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IL TRENO PER IL DARJEELING

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 12:03
 
Titolo Originale: Darjeeling Limited
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola, Jason Schwartzman
Produzione: Wes Anderson, Scott Rudin, Roman Coppola, Lydia Dean Pilcher per American Empirical Pictures
Durata: 91'
Interpreti: Adrien Brody, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Anjelica Houston, Bill Murray

Tre fratelli Whitman, che non si parlano dalla morte del padre avvenuta un anno prima, partono per un improbabile viaggio spirituale in India a bordo del treno del titolo. A causa dei loro litigi e delle loro stranezze, però, vengono messi a terra nel bel mezzo del nulla e da lì inizia un’avventura che, passando attraverso un funerale indiano e la visita al monastero himalaiano dove si è rifugiata la loro madre, li porterà a ritrovare il legame che li unisce.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se le sue famiglie sono sempre un po’ strambe e disfunzionali, Wes Anderson sa coniugare una mano leggera con uno sguardo positivo sulla realtà, tenendosi lontano dal nichilismo allegro di altri autor
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di nudo statica. alcune allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
Di fronte ai film di Anderson si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un mondo reale (anzi iper-reale), ma con un asse leggermente spostato, che nasconde misteri e rivelazioni , dove si ride (molto) ma ci si trova anche a piangere

La nuova avventura del regista americano Wes Anderson presenta ben visibile il marchio di fabbrica delle sue geniali e stralunate opere precedenti (tra cui I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zizou, recensito in Scegliere un film 2005): la presenza di alcuni attori (Bill Murray, Anjelica Houston e Owen Wilson sono tutti degli habitué dei sui film), l’indimenticabile colonna sonora, la comicità stralunata ma gentile, la mescolanza di commedia e tragedia.

Seguendo, ma solo apparentemente, l’onda di una moda new age e orientale che ha investito negli ultimi anni tutta Hollywood, Anderson mette in scena un viaggio spirituale e iniziatico totalmente atipico, a partire dai suoi protagonisti, tre fratelli diversissimi eppure molto simili, che la morte del padre ha messo diversamente in crisi.

Il maggiore, Francis, maniaco della programmazione e del controllo, è reduce da un terribile incidente (forse un inconscio tentativo di suicidio) e vorrebbe ricomporre a modo suo la famiglia divisa dal lutto; il secondo, Peter, deve affrontare una paternità inaspettata e forse non troppo voluta; il terzo, lo scrittore Jack (che compare anche nel divertente corto che al festival di Venezia precedeva il film), non riesce ad accettare l’abbandono da parte della ex e non riesce ad ammettere l’uso vampiristico che fa della realtà per le sue opere letterarie.

In mano ad altri queste figure finirebbero presto per trasformarsi in macchiette troppo assurde per essere vere e le loro vicende improbabili (che comprendono l’acquisto e lo smarrimento in pieno treno di un cobra velenosissimo) in un gioco intellettualistico. La genialità di Wes Anderson sta tutta nel farceli sentire persone reali, come reali sono le loro sofferenze e il loro bisogno di “redenzione”, confusamente espresso da preghiere e rituali, sinceri sia che si tratti di portare collane di fiori ad idoli indù sconosciuti, di farsi un segno di croce, di partecipare ad un funerale indiano o di stringersi le mani con una madre un po’ estrosa fattasi missionaria in cima all’Himalaya.

Di fronte ai film di Anderson si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un mondo reale (anzi iper-reale), ma con un asse leggermente spostato, che nasconde misteri e rivelazioni (anche se non sempre quelle che ci si aspetta), dove si ride (molto) ma ci si trova anche a piangere per le cose giuste. Dove la commozione è autentica perché non nasce da sentimentalismi facili (come lo sono quelli di pellicole superficialmente targate come spirituali), ma da alcuni nuclei tematici autentici ed elementari che l’eterodossia del trattamento stilistico a cui sono sottoposti non rende meno veri.

Se infatti le sue famiglie sono sempre un po’ strambe e disfunzionali,  Wes Anderson sa coniugare una mano leggera con uno sguardo positivo, seppure un po’ sghembo, sulla realtà, tenendosi lontano dal nichilismo allegro di altri autori, e mettendo tanta simpatia per i suoi personaggi che riesce quasi impossibile anche al pubblico non volergli almeno un po’ di bene.

Per sua stessa ammissione Anderson si ispira spesso al suo gruppo di amici, pur con la glossa, continuamente ripetuta da Jack Whitman che “all charachters are fictional”. Forse è proprio l’equilibrio imponderabile tra invenzione e realtà il segreto della felicità creativa di un autore che si trova splendidamente a suo agio nei paesaggi del Rajasthan indiano come sopra e sotto la superficie dell’Oceano e nelle strade di New York.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CERTAMENTE, FORSE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 11:16
Titolo Originale: Definitively, Maybe
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Adam Brooks
Sceneggiatura: Adam Brooks
Produzione: Tim Bevan, Eric Fellner per Working Title Films
Durata: 112'
Interpreti: Ryan Reynolds, Rachel Weisz, Isla Fisher, Elizabeth Banks, Abigail Breslin

Will Hayes, pubblicitario newyorkese di successo sull’orlo del divorzio, viene preso alla sprovvista dalla figlia di dieci anni Maya, che vuole sapere come lui e sua madre si siano conosciuti e innamorati. Will, allora, le racconta la storia del suo arrivo a New York come giovane politico idealista per la campagna presidenziale di Clinton e le tre relazioni sentimentali con le donne più importanti della sua vita: Emily, la sua fidanzatina del college, April, compagna di lavoro brillante e apolitica, e Summer, giornalista brillante e anticonformista. Ma quale delle tre sarà la mamma di Maya? E soprattutto, Will ha ancora una possibilità di essere felice e ritrovare l’amore?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine del film resta un po’ di amaro in bocca di fronte ad un ritratto generazionale che si percepisce sincero, ma non pare in grado di andare oltre un generico richiamo all’autenticità e alla fedeltà a se stessi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche allusione a sfondo sessuale, un paio di scene sensuali.
Giudizio Artistico 
 
