che una storia già nota a tutti, risulti ugualmente carica di suspense. Un effetto realizzato con un ampio uso di soggettive, attraverso le quali percepiamo l’angustia claustrofobica di quelle capsule (gli unici campi lunghi vengono riservati alla fine per gli spettrali orizzonti lunari), i massicci portelloni che si chiudono per sigillare gli uomini in quella che può diventare la loro bara, le vibrazioni ossessive delle partenze che sembra stiano per frantumare la struttura del razzo. Ma la vera attrattiva è la complessità del personaggio protagonista. Sicuramente introverso, di poche parole ma dotato di un prodigioso autocontrollo che costituisce la sua vera forza, è stato caricato, dall’abile sceneggiatura di Josh Singer, di una malinconia di fondo che rimanda allo stesso personaggio che Ryan Gosling aveva interpretato in La La Land.

Possiamo dare due interpretazioni a questo Neil di Damien Chazelle e Josh Singer: uno psicologico, l’altro come metafora dell’uomo universale. La vita di Neil è segnata dalla morte della figlia a soli due anni: un evento che lo spinge, d’accordo con la moglie, a cambiar vita per tentare l’avventura dello spazio. Per tre volte nel film lo vediamo piangere ma sempre da solo, perché non ama condividere con gli altri le sue emozioni. In seguito accadono altri lutti, colleghi dell’avventura spaziale e lui, di nuovo, fa maturare quel suo dolore nella direzione di una sempre più ferma determinazione di andare avanti fino alla fine. Negli anni ’50 e ‘60, quando Hollywood sfornava in continuazione film di guerra, la morte di un soldato determinava nei compagni una maggiore determinazione a combattere per completare l’opera che aveva iniziato.

Non è così per Neil-Brian Gosling: per lui resta una sfida compiuta in solitaria da combattere contro le avversità di un destino le cui origini restano sconosciute. E’ questa l’interpretazione metafisica che si può dare alla sua impresa. Non si intravede una sensibilità cristiana ma piuttosto pagana e tornano in mente il mito di Prometeo o di Ulisse. Non si sa da quali divinità sia popolato il cielo che comunque non mostra simpatia verso l’uomo ma è proprio da questo contesto ostile che rifulge la grandezza dell’uomo, in grado di superare tutte le sfide per arrivare al traguardo che si è prefissato. La scena di lui che passeggia per primo sulla luna simboleggia la conclusione di anni di rischi e di sforzi, ma il panorama di questo nuovo mondo cinereo e freddo sembra significare che non c’è mai riposo: raggiunto un traguardo, l’uomo deve sempre guardare avanti verso quello successivo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DISOBEDIENCE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/27/2018 - 14:50
Titolo Originale: Disobedience
Paese: GRAN BRETAGNA, IRLANDA, USA
Anno: 2017
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Rebecca Lenkiewicz
Produzione: ED GUINEY, FRIDA TORRESBLANCO, RACHEL WEISZ PER ELEMENT PICTURES, BRAVEN FILMS
Durata: 114
Interpreti: Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Romit è una fotografa di successo che vive a New York. Un giorno riceve una telefonata da Londra: suo padre è morto. Dopo lunga esitazione, decide di prendere l’aereo per partecipare ai funerali: Si tratta di una scelta coraggiosa perché per lei vuol dire ritornare in quella comunità ebraico ortodossa che aveva lasciato improvvisamente tempo prima, dove suo padre era il rabbino capo. Ritrova l’amica di un tempo, Esti e anche Dovid, destinato a diventare il nuovo rabbino della comunità. Scopre con sorpresa e con un po’ di disappunto che i due si sono sposati. Romit si accorge infatti che l’antica passione per Esti sta ritornando, quella stessa che le aveva consigliato di abbandonare la comunità per evitare la riprovazione di tutti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa un contrasto fra passioni umane e comandamenti divini ma poi porta la visione dell’uomo a un livello superiore, mostrandolo capace di un comportamento responsabile
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni rapporti sessuali fra donne senza nudità. Un scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio, al suo primo film in lingua inglese, riesce a farci entrare nel mondo chiuso di una comunità ebraica sviluppando bene la psicologia dei protagonisti in una situazione conflittuale
Testo Breve:

Si può ipotizzare che in una comunità ebraica ortodossa possa svilupparsi un amore fra due donne? Il film è meno scandalistico di quanto possa suggerire il tema e riesce a cogliere gli aspetti umani della vicenda, mostrando una sincera ricerca di una giusta risposta dalla fede in un Dio creatore

Il rabbino capo, padre di Ronit, parla alla sinagoga. Parla degli angeli, spiriti puri, incapaci di fare del male e degli animali, che guidati dal loro istinto, seguono ciò che ha impresso in loro il Creatore. Furono creati anche gli uomini, in bilico fra la purezza degli angeli e i desideri degli animali ma superiori a tutti perché dotati di libero arbitrio.

Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio ci pone subito di fronte al tema che vuole affrontare e significativamente il film si chiude con un altro discorso tenuto in sinagoga da parte Dovid, il nuovo rabbino della comunità, che pronuncia un inno alla libertà di scelta dell’uomo.

All’interno di questa parentesi teologica si definiscono i destini di due donne e un uomo: Ronit che aveva già fatto la scelta di lasciare la comunità, segnata dal dolore di un padre che l’aveva voluta dimenticare ed Esti che sente il ritorno di fiamma per Ronit ma vuole anche bene al marito, che è una persona gentile e sensibile in conflitto fra il desiderio di non perderla e la volontà di rispettare le sue scelte.

Non ci sono molte altre varianti al racconto, che si svolge quasi sempre in interni, focalizzato sullo sforzo dei protagonisti di sciogliere i nodi di questo triangolo, sotto gli occhi sospettosi della comunità che non può tollerare rapporti lesbici.

A rimarcare la sua tesi, il regista mette a contrasto due rapporti sessuali, quello appassionato fra Ronit ed Esti e quello fra quest’ultima e il marito, rigorosamente programmato di venerdì, con precisi fini riproduttivi.

Il tema dei pregiudizi di una comunità era stato già affrontato dal regista nel precedente Una donna fantastica , la storia di un transessuale che doveva reagire all’isolamento e all’emarginazione da parte dei suoi stessi familiari.  Questa volta il dito è puntato direttamente su una specifica fede religiosa, quella ebrea ortodossa, con un impianto molto simile al film Il verdetto, uscito di recente, dove un giudice deve difendere dei minori dalle pericolose irrazionalità di una comunità cattolica e un’altra di Testimoni di Geova. Occorre dare atto al regista che non enfatizza la polemica anti-religiosa (semmai il suo tema è come interpretare correttamente l’Antico Testamento) che resta di sottofondo rispetto alle storie personali dei  tre protagonisti, che vengono approfondite con cura.
Ronit ha già conquistato la sua indipendenza ma si sente priva di radici, per l’abbandono del padre, che aveva finito per considerare Dovid come un figlio adottivo; Esti, è più fragile, stenta a prendere decisioni che diventerebbero irrevocabili e si appoggia ora a Ronit, ora al marito. . Un discorso a parte merita Dovit, forse il personaggio più originale perché se nelle due donne ci si trova davanti al conflitto, passioni individuali-regole della comunità, visto più volte al cinema. Dovit è un uomo che ha il controllo di se stesso, è rispettoso degli altri e cerca di trovare una risposta ai suoi problemi nella Bibbia anche se conclusioni a cui dovesse arrivare fossero in contrasto con i suoi più intimi desideri. . Lo vediamo presentare con convinzione ai suoi allievi alcuni brani del Cantico dei Cantici visti come elogio della bellezza della sensualità umana e poi esprimere con convinzione, un elogio del libero arbitrio, “sigillo” della superiorità dell’essere umano. Il suo discorso alla sinagoga non è sbagliato ma incompleto. Giustamente esalta la libertà di scelta dell’uomo: sarebbe inutile parlare di amore verso Dio e verso gli altri se non esistesse il prerequisito della libertà. Ma trascura di parlare della responsabilità che segue alla libertà. Una libertà irresponsabile verso gli altri si trasformerebbe facilmente nel diventare solo schiavi dei propri desideri. Per fortuna, com’era già successo con Il verdetto, il film predica male ma razzola bene e, in un modo che non possiamo rivelare, le due donne sapranno comportarsi in modo responsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A STAR IS BORN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/24/2018 - 12:07
Titolo Originale: A star is born
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Bradley Cooper
Sceneggiatura: Eric Roth, Will Fetters, Irene Mecchi, Christopher Wilkinson, Stephen J. Rivele
Produzione: MALPASO PRODUCTIONS, GERBER PICTURES, THUNDER ROAD PICTURES, LIVE NATION, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), JOINT EFFORT
Durata: 135
Interpreti: Stefani Germanotta (Lady Gaga ), Bradley Cooper,

Jackson è un folk singer ancora apprezzato e applaudito nei grandi concerti all’aperto ma è dipendente dall’alcool e una sera, dopo un’esibizione, si attarda a bere in un bar. Ha modo così di vedere l’esibizione di Ally, una ragazza che fa la cameriera di giorno mentre di sera sfoga la sua passione per il canto. Fra i due nasce subito un’intesa e Jackson invita Ally a un suo concerto. Quando la ragazza arriva, la presenta davanti a tutto il pubblico a salire sul palco e lei, dapprima titubante, decide di esibirsi. La sua performance ha subito successo perché è stata pubblicata su Youtube e migliaia di persone hanno potuto apprezzarla…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film approfondisce bene l’amore fra i due protagonisti salvo poi tradirne il significato sul finale
Pubblico 
Adolescenti
Qualche rapporto intimo con contenute nudità
Giudizio Artistico 
 
La presenza di Lady Gaga “fa la differenza” con la sua voce che ci canta una compilation scritta apposta per il film. Bradley Cooper se la cava sia come cantante che come regista anche se la sua preferenza va a ritmi lenti e toni melanconici
Testo Breve:

Un cantante folk che vede la sua stella al tramonto riesce a farne sorgere una nuova. Un racconto romantico, presentato sullo schermo per la quarta volta, che si avvale della voce di Lady Gaga e di un bravo Bradley Cooper.

