Serial TV

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TALENT HIGH SCHOOL - Il sogno di Sofia

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2012 - 10:47
 
Titolo Originale: Talent High School- Il sogno di Sofia
Paese: Italia
Anno: 2012
Regia: Daniela Borsese
Sceneggiatura: Emanuela Canonico
Produzione: Lux Vide, DeAgostini
Durata: Sit com in onda dal lunedì al venerdì alle 19 su Super!, a partire dal 24 settembre 2012
Interpreti: Alice Bellagamba, Francesco Salvi, Gianmarco Pozzoli, Gianluca Vicari, Katsiaryna Shulha, Emanuela di Crosta

Sofia è una ragazza che sente di avere talento per il ballo e aspira ad iscriversi alla Talent High School, ma in realtà non dispone di nessun titolo (è una autodidatta) e per di più suo padre, che gestisce una officina meccanica, non apprezza il ballo e preferisce che lei frequenti una scuola più tradizionale. Alla fine Sofia realizza il suo progetto attuando uno scambio di persona ma sa che la sua posizione è in pericolo perché Bard, il suo un po’ presuntuoso compagno di classe, ha scoperto tutto..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un’allegria contagiosa viene trasmessa dai simpatici protagonsti della sit com
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I protagonisti sono fortemente caratterizzati in modo da renderli apprezzabili da un pubblico più giovane. La mancanza di ricche coreografie riduce la spettacolarità della sit com
Testo Breve:

Il debutto della Lux Vide nel mondo dei serial per adolescenti si avvantaggia della simpatia dei protagonisti  e trasmette un senso di contagiosa allegria

 

E’ chiaro che i serial incentrati sulla combinazione scuola, canto e  ballo mostrano grande attrattiva per un pubblico giovanile.
High School Musical della Walt Disney, sia in versione televisiva che cinematografica ha fatto scuola. Le coreografie sono state indispensabili per attirare il pubblico teen ma in realtà si è trattata  di una strategia narrativa che è riuscita ad instaurare un rapporto empatico con il pubblico teen. L’obiettivo è stato quello di raccontare una storia di speranza per dei giovani agli ultimi anni di high school, prima di andare all’università o entrare nel mondo del lavoro.

“Glee” ha avuto  e sta avendo  ugualmente molto successo grazie al buon  livello delle parti cantate e ballate ma il tema dominante è molto diverso:  l’esternazione della propria libera sessualità, in qualsiasi direzione si orienti.

In Italia Canale 5 ha trasmesso “Non smettere di sognare”: a metà strada fra la serie Amici di Maria de Filippi e i film romantico-adolescenziali di Federico Moccia; un serial che ha puntato  sulla spettacolarità delle coreografie e su canzoni d’effetto, ma la trama punta tutto sulla complicazione di situazioni sentimentali già “televisionate” tante volte.

 “Talent High School “ costituisce il debutto della Lux Vide nel mondo dei serial televisivi per adolescenti e lo fa sul canale Super!, un canale di intrattenimento della De Agostini interamente dedicato ai ragazzi e ai giovani (sul Digitale terrestre sul canale 47 e sulla piattaforma Sky sul canale 625).

Anche il questo caso una scuola artistica è l’ambientazione in cui si incontrano e ballano  i giovani protagonisti di questa sit com.

C’è Sofia (Alice Bellagamba, che avevamo già incontrato in Non smettere di sognare e in Maria di Nazareth), una ragazza allegra e serena che vive con un padre bonario e affettuoso (Francesco Salvi) che pur di entrare nella Talent High School (è solo un’autodidatta) si finge un’altra persona e non svela la verità al padre.

Bart (Gianluca Vicari) è un bravo ballerino, figlio di un produttore discografico, che ha un sogno ben preciso: diventare un meccanico della Ferrari. Sofia lo aiuta presentandolo a suo padre che lo ingaggia come meccanico e si stabilisce in questo modo un do ut des fra i due giovani, sempre molto animato.

Greta (Emanuela Di Crosta) è invece una ragazza un po’ stranita ma simpatica, che crede avere il dono della veggenza mentre Marion (Katsiaryna Shulha) , in quanto figlia del preside della scuola ha un atteggiamento di insopportabile supponenza anche se nel suo intimo ha bisogno del calore di un'amicizia;  intanto schiavizza il povero Greg (Romolo Guerrieri), un ragazzo buono e remissivo, che ha l’aspirazione di diventare uno stilista.

Il professor De Blasi (Gianmarco Pozzoli) riesce a tirar fuori dai ragazzi il meglio di sé ma anche lui ha qualche stranezza: è smemorato in modo cronico e si scrive sempre degli appunti sulle mani.

Secondo la logica collaudata della sit com, on c’è una storia che si sviluppa trasversalmente alle puntate, non c’è una evoluzione dei personaggi ma una volta che questi sono stati delineati,  interagiscono fra loro in funzione delle circostanze che si vengono a creare ad ogni puntata che si chiude su se stessa.

Tutto si gioca sulla simpatia dei ragazzi e se si potrebbe commentare che nella definizione dei personaggi c’è una certa caratterizzazione macchiettistica, ciò è dovuto probabilmente al pubblico target che è quello della prima adolescenza, per il quale fa premio la solarità e una immediata  individuazione dei caratteri.

Le puntate giornaliere scorrono quindi allegre e serene, perfettamente adatte al pubblico per il quale sono state realizzate.

Un’unica osservazione: se fossero stati inseriti momenti coreografici più ricchi con il supporto di  belle canzoni si sarebbe concesso di più alla gradevolezza dello spettacolo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BROTHERS & SISTERS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/26/2012 - 18:12
Titolo Originale: BROTHERS & SISTERS
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Jon Robin Baitz
Sceneggiatura: Jon Robin Baitz
Produzione: Touchstone Television
Durata: 45 minuti a episodio per 5 stagioni
Interpreti: Sally Field, Dave Annable, Calista Flockhart: Kathrine, Rachel, Griffiths, Balthazar Getty,Sarah Jane Morris

I Walker sono una famiglia agiata della California. William, il patriarca della famiglia, muore improvvisamente: la vedova Nora e i suoi cinque figli debbono riunirsi per far fronte ai numerosi problemi. Holly, l’amante del defunto Wiliam, cerca di accaparrarsi una fetta della società di famiglia. Nora resta l’unico riferimento per tutta la famiglia ma anche lei ha un passato da nascondere. La figlia Sarah dopo il divorzio si innamora di Luc, un affascinante pittore francese. Kitty, l’altra sorella resta vedova all’inizio della quinta stagione. Kevin Walker con un carattere irascibile e fiero della sua inclinazione omosessuale, si sposa con Scotty, più paziente ed affettuoso. Justin Walker il figlio minore, tornato dall’Afghanistan, si rifugia nella tossicodipendenza. Saul infine è il fratello maggiore di Nora. Rivela la sua omosessualità solo alla seconda stagione.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial cerca di promuovere una nuova visione della famiglia: ciò che solo conta in una coppia è l’affetto reciproco e non la complementarietà sessuale; nei confronti dei figli si passa da una logica procreativa a una produttiva, senza alcun diritto per i nascituri
Pubblico 
Sconsigliato
Il serial è sconsigliato come forma di intrattenimento; utile per chi vuole studiare i nuovi atteggiamenti nei confronti della famiglia
Giudizio Artistico 
 
Il serial è ben recitato e si appoggia a dialoghi ben costruiti; ha vinto per ben quattro volte il GLLAD Media Awards e l’attrice Sally Field per due volte è stata premiata come migliore attrice drammatica televisiva.
Testo Breve:

Una benestante famiglia americana costituita da una vedova e cinque figli si ritrova unita nonostante le peripezie dei singoli. Il serial misconosce completamente il significato coniugale del matrimonio e i diritti più elementari dei nascituri

 

Su Rai2 si sta completando la quinta ed ultima stagione di questo serial iniziato in USA sulla rete ABC nel 2006 e terminato nel 2011. Ideato da Jon Robin Baitz, è stato trasmesso in Italia prima su Fox Life e ora in chiaro su Rai2.

Il tema portante  è la famiglia. I Walker sono un'agiata famiglia californiana con una madre affettuosa ma invadente e cinque figli adulti con sufficienti problemi da alimentare le  puntate di cinque stagioni.
La serie conferma , sullo sfondo degli ultimi grandi eventi americani (l’11 settembre, le guerre in Irak ed Afghanistan) come i singoli, a volte feriti, a volte determinati, sempre fluttuanti nei loro sentimenti, solo nella famiglia possono ritrovare quella calda accoglienza e profonda comprensione che consente loro di andare avanti.
Ad ogni puntata accadono calamità esterne,  disaccordi interni, ma i Walker sono  dotati di buon senso e alla fine prevale l’armonia e l’accordo familiare perché tutti sono  coscienti che non esiste altro luogo dove trovare serenità e felicità. In effetti non sono rappresentati casi di convivenza, ma tutti si sposano (proprio tutti, anche chi è omosessuale: evidentemente queste unioni sono state celebrate prima che un referendum popolare dello stato della California le abolisse)  o desiderano sposarsi.

