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PARLAMI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/03/2020 - 18:55
 
Titolo Originale: Un Homme Pressé
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Hervé Mimran
Sceneggiatura: Hélène Fillières, Hervé Mimran, Hervé Mimran
Durata: 100
Interpreti: Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart-Weit.

Alain Wapler è un bravissimo oratore e uomo d’affari in un’azienda automobilistica. Tutta la sua vita è assorbita dal lavoro: non ha mai tempo da dedicare alla cura di sé, né tantomeno a sua figlia Julia. Improvvisamente viene colpito da due ictus a brevissima distanza di tempo. Al suo risveglio, scopre di aver perso la capacità di parlare correttamente e di avere la memoria compromessa. Per recuperare il linguaggio viene affidato a Jeanne, una giovane ortofonista. Non essendo ritenuto all’altezza della situazione, viene licenziato. La perdita della possibilità di lavorare gli permette di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La perdita della possibilità di lavorare e la perdita di memori subita, permettono al protagonista di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale, ancora una volta, l’interpretazione di Fabrice Luchini. Poco approfonditi i personaggi di spalla al protagonista
Testo Breve:

Un uomo, totalmente assorbito nel suo lavoro, viene colpito da ictus e menomato nel linguaggio, ha ora il tempo di recuperare rapporti umani e familiari un tempo compromessi. In streaming a pagamento su Chili e Infinity

Quando Hervé Mimran, nel 2013, lesse un articolo di Le Monde sulla storia di Chistian Streiff, ex presidente di Airbus e PSA Peugeot Citroen, ne rimase colpito e volle incontrare il manager per poter raccontare la sua storia (rivisitata) con un film. Nasce così Parlami di te, quarto film del regista francese.

L’interpretazione di Fabrice Luchini nei panni del protagonista è all’altezza delle migliori aspettative per un professionista da par suo. Se da una parte i fraintendimenti del linguaggio mantengono alto il livello di comicità, dall’altra non rendono il personaggio una macchietta e non banalizzano la riflessione sulla malattia e sulla riabilitazione. Attore che deve la sua iniziale fortuna per le grandi interpretazioni di testi teatrali francesi, la scelta di accettare il ruolo di un personaggio che non è più capace di trovare le parole giuste rende questo film quasi una sfida.

Da menzionare anche, per l’ottimo lavoro svolto, il doppiaggio: la resa in lingua italiana di giochi di parole originariamente in lingua francese, non deve essere stato un lavoro facile. Ma si può dire che è stato un lavoro perfettamente riuscito. La scelta, infine, di “storpiare” anche i titoli di coda aggiunge quel tocco di ilarità in più che sorprende (quanti si fermano a leggere i titoli di coda di un film?).

Non sono da trascurare nemmeno l’ortofonista Jeanne (interpretata da Leila Bekhiti) e la figlia Julia (Rebecca Marder): spalle molto efficaci del protagonista. Forse una prima pecca della sceneggiatura è il poco spazio concesso all’ approfondimento delle loro storie e delle loro personalità. L’ortofonista alla ricerca della propria madre naturale, all’inizio di una storia d’amore con un collega infermiere; la giovane figlia di Alain che cerca di essere all’altezza delle aspettative del padre cercando di essere una ragazza di successo. Personaggi che muovono un po’ tutta la storia, ma poco descritti e di cui non riusciamo a conoscere fino in fondo l’interiorità.

La pellicola offre, inoltre, numerosi spunti per la riflessione. Innanzitutto, il riscatto personale di una persona che ha subito una grave menomazione. Il protagonista non si arrende: la sua durezza di carattere, da uomo all’apice della carriera professionale, si riflette anche nella tenacia impiegata nel percorso di guarigione.

Il cambiamento di carattere: l’impazienza e la scontrosità caratteriale vengono ridimensionate dall’impossibilità di cavarsela da solo anche per le cose più semplici; il rallentare dei ritmi di vita che gli permettono di riscoprire le tante cose belle che possiede e di far rinascere in lui il senso della gratitudine.

Un secondo aspetto forse un po’ debole della sceneggiatura è “l’accelerazione” sul finale: se all’inizio la descrizione del protagonista è dettagliata e il regista si sofferma per definirlo a fondo e per delineare il cambiamento a lui necessario, forse il finale è un po’ frettoloso e rischia di liquidare in poche sequenze il coronamento di tutto il viaggio interiore di Alain.

Comunque il film è gradevole, adatto a tutta la famiglia, capace di far pensare in modo divertente.  E’ disponibile in DVD o in streaming su Chili, Infinit e altri

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EQUIPAGGIO ZERO - TROOP ZERO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/03/2020 - 16:34
 
Titolo Originale: Troop Zero
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Bert & Bertie
Sceneggiatura: Lucy Alibar
Produzione: Big Indie Pictures Escape Artists Juvee Productions
Durata: 94
Interpreti: McKenna Grace, Viola Davis, Jim Gaffigan, Allison Janney

Wiggly (Georgia), 1977. La piccola Christmas Flint, orfana di madre e figlia di un avvocato delle cause perse, decide di partecipare a un talent show organizzato dal gruppo scout delle Birdies. Il premio consiste nella possibilità di registrare un disco che verrà inviato dalla Nasa nello spazio e che potrebbe quindi essere ascoltato dagli alieni (oltre che, come spera Christmas, dalla sua mamma). Per iscriversi al talent show, però, Christmas ha bisogno di un “equipaggio” composto da altri quattro bambini e di qualcuno che accetti di allenarli e di aiutarli a conquistare i distintivi che occorrono per essere ammessi alla gara...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta una storia di riscatto e coraggio,e cinque ragazzi fino a quel momento abituati alla solitudine e alle continue prese in giro, imparano a conoscersi e a fidarsi gli uni degli altri.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film ha una struttura semplice, adatta al pubblico di riferimento e i protagonisti risultano tutti simpatici e Miss Rayleen (interpretata da Viola Davis) è molto materna
Testo Breve:

Cinque bambini che vivono in un contesto degradato partecipano a un talent show e in quel modo trovano amici e adulti che credono in loro. Una bella storia per tutti su Amazon Prime

Presentato al Sundance Film Festival nel 2019, Troop Zero è una simpatica commedia indipendente ora disponibile su Amazon Prime. Il film racconta una storia di riscatto e coraggio, che ha per protagonisti un gruppetto di bambini di una cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti. Ciò che accomuna Christmas Flint e i suoi amici è il fatto di essere degli outsider, cioè degli emarginati, all’interno della comunità in cui vivono: a Christmas manca la mamma e per questo le capita di farsi la pipì addosso quando è emozionata, Hell-No è una ragazzina di colore piuttosto manesca e aggressiva, Anne-Claire è una predicatrice evangelica in erba a cui manca un occhio, Smash ricorda più un animaletto che una bambina, con la sua tendenza a distruggere e a smontare tutto quello che le capita sotto mano, e Joseph, unico maschio del gruppo, è un ragazzino molto sensibile e più effeminato di quanto l’epoca e il contesto in cui è ambientato il film fossero disposti ad accettare.

Insieme, i cinque bambini costituiscono l’Equipaggio Zero, non-numero che viene assegnato loro dalla preside della scuola e madrina di un altro gruppo, ma che, più in generale, evidenzia la stima che gli altri hanno di loro. Davanti a questo affronto, Christmas non si scompone, sottolineando come lo zero sia “il simbolo dell’infinito” e chiedendo a Miss Rayleen (interpretata da Viola Davis), segretaria tuttofare di suo padre piuttosto scorbutica e dai molti rimpianti, di allenare il gruppo. Perché il talent show non è che la tappa finale di un lungo percorso, che presuppone che ciascuno dei membri dell’equipaggio abbia dimostrato di essere una “Birdie”, conquistando almeno un distintivo (una piccola targhetta che viene attaccata alla fascia dei membri e che certifica l’ottenimento di una particolare abilità degli scout, come “vendere biscotti”, “saper aggiustare qualcosa” o “trascorre una notte nel bosco”).

Durante i giorni di preparazione, i membri dell’Equipaggio Zero, fino a quel momento abituati alla solitudine e alle continue prese in giro, imparano a conoscersi e a fidarsi gli uni degli altri. Da questo e dalla passione di Christmas per lo spazio nascerà il tema del loro numero per il talent show, destinato comunque a lasciare un segno (se positivo o negativo, lo scoprirà lo spettatore!). Quel che è certo è che, al di là di come andrà la gara, i cinque bambini avranno trovato non soltanto dei nuovi amici, ma anche degli adulti disposti a credere in loro. Perché – in un contesto povero e degradato come quello di Wiggly, dove la popolazione vive tra roulotte e baracche fatiscenti – i bambini rappresentano la speranza per un futuro e un mondo migliore. Speranza che la piccola Christmas manifesta ogni volta che alza gli occhi verso il cielo, alla ricerca degli alieni.

Autore: Cassandra Albani.
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LO STATO DELL'UNIONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/16/2020 - 22:39
Titolo Originale: State of the Union
Paese: United Kingdom
Anno: 2019
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Nick Hornby
Produzione: See-Saw Films
Durata: 2 episodi di 501 su Sky
Interpreti: Rosamund Pike, Chris O'Dowd

Louise e Tom sono una coppia sulla quarantina, sposata da 15 anni con due figli ma qualcosa fra loro si è rotto. Lei lo ha tradito per un altro ma ora è pentita e hanno deciso di partecipare ogni settimana alle sedute di una terapeuta di coppia. Dieci minuti prima dell’incontro, hanno preso l’abitudine di incontrarsi in un pub lì vicino: è l’occasione per riorganizzare le proprie idee su cosa dire durante la seduta ma in realtà è l’occasione per misurare la temperatura del loro amore….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia ha il dono del dialogo, ma entrambi mancano dello slancio necessario per compiere un gesto generoso e incondizionato verso l’altro
Pubblico 
Pre-adolescenti
riferimenti alla vita sessuale della coppia
Giudizio Artistico 
 
I protagonisti Rosamund Pike e Chris O’ Down hanno vinto due Emmy Awards nella categoria fiction short form, e sia il regista (Stephen Frears) che lo sceneggiatore (Nick Norby) hanno vinto o sono stati candidati ai premi Oscar
Testo Breve:

Lui e lei, una coppia in crisi, si incontrano ogni settimana in un pub prima di partecipare a una terapia di coppia. Sono dieci minuti nei quali esplorano i loro sentimenti e, ciò che più conta, non smettono mai di dialogare. Due premi agli Emmy Awards.

