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MOM'S NIGHT OUT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/19/2015 - 22:27
 
Titolo Originale: Mom's night out
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Andrew Erwin , Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Andrea Gyertson Nasfell
Durata: 98
Interpreti: Sarah Drew, Sean Astin, Patricia Heaton

Allyson è una casalinga che si deve occupare dei tre figli piccoli, mentre il marito è spesso in viaggio per lavoro. A causa dei numerosi guai che combinano i suoi tre pargoletti, Allyson crede di non riuscire a fare niente bene ed è alquanto depressa. Cerca di scrivere un blog per distrarsi ma non riesce a concentrarsi. Alla fine decide di concedersi un sabato sera tutto per se uscendo con altre due amiche: Sondra, moglie di un pastore evangelico, che ha una ragazza adolescente e Izzy che ha un marito poco adatto a badare ai figli. Allyson esce di casa senza troppa convinzione e in effetti, i tre mariti rimasti a casa non sono all’altezza del loro compito. Anche le tre donne finiscono per mettersi nei guai perché si sono messe in testa di aiutare l’amica Bridget, la quale deve lavorare anche di sera e ha lasciato suo figlio in custodia al suo ex fidanzato, che ha sua volta lo ha lasciato in un locale per tatuaggi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il mestiere di mamma è difficile e logorante ma il suo valore è incommensurabile
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Erwin si lanciano con un buon ritmo nel genere commedia demenziale. Peccato che la figura della protagonista riproduca un modello femminile ormai obsoleto
Testo Breve:

Tre madri casalinghe provano a svagarsi un sabato sera lasciando i figli in custodia ai loro mariti. Tutto andrà storto. Una commedia sopra le righe divertente ma il personaggio della protagonista non è convincente. In DVD in italiano

I primi 20 minuti di questo film faranno sicuramente arrabbiare molte donne.

La protagonista, Allyson, si sente una casalinga depressa e fin qui niente di nuovo, ma il modo con cui viene descritta risulta un cumulo di ovvietà, espressione di uno stereotipo che sembrava ormai superato: quello della donna insicura, sopraffatta dai mille impegni quotidiani, che teme di non essere all’altezza del suo compito di madre, maniaca delle pulizie di casa e bisognosa delle braccia forti e rassicuranti del marito-vero uomo. Anche la descrizione dei figli pestiferi è priva di personalità: un accumulo di ovvietà del tipo mettersi a disegnare sui muri o giocare a fare i cuochi in cucina.

Le altre donne di questo disastroso saturday night sono leggermente più realistiche, come Sondra, la moglie del locale pastore evangelico, che deve contenere le insistenze della figlia adolescente desiderosa di partecipare a un rave oppure come Bridget, ragazza madre, che ha accettato un lavoro serale in un locale di Bowling e non sa a chi affidare il suo bambino.

Per fortuna il film ha il piglio di una comicità demenziale, non si prende molto sul serio e si muove brioso fra un disastro e l’altro, fino all’inevitabile lieto fine.

 Questo film, presentato nelle sale statunitensi a maggio del 2014, è ora disponibile in DVD in italiano è stato etichettato come Christian movie. In effetti i registi sono i fratelli gemelli Andrew e Jon Erwin, dei quali abbiamo già presentato Fireprof, October Baby, Facing the Giants, Flywhell. In particolare Courageous aveva già affrontato il tema della paternità, mostrando, nelle storie parallele di quattro famiglie, gli effetti deleteri della mancanza della figura paterna. Era quindi ormai tempo di affrontare il tema, molto ampio  ma entusiasmante, della maternità in un’ottica cristiana.

A differenza di Courageous, che non era riuscito ad evitare un certo tono predicatorio, qui il tema della fede ben si armonizza con il contesto narrativo e si arriva al punto focale del film in modo insolito, attraverso un colloquio disteso fra Allyson e Bones, un gigante pieno di tatuaggi che cavalca una Harley Davidson ma buono di natura. Ad Allyson che si sente una fallita in tutto, Bones ricorda che tutti trovano il loro posto nella creazione, dagli uccelli che fanno il nido sui rami degli alberi alle aquile che volano fra le cime più alte e che Dio si prende cura di tutti: bisogna semplicemente essere se stessi, senza criticarsi continuamente e lasciare che Dio faccia il resto. Alla fine Allyson non modificherà la sua vita ma imparerà a scoprire la bellezza delle piccole cose di ogni giorno nell’educazione dei suoi figli.

Il tema della maternità e in generale della vita di famiglia oggi è quanto mai ampio ma non sembra interessare i media, se non casi isolati come questo. Si potrà obiettare che la realtà più frequente oggi sia quella di un padre e una madre che lavorano entrambi e rischiano e di non riuscire a prendersi cura a sufficienza dei figli; che le donne d’oggi non sono così incerte e lamentose come la protagonista di questo film, ma sanno affrontare con coraggio le loro responsabilità familiari. Tutto vero, ma in fondo non sono stati certo più realisti altri lavori come la fiction Desperate Housewives dove il problema principale delle protagoniste era decidere chi avrebbero ospitato nel loro letto quella sera o Modern Family, che si divertiva a mostrare come la famiglia sia ormai diventata un aggregatore dalle forme e dai confini molto incerti.
Alla fine l’espressione “la mano che fa dondolare la culla è la mano che governa il mondo” detta alla fine del film è forse un po’ enfatica ma neanche falsa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TEMPO INSTABILE CON PROBABILI SCHIARITE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/03/2015 - 12:18
 
Titolo Originale: tempo instabile con probabili chiarite
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Marco Pontecorvo
Sceneggiatura: Marco Pontecorvo, Roberto Tiraboschi
Produzione: MARCO VALERIO PUGINI, UTE LEONHARDT PER PANORAMA FILMS, RAI CINE
Durata: 100
Interpreti: Luca Zingaretti, Pasquale Petrolo, Carolina Crescentini, John Turturro

Giacomo ed Ermanno fanno parte di una cooperativa delle Marche che produce mobili. La fabbrica è in crisi e c’è il rischio che le banche chiudano il credito. Una sera Giacomo e Lillo stano cercando di sotterrare dei residui tossici quando si accorgono che dal fosso creato sta emergendo del petrolio. Giacomo è deciso a impiantare una trivella, anche se i costi sono molto alti, mentre Lillo decide, con il resto della cooperativa, di boicottare l’iniziativa perché ecologicamente rischiosa. I due amici si trovano così su due fronti opposti..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra padri e figli, un’amicizia che è a di sopra di qualsiasi conflitto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La soluzione di affrontare temi seri ridendo convince parzialmente perché l’approccio adottato, semplice e quasi ingenuo, finisce per trasferire lo spettatore in una favola lontana da riferimenti reali. La sceneggiatura ha un approccio troppo macchiettistico nei confronti di alcuni personaggi
Testo Breve:

Una fabbrica marchigiana di mobili, nel culmine della crisi economica, rischia di fallire. Le sue sorti potrebbero  cambiare  grazie alla scoperta di un giacimento di petrolio o più probabilmente per merito dell’inventiva delle nuove generazioni. Si ride con molta semplicità.

