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UNA SPIA NON BASTA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/20/2012 - 16:29
Titolo Originale: This means war
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: McG
Sceneggiatura: Timothy Dowling, Simon Kinberg
Produzione: Robert Simonds, James Lassiter, Simon Kinberg per Overbrook Entertainment/ Robert Simonds Company
Durata: 97
Interpreti: Reese Witherspoon, Tom Hardy, Chris Pine, Til Schweiger, Angela Basset

Tuck e Franklyn sono due agenti federali amanti delle azioni spericolate, ma soprattutto sono amici di lunga data. Tutto cambia all’improvviso quando Tuck, da tempo single, incontra la bella Lauren su un sito internet. I due escono, si piacciono, ma per caso anche Franklyn si imbatte in lei e ne viene affascinato. Ben presto tra i due (ex) amici scoppia una guerra combattuta facendo uso delle più sofisticate tecnologie. Lauren intanto non sa scegliere tra i due uomini meravigliosi entrati nella sua vita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre personaggi alquanto rilassati nelle attitudini sentimentali in una commedia che non ha nessun particolare messaggio da trasmettere
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, allusioni sensuali, diverse scene sensuali e di nudo parziale.
Giudizio Artistico 
 
La storia pesca a piene mani negli stereotipi di almeno tre generi diversi senza riuscire mai ad azzeccare il mix giusto e accumula un numero decisamente troppo alto di coincidenze e sospensioni di incredulità, lo spettatore perde in fretta l’interesse per il prevedibile esito finale
Testo Breve:

Due agenti federali si innamorano della stessa ragazza e lei non sa chi scegliere. Una sconclusionata romantic-action-comedy che non sa quale strada imboccare

Ci sono film brutti che fanno malinconia perché si intuisce che sarebbe bastato poco (un attore scelto meglio, un paio di idee in più, la regia giusta) per renderli qualcosa di diverso; e ci sono i film brutti e basta, che non si immagina avrebbero potuto essere salvati in nessun modo. Una spia non basta appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

In una sequenza del film, quando i due super agenti, decisi a conquistare la donna dei loro (comuni) sogni ad ogni costo, entrano di nascosto nella sua casa per riempirla di cimici e telecamere, sullo sfondo in tv scorrono le immagini dell’immortale Buch Cassidy e Sundance Kid. Uno sconsolante (ma tragicamente volontario) omaggio al tipo di pellicola che questa sconclusionata romantic-action-comedy vorrebbe essere e proprio non riesce a diventare.

Sarà che ai due protagonisti (Tom Hardy agente segreto ben altrimenti convincente ne La talpa e Chris Pine meglio utilizzato in Star Trek) si mostrano decisamente non all’altezza degli illustri predecessori, sarà che la storia accumula un numero decisamente troppo alto di coincidenze e sospensioni di incredulità, lo spettatore perde in fretta l’interesse per il prevedibile esito finale.

Ad aggravare le cose la chimica decisamente scarsa tra i due bellimbusti (uno solido e un po’ timido, con una ex moglie e un figlio che vede poco, l’altro viveur e sciupa femmine per morte precoce dei genitori) e la bella in questione, tanto che qualche critico, non senza ragione, ha fatto notare che la vera storia d’amore mancata sembra quella tra i due amiconi piuttosto che quella con la ragazza. Di sicuro un effetto collaterale non voluto in una storia che si vorrebbe romantica ma che dà ben poche emozioni e pesca a piene mani negli stereotipi di almeno tre generi diversi senza riuscire mai ad azzeccare il mix giusto.

Forse gli scrittori (tra cui si annovera anche l’autore di Mr & Mrs Smith, che mescolava con più successo commedia romantica e azione) avrebbero dovuto studiare meglio gli equilibri e soprattutto decidere cosa prendere sul serio: l’amore o l’azione. Il risultato è che lo spettatore non riesce a impegnarsi seriamente su nessuna delle due linee e si annoia per la maggior parte del tempo. Nel resto si imbarazza per i tre protagonisti impegnati nelle loro improbabili combinazioni sentimentali.

L’unica idea veramente interessante della pellicola è la scelta del lavoro di Lauren (che si rivelerà utile nello show down finale), che fatica a scegliere tra due uomini dalle qualità apparentemente equivalenti, ma che è a capo di una’azienda che testa le caratteristiche dei prodotti per darne una valutazione affidabile ai consumatori. L’analogia è voluta, ma al momento di passare dalla scelta tra due modelli di microonde con il grill a quella tra due uomini senza scrupoli (e apparentemente anche senza cervello) il meccanismo razionale di Lauren si inceppa quanto quello della commedia.

Autore: Laura Cotta ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 REGOLE PER FARE INNAMORARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/21/2012 - 20:32
Titolo Originale: 10 REGOLE PER FARE INNAMORARE
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Cristiano Bortone
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Pulsatilla, Cristiano Bortone
Produzione: Lucky Red
Durata: 96
Interpreti: Guglielmo Scilla, Vincenzo Salemme, Enrica Pintore, Giulio Berruti, Fatima Trotta, Pietro Masotti, Piero Cardano

Marco è un ragazzo un po’ impacciato, timido e riservato, che ha abbandonato una laurea in astrofisica per seguire la sua passione per i bambini, lavorando part-time in un asilo. Quando s’innamora di Stefania, studentessa di letteratura francese tanto bella quanto irraggiungibile, le proverà tutte per conquistarla, anche seguire i consigli di un padre latin lover.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’istituzione matrimoniale sembra uscire trionfante dal film e si scopre che le uniche regole dell'amore sono l’onestà, della verità e il coraggio delle proprie azioni e dei propri sentimenti
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, uso di spinelli
Giudizio Artistico 
 
Il film di Bortone non scade nella volgarità, ma a volte nel cliché, barcamenandosi tra commedia romantica giovanile e degli equivoci. Buone tuttavia le interpretazioni dei due protagonisti
Testo Breve:

Guglielmo Scilla (in arte willwoosh ) è giovane fenomeno della rete grazie ad alcuni video auto-prodotti : ora è protagonista di una commedia leggera leggera che almeno ha alcuni spunti di riflessione sull'amore e sui valori della famiglia

Il trailer non lascia ben sperare: il montaggio ha messo insieme i pezzi più superficiali e volgari del film. Sarà per questo che 10 regole per fare innamorare supera le aspettative, rivelandosi una commedia godibile, e che offre anche qualche spunto di riflessione.

