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LA VITA FACILE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/05/2011 - 00:23
Titolo Originale: LA VITA FACILE
Paese: Italia
Anno: 2011
Regia: Lucio Pellegrini
Sceneggiatura: Stefano Bises, Laura Paolucci, Andrea Salerno
Produzione: PER FANDANGO, MEDUSA FILM
Durata: 102
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Camilla Filippi

Luca lavora come medico in un ospedale d'emergenza in una zona isolata del Kenya ed affronta ormai da anni con coraggio con pochi mezzi e un esiguo staff di infermieri, le tante emergenze della popolazione locale. Mario, suo amico dai tempi dell'università, affermato chirurgo romano, decide di raggiungerlo per trascorrere un po' di tempo con il vecchio amico. Dopo poche settimane li raggiunge anche Ginevra, moglie di Mario. Il suo arrivo risveglia in Luca la passione di un tempo verso la donna e la situazione si complica ulteriormente quando Mario viene informato che dopo la sua partenza gli sono stati notificati due avvisi di garanzia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tre personaggi sono un esempio della frantumazione moderna dell'individuo: sono alternativamente buoni o cinici, in funzione del microcondizionamento del momento, senza alcun riferimento unificante
Pubblico 
Maggiorenni
 Presenza di un turpiloquio pesante e continuo. Breve sequenza di nudità femminile parziale
Giudizio Artistico 
 
Nonostante la bravura del regista, il film deve sviluppare una sceneggiatura complessa che oscilla fra la commedia, il melodramma e il noir
Testo Breve:

Questo film si sposta fra l'Italia e l'Africa, oscilla fra la commedia, il melodramma e il noir intorno a tre personaggi che inseguono ciò che è loro più conveniente, la loro vita più facile, senza alcun riferimento etico.

Sono disponibili le recensioni di Laura Cotta Ramosino e Franco Olearo

Il film di Lucio Pellegrini  è alquanto singolare.
L'incontro in Africa dei due amici che non si vedono da tanto tempo diventa l'occasione per creare situazioni comiche indotte dai disagi che deve superare Mario, un tipico comodone italiano. Il mal d'aereo sui piccoli piper, le notti insonni per le zanzare e gli scarafaggi sono state già viste tante volte al cinema: in questa parte Francesco Savino  gigioneggia molto e ricorda tanto Alberto Sordi in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? -1968 di Ettore Scola.
La prima parte della storia dettaglia i disagi e le difficoltà che comporta l'essere un medico in Africa e sembra che gli autori si stiano accingendo ad  affrontare temi importanti come le responsabilità dell'Occidente verso le povertà del mondo ma il racconto scivola in toni qualunquistici  cercando di fare confronti fra quanto rappresentano e la malasanità italiana  e  scopriamo ben presto che
l'ambientazione del film nel Continente Nero  non è trattata con particolare sensibilità ma funge da semplice sfondo per gli intrigati rapporti fra i tre protagonisti.

Quando in Africa arriva Ginevra che ha amato entrambi gli uomini, si ricostruisce il trio dei tempi universitari e la commedia vira sul melodramma passionale: lo spettatore si prepara ad assistere alla inevitabile, drammatica catarsi  di una situazione senza sbocco.

Nella terza parte del film l'avviso di garanzia che raggiunge Mario, la necessità di andare a recuperare due milioni di euro custoditi in una cassetta di sicurezza in Italia fanno scivolare il racconto decisamente verso il thriller e i riferimenti più prossimi diventano quei film noir dove si gioca di astuzia  fra gli scassinatori di una banca che cercano di  impossessarsi in modo esclusivo di tutto il malloppo.

Le tre anime del racconto, presentate in sequenza come i tre atti di una commedia teatrale, rendono complessa la trama, anche se Pellegrini è bravo a destreggiarsi in questo caleidoscopio di situazioni riuscendo a mantenere sempre desta l'attenzione.

Oltre a un complesso miscuglio di generi, il film presenta una varietà di atteggiamenti, ora cinici ora generosi, che non aiutano a decifrare il carattere dei personaggi.
Mario è attento a curare bene i suoi pazienti (in una situazione di parto drammatica cerca di salvare sia la madre che il bambino, contrariamente a quanto proposto da Luca che dà priorità esclusiva alla salute della madre) ma poi, per   denaro, si invischia in situazioni non lecite; Luca affronta da anni la vita stentata di un ospedale periferico ma ciò non ha accresciuto  il suo spirito di solidarietà verso chi vive nel bisogno: è pronto a rubare dei sacchi di farina da un convento di suore; Ginevra, tenera animalista pronta a commuoversi di fronte alla morte di una mucca, non ha alcuna sensibilità nei confronti  dei problemi dell'ospedale africano. Il film può essere visto come un esempio della frantumazione moderna dell'individuo: si è perso l'impegno progettuale di una personalità unitaria che si costruisce i suoi  riferimenti universali e si compie il bene o il male (non più percepiti come tali) in base ai micro-condizionamenti del momento.

Se in qualche modo si può collegare questo film alla classica commedia all'italiana (è la chiara intenzione del regista) e alla sua vocazione per la critica sociale, questa  non va individuata né nel confronto fra la situazione sanitaria italiana e quella africana, né nell'insorgenza di una nuova tangentopoli, ma proprio nello squallore dei tre personaggi, che vivono dell'opportunismo del momento.

Non possiamo non sottolineare infine l'uso continuo di un pesante turpiloquio, che ormai è stato sdoganato come normale forma espressiva in ogni situazione e in ogni luogo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TRUFFACUORI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/08/2011 - 22:58
Titolo Originale: L'arnacoeur
Paese: Francia
Anno: 2010
Regia: Pascal Chaumeil
Sceneggiatura: Laurent Zeitoun, Jeremy Doner, Yohan Gromb
Produzione: Nicolas Duval-Adassovsky, Laurent Zeitoun e Yann Zenou per Yumé Quad Films/Script Associés/Focus Features/Chaocorp/Cinémage 4/A Plus Image/Banque Populaire Images 10/Orange Cinéma Séries
Durata: 105
Interpreti: Romain Duris, Vanessa Paradis, Julie Ferrier, François Damiens, Andrew Lincoln

Alex Lippi di mestiere fa lo “spacca coppie”, seduttore di professione assoldato da genitori, sorelle, amiche per salvare giovani fanciulle incappate nell’uomo sbagliato da relazioni che le rendono infelici senza che loro se ne rendano conto. Chiamato a sabotare il matrimonio della bella Juliette a solo dieci giorni dalle nozze, Alex si trova davanti alla missione più impegnativa della sua vita, perché in pericolo c’è anche il suo cuore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine, dopo tante finzioni e messe in scena, l'amore, quello non truccato, trionferà
Pubblico 
Adolescenti
turpiloquio, alcune scene sensuali
Giudizio Artistico 
 