Ogni lunedì, il lavoro in fabbrica viene sospeso perché bisogna controllare alla televisione i risultati dell’estrazione del Lotto. Ogni membro della cooperativa compra ogni settimana un biglietto: è il metodo che hanno escogitato per tentare di risollevare le sorti dell’azienda. Procede in questo modo il secondo film di Marco Pontecorvo, che trae spunto dall’attuale situazione economica italiana ma la rivisita con uno sguardo surreale. Anche l’altro tema che viene sviluppato, il confronto generazionale fra padri e figli adolescenti, viene reso cinematograficamente nel modo più fantasioso. Tito, il figlio di Ermanno, è appassionato di fumetti manga; per il padre è solo un perdigiorno e gli impone di venire a lavorare in fabbrica.  Nella fantasia del ragazzo tutto si trasforma in una sfida all’ultimo sangue fra lui, giovane guerriero samurai e un mostro gigante che parla un perfetto accento marchigiano (nel film compaiono numerosi inserti animati in stile manga). Anche l’ingegner Lombelli (John  Turturro ), l’italo-americano esperto  di estrazioni petrolifere, è un tipo insolito. Si muove con la signorilità di un nobile d’altri tempi, che ammannisce a tutti pillole di saggezza sul petrolio, che va trattato con delicatezza, come se si trattasse di una donna.

Questa ed altre macchiette presenti nel film rendono il racconto lieve e spumeggiante con uno stile che può ricordare quello di Ernst Lubischt. Un riferimento che però ci costringe a fare dei distinguo: Lubischt lavorava con sceneggiature di ferro, mentre in questa fotografia dell’Italia di oggi, la levità scivola in semplice qualunquismo (le tasse esose, la burocrazia lenta,  la moltiplicazione di negozi di cineserie, un sindacato ormai revisionista) e manca il sostegno di una trama robusta. Il conflitto fra Giacomo ed Ermanno, il primo più pragmatico e propenso ai compromessi, il secondo più idealista, irrigidito in schemi che rimandano ai tempi dei conflitti di fabbrica, alla fine mostra la corda perché ripetitivo e poco approfondito.

Restano al contrario ben espressi molti valori: l’amicizia fra i due protagonisti, che è più salda di qualsiasi barricata ideologica, l’esistenza di un  rapporto fecondo e costruttivo fra padri e figli (la parte più fresca e originale del film).  Saranno proprio i figli a traghettare i padri verso nuove soluzioni, nuove visioni della vita.  Alla fine tutti i conflitti si risolvono perché nessuno è veramente cattivo e tutti sanno ritrovare ciò che li accomuna piuttosto che ciò che li divide. La testa del mostro manga, definitivamente sconfitto, rotola per terra davanti alla fabbrica riconciliata. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LATIN LOVER

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/27/2015 - 19:58
Titolo Originale: Latin lover
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Cristina Comencini
Sceneggiatura: Cristina Comencini Giulia Calenda
Produzione: LUMIÈRE & CO. CON RAI CINEMA
Durata: 104
Interpreti: Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Francesco Scianna, Neri Marcorè

A dieci anni dalla scomparsa del divo cinematografico Saverio Crispo (Francesco Scianna), in occasione di una commemorazione ufficiale nel suo paese natale, le donne della sua vita – due ex mogli e le quattro figlie avute ognuna da una donna di nazionalità diversa – si radunano nella vecchia casa delle vacanze estive. Si tratta di una famiglia allargata ovviamente sui generis: fanno gli onori di casa Rita (Virna Lisi), la prima moglie italiana, che l’ha riaccolto da vecchio e accudito fin sul letto di morte, e sua figlia Susanna (Angela Finocchiaro), curatrice della commemorazione e responsabile dell’eredità intellettuale del padre; dalla Francia arriva Stephanie (Valeria Bruni Tedeschi), che del padre ha ereditato la grande disinvoltura affettiva (infatti si presenta con uno dei tre figli avuti da tre diversi uomini) e le crisi depressive; dalla Spagna piombano Segunda (Candela Peña), il marito diplomatico Alfonso (Jordi Mollà), i loro due bambini e la di lei madre Ramona (Marisa Paredes) che, nonostante abbia dovuto dividere il proprio uomo con Rita, nutre con quest’ultima un’amicizia nutrita da complicità; la figlia più piccola, Solveig (Pihla Viitala), viene dalla Svezia e l’appartenenza a questa famiglia è per lei fondamentale perché quel genitore non l’ha quasi neanche conosciuto. Esiste, in realtà, una quinta figlia americana, che non ha mai frequentato il resto della famiglia perché Saverio (chissà come mai) non la volle mai riconoscere. Arriverà in tempo per la serata d’onore?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ex mogli e figlie di un padre che si è comportato con molta leggerezza in termini di fedeltà familiare, avvezze a comportarsi in modo altrettanto disinvolto, scoprono di potersi voler bene, e di condividere lo stesso desiderio di stare insieme e perdonarsi
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di nudo integrale, racconti di comportamenti sessuali libri
Giudizio Artistico 
 
Una regia pimpante, dialoghi scoppiettanti e un coro di attori – davvero tanti i personaggi principali – che la Comencini sa gestire con equilibrio senza trascurare nessuno e senza lasciare buchi in una sceneggiatura
Testo Breve:

Attraverso l’incontro di due mogli e cinque figlie di un divo del cinema ora defunto, la Comencini realizza un’operazione nostalgia rendendo omaggio al grande cinema italiano degli anni sessanta e settanta

Nuova tappa del cinema nostalgia. Dopo La grande bellezza in cui Paolo Sorrentino ha voluto in tutti i modi richiamarsi al modello di Federico Fellini (e gli americani, infatti, ci sono cascati tributandogli un esagerato Oscar) e Il nome del figlio, malinconico e divertito omaggio ai tempi che furono (con un occhio, più che al film francese adattato Cena tra amici, a La terrazza di Ettore Scola, almeno per la tendenza a fare bilanci intellettuali generazionali), ecco Latin Lover, undicesima regia di Cristina Comencini, autrice anche della sceneggiatura insieme alla sodale Giulia Calenda (insieme hanno scritto tutti gli ultimi film della regista, tra cui La bestia nel cuore, titolo che finì nella cinquina dell’Oscar per il miglior film straniero). Anche qui, come nei due film citati, la fa da padrone il continuo ricordo di un passato grandioso che sembra sfuggito senza lasciare tracce.