Ma di quale famiglia stiamo parlando? Da quali tipi di coppie sono costituite? Quali figli vengono allevati? Si tratta in effetti non di una famiglia classica ma di una “Modern family”, per citare un altro serial trasmesso di recente che presenta situazioni simili.

La rivista FilmTV (n. 27 del 2012), nell’elogiare  la qualità del serial, afferma: “l’attualità irrompe nelle vite dei Walker, portando con sé argomenti come i matrimoni gay e l’omogenitorialità, l’inseminazione artificiale e la maternità surrogata, l’eutanasia e il fin di vita. Temi bollati in Italia come eticamente sensibili che in Brothers & Sisters vengono affrontati apertamente, senza ipocrisie, moralismi né condizionamenti religiosi”.

L’osservazione è corretta. Il serial, che è di buona fattura e risulta essere, più che privo di  moralismi, senza morale  ed è totalmente privo di qualsiasi riferimento religioso.

“Non c’è destino per noi, l’universo è causale” sentenzia Nora alla 19ma puntata della quinta stagione (temo che abbia visto troppi film di Woody Allen). In effetti  la volontà di tutti i protagonisti fluttua liberamente, spesso in modo angoscioso, incerta di null’altro se non cercare di comprendere ciò  che può loro piacere, avendo come unica condizione esterna il non giudicare gli altri come loro non vogliono esser giudicati.

Anche il concetto di amore fra familiari è modificato: non è più il tradizionale “cercare il Bene dell’altro” ma dal momento che non esiste più ciò che è giusto o sbagliato, l’unica cosa che ha valore è aiutare il proprio familiare a comprendere cosa realmente egli desideri, qualunque cosa possa essere. Si tratta di una forma di maieutica ed in effetti nei dialoghi del serial c’è  sempre un alto tasso di psicoanalisi.

Quando si è legislatori e  giudici unici di se stessi, il primo fattore che salta è la coerenza perché si è sempre disposti a giudicare benevolmente il proprio passato.  Tutti i Walker appaiono seriamente intenzionati a cercare il vero amore, quello che dura tutta la  vita, ma poi diventa difficile comprendere come  il patriarca della famiglia, William Walker (che muore alla prima stagione) abbia avuto per lungo tempo  una amante mentre  sua  moglie Nora scopre, alla quinta stagione, che sua figlia Sarah è in realtà frutto di un  amore avuto in  gioventù. Lo stesso si può dire dei  figli Sarah e Justin che cercano l’amore ma hanno già un matrimonio fallito alle loro spalle.

Anche il tema della generazione è trattato con disinvoltura: Julia Walker, scoperta la sterilità di suo marito, ricorre alla fecondazione eterologa con il seme di Kevin e Justin. Pur di avere un figlio da educare, i due sposi Kevin e Scotty convincono una loro amica a fare da madre surrogata. La donazione del seme o dell’ovulo, il fare da madre surrogata sono visti come forme di moderna carità.

Ovviamente ci può essere chi è contrario a questo approccio e in alcune puntate si presentano alcuni personaggi  che contrastano i “principi Walker”  ma alla fine tutti “si convertono” alla nuova etica e l’armonia torna a regnare.

Due esempi sono molto significativi a questo riguardo.

Nella puntata 17/5 (La scelta di Olivia)i coniugi Kevin e Scott hanno fatto domanda per adottare una bambina orfana. La pratica è a buon punto quando arriva il fratello maggiore della bambina che reduce dall’Afghanistan, reclama il diritto naturale di poter prendersi cura di sua sorella.  Questo fratello è di origine sudamericana e quindi, anche se non detto esplicitamente, si comprende che è di fede cattolica. Quando le parti in causa si trovano davanti al giudice che deve decidere per l’adozione, il fratello, nel perorare la sua causa, dichiara che non ritiene adeguato che una coppia di omosessuali allevi sua figlia. Ciò fa scattare subito nei suoi confronti l’accusa di bigotto, di violazione delle leggi americane contro le discriminazioni sessuali e alla fine il giudice assegna l’adozione alla coppia omosessuale. Il fratello, all’inizio contrariato, riconosce di aver sbagliato e accetta di limitarsi ad andare a trovare di tanto in tanto sua sorella.

Nella puntata 20/5 (il padre sconosciuto), sempre la coppia Kevin e Scott scopre che Michelle, la ragazza alla quale avevano chiesto di svolgere la funzione di madre surrogata, ha  finto un aborto ma in realtà si è tenuta il bambino: evidentemente, dopo averlo avuto nel  grembo per nove mesi e averlo partorito, ha avuto la debolezza di affezionarsi . Ciò scatena l’ira dei due sposi  perché considerano questo bambino a tutti gli effetti loro figlio (“tu sei solo la gestatrice surrogata di nostro figlio” urla Kevin a Michelle in un momento d’ira) mentre Michelle vive nel terrore di venir denunciata alla polizia ( evidentemente non esiste più un diritto primordiale di maternità per la donna che ha dato alla luce un bambino) .
Alla fine anche Michelle si “converte”: consegna ai due il bambino e sparisce dalla loro vita. Ecco quindi che i due padri danno a turno, tutti contenti ,le pappine a questo bimbo appena svezzato che si guarda bene dal piangere, dal reclamare la mamma che fino a poco prima lo aveva allattato: anche a lui, nonostante i pochi mesi di vita, è ben chiaro chi sono i suoi “veri” genitori.

Con il loro atteggiamento molto poitically correct e presentando protagonisti  molto urbani e di buon senso, gli sceneggiatori mostrano in realtà cinismo e  indifferenza nei confronti dei diritti dei nascituri e dei bambini orfani, passano dal concetto di procreazione a quello di “fabbricazione” di un essere umano, manca loro qualsiasi sensibilità per una ’ “ecologia umana” e manca loro ovviamente il senso della creazione.

Il serial è ben recitato e si appoggia  a dialoghi ben costruiti; ha vinto per ben quattro volte il GLLAD Media Awards e l’attrice Sally Field per due volte è stata premiata  come migliore attrice drammatica televisiva.

Abbiamo giudicato questo serial sconsigliato da un punto di vista dell’intrattenimento ma utile per chi deve studiare le nuove tendenze sul tema della famiglia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARIA DI NAZARETH

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/04/2012 - 18:39
 
Titolo Originale: Maria di Nazareth
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Giacomo Campiotti
Produzione: Lux Vide, BetaFilm, Tellux, Bayerischer Rundfunk, Telecinco Cinema
Durata: 2 puntate di 100 minuti
Interpreti: Alissa Jung, Andreas Pietschmann, Paz Vega, Antonia Liskova, Marco Rulli

Giuseppe, che fa il carpentiere ed è arrivato da poco più di un anno a Nazareth, si reca nella casa di Maria, tornata da poco in seno alla sua famiglia dopo un lungo periodo di servizio al tempio per chiedere la sua mano. Maria accetta la proposta di questo giovane umile ed onesto ma un giorno, prima ancora delle nozze, riceve la visita dell’angelo Gabriele ...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La storia intima della Sacra Famiglia, carica di umanità e di visione soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura che eccelle nei colloqui intimi. Un po’ frettolosa la parte finale con la descrizione della Passione. Qualche fissità espressiva nel personaggio di Maria.
Testo Breve:

La storia di Gesù rivissuta nell’intimità di Maria e di Giuseppe. Un’opera che pur mantenendo lo stile di un racconto popolare, raggiunge alti livelli di profondità sia umana che spirituale.

 

Maria riceve l’annuncio dell’angelo Gabriele e al suo “avvenga di me ciò che hai detto” l’angelo si mette in ginocchio davanti a lei perché ora, da quel momento, la madre del  Messia  è diventata regina di tutte le creature, degli uomini come degli angeli.

E’ questo uno dei tanti segni della cura e attenzione con cui è stata realizzata questa miniserie su Maria di Nazareth, andata in onda su Rai Uno nelle serate del 1° e 2 aprile , all’inizio della Settimana Santa.

