Serial TV

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PICCOLI GENI (S1)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/10/2020 - 18:45
 
Titolo Originale: Brainchild
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Adam 'Tex' Davis
Sceneggiatura: Adam 'Tex' Davis
Produzione: Atomic Entertainment
Durata: 13 episodi di 25' su Netflix
Interpreti: Sahana Srinivasan, Alie Ward

Fin dove c’è la vita in fondo all’oceano? Ci sono dei pianeti che potrebbero ospitare esseri simili a noi? L’immagine dei più importanti influencer dei social media, è reale o costruita? Siamo noi che controlliamo le emozioni? A queste e ad altre domande è pronta a rispondere Piccoli Geni, serie tv originale Netflix per bambini e adolescenti. Piccoli Geni, Brainchild in lingua originale, è una serie che presenta la scienza ai ragazzi spiegandola attraverso episodi della vita di tutti i giorni, in modo semplice e familiare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si tratta di una buona forma di istruzione per quel che riguarda le materie scientifiche ma nelle lezioni dove vengono analizzati aspetti del comportamento, l’uomo viene analizzato come se fosse un puro meccanismo, quindi senza alcun impegno a formarsi un carattere e a coltivare le virtù
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida sequenza di un uomo nudo nella puntata sui sogni, che ha generato una serie di commenti negativi da parte di alcuni genitori americani
Giudizio Artistico 
 
Un format molto indovinato, divertente e stimolante, rivolto a ragazzi delle elementari e delle medie. Buone le lezioni sulla scienza, meno quelle sulla psicologia
Testo Breve:

Se avete delle curiosità sulla profondità dello spazio e dell’oceano, sulle forze gravitazionali e magnetiche, questa serie di lezioni risulta particolarmente divertente e stimolante per ragazzi delle elementari e del liceo. Meno efficaci le lezioni sulla psicologia umana.

Sappiamo che Netflix ha puntato molto, negli ultimi tempi, a realizzare serial rivolti agli adolescenti ed ora sembra aprirsi anche alla categoria dei ragazzi nella fascia scuole elementari e medie (forse si prepara a rispondere alla Disney che sta per lanciare Disney Plus,  la sua piattaforma streaming).

Piccoli geni (in originale Brainchild) è un contenitore che si annuncia molto aperto (nella prima stagione, in 13 episodi, parla molto di scienza della natura, ma anche di comportamenti umani e perfino di sociologia).

Il suo format è molto accattivante e particolarmente adatto all’audience target: cerca di stupire e divertire, coinvolgendo spesso dei ragazzi in  esperimenti  che assumono l’aspetto di un gioco. Gli stessi spettatori vengono stimolati con dei quiz ai quali  bisogna rispondere in pochi secondi. Contribuiscono alla scorrevolezza del programma due donne (questa scelta è stata applaudita da molti critici, perché spesso si presuppone che per  la scienza ci sia un interesse preminentemente maschile)  particolarmente frizzanti: la conduttrice  Sahana Srinivasan di 22  anni e Alie Ward, definita nella serie “l’amica della scienza”.

Un altro aspetto di contorno ma non da trascurare è che nel progranma vengono coinvolti  ragazzi e ragazze di tutte le razze.  La serie eccelle, a nostro avviso, nei capitoli scientifici: in quello sullo spazio, rende bene il senso della sue  dimensione (è inclusa una simpatica intervista agli astronauti che stanno ruotando intorno alla terra sulla piattaforma spaziale) e quello sugli oceani dove si spiega molto bene come vivano  specie di pesci che hanno saputo adattarsi a un ambiente sempre più ostile man mano che si va  in profondità. Interessante anche quello sui germi ma quando spiega che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di germi o che alla fine è meglio mangiare su una tazza del water piuttosto che sul tagliere di cucina o sullo schermo del nostro tablet, perchè è più libera da germi, temo che si finisca, più che educare, spaventare i più piccoli sulla onnipresenza di questi esserini. Dobbiamo porre qualche riserva  in altri capitoli più complessi come quello delle forze nascoste (gravità, magnetismo, elettricità) perchè se vengono resi bene, attraverso degli esercizi pratici, i loro effetti, l’amica della scienza, al momento di dare spiegazioni più scientifiche di questi fenomeni, presume delle conoscenze che non state date, come l’elettrone o l’atomo.

