Serial TV

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GIRLS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/29/2012 - 13:40
Titolo Originale: Girls
Paese: USA
Anno: 2012
Produzione: Apatow Productions
Durata: 30 minuti su MTV dal 10 ottobre 2012
Interpreti: Lena Dunham, Jemima Kirke, Allison Williams, Zosia Mamet:

La serie segue le vicende di quattro amiche, poco più che ventenni che hanno finito gli studi e cercando di dipendere il meno possibile dai genitori, vivono a New York passando da fallimenti lavorativi a relazioni sentimentali senza futuro.
Hannah dovrebbe scrivere un libro che non termina mai, non riesce a trovare un lavoro, i genitori gli hanno tagliato i fondi e più che una relazione, ha incontri occasionali con Adam.
Marnie condivide l’appartamento con Hannah, con la quale è stata in collegio. Lavora in una galleria d’arte. Ha un boyfriend, Charlie ma sono entrambi incerti sul destino della loro relazione
Shoshanna che è ancora studentessa alla New York University, passa le ore navigando sui Social Network ed ha un grosso problema: è ancora vergine
Jessa è la cugina inglese di Shoshanna; è tornata dalla Francia per abitare nell’appartamento della cugina ed è incinta. Si organizza per abortire ma all’ultimo momento scopre che si tratta di un falso allarme.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial mostra la vita desolante di ragazze ventenni (probabilmente caricata ad arte), prive di sentimenti e di passioni ma baricentrate esclusivamente sul sesso
Pubblico 
Sconsigliato
Sequenze amorose esplicite e crude nei dettagli
Giudizio Artistico 
 
La regista-sceneggiatrice-produttrice mostra un sicuro talento nel ricostruire i dialoghi ironici di una generazione di ventenni alla ricerca della propria autonomia
Testo Breve:

Girls è un nuovo serial televisivo che parla di quattro ragazze ventenni di New York. Il racconto è crudo e furbamente scandaloso trasmesso  infelicemente in chiaro su MTV

Costituisce ormai una realtà diffusa il fatto che gli adolescenti e le adolescenti non trovino i loro riferimenti comportamentali nella scuola e spesso neanche in famiglia ma la loro fonte di ispirazione principale sia costituita dalle figure-leader del  gruppo a cui appartengono e da quanto apprendono dalla televisione e dal cinema.

Lo confessa anche Lena Dunham, regista, sceneggiatrice e protagonista della serie Girls: da adolescente la sua vita e le sue esperienze si sono rispecchiate  nei teen-drama  My so-called life e Felicity (trasmesso da Rai2 nel periodo 2002-2004). In seguito Lena, dopo il college, non ha avuto un serial a cui ispirarsi: Gossip Girl  (dal 2009 su Italia1) riproduce un mondo troppo  esclusivo ed elitario di New York mentre  Sex and the City (dal 2000 su LA7) fa riferimento a donne già in carriera nel lavoro e nell’amore. Era evidente quindi che c’era un vuoto, proprio riguardo alle ragazze nella fascia 20-25 anni e a quel momento delicato in cui  hanno finito il college, vogliono  rendersi indipendenti dalla famiglia andando a vivere da sole,magari  coabitando con altre amiche  e cercando di inserirsi nel mondo del lavoro. 
Girls cerca di ricostruire proprio questa situazione e a detta dei produttori, lo ha fatto nel modo più realistico possibile, baricentrando il racconto intorno a un quartiere di New York e un appartamento –tipo che rispetta le scelte di queste ragazze  e prendendo   gli abiti delle protagoniste  dalle boutique giovanili della zona.

Arrivati alla terza puntata, l’autrice si mostra indubbiamente  brava nella costruzione dei dialoghi, nel raccontare le storie delle quattro ragazze con tono fresco e giovanile; la comicità è costruita sull’ironia delle situazioni, a volte virate sul lunatico, sui loro complessi e debolezze.

L e ragazze parlano di lavoro, quello trovato ma soprattutto quello cercato, si preoccupano del loro look ma sicuramente il tema dominante, che occupa i loro pensieri e le loro giornate è il sesso.  Non si tratta di amore, di innamoramento ma sesso nella sua pura fisicità. Nei loro dialoghi non si parla mai di amore perché nella precarietà dei rapporti di una single society si tratta di  qualcosa di troppo impegnativo, di ormai estraneo al loro orizzonte. Non c’è neanche passione fisica nei loro incontri:  la sessualità è degradata al livello di gradevole intrattenimento, dove ognuno dei due partner ricava dall’altro ciò che vuole ricavare restando rigorosamente se stesso. 

Anche tutto ciò che gira intorno a questo tema dominante è routine,  come la cortesia  di non lasciare sola ma accompagnare in ambulatorio l’amica che deve abortire oppure  scoprire di aver contratto una malattia venerea e cercare di ritrovare tutti i partner che si sono avuti negli ultimi due anni per capire chi è il responsabile del contagio.  Nel loro appartamento in affitto le ragazze riescono anche a organizzare simpatiche cenette con degli amici; sono brave a cucinare ma  soprattutto riescono ad organizzare la sorpresa finale: una bevanda a base di oppio che faccia “sballare” tutte quante.

 Lena Dunham insiste (e le critiche americane lo confermano) nell’affermare che con questa serie ha voluto presentare  le ragazze ventenni di oggi di New York esattamente come sono nella realtà. C’è motivo di pensare invece che si tratti di un prodotto furbo, che cerca di attirare con qualcosa che potrebbe ancora risultare pruriginoso anche se questo obiettivo è sempre più difficile perché l’asticella, serial dopo serial, è posizionata ormai troppo in alto.

Ciò che è grave è il fatto che il serial sia trasmesso in chiaro su MTV, il canale degli adolescenti per antonomasia anche se viene preceduta da un autoassolutorio “Il programma è per ragazzi accompagnati dai  genitori e la trasmissione è alle 23,20

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOUCH

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/21/2012 - 18:33
Titolo Originale: Touch
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Tim Kring
Sceneggiatura: Tim Kring
Produzione: Twentieth Century Fox Film Production
Durata: 45 minuti a puntata
Interpreti: Kiefer Sutherland, David Mazouz, Gugu Mbatha-Raw:

Martin , dopo la morte della moglie negli attacchi terroristici dell'11 settembre, si ritrova a dover prendersi cura da solo del figlio Jake undicenne, autistico e muto e deve continuamente mostrare di esserne idoneo all'assistenza sociale che vorrebbe portarlo in un istituto specializzato. . La vita di Martin cambia quando casualmente scopre la propensione del figlio per i numeri, grazie ai quali riesce a vedere cose che nessun altro può vedere e prevedere così eventi futuri..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial si agita in uno stagno New Age che ci vede tutti parte di un complesso meccanismo retto da regole matematiche che solo pochi eletti riescono a decifrare. Una scena odiosa dove due donne si decidono per una fecondazione eterologa
Pubblico 
Adolescenti
Ci vuole una certa maturità per vagliare criticamente le dottrine che il serial propone
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a incuriosire con le sue trovate originali ma è facile scoprire il meccanismo che si ripete puntata dopo puntata. Manca una storia d’amore portante
Testo Breve:

Un bambino di 11 anni, autistico dalla nascita sa  interpretare   le leggi matematiche che regolano l’universo  e  i loro significati più profondi .  Una suggestione New Age che ci vede tutti parte di un complesso meccanismo impersonale che predetermina  i nostri destini

 “Molte cose ci appaiono caotiche: in realtà seguono leggi sofisticate. Gli schemi matematici non mentono mai ma solo alcuni di noi riescono ad interpretarli. Secondo una antica leggenda cinese esiste un filo rosso che unisce tutte le caviglie di coloro che sono destinati  ad incontrarsi. Il filo può allungarsi, può arrotolarsi ma non si rompe mai. E’ tutto predeterminato dalle probabilità matematiche. Il mio compito è individuare quei numeri per collegare le persone i cui destini devono incrociarsi”.