Louise e Tom guardano dalla finestra del pub una coppia uscire dallo studio della terapeuta: evidentemente la seduta ha avuto successo perché i due si stanno baciando pieni di passione. “Se sono così travolti dalla passione, che diavolo ci fanno dalla dottoressa Kanyon?” commenta lui. Poi subito si corregge perché capisce di aver commesso una gaffe nei confronti della moglie. “La passione non è come il petrolio che poi si esaurisce – cerca di correre ai ripari – la vedo più come qualcosa che si perde, come una chiave o una biro. “Le chiavi si trovano sempre, le biro mai – lo rintuzza lei- noi abbiamo perso una chiave o una biro?” Tom comprende che c’è una sola risposta possibile: “sono chiavi che stiamo cercando e dobbiamo trovarle. Chi perde tempo a cercare una biro? Meglio ricomprarla”. Un dialogo di questo genere rende bene lo spirito di questo serial short form, dove ogni episodio dura esattamente dieci minuti, il tempo che i due trascorrono al pub prima che inizi la seduta.  Si tratta di un lui e di una lei che hanno mantenuto un atteggiamento urbano fra loro, non alzano mai la voce, sanno che il loro amore non è morto, nascosto da qualche parte del loro animo, anche se è rimasto ferito dall’infedeltà di lei. C’è una tenue elettricità che scorre fra loro, ognuno dei due è in tensione, attento a quello che dice l’altro per riuscire a cogliere anche un piccolo accenno della volontà di tornare assieme come prima. Al contempo si tratta di un dialogo sofisticato, intelligente, scritto da Nick Hornby (An Education,  Brooklyn, About a Boy,  Wild, due volte candidato all’Oscar), che appare molto inglese nella sua sottile ironia e apparirebbe quasi freddo se non fosse per la bravura dei due protagonisti: Rosamund Pike e Chris O’ Down. Puntata dopo puntata, emergono le loro personalità: lei è più determinata, ha un comportamento lineare, mosso da alcuni principi di fondo da perseguire, incluso l’impegno di dire sempre la verità; lui si comporta in modo più circospetto, di volta in volta, circostanza per circostanza, riflette su cosa è opportuno dire o no. E’ un atteggiamento che fa arrabbiare lei, che lo rimprovera per non combattere per il suo matrimonio, per la sua stessa vita. Alla fine si tratta di una coppia perfettamente complementare, che dispone del bene preziosissimo del dialogo e indipendentemente da come finirà il serial, è evidente che sono fatti l’uno per l’altra.

Questa recensione vuole anche rendere omaggio a questo nuovo format, il serial short form, che sta diventando sempre più popolare proprio perché ha l’obiettivo di adattarsi ai dispositivi mobili, e non ha bisogno di molto tempo (il tempo di un percorso in metropolitana) per arrivare alla fine di un episodio (tipicamente dieci minuti). In particolare questo Stato dell’unione, per la regia del premio Oscar (The Queen, 2017) Stephen Frears  ha vinto nel 2019 due Emmy Awards nella categoria short form.

La fiction è disponibile su Sky

Autore: Franco Olearo
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LA MIA BANDA SUONA IL POP

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/23/2020 - 21:26
Titolo Originale: La mia banda suona il pop
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Edoardo Falcone, Alessandro Bardani
Produzione: Casanova Multimedia
Durata: 95
Interpreti: Christian De Sica, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Diego Abatantuono,• Natasha Stefanenko

I POPCORN sono un gruppo musicale che ha avuto un suo fugace momento di gloria negli anni ’80. Caduti nell’oblio, Il frontman Tony (Christian De Sica) ora suona e canta per i matrimoni, Micky (Angela Finocchiaro), l’unica donna del gruppo, conduce un programma di cucina ma ha il vizio di alzare troppo il gomito; Lucky (Massimo Ghini) gestisce il negozio di ferramenta della moglie e infine Jerry (Paolo Rossi) raccoglie, suonando, qualche moneta sotto il Colosseo. Un giorno Franco (Diego Abatantuono), il vecchio manager della band, dà loro una lieta notizia: Ivanov un magnate russo, vuole che i Popocorn, di cui è un nostalgico appassionato, suonino nella sua casa a San Pietroburgo in occasione del suo compleanno. I quattro recuperano i vestiti di scena di un tempo e partono felici per questa promettente avventura. Non sanno che Franco si è accordato con Olga, sua vecchia conoscenza e ora capo della sicurezza del magnate, per svaligiare, durante la festa, il caveaux della villa….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro cantanti in bancarotta si trasformano in ladri alla prima occasione di un loro rilancio nel mondo dello spettacolo
Pubblico 
Adolescenti
Molte batture e allusioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Una scrittura con poca originalità e dialoghi che si ripetono. Buona la costruzione della nostalgia per gli anni ‘80
Testo Breve:

I componenti di un complesso musicale, un tempo famosi negli anni ’80, ora ridotti sul lastrico, ritornano in auge grazie a un magnate russo che li ha sempre apprezzati. Comicità e thriller insieme non bastano a fare un buon film

I Popcorn sono appena entrati nella sontuosa villa del magnate russo. Questi li accoglie con tutto il suo staff. “La mia casa è la vostra casa!”: esclama. “Magari!”: dice sottovoce Tony. “Vi presento –continua il padrone di casa indicando tre belle donne accanto a lui - la mia prima moglie Katiusha, mia moglie Natasha mentre lei è la mia bellissima amante”. “Bagascia?”: domanda Tony. “No, si chiama Erina”: risponde Ivanov che non ha compreso la battuta. “Avrei detto anch’io bagascia…” incalza perplesso Franco. Con battutacce di questo genere e altre più volgari e dirette è infarcito questo film e ci stupiamo, perché pensavamo che il tempo dei cinepanettoni, della comicità pecoreccia a zero cultura, fosse ormai terminato. Peccato, perché alcune premesse erano buone: attori comici con alta professionalità, alcune canzoni scritte apposta per il film da Bruno Zambrini (Non son degno di te, La fisarmonica e La bambola) che imitano molto bene le hit di quel tempo e in generale la nostalgia degli anni ’80 che ci viene trasmessa in modo particolarmente contagioso. Il punto debole è la sceneggiatura: questi vecchi cantanti recuperati per l’occasione dovrebbero far ridere ma invece risultano patetici, con battute interminabili su chi sia andato a letto con la disinvolta Micky e chi no. Si sviluppa poi la componente thriller del racconto ma questa risulta giustapposta e non integrata nel resto della trama che continua a giocare con le caratterizzazioni bloccate dei personaggi e dai continui battibecchi fra di loro. Quando Franco rivela ai quattro Popcorn il piano per svaligiare la cassaforte del ricco magnate, forse, qualcuno della banda avrebbe potuto sentire un po’ di rimorso, visto che proprio grazie a questo signore russo erano tornati a percepire l’ebbrezza del successo (incluso un lauto cachet) ma questo non avviene, e alla fine sono proprio i russi a esser seriamente presi in giro, non solo perché si fanno rapinare (facilmente) ma perché appaiono dei sempliciotti con non molta cultura, ancora legati alle canzoni italiane degli anni ’80.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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OFFLINE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/08/2020 - 19:52
 
