Commedia

BANGLA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/21/2019 - 20:50
 
Titolo Originale: Bangla
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Phaim Bhuiyan
Sceneggiatura: Phaim Bhuiyan
Produzione: Fandango, TIMvision
Durata: 87
Interpreti: Phaim Bhuiyan, Carlotta Antonelli, Simone Liberati:

“Mi chiamo Phaim, ho 22 anni, sono 50% italiano, 50% bangla e 100% Torpignattara, il quartiere più multietnico di Roma”. Così si autodefinisce il protagonista all’inizio del film. La sua famiglia gode di un discreto benessere con un negozio che gestisce in proprio, lui lavora come guardia in un museo e quando è libero suona con degli amici in un complesso di musica multiculturale. Quindi tutto va bene tranne che per una cosa: vorrebbe tanto incontrare una ragazza con cui stare insieme ma sa anche bene che per la sua religione, quella islamica, bisogna praticare la castità prima del matrimonio...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo e una ragazza si innamorano nonostante le loro culture siano molto diverse. Il tema della castità prematrimoniale viene solo accennata senza che ne venga approfondito il significato
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una singola, rapida, scena di nudo
Giudizio Artistico 
 
Phaim Bhuiyan ha scritto diretto e recitato questa sua opera prima con la maestria di un esperto e con la profondità di una sceneggiatore d’esperienza
Testo Breve:

Un giovane del Bangladesh, maturalizzato italiano, si innamora di una ragazza romana ma per la sua religione bisogna arrivare casti al matrimonio. Una commedia ben realizzata, che racconta sorridendo tante verità sull’amore uomo-donna

Potenzialmente interessante e insolito il tema trattato in questo film: quello della castità pre-matrimoniale. Naturalmente il protagonista che sente un impegno morale in questo senso non è certo un giovane europeo (un film con questo tema per un pubblico occidentale risulterebbe semplicemente incomprensibile) ma un giovane mussulmano  del Bangladesh che sa che non deve bere alcool, mangiare maiale ed è cosciente che se scoperto a praticare la fornicazione prematrimoniale  rischia la flagellazione. Perché non ci siano dubbi sul contrasto fra le due civiltà, quando finalmente Phaim incontra una ragazza italiana che gli piace, viene a informato che i genitori di lei sono divorziati , che la mamma è lesbica e convive con la sua amica, allevando un bambino ottenuto con la fecondazione eterologa.

Il realtà, il tema non viene esplorato nel suo pieno significato, quello voluto da Maometto per valorizzare il matrimonio e si riduce ad essere un divieto per il divieto, che innesca naturalmente situazioni imbarazzanti e sofferenze per il protagonista.

Se vengono spese delle parole nel film (Phaim si incontra periodicamente alla moschea con il suo imam) è per giusticare, agli occhi di un occidentale, l’istituzione della poligamia, nata per superare tempi difficili, quando erano pochi gli uomini dispobibili, in tempo di guerra.

In realtà la parte più vera del film, che per essere un’opera prima è un vero gioiello, sta in nell’universalità del tema trattato, quello di un ragazzo che incontra una ragazza e che progressivamente, appuntamento dopo appuntamento, entrambi finiscono per conoscersi sempre meglio e alla fine innamorarsi, uno dell’altra. Phaim è assolutamente imbranato nell’approcciare la ragazza che gli interessa, mentre Asia ha tutta l’aria di aver avuto non poche esperienze. Eppure i due si sentono reciprocamente attratti: lei non ha  rinunciato a cercare, per il suo cuore,  un affetto fresco e puro, mentre lui ha bisogno della schietta vitalità di lei per accogliere e coltivare, senza remore, quel sentimento che sente crescere in lui.

In effetti l’altro pilastro della cultura islamica è la famiglia e il fatto che siano i genitori a cercargli un lavoro e una moglie (di preferenza dello stesso paese), non è per Phaim un vincolo ma un comodo pretesto per restare ancora ragazzo, evitando di fare il salto verso la piena responsabilità del proprio destino. Il regista è molto bravo nel raccontare il progredire della relazione fra i due innamorati: dai primi incontri, dove ognuno non è se stesso ma quello che risulta più convieniente per non interrompere un’intesa ancora troppo fragile, fino al punto di rottura, a quella salutare litigata dove ognuno dei due getta la maschera ed è pienamente se stesso.

Si ride molto in questo film, con battute divertenti che servono ad alleggerire il racconto ma anche a distribuire in modo simpatico, tante verità che ci eravamo dimenticati. Phaim Bhuiyan, italiano di seconda generazione, studente di cinema allo IED, ci ha regalato un po’ di aria fresca, ci ha riportato alla semplicità dei rapporti veri di una storia d’amore,  dopo troppi film e fiction TV, in particolare quelle di Netflix, forse strutturalmente più sofisticate ma che hanno tradito  la verità dei rapporti umani per lasciar spazio all’ultimo richiamo scandalistico.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

VOGLIO UNA VITA A FORMA DI ME

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/18/2019 - 08:41
 
Titolo Originale: Dumplin
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Anne Fletcher
Sceneggiatura: Kristin Hahn
Produzione: ECHO Films e COTA films
Durata: 110
Interpreti: Jennifer Aniston, Odeya Rush, Dave Cameron, Bex Taylor-Klaus, Luke Benward