La chiave, ancora più che in altri film, è qui il cinema stesso, infallibile macchina della memoria e veicolo dell’italianità all’estero, omaggiato attraverso continue citazioni di grandi capolavori della nostra età dell’oro (gli anni Sessanta e Settanta) e la (ri)costruzione di un divo fittizio che – interpretato da un efficace Francesco Scianna nei flashback e nelle finte immagini di repertorio – vuole essere la somma di tanti giganti della recitazione che resero indimenticabile in Italia e nel mondo un’arte e i suoi generi (la commedia all’italiana, i film di impegno civile, il grande cinema d’autore, lo spaghetti western….): Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman (di cui si citano le crisi depressive), ma anche Ugo Tognazzi (come il Saverio Crispo del film, un tombeur de femmes internazionale, con figli fino in Scandinavia…) e Rodolfo Valentino (anch’egli partito dal paesino pugliese per finire a Hollywood).

L’omaggio nostalgico riesce, non è mai forzato o stucchevole: merito di una regia pimpante, dialoghi scoppiettanti e un coro di attori – davvero tanti i personaggi principali – che la Comencini sa gestire con equilibrio senza trascurare nessuno e senza lasciare buchi in una sceneggiatura che tanti interpreti così in forma avrebbero potuto anche riempire da soli con il loro carisma: da citare senz’altro Virna Lisi, qui alla sua ultima interpretazione, e un’Angela Finocchiaro bravissima, libera finalmente dai ruoli-macchietta cui spesso la relegano. La Puglia, infine (onnipresente nel cinema italiano grazie a una Film Commission che funziona a pieno regime), per una volta non è soltanto uno scenario da cartolina ma riesce a diventare vero contesto, integrato alla narrazione (la gag sul piatto preferito del divo, che cambia continuamente in base alla donna che lo ricorda, passa in rassegna tante delizie locali e allo stesso tempo fa dell’umorismo fondato sul sotto-testo).  

Un film di gran classe, che piacerà molto ai cinefili, senza essere un film cinefilo: per Cristina Comencini, figlia di Luigi Comencini, rievocare i fasti del grande cinema del passato – e la presenza molto ingombrante di un padre famoso da gestire insieme a tre sorelle – significa ripercorrere personali cronache familiari. In questo modo si può raccontare di sé, e di una memoria che è per forza di cose “condivisa”, con sincerità e autentico affetto. Il film riflette naturalmente, come tutte le opere ambientate nel mondo del cinema, sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione (ci sono segreti da rivelare, altarini da scoprire, complessi da cui liberarsi) ma senza mai diventare un gioco fine a se stesso. Ci si diverte e si ride, anche negli snodi più drammatici della vicenda, invocando una certa leggerezza sulla vita (e anche sui “costumi”) ma anche guardando con lucidità al peso dei nodi in cui vanno a finire i troppi fili che vi si intrecciano (“Non ne posso più – ammette il personaggio della Finocchiaro – fermate la proiezione!”).

Se le mogli di Saverio Crispo sembra che abbiano ricucito, quasi del tutto, la ferita di essere state tradite e abbandonate, ognuna delle figlie si sente schiacciata dall’assenza di questo padre autorevole e carismatico. In tutte e quattro il bisogno di amore prende la forma di un complesso o una nevrosi di tipo affettivo e relazionale, da cui poi ognuna è chiamata a uscire. Un percorso che passa attraverso la scoperta della verità (come garantire altrimenti i colpi di scena?), la sua accettazione e una netta presa di distanza da una visione negativa dell’esistenza.

Come gli sentiamo confidare alla primogenita in un flashback, il divo celebra la vita, riduttivamente, come se fosse un sogno o un gioco: una morale inconclusiva, come sanno bene le quattro figlie, che imparano a molto bene a conoscere la forma e i contorni del proprio dolore. Di loro, la spagnola Segunda (che è il personaggio più complesso, quello chiamato a percorrere l’arco drammatico più interessante) suole ripetere come un mantra, “solo ricordi belli”, cercando di censurare il resto, prima che la realtà si faccia incontrare anche nelle sue amarezze. Se il cinema sembra poter trasfigurare la realtà, svaporandola, ma anche rivelandone il lato più dolce, la vita di tutti i giorni si fa incontrare e richiede un giudizio. I problemi restano, gli errori non si cancellano, ma alla fine si scopre di potersi voler bene, e di condividere lo stesso desiderio di stare insieme, perdonarsi, e soprattutto di non restare schiavi delle immagini che ci si è fatti di sé. Dopo un’epoca di disincanto, in conclusione, ci sembra che nel cinema italiano ci sia un desiderio diffuso di un nuovo “incanto”. Affermare che questo non sia da cercare attraverso una fuga nella favola ma all’interno della realtà, senza minimizzarla ma facendoci i conti, è già di per sé una “bella scoperta”.