Nonostante qualche caduta di stile il film rivitalizza inaspettatamente un genere oggi un po’ in declino come la commedia romantica, merito della sceneggiatura brillante e dell’interprete Romain Duris, mentre Vanessa Paradis gli tiene testa con grazia
Testo Breve:

Il truffacuori altri non è che un giovane che si incarica, a pagamento di rompere i fidanzamenti quando il pretendente non è gradito da parte di qualche potente genitore. Un'altra commedia francese brillante e arguta che si avvantaggia di ottimi attori

I primi tredici fulminanti minuti del film (una specie di “corto” a sé stante) che illustrano il “metodo” di Alex Lippi varrebbero da soli il prezzo del biglietto. Organizzare un incontro fortuito, affascinare una sconosciuta che neppure sa quello che le manca, partire dalle sue passioni e dai bisogni trascurati, farle intravedere orizzonti sconosciuti di sentimenti assoluti (meglio se infelici) riscoprire l’amore di cui è degna (e per ovvio confronto farle notare di cosa si sta accontentando), e poi elegantemente sfilarsi lasciandole l’agio di trarre le dovute conclusioni.

Questo Don Giovanni su ordinazione quando “lavora” si permette al massimo un bacio e intende il suo mestiere non solo come un business ma come una vera e propria missione umanitaria, non molto diversamente dall’ Hitch dell’omonima commedia americana di qualche anno fa.

Le donne, secondo la sua teoria, si dividono in tre gruppi: felici, infelici e coscienti di esserlo, infelici e senza la consapevolezza della loro situazione. È esclusivamente questo gruppo di bisognose di “illuminazione” e di soccorso il target su cui si è specializzato, su segnalazione di amiche, parenti e genitori.

Ovvio che anche qui, come in tutte le professioni “umanitarie” il rischio di sindrome da burn out sia dietro l’angolo e la vita privata ne abbia alla fine a risentire, anche se si tratta di un’impresa di famiglia (sorella e cognato fanno da compari e di volta in volta rivestono il ruolo di comparse nelle elaborate messe in scena che fanno da sfondo alla seduzione a fin di bene).

È con queste premesse che Alex accetta incautamente da un mafioso la sfida di separare la figlia, una bella sommelier, dal suo quasi marito (mancano solo 10 giorni al matrimonio), uomo d’affari impegnato in imprese umanitarie. Il lavoro puzza (sarà poi davvero un rapporto così marcio da doverlo sabotare?) e in più la preda si rifiuta di collaborare e costringe il nostro al super lavoro, tra un falso incarico di body guard e gli straordinari notturni per mettere in scena un’improbabile replica del ballo di Dirty dancing.

Perché la chiave del cuore di una donna si conquista sì con l’astuzia e la pianificazione, ma soprattutto con la disponibilità a mettersi in ridicolo, che è poi il modo più reale per abbassare le difese e offrirsi all’altro per quello che si è, anche quando si crede di fingere. Il riso condiviso, più che la seduzione, è la porta dell’amore e questa volta anche Alex cadrà nella rete e sarà costretto a mettersi in gioco.

Questa pellicola francese, cui pure non manca qualche caduta di stile un po’ farsesca che sembra piacere tanto ai transalpini, rivitalizza inaspettatamente un genere oggi un po’ in declino come la commedia romantica, divisa tra remake poco convinti e riscritture confuse della mappa dei sentimenti. Merito anche dell’interprete Romain Duris, in genere più conosciuto per i suoi ruoli drammatici, che qui, invece, pare divertirsi un mondo nel ruolo del seduttore prezzolato vittima dei suoi stessi intrighi, mentre Vanessa Paradis gli tiene testa con grazia nei panni dell’incontentabile ereditiera con la passione per i balli anni Ottanta.

La storia scivola via leggera ma non inconsistente verso l’inevitabile lieto fine mettendo in mezzo anche gangster  stranieri in vena di pestaggi, amiche ninfomani, finti elettricisti polacchi, con un effetto di stralunato accumulo che però non arriva mai all’eccesso.

Vista la propensione femminile a impicciarsi degli affari altrui (meglio se delle amiche) con la scusa di voler far del bene, non ci sarebbe da stupirsi se l’arnacoeur (impossibile rendere il gioco di parole dell’originale) avesse fortuna anche qui. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FEMMINE CONTRO MASCHI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/05/2011 - 11:15
 
Titolo Originale: FEMMINE CONTRO MASCHI
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Massimiliano Bruno, Pulsatilla
Produzione: FULVIO E FEDERICA LUCISANO PER ITALIAN INTERNATIONAL FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Durata: 96
Interpreti: Claudio Bisio, Nancy Brilli, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Francesca Inaudi, Luciana Littizzetto, Emilio Solfrizzi, Serena Autieri, Wilma De Angelis

Rocco e Michele sono due patiti dei Beatles e periodicamente si esercitano con la loro band. Peccato che la moglie di Michele e la fidanzata di Rocco non gradiscono affatto e vorrebbero avere a che fare con uomini più maturi e responsabili. Anche Anna, dottoressa, che ha sposato Piero, un benzianio patito del calcio, non è per niente soddisfatta del loro rapporto ma l'occasione del cambiamento arriva inaspettata : Piero ha perso la memoria e così lei sarà in grado di plasmarlo a suo piacimento.
Marcello e Paola hanno due figli ma sono ormai separati: grande è la loro sorpresa quando la mamma di lui, prossima a morire, chiede di passare gli ultimi mesi di vita a casa loro: per farla contenta sono costretti a tornare tutti sotto lo stesso tetto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli uomini sono troppo appassionati di calcio o al proprio lavoro, sono spesso infedeli, ma alla fine si riesce ancora a salvare il matrimonio, dopo un coraggioso riconoscimento dei propri difetti da parte di lui e di lei
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di situazioni di infedeltà matrimoniale e qualche turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Film di discreta professionalità con attori nella parte (tranne la Litizzetto). Ottima performance di Ficarra e Picone
Testo Breve:

Dopo il deludente e prevedibile Maschi contro Femmine, questo Femmine contro maschi ci regala, come gradita sorpresa, la comicità sempre pulita di Ficarra e Picone e dovendo parlare di amore e famiglia, finisce per trasmettere messaggi positivi a favore della stabilità familiare

La mente forse un po' perversa di Fausto Brizzi ha concepito questi due film gemelli (il primo, Maschi contro femmine è già uscito nel 2010) alla ricerca quasi disperata di un po' di originalità nell'eterno rapporto uomo-donna ma anche con un occhio alle economie di scala che hanno consigliato di mettere in commercio due film realizzati in un unico evento produttivo.