Stanca di essere derisa dai compagni di scuola e di essere circondata da pregiudizi e soliti stereotipi sulla bellezza, una ragazza texana si iscrive ad un concorso di bellezza locale ed è determinata a fare la differenza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amicizia, il coraggio e la forza di volontà sono ottimi ingredienti per recuperare la fiducia in se stesse. Il rapporto tra Will e la zia è commuovente perché in pochi film si narra dell’importanza della figura degli zii nella vita di un adolescente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jennifer Aniston dimostra ancora una volta di essere una grande attrice, versatile e sempre di grande talento.
Testo Breve:

Stanca di essere derisa dai compagni di scuola e di essere circondata  dai soliti stereotipi sulla bellezza, una ragazza “polpetta” si iscrive ad un concorso di bellezza locale . Una divertente commedia sulla ricerca di se stesse

Tratto dall’omonimo romanzo di Julie Murphy il film, disponibile su Netflix, racconta la storia di Willowdean Dickson, una sedicenne dalla corporatura robusta presa di mira dai bulli della sua scuola a Clover City, piccola cittadina del Texas. Il complesso di inferiorità e di disagio di Will, soprannominata così dalle amiche, deriva soprattutto dal confronto con la madre perfetta Rosie Dixon (Jennifer Aniston), ex reginetta di bellezza. Senza volerlo la donna la mortifica ogni giorno anche davanti ad estranei chiamandola “polpetta” (dumplin in inglese).

L’unica persona che sembrava comprenderla ed accettarla così come è realmente era la zia Rosie, simile in fisico e carattere che l’ha cresciuta a suon di musica e citazioni dalle celebri canzoni di Dolly Parton ma che non è più con lei. Con Ellen, amica d’infanzia cresciuta come lei da Rosie, condivide il lutto, difficile da affrontare soprattutto perché la madre non ne vuole mai parlare.Quando finalmente il collega del pub, per cui ha una cotta da una vita inizia ad accorgersi di lei, scatta qualcosa di irrefrenabile in Willowdean che la convince a mettersi alla prova. Ed è così che Willow diventerà il simbolo di una rivincita, in primis nei confronti della madre, riuscendo a coinvolgere altre ragazze (nerd, sovrappeso o semplicemente emarginate) per partecipare insieme a lei al concorso che non prevede limiti di iscrizione se non l’approvazione dei genitori. Fondamentale elemento nella ricerca di sé, la conoscenza di Lee, un vecchio amico della zia che, in stile fata madrina (Cenerentola) e Niegel (Il diavolo veste Prada), aiuta Will a trasformarsi ma non a cambiare look come ci si aspetterebbe, ma a trovare il coraggio dentro di sé per far conoscere al mondo la vera Willowdean.“Non voglio diventare la Giovanna d’Arco delle ciccione” dichiara Will perché il suo obiettivo non è far parlare di sé ma dimostrare quanto sia “difficile essere un diamante in un mondo di strass” come le insegna Dolly Parton nelle canzoni tanto amate.

Una commedia leggera, come se ne vedono poche ultimamente soprattutto su temi delicati come il bullismo, che ironizza e fa riflettere sui banali cliché degli antichi canoni di bellezza. Concorsi per aspiranti Miss, in questo caso Miss teen Blue Bonnet, sono ancora realtà fortemente presenti, basta pensare alle necessità delle ragazze di oggi di mostrarsi perfette utilizzando anche dei banalissimi filtri bellezza su Instagram per apparire al meglio ed ottenere più like.Ulteriore necessità, quella da sempre esistita, di sentirsi accettati, parte di un gruppo e non essere presi di mira a scuola da chi non si applica minimamente ad andare al di là delle apparenze.Non è né la prima né l’ultima commedia a trattare del tema, ma il film rappresenta l’ennesimo esempio di come la piattaforma di Netflix accolga contenuti per tutte le età e che trattino dei temi importanti per la crescita personale ponendo spunti di riflessione e permettendo ai pre adolescenti di avere una propria opinione su argomenti che, troppo spesso, non vengono trattati nelle scuole, nei contesti sociali e sportivi con la giusta attenzione che meriterebbero.Il segreto di una vera principessa di bellezza è in primis imparare ad accettarsi così come siamo, apprezzare chi ci vuole bene nonostante i difetti e riuscire a perdonarsi anche quei piccoli “sgarri” che fanno di noi ragazze a volte imperfette ma sicuramente più sorridenti.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SOLO COSE BELLE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/13/2019 - 17:24
 
Titolo Originale: Solo cose belle
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Kristian Gianfreda
Sceneggiatura: Andrea Valagussa
Produzione: Coffeetime Film, Sunset Produzioni
Durata: 84
Interpreti: Idamaria Recati, Luigi Navarra, Giorgio Borghetti, Barbara Abbondanza

In un paesino vicino Rimini la vita scorre serena grazie anche alla buona amministrazione del sindaco Corradini. Benedetta, di sedici anni, si sente un po’ stretta nel suo ruolo di figlia del sindaco, costretta a dimostrare di essere la prima in tutto. Un giorno sono in molti ad accorgersi che qualcosa di significativo ha disturbato la quiete del paese: il vetusto palazzo Corbucci è stato donato dalla defunta proprietaria all’Associacione Papa Giovanni XXIII che lo ha adibito ad alloggio di una casa famiglia. Una coppia di sposi si prende cura di ragazzi e adulti con handicap, di un immigrato congolese, di una ragazza madre e di Kevin, una ragazzo condannato per furto, che presta assistenza a questa insolita famiglia come pena alternativa. Il sindaco Corradini si trova presto di fronte a due grossi problemi: il partito all'opposizione lo invita a ripristinare il decoro della cittadina espellendo i nuovi arrivati mentre sua figlia Benedetta si è addirittura innamorata di Kevin...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film racconta come l’accoglienza, il calore di tante case famiglia presenti nel mondo riescano a porre le basi per una “seconda volta” per chi ha sbagliato. Il gesto generoso di una coppia di sposi che dedicano la loro vita a prendersi cura di ragazzi difficili o con handicap
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un film con un buon taglio professionale e una buona caratterizzazione dei personaggi, ad eccezione dei due giovani protagonisti
Testo Breve:

Un tranquillo paesino romagnolo viene turbato dall’insediamento di una casa famiglia abitata da persone ai margini della società. Un film ben realizzato sull’importanza della “seconda possibilità”  

Il sindaco Corradini è angosciato. Sua figlia non si trova più. Forse è andata da qualche parte con il ragazzo Kevin. Non gli resta che andare direttamente nelle “tana del lupo”: la casa-famiglia che tanti problemi sta arrecando al paese ma sopratutto a lui, come padre. Lo vediamo quindi nella cucina di palazzo Corbucci in un colloquio a tu per tu con Roberto, il padre adottivo di tutti quei ragazzi “complicati”. “Io sono qui per mia figlia – esordisce il sindaco – che ha deciso di fare la ribelle nel momento sbagliato”. “Quando uno si ribella cerca qualcosa”: gli risponde Roberto. Il discorso si sposta inevitabilmente su Kevin, il ragazzo condannato per furto  e che “sta avendo una pessima influenza su mia figlia”: incalza il sindaco. “Dipende dalle possibilità che gli diamo” ribatte Roberto, aprendo così il tema di quanto sia importante concedere una seconda possibilità a chi ha sbagliato. Il sindaco non ci crede e a questo punto Roberto gli confida la sua esperienza personale: “io ho rubato a tutti e quando tutti mi hanno abbandonato, mi ha trovato un prete, don Oreste [don Oreste Benzi]. Io pensavo di fregare lui e lui ha fregato me. Le persone cambiano quando meno te lo aspetti”. Il sindaco riflette un poco ma poi risponde: “si, ma per uno che cambia mille rimangono fuori”.

Questo dialogo costituisce il “nocciolo duro” del film.  Certamente il tono di tutto il racconto è scherzoso, ricco di personaggi divertenti, uno stile necessario per non trasformare un messaggio positivo in una predica; c’è inoltre l’intesa romantica fra Benedetta e Kevin per far emozionare gli spettatori più giovani ma l’interrogativo morale che scuote i protagonisti del film e quindi gli stessi spettatori è proprio questo: val la pena concedere una seconda volta a chi ha sbagliato oppure ognuno di noi è come condannato ad essere quello che è, senza speranza di un cambiamento?

Naturalmente non riveliamo nulla del finale ma lo sceneggiatore Andrea Valagussa (Don Matteo, Un medico in famiglia, A un passo dal cielo, che Dio ci aiuti,) è stato abile nel non trasformare questo film  in una favola edificante e se da una parte non nasconde le reali  difficoltà di chi si impegna verso coloro che hanno sbagliato, dall’altra tiene alta la speranza che ogni persona possa  venir convertita al bene.

Diciamo la verità: sono non pochi i film o serial TV che si impegnano a trasmettere il messaggio cristiano (in Italia storie di santi, in U.S.A. i Christian film) ma riguardo alla qualità, spesso bisogna sorvolare con un sorriso bonario, verso alcune loro debolezze strutturali. Non è il caso di questo film che si pone molto dignitosammente all’interno del ricco filone della commedia italiana e il tema è stato trattato con competenza e professionalità. Merito del regista Kristian Gianfreda, che vanta una lunga esperienza, raccontata con il mezzo audiovisivo,  sulle case famiglia delle Comunità Papa Guovanni XXIII ma sopratutto dello sceneggiatore Andrea Valagussa, che ha fatto un lavoro accurato di colorazione dei personaggi secondari (divertente la coppia costituita dal poliziotto grasso e della macellaia, così come il sacerdote burbero ma pratico) e a ricostruire  il piccolo ambiente sospettoso e pettegolo di una cittadina di provincia.  

Peccato che sia mancata una  adeguata costruzione della liason amorosa fra Benendetta e Kevin:  i momenti in cui li vediamo assieme e gli scarni dialoghi non riescono a farci percepire le motivazioni di una possibile  “chimica” fra di loro

L’associazione Giovanni XXIII è stata fondata nel 1968 da don Oreste Benzi e e oggi è diffusa in 42 nazioni, con 300 case famiglia solo in Italia e con tanti giovani (e non giovani), volontari.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

CYRANO, MON AMOUR

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/02/2019 - 10:33
 
Titolo Originale: Edmond
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Alexis Michalik
Sceneggiatura: Alexis Michalik
Durata: 109
Interpreti: Thomas Solivérès, Olivier Gourmet, Mathilde Seigner, Alice de Lencquesaing

Parigi: sul finire dell’Ottocento, Edmond Rostand, giovane drammaturgo e talentuoso poeta, è reduce dall’insuccesso della sua ultima pièce e si trova praticamente sul lastrico. Quando ottiene un incontro con il divo Constan Couquelin, in declino e in difficoltà economiche, gli viene offerta una possibilità: l’attore gli commissiona una commedia eroica in versi per rilanciare la sua popolarità. Edmond non ha nulla in mano e ha solo tre settimane per scrivere quello che diverrà un capolavoro: il “Cyrano de Bergerac”.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le potenza della rappresentazione teatrale, fatta di valori umani che trascendono i creatori per dare qualcosa al pubblico, alla realtà degli spettatori, ieri come oggi
Pubblico 
Adolescenti
Una breve scena di nudo
Giudizio Artistico 
 