Renato e Marco sono padre e figlio e sono diversissimi: l’uno è un chirurgo plastico affermato, sicuro di sé e che ci sa fare con le donne; l’altro un ragazzo poco più che ventenne che ha buttato al vento una laurea ambiziosa senza confessarlo al padre, e che è così insicuro da riuscire solo a rendersi ridicolo di fronte alla ragazza che gli piace. Vive con tre inquilini strampalati in una casa colorata e caotica: Mary, buona amica che si “consola” con uomini diversi di cui non le importa, perché non ha il coraggio di confessare il proprio amore all’unico ragazzo che le interessi veramente; Paolo, attore di fotoromanzi per ragazzine, che non riesce bene a simulare la gelosia nei confronti di Mary, ma che non si espone davvero con lei; infine Ivan, che non fa nulla nella vita se non suonare la chitarra per diletto e coltivare piantine di marijuana in casa. Gli ingredienti ci sono tutti, e senza troppe sorprese o variazioni sul genere: il ragazzo imbranato che si innamora della più bella; la famiglia biologica divisa, sostituita da quella “amicale”, più solidale e costituita dal gruppo dei pari; l’incertezza sul futuro, che accomuna un’intera generazione, intrappolata nelle insicurezze personali e lavorative.

Renato, giunto a Roma da Napoli per lavoro, vedendo il figlio afflitto per amore, decide di aiutarlo dispensando consigli nell’unica “arte” di cui si sente davvero maestro: quella della conquista amorosa e della seduzione. Certo, nella vita quest’“abilità” gli ha permesso di avere molte donne, ma di perdere anche l’unica che lui abbia davvero amato, e che gli ha dato un figlio: la moglie. Marco sente quindi che il padre non ha molto da insegnargli, ma si fa trasportare dall’entusiasmo degli amici che sembrano appoggiare l’iniziativa di quest’uomo originale, che ha stilato per il figlio le sue “10 regole” per conquistare una donna: l’amore per lui è infatti “una scienza con le sue leggi” ben precise. Il meccanismo si ripete uguale per tutto il film: Marco cerca di applicare una regola, ma l’esito è sempre fallimentare, un po’ per sfortuna, un po’ perché lui, seguendo queste “regole” da manuale, non è se stesso. Marco, per far colpo su Stefania, si mette in un gioco più grande di lui dove, oltre ad affrontare un rivale in amore, ovviamente bellissimo e palestrato, si ritrova a gestire la serie infinita di bugie nelle quali si è infilato, fino a comprendere che solo rivelandosi per come lui è davvero, può arrivare al cuore della ragazza che ama.
Il film di Bortone non scade nella volgarità, ma a volte nel cliché, barcamenandosi tra commedia romantica giovanile e degli equivoci. Il ruolo maestro-allievo viene ribaltato: alla fine è Renato, interpretato da un Salemme migliore nella sua vena malinconica che in quella comica, a prendere esempio dal figlio e a “redimersi”. L’istituzione matrimoniale sembra uscire trionfante dal film: sia in Renato, che capisce di amare ancora la moglie e di avere sbagliato con lei, sia nella figura del barista, per il quale la consorte è la persona più importante della vita. Alcune situazioni sfiorano il limite dell’assurdità, ma risultano divertenti e rientrano nei topoi della commedia. Il film s’incentra più sulla storia dell’infatuazione di Marco, che sul rapporto padre-figlio, anche se sono proprio i momenti d’interazione tra i due a rimanere più impressi e per questo avrebbero meritato un maggiore approfondimento. Buone tuttavia le interpretazioni dei due attori: Salemme, che riesce con pochi sguardi a restituirci la realtà di un padre che tenta di recuperare il rapporto con un figlio che ha sempre voluto crescere a modo suo, senza rendersi conto che il giovane aveva per sé altre aspettative, e Willwosh (Guglielmo Scilla), giovane fenomeno della rete grazie ad alcuni video auto-prodotti e ai suoi bizzarri travestimenti. Bortone e Brizzi riprendono la tendenza del cinema d’oltre oceano a ispirarsi ai manuali che, con il solito pragmatismo americano, avrebbero l’ambizione di trovare soluzioni in qualsiasi campo, anche in quello sentimentale. L’amore però si sa, non può essere chiuso in un libro. È un terreno dove non esistono regole, se non quelle dell’onestà, della verità e del coraggio delle proprie azioni e dei propri sentimenti: questo è il messaggio che sembra suggerire il film nel finale, un po’ scontato, ma anche atteso.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAGNIFICA PRESENZA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/17/2012 - 20:53
Titolo Originale: Magnifica presenza
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Federica Pontremoli, Ferzan Özpetek
Produzione: FANDANGO E FAROS FILM CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Elio Germano, Paola Minaccioni, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini,Cem Yilmaz, Claudia Potenza

Il giovane catanese Pietro Ponte è “salito” a Roma per fare l’attore. Intanto si accontenta di infornare cornetti la notte. Trova ad un prezzo abbordabile un vecchio appartamento in una tranquilla zona di Roma ma questa risulta popolata da misteriose presenze: dei fantasmi che chiedono a Pietro di aiutarli e liberarli finalmente dalla prigione del tempo privo di tempo nel quale sono rinchiusi..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è fatto di languide suggestioni dove non ci sono valori espressi, se non la forza consolatoria dell’amicizia e la nostalgia del calore familiare
Pubblico 
Adolescenti
Per la presenza di un personaggio che si prostituisce
Giudizio Artistico 
 
Elegante, curato, intellettualmente evoluto, formalmente ineccepibile. È l’ennesimo giro a vuoto di un percorso intellettualistico
Testo Breve:

Ferzan Ozpetek conferma la sua bravura nel costruire storie pieni di suggestioni, formalmente ineccepibili. Questa volta però c’è molto compiacimento intellettualistico e il film resta senza un messaggio portante

Cosa dire del nuovo film di Ferzan Özpetek “Magnifica presenza”?
A leggere quanto si è scritto c’è da rimanere intimoriti. Sono stati scomodati cineasti di ieri e di oggi, del calibro di Fellini, Buñuel, Almodóvar. E il teatro metafisico di Pirandello (“Sei personaggi in cerca di autore”), quello meno metafisico di Eduardo (“Questi fantasmi”), e la drammaticità esistenziale dell’americano Tennessee Williams (“Un tram chiamato desiderio”).

Noi preferiamo rimanere con i piedi in terra, e ci sforziamo di fissare più modestamente quello che di concreto si vede e non quello a cui di grandioso potrebbe eventualmente rimandare. “Magnifica presenza” è un film davvero poco italiano.
Elegante, curato, intellettualmente evoluto, formalmente ineccepibile. La storia raccontata è per nulla facile da maneggiare, poiché come recita il film protagonisti sono appunto i fantasmi.