Nel primo episodio la comicità si poggiava sui più scontati giochi al doppio senso (per i quali  Luciana  Littizzetto  ha un ben triste primato ) e  su situazioni forzatamente pruriginose (due maschi innamorati della stessa donna  con tendenze lescbiche, il tutto in un campeggio di nudisti).

Si è arrivati così all'uscita del secondo episodio altamente prevenuti ma per fortuna le rigorose geometrie orchestate dal regista e dai produttori non hanno tenuto conto di un fattore imponderabile: la presenza della coppia Ficarra- Picone.
I due comici sicilani, ai quali è assegnato uno dei tre episodi, finiscono per dare il tono a tutto il film e questo ne ha risento in modo positivo. La loro comicità è innanzitutto pulita e non hanno bisogno di ricorrere a volgarità o ai doppi sensi; anche loro si divertono a giocare ai rapporti con il gentil sesso (per entrambi l'accusa è di non esser mai cresciuti da parte delle loro donne, più realiste e concrete) ma è nei loro duetti ,dove in parte non si sopportano e in parte finiscono sempre per aiutarsi l'un l'altro  che danno il meglio di se. La figura di Ficarra ha una valenza in più: accusato dalla fidanzata di essere l'eterno adolescente, mostra in realtà (di mestiere fa il bidello) un modo simpaticissimo di intendersi con i ragazzi, di raccogliere le loro confidenze  ma anche di litigare con loro per conquistarsi la figurina più rara.

In una sequenza memorabile i due comici si cimentano nell'aiutare un bambino a scrivere una lettera, una dichiarazione d'amore alla sua fidanzatina: un cameo forse fuori sceneggiatura ma un bell'esempio di comicità arguta e surreale.

L'episodio che ha come protagonisti Nancy Brilli, Claudio Bisio e Wilma de Angelis che si appoggia  sull'epediente del far apparire alla madre  una realtà che non è più vera (ricorda il molto meglio riuscito Good Bye Lenin) viaggia sui binari tranquilli  di qualcosa che assomiglia a un apologo morale. Il ritrovarsi nella stessa casa, l'assaporare il piacere di una serata insieme con la nonna ed i ragazzi finisce per svuotare di significato il rapporto che lei aveva  con il suo amante.

La critica tradizionale sarà sicuramente contraria a questo film per i suoi due pesanti difetti: è buonista in termini di etica familiare e, forse ancora peggio, i messaggi vengono dichiarati, non sono impliciti nel racconto. In effetti anche noi preferiamo che in un film i messaggi vengano espressi con linguaggio cinematografico (la scena in cui Paola Cortellesi fa la ramanzina a Claudio Bisio chiedendogli quante volte al mese telefona alla mamma è in effetti poco digeribile) ma tant'è, ci sono molti buoni propositi nel film ed è quello che conta.

L'episodio con la Litizzetto e Solfizi ha la fragilità dello stesso espediente su cui si poggia (lui ha perso la memoria e lei lo induce a diventare quello che lei ha sempre voluto); le conclusioni sono positive ma risente della scarsa propensione alla recitazione della Litizzetto che perde completamente la sua verve appena le viene tolta l'arma della cattiveria verbale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALUNQUEMENTE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/22/2011 - 23:08
Titolo Originale: QUALUNQUEMENTE
Paese: ITALIA
Anno: 2010
Regia: Giulio  Manfredonia
Sceneggiatura: Antonio  Albanese, Piero Guerrera, Giulio Manfredonia
Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 96
Interpreti: Antonio  Albanese, Sergio  Rubini, Lorenza  Indovina, Nicola  Rignanese

Cetto La Qualunque torna nel suo paese in Calabria dopo 4 anni di latitanza in Brasile. La 'Ndrangeta locale lo ha scelto come l'uomo che dovrà candidarsi alle prossime elezioni comunali per contrastare Giovanni De Santis che rischia di riportare la legalità in paese. Tornato dalla moglie Carmen e il figlio Melo con una nuova moglie e una figlia di cui non ricorda mai il nome, inizia la campagna a modo suo, promettendo tanto "pilu" e tanta "sana" illegalità. Ma i suoi sforzi non bastano e occorre chiamare Jerry un esperto che sa come si vincono le elezioni..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista è un maratoneta della volgarità, del cattivo gusto e dell'ostilità a tutto ciò che è legge dello Stato: una tragedia del malcostume che si spera abbia un effetto catartico sullo spettatore
Pubblico 
Maggiorenni
 Frequenti immagini di donne a seno nudo. Turpiloquio in molte conversazioni e discorsi
Giudizio Artistico 
 
l film si sostiene tutto grazie alla maschera Cetto costruita da Antonio Albanese ma la sceneggiatura è modesta e si limita a dare spazio alle acide battute del protagonista
Testo Breve:

Antonio Albanese ha realizzzato con la maschera di Cetto La Qualunque, un politicante corruttore e gaudente, una impietosa fotografia dell'Italia di oggi dove non si sa se è meglio ridere o piangere

 

Antonio Albanese aveva concepito la maschera del politico Cetto già nel 2003 e lo ha riproposto in questi anni sia in TV ("non c'è problema, "Che tempo fa") che in teatro. La sceneggiatura era pronta, a quanto pare, già 3 anni fa ma solo ora il film è diventato realtà con la regia di Giulio Manfredonia, che si è già fatto notare con l'interessante Si può fare.

Far uscire un film del genere in questo momento fa invertire la polarità del  suo significato: se al momento della scrittura poteva diventare una satira del dove "stiamo andando" ora acquista il valore retrospettivo del "da dove siamo venuti".

Non ha molto senso domandarsi se il film stia prendendo di mira un preciso uomo politico o no, perché Albanese con questo film fa una vera summa, a dire il vero senza pietà per lo spettatore, di tutti i possibili cattivi comportamenti che gli italiani possono assumere, sia privati che pubblici. C'è comunque nel film la propensione a fustigare più un certo tipo di amministratore locale che puntare direttamente a satireggiare i politicanti nazionali.

La genialità della maschera di Cetto sta proprio nell'inanellare una serie infinita di cattivi comportamenti senza però  presentarsi con il volto cinico e duro di un mafioso alla Francis Ford Coppola, quasi una autocoscienza della propria cattiveria, ma con il volto gioioso ed entusiasta di chi ha fatto una scelta dei piaceri della  vita da perseguire  (sesso, denaro e potere personale), ritiene questa una filosofia  valida per tutti e non si limita ad accaparrarli per se ma li propone anche agli altri osteggiando tutte le sovrastrutture che intralciano (lo Stato, la Chiesa) il suo cammino. Il tutto espresso in modo che non appare affatto surreale o sopra le righe, ma tremendamente credibile.

E' un qualunquismo  che fa pendant con quanto viene espresso da Checco Zalone in "Che bella giornata", ovviamente con il distinguo che Checco propone un qualunquismo "buono" basato sugli affetti familiari e l'amore uomo-donna, ma entrambi accomunati nell'osteggiare forme di impegno civile e sociale che superano la loro sfera privata.