E’ questa la voce fuori campo che costituisce l’incipit della prima puntata della serie. Chi parla è un ragazzo di 11 anni, autistico che non parla dalla nascita ma che dispone di una dote particolare: percepisce le connessioni numeriche che sono alla base dell’apparente casualità degli eventi che ci capitano, del nostro incontrarsi.

Ha un padre molto premuroso, soprattutto da quando la madre è morta sotto le macerie  delle torri gemelle. Non riesce a farlo uscire dal proprio silenzio (almeno nella prima serie) ma ha compreso che deve fare tesoro delle indicazioni che il figlio gli fornisce in modo che le profezie che sono racchiuse nei suoi messaggi numerici possano avverarsi.

Ecco che due gemelle che sono state separate dalla nascita  riescono a conoscersi; un uomo che ha un passato da dimenticare decide di rendersi utile per  ristrutturare una chiesa; una figlia e un padre che avevano cessato i loro rapporti riescono ad incontrarsi; due soldati in Irak dispersi nel deserto vengono ritrovati grazie all’illuminazione provvidenziale che si crea per un corto circuito, a sua volta causato da un errore provvidenziale…

Si potrebbe continuare ma la mancanza di qualsiasi comprensibilità umana sulla coincidenza di eventi altamente eterogenei rende difficile concedere un credito di credibilità razionale a ciò che si sta vedendo, se non abbandonandosi  a latenti suggestioni inconsce.

Ogni puntata è sufficientemente ricca di sorprese da mantenere alto l’interesse del pubblico, grazie anche alla presenza di Kiefer Sutherland; c’è però il sospetto che lo spettatore finisca presto per  accorgersi della ripetitività del meccanismo che, puntata dopo puntata, sottende il racconto: si inizia sempre con il piccolo Jake che comunica in modo silente dei numeri, in base ai quali il padre si sposta per la città,  telefona, incontra persone senza all’inizio sapere quale sia il motivo . Discretamente l’assistente sociale Clea lo comprende e lo supporta. . Sicuramente non aiuta la mancanza di una storia d’amore portante che si sviluppi trasversalmente alle puntate e non rallegra certo il vedere il piccolo Jake perennemente con la stessa espressione e incapace di parlare.
In una delle puntate due lesbiche decidono di "far famiglia" e grazie all'alchimia dei numeri di Jake scoprono, commosse, di aver trovato il donatore del seme che fa per loro (per la cronaca il donatore doveva essere della bilancia, perché una delle due donne è molto superstiziosa). Ovviamente in questa storia si dimentica che in questo modo si stanno gravemente violando i diritti del nascituro, che viene privato della certezza della sue radici.

Resta da comprendere perché, almeno per il mercato americano, si sia sentita la necessità di produrre una storia così esoterica. Una lettura  superficiale potrebbe portare alla conclusione che si tratti di un invito a percepire la provvidenza che guida in modo misterioso la vita di noi tutti. Nell’ incipit di una puntata si parla anche della necessità di pregare, ma ciò porta solo fuori strada.

Dobbiamo subito sgomberare il campo dall’ipotesi che si voglia far riferimento ad una delle tre religioni monoteiste: ciò porterebbe a ipotizzare l’esistenza di un dio personale, con il quale si può parlare, pregare appunto.

Siamo in realtà molto più vicini a religioni induiste, a un Brahman, una forza impersonale che causa l’universo e che tutto sorregge. Non a caso nell’episodio 4 uno dei protagonisti parla del Karma: la legge di causa ed effetto a cui siamo  vincolati e che ci premia e punisce a seconda di come ci siamo comportati.

Il serial  sembra esprimere una delle tante varianti della New Age, e sicuramente mostra di aver  abbandonato le religioni tradizionali occidentali. Lascia intendere che solo dalla scienza potremo avere una risposta alle nostre domande sul senso della nostra esistenza (qualcosa di simile era stato espresso in Hereafter di Clint Eastwood). Nel frattempo, in attesa che il mistero venga svelato, non resta che puntare sulla solidarietà umana, come sembrano suggerire gli incipit programmatici presenti in ogni puntata: tollerarsi a vicenda e lasciare che ognuno segua la propria strada, le proprie aspirazioni.  
In una delle puntate due lesbiche decidono di "far famiglia" e grazie all'alchimia dei numeri di Jake scoprono, commosse, di aver trovato il donatore del seme che fa per loro (per la cronaca il donatore doveva essere della bilancia, perché una delle due donne è molto superstiziosa). Ovviamente in questa storia si dimentica che in questo modo si stanno gravemente violando i diritti del nascituro, che viene privato della certezza della sue radici.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MODERN FAMILY - Seconda stagione

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/09/2011 - 20:28
Titolo Originale: Modern Family
Paese: USA
Anno: 2009
Sceneggiatura: Christopher Lloyd e Steven Levitan
Produzione: 20th Century Fox
Durata: dal 2010 in Italia sul canale Fox
Interpreti: Ed O'Neill, Sofia Vergara, JUlie Bowen, Ty Burrell, Jesse Tyler Ferguson, Eric Stonestreet

La serie televisiva ruota attorno a tre distinti nuclei familiari: Jay Pritchett non più giovane, sposato con la esuberante colombiana Gloria, entrambi al loro secondo matrimonio; Claire, sua figlia, è sposata con Phil ed hanno tre figli, fra cui due scatenate adolescenti. Infine ci sono Mitchell, il figlio di Jay e il suo compagno Cameron che convivono con Lily, la bambina vietnamita adottata.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Molto affetto circola fra i componenti delle tre famiglie fra di loro però non c'è il vero cercare il bene dell'altro, quanto piuttosto il cercare di non urtarlo, di non offenderlo nei suoi condizionamenti caratteriali. La psicoanalisi è l'unico metodo interpretativo dei nostri atti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Può destare una certa perplessità da parte dei più piccoli la situazione di Lily, una piccola bambina vietnamita adottata da due uomini. L'ipotesi presentata nella sit com è comunque irreale, perché il governo vietnamita vieta l'adozione di bambini ai singoli o alle coppie omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura riesce sempre a trovare spunti umoristi nelle situazione più ordinarie di una famiglia, grazie anche alla bravura di tutti i protagonisti
Testo Breve:

Questa sit com americana si pone l'obiettivo di dimostrare sorridendo che le modern family (famiglie allargate, coppie di omosessuali) poco o nulla hanno da invidiare alla solidità e alla ricchezza di affetti di quelle clasiche. I comportamenti dei vari protagonisti non sono infatti visti nelle categorie del bene e del male, perchè sono come imprigionati nei loro aspetti caratteriali e l'interpretazione psicoanalitica sembra essere l'unico modo valido per giustificare i nostri atti.

Perché il titolo di Modern Family? In che cosa le tre famiglie di questa sit com della Twenty Century Fox sono moderne?

Se Claire e Phil con i loro tre figli appaiono assolutamente normali,  Jay e la colombiana Gloria, più giovane di lui di più di dieci anni, sono entrambi al loro secondo matrimonio e infine Mitchell e Cameron sono una coppia gay che ha adottato una bambina vietnamita.

Si potrebbe pensare che queste “moderne particolarità” sono state inserite per avere spunti di tensione, alti e bassi utili per per trovare nuovi motivi di interesse puntata dopo puntata, ma niente di tutto questo.

Le tre famiglie sono colte nelle piccole cose di ogni giorno e gli eventi intorno ai quali si sviluppano le puntate fanno parte del più ordinario calendario familiare: la festa di Natale, il Thanks Giving day, Halloween, il primo ballo a scuola, il compleanno ora di Claire ora della piccola Lily, la vendita della vecchia macchina…

Con grande abilità, intorno a questi eventi, grazie anche alla bravura dei personaggi, si creano situazioni di tensione o di incomprensione iniziale (mai drammatiche, anzi piene di spunti comici) che poi si concludono a fine episodio con un abbraccio e con il rinnovo degli affetti familiari.

