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LA PRIMA COSA BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:40
Titolo Originale: LA PRIMA COSA BELLA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: Indiana Production Company, Medusa Film, Motorino Amaranto
Durata: 116''
Interpreti: Valerio Mastrandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Giacomo Bibbiani

Bruno Michelucci è insegnante di liceo ma ha poco interesse per il lavoro: si porta dentro un malessere esistenziale che lo spinge a fuggire da tutti, compresa la donna con cui vive. Lo raggiunge la sorella Valeria: vuole che lui la accompagni a Livorno perché  Anna, la loro madre, ha ormai pochi giorni di vita. Il soggiorno nella città natale è l'occasione per ricordare la loro giovinezza; Anna, troppo bella per non scatenare pettegolezzi, era stata cacciata di casa da suo marito  e da quel momento lei e i suoi figli si erano spostati da una casa all'altra, in funzione delle "amicizie" che la madre aveva incontrato, senza che mai Anna smettesse di circondarli di attenzioni e di affetto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La madre, espressione di un amore esuberante e libero, se è apprezzabile per la cura con cui accudisce i propri figli, non è giustificabile per la sua decisione di partorire un figlio su commissione
Pubblico 
Maggiorenni
Per i riferimenti all'uso di droga, per una scena di incontro amoroso fra adolescenti, per il caso di un figlio concepito su commissione
Giudizio Artistico 
 
Il film conferma la capacità di Paolo Virzì di imprimere vitalità alle sue storie grazie anche alla bravura di tutti gli attori. Qualche eccesso di patetismo nella parte finale.

La mamma è sempre la mamma, sempre affettuosa e mai dimentica dei figli, anche quando si comporta in modo disinvolto nelle sue relazioni amorose.
Potrebbe essere questa la sintesi emotiva del film che ruota interamente intorno alla figura di Anna (interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti e in vecchiaia da Stefania Sandrelli), ma in realtà il simbolo che si coglie in questa figura femminile  è ancora più ampio: sembra rappresentare, con la sua vitalità inesauribile, la sua esuberanza generosa e ingenua quasi la forza vitale di Cibele o di altre antiche divinità che rappresentavano la fecondità della natura. Anche l'episodio finale, il più scabroso, quando Anna accetta di procurare, con la sua gravidanza,  una prole a una coppia sterile, sembra rispecchiare questo simbolo.
Paolo Virzì ribadisce che il film non è autobiografico (anche se pesca inevitabilmente nel suo vissuto giovanile nella città toscana) e in effetti il simbolismo di cui è carico la figura di Anna sembrano tradire la voglia di trasmetterci la sua idea di donna-madre più che un personaggio reale.
Nel  2009 altri due autori, Giuseppe Tornatore con Baaria e Sergio Rubini con L'uomo nero, hanno realizzato  film realmente autobiografici e si vede: i personaggi che rappresentano le loro madri da giovani sono trattati con grande cura ed affetto, tutti i loro gesti sono addolciti dal ricordo e sono tenuti lontani da qualsiasi comportamento che possa minimamente esser considerato  disdicevole.
Inoltre  entrambi gli autori racchiudono in un unico ricordo inscindibile sia la madre che il padre, nel loro relazionarsi fra di loro e con i figli, visti  entrambi responsabili della loro formazione umana.

Nel racconto di Virzì la situazione è più dolorosa: il padre è un carabiniere che mal tollera le attenzioni degli altri verso la bella moglie e quel suo gesto di cacciarla di casa diventa un altro simbolo del film, quello dell'intolleranza e della grettezza di vedute (l'unico momento in cui Virzì  devia verso la satira mordace è quando realizza un contrappunto di sequenze dove si mostrano prima i figli accuditi in modo affettuosamente anarchico dalla madre e poi, nel breve periodo in cui questi restano con il padre, li vediamo costretti a recitare la preghiera prima dei pasti e poi seguire una processione religiosa, simbolo, secondo il regista, di bigotta ipocrisia).

Sarebbe comunque errato valutare il film esclusivamente per i riferimenti simbolici che il regista ci vuole comunicare: Virzì ha  indubbie capacità di portare sullo schermo  personaggi realistici,  coadiuvato in questo da ottimi attori. Possiamo anzi dire che il regista è un degno erede della tradizione della commedia all'italiana proprio per quel suo mescolare personaggi simpaticamente reali, un'ottima sceneggiatura e mordaci rappresentazioni dei costumi della società.

Virzì ha intelligentemente costruito il personaggio del figlio Bruno come contraltare alla solarità  imbarazzante della madre, proprio a sottolineare che certi comportamenti non sono neutri e si riflettono sui propri figli.

Ragazzo sensibile ed introverso, soffre delle attenzioni di cui è oggetto la madre da parte di troppi uomini: ascolta in silenzio i loro  apprezzamenti  espliciti. Cresce taciturno, anaffettivo, sfugge a tutti quegli incontri che potrebbero procurargli sofferenza, è un consumatore occasionale di stupefacenti, come lui stesso si definisce. Solo con la morte della madre, quasi a segnare la fine di un'epoca, sembra che sia giunto per lui il momento di prender le redini della propria vita.
Anche la sorella di Bruno non sembra discostarsi molto dalla linea della madre: finisce per stancarsi di suo marito per accettare le attenzioni del suo datore di lavoro.