La differenza fondamentale è che il film di Antonio Albanese ha tutte le caratteristiche di un'opera di denuncia:  Checco Zalone sembra invece crederci sul serio: dobbiamo aspettare i suoi prossimi lavori per averne la controprova.

Antonio Albanese vuole provocare lo spettatore con una volgarità a 360 gradi, che non investe solo le parole e i l cattivo gusto dei comportamenti, ma anche la cafonaggine dei vestiti e la fotografia dai colori chiassosi.

Cetto ovviamente non ha mai pagato le tasse ("Le tasse sono come una droga: se le paghi una volta anche sola per provare finisce che ti prende la voglia"),  quando nel ristorante da lui gestito un cliente chiede la ricevuta fiscale, tutto il locale si blocca mentre un brivido scorre lungo la schiena di tutti in una delle scene più spassose del film. E' anche molto premuroso con suo figlio:  gli sconsiglia di non mettersi il casco quando va in motorino ("io ho un nome da difendere").

Quando Cetto entra in politica si trattiene dall'ammazzare l'antagonista solo perché gli viene suggerito che è inutile creare martiri; in un dibattito televisivo si procura di comprarsi i favori del mediatore e  ad ogni buon conto, con la complicità di un parente che presidia un seggio elettorale, mette a segno un risolutivo imbroglio elettorale.
Una volta eletto sindaco, si procura di piazzare tutti i suoi parenti e sceglie le donne assessore in base al fisico.
In privato si è organizzato la vita con due mogli ("stando tanto tempo lontano da casa ho sentito nostalgia della famiglia: per questo me ne sono fatto un'altra") e si occupa della educazione del figlio: quando Melo finisce in carcere al suo posto perché il ristorante è intestato a lui, Cetto consola la moglie: "il carcere è formativo, è una specie di università".

Complessivamente quindi è un film molto amaro, violento per il modo con cui riversa  sullo spettatore i malcostumi  del protagonista: si ride a tratti ma si ride con sofferenza. Occorre dire però che il racconto non confonde mai il bene con il male: i buoni ci sono (il candidato De Santis, il capitano di polizia) ma restano stritolati dall'irruenza instancabile di Cetto.

Purtroppo la sceneggiatura del film è modesta; Cetto è il protagonista assoluto e una volta che ha accettato di candidarsi al sindaco dobbiamo assistere a una lunga serie di suoi discorsi sempre uguali; i coprotagonisti  secondari hanno poca rilevanza e il personaggio di Jerry (Sergio Rubini) più che arricchire il film appare fuori posto.

Dispiace sopratutto per le figure femminili. Sono tutte come Cetto le vuole: procaci, spogliate, stupide e sottomesse: non è stata inserita nella storia nessuna donna in grado di provocare un utile contrasto.

Nonostante questi difetti, se il film serve a scuotere un po' lo spettatore dal torpore etico in cui giace da tempo il Nostro Paese, sia il benvenuto.

  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VI PRESENTO I NOSTRI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/22/2011 - 12:13
Titolo Originale: Little Fockers
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Paul Weitz
Sceneggiatura: John Hamburg, Larry Stuckey
Produzione: ROBERT DE NIRO, JAY ROACH, JANE ROSENTHAL E JOHN HAMBURG PER DREAMWORKS SKG, EVERYMAN PICTURES, TRIBECA PRODUCTIONS, UNIVERSAL PICTURES
Durata: 98
Interpreti: Robert De Niro, Ben Stiller, Owen Wilson, Teri Polo, Jessica Alba, Dustin Hoffman,Barbra Streisand

Jack Byrnes, ormai nonno e soggetto ad attacchi di cuore, decide che è ormai tempo di nominare il nuovo capo-clan: la sua preferenza va a Greg ma prima deve capire se ha la stoffa per diventare un vero "padrino". Jack decide quindi di controllare (anche con pedinamenti) le prossime mosse del genero. Per quest'ultimo la vita si complica ulteriormente perché è tornato Kevin, il vecchio spasimante di sua moglie Pamela e Andi Garcia, la promotrice di prodotti farmaceuti che vuole convincerlo a parlare ad un convegno di medici è davvero bella..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film presenta chiari messaggi a favore della bellezza di una famiglia unita ed affiatata. Peccato che si continui, come era già accaduto negli altri film della serie, a cercar di far ridere tramite allusioni volgari
Pubblico 
Pre-adolescenti
Presenza di una comicità spesso basata su volgarità
Giudizio Artistico 
 
Ben pochi spunti originali nella sceneggiatura come nella storia; il film beneficia comunque della simpatia di attori di calibro, in particolare di Owen Wilson
Testo Breve:

Terzo film della serie, ritagliato per i fans ormai acquisiti, mostra ben poche novità e conferma la tendenza a voler far ridere puntando su situazioni volgari ma occorre riconoscergli molti spunti a favore della bellezza di una famiglia unita e affiatata

Ti presento i miei era del 2000:  Greg (Ben Stiller), ancora fidanzato di Pamela, aveva i suoi primi scontri con Jack il padre di lei agente della CIA in pensione (Robert De Niro); Mi presenti i tuoi?  era del 2004: i due prossimi sposi andavano a conoscere i genitori di lui, nostalgici Juppie (Dustin Hoffman e Barbra Streisand) e fanatici dei poteri terapeutici del sesso. Ora che tutti i protagonisti sono stati posti sul palcoscenico e già due film hanno esplorato tutte le possibili affinità e idiosincrasie  che possono svilupparsi fra di loro, si può ritenere ancora possibile  far scoppiare scintille  fra i tuoi  e i miei  con la complicità di quell'imbranato di Greg? Sicuramente no, ma è proprio la rassicurante certezza che i simpatici personaggi conosciuti nelle prime puntate sono ancora lì a replicare se stessi costituisce l'elemento di attrattiva per quei fans che in fondo si sono affezionati a loro e il successo al botteghino americano lo dimostra.
Il vantaggio di ingaggiare attori da serie Oscar è proprio questo: mantengono in piedi, con il solo esserci e confrontarsi,  la struttura narrativa del film anche se questa è priva di guizzi di originalità, nella sceneggiatura come nella regia. Non è servito infatti passare da Hay Roach a Paul Weitz, nonostante che quest'ultimo avesse già giocato ai contrasti tra suocero e genero in  In Good Company nè inserire attori del calibro di Harvey Keytel e Laura Dern, bloccati nelle loro mini-apparizioni.
Per fortuna Owen Wilson nei panni dell'amico miliardario, cultore di pratiche orientali e alla perenne ricerca della felicità fornisce quel  poco di tensione verso l'ignoto che induce una sana destabilizzazione a uno schema narrativo così rigorosamente  predefinito. 
Il tempo passa e i Fotter hanno ora due deliziosi quanto terribili gemelli: è il  pretesto per ironizzare sulla smania di mandare i bambini ad asili super costosi visti come fabbriche di geni mentre l'avanzare dell'età per Jack che ha finito di recente di ricostruire il suo albero genealogico, deve decidere chi gli succederà come padrino della famiglia. Se aggiungiamo le tentazioni a cui viene indotto Greg dalla bella promotrice farmaceutica (Jessica Alba) non c' nient'altro da aggiungere a questo film che potrebbe venir equiparato a una puntata dei tanti serial televisivi familiari del tipo La famiglia Bradford se non fosse per l'impossibilità si rinunciare, anche in questo film, alle numerose volgarità e allusioni sessuali a cui ci ha abituato la serie. Da questo punto di vista sembra di assistere ad una involuzione, simile a quella che ha colpito anche i cinepanettoni nostrani: il puntare cioè a una comicità che sembra rivolgersi a ragazzini di 14-15 anni, concentrata su tutto quello che può succedere al lato B del nostro corpo.

