Animazione

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RAYA E L'ULTIMO DRAGO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/08/2021 - 12:39
 
Titolo Originale: Raya and the Last Dragon
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Don Hall, Carlos López Estrada
Sceneggiatura: Qui Nguyen, Adele Lim
Produzione: Walt Disney Animation Studios, Walt Disney Pictures
Durata: 107

Kumandra (un paese composto di cinque regni: Coda, Artiglio, Dorso, Zanna e Cuore) è un regno pacifico e unito, che deve la sua prosperità alla presenza dei draghi che lo preservano da ogni pericolo. I Druun, sono invece creature malvagie in grado di trasformare in pietra tutti quelli con cui entrano in contatto seminando morte e distruzione. I draghi, allora, decidono di sacrificarsi per contenere i Druun e mettono tutto il loro potere in una pietra che viene data in custodia agli abitanti del regno di Cuore. La pietra viene rotta e ogni regno ne prende un frammento per proteggersi dai Druun. Raya decide, quindi, di andare alla ricerca dell’ultimo drago che si dice sia ancora vivente e di recuperare i 5 pezzi della pietra magica per ricomporla.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una favola moderna capace di raccontarci il valore della lealtà e della fiducia, della difficoltà di riconquistarle dopo averle tradite
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima fattura di questo film d’animazione, con alcune particolarità: una storia molto movimentata, un ritmo concitato, quasi un videogioco dove bisogna affrontare sfide di difficoltà crescente
Testo Breve:

Raya decide di mettersi alla ricerca dell’ultimo drago buono che possa aiutarla a rintracciare la pietra che riporterà pace fra i 5 regni della sua terra. Una favola moderna per raccontarci la difficoltà per riconquistarle la lealtà e la fiducia dopo che sono state tradite. Su Disney+

Siamo ormai giunti al film d’animazione n° 59 realizzato dalla Disney. Un’altra piacevole pellicola, quasi una favola moderna capace di raccontarci il valore della lealtà e della fiducia, della difficoltà di riconquistarle dopo averle tradite.

Una storia molto movimentata, un ritmo concitato, i numerosi duelli e scontri rendono questo film qualcosa di meno ovattato delle tradizionali pellicole del periodo natalizio. Sicuramente da gustare in sala, anche se già disponibile sulla piattaforma Disney+.

Come nei recedenti Frozen, The Brave, Pocahonts o Mulan (ma non solo), protagoniste sono le donne: Raya, personaggio principale, la sua nemesi Naamari, Sisu il drago. Donne che portano avanti la storia, donne che non hanno bisogno di uomini: le figure maschili presenti sono abbastanza inconsistenti o quasi macchiette, senza principi azzurri o spasimanti di vario genere.

Scelta diversa dal solito è stata anche quella delle musiche: non ci sono testi cantati (ad eccezione dell’inizio dei titoli di testa), ma unicamente brani da orchestra. Una scelta nuova rispetto ai precedenti titoli della casa d’animazione statunitense.

Allusioni, almeno in parte, ad altre pellicole: Mad Max: Fury Road, per i suoi paesaggi desertici e desolati. Rey, protagonista dell’ultima trilogia della saga di Star Wars, per alcuni tratti caratteriali della protagonista. Il genio della lampada di Aladdin, per la simpatia e l’innocenza dell’ultimo drago esistente. Pur strizzando l’occhio a questi titoli, non ne è una brutta copia in versione animazione.

Naamari che, a differenza dei cattivi di tutte le storie d’animazione precedenti della Disney, non è malvagia per il gusto di fare del male, ma sembra quasi spinta e convinta dal machievellico il fine giustifica i mezzi, quindi intenzionata a fare il bene della sua famiglia e del suo regno anche se questo va a scapito di altre persone o di altri regni.

Il valore che più di ogni altro trova risonanza è quello della fiducia: con due grandi limiti, purtroppo. Il sottolineare ripetutamente, in diversi momenti, il valore della fiducia, rischia di trasformare il racconto in una favola moraleggiante.  Solo nel finale trova la sua espressione positiva, perché sempre delusa e tradita durante il resto della pellicola.

Dei numerosi personaggi che fanno la loro comparsa sulla scena, si riescono a conoscere le storie più o meno travagliate, ma poco altro. Solo delle tre protagoniste vengono approfonditi un po’ di più i caratteri e le personalità.

A volte sembra un po’ una forzatura la struttura che somiglia più ad un videogioco che ad un film: il viaggio dell’eroina alla ricerca dei pezzi mancanti della pietra magica nei diversi regni è di difficoltà crescente, con delle scritte che definendo il regno in cui si stanno per svolgere le vicende, sembrano dire i diversi livelli di difficoltà del gioco.

Al di là di tutto, però, il risultato finale è davvero molto buono. I più piccoli vi troveranno una storia edificante e divertente. Per i più grandi, invece, non mancheranno gli spunti per riflettere.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LUCA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/22/2021 - 17:34
 
Titolo Originale: Luca
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Enrico Casarosa
Sceneggiatura: Jesse Andrews, Mike Jones
Produzione: Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
Durata: 95

Luca, un “mostro marino”, come lo definiscono quei bipedi che vivono sulla terra, è un pastore di pesci, cioè porta al pascolo sui fondali del mar Ligure alcuni pesciolini che costituiscono il suo gregge. I genitori lo hanno cresciuto con il divieto di non superare la superficie del mare perché entrerebbe in un ambiente per lui troppo pericoloso. Luca invece, invitato da Alberto, un altro “mostro marino” che vive su di un isolotto di fronte alla costa, si accorge che, come approda sulla terraferma, assume sembianze umane e che il mondo di “sopra” non è poi così male. I due ragazzi, diventati presto amici, coltivano un sogno: girare il mondo in Vespa. Per questo si iscrivono a una gara di abilità del paese di Portorosso, spalleggiati da Giulia, una ragazza che hanno conosciuto al porto. I due ragazzi sanno che basterebbe un loro semplice contatto con l’acqua per far scoprire agli altri la loro identità di pesci ma decidono di correre comunque il rischio….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amicizia generosa fra ragazzi, l’importanza del rispetto e della comprensione verso chi ci appare diverso, sono ben sviluppati ma i rapporti familiari sono assenti o complessi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale resa grafica delle sequenze acquatiche e dei vicoli di un paese di pescatori ligure. Complessa la costruzione della sceneggiatura
Testo Breve:

Luca e Alberto sono due pesci ma quando sono fuori dell’acqua, assumono l’aspetto di ragazzi. Una favola per sottolineare l’importanza del rispetto verso colui che è diverso da noi  con qualche ambiguità in tempi di monocultura politically correct. Su Disney+