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL NOME DEL FIGLIO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/29/2015 - 23:20
Titolo Originale: Il nome del figlio
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesca Archibugi Francesco Piccolo
Produzione: INDIANA PRODUCTION, LUCKY RED, IN COLLABORAZIONE CON MOTORINO AMARANTO, RAI CINEMA, SKY
Interpreti: Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti

Due coppie dell’alta borghesia romana e un quinto amico single si riuniscono a cena per festeggiare l’arrivo di un bebè: gli ospiti, nonché genitori del nascituro, sono Paolo (Alessandro Gassman), ignorante e narcisista agente immobiliare, e Simona (Micaela Ramazzotti), borgatara assunta al ruolo di superstar grazie a un best-seller ispirato alle vicende della famiglia di origine del marito. I padroni di casa sono invece Betta (Valeria Golino), sorella di Paolo e insegnante alle medie, e Sandro (Luigi Lo Cascio), docente universitario di letteratura. L’ultimo del quintetto è Claudio (Rocco Papaleo), jazzista legato alle due coppie da antica amicizia. In attesa di Simona – in ritardo perché di ritorno da uno studio radiofonico dove ha registrato un’intervista – Paolo rivela a sua sorella e agli amici il nome che lui e sua moglie intendono dare al bambino. Sarà l’inizio di un putiferio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
È positivo che ci sia sempre lo spazio e il desiderio del perdono ma manca, alla fine, uno sguardo che, dopo essere passato dall’autocritica all’autoindulgenza, elevi il racconto su un piano ulteriore. Viene rivelata una relazione scabrosa
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, linguaggio allusivo. La confessione di una relazione scabrosa
Giudizio Artistico 
 
Un film scritto, girato e interpretato molto bene, grazie a un bel ritmo e ai tempi della commedia ottimamente scanditi e a un quintetto di attori davvero eccezionale
Testo Breve:

In questo remake molto ben realizzato di un successo francese, cinque amici che si conoscono da ragazzi si confessano e sembrano  dilaniarsi a vicenda  in un gioco intellettuale per adulti dal respiro un po’ corto

Dopo Benvenuti al sud, La peggior settimana della mia vita, Una famiglia perfetta e Un fidanzato per mia moglie, con Il nome del figlio il cinema italiano continua a percorrere la strada del remake. Si tratta di film non tutti di altissimo livello ma comunque baciati quasi sempre da successo commerciale o di critica. Per ottenere commedie solide, con pochissimi fuoriclasse a tenere altrimenti alto il vessillo, il cinema italiano copia dal compagno di classe più brillante: anche in questo caso, come in Benvenuti al sud, si tratta del cugino transalpino. Niente di male, in mancanza di materiale di prima mano, a prendere un film francese di successo di qualche anno prima (Cena tra amici – titolo originale Le prénom – che Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte avevano scritto e diretto adattando una loro pièce teatrale) cercando di italianizzarlo.

Senza bisogno di entrare nel merito dell’adattamento (le differenze sono molte), diciamo innanzitutto che Il nome del figlio è scritto, girato e interpretato molto bene e risulterà molto divertente per un certo pubblico, grazie a un bel ritmo e ai tempi della commedia ottimamente scanditi. Il merito va soprattutto all’affiatamento di un quintetto di attori davvero eccezionale, su cui spicca un Alessandro Gassman in forma smagliante, e dove una Valeria Golino in surplace e un Rocco Papaleo per una volta misurato fanno da contrappeso ai personaggi più “caricati” interpretati da Luigi Lo Cascio (l’ombroso intellettuale di sinistra) e Micaela Ramazzotti (la burina che si riscatta), definiti sì per cliché ma proprio per questo ottimi come “tiranti” della commedia, nel momento in cui i toni (come da copione) devono diventare esasperati.

Il nome da dare al nascituro, come nell’originale francese, è chiaramente un pretesto: è l’innesco dell’azione che dovrà accendere la miccia dei conflitti sepolti, delle diatribe, delle differenze di carattere e di classe, in una sequela di colpi di scena in cui ognuno ha qualcosa da confessare, da rinfacciare, da rimproverarsi e da farsi perdonare. Lo sfondo è quello della casata Pontecorvo (nome dalle forti risonanze cinematografiche, scelto sicuramente non a caso), storica famiglia romana di ceppo ebraico dove troneggia il ricordo del pater familias Emanuele, un politico di carattere e di grande carisma i cui due rampolli, Betta e Paolo, ne hanno ereditato l’aura che tanto affascina l’intellettuale Sandro. Una famiglia, insomma, che vive del proprio mito in un’Italia senza più punti di riferimento morali e che ha bisogno di rivangare nel passato per riaffermare un’identità culturale e per non soccombere alla straripante volgarità contemporanea (quella della televisione ma anche quella del ciarpame che si vende, in centinaia di migliaia di copie, in libreria).

Nello scambio di accuse e nel gioco a rimpiattino sempre più furibondo tra i personaggi, alla fine, non si salva nessuno ma si salvano tutti. I tanti flashback, che aprono squarci sull’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza dei protagonisti, non aiutano a conoscere i personaggi e le loro relazioni e sembrano inseriti solo per versare sulle ferite (che intuiamo essere profonde ma che non sembrano fare poi così male) il balsamo di una nostalgia un po’ fine a se stessa. Manca, alla fine, uno sguardo che, dopo essere passato dall’autocritica all’autoindulgenza, elevi il racconto su un piano ulteriore. È positivo che in questa famiglia e in questo gruppo di amici ci sia sempre lo spazio e il desiderio del perdono. È indubbio però che lo stesso qualunquismo con cui è caratterizzato il personaggio di Paolo (il piacione che “sa stare al mondo”) contagi anche gli altri caratteri, così che il perdono non passi mai attraverso un giudizio chiaro sui fatti, una presa di coscienza e una vera crescita.

Anche lo sfogo cui dà voce, verso la fine del film, il personaggio di Simona – più giovane degli altri ed estranea al loro mondo cui si è solo accodata – rischia di essere solo una morale posticcia e un po’ banale sul fatto che gli ignoranti possano essere più sinceri, profondi e autentici degli intellettuali che si sentono loro superiori. Posticcia non perché non sia legata al resto del racconto ma perché, dopo aver pareggiato il conto, non getta molte basi da cui ripartire. Ognuno si rivela a se stesso per com’è, nelle proprie miserie e nei propri limiti, ma solo perché, a prezzo di qualche spintone e sgridata, tutto torni come prima. Così di esce da questo film appagati dal punto di vista del divertimento ma con la sensazione di aver partecipato a un gioco intellettuale per adulti dal respiro un po’ corto e con tanti punti interrogativi in testa.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SEI MAI STATA SULLA LUNA?