Per fortuna abbondano riferimenti alla validità della famiglia: è ciò che appare evidente all'amico Kevin che cessa ogni avance nei confronti di Pamela quando si accorge dell'affiatamento e dell'intesa che si manifesta nella famiglia di Greg. Rozalin nelle vesti di  psicologa (Barbra Streisand) lo conforta invitandolo a cercare anche lui il calore di un focolare. "Finchè staremo insieme non mi perderò mai" dichiara Greg a Pamela e perfino Rozalin nelle sue immancabili lezioni di educazione sessuale non tralascia di ricordare che le vere trasgressioini che risultano efficaci sono quelle che si compiono  fra marito e moglie.

Quando le due coppie di suoceri un tempo  avversari  si ritrovano tutti intorno alla stessa tavola ed entrambe dichiarano di voler trovare casa vicino a quella di Greg per poter meglio accudire i nipotini, con il comprensibile sconcerto di quest'ultimo, si respira il rassicurante clima natalizio di una famiglia riconciliata e unita. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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La banda dei babbi Natale

Inviato da Anonymous il Gio, 12/23/2010 - 22:26
 
Titolo Originale: La banda dei babbi Natale
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Aldo, Giovanni; Giacomo, Valerio Bariletti, Morgan Bertacca, Giordano Preda
Produzione: Medusa Film, Agidi. Sky Cinema
Durata: 100
Interpreti: Aldo, Giovanni, Giacomo, Angela Finocchiaro, Sara D'Amario, Antonia LIskova,

Alla vigilia di Natale la polizia porta in questura tre individui in costume da Babbo Natale sorpresi a cercar di penetrare in un appartamento. L'ispettrice di polizia di turno, che ha tanta voglia di andare al più presto a casa per preparare la cena di Natale, si trova di fronte a un medico, un veterinario e a un disoccupato mantenuto che iniziano a raccontarle tutti i dettagli della loro vita...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre compari hanno qualche scheletro nell'armadio da confessare ma poi mettono la testa a posto (quasi tutti)
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona fattura della messa in scena grazie anche agli ottimi comprimari dei tre comici. Manca forse il coraggio di osare maggiore attualità nei temi trattati
Testo Breve:

Alla vigilia di Natale la polizia coglie in flagrante tre individui travestiti da Babbo Natale sorpresi a entrare in una casa privata. L'ispettrice di turno vorrebbe andare a casa a preparare la cena ma le tocca ascoltare i tre che sono in gran vena di confessioni. Si ride senza volgarità con attori tutti nella parte

 

Per fortuna Aldo, Giovani e Giacomo hanno ritrovato la loro vena creativa.
Dopo il deludente Il cosmo sul comò, film a episodi imperniato su sketch da cabaret non sempre riusciti e spesso surreali, il trio è tornato a raccontare una storia, si è avvicinato (senza però raggiungerli) ai precedenti successi di Tre uomini e una gamba, Chiedimi se sono felice e Tu la conosci Claudia?.
Con un esempio di intelligente umiltà hanno evitato di essere  protagonisti assoluti ed hanno accettato di farsi affiancare da comprimari di tutto rispetto, a iniziare da Angela Finocchiaro nella parte dell'ispettore di polizia perfettamente in grado di sostenere la loro comicità, ma anche Giorgio Colangeli nella parte di un potenziale suocero guerrafondaio e la rivelazione Mara Maionchi nella straripante irruenza di una suocera burbera e manesca.

Grazie anche alla regia di Giovanni Veronesi, si ha l'impressione di una squadra ben oliata che porta avanti un impianto narrativo compiuto, costruito su tre storie distinte ma inesorabilmente connesse dalla comune passione delle bocce e da una solidarietà di fondo fra i tre uomini. Arricchisce non poco il film la colonna sonora nella quale primeggia Mina con una canzone originale.

Aldo, Giovanni e Giacomo, tutti e tre con qualche non piccolo difetto, occasione immancabile per gag comiche: Giovanni è un veterinario che tratta ruvidamente gli animali (o li sfrutta, come quando fa guidare la sua macchina a uno scimpanzé) ed è sottoposto allo stress di una doppia famiglia, una a Milano e l'altra a Lugano; Giacomo è un dottore, vedovo inconsolabile che a fatica si accorge delle avance della simpatica e solare collega Sara D'amario (unica comicità surreale del film: il sogni ricorrenti di Giacomo in una ambientazione favolistica); Aldo, un mantenuto poco amante del lavoro e condizionato dal vizio del gioco, continua a combinare guai nei suoi vani tentativi di racimolare qualche soldo.

Per fortuna i tre plot paralleli, vissuti attraverso continui flashback, che avrebbero rischiato di far scivolare il film nel genere a episodi, si unificano in questura davanti all'ispettore Finocchiaro che con i modi sbrigativi di chi vuole assolutamente chiudere l'indagine prima di mezzanotte crea in loro una salutare crisi di coscienza.

Un film gradevole dove si ride finalmente senza volgarità. Se c'è un'osservazione da fare confrontando questo lavoro con altri del  genere comico e commedia, si nota una certa vocazione per un racconto non contestualizzato in una realtà definita, che tende alla comicità astratta.