La pellicola non è soltanto un gioco di intelligenza , ma anche un tentativo di combinare i toni lievi della commedia sentimentale con una riflessione dolceamara sulle complicazioni dell’amore

Il regista e sceneggiatore Adam Brooks (autore degli ottimi French Kiss  e Wimbledon e del meno riuscito Che pasticcio Bridget Jones) mette il suo protagonista alle prese con tre storie d’amore, ciascuna in qualche modo corrispondente ad uno dei canonici binomi della commedia romanica. Se Emily è la fidanzata lasciata cui però tocca una seconda possibilità, Summer è la donna complicata e “in carriera” con cuore e lavoro in conflitto, mentre April è l’amica complice troppo facilmente scartata come possibile partner. L’abilità dell’autore sta tutta nella sfida, alla figlia di Will, Maya, ma anche allo spettatore, di rendere ugualmente credibile e mantenere in gioco ciascuna delle possibili candidate al ruolo di mamma, rendendo la scoperta finale nello stesso tempo plausibile e sorprendente. Sfida, da questo punto di vista, vinta (anche se, bisogno dirlo, nel finale l’autore imbroglia le carte, finendo per deludere un po’ lo spettatore), pur se nel corso della pellicola ci sono vari indizi che potranno mettere i veri esperiti del genere romantic comedy sulla giusta strada per risolvere il mistero.

La pellicola, comunque, non è soltanto un gioco di intelligenza (e naturalmente lo spettatore deve accettare che si tratti di un gioco tra padre e figlia, dal momento che risulta poco credibile che Maya non sappia nulla del passato dei suoi genitori…), ma anche un tentativo di combinare i toni lievi della commedia sentimentale con una riflessione dolceamara sulle complicazioni dell’amore e del rapporto uomo-donna in un’America in cui la percentuale dei matrimoni che finiscono in divorzio si avvicina al 50%. Un rapporto che solo la mente malata di certi pedagogisti d’oltreoceano potrebbe (come accade qui nella scuola di Maya) pensare di spiegare ad un bambino di dieci anni con una bella lezione di educazione sessuale.

Ed è così che un giovane padre sull’orlo del divorzio  e scontento del suo lavoro (anche se, e questo è certamente la lacuna più grave della pellicola, non ci viene spiegato come si sia giunti a questa situazione umana e professionale) si trova a fare i conti con le domande ingenue ma pressanti di una bambina che non riesce ad accettare la dissoluzione della sua famiglia. La scelta di rileggere il passato attraverso il dialogo padre e figlia, se da un lato fa sì che il racconto diventi molto più che una rievocazione (noi, come Maya, speriamo che questo viaggio nel tempo possa in qualche modo guarire Will e riparare il suo matrimonio), dall’altro permette di rileggerlo con gli occhi ingenui, ma anche terribilmente seri di un bambino (che infatti non si fa mancare giudizi salaci, ma spesso molto azzeccati sul padre e sul suo comportamento sessual-sentimentale). Anche se, più che un’ “educazione sentimentale” da padre a figlia, però, questa lunga confessione finisce per essere una sorta di autoanalisi un po’ troppo assolutoria.

L’idea migliore della pellicola è senza dubbio l’aver legato l’evoluzione di Will al suo rapporto con la politica, e in particolare con le vicende altalenanti di Bill Clinton, della sua presidenza e delle sue imbarazzanti bugie. La fiducia in quello che fu l’“uomo della speranza” per molti giovani democratici agli inizi degli anni Novanta, poi destinato a provocare aspre disillusioni, diventa anche il termometro dell’atteggiamento di Will nei confronti della vita man mano che questa lo mette alla prova.

Anche se non si fa mancare qualche allusione sessuale decisamente poco adatta alle orecchie di una bambina (come l’accenno, per la verità necessario fino ad un certo punto, ad una possibile sbandata lesbica tra Summer ed Emily ai tempi dell’università: per definire l’anticonformismo di quest’ultima sarebbe bastata la relazione con il professore anziano e alcolista), Certamente, forse, ha il merito di affrontare con serietà, anche se con toni lievi, alcune riflessioni non banali sull’amore, e mette in scena un protagonista certamente non perfetto, ma pieno di quella carica positiva che spesso manca a quelli nostrani.

La verità che Adam Brooks ha da dire sull’amore (e sulla vita) purtroppo è tutta contenuta nel titolo della commedia: il mondo è complicato e di certezze, ovviamente, ce ne sono poche. Resta forse un po’ di amaro in bocca di fronte ad un ritratto umano e generazionale che si percepisce sincero, ma non pare in grado di andare oltre un generico richiamo all’autenticità e alla fedeltà a se stessi che al giorno d’oggi sembra essere orami l’unica forma di ideale rimasta in piedi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BIANCO E NERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 10:52
Titolo Originale: BIANCO E NERO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Cristina Comencini
Sceneggiatura: Cristina Comencini, Giulia Calenda, Maddalena Ravagli
Produzione: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz, Giovanni Stabilini per Cattleya con Rai cinema
Durata: 100'
Interpreti: Fabio Volo, Ambra Angiolini, Aissa Maiga, Eriq Ebouaney, Katia Ricciarelli, Anna Bonaiuto

Elena lavora in una associazione che si batte per i diritti dell’Africa, suo marito Carlo è tranquillamente indifferente alle grandi questioni umanitarie. Un giorno però incontra Nadine, splendida senegalese sposata con un attivista africano collega di Elena.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La regista porta avanti una tesi molto precisa, coerente con tutta la sua filmografia: non c’è nessun legame precostituito, nessuna responsabilità verso altre persone, nessun valore positivo che sia paragonabile alla passione, o che giustifichi la rinuncia ad essa.
Pubblico 
Sconsigliato
Scene a contenuto sessuale, linguaggio volgare. Sconsigliato per quanto indicato in termini di valori/disvalori/
Giudizio Artistico 
 
Il film non percorre fino in fondo le provocazioni razziali lanciate ma si arena subito in una palude di contraddizioni e di luoghi comuni

Non è la prima volta che l’etichetta e i fondi del Ministero dei Beni Culturali sponsorizzano un film in cui la tematica etnica si rivela uno specchietto per le allodole. La lezione di Last Minute Marocco, la scorsa stagione, non è bastata: dopo aver nobilitato le allegre fumate di quattro ragazzini in vacanza, quest’anno il logo del Ministero dei Beni Culturali cerca di elevare a commedia sociologica un film che, in fondo, si limita a raccontare un dramma borghese. E cioè, per dirla breve, una banale storia di corna.