La costruzione del noto capolavoro è raccontata attraverso una commedia divertente, con un buon ritmo e una cura dello stile linguistico, capace di far assaporare l’abilità del protagonista con la poesia. Ottima la cura nell’ambientazione
Testo Breve:

Il giovane drammaturgo Edmond Rostand ha solo tre settimane per scrivere il “Cyrano de Bergerac”. Una divertente ricostruzione della nascita di questo capolavoro e della capacità del teatro di sublimare la realtà.

Adattamento di una pièce di successo del 2016, scritta dallo stesso Alexis Michalik, regista del film, Cyrano, Mon Amour (in originale semplicemente Edmond), mette in scena la genesi di una delle opere più conosciute e di successo della storia del teatro francese.

Il giovane Rostand, poeta di talento ma poco fortunato, con una famiglia da mantenere nella città più costosa del mondo, ha l’occasione di scrivere una commedia per uno degli attori più conosciuti di Parigi. Ha solo tre settimane e nessuna idea, tranne un titolo: Cyrano de Bergerac. A salvarlo dal “terrore della pagina bianca” è ciò che gli accade intorno, a partire dall’innamoramento del suo amico Léo, attore bello ma poco eloquente, per una costumista, Jeanne, appassionata di poesia e ammiratrice dei versi di Rostand. Per aiutarlo a conquistarla, Edmond si improvvisa per lui suggeritore di poesie e da qui prende l’avvio la famosa storia di Cyrano. È infatti grazie al segreto scambio epistolare con la bella costumista, che diviene la musa di Edmond, che si dipana pian piano la trama della commedia, scritta e provata contemporaneamente dalla sgangherata compagnia teatrale messa in piedi da Coquelin.

E mentre la storia della finzione prende vita, la realtà di Edmond si complica, tra la crisi con la moglie, che si sente tradita dal non essere lei la musa, l’amicizia con Léo, a cui Edmond nasconde il carteggio con Jeanne, e l’ammirazione di Jeanne per Edmond, che viene scambiata ambiguamente per altro. Il tutto però si chiarisce quando Edmond comprende la natura di quel che sta scrivendo: Cyrano trascende e sublima la realtà di partenza, è tutto quello che Edmond non sarà mai: il coraggio, l’ironia, l’eroismo, l’amore. Ma sarà poi proprio attraverso il racconto dell’eroe che ognuno dei personaggi tornerà alla propria realtà con una nuova consapevolezza, e tutto quello che era in crisi ritrova il proprio ordine.

La costruzione del noto capolavoro è raccontata attraverso una commedia divertente, con un buon ritmo e una cura dello stile linguistico, capace di far assaporare l’abilità del protagonista con la poesia. La vita di Edmond, preso dai capricci di eccentrici produttori e attori, dalle difficoltà con la moglie, dal carteggio romantico con Jeanne e dai momenti di “blocco dello scrittore”, si alterna con lo svolgimento delle prove, fino alla messa in scena della prima, il 28 dicembre 1897, dove teatro e vita si fondono a tal punto che nella nota scena finale del Cyrano il palco sparisce per lasciare spazio ad un vero convento e ad una piena immedesimazione, come fosse la scena di un film.

Sorprende poi la cura nell’ambientazione, la Parigi di fine Ottocento, dove tra l’altro il teatro popolare si trova davanti alla neonata invenzione del cinema, con i primi spettacoli dei fratelli Lumière. E se quell’invenzione già era vista come preludio della fine per il teatro, il Cyrano de Bergerac, come suggerisce la voce narrante, ha travalicato l’istante di quella rappresentazione del 1897 per giungere fino a noi, attraverso innumerevoli rappresentazioni, con una storia universale, fatta di valori umani che trascendono i creatori per dare qualcosa al pubblico, alla realtà degli spettatori, ieri come oggi.

 

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LE INVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/20/2019 - 20:42
 
Titolo Originale: Les Invisibles
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Louis-Julien Petit
Sceneggiatura: Louis-Julien Petit, in collaborazione con Marion Doussot, Claire Lajeunie
Produzione: ELEMIAH
Durata: 98
Interpreti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Sarah Suco, Déborah Lukumuena

Donne senza tetto si ritrovano ogni mattina pronte a vivere la loro giornata al centro diurno Envol. E se un giorno dovessero chiuderlo?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In un centro sociale, alcune donne hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle donne senza tetto di Parigi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove.
Testo Breve:

Le invisibili sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina in un centro sociale a Parigi. Un film sociale narrato con l’umanità di Ken Loach e con l’ironia di Quasi amici

Diversa è la loro religione, la loro storia, il loro carattere, il loro bagaglio professionale, ma uguale è la loro solitudine. Sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina nel piazzale antistante il centro Envol, lo spazio diurno che a Parigi ospita, prima che arrivi la notte, le clochard. Le accoglie offrendo loro doccia calda, colazione, biglietti dell’autobus e tutto ciò che potrebbe contribuire alla cura personale.