Nella scena finale dove tutti si sono riuniti intorno al capezzale della madre morente incluso il figlio partorito su commissione, non si può non constatare il naturale approdo della rappresentazione di Virzì verso la famiglia allargata, logica conseguenza della non volontà dei protagonisti di impegnarsi in legami stabili.  Anche Francesca Comencini con il suo Lo spazio bianco, in modo anche più radicale di Paolo Virzì, aveva esaltato la bellezza assoluta della maternità ma con pari forza aveva affermato la libertà della protagonista di vivere liberamente la propria sessualità senza legami stabili. Morta la famiglia monogamica, sembrano dire questi autori, gli unici legami forti restano quelli di sangue. 

Per fortuna Baaria e L'uomo nero ci hanno raccontato storie diverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CONCERTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:28
 
Titolo Originale: Le concert
Paese: Francia, Italia, Romania
Anno: 2009
Regia: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu e Matthew Robbins
Produzione: Les Productions du Trésor/France 3 Cinéma/Europacorp/Oï Oï Oï Productions/Castel Films/Panache Productions/RTBF
Durata: 119''
Interpreti: Mélanie Lurent, Alekseï Guskov

Andreï Filipov , osannato direttore dell'orchestra Bolshoi di Mosca, viene allontanato in epoca comunista per essersi rifiutato di licenziare i suoi musicisti ebrei. Venticinque anni dopo l'uomo lavora ancora in teatro come custode e aiuta la moglie a movimentare finte manifestazioni d'orgoglio ex-comunista. Un giorno intercetta un invito per il teatro Châtelet di Parigi e decide di riscattarsi dalle umiliazioni con l'inganno, accettando l'ingaggio al posto dell'orchestra ufficiale ed eseguendo il brano interrotto tanti anni prima. Riunisce così i vecchi compagni di concerto e qualche improbabile nuovo ingaggio. Il viaggio a Parigi, reso possibile dalla collaborazione del vecchio direttore del teatro che aveva rovinato Andreï, porterà alla luce una verità che coinvolge non solo il direttore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non è poca cosa oggigiorno trovare la chiave giusta per raccontare con serietà e al contempo positiva speranza dei personaggi così veri, senza il timore di aprirsi ad una prospettiva di rinascita e redenzione non solo immanente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il ritmo del racconto, che alterna alcune scatenate scene di commedia a passaggi più distesi e squarci drammatici, accompagna lo spettatore in un’avventura che coinvolge profondamente e lascia per una volta realmente soddisfatti.

Dopo gli ebrei in fuga di Train de vie e il giovane etiope in cerca di identità di Vai e vivrai, Radu Mihaileanu ci regala un nuovo commovente (ma anche esilarante) gruppo di personaggi nel suo nuovo film, come d’abitudine in delicatissimo equilibrio tra dramma e commedia.

La descrizione della Russia post-sovietica, divisa tra gente che cerca di arrabattarsi (facendo la comparsa ai comizi degli ex-comunisti o alle feste degli oligarchi), nuovi ricchi e burocrati inossidabili, occupa la prima parte della storia, ma cattura lo spettatore soprattutto attraverso lo sguardo appassionato del suo protagonista, l’ex-direttore Andreï, una figura originale nell’unire fragilità e determinazione.

Lo svelamento progressivo del suo passato (che riserva un’ultima, giustissima sorpresa) procede di pari passo con l’avventura di portare la sua orchestra bizzarra e raccogliticcia nella ville lumière, in un susseguirsi di equivoci e situazioni paradossali (le richieste improbabili dei russi, le furbate dei francesi e così via) che tuttavia non fanno mai perdere il filo di un racconto che ha la sua linea più potente nel tentativo di riparare a un’ingiustizia del passato.

Tanto che nel concerto finale (che Mihaileanu riesce a farci gustare per larga parte grazie ad un geniale gioco di montaggio) ognuno si trova a fare i conti con il carico del proprio passato e ne riversa tutto il dramma nella musica, che diventa realmente parte della storia con la sua potenza catartica e rivelatrice.

Il concerto si carica così del peso di un confronto con la storia, diventa luogo dove riannodare i fili di rapporti violentemente spezzati dall’ideologia, ma anche semplicemente occasione per unire personaggi diversi e bizzarri, ma mossi da una solidarietà reciproca capace di superare gli egoismi di ciascuno (e alla fine, nonostante le loro intemperanze, tutti i musicisti saranno sul palco…).

Il ritmo del racconto, che alterna alcune scatenate scene di commedia a passaggi più distesi e squarci drammatici, accompagna lo spettatore in un’avventura che coinvolge profondamente e lascia per una volta realmente soddisfatti.

Non è poca cosa oggigiorno trovare la chiave giusta per raccontare con serietà e al contempo positiva speranza dei personaggi così veri, senza il timore di aprirsi ad una prospettiva di rinascita e redenzione non solo immanente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 26. Marzo 2019 - 15:25


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CHE FINE HANNO FATTO I MORGAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:37
 
Titolo Originale: Did you hear about the Morgans?
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Marc Lawrence
Sceneggiatura: Marc Lawrence
Produzione: Columbia Pictures/Relativity Media/Castle Rock Entertainment/Banter Films
Durata: 103'
Interpreti: Hugh Grant; Sarah Jessica Parker