La dialettica fra i personaggi è costruita intorno a particolarità caratteriali ben definite. Phil è un uomo non particolarmente dotato, un insicuro maldestro che cerca sempre di farsi coraggio; Claire è una donna decisa e fattiva che ci tiene a dare un’educazione severa alle sue due figlie adolescenti, salvo poi scoprire che proprio lei da ragazza non si è comportata in modo particolarmente esemplare; Gloria è una colombiana dal sangue caliente, sempre pronta a prendere fuoco, mentre Jay suo marito, che è anche il padre di Claire e di Mitchell, ha la compostezza della sua età e fa del suo meglio per stare dietro all’esuberanza della giovane moglie.

In tutti gli episodi Freud la fa da padrone: ogni personaggio ha qualche insicurezza contratta nel periodo giovanile, qualche fragilità che riemerge periodicamente ma che poi si appiana solo grazie all’aiuto dei familiari.

L’obiettivo della serie, che ha vinto finora 11 Emmy Award su 31 candidature,  sembra proprio quello di dimostrare che le modern family poco o nulla hanno da invidiare alla solidità e alla ricchezza di affetti di quelle passate.

In modo simile un’altra serie, Glee, attualmente pervenuta alla sua terza stagione, sta cercando di imporre un nuovo standard di comportamento familiare e adolescenziale ma la sua posizione è decisamente più ideologica e distruttiva.

Se Glee non mostra di credere al valore della fedeltà coniugale, Modern Family la difende espressamente: nell’ottava puntata Mitchel e Cameron aiutano ad avvicinare due anziani che sembrano desiderosi di incontrarsi ma quando scoprono che uno dei due è già sposato, desistono dall’iniziativa. Alla festa di Halloween (puntata 6) Claire e Phil si ritrovano dopo aver litigato e quando Claire gli esprime la certezza che resteranno sempre insieme, Phil domanda: “è una promessa?” Claire risponde: “lo lo voglio”, dando una bella dimostrazione dell’aspetto volitivo e progettuale dell’amore.

Un discorso specifico merita il tema dell’omosessualità: nei molteplici episodi in cui il tema è trattato, Glee si mostra infarcito della disumana teoria dei generi: in una puntata della seconda stagione di Modern Family, Mitchel confida al padre il dilemma che ha con il suo compagno: debbono decidere chi dei due continuerà a lavorare e chi resterà a casa, con funzioni più femminili, a badare alla bambina. Jay ricorda al figlio che qualunque sia la decisione che prenderanno, entrambi restano comunque degli uomini.

I due omosessuali sono ritratti nello loro piccole manie, a volte nevrastenie, probabilmente per rendere le situazioni più comiche ma ciò ha innescato le reazioni delle comunità gay americane che hanno considerato il personaggio di Cameron troppo caricaturalmente affettato. Si sono inoltre lamentate del fatto che Mitchel e Cameron non vengono mai ritratti mente si scambiamo affettuosità (ad essere onesti anche i baci fra gli etero sono molto rari in questa fiction): in seguito a queste polemiche è stata prodotta la seconda puntata della seconda stagione, intitolata appunto the kiss, dove tutti i parenti al completo invitano il timido Mitchel ad avere il coraggio a dare un bacio in pubblico al suo compagno.

Il tema della fede è trattato nella terza puntata: se Glee aveva una posizione apertamente atea, Modern Family ha un atteggiamento che potremmo definire bipartisan: Jay decide di non andare più in chiesa perché preferisce “pregare Dio nella natura” e invita il suo figliastro Manny a fare altrettanto. Il sodalizio dura poco perché alla dichiarazione di Jay: “l’inferno non esiste” il ragazzo lo incalza con estremo rigore logico e quando Jay si arrende confessando che la sua è solo una teoria, Manny ritorna dalla mamma ormai convinto che bisogna andare a messa.

I rapporti di Claire e Phil con Haley, la loro irrequieta figlia adolescente, sembrano al contrario improntati alla “modernità”: Phil sa che la figlia riceve il fidanzato di sera al piano di sopra in camera sua ma preferisce non intervenire.

Possiamo concludere che la rassicurante proposta di riconoscimento delle nuove forme di unione familiare risulta valida e convincente?
Andando un po’ indietro nel tempo torniamo per un momento a un’altra famiglia televisiva, quella dei Cunningham di Happy Days (iniziata nel 1974): si parlava, soprattutto nelle prime serie, della progressiva maturazione dell’adolescente Richie. Fra molti errori e ingenuità ma sempre con il sostegno della famiglia e la solidarietà dei compagni, Richie, puntata dopo puntata, scopriva valori importanti: a volta imparava che bisogna sempre dire la verità, a volte che ha la forza di rinunziare al sabato sera per dare una mano al padre in negozio…

Anche Happy days ci proponeva una famiglia ritratta nei piccoli avvenimenti di ogni giorno ma venivano posti in evidenza alcuni valori oggettivi, essenziali per la maturazione di un adolescente.

In Modern Family ci viene invece presentata una umanità sostanzialmente fragile, sempre pronta ad andare su lettino dello psicanalista; dove ognuno cerca non il bene ma quello che ritiene sia il proprio bene secondo criteri personali; non ci sono valori assoluti da condividere se non il rispetto degli altri verso il proprio comportamento e la vicinanza affettuosa e acritica dei propri familiari.  Non ci sono comportamenti giusti o sbagliati perchè ogni nostro atto trova giustificazione nella psicoanalisi.  La psicoanalisema

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HIGH SCHOOL MUSICAL

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/14/2011 - 22:45
 
Titolo Originale: HIGH SCHOOL MUSICAL
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Kenny Ortega
Sceneggiatura: Peter Barsocchini
Produzione: Disney Channel Original Movie
Durata: trasmesso da Disney Channel a settembre 2006 in USA ed in Italia da Rai2 a ottobre 2006
Interpreti: Zac Efron, Vanessa Anne Hudgens
Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’intero intreccio narrativo pone l’accento sulla crescita collegiale e dialettica, dove non c’è un eroe che si erge contro tutto e tutti. A emergere, semmai, è il reciproco confronto e il coraggio di prendere sul serio i propri sogni.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
A differenza dei triti film a base di ballo e musica, High School Musical non incensa il mondo dello spettacolo. Nel musical Disney, l’insistenza sul canto è semplicemente una strategia narrativa che, facendo leva sulle attuali mode dei ragazzi, riesce a instaurare un rapporto empatico con il pubblico teen. L’obiettivo è quello di raccontare una storia di speranza.

Prodotto di culto tra gli under15, High School Musical apre una nuova era dei teen drama. Facendo piazza pulita degli stereotipi, cinicamente emancipati, alla Beverly Hills 90210.

Primo original movie targato Disney Channel, High school musicalracconta, a ritmo di hip hop, la storia di Troy Bolton e Gabriella Montez. Due matricole della East High che scoprono di avere in comune il talento per il canto. Una passione che scoppia inaspettata e che deve scontrarsi con diverse difficoltà: agli occhi di amici e parenti, Troy e Gabriella sono, rispettivamente, il capitano della squadra di basket e un futuro genio delle materie scientifiche. Due ruoli ai quali i ragazzini sembrano non poter abdicare. A dispetto delle resistenze e di questa loro immagine preconfezionata, Troy e Gabriella scommettono sul loro nuovo talento e si iscrivono alle audizioni indette per il musical scolastico. 