Le chiamano invisibili perché sono invisibili alla società e alla polizia, che costruisce ostacoli e distrugge tendopoli. Lo fa consapevolmente perché queste donne potrebbero usufruire di un centro notturno, ma non lo fanno perché lì non si sentono a casa. L’ispirazione del film di Louis-Julien Petit prende corpo da Sur la route des invisibles, il libro scritto da Claire Lajeunie, che è diventato poi (per la stessa regia di Lajeunie) il documentario Femmes Invisibles - Survivre à la rue).

Queste storie vere meritano, anche nella finzione, donne reali: tutte le clochard (tranne Sarah Suco) non sono professioniste del set, ma sono senza tetto che il regista ha voluto conoscere e incontrare frequentando per un anno diversi centri di accoglienza in Francia. Ha raccolto le loro storie e scelto poi le attrici.

Non sono però le uniche invisibili del lungometraggio. Invisibili infatti sono anche le dirigenti del centro Envol. Sono donne che hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle clochard. Hanno, in alcuni casi, limitato la loro vita fuori dal lavoro o hanno, senza la necessaria condivisione, costretto i familiari a scegliere quello che volevano. Spesso non hanno nessuno al loro fianco o sono in crisi con il marito. All’inizio della storia tutta la loro vita sembra avere senso solo se si lavora al centro diurno. Quando un giorno il Comune di Parigi, che stanzia i fondi per le strutture di accoglienza, minaccia di chiudere Envol, una di loro, Audrey, ha un’idea.

Queste donne senza tetto avevano prima di perdere tutto, un lavoro, un’esperienza, una competenza. Non sarà perciò la via giusta quella di sostenerle, aiutarle, per far emergere la giusta grinta per ottenere un lavoro o una segnalazione in un’azienda?

Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove. Come nelle commedie americane di successo (a tratti ricorda il francese Quasi amici), che rassicurano e non fanno perdere la speranza anche quando c’è tensione, questo film è pieno di dettagli ironici. Le stesse donne senza dimora hanno, per presentarsi, nomi celebri di persone di successo come Edith Piaf e Brigitte Bardot, Lady D a Brigitte Macron. Volutamente, per sottolineare ancora di più la forza della commedia, non c’è come nei film d’autori europei, la costruzione di una messa in scena povera e trasandata. C’è però un sincero lavoro sulle dinamiche psicologiche di ogni personaggio uniti tutti da una condizione, fil rouge che accomuna senza tetto e assistenti sociali: la solitudine non appartiene alla condizione sociale, ma è uno stato che appesantisce l’esistenza quotidiana e che può essere superato solo quando lo sguardo verso l’altro diventa autentico.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

INSTANT FAMILY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/18/2019 - 15:42
 
Titolo Originale: Instant Family
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Sean Anders
Sceneggiatura: Sean Anders
Produzione: PARAMOUNT PICTURES
Durata: 118
Interpreti: Mark Wahlberg, Rose Byrne, Gustavo Quiroz, Octavia Spencer

Pete e Ellie Wagner sono una coppia sposata da diversi anni. Hanno sempre rinviato la decisione di diventare genitori e lui ha un timore: se avessero un figlio adesso, sarebbero troppo vecchi per gestirlo nell’età più critica, quella dell’adolescenza. Pete però ha un’idea: perché non adottare un figlio che ha già cinque anni o anche più?. L’idea piace a Ellie ma quando ormai si sono decisi ad adottare Lizzi, una ragazza sudamericana di 15 anni, scoprono ha anche due fratelli più piccoli dai quali non si vuole separare: Juan e Lita. I coniugi si trovano davanti a un bivio: o tutti e tre o nessuno….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia mostra un grande affiatamento e rispetto reciproco, che consente loro di affrontare insieme un progetto bello e generoso ma complesso come quello di adottare tre bambini. Il film mostra, in modo acritico, l‘estensione del diritto all’adozione, presente nella legislazione di certi stati americani, anche a persone single e a coppie omosessuali
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il linguaggio è a volte esplicito
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre con scioltezza e ironia ma ciò non impedisce al regista di mostrare con realismo le difficoltà in cui si può incorrere nell’ adottare ragazzi non più piccoli
Testo Breve:

Croci e delizie di una coppia non più giovane che decide di adottare tre fratelli. Un racconto ispirato a una storia vera che mostra il doppio beneficio di questo nobile gesto: per i ragazzi ma anche per gli stessi genitori adottivi

Ci sono delle storie che ci presentano personaggi e fatti inventati anche se verosimili. Altri, come questo Instant Family esprimono un’esperienza realmente vissuta, in questo caso dallo stesso regista Sean Andrers, e la differenza si vede. Il tono del film è da commedia, ci sono molte situazioni divertenti, soprattutto quando la casa si riempie dei tre ragazzi scatenati ma il film è molto serio quando ritrae in dettaglio la progressiva trasformazione dei due protagonisti, che passano da una impostazione idealista e un po’ superficiale alla cocente delusione di scoprire che ad ogni piccolo progresso c’è una immediata regressione il giorno dopo, fino a meditare di riportare i tre ragazzi all’orfanatrofio. Una decisione che però cozza con il loro sentirsi sempre più maturi e responsabili, perché hanno il coraggio, ad ogni sconfitta, di ripartire daccapo, sempre più coinvolti in questa avventura che sta dando spessore alla loro esistenza.

Non si parla di fede nel film, ma il modo con cui Pete e Ellie, assieme ai loro familiari, festeggiano il Natale tenendosi per mano, la sensibilità con cui guardano questi bambini dell’orfanatrofio, nel momento della scelta, spesso dalle vite ferite da abusi e dall’abbandono dei genitori, denota una sensibilità che rimanda a una formazione cristiana.