Il giovane catanese Pietro Ponte (Elio Germano) è “salito” a Roma per fare l’attore. Intanto si accontenta di infornare cornetti la notte. Trova ad un prezzo abbordabile un vecchio appartamento in una tranquilla e fin troppo borghese zona di Roma, la parte vecchia di Monteverde. Si dedica anima e corpo a restaurare l’appartamento. Ha bisogno di una dimora che gli assomigli, nella quale fare finalmente i conti con se stesso e la propria identità sessuale. In ogni film di Ferzan Özpetek che si rispetti, l’omosessualità maschile è l’asse portante, sulla quale tutto ruota. Quindi Pietro è l’ennesimo gay del repertorio di celluloide, tanto per non distaccarsi dalla dominante tematica del regista-esteta, cantore dell’omosessualità. Ma il ragazzo è un gay ancora confuso, solitario, educato, lavoratore, rispettoso, che ha vissuto una sola notte d’amore con un uomo, e ci ha capito davvero poco.
Ovviamente nel corso del film, come d’abitudine, altri gay appaiono. Appaiono però di sfuggita e rappresentano più che altro figure metafisiche. In una specie di sogno a metà strada tra l’onirismo del Fellini di “Otto e ½” e gli incubi sanguinari in maschera del Kubrick di “Eyes Wide Shut”, Özpetek disegna il ritratto di un grande sapiente, o veggente, signore del passato e del futuro, incarnato da Maurizio Coruzzi, al quale è stata tolta la maschera di Platinette. In “Magnifica presenza” Özpetek intende soffermarsi sul labile confine esistente tra realtà e fantasia, nella vita come sul palcoscenico artistico.
Pietro si trova a vivere proprio questa dimensione bipolare, giacché l’appartamento che per la prima volta nella vita gli fa assaporare libertà e felicità, è abitato da una compagnia di fantasmi, attori rimasti bloccati nel tempo del 1943. In quell’anno una compagnia di teatranti è misteriosamente scomparsa. Fantasmi di un tempo antico, pettinati, vestiti e truccati come una commedia teatrale di Vittorio De Sica (“Una dozzina di rose scarlatte”) o una sofisticata commedia americana con Katharine Hepburn. E i fantasmi chiedono a Pietro di aiutarli, e liberarli finalmente dalla prigione del tempo privo di tempo nel quale sono rinchiusi.
 Quindi “Magnifica presenza” è anche un viaggio nella memoria storica (il fascismo e l’antifascismo), nel mistero della recitazione elevata a gran teatro della vita, dove vanno in scena il bello o l’orribile delle passioni umane.
Altre (troppe!) strade si intrecciano nel film. Non è facile seguirle tutte, poiché in “Magnifica presenza” il tempo va e viene. Ci sono momenti davvero divertenti di comicità; momenti di grande emozione; momenti di odiosa cattiveria. Un inquietante ruolo (quanto splendido nella recitazione) è affidato ad Anna Proclemer, il cui volto ancora è capace di attrarre e spaventare.
Il commento musicale, poi, è una specialità di Özpetek, quanto mai sofisticato. In conclusione, a chi piace nei film non capire niente del significato, con un finale ambiguo, troverà in “Magnifica presenza” l’opera perfetta.
A nostro avviso è l’ennesimo giro a vuoto di un percorso intellettualistico e omosessualista che accompagna il cinema italiano verso una processo di ulteriore disumanizzazione, del quale non si avverte nessun bisogno.   

 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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POSTI IN PIEDI IN PARADISO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/03/2012 - 18:12
Titolo Originale: Posti in piedi in paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Maruska Albertazzi
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS
Durata: 119
Interpreti: Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff

Ulisse, Fulvio e Domenico sono tre mariti e padri separati che per di più hanno fallito nelle loro carriere.
L'impegno di erogare mensilmente gli alimenti alla famiglia, le magre entrate li convincono a condividere lo stesso appartamento. Al terzetto si unisce una cardiologa un po' svampita e infelice in amore. Ogni giorno sono costretti a inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario ma per fortuna ogni tanto riescono a vedere i loro figli...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I tre protagonisti, poveri materialmente e moralmente, fanno fatica a riscattarsi dalle loro debolezze ma stabiliscono almeno una complice solidarietà
Pubblico 
Maggiorenni
Un nudo femminile, un paio di scene sgradevoli a fondo sessuale
Giudizio Artistico 
 
Verdone, nell'ambito di un panorama cinematografico italiano molto povero, conferma il suo mestiere. Molto brava la Micaela Ramazzotti.
Testo Breve:

Nell'attuale, fragile panorama della commedia italiana, il lavoro di Verdone appare meno peggio degli altri ma se non fosse per l'allegria che sprigiona dal personaggio di Micaela Ramazzotti, il film risulterebbe molto triste per la povertà anche morale dei personaggi.
Recensioni di Claudio Siniscalchi e Franco Olearo

E' ormai chiaro, dopo tanti film alle spalle, che a Carlo Verdone i personaggi positivi non piacciono: o sono dei deboli viziosi o sono dei perdenti.

Nel suo penultimo "Io, loro e Lara" aveva ritratto una famiglia che sembrava un campionario di vizi e vizietti: il padre che ingaggiava badanti solo per farle diventare le sue donne, il fratello che condivideva con la sua convivente il vizio dello sniffo mentre  Lara non disdegnava di esibire le sue grazie  a pagamento  su Internet. Alla fine nessuno si scuote  dalle proprie debolezze e al Verdone-sacerdote non restava altro che salutarli affettuosamente mentre ritornava nella sua più genuina Africa.

In questo "Posti in piedi in Paradiso" Verdone rincara la dose: ora i protagonisti sono al contempo viziosi e perdenti. Veramente insopportabile il personaggio di Domenico (Marco  Giallini): tradisce la moglie dalla quale ha avuto due  figli e mette incinta la sua amante; non paga gli alimenti nè all'una nè all'altra; ha il vizio del gioco e per sbarcare il lunario esercita il mestiere di gigolò a beneficio di  alcune tardone.

Fulvio ha tradito la moglie,  non disdegna di fare un favore interessato a un'attricetta in cerca di notorietà e si dimostra  disponibile a partecipare a un furto in base al  principio che è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri (lui).
Solo Ulisse (Carlo Verdone) non è responsabile del suo divorzio (la sua ex-moglie ritiene che sia stata una disgrazia avere avuto una figlia a diciott'anni perché in questo modo ha stroncato la sua - ipotetica - carriera come cantante). Ma l'animo di Ulisse si è impoverito e quando viene a sapere che sua figlia diciassettenne sta aspettando un figlio non esita a proporgli l'aborto (salvo poi cambiare idea, colpito dal fatto che la famiglia del futuro padre è disponibile ad accogliere in casa i due ragazzi).

Le nuove generazioni non solo migliori: la figlia adolescente di Domenico è una fatua cleptomane supertatuata (meno male che il fratello maggiore ha la testa a posto); Gaia, la giovane attricetta in cerca di successo sa come utilizzare le sue grazie per il proprio tornaconto.