Titolo Originale: Offline
Paese: BRASILE
Anno: 2020
Regia: César Rodrigues
Sceneggiatura: Renato Fagundes, Alice Name-Bomtempo, Alberto Bremer, Jonathan Davis
Produzione: A Fábrica
Durata: 95
Interpreti: Larissa Manoela, André Frambach, Erasmo Carlos

Ana è una giovane influencer di successo. Le sue apparizioni su Instagram, i suoi stessi “fidanzati” sono concordati con la casa di moda per la quale lavora. A causa dei troppi incidenti provocati per colpa del suo vizio di parlare al telefono mentre guida, gli viene ingiunto di non usare più il cellulare e di passare un periodo con il nonno Germano, che abita fra le montagne, dove non c’è campo. All’inizio Ana mal si adatta alla vita semplice di campagna ma grazie all’aiuto del nonno e di João,un simpatico ragazzo che ha conosciuto, riesce anche a trovare l’ispirazione per mettersi a disegnare lei stessa dei modelli...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film attribuisce grande valore alla coesione familiare, dove viene amorevolmete corretto chi commette degli eccessi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La protagonista Larissa Manoela e il “nonno” Erasmo Carlos conferiscono al racconto il giusto brio intorno a una storia edificante facilmente prevedibile
Testo Breve:

Una influencer affermata usa continuamente il telefonino anche quando guida e per punizione viene spedita per qualche tempo a casa del nonno in montagna, dove non c’è campo. Un recupero forzato della verità sui rapporti umani e familiari

Cosa succederebbe se un’influencer fosse costretta a vivere senza Internet? Solo apparentemente è un tema al limite e quindi poco interessante perché riguarda tutti noi che non sappiamo più vivere senza una connessione in rete disponibile tutto il giorno ed è questo il problema che affronta questo film brasiliano, disponibile su Netflix. Bisogna riconoscere che il messaggio universale della favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna ha una piena validità anche oggi, se consideriamo il numero di fiction e di serial TV che puntano ancora il dito contro la sofisticata complessità della società moderna, da contrapporre alla semplice vita delle piccole comunità: ricetta ideale per tornare ad essere più umani e per coltivare gli affetti familiari. Lo avevamo viso in Quando chiama il cuore (When calls the Heart) dove una ricca ereditiera scopre la bellezza di insegnare ai ragazzi di uno sperduto centro di minatori, oppure In Falling in Love – Ristrutturazione con Amore, dove una giovane architetta abbandona l’ambiente falso e competitivo di Los Angeles per trovare ispirazione e amore in un paesino della Nuova Zelanda. Ora con questo film brasiliamo siamo pienamente immersi in un mondo, espressione di perfetta e attualissima artificosità: le false vite delle influencer della moda, che fingono di esibire una loro ordinaria quotidianità, quando invece tutto è costruito ad arte per il sollazzo degli ingenui internauti. La protagonista Ana, pur avendo 19 anni, benificia di lucrosi guadagni non facendo altro che scattare selfie con sorrisi smaglianti, seguendo il copione che gli viene preparato dalla direttrice della casa di moda per cui lavora. Il problema, per Ana, non è quello di svolgere un lavoro come un altro, ma di annullare la propria personalità finendo per immedesimarsi in quell’avatar che sta impersonando davanti al cellulare. Ben venga quindi la punizione di recarsi sulle montagne, dove ancora vive suo nonno, ma sopratutto dove non c’è campo per i cellulari. In questo contesto chiuso ma vero, Ana fa riaffiorare il suo carattere solare e comunicativo. Non deve parlare più a persone che non vede ma un nonno che non vedeva da tanto tempo e a una simpatica famiglia con tre fratelli, uno dei quali, João, le appare particolarmente attraente. In questo contesto tranquillo Ana trova modo di recuperare la sua personalità più genuina e riscoprire la sua vocazione di creatrice di moda. La commedia prosegue con nuove e più complesse difficoltà ma verranno tutte affrontate grazie alla ritrovata unità di tutta la famiglia di Ana. Complessivamente ci troviamo di fronte a un’opera che trasmette messaggi positivi a favore dell’unità della famiglia, che è in grado di sostenere chi ha sbagliato e dove tutti i componenti sono pronti, quando è necessario, a chiedere perdono. Il film non attacca frontalmente i nuovi fenomeni sociali, come quello che ruota intorno agli influencer ma cerca di ricollocarlo all’interno di un più fermo codice etico, impostato sull verità e l’onestà. La fattura del film è tipica di un lavoro in classe B ma la protagonista, Larissa Manoela, riesce a trasferire una energia e un entusiasmo contagiosi.

Il film è disponibile su Netflix in lingua italiana

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FIGLI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/25/2020 - 21:19
Titolo Originale: Figli
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giuseppe Bonito
Sceneggiatura: Mattia Torre
Produzione: Wildside / Vision Distribution
Durata: 97
Interpreti: Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi

Nicola e Sara sono una coppia di quarantenni romani (lui gestisce una salumeria, lei è un’ispettrice sanitaria) con una figlia di otto anni. Lei resta incinta una seconda volta: nasce Pietro e la loro vita si trasforma. Di notte Il bimbo piange continuamente, dopo il terzo mese lei vorrebbe tornare a lavorare ma i suoi genitori e quelli di lui si rifiutano di aiutarli e non si trovano baby sitter. Nicola e Sara passano il tempo a litigare su chi deve fare che cosa ma poi, quando riescono a concedersi una serata da soli, non vedono l’ora di tornare a casa dai loro figli….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non nega la bellezza di avere figli ma mostra due genitori che non hanno colto il valore della loro unione né del loro essere genitori
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di nudo femminile
Giudizio Artistico 
 