Il fascino, ma al contempo il mistero, di Maria è stato più volte riproposto sul grande e sul piccolo schermo; a volte come espressione di una sincera riflessione sul significato della sua figura, a volte come mezzo per convogliare idee personali sulla falsariga di una storia nota ai più.
Per limitarci alla produzione più recente, Nativity (2006) diretto dall’americana Catherine Hardwicke, ha raccontato la storia di Maria, dall’annuncio all’arrivo dei re magi,  quasi con i toni della favola natalizia; in Io sono con te (2010) il regista-sceneggiatore Guido Chiesa ha invece  profondamente trasformato il significato  dei Vangeli  per esprimere alcune idee personali  (una forma di spiritualismo naturalistico, una opposizione antistorica alle tradizioni del popolo ebraico).

In Maria di Nazareth gli sceneggiatori Francesco Arlanch e Giacomo Campiotti, hanno avuto un approccio più rigoroso: partendo dalle scarne notizie di cui disponiamo sulla Madre di Dio, hanno cercato di completare in modo verosimile il racconto con dialoghi ed eventi che hanno avuto il solo scopo di rendere più evidente lo spirito delle pagine del Vangelo.

I personaggi di Maria, Giuseppe e lo stesso Gesù risultano così ritratti in modo molto umano, ma al contempo pienamente coscienti della missione soprannaturale che è stata loro affidata.
“Potranno mai capire una famiglia come la nostra?” si domanda Giuseppe rivolto a Maria. “Si, lo capiranno”: è la risposta.

Tutti i passaggi principali della storia (l’annuncio dell’angelo , il matrimonio fra Giuseppe e Maria, la nascita di Gesù, la morte di Giuseppe, le nozze di Cana, l’inizio della predicazione) sono stati curati in tutti i risvolti umani che i protagonisti possono aver avuto e ne nascono colloqui intimi fra loro che costituiscono il grande valore della miniserie.

Maria è la donna della fede. E’ Gesù stesso che lo sottolinea, in un colloquio con lei prima della Passione: “stai vicino a Maddalena e a loro (i discepoli): avranno bisogno della tua fede”. Sarà proprio lei che rincuorerà Pietro dopo il triplice tradimento e sarà lei a sostenere la speranza dei discepoli nei giorni di incertezza prima della Resurrezione. Maria appare anche molto umana e dopo la previsione che le fa Simeone al tempio, pur nella salda fiducia in Colui che chiama “il mio Signore”, resta nell’intimo in uno stato di perenne, materna apprensione. Dopo il miracolo delle nozze di Cana si preoccupa di esser stata proprio lei ad invitarlo a esporsi davanti a tutti, forse prima del tempo dovuto. In cuor suo avrebbe preferito che fosse rimasto a fare il falegname o addirittura che fosse rimasto nel suo grembo per meglio proteggerlo. In un momento di preghiera chiede a Dio che possa lei soffrire al suo posto (durante la fustigazione il film suppone una com-passione mistica di Maria ai colpi inferti a Gesù).

Giuseppe è invece l’uomo della giustizia e dell’ umiltà. Alla scoperta che Maria è incinta per opera dello Spirito Santo, come lei stesa dichiara, lui risponde d’istinto: “Io ti credo Maria ma questo è troppo per me: io sono solo un uomo” . Al momento di morire gli sembra di non aver meritato di esser vissuto con il figlio dell’Altissimo e si domanda, lui che è sempre stato molto impegnato nel lavoro: “ a cosa sono servito io?”. E quando l‘ostilità e l’incomprensione nei confronti di Gesù cresce, è Maria che prega: “Signore ti ringrazio per Giuseppe. Fa che il nostro popolo capisca come aveva capito lui.”.

Anche il personaggio di Gesù , che ovviamente è il personaggio di riferimento ma che non è configurato come il  protagonista della storia, riflette bene la dignità che deriva dalla sua missione ma al contempo è umanissimo nell’affetto verso  la madre e il padre.

All’armonia, al flusso d’amore che si manifesta all’interno della Sacra Famiglia fa da contrasto il comportamento degli abitanti di Nazareth assurti a simbolo di chi pone a unica norma della propria esistenza l’osservanza formale della legge; significativa è la figura di Eleazar (il fratello di Giuseppe, che si prende cura di Maria) che è l’espressione tipica di una brava persona che però manifesta un buon senso di corto respiro, incapace di cogliere la grandezza della realtà rivoluzionaria che sta avvenendo davanti ai suoi occhi.

Le altre componenti della miniserie, come la storia di Maddalena, una storia di perdizione e conversione e gli intrighi di corte al palazzo di Erode costituiscono la parte più libera del racconto che resta pur sempre verosimile. In particolare Erodiade impersona la più fiera oppositrice al Messia ma è forse è qualcosa di più di un essere umano visto che ha del diabolico nel percepire prima degli altri le minaccia incombenti.

Nel complesso una miniserie destinata al pubblico più vasto, che non rinnega le regole dell’intrattenimento ma al contento manifesta grande impegno e profondità di analisi nel ricostruire gli aspetti più spirituali e umani del racconto. Solo verso la fine, a partire dalla domenica delle Palme, il racconto tende alla sintesi e l’aspetto più spettacolare  del racconto viene privilegiato a discapito di quello intimistico fino a quel momento prevalente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TREDICESIMO APOSTOLO - IL PRESCELTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/25/2012 - 15:06
Titolo Originale: Il tredicesimo apostolo - il prescelto
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Alexis Sweet
Sceneggiatura: Soggetto di serie: Pietro Valsecchi
Produzione: TAODUE
Durata: 50 ' a puntata su Canale 5 dal 4 gennaio 2012 in 12 puntate
Interpreti: Claudio Gioè, Claudia Pandolfi, Stefano Pesce, Luigi Diberti,Yorgo Voyagis

Gabriel Antinori è un sacerdote, professore di teologia all'Angelicum di Roma e fa parte della Congregazione della Verità, un'istituzione ecclesiastica che verifica eventi comunemente definiti come paranormali. Nelle indagini che viene chiamato a svolgere, Gabriel è affiancato dalla psichiatra Claudia Munari e fra i due, dietro una buona intesa professionale, inizia a intravvedersi qualcosa di più intimo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La fiction, dedicata a temi paranormali, si avvale di figure di sacerdoti la cui unica fede è quella in se stessi e di strutture ecclesiastiche li cui compito prevalente è la gestione del potere.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche storia più spaventosa delle altre può non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La fiction si avvale della buona interpretazione di Claudio Gioè e Claudia Pandolfi ma soffre di una forma di horror vacui: i misteri si addensano uno sull'altro a scapito della linearità del racconto
Testo Breve:

La fiction cerca di attirare lo spettatore con il fascino del mistero ma i misteri sono forse troppi: fenomeni paranormali, organizzioni segrete che cospirano contro la Chiesa, poteri eccezionali sulla vita e sulla morte concessa agli eletti..

Nel 2011 Hereafter e The tree of life  hanno portato sugli schermi delle serie riflessioni (a volte discutibili) sull’esistenza dell’aldilà; ora all’inizio del 2012,  sembra che anche la televisione, proponendoci due serial dove i protagonisti sono una suora (Che Dio ci aiuti su RaiUno) e un sacerdote (Il tredicesimo apostolo su Canale 5) abbia ritenuto che i tempi sono adatti per proporre a un vasto pubblico tematiche di fede.
In realtà, mentre suor Angela di  Che Dio ci aiuti , totalmente dedita al servizio degli altri, intenta a trovare la giusta ispirazione nella preghiera, ce lo conferma pienamente, non possiamo certo dire la stessa cosa della fiction su Canale 5.

C’è chi ha sostenuto che questa serie vuole affrontare i rapporti fra scienza è fede; in realtà la fede c’entra ben poco. Le varie puntate costituiscono una enciclopedia alquanto esaustiva di vari fenomeni paranormali: si va dalla levitazione, alla emolacria; poi la preveggenza, la reincarnazione, l’ autocombustione,  l’esistenza di revenant (creature ritornanti dopo la morte), la  possessione. Non mancano neanche gli extraterrestri .
L’intera serie è inoltre attraversata da una minaccia  molto simile a quella apparsa in  Angeli e demoni di Dan Brown: una organizzazione segreta vuole tenere in scacco la Chiesa perché dispone di un antivangelo scritto da Giordano Bruno (la cui statua a Campo dei fiori viene ripetutamente ripresa, forse monito perenne per certe forme di intolleranza). Lo stesso Gabriel dispone di capacità particolari, è un eletto (qui siamo dalle parti di Matrix).