Questa versione di A Star is born è ormai la quarta, dopo quella del 1937 con Janet Gaynor e Fredric March; del 1954 con Judy Garland e James Mason; del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson. Perché Hollywood non cessa di tornare e ritornare su questa storia? Indubbiamente c’è il mito del successo, sempre così repentino ma anche così effimero. Poi l’affascinante simbiosi fra una star che decade e una che sorge, anzi, l’amore tragico fra i due ed è come se il sacrificio finale della prima star abbia la funzione di trasferire quella luce che consente alla seconda di accendersi (un aspetto sottolineato soprattutto nel secondo con la Judy Garland). Altro elemento determinante è quello di riproporre questa classica storia rinnovata secondo l’evoluzione della musica, con l’aiuto della cantante-simbolo del momento. Trascurando il film del 1937 che parlava di una diva del cinema, Judy Garland si esibiva secondo le forme del music hall, il film con Barbra Streisand degli anni ’70 faceva riferimento alle grandi adunate rock del popolo hippie mentre ora il personaggio interpretato da Lady Gaga scala il successo attraverso la televisione e Youtube.

Può ancora trovare interesse presso il pubblico questa quarta edizione? La risposta è si. E’ in testa alle classifiche italiane da quando è stato distribuito mentre negli U.S.A. è arrivato a 126 milioni di dollari.

Il merito va innanzitutto a Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga. Per i fans ma non solo, è una sorpresa vederla in formato acqua e sapone, senza trucco, brava nel recitare ma soprattutto, senza maschere né scenografie stravaganti, poter apprezzare la sua  voce che dà al film quel tocco magico che si aspetta da una professionista come lei.  Anche Bradley Cooper se la cava a cantare e assieme a Lady Gagà ha scritto le canzoni che vengono cantate nel film.

Ma c’è un’altra componente che in modo quasi sotterraneo conferisce un fascino discreto al film: l’intesa fra i due protagonisti. 

Se fra James Mason e Judy Garland prevaleva il rapporto del pigmalione con la sua allieva, se fra Barbra Streisand e Kris Kristofferson risultava prevalente una certa componente sensuale, qui l’intesa appare da subito più profonda. In una sequenza sorretta da primi piani strettissimi, seduti su un marciapiede, i due iniziano a conoscersi e ad apprezzarsi. Le domande si fanno subito intime: la storia della loro giovinezza, l’aver paura nelle esibizioni davanti al pubblico. Poi lo scambio di testi di nuove canzoni con melodie appena abbozzate e infine il messaggio filosofico di Jackson che diventerà il leitmotiv di tutto il film: non basta la buona tecnica: bisogna avere qualcosa da dire, da comunicare alla gente.  La parità fra i due protagonisti non è comunque perfetta: Lady Gaga tratteggia bene una ragazza appassionata, sinceramente innamorata del suo uomo, semplice nella vita privata che si trasforma quando deve esibirsi di fronte a un pubblico. Più difficile da interpretare il personaggio interpretato da Bradley Cooper: i suoi modi sono sempre cortesi (per chi si ubriaca, la violenza è sempre dietro l’angolo)  pervade nel suo sguardo un fondo di malinconia, non si comprende bene come si sia ridotto a quel livello di alcolismo anche se la sceneggiatura induce elementi familiari e di salute (una forte acufene) poco convincenti. Bradley in questo film è anche regista che valorizza bene il rapporto fra i due ma il suo stile privilegia i ritmi lenti, con pause fra una parola e l’altra.  Occorre fare alcune riserve sul suicidio finale del protagonista maschile, presente in tutte e quattro le versioni, che serve  sicuramente ad alzare il livello romantico della storia, con un messaggio del tipo: “è bene che io muoia perché tu possa vivere” ma in realtà si sta contrapponendo una carriera di successo a una vita umana che vale, sia pur infelice, sicuramente di più e che  poteva ancora dare alla protagonista, sempre innamorata, ancora preziosi incoraggiamenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VERDETTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/22/2018 - 11:09
Titolo Originale: The children Act
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: TOLEDO PRODUCTIONS, FILMNATION ENTERTAINMENT, BBC FILMS, COPRODUTTRICE CELIA DUVAL
Durata: 105
Interpreti: Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead

Fiona Maye è un giudice dell’Alta Corte britannica specializzata nel diritto di famiglia e in particolare segue le cause collegate con la legge Cildren Act, promulgata nel 1989, che ha l’obiettivo di proteggere gli interessi dei minori in caso di conflitti familiari. Il caso su cui deve pronunciarsi è particolarmente delicato: Adam Henry, un diciassettenne affetto da leucemia, rifiuta le trasfusioni di sangue, d’accordo con i genitori, perché tutta la famiglia è seguace dei Testimoni di Geova. Il ragazzo è minorenne, sia pur per pochi mesi, quindi non può decidere di sua iniziativa. Fiona prende una decisione insolita: va a trovarlo in ospedale per capire dalla sua viva voce se è veramente convinto di compiere questo passo estremo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lo sceneggiatore mostra con chiarezza il suo disprezzo verso chi crede nell’esistenza di un Dio e la fede cristiana è vista come una forma di oscurantismo per la cultura occidentale. La vita e la morte sono due opzioni equivalenti per un tribunale civile. Ha però l'onestà di riconoscere il potere trasformante dell'amore, che funge da "elemento di disturbo" rischiando di scardinare questa visione del mondo basata su principi utilitaristici
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato richiede una certa maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale interpretazione di Emma Thompson. Ottima anche la regia. Qualche problema di credibilità in alcuni risvolti della sceneggiatura
Testo Breve:

Una donna giudice deve affrontare il caso di un ragazzo malato di leucemia che rifiuta le trasfusioni di sangue perché Testimone di Geova. Un racconto ben svilupato per dimostrare come qualunque fede in un Dio soprannaturale sia una forma di pericolosa superstizione

La prima sentenza che Fiona, all’inizio del film, è chiamata a pronunciare riguarda due gemelli siamesi che condividono alcuni organi vitali. La sua decisione è che uno dei due venga soppresso e separato, secondo la logica del male minore, perchè l’altro possa vivere come singolo. Nel caso qualcuno possa pensare che uccidere uno dei due gemelli equivalga a un omicidio, perché solo Dio è signore della vita, il magistrato precisa che “questo è un tribunale della legge, non della morale”.

Suo marito, Jack, è un professore universitario di letteratura e lo vediamo intento a spiegare Lucrezio ai suoi alunni. A suo dire quello fu un periodo eccezionale perché la credenza negli dei stava scemando e non era ancora arrivato il cristianesimo che avrebbe finito per “oscurare il pensiero occidentale”.

Da questi riferimenti appare già chiaro dove Ian McEwan, sceneggiatore e autore del romanzo, vuole andare a parare. Ogni forma di religione, ogni credenza in un Dio che ci trascende è pericolosa, irrazionale superstizione. Oltretutto la frase del giudice Fiona stabilisce una falsa contrapposizione (“questo è un tribunale della legge, non della morale”) perché le leggi si occupano del bene pubblico, pertanto ogni legge ha il compito di proteggere un preciso valore morale purché pubblico.  Chiarite le intenzioni dell’autore, il caso proposto nel film come fulcro della storia (un giovane testimone di Geova rifiuta le trasfusioni di sangue) costituisce un modo di “vincere facile” perché l’atteggiamento dei Testimoni di Geova è un caso limite, visto che per tutti gli altri cristiani la trasfusione costituisce una pratica accettata.

Si tratta di un approccio molto simile a quello utiizzato da Clint Eastwood in Million Dollar Baby: volendo fare un film a favore dell’eutanasia, l’autore ha “forzato” la situazione, dipingendo i genitori della ragazza immobilizzata a letto come degli squallidi opportunisti,  in modo che lei restasse sola senza affetti familiari a prendere una drammatica decisione.

Per fortuna l’attenzione del racconto si sposta in seguito sul rapporto fra Fiona e il giovane Adam, perché quest’ultimo resta colpito dall’incontro con questa donna, con la quale condivide la passione per la musica e la poesia di William Yeats e con un’irruenza tipicamente adolescenziale cambia repentinamente atteggiamento: non ha più interesse a venir ricordato come l’eroe dei Testimoni di Geova, morto per aver rifiutato la trasfusione ma vede in Fiona il mentore che lo può aiutare a scoprire la bellezza della vita. Quell'interesse, quell'attenzione che Fiona ha mostrato si è trasformato in lui come amore.  L’atteggiamento appassionato di Adam non fa che sconvolgere Fiona, austera vestale della legge, seguace fanatica del potere della ragione, che non riesce a trovare una collocazione, nella sua vita, per qualche umanissimo, materno (lei non ha avuto figli) sentimento di affetto e comprensione.

Se questo risvolto del racconto ci fa prendere atto che lo stesso sceneggiatore Ian McEwan riconosce che nell’uomo resta qualcosa di imponderabile, che sfugge al controllo della ragione e in particolare il potere trasformante del sentirsi amati o il semplice percepire che c’è qualcuno che si interessa a noi, questo film non fa che riconfermare la diversa sensibilità che sussiste fra noi e il popolo inglese.