Meryl e Paul Morgan, agente immobiliare lei, avvocato lui, si sono separati a causa del tradimento di lui e delle di lei frustrate ansie di maternità. Quando per fatalità assistono ad un omicidio e diventano l’obiettivo di un killer ingaggiato da mandante del delitto, vengono presi in carico dal Programma Protezione Testimoni e trasferiti insieme nel Wyoming in attesa di una sistemazione definitiva, questa volta ognuno per conto suo. Ma complice la distanza dall’amata Manhattan, l’ambiente assolutamente estraneo che li porta a solidarizzare, come pure i discreti incoraggiamenti della moglie dello sceriffo che deve proteggerli, i Morgan riescono a chiarirsi e ritrovarsi. Ma c’è un assassino che è sempre sulle loro tracce…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film che si dichiara a favore della famiglia e costruisce un’intera avventura per ricongiungere una coppia separata.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Non mancano i momenti divertenti (dovuti più alla bravura di Hugh Grant che alla recitazione di maniera di Sarah Jessica Parker) ma la storia è meccanica e prevedibile
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MI$$IONARIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:27
Titolo Originale: Le Missionaire
Paese: Francia
Anno: 2009
Regia: Delattre
Sceneggiatura: Philippe Giangreco e Jean-Marie Bigard
Produzione: Luc Besson per Europacorp/TF1 Film Production/Ciby 2000/Canal +/TPS/CNC/Regione de Rhône-Alpes
Durata: 90'
Interpreti: Jean-Marie Bigard, David Straimayster, Thiam Aïssatou

Il coriaceo Mario esce dopo sette anni di galera e si trova ad affrontare le minacce dei suoi ex complici che vogliono la loro parte della refurtiva per cui lui è andato in cella. Mario, però, li prende in contropiede e, grazie all’aiuto di Patrick, suo fratello sacerdote, si nasconde in un paesino tra le montagna dell’Alvernia. Qui, scambiato per il nuovo parroco, Mario applica i suoi metodi non certo ortodossi per risolvere i problemi dei parrocchiani, ma la resa dei conti con i delinquenti che lo cercano è dietro l’angolo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Commedia che si prende gioco di tutti i simboli della religione nella speranza di guadagnarsi i favori di un pubblico “smaliziato”
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune scene sensuali e di violenza, uso di turpiloquio e droga.
Giudizio Artistico 
 
Non basta la presenza indubbiamente carismatica di un commediante come Jean-Marie Bigard per tenere viva l’attenzione in un racconto che perde mordente proprio perché non ha il coraggio di andare a fondo del ribaltamento che ne è il cuore.

Presentata come la nuova commedia francese destinata a ripetere il successo di Giù al nord (con cui condivide almeno in parte la riscoperta della Francia rurale), Il mi$$ionarionon mantiene quanto la sua idea di partenza (lo scambio di “abito” tra due fratelli uno delinquente e l’altro sacerdote) prometteva.

Non basta la presenza indubbiamente carismatica di un commediante come Jean-Marie Bigard (famosissimo in Francia) per tenere viva l’attenzione in un racconto che perde mordente proprio perché non ha il coraggio di andare a fondo del ribaltamento che ne è il cuore.

Le avventure rocambolesche di Mario, che preferisce menare le mani (o dare testate) che fare grandi discorsi, strappano qualche risata nei primi momenti del confronto con il suo nuovo “gregge” di paesani di buon cuore (abitanti della regione del Rhône-Alpes che, grazie ad un’evidentemente efficientissima Film Commission, è tra le più viste al cinema), ma è proprio qui che esce il limite della pellicola di Delattre. Perché nella dinamica di equivoci che coinvolge i fedeli (cui viene propinata una versione rivista e corretta – per non dire sacrilega-  della messa e della confessione) il nostro Mario si adatta anche troppo facilmente ai nuovi compiti e da taciturno e recalcitrante ospite di passaggio si lancia in prediche sempre più invadenti proponendo una sua filosofia di vita (una vaga religione dell’amore che rimuove semplicisticamente differenze e problemi) che alla fine viene avallata persino dal vescovo in visita, mentre la fidanzata magrebina dorme sull’altare e lui fa colazione con particole e vino da messa.

In sostanza il punto è che Mario non ha nulla da imparare dalla sua permanenza fuori città e dunque il suo rapporto con i locali è fin troppo sbilanciato e poco interessante.

Non migliora le cose la linea che riguarda il fratello sacerdote, un idiota anche prima che accetti di prendersi carico degli “affari sporchi” del fratello. In un attimo Patrick, di fronte a una montagna di denaro che gli piove addosso per un equivoco con un criminale da operetta, si lascia condurre da tre ragazze discinte in un gorgo di alcool e droga in cui se non altro non si allude esplicitamente al sesso, ma per il resto nulla ci viene risparmiato.

Non è un caso se nella sequenza finale (con un matrimonio interreligioso tra un musulmano e una ebrea incongruamente celebrato in chiesa) tutte le difficoltà si sciolgono come neve al sole; mancano conflitti profondi che possano sostenere qualcosa di più e la chiusa irenica sulle immagini di un’improbabile missione in Africa gestita dai due fratelli, è solo l’ennesimo sberleffo in una commedia che si prende gioco di tutti i simboli della religione nella speranza di guadagnarsi i favori di un pubblico “smaliziato”, ma fallisce prima di tutto nel tratteggiare personaggi convincenti e tridimensionali capaci di condurre la storia oltre lo spazio di una gag.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MINE VAGANTI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 12:46
Titolo Originale: Ferzan Ozpetek
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Ivan Cotroneo
Produzione: Fandango, Rai Cinema
Durata: 116'
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Lunetta Savino, Ennio Fantastichini, Elena sofia Ricci, Ilaria Occhini