In questa struttura alquanto complessa si muovono padre Gabriel,  sacerdote e professore di teologia che cerca, scevro da pregiudizi, di dipanare i misteri che gli vengono sottoposti assieme alla psicologa Claudia Munari che insiste nel cercare una spiegazione di volta in volta psicologica, chimica o fisica di quanto accade. Alla fine di ogni puntata sia la scienza che la presunta “fede” di padre Gabriel risultano costantemente sconfitti: i vari fenomeni paranormali vengono confermati come reali e si svolgono secondo la più colorita letteratura del genere.

La Chiesa (nello specifico si tratta di una sedicente Congregazione della Verità che allude all’ordine dei gesuiti) viene ritratta  secondo i canoni ormai consolidati nei film ispirati ai libri di Dan Brown: possenti auto scure che trasportano i prelati, lotta interna per il potere e applicazione dei paradigmi più conosciuti nei contesti anticlericali: come il cilicio sta all’ Opus Dei, così la delazione (una  maschera deformata della correzione fraterna) sta ai gesuiti. Non manca, in una puntata, il caso di un prete pedofilo.

Padre Gabriel si può qualificare come un sacerdote? Difficile ipotizzarlo.  Non lo si vede certo pregare, né ha bisogno di ispirazione da Dio; è molto libero nei movimenti e può permettersi anche di andare a dormire a casa di Claudia (lo sceneggiato spinge abilmente sull’ambiguità del loro rapporto, a metà fra il professionale e l’innamoramento).

Non manca, nella ottava puntata, un predicozzo sull’interpretazione corretta da dare all’episodio biblico del sacrificio di Isacco: l’obbedienza completa di Abramo ai voleri di Dio non sarebbe segno di vera fede perché in questo modo lui si è sottratto a una scelta personale, l'unica che conti. Se di fede quindi dobbiamo parlare per Gabriel, si tratta di una fede nietzschiana nella volontà personale, prima ancora che nella volontà divina.1.

Occorre riconoscere che c’è dell’alchimia fra i due protagonisti, Interpretati da Claudio Gioè e Claudia Pandolfi, entrambi ben caratterizzati (tormentato e problematico lui, serena ma anche insicura lei) e il “come va a finire fra loro due” risulta essere l’asse portante della serie.

C’è una lunga tradizione, anche di grande successo, di serie televisive basate sul mistero, sull’occulto; potremmo risalire a Twin Peaks-1991 di David Linch, visionario,surreale, inquietante e per restare a casa nostra potremmo  partire da Il segno del comando – 1971 per la regia di Daniele D’Anza, un horror gotico che superò  i 14 milioni di spettatori, ma nel caso de Il tredicesimo apostolo si percepisce una  forma di horror vacui: per esser sicuri di impressionare lo spettatore si affastellano i misteri, le sorprese non risolte e ciò a svantaggio della linearità del racconto e della fedeltà dello spettatore. Dopo un buon esordio di circa 7 milioni di spettatori, l’audience è scesa lentamente ma progressivamente fino ai 4,7 milioni del 25 gennaio. Che Dio ci aiuti , con una struttura più coerente, si mantiene stabile intorno ai 6 milioni di spettatori.

1Per un approfondimento sulle varie interpretazioni date all'episodio del sacrificio di Isacco vorremmo consigliare GIANFRANCO RAVASI - Il libro della Genesi - Città Nuova, p. 120-124

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHE DIO CI AIUTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/08/2012 - 19:42
 
Titolo Originale: Che Dio ci aiuti
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Francesco Vicario
Sceneggiatura: soggetto di Elena Bucaccio
Produzione: Lux Vide per Rai Fiction
Durata: Dal 15 dicembre 2011 su Rai Uno per 16 puntate
Interpreti: Elena Sofia Ricci, Massimo Poggio, Serena Rossi, Francesca Chillemi, Miriam Dalmazio

Suor Angela dimora nel convento degli Angeli a Modena, che rischia di chiudere per mancanza di vocazioni. L'unica soluzione è trasformare un'ala in un convitto studentesco femminile. Il convento si anima presto della presenza di Giulia, una ragazza madre, Azzurra, fanatica per la moda, mandata lì da suo padre perché non ha tempo di occuparsi di lei e Margherita, abituata da troppo tempo alle coccole dalla madre per abituarsi a vivere fuori casa. Come se non bastasse arriva anche un uomo, l'ispettore Marco Ferrari dal momento che la sua casa si è allagata...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Suor Angela mostra di avere una fede matura nonostante le sue umane debolezze, dona speranza e fiducia in chi le sta vicino e ha un rapporto confidenziale e "dialettico" con l'Altissimo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ben riuscita la figura di suor Angela; le puntate si sviluppano con allegria frizzante grazie alle scombiante giovani frequentatrici del convitto studentesco femminile. Alcuni personaggi sono solo abbozzati (sopratutto quelli maschili) e avrebbero bisogno di un maggior approfondimento
Testo Breve:

Nella nuova fiction della Lux Vide, chi risolve il caso e mette pace nella comunità non è più don Matteo ma suor Angela; le somiglianze fra le due serie sono però solo in superficie; suor Angela  è molto più impicciona e si avvale della collaborazione di ragazze particolarmente intraprendenti. I malvagi non hanno scampo...

Non si fa a tempo a vedere  l’ultima puntata di Don Matteo l’8 dicembre che ecco, dal 15,  parte Che Dio ci aiuti e parte subito bene con circa 7 milioni di spettatori (Don Matteo 8 ha oscillato fra i 5 e gli 8 milioni).

Chi è in attesa di Don Matteo 9 (già previsto) ha molti motivi per seguire questo nuovo serial prodotto dalla Lux Vide per Rai Fiction, che mostra, nei confronti del primo, molte somiglianze ma anche significative novità.

La struttura portante di ogni puntata è molto simile:  si inizia con la scoperta di un omicidio e mentre i Carabinieri (Don Matteo) o la polizia (Che Dio ci aiuti) indagano, il protagonista (ora è suor Angela) che sa a leggere nei cuori e sa cogliere i rapporti veri fra le persone, risulta determinante per la soluzione del caso e, particolare non trascurabile, alla conclusione dell’episodio è in grado di riportare la pace nella comunità che da quell’evento è stata ferita.

I personaggi di entrambi i lavori possono venir  raggruppati in tre categorie: le persone che sono coinvolte nel fatto delittuoso e che vivono per il tempo della puntata; il protagonista, un uomo/una donna di fede ed infine un gruppo di personaggi che potremmo definire intermedi le cui vicende si sviluppano lungo tutte le puntate della stagione.

E’ su queste due ultime tipologie che si concentrano le maggiori novità, oltre al cambiamento di location, dalle stradine di  Gubbio a una vera e propria città come Modena.

Don Matteo è un sacerdote a tutto tondo, esprime pienamente il suo essere per il mondo ma non del mondo; non conta la sua vita privata, ciò che personalmente può provare (nell’ottava serie abbiamo comunque scoperto che è molto bravo a giocare a biliardo, forse un retaggio  giovanile) ma si sente interamente dedito al bene del suo prossimo. Parla poco ma scruta con i suoi occhi profondi il suo interlocutore, che spesso finisce per confidarsi e confessare quando è colpevole.

Suor Angela è stata disegnata in modo diverso: ha una fede sincera e fiducia di fondo in ogni essere umano ma questa volta veniamo a conoscenza delle sue debolezze umane  (non le è congeniale alzarsi presto, secondo le esigenze del convento) ed ha un passato burrascoso (è stata perfino in carcere). Si reca spesso in cappella dove intrattiene un colloquio con il Divino Interlocutore (che però non risponde, a differenza di quanto accadeva nei film di Don Camillo e Peppone). La sua fede la pone accanto, con particolare sensibilità,  alla persona che soffre o che ha bisogno di aiuto ma vi sono anche sequenze dove si parla esplicitamente di fede e  lei svolge del vero e proprio apostolato.
Elena Sofia Ricci rende molto bene il personaggio.

L’atteggiamento di suor Angela nei confronti  del caso poliziesco di turno è molto diverso rispetto a Don Matteo, sempre rispettoso del lavoro delle forze dell’ordine: lei si sente particolarmente coinvolta e autogiustificandosi con un “in fondo lo faccio a fin di bene”, mente spesso, sottrae temporaneamente carte di identità e portafogli o addirittura fa incursioni in  case private. Fatto ancora più sconcertante, cerca di rimediare recitando molteplici Pater Noster, ben sapendo che ciò che ha fatto lo rifarà di nuovo.

Ma è nel confronto con i “personanggi intermedi” che  si notano le maggiori differenze.