A differenza dei triti film a base di ballo e musica, High school musical non incensa il mondo dello spettacolo, descrivendolo come un paradiso promesso agli ultimi sognatori, incompreso dai comuni mortali. L’approccio è radicalmente diverso: nel musical Disney, l’insistenza sul canto è semplicemente una strategia narrativa che, facendo leva sulle attuali mode dei ragazzi, riesce a instaurare un rapporto empatico con il pubblico teen. L’obiettivo di High School Musical, come di gran parte dei successivi original movie di Disney, è quella di raccontare una storia di speranza. Dove l’accento è sul desiderio e sull’amicizia. Non a caso, Troy e Gabriella riescono a partecipare alle audizioni, vincendole, proprio grazie all’aiuto di quegli stessi amici che avevano contestato la loro vena canora. L’intero intreccio narrativo pone l’accento su questa crescita collegiale e dialettica, dove non c’è un eroe che si erge contro tutto e tutti. A emergere, semmai, è il reciproco confronto e il coraggio di prendere sul serio i propri sogni. In questo senso, un altro particolare emblematico è il finale: pur vincendo le audizioni, Troy e Gabriella non accantonano i loro primi talenti in nome del canto. Semplicemente, la nuova passione diventa complementare alle altre.

Così strutturata, la morale non scade nel buonismo e risulta più credibile della diffusa mentalità pro individualismo ed emancipazione. 

La Disney ha inoltre sfruttato a 360° le potenzialità di un prodotto come il musical. Oltre a cavalcarne l’appeal che riscontra tra i giovani, la major americana ha usato le canzoni-tormentone per ribadire la morale del film. La canzone Star of something news per esempio, recita: «Prima non credevo a ciò che non era visibile agli occhi, non aprivo il mio cuore a tutte le possibilità. Sento che qualcosa sta cambiando […] sta iniziando qualcosa di nuovo e io mi sento davvero bene […]  Con te a fianco, stasera, il mondo sembra molto più brillante». Infine le coreografie danno al prodotto una qualità cinematografica, valorizzandolo. Da segnalare anche l’aggressiva, quanto inusuale, campagna commerciale decisa da Disney Channel: in Italia, il musical ha sovvertito il classico iter di distribuzione, uscendo su tutti i mercati audiovisivi nel giro di pochi mesi. Dopo aver debuttato su Sky il 30 settembre, il film è uscito in versione dvd  l’11 ottobre 2006 e, dopo una sola settimana, è stato trasmesso in chiaro su RaiDue. Il pubblico ha apprezzato: vincitore di due emmy awards (Miglior programma per ragazzi e migliore coreografia), High School Musical ha primeggiato anche ai Teen Choice Awards. Sei delle 12 canzoni della colonna sonora hanno ottenuto il disco d’oro. E ancora: il dvd del musical ha registrato un totale di 2,5mln di copie vendute.

Un successo che la Disney spera di replicare con l’uscita del sequel High school musical 2.

  

 

 

Autore: Francesca D'Angelo
In Televisione
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EVERWOOD

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/12/2011 - 22:06
Titolo Originale: EVERWOOD
Paese: USA
Anno: 2002
Durata: dal 2005 su Canale 5
Valutazioni

Non è oro tutto ciò che luccica. Nemmeno un telefilm che rispolvera il rapporto tra genitori e figli è necessariamente buona televisione. Per questo, non bastano la tematica familiare né il recupero dei buoni sentimenti a fare di Everwood  quello che la critica, compatta, vi ha visto: una serie americana scritta come si deve, per grandi e per piccini, da trasmettere prima del telegiornale.

Uno dei neurochirurghi più quotati del globo vive a New York con moglie, figlio quindicenne e figlia in età elementare. Un incidente, nel primo episodio, priva tragicamente il dottor Brown della moglie e lo induce a mettere in discussione il modo assenteista con cui egli ha fino ad allora interpretato il suo ruolo di padre, esclusivamente dedito alla professione. Lacerato dal dolore, rimpiangendo, ora che non è più possibile, il tempo che avrebbe potuto dedicare alla donna che amava, il luminare abbandona per sempre la carriera e si trasferisce con i figli in una scenografica cittadina sulle montagne del Colorado, Everwood, dalla quale lo show prende il titolo.

Paesaggi montani incontaminati e contesto sociale che ignora l’anonimato della metropoli, foreste e usanze da piccolo mondo antico, preparano allo spettatore atmosfere accoglienti.  La serie spaccia la villeggiatura per vita di tutti i giorni e ciò mette di buon umore il pubblico: chi segue la fiction, infatti, sa in cuor suo che per il Mandrake del bisturi, tornato nel frattempo a credere nel rapporto umano con il paziente, il nuovo impiego da medico condotto di Everwood è una passeggiata. Messo a fianco di Brown, cioè, lo spettatore è invitato a godersi il bello del contatto con la gente in una località che non conosce traffico né stress. Aggiunge brio alla vicenda la concorrenza tra Brown e il collega che da anni esercita in loco.

Sono le premesse ideali per una serie cosiddetta “familiare” ed Everwood per metà lo è: ci sono le scene in cucina, il medico alle prese con i fornelli mentre i figli attendono scettici la cena; ci sono le scene di buon vicinato, con la dirimpettaia che prende in custodia la piccola Brown quando il padre è chiamato a curare una pertosse; ci sono le  riunioni domenicali in chiesa, la comunità raccolta in ascolto del sermone del reverendo.

Venti anni fa Everwood sarebbe stato solo questo, ma oggi non è più sufficiente. L’arte della sceneggiatura ha fatto il suo corso, affinandosi su altri generi (la comicità alla Woody Allen di Friends, l’eroismo a fil di depressione in E.R.) e il racconto della famiglia paga oggi un grave ritardo in fatto di soluzioni di scrittura. Per questo, i networks americani cominciano oggi a sperimentare nuove strade per rinvigorire il genere. Everwood rientra in questa logica, dato che, per vivacizzare il versante familiare della trama, il telefilm la completa con una parte di dramma adolescenziale il cui perno è Ephram Brown, il figlio del dottore. Detto in altre parole, il telefilm per teenagers alla Dawson’s Creek, che descrive mondi giovanilistici da cui il punto di vista adulto è esiliato, inEverwood si mescola con il telefilm per famiglie alla Settimo cielo, costruito, invece, sulla prospettiva dei genitori. Ecco allora, accanto alle atmosfere domestiche, l’irruzione di soap operas tra liceali, di struggimenti amorosi ginnasiali, di gergalità e sarcasmi generazionali.

In Everwood il mondo adulto e quello adolescente sono tenuti insieme per contrasto. Tutto ruota attorno al rapporto conflittuale tra il dottor Brown e il suo primogenito Ephram, che fatica a perdonargli la latitanza da casa negli anni newyorchesi. Poco conta che il neurochirurgo abbia cambiato vita; poco conta che si lasci sorprendere, affranto, a parlare con la moglie quando, ancora perdutamente innamorato di lei, il medico la sogna ad occhi aperti. Inarginabile, il biasimo di Ephram ciclicamente torna ad esplodere, generando discussioni con il padre di violenza verbale inusitata per il piccolo schermo. Lo spettatore vede che il dottor Brown ce la mette tutta per diventare un buon genitore, e tifa per lui. Tuttavia, il pubblico è contemporaneamente esposto al fascino tragico del giovane Gregory Smith, l’interprete di Ephram. Gli autori dichiarano di aver costruito il personaggio come un principe nero, un giovane Amleto cui Smith presta una maschera tragica indimenticabile. Il ragazzo ha un fascino magnetico; è il rovello fatto a persona; diafano, è come se ogni primo piano lo fotografasse con gli occhi ancora umidi di un pianto disperato. L’effetto è acuito dal fatto che il suo genitore, per oculata scelta di casting, è l’esatto opposto, dato che Treat Williams (l’interprete del dottor Brown), barbuto e in abiti da boscaiolo, sguardo da orso buono e fisico aitante, è il ritratto della vita sana di montagna: sembra uscito da una pubblicità della Timberland. 