Perché è questo che Cristina Comencini mette in scena nel suo Bianco e nero, nonostante le buone intenzioni di partenza, senz’altro radicate nella conoscenza diretta di certi ambienti e dinamiche sociali. Ma infilare la tematica razziale nei dialoghi, nelle situazioni, negli oggetti, ribadirla sempre e ovunque con una schematicità quasi ridicola, non significa sviscerarla davvero, in profondità. Soprattutto se, come inequivocabilmente emerge dalla storia, l’interesse dell’autrice è rivolto ad altro.

Fabio Volo, sempre credibile come “italiano medio”, interpreta Carlo, marito di Elena (una Ambra Angiolini troppo isterica), ragazza di buona famiglia che si lava la coscienza con un lavoro socialmente utile, vivendo di fatto immersa nel classismo dell’alta borghesia romana. Il tran tran di Carlo ed Elena è spezzato dalla frequentazione con una coppia di senegalesi, Nadine e Bertrand, caratterizzata da equilibri opposti: il marito è un convinto attivista pro Africa, la moglie non ne può più di assistere a conferenze e raccolte di fondi (anche perché il problema della fame lei non l’ha mai avuto, provenendo da una famiglia benestante).

L’idea di raccontare il razzismo dei quartieri alti, che si nasconde dietro apparenze liberali ma nasce da borghesissimi sensi di colpa (stile Indovina chi viene a cena), poteva essere originale e anche coraggiosa: l’ambientazione upper class avrebbe reso necessario, se non altro, creare conflitti più sottili di quello – abbastanza ovvio e ad elevato rischio pietismo -  dato dalla differenza di status sociale (bianchi ricchi vs neri poveri). Non solo, infatti, i protagonisti della storia Carlo e Nadine appartengono entrambi alla Roma “bene”, nonostante la differenza di razza: addirittura, il bianco Carlo ha origini sociali più modeste della nera Nadine, nata e cresciuta in contesti privilegiati.

Il film, invece, non percorre fino in fondo le provocazioni lanciate e anzi si arena subito in una palude di contraddizioni e di luoghi comuni, borghesi e limitati proprio come la realtà che vorrebbe criticare.

A poco a poco, il razzismo e il rapporto con la diversità si fanno da parte per lasciare spazio al vero tema. Bastano i pochi passaggi che portano i due protagonisti dall’impacciato primo incontro alla camera da letto per farci capire che Nadine e Carlo potrebbero anche avere la pelle dello stesso colore, ma in fondo la storia cambierebbe poco. Quella “diversità” che fa scattare l’attrazione, infatti, non è il baricentro tematico del film, quanto l’occasione narrativa per introdurre la sua reale, indiscussa protagonista: e cioè la passione, la forza dirompente che scardina i rapporti consolidati e scombina le strade delle persone, aprendole a direzioni non previste.

Come in ogni storia passionale che si rispetti, questo amore improvviso e travolgente si fonda sul fascino del proibito e sull’attrazione fisica, e non tarderà a lasciare dietro di sé molte macerie: quelle dei legami istituzionali, della famiglia, dei figli. La Comencini non bara sulle conseguenze dell’adulterio, mostrandone i tristi dettagli pratici: ad esempio, una madre che deve dare la buonanotte ai suoi bambini per poi sgattaiolare fuori di casa e andare a dormire da un’altra parte, con un macigno nel cuore. E non è solo un problema di cultura patriarcale, visto che a Carlo, cacciato di casa da Elena, tocca la stessa sorte.

Questo comunque non impedisce alla regista di portare avanti una tesi molto precisa, coerente con tutta la sua filmografia (da Il più bel giorno della mia vita a La bestia nel cuore): non c’è nessun legame precostituito, nessuna responsabilità verso altre persone, nessun valore positivo che sia paragonabile alla passione, o  che giustifichi la rinuncia ad essa. E così, anche in una commedia leggera (ben oltre gli intenti, a dire la verità), che non ha bisogno di scomodare temi pesanti come l’incesto, va a finire che tra le righe, sul banco degli imputati è nuovamente chiamata la famiglia, intesa come istituzione sociale quasi sempre colpevole di nascondere, dietro apparenze rassicuranti, un miscuglio di compromessi, ipocrisie, scontentezza. Nel caso specifico di Bianco e nero, la colpa principale della famiglia - scusate se è poco - è di impedire a due persone la realizzazione della propria felicità: di fronte a un’accusa come questa, il colore della pelle finisce per diventare soltanto unpretesto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BE KIND REWIND l'acchiappafilm

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 12:25
 
Titolo Originale: Be kind rewind
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Michel Gondry
Sceneggiatura: Michel Gondry
Produzione: Gorge Bermann e Julie Fong per Partizan
Durata: 105'
Interpreti: Jack Black, Mos Def, Danny Glover, Sigurney Weaver