Ci sono spesso situazioni comiche e viene anche l'istinto di ridere ma la miseria anche morale dei personaggi pesa come un macino sul racconto. Per fortuna c'è Micaela Ramazzotti che con la sua bravura costruisce un personaggio molto fresco che risolleva il tono plumbeo della narrazione. Pierfrancesco  Favino appare fuori parte mentre Carlo Verdone si ritaglia un personaggio appiattito sulla melanconia.

Il finale cerca di essere conciliatorio e consolante ma in realtà, come era successo in "Io, loro e Lara" più che un riscatto dalle proprie debolezze, i protagonisti sembrano, come minore dei mali, cercare almeno di restare uniti e solidali fra di loro, in una forma di complice perdono reciproco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COM'E' BELLO FAR L'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/18/2012 - 15:42
Titolo Originale: Com'è bello far l'amore
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Andrea Agnello
Produzione: Wildside, Medusa
Durata: 100
Interpreti: Claudia Gerini, Fabio De Luigi, Filippo Timi, Giorgia Wurth, Alessandro Sperduti

Andrea e Giulia sono due quarantenni sposati da anni che vivono con Simone, il loro figlio diciottenne. Hanno una coppia di amici che riunisce una festa non per il loro anniversario di matrimonio ma per la loro decisione di divorziare. Gli amici chiedono ad Andrea e Giulia: “Da quanto tempo voi due, invece, non fate desso?” Così il problema del sesso non consumato tra Giulia e Andrea diventa il monocorde dilemma del film...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Fate sesso che starete meglio. Suggerimento valido sia per quarantenni che adolescenti La filosofia del film è tutta qui. La riduzione di ogni dimensione umana al fattore sesso non poteva essere più esplicita.
Pubblico 
Sconsigliato
Continui riferimenti e banalizzazione sul sesso e sull’intimità tra i coniugi. Alcune brevi scene di film porno. Il film è stato sconsigliato perché la voglia di distrarsi e ridere al cinema deve trovare un limite nella propria dignità di spettatore
Giudizio Artistico 
 
Il film è quasi privo di risate , sia per i “soliti” sketch, sia per la monotonia con cui viene affrontato il tema
Testo Breve:

Attraverso battutacce e volgarità di vario genere, la filosofia del film è molto semplice: la dimensione umana si riduce a quella sessuale   

Il primo titolo di questo film sarebbe dovuto essere Sex in 3D. Fausto Brizzi, il regista considerato il golden boy della commedia italiana popolare per le sue idee vincenti di marketing, aveva scelto questo tema per girare il suo primo film in 3D. Poi Brizzi, considerando il pubblico al quale voleva puntare, ovvero tutta la famiglia, ha cambiato il titolo. Meglio Com’è bello far l’amore, riprendendo la canzone popolare di Raffaella Carrà, ma sempre in 3D per conquistare la vetta del botteghino. Il risultato finale sia per il 3D che per gli incassi è stato deludente. Un 3D che funziona solo per i primi minuti iniziali e che delude per il risultato finale dell’unico vero 3D (una scena dove dovrebbero arrivare al pubblico le patatine, lanciate da un piatto).

La storia è semplice. Andrea (Fabio De Luigi) e Giulia (Claudia Gerini) sono due quarantenni sposati da anni che vivono con Simone, il loro figlio diciottenne. Hanno una coppia di amici (interpretati da Michele Foresta e Gabriella Andreozzi) che riunisce una festa non per il loro anniversario di matrimonio ma per la loro decisione di divorziare. È una festa per loro che hanno scelto, però, nonostante la separazione, di vedersi, almeno una volta a settimana, per “fare sesso”. Da questa confessione fatta da Daniela a Giulia parte la domanda: “Da quanto tempo voi due, invece, non lo fate?” E il problema del sesso non consumato tra Giulia e Andrea diventa il monocorde dilemma del film. Per fortuna che è in arrivo direttamente da Los Angeles Max (Filippo Timi), amico di scuola di Claudia e di professione pornodivo. Deve dirigere un film porno tra le rovine nella città eterna, ma deve anche  aprire un locale (l’Inferno è il nome scelto) a Roma. Andrea, ignaro della professione di Max, risponde alla moglie che vuole invitare Max a cena: “Abbiamo una mansarda, perché non lo ospitiamo?”. E così l’arrivo dello storico amico di Giulia in casa darà inizio a numerosi consigli e conseguenti regali a tema sessuale. Previa visione di come vivono un rapporto per poter dare loro le giuste dritte. E da lì poi dovrebbero iniziare i momenti comici, ovvero scene in cui Max spiega come farlo durare di più, in quale posto farlo, quale sono gli stratagemmi da utilizzare, quali i preservativi perfetti (il product placement di questo film è naturalmente una nota marca di condom)

Alla fine tra suggerimenti, visioni e altri arrivi (la pornostar Vanessa interpretata da Giorgia Wurth) Max aiuta anche Simone a conquistare Alice (Eleonora Bolla), la ragazza di cui è innamorato ma che vuole che lui sia il suo “trombo amico” (espressione di basso tono con cui si indica un amico con il quale andare a letto e fare esperienza senza alcun coinvolgimento emotivo). Si potrebbero continuare a elencare dei passaggi narrativi, ma alla fine quello che rimane è un’ulteriore banalizzazione della vita di coppia e dei problemi che scaturiscono dalla mancanza di intimità sessuale di una coppia di quarantenni. Ridere sul sesso è la trovata marketing di Brizzi che dopo il successo di Notte prima degli esami ha continuato a cavalcare l’onda di quello che potrebbe piacere alla gente, facendo un sequel di Notte prima degli esami, puntando agli Ex (“nella vita tutti hanno un ex”) e poi allo storico conflitto Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, creando un dittico di film di valore diseguale ma di omogeneo risultato al botteghino.

Ma di risate questo film è quasi privo, sia per i “soliti” sketch, sia per la monotonia con cui viene affrontato il tema. Quello che infatti colpisce è che il regista Brizzi (per la prima volta prodotto da Wildside, la casa di produzione creata dal regista e da Martani insieme a Mario Gianani, che ha invece una storia di produzione di film come Vincere di Marco Bellocchio, Private e La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo) abbia ipotizzato che questo sarebbe potuto essere un film adatto anche ai bambini di 10 anni. Il buon gusto sembra aver perso tutta la dignità in questo film che finisce con una domanda che sembra puntare al desiderio di una vita diversa. Ma la pone Max pornodivo a Vanessa altra pornodiva: “Vanessa hai mai pensato di farti una famiglia?”. “Si. Una volta mi è capitato. Mi sono fatta lo zio, il fratello, il padre”. Insomma la risposta che riassume tutta l’anima (se di anima si può parlare) del film è: fate sesso che starete meglio. La riduzione di ogni dimensione umana, affettiva, sentimentale, relazionale a una pura questione di “scambio di fluidi” (come brutalmente si esprimeva il John Nash misantropo dei primi minuti di A Beatufiul Mind) non poteva essere più esplicita.  “Sarete meno nervosi mettendo in pratica quello che il film suggerisce”: questa la ottimistica parola finale di Brizzi lasciata ai giornalisti durante la conferenza stampa di lancio del film.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANCHE SE E' AMORE NON SI VEDE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2011 - 22:12
 