E' sicuramente una scelta possibile ma in questo modo evitano da una parte la comicità graffiante di tanta gloriosa commedia italiana che ha saputo imbastire una puntuale satira dell'Italia del loro tempo e dall'altro, senza rinunciare a nessuna delle loro gag comiche,  non toccano nel profondo l'animo dello spettatore con con valori e significati universali.
Ma di Charlie Chaplin ce n'è uno solo. 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOTTO IL SOLE DI RICCIONE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/08/2020 - 10:46
Titolo Originale: Sotto il sole di Riccione
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: YouNuts!
Sceneggiatura: Enrico Vanzina, Caterina Salvadori e Ciro Zecca
Produzione: Lucky Red
Durata: 100
Interpreti: Cristiano Caccamo, Andrea Roncato, Isabella Ferrari, Lorenzo Zurzolo, Luca Ward,Saul Nanni

Dal Sud arriva a Riccione Ciro, aspirante musicista ma dopo un provino andato male, accetta l’incarico di aiutante bagnino. Arriva anche Marco, che da cinque anni è innamorato, non ricambiato, di Guenda e per questo accetta di seguire i consigli di Gualtiero, un bagnino in pensione che si qualifica come incallito playboy. C’è anche Camilla che non comprende perché il suo fidanzato con cui sta insieme fin dai tempi della scuola, sembra trascurarla. Arriva in albergo Vincenzo, un ragazzo non vedente, in cerca di amici e di amore, accompagnato dalla madre Irene che, rimasta da sola a prendersi cura di lui, è particolarmente apprensiva nei suoi confronti. Quando Vincenzo accetta l’invito dei suoi nuovi amici ad andare in discoteca, Irene cerca di raggiungerlo ma viene bloccata all’ingresso da Lucio, un affascinante buttafuori..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nonostante l’ambientazione vacanziera, si parla di ragazzi e ragazze che cercano l’amore che dura e che non si spegne con i saluti di fine stagione.
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di rapporto amoroso
Giudizio Artistico 
 
I personaggi sono dei tipi, caratterizzati senza molta profondità ma il film riesce in quel che vuole essere: un intrattenimento leggero e gradevole
Testo Breve:

Una estate passata a Riccione da parte di ragazzi e ragazze senza altri problemi che non sia la ricerca dell’amore. Un gradevole commedia con messaggi profondi. Su NETFLIX

 

Se è vero che Netflix vuole mantenere il monopolio delle teen comedy poteva esser logico, subito dopo l’uscita dell’originale Summertime, prodotto italianissimo allineato alla new wave narrativa per questa fascia di pubblico, recuperare la gloriosa tradizione dei Cinepanettoni inaugurata proprio con quel Sapore di Mare del 1983 di Carlo Vanzina ambientata sulle spiagge di Forte dei Marmi. Lo stile viene ripreso: si parla di una Riccione nel pieno della stagione estiva (pre-Covid e con molta pubblicità indiretta) e di tre storie di ragazzi e ragazze (ma anche di adulti) che cercano di innamorarsi, fare amicizia, partecipare ai giochi estivi organizzati sulla spiaggia, esattamente come accadeva trent’anni fa. Ovviamente il contesto è aggiornato, in primis attraverso un impiego compulsivo del cellulare, non solo per chattare ma anche per andare in giro a curiosare l’intimità di coloro che non resistono a fare presenza su Facebook o Instagram ma le novità finiscono qui. Questo film non aderisce ai canoni ormai consolidati di altri serial orientati al pubblico degli adolescenti o young adult (SummertimeSkam, Elite, Sex Education, Euphoria, Baby, Thirteen,..): non c’è bullismo, né uso di spinelli o alcool, non c’è sesso da consumo e non viene neanche rispettata la regola del 30% (se è prevista la formazione di almeno tre coppie, una deve essere gay).

Esistono anche sostanziali differenze fra i due ultimi prodotti estivi realizzati da Netfix. Summertine si svolge a Cesenatico con protagonisti che vivono nella stessa città.  L’estate che vivono è integrata nella loro vita: le decisioni, le promesse fatte nell’amore come nel lavoro subiscono la verifica del giorno dopo ma paradossalmente sono proprio loro che non guardano in avanti, non aspirano a un futuro migliore e restano chiusi nella cappa di ogni singolo giorno. In Sotto il Sole di Riccione predomina il desiderio del definitivo che contrasta con la malinconia dell’effimero che essi vivono: persone provenienti da città diverse si ritrovano al mare  per qualche settimana e le loro esperienze sentimentali, anche se comportano per loro trasformazioni profonde. Quello che viene promesso a fine stagione, di lì a un anno rischia non essere mantenuto.  Ma l’amore cercato dai giovani di Riccione è un amore nobile, scollegato dalla provvisorietà della contingenza vacanziera: ragazzi e ragazze non si accontentano di  una piacevole avventura da ricordare ma sono alla ricerca di un amore vero, che li coinvolga pienamente e stabilmente. E’ bello anche vedere come venga evidenziato l’amore visto come intesa profonda di due persone che si sentono attratte al di là della gradevolezza dell’aspetto fisico.  Si tratta quindi di una piacevole commedia di intrattenimento che rivela sentimenti profondi: dispiace solo che la voglia di lieto fine finisca per trasformarla in una sorta di favola, quasi che parlare di amore per sempre sia qualcosa di poco aderente alla realtà. Il film, nell’esplorare il continente dell’amore, affronta anche il tema delicato della possibile relazione di una ragazza con un ragazzo non vedente. Anche in questo caso si coglie il sapore di una favola edificante ma forse, verso la fine del film (nessuno spoiler) sembra di intravedere un dono consolatorio, invece che amore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARLAMI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/03/2020 - 18:55
 
Titolo Originale: Un Homme Pressé
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Hervé Mimran
Sceneggiatura: Hélène Fillières, Hervé Mimran, Hervé Mimran
Durata: 100
Interpreti: Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart-Weit.

Alain Wapler è un bravissimo oratore e uomo d’affari in un’azienda automobilistica. Tutta la sua vita è assorbita dal lavoro: non ha mai tempo da dedicare alla cura di sé, né tantomeno a sua figlia Julia. Improvvisamente viene colpito da due ictus a brevissima distanza di tempo. Al suo risveglio, scopre di aver perso la capacità di parlare correttamente e di avere la memoria compromessa. Per recuperare il linguaggio viene affidato a Jeanne, una giovane ortofonista. Non essendo ritenuto all’altezza della situazione, viene licenziato. La perdita della possibilità di lavorare gli permette di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La perdita della possibilità di lavorare e la perdita di memori subita, permettono al protagonista di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale, ancora una volta, l’interpretazione di Fabrice Luchini. Poco approfonditi i personaggi di spalla al protagonista
Testo Breve:

Un uomo, totalmente assorbito nel suo lavoro, viene colpito da ictus e menomato nel linguaggio, ha ora il tempo di recuperare rapporti umani e familiari un tempo compromessi. In streaming a pagamento su Chili e Infinity

Quando Hervé Mimran, nel 2013, lesse un articolo di Le Monde sulla storia di Chistian Streiff, ex presidente di Airbus e PSA Peugeot Citroen, ne rimase colpito e volle incontrare il manager per poter raccontare la sua storia (rivisitata) con un film. Nasce così Parlami di te, quarto film del regista francese.