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/20/2015 - 16:49
Titolo Originale: Sei mai stata sulla luna?
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Paolo Genovese, Gualtiero Rosella, Pietro Calderoni
Produzione: PEPITO PRODUZIONI CON RAI CINEMA
Interpreti: Raoul Bova, Liz Solari, Sabrina Impacciatore, Neri Marcorè, , Giulia Michelini, Sergio Rubini, Emilio Solfrizzi

Guia lavora con soddisfazione in una casa di moda di fama internazionale ma è costretta ad annullare i suoi impegni per andare in paesino della Puglia dove lei, dopo la morte di una sua zia, risulta essere l’unica erede di un antica masseria. Guia spera in una vendita rapida e in un altrettanto rapido ritorno al lavoro ma ci sono alcune complicazioni: bisogna mandar prima via Renzo, il fattore, vedovo con un figlio e anche suo cugino Pino che vive nella fattoria e che soffre di un ritardo mentale. Alla fine Guia è costretta a fermarsi più del previsto, inizia ad apprezzare la vita di campagna e a innamorarsi di Renzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questa commedia romantica propone l’amore come infatuazione effimera, che vive di sogni più che di realtà
Pubblico 
Adolescenti
Varie coppie vivono in regime di convivenza
Giudizio Artistico 
 
Un cast di attori della commedia italiana quasi sprecato, grandi dosi di product displacement, per un racconto leggero che si dimentica appena si esce dalla sala
Testo Breve:

La storia di una donna in carriera che deve calarsi nella realtà agricola di un paesino pugliese è il pretesto per qualche  risata e per effimeri incontri amorosi 

Il periodo di prolungata crisi economica di cui sta soffrendo l’Italia deve essere la causa principale di  questo continuo ritorno di tanti autori Italiani alla solidità e alla tranquilla immobilità della campagna. Se Ficarra e Picone in Andiamo a quel paese, hanno dovuto lasciare Palermo per tornare al loro paese di origine perché hanno perso il lavoro e se Siani, nelle vesti di un tagliatore di teste in Si accettano miracoli,  viene licenziato a sua volta e torna al suo piccolo paese di favola lungo la costa sorrentina, ora è Guia, donna in carriera che raggiunge in Puglia il paese dove ha trascorso la sua giovinezza.. Ancora una volta la contrapposizione città e campagna è marcata: dinamismo, cinismo affaristico nel mondo dell’industria; ritmi tranquilli, cura dei rapporti umani, in in campagna. Guia subisce la metamorfosi che ci si aspetta: impara ad alzarsi al canto del gallo, a raccogliere le uova nel pollaio e a togliere con la pompa il letame dalla stalla, con tante prevedibili situazioni comiche. Questo scontro di culture non viene spinto oltre certi limiti,se non quanto basta per sviluppare degli spunti comici; in realtà uomini e donne che vivono in campagna o in città non hanno comportamenti dissimili quando l’argomento è l’amore, che è il tema dominante del racconto. In questo film all star si sviluppano molte storie parallele di incontri-scontri fra coppie potenziali che, più che alla ricerca di un amore vero e  profondo, si smarriscono nei sogni, si innamorano di un singolo momento magico e irripetibile. E’ l’amore inteso come infatuazione adolescenziale che non matura mai perché non ha nessuna voglia di maturare. Un fuoco intenso ed effimero che ha sempre davanti a sé la prospettiva del tradimento appena appare all’orizzonte qualcosa di più abbagliante. E’ l’amore visto come istinto primordiale e incontrollabile, presente in tante commedie romantiche all’italiana, da quelle di Federico Moccia, a Neri Parenti, a Leonardo Pieraccioni, a Fausto Brizzi.

In questo film il modello per eccellenza è Mara, una ragazza del paese che combina incontri tramite Internet e che si innamora non della persona ma della bella frase romantica che le viene detta. Il fratello Delfo cerca di distoglierla da questi incontri al buio per riportarla alla realtà di un incontro più prosaico (il  suo amico Felice che da anni è innamorato di lei) ma ancora una volta la motivazione è la stessa: Felice, con le sue frasi romantiche, può farla sognare.

Anche Mara, la collega di lavoro di Guia, vive di ciò che non è più: il suo ragazzo è morto per un incidente d’auto ma lei continua a far finta di parlare per telefono con lui, litigando o sospirando dolci frasi.. Neri Marcorè, non molto impegnato nella parte del cugino labile di mente, costituisce il simbolo per eccellenza della prevalenza del sogno sull’essere. Quando dice di voler offrire lui la cena, si limita a simulare i gesti del cucinare.

Solo Guia e Renzo sembrano avviarsi verso una relazione più stabile ma i loro mondi (lei operatrice di moda in carriera, lui uomo di campagna) sono inconciliabili: ancora una volta, anche per loro, la vita è fatta di immaginazione e di incontri fuggitivi.

Il film inizia con un inserto che costituisce una satira bruciante delle gerarchie ecclesiastiche: un certo monsignore studia come spostare i soldi della diocesi in un paradiso fiscale. L’unica soluzione che viene trovata è quella di aprire un’opera Pia alle Bahamas: e far risultare i soldi come donazioni dei pellegrini. L’unico problema è come far diventare le Bahams un centro di pellegrinaggio ma la soluzione è presto trovata: basterà far sgorgare lacrime di sangue da una madonnina..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SI ACCETTANO MIRACOLI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/01/2015 - 22:45
 
Titolo Originale: Si accettano miracoli
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Alessandro Siani
Sceneggiatura: Alessandro Siani, Gianluca Ansanelli, Tito Buffulini
Produzione: RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI, MARCO CHIMENZ PER CATTLEYA CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Serena Autieri, Ana Caterina Morariu

Fulvio è un giovane in carriera, vicecapo del personale di un’azienda del centro direzionale di Napoli, specializzato nel tagliare i “rami secchi”. Quando  viene a sua volta licenziato reagisce violentemente colpendo il suo direttore. Viene quindi affidato per tre mesi in custodia a suo fratello, parroco del loro paese natio sulla costiera amalfitana, con l’impegno di aiutarlo a gestire una casa-famiglia dove sono accuditi sette orfanelli. In paese Fulvio ritrova sua sorella Adele, che ha un rapporto difficile con il marito e conosce Chiara, una ragazza non vedente che si occupa dei ragazzi. La crisi economica pesa anche sulla parrocchia che rischia di dover chiudere la casa-famiglia ma Fulvio ha un’idea: simula un miracolo facendo piangere la statua di S. Tommaso presente nella chiesa in modo da attirare masse di pellegrini…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il parroco di un paese svolge la funzione di guida morale per gli abitanti di un piccolo paese. Non viene definito il modo con cui Adele risolva la sua intricata situazione matrimoniale; forse con un annullamento
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Siani, regista, protagonista e sceneggiatore, sviluppa situazioni di vera comicità ma il racconto tende a disperdersi in un eccesso di citazioni. Poco approfonditi i personaggi di Fulvio e Chiara
Testo Breve:

Un paesino del Sud, raccolto intorno al suo parroco, si riscatta dalla la crisi economica simulando un avvenuto miracolo. Ci sono molte occasioni per ridere  ma i personaggi sono poco approfonditi

Alessandro Siani ,in questo suo secondo lavoro come regista e sceneggiatore dopo Il principe abusivo, conferma le sue scelte: impiega  la sua verve comica non per costruire racconti di acuta satira sociale ma per raccontarci favole semplici che hanno il doppio effetto di procurarci due ore di svago spensierato e consentirci di sognare un mondo come vorremmo che fosse o come lo è stato in passato ed ora non lo è più. Questo paesino affacciato su una stupenda costiera Amalfitana vive tutta intorno alla piazzetta centrale, dove c’è la chiesa, il bar, la bottega del barbiere e del fruttivendolo e dove transitano solo carretti trainati da asini. Tutti si conoscono, ospitali con gli esterni e pronti a battute scherzose fra di loro. Questo microcosmo che vive del poco ma è ricco di rapporti umani non viene posto in contrasto, come accadeva in Benvenuti al Sud, con un Nord consumista e frenetico ma svolge la funzione di ritorno agli affetti familiari (i tre fratelli si rivedono dopo dieci anni) e di contrasto fra i metodi di Fulvio, che persegue l’obiettivo di un rapido risultato anche in modo fraudolento e quelli del parroco-fratello, che cerca soluzioni più durature, possibilmente con la benevolenza divina.

L’aspetto positivo del film è proprio la figura di don Germano (Fabio  De Luigi), personaggio molto meglio costruito rispetto allo stesso Fulvio interpretato da Siani,  perché svolge egregiamente la sua funzione di guida morale della piccola comunità, attento  a riprendere chi sbaglia ma comprensivo delle esigenze di tutti. Ignaro del trucco organizzato dal fratello, non approva il giro di interessi che si è sviluppato intorno al presunto miracolo e chiede a san Tommaso (parla con lui come don Camillo di Guareschi faceva con il crocifisso della sua chiesa) un “segno”  di veridicità.

Ci sono nel film numerose situazioni di autentica  comicità ma ciò che si percepisce è la mancanza di una linea narrativa unitaria che si perde invece nell’abbondanza di riferimenti (l’arrivo delle autorità vaticane nel paese dove ognuno recita una parte prestabilita è una pura replica di quanto accade in Benvenuti al Sud) e in qualche inserto un po’ ruffianesco nei confronti del pubblico, come la presenza di ragazzini dispettosi  o quella di una ragazza non vedente.  

Ciò che manca all’appello è uno sviluppo approfondito della  storia sentimentale fra Fulvio e Chiara. La “conversione” del cinico vicedirettore delle risorse umane,  attratto dal solare semplicità della ragazza è solo intuita attraverso qualche sorriso e un bacio. Chiara (Ana Caterina  Morariu)  appare finta, graziosa bomboletta con un perenne sorriso sulle labbra. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI MALEDETTO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/30/2014 - 16:27
Titolo Originale: Ogni maledetto Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Produzione: LORENZO MIELI E MARIO GIANANI PER WILDSIDE CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Alessandro Cattelan, Marco Giallini, Corrado Guzzanti, Alessandra Mastronardi,Valerio Mastandrea, Laura Morante, Francesco Pannofino, Stefano Fresi

Massimo e Giulia s’incontrano per caso una sera a Roma. Fra loro è subito colpo di fulmine ma si profila un problema: il Natale è vicino e come da tradizione, entrambi debbono festeggiarlo in famiglia. Giulia invita Massimo per la vigilia presso la sua famiglia, in un paese della Tuscia ma l’impatto è devastante: il padre e i fratelli di lei risultano essere poco più che dei cavernicoli e Massimo decide di passare il giorno di Natale presso la maestosa casa dei suoi, ricchi imprenditori del settore alimentare, che raggiungono ogni anno il picco delle vendite proprio in questo periodo. Ma anche nella famiglia di Massimo ci sono non pochi problemi da risolvere

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film dà per scontato che il Natale non ha alcun valore religioso e il riunire tutta la famiglia intorno alla stessa tavola viene mostrata come una forma di pura ipocrisia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Laura Morante. Per il resto la sceneggiatura non riesce ad amalgamare i tanti a solo dei comici presenti.
Testo Breve:

Il Natale è il giorno più spaventoso dell’anno perché bisogna riunirsi con la propria famiglia che non si stima più. Una debole sceneggiatura per una satira disordinata e alla fine poco divertente

Nell’antichità, al 25 dicembre era abbinato il solstizio d’inverno, il giorno più buio dell’anno.  Per questo l’imperatore Aureliano nel 25 dicembre del 273 a.C dedicò un tempio al Sol Invictus, per festeggiare la rinascita del sole. Alla stessa data venne abbinata la nascita di Gesù, a sottolineare l’inizio di un’era luminosa.

Giacomo  Ciarrapico, Mattia  Torre e Luca  Vendruscolo, gli autori di questo Ogni maledetto Natale, hanno voluto al contrario sottolineare solo gli aspetti negativi di questo giorno, non solo per la sua oscurità ma sopratutto per mettere alla berlina  l’allineamento acritico di molti di noi a consuetudini forzate, alla schiavitù degli auguri per tutti, al pranzo con parenti che non si vedono da anni.  Il terzetto si era già fatto notare per il suo stile anarchico e dissacratorio in Boris (sia la trilogia seriale che il film) e ora che la grande festa si avvicina e altri autori stanno per mandare nelle sale allegri film per tutta la famiglia, decidono di sferrare un attacco al Natale che viene definito, fin dalle prime battute, come: “il giorno più spaventoso dell’anno”.

Il pool di attori ingaggiati per questo film è davvero impressionante, il gotha dell’attuale commedia italiana: Marco Giallini, Valerio Mastrandrea, Corrado Guzzanti, Francesco Pannofino, Stefano Fresi, Laura Morante ma diciamo subito che il film fa acqua da tutte le parti.

Lo spunto è molto esile (il confronto fra due famiglie , una burina e l’altra arricchita) e l’intesa fra i due innamorati (Alessandro Cattelan e Alessandra Mastronardi) è particolarmente inconsistente: si vede molto bene che la loro funzione è solo quella di fungere da collante ai due capitoli della trama per lasciar spazio agli sketch imbastiti dagli attori primari.