La famiglia Cantone è molto nota a Lecce. E' proprietaria da ormai tre generazioni di un importante pastificio. La nonna vive ormai di ricordi; il padre Vincenzo è pronto a lasciare la gestione dell'azienda ai suoi due figli: Antonio e Tommaso. I  problemi nascono proprio nel momento della decisione: Antonio dichiara ufficialmente di essere omosessuale e viene cacciato di casa; Tommaso che da anni vive a Roma, in realtà non ha mai preso la laurea in economia come aveva detto alla famiglia. Come se non bastasse, anche lui è omosessuale...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista continua anche in questo film a promuovere il suo credo nell' equivalenza fra amori etero ed omosessuali: questi ultimi sono i buoni e gli altri sempre i cattivi. La nonna anziana decide di suicidarsi, evitando di attendere la morte naturale
Pubblico 
Maggiorenni
Un bacio omosessuale ed altre affettuosità; per la maturità necessaria ad analizzare criticamente le tesi dell'autore
Giudizio Artistico 
 
Ottima la gestione degli attori da parte del regista che riesce ancora una volta ad imbastire un efficace racconto corale. Bella fotografia di un Salento solare.

 Il film La finestra di fronte" -2003 dello stesso Ozpetek, si chiudeva con la visione della protagonista Giovanna ormai sola dopo aver deciso di lasciare il suo bel potenziale amante (Raoul Bova) per tornare ai doveri coniugali. Mentre si sofferma a guardare il giardino dove si trova (che nel film ha un particolare significato come luogo di incontri dell'altra coppia clandestina del film, questa volta omosessuale), commenta che bisogna vivere del ricordo e per il ricordo, che a volte finisce per essere più vero della stessa realtà.

Ozpetk ha una chiara vocazione crepuscolare e i suoi protagonisti scivolano spesso in un languido sentimentalismo che vive di sogni più che di realtà non possibili.

Ecco che l'incipit di Le mine vaganti torna al tema a lui caro: vediamo un flash back della nonna di Tommaso giovane, in abito da sposa, che con una pistola vuole chiudere un amore impossibile con il fratello del suo promesso sposo. Lo ricorderà anni dopo lei stessa al nipote: "ho passato con lui tutta la vita. era con me anche quando non c'era. Nella mia testa io dormivo con lui e con lui mi svegliavo la mattina. I pensieri nobili sono quelli che durano per sempre". Nel contesto del discorso i pensieri nobili sono quelli non "contaminati" da un rapporto fisico.

Anche Tommaso, aspirante scrittore, che ha verso il suo compagno accenni di melanconica affettuosità, osserva che "non bisogna aver paura di lasciarsi perché tutto quello che conta non ci lascia mai" mentre suo fratello Antonio, anch'egli gay, ricorda una vita passata separata dal suo compagno per non creare scandalo alla famiglia.

Il tono del racconto è di commedia, spesso con accenti comici ma anche in questo film Ozpetek è fermo nel suo impegno  apologetico nei confronti dell'omosessualità e ancora una volta il suo atteggiamento manca di serenità e obiettività.

L'"avversario" degli omosessuali, qui impersonato da Vincenzo, il padre di Tommaso, è così stupidamente contrario, così assurdo nel negare semplicemente l'esistenza di tale fenomeno, così ciecamente ostile verso suo figlio che sembra proprio che a Ferzan "piace vincere facile".
Si fa fatica a credere che questi due fratelli omosessuali ormai grandi, grossi e padroni del proprio destino, possano essere delle vittime di questa terribile famiglia del Sud, che appare invece alquanto simpatica: la madre è piena di attenzioni, la nonna è molto comprensiva, la zia è un po' strana ma simpatica, il padre non è cattivo ma è solo stato reso stupido.

Non manca il momento ideologico, quando la mamma di Tommaso si avvicina a un amico di lui, dottore e gay anche lui, per chiedergli in confidenza se per caso ci sono speranze che il figlio possa guarire. La risposta è pronta: "non si tratta di una malattia, ma di una caratteristica".

I due atteggiamenti di Ozpetek sono fra loro coerenti: il regista  di fatto nega che l’uomo sia una unità coerente di corpo e anima e assolutizzando la componente sentimentale finisce per rendere equivalenti i due tipi di amori.

Ferzan Otzpetek ha avuto la felice intuizione di ambientare la storia a Lecce, qui resa in tutta la sua bellezza grazie a un'ottima fotografia. La Puglia è la regione decisamente più gettonata per ambientare un antagonismo nei confronti degli omosessuali: agli autori piace giocare di contrasto con la solidità della famiglia tradizionale: lo ha fatto Lino Banfi con Il padre delle spose e più recentemente Checco Zalone con Cado dalle Nubi.

Ferzan è molto bravo nel guidare gli attori, sa rendere bene le grandi tavolate familiari (questa volta non allargate) e dimostra di aver appreso bene la lezione della commedia all'italiana, caratterizzando con poche pennellate i vari personaggi. Ben riuscita è la figura di Alba (Nicole Grimaudo) a cui sa dare un divertente tocco di femminilità con il suo continuo cambiar scarpe (che conserva nel bagagliaio della macchina) in funzione delle situazioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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APPUNTAMENTO CON L'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 11:11
Titolo Originale: Valentine's Day
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Garry Marshall
Sceneggiatura: Katherine Fugate, Abby Kohn, Mark Silverstein
Produzione: New Line Cinema/ Karz Entertainment/ Rice Films
Durata: 117'
Interpreti: Jessica Alba, Jessica Biel, Julia Roberts, Patrick Dempsey, Ashton Kutcher, Bradley Cooper, Eric Dane, Jennifer Gardner, Anne Hathaway, Shirley MacLaine, Taylor Lautner, Jamie Foxx, Queen Latifah