Titolo Originale: ANCHE SE E' AMORE NON SI VEDE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Salvo Ficarra, Valentino Picone
Sceneggiatura: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Francesco Bruni, Fabrizio Testini
Produzione: MEDUSA, IN ASSOCIAZIONE CON FIP PIEMONTE
Durata: 96
Interpreti: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Ambra Angiolini, Diane Fleri

A Torino ritroviamo Ficarra e Picone a barcamenarsi nella gestione di una piccola azienda turistica. Possiedono un vecchio autobus inglese. E con quello scorazzano turisti stranieri nella città. I due inseparabili amici sono in realtà molto diversi. Sul piano sentimentale uno è monogamico; l’altro corre appresso a tutte le ragazze....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Almeno uno dei due protagonisti crede fortemente nel matrimonio. Solidarietà fra i due amici. Impiego di una comicità mai volgare.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche riferimento sensuale
Giudizio Artistico 
 
A sprazzi Ficarra & Picone reggono la scena. Un paio di volte risultano esilaranti. Ma per un film intero, obiettivamente, non hanno il fiato per reggerlo. La loro cifra è quella dell’apparizione televisiva.
Testo Breve:

Ficarra e Picone confermano la loro capacità di far ridere in modo mai volgare e ci parlano di solidarietà fra amici e amori romantici con prospettive di matrimonio. Purtroppo il loro terzo film non è all'altezza dei precedenti. Recensioni di Claudio Siniscalchi e Armando Fumagalli    

Il vero limite di certe commedie italiane (e di certi comici) di successo è che nell’andare avanti in realtà finiscono per tornare non solo al punto di partenza, ma spesso addirittura riescono a peggiorare la situazione. Prendiamo “Anche se è amore non si vede” di Ficarra & Picone, quintessenza della comicità palermitana.
Il lancio del nuovo film ha sfiorato pericolosamente la santificazione cinecritica. Sky ha invitato i due comici siciliani a tenere una lezione di cinema. Esatto. Una lezione di cinema, e nella prestigiosa sede dello IULM a Milano. Loro ci vanno. Fanno ridere davvero. Incantano la platea per un’oretta. Ma del cinema hanno detto qualcosa? Niente. Del resto, cosa potevano dire? Di cinematografico, nascosto sotto il vestito di Ficarra & Picone, c’è davvero poco. Dopo un promettente avvio di carriera, i due ideatori, attori e registi sono tornati da dove avevano cominciato.

Insieme a Giambattista Avellino Ficarra & Picone avevano realizzato prima “Il 7 e l’8” (2007) e poi “La matassa” (2009). Il primo era scoppiettante, il secondo un po’ meno. Il terzo, invece, “Anche se è amore non si vede”, ha il motore decisamente imballato. Ficarra & Picone, incarnazione della sicilianità, ritenuti gli eredi naturali di Franco Franchi & Ciccio Ingrassia, hanno deciso solo per questioni economiche (l’appoggio finanziario della locale Film Commission) di spostarsi a Torino.
Sotto la Mole li ritroviamo a barcamenarsi nella gestione di una piccola azienda turistica. Possiedono un vecchio autobus inglese. E con quello scorazzano turisti stranieri nella città. I due inseparabili amici sono in realtà molto diversi. Sul piano sentimentale uno è monogamico; l’altro corre appresso a tutte le ragazze. Fa lavorare le guide turistiche non in base alla competenza, ma all’avvenenza. Il risultato è che queste magari indossano la minigonna come si deve. Però è un bel problema se qualche turista pone una domanda sulla statua equestre di Carlo Alberto (o di Garibaldi?, o di Vittorio Emanuele?: boh!).

La comicità del film si ferma tutta qui. Poiché il secondo asse che dovrebbe sorreggere “Anche se è amore non si vede” è l’intreccio romantico. Quando la fidanzata perfetta dell’innamorato perfetto, stanca della sua perfezione intende lasciare l’amato, invece che dar vita al matrimonio perfetto, l’amico scapestrato deve fare assolutamente qualcosa. Il film per ovvie ragioni finisce per imboccare il sentiero della commedia degli equivoci, di natura sentimentale, in attesa del lieto fino.
A sprazzi Ficarra & Picone reggono la scena. Un paio di volte risultano esilaranti. Ma per un film intero, obiettivamente, non hanno il fiato per reggerlo. La loro cifra è quella dell’apparizione televisiva. Breve, intensa, spesso fantastica. Un concentrato  di velocità e battute, che però ha i tempi di “Zelig”, cioè una performance esigua da incastonare tra un’inserzione pubblicitaria e l’esibizione comica successiva. Senza dubbio Ficarra & Picone hanno qualcosa da dire in più della commedia-televisiva-trash che ha sbancato clamorosamente nelle settimane scorse il botteghino nazionale, “I soliti idioti” (oltre dieci milioni di euro in venti giorni di programmazione). Hanno anche però qualcosa in meno: la sorpresa. E non è solo una questione di sfumature. “I soliti idioti” è l’apoteosi della volgarità nazional-popolare, perennemente in onda sul piccolo schermo, trasportata senza troppi sforzi (e troppe pretese) sullo schermo grande.

Ficarra & Picone con “Anche se è amore non si vede” alzano decisamente l’altezza dell’asticella. Hanno la pretesa di incarnare la polarità e la fisionomia di un ipotetico italiano medio. Una medaglia dalla doppia faccia, bipolare: timidezza/sfrontatezza, educazione/maleducazione, sobrietà/spudoratezza, fedeltà sentimentale/dongiovannismo, generosità/avarizia. Alla fine, tirando le somme, possiamo dire che Ficarra & Picone possono ancora farcela, a patto che decidano di liberarsi dei panni della macchietta televisiva (e lo sono, oltretutto bravissimi), nella speranza di diventare due comici veri. Ultima cosa. In “Anche se è amore non si vede” recita l’”indignata” Ambra Angiolini, ormai esperta in monologhi televisivi anti-casta, e proprio per questo ribattezzata “casta diva”. Ma c’è proprio bisogno di fare gli attori per il cinema? 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEZIONI DI CIOCCOLATO 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/16/2011 - 19:04
 
Titolo Originale: Lezioni di cioccolato 2
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Alessio Maria Federici
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: CATTLEYA
Durata: 103
Interpreti: Luca Argentero, Hassani Shapi, Nabiha Akkari, Vincenzo Salemme, Angela Finocchiaro