Jerry (Jack Black), fulminato e paranoide gestore di uno sfasciacarrozze della cittadina in declino di Passaic, New Jersey, ha come unico amico Mike (Mos Def), che vive e lavora nel piccolo noleggio di videocassette del vecchio signor Fletcher (Danny Glover). Mentre sul negozio incombe la chiusura causa demolizione del cadente edificio, Jerry decide di sabotare la locale centrale elettrica e finisce per “magnetizzarsi”; è così che per errore cancella tutti i film della videoteca, proprio mentre Fletcher è lontano e Mike è responsabile di tutto. Nell’improbabile tentativo di nascondere il misfatto, i due cominciano a “rifare” i film del catalogo con i loro poveri mezzi, ottenendo un inaspettato successo tra la gente del quartiere, a poco a poco coinvolta nell’operazione.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista/autore Michel Gondry, torna a raccontarci il potere della fantasia e dell’amicizia/amore, capace, attraverso la magia della creazione artistica di ricostruire i legami spezzati
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Nonostante qualche lentezza e qualche incertezza nella caratterizzazione dei personaggi spettacolo resta godibile per la sua assoluta e sincera volontà ludica, che coinvolge lo spettatore nel suo omaggio al cinema

Michel Gondry, regista/autore un paio d’anni fa del poetico L’arte del sogno, torna a raccontare ciò che gli sta più a cuore, cioè il potere della fantasia e dell’amicizia/amore, capace, attraverso la magia della creazione artistica (opposta alla sterile benché perfetta tecnica) di ricostruire i legami spezzati.

È ciò che accade nella moribonda cittadina di Passaic, borgo cadente del New Jersey che si attribuisce il merito della nascita del jazz nella persona del mitico musicista Fatz , un uomo di spettacolo, ma prima di tutto un uomo felice

È per questo che l’anziano signor Fletcher lo ha indicato a modello al suo protetto Mike, insicuro e un po’ pasticcione (anche se mai quanto il suo amico Jerry, prepotente e paranoico, ma in fondo di buon cuore).

Il mondo che Gondry racconta è quello di una comunità anni ’90 sull’orlo della crisi sotto la spinta delle grandi catene di distribuzione (di audiovisivi, ma naturalmente per traslato di ogni altro genere di prodotto) che tendono a spersonalizzare i rapporti in nome di efficienza e guadagno.

Proprio il contrario dello spirito con cui Fletcher e Mike conducono il loro lavoro, con una cura affettuosa al cliente, considerato uno di famiglia.

Ma lo spirito di quartiere e il desiderio di sentirsi raccontare storie in modo meno standardizzato non sono ancora morti, come dimostra l’inaspettato successo dei “rifacimenti” prodotti da Mike e Jerry (da Ghostbuster a Rush Hour, addirittura Titanic!), che a poco a poco coinvolgono i vicini/clienti prima come utenti e poi come coautori di questa colossale operazione di reinterpretazione.

Forse è discutibile l’assunto per cui il passato può essere sempre reinventato, ma di Gondry resta da apprezzare l’affetto con cui dipinge la piccola umanità del quartiere, il rinascere di uno spirito di comunità che sembrava morto, capace di “sconfiggere” le regole delle major (che distruggono i film maroccati, secondo l’espressione coniata da Mike e Jerry) attraverso la creazione collettiva di un racconto che è la metaforica celebrazione di un mondo e di rapporti più veri, così come della fantasia come veicolo di costruzione dell’identità.

Purtroppo il film paga lo scotto di una costruzione narrativa non proprio convenzionale, con qualche incertezza nella caratterizzazione dei personaggi (in particolare il vecchio Fletcher che cambia idea sul futuro con un po’ troppa rapidità). Nonostante qualche lentezza, però, lo spettacolo resta godibile per la sua assoluta e sincera volontà ludica, che sfida e coinvolge lo spettatore nel suo omaggio al cinema (anche inteso come luogo fisico, pur nel caso di una sala improvvisata) come occasione di comunicazione e socializzazione di cui potrà godere anche lo spettatore.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN AMORE DI TESTIMONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 10:42
Titolo Originale: Made of Honor
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Paul Wieland
Sceneggiatura: Adam Sztykiel, Deborah Kaplan, Harry Elfont
Produzione: Columbia Pictures/Relativity Media/Original Film
Durata: 101'
Interpreti: Patrick Dempsey, Michelle Monaghan, Kevin McKidd, Kathleen Quinlan, Sydney Pollack

Tom è un playboy incallito e di successo, con un bel gruppo di amici maschi, una donna per ogni giorno della settimana e un’unica amica donna, Hannah, con cui ha un patto di assoluta sincerità. Poi un giorno Hannah va in Scozia sei settimane per lavoro; Tom si rende conto di provare per lei qualcosa che si avvicina all’amore e si prepara a rivelarglielo. Il problema è che Hannah torna a New York innamorata e fidanzata con un nobile scozzese che sembra non avere alcun difetto e chiede proprio al suo migliore amico di farle da …damigella d’onore. Tom accetta, ma solo con lo scopo di approfittare delle due settimane che mancano alla cerimonia per sabotare il matrimonio e conquistare Hanna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film con finale positivo (matrimonio) o almeno presunto, anche se rovinato dalle allusioni sessuali più o meno volgari
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, numerose e gratuite allusioni sessuali, alcune anche disturbanti.
Giudizio Artistico 
 
Una storia già vista con esito prevedile , senza l'ironia di Hugh Grant e qualche illusione volgare di troppo

Dieci anni fa ne Il matrimonio del mio migliore amico Julia Roberts aveva stravolto i canoni della commedia romantica mettendo zizzania nel matrimonio dell’amico di sempre di cui si era scoperta innamorata; alla fine si rendeva conto dell’egoismo del suo comportamento e rinunciava alla lotta con un sacrificio che la privava sì dell’ovvio premio dell’amore romantico, ma non le spezzava il cuore rendendola una donna più forte e matura.

Il nuovo film che ha per protagonista Patrick Dempsey (che ha quasi sostituito l’ormai acciaccato Hugh Grant in questi ruoli) riprende questo spunto declinandolo al maschile. Con la (non necessariamente doverosa) conseguenza che al posto di una donna in carriera troviamo un simpatico sciupa femmine che, grazie al reddito garantito da una curiosa invenzione di gioventù (il “collare da caffè”, uno di quei piccoli grandi particolari che rendono così indimenticabili certi film made in Usa), ha il benessere garantito e il tempo per collezionare donne che fatica a riconoscere una dall’altra.