Il film si regge sull’interpretazione di Valerio Mastrandrea e di Paola Cortellesi, si cerca di far ridere ma il format narrativo mostra troppa acredine per essere una commedia
Testo Breve:

Una coppia va in panico quando arriva il secondo figlio. Poche risate e molti pensieri piccoli per un evento così grande

Sara ha chiesto alla madre la cortesia di prestarsi a fare da baby sitter perché lei possa tornare a lavorare. Alla risposta negativa della madre, Sara si arrabbia: “La vostra generazione si è mangiata tutto.vi siete goduto il boom economico, avete accumulato, avete sprecato negli anni 80 e 90 sperando che quel benessere sarebbe durato per sempre. Non avete pensato alle generazioni successive e continuate a non farlo. Voi vi godete le pensioni di cui sarete gli ultimi a beneficiare, vi godete le prime e le seconde case di proprietà e per di più non morite neanche più” La madre si incupisce ed è pronta a ribattere: ““Voi dovete capire bene una cosa una volta per tutte: noi anziani siamo una forza. Se ci arrabbiamo sono dolori. Perché siamo di più. Ogni 100 giovani ci sono 165 anziani: questo significa maggioranza assoluta… I nostri libretti di risparmio tengono in scacco l’intera economia nazionale, senza i quali noi chiudevamo, come la Grecia. Ci manca solo un poco di consapevolezza e coesione e saremo finalmente pronti a “prendere il potere” (non dice esattamente così, ma il senso è questo). Si tratta di uno dei colloqui più brillanti del film che mentre racconta le vicissitudini private di Nicola e Sara, coglie l’occasione per dire in parole quello che sta mostrando: il contesto storico attuale italiano dove le giovani generazioni sono costrette a vivere in affanno e impreparati in una società in stagnazione economica e appesantita dalle molte tasse.  Il racconto, costruito sulle piccole vicende di ogni giorno della coppia, è caratterizzato dall’instabile oscillazione  fra poli opposti: sentono di non farcela a gestire i due figli (la più grande è gelosa del nuovo nato) ma poi, appena si possono concedere una serata tutta per loro, sentono la nostalgia dei loro piccoli e desiderano solo tornare a casa; litigano spesso e con acredine quando uno dei due sembra trascurare i propri doveri domestici ma poi sono pronti a tornare fra le braccia l’ uno dell’altra.

Il film è l’espansione, in immagini, del monologo: “I figli invecchiano” recitato dallo stesso Valerio Mastrandrea, scritto da Mattia Torre, morto prematuramente a 47 anni e che avrebbe dovuto dirigere questo stesso film, poi sostituito da Giuseppe Bonito.

Ma può un monologo trasformarsi in un film? Le vicende narrate, la vita quotidiana di una coppia sconvolta dall’arrivo del secondo figlio, si sarebbero adattate molto bene al format di una commedia brillante, con scenette divertenti e commenti arguti su certe situazioni dell’Italia contemporanea. Si è scelto invece il tono semiserio, caratterizzato dall’acredine verso diverse categorie (i genitori anziani, lo Stato sanguisuga, i sacerdoti) con frequenti inserti di una voce fuori campo che filosofeggia su come uomini e donne di oggi si trovano a gestire malamente i loro impegni familiari. Pur ammirando l’acutezza di certe osservazioni, alla fine non si ride, anzi ci si annoia. Qualcosa di simile era accaduto con Ogni maledetto Natale dello stesso Mattia Torre assieme a Giacomo Ciarrapico e a Luca Vendruscolo. La bella tradizione di riunire tutta la famiglia per Natale veniva vista come pura ipocrisia, senza alcun significato né umano né religioso.

Alla fine, l’autore morde su certi comportamenti scorretti ma non nega affatto la bellezza di avere dei figli né l’importanza degli affetti coniugali ma ci mostra una coppia a cui manca il senso generale del loro vivere. Sembra che si trovino felici solo a partecipare a delle feste con i loro amici, a prendersi un drink in allegria ma non colgono il fatto che proprio passando notti insonni intorno alla culla del figlio, che altri non è se non il loro amore che è diventato carne, si consolida la loro unione, condividono dei momenti che sono solo loro, momenti nei quali si stanno trasformando, allenandosi a essere generosi senza riserve.

Alla fine il film lascia un po’ tristi, di fronte a quest’ uomo e questa donna piccoli piccoli, che vanno nel panico appena nasce il secondo figlio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOLO TOLO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/06/2020 - 19:15
 
Titolo Originale: Tolo Tolo
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Checco Zalone
Sceneggiatura: Checco Zalone, Paolo Virzì
Produzione: Medusa Film, Taodue
Durata: 90
Interpreti: Checco Zalone, Souleymane Sylla, Touré: Idjaba, Arianna Scommegna

Checco sogna: crede nelle capacità di sviluppo della sua Puglia e nel suo paese di Spinazzola apre un locale Sushi. Travolto dai debiti, inseguito dal fisco, migra in Africa per fare il cameriere in un resort di lusso in Kenya. Qui si innamora della giovane Idiaba ma l’idillio dura poco: l’Isis distrugge tutto e a lui, Idiaba e altri amici, non resta che intraprendere un lungo viaggio fino in Libia, per rientrare in Europa (lui preferirebbe il Liechtenstein, che è esentasse) come clandestino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Checco si avvicina con simpatia e partecipazione ai problemi di chi dall’Africa deve migrare a causa della violenza politica ma certe libertà che si prende nel rappresentare situazioni anche dolorose sfociano nel cattivo gusto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Checco conferma la sua capacità di costruire battute e situazioni divertenti ma la narrazione manca di coesione e di focalizzazione su un unico tema portante
Testo Breve:

Checco emigra in Africa per debiti ma poi si imbarca anche lui come clandestino per tornare in Europa. Si ride e anche si canta ma a volte qualche nota risulta stonata

La genesi della comicità di Checco Zalone risiede nello spaesamento. Checco è un personaggio piccolo piccolo, legato alle tradizioni della sua terra del Sud, che diventa un pesce fuor d’acqua quando finisce per trovarsi in ambienti per lui troppo nuovi. Lui reagisce in modo rozzo e spontaneo, mostrando, in questo modo, che non tutto ciò che è nuovo non è perfettamente giusto e qualcosa di bello si sta perdendo.