Mattia, che abbiamo conosciuto nel primo film della serie, è il solito geometra maldestro negli affari e volatile nei sentimenti, mentre l'amico egiziano Kamal, completato il corso alla Perugina, ha aperto una pasticceria ma i clienti sono pochi. Entrambi hanno bisogno di una svolta. Entrambi però si mettono di nuovo nei guai: Kamal, per ottenere dei finanziamenti, paga una tangente e rischia di venir incriminato; Mattia si innamora di una ragazza egiziana ma non sa che Nawal altri non è se non la figlia del suo amico...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Buona mostra di amicizia fra due uomini di razze diverse e buona (anche se non competamente convincente) condanna dei rapporti prematrimoniali
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il sequel di Lezioni di cioccolato non si mostra all'altezza del suo modello, sia per alcune stanchezze nella sceneggiatura che per alcune incoerenze nella definizione dei personaggi, in particolare Kamal.
Testo Breve:

Il tentativo di replicare il successo del primo Lezioni di cioccolato si conclude con un parziale insuccesso a causa sopratutto di carenze nella sceneggiatura. Positiva l'alta considerazione data all'istituzione del matrimonio, anche se proviene da un paese straniero

Avevamo apprezzato il primo Lezioni di cioccolato per molti motivi: il modo divertente e positivo di mostrare l'incontro fra due culture; la progressiva maturazione di Mattia, in origine sessuocentrico e consumista, grazie anche all'amore per la  saggia e bella Cecilia. Il film era stata la conferma delle buone doti di attore di Luca Argentero e la scoperta dell'irresistibile  Hassani Shapi , sempre più apprezzato in Italia. Il pubblico aveva mostrato di apprezzare, per nulla spaventato dall'eccesso di product displacement della Perugina, con una buona risposta al botteghino.

Era quindi prevedibile un sequel che cercasse di rinnovare  la formula conservandone tutti gli aspetti positivi. Per ripartire con una nuova storia d'amore a beneficio di  Mattia  è stata sacrificata Cecilia, la sua precedente fidanzata (Violante Placido) ed è entrata in campo la tunisina Nabiha  Akkari , reduce dai successi di Che bella giornata; ritroviamo anche l'egiziano Kemal che questa volta è diventato il vero co-protagonista della storia. Anche la struttura narrativa  è rimasta invariata, tutta incentrata sugli equivoci (Mattia si innamora di una bella egiziana,  senza sapere che in realtà è figlia di Kamal). Per arricchire la storia è stato inserito come sub-plot un'altra storia contrastata: il timido Vincenzo Salemme, maître della Perugina, cerca di corteggiare la ruvida ma ansiosa Angela Finocchairo, commissario di polizia.

Forse è proprio questo il problema della seconda puntata Perugina: nel timore del vuoto narrativo si sono aggiunti personaggi non omogenei al racconto e nell'impegno di valorizzare l'egiziano Kamal si è smarrita la coerenza dei personaggio. Padre austero e tradizionalista nella prima puntata, lo è anche ora ma gli viene anche innestata in modo innaturale una variante frivola che lo mostra a caccia di giovani ragazze con una vistosa camicia hawaiana. Occorre aggiungere che la parte centrale mostra alcuni segni di stanchezza, forse perché l'equivoco intorno al vero padre della ragazza viene tirato un po' per le lunghe e solo alla fine il film riprende quota grazie a un vivace incontro-scontro della giovane coppia.

Anche questa volta abbiamo attribuito, come nel primo film,  l'indicazione di FilmOro perché il personaggio di Nawal si mostra capace di dirottare il frivolo Mattia verso un amore vero, che corrisponda a un impegno per tutta la vita.

Il film affronta senza reticenze il tema dei rapporti prematrimoniali: se per Mattia la convivenza è un  passaggio obbligato prima del matrimonio per "conoscersi meglio", Nawal gli prospetta, coerentemente con la sua tradizione, una visione diversa: è la decisione di sposarsi e di stare insieme per la vita che ha come suggello l'unione fisica .

A dire il vero il gesto di Nawal,  più che un'intima convinzione sulla verità del matrimonio  (lei stessa riconosce che avrebbe volentieri accettato la proposta del ragazzo, se non fosse stata trattenuta dal dovere di rispettare il volere del padre) appare un retaggio  tutt'ora forte di tradizioni nazionali e famigliari.

Il colloquio confidenziale fra Mattia e il suo assistente Vito, che ricorda la sua giovinezza e il suo matrimonio con una ragazza rigorosamente illibata confermano la tendenza a considerare la castità matrimoniale un retaggio del passato o tradizioni di società diverse dalla nostra.

Ma tant'è, il comportamento finale è quello giusto.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA KRYPTONITE NELLA BORSA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/05/2011 - 16:58
Titolo Originale: La kryptonite nella borsa
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Ivan Cotroneo
Sceneggiatura: Ivan Cotroneo, Monica Rametta, Ludovica Rampoldi
Produzione: INDIGO FILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 98
Interpreti: Valeria Golino, Luca Zingaretti, Cristiana Capotondi, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni

Nella Napoli degli anni '70, Peppino, di circa 10 anni, è gestito a turni alterni dai suoi numerosi parenti perché la mamma Rosaria è caduta in una crisi depressiva dopo aver scoperto che suo marito Antonio la tradisce. Ecco che Peppino accompagna i suoi giovani zii hippie, Titina e Salvatore ai comizi femministi, fa i compiti assieme allo zio universitario genio di casa o deve fare da chaperon all'amica bruttina della madre, che si reca ogni giorno sulla spiaggia nella speranza di incontrare l'uomo che le voglia fare la corte...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella Napoli anni '70 la famiglia è ancora solida ma il vento della contestazione rende la formazione del piccolo Peppino alquanto precaria
Pubblico 
Adolescenti
Uso di allucinogeni in un locale notturno. Nudi femminili anche se a distanza
Giudizio Artistico 
 
Ivan Cotroneo, alla sua prima esperienza come regista, dimostra mestiere sicuro nel condurre la storia e nel dirigere gli attori: la sua immagine della Napoli anni '70 è simpatica e vitale ma la comicità è troppo semplice e carina, perché risente del filtro della nostalgia
Testo Breve:

Nella Napoli ani '70 Peppino ha 10 anni e viene spupazzato da un parente all'altro a causa della crisi depressiva della madre. Storia simpatica ma leggera con una certa condiscendenza verso gli eccessi (uso di LSD) del periodo della contestazione

 

I ricordi della propria gioventù giocano spesso brutti scherzi: quella che era la realtà di un tempo, spesso difficile, viene filtrata dalla tenerezza con cui ricordiamo le persone che ci sono rimaste care e i comportamenti, le mode dell'epoca ci appaiono preziose  perché, belle o brutte che fossero, erano quelle della nostra irripetibile  giovinezza.