In Don Matteo 8 non è stato difficile appassionarsi alla storia dei promessi sposi Giulio e Patrizia: un amore sottoposto a molteplici sfide, dal desiderio di affermazione professionale di lei all’incapacità di Giulio di considerarla ormai una donna matura. Il tutto sotto lo sguardo vigile del padre di lei (interpretato da un ottimo Nino Frassica), combattuto fra il desiderio di vederla felice e l’istinto protettivo di un padre che la considera ancora troppo giovane.

Suor Angela ha aperto un’ala del convento a convitto universitario per ragazze ed è da questa svariata umanità che si incrociano storie e avvenimenti il più delle volte divertenti. Fatta eccezione per la figura di Giulia, la ragazza madre  che è riuscita a organizzarsi una vita autonoma con sua figlia Cecilia, le altre ragazze hanno  caratterizzazioni decisamente sopra le righe (probabile influenza di Tutti pazzi per amore?) e se Azzurra è esageratamente “in”, sempre preoccupata di essere alla moda e di frequentare le persone giuste, Margherita è assillante con il suo desiderio di recuperare, a spese di suor Angela, le attenzioni premurose che le concedeva sua madre. L’ispettore Marco Ferrari è un personaggio ancora nel limbo e per il momento si limita a fare da spalla alle battute di suor Angela mentre appena abbozzati sono i suoi colleghi di ufficio; non possono reggere il confronto con la ricchezza del personaggio interpretato da Nino Frassica.

Complessivamente ci si diverte ad ogni puntata, si affrontano in modo esplicito temi di fede, l’allegra brigata del convitto dà un piglio giovanile alla serie ma un numero non piccolo di personaggi attende ancora di esser messo a fuoco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JOAN OF ARCADIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/19/2010 - 12:18
 
Titolo Originale: JOAN OF ARCADIA
Paese: USA
Anno: 2006
Durata: Ogni venerdì su Rai4 dal 9/5/2014 alle 10,45
Interpreti: Amber Tamblyn, Joe Mantegna, , Mary Steenburgen, jason Ritter

Dio dice all’uomo: “Voglio che tu sia libero, seguendo la tua vera natura. Fidati! Anche se non saprai sempre perché ti chiedo certe cose, anche se non vedrai sempre gli effetti di quello che ti chiedo: persino un catalizzatore piccolo come te, infatti, è capace di scatenare una grande reazione a catena.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I fondamenti della fede cristiana raccontati con brio e intelligenza ad un pubblico adolescente
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Si tratta di una pop culture di rarissima fattura. La serie si mantiene su un millimetrico equilibrio per non scadere nel predicatorio, da un lato, e, dall’altro, nel fiabesco che scopiazza Frank Capra
Testo Breve:

"Vedi, io lavoro attraverso il libero arbitrio di ciascuno, attraverso lo stralcio di realtà che ne nasce, e la lego a quella degli altri, fino in fondo" : così parla Dio con l'adolescente Joan. Un esempio ancora non superato di serial per adolescenti che invita  alla fede in Dio

"Vedi, io lavoro attraverso il libero arbitrio di ciascuno, attraverso lo stralcio di realtà che ne nasce, e la lego a quella degli altri, fino in fondo, sempre per il meglio. Stai tranquillo: il meglio è assicurato con me, un bene infinito in un universo infinito.”

E’ forse questa una citazione da SuperQuark? E’ forse il frammento di un servizio in cui Piero Angela, rinsavito dal suo proverbiale ateismo razionalista, cerca di recuperare il tempo perduto e di rendere in forma di dialogo una visione finalmente non materialistica del cosmo? No. 

Dice ancora Dio all’uomo: “Non sprecare il potenziale che ti ho dato, smettila di sottovalutarti, un po’ di orgoglio: l’umiltà non è davvero umiltà se non sei tanto bravo da saper essere umile”. E’ forse questa una sottolineatura sapienziale di Monsignor Ravasi durante una puntata del suo talk domenicale su Rete 4? No, la risposta è ancora no.

Il bello dei due stralci appena riportati sta nel fatto che non vengono da una trasmissione di approfondimento per pubblico d’età, ma da un telefilm americano per ragazzi, straordinario. In onda su Italia 1, tutti i pomeriggi alle 15.55 fino a tutta la prima decade di giugno, sarà senz’altro ritrasmesso nei prossimi mesi. Il titolo è Joan of Arcadia. Allude a Giovanna D’Arco e anticipa l’idea della storia: nella provincia Usa, Joan, una liceale un po’ ribelle, ha il privilegio di parlare con Dio e di riceverne spunti di condotta. A differenza della Pulzella d’Orléans, Joan non è chiamata alla grande impresa, ma è ogni volta stimolata dall’Altissimo a migliorarsi nella sua realtà di adolescente, figlia di un poliziotto e di un’impiegata, con un fratello minore patito delle scienze matematiche e un fratello maggiore alle prese con il trauma di un incidente stradale che lo ha reso paraplegico. Ora sotto le sembianze di un coetaneo in jeans e sneakers, ora sotto quelle di una bimba incontrata per caso al parco giochi, ora nei panni di un ufficiale di marina nero venuto a visitare la scuola, Dio provoca Joan con ironia, inducendola a cimentarsi in piccole grandi sfide che la fanno avanzare sulla strada della virtù e che si riflettono in modo inaspettato nel bene di familiari e amici.

Prodotta dalla CBS, Joan of Arcadia è una serie del tutto non convenzionale. E’ nata per rimpolpare di buon senso il mondo dei telefilm che in fatto di senno versa in condizioni da Biafra, sotto il segno di The OC e di Disperate Housewifes. Per intuibili ragioni di sensibilità interreligiosa – nonché commerciale – nei confronti della multietnica platea americana, l’Onnipotente che parla a Joan non è esplicitamente il Dio cristiano. Tuttavia, Barbara Hall, la creatrice della serie, anche grazie alla consulenza di Barbara Nicolosi, guru dello script writing a stelle e strisce, ha intessuto di sana teologia cattolica la morale del racconto che, a tratti, tocca vertici assoluti nella narrazione di edificazione cristiana: per intenderci, alcuni passaggi del telefilm raggiungono la quota delle lewisiane Lettere di Berlicche.  Quando le schermaglie verbali tra il Creatore e Joan coniugano il brio dell’adolescenza più sgamata con la fulminante argomentazione filosofica, senza astrarsi per nulla dalle storie di puntata, siamo in presenza di pop culture di rarissima fattura, difficilissima da scrivere. La serie si mantiene su un millimetrico equilibrio per non scadere nel predicatorio, da un lato, e, dall’altro, nel caprismo (cioè nel fiabesco che scopiazza Frank Capra).

Detection di introspezione non banale, confronti dialettici che applicano con disinvoltura la tecnica del doppio passo e del ribaltamento di frittata, sono un pregio di scrittura del telefilm tanto quanto lo è l’umanità dei personaggi. Anche da questo punto di vista, Joan of Arcadia va controcorrente, con la rappresentazione di una famiglia funzionale i cui membri sono mentalmente e moralmente normali. I signori Girardi, i genitori di Joan, sono dialoganti, ma anche compresi nella responsabilità di dover guidare e aver voce in capitolo nelle scelte dei figli; questi sono sì alle prese con le titubanze, l’esuberanza e gli slanci della gioventù, ma non sono disinteressati – come è purtroppo uso nel telefilm contemporaneo – al contributo di energie che loro si richiede perché una famiglia si possa definire tale e perché la casa non diventi un albergo. Gli autori hanno dedicato lungo lavoro alla rifinitura delle dinamiche relazionali tra i protagonisti, alla costruzione di caratteri attraverso cui regalare agli spettatori spunti di riflessione costruttiva. Hanno calibrato psicologie verosimili, certo emotivamente coinvolte nei passaggi critici che sono nell’esperienza di tutti, ma nei limiti di un equilibrio necessario ad affrontarle. Spicca in questo la figura paterna “forte” interpretata da un superbo Joe Mantegna, una caratterizzazione di padre fuori dagli schemi del racconto televisivo che invece vuole questo ruolo sempre più mollaccione. Più in generale, è apprezzabile l’attenzione partecipe degli sceneggiatori alla vita di coppia dei signori Girardi, con il giusto rilievo ai particolari minuti e importanti della loro storia. Coerentemente, attraverso Joan e i suoi fratelli, si delinea un quadro adolescenziale che non ignora la differenza  tra come sente la crescita un ragazzo e come, invece, una ragazza.