Senza accorgersi, come intuisce qualunque spettatore, che l’amore della sua vita sta proprio accanto a lui ed è la migliore amica, confidente e compagna di risate.

La ragione di tanta miopia, come delle abitudini libertine, parrebbe risiedere nell’esperienza di un padre plurisposato e pluridivorziato, di cui il bel Tom non intende ripercorrere i passi, per cui, anche quando si scopre finalmente innamorato, il massimo che può pensare di offrire è una convivenza senza impegno e senza giuramenti.

Peccato che Hannah, con tutta l’indulgenza per le imprese di letto del suo amico, è comunque cresciuta con il sogno del matrimonio e dell’amore per la vita e naturalmente soccombe di fronte all’incontro con uno scozzese a cavallo che sembra proprio il principe azzurro. A peggiorare le cose la richiesta da parte di Hannah a Tom di farle da “damigella d’onore”, incarico più normalmente (e comprensibilmente) svolto dalle amiche donne e ben più complicato di quanto si potrebbe pensare (come spiega bene questo film ma anche un'altra hit romantica di quest’anno, 27 volte in bianco), anche perché ovviamente genera in tutti quelli che non conoscono Tom una serie di prevedibili equivoci.

Se inizialmente Tom accetta l’impresa nell’intento di lavorare ai fianchi l’amica e far saltare il matrimonio, man mano che le cose procedono e lo sposo si rivela, oltre che ricchissimo e innamorato, davvero un bravo ragazzo, quasi certamente migliore di lui, i dubbi prendono il posto delle certezze.

Di fronte alle titubanze di Tom, vengono messe alla prova, anche con un certo indulgente umorismo, tutte le più ovvie risorse del relativismo sentimentale oggi di moda: dal “se ami qualcuno devi lasciarlo libero”, al “devi essere sincero con te stesso”, alla chicca (dovutamente sghignazzata) “se qualcuno a cui vuoi bene fa un errore e non puoi impicciarti gli dici - sono felice se sei felice -”.

La storia, iniziata in una New York solare e da depliant pubblicitario, è comunque destinata a concludersi sul suolo scozzese, in mezzo a nativi in kilt, nonne dalla parlata incomprensibile e usanze bizzarre (su cui gli autori hanno calcato un po’ la mano), con un finale iper-romantico che l’amore del protagonista per i cani lasciava largamente prevedere.

Peccato che una storia dall’esito prevedibile ma comunque positivo (per lo meno si intuisce che se si strappa una sposa dall’altare non le si può offrire nulla di meno) sia rovinata dalle allusioni sessuali più o meno volgari (alcune delle quali particolarmente gratuite e disturbanti, come l’inquadratura volutamente ambigua di Hannah intenta al restauro delle pudenda di un San Sebastiano) disseminate a piene mani nel corso della storia e che nulla aggiungono alla caratterizzazione dei personaggi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMORE, BUGIE E CALCETTO L’abc della vita moderna

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 13:13
Titolo Originale: " AMORE, BUGIE E CALCETTO L’abc della vita moderna"
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Luca Lucini
Sceneggiatura: Luca Lucini e Fabio Bonifacci
Produzione: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz e Giovanni Stabilini per Cattleya/Warner Bros Italia
Durata: 115'
Interpreti: Claudio Bisio, Angela Finocchiaro, Filippo Nigro, Giuseppe Battiston, Claudia Pandolfi

Le vite di Vittorio (industriale separato), Lele (marito e padre di due figli), Piero (universitario che si ritroverà di fronte alla gravidanza inattesa della fidanzata), Adam (figlio ribelle di Vittorio), Filippo (spregiudicato consulente finanziario), Venezia (operaio condannato alla panchina) e Mina (il diminutivo del personaggio interpretato da Giuseppe Battiston, anche voce narrante del film),  sono molto diverse, ma unite e ritmate da un’unica passione, il calcetto, su cui riversano le energie (e le frustrazioni) di un quotidiano non proprio idilliaco, ognuno secondo il suo carattere

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La commedia di Lucini è un buon tentativo di raccontare situazioni e personaggi che presentano una tensione positiva nei confronti dei valori della famiglia e della vita.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sensuali e a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Dispiace che, al di là di alcune incertezze nell’andamento della narrazione , il film pecchi di una certa superficialità nell’affrontare gli snodi più problematici, preferendo la leggerezza talora un po’ semplicistica delle situazioni a un autentico approfondimento di dilemmi e psicologie
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PRANZO DI FERRAGOSTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:39
 
Titolo Originale: PRANZO DI FERRAGOSTO
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Gianni Di Gregorio
Sceneggiatura: Gianni Di Gregorio
Produzione: Matteo Garrone
Durata: 75'
Interpreti: Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Maria Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza

Gianni, ormai non più giovane, è uno zitellone la cui unica attività è accudire la  madre anziana e bere qualche bicchiere...di vino. I conti di casa non tornano mai ed accetta alquanto riluttante di ospitare, nei giorni cruciali di ferragosto, la madre dell'amministratore del condominio in cambio di un condono sulla sua lista dei debiti. La situazione peggiora quando arrivano a casa non una ma due  vecchiette e come se non bastasse il dottore di famiglia, in cambio di una visita gratuita, gli affida anche sua madre...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore esprime tutto il suo affetto per sua madre anziana ed altre arzille vecchiette
Pubblico 
Pre-adolescenti
I più piccoli si potrebbero facilmente annoiare: sullo schermo due uomini con il vizio di bere qualche bicchierino di tropp
Giudizio Artistico 
 
Il segreto di questo film sta tutto nella verità dell'ambientazione e nella spontaneità dei protagonisti

Delizioso questo piccolo film anche nella durata (poco più di un'ora) realizzato da Gianni Di Gregorio, sceneggiatore e aiuto regista, esordisce con questa opera prima come regista, sceneggiatore ed attore. Il racconto si sviluppa intorno a un semplice pretesto: l'impegno di uno scapolo invecchiato accanto alla madre che si trova a gestire le tipiche emergenze di ferragosto con a casa quattro arzille vecchiette, ma il modo sensibile ed attento con cui l'autore tratta il tema ne fanno un piccolo gioiello di moderna commedia all'italiana.