Il significato della serie si gioca tutta nel progressivo recupero del rapporto tra i due protagonisti. A poco a poco il principe nero perdonerà il padre e capirà che ciò che li unisce è assai più di quanto li divide. E fino a qui, tutto bene. Il telefilm potrebbe essere anche oro: forse non oro zecchino, viste le troppo numerose litigate sopra il rigo, comunque una produzione ascrivibile al tentativo di rinsaldare con un’iniezione di dramma il genere familiare. Everwood, però, non è solo questo. E’ anche una serie di inconsueta forza pedagogica, considerato il fatto che essa poggia  sulla figura di un padre il quale via via si impegna, si interroga e alla fine si dà risposte sul tipo di educazione da dare ai figli ritrovati. La serie, cioè, ha un personaggio costruito per agganciare il pubblico in un ragionamento morale e per portarlo, lungo il racconto, a determinate conclusioni. Ora, queste conclusioni, e tutta la pedagogia di Everwood, sono di stampo iper liberal.

La terza puntata della serie, per esempio, è già tutta un programma. Nina, la summenzionata vicina di casa dei Brown, sta per partorire e chiede al protagonista neurochirurgo di seguirla negli ultimi giorni, fino al parto. Lo informa anche che trattasi di una maternità su commissione: di un caso, cioè, di utero in affitto. Il marito di Nina gira gli States per vendere software ed è lontano otto mesi all’anno. La donna ha perciò pensato bene di fare una buona azione che le fruttasse anche un po’di quattrini in vista di un più stabile futuro per il suo matrimonio: grazie alla tecnica, si è fatta ingravidare per conto terzi. Le immagini rivelano che la destinataria di quello che il dottor Brown definisce “un grande regalo”, vale a dire la single che ha affittato il ventre di Nina, sarà, con tutta evidenza, una mamma-nonna incanutita. Ebbene, durante l’episodio, il medico di Manhattan si fa paladino della scelta di Nina e, levandosi in mezzo alla affollata tavola calda di Everwood, a spada tratta, perora la bontà della causa della sua paziente. Le riserve morali dei numerosi astanti, figli di una cultura tradizionale di montagna, subiscono l’urto retorico dello scienziato che inneggia alla procreazione secondo progresso e al relativismo etico. Il finale di puntata torna sulla delicata questione con un intenso confronto tra padre e figlio: il giovane Ephram, da par suo, obietta al padre che tutta la vicenda è inaccettabile, ma il genitore lo sbaraglia ricordandogli che, nonostante gli anni, quella donna potrebbe godere più a lungo del figlio di quanto non sia accaduto alla sua defunta madre.

Un altro buon esempio è la quarta puntata, in cui il nostro dottore si trova a fronteggiare un epidemia al liceo di Everwood: gonorrea alla gola. Anche in questa vertenza il protagonista si lancia in una battaglia di “modernizzazione”: sesso sicuro per i quindicenni.

Di esempi come questi nel telefilm se ne trovano tanti: dal reverendo che, durante la predica, dopo aver annunciato il suo divorzio dalla moglie, asserisce che tanto ciò che conta è l’affetto della comunità, ai vecchietti della casa di riposo di Everwood che mendicano Viagra al dottor Brown.

Dietro la maggior parte delle serie statunitensi c’è una consapevole ideologia relativistica. Ne sono animati soprattutto gli autori di titoli pensati per il target giovanile. Uno di questi è proprio il creatore di Everwood,  Greg Berlanti. Stimato dalla comunità omosessuale americana per il suo film Il club dei cuori infranti, fu notato per questo da Kevin Williamson che lo chiamò al suo fianco nello staff di Dawson’s Creek, serie di culto, ispirata ad un sessocentrismo piuttosto morboso. Approdato con Everwood al genere familiare sul canale della Warner, Berlanti ne ha fatto un cavallo di Troia per le sue tesi radicali. In un’intervista rilasciata nell’ottobre del 2002 al newsmagazine omosessuale The Advocate, Berlanti, quasi sentendo di doversi giustificare per essersi buttato in uno show per famiglie, spiega che “è importante piazzare una voce nella comunità televisiva” e che in Everwoodil rapporto tra la famiglia Brown e la cittadina di montagna è pensato come quello tra un nucleo domestico gay e il resto del villaggio, in modo che quest’ultimo, a poco a poco, si trasformi in una famiglia estesa.

Può accadere che un telefilm, affinché le reti televisive acquistino il titolo senza remore, presenti un episodio di apertura (in gergo, il “pilot”) ideologicamente prudente, salvo poi, appena più in là nella stagione, dare fuoco alle micce della contro cultura. Everwood è una serie engagée di questo tipo. 

  

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ONE TREE HILL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/12/2011 - 21:58
Titolo Originale: ONE TREE HILL
Paese: USA
Anno: 2006
Produzione: dal 2005 su Rai2
Valutazioni

 

 

 La morale sportiva di One Tree Hill.

 

Nella provincia della North Carolina il basket riunisce i destini di due fratellastri che fino al liceo si sono accuratamente evitati. L’uno è Lucas Scott, nato da un errore di gioventù del padre Dan, ex cestista di belle speranze, che a suo tempo lo ha abbandonato per non mettere a repentaglio il proprio futuro da atleta al college. L’altro è Nathan, il figlio accettato, su cui Dan ha puntato tutto, una volta svaniti i suoi sogni di affermazione sportiva. Nathan è stato cresciuto da Dan a pane e basket, con metodo inflessibile – roba da fare impallidire Arrigo Sacchi – ed è l’arrogante star della squadra liceale dei Ravens, il vanto della cittadina di Tree Hill. Lucas, invece, è cresciuto con la madre, in ambiente modesto, ma più salutare, meno arrivista. Unico suo cruccio, il padre traditore e l’incomodo di poterlo incrociare per le vie di Tree Hill.

Tutto comincia quando l’allenatore dei Raven, una specie di Nereo Rocco all’americana, scopre su un play ground di periferia che anche Lucas è un campioncino, di più, è una sorta di Roberto Baggio del canestro, e lo chiama in squadra. È la scintilla che accende la Santa Barbara della serie per adolescenti One Tree Hill,  su Raidue, all’interno di una striscia di tre telefilm Usa indirizzati allo stesso target.

Lucas se la dovrà vedere con i compagni della “Tree Hill bene” che non lo vogliono nel team; con il fratellastro che, sentendo insidiate leadership nel team e fidanzata, gli organizza agguati; soprattutto se la vedrà con il padre che, inspiegabilmente, ritrovandosi per le mani, oltre a un Del Piero, anche un Baggio, non pensa che, invece di farsi cattivo sangue contro uno dei due, potrebbe raddoppiare le probabilità di realizzare la sua ossessione di piazzare un figlio nei Chicago Bulls.

Nonostante gli agonismi sul parquet della scuola superiore – lo spettatore assiste ad azioni da NBA, grazie a una regia strepitosa che esalta scarpe e magliette della Nike, come in uno spot girato ad alto budget – One Tree Hill resta, purtroppo, un prodotto dell’ultima generazione di telefilm per ragazzi. In maggio il Corrieretitolava a tutta pagina che le serie americane (nell’ultimo anno, incremento del 7% sui palinsesti italiani) sono il romanzo di formazione dei ragazzi di oggi. E’ una balla: sono una soap di deformazione. Si prenda la nostra O.T.H.: il potenziale di valori dell’argomento sportivo è ridotto a un escamotage, un’esca per attirare lo sfuggente pubblico adolescente maschile in una matassa familiare da inverosimile romanzo di appendice, matassa in cui le adolescenti sono già ben bene avviluppate. L’idea dello sport come palestra di vita, in cui le vittorie e le sconfitte levigano il carattere per farne brillare il meglio, si riduce ad una retorica del non arrendersi che condisce relazioni familiari intricate, verginità in bilico, pendolarismi sentimentali tra pon pon girls non del tutto perdute e ragazze di sani e flessibili principi.