Il discorso cambia quando la serie affronta tematiche relative al comportamento umano (emozioni, creatività, motivazioni): in queste viene data prevalenza agli aspetti più fisici del nostro cervello (la sua struttura, la sua reazione a particolari stimoli) e si rischia di far prevalere la visione riduttiva  dell’uomo visto come una macchina. Viene meno il riconoscimento della complessità del nostro comportamento, la capacità di agire in base alle nostre più profonde convinzioni  maturate nell’arco della nostrra esistenza,  espressione della visione che abbiamo del mondo e di noi stessi.

Nel capitolo sulla creatività scopriamo che essa aumenta se noi muoviamo  velocemente gli occhi da destra a sinistra o se  ci scateniamo preliminarmente un in veloce ballo rap. Si tratta quindi di modesti trucchi per una creatività sulle piccole cose,  non si tratta della creatività di Leonardo da Vinci che deve comprendere come rendere il sorriso della Gioconda.

Sul tema delle motivazioni ancora una volta vengono presi ad esempio situazioni non complesse, in linea con l’età del potenziale spettatore: trovare la voglia di studiare, mettere a posto la propria stanza, recuperare punti in una partita di football. In questo caso le soluzioni non sono particolarmente innovative: trovare gli aspetti divertenti di ciò che si deve fare e puntare sulla buona retorica del coach per galvanizzare i componeneti della squadra. Risulta inoltre fuorviante e sgradevole la sequenza dove della ragazze e un loro genitore vengono ipnotizzati in modo che si possa far fare loro tutto quello che si vuole.

Potenzialmente interessante è anche il primo episodio dedicato ai socialmedia, con saggi consigli sull’importanza di considerarli separati dalla  vita reale e usarli solo come mezzi per restare informati. Anche in questo caso il tema viene troppo banalizzato quando mostra situazioni dove vuole dimostrare che molti appongono dei like  per puro”spirito del gregge”. E’ vero che spesso molti si adeguano alle preferenze della maggioranza ma ancora una volta questo succedere su temi poco rilevanti: è meglio ricordare ai ragazzi che ognuno di loro deve saper prendere posizione in modo autonomo e responsabile quando si tratta di scelte importanti.

In conclusione il format è particolarmente indovinato e accattivante per ragazzi e adolescenti per quel che riguarda tematiche scientifiche; è preferibile invece trascurare quegli episodi che trattano temi che toccano la psiciologia e la sociologia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATYPICAL (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/01/2020 - 17:29
Titolo Originale: Atypical
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Seth Gordon
Sceneggiatura: Robia Rashid
Produzione: Exhibit A, Weird Brain, Inc., Sony Pictures Television
Durata: 8 episodi di 26 minuti
Interpreti: Keir Gilchrist, Brigette Lundy-Paine, Jennifer Jason Leigh, Michael Rapapor

Sam frequenta il penultimo anno del liceo e ha la sindrome di Asperger: ha un buon rendimento scolastico ma ha problemi a relazionarsi con gli altri. Deve sempre chiedere delle spiegazioni perché non comprende come si debbano sviluppare le relazioni umane, anche se sente il desiderio di avere anche lui una ragazza. Si incontra settimanalmente con la psichiatra Julia e beneficia delle amorevoli attenzioni, anche se un po’ apprensive, della madre Elsa e del radioso ottimismo del padre Doug ma soprattutto ha il sostegno della sorella Casey che lo tratta per quello che è, un ragazzo fra gli altri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia resta unita e solidale nonostante le debolezze dei singoli che sono sempre pronti a chiedere perdono. Alcuni comportamenti leggeri in termini di sessualità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Linguaggio esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima costruzione dei caratteri dei componenti di una famiglia che interagiscono fra loro litigando, chiedendo perdono, manifestando affetto reciproco
Testo Breve:

Una famiglia che include un adolescente con la sindrome di Asperger affronta i problemi di ogni giorno, mai classificabili come normali, con solidarietà e qualche sbandamento

Nei film che pongono come protagonisti ragazzi o ragazze con delle particolarità, si sviluppano sempre due racconti in parallelo: quello del protagonista, che si impegna ad adeguarsi alla “normalità” e quello degli altri personaggi normodotati che si muovono intorno a lui.

Se in Ognuno è perfetto, recensito di recente, disponibile su Rayplay, i protagonisti sono realmente delle persone con la sindrome di Down, qui, a interpretare Sam è un attore (la stessa scelta adottata dal primissimo film sull’autismo, Rain Man del 1988, con un insuperabile Dustin Hoffman) e se nel film italiano le storie di contorno sono approssimative, il punto di forza di questo Atypical sta proprio nel modo con cui sono stati disegnati i personaggi, soprattutto i suoi familiari,  che si muovono intorno a Sam.