Il giorno di San Valentino a Los Angeles i destini di coppie e single si incrociano: un fiorista chiede alla sua ragazza di sposarlo; la sua migliore amica scopre che il suo fidanzato è in realtà un uomo sposato; un giocatore di football dichiara al mondo di essere gay; la sua addetta stampa è troppo occupata per trovare l’amore; il giovanotto che smista la posta di un grande ufficio si invaghisce di una segretaria che integra lo stipendio con il telefono erotico; una coppia si rinnova i voti dopo cinquant’anni di matrimonio; due sedicenni vogliono fare sesso per la prima volta. E intanto un uomo e una donna sono in volo per Los Angeles, entrambi per ragioni di cuore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il commento un po’ sconsolato sull’anacronismo del proprio modello, da parte dell’unico con un matrimonio longevo, di fronte alla dichiarazione nemmeno un po’ imbarazzata della nipote di aver scelto la data fatidica per fare sesso per la prima volta, è la pietra tombale definitiva per una certa idea dell’amore, evidentemente non più consona alle esigenze del consumismo sentimentale odierno.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di nudo e sensuali, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Film con eccesso di personaggi e di storie, nessuna delle quali approfondita a sufficienza per uscire da cliché già usati in tanti altri film romantici

Film a episodi a tema amoroso e con data di scadenza (come suggerisce il titolo, le storie si svolgono nell’arco di una sola giornata) sul genere di Love Actually (pure qui c’è il bambino malato d’amore), ma privo sia del brio che dell’inventiva di quest’ultimo. La pellicola infila un cast da capogiro (nel profluvio di linee narrative più o meno forzatamente incrociate a nessun attore tocca molto più che un quarto d’ora in scena) che sembra selezionato più che dal regista da un esperto di marketing nel tentativo di coprire ogni possibile target d’età (dall’infanzia, ormai infilata di diritto nel delirio consumistico della ricorrenza, alla terza età) e di genere (non manca l’omosessuale che decide finalmente di essere se stesso) e sfilare qualche dollaro alle coppiette.

Il fatto che la pellicola metta in scena la critica allo sfruttamento commerciale di una ricorrenza fasulla, per bocca del giornalista sportivo costretto a interviste sdolcinate e dell’addetta stampa che “odia San Valentino” perché è sempre sola (indovinate un po’? Finiranno per mettersi insieme) non impedisce che tutta l’operazione risulti assolutamente “organica” a quel medesimo sistema. In effetti, il “prodotto”, condito di un sentimentalismo fasullo e stucchevole, prevede una consumazione a ridosso della fatidica data e la totale sospensione di ogni facoltà critica.

Rispetto a illustri antecedenti del genere “a episodi” qui si paga, eccome, l’eccesso di personaggi e di storie, nessuna delle quali approfondita a sufficienza per uscire dal cliché e conquistarsi l’affetto di chi guarda, se si esclude forse quella di cornice, con il fiorista innamorato che si vede respingere l’anello e la sua migliore amica che non si è accorta che il bel fidanzato conduce una doppia vita. Inutile dirlo, troveranno la consolazione proprio dove avrebbero dovuto sempre cercarla, se avessero visto almeno una delle molte romantic comedy sfornate da Hollywood negli ultimi anni e a cui gli autori qui si ispirano senza troppa originalità.

Sentimento a profusione, quindi, se possibile da consumare fisicamente (anche se poi i ragazzini decideranno che è meglio aspettare), pur di non restare soli, nella camera di un albergo elegante, o improvvisando sotto gli occhi compiacenti di genitori e parenti. Il commento un po’ sconsolato sull’anacronismo del proprio modello, da parte dell’unico con un matrimonio longevo, di fronte alla dichiarazione nemmeno un po’ imbarazzata della nipote di aver scelto la data fatidica per fare sesso per la prima volta, è la pietra tombale definitiva per una certa idea dell’amore, evidentemente non più consona alle esigenze del consumismo sentimentale odierno.

La morale un po’ facilotta della storia (se ami qualcuno lo devi accettare in toto e non solo per quello che ti piace - nel caso specifico anche il secondo lavoro come telefonista hot della tua fidanzata) di fatto implica la rinuncia ad ogni forma di giudizio morale sui comportamenti altrui. Che l’amore tutto comprenda e tutto sopporti è una verità che ci siamo sentiti ricordare da ben altre fonti ma che qui viene ridotta ad un conformismo livellante che alla lunga uccide anche la drammaturgia. Perché, oltre che qualche risata dolceamara e un pugno di intrecci prevedibili, forse da una storia vorremo che fosse capace di lasciarci qualcosa, che magari non durerà cinquant’anni, ma almeno più dei 365 giorni che ci separano dal prossimo appuntamento con l’amore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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E' COMPLICATO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 11:00
Titolo Originale: It's Complicated
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Nancy Meyers
Sceneggiatura: Nancy Meyers
Produzione: Relativity Media, Scott Rudin Productions, Waverly Films
Durata: 118'
Interpreti: Meryl Streep, Alec Baldwin, Steve Martin, John Krasinski