Il pivot che detta il gioco al telefilm è, naturalmente, il Baggio di cui sopra: il personaggio di Lucas. E’ una miscela perfetta per suscitare fantasie romantiche nelle telespettatrici under 20. Dire che l’interprete del personaggio, Chad Michael Murray, è bello, è restare sul generico, cerco perciò di dettagliare. Lo sguardo di Lucas/Murray ha quel giusto che di miopia affinché il giovane appaia, allo stesso tempo, sognatore e precoce scrutatore dell’animo umano. L’aspetto nordico è vagamente androgino, acerbo, il che entra in coinvolgente attrito con il fisico da ragazzone, cui la regia occhieggia nei fumi dello spogliatoio. I capelli biondo cenere spettinati corti, tirati diritti con il gel in tutte le direzioni, sono da cantate di boy band. I modi sono pacati, dimessi, restii all’aggressività: un cucciolo perseguitato dal suo destino da feuilleton. E poi, decisivo, il personaggio ama la poesia e parla come un profeta.

Prendete questo dialogo conflittuale tra Lucas e l’allenatore che fatica a convincerlo ad entrare nella squadra. Il coach magnifica al ragazzo la palestra deserta che per lui è come una casa, di più: “è come una chiesa”, dato che anche lì, nell’agone, si prega. Lucas ne segue il discorso con scettica miopia, quindi, laconico, fredda così l’esperto trainer che si era illuso di essersi speso in vita sua per una giusta causa: “Chi prega qui dentro perde tempo, Dio non guarda lo sport”. Prendete anche i finali, in cui la voce di Lucas, messo da parte Dio, chiosa le storie di puntata all’insegna di una morale dell’autorealizzazione da attimo fuggente, tanto intensa, quanto politicamente corretta (cioè aperta a trecentosessanta gradi). Eccone un esempio: “C’è nelle cose umane una marea che, colta nel flusso, conduce alla fortuna, ma perduta, l’intero viaggio della nostra vita si arena sui fondali di miseria. Ora noi navighiamo in un mare aperto: dobbiamo dunque prendere la corrente finché è a favore, oppure, fallire l’impresa avanti a noi”.

Le personalità assemblate con successo per catalizzare le fantasie del pubblico si chiamano archetipi. In altre serie commentate in questa rubrica abbiamo incontrato l’archetipo del “piccolo Schopenhauer” (il protagonista di Dawson’s Creek) e quello dello “pseudoribelle”  (il protagonista di The O.C.). One Tree Hill, che attinge a piene mani ai successi appena citati, ibrida tra loro i due modelli  e intinge la mescola così ottenuta in una glassa atletica: nel mito del campione solitario che vince la sua insicurezza e finisce per trascinare tutta la squadra. E’ un mix accattivante, ma ha ancora poco a che fare con una storia di formazione.             

Per gentile concessione di Studi Cattolici

  

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LICEALI 3

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/30/2011 - 19:02
Titolo Originale: Liceali 3
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Francesco Miccichè
Sceneggiatura: Antonio Cecchi, Maria Carmela Cicinnati, Emanuela del Monaco
Produzione: TAODUE FILM
Durata: Su Canale 5 per 8 puntate dal 18 maggio 2011
Interpreti: Massimo Poggio, Christiane Filangieri, Ivano Marescotti, Lucia Ocone, Marco Bonini, Chiara Gensini, Giulia Eletta Gorietti, Virgilia Valsecchi

Il professore di matematica Enea Pannone fa la conoscenza di Francesca Strada, la nuova insegnante di lettere, che sta attraversando un periodo di crisi con suo marito. Cavicchioli è diventato preside e trama di cedere un'ala del liceo alla Provincia per pareggiare i costi dell'istituto. Il giovane Lorenzo è conteso fra Alice e Camilla; quest'ultima viene ingiustamente accusata di aver fumato uno spinello e viene allontanato dal padre dalla scuola. Il piccolo ma simpatico Mario è invece innamorato di Chiara, ma questa se la intende con Vasco, che si vanta di essere un seduttore irrsistibile..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A parte pochi spunti interessanti sul tema dell'educazione, il film spinge nella direzione di una visione consumistica del sesso
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di alcune situazioni scabrose
Giudizio Artistico 
 
Sceneggiato costruito a tavolino, organizzato su fatti e personaggi atti a stimolare interesse e curiosità anche morbosa su tematiche già sfruttate dalla ormai vasta produzione di opere adolescenziali
Testo Breve:

Con una narrazione leggera che cerca di divertire e di incuriosire con storie morbose improntate al consumismo sessuale, il serial evita di affrontare temi più seri sull'educazione dei giovani: la costruzione di una coscienza critica sul mondo in cui viviamo e la loro maturazione tramite valori condivisi

 La serie I liceali, iniziata nel 2008 e prodotta da TaoDue, è arrivata su Canale 5 alla sua terza stagione in prossimità delle ferie estive 2011; non c'è da stupirsi quindi che gli ascolti siano bassi.
Più che di una terza stagione si tratta di  una ripartenza: ci troviamo sempre al liceo Colonna (le riprese sono state fatte nel liceo classico Mamiani di Roma) ma ora l'attenzione si sposta dai diciottenni della terza ai  sedicenni del primo anno; non ci sono più il professor Cicerino (Giorgio Tirabassi) e la professoressa Enrica Sabatini (Claudia Pandolfi) ma i nuovi riferimenti sono il professore di matematica Enea Pannone (Massimo Poggio) e  la nuova insegnante di lettere, Francesca Strada (Christiane Filangieri ).

E' bello e importante che attraverso film o serial televisivi si ricerchi di aprire una finestra sul mondo delle scuole superiori: si tratta di un microcosmo che si rinnova rapidamente con il subentrare delle nuove generazioni e coinvolge una serie di tematiche che vanno da quello dei rapporti fra professori e studenti, fra genitori e -figli, fra compagne e compagni di scuola ai  delicati temi del crescere e dell’educare.

Ma una serie come i liceali ed in particolare i Liceali 3 ne sono uno specchio valido?

La nostra risposta è negativa. Tranne alcune eccezioni che poi vedremo, la terza stagione ha tutta l'aria di esser stata costruita a tavolino in modo da distribuire equamente gli accadimenti fra le varie puntate presi da un ormai abusato repertorio tratto dalla più recente produzione di film per adolescenti.. Cosa può tenere alta l'attenzione dello spettatore (e spesso stimolare la sua curiosità morbosa?): inevitabilmente gli amori contrastati che si sviluppano lungo le varie puntate (Pannone verso la professoressa Scala che si sente ancora legata al marito, Mario verso Chiara che invece se la intende con Vasco, Alice e Camilla che si contendono Lorenzo). A queste tematiche trasversali se ne aggiungono altre che nascono e si chiudono all’interno di ogni singola puntata e che servono a tenere alta la curiosità.

Ecco la madre di Alessandro che accetta la corte e va a letto con un compagno di scuola di suo figlio: situazione assurda quanto pessimamente raccontata (quali sono le motivazioni, perché questa donna con un marito spesso assente ma fedele, decide di concedersi questa parentesi puramente sessuale?). Nella quinta puntata arrivano le finlandesi ed ecco che il vento del nord disinibito fa scatenare  in Susanna le suggestioni di  un amore lesbico. Ci sono delle motivazioni per questo comportamento visto che un attimo prima si sentiva innamorata di Jamal? Nessuna: in piena coerenza con la dottrina dei gender, la sessualità non è vista nella sua funzione naturale né ci si pone un problema di coerenza con il proprio corpo:  ognuno deve scoprire la propria "vocazione" e Susanna lo fa "in modo scientifico": prova a baciare appassionatamente Jamal per vedere se riesce a provare le stesse sensazioni (vi è una scena pressoché identica nel serial televisivo americano Glee: anche in quel caso alcuni protagonisti erano in cerca della loro vocazione sessuale).

La settima puntata è dedicata all'immancabile gita scolastica; rituale irrinunciabile di approfondimento delle conoscenze fra gli studenti, in un certo qual modo simmetrico al ballo di fine corso delle high school americane, come tanti film e serial TV d’oltreoceano ci hanno insegnato.  
Come era già successo in una puntata analoga della prima stagione, la gita di primavera, più che un evento culturale, diventa l'occasione, sia per studenti che per professori, di concretizzare le relazioni che nel frattempo sono sbocciate andando a letto.