Per rendere più veritiero il racconto
Di Gregorio non ha scelto attrici professioniste ma signore che interpretano se se stesse e lui stesso, auto selezionatosi come protagonista, non fa che riprodurre sullo schermo i rapporti che ha avuto con una madre dal tratto nobile (impiega spesso vocaboli francesi) e signorile ma alquanto  puntigliosa.

Il segreto di questo film sta nel sapore di verità che si percepisce: gli angoli di una Roma antica con la vineria dietro l'angolo, appartamenti con cucine sgangherate e salotti  che ricordano ricchezze trascorse, una terza età che esprime se stessa, senza sovrastrutture imposte da una sceneggiatura ambiziosa.

I protagonisti alla fine non sono cinque ma due: da una parte un uomo gentile ma pigro, attento ai suoi più piccoli acciacchi il cui unico diversivo è concedersi un po' di vino fresco; dall'altra il blocco delle quattro donne rimaste sole (o meglio in balia dei figli che hanno altre cose a cui pensare) in una età nella quale conta solo la buona cucina, la televisione accesa e un'amabile conversazione con un' amica.

Potrebbe essere troppo poco per un film, troppo azzardato riempire per un'ora e un quarto lo schermo con quei volti di madre ad un'età nella quale i figli smettono di fare fotografie ma alla fine il film, forse un po' lento nella parte centrale, riesce a esprimere quello che Di Gregorio aveva nel cuo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Domenica, 13. Febbraio 2011 - 21:10


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GIU' AL NORD

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:34
 
Titolo Originale: Bienvenue chez les Ch'tis
Paese: Francia
Anno: 2008
Regia: Dany Boon
Sceneggiatura: Dany Boon, Alexandre
Produzione: Pathé Renn Productions, Hirsch, Les productions du Chicon, TF1 Films Productions
Durata: 106
Interpreti: Kad Merad, Dany Boon, Zoé Felix, Lorenzo Ausilia-Foret, Anne Marivin

Philippe è un brav'uomo, ama sua moglie e per soddisfare il suo desiderio di trasferirsi nella richiestissima Costa Azzurra (lui è un funzionario delle Poste) non esita a simulare una infermità. Scoperto, viene mandato per punizione a dirigere un ufficio postale  nel profondo Nord, a Bergues, vicino a Calais. Per un uomo del sud non c'è niente di peggio: freddo tutto l'anno, abitanti rozzi che parlano uno strano dialetto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben risaltato l'amore coniugale anche di fronte a situazioni difficili; la vera amicizia sa prendersi cura anche dei problemi privati dell'altro.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una regia non eccezionale sa però posizionare i momenti di comicità al punto giusto. Bravi e simpatici gli attori

Non so se il regista Dany Bonn conosce  la famosa scena di Totò Peppino e la malafemmina dove Totò e De Filippo arrivano a  Milano impellicciati fino ai piedi e con un colbacco alla russa; certo è che quando la moglie di Philippe, che ha deciso di non accompagnare il marito in questa terribile avventura, lo saluta calzandogli in testa  un copricapo adatto alle temperature siberiane, l'effetto comico è lo stesso. Perfino il vigile che lo ferma per velocità troppo ridotta (non vorrebbe mai arrivare a destinazione...), alla notizia che si sta recando a lavorare al Nord-Pas-De Calais decide di lasciarlo andare, mosso a compassione. In tutta la prima parte del film Dany Boon, regista, sceneggiatore ed attore, gioca a caricare gli stereotipi che la gente del Sud ha verso quelli del Nord, ma poi basta un gesto generoso dei suoi nuovi collaboratori (arredano in una giornata la sua nuova casa fornendogli dei loro mobili poco usati) per far capire a Philippe che si trova fra gente generosa e simpatica. Inizia così una gara di amicizia e solidarietà fra Philippe, che ha una moglie che tende ad abbandonarsi alla  depressione e Antoine, che ama Annabelle ma che ancora non riesce ad affrancarsi da una madre possessiva.
Il film si fa amare, nonostante l'apparente semplicità del racconto, per tanti motivi: si ride e si ride di gusto sopratutto nella seconda parte ma senza alcuna volgarità; fa piacere scoprire che la recente  rinascita in Italia di una comicità  "pulita" come quella di Ale e Franz (Mi fido di te) o Ficarra e Picone (Il 7 e l'8) trovi una sua corrispondenza anche in Francia di origine forse anche più antica (basterebbe ricordare  Francis Veber, regista di La cena dei cretini e  Una top model nel mio letto). Fa anche molto piacere constatare che il pubblico d'oltralpe apprezza questo tipo di comicità: il film è stato il maggior incasso francese di tutti i tempi.
L'autore si era già fatto conoscere in Italia  come attore con il divertente e arguto Il mio migliore amico di Patrice Leconte ed ora ha deciso di sceneggiare e realizzare un film imperniato a prendere in giro la regione dove lui stesso é nato e cresciuto.
Gli affetti familiari sono ben tratteggiati e non banali: Philippe pensa, per trovar pace in famiglia dove sua moglie è perennemente insoddisfatta di dove vive, di mentire continuamente; ma paradossalmente la distanza migliorerà il loro affiatamento ed entrambi alla fine sapranno fare il giusto passo verso l'altro: lei scopre che non può stare lontano dal marito e lui troverà verso di lei toni più intimi e sinceri.

La morale, raccontata con leggerezza e buon umore è molto bella, rivolta  contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi che spesso ci costruiamo nei confronti degli altri; come riprova della falsità di questo approccio  basterebbe riflettere sul fatto che questo film, francese al 100% nello stile e nei modi, ha come regista Dany Boon e come protagonista Kad Merad, entrambi di origine araba (è forse per questo motivo che è stato bandito dal film ogni riferimento cristiano: nella sequenza finale viene celebrato un matrimonio civile .e il campanile che si trova al centro di Begues viene prontamente definito per "uso civile" e non "religioso").