L’aspetto più bello del film è l’affiatamento della coppia: nessuno dei due è disposto a prendere una decisione senza il consenso dell’altro. Discutono spesso sul da farsi, di fronte a una situazione così delicata, ma entrambi, pur con idee diverse, guardano solo al bene della loro nuova famigliai. Il film è interessante anche perché mostra, in situazioni così delicate, il valore del sostegno dell’intera famiglia, madri, padri e sorelle anche se spesso con qualche costruttivo bisticcio. E’ proprio la madre di lui, in questo caso, ad avere una visione e una sensibilità “fuori dalle parti” che risulta decisiva per ricomporre i dissidi con la ribelle Lizzy.

Anche le due signore dell’agenzia incaricata per le adozioni (una di queste è interpretata da Octavia Spencer) svolgono un ruolo importante e le periodiche tavole rotonde fra i potenziali genitori per scambiarsi esperienze e avere consigli, tradisce l’esperienza che lo stesso regista ha avuto.

Fra i candidati genitori, coerentemente con le leggi della maggior parte degli stati U.S.A. troviamo anche una coppia di omosessuali e una signora single. Il regista non manifesta nessuna particolare presa di posizione nei confronti di questa concezione allargata dei requisiti di adottabilità; non manca però di esprimere una certa ironia nei confronti della donna single che si ostina a cercare un ragazzo robusto perché lo vuole far diventare un campione sportivo. In questo caso il regista ci vuole ricordare il pericolo latente che si cela sotto certe aspirazioni all’adozione: soddisfare i propri desideri invece di porsi al servizio del bambino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/04/2019 - 17:53
Titolo Originale: Qu'est-ce qu'on a encore fait au bon Dieu?
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Philippe de Chauveron
Produzione: LES FILMS DU 24
Durata: 99
Interpreti: Christian Clavier, Chantal Lauby, Ary Abittan, Medi Sadoun, Frédéric Chau, Noom Diawara,

Nel primo film della serie avevamo visto Claude e Marie, una coppia alto borghese di cultura cattolica che vive nella campagna della Touraine rassegnarsi a vedere le loro quattro figlie sposate con uomini di origini e culture molto distanti dalla loro: un musulmano di origini algerine, Chao, un cinese ateo un ebreo e un senegalese. In questo secondo film si ritrovano ad affrontare una nuova prova: le quattro famiglie hanno deciso di trasferirsi nei rispettivi paesi di origine dei mariti, ma Claude e Marie non si perdono d’animo: escogitano un piano ed invitano i quattro generi a passare un weekend con loro senza le mogli. Intanto arrivano in Francia i loro consuoceri senegalesi per il matrimonio della loro unica femmina; non hanno ancora conosciuto il futuro marito e una grande sorpresa li attende...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori della famiglia, anche in caso di coppie miste, viene confermato in questo sequel ma il film dimostra di banalizzare il valore della fede, ponendolo alla strega di retaggio di tradizioni senza valore dei vari paesi
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessaria una certa maturità critica per decifrare il messaggio del film
Giudizio Artistico 
 
I due padri, Christian Clavier e Noom Diawara tengono alto, quasi da soli, la comicità del film. La sceneggiatura riesce ad a aggiungere ben poco rispetto al precedente lavoro
Testo Breve:

Questo sequel di un film francese di successo non riesce a essere originale rispetto al predentee, anzi peggiora alcuni difetti che erano latenti nella prima versione

Il primo film della serie è stato indubbiamente un grande successo di botteghino (12 milioni di spettatori): era stato capace di far ridere, costruendo una situazione paradossale, sul tema dei matrimoni misti che in Francia costituisce un fenomeno importante e a mettere alla berlina il pregiudizio razziale. Nel recensire il primo film avevamo già sottolineato, al di là del successo, la fragilità dell’impostazione. Niente a che vedere, con un altro grande successo che aveva affrontato ridendo un tema serio: quello dell’infermità (Quasi amici- FilmOro). Claude e Marie, ormai-nonni, hanno ben poco di cui lamentarsi: i quattro generi sono dei professionisti affermati, ben inseriti nella buona borghesia francese. Siamo lontani dai problemi delle banlieu parigine. Inoltre le frecciate contro le diverse culture erano state, nel primo film, molto bonarie, e ci si era limitati a ironizzare sull’attaccamento a certi costumi locali, dovuti per lo più alle tradizioni religiose (la circoncisione, il non mangiare maiale per ebrei e arabi, lo spirito commerciale e l’incapacità di sorridere dei cinesi).

Con queste deboli premesse, costruire un sequel diventava un’operazione delicata. Il secondo film si mantiene infatti ben attento a non deviare dalla strada maestra che ha attirato la simpatia del pubblico (nei pranzi domenicali che vedono tutta la grande famiglia riunita, si ripetono le prese in giro nei confronti dei cliché con cui sono identificati arabi, ebrei, cinesi) e non mancano alcuni comici giochi al malinteso, determinati dal timore per il terrorismo. Ma occorreva al contempo inventarsi qualche nuovo pretesto narrativo ed è qui che si manifesta la debolezza del film. I quattro generi decidono all’unisono di trasferirsi nei loro paesi di origine nell’aspettativa di nuove opportunità di lavoro, con grande sgomento da parte dei due nonni, che rischiano di trovarsi soli nella loro grande casa di campagna. L’evoluzione del racconto costituisce un’apologia della bellezza della Francia (con tanto di visita ai castelli della Loira) e un’esaltazione delle sue opportunità di lavoro, quindi un tema poco interessante al di fuori dei suoi confini ma ciò che soprattutto dispiace è la perdita della chimica all’interno delle coppie, presente nel primo film. Si può anzi dire che questo secondo sia caratterizzato da una certa misoginia: la decisione di andare all’estero viene presa dai soli mariti, con le mogli francesi che accettano acriticamente.