Qualcosa di molto simile deve esser successo a Ivan Cotroneo, che ha rievocato con questo film  la Napoli degli anni settanta, una Napoli colorata e allegra, scossa dalla voglia di non esser da meno della swinging London,  libera e contestatrice. Cotroneo, alla sua prima esperienza registica, si è anche concesso qualche compiacimento estetico riprendendo dall'alto una teoria di ombrelli che seguono un funerale, assiepati nei strettissimi vicoli del quartiere spagnolo; ma poi ripiega su un documentarismo un po' da cartolina quando riprende diversi momenti della colorata gioventù contestatrice (pantaloni a zampa di elefante e minigonne): quando ballano per strada il sirtaky, frequentano locali notturni sostenuti da LSD e ragazze che inneggiano al neo femminismo liberandosi dei reggiseni.

Anche il poderoso apparato familiare del protagonista (i genitori, i nonni e  tre zii e un cugino) è  tratteggiato con simpatia, mostrando vizi e vezzi di ogni personaggio: la madre che si rifugia nella sua adolescenza, quando trascorreva l'estate all'isola di Procida; il padre affettuoso che però tradisce la moglie, i due zii molto hippies, il genio di casa che però da cinque anni cerca di sostenere sempre lo stesso esame, il cugino che si crede Superman e che teme di trovare la kryptonite dapperttutto.

L'autore si muove con sicura professione (anche grazie alla bravura di tutti i protagonisti) fra piccole gioie e grandi problemi (la madre tradita, la zia che resta incinta) e ci ricorda come in quella stagione la solidità della famiglia costituiva il baricentro per la vita di ognuno: il padre non può non tornare in famiglia perchè le sue fughe clandestine sono ben poca cosa rispetto a suo figlio e alla moglie: la giovane zia rimasta incinta finirà per sposarsi. La formazione di Peppino, ragazzo timido e con l'handicap di grossi occhiali da miope,  risulta al contrario più un pretesto della sceneggiatura per guardare alle stranezze degli adulti con lo sguardo di un bambino che un vero percorso di formazione (non mancano scene sgradevoli come quando il ragazzo assume una pasticca di LSD o  si trova fra femministe intente a esercitare il nudismo: a poco vale la vicinanza (in sogno) del cugino superman (poi defunto): un "credi in te stesso" che sa troppo di cinema hollywoodiano anche se è stato napoletanizzato: "Peppì: dipenderà solo da te se la tua vita sarà facile o difficile. Se cercherai di nasconderti in mezzo agli altri, di assomigliare a quelli che sono diversi da te passerai un sacco di guai. Se passerai un po' di tempo a restare da solo, a sentirti un esemplare unico, non c'è niente di male in questo e sarai felice".

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMICI DI LETTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/12/2011 - 21:25
Titolo Originale: Friends with benefits
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Will Gluck
Sceneggiatura: Keith Merryman, David A. Newman, Will Gluck
Produzione: Screen Gems/Castle Rock Entertainment/Zucker; Olive Bridge Entertainment
Durata: 109
Interpreti: Justin Timberlake, Mila Kunis, Patricia Clarkson, Richard Jenkins, Jenna Elfman, Bryan Greenberg, Woody Harrelson

Jamie è una “cacciatrice di teste” newyorkese; convince Dylan, giovane art director di siti web, ad accettare un’offerta dalla prestigiosa rivista GQ e trasferirsi a New York. I due diventano amici e, uscendo entrambi da relazioni disastrose e sentendosi emotivamente indisponibili, decidono di condividere una serie di incontri sessuali senza coinvolgimento sentimentale. Ma sarà una promessa difficile da rispettare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Pur nella amoralità e nella superficialità della premessa (l'accosdo di stare assieme per fare solo sesso), il film di Will Gluck, oltre che due protagonisti ben assortiti e autenticamente dotati per la commedia, ha il merito di costruire con maggiore coerenza il rapporto tra i due e inserisce la loro confusione sentimentale nel contesto di relazioni familiari problematiche e non proprio banali.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo e a contenuto sessuale, turpiloquio e doppi sensi.
Giudizio Artistico 
 
Una serie di situazioni discretamente divertenti con dialoghi ben scritti e ben recitati, due protagonisti ben assortiti e autenticamente dotati per la commedia fa sì che il pubblico non protesti per la prevedibilità della conclusione
Testo Breve:

Pur nella amoralità della premessa (l'accosdo di stare assieme per fare solo sesso), il film di Will Gluck, ha il merito di costruire con maggiore coerenza rispetto ad altri film sullo stesso tema,  il rapporto tra i due e inserisce la loro confusione sentimentale nel contesto di relazioni familiari problematiche e non proprio banali

Una vecchia e piacevole commedia romantica titolava Tutte le ragazze lo sanno e, come le commedie romantiche di una volta che i due protagonisti del film amano guardare per demolirle, culminava con un matrimonio e il “vissero felici e contenti” d’ordinanza.

Evidentemente alle ragazze (e ai ragazzi) di oggi sfuggono verità semplici che un mondo forse meno “libero” ma più chiaro di quello di oggi dava per scontate.

Nel terzo millennio il tramonto delle utopie ha travolto anche quella del grande amore romantico e la moda di quest’anno ha messo al centro non di una, ma di ben tre pellicole il fenomeno dei friends with benefits, amici che condividono (come qui da titolo) anche il letto, e non certo per dormire…

Pur nella amoralità e nella superficialità della premessa, il film di Will Gluck, rispetto ai precedenti, oltre che due protagonisti ben assortiti e autenticamente dotati per la commedia, ha il merito di costruire con maggiore coerenza (se non proprio verosimiglianza) il rapporto tra i due, e inserisce la loro confusione sentimentale nel contesto di relazioni familiari problematiche e non proprio banali.

Jamie, sotto la scorza della ragazza liberata e di successo, la compagnoneria e la disinibizione, nasconde il bisogno di un legame autentico; insomma, sogna il Principe Azzurro, la persona con cui condividere la vita, ma l’esperienza personale e la presenza di una madre hippy e figlia della rivoluzione sessuale, che nemmeno sa identificare chi sia l’uomo con cui l’ha concepita, le hanno fatto perdere la speranza che questo sogno possa abitare fuori dalle commedie sentimentali che tanto ama (odiare).

Dylan ha un contesto familiare più solido, anche se minato dal divorzio dei genitori (presumibilmente quando lui era adolescente), una sorella madre single e un padre amato che però sta scivolando pian piano nel baratro dell’Alzheimer. Anche se ovviamente si tratta di quello che un acuto critico americano definisce “movie Alzheimer”: una malattia che crea situazioni imbarazzanti (il padre di Dylan ogni tanto gira in luoghi pubblici senza pantaloni) ma concede qua e là intensi momenti di lucidità adatti a rivelazioni cruciali e consigli indispensabili.