E’ ancora troppo recente il caso di Charlie Evans, il piccolo al quale il tribunale ha rifiutato l’applicazione di nuove cure sperimentali e ha sentenziato che doveva venir lasciato morire. Un caso che ci aveva fatto scoprire (e il film lo conferma) due fatti: la vita, secondo i tribunali inglesi, è un parametro come gli altri, gestibile in base a un giudizio umano di convenienza, non un bene assoluto da difendere; secondo: i genitori non sono i tutori insindacabili dei loro figli. Grazie proprio al Children Act, è sufficiente  la nascita di un qualsiasi conflitto (diversità di opinioni con l’ospedale, come nel caso di Charlie) perché ai genitori venga tolta la patria potestà e il bambino venga affidato a un tutore.  E’ il primo avvio di una sostanziale riduzione delle competenze naturali riconosciute da sempre ai genitori, a vantaggio di un maggior impegno da parte dello Stato (in Gran Bretagna il 47% dei matrimoni finisce con un divorzio).

Il film ha un’ottima fattura, secondo la migliore tradizione inglese ed Emma Thompson, nella parte di Fiona, è semplicemente  eccezionale. Qualche difficoltà in più ha dovuto affrontare Fionn Whitehead nella rendere credibile il personaggio di Adam, per via del suo ostinato stalking nei confronti del magistrato. Praticamente inesistenti le figure dei genitori di Adam, ridotti a bolse comparse ma non c’è da stupirsi: nell’ottica dello sceneggiatore si tratta di persone che hanno il problrma di credere nell’esistenza di un Dio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN AFFARE DI FAMIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2018 - 15:09
Titolo Originale: Manbiki kazoku
Paese: Giappone
Anno: 2018
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PROMOTION, FUJI TELEVISION NETWORK, GAGA
Durata: 121
Interpreti: Kirin Kiki, Lily Franky, Sakura Andô ,

In una baracca vivono cinque persone con relazioni simil-familiari, nel senso che non c’è fra tutti un vero legame naturale ma solo affettivo. C’è “la nonna” (Hatsue), “un padre” (Osamu), “una madre” (Nobuyo), la nipote maggiorenne di Hatsue (Aki) e due “figli” più piccoli: un maschio (Shota) e una bambina (Juri). In realtà Shota e Juri sono due trovatelli che Osamu ha addestrato a compiere furti nei supermercati per trovare sempre qualcosa da mangiare per la “famiglia”. Tutti hanno convenienza a vivere nella stessa baracca perché se Osamu procura loro da mangiare, la “nonna” Hatsue beneficia della pensione del marito morto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ci propone un’etica puramente individualista e utilitarista, chiusa all’interno di un micronucleo familiare. Per fortuna due personaggi riescono a riscattarsi
Pubblico 
Adolescenti
Un scena con nudità. Comportamenti diseducativi
Giudizio Artistico 
 
Kore-Eda sviluppa il racconto con una cura impeccabile nelle inquarature e nel dettagliare i rapporti fra i protagonisti. Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018
Testo Breve:

Una famiglia del proletariato giapponese, molto unita,  vive di piccoli furti e imbrogli. Un racconto sulle debolezze umane con un piccolo riscatto finale

Quando lo spettatore inizia a seguire questa insolita, numerosa famiglia che riesce incredibilmente a vivere con serenità in spazi limitati fra mille oggetti distribuiti senza un ordine apparente (ma la nonna trova sempre tutto) cerca di comprendere  quale sia il messsaggio principale che il regista Kore-Eda ha voluto trasmetterci. E’ probabile che si stia assistendo a un film di denuncia sociale, un racconto realistico su come viva il proletariato giapponese (il padre Osamu fa l’operaio di cantiere su chiamata, la mamma Nobuio è una operaria-stiratrice in una ditta di pulizie, mentre la nipote Aki si presta a spogliarsi come ragazza di vetrina in un locale per soli uomini). Questa prima ipotesi interpretativa si eclissa rapidamente: man mano che scopriamo di trovarci di fronte a una famiglia più “virtuale” che reale, vengono alla mente altri film dell’autore che si era già interrogato su cosa voglia realmente dire essere padre, madre o figlio. Emblematico è stato Father and son dove uno scambio in culla di due neonati costringe due famiglie ad accogliere un ragazzo sconosciuto come il proprio figlio e a domandarsi se la paternità sia un fatto naturale o esclusivamente affettivo. Ritratto di famiglia con tempesta cerca di sondare la resistenza dei legami familiari anche quando si ha a che fare con un padre poco responsabile e con una coppia che si è irrimediabimente separata. Little Sister è invece, in modo più diretto, un sostegno al concetto di  famiglia allargata: due ragazze accolgono fra loro la sorellastra, frutto di una relazione del padre con una seconda moglie. Anche in quest’ultimo  Un affare di famiglia, la “madre” Nobuyo che, non ha potuto avere figli ma che alleva con amore i due trovatelli, si domanda: “si è madri solo perché si partorisce?”.

Eppure, il tema della famiglia, pur così importante per il regista,  non costituisce ancora l’essenza di questo film che affronta un tema di ben più ampio respiro, squisitamente etico.