In Cado dalle nubi, lui terrone-doc, si ritrova nella moderna Milano dove scopre il fanatismo (per lui) della Lega e che suo cugino, che ha inclinazioni omosessuali, vive tranquillamente la sua vita. Anche in Che Bella giornata il pugliese si ritrova a Milano ma questa volta la novità è costituita dalla sua fidanzata tunisina che in realtà è una terrorista. In Quo Vado? lui, che aspirerebbe solamente ad avere un posto fisso nel suo paesino, si ritrova in Norvegia e medita che in fondo, di fronte a tanta libertà sessuale, lui resta legato al vecchio amore romantico.

In questo Tolo Tolo, lo spaesamento non nasce dal confronto fra due aree geografiche diverse (in fondo anche in Africa, ci sono i resort per ricchi) ma fra un mondo che ruota intorno ai soldi, dove lo stato risulta particolarmente esoso (l’unico momento in cui Checco non è politically correct è proprio contro in fisco, l’Inps e tutto ciò che frena la libera imprenditorialità) ma alla fine governa, mantenendo ordine e giustizia e un altro, dove lo stato è corrotto, non c’è ordine  e i violenti, mostrati senza un nome né una movente, agiscono impunemente.

Ma insomma, Checco, è un razzista oppure no? E’ favorevole o contrario ad accogliere gli immigrati raccolti dalle navi ONG? L’inizio del film è significativo: con una voce di sottofondo Checco fa sapere che lui è nato in un paese del Sud più povero: “certo, avrei dovuto migrare come tanti miei concittadini ma io amavo la Puglia e volevo restare con i giovani che sapevano guardare oltre le colline di quelle squallide miserie…”. Checco sicuramente non è razzista: i personaggi di origine africana presenti nel film sono trattati con molta simpatia e alla fine del film, chi in un modo e chi in un altro, tutti trovano un lavoro in Italia. Al contempo però (quando la nave ONG sbarca a Vibo Valentia, oltre a quelli che accolgono gli immigrati, ci sono anche quelli che alzano cartelloni di protesta) Checco sembra, in modo silenzioso, sollevare un problema di priorità, portando la nostra attenzione sui secolari problemi del nostro Sud.

Ciò che pesa su questo film, è probabilmente la decisione di Checco Zalone di assumersi l’onere sia della sceneggiatura (con un contributo minore di Paolo Virzì) che della regia. Si è potuto così esprimere liberamente, senza il controllo di una persona terza, e ciò ha comportato l’inserimento di sequenze che non appaiono necessarie, come quella finale della cicogna nera che porta i neonati in Africa quando ormai il film era terminato o la sua trasformazione saltuaria e delirante in Benito Mussolini. Altre appaiono obiettivamente di cattivo gusto, prima fra tutte quella del balletto danzante nell’acqua, secondo lo stile Esther Williams (realizzato oltretutto male), proprio quando la barca degli immigrati affonda fra le onde ma anche la canzoncina “la gnocca salva l’Africa” e lo stesso video Immigrato, realizzato come trailer per promuovere il film, che oltretutto è ingiusto nel suo velato razzismo perché il film non lo è. A un certo punto compare una camionetta di pace keeping del contingente italiano e Checco riesce a liquidare  in pochi secondi, in modo sguaiato  (un soldato è impegnato a leggere i cruciverba, un altro lancia bombe a caso) tutto l'impegno dei nostri soldati nelle zone di conflitto.

Certamente non è nuova l’idea di scherzare parlando di temi seri (basterebbe ricordare Forrest Gump di Zemeckis, La vita è Bella di Benigni, La mafia uccide solo d’estate di Pif) ma in tutti questi lavori il protagonista è l’ingenuo, il semplice, l’ottimista ad oltranza, mentre il mondo fuori di lui resta reale e quindi rimane sostanzialmente rispettato nella sua tragicità. Checco ha invece un approccio totalizzate, deforma anche la realtà secondo i suoi criteri e in questo modo finisce spesso per non rispettarla.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRIMO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/11/2019 - 11:37
Titolo Originale: Il primo Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Ficarra, Picone
Sceneggiatura: Ficarra, Picone, Fabrizio Testini
Produzione: Tramp Limited, Medusa Film
Durata: 100
Interpreti: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia

Don Valentino, parroco di un paesino della Sicilia, ha un’idea fissa: il presepe vivente. Ogni anno ingaggia alcuni suoi compaesani accuratamente selezionati per fare, chi i pastori, chi i soldati romani, impegnati a recitare i versi preparati da lui stesso. Salvo è invece un ladro di oggetti sacri e ha messo gli occhi sul bambinello che verrà utilizzato per il presepe di don Valentino, un’opera di grande valore. Il furto viene scoperto e Valentino insegue Salvo, fino a trovarsi all’interno di un fitto canneto. Ritornati all’aperto, ladro e inseguitore hanno una incredibile sorpresa: si trovano in Palestina, esattamente nell’anno zero, perché sentono che è stato indetto il censimento di Cesare Augusto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un rapporto fruttuoso fra un sacerdote che dà prevalenza allo spirito e un altro più pragmatico che porterà il secondo a scoprire la fede e il primo a riconoscere il valore di gesti concreti. Qualche riferimento spiritoso ai dogmi cristiani rischia di sfociare nella derisione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ficarra e Picone confermano la loro verve comica ma la storia risulta troppo diluita
Testo Breve:

Un sacerdote e un ladro si ritrovano in Palestina proprio quando sta per nascere Gesù. Un racconto paradossale che genera gags non sempre pertinenti

Dopo il meritatissimo successo di L’ora Legale del 2017, ecco di nuovo Ficarra e Picone, sia attori che registi, ritrovarsi nel bel mezzo della Palestina proprio quando sta per nascere Gesù.