Jane è divorziata ormai da 10 anni e il marito Jake si è risposato con una donna molto più giovane di lui. Gestisce a Santa Barbara una pasticceria di successo, ha accudito i suoi tre figli finché non sono diventati maggiorenni, si è costruita una casa come l'ha sempre desiderata.  Jane sembra aver trovato un suo equilibrio ma proprio quando tutta la famiglia è riunita a New York per festeggiare la laurea del figlio, accade l'imprevisto: il suo ex marito riprende a farle una corte spietata e le chiede di tornare con lui; come se non bastasse l' architetto che le deve ristrutturare la casa, divorziato anche lui, nutre per lei un certo interesse...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Rappresentazione di una società dal divorzio facile, che assegna un valore predominante al sesso e al giudizio dello psichiatra. Solo le nuove generazioni sembrano ritrovare quella purezza originaria che fa loro desiderare una famiglia unita
Pubblico 
Maggiorenni
Uso disinvolto di spinelli. Linguaggio esplicito in termini di sesso
Giudizio Artistico 
 
Sempre brillanti i dialoghi impostati dalla Meyers con qualche sequenza comica ma la storia sembra girare in tondo troppo a lungo

Jane, il suo ex marito Jake, i loro tre figli e il fidanzato della figlia maggiore sono riuniti intorno alla stessa tavola per festeggiare la laurea di uno di loro. La più piccola alza il calice e propone un brindisi: "oggi è stato un giorno fantastico, stare insieme noi 5 originali". Aggiunge un altro figlio:  "è stato bello per un giorno intero essere solo noi".
E' questo forse il punto più toccante del film: i tre ragazzi, ormai grandi in una società, come quella californiana, particolarmente disinvolta nei  divorzi, non hanno mai cessato di sperare in cuor loro di veder ricostituita quella famiglia  dove hanno vissuto da piccoli. Anche nel seguito del film, quando sembra per un momento che i due ex coniugi possano tornare assieme, la presenza dei tre ragazzi, questo piccolo coro di questa  tragedia  contemporanea, sottolinea a questi oscillanti genitori quel che di bello ci poteva essere e  che non c'è stato.

L'autrice Nancy Meyers sembra proprio affezionata ai problemi di cuore di uomini e donne di mezza età, preferibilmente della costa occidentale: il suo precedente Tutto può succedere -2003 con due irresistibili Jack Nicholson e Diane Keaton trattava di uomini maturi che stanno con donne più giovani e di donne che ormai avevano rinunciato all'amore e che se lo ritrovano davanti,  creando in loro più scompiglio che felicità.
E' complicato  è ancora più  autobiografico (la Meyers è separata dal marito che è andato a vivere  con una donna molto più giiovane) e i dialoghi più sentiti sono proprio quelli fra i due ex-coniugi, protesi a ricordare un passato bello ma imperfetto e a cercare di capire se il loro cuore può fare quel rewind che consenta loro di ricominciare dal punto in cui si sono lasciati.

Lo stesso tema  è dtrattato dal nostro Gabriele Muccino con Baciami ancora - 2009: anche in questo caso due ex-coniugi sembrano ritrovare la vecchia fiamma e ondeggiano fra  il lasciarsi e  il ritrovarsi.
Anche se Muccino si occupa della generazione dei quarantenni mentre i protagonisti del film della Meyers hanno almeno dieci anni di più,  ci sono molte somiglianze nel loro comportamento: si tratta di coppie che  non sanno esattamente cosa vogliono, che hanno perso la capacità di interrogarsi in profondità; l'amore ha perso l'aggancio a qualunque aspetto progettuale e di responsabilità (il tema di ridare ai figli una famiglia unita non costituisce un parametro per la decisione) ma è legato all'effimero "mi piace o non mi piace" e come tale soggetto agli umori del momento. E se Muccino risoilve il problema tramite una "forzatura naturale" (la ex-moglie resta incinta) per E' complicato dobbiamo assistere a un a allucinante colloquio dove Jane mette il destino della sua vita sentimentale nelle mani del suo psicanalista

Troppo soli per troppo tempo, si è dissolto in loro il richiamo alla originaria missione  coniugale, quella di fondere due vite l'uno nell'altra e resta la fase contrattualistica di due individui che restano se stessi  cercando solo di individuare la reciproca convenienza a restare assieme.

Se il film ha alcuni momenti divertenti e la Mayer è sempre  brava nel costruire dialoghi brillanti, dopo la prima mezz'ora impiegata per impostare la storia, la trama sembra girare a vuoto, al seguito dell'indecisione dei due protagonisti.

La scelta del cast non è ottimale: Meryl Streep, sempre molto brava, non appare nella parte giusta: la sua età anagrafica non le consente pienamente di recitare le parti di una cinquantenne che attira ancora i complimenti degli uomini. Steve Martin, conosciuto da sempre come comico irresistibile qui fa le parti di un pretendente  chiuso e ingrigito. Solo Alec Baldwin sembra essere nella parte.

Danno infine fastidio alcune scene, che probabilmente risultano normali per l'ambientazione californiana: l'uso di uno spinello da parte di questi attempati amanti, è visto come un momento di divertimento originale e lo stesso atteggiamento di Jane, non è  perfettamente motivato dalla sceneggiatura: in preda ad ardente passione per il suo ex marito, decide di andare a letto con il suo architetto dopo la prima serata  che passano assieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAPPY FAMILY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 13:57
Titolo Originale: dr
Paese: ITALIa
Anno: 2010
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Gabriele Salvatores
Produzione: Colorado Film, Rai Cinema
Durata: 90'
Interpreti: Fabio De Luigi, Diego abbatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris, Valeria Bilello