Nella prima parte del film si rischia di rimanere un po’ disorientati: prendiamo atto della componente favolistica del racconto (ai pesci basta uscire in superficie per diventare umani) ma non comprendiamo il senso recondito di questa trasformazione (niente desideri da Sirenetta, niente magie alla Ponyo sulla scogliera); arrivati a Portorosso, scopriamo che i locali stravedono per la competizione annuale, una sorta di triathlon costituito da una gara di nuoto, un’abbuffata di spaghetti e poi una corsa in bici per i vicoli della città ma non ci vengono rivelate le ragioni storiche di questa insolita combinazione. Alla fine però, completata la presentazione dei protagonisti (il solitario Alberto, coetaneo di Luca, la “sfigata” Giulia con suo padre Massino, Ercole, il “cattivo del paese”) il racconto decolla. Partecipiamo alla nascita dell’amicizia fra Luca e Alberto, il primo più timoroso, il secondo decisamente temerario, capaci quindi di influenzarsi positivamente a vicenda. Anche Giulia, che trascorre, un po’ isolata l’estate a Portorosso  con il padre (per il periodo scolastico si trasferisce a Genova, con la madre)  è contenta di solidarizzare con i ragazzi e in particolare con Luca, con il quale condivide la passione per lo studio  e la lettura di quei libri che consentono loro di scoprire com’è fatto il mondo.  Il tema dell’amicizia fra ragazzi (possiamo ipotizzare 12-13 anni) è molto ben sviluppato ma diciamo subito che pur essendo un prodotto Pixar, non c’è più il “tocco” di John Lasseter, come produttore o come regista (ha lasciato la società nel 2017). Per “tocco” intendiamo i primi silenziosi, cinque minuti di inizio di Up, la cronaca di un amore coniugale bellissimo e struggente; il lungo viaggio di un padre per l’oceano Pacifico  alla ricerca di un figlio (Alla ricerca di Nemo); l’insolito Toy Story 3 dove, attraverso le vicissitudini di un  gruppo dei giocattoli, costruisce una metafora della fede in un Dio Creatore.

In questo Luca il racconto è più triste e i tre ragazzi sono caratterizzati da un senso di solitudine, proprio per le difficili relazioni con i familiari. Alberto dice chiaramente di esser solo, dopo esser stato abbandonato dal padre (e la madre? Nessuna traccia); su  Giulianon abbiamo molti dettagli ma possiamo ipotizzare che i genitori si siano separati. Per lo stesso Luca la famiglia non costituisce un contesto sereno: il ragazzo  è costretto a fuggire per l’ atteggiamento eccessivamente punitivo dei genitori. La famiglia non è quindi al centro del racconto: si tratta di un grosso vuoto in termini di affetto e di sicurezza (i tre si autodefiniscono “gli sfigati”) che i ragazzi suppliscono costruendo fra loro (anche litigando) una forte solidarietà.

Veniamo quindi al tema “caldo” del film, quello dell’accettazione del “diverso” che nella metafora portata avanti dal film, è espresso con la diversità uomo/pesce. Nulla di più è specificato nel film ed è bene che sia così. Il “diverso” può essere l’immigrato, il portatore di handicap, ma, neanche a dirlo, i recensori anglosassoni lo hanno interpretato soprattutto in riferimento alle problematiche LGBT.  Il New York Time è arrivato a stabilire un parallelo fra Luca  e Chiamami col tuo nome (l’odioso film di Guadagnino che sviluppa l’elogio alla pederastia: affettuosità sessuate  fra lo studente e l’insegnante) parafrasando il titolo del film della Pixar con un gioco di parole: Calamari by your name. Questo accostamento è stato determinato dalla gelosia che mostra Alberto nei confronti di Luca quando si accorge che quest’ultimo ha sviluppato una particolare simpatia per Giulia. Chi è genitore o chi ha a che fare con pre-adolescenti, quindi prima del loro sviluppo sessuale, sa bene che l’amicizia costituisce un grosso legame a quell’età e possono anche nascere forme di gelosia quando la pretesa amica del cuore (o amico del cuore) mostra di confidarsi meglio con qualcun’altra/o. Niente da fare: la monocultura dominante introduce tematiche LGBT anche quando sono totalmente fuori luogo.

Il film ha alcune caratteristiche esclusive: è il primo film Pixar diretto da un regista italiano, Enrico Casarosa, ambientato in Italia e la pubblicità indiretta che è fatta alla Vespa è tutta meritata. La ricostruzione di un paese di pescatori in Liguria intorno agli anni ’70 (gli stretti vicoli, i colori vivaci delle case) è semplicemente perfetta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA STELLA DI ANDRA E TATI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/01/2021 - 19:35
 
Titolo Originale: STELLA DI ANDRA E TATI
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Rosalba Vitellaro, Alessandro Belli
Sceneggiatura: Valentina Mazzola, Alessandra Viola, Rosalba Vitellaro
Produzione: Larcadarte in collaborazione con MIUR
Durata: 29'

Una visita di liceali ai campi di sterminio diventa l’artificio letterario per raccontare la storia vera di Alessandra e Tatiana Bucci. Sono due bambine rispettivamente di 4 e 6 anni. Vivono a Fiume con la madre e la nonna, la zia e il cuginetto: sono ebrei. Il loro papà è al fronte. Il 29 marzo 1944 vengono deportati ad Auschwitz. I bambini vengono subito separati dai grandi, marchiati con un numero sul braccio e portati nel Kinderblock, la baracca dei bambini. L’affetto vicendevole e la compassione della guardiana permetteranno loro di sopravvivere fino alla liberazione del campo e di ritrovare i loro genitori.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli affetti familiari, la solidarietà fra le vittime, gli aguzzini che ritrovano in loro un po’ di umanità, sono i valori che portano luce al buio di una storia che non può essere dimenticata
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il cartone evita le scene più esplicite ma le sofferenze di due bambini potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ben scelta la storia vera delle due bambine internate per i risvolti positivi che porta con sè. Il parallelismo con il bullismo di oggi appare un po’ forzato
Testo Breve:

Due bambine di 4 e 6 anni si ritrovano deportate in un campo di concentramento. Questo cartone animato diventa un ottimo strumento per raccontare la Shoah ai pre-adolescenti. Su RaiPlay

Considerato il primo film di animazione europeo per raccontare ai bambini la Shoah, La stella di Andra e Tati porta sullo schermo in modo semplice ma con grande profondità, una delle pagine più drammatiche dello scorso secolo.

La sceneggiatura si basa sul racconto omonimo per bambini, scritto da Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro e pubblicato da De Agostini.

La narrazione mantiene il punto di vista delle protagoniste e questo lo rende un prodotto molto efficace per i bambini a cui è indirizzato.

La storia è intersecata a quella di una classe di liceali che, in gita scolastica, va a visitare Auschwitz. Il montaggio alternato fa passare lo spettatore da un’epoca all’altra e cerca di costruire un parallelo. Forse un po’ troppo azzardato l’accostamento tra i bulli della classe e i kapo nazisti: se la matrice della violenza è sempre l’odio tra persone, sono decisamente diverse le modalità e la gravità dei due diversi atti.

Nonostante ciò, risulta interessante la trasformazione del “capo” di questi bulli: la visita ai block, la vista dei cumuli di effetti personali sequestrati agli ebrei appena arrivati al campo di concentramento, provocano in lui un cambiamento di mentalità e di comportamento.

L’aggiunta di alcuni filmati d’archivio delle sorelle Bucci durante i titoli di coda, sicuramente è di aiuto nel comprendere come il film, seppur d’animazione, sia la ripresentazione della storia vera di due bambine e della loro famiglia.

I disegni sono della medesima illustratrice del volume pubblicato (Annalisa Corsi): il tratto essenziale,  la colorazione vivace aiutano  la comprensione anche per i più giovani dei fatti narrati che restano irrimediabilmente drammatici.

Gli  sviluppi della storia  sono accompagnati da una voce fuori campo: quella di una delle bambine che, divenuta grande, ricorda quegli avvenimenti e li propone agli spettatori.

Ne risulta un prodotto pregevole. Indicato  a partire dai preadolescenti perché riesce a mostrare il grande dramma dello sterminio pianificato e perpetrato dai nazisti nei campi di concentramento e lo fa con delicatezza, non perché venga edulcorata la dimensione di violenza, ma perché questa viene lasciata sullo sfondo rispetto alla storia (dolorosa ma carica di affetti) della famiglia Bucci.

Il valore della solidarietà tra le vittime, dell’amicizia, dell’affetto familiare trovano ampio spazio nel film. Valori, questi, che hanno permesso di alimentare nei protagonisti quella speranza che va oltre ogni speranza e che ha consentito loro, non solo di superare prove estreme, ma anche di mostrare come agire per il bene abbia ridonato un po’ di calore umano in quei contesti dove l’umanità sembrava ormai perduta

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOUL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/28/2020 - 19:09
Titolo Originale: Soul
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Pete Docter
Sceneggiatura: Pete Docter, Kemp Powers e Mike Jones
Produzione: Walt Disney Pictures, Pixar Animation Studios
Durata: 100

Joe Gardner è un afroamericano di mezza età che ama la musica jazz, una passione che ha ereditato da suo padre. Guadagna qualcosa come insegnante supplente di musica alle scuole medie ma aspira soprattutto suonare in una band, anche se l’occasione non è ancora arrivata. Poi, di colpo, nello stesso giorno, riceve l’incarico come insegnante di ruolo ma al contempo ha l’opportunità di esibirsi, quella sera stessa, nella band di una famosa sassofonista, che sta cercando un pianista di talento. Per l’emozione corre per le strade di New York senza guardare dove va e cade dentro un tombino. Si ritrova, ora come pura anima, a camminare verso l’altro mondo. Lui si ribella, non vuole perdere l’occasione della sua vita e scappando si ritrova nel pre-mondo, dove le anime ricevono un tirocinio preparatorio prima di raggiungere la terra per incarnarsi nel corpo che è stato loro assegnato….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quale “scintilla” può innescare la passione che può dare un senso alla nostra vita? A questa ambiziosa domanda il film dà risposte multiple come l’amicizia, l’appassionarsi alle piccole vicende di ogni giorno ma è vistosamente assente la felicità che scaturisce dall’amore coniugale
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessario un pubblico almeno adolescente, con qualche cognizione di filosofia, per poter filtrare criticamente la prospettiva trascendente che propone il film
Giudizio Artistico 
 
Questo nuovo lavoro della Pixar conferma l’alta professionalità raggiunta nella costruzione di personaggi e ambientazioni in 3D. La sceneggiatura non ha uno sviluppo lineare e alcuni snodi risultano forzati
Testo Breve:

Un insegnante di musica delle scuole medie svuole realizzare il suo sogno: venir ingaggiato da una complesso Jazz. Ma è giusto vivere per un sogno? E se alla fine si muore senza aver ottenuto nulla? Una nuova esperienza metafisica della Pixar. Se Inside Out era stato un'introduzione alla psicologia, Soul è un'introduzione alla filosofia. Su Disney+

Finalmente è arrivato (non nelle sale ma su Disney+),l’ultima opera della Disney-Pixar, in odore di capolavoro (The Guardian lo ha posto al secondo posto fra i film U.S.A. del 2020). Dopo  Inside out, che  aveva ricreato l’universo della mente umana e dato corpo alle emozioni che albergano nel nostro cuore, dopo Coco, che ci aveva portato nel mondo dei trapassati per ricordarci  l’importanza di ricordare sempre i nostri cari defunti, ora con Soul, la Pixar prosegue nelle sue esplorazioni metafisiche concentrandosi sulle vicissitudini delle anime, che, se  albergano in un corpo quando si trovano sulla terra e poi restano “nude” in attesa del loro destino finale quando il corpo si è ormai disfatto, ora scopriamo che,  novità esclusiva introdotta dalla Pixar, vivono anche in una sorta di  pre-mondo dove debbono capire, prima di incarnarsi in un corpo, qual è la “scintilla”, la vocazione, che consentirà loro di dare un senso alla loro esistenza terrena. Come si può comprendere, si tratta di temi esistenziali profondi e dopo i primi minuti ci si accorge come questo film non sia adatto ai più piccoli.

L’obiettivo è sicuramente ambizioso ma la Pixar ha tutte le carte in regola per poterlo affrontare. Il film merita elogi incondizionati sopratutto negli aspetti visivi. Dopo un 3D ancora approssimativo utilizzato nel primo Toy Story, ora la conquista Pixar più evidente è l’espressività dei volti: nell’ora e mezza del film ci sembra di trovarci di fronte a degli attori in carne ed ossa che stanno recitando la loro parte e ci dimentichiamo che si tratta di personaggi creati al computer. E’ stato così possibile conoscere in profondità Joe,  un personaggio sicuramente insolito: forse è la prima volta che, in un film di animazione,  ci troviamo di fronte a un uomo di mezza età, scapolo, un po’ melanconico, che a fine mese deve chiedere alla madre di pagare le sue bollette ma che ha un’unica grande passione: la musica jazz. Dove il film zoppica un po’ è nella sceneggiatura (sopratutto se confrontato con la compattezza di Inside Out) forse per un sovraccarico di significati e la storia si sviluppa con snodi poco fluidi. Il lungo capitolo, che si svolge sulla terra, obiettivamente divertente, dove Joe e anima 22 si sono incarnati in corpi sbagliati, non trova altri pretesti se non una scivolata dell’anima 22 mentre Joe si sta tuffando sulla terra. Anche la figura del traghettatore Spartivento che si muove fra la terra (fa l’artista di strada a New York) e l’extra-mondo movendosi su una caravella fosforescente, risulta difficile da inquadrare nel contesto, anche se la sua esistenza è necessaria per giustificare il ritorno di Joe sulla terra.

Un tipo di complessità che si rispecchia anche nel messaggio che alla fine si percepisce come ricevuto dal racconto: è giusto o no coltivare una passione? La costruzione della risposta ha uno sviluppo abbastanza tortuoso. Ogni anima deve coltivare la propria “scintilla”, ci spiega il film, altrimenti non ottiene il pass per scendere sulla terra ma bisogna evitare gli estremi opposti in cui cadono le anime perse (così sono chiamate), quelle per le quali la passione si trasforma in ossessione oppure si ha tale sfiducia in se stessi da non intraprendere nessuna iniziativa. Sono i due opposti rappresentati inizialmente da Joe e dall’anima 22. Ma poi  il film ridimensiona il problema e  ci ricorda  che la vita va apprezzata giorno per giorno, anche nelle piccole cose e coltivare una passione vuol dire anche “solo” fare il barbiere, purchè ci si prenda cura dei risvolti umani che comporta questo servizio. E’ accennata anche, ma con maggiore discrezione, la risposta più importante: il senso della vita scaturisce dal prendersi cura degli altri, dal coltivare l’amicizia. E’ proprio anima 22 e non Joe, a trovare le parole giuste per incoraggiare un allievo di Joe a continuare il suo percorso artistico e a costruire un’amicizia con un barbiere con il quale Joe aveva sempre e solo parlato di musica Jazz.  In fondo, il rapporto fra Joe e l’anima 22 è proprio questo: un aiuto reciproco per risolvere i rispettivi problemi. Peccato che in questo panorama sui possibili valori da dare alla vita, ci sia una grande assenza: la felicità coniugale. Viene citato due volte il nome di Lisa, la prima e unica ragazza di Joe ma non sappiamo null’altro di lei. Un’assenza tanto più clamorosa perché inaspettata, proprio da quel Pete Docter che nel film UP aveva scritto uno dei più begli elogi (ma silenzioso) degli affetti coniugali.

Il film evita accuratamente ogni riferimento religioso (anche se Joe, appena arrivato nell’aldilà, chiede subito se si trova in Paradiso o all’Inferno senza ricevere una risposta) ma è indubbio che quando si parla di anime, sappiamo che il tema è stato affrontato da religioni che si sono affermate da secoli e a da varie teorie filosofiche. E’ indubbio che questo racconto dove le anime sono entità sussistenti che si possono incarnare in esseri umani ma anche in animali, rimandi a fedi di origine indiana, più che al cristianesimo. Per questo motivo è opportuno che i genitori invitino i loro figli, a trarre ispirazione dai risvolti umani di questo raggonto, tralasciando le invenzioni più creative degli autori

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I SOSPIRI DEL MIO CUORE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/21/2020 - 22:12
 
Titolo Originale: Mimi o sumaseba
Paese: Giappone
Anno: 1995
Regia: Yoshifumi Kondō
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli
Durata: 111

Shizuku è una ragazza che frequenta l’ultimo anno delle scuole medie e vive con la famiglia in un sobborgo di Tokyo. E’ molto appassionata di libri (le piace sia leggere che scrivere) e si reca spesso in biblioteca per prendere continuamente nuovi libri. Con sorpresa si accorge che nel cartoncino che va compilato per prendere i libri in prestito, il suo nome è sempre preceduto da quello di un certo Amasawa. Incuriosita, inizia delle ricerche, pensando che si tratti di una persona adulta. Un giorno, nel seguire un gatto, si ferma incuriosita davanti a un negozio di antiquariato. Entra e un simpatico vecchietto le mostra antichi oggetti custoditi con molta cura. Finisce per incontrare anche Seiji, il nipote del padrone e con sorpresa scopre che è proprio lui che prendeva in prestito gli stessi suoi libri....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Storie di adolescenti che si pongono alla scoperta della loro vocazione, aiutati da familiari che sanno comprenderli e incoraggiarli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alla poesia del disegno dello Studio Ghibli (la regia è di Yoshifumi Kondo, allievo prediletto di Miyazaki Hayao, scomparso a soli 47 anni) si aggiunge la delicata sceneggiatura dello stesso Miyazaki. Un lieto fine un po' affrettato
Testo Breve:

Una ragazza sta terminando le scuole medie; litiga con il ragazzo che in fondo le piace ed è angosciata perché non ha ancora scoperto la sua vocazione. Un bel racconto di formazione sostenuto dalla poesia dei disegni dello studio Ghibli. Su NETFLIX

E’ sempre difficile concentrarsi sul racconto che si sviluppa all’interno di un fllm dello Studio Ghibli anche quando la sceneggiatura, come in questo caso, è di Hayao Miyazaki: le immagini catturano, distraggono l’attenzione. Le scene ci descrivono una metropoli con il suo traffico intenso ma ordinato, treni metropolitani colorati che sfrecciano fra le case, quartieri popolari con piccoli appartamenti-celle (non c’è ascensore, si sale sempre a piedi). Eppure, grazie al disegno dello Studio, si tratta di una realtà-magia che incanta. Perfino all’interno di una cucina siamo attirati dall’armonia dei colori, dalla cura nei dettagli (notiamo la bottiglia sul frigorifero che risplende, illuminata da un pallido sole che filtra dalle tendine). Ma allora, si tratta di un racconto realistico o di una favola? Se ci fosse una risposta a questa domanda, non staremmo vedendo un film di Hayao Miyazaki. Il contesto familiare è ben dettagliato: un padre molto concentrato sul lavoro che con il suo atteggiamento pagato, dona serenità a tutta la famiglia; una madre premurosa ma un po’ apprensiva; una sorella maggiore che stimola Shizuku a fare delle scelte e a prendere in mano le redini della sua vita. Anche il contesto scolastico è ben delineato con alunni disciplinati quando c’è il professore ma poi pettegoli e chiassosi quando sono in pausa. Eppure, nel bel mezzo del racconto, si passa dalla realtà al simbolo. Il protagonista diventa un gatto che Shizuku decide di seguire ed eccola che guarda la vetrina di un negozio di antiquariato: anche noi percepiamo il fascino misterioso di rari oggetti carichi di ricordi che restano vivi solo nella memoria del vecchio proprietario. La realtà si riaffaccia subito  dopo e la ritroviamo nelle ansie adolescenziali delle ragazze amiche di Shizuku, che si innamorano, non osano dichiararsi e poi restano deluse perché l’oggetto della loro attrazione sta sospirando per un’altra ma soprattutto, per Shizuku,  nell’ansia di trovare quella vocazione professionale a cui dedicare, in un futuro ormai prossimo,  la propria esistenza. La rivelazione che Seiji ha deciso cosa vuol fare (il liutaio e quindi frequentare una famosa scuola a Cremona) getta nello sconcerto Shizuku, che teme che la sua passione per lo scrivere possa essere solo un bel sogno.

Le incertezze e le ansie di un’adolescente ci sono quindi tutte, si tratta di  un’età tutt’altro che serena ma è altrettanto chiaro, in questo film, che il coraggio di scegliere e di andare avanti viene trovato dalla ragazza nell’affetto di chi le sta vicino e sa comprenderla. Molto bella la figura del padre che, in una riunione di famiglia, di fronte alle incertezze della figlia, le concede di sperimentare per un certo tempo le sue doti di scrittrice, sospendendo la decisione di andare alle scuole superiori, così come la “sorellona” Shiho che comprende quanto sia importante (lei sta per partire per frequentare l’università) per Shizuku avere finalmente una stanza tutta sua dove possa concentrarsi. Ma il culmine viene raggiunto dal vecchio antiquario, che invitato dalla ragazza a leggere per primo e a commentare il romanzo che lei ha scritto, riesce a rassicurarla sulla bellezza di un testo impetuoso e schietto come la sua natura ma al contempo, con dolcezza, riesce a farle capire che c’è ancora molto da lavorare per raggiungere la perfezione.  Anche l’analogia usata (il vecchio le mostra una gemma grezza, ancora da estrarre) è molto efficace.

Un film ha grandi valori educativi che fanno impallidire i serial in circolazione sulle nostre piattaforme in streaming ma occorre realisticamente domandarsi sulla possibilità di un suo impatto significativo sugli adolescenti delle nostre latitudini. Mettendo da parte la grande passione di Shizuku per la lettura che potremmo ormai considerare poco realistica, si vede chiaramente dal film che c’è rispetto per le autorità scolastiche, che c’è consapevolezza del valore della famiglia e della continuità fra le generazioni ma c’è un’altra caratteristica che è peculiare in questi lavori che provengono dall’Oriente (non possiamo dimenticare i film familiari di Yasujirō Ozu): l’atteggiamento riflessivo. Riflettere da parte dei genitori per dare sagge risposte, riflessione degli adolescenti per comprendere le proprie potenzialità, la saggezza dei vecchi. E’ l’attitudine a “prendersi del tempo” per osservare e meditare, che anche le sequenze più suggestive come le visite dall’antiquario trovano il suo significato.  C’ è quindi un abisso rispetto agli ultimi teendrama di produzione occidentale e se Shizuku entra in crisi perché non ha ancora definito il suo futuro, negli ultimi serial gli adolescenti non guardano in avanti ma restano concentrati su un presente da consumare.
Presso il sito delle Sale della Comunità, è stata compilata una scheda per usare il film come strumento di catechesi. Netflix ha recuperato di recente 21 capolavori dello Studio Ghibli che sono ora disponibili sulla sua piattaforma

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KLAUS - I SEGRETI DI NATALE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/11/2020 - 09:45
 
Titolo Originale: Klaus
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Sergio Pablos
Sceneggiatura: Sergio Pablos, Zach Lewis, Jim Mahoney
Produzione: Sergio Pablos Animation Studios, Atresmedia Cine
Durata: 98

Jesper frequenta svogliatamente l’accademia di posta. Suo padre, che ne è il direttore, visto lo scarso rendimento del figlio lo spedisce sulla più remota isola del nord del paese, da cui potrà andarsene solo quando avrà consegnato 6000 lettere. L’impresa è quasi impossibile in un paese diviso dall’odio, i cui abitanti a stento si parlano, ma dal suo incontro con il burbero Klaus nascerà la mitica figura di Babbo Natale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Jesper, un giovane postino indolente ed egocentrico riesce alla fine a ripristinare pace e concordia in un paese dove prevaleva la diffidenza e l’odio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il creatore, Sergio Pablos, creatore del celebre Cattivissimo Me, ed è risultato particolarmente adatto ad unire un racconto classico con una prospettiva moderna e originale. In controtendenza rispetto alle mode del momento, il film è stato interamente disegnato a mano e realizzato con animazione tradizionale 2D, ma illuminato con l’ausilio della CGI
Testo Breve:

Il postino Jasper, nel  recapitare la posta nel Nord del suo paese, conosce  un omone che è bravo a costruire giocattoli. In questo cartone Netflix viene spiegata la genesi del Natale e dei suoi valori tradizionali, non quelli religiosi ma umani

Il primo lungometraggio animato prodotto direttamente per Netflix è un piccolo gioiello: un film capace di rimettere al centro i valori tradizionali del Natale senza risultare mai stucchevole o buonista.

Sarà perché il creatore, Sergio Pablos, dopo essere cresciuto alla scuola della Disney, ha creato la celebre franchise di Cattivissimo Me, ed è quindi particolarmente adatto ad unire un racconto classico con una prospettiva moderna e originale.

Klaus, infatti, cerca di restituire al pubblico il personaggio classico per eccellenza, Babbo Natale, tanto famoso quanto usurato da lunghi anni di utilizzo a fini commerciali. E lo fa attraverso una origin story che non va a esplorare le reali radici cristiane del personaggio, ma ne reinventa la storia a partire da una domanda ironica: cosa succederebbe se tutto quello che c’è di buono e bello in Babbo Natale fosse dovuto alle azioni del personaggio più egoista e imperfetto che si possa immaginare?

Nasce così Jesper, postino indolente e egocentrico, che viene spedito dal padre nella tetra e glaciale Smeerensburg con la missione di recapitare 6000 lettere. Ma in un paesino lacerato da faide millenarie, in cui gli abitanti stanno sbarrati nelle proprie case quando non sono impegnati a farsi la guerra fra loro, non è facile trovare qualcuno che voglia mandare una lettera. Solo quando Jesper porterà per sbaglio il disegno di un bambino al rude e misterioso Klaus e questi gli regalerà in cambio un giocattolo, qualcosa inizierà impercettibilmente a cambiare nell’isola…

Il motore della storia sono giustamente i bambini, perché sono gli unici a non essere ancora imprigionati nelle tradizioni di odio e rancore, ormai prive di ogni fondamento, che le loro famiglie si trasmettono di generazione in generazione. Ma il protagonista rimane lui, Jesper, che inizia a seminare il bene senza volerlo, anzi, mentre cerca con tutti i mezzi una strada che gli permetta di uscire da quell’inferno e ritornare alla sua comoda quotidianità. È un personaggio credibile e simpatico, proprio perché non ha niente di eroico. Il suo unico merito è quello di riconoscere la bellezza di quanto involontariamente sta facendo succedere e nel non abbandonarla più, fino a farsi cambiare da essa.

Su questo nucleo tematico si innestano tutti gli elementi che tradizionalmente appartengono alla “mitologia” di Babbo Natale: la slitta, le renne, l’abitudine di entrare in casa attraverso i camini, il carbone ai bambini cattivi… fino ad arrivare agli aiutanti “magici”. Ma tutto trova qua una spiegazione logica e terrena, oltre che divertente. Un tocco di magia torna solo nel finale, per rendere eterno quel che abbiamo visto poter accadere nella vita di tutti i giorni.

Una nota di merito va anche all’aspetto tecnico perché, in controtendenza rispetto alle mode del momento, il film è stato interamente disegnato a mano e realizzato con animazione tradizionale 2D, ma illuminato con l’ausilio della CGI. Un punto in più di unione fra tradizione e modernità, che magari non viene percepito subito, ma aiuta a creare un universo visivo insolito, sorprendente per i bambini e capace di restituire agli adulti un ricordo dei cartoni che hanno reso magica la loro infanzia.

 

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FROZEN II - Il segreto di Arendelle

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/03/2019 - 18:00
 
Titolo Originale: FRozen II
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Buck
Sceneggiatura: Jennifer Lee, Allison Schroeder
Durata: 103

Dopo l’incoronazione, Elsa ed Anna vivono felici ad Arendelle. Ma una notte una voce melodiosa richiama Elsa e, nonostante le sue resistenze, la convincerà a partire alla scoperta di un misterioso segreto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali mentre gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare al primo Frozen, ma si dimostra molto carente sull’intreccio, i personaggi e le musiche
Testo Breve:

Elsa è ormai regina ma una voce melodiosa la invita a partire alla scoperta di un misterioso segreto. Ottimi gli effetti visivi i costumi ma il secondo Frozen non si pone alla parti del primo per l’intreccio e le musiche

Il sequel del fortunatissimo Frozen soffre da subito il paragone con il primo film, meglio riuscito da tanti punti di vista. Se per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare, si dimostra molto carente sull’intreccio, i  personaggi e le musiche. Questo non significa che non sarà apprezzato da grandi e piccini, come già dimostrano gli ottimi incassi della prima settimana. Gli ingredienti per stupire e intrattenere ci sono tutti e, rispetto a tanti altri film di animazione degli ultimi tempi, non ha nessuna controindicazione: si dimostra delicato e in qualche modo profondo, in perfetto stile Disney. Ma sicuramente non resterà nella storia. Le musiche che, come spesso accade, in traduzione italiana perdono tanto della loro potenza, sono troppe e ridondanti, con testi scontati e ripetitivi, fatto salvo i buffi siparietti di Olaf e la canzone finale, cantata da Giuliano Sangiorgi, che per questa ragione potrebbe forse avere una qualche maggior fortuna locale.

Riguardo all’intreccio, il film parte settando, in modo esageratamente esplicito, un problema del passato che riguarda la famiglia reale: il nonno delle principesse aveva stabilito un trattato di pace con la tribù dei Northuldri, costruendo una diga, ma, per ragioni sconosciute, era scoppiata la guerra e una fitta nebbia era scesa sulla foresta incantata, dove la magia dei quattro elementi da allora tiene prigionieri gli abitanti. Con queste premesse poco rassicuranti la storia riparte ad Arendelle, in una situazione calma, ma che già lascia prevedere una catastrofe imminente che, essendo annunciata in maniera esagerata, arriva senza un reale colpo di scena. Mentre Kristoff vorrebbe chiedere ad Anna di sposarlo, Anna non sembra intenzionata a cambiare una situazione che sembra darle finalmente una stabilità emotiva, Olaf è alle prese con serie domande esistenziali ed Elsa comincia a sentire una strana voce che lei rifiuta inizialmente di ascoltare, temendo di mettere in pericolo l’equilibrio del paese. Tutti i personaggi sono come paralizzati dall’idea che qualcosa possa cambiare, e preferiscono ritrovarsi ogni sera a giocare ai mimi piuttosto che affrontare la realtà. Ma il richiamo è troppo forte, Elsa risveglia gli elementi e parte alla ricerca della verità sulla sua vita e sul suo passato. Anna le correrà appresso e con lei Kristoff, Olaf e la renna Sven. Da qui una serie infinita di personaggi  e situazioni verranno scaraventati sul loro cammino: il popolo, i trolls, le guardie, i northuldri, i quattro elementi, la foresta, il fiume Ahtohallan, e poi il passato, il presente. Troppi luoghi, troppe personalità, troppe storie, e tutto resta superficiale e quindi debole, soprattutto l’antagonista che è quasi completamente inesistente. Elsa è sola a compiere il suo viaggio e troppo facilmente arriva alla soluzione, gli altri la seguono affannati senza sapere bene cosa cercare, né qual è la loro vera missione.

Anna è in preda alle nevrosi più disparate, morbosamente attaccata alla sorella e quasi noncurante dell’amato Kristoff che fa di tutto per farsi notare da lei, incapace di imporsi  e annullandosi ad ogni suo capriccio fino a disperarsi esageratamente quando lei sembra dimenticarsi di lui. Olaf abbandona le sue domande esistenziali tornando il giocherellone di sempre, e il suo timore sul diventare grande si scioglie insieme a lui. Le figure maschili insomma sono quasi inesistenti in questo film, mentre prevalgono figure femminili fragili, egoiste e problematiche, forse fin troppo contemporanee.

E così i personaggi, sinceramente interrogati da principio su cosa regga veramente l’urto del tempo e cosa voglia dire essere se stessi, non fanno un vero percorso di crescita per trovare una risposta. Gli viene calata dall’alto senza tanto effetto sullo spettatore. E così, mentre Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali trovando il suo senso nella foresta incantata, gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SHAUN, VITA DA PECORA: FARMAGEDDON

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/15/2019 - 17:42
 
Titolo Originale: A Shaun the Sheep Movie: Farmageddon
Paese: Regno Unito
Anno: 2019
Regia: Will Becher, Richard Phelan
Sceneggiatura: Mark Burton, Jon Brown
Produzione: Aardman Animations, StudioCanal
Durata: 87

Shaum e le sue compagne pecore hanno sempre qualche motivo di attrito con il cane pastore Bitzer: lei è una pecora esuberante che ogni giorno ha qualche nuova idea per la testa mentre Bitzer, sempre sospettoso, ha disseminato il cortile di cartelli di divieti. C’è però un evento che trasforma la loro semplice vita di campagna: Lu-La, una ragazzina extra-terreste con poteri speciali è atterrata proprio nella fattoria Mossy Bottom. I giornali dicono che è stato avvistato un UFO, corpi speciali dell’esercito sono sulla sua traccia e Shaun è ben lieta di ambientare Lu-La sul nostro pianeta: di sicuro ci sarà da divertitsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo racconto, nessuno è veramente cattivo: ognuno cerca di venir compreso nei suoi problemi, ma poi tutti sono disponibili ad aiutare gli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film conferma la simpatia della tecnica stop-motion, ora perfezionata con la CG e la capacità degli autori di caratterizzare con pochi tratti visivi (manca il parlato) i personaggi della storia
Testo Breve:

La pecora Shaun ma anche gli altri animali della fattoria, debbono fronteggiare una grossa novità: è arrivata una ragazzina extra-terreste che vuole tornare dai suoi mamma e papà. Il divertimento è garantito anche se il film è inferiore al primo  della serie Shaun

La tecnica di animazione stop-motion, dove pupazzi di plastilina vengono animati riprendendo fotogramma per fotogramma i loro movimenti, può ancora affascinare i ragazzi di oggi? Indubbiamente la tecnica della computer grafica utilizzata per i blockbuster della Disney ha fatto passi da gigante e costituisce ormai lo standard per questo tipo di film ma così come c’è qualcuno che sente la nostalgia dei cartoni 2D, non si può negare la poesia che emana da queste produzioni dell’inglese Aardman Animations, StudioCanal. Anche se ormai anche loro utilizzano, per i fondali, la 3D, si percepisce ancora la piacevolezza di un lavoro artigianale e la presenza di un’ironia molto inglese. Il timore però resta perché c’è il rischio che questi lavori risultino troppo sofisticati per un pubblico di ragazzi smaliziati dal telefonino e da altre tecnologie: mi riferisco in particolare al fatto che i personaggi non parlino (emettono suoni volutamente incomprensibili) e tutto viene narrato con le immagini, in omaggio alla migliore tradizione della comicità slapstick del film muto, soprattutto quella di Buster Keaton. Alla fine non c’è che una risposta: il film potrà piacere soprattutto ai più piccoli che si divertiranno comunque e non stanno ad andare per il sottile sulla tecnica adottata e ai genitori, che apprezzeranno i tanti riferimenti al grande cinema del passato.

La casa di Bristol, produttrice di Galline in fuga, tutta la serie di Wallace & Gromit, e il precedente Shaun, vita da pecora, ha da sempre privilegiato l’ambiente della fattoria, dove gli animali prendono vita propria e rendono complicata quella degli umani; un magnifico esempio di poesia incentrata sulle piccole, care cose di un mondo fuori dalla frenesia delle metropoli. Questa volta, anche se la storia ha nuovamente, come baricentro, la fattoria Mossy Bottom l’orizzonte si allarga a un contesto addirittura planetario e il richiamo alle grandi produzioni hollywoodiane, in particolare a ET L’Extraterrestre e a Incontri ravvicinati del terzo tipo è evidente.

Ancora una volta saranno solo gli adulti ad apprezzare la divertente parodia confezionata dagli sceneggiatori Mark Burton, Jon Brown  su questi  capolavori di Steven Spielberg  (ma c’è anche un robottino che ricorda tanto Wall-E) mentre i più piccoli si commuoveranno nel vedere come la piccola Lu-La si che ha nostalgia di “casa” e desidera tornare da  mamma e papà.

Forse meno riuscito del primo Shaun – vita da pecora per aver voluto muoversi in contesti più internazionali, perdendo l’elegia del mondo agreste, il film conferma la grande capacità di caratterizzare i personaggi della squadra della Aardman Animations. Bastano pochi tratti (non dimentichiamo che i personaggi non parlano) per disegnare il fattore, un omino con occhiali spessi e baffoni giallo stoppa, irascibile, lento a capire le situazioni a meno che si tratti di guadagnare dei soldi, oppure   la donna comandante dell’agenzia governativa incaricata di scovare gli UFO, rigida e inflessibile nel compiere la sua missione che nasconde però un doloroso segreto della sua infanzia.

Alla fine e non è cosa da poco, il film vuole dimostrare che nessuno è veramente cattivo: ognuno cerca di venir compreso nei suoi problemi, ma poi tutti sono disponibili ad aiutare gli altri.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RE LEONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 16:48
 
Titolo Originale: The Lion King
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Produzione: Walt Disney Pictures, Fairview Entertainment
Durata: 118

Il cucciolo Simba viene unto come principe erede da Rafiki, il babbuino sciamano. Suo padre Mufasa, il re delle Terre del Branco e la regina madre Sarabi si occupano di educarlo alle sue future responsabilità ma Simba interpreta male il suo ruolo, ritenendo il coraggio e l’audacia più importanti della saggezza. Istigato da Scar, il fratello di Mufasa che ha perso il diritto al trono dopo la sua nascita, si avventura, assieme alla sua amica Nala nel Cimitero degli elefanti, nonostante l’esplicito divieto del padre. I due cuccioli si trovano così in un altro mondo, dominato dalle iene, che non rispettano l’autorità di suo padre. Simba e Nala vengono salvati solo in extremis da Mufasa. Si è trattato di un trabocchetto escogitato da Scar, che si è alleato con le iene per uccidere l’erede al trono. Dopo questo primo insuccesso Scar non si dà per vinto e mette in atto un tranello ancora più insidioso…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si riscatta aderendo ai valori che il padre gli ha insegnato; il potere di governo visto come un servizio agli altri; l’amicizia e la solidarietà per superare uniti le difficoltà.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per alcune scene ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film recupera la bella sceneggiatura e le musiche dell’edizione del 1994; La tecnica dell’animazione fotonaturalista mostra la sua piena maturità ma presenta anche dei limiti espressivi
Testo Breve:

Con la stessa sceneggiatura e le stesse musiche dell’edizione animata del 1994, ritroviamo il piccolo leone che riconquista il suo regno facendo tesoro dei valori e dei saggi principi che gli ha trasmesso suo padre

Quando a capo della Walt Disney c’era  il suo fondatore e non era ancora nato il mercato dei VHS né dei DVD, ogni 5-7 anni i suoi capolavori tornavano nelle sale (Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan,..) per allietare le nuove generazioni di bambini-spettatori. Oggi, nell’epoca dei DVD e dello streaming non ha più senso un’iniziativa di questo genere e assistiamo invece a dei veri e propri rifacimenti com’è già accaduto in Il ritorno di Mary Poppins, Il libro della Jungla,  e ora questo Il Re Leone.  Si può dire che la Walt Disney production stia provando tutte le strade: Con  Il ritorno di Mary Poppins ha cercato di costruire un sequel del premio Oscar ma il risultato è stato modesto, soprattutto perché si è sentita la mancanza di belle musiche orecchiabili; con Il libro della Jungla e con questo nuovo Re leone, abbandonata la classica (e poetica) animazione 2D, si sta puntando su di un’animazione iperrealista degli animali protagonisti. A noi appaiono come veri animali (in realtà sono generati con il computer) che però parlano come degli esseri umani. La terza direzione nella quale si sta muovendo la Disney è quella di riproporre i suoi cartoni con l'impiego di attori in carne ed ossa (Aladdin, prossimamente Mulan). Si potrebbe obiettare che non ha senso confrontare la precedente con la nuova edizione del film, visto che nella grande maggioranza dei casi le sale vengono riempite da nuovi giovani spettatori; il problema riguarda al più i genitori che li accompagnano, ma c’è comunque qualcosa di importante da segnalare: queste nuove edizioni, così realistiche, risultano poco adatte ai più piccoli. La scena più drammatica del film, la mandria degli gnu che travolge prima Simba e poi il padre Mufasa spinto verso la morte dalla mano di Scar, risulta particolarmente impressionante. L’animazione 2D aveva un altro vantaggio per i più piccoli: le espressioni del volto (rabbia, commozione, tenerezza) erano codificate in modo semplice (stupore: sopracciglia alzate, occhi sgranati, bocca aperta) mentre ora, cercare di comunicare una simile reazione attraverso il volto simil-vero di un leone, è impresa veramente ardua; occorre affidarsi solo al tono della voce e ho visto in sala i bambini più piccoli chiedere al genitore cosa stesse accadendo, visto che non riuscivano a decifrare la situazione.

Per il resto il film ricalca con precisione il capolavoro del 1994, nelle musiche (con la sola aggiunta di Spirit di Beyoncé) e nella sceneggiatura con poche varianti che hanno avuto l’obiettivo di dare più spazio ai personaggi femminili (Nala, l’amica di Simba e sua madre Sarabi) e aggiungere profondità al cattivo Scar, (mellifluo, scivoloso, ipocrita, livoroso) che finisce proprio per questo, per dominare la scena.

Per il resto il nocciolo del racconto è rimasto intatto, in parte ispirato all’Amleto di Shakespeare: il fratello cattivo che uccide e spodesta il re, il giovane leone che vive con il senso di colpa finché non scopre,  sentendo nella notte la voce di suo padre, che il suo riscatto passa proprio nel continuare la sua missione; l’amicizia con i due simpaticoni Timon e Pumbaa (un suricate e un facocero) e la solidarietà che diventa amore con Nala.

In questa versione risulta marcato il contrasto fra i tre approcci alla vita che si contrappongono: quello del re Mufasa, che presenta al figlio l’armonia di un mondo (il “cerchio della vita”) dove ogni essere e ogni cosa ha una sua funzione predefinita e chi lo governa ha l’obbligo di rispettarne le leggi (“mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero re cerca ciò che può dare”; “un vero re deve saper comprendere”). Al polo opposto c’è Scar coadiuvato dalle iene, che ubbidisce solo alla legge della rapina, fino a devastare tutto ciò che riesce a raggiungere.  Come terza soluzione esistenziale c’è quella proposta da Timon e Pumbaa e riassunta nella canzone Hakuna Matata: nessuna regola, nessuna responsabilità, si nasce e si muore senza alcun senso (“la vita è una retta”) ma in compenso si vive tutti in amicizia (anche perché gli animali carnivori si nutrono esclusivamente di larve).

Questa riedizione ha conservato intatto il valore di questa potente storia e la qualità tecnica impiegata è eccezionale, pur con i limiti espressivi che abbiamo indicato. Il successo al botteghino (in USA come nel resto del mondo) lo sta a dimostrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOY STORY 4

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/28/2019 - 20:50
 
Titolo Originale: Toy Story 4
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Josh Cooley
Sceneggiatura: Stanton, Stephany Folsom, da un soggetto di John Lasseter
Produzione: PIXAR ANIMATION STUDIOS, WALT DISNEY PICTURES
Durata: 100

Dopo che l’amato Andy è andato al college Woody e i suoi amici hanno vissuto una seconda giovinezza affidati alla piccola Bonnie. Anche lei però sta crescendo, ma Woody, anche se finisce sempre più spesso nell’armadio, non rinuncia alle responsabilità nei suoi confronti e la segue anche al primo giorno di asilo. Sarà l’arrivo di un nuovo giocattolo, Forky, che Bonnie si costruisce, a lanciare Woody e gli altri in una nuova avventura e a fargli rincontrare una vecchia amica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Più ancora che negli altri capitoli, Toy Story parla agli adulti ancora più che ai bambini, esplorando le contraddizioni del desiderio di essere genitori e le difficoltà del mestiere più bello del mondo, della gratuità che richiede e della gioia che può dare abbracciarlo fino in fondo.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida sequenza, poco percettibile, di due mamme che portano a scuola un bambino e poi lo vanno a riprendere
Giudizio Artistico 
 
Questo quarto episodio della serie riesce nel difficile compito di riprendere i fili di questa strana vita da giocattoli, confermando la sua funzione di metafora di tante problematiche umane
Testo Breve:

Dopo che l’amato Andy è andato al college, Woody e i suoi amici giocattoli si mettono a disposizione della piccola Bonnie, conducendo ancora una volta gli spettatori attraverso un lungo viaggio che è anche una riflessione sull’amore e la lealtà, sulla vocazione, sul crescere e invecchiare.

Cosa fa di un giocattolo un giocattolo? L’amore unico e irripetibile che il “suo” bambino prova per lui? O la sua “vocazione” di renderlo felice ed aiutarlo a crescere? E cosa succede di un giocattolo quando un bambino cresce e la missione giunge inevitabilmente a una fine?

La nuova avventura di Woody e degli altri giocattoli ci conduce ancora una volta ad esplorare queste domande e la risposta sarà diversa per ciascuno di loro.

Da più di una generazione, ormai, la saga di Toy Story, partendo da un presupposto piccolo e geniale (la vita dei giocattoli in assenza dei loro proprietari) ha condotto gli spettatori attraverso un lungo viaggio che è anche una riflessione sull’amore e la lealtà, sulla vocazione, sul crescere e invecchiare. Il terzo capitolo della serie sembrava avere in un certo senso chiuso un cerchio con la partenza di Andy, ormai cresciuto, per il college e il passaggio di testimone ad una nuova bambina.

Questo quarto episodio della serie, invece, riesce nel difficile compito di riprendere i fili di questa riflessione aggiungendo spunti nuovi e interessanti e recuperando alcuni vecchi amici, prima tra tutti Bo Peep, la pastorella della lampada per cui Woody aveva un debole e che era sparita tanto tempo prima.

Diversamente da Woody, che si aggrappa alla sua responsabilità nei confronti del suo bambino, Bo ha saputo accettare l’inevitabile, cioè che il bisogno di un bambino nei confronti dei suoi giocattoli non sia eterno e, a sorpresa, pur essendo un “giocattolo perduto”, si è rifatta una vita quasi da avventuriera, sfuggendo a un negozio di antiquariato e progettando di scoprire il mondo aggregandosi a un lunapark viaggiante.

Woody, con la sua testarda lealtà al “suo” bambino, e Bo con la sua voglia di avventura sembrano agli antipodi, ma sapranno allearsi per mettere in salvo Forky (metà forchetta e metà cucchiaio), il giocattolo che non si sente un giocattolo e anzi cerca continuamente di tornare al cesto della spazzatura da cui proviene. Solo condividendo la sua esperienza e ammettendo di essere forse un po’ spazzatura anche lui, Woody riuscirà a persuaderlo della sua missione. Meno presente che negli scorsi episodi, Buzz Lightyear offre, insieme a un paio di spassose new entries, il necessario alleggerimento comico alle situazioni.

Il grande avversario di questo episodio è Gabby Gabby, la bambola mai usata perché difettosa, che sogna di diventare la preferita di un bambino ed è disposta a tutto per mettersi nella condizione di esserlo, anche a rubare a Woody il suo riproduttore vocale.

È attraverso Gabby, per molti versi più complessa del terribile Lotso del terzo capitolo, che Toy Story riesce a dire qualcosa di straordinariamente importante e molto attuale: “avere” un bambino significa innanzitutto venire incontro a un bisogno prima ancora che rispondere al proprio di essere amati. È l’inizio di un’avventura spaventosa e bellissima in cui bisogna accettare il rischio dell’abbandono ma che vale la pensa di essere vissuta.

Più ancora che negli altri capitoli, Toy Story parla agli adulti ancora più che ai bambini, esplorando le contraddizioni del desiderio di essere genitori e le difficoltà del mestiere più bello del mondo, della gratuità che richiede e della gioia che può dare abbracciarlo fino in fondo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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