I Liceali 3, così come le due precedenti stagioni, presentano una caratteristica di fondo: vengono raccontati fatti, anche situazioni morbose, nell'ottica del tutto scorre senza che vi siano riferimenti o regole da rispettare  e i vari protagonisti si muovono sotto la spinta di pulsioni istintive, senza che possa esser condivisa alcuna verità se non quella di cercare di voler essere  ciò che si desidera essere.

Il tema dell'educazione, il tema profondo della maturazione attraverso la trasmissione di valori,  della costruzione di una forte capacità critica sul mondo che ci circonda, è praticamente assente. Enea Pannone, il professore più vicino ai ragazzi, è semplicemente un amico-professore, che li ascolta e li asseconda senza giudicare. Comprensivo e umano sì, ma non ha particolari valori da trasmettere.

Nel quarto episodio, "diventa ciò che sei", Mia si infatua del professore d'arte, pende dalle sue labbra durante le  lezioni, inizia una drastica cura dimagrante e gli invia bigliettini amorosi. Il professore, in uno dei pochi episodi che vale la pena menzionare, fa la cosa giusta: invita Mia a casa sua. Lei ha così modo di conoscere la sua semplice casa, la moglie e i due figli, il modesto  scantinato dove continua a coltivare l’hobby della  pittura, quello che lei aveva scambiato per un talento folgorante.

Nel consiglio dei professori che fa seguito all’episodio di Mia, fanno capolino le uniche osservazioni giuste sul mestiere dell’educatore: la scuola vista come unico contesto dove i ragazzi possono acquisire una capacità di critica nei confronti di una società che tende solo a uniformarli su modelli precostituiti; una scuola dove possano imparare a ragionare con la propria testa e a cercare di diventare ciò che è giusto essere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Canale 5
Data Trasmissione: Mercoledì, 6. Luglio 2011 - 21:00


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GLEE Seconda Stagione

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/25/2011 - 20:18
Titolo Originale: GLEE 2
Paese: USA
Anno: 2009
Sceneggiatura: Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan
Produzione: 20th Century Fox
Durata: Su Fox Italia dal 2 dicembre 2010
Interpreti: Matthew James Morrison, Jane Lynch, Jayma Suzette Mays, Christopher Paul “Cris” Colfer, Lea Michele Sarfati

Un gruppo di ragazzi, stimolati dal loro insegnante William Schuester hanno dato vita a Le nuove direzioni, un complesso di canto e ballo che si riunisce settimanalmente al Glee Club per prepararsi alle gare regionali ma anche per esercitare una forma di terapia collettiva: il canto e il ballo sono mezzi per esternare le ansie e le gioie che di puntata in puntata coinvolgono il singolo ragazzo o tutto il gruppo. L’insegnante Will che ha divorziato dalla moglie ha una passione segreta per Emma ma non disdegna la supplente Holly; Rachel, figlia con due padri come genitori, vuole stare con Finn anche se lui ama ancora Quinn; Kurt ha fatto outing come gay ma viene continuamente deriso e perseguitato da Karofsky che a sua volta rivela tendenze omosessuali; Santana e Briatny non disdegnano i ragazzi ma si sentono attratte l’una verso l’altra…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial è espressione compiuta di una società post-cristiana basata sull’individualismo. I suoi punti cardine sono l’applicazione della teoria dei gender, una sessualità svincolata dalla sua funzione procreativa, un forte ateismo, la ricerca di realizzare e compiacere se stessi come valore assoluto, incapaci di porsi grandi ideali e progetti da condividere con gli altri
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio spesso esplicito
Giudizio Artistico 
 
Buona realizzazione delle parti cantate ma i protagonisti sono congelati nella loro tipizzazione, non manifestano alcuna evoluzione né maturazione
Testo Breve:

Sulla falsariga di High Scholl Music, Glee si rivolge a un pubblico di adolescenti ambientando la storia in una High School e cercando di attirarli con molti parti cantate e ballate. L’autore Ryan Murphy, lo stesso di Nip/Tuck, ne approfitta per comunicare la sua adesione alla teoria dei gender, ad una sessualità svincolata dalla sua funzione procreativa, ad un ateismo a prova di dubbio. Storie di giovani che non conoscono il vero amore e che non sanno crescere. 

Il serial televisivo Glee (ci limitiamo qui ad analizzare la stagione 2) è l’espressione compiuta di una società post-cristiana basata sull’individualismo.

Arrivato alla sua seconda stagione (la terza è prossima all’uscita) Glee è ambientato in una ipotetica High School dell’Ohio: un gruppo di ragazzi, stimolati dal loro insegnante Will Schuester hanno dato vita a Le nuove direzioni, un complesso di canto e ballo che si riunisce al Glee Club per prepararsi alle gare regionali ma anche per esercitare una forma di terapia collettiva: il canto e il ballo sono mezzi per esternare le ansie e le gioie che di puntata in puntata coinvolgono il  singolo ragazzo o  tutto il gruppo.

Il serial è stato confezionato  in modo particolarmente gradevole, molte sono le canzoni famose che vengono cantate ad ogni puntata mentre  i ragazzi del club intrecciano relazioni, sviluppano invidie ma anche solidarietà; il mondo degli adulti non è da meno e accanto a conflitti professionali assistiamo a nuovi amori ma anche a forme di insicurezza e schizofrenie.

All’interno di questa gradevole confezione, puntata dopo puntata, l’ideatore, Ryan Murphy, lo stesso di Nip/Tuck, si prende tutto lo spazio necessario per esternare  le sue teorie antropologiche, sociali,  il suo ateismo.

L’esercizio della sessualità risulta inevitabilmente uno dei temi predominanti fra questi adolescenti.  Secondo Murphy è una componente della persona che fluttua libera, svincolata dalla sua funzione procreativa, esercitata per semplice simpatia (in tutte le direzioni possibili) e prevalentemente per soddisfare se stessi (odioso è l’episodio in cui Brittany va a letto con Artie, un ragazzo sulla sedia a rotelle, semplicemente perché vuole convincerlo a cantare con lei).

Non c’ è amore fra i protagonisti, non viene costruito né cercato. Altri serial del genere adolescenziale, come High School Musical o Orange Country, molto più realisticamente, raccontavano di amori che a poco a poco, fra varie prove ed ostacoli, riuscivano a costituirsi saldamente.

Nella puntata dedicata alle tematiche sessuali (episodio 15: sex)  sono messe a confronto la  supplente Holly  (Gwyneth Paltrow) che si occupa di  spiegare ai ragazzi e alle ragazze come si usa il preservativo e altri istruzioni di educazione sessuale, con l’insegnante  Emma che vuole invece farsi promotrice di un club della castità. Il finale è scontato: si scopre che Emma è una frigida che non ha avuto rapporti neanche con suo marito e Holly ha modo di sentenziare che “parlare di castità ai ragazzi è come proporre ai leoni una dieta vegetariana” e conclude tacciando Emma di essere una Papa-girl.

Perfettamente coerente con questa visione è l’esplicito sostegno da parte dell’autore alla cultura del gender. Indubbiamente l’adolescenza è un momento delicato da questo punto di vista, si  possono determinare delle incertezze di comportamento: il serial enfatizza il fatto che è questo il momento in cui ogni ragazzo e ogni ragazza deve trovare la sua “vocazione”.

Significativo è l’episodio 14 (Per un bicchiere di troppo): Rachel è interessata a Blaine che fino a quel momento aveva ritenuto di essere un omosessuale: ha infatti una discussione con Kurt, altro ragazzo omosessuale, che si mostra scettico rispetto alle sue dichiarazioni: “mi sento alla ricerca. Vorrei tanto sapere chi sono”. Rachel bacia Blaine ma quest’ultimo la ringrazia per aver definitivamente scoperto di essere gay; anche Rachel è lieta per averlo portato a trovare la sua vera inclinazione.