Per una volta, ci si può congratulare con un telefilm di gran tecnica e di verità antropologica: chapeau. A chi volesse approfondire i retroscena produttivi di questo piccolo capolavoro, apprendere dagli stessi autori come il progetto sia stato concepito e portato avanti nelle acque limacciose dell’entertainment americano, consigliamo la lettura di Cristiani a Hollywood, in uscita a settembre per le Edizioni Ares. Il libro raccoglie, oltre a quella di Barbara Hall, molte altre interessantissime testimonianze su come nello showbusiness più importante del mondo tanti professionisti di fede abbiano cominciato a rimboccarsi le maniche per dare nuova linfa non solo alla televisione, ma anche al cinema di qualità.  

Per gentile concessione di Studi Cattolici 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOMINA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/28/2021 - 21:40
Titolo Originale: Domina
Paese: ITALIA, REGNO UNITO
Anno: 2021
Regia: Claire McCarthy, David Evans, Debs Paterson
Sceneggiatura: Simon Burke, Nicola Wilson, Emily Marcuson, Namsi Khan
Produzione: Fifty Fathoms, Albert Sustainable Production, Sky Studios
Durata: 8 puntate di 50'
Interpreti: Kasia Smutniak, Matthew McNulty,Liam Cunningham, • Isabella Rossellini

Roma, 43 a.C. Giulio Cesare è stato ucciso pochi anni prima da alcuni membri del partito dei fautori della repubblica, nelle file dei quali c’è anche Marco Livio Druso, pur non avendo materialmente partecipato alla congiura, il padre di Livia Drusilla. Gaio Ottaviano, pronipote di Cesare, costituisce con Antonio e Lepido, il secondo triunvirato riuscendo a sconfiggere i cesaricidi e a confiscare i loro beni. Lo stesso Livio Druso, sconfitto a Filippi, si toglie la vita. Livia intanto è fuggita in Sicilia con il marito Nerone e il primo figlio Tiberio. Quando il triunvirato concede l’amnistia ai vinti, Livia e la sua famiglia possono tornare a Roma. Livia va a far visita a Gaio Ottaviano riuscendo a ravvivare quel loro amore giovanile che non si era mai concretizzato. Anche se Ottaviano si è nel frattempo sposato con Scribonia, decidono entrambi di divorziare e di sposarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli affetti familiari vengono difesi anche con l’omicidio e ogni ignobile gesto diviene lecito per il mantenimento del potere
Pubblico 
Maggiorenni
Rapporti sessuali etero e omosessuali con nudità a distanza. Scene con dettagli truculenti
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione dell’antica Roma e dei costumi del tempo; molto brava Kasia Smutniak nella parte di Livia. La sceneggiatura sembra svilire le strategie politiche dell’antica Roma a livello di congiure familiari.
Testo Breve:

Ottima ricostruzione dell’antica Roma e dei costumi del tempo; molto brava Kasia Smutniak nella parte di Livia. La sceneggiatura sembra svilire le strategie politiche dell’antica Roma a livello di congiure familiari. Su Sky

Raccontare la vita di Livia Drusilla, mostrarla arbitra della politica di Roma per più di mezzo secolo, prima accanto al marito, Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma e poi del figlio Tiberio (forse in una seconda stagione) può sembrare un’adesione, un po’ “costruita” al filone Woman power, molto in voga oggi. In realtà non ci sono forzature: come ci ha raccontato Tacito, Livia fu realmente la mente politica del marito, in grado di influenzarlo nelle decisioni più cruciali.

La rievocazione dei principali avvenimenti del tempo sono rispettosi della storia che conosciamo, anche se arricchiti con una giusta dose di fiction. L’universo femminile di quell’epoca è ovviamente in primo piano e appare realistico. Le ragazze, appena diventate donne, venivano fatte sposare con mariti scelto dai loro padri. Al marito spettava indiscussa obbedienza e se divorziavano, i figli restavano con l’ex marito. Era considerato disdicevole, per le dominae, uscire per strada da sole. Erano messe incinte con alta frequenza dai loro mariti anche perché la mortalità infantile (ma anche femminile) era elevata e se nasceva una femmina, il pater familias aveva il diritto di decidere se lasciarla vivere oppure no. Le scenografie di Roma (realizzate a Cinecittà Studios) e i costumi (di Gabriella Pescucci, premio Oscar per l’Età dell’Innocenza) sono bellissimi. Kasia Smutniak ci restituisce alla perfezione una donna intelligente che dispone anche di una buona dose di flessibilità per cambiare le sue scelte appena le condizioni al contorno mutano.

Ci sono però anche degli aspetti che non convincono. Il racconto parte subito veloce presentandoci vari personaggi, dandoci poco tempo, tranne per coloro che si sono rifatti prima un po’ di ripasso di storia, per capire chi sono i vari personaggi (incluso un giovane con i capelli lunghi che viene chiamato Gaio e che diventerà l’imperatore Ottaviano Augusto) e le loro relazioni di parentela. Nelle prime due puntate Livia e Ottaviano sono impersonati da attori diversi rispetto alle altre sei: scelta che lascia un po’ disorientati, anche perché l’Ottaviano giovane, sicuro di se e un po’ cinico, appare diverso dall’Ottaviano adulto, più flessibile e profondamente condizionato da Livia. Tutte le puntate iniziano con una situazione familiarmente o politicamente complessa, sembra che non ci siano soluzioni ma poi Ottaviano, ben consigliato da Livia, riesce a sciogliere tutti i nodi. Ogni puntata si apre e si chiude in questo modo, non ci sono, almeno in questa prima stagione, sostanziali passi avanti nella storia (Ottaviano non è ancora imperatore) ed è come si assistesse alle puntate di una serie di Shelock Holmes dove ogni volta lui riesce a scoprire l’assassino, mentre in questo caso il problema che viene risolto è di tipo squisitamente politico (ma i metodi applicati includono anche l’omicidio). Occorre inoltre osservare che le storie si svolgono per lo più nei palazzi patrizi di Roma, veniamo informati di battaglie avvenute ai confini dei territori romani solo attraverso il racconto di qualche testimone che è ritornato; i vari personaggi sono quasi tutti imparentati fra loro, impegnati in complessi problemi di successione o di matrimonio: il serial risulta quindi un po’ claustrofobico, manca il respiro della grande Roma dominatrice del mondo e sembra che tutto si riduca a un problema di congiure familiari. In un momento della storia, Ottaviano confessa a Livia “ti amo” e Livia è pronta a rispondergli: “anch’io ti amo”. E’ una scena particolrmente significativa perché quel ti “amo” che viene detto dopo l’ennesima difficile soluzione di un caso compromettente, non ha niente di romantico: sottende una complicità ormai consolidata per la conquista e il mantenimento del potere.

Bisogna riconoscere che gli ultimi serial che affrontano il tema della politica sia in epoca moderna (House of Cards) che in epoca antica (Domina) lo concepiscono come luogo di sofisticato cinismo al quale non sono estranee soluzioni omicide. Attendiamo con ansia un’opera che ci ricordi (oltre all’ormai classico West Wing) l’altezza del compito della gestione del bene comune e ci presenti un caso positivo di esercizio delle migliori virtù per svolgere questo compito.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RISED BY WOLVES - UNA NUOVA UMANITA' (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/15/2021 - 18:47
Titolo Originale: Rised by Wolves
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Sceneggiatura: Aaron Guzikowski
Produzione: Film Afrika, Lit Entertainment, Shadycat Productions, Scott Free Productions
Durata: 10 episodi di 50'
Interpreti: Amanda Collin, Abubakar Salim, Travis Fimmel, Niamh Algar, • Winta McGrath

Nel XXII secolo, la terra è stata devastata dalla guerra fra le fazioni degli atei e i mitraici, fedeli alla divinità Sol. Due androidi, chiamati Madre e Padre, si sono imbarcati su una navicella spaziale per raggiungere il lontano pianeta Kepler – 22b. Portano con sé 12 embrioni umani con cui iniziare una nuova, pacifica civiltà. Dopo dodici anni, solo un ragazzo, Champion, è sopravvissuto. Nel frattempo un’altra astronave ha raggiunto il pianeta: è costituita da fedeli dei dio Sol e intendono anche loro sviluppare una colonia di aderenti alla loro fede. Fra l’equipaggio c’è una coppia, Marcus e Sue, che hanno militato nel partito degli atei, ma che pur di lasciare la terra, hanno assunto, tramite plastica facciale, le sembianze di una coppia di mitraici…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Vengono ben evidenziate le virtù della genitorialità e dell’amicizia, quest’ultima soprattutto fra i più giovani, ma su tutto pervade un atteggiamento scettico verso l’uomo e sulla sua incapacità di correggere i propri errori
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene risultano impressionanti
Giudizio Artistico 
 