Qualche gag risulta divertente ma si tratta di tanti a solo anarchici che fanno leva su certe stereotipizzazioni ormai abusate, come prendere in giro i burini della provincia laziale o la  parlata senza la “r” del maggiordomo cinese di Corrado Guzzanti. Ciò che più danneggia il film è però la mancanza di focus, l’incapacità di amalgamare la comicità con una satira di costume ben diretta. L’aver costruito il film all’interno di due famiglie poste agli antipodi sembra quasi una soluzione politically correct per prendersela con tutti e con nessuno.

Per contrasto, Fuga da Natale – 2004 con il comico Tim Allen aveva un obiettivo ben preciso: attaccare lo spirito consumistico che stravolge ormai da tempo questa festività per riscoprirne i  valori più umani: stare tutti insieme e ricordarsi di essere più generosi.

Nella soluzione adottata dai nostri tre autori,la satira, se c’è, è diluita all’interno delle singole battute, impiegata in modo strumentale per cercar di far ridere di più, invece che  costituirne l’asse portante.

 Un applauso senza condizioni va a Laura Morante, che invece di costruire un personaggio sopra le righe, impersona una credibile signora alto-borghese, elegante sensibile, ma un po’ isterica. Un realismo che finisce per costituire l’unica vera satira del film

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PROVETTA D'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/16/2014 - 08:28
Titolo Originale: The Babymakers
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Jay Chandrasekhar
Sceneggiatura: Gerry Swallow, Peter Gaulke
Produzione: JASON BLUM, JAY CHANDRASEKHAR, BRIAN KAVANAUGH-JONES PERDUCK ATTACK FILMS, ALLIANCE FILMS, AUTOMATIK ENTERTAINMENT, IM GLOBAL
Durata: 95
Interpreti: Paul Schneider, Olivia Munn, Wood Harris, Nat Faxon

Tommy a Audrey stanno festeggiando il terzo anniversario del loro matrimonio e riconoscono che è ormai tempo di diventare una famiglia, di avere un bambino. Il figlio non arriva e il dottore ne dà la conferma: è Tommy ad avere problemi di fertilità. La coppia decide di ricorrere alla fecondazione eterologa ma la notizia, invece di restare segreta, si diffonde rapidamente fra i loro amici e molti si rendono disponibili a donare il seme perché hanno sempre desiderato avere un figlio dalla bella Audrey…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film costituisce un attacco secco e lucido alla fecondazione eterologa; peccato che il film cerchi solo di far ridere giocando sulle situazioni imbarazzanti che si vengono a creare
Pubblico 
Sconsigliato
Nudi parziali, accenni a immagini e film pornografici, situazioni scurrili
Giudizio Artistico 
 
Il film non riesce ad andare oltre lo sfruttamento intensivo di situazioni volgari in cui i protagonisti restano coinvolti
Testo Breve:

Tommy a Audrey vorrebbero avere un figlio ma lui ha problemi di sterilità. Il tentativo di ricorrere alla fecondazione eterologa, soluzione lucidamente criticata, diventa il pretesto per situazioni comiche volgari

Poche parole su questo film che sconsigliamo perché con il pretesto di raccontare la storia di una coppia che ha problemi di fertilità, tema in sé particolarmente interessante, ci va giù pesante nel cercare di far ridere sfruttando tutte le situazioni imbarazzanti in cui finisce per incappare chi decide di ricorrere alla fecondazione eterologa.  

Ecco che Tommy si trova nella situazione di dover dare un campione del proprio seme per le necessarie analisi (tema già ripreso con molta ironia dal canadese Starbuck-533 figli e non saperlo e dall’italiano Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ma anche lei diventa oggetto di insolite attenzioni da parte dei loro amici maschi che si offrono per donare il seme, desiderosi di avere un figlio dalla bella Audrey , senza contare chi propone una fecondazione diretta.

E’ un vero peccato che il film scada nello scurrile, perché si affianca agli altri film citati che hanno attaccato senza attenuanti l’assurdità della fecondazione eterologa.

Il racconto mette bene in evidenza l’asimmetria che si viene a creare con questa tecnica fra i due coniugi: uno resta pienamente soddisfatto, riuscendo a diventare madre/padre; l’altro/l’altra si sente messo da parte e coinvolto in uno strano menage a trois . Solo l’adozione costituisce una soluzione pienamente simmetrica.

Altro aspetto positivo del film è l’affermazione che chi dona il seme è il padre a tutti gli effetti del figlio che nascerà: quando Audrey viene a sapere che Tommy, per arrotondare il salario, aveva donato più volte il seme a una banca dello sperma, ne resta grandemente scandalizzata e ai tentativi di Tommy di giustificare il suo operato, Audrey lo pone di fronte alla nuda verità: lui è il padre di tutti quei bambini.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAI COSI' VICINI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/10/2014 - 15:00
Titolo Originale: And So It Goes
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Mark Andrus
Produzione: CASTLE ROCK ENTERTAINMENT, FORESIGHT UNLIMITED
Durata: 94
Interpreti: Michael Douglas, Diane Keaton, Sterling Jerins

Oren Little, agente immobiliare di successo quasi in pensione, è vedovo e da tanti anni non vede suo figlio Kyle, un tossicodipendente segno vivente del suo fallimento come padre. Un giorno Kyle bussa alla sua porta: dovrà scontare nove mesi di prigione e gli chiede di prendersi cura di sua figlia Sarah di 10 anni, che non ha mai conosciuto sua madre. Oren dapprima dice di no ma poi spinto dalla vicina di casa Leah, vedova anche lei, finisce per accettare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un padre riesce ad avvicinare un figlio che considerava perduto. Elogio della natura e rispetto per le sue leggi
Pubblico 
Pre-adolescenti
L’uso di un linguaggio a volte esplicito e le fasi della nascita di un bambino potrebbero impressionare i più piccoli Tecnica
Giudizio Artistico 
 
Michael Douglas e Diane Keaton sono pienamente all’altezza della loro fama e la regia è condotta con mestiere sicuro
Testo Breve:

Due vicini di casa, vedovi entrambi e che non si sopportano a vicenda, si trovano loro malgrado a fare il mestiere di nonni. Buona recitazione e buoni sentimenti

Se i protagonisti  sono Michael  Douglas e Diane  Keaton c’è da aspettarsi un film che affronti problemi tipici della terza età, fatto per un pubblico che si trova nelle stesse condizioni anagrafiche. La situazione in realtà non è così drammatica: Oren lavora ancora con successo come  agente immobiliare e Leah, che ha sempre fatto la cantante assieme a suo marito, continua a intrattenere il pubblico  in un bar di affezionati del sound melodico. I loro problemi non sono tanto fisici e la sceneggiatura evita di fare le solite battute sugli acciacchi dell’età (basterebbe ricordare Space Cowboys-2000) ma in loro pesa il rimorso di ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto e la nostalgia per la/il consorte che non c’è più. 