Fra i 12 adolescenti protagonisti della serie, ben 6  sono omosessuali o bisessuali o incerti: si tratta di numeri completamente lontani da qualsiasi riferimento reale.

Altra preoccupazione dell’autore è evitare che i ragazzi possano coltivare qualsiasi forma di sentimento religioso.

Il tema è trattato nell’episodio 3 (Santo panino) . Anche in questo caso viene costruito un contrasto: da una parte c’è  Finn, il ragazzo più ingenuo della compagnia, che crede di vedere l’immagine di Gesù sulla superfice bruciacchiata di un toast e per questo inizia a pregarlo chiedendogli dei favori che effettivamente vengono esauriti; dall’altra c’è Kurt, il ragazzo omosessuale che rifiuta le preghiere che gli altri ragazzi stanno offrendo per suo padre malato.  “Non ha senso credere in un Dio – dice Kurt -che mi fa nascere gay e poi  manda in giro i suoi seguaci a dirmi che l’ho scelto io. Come se qualcuno scegliesse volontariamente di essere preso in giro tutti i giorni della sua vita”. Anche l’insegnante Sue confessa di aver pregato molto Dio perché guarisse sua sorella con la sindrome di down ma poi aveva capito che dall’altra parte non c’era nessuno che l’ascoltava. “E’ crudele – conclude - dire a uno che in tutta coscienza non riesce a credere, che finirà per andare  all’inferno”. La fine della puntata è prevedibile: Finn scopre che gli eventi “miracolosi” sono strati in realtà fortuiti e finisce per mangiarsi il suo “santo” panino.

E’ strano come un serial preparato così professionalmente esprima delle obiezioni alla fede così grossolane  e ipotizzi una religione basata sul “tanto prego, tanto mi devi dare”: l’autore avrà pensato di trovarsi di fronte a persone a digiuno di qualsiasi riflessione religiosa quanto lui.

Il serial presta una particolare attenzione agli handicappati, ai discriminati, ai diversi, in particolare alle persecuzioni a cui sono soggetti gli omosessuali, mostrando sensibilità e solidarietà. Tutto ciò costituisce un aspetto positivo del racconto ma il modo in cui si accettano tutti in tutte le condizioni, se è motivato dal sostanziale rispetto dovuto a ognuno, al contempo resta appiattito dalla visione individualista che pervade tutta la serie, dalla non esistenza  di una verità che possiamo condividere.

Alla fine il serial presenta il mondo degli adolescenti in modo poco realistico: manca la tensione verso il futuro, la visione progettuale, fatta sì di preoccupazione e di incertezze, ma anche di slanci e di entusiasmi verso grandi mete. Ogni protagonista di Glee resta bloccato in un presente che si perpetua, manca il divenire, manca il maturare: lo sforzo di essere solo se stessi ora, in questo momento, blocca la spinta per cercare di migliorarsi. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON SMETTERE DI SOGNARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/13/2011 - 22:18
Titolo Originale: NON SMETTERE DI SOGNARE
Paese: Italia
Anno: 2011
Regia: Roberto Burchielli
Produzione: RTI
Durata: 8 puntate su Canale 5 a partire dal 16 marzo 2011
Interpreti: Katy Saunders, Giuliana De Sio, Luca Ward, Roberto Farnesi,

Giorgia vive a Milano, con sua madre e il suo fratello più piccolo. Per sbarcare il lunario è costretta a fare la donna delle pulizie perchè il padre, musicista famoso, li ha abbandonati per inseguire il suo successo in America. Giorgia è appassionata di danza e accetta di far parte del cast di uno show televisivo che ha l'obiettivo di fare emergere giovani talenti nel canto e nel ballo. Giorgia attira l'interesse affettuoso di Lorenzo, il giovane produttore della serie e ciò provoca il risentimento di Valeria, una compagna di danza che inizia a tramare contro di lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una favola su giovani in cerca di successo in un talent show ricalca lo "stile Moccia": un romanticisismo che poggia su un sentimentalismo immaturo e non progettuale
Pubblico 
Adolescenti
Nessuna scena controindicata ma disinvoltura nelle relazioni affettive
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura è completamente banale e prevedibile: si salvano le sequenze di ballo e canto
Testo Breve:

A metà strada fra la serie Amici di Maria de Filippi  e i film romantico-adolescenziali di Federico Moccia, questo serial Televisivo dalla trama banalisima punta sulla spettacolarità delle coreografie e su delle buone canzoni. Prevale un sentimentalismo astratto che si limita allo "star bene insieme" senza una visione progettuale

 La tecnica è questa: si prende un po' dal talent show Amici di Maria de Filippi, si punta sul mito  "l'importante è apparire" del Il Grande Fratello, si garantisce la gradevolezza della visione con canti e balli compiuti da prestanti ragazze e ragazzi (attenzione: nelle scene di ballo più impegnative il volto delle protagoniste è sempre coperto da lunghi capelli   sciolti per poter esser sostituite da  ballerine professioniste) ma sopratutto si inietta una dose massiccia di sentimentalismo mocciano e il gioco è fatto.  Il gioco è fatto sul serio, perché le puntate del serial televisivo si sono attestate su un buon indice di ascolto, intorno ai 4-5 milioni di telespettatori.
Il fatto che sia un'operazione costruita a tavolino è evidente dalle storie stesse che si muovono in parallelo, già viste tante volte: Giorgia è alla ricerca di suo padre, che ha abbandonato la famiglia quando lei era piccola mentre Luca, il direttore artistico, da perfetto pigmalione le promette che se seguirà i suoi consigli la farà diventare una stella di prima grandezza; Simone è un ragazzo che vive in libertà vigilata e cerca di riscattarsi partecipando al talent show: Bianca si sente ingannata perché scopre che Massi, il ragazzo di cui è innamorata è in realtà figlio di un padre ricchissimo che ha dichiarato che "questo matrimonio non s'ha da fare" ed è cattivo quanto cattivo non si potrebbe;  Max vive per il ballo ma si accorge di avere problemi di cuore; un'altra coppia di ballerini si accorge di aspettare un figlio...ma tutte queste ovvietà incidono poco sulla credibilità del lavoro: lo spettacolo va avanti per la simpatia dei protagonisti, le buone scenografie e l'efficacia delle canzoni.

Ciò che più impressiona in lavori di questo genere è quanto il moccismo abbia fatto strada ed abbia in qualche modo standardizzato la rappresentazione del mondo giovanile. C'è l'impronta indiretta di Federico Moccia nel non voler affrontare con realismo lo spaccato di un gruppo di giovani in cerca di amore e del loro futuro: il racconto ha i connotati della favola, di un mondo come i giovani, quelli che si identificano con le ispirazioni dei protagonisti, vorrebbero che fosse.
Alltri  elementi caratteristici sono la prevalenza dei personaggi femminili (una scena, che ormai costituisce la "firma" per questo tipo di lavoro e che appare in tanti film di Moccia come in questo serial TV è quella in cui una ragazza si prova allo specchio una serie di vestiti, cercando ciò che corrisponde alla sua personalità) ma sopratutto è il modo con cui l'amore uomo-donna viene inteso.
Si tratta di amore-infatuazione quello che investe Giorgia,  un sentimentalismo che scaturisce da un'intesa (che si concretizza in rapporti sessuali) che si appaga nello "stare bene insieme", senza alcuna componente progettuale. Il matrimonio  è fuori della portata di queste relazioni, ancor meno quella di costituire una famiglia con figli. Non si tratta tanto di "adolescenza prolungata" come denunciato in film precedenti come nell'ormai classico L'ultimo bacio   di Gabriele Muccino ma di una condizione stabile di donne e uomini che per vari motivi, primo fra tutti quello professionale, intendono restare singoli, senza fondersi in un'unione stabile: una forma di "amicizia sessuata" o come canta Alanis Morissette in Head over Feet friendship with benefits.

 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Canale 5
Data Trasmissione: Mercoledì, 4. Maggio 2011 - 21:10


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