L’interpretazione di Fabrice Luchini nei panni del protagonista è all’altezza delle migliori aspettative per un professionista da par suo. Se da una parte i fraintendimenti del linguaggio mantengono alto il livello di comicità, dall’altra non rendono il personaggio una macchietta e non banalizzano la riflessione sulla malattia e sulla riabilitazione. Attore che deve la sua iniziale fortuna per le grandi interpretazioni di testi teatrali francesi, la scelta di accettare il ruolo di un personaggio che non è più capace di trovare le parole giuste rende questo film quasi una sfida.

Da menzionare anche, per l’ottimo lavoro svolto, il doppiaggio: la resa in lingua italiana di giochi di parole originariamente in lingua francese, non deve essere stato un lavoro facile. Ma si può dire che è stato un lavoro perfettamente riuscito. La scelta, infine, di “storpiare” anche i titoli di coda aggiunge quel tocco di ilarità in più che sorprende (quanti si fermano a leggere i titoli di coda di un film?).

Non sono da trascurare nemmeno l’ortofonista Jeanne (interpretata da Leila Bekhiti) e la figlia Julia (Rebecca Marder): spalle molto efficaci del protagonista. Forse una prima pecca della sceneggiatura è il poco spazio concesso all’ approfondimento delle loro storie e delle loro personalità. L’ortofonista alla ricerca della propria madre naturale, all’inizio di una storia d’amore con un collega infermiere; la giovane figlia di Alain che cerca di essere all’altezza delle aspettative del padre cercando di essere una ragazza di successo. Personaggi che muovono un po’ tutta la storia, ma poco descritti e di cui non riusciamo a conoscere fino in fondo l’interiorità.

La pellicola offre, inoltre, numerosi spunti per la riflessione. Innanzitutto, il riscatto personale di una persona che ha subito una grave menomazione. Il protagonista non si arrende: la sua durezza di carattere, da uomo all’apice della carriera professionale, si riflette anche nella tenacia impiegata nel percorso di guarigione.

Il cambiamento di carattere: l’impazienza e la scontrosità caratteriale vengono ridimensionate dall’impossibilità di cavarsela da solo anche per le cose più semplici; il rallentare dei ritmi di vita che gli permettono di riscoprire le tante cose belle che possiede e di far rinascere in lui il senso della gratitudine.

Un secondo aspetto forse un po’ debole della sceneggiatura è “l’accelerazione” sul finale: se all’inizio la descrizione del protagonista è dettagliata e il regista si sofferma per definirlo a fondo e per delineare il cambiamento a lui necessario, forse il finale è un po’ frettoloso e rischia di liquidare in poche sequenze il coronamento di tutto il viaggio interiore di Alain.

Comunque il film è gradevole, adatto a tutta la famiglia, capace di far pensare in modo divertente.  E’ disponibile in DVD o in streaming su Chili, Infinit e altri

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/30/2019 - 11:34
Titolo Originale: A Rainy Day in New York
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: Gravier Productions, Perdido Productions
Durata: 92
Interpreti: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law

Ashleigh e Gatsby frequentano lo stesso college universitario ed entrambi provengono da famiglie facoltose. I genitori di lui vivono nell’Upper East Side di New York mentre Ashleigh viene dall’Arizona, dove suo padre è un facoltoso banchiere. Lei scrive per il giornale scolastico ed è eccitata all’idea che il famoso regista Roland Pollard ha accettato di farsi intervistare a New York. Gatsby le propone di andare insieme nella Grande Mela: così le potrà far vedere gli angoli più suggestivi e romantici di questa città che lui tanto ama (per la spesa non ci sono problemi: lui continua a vincere sfacciatamente a poker). Arrivati a New York le cose non vanno come previsto: lei inizia a intervistare Pollard ma viene anche invitata a vedere il suo nuovo film e con l’occasione ha conosciuto anche lo sceneggiatore Ted Davidoff e il fascinoso attore Francisco Vega. Gatsby si trova tutto un pomeriggio libero e va a salutare il fratello e i suoi vecchi amici. Incontra in questo modo Shannon, una ragazza che ai tempi dell’high school si era presa una cotta per lui….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Woody Allen esprime toni meno fatalistici del solito ma i protagonisti sono sempre impegnati a cercare solo se stessi con una certa disinvoltura nei confronti del sesso e del gioco d’azzardo
Pubblico 
Adolescenti
Gioco d’azzardo. Linguaggio con riferimenti sessuali espliciti
Giudizio Artistico 
 
Woody Allen conferma la sua maestria da regista (battute spiritose, attori ben diretti, la fotografia di Storaro, romantici esterni) ma il tutto risulta molto leggero e viene presto dimenticato.
Testo Breve:

Un ragazzo e una ragazza lasciano il college per passare un romantico weekend a New York ma le cose non andranno come previsto. Woody Allen conferma il suo tocco leggero, è meno fatalista del solito ma fuori dalla sala l’opera è presto dimenticata

 “Io e mia madre andavamo sempre a vedere vecchi film: ti fanno evadere dalla realtà così bene” dice Shannon che sta passando un pomeriggio con Gatsby. “Cerca di immaginarti – incalza lui - manca un minuto alle sei. Tu passeggi su e giù, al Central Park, sotto l’orologio Delacorte. Comincia a cadere la pioggia mentre aspetti il tuo uomo. L’orologio suona, ma lui non arriva, ha scelto un’altra donna” Lei non è d’accordo: “e se invece si baciano sotto la pioggia? Sarebbe un finale perfetto”.

Woody ha cessato di essere anche attore nei suoi lavori, ci sono tre giovani come protagonisti in questo film ma si è mai vista ragazza che ama andare a vedere i vecchi film e un giovane come Gatsby che, come scopriremo dopo, ama i vecchi piano-bar di New York?  Si tratta ancora e sempre del vecchio Woody sotto mentite spoglie che esprime se stesso e in certi momenti, se si osserva il modo con cui si atteggia in protagonista interpretato da Timothée Chalamet sembra proprio di rivedere Woody.

La ricerca del bello (musica, pittura), cinefilia, psicologia, sesso, nostalgia, New York, ironia, filosofia

E’ certamente difficile e sbagliato schematizzare in questo modo i lavori di Woody Allen ma le basi del suo continuo colloquio con il pubblico sono sempre le stesse, magari mescolate in modo diverso. Sono ingredienti che gli servono per esprimere in gradevoli versi la sua filosofia di vita, in perenne oscillazione fra l’abbandonarsi all’illusione, a un piacere estetico pervaso dalla malinconia del sogno e una realtà che gli induce toni pessimistici. Ci sono film dove porta in primo piano la sua visione fatalista della vita, una ruota che gira senza un senso (Match Point, Basta che funzioni, La ruota delle meraviglie) In altri prevale la componente dell’abbandono al sogno, come in Midnight in Paris dove ricostruisce la Parigi di Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Salvator Dalì . Questo Un giorno di pioggia a New York si pone in mezzo, riuscendo a trovare toni inaspettatamente positivi, forse contagiato dalla giovinezza dei protagonisti. E’ sempre dominante la forza della fantasia, ci muoviamo sempre intorno a un atteggiamento esistenziale del tipo carpe diem ma questa volta è proprio la realtà che svela risvolti inaspettati:  il protagonista riesce a comprendere la direzione in cui vuole condurre la sua vita e la ragazza che fa per lui.