La famiglia che ci viene presentata è incantevole: ognuno è gentile e comprensivo verso l’altro, scherzano serenamente quando si ritrovano tutti a tavola,  affrontano con serenità anche le sventure che vengono sempre compartecipate. In realtà è proprio l’appartenere a questa famiglia sui generis , accettare la sua micro-cultura, che costituisce un forte limite per i suoi componenti, che si sono costruiti un sistema di valori di loro esclusiva convenienza. Il “padre” Osamu non ha esitato  ad addestrare i due orfanelli a rubare, per il “bene della famiglia”; in fondo, spiega ai ragazzi: “le merci al supermercato non sono di nessuno”. Osamu e Nobuyo hanno preso in casa la piccola Juri e non si sono preoccupati di cercare i suoi genitori: “noi non l’abbiamo rapita – si giustificano – non abbiamo chiesto un riscatto, le abbiamo dato da mangiare”. Quando muore la nonna, gli altri componenti della famiglia non si preoccupano di organizzare un funerale ma la sotterrano sotto il pavimento della baracca dove vivono. “Noi non l’abbiamo abbandonata, l’abbiamo accolta”: così si giustifica Nobuyo davanti alla poliziotta che le contesta il reato di sottrazione di cadavere.

Kore-Eda ci sta proponendo un’etica individualista, anzi un’etica chiusa all’interno di una famiglia, dove ogni comportamento trova la sua giusticazione con una logica strettamente immanente a quel microcosmo,  incapace di trascendere verso il resto della società a cui loro stessi appartengono con senso di responsabilità e di giustizia. Il film, verso la fine, subisce un brusco cambio di scena e compare l’altra società, quella ufficiale, giusta, ordinata, simboleggiata anche dall’eleganza e la giovanile bellezza del commissario che svolge le indagini su questa strana famiglia. L’autore non sembra, alla fine, mostrare preferenze fra queste due diverse visioni della vita, quasi fosse giusta la loro coesistenza, la prima adatta a un  microcosmo familiare , la seconda come un inevitabile impegno, necessario per gestire rapporti interpersonali più ampi.

Per fortuna il film trasmette due chiari messaggi positivi: la decisione del piccolo Shota, che sceglie di vivere “dall’altra parte” appena comprende che sta diventando grande e la trasformazione di Nobuyo, che si accorge di come il desiderio di maternità da lei coltivato  sia stato solo egoistico: l’amore di una vera madre si esprime non nel voler bene ma nel cercare il “bene” del figlio, anche quando questo comporta il suo allontanamento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUASI NEMICI - L'IMPORTANTE E' AVERE RAGIONE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/07/2018 - 16:38
Titolo Originale: Le Brio
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Yvan Attal
Sceneggiatura: Yaël Langmann, Bryan Marciano, Yvan Attal, Victor Saint-Macary, Noé Debré
Produzione: CHAPTER 2, MOONSHAKER, FRANCE 2 CINÉMA, CN6 PRODUCTIONS, PATHÉ, NEXUS FACTORY, UMEDIA
Durata: 95
Interpreti: Camélia Jordana, Daniel Auteuil

La Pantheon Assas è la prima università francese in discipline giuridiche e Neïla Salah, una ragazza di origine araba che vive nella banlieue parigina, arriva in ritardo alla sua prima lezione, quella tenuta dal prof Pierre Mazard, noto per i suoi modi sprezzanti. Indispettito dal ritardo della ragazza, nasce fra loro un battibecco durante il quale il professore finisce per tradire un atteggiamento razzista. Mazard viene convocato dal preside dell’Assas: la scena è stata registrata dagli studenti e il gesto del professore rischia di andare a discredito di tutta l’Università. Mazard ha un solo modo per farsi perdonare: preparare proprio Neïla al prossimo concorso di retorica che si tiene ogni anno fra le università francesi e aiutarla a vincere. Mazard accetta a malincuore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’incontro-scontro fra una studentessa e un professore, molto diversi fra loro, come età, come origine e come carattere, diventerà occasione di arricchimento umano per entrambi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un rapido accenno a rapporti prematrimoniali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti, regia impeccabile. La sceneggiatura di dialoghi brillanti e arguti, secondo lo stile del cinema francese.
Testo Breve:

Un professore scostante e cinico e una studentessa immigrata, orgogliosa e appassionata, si trovano a lavorare insieme per vincere una gara di oratoria. Un bello scontro di idee e di umanità

Le gare di oratoria fra studenti universitari sono indubbiamente affascinanti. Lo ha compreso bene il cinema, che è tornato più volte su questo argomento, soprattutto quello americano e francese. Tutte le opere realizzate hanno sottolineato un aspetto: queste sfide sull’arte del parlare al pubblico si trasformano in trampolini di lancio per i giovani più dotati in quest’arte ma soprattutto un riscatto dalla propria condizione sociale. Lo ha mostrato The great Debaters, rifacendosi a una storia vera degli anni ’30, quando un gruppo di studenti di un college di soli afroamericani riuscì a battere, perla prima volta, le più titolate università per bianchi. Il recentissimo A voce Alta ci ha raccontato come si svolge la gara di eloquenza che ogni anno si tiene all’università di st Denis: anche in questo caso giovani di varie razze e condizione sociale si sfidano su chi ha più potere di convinzione; un modo per mostrare non solo la propria preparazione ma anche la profondità del proprio pensiero.