I due comici siciliani hanno sempre sviluppato una comicità priva di volgarità, impegnata a ironizzare su qualche vizietto nostrano, senza mai usare la frusta ma con garbati accenni, con lo spirito di “chi vuole intendere intenda”.  In L’ora legale, ci hanno ricordato la nostra tendenza a concepire il bene pubblico come qualcosa che deve solo servire agli interessi personali.  In Tutto a posto hanno ironizzato sulla voglia dei figli di sfruttare la sicura pensione dei genitori. In La matassa, hanno messo alla berlina il nostro pensiero spesso irrigidito in posizioni predefinite dal nostro clan di appartenenza.

E’ insolito quindi che Ficarra e Picone abbiano scelto di costruire una storia intorno alla nascita di Gesù. Con chi prendersela? In effetti una polemica viene espressa ma solamente all'inizio e alla fine del film, sul tema dell’immigrazione. “E’ assurdo che nel 2019 si debbono ancora vedere queste cose– dice Ficarra davanti a una televisione che mostra l’immagine di una nave ONG che fa salire a bordo degli immigrati dispersi in mare - l’immagine è sgranata, il colore del mare è sbiadito”. Verso la fine, quando i Ficarra e Picone si trovano su una barca, incrociano una motovedetta italiana e un ufficiale, alle sue richieste di aiuto, gli risponde: “noi vi faremmo anche salire ma dicono di non sapere dove mettervi…”. Si tratta di una brevissima incursione nella realtà di oggi che non sposta l’asse dell’interesse del film, che si concentra sul loro tempo passato in Palestina, ricostruita in Marocco. Ma allora dove possono “mordere” i due comici? Imbastiscono battute giocando sul contrasto fra loro due, provenienti dal 2019 e i palestinesi del tempo che non sanno certe cose (in una sequenza, entrambi stanno giocando a tombola con Erode: viene estratto il 33 e Picone esclama: “gli anni di Gesù” ma tutti rispondono: “chi?”. Una opportunità sfruttata più volte ma in effetti è ancora’ poco. Più frequentemente sono le tematiche religiose quelle che cadono sotto l’attenzione dei due ed è questo l’aspetto più delicato del film. Ovviamente stare in allegria, soprattutto nel tempo di Natale, con qualche scherzo bonario va benissimo ma in alcune battute ci si muove sul filo di una comicità che sfocia nelle derisione. Don Valentino, prigioniero dei romani, benedice il pasto ma subito dopo lo sputa perché è troppo cattivo. Sempre don Valentino, che sta per incontrare Maria, si domanda: “come la debbo chiamare? Sua altezza santissima?” “Chiamala come vuoi, sei tu il “tifoso” gli risponde Ficarra, nei panni di Salvo. Più pesante è il colloquio di Salvo con un ignaro palestinese al quale cerca di spiegare la nascita di Gesù: “il Figlio e il Padre sono la stessa cosa e quando uno dice: “papà!”, si rivoltano in tre perché c’è anche lo Spirito Santo”.

Un altro punto di debolezza è nella regia: il racconto si mostra complesso, articolato in tre capitoli (don Valentino e Salvo ai giorni d’oggi; alla ricerca di Giuseppe e Maria nella Palestina del tempo e infine in fuga verso il mare, inseguiti da Erode), non c’è un nodo risolutivo e la storia sembra incapace di trovare la fine.

In complesso Ficarra e Picone confermano la loro simpatia e riescono a spalleggiarsi bene come sempre (Picone più spirituale, Ficarra più pragmatico, ma poi entrambi sapranno imparare la lezione l’uno dall’altro) ma questa volta si sono mossi su un terreno che non li ha trovati a loro perfetto agio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SOGNO PER PAPA'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/09/2019 - 18:25
 
Titolo Originale: Fourmi
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Julien Rappeneau
Sceneggiatura: Julien Rappeneau
Produzione: M2 Pictures
Durata: 105
Interpreti: François Damiens, Maleaume Paquin, André Dussollie, Ludivine Sagnier,Laetitia Dosch

Il piccolo Theo è figlio di genitori separati. La mamma vive con un altro uomo mentre il padre Laurent, che ha perso il lavoro da ormai due anni a causa del fallimento dell’azienda, è ancora disoccupato, ha un carattere litigioso e alza troppo il gomito. Theo vuole bene a suo padre, è contento quando lui viene a vederlo giocare a calcio (anche se piccolo di statura, Theo è molto bravo) perché è l’unico momento nel quale lo vede sereno e suo tifoso appassionato. Quando sul campo arriva un allenatore dell’Arsenal inglese alla ricerca di nuovi talenti, Laurent non sta più in sé per l’emozione: il colloquio fra l’allenatore e il ragazzo avviene realmente e Theo comunica al papà che è stato selezionato. Per Laurent inizia una nuova vita: smette di bene, inizia a cercare un lavoro e a studiare l’inglese perché vuole ottenere l’autorizzazione, dall’assistente sociale, per esser lui ad accompagnare suo figlio in Inghilterra. Laurent però non sa che il figlio gli ha detto una bugia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico rapporto figlio-padre dove è il figlio che trova il modo di risollevare il padre da una lunga depressione
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un nerd computer-dipendente può disturbare quei ragazzi che hanno un simile comportamento
Giudizio Artistico 
 
La struttura del racconto è volutamente semplice per accontentare un vasto pubblico ma è impreziosita dalla caratterizzazione di molti simpatici personaggi
Testo Breve:

Il piccolo Theo, bravo a giocare a calcio, è desideroso di rendere il padre (disoccupato e ubriacone) orgoglioso di lui per dargli un motivo per tornare a essere se stesso. Un film semplice, per tutti, che esprime importanti valori

Il film, ricavato da una graphic novel di Artur Laperla et Mario Torrecillas, è apparentemente semplice nella struttura perché i parametri in gioco sono pochi (un padre divorziato e alcolizzato, un ragazzo giudizioso, la passione per il calcio) ma in realtà costruito con grande finezza e attenzione ai particolari e i valori posti in gioco sono tanti.

C’è un ragazzo che vuole bene a suo padre nonostante abbia commesso molti errori, si dimentichi spesso di portarlo al campo di calcio perché ubriaco, mentre la madre parla spesso male di lui. Come mai? Perché è suo padre (l’uomo che ora vive con sua madre non ha nessun ascendente sul ragazzo), perché quando lo difende contro l’arbitro che non ha visto un fallo a suo danno, comprende di essere il suo orgoglio, l’unica ragione per la quale c’è per lui un motivo per andare avanti. Per questo Theo osa dire una bugia: è l’unico mezzo per vederlo impegnato in un progetto che forse lo indurrà a smettere di bere. Sarà poi lui a prendersi la responsabilità della bugia ma corre questo rischio per il bene del padre.

Il film si muove lungo questo percorso in modo lineare, sempre con un tono divertente, senza prendere il tema troppo sul serio, ma è negli sviluppi e nei personaggi collaterali che il film mostra la preziosità della sua confezione. Ci sono i due amici di Theo, un ragazzo e una ragazza, che sanno aiutarlo e consigliarlo; in particolare la ragazza ha una profonda intesa con lui, scherzando lo chiama “formica” e non riesce a celare che ne è innamorata; l’assistente sociale, un po’ disordinata nella scrivania e nella vita ma che vive solo del piacere di aiutare gli altri; il contesto sociale, tipico di un’area depressa, che porta gli uomini a passare il tempo al bar a ubriacarsi. Ma prima di tutti, la figura del ragazzo Max (Pierre Gommé) un nerd duro e puro, che passa il tempo chiuso nella sua stanza davanti a un computer, con una faccetta smilza e un corpicino magro, che sembra proprio essere l’effetto di una vita passata nel chiuso di una stanza, personaggio-simbolo di tanti ragazzi come lui (per fortuna ci sarà un lieto fine anche per lui).

Si potrà sicuramente impiegare il terribile titolo di “film buonista” e in effetti alla fine ogni cosa si rimetterà a posto ma è proprio la semplicità dello sviluppo che consente la comprensione del film anche da parte di pre-adolescenti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE EPOQUE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/06/2019 - 23:20
Titolo Originale: Belle Epoque
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Nicolas Bedos
Sceneggiatura: Nicolas Bedos
Produzione: Pathé Films, Orange Studio, France 2 Cinéma, Hugar Prod, Fils, Umedia
Durata: 110
Interpreti: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi

Victor ha sessant’anni, un matrimonio ormai in declino, un figlio che non riesce a capire e troppi rimpianti nel cuore. Quando un ricco imprenditore, amico di suo figlio, gli regala la possibilità di rivivere un momento del suo passato, Victor chiede di poter tornare al 16 maggio 1974: il giorno in cui ha incontrato la donna della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film nostalgico sull’impossibilità di poter rinuncare d amarere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.
Testo Breve:

Un uomo di 60 anni ottiene di poter ricostruire in teatro il giorno che incontrò per la prima volta la sua futura moglie. Una commedia divertente ma melanconica, di ottima fattura

La Belle Èpoque è una versione originale e moderna di una tematica più volte usata nel mondo del cinema, che parte da un’idea stuzzicante per chiunque: poter tornare indietro nel tempo, e rivivere un momento preciso della propria vita (o della vita del mondo). In questo caso però, non c’è nulla di magico o di soprannaturale che permette di cambiare il corso del tempo: tutto infatti avviene su un set, come quelli del cinema o della tv, dove l’agenzia del ricco imprenditore Antoine ricostruisce alla perfezione l’epoca storica in cui i clienti chiedono di poter tornare. Per Victor, quel momento è l’istante in cui ha visto per la prima volta la donna della sua vita, l’istante in cui la sua vita è cambiata per sempre.

Inizia quindi il viaggio di Victor attraverso i ricordi, un viaggio costantemente alternato alle vicende degli altri personaggi del film, vicende che in qualche modo ricalcano e commentano quelle vissute da Victor. Il film si stende quindi su tre piani di racconto, che sembrano essere tre piani temporali differenti ma che invece avvengono tutti nel presente. E ogni piano racconta una storia d’amore: quello appena nato, quello appena finito, e quello che sembra incontrare troppi ostacoli per poter veramente fiorire.

Eppure, nonostante possa sembrare un film esclusivamente sull’amore, La Belle Èpoque è soprattutto un film sulla nostalgia. La nostalgia di quello che è stato e che non sarà più, o la nostalgia di quello che potrebbe essere ma forse non sarà mai. Allo stesso tempo però, la nostalgia de La Belle Èpoque ha in sé qualcosa di gioioso: muta infatti all’interno del film e prende consistenze diverse; se all’inizio è profondamente triste e ricca di rimpianti, nel corso della storia si colora di speranza, fino ad un finale commovente dove la nostalgia diventa il tramite per la possibilità di ricominciare.

Dal ritmo incalzante e coinvolgente, La Belle Èpoque è un film che non annoia ma anzi, trattiene fino all’ultimo fotogramma, che sintetizza perfettamente l’intera pellicola. E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.

 

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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