Il fatto che gli autori si prendano il tempo per raccontarci il contesto relazionale dei due protagonisti e che la madre di Jamie e i familiari di Dylan siano interpretati da ottimi e credibili comprimari è solo uno degli elementi che aiutano il pubblico a coinvolgersi e a tifare per loro nonostante la premessa poco sana ed eticamente discutibile che mette in moto la trama.

Non si può fare a meno di pensare, d’altra parte, che la confusione sentimentale odierna abbia parecchio a che fare con le scelte sbagliate (o le non scelte) della generazione precedente, quella della rivoluzione sessuale, che della libertà ha fatto una bandiera alla lunga rivelatasi fallimentare.

Stesso fallimento cui va inevitabilmente incontro l’esperimento dei due amici, nonostante l’affermazione per lo meno dubbia che “fare sesso” non sia poi molto diverso da giocare a tennis. È curioso che una cultura come quella odierna che apparentemente “adora” la sessualità, fino a farne il centro della personalità umana, sia poi così pronta a banalizzarne senso e conseguenze. In realtà è immediatamente evidente che per entrambi i protagonisti fare e accettare una proposta così “scandalosa” presume una notevole dose di fiducia nei confronti di chi la riceve (altrimenti tanto varrebbe andare a rimorchiare in un bar qualunque o al limite “pagare” come si fa per un istruttore), che è poi il primo presupposto del sentimento che verrà.

Di sicuro c’è che Jamie e Dylan con l’amore non ci sanno fare tanto che, pur conoscendo e dissezionando con discreta competenza i cliché delle commedie sentimentali, un passo alla volta ci cascano dentro con tutti i piedi, anche se attraverso una serie di situazioni discretamente divertenti con dialoghi ben scritti e ben recitati, il che fa sì che il pubblico non protesti per la prevedibilità della conclusione.

Aiuta di sicuro anche l’ambientazione, si tratti di una New York solare e dinamica o della più tranquilla costa losangelina dove abita il padre di Dylan, dove impera ovunque il product placement (a partire dal luogo di lavoro di Dylan, per continuare con tutti i gadget tecnologici del caso, a partire dall’I Pad, utilizzato per un anomalo giuramento grazie ad una applicazione “Bibbia”). 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SE SEI COSI', TI DICO SI'

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/12/2011 - 18:35
Titolo Originale: SE SEI COSI', TI DICO SI'
Paese: ITALIA
Anno: 2010
Regia: Eugenio Cappuccio
Sceneggiatura: Eugenio Cappuccio, Claudio Piersanti, Guia Soncini
Produzione: ANTONIO AVATI PER DUEA FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY CINEMA
Durata: 100
Interpreti: Emilio Solfrizzi, Belén Rodríguez, Iaia Forte

Piero Cicala ha ormai sessant'anni e vive nel paese natio in Puglia accontentandosi di fare il cuoco nel ristorante gestito dalla sua ex moglie. Viene raggiunto da un agente che gli propone di cantare ancora la sua canzone un successo estivo degli anni '80, in prima serata in televisione (in realtà deve fare da tappabuchi a causa di una defezione importante): Pietro accetta di sfidare l'imprevisto e, arrivato a Roma, trova l'insolita solidarietà di una giovane star della moda che lo apprezza e lo invita ad andare con lei negli Stati Uniti...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna diversi per età, per origine e per il successo ottenuto, trovano una strana forma di intesa aiutandosi a vicenda. Ma il loro visione del mondo considera prioritaria la realizzazione di se stessi, il successo, il denaro.
Pubblico 
Adolescenti
Un rapido nudo femminile di schiena
Giudizio Artistico 
 
Buona prova di Solfrizzi e di Belèn in una storia ben raccontata anche se la vicenda ha uno svilippo lento, secondo la miglior tradizione di un certo cinema d'autore
Testo Breve:

Solfrizzi e Belèn impegnati non in una commedia all'italiana ma in un film d'utore. Un uomo ed una donna,  diversi per età, per origine e per il successo ottenuto, trovano una strana forma di intesa aiutandosi a vicenda 

Diciamo subito che non ci troviamo di fronte alla solito tentativo di rivisitazione della commedia all'italiana ma siamo più dalle parti del film d'autore.
Il riferimento più prossimo potrebbe essere Sofia Coppola, per quel modo preciso e calmo di inquadrare i personaggi cogliendo le più piccole sfumature dei loro volti e la cura nei dettagli delle ambientazioni. Un'altra somiglianza può essere trovata nell'interesse per il mondo dello spettacolo: se l'attore protagonista in Lost in Traslation era ormai nella fase calante della sua carriera e quello in omiglianza può essere trob . Somewhere era afflitto da apatia ed inerzia esistenziale,  Eugenio Capuccio con questo film ci presenta Piero Cicala, cantante diventato famoso per una sola stagione negli anni ottanta ed ora si è rassegnato a fare il cuoco nel ristorante della ex moglie.
Le somiglianze  si fermano qui perché Capuccio, attraverso il volto riflessivo dell'ottimo Emilio Solfrizzi, è interessato a cogliere i progressi di una battaglia interiore, quella di Pietro, da troppo tempo convinto che l'epoca dei grandi sogni è finita ed anche quando intravede la possibilità di ritornare sul palcoscenico, misura i suoi passi con la saggezza di un uomo che conosce la fragilità di quel mestiere: rapidamente si sale ma altrettanto rapidamente si scende. A questo punto si inserisce il personaggio di Talita Cortès, bella, giovane e al culmine del successo. I due personaggi non potrebbero essere più diversi ma proprio perchè appartengono a mondi così lontani (anche il Lost in traslation lui e lei era distanti come età e provenienti da esperienze diverse) ognuno è incuriosito dell'altro e può dare qualcosa all'altro senza pretendere nulla in cambio.  Talità e una donna di talento che gestisce il suo successo con determinazione; non pensa ad una famiglia perché "non ha tempo" e il rapporto con il suo fidanzato è "liquido";  la definizione di ciò che sono è molto precisa: "siamo due aziende e questo ci piace". Pietro è al contrario  abituato a gestire con molta titubanza i pochi talenti che ha ma al contempo ha un saggezza tranquilla che gli consente di poter essere utile a Talità: la sua migliore amica è rimasta paralizzata sulla sedia a rotelle, una situazione che resta fuori dal suo universo costruito sull'efficienza e il dominio delle situazioni. Sarà proprio Pietro, con le sue canzioni ad rasserenare la festa di compleanno dell'amica.

Bisogna riconoscere che Belen con questo film (che fa seguito la sua presenza in una puntata del serial televisivo  Montalbano) si mostra all'altezza della parte che le è stata assegnata anche se ha dovuto pagare il pegno della sua fama, con un sia pur breve nudo; se avesse avuto più coraggio (o se glielo avessero lasciato fare) avrebbe potuto venir apprezzata in questo film  sopratutto per la sua recitazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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