Il film presentava per il doppiaggio, problemi quasi insormontabili: in casi simili, dove il gioco sta tutto nelle diversità delle  pronunce, si era adottata nel passato la soluzione di impiegare dialetti italiani, con effetti spesso ridicoli. La soluzione scelta è forse la migliore possibile: inventarsi un linguaggio che non esiste, in grado di emulare quello del popolo degli ch'tis.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Venerdì, 4. Settembre 2020 - 21:00


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SI PUO' FARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:51
Titolo Originale: "SI PUO' FARE"
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia
Produzione: Rizzoli Film/RTI
Durata: 110'
Interpreti: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Andrea Bosca, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli

Milano, inizio anni ‘80. Nello, sindacalista troppo all’avanguardia, viene spedito a dirigere una cooperativa di malati mentali appena dimessi dai manicomi per effetto della legge Basaglia. Invece di lasciarli a fare inutili lavori assistenziali, Nello decide di trattarli come persone e di insegnar loro un mestiere vero: montare parquet. Gli inizi non sono facili, ma a poco a poco anche i “matti” si appassionano al lavoro e si dimostrano a loro modo geniali. Nello, con l’aiuto di uno psichiatra dalle idee avanzate, continua a dar loro fiducia, anche se il confronto con la realtà per alcuni si rivela troppo drammatico&hellip

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ragazzi malati di mente vengono valorizzati nelle loro capacità e singolarità di uomini e donne, riconosciuti nei loro bisogni e accompagnati verso una possibile indipendenza contro il parere di chi li vorrebbe incatenati a vita all’assistenza e ai farmaci.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune situazioni scabrose (i malati di mente vengono fatti "sfogare" con delle prostitute). Viene evitato però qualsiasi dettaglio
Giudizio Artistico 
 
Anche se l’andamento della storia richiede al pubblico qualche sospensione di incredulità, si è felici di scoprire un esempio di cinema italiano finalmente non deprimente e asfittico. Buona prova di Claudio Bisio
Testo Breve:

Agli inizi degli anni '80 la legge Bisaglia ha abolito i manicomi; il direttore di una cooperativa di malati di mente si preoccupa di valorizzare le loro capacità impegnandoli in valori utili e trattandoli come persone

Bella sorpresa fuori concorso al Festival di Roma, questo film scritto a quattro mani dallo sceneggiatore Bonifacci e dal regista Manfredonia (che qualche anno fa ha diretto un curioso remake, È già ieri, dall’americano Ricomincio da capo) si richiama ad esperienze realmente avvenute in alcune cooperative del Nord Italia, per imbastire una storia di rinascita con tocchi di realtà e toni da fiaba.

Protagonista assoluto è Nello, sindacalista pieno di ideali ma in contrasto con i “compagni”, a causa delle sue idee in tema di lavoro e mercato poco ortodosse per l’epoca.

La legge Basaglia ha chiuso i manicomi e “liberato i matti” ma, come fa notare lo psichiatra Del Vecchio, fondatore della cooperativa convinto che la malattia mentale sia de facto inguaribile, per molti di loro un posto a casa non c’è, perché le famiglia non sono in grado o non vogliono occuparsene, e la malattia mentale non passa per legge.

Ma Nello, coerente con la sua impostazione, si rifiuta di considerare le persone che ha di fronte solo per la malattia, ma le interpella nella loro libertà, prendendo sul serio ogni idea, anche la più strampalata (tra le altre, una cooperativa di sceriffi) per poi mettere in piedi un business concretissimo, quello del montaggio dei parquet. Un’impresa affrontata con serena incoscienza ma non senza mezzi (piccola ma efficace la figura del vecchio maestro d’arte che insegna ai matti il suo mestiere) e che si rivela un affare quando il gusto ossessivo per l’ordine di due schizofrenici trasforma l’emergenza in opera d’arte.

Di qui una trasformazione della vita di tutti i ragazzi coinvolti, valorizzati nelle loro capacità e singolarità di uomini e donne, riconosciuti nei loro bisogni e accompagnati verso una possibile indipendenza contro il parere di chi li vorrebbe incatenati a vita all’assistenza e ai farmaci.

L’unico momento in cui Nello, purtroppo, non prende davvero sul serio i suoi “matti” è quando entra in scena la questione affettiva. La riduzione delle pillole, infatti, risveglia nei maschi istinti sessuali a lungo sopiti e la soluzione frettolosamente (seppur comicamente) trovata è quella di affittare delle prostitute perché permettano ai soci della cooperativa di “sfogare” il loro bisogno. Che poi la cosa venga fatta a spese della comunità europea sotto il nome di “lezioni di affettività” potrà far ridere per un minuto, ma si rivela in tutta la sua drammatica insufficienza (per altro forse non ben percepita come tale dagli autori) quando proprio per scarsa educazione all’affettività uno dei pazienti scambia un bacio dato forse per tenerezza e forse per pietà da una ragazza per l’inizio di un grande amore e, di fronte alla delusione, sceglie la via del suicidio.

Claudio Bisio dà a Nello tutta la sua simpatia e il suo entusiasmo evitando di cadere in cliché e macchiette televisivi (come spesso accade ai comici prestati al grande schermo) con Anita Caprioli, nei panni di una fidanzata, spesso trascurata ma sempre al suo fianco, a fargli bene da spalla, Giorgio Colangeli e Giuseppe Battiston a rappresentare il volto conservatore e quello rivoluzionario della psichiatria, mentre i ruoli dei “matti” sono affidati, intelligentemente, ad attori meno noti che riescono a dare a ciascuno tratti di verità e di personalità non banali.