L’interpretazione di Amanda Collin nella sua ambiguità di donna robot che lascia trapelare sentimenti molto umani, è straordinaria e fa perdonare molte incompiutezze della serie
Testo Breve:

Kelerr-22b è il pianeta verso il quale sono approdati scampoli di umanità dopo che la terra è stata distrutta dalla lotta senza quartiere di fazioni avverse ma la speranza per un futuro migliore è offuscata dal mai spento istinto di sopraffazione. Un Ridley Scott in versione serial che non convince pienamente. Su Sky

La Madre ha intorno a se Champion e gli altri giovani umani che è riuscita a sottrarre alla navicella mitraica da poco atterrata. E’ il momento di far loro un importante discorso. La missione per la quale si debbono sentire fortemente coinvolti – spiega Madre,- è quella di fondare su quel pianeta una nuova, pacifica e atea civiltà. A tutti quei ragazzi che ha davanti a sè che, tranne Champion, sono cresciuti nella fede nel dio Sol, ricorda loro che: “La fede nel non reale dona conforto alla vita umana ma la indebolisce al tempo stesso. La civiltà che state seminando qui sarà fondata sulla fede nel genere umano in se stesso. Non in una divinità immaginata”. Quando uno dei ragazzi le fa notare che la preghiera dona conforto, lei ribatte con gentilezza: “Magari una preghiera può far star meglio lo spirito; in realtà solo la scienza può farlo.  Non progrediremo mai se non ci opponiamo all’urgenza di cercare sollievo nella fantasia”.

Con questo lavoro Ridley Scott ha deciso, anche lui, di inserirsi nel settore emergente dei serial televisivi e lo fa da produttore (anche da regista ma solo per le prime due puntate).

Conosciamo tutti questo poderoso costruttore di atmosfere, ambientazioni, capaci di proiettarci in mondi futuribili e scuoterci con le nostre paure ataviche (Blade Runner, Alien) o portarci indietro in un tempo ancora per noi carico di significato (Il Gladiatore, Le Crociate, Robin Hood).

Le tematiche a lui care, nei film di fantascienza, ci sono tutte: fuggire con un’astronave dalla terra ormai distrutta alla ricerca di nuovi pianeti; androidi come protagonisti della storia; scene raccapriccianti dove esseri misteriosi prima si contorcono e poi “esplodono” al di fuori del corpo umano che li ospitava.

Ma Ridley Scott ha un’altra peculiarità: ci tiene a sottolineare come le varie religioni tuttora presenti nel mondo siano la causa di tutti i mali che hanno afflitto e affliggono il mondo. Tema chiaramente sviluppato in Le crociate e in parte in Robin Hood e che ora mette subito in chiaro, con il discorso che abbiamo riportato, fin dal primo episodio. Le frecciate che lancia Ridey Scott sono indirizzate prevalentemente al cristianesimo: in I crociati il “buono” era il feroce saladino; in Robin Hood venivano evidenziati i soprusi dei conventi-imprenditori e ora, in Rised by Woves, anche se i fanatici fedeli sono chiamati mitraici, si vede chiaramente che si fa riferimento a una religione dove ci si comunica con l’acqua e con il vino.

Alla fine, polemiche o no, il grande mago avrebbe potuto nuovamente incantarci con le sue magiche visioni/allucinazioni, eppure qualcosa, in questo serial, non ha funzionato. A iniziare dalla trama stessa, che forse sente il peso dell’impegno di prolungare il suo sviluppo su più episodi e su più stagioni. Ogni puntata cerca di portare una novità, una sorpresa inaspettata, ma ciò finisce per  causare una perdita del focus portante. I grandiosi scenari che sarebbe stato logico aspettarsi ancora una volta, sono qui ridotti all’essenziale, semplificati in zone aride costellate di profondi crateri. Ciò che maggiormente affievolisce la vis narrativa è la frequente perdita di identità dei protagonisti. La Madre ha notizie sconvolgenti su chi le ha impresso la sua identità; Marcus, ateo convinto, si converte a una forma estrema di mitraismo a causa di voci misteriose e segni che lo hanno turbato; anche il giovane Champion riceve continue rivelazioni. Questi fenomeni, più che accrescere il fascino del mistero, disorientano lo spettatore che finisce per perdersi nell’individuazione del proprio eroe.   La stessa vis polemica sulla contrapposizione fra ragione e fede, che poteva essere uno spunto interessante, si infrange proprio perché non si sa più bene chi stia dalla parte di chi. Solo l’istinto materno, negli umani come negli androidi, costituisce una forza  che unisce tutti e che non si affievolisce lungo il racconto. Ma noi percepiamo, grazie alla prodigiosa bravura di Amanda Collin che l’istinto di Madre è metallico, inculcato dal suo costruttore e quello paterno di Marcus si è trasformato in un’ossessione malata.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BORGEN - IL POTERE (prima stagone)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/08/2020 - 20:46
Titolo Originale: Borgen
Paese: Danimaca
Anno: 2010
Regia: Adam Price
Sceneggiatura: Adam Price
Produzione: DR Fiktion
Durata: 10 putate di 60' su NEFLIX
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Mikael Birkkjær, Birgitte Hjort Sørensen

Copenaghen oggi. Birgitte Nyborg è capogruppo dell’area dei moderati del parlamento danese e alle ultime elezioni ha avuto un successo inaspettato, senza però diventare partito di maggioranza. Riesce ugualmente a essere nominata primo ministro grazie all’imbastitura di un abile equilibrio di alleanze. Diventa così il primo ministro-donna nella storia della Danimarca e si impegna nel difficile compito di conciliare il suo incarico politico con la sua vita privata. E’ sposata con due figli e ha stabilito un patto con il marito: lui si occupa per cinque anni in priorità della famiglia (per questo motivo ha lasciato un posto di prestigio in una industria nazionale per dedicarsi all’insegnamento universitario) mentre la moglie porta avanti il suo impegno politico. Ma la nomina a primo ministro arriva proprio quando Birgitte ha esaurito i cinque anni a sua disposizione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un primo ministro donna gestisce la complessa situazione politica del suo paese cercando di attenersi sempre a principi di correttezza e di giustizia. Ma è presente un episodio di aborto e uno di suicidio visti in modo acritico, come opzioni possibili
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono nudità ma ci sono numerosi episodi che risultano espressione di una società sessualmente disinvolta
Giudizio Artistico 
 
Puntate avvincenti, costruite con grande senso drammatugico, personaggi molto ben tratteggiati e interpretati
Testo Breve:

Una donna per la prima volta alla carica di primo ministro di Danimarca. Una lucida descrizione dei meccanismimi, nel bene e nel male, che pilotano le democrazie occidentali e del valore della libertà di stampa. Su NETFLIX

E’ una gradevole sorpresa questo serial danese che segue le vicende della prima donna diventata primo ministro in Danimarca (solo recemente questa ipotesi  è diventata realtà).  “La democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate finora” – W Churchill. Ogni puntata inizia con un’epigrafe e questa dello statista inglese si adatta perfettamente al serial che mostra con grande realismo i meccanismi della politica di qualsiasi democrazia europea. Precarie alleanze fra i partiti, ricatti di chi cerca il potere per il potere, compromessi che bisogna accettare. Il tutto sotto la pressione della stampa e della televisione (felicemente libera), sempre pronta a catturare degli scoop che stimolino la curioistà degli spettatori, pur nel rigoroso vaglio delle fonti. In questo contesto il serial ben evidenzia come il mestiere di spin doctor sia diventato di importanza cruciale.