Questo Quasi Nemici si mantiene sulla stessa linea: una ragazza figlia di immigrati, iscritta a una delle più prestigiose università parigine, finisce per accettare, per assecondare le proprie ambizioni, di venir preparata alla gara proprio da quel professore che l’aveva trattata con superiore sufficienza in un’aula gremita di studenti.

Si parla molto dell’arte della retorica nel film, basandosi soprattutto al lavoro di Arthur Schopenhauer: L’arte di ottenere ragione: 33 suggerimenti sulla dialettica da adottare per prevalere, con furbizia e destrezza, sul proprio antagonista. Per quel che riguarda la verità, come sottolinea il professore: “Je m'en fiche”. Questo cinismo, formalmente dichiarato, prevedibile nella terra dell’Illuminismo, verrà in seguito ridimensionato e le stesse regole per avere successo in oratoria che vengono descritte in dettaglio lungo tutto il film, finiranno per mostrare i loro limiti di fronte alla superiore importanza dei rapporti interpersonali che debbono sempre essere improntati al rispetto e alla fiducia reciproca.

Ma i contrasti più interessanti che si sviluppano nel film non sono i confronti dialettici che la ragazza deve sostenere contro studenti di diverse università della Francia, affrontati da lei con sempre maggiore perizia, ma sono quelli che scaturiscono dall’incontro-scontro fra Neïla  e il suo pigmalione, due caratteri profondamente diversi: lei ha un temperamento passionale, sempre pronta ad accendersi quando qualcuno accenna a esprimersi in forma discriminatoria mentre il prof Pierre sembra guardare il mondo dall’alto in basso, con molto cinismo e poca (apparente) umanità. Sarà proprio la ragazza a comprendere che anche il suo atteggiamento è sbagliato, sempre arroccato sulla difensiva e concentrata sull’orgoglio per la propria origine, che rischia di non essere meno discriminatorio del razzismo di tanti francesi DOC. Anche il rigido professore imparerà a chiedere scusa e a dire grazie quando scoprirà che c’è qualcuno che ha preso a cuore il suo destino. Molto bello infine il rapporto fra Neïla e il suo fidanzato, che mostra due giovani interessati veramente al bene dell’altro, anche quando questo comporta delle rinunce personali.

Il film si avvale dell’ottima recitazione di un grande maestro come Daniel Auteuil ma anche dell’appassionata Camélia Jordana. Che per questo film ha vinto premio César come migliore promessa femminile del cinema francese. La regia è impeccabile e sembra che l’autore ami riconoscere nell’arte filmica, l’esistenza di regole precise come quelle della retorica che ci ha raccontato: adotta il noto espediente di invalidare, verso la metà del film ciò che poco prima aveva costruito, ribaltando le premesse e mostrandone i punti deboli; inoltre  a due terzi esatti del racconto, come prescritto dai manuali, interviene il colpo di scena che destabilizzerà il percorso della storia, che sembrava avviato su lidi più tranquilli. Dispiace solo la disuniformità di trattamento fra i due protagonisti: su Neïla finiamo per conoscere molte cose: dove abita, la sua famiglia e la compagnia degli amici; nulla invece  trapela dal film riguardo alla vita privata del professore: lo vediamo mangiare da solo in un ristorante e ne deduciamo che è uno scapolo ma la genesi di quel suo  carattere così scontroso resta un mistero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'APPARIZIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/04/2018 - 09:53
 
Titolo Originale: L'apparition
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Xavier Giannoli
Sceneggiatura: Xavier Giannoli, Jacques Fieschi, Marcia Romano
Produzione: CURIOSA FILMS, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, GABRIEL INC., PROXIMUS, LA CINÉFACTURE, MEMENTO FILMS PRODUCTION
Durata: 140
Interpreti: Vincent Lindon, Galatéa Bellugi, Patrick d'Assumçao