La madre Elsa ha abbandonato il mestiere di parrucchiera per dedicarsi al figlio e alla casa: prepara sempre squisiti pranzetti perché ama sentirsi apprezzata per questo; ama la stabilità e non gradisce i cambiamenti che avvengono intorno a lei, come la crescita dei figli che si stanno costruendo una vita fuori dalla famiglia e rischiano di svuotare il suo ruolo. Il padre è la roccia della casa (a parte un periodo di crisi, poi superato, quando era venuto a conoscenza della sindrome del figlio): di fronte ai problemi riesce sempre a trasmettere speranza e sicurezza e sa ascoltare tutti. C’è poi l’altra figlia Casey, anch’essa adolescente: il personaggio più riuscito, che da sola giustifica la visione della fiction. Con il suo atteggiamento ruvido e il look semplice tradisce la schiettezza dei propri sentimenti e il pudore di manifestarli. Stravede per suo fratello che tratta con simpatica ruvidezza ma è sempre al suo fianco per controllare che non venga mai ferito e non esita a dare un pugno a una collega che deride una compagna di scuola troppo grassa. Inizia a frequentare un ragazzo ma non ha fretta di compiere passi che non abbiano una piena motivazione. L’unità della famiglia è il valore a cui si appoggia e ci resta male quando il padre si è allontanato per sei mesi da casa e ancor più quando scoprirà che la madre si sta concedendo una distrazione.  

Riguardo a Sam è lui la voce narrante perché l’ideatrice Robia Rashid ha desiderato che noi spettatori ci mettessimo nella sua prospettiva. Scopriamo così il suo amore per l’Antartide: sa tutto sui pinguini, tanto che nelle situazioni di stress per calmarsi ripete i nomi delle quattro specie principali; va a scuola con le cuffie perché gli dà   fastidio il frastuono, è sempre sincero in modo disarmante e ciò non fa che creare continui problemi di relazione con gli altri. Alcuni recensori hanno criticato la scelta dell’autrice di aver impiegato per la figura di Sam un attore e non un ragazzo che avesse realmente la sindrome di Asperger: il problema è stato risolto nella seconda stagione, dove Sam si incontrerà con altri ragazzi (realmente) affetti da autismo.

A mio avviso però la figura di Sam ha un diverso movente letterario: lui ha tutto da imparare su come ci si comporta nel mondo: accetta continui consigli dal suo amico e mentore Zahid e dalla terapeuta Julia. Sam deve imparare come si approcciano le ragazze, quali sono le loro virtù che vanno cercate, quando si è sicuri di essersi innamorati, come vanno espresse le proprie affettuosità e ciò comporta l’impegno, da parte di Robia Rashid, di stilare, nelle risposte che danno le persone che gli stanno intorno, un breviario di filosofia di vita, un ABC dell’amore e delle relazioni umane. Una sorta di Candide di Voltaire per spiegare a un ragazzo che vive ottimisticamente della pura logica della sua mente, che le cose del mondo sono un po’ più complesse di quanto gli possano apparire.

Dopo tante teencom e teendrama recenti dove i genitori sono totalmente assenti, qui assistiamo a una madre che sollecita la figlia a tenere sempre la porta aperta quando ospita in camera il suo ragazzo e quando anche lei commetterà una debolezza, saprà accorgersi, sia pure in ritardo, che le persone non possono essere ingannate, né suo marito ma neanche il giovane che ha conosciuto e che vorrebbe una relazione più seria. Per converso il tema della sessualità degli adolescenti, visto dal fronte dei genitori, rientra nello standard seguito da tutti i prodotti narrativi mediatici di oggi: non ci sono collegamenti con la stabilità del matrimonio ma solo di “farlo nel momento in cui ci si sente pronti”.

La serie è disponibile su Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNUNO E' PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/31/2019 - 14:06
Titolo Originale: Ognuno è perfetto
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: Rai Fiction, Viola Film
Durata: 6 episodi di 50' su RaiPlay
Interpreti: Edoardo Leo, Cristiana Capotondi, Nicole Grimaudo, Gabriele Di Bello, Alice De Carlo, Lele Vannoli, Aldo Arturo Pavesi, Valentina Venturin, Matteo Dall'Armi, Piera Degli Esposti

