Avventura

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LA TEMPESTA PERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 11:56
Titolo Originale: The perfect storm
Paese: USA
Anno: 2000
Regia: Wolfang Petersen
Sceneggiatura: W.D. Wittliff
Durata: 125'

"They that go down to the sea on the ships": è la dedica apposta sul piedistallo della statua innalzata nella piazza principale di Gloucester, di fronte all'Oceano Atlantico, in memoria dei pescatori morti in mare. Questa statua appare nelle prime scene di questo film ma è anche presente nell'ultima sequenza di "Capitani coraggiosi" il bel film del '37 di Victor Flaming. In effetti gli abitanti di questo paesino del Massachussets sono gli eredi di una gloriosa ma spesso tragica tradizione, che risale alla prima metà del '600: quella di andar per mare dedicandosi alla pesca d'altura.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La sceneggiatura sembra calcare la mano su situazioni famigliari disgregate con poche speranze di recupero
Pubblico 
Adolescenti
Per alcuni incidenti violenti e disinvoltura "marinara" nel linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Grande professionalità nel riprodurre "la tempesta perfetta" anche con l'aiuto della computer grafica. Poco approfonditi i personaggi

La vicenda, realmente accaduta, si svolge nel 1991 ma non è diversa, nella sostanza, da quella raccontata da Fleming: l'ansia di trovare del pesce in abbondanza, dopo le ultime magre sortite, spinge il capitano Billy Tyne ad uscire di nuovo al largo, con tutto il suo equipaggio, anche se la stagione è ormai avanzata. Egli finirà per imbattersi in un raro evento meteologico (la tempesta perfetta): tre perturbazioni che collidono nella stessa zona innescando una tempesta di dimensioni apocalittiche. A terra, mamme, fidanzate, figli, aspettano con ansia di conoscere le sorti dei loro cari.

"La tempesta perfetta" rientra decisamente nella categoria dei film di "azione e catastrofe". Il vero protagonista è la tempesta, superbamente costruita con dosi massicce di computer grafica. Le sorprese non mancano e si susseguono a ritmo sostenuto nel lungo viaggio del capitano Billy Tyne e del suo equipaggio a bordo della sgangherato peschereggio Andrea Gail: la suspence viene iniettata a dosi costanti con un meccanismo che alla finisce per venire allo scoperto: dopo 10 minuti di dialogo fra personaggi dove non è successo più niente di nuovo ci si deve aspettare di venir colpiti da qualche sorpresa: un pericoloso squalo che riesce ad arrivare sulla tolda della nave, un marinaio che arpionato dalle sue stesse esche finisce trascinato in mare, un'ancora scossa dalla tempesta che guizza come un serpente sul ponte rischiando di abbattersi su cose e persone. Al centro del film si inserisce anche un subplot: si tratta del salvataggio dell'equipaggio di un veliero turistico sorpreso dalla tempesta da parte di una intrepida squadra della Marina Costiera arrivata con un elicottero appositamente attrezzato: è una sequenza di grande effetto spettacolare (l'elicottero sembra combattere rabbiosamente contro il vento e le onde) ma i personaggi introdotti velocemente per la sola economia della sequenza risultano appena tratteggiati.
Il punto debole del film sta infatti proprio nella ricostruzione dell'humus umano in cui questa vicenda si inserisce, a partire dallo stesso George Clooney; purtroppo la sua aria cittadina, il suo sguardo sottilmente ironico non si sposano con il personaggio del duro capitano di mare tormentato interiormente dall'ansia di riscattarsi dalla sfortuna che lo perseguita.
Gli affetti tratteggiati nel film riguardo ai componenti dell'equipaggio (Murph ha bisogno di denaro per sostenere suo figlio e la moglie separata; Bobby che spera anch'egli di finir di pagare le spese di divorzio per potersi sposare con Christina, Bugsy che ha appena conosciuto al bar, nell'ultima sera prima della partenza una madre single) sono imperniati di uno zuccheroso, elementare sentimentalismo.

E' meglio a questo proposito, non fare altri confronti con il già citato "Capitani coraggiosi", dove azione ed approfondimento psicologico si fondevano con raro equilibrio, degno del periodo classico del cinema di Hollywood.
Il film è sconsigliabile ad i più piccoli, per la presenza di alcuni incidenti violenti ed allusioni verbali (da "marinaio") riguardo a tematiche sessuali.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Sabato, 30. Gennaio 2021 - 18:25


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Titolo Originale: The Lord of the Ring
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: di Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Produzione: NewLine/Wingnut Films
Durata: 178’ + 179’ + 201’
Interpreti: Elijah Wood (Frodo), Sean Astin (Sam), Ian McKellen (Gandalf), Viggo Mortensen (Aragorn), Orlando Bloom (Legolas), John Rhys-Davis (Gimli), Sean Bean (Boromir), David Wenham (Faramir), Christopher Lee (Saruman), Liv Tyler (Arwen), Hugo Weaving (Elrond), Miranda Otto (Eowyn), Cate Blanchett (Galadriel), Ian Holm (Bilbo)

Realizzare un adattamento della monumentale opera di J.R.R.Tolkien, un testo di oltre 1200 pagine ricchissimo di eventi e personaggi, di luoghi e di creature fantastiche, era un’idea circolata fin dall’uscita del romanzo, tanto è vero che l’autore, un po’ a corto di fondi, ne aveva venduto i diritti. Tuttavia la sfida implicita nel tentativo di dare corpo ad un immaginario tanto ampio e dettagliato (Tolkien descrive luoghi, usi, oggetti, lingue, edifici e specie viventi con una meticolosità certosina, che de resto corrisponde alla fanatica cura del particolare che è propria di tanti suoi adoranti lettori) era evidente e forse al di sopra delle possibilità del cinema anche di soli dieci anni fa.

Valutazioni

Del resto la difficoltà di portare sul grande schermo il genere fantasy è proverbiale. Eppure la forza e il fascino delle vicende de Il Signore degli anelli sembravano in un certo senso essere fatte apposta per costituire la materia di un racconto per immagini, se solo si fosse trovato il modo, anche tecnico, di cogliere lo spirito di questa grande epopea avventurosa e spirituale e trasfonderlo in un film per il grande schermo.

Dopo il modestissimo esito di un film del 1978, che fondeva disegni animati e immagini reali corrette in post-produzione (una pellicola che, tra l’altro, non andava oltre il primo volume del romanzo, La compagnia dell’anello), ecco allora il megaprogetto concepito da Peter Jackson, registra australiano e grande appassionato di Tolkien, che aveva alle spalle una manciata di film interessanti, anche se forse non memorabili (Creature del cielo, Sospesi nel tempo), ma era certo che le nuove tecnologie applicate al cinema (ricostruzione o integrazione digitale di ambienti e addirittura di personaggi) avrebbero consentito di rendere giustizia all’immaginario dello scrittore inglese.

La storia dell’anello del potere, forgiato dall’oscuro Sauron per soggiogare i popoli delle Terra di Mezzo, prende il via in realtà ben prima dell’avvio del romanzo; è noto che Tolkien, filologo di altissimo livello, concepì un mondo dotato di una storia lunga e intensa, il cui peso è ciò che fornisce al suo romanzo più noto un sapore di verità assolutamente unico. Quando la nostra storia prende il via il malefico anello è nelle mani dell’hobbit Bilbo, che lo consegna al nipote Frodo. Seguendo le istruzioni del mago Gandalf, Frodo, accompagnato dal fido servitore Sam e da altri due hobbit, Merry e Pipino, lascia l’amata Contea per raggiungere una delle dimore degli elfi, Granburrone. D qui partirà la Compagnia dell’Anello, con il “folle” scopo di distruggere lo strumento del male, che Sauron si propone di recuperare per distruggere i popoli della Terra di Mezzo. In questa “santa” alleanza, in cui si uniscono, nonostante le perplessità, i rappresentanti delle diverse razze, in un’impresa che ha speranza di riuscire proprio perché sfida la logica del potere e dell’odio propria del Nemico.

Da Granburrone partono dunque Frodo e i suoi amici, Gandalf, l’elfo Legolas, il nano Gimli, Boromir, figlio del sovraintendente del regno umano di Gondor, e Aragorn, un ramingo che in realtà è l’ultimo erede di Gondor. Il percorso della compagnia non sarà facile, sia per le difficoltà che non tardano a insorgere tra i diversi membri (la diffidenza e le opinioni discordanti sull’intero progetto rispecchiano una distanza tra le razze che si è accresciuta lungo i secoli passati), sia per i pericoli del cammino verso l’Est, verso il Monte Fato dove l’anello dovrà essere gettato. Perduto Gandalf nelle miniere di Moria, la Compagnia si disperde dopo un sanguinoso attacco degli orchi di Saruman, uno stregone che si è convertito al male. Frodo prosegue con Sam, presto affiancato dal viscido Gollum, un tempo padrone dell’anello; Legolas, Gimli e Aragorn si mettono sulle tracce di Merry e Pipino, rapiti dagli orchi nonostante l’eroica difesa di Boromir, che riscatta con la sua morte il tentativo di rubare l’anello a Frodo. Da questo momento la vicenda si sviluppa con una serie di fili paralleli. Ritrovato Gandalf, Aragorn e gli altri vanno a Rohan, dove, dopo aver liberato il re dalla malefica influenza del consigliere Vermilinguo, difendono il Fosso di Helm fino all’arrivo dei soccorsi: è la prima vittoria contro Sauron, favorita anche dall’intervento degli Ent, creature antiche e potenti della foresta che si sono mosse dopo secoli grazie all’intervento di Merry e Pipino.

Ma la guerra è solo all’inizio: l’azione si sposta a Gondor, dove Sauron sferra l’attacco più duro. Mentre Aragorn rivendica la sua identità e con essa l’obbedienza di centinaia di guerrieri defunti, Gandalf organizza la difesa della città contro la volontà del sovraintendente Denethor, reso pazzo dal potere e dalla disperazione.

Frodo, Sam e Gollum, intanto sono alle porte di Mordor, ma l’anello ha reso lo hobbit sempre più debole e solo la costante presenza di Sam lo fa andare avanti. Grazie all’estremo sacrificio dei suoi amici, che attirano lo sguardo di Sauron lontano da Frodo, lo hobbit arriverà sul bordo del cratere, ma gettare l’anello sarà la scelta più difficile.

Sconfitto forse per sempre il Nemico i protagonisti della storia affrontano per vie diverse il loro ritorno a casa dopo un’avventura che ha cambiato per sempre la loro vita e la Terra di Mezzo.

Sembrava impossibile sintetizzare tutto questo (e tutto il resto del materiale, dei personaggi e degli eventi che animano le pagine di Tolkien) senza togliere quell’aura di grandiosità, malinconia e forza che essi hanno sulla pagina scritta, senza scontentare gli appassionati, senza sforare il budget, mantenendo la continuità di storia e personaggi negli anni su cui si è distesa la lavorazione.

Alla base di tutto, prima degli effetti e delle intense interpretazioni di tanti ottimi attori, c’è senza dubbio un durissimo lavoro di sceneggiatura.Un impegno durato anni e proseguito anche nel corso delle riprese che si è tradotto in primo luogo in una certa sintesi a livello di plot e di personaggi.

Scompare per esempio nella prima parte Tom Bombadill, protagonista di un episodio importante, ma in fondo circoscritto rispetto alla trama principale; a Faramir vengono attribuite azioni che non compaiono nel romanzo; l’intera dinamica degli ultimi scontri viene rivoluzionata.

Secondariamente Jackson, la moglie Frances Walsh e la sceneggiatrice Philippa Boyens hanno lavorato sulle figure principale al fine di porre in evidenza i dilemmi interiori, le incertezze e le ferite di ognuno, in aderenza ai dettati delle regole drammaturgiche cinematografiche, le stesse che li hanno spinti ad ampliare i ruoli femminili (decisivi, ma piuttosto ridotti nella narrazione di Tolkien), per venire incontro alle esigenze del pubblico contemporaneo.

Significativo in questo senso il lavoro sulla figura di Aragorn, visto come un uomo che, pur dotato di coraggio e determinazione deve ancora accettare fino in fondo un’eredità impegnativa e lo fa veramente solo verso la fine del terzo episodio: nel romanzo questo passaggio precede l’azione de Il Signore degli Anelli, dove Aragorn appare ormai privo di dubbi e incertezze.

Il risultato di tanto lavoro è uno spettacolo che si prende i suoi tempi nel raccontare un’avventura dalle implicazioni morali profonde e decisive; alternando scene d’azione a passaggi lirici e meditativi (senza far mancare dialoghi davvero emozionanti e significativi), Jackson si preoccupa di venire incontro alle aspettative dei lettori di Tolkien (che in un certo senso hanno anche partecipato alla realizzazione del progetto attraverso una rete di rapporti e notizie che ha fatto da costante contorno all’ambizioso progetto), ma anche di catturare un pubblico più ampio di non lettori genericamente interessati al genere fantastico e avventuroso, impresa quest’ultima pienamente riuscita, come testimoniano gli stupefacenti risultati al botteghino.

I tre film hanno dunque un respiro epico d’altri tempi, ma al contempo sono il frutto di una tecnologia all’avanguardia, effetti speciali che per una volta non hanno per mira l’essere visti e ammirati, ma lo scomparire per regalare allo spettatore quell’impressione di verità che è vitale per condividere appieno la narrazione di Tolkien.

Reso possibile da circa sette anni di lavoro complessivo il progetto vince anche la sfida di costruire tre pellicole evidentemente interdipendenti, ma dotate tuttavia di una loro specifica identità: se il primo film parla di fede (in un’impresa apparentemente folle, nei propri compagni, in una sorta di Provvidenza che guida ogni cosa), il secondo ripete all’infinito la parola speranza ed è appunto questo il cuore della parte centrale del racconto. Il terzo film è un inno all’amicizia (forse l’unica declinazione concepibile per gli autori della carità che manca all’appello), incarnata nelle diverse coppie di personaggi, che crescono e maturano verso il loro destino appoggiandosi gli uni agli altri, grazie alla comune certezza di un fine buono a cui è saggio sacrificare persino la vita.

Allora il successo del lavoro di Jackson e della sua equipe sta forse proprio nell’essere riusciti a rispecchiare, forse persino involontariamente, questo sottofondo che è difficile non definire religioso; un’anima che è del romanzo e in qualche modo, al di là dell’eccellente cast e delle spettacolari scene di battaglia, anche delle tre pellicole.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Venerdì, 12. Aprile 2019 - 23:45


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SAHARA LE AVVENTURE DI DIRK PITT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/04/2010 - 11:31
Titolo Originale: Sahara
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Breck Eisner
Sceneggiatura: Thomas Dean Donnelly, Joshua Oppenheimer, John C. Richards, James V. Hart
Produzione: Paramount Pictures/Bristol Bay Productions/Baldwin Entertainment Group
Durata: 125'
Interpreti: Matthew McConaughey, Steve Zahn, Penelope Cruz

I due cacciatori di tesori americani, Dirk Pitt e il suo amico Al Giordino, sono sulle tracce di una nave corazzata dispersa alla fine della Guerra Civile… nel bel mezzo dell’Africa Occidentale! A Lagos incontrano la bella dottoressa Eva Rojas, che sta indagando su una misteriosa epidemia che potrebbe avere origine in Mali. Scopriranno che i due misteri sono stranamente collegati, ma dovranno vedersela con un malvagio signora della guerra e un uomo d’affari francese senza scrupoli.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sorvola con disinvoltura sui mali e la povertà che affligge l'Africa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Manca un certo ritmo nell’azione e un tocco di originalità e di spettacolarità La sceneggiatura è lenta, prevedibile e piena di cliché

Fantomatica organizzazione di esplorazione, una nave corazzata fantasma nel cuore dell’Africa Nera, una dottoressa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che indaga su un misterioso virus; un signore della guerra africano con la passione dei pezzi d’epoca in affari con il solito perfido francese. E poi bambini di colore saltellanti a bordo strada e sulle rive dei fiumi, Tuareg a cavallo in mezzo al deserto e un misterioso segreto. Gli ingredienti del classico racconto di avventura (alla base del film c’è un romanzo di Clive Cusserl) ci sarebbero tutti, ma in questo caso, a differenza del recente Mistero dei Templari, il risultato non è proprio entusiasmante. Colpa forse dello scarso glamour del cast, che ha i suoi pezzi migliori nei ruoli di contorno (William H. Macy, che pare uscito dalla ciurma di Steve Zissou e Delroy Lindo, ottimo caratterista come sempre) e convince molto meno nelle parti principali: McConaughey gigioneggia insieme a Steve Zahn, e Penelope Cruz è così poco convincente da far rimpiangere le solite belle sconosciute a cui tocca in genere la parte della scienziata in pericolo e/o svampita.  In questo caso la Cruz dovrebbe essere un modello di professionalità e dedizione alla professione medica, ma il suo maneggiare potenziali contagiati di un’epidemia mortale con il solo ausilio di guanti di lattice lascia qualche perplessità sull’efficacia dei suoi studi…

Anche le nozioni di geografia, chimica e geologia che la dottoressa Rojas accampa per spiegare la misteriosa origine dell’epidemia sono piuttosto approssimative (tossine pericolosissime come prodotto di scarto del potenziamento di un gigantesco impianto a specchi solari?! forse si tratta di una pubblicità subliminale a favore del nucleare e del petrolio….) e la superficialità con cui vengono presentati gli scontri etnici che insanguinano tanta parte dell’Africa appaiono imbarazzanti anche per un prodotto commerciale.

D’altra parte, giustamente lo spettatore non si aspetta da questo genere di pellicola né grandi temi o messaggi né una completa plausibilità. Però ha tutto il diritto di pretendere un certo ritmo nell’azione e quel tocco di originalità e di spettacolarità in più che giustifichi il costo del biglietto e del popcorn. Che qui spesso latita…

La sceneggiatura di Sahara, infatti, si rivelalenta, prevedibile e piena di cliché, che non riesce nemmeno a rivitalizzzare con un minimo di ironia. Con l’effetto, divertente all’inizio, fastidioso poi, che si riesce quasi sempre ad indovinare con cinque minuti d’anticipo ogni svolta del racconto.

La battuta migliore, come spesso accade, sta in bocca al cattivo di turno che, quando il compare si preoccupa delle possibili reazioni internazionali ad un inquinamento idrico di proporzioni continentali risponde “Tanto di quello che succede in Africa non frega niente a nessuno”.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL TRENO PER YUMA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 17:57
Titolo Originale: 3:10 to Yuma
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Halsted Welles, Michael Brandt, Derek Haas
Produzione: Relativity Media, Three Line Films
Durata: 117'
Interpreti: Russell Crowe, Christian Bale, Peter Fonda, Vinessa Shaw, Ben Foster

Dan Evans è un cow boy con molti problemi: la siccità prolungata lo ha costretto a chiedere un prestito che non riesce a onorare, è claudicante a causa di una ferita di guerra  e un giorno, mentre è impegnato a radunare la mandria con i suoi figli diventa testimone oculare dell'assalto a una diligenza del fuorilegge Ben Wade con la sua banda. Viene risparmiato da Wade ma gli vengono sequestrati i cavalli; tornato alla fattoria, i suoi due figli e la moglie Leora lo giudicano troppo debole. Quando però Ben Wade viene catturato, Dan si offre volontario per scortarlo  alla stazione di Contention da dove dovrà prendere il treno delle 15.10 per Yuma, sede della prigione di stato: i 200 dollari di ingaggio gli consentiranno di ripianare i debiti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si è persa l'etica positiva della versione del '57: ora i buoni sono anche cattivi e viceversa e non ci sono certezze
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere. Un accenno di tortura (non vista) Un nudo femminile parziale di spalle
Giudizio Artistico 
 
Costruzione barocca e un finale difficilmente accettabile. Bravi Russel Crowe e Peter Fonda
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PETER PAN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 12:09
 
Titolo Originale: Peter Pan
Paese: Usa 2003
Anno: 2003
Regia: P.J. Hogan
Sceneggiatura: P.J.Hogan e Michael Goldenberg dal testo teatrale di James Matthew Barrie
Produzione: Universal Pictures/Columbia Pictures Industries Inc./Revolution Studios/Red Wagon Productions/Warner Roadshow Studios/Allied Stars
Durata: 113''
Interpreti: Jeremy Sumpter (Peter Pan), Jason Isaacs (Cap.Uncino), Rachel Hurd-Wood (Wendy)

Proprio quando Wendy sta per lasciare la stanza dei bambini ed essere affidata ad una zia nella sua stanza si presenta Peter Pan, l’unico bambino che non crescerà mai. Con lui e con i fratelli John e Michael, Wendy vola sull’Isolachenoncè dove, tra incredibili meraviglie, si ritrova a fare da mamma ai Bambini Sperduti ma anche a combattere al fianco di Peter il terribile Capitan Unicino.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Crescere e amare è una faccenda dolorosa che non manca di lasciare ferite profonde
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene di tensione che potrebbero spaventare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Film scenograficamente fastoso grazie alla computer grafica, sceneggiatura molto vicina al testo originale ma complessivamente un po' freddo

Proprio quando Wendy sta per lasciare la stanza dei bambini ed essere affidata ad una zia nella sua stanza si presenta Peter Pan, l’unico bambino che non crescerà mai. Con lui e con i fratelli John e Michael, Wendy vola sull’Isolache non cè dove, tra incredibili meraviglie, si ritrova a fare da mamma ai Bambini Sperduti ma anche a combattere al fianco di Peter il terribile Capitan Unicino.

Prodotto a cento anni dalla prima messa in scena teatrale del testo di Barrie, questo nuovo Peter Pan si fa un vanto della sua fedeltà all’originale, che è rispettata sopratutto nel dare un tocco sottilmente nonsense anche al “nostro” mondo, molto meno realistico di quanto potremmo aspettarci.

Rispetto al vecchio cartone Disney, ma anche al fortunato Hook di Spielberg, questo film, da storia per bambini diventato qui una vicenda di educazione sentimentale per preadolescenti.

Chi deve imparare è Wendy, una ragazzina con lo sguardo autenticamente pieno di meraviglia e curiosità, ma anche Peter, che ha un look ispirato alle mode contemporanee e, con il suo sguardo tra il malizioso e l’innocente, incarna con molta efficacia il momento di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.

La favola firmata da P.J.Hogan (Le nozze di Muriel, Il matrimonio del mio migliore amico), infatti, racconta soprattutto le incertezza provate da bambini che cominciano a guardare i propri coetanei di sesso opposto come qualcosa di diverso da semplici compagni di gioco.

Wendy, educata in una famiglia abbastanza insolita da avere un cane San Bernanrdo per tata e abituata a condividere con i fratelli maschi un mondo fatto di indiani e pirati, sta per diventare donna, come riconosce l’occhio lungo e “vittoriano” della zia. Questo passaggio comporterà naturalmente alcuni decisivi cambiamenti, non ultimo una rinuncia (o forse solo una progressiva dimenticanza) della dimensione del sogno e dell’esercizio della fantasia privo di limitazioni tipico dell’infanzia

Ma quando Wendy accetta di lasciare la sua casa al fianco di Peter non lo fa semplicemente per sfuggire al passaggio verso un’età misteriosa e forse meno libera. Tra i colori e le magie dell’Isolachenoncè (splendidamente resi grazie all’intreccio degli sfondi naturali con gli effetti speciali della Industrial Light and Magic di George Lucas) la ragazzina, infatti, ritrova alcuni dei turbamenti che si è lasciata alle spalle.

Mentre si muove nello sfondo fantastico dell’Isola la ragazzina deve “fare la mamma” dei Bambini Sperduti, ma anche misurarsi con due modelli maschili alternativi: da un lato Peter, che è un bambino, ma sa fare complimenti da adulto, dall’altro il tipico mascalzone con la parlantina sciolta, Capitan Uncino, che per la prima volta in un film, in linea con l’inquietante (e freudiana) scelta teatrale, ha lo stesso volto del padre di Wendy, quello pericoloso e affascinante di Jason Isaacs, già abbonato ai ruoli di cattivo da Il Patriota a Harry Potter. In questa scelta di cast, tra l’altro, si può intuire una sottolineatura che appartiene a tutto il film: bene e male, pericolo e sollievo, sono compenetrati e in una certa misura persino reciprocamente necessari sia nella fantasia dei bambini che nel mondo degli adulti. C’è in realtà un terzo modello, che è proprio il padre di Wendy, capace di “mettere nel cassetto” i suoi sogni e di sacrificarsi per il bene della famiglia, conquistandosi con questo la devozione della moglie. Questo aspetto, tuttavia, appare solo marginalmente tematizzato, anche se in qualche misura interiorizzato dalla protagonista Wendy, alla fine capace di scegliere la realtà sacrificando la pur affascinante (ma in definitiva innaturale) alternativa di un’infanzia perenne.

Per Hogan la relazione tra Wendy e Peter, esplicitando tutti i suggerimenti presenti nel testo ispiratore, diventa sopratutto la storia di un primo “grande” amore; si può “prenderlo sul serio”, come fa Wendy, che pure accetta di perderlo, oppure intestardirsi, per continuare a “restare bambini” e “giocare alla vita”, come fa Peter fin quasi alla fine.

É una vicenda che, in ogni caso, si gioca anche sul filo del racconto e dell’affabulazione (che è, prima ancora della bellezza, il vero potere di Wendy, ma anche la vera e unica magia del mondo), ma che, sopratutto verso il finale, si tinge anche di nero.

La pellicola, infatti, non rinuncia a mostrare l’aspetto horror del testo di Barrie (le sirene che annegano gli incauti passanti, il Coccodrillo che attende di inghiottire Uncino, la stessa spietata casualità con cui il Capitano uccide i suoi uomini colpevoli di insubordinazione) e disegna dei bambini che sono dotati sì di una fantasia creatrice, capace di resuscitare una fata, ma allo stesso modo possono utilizzare il loro mantra per condannare Uncino ad una morte solitaria e terribile.

Anche se gli sbudellamenti non sono in scena e il nero non diventa mai splatter, questo tocco sinistro si stende come un’ombra sottile sull’intero racconto, forse per suggerire che nel mondo della fantasia, come anche in quello reale, crescere e amare è una faccenda dolorosa che non manca di lasciare ferite profonde, come dovrà riconoscere lo stesso Peter piangendo per la prima volta.

Amore e morte, morte e vita, fantasia e realtà: è tra queste polarità, mai chiaramente distinte, forse spesso mescolate con una certa dose di furbizia, che si gioca il nuovo Peter Pan, per cui anche “morire può essere una bellissima avventura”, ma che alla fine, di fronte al ritorno dei suoi seguaci nel mondo di tutti i giorni, deve riconoscere che è vivere la vera avventura, la sola gioia da cui proprio Peter sarà escluso per sempre.

Elementi problematici per la visione: la visione del film non ha particolari controindicazioni, tuttavia, per il taglio adottato e le dinamiche create tra i personaggi, il film sarà probabilmente più apprezzabile da bambini e bambine dagli 8-10 anni in su.

 

(la recensione è tratta  dal libro "Film di valore" di prossima pubblicazione presso le edizioni ARES, a cura di A. Fumagalli e L. Cotta Ramosino).

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Family
Data Trasmissione: Martedì, 9. Aprile 2019 - 21:00


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LA MUMMIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 10:15
 
Titolo Originale: The mummy,1999
Paese: USA
Anno: 1999
Regia: Stephen Sommers
Sceneggiatura: S. Sommers

Siamo nella Tebe dell’antico Egitto (ricostruita, con grande impatto visivo, tutta in computer grafica). Nel palazzo reale si consuma un atroce episodio di sangue: il sommo sacerdote Imhotep (Arnold Vosloo) e la preferita del faraone Anck-Su-Namun (Patricia Velasquez) sono amanti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film di evasione; nulla da segnalare
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per qualche scena violenta ed impressionante,una nudità in trasparenza
Giudizio Artistico 
 
Film con un buon ritmo ed un simpatico spirito ironico. Efficace computer grafica

Il faraone li scopre e questo provoca la sua morte per mano della ragazza, complice il sacerdote. Catturati immediatamente, lei si suicida , con la promessa da parte di Imhotep di riportarla in vita (egli è il solo che come sommo sacerdote può accedere alla potentissima formula contenuta nel Libro della Vita, mai usata da alcuno fino ad allora). Ad Imhotep tocca invece una sorte atroce: viene mummificato vivo nella città dei morti di Hamunaptra e, come se non bastasse, la sua sepoltura viene accompagnata dalla maledizione di una morte inesorabile per il profanatore che sarà riuscito a riportarlo in vita, nonché l’arrivo di nuove piaghe sull’Egitto.

Passano molti secoli. Nel 1923 una archeologa di nome Evelyn (Rachel Weisz) con suo fratello Jonathan (John Hannah) si sono uniti ad un avventuriero americano (Rick, interpretato da Brendan Fraser) perché a quanto pare solo lui ha conosciuto fortunosamente (durante i suoi anni vissuti combattendo con la Legione Straniera) l’esatta ubicazione di Hamunaptra, la città dei morti dove si favoleggia sia nascosto il tesoro reale del faraone Seti Primo.

L’impresa è tutt’altro che semplice perché ostacolata dalla concorrenza (un gruppo di Cow Boys trapiantati in Egitto che cercano di metter mano allo stesso tesoro) e da una banda di beduini che venga profanata la città dei morti e che venga posta in atto la maledizione di Imhotep. I lorosforzi saranno vani: la mummia riprende vita ed uccide tutti gli esploratori che gli capitano sotto tiro (tranne i nostri 3 eroi naturalmente) in quanto ha bisogno di organi umani per poter rigenerare i suoi. Evelyn, suo fratello e Rick, da ricercatori iniziali diventano ricercati, inseguiti dalla mummia. Successivamente è Rick con Jonathan a passare al contrattacco perché ora Imhotep ha rapito Evelyn: il corpo di lei è essenziale per riportare in vita la mummia della sua antica amata.

Con ritmo frenetico, si alternano colpi di scena , scontri a fuoco o all’arma bianca , si cerca di fuggire dalle nuove piaghe d’Egitto; il tutto arricchito con immagini generate al computer, fino all’inevitabile lieto fine.

Il film ha lo stesso titolo di una pellicola del 1932, interpretato da Boris Karloff. Anche in questo caso Imhetop era stato mummificato vivo e poi riportato in vita tramite un’incauta lettura delle parole sacre contenute in una pergamena ritrovata accanto alla tomba. Tutto il film trova la sua tensione, sottolineata da cupe atmosfere gotiche, nel disperato amore del sacerdote che cerca di nuovo, dopo 3000 anni, di riportare in vita la sua amata. La nostalgia del passato viene ulteriormente rinfocolata dalla scoperta, nella città del Cairo dell’inizio secolo, di una ragazza perfettamente uguale (si tratta infatti di una sua discendente) a colei che ha tanto amato 3000 anni fa.

Del precedente film, in questa versione 1999, resta solo l’antefatto avvenuto nell’antica Tebe (la parte più suggestiva del film) ma per il resto se ne discosta in modo sostanziale.

Il motivo è molto semplice: ha dichiarato infatti S. Sommers, il regista del film: " lo Studio voleva un film estivo, divertente, da pop corn ed è esattamente ciò che gli ho dato".

Le chiavi di lettura del film sono infatti due: l’aver scelto gli adolescenti come "target audience" ed il prendere atto dell’ormai predominante l’influenza che sui film americani esercitano le varie società di computer grafica. In questa prospettiva adolescenziale era controproducente rifarsi all’atmosfera dolente e disperata del primo film di questa lunga serie di remake; sicuramente molto meglio un’allegra storia d’amore fra due giovani come Fraser e la Weisz. Che ci sia poco approfondimento psicologico della loro relazione poco importa: essi si innamorano fra un’avventura e l’altra come si possono innamorare due ragazzi a furia di stare insieme a giocare "a guardie e ladri".

Molto più serio è il paragone con il film di Spielberg "I predatori dell’arca perduta"; il film incentrato anch’esso sull’avventura (con episodi ispirati ad i fumetti anni ’30) e sull’ironia con cui vengono affrontate le situazioni, anche le più disperate. In questo confronto "La mummia" ne esce perdente. Il film di Spielberg riesce ad interessare grazie ad un accurato dosaggio dei colpi di scena e ad una calibrata immissione di effetti speciali, che restano funzionali al racconto. Nel caso di "la mummia" del 1999 manca proprio l’equilibrio, nel tentativo di sbalordire sopratutto grazie ad una iniezione massiccia di effetti costruiti al computer. Imperdonabile a questo riguardo la ripetitività degli effetti: per almeno 4-5 volte nel film vediamo degli scarafbei carnivori (generati elettronicamente) che divorano le loro vittime; la stessa mummia Imhotep non è un uomo travestito ma è stata animata elettronicamente in modo abbastanza impressionante; successivamente però questo effetto viene replicato più volte fino al crescendo finale dove assistiamo all’assalto di varie decine di mummie risuscitate che cercano di avere la meglio su Dick.

Il pericolo potenziale è che stiamo cessando di meravigliarsi di questo sfoggio di capacità tecnica (soprattutto quando fornita in dosi massicce) e vorremmo il ritorno di belle storie ben raccontate.

Commento sui contenuti

Violenza/scene ad alta tensione: di scene di questo tipo ve ne sono potenzialmente molte, a partire da quella iniziale quando Imhotep è mummificato vivo fino a quelle in cui ila mummia oramai ritornato in vita ha bisogno di prelevare organi di altri individui per ricostituire i suoi. Occorre dire però che il tono autoironico che pervade tutto il film, la mancanza di sangue e di dettagli raccapriccianti sulle ferite diluisce la tensione di molte scene.

Sesso, nudità : La bella Anc-Su-Namun appare, in una scena iniziale, ricoperta di un peplo trasparente. L’effetto è parzialmente attenuato dal particolare che la sua pelle è dipinta con giallo-oro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE NEW WORLD - IL NUOVO MONDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 13:04
Titolo Originale: The new world
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Durata: 151'
Interpreti: Colin Farrell, Q'orianka Kilcher, Chistopher Plummer, Christian Bale

Coste della Virginia, 1607.  Tre navi della Virginia Company di Londra sbarcano  alla ricerca di oro e di un passaggio per l'oriente. Il territorio appare come un paradiso incontaminato e i nativi li accolgono con curiosità, pensando che presto torneranno da dove sono venuti. Pochaontas (Q'orianka Kilcher), la figlia del re, si interpone perché venga risparmiata la vita al capitano John Smith (Colin Farrell), catturato dalla sua tribù e presto tra i due nasce un tenero affetto. Appare presto chiaro che i nuovi arrivati non hanno nessuna intenzione di andarsene e gli indigeni decidono di assaltare il loro fortino...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tenero amore in una natura incontaminata ma il rapporto uomo-natura viene visto in una prospettiva panteista
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una battaglia violenta ma senza dettagli cruenti
Giudizio Artistico 
 
Lo stile personalissimo di Malick realizza una bella ma lunghissima poesia

Nella sequenza iniziale, una verde prateria ondeggia pigramente al soffio del vento, i  ruscelli scintillano al sole e gli uccelli attraversano lo specchio d'acqua di una magnifica baia. Una ragazza, che poi scopriremo essere la principessa Pochaontas, allarga le braccia e le rivolge al cielo,  in segno di preghiera verso quella Natura a cui lei stessa sente di appartenere.
Le note dell'Oro  del Reno di Wagner stanno sottolineando questi momenti di estasi quando all'orizzonte appaiono  tre grosse navi: sono gli inglesi della Compagnia della Virginia (mancano ancora trent'anni all'arrivo della Mayflower nel Massachusetts e all'insediamento dei primi veri coloni), in cerca di oro e di nuovi approdi commerciali.

L'incipit manifesta quella poetica che poi risulterà costante in tutto il film: Malick ha voluto amalgamare lo stupore della scoperta  di un Nuovo Mondo generoso e incontaminato, patrimonio ideale di ogni cittadino nord americano, con una sua personale aspirazione verso un'armonia panteista fra l'uomo e la natura.
Nell'arco dei 151 minuti del film ci saranno battaglie, amori, nascite, ma le vicende umane restano come in sottofondo rispetto all'atteggiamento contemplativo nei confronti di una natura che si fa percepire come un mare immenso d'erba, con lo stormire quasi onnipresente degli uccelli, con la luce del sole ora calda, ora fioca del tramonto (il film è stato interamente realizzato senza luci artificiali).
Anche quando Pochaontas arriverà in Inghilterra e resterà abbagliata dallo sfarzo della  della corte, andrà subito a vedere i giardini reali cercando di ritrovare, sia pur in forma addomesticata secondo la fredda razionalità umana, quella Natura che continua a vedere come sua protettrice benigna.
Anche la scelta stilistica di una doppia voce narrante, quella di John Smith e  Pochahontas , espressione dei loro pensieri  più che dei loro dialoghi, contribuisce a sottolineare un atteggiamento di meditato stupore indotto dal "nuovo mondo".
Il loro stesso innamorarsi si manifesta come tremore della reciproca scoperta, del loro sfiorarsi teneramente, del distendersi sull'erba folta o rincorrersi lungo la pianura: è la bellezza del sentirsi come fanciulli in un mondo ancora innocente.
Non mancano sequenze di crudo realismo, sopratutto quando Malick ci mostra la spedizione inglese rinserrata nel suo fortino (Jamestown è stato interamente ricostruito non lontano dall'insediamento originale) sporca, irascibile, falcidiata dalle malattie, mentre sostiene l'assalto degli indigeni. La contrapposizione fra una natura benigna e la crudeltà umana era già stato il tema dominante del suo precedente La sottile linea rossa (1998): in quel caso  la foresta tropicale dell'isola di Guadacanal assisteva immota ai combattimenti fra gli invasori americani e le tenaci truppe giapponesi.

Malick è un autore con uno stile  personalissimo e pertanto può facilmente avere tanti ammiratori quanti detrattori. La sua capacità di rendere in modo cinematografico  la sua visione del mondo è sicuramente efficace.

Ma la sua poetica è al contempo la sua forza e la sua debolezza: i momenti di elegiaca contemplazione della natura, di tenero amore fra i due innamorati sono molto belli ma non si può prolungare  una emozione per più di tre ore: lo spettatore  ha bisogno che la storia si evolva per mantenere desta l'attenzione. In effetti accadono dei fatti, ma è come se restassero in superficie, perché l'atteggiamento contemplativo del regista finisce per appiattire e uniformare le vicende umane. Non a caso  Pochaontas, simbolo vivente di un perenne stupore innocente è un personaggio molto ben riuscito, mentre quello dell'europeo John Smith è alquanto sbiadito  (da dove viene? Che cosa desidera? Perché si allontana senza dire nulla?).  A Colin Farrell non resta che perpetuare per tutto il film una espressione tra il malinconico e lo stordito.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 1. Agosto 2021 - 21:00


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IL MISTERO DEI TEMPLARI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 12:45
 
Titolo Originale: National Treasure
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: John Turteltaub
Sceneggiatura: Jim Kouf, Cormac Wibberley, Marianne Wibberley
Durata: 125'
Interpreti: Nicolas Cage, Diane Kruger, Justin Bartha, Sean Bean, Jon Voight, Harvey Keitel

Dunque; sembra che alcuni dei firmatari della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti fossero massoni  e che avessero nascosto un tesoro immenso che a loro volta avevano ereditato dai Templari. Questi  lo avevano catturato ai romani e questi agli egizi...Benjamin è l'ultimo rampollo di una famiglia che da generazioni cerca il tesoro, ma adesso che ha saputo che un indizio importante si trova sul retro della dichiarazione di Indipendenza decide che non resta che rubarla...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Per fortuna il tesoro cercato con tanto accanimento ha un valore sopratutto artistico che arricchirà tutta l'umanità. E' pur vero che i ricercatori avranno il loro tornaconto...
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza ed altre impressionabili (ritrovamento di alcuni scheletri)
Giudizio Artistico 
 
Costruzione assolutamente semplice e lineare

Forse è la prima volta che un film si ispira, in modo così palese, al mondo dei giochi da Playstation. Bisogna entrare in una stanza e trovare un indizio. Questo in realtà è un enigma. Una volta decifrato, si va in un altro luogo a cercare un altro indizio e così via.  Quel furbone di produttore, Jerry Bruckheimer (Top Gun, Flashdance, Pearl Harbor, The Rock, Armageddon, Con Air, King Arthur , La maledizione della prima luna).  ha combinato le cose in modo che la ricerca avvenga fra i più importanti monumenti della storia americana: la pergamena della Dichiarazione di Indipendenza, il Liberty Bell, Wall Street e perfino il museo navale sull' Hudson, a New York.

In questo modo i ragazzi americani si possono divertire anche loro a decifrare gli enigmi che richiamano persone, eventi noti fin dalle aule scolastiche e per di più si riempiono di orgoglio nazionale. I fatti gli stanno dando ragione: il film è in testa alle classifiche americane U.S.A.  perché gli altri ingredienti utili  ci sono tutti: fra una corsa e l'altra ci scappa qualche bacio fra Benjamin (Nicolas Cage) e Abigale (Diane Kruger, la bella Elena di Troy); c'è un simpatico compagno di avventure che fa daspalla ed avvia  le battute (Justin Bartha) e non manca il cattivo che contrasta le loro azioni (Sean Bean).

Tutto bene quindi? In realtà il film si muove secondo un meccanismo di "trova , scappa e ricerca" che alla fine, per i più smaliziati, finisce per annoiare. Siamo lontani da Indiana Johns e l'arca perduta, pieno di suggestioni sul mistero che si andava mano a mano svelando ma anche da   La maledizione della prima lunaI  dello stesso Bruckheimer , almeno ricco di  personaggi originali e meglio delineati.
Il film è stato girato per essere fruibile da tutti i ragazzi. Non ci sono scene di violenza (tranne una breve sequenza) e di fatto nessuno viene ucciso.  Qualche scheletro qua e là potrebbe impressionare  i più piccoli.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Master e Commander Sfida ai confini del mare

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 10:32
 
Titolo Originale: Master and Commander The far side of the world
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Peter Weir, John Collee
Interpreti: Russel Crowe (Capitano Jack Aubrey), Paul Bettany (dott. Stephen Maturin)

Oceani Atlantico e Pacifico, 1804. Il vascello britannico H.M.S. Surprise ha la missione di raggiungere e distruggere la fregata corsara francese Acheron che depreda  le baleniere inglesi. Il capitano Aubrey, sta veramente compiendo la sua missione o sta agendo spinto da orgoglio personale mettendo a rischio la vita dell'equipaggio?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il comandante riesce a conciliare il dovere con la cura verso i suoi uomini
Pubblico 
Adolescenti
Per le intense scene di battaglia ed operazioni chirurgiche impressionanti
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione e ricostruzione della vita su di un vascello ai tempi delle guerre napoleoniche
Testo Breve:

Un Russel Crowe in gran forma per un film per gli appassionati del mare e dell'avventura, anche quando non c'è neanche una donna come personaggio 

E' indubbio che per apprezzare questo film sarebbe opportuno disporre di un minimo di conoscenze sulla navigazione a vela. Diversamente non si comprenderebbe perché nei combattimenti navali, si trova in vantaggio chi si pone sopravento; non si capirebbe  perché i marinai della  Surprise ed il suo capitano si spostano tutti fuori bordo  dallo stesso lato, quando la nave deve andare di bolina all'inseguimento del misterioso  avversario.  Bisogna inoltre non soffrire di mal di mare: per due ore e mezza  la vicenda del film si svolge interamente tra i ponti della  nave , il cielo ed il mare, a volte piatto, a volte gonfio e minaccioso. La terra viene raggiunta sporadicamente e presto abbandonata, quasi si trattasse di un infido elemento. Obiettivo riuscito del regista Peter Weir è proprio quello di farci rivivere la vita di un veliero dell'inizio del XIX secolo, dalla notte passata sulle amache appese sopra  i cannoni, ai turni sugli alberi scanditi dalla campanella del nostromo, alle ore di lezione pratica per i giovani (anche di 13-14 anni) cadetti, alle cene nell'alloggio del comandante, unica stanza grande della nave. Una volta costruito questo scenario di fondo, il regista da ampio risalto  alla personalità  del comandante, di Jack Ubrey "il fortunato" ,dotato di grande abilità marinaresca, caparbietà ma sopratutto conoscenza dei i suoi uomini (anche delle loro debolezze e delle loro superstizioni). Non ci si deve aspettare da Russel Crowe la rappresentazione di un altro  ufficiale gentiluomo, come ci era stato proposto  da Grecory Peck in "le avventure del capitano Hornblower" di RoulWalsh (1951)  ma un personaggio sanguigno, amante della vita conviviale, licenzioso nel parlare  e perché no, anche amante della musica:  a fine  giornata suona il violino assieme  al suo amico/antagonista  chirurgo e appassionato naturalista Stephen Maturin.  Il tema che il film sviluppa è sopratutto quello della autorità. Le 197 anime della Surprise sono portate a compiere sacrifici ed azioni temerarie grazie alla capacità di un capo che  che sa dare certezze e la fiducia di essere ben guidati. Nella riservatezza della sua cabina, Jack si confronta con Stephen, la sua coscienza critica ,che contrappone la ragione al dovere, l'intelletto all'azione. Stephen crede in una sostanziale eguaglianza fra gli uomini che vivono sotto l'oppressione di tiranni piccoli o grandi;  "gli uomini vanno governati" gli ribatte Jack, alludendo ad una sostanziale fragilità della natura degli uomini  che solo sotto la guida di una forte leadership possono compiere grandi imprese. Si può intravedere in questo un richiamo al precedente lavoro di Weir, "l'attimo fuggente" del 1989, nella sua contrapposizione fra autorità e libertà individuale. Come succede spesso nella vita, nessuno dei due amici ha completamente  torto o ragione ma essi riescono a stimolarsi criticamente a vicenda: Jack saprà frenare la sua ricerca ossessiva dell'avversario francese per dare il tempo al suo amico di riprendersi da una ferita; Stephen, che ha il privilegio culturale di poter ammirare e scoprire nuovi specie di animali (la nave approda alle isole Galapagos) comprende che oltre al tempo dello studio c'è anche il tempo dell'azione e saprà fare la sua parte nella battaglia finale.

Il film dà piena soddisfazione agli appassionati di  navigazione a vela grazie alla rigorosa ricostruzione della vita in mare all'inizio dell'800, ottima l'interpretazione di Russel Crowe che probabilmente ha una innata predisposizione alla  leadership ed una menzione particolare va data  per il  casting della ciurma, con  volti in perfetto stile Old England. Completate le elogi, ci resta , dopo due ore e mezza di spettacolo, una sensazione  di incompletezza,  di  poca carne al fuoco ,che non scaturisce  dall'angustia della vita di bordo ma dallo stesso soggetto. La storia, cioè la ricerca per tutti mari della nave francese, il conflitto orgoglio-cura per gli uomini del capitano,  esprime esattamente quello che narra e niente di più, cioè ci sembra di esser stati invitati, in modo cortese,ad una vicenda molto privata.  Tutte le storie possono essere interessanti, purché facciano scattare un dialogo, una risonanza  con lo spettatore.  E' difficile non fare un raffronto con un'altra caccia attraverso gli oceani, con il  capitano Achab e la sua ricerca ossessiva di Moby Dick; non possiamo fare a meno di ricordare come il film di John Huston del 1956 esprimeva tutto il fascino dell'assoluto di cui era impregnato il capolavoro  di Melville: in particolare la  balena bianca , realtà e simbolo al contempo, presenza invisibile ed inquietante, personificazione del Male, che riempiva di tensione la vita dei marinai su una nave che andava incontro al suo tragico destino, dava al racconto una ben diversa profondità. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Paramount Channel
Data Trasmissione: Lunedì, 26. Marzo 2018 - 21:10


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Adèle e l'enigma del faraone

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 12:57
 
Titolo Originale: Les aventures extraordinaires d'Adèle Blanc-sec
Paese: Francia
Anno: 2010
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura: Luc Besson
Produzione: Europa Corp., Apipoulai, TF1 Film Production
Durata: 105
Interpreti: Louise Bourgoin, Mathieu Amalric, Gilles Lellouche, Nicolas Giraid

Parigi, 4 novembre 1911. Nel museo di storia naturale del Jardin des Plantes un uovo di pterodattilo si schiude misteriosamente e il volatile, affamato, si aggira per i cieli della città terrorizzando la popolazione. Nel frattempo Adèle Blanc-sec, scrittrice di romanzi d'appendice, parte per l'Egitto alla ricerca della mummia del più famoso medico dell'antichità. Forse chi ha dato vita allo pterodattilo potrà far rivivere l'antico medico in modo che Adele possa portalo da sua sorella, paralizzata da tempo, nella speranza di una prodigiosa guarigione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono messaggi particolari da recepire in questo film d'avventura, che si lascia guardare per la piacevolezza del racconto per il racconto
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Un piacevole racconto di avventura d'inizio novecento che si appoggia tutto sulla protagonista femminile e sullo splendore di Parigi, ma appiattisce tutti gli altri personaggia ruolo di caricature
Testo Breve:

Luc Besson si è divertito e vuole divertire anche noi con questa avventura di inizio novecento in una smagliante Parigi tutta in computer grafica

Luc Besson, un Peter Pan a cui piace divertirsi e divertire ragazzi come lui, dopo la non molto riuscita (almeno fuori della Francia) fantasia in 3D di Arthur e il popolo dei Minimei, ha messo gli occhi sulla graphic novel di Jaques Tardi, "Le straordinarie avventure di Adèle Blanc-sec". Lo ha fatto da par suo, mescolando una magniloquenza tipica dei blockbuster americani con l'ironia pungente della commedia francese.
Con indubbia genialità cinefila ha saputo mescolare impossibili fughe dalle piramidi alla maniera di Indiana Jones con misteriose, notturne aperture di sarcofagi egizi nelle sale del Louvre, molto in voga ai tempi di Belfagor. Al contempo non ha perso l'occasione di valorizzare l'industria francese della computer grafica (seconda solo a quella degli Stati Uniti, come era apparso già chiaro in  Una lunga domenica di passioni) per ricostruire, per il suo e per il nostro diletto, un volo d'uccello (più precisamente un volo di pterodattilo) sulla sfavillante Parigi di inizio novecento.

La sceneggiatura riprende quasi fedelmente la storia della graphic novel e lo fa riproponendo le stesse maschere e "tipi" francesi. : l'ispettore Caponi, baffetti e bombetta, concentrato solo sul mangiare fra un pisolino e l'altro; il presidente della repubblica Armand Fallières, ossessionato dall'opposizione e impegnato sopratutto a far giocare il suo cagnolino; l'imbranato e timido giovane Zborowsky, innamorato di Adele. Non manca un pò d'ironia sulla burocrazia dell'apparato statale, che gioca a scaricare le responsabilità finché non trova qualche ingenuo che abbia la dabbenaggine di farsene carico

Unico, vero personaggio della storia è Adele, che Besson si prende la libertà di reinventarla, sulla falsariga delle  impavide eroine che hanno catatterizzato tutta la sua produzione: da Nikita alla piccola Lèon, a Milla Jovovic in Giovanna d'Arco e in Quinto elemento.
La Adele della graphic novel è tanto algida, dotata di  freddo autocontrollo (una Sherlock Holmes in gonnella), quanto la Adele di Besson è sfrontata, supponente, dinamica e anche sensuale (una scena di rapido nudo parziale ci ha costretto a classificare il film per adolescenti e non per tutti).

Unica forzatura alla storia originale operata da Besson è l'aver innestato, nel racconto  dello pterodattilo, quello della sorella di Adele e del medico dell'antico egitto (non presente nel lavoro di Tardi): l due plot si incrociano ma con una certa difficoltà e si percepisce una sovrapposizione che non è diventata una fusione.
Se si accetta di prendere il film per quello che è, un divertissement senza particolari messaggi da recepire, è sufficiente farsi trascinare dall'entusiasmo di Besson per passare in allegria un'ora e mezza ("bella questa piazza, ma è un po' spoglia; in mezzo ci starebbe bene una piramide"- dice il faraone riportato temporaneamenete in vita, guardando lo spoglio cortile interno del Louvre) e immaginare che quando Adele, nella scena finale, salpa con il Titanic, guarda caso nel  1912, qualcosa dovrà pur succedere nel probabile sequel...

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM CINEMA
Data Trasmissione: Mercoledì, 25. Marzo 2020 - 21:15


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