 In questa prospepttiva House of Cards,  risulta troppo cinico, West Wing bello ma un po’ idealista, l’italiano 1992 sbilanciato sugli scandali a fondo sessuale. Questo Borgen – Il Potere mette a nudo con precisione sartoriale molti meccanismi della politica pur conservando un ottimo ritmo narrativo. Le mosse e contro mosse si susseguono e la vicenda si evolve quasi sempre in modo imprevedibile, ogni azione ha in nuce la sua controreazione, in una spirale molto simile a ciò che accade nella realtà,  una virtù narrativa che ricorda molto le opere di Vice Gilligan  (Breaking Back e Better Call Saul).  I vari episodi non mancano di coprire tematiche di attualità che sono in comune con altri paesi europei (le pari opportunità per le donne, le interferenze degli Stati Uniti quando si tratta di forniture militari o di spionaggio,..)  a qui si aggiunge qualche problema tipicamente danese come i difficili rapporti con la Groenlandia. Non abbiamo ancora finito di tessere le doti di questo serial perchè bisogna riconoscere che tutti i personaggi, anche quelli di appoggio sono ben disegnati e interpretati da ottimi attori. Brigitte Nyborg, la protagonista, merita però un discorso a se’: è il personaggio più complesso ma anche quello in cui rifulgono molte virtù umane. E’ determinata a raggiungere gli obiettivi politici che si è prefissata ma si trova quasi sempre imbottigliata in veti incrociati e ricattata  da prepotenti che agiscono al  solo scopo di mantenere o aumentare la propria posizione di potere. In  questi contesti difficil Brigitte rende manifeste le sue  doti alle quali non si può negare un’impronta femminile: non perde la calma, se la situazione è complessa preferisce dilazionare per affrontare il problema sotto una diversa angolatura. In nessun caso accetta di compiere azioni “sporche” o sleali. Quando il problema viene risolto, lei non conserva rancore. Un bell’episodio si svolge nell’episodio 5 della stagione 1, quando si accorge che una sua collaboratrice ha detto il falso sul suo curriculum di studi. Lei cerca ancora di recuperarla, la invita a parlare onestamente, senza tema di ritorsioni, ma quando lei continua a nascondere la verità, non le resta che licenziarla. Alla fine, episodio dopo episodio, lei riesce a vincere quasi sempre ma non si è trattato dell’abilità di un scacchisa: le sue vittorie hanno radici più profonde. Lei agisce ubbidendo a dei principi e rispettando un’etica professionale. Gli altri agiscono per opportunismo personale e sono quindi “comprabili”.Adam Price ha disegnato il ritratto del “principe” ideale, molto diverso da quello di Macchiavelli.

Forse un po’ troppo semplice è il rapporto con il marito nella prima stagione: rientro di lei tardi la sera, scambio di affettuosità, richiesta di perdono da parte di Brigitte per non aver avuto tempo per dedicarsi ai figli.  Ma il seguito della storia mostrerà dei risvolti anche nella sfera privata..

Se molti sono i pregi di questo serial, dobbiamo anche evidenziare alcuni aspetti poco felici. Ci si riferisce al tema della vita e della morte. Il passaggio da uno stato all’altro rientra fra le opzioni possibili e viene gestito in prima persona da alcuni personaggi della serie. Ecco che una ragazza decide di abortire appena questa opzione, nel suo schema mentale, diventa conveniente; lo stesso, per un altro personaggio, riguardo all’opzione  del suicido.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LUCIFER (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/29/2020 - 13:35
Titolo Originale: Lucifer
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Tom Kapinos
Sceneggiatura: Scott Chambliss
Produzione: Aggressive Mediocrity, DC Entertainment, Jerry Bruckheimer Television, Warner Bros. Television
Durata: 4 stagioni , 83 episodi di 45-55,
Interpreti: Tom Ellis, Lauren German, Kevin Alejandro, D. B. Woodside, Lesley-Ann Brandt

Lucifero, stufo della vita all’inferno, decide di venire sulla terra per conoscere più da vicino l’umanità. Arrivato a Los Angeles, apre un locale notturno, il Lux, e diventa famoso per i favori che è in grado di fornire. Per diverse vicende arriva a fare conoscenza della detective della Polizia di Los Angeles, Chloe Decker e ne diventa collaboratore. La vita terrena lo porta a dover gestire situazioni mai vissute prima, eventi che lo portano a farsi aiutare dalla psicoterapeuta Linda Martin. Anche suo fratello, l’angelo Amenadiel, e la sua alleata Mazikeen (un diavolo torturatore dell’inferno), sono al fianco di Lucifer nelle varie traversie che affronta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dietro le gradevoli vesti di un serial poliziesco e la presenza di molte persone positive (incluso un sacerdote che in S1 E9 si sacrifica per salvare un ragazzo) gli autori si divertono a beffeggiare alcuni elementi portanti della vita cristiana (il sacramento della confessione) e ipotizzano un Padre Divino insensibile alle invocazioni degli uomini. Viene inoltre patrocinata la libertà sessuale e poca rilevanza viene data ai legami coniugali
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre una certa maturità per cogliere la malizia con la quale gli autori presentano la fede cristiana e più propriamente cattolica. Nessuna nudità ma molte allusioni sessuali. La danza di ballerine da cabaret vestite da suore
Giudizio Artistico 
 
Sceneggiatura tipica di un crime, con scansione temporale classica (scoperta del primo omicidio, indagine, ritrovamento di arma del delitto e presunto colpevole, colpo di scena, scoperta e cattura/morte del vero colpevole). Interpretazione degli attori convincente e credibile
Testo Breve:

Il serial di genere crime dove un’abile poliziotta è coadiuvata da un investigatore d’eccezione: nientemeno che Lucifero. Dietro una narrazione sempre ironica gli autori colgono il pretesto per beffeggiare alcuni pilastri della fede cattolica e patrocinare la libertà sessuale. Su NETFLIX

Un serial TV iniziato nel 2016 e tornato all’onore delle cronache dopo la conferma dell’uscita della quinta stagione. Ogni puntata prevede la soluzione un caso di omicidio (singolo o plurimo): sceneggiatura tipica di un crime, con scansione temporale classica (scoperta del primo omicidio, indagine, ritrovamento di arma del delitto e presunto colpevole, colpo di scena, scoperta e cattura/morte del vero colpevole). Ogni stagione presenta anche una storia che attraversa le diverse puntate aggiungendo piccoli indizi di volta in volta nel finale dell’episodio.

Nelle 83 puntate i personaggi principali vengono ben delineati nei loro caratteri e nelle loro personalità. C’è anche un minimo di indagine della loro psicologia (aiutati anche dalle sedute di psicoterapia che praticamente tutti i protagonisti fanno con Linda). Il protagonista, anche attraverso la sua spiccata ironia, non fa mancare momenti divertenti all’interno delle puntate. I pochi effetti speciali presenti (forse più trucco, che computer grafica) sono accettabili e funzionali alla storia, quindi non ostentati.

L’interpretazione degli attori è convincente e credibile, mai sopra le righe. Formalmente si presenta come un serial TV piacevole.

Forse è sul piano valoriale il tasto più dolente. Tante sono le sottolineature da fare a riguardo.

Innanzitutto la forzatura più grande: un diavolo che emerge come buono, collaborativo e comprensivo. Dio, per contro, un “padre” cattivo e permaloso, che costringe i suoi figli (gli angeli, secondo il serial) a fare quel che dice Lui: per esempio, l’idea di fondo è che Lucifer sta a capo dell’inferno perché Dio gli ha imposto questo compito (nulla a che fare con gli angeli decaduti e la disobbedienza all’Onnipotente). Durante tutto il serial emerge più volte la parola di sfida che Lucifer manda a colui che definisce “mio padre”. Parole che nascono da rabbia e rancore, ma in qualche modo giustificate dalla situazione (lo spettatore viene condotto ad immedesimarsi nella figura del protagonista, fino a quasi condividere le parole del diavolo). Troviamo anche numerose ed esplicite allusioni ad episodi della Bibbia (tra i personaggi, per esempio, compaiono Caino, Abele, Eva), senza nessun riferimento alla rivelazione ebraico-cristiana da cui i riferimenti culturali sono estrapolati, anzi stravolgendo le cose ancora una volta (Caino è il vero fratello buono dei due, per esempio). È difficile non pensare ad una denigrazione, seppure presentata in maniera soft, della fede cristiana. Il fatto che il collaboratore della polizia sia il diavolo, non aggiungendo un gran che al serial (non si contano, ormai, i serial TV con collaboratori della polizia perlomeno curiosi: The mentalist, Elementary, Dexter, Numb3rs, …), rischia di diventare grottesco.

Altra considerazione: sembra che i peccati siano solo quelli legati all’ambito affettivo. Le varie battute, allusioni e doppi sensi pronunciati da Lucifer hanno a che fare quasi sempre con l’ambito sessuale. Pur avendo il pregio di non mostrare nudità, però la promiscuità amorosa (detta ed esercitata) fa da sottotrama a tutto il resto: da relazioni (più o meno stabili) a rapporti occasionali, rapporti di gruppo, qualche allusione a relazioni omosessuali…

Tutto questo, purtroppo, confezionato in maniera leggera e divertente, tale da sembrare quasi innocua. Se non mancano i valori positivi della collaborazione, del sostengo reciproco per affrontare anche lutti e distacchi, sono però diluiti tra le criticità già elencate.

Pur essendo molto diffuso tra gli adolescenti, la visione è da consigliare solo per adulti (o, alla peggio, a degli adolescenti accompagnati da adulti) perché occorre una certa maturità per cogliere la malizia applicata dagli autori nei confronti della fede cristiana e più propriamente cattolica

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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