Certo l’andamento della storia, con prevedibile caduta e necessaria rinascita, richiede al pubblico qualche sospensione di incredulità, che per una volta, però, si è felici di concedere ad un esempio di cinema italiano finalmente non deprimente e asfittico, ma che cerca di far tesoro dell’insegnamento di certo ottimo cinema “commerciale” americano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Canale 5
Data Trasmissione: Giovedì, 9. Giugno 2011 - 21:10


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THE MILLIONAIRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 13:39
Titolo Originale: Slumdog Millionaire
Paese: Gran Bretagna/USA
Anno: 2008
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Simon Beaufoy
Produzione: Celador Films/Film4
Durata: 120'
Interpreti: Dev Patel, Freida Pinto, Irfan Kahn

Jamal, umile “ragazzo del the” in un call center di Mumbai, si presenta come concorrente alla versione indiana di “Chi vuol esser milionario” con la segreta speranza di ritrovare Latika, la fanciulla che ama fin da bambino. Domanda dopo domanda, giunge a sorpresa a concorrere per il montepremi finale. Il conduttore, però, sospetta una frode e lo consegna alla polizia, ma la verità è un’altra: il segreto delle risposte fornite di Jamal è nascosto nelle mille dolorose esperienze del suo passato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia che mescola temi antichi (il destino, la lealtà fraterna, l’amore eterno) e uno sguardo in presa diretta sulla realtà indiana di oggi, ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai patria dei call center di tutto il mondo anglofono
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza e di tortura, sfruttamento minorile, allusioni alla pedofilia
Giudizio Artistico 
 
Il film di Danny Boyle mescola abilmente i meccanismi della favola, i luoghi tipici del romanzo ottocentesco alla Dickens -nella struttura narrativa- e un realismo senza sconti nella rappresentazione dell’India di oggi
Testo Breve:

Una storia a tinte forti ma piena di speranza in un'India ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai patria dei call center di tutto il mondo anglofono

Accolto con grandi entusiasmi negli Stati Uniti (ha vinto il premio del pubblico al Festival di Toronto e ora molti lo danno già in lizza per gli Oscar), il nuovo film di Danny Boyle mescola abilmente i meccanismi della favola, i luoghi tipici del romanzo ottocentesco alla Dickens -nella struttura narrativa- e un realismo senza sconti nella rappresentazione di un’India divisa tra miseria senza limiti e slancio verso la globalizzazione, tra religiosità antica e modernissimo culto dell’immaginario televisivo.

Nato in uno slum miserabile dei molti che circondano Mumbai (nuovo nome “induizzato” di Bombay, in omaggio ad un revival culturale che ha tra le sue espressioni più estremiste anche le recenti stragi di cristiani), reso orfano da uno dei molti raid di fondamentalisti (qui musulmani) che mietono vittime tra gli emarginati sotto gli occhi indifferenti delle autorità, Jamal incontra per caso (ma, come vedremo, in una storia come questa, il caso non esiste) la piccola Latika. Con lei e con il fratello maggiore Salim, finisce nelle grinfie di uno sfruttatore di bambini al cui confronto il Fagin di Oliver Twist (i contatti con questo romanzo, come con altri di Dickens, sono molteplici) era un’anima gentile. Persa nella fuga fortunosa l’amata, Jamal, insieme al fratello, conosce un’adolescenza di imbrogli, furti ed espedienti, ma non perde la speranza di ritrovarla e salvarla e trascina il meno generoso fratello nella ricerca. Quando proprio Salim, deciso a farsi strada nel mondo della criminalità, lo tradisce nel modo più crudele, Jamal si trova infine da solo. La partecipazione al quiz che tiene incollati davanti allo schermo, in nome di un’impossibile sogno di successo e di riscatto, milioni di suoi connazionali, tra cui anche Lakita, divenuta la donna di un potente boss, è l’ultimo mezzo a disposizione per coronare quel sogno d’amore che Jamal sente voluto dal destino.

E la parola destino, centrale nella cultura indiana (poco importa che il protagonista sia probabilmente musulmano), è la chiave per capire il senso di questa storia. Quello che né il cinico conduttore della trasmissione, né, per lo meno all’inizio, il durissimo poliziotto che, in una crudele parodia del quiz, lo interroga (ricorrendo senza troppo problemi alla tortura), possono immaginare (o forse solo accettare) è che quel momento epocale, quello che potrebbe fare di Jamal all’improvviso un uomo ricco, è voluto e costruito dal destino. In ciascuna delle esperienze dolorose del suo passato (come in certe favole, appunto), infatti, si cela la risposta ad una delle domande del quiz e la chiave che potrebbe riportare Jamal alla sua bella.

Danny Boyle (grazie anche al suo sceneggiatore, Simon Beaufoy, che è lo stesso di Full Monty) trova la giusta misura e il giusto ritmo (molti i flashback) per raccontare una storia che mescola temi antichi (il destino, la lealtà fraterna, l’amore eterno) e uno sguardo modernissimo e in presa diretta sulla realtà indiana di oggi, ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai patria dei call center di tutto il mondo anglofono, dove si intuiscono enormi possibilità (legali o meno) di ascesa sociale , ma sopravvive lo scandalo di bambini sfruttali e menomati per rifornire il lucrosissimo mercato dell’accattonaggio.

Boyle ritrova qui lo stesso sguardo diretto e intelligente verso l’infanzia (ma anche, forse, l’apertura ad una dimensione trascendente) che già gli avevamo ammirato in un’altra pellicola forse sottovalutata, Millions, un’altra storia di bambini e denaro.

Anche qui Jamal, da bambino e poi da giovane uomo, conserva, nonostante le brutture e i tradimenti cui va incontro, uno sguardo pure e aperto alla speranza, di chi riconosce che ogni esperienza giunge per qualcosa, di chi si aspetta nonostante tutto che dalla vita gli venga il bene, pure se ogni sguardo sembra dirgli il contrario.

Altro pregio da riconoscere alla pellicola, è l’aver saputo evitare la facile trappola della predica e del senso di colpa (che colpisce spesso l’occidentale esposto alle contraddizioni del terzo mondo, di qualunque continente), pur senza nascondere le contraddizioni in cui si muovono i suoi personaggi. E nel finale, non manca, in omaggio alla tradizione di Bollywood, un trascinante balletto per cui vale la pena godersi anche i titoli di coda.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Mercoledì, 27. Gennaio 2021 - 21:00


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