Jacques, giornalista e fotografo francese impegnato nelle zone di guerra, ha visto morire il suo più caro collega, colpito da una bomba. Traumatizzato dall’evento, torna in patria e accetta, quasi come un diversivo, un insolito incarico che gli è stato affidato dalla Congregazione delle cause dei santi del Vaticano. Proprio lui che in termini di fede è rimasto fermo alla Prima Comunione, viene incaricato di dirigere una commissione d’inchiesta canonica per valutare se è vero che Anna, una giovane novizia di un paese sulle Alpi dell’Alta Provenza, ha avuto una apparizione della Vergine Maria. Il problema va affrontato urgentemente perché ormai la notizia si è diffusa, al paese arrivano continuamente pullman di pellegrini ed è nato l’inevitabile commercio di oggetti sacri.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’autore affronta con serietà, senza malizia, il tema delicato della procedura che si pone in atto per validare un presunto miracolo e i componenti dell’indagine canonica sulla veridicità di un’apparizione si trovano spinti a interrogarsi sulla profondità della loro fede. Risulta però contraddittorio quel personaggio che, pur ritenendo di avere una vera fede, si lascia sopraffare dalla disperazione.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene sconvenienti né malizia nei comportamenti; potrebbe destare qualche perplessità la facilità di abbracci affettuosi con uomini da parte della novizia Anna
Giudizio Artistico 
 
L’autore riesce a superare l’eccesso di dettagli con cui viene svolta l’inchiesta canonica e le due ore di durata del film puntando tutto sulla costruzione dei personaggi, ricchi di sfumature. Peccato che l'autore metta troppa carne a fuoco: l'apparizione, un telo con del sangue simil-Sindone, le guerre medio-orientali
Testo Breve:

Un’indagine sulla presunta apparizione della Vergine Maria a una giovane novizia determina una riflessione sul tema della fede e scuote la coscienza del pragmatico protagonista, che deve interrogarsi sull’esistenza di una realtà soprannaturale  

Il recente cinema francese ha un grande titolo di merito: scava a fondo in alcune realtà che caratterizzano il mondo contemporaneo per estrarne quell’ essenza che la rende comunicabile cinematograficamente. Lo fa in due modi: con lo stile della commedia (Quasi Amici, La famiglia Bèlier, Non sposate le mie figlie)  oppure in forma quasi documentarista, attenendosi con scrupolo ad ogni dettaglio anche tecnico, della realtà che sta esplorando. Ecco che sono usciti film come Il medico di campagna, Welcome, Il ministro- L’esercizio dello stato ma anche tanti film a contenuto religioso come L’amore inatteso (sulla scoperta della fede da parte di un tranquillo borghese) o Uomini di Dio (sul martirio degli otto monaci in Algeria). Con questo L’apparizione siamo molto lontani dall’approccio di Niccolò Ammanniti nella fiction Il Miracolo che usa la scoperta di una statua della Madonna che piange nella sua pura funzione di evento destabilizzante per la vita dei protagonisti. Questo film di Xavier Giannoli affronta il tema della fede con grande rispetto, senza dare conferme ma senza neanche manifestare alcuna pregiudiziale negativa.

Le prime sequenze del film vogliono mostrare come la ricerca della convalida di un miracolo sia un tema trattato con grande serietà dalla Chiesa Cattolica: seguiamo il protagonista nella visita agli archivi del Vaticano dove vengono aperti i dossier dei casi più noti di apparizioni mariane, come a Lourdes e a Fatima; la sua lettura ad alta voce, quando la commissione è ormai costituita, delle regole da rispettare per un’indagine rigorosa. Inizia poi da parte di Jacques, che ha preso il suo incarico molto seriamente, una serie di incontri con alcuni testimoni e la raccolta di tutti i documenti che possano risultare utili. Il racconto si tinge progressivamente di giallo per via di un passato poco esplorato della ragazza (il film dura 140 minuti) ma l’aspetto più affascinante del film è la definizione dei caratteri dei personaggi e del loro confronto, soprattutto fra Jacques e la diciottenne Anna.

Entrambi sono persone oneste ed entrambi cercano di fare del loro meglio nelle loro rispettive posizioni. Ciò non può che sviluppare una stima reciproca, in mezzo ai molti profittatori della situazione, una stima tanto più alimentata quanto i due non potrebbero essere più complementari.  Lui è un seguace della ragione, si attiene ai fatti comprovati e non va oltre (“cosa è il soprannaturale?” chiede Jacques al monsignore che gli ha assegnato l’incarico) ma questo limite non gli impedisce di restare aperto, soprattutto nei confronti di Anna, a nuove scoperte, nuove rivelazioni.  Anna cerca invece sempre di arrivare al cuore delle persone, di leggere nel loro animo al di là di ciò che appare e di ciò che dicono, sempre pronta a stringere le mani e ad abbracciare le persone che si occupano di lei, senza alcuna malizia.

Alla fine l’indagine canonica di Jacques finisce per diventare la ricerca di una persona: non è più interessato a scoprire se l’apparizione sia realmente avvenuta o no ma se Anna sia una persona realmente capace di mentire o piuttosto sia un’anima totalmente candida, come sembra essere.

Il finale susciterà delle sorprese, il mistero dell’apparizione resterà tale ma tutti i personaggi coinvolti saranno stati interpellati sulla consistenza della loro fede, per chi l’aveva, mentre per Jacques, stando vicino ad Anna, la parola “soprannaturale” ha finito per acquisire molta più consistenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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