C’è un altro aspetto che peggiora in questo sequel ed è il valore che viene attribuito alla fede religiosa.Avevamo già visto nel precedente film che la religione non era altro che una componenente del folklore di un determinato paese, un pretesto per imbastire piacevoli feste comunitarie, come la messa di Natale o la cerimonia della circoncisione per gli ebrei. Adesso anche questo film si allinea sul tema più gettonato nel cinema contemporaneo: quello dell’omosessualità.  Se la figlia di Koffi è arrivata fino in Francia per potersi sposare con un’altra donna e se il padre è svenuto nell’apprendere la notizia, è giusto aspettarsi che il padre senta l’impegno di stare vicino a sua figlia, sempre e comunque, ma il film banalizza il problema, mostrando due ragazze vestite entrambe in bianco con tanto di velo che si presentano in municipio secondo un cerimoniale che vuole scimmiottare le tradizioni plurisecolari del matrimonio fra un uomo e una donna. A rincarare la dose, viene riproposto il personaggio del giovane parroco del luogo, che troviamo allegramente a ballare alla festa di nozze delle due sposine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/17/2019 - 12:07
Titolo Originale: L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fabrizio Costa.
Sceneggiatura: Marco Bonini, Edoardo Leo, Giacomo Bisanti e Matteo Visconti
Produzione: Pepito Production
Durata: 120 su RaiPlay
Interpreti: Vanessa Incontrada, Ricky Memphis, Marco Bonini, Chiara Ricci, Elisa Visari, Edoardo Pagliai

Primo e Michela sono due ragazzi quindicenni, amici da quando erano piccoli (i loro genitori si conoscono da anni). Una mattina a scuola scoprono una novità: la loro classe fruirà di un corso sperimentale di educazione sessuale ed è previsto anche il coinvolgimento dei genitori. Durante un pranzo con le due famiglie riunite, i ragazzi mostrano il questionario che debbono compilare assieme ai genitori. Parlare di un tema così delicato destabilizza ulteriormente Michele e Sabrina, i genitori di Michela che sono sull’orlo del divorzio per via dei continui tradimenti di lui ma anche Corinne e Pietro, i genitori di Primo, stanno vivendo un momento critico perché lei è insoddisfatta per le scarse attenzioni del marito. Michela comprende che i genitori stanno pensando soprattutto a loro stessi e provocatoriamente dichiara che lei e Primo hanno deciso di fare sesso insieme. La notizia si sparge presto anche fra i compagni di classe e adesso i due ragazzi hanno tutti gli occhi puntati su di loro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta con serietà il tema dell’educazione sessuale che non può prescindere dall'educazione sentimentale ma certe conclusioni sono fataliste, soprattutto per quel che riguarda il divorzio
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene il tema proposto e gli attori si comportano secondo lo standard atteso da una commedia all’italiana
Testo Breve:

Nessuno dà molta retta, nemmeno i genitori, a due quindicenni che a questo punto dichiarano ufficialmente di voler fare sesso insieme. Uno spunto per trattare, con serietà il tema dell’educazione sentimentale

“Voi siete la prima generazione ad avere un accesso totale e gratuito alla pornografia” dichiara la professoressa alla sua prima lezione di educazione sessuale.  In effetti questo film TV, L’amore, il sole e le altre stelle” trasmesso su RaiUno all’interno della serie Purché finisca bene 3, ora disponibile su RaiPlay, tratta un tema di indubbia attualità.

E’ lo stesso tema che viene affrontato nella serie di Netflix  Sex Education ma in questo caso si tratta di una parodia sul tema, in una scuola dove ormai, o l’educazione non serve più perché i ragazzi praticano rapporti sessuali  da anni, nelle forme di un esercizio  sportivo  oppure c’è qualcuno, soprattutto fra i maschi, che ancora non ha varcato la fatidica soglia e allora la situazione è grave, bisogna ricorrere a un sessuoterapeuta.

Il film italiano affronta il tema con maggiore serietà e mostra come gli stessi ragazzi hanno compreso che più che di educazione sessuale c’è bisogno per loro di educazione all’affettività.

Nel film si alternano momenti trascorsi in aula dove si ascoltano le lezioni della professoressa ad altri dove possiamo seguire l’evolversi del rapporto fra i due ragazzi e dei genitori fra di loro, con frequenti rimandi fra ciò che viene dichiarato in teoria e ciò che si sviluppa realmente.

L’insegnante propone ai ragazzi principi molto validi, soprattutto quando sottolinea l’importanza del rispetto reciproco e del non fare niente senza comune accordo, ma poi non riesce ad andare oltre, al valore superiore della persona che esercita la propria sessualità e si ferma a osservazioni scientifiche sul comportamento degli animali ( è la femmina che sceglie il partner; il maschio è sempre tendenzialmente poligamo,….