Oren ha fallito nell’educazione del suo unico figlio e non è riuscito a sottrarlo alla tossicodipendenza; Leah, troppo impegnata a occuparsi della carriera, ha perso l’opportunità di essere madre. L’arrivo della piccola Sarah sconvolge positivamente la traiettoria inerziale delle loro vite: Leah si prende cura di quella simil-nipotina che non ha potuto avere mentre Oren, dapprima riluttante, inizia a occuparsi di lei perché in questo modo riprende a occuparsi del figlio. E’ questo il tema portante del film; come ci si poteva aspettare, si sviluppa anche una storia romantico-sessuale fra i due neo-nonni ma questa,  più che il motore della storia, appare essere l’effetto indotto del loro nuovo modo di essere, dell’essere ormai in pace con il proprio passato.

In questo racconto c’è indubbiamente una prevalenza di buoni sentimenti e ciò è sempre stato molto pericoloso perché finisce per alzare il tasso di zuccheri ma per fortuna ci sono Michael  Douglas che immette una buona dose di cattiveria e qualche battuta riuscita mentre Diane  Keaton, forse da troppi film, si è specializzata nella figura di donna  instabile in cerca di affetto.

Fa piacere notare come il film sia portatore di un altro messaggio implicito ma ugualmente molto chiaro: lo fa parlandoci della metamorfosi del bruco in farfalla, della nascita improvvisa di un bambino, non in ospedale, ma su un divano del salotto mentre Oren si improvvisa ostetrico; nella scena finale dove tre famiglie si godono una giornata festiva con i loro bambini: la natura è una cosa meravigliosa, bisogna solo lasciare che segua il suo corso e  rispettarla senza alterarla.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA NOTTE IN GIALLO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/09/2014 - 19:12
Titolo Originale: Walk of Shame
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Steven Brill
Sceneggiatura: Steven Brill
Produzione: SIDNEY KIMMEL ENTERTAINMENT, FILMDISTRICT, LAKESHORE ENTERTAINMENT
Durata: 95
Interpreti: Elizabeth Banks, James Marsden, Gillian Jacobs, Sarah Wright

Meghan lavora come reporter in una rete televisiva di Los Angeles. Nello stesso giorno tutto il suo mondo crolla: il fidanzato decide di lasciarla e la sua candidatura a giornalista del telegiornale viene scartata. Per consolarla due amiche la portano in un locale notturno facendole indossare un seducente tubino giallo. La mattina dopo una telefonata sveglia Meghan: il posto da giornalista può essere ancora suo se si presenterà negli studi per le 17. La ragazza si accorge subito che la cosa non sarà facile: ha passato la notte, dopo una solenne ubriacatura, con il barista del locale e si accorge di trovarsi senza la macchina (è stata portata via dal carro attrezzi) senza un soldo e senza un documento di identità. Non le resta che avviarsi a piedi in cerca della sua auto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre ragazze disinvolte vanno in un locale per cercare degli uomini con cui trascorrere la notte
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio con continui riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Una regia senza fascino e una sceneggiatura incapace di spunti originali. Una occasione persa per Elizabeth Banks che qui è solo bella
Testo Breve:

Una ragazza attraversa a piedi i pericolosi sobborghi di Los Angeles senza soldi e senza cellulare, indossando solo un miniabito giallo. L’occasione di  realizzare una commedia divertente viene persa per le troppe ovvietà e una visione qualunquista dei pericoli delle grandi metropoli

Non occorre spendere molte parole su questo film, veramente indigesto.

Un provinciale a New York (1970) con Jack Lemmon affrontava una situazione molto simile: una serie incredibile di sfortunate circostanze rendevano la vita difficile a un provinciale che era arrivato a New York per un importante appuntamento. Ora è Meghan (Elizabeth  Banks) che si ritrova senza un soldo e una carta di identità a girare per i sobborghi di Los Angeles con indosso nient’altro che un miniabito color canarino che la fanno scambiare per una prostituta fuori orario. Spiace per Elisabeth Banks che ha avuto finalmente l’opportunità di recitare in un film come protagonista assoluta (dopo aver recitato, con molta ironia, la parte di Effie Trinket nella serie Hungher Games) ma in realtà viene soprattutto impiegata per la sua bellezza (per tutta la durata del film indossa il famoso abitino giallo) e non riesce a esprimere nessun’altro talento, a causa di una regia senza fascino  e una sceneggiatura senza originalità.

Si dovrebbe ridere per questa bionda che si aggira per i quartieri più malfamati di L.A. mentre dei poliziotti la scambiano per prostituta, una guidatrice di autobus per una spacciatrice di droga e di fatto nessuna la aiuta per eccesso di stupidità o per ottusità burocratica. 

Ciò che stride nel racconto è proprio quell’eccesso di sfortuna in cui Meghan incorre e che recide inesorabilmente il patto di credibilità con lo spettatore. La sceneggiatura tradisce inoltre non poco provincialismo nel collezionare tanti luoghi comuni sui pericoli delle grandi metropoli e sull’indifferenza della gente che le abita. 

Non poche incongruenze accrescono la sensazione di sgradevolezza: come mai a Meghan che all’inizio vediamo molto seria e dedita al lavoro, è sufficiente una serata un po’ triste per ubriacarsi e andare a letto con il primo (bel) ragazzo che ha incontrato (a dire il vero anche le sue amiche fanno lo stesso)? Come mai la sua concorrente per il posto di giornalista viene scartata per esser stata fotografata in intimità assieme a un’altra donna? Si tratta di un’insolita visione retrò rispetto ai tempi attuali dove una simile situazione sarebbe stato un motivo di interesse in più per la candidatura.

Un turpiloquio continuo e battute con riferimenti sessuali espliciti completano l’opera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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