UN'eestate a Moilano. Filippo e Marta hanno sedici anni e la ferma decisione di sposarsi. Marta dovrà persuadere i suoi genitori, Filippo dovrà convincere la madre ma può contare sulla benedizione del suo secondo marito, Vincenzo. Alla cena che riunisce alla stessa tavola i figli cocciuti e i parenti sballati, finisce anche Ezio, il narratore di questa storia, coinvolto da un incidente in bicicletta e convinto da un colpo di fulmine in ascensore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sembra arrendersi alla realtà della famiglia allargata, anzi questa viene presentata come normale
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Cura sontuosa della scenografia, dei costumi, della fotografia, del commento musicale, tutti gli attori perfettamente nella parte; ma il regista si accontenta di confezionare un prodotto fin troppo garbato ed elegante.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PREMIERE ETOILE La prima stella

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 13:33
 
Titolo Originale: La première étoile
Paese: FRANCIA
Anno: 2009
Regia: Lucien Jean-Baptiste
Sceneggiatura: Lucien Jean-Baptiste e Marie-Castille Mention-Schaar
Produzione: Pierre Kubel e Marie-Castille Mention-Schaar per Vendredi Film/ France 2 Cinema/ Rhône-Alpes Cinéma/ Mars Distribution/ Cinémage 3/La Banque Postale Image/ Cinécinéma/ Canal +
Durata: 90'
Interpreti: Lucien Jean-Baptiste, Firmine Richard, Anne Consigny

Jean-Gabriel Elizabeth, di origini antillane, è sposato con la francese Suzy ed è padre di tre figli. Passa il tempo tra lavoretti saltuari e scommesse fallimentari rifiutando di sistemarsi, mentre sua moglie sgobba per tutta la famiglia. Un giorno, quando la figlioletta gli chiede di portarla in settimana bianca, lui le promette che lo farà. Suzy, esasperata dall’ennesima boutade, si rifiuta di aiutarlo, così Jean-Gabriel  raccoglie un po’ di soldi e parte per la Savoia con i figli e la madre, sperando di sistemare le cose un po’ alla volta….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un inno alla forza dei legami familiari e delle tradizioni. Il padre di famiglia, dalla vita alquanto incasinata, è mosso da autentico affetto verso i suoi familiari e dal desiderio di superare i suoi difetti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un film di buoni sentimenti, piacevolmente anacronistico, magari un po’ frammentario, ma alla cui simpatia e “gentilezza” si fatica a resistere

Questa commedia per famiglie campione di incassi in Francia, che il protagonista (attore comico di una certa notorietà) ha firmato come regista e ha basato sui propri racconti di infanzia, è un inno alla forza dei legami familiari e delle tradizioni attraverso il paradosso quasi da barzelletta di una famiglia di neri sul bianco delle nevi savoiarde.

Il protagonista Jean-Gabriel è un marito deludente (non riesce a tenersi un lavoro e lascia che sia la moglie a sgobbare per portare a casa la pagnotta), un padre deficitario (arriva sistematicamente in ritardo dai figli per colpa delle sue scommesse, e li riempie di promesse che non mantiene mai), un figlio quanto meno carente (non va mai a trovare la madre, si rivolge a lei solo quando ha bisogno). Eppure, sarà la simpatia del suo interprete, sarà l’autentico affetto e desiderio di essere migliore che vediamo nei suoi occhi, fatto sta che non possiamo non volergli bene, come del resto fanno, con tutte le loro obiezioni, i suoi familiari.

Deve essere questa luce che ha spinto Suzy, l’unica non “di colore” della famiglia, a sfidare la sua famiglia (apprendiamo più avanti che non parla da anni con il padre) per stargli accanto.

Ed è questa luce che lo anima quando, spinto dalla sfida che la sua bambina (evidentemente la più ansiosa di integrarsi del gruppo) gli pone con la sua richiesta di una “borghesissima” settimana sulla neve, decide di mettersi all’opera. Le avventure di Jean-Gabriel e famiglia potevano ridursi semplicemente ad una barzelletta (e qualche volta, è vero, il film si perde in gag simpatiche ma un po’ fini a se stesse), ma il regista riesce nell’intento di farne anche lieve, tenero ma umoristico apologo di integrazione, mettendo in scena le diffidenze a partire dagli scontri della coppia che affitta alla famigliola lo chalet di montagna.

Lei, un po’ razzista ma troppo elegante per dirlo, lui aperto all’incontro con i nuovi arrivati, se non altro perché i figli di Jean-Gabriel (e in particolare il piccolo, che si è messo in testa di conquistare la “prima stella” di abilità sugli sci) lo risarciscono dell’assenza dei nipoti sempre troppo lontani.

A fare da collante c’è sempre la mamma di Jean-Gabriel, vitale e religiosissima, pronta a dare una mano (e anche parecchi saggi giudizi), ma non a sostituire il figlio nel difficile ma doloro percorso di presa di coscienza delle sue responsabilità di padre. Sarà solo quella la condizione per riconquistare l’affetto di Suzy.

Nel frattempo tutta la famiglia avrà modo di trovarsi a casa in quell’ambiente apparentemente così in contrasto con loro: il figlio maggiore adolescente attraverso un delicato accenno di love story con una bella francesina, il piccolo nel rapporto con l’anziano padrone di casa e la bambina presentandosi (finalmente fiera dei propri capelli crespi che la fanno così “nera”) ad un concorso di tradizionalissimi canti di montagna.

Il tema dell’integrazione, desiderata, ma anche temuta e vista come una possibile rinuncia alla propria identità, si ritrova in vari momenti del film, tra cui una divertente scena in un negozio di parrucchiere, dove le antillane si recano nel tentativo di “mascherare” la loro capigliatura crespa (proprio come capitava ad una dei protagonisti di Denti bianchi di Zadie Smith).