Al contempo anche i genitori hanno poco da insegnare ai ragazzi, anzi sono proprio Primo e Daniela a sgridarli, perché percepiscono, più di loro, le istanze morali che vanno rispettate nel rapporto a due. Daniela rimprovera il padre che continua fare il farfallone con altre donne perché deve prima di tutto, al di là dei suoi desideri, rispettare sua madre. Primo fa riflettere suo padre, che ritiene giusto, per salvaguardare il matrimonio, rinunciare alle proprie passioni: “se tu ami una persona non voglio che tu rinunci a qualcosa perché più rinunci e meno sei te stesso”.

I due ragazzi restano quindi da soli a riflettere su un tema così impegnativo ma l’età li protegge ancora da un serio coinvolgimento emotivo e ormonale. E’ proprio Primo a dare alla professoressa la migliore risposta  sul tema della poligamia naturale: “l’amore ti fa essere fedele perché l’altro diventa, per te,   un essere speciale e se va con tutti vuol dire che io non valgo niente”

Alla fine le conclusioni degli autori, nonostante i buoni messaggi, sono alquanto fataliste: non c’è stabilità nei rapporti amorosi, per i grandi come per i giovani, ci si attrae e ci si respinge compulsivamente in uno stato di perenne instabilità. Negativa anche la conclusione sulla necessità del divorzio anche quando fra due persone che si  amano, sarebbe sufficiente un maggiore impegno per controllare le proprie debolezze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UNA STORIA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/18/2018 - 15:04
Titolo Originale: Una storia senza nome
Paese: Italia, Francia
Anno: 2018
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini, Giacomo Bendotti
Produzione: BIBI FILM, CON RAI CINEMA, COPRODOTTO CON PATRICK SOBELMAN PER AGAT FILMS & CIE - PARIGI
Durata: 110
Interpreti: Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Vittorio Gassamann

Il produttore cinematografico Vitelli sollecita lo sceneggiatore Pes a consegnargli il soggetto del nuovo film che sta aspettando da mesi. In realtà, da anni, Pes ha perso ogni ispirazione ed è Valeria, la segretaria di Vitelli, la sua ghost writer: lo fa perché segretamente innamorata di lui. Proprio quando per lei è urgente trovare qualche buona idea per il nuovo film, viene contattata da un uomo misterioso che le offre una storia molto intrigante, una storia legata al furto della Natività, tela del Caravaggio sottratta dalla mafia nel 1969 dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovata. Il soggetto piace al produttore ma la notizia si sparge presto e la mafia non ha nessuna voglia che il film venga prodotto, perché si è accorta che c’è qualcuno che è troppo ben informato su quel furto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel pieno di un’indagine investigativa si scoprono affetti familiari e si rinsaldano amori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una breve sequenza di nudo
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Roberto Andò realizza un film con grande unità di stile, uno stile leggero perché il tema è leggero. Selezionato dall’Italia per l’Oscar 2019
Testo Breve:

Uno sceneggiatore che non riesce più a scrivere e una segretaria che invece scrive in segreto per lui, si trovano coinvolti in faccende di mafia. Un film sviluppato con una leggerezza coerente con il contenuto

Il primo atteggiamento da assumere per gustarsi questa storia senza nome, è quella di non prenderla troppo sul serio. Il film è un omaggio al cinema, un po’ come era stato fatto con Il cinema Paradiso ma in particolare alla sceneggiatura, a quei magici momenti creativi dove si parte da una pagina bianca e poi idea dopo idea, intrigo dopo intrigo, la storia prende forma. Si può criticare che il colpi di scena, i personaggi che fanno il doppio gioco, i cambi di prospettiva siano troppi ma il film non ha ambizioni realiste, non si occupa di conquistarsi il famoso patto di credibilità con lo spettatore; vuole soprattutto stupirlo, che è poi l’essenza del cinema.

E’ il prodigio dello scrivere, adesso dello sceneggiatore, nei suoi film precedenti dello scrittore, il tema che focalizza l’interesse del regista-sceneggiatore e più ancora il dilemma irrisolto, se sia più importante la verità nuda e cruda o la finzione che ci costruiamo intorno a noi e che esprime la nostra creatività.

In Il manoscritto del principe (2000) sugli ultimi anni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore, parlando con un giovane, sembra porsi a favore della realtà: “I discorsi sono una maschera pudica della verità -e poi conclude che -c’è molta più verità in un suo piccolo gesto che di tutta la sua impeccabile intelligenza con cui parla di Conrad”.

Sotto falso nome (2004) è un’altra storia che ruota intorno a uno scrittore ma questa volta viene sottolineata la fascinazione del mistero che viene svelato, delle cose non dette: ” non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto. Raccontare è semplicemente questo: è un patto, un incantesimo, un filo invisibile che ci lega al ricordo. Il giorno in cui lasceremo l’incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, noi stessi saremo già soltanto un ricordo”.

Ora, con questo Una storia senza nome la fantasia dello sceneggiatore è più mostrata che dichiarata ma anche questa volta, verso la fine, c’è una stoccata contro la ruvidezza della verità. Dice Valeria: “la verità spesso uccide ma noi ci salviamo con la finzione”.

Il regista riesce comunque a trasfigurare queste istanze un po’ astratte, mettendo in scena una storia gradevole e divertente, un citazionismo di film famosi quasi continuo, dove la mafia appare più maldestra che cattiva, gli investigatori si trovano sempre nel posto giusto al momento giusto per spiare le mosse dei cattivi e anche coloro che sono in coma finiscono presto per riprendersi. Simpatici e nella parte, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann e Laura Morante.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |