Docufiction

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THE SOCIAL DILEMMA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/12/2020 - 21:44
 
Titolo Originale: THe Social Dilemma
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jeff Orlowski
Sceneggiatura: Davis Coombe, Vickie Curtis, Jeff Orlowski
Produzione: Exposure Labs, Argent Pictures, The Space Program
Durata: 89

Questo docudrama si avvale di interviste fatte a persone che lavorano o hanno lavorato in una delle aziende FAANG (le aziende digitali con maggior capitalizzazione: Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google) e che esprimono le loro opinioni sull’impatto che hanno avuto i social media sulle singole persone e sulla società, sulle democrazie occidentali. Fra di loro ci sono: Tristan Harris che ha partecipato al progetto realizzativo di Google; Shoshana Zuboff , docente di psicologia sociale alla Harward Business School; Justin Rosenstein, cofondatore di Facebook e inventore del bottone like. In parallelo viene sviluppata una piccola fiction che vede protagonisti tre adolescenti; due totalmente cellulare-dipendenti, l’altra preferisce ancora rapporti umani diretti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario riesce a sviluppare una critica ragionata sui potenziali pericoli indotti dai social media
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema è interessante anche per i più giovani
Giudizio Artistico 
 
Il documentario entra in profondità sul tema dei social media puntando forse un po' troppo su aspetti sensazionalisti. Molto modesta la componente fiction
Testo Breve:

“Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”. I social network sono tutti gratuiti ma c’è una contropartita e il documentario evidenzia i pericoli di condizonamento in cui si può incorrere quando queste piattaforme finiscono per sapere tutto su di noi. Su NETFLIX

on uno stile di indagine molto serrato, molto americano, il documetario va subito al dunque del tema che sta affrontando. Inizia Tristan Harris con una frase che ha avuto molto successo: “Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Incalza la professoressa Shoshana Zuboff (autrice del libro: Il capitalismo della sorveglianza): “Le società di Internet sono le più ricche apparse nella storia”. Perché? Perché ogni azienda vuole avere la garanzia che le sue pubblicità abbiano successo e loro fanno affari proprio vendendo certezza. Ma per ottenerla bisogna fare molte previsioni e servono molti dati: “E’ un nuovo mercato che vende futures sull’essere umano”. Ecco che tutto quello che facciamo online (chattare, postare foto, mettere dei like, spostarsi usando Google maps, unirsi a un gruppo di opinione, ..) viene osservato, viene registrato, viene valutato. Grazie a un uso intensivo di Intelligenza Artificiale, vengono costruiti dei modelli previsionali per ogni individuo o gruppi di individui (è il compito svolto da Google Feed e Facebook Feed, caricati su tutti i dispositivi Android). Le proposte per unirsi a nuovi amici, a nuovi gruppi, fatte in coerenza con il profilo con il quale siamo stati etichettati, ha proprio l’obiettivo di aumentare il nostro coinvolgimento, far crescere gruppi omogenei di internauti e a questo punto collocare una pubblicità coerente con gli interessi individuati. “Hanno imparato a influenzare il comportamento e le emozioni”: dice la professoressa di Harward.

Se tutto questo è chiaro, qual è l’impatto sugli individui? Gli effetti sui singoli sono molti: tendiamo a raggrupparci in tribù dal pensiero omogeneo senza il confronto con chi la pensa diversamente; sopratutto nei giovani può crearsi l’ansia di venir apprezzati in base al numero di like, di pollici in su che ricevono con le  foto, i commenti o  i loro filmati postati. Si tratta di ansia di partecipazione sociale che di fatto ha aperto la porta alla modifica dei comportamenti.  C’è la tendenza a scambiarsi non pensieri meditati ma sensazioni immediate, dicerie, sospetti non controllati.  Si diffondono fake news che trovano sempre dei loro seguaci. Il documentario ricorda i casi di Kyrie Irving, un campione di basket che ha confessato di essersi unito a coloro che credono che la terra sia piatta; Pizzagate è una teoria del complotto diventata virale durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. La diceria che alti funzionari del partito democratico americano e diversi ristoranti statunitensi fossero coinvolti in un presunto traffico di esseri umani e abuso di minori, ha fatto sì che un invasato facesse fuoco con un fucile all'interno di un ristorante. La stessa Facebook ha ammesso di avere avuto un ruolo nelle campagne d’odio e razziste scoppiate in Myanmar, dove erano nate violenze a seguito di notizie false pubblicate attraverso il suo social network. In genere, in tutti i paesi Occidentali o non, l’uso dei social network durante le elezioni ha finito per potenziare i contrasti più viscerali, invece di promuovere un confronto ragionato.

Un’osservazione molto acuta è stata fatta da Tristan Harris: ” Non è la tecnologia il pericolo ma la capacità della tecnologia di tirare fuori il peggio di noi” . L’unica nostra salvezza è cercare la verità e condividerla. “Se non siamo d’accordo su quale sia la verità o se esista la verità, siamo spacciati. E questo il problema dei problemi”

Questa docufiction ha l’indubbia capacità, così com’era successo anche con The Great Hack sullo scandalo di Cambridge Analytica, di sollecitare  dubbi e critiche, anche se cerca troppo spesso conclusioni ad effetto e pende veso  una visione catastrofica. E’ indubbio che il problema esiste ma si può risolvere solo con l’istituzione di organi di controllo internazionali e con un’educazione volta a stimolare capacità di discernimento nell'uso dei Social.

Facebook, la maggiore accusata in questo documentario, riconosce di essere ad’s supported per poter offrire gratis i propri servizi ma ha rinnegato tutte le tesi del documentario, sostenendo che il suo Facebook Feed non crea affatto dipendenza ma è un utile supporto alle scelte dell’utente. “Abbiamo rimosso nel secondo quadrimestre 2020 oltre 22 million di frasi impostate all’odio".

SE SEI INTERESSATO AL TEMA, PUOI LEGGERE ANCHE:

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su

   

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COLLEGIO (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/13/2019 - 10:31
Titolo Originale: Il Collegio
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Produzione: RAI, Magnolia
Durata: 120 minuti a puntata su Raidue e su Raiplay
Interpreti: Narratore: Simona Ventura

Venti adolescenti tra i 14 e i 17 anni devono studiare per circa un mese in un collegio simulando di essere negli anni ottanta, per conseguire il diploma di licenza media dell'epoca. Gli studenti hanno l'obbligo di indossare le uniformi del collegio e devono seguire le severe regole della struttura, che comprendono il rinunciare a telefonini, subire il taglio dei capelli secondo la moda dell’epoca. I ragazzi provengono da tutta Italia: c’è Maggy Gioia 14, di Milano che è la perfettina del gruppo, la più istruita e la più ligia alle regole; Mario Tricca (15, provincia di Roma) è il più insicuro, ogni prova comporta per lui una sofferenza; Sara Piccioni ha poca fiducia in se stessa; Claudia Dorelfi (14 anni, Roma) di indole litigiosa, usa un linguaggio sboccato e risponde male ai professori,…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La docu-fiction descrive con buon realismo un contesto scolastico, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima la scelta del cast, il montaggio garantisce un buon ritmo al racconto, solo in alcuni momenti si percepisce che dietro tanta spontaneità c’è una solida sceneggiatura.
Testo Breve:

10 ragazzi e 10 ragazze fra i 15 e i 17 anni varcano la soglia di un collegio negli anni ’80. La quarta stagione conferma il successo di questa docu-fiction che mostra degli adolescenti molto più attendibili di tante fiction TV

I numeri parlano chiaro: Il docu-reality Il collegio, giunto alla quarta stagione, è la trasmissione più vista di Rai2 con una media di 2.346.000 spettatori (10,2% di share in due puntate). Ma ci sono due dati che colpiscono molto di più: nella fascia compresa fra gli 8 e i 14 anni, il programma raggiunge il 38% di share ma non basta: con due milioni di interazioni, Il collegio è il programma più interattivo e popolare sui social (soprattutto Instagram). Così, mentre Netflix si affanna a catturare la fascia di audience degli adolescenti e young Adult, tallonata da Sky (senza trascurare Disney Channel in una fascia più bassa), la TV generalista mette a segno un grande successo per l’età della prima adolescenza. Qual è il segreto? Possiamo dire che i ragazzi e le ragazze di Il collegio ci appaiono molto più veri dei giovani che ci vengono presentati dalle varie piattaforme in streaming. Occorre aggiungere che ci appaiono più vicini anche perché più italiani (i ragazzi del collegio provengono da varie province) rispetto a quei giovani con generico, non meglio definito, profilo internazionale, proposti da piattaforme che vogliono coprire tutto il globo. 

Ovviamente non dobbiamo lasciarci ingannare: il format della docu-ficton fa apparire il racconto più vero ma in realtà c’è sempre dietro una accurata sceneggiatura anche se bisogna riconoscere che i ragazzi (selezionati da una rosa di 22.000 aspiranti) ci appaiono molto spontanei nelle loro reazioni, soprattutto quando vengono esclusi o puniti: probabilmente vengono ripresi quando la loro sorpresa è reale. Il fatto che nella quarta stagione debba venir applicato l’artificio di ritornare al 1982 ha scarso impatto sulla narrazione. I ragazzi debbono modificare il taglio dei capelli, rinunciare al cellulare, lavorare con enormi personal computer di prima generazione, ma si tratta di elementi secondari e poco influenti rispetto a ciò che è primario in questo tipo di lavoro: esplorare come si comportano ragazzi e ragazze di oggi nella fascia 14-17 quando interagiscono fra di loro e si trovano in classe di fronte a dei professori. Il ritratto che ne vien fuori mostra luci e ombre. Notevole è lo spirito di gruppo che sanno esprimere: appena uno di loro subisce una punizione o viene espulso, ecco che tutti accorrono con grandi abbracci e parole di conforto. Alla fine, ora come negli anni 80, fra questi ragazzi conta soprattutto farsi delle amicizie ma anche mostrare delle antipatie senza molto nasconderle. Non solo le ragazze ma anche i ragazzi hanno il pianto facile di fronte a certi loro insuccessi: si può ritenere che i ragazzi non stiano recitando in quelle situazioni e quindi mostrino, di fronte alle difficoltà, grande fragilità e insicurezza. Infine, soprattutto i quindicenni, fanno a volte gli sciocchi, disturbano le lezione, per far ridere gli altri compagni e acquistare un po’ di notorietà. Un comportamento prevedibile, facilmente riscontrabile a quella età e che non comparirà mai in alcun serial americano o simil-americano. Un aspetto sicuramente impressionante è la loro abissale ignoranza: sbagliano nella declinazione dei verbi (participio passato di porgere? “Porto”) o  non conoscono certe parole appena fuori dell’ordinario (sbarcare il lunario vuol dire atterrare sulla luna). Disastrosa è la loro conoscenza della storia (“i mille sono sbarcati contro i nazisti”) e della letteratura (Gabriele D’Annunzio era un estetista).

La docu-fiction è comunque originale nell’approfondire i rapporti fra i ragazzi e la scuola. Non sorvola sugli aspetti disciplinari, presenti negli anni ’80 come oggi: le insubordinazioni sono frequenti ma in questa fiction finiscono tutte sul tavolo del preside, che commina sempre una punizione. Il professore di lettere che domanda ai ragazzi “cos’è per voi la scuola?” e ottiene solo risposte strampalate, giustamente ricorda l’articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce il diritto di tutti i cittadini a ricevere una istruzione. Una nobile citazione che in quel momento stride con i piccoli orizzonti che mostrano di avere questi ragazzi.

La docu-fiction merita il successo che si è guadagnato, l’approssimazione a un reale contesto collegiale è notevole: resta un dubbio di fronte alle confessioni in solitaria di se stessi dei ragazzi di fronte alle telecamere: risultano troppo preparati nel tracciare un loro profilo psicologico, che stride con il livello di cultura che hanno mostrato in altre occasioni. Risulta più evidente, in questi casi,  che stanno recitando una parte già programmata.

Resta dubbio il motivo dell’ingresso nel collegio, alla terza puntata di un ragazzo e una ragazza considerati ufficialmente fidanzati (con il beneplacito dei genitori). Per ora (alla terza puntata)  è stato chiaro nei loro confronti solo il professore di lettere, che ha intimato loro: niente carezze, niente affettuosità in aula.

La docu-fiction è disponibile anche su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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