Un discorso a parte merita il personaggio di Ashleigh (Elle Fanning), frizzante, allegro ma caricaturale, poco profondo, svenevole (e disponibile) di fronte a registi, attori di Hollywood che sono i suoi idoli. Forse la sua funzione è quella di fare da contrasto rispetto a Gatsby: solare lei, lui più crepuscolare; impulsiva lei, lui più incerto e riflessivo.

Alla fine l’armonia che caratterizza le opere di Woody Allen è confermata (battute spiritose, attori ben diretti, la fotografia di Storaro, romantici esterni) ma il tutto risulta molto leggero e viene presto dimenticato.

Un discorso a parte merita l’ostracismo che ha subito questo film che non è stato ancora distribuito in patria.  Si è trattato dell’effetto del movimento Me Too che ha riesumato un’accusa di aggressione sessuale avvenuta nel 1992. Si tratta di pregiudizi scorretti perché la causa non ha raggiunto ancora un verdetto e in questo caso deve prevalere la presunzione di innocenza. I film debbono comunque venir giudicati per se stessi, non per i problemi personali degli autori. Non si condanna il film Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini perché l’autore ha avuto una vita discutibile.  Risibili i comportamenti degli attori: per prendere le distanze dal loro regista ed evitare una eventuale caccia alle streghe nei loro confronti, Selena Gomez e Rebecca Hall hanno donato quando guadagnato per il film a Time’s Up Foundation, costituita dalle animatrici del #MeToo mentre  Timothée Chalamet ha donato il suo compenso al  Lesbian, Gay, Bisexual & Transgender Community Center

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky Cinema 2
Data Trasmissione: Venerdì, 31. Luglio 2020 - 23:30


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THE KISSING BOOTH

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/07/2019 - 22:29
Titolo Originale: The Kissing Booth
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Vince Marcello
Sceneggiatura: Vince Marcello
Produzione: Komixx Entertainment
Durata: 105
Interpreti: Joey King, Jacob Elordi, Joel Courtney

Elle e Lee sono nati nello stesso giorno a Los Angeles e hanno come madri due amiche carissime fin dai tempi del college. Sono quindi cresciuti come due gemelli, sempre assieme anche ora che frequentano il penultimo anno dell’high school. Sono abituati a confidarsi tutto e hanno stabilito delle regole di comportamento, una delle quali stabilisce che nessuno dei due si deve innamorare di un parente stretto dell’altro. A sedici anni, Elle non è mai stata baciata e non può negare che nei confronti di Noah, il fratello maggiore di Lee, un super atleta di mestiere rubacuori, percepisca una certa attrazione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore sbocciato fra lui e lei sembra alquanto epidermico, non molto di più di un’intesa fisica
Pubblico 
Adolescenti
Uso abbondante di alcoolici durante i festini. Rapporti prematrimoniali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Brava e spontanea Joey King nella parte di Elle; molto ingessato il protagonista maschile Jacob Courtney
Testo Breve:

La sedicenne Elle è amica d’infanzia di Lee che ha come fratello il bel fusto Noah. Un triangolo trattato con molta allegria e qualche momento di malinconia. Un successo per un pubblico di adolescenti

Questo originale Netflix è stato trattato duramente dai critici ma al contempo è, fino ad ora, quello che ha riscosso il maggior successo fra i tanti film o fiction Tv che Netflix ha mandato in streaming nel settore delle teen comedies. E’ quindi interessante scoprire, non tanto le sue non-qualità artistiche, quanto il motivo che ha indotto il 30% delle persone che lo hanno visto a rivederlo una seconda volta, che corrisponde alla percentuale più alta mai riscontrata in questa piattaforma.

Che il racconto abbia dei difetti ideologici è indubbio: se il personaggio di Elle (Joey King) è molto espressivo e divertente, Noah (Jacob Courtney) resta ingessato nello stereotipo del giovane macho (sono tante le sequenze in cui appare a torso nudo) e non resta, dal punto di vista dello spettatore, che stare molto attento a cosa dice, perchè quando deve esprimere i suoi sentimenti a Elle oppure, arrabbiato, sta per sferrare un pugno a qualcuno, ha esattamente la stessa espressione.

Lungo tutto il racconto si muove, sottotraccia, una corrente di sensualità, che punta tutto sull’ingenuità di Elle, che pur disponendo ormai delle forme da donna, si comporta ancora con molta spontanea ingenuità. Riguardo poi all’amore che sboccia fra Elle e Noah, non c’è da sperare in un dialogo-rivelazione, nella loro scoperta di essere fatti l’uno per l’altra ma semplicemente, a un certo punto, si piacciono e...basta.

Perché allora il film ha attirato così tanto il pubblico degli adolescenti? Penso che il motivo principale risieda nel fatto che il racconto esprime la vita che scorre con gioia, semplicemente. Esprime quell’energia vitale, tipica di quell’età, dove c’è tanta voglia di divertirsi, di fare stupidaggini, senza stare a riflettere molto e si affrontano i problemi per istinto, in base a ciò che si sente.
Certo, l’adolescenza è anche il tempo della malinconia, ma nessun personaggio in The Kissing Booth ha questa percezione se non quella, molto forte, del tempo che sta passando. Lo percepisce bene Elle, quando all’inizio del film, distesa su di una sdraio ai bordi della piscina della casa di Lee, mentre Noah e suo fratello scherzano fra loro buttandosi in acqua, commenta: “spero che le cose possano restare così per sempre”. Verso la fine invece, Elle di colpo prende coscienza del fatto che al termine dell’anno scolastico, Noah non sarà più vicino a lei perché lui dovrà partire per il college.

Interessante anche notare come la genesi di questo film sia identico a quello che ha portato nelle sale cinematografiche il molto deludente After. Beth Reekles, l’autrice di The Kissing Booth, aveva quindici anni (e l’anno era il 2011) quando iniziò a postare le prime pagine del suo libro su Wattpad. I lettori iniziarono subito a commentare con entusiasmo i capitoli che man mano lei scriveva, fino al successo del romanzo e poi del film. E’ probabile che i romanzi per adolescenti debbano venir scritti, da ora in poi, proprio così: in modo partecipato con altri coetanei.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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