La première étoileè un film di buoni sentimenti, piacevolmente anacronistico (si parla di euro ma pare di essere indietro di vent’anni, all’epoca della giovinezza dell’autore), magari un po’ frammentario, ma alla cui simpatia e “gentilezza” si fatica a resistere. Uno di quelle storie che i francesi hanno imparato (o ri-imparato) a raccontare e che qualche volta piacerebbe vedere anche nel cinema italiano sempre così a corto di spettatori che non vogliano uscire depressi dalla proiezione.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PICCOLO NICOLAS E I SUOI GENITORI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 13:26
 
Titolo Originale: Le petit Nicolas
Paese: Francia
Anno: 2009
Regia: Laurent Tirard
Sceneggiatura: Laurent Tirard, Grégoire Vigneron, Anne Goscinny, Alain Chabat
Produzione: Fidèlité Films, Imav, Wild Bunch, M6 Films, Mandarin Films, Scope Pictures
Durata: 90'
Interpreti: Maxime Godart, Valérie Lemercier, Kad Merad

Una piccola cittadina francese, inizio anni '60. Nicolas ha 8 anni, è un bambino sereno, vuol bene alla  mamma e al  papà ma anche alla maestra che è molto dolce. Poi un giorno un terribile sospetto: sta per arrivare un fratellino e a giudicare da quanto è accaduto ai suoi compagni, deve essere una esperienza terribile: rischia di venir abbandonato. Medita quindi con i suoi amici di far rapire il bimbo appena sarà nato. Intanto il padre cerca  di mettersi in mostra davanti al suo capoufficio ma inutilmente; per fortuna la moglie ha un'ottima idea: invitare il capoufficio e consorte a una cena. Ma forse l'idea non è così buona come sembra...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta una storia ambientata alla fine degli anni '50 ma pare fuori tempo, come lo è la bellezza di una famiglia unita e la solidarietà con i compagni di scuola
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona ricostruzione di una cittadina francese anni '50 ed ottima caratterizzazione dei compagni di Nicolas, trattati più come personaggi di fumetti che reali

Al piccolo Nicolas viene chiesto dalla maestra di scivere un componimento: cosa voglio fare da grande? Nicolas è in imbarazzo perché non lo sa; sta tanto  bene con i suoi compagni, la maestra molto dolce, con il suo papà e la mamma ("per me la mamma ha sempre desiderato essere una mamma e io non vorrei per nulla al mondo che facesse qualcos'altro").
Conclude  pertanto  che " la mia vita è così bella che non voglio assolutamente che cambi". E' una risposta che ricorda un po' quella  che diede uno scolaretto a Giovanni Paolo I in una delle poche udienze a cui partecipò prima di morire: il papa si immaginava che il ragazzo avrebbe espresso la sua contentezza per venir promosso alle medie, per imparare sempre nuove cose; al contrario  il bimbo era timoroso per i  cambiamenti che sarebbero avvenuti: voleva continuare a stare con i suoi compagni di scuola.

Il film è la sintesi  su pellicola  di Le Petit Nicolas , una serie di racconti illustrati uscito in Francia a partire dal 1959, scritto da Renè Goscinny (sì, proprio l'autore di Asterix) e disegnato da Jean-Jacques Sempé e la grandezza di quest'opera sta proprio nella sua capacità di entrare nella psicologia e vivere nel mondo dei  bambini di 8 - 10 anni.

Si tratta di un microcosmo fatto di pochi elementi: la famiglia, la scuola con gli insegnanti, i bidelli e il preside, i compagni di scuola e gli amici. Un mondo osservato in un tempo remoto,  agli anni 50-inizi anni 60 e bene ha fatto il regista a ricostruire tutto in studio per rendere al meglio  il filtro operato dalla dolcezza dei ricordi di Goscinny.
Fa un certo effetto vedere dei bambini sempre  pettinati a lucido, con i pantaloncini, la giacchetta e la cartella sotto braccio; vengono riuniti  dal bidello nel cortile della scuola ed essi ubbidiscono, perfettamente allineati, prima di entrare in classe;  le strade di questa piccola cittadina francese  sono sempre pulite e i balconi pieni di fiori ; la mamma si prende cura della casa e sta cercando di prendere la patente; l'acquisto del primo televisore;  il piccoli/grandi problemi del papà che fatica ad avere un aumento di stipendio.

Non ha alcun senso contestare queste storie dicendo che si tratta di astrazioni da una realtà che vedeva in quegli anni importanti sconvolgimenti sociali e che la vita  non era rose e fiori per tutti.
Il testo è coerente con l'assunto: vedere il mondo attraverso gli occhi di un bambino di 8 anni. E' innegabile che nella scuola di quel tempo c'era molto più ordine e disciplina e la famiglia era ancora compatta: quella di Nicolas,  così unita e serena,  non era affatto una eccezione.
Volendo trovare un riferimento analogo in Italia in quegli stessi anni, si può citare Giovannino Guareschi, con il suo Corrierino delle  famiglia: un insieme di piccoli racconti molto divertenti di accadimenti familiari.

Sarà molto interessante scoprire se questo film, che è stato visto in Francia da milioni di persone, potrà piacere ai più piccoli: potrebbe non piacere se non riescono a superare i filtro di una ambientazione per loro troppo remota; piacerà se sapranno cogliere tutto ciò che di fuori tempo c'è nella storia:  l'amicizia con i compagni di scuola, il rapporto affettuoso con il papà e la mamma.

In fondo anche Asterix o la scuola di Harry Potter sono fuori del tempo...

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: LA7D
Data Trasmissione: Mercoledì, 16. Novembre 2016 - 21:20


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