Rick è un ragazzo con la sindrome di Down, che beneficia delle cure amorose della madre Alessia e del padre Ivan. Rick si annoia a fare quei finti tirocini che vengono tipicamente assegnati a una persona non normodotata e vuole un lavoro vero. Tramite un amico conosce Miriam, la proprietaria della rinomata fabbrica di cioccolato Antica Cioccolateria Abrate, che lo assume per lavorare nel reparto che confeziona scatole di cioccolatini. Questo reparto è costituito prevalentemente da persone con la sindrome di Down: la proprietaria dopo la morte di sua figlia, affetta dalla stessa sindrome, ha considerato come sua missione il prendersi cura di queste persone. Ivan accetta con un poco di apprensione questa nuova situazione, sia perché ora è solo a prendersi cura di Rick (la moglie Alessia, con la quale sta per separarsi, è partita per un viaggio con il suo nuovo fidanzato), sia perché il figlio gli ha comunicato che si è innamorato di Tina, che lavora nello stesso reparto e che hanno intenzione di sposarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il merito di rendere protagonisti e di far divertire un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down ma altri temi che riguardano gli adulti normodotati, in particolare il tema della fedeltà coniugale sono affrontati con superficialità secondo i più comuni stereotipi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film affronta aspetti della sessualità in condizioni particolari che i più piccoli non potrebbero capire
Giudizio Artistico 
 
Molto convincente la recitazione di Edoardo Leo e dei ragazzi speciali. La sceneggiatura si carica troppo di sottotrame poco verosimili
Testo Breve:

Nick ha 24 anni, la sindrome di Down, molta voglia di lavorare e di sposarsi. La storia divertente di un gruppo di ragazzi particolari e di un genitore che cerca affannosamente di mettersi sulla loro lunghezza d’onda

Bisogna riconoscere che non sono pochi i film che hanno come coprotagonisti persone con la sindrome di Down o comunque non normodotati. Solo per citare gli ultimi, l’italiano Dafne ci presenta una vulcanica ragazza con questa sindrome che, rimasta da sola con il padre anziano, riesce a dargli l’energia necessaria per andare avanti insieme.

Oppure lo spagnolo Non ci resta che vincere, dove partecipaiamo a uno scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro.

In questo serial trasmesso su RaiUno e ora disponibile su Raiplay, la crescita umana è del padre di Rick, che scopre che i problemi non si risolvono cercando di essere sempre prudenti e ragionevoli ma dando tutto se stesso, senza riserve, fino a entrare in quel mondo particolare in cui vive suo figlio. Rick e gli altri ragazzi raggiungono un altro tipo di conquista: quello di sentirsi utili socialmente e anche di poter esprimere i propri sentimenti, come il desiderio di sposarsi. Non vengono neanche trascurati nel serial tematiche concrete, come la gestione della sessualità e il desiderio di vivere in coppia. Se le scena baricentrica è proprio quella del matrimonio fra Rick e Tina, si mostra altrettanto chiaramente che i due possono vivere in una casa dove è presente sempre l’occhio vigile di un genitore (nel 2014 vi è svolto in Italia il matrimonio fra Mauro e Marta, il primo fra due persone con la sindrome di Down, regolarmente riconosciuto).

In genere, in questo tipo di film, è sempre in agguato il rischio dell’eccesso di cautela nei confronti di queste persone ritenute fragili: In Ognuno è perfetto succede il contrario:  la carta vincente sta proprio nel racconto delle avventure della squadra dei colleghi di lavoro di Nick, tutti ben caratterizzati (Christian, il gigante buono, Cedrini il caporeparto, Django, il pigro e svogliato, Giulia la romantica,) e sembra proprio che il film sia  stato fatto per loro, per farli divertire in questa storia fantasiosa e ricca di colpi di scena (incluso un avventuroso viaggio in Albania). Al contrario, riguardo alle vicende degli adulti normodotati, troviamo poca originalità e molte forzature. All’inizio della storia scopriamo che Ivan e Alessia stanno per divorziare ma il tema non viene approfondito: non si comprende come l’impegno a prendersi cura del loro figlio non li abbia portati a sentirsi indispensabili l’uno per l’altra. Appare eccessivo che Ivan venda la sua azienda per dedicarsi interamente al figlio; fumettistiche le vicende della madre di Tina, invischiata nei traffici della mafia del suo paese; troppo semplicistica la contrapposizione fra chi vuole salvare il reparto di packaging gestito da ragazzi non normodotati e chi vuole vendere la fabbrica a una società francese.

Ivan, in un momento di confidenza con suo figlio, che gli ha chiesto perché si vuole separare dalla mamma, sentenzia che “l’amore inizia e finisce quando lo vuole lui: non c’è una ragione”. Si tratta di una pessima definizione, in aperta contraddizione con un altro amore, quello che lui stesso riesce a esprimere nei confronti del figlio: in questo tutta la sua persona è fattivamente coinvolta (volontà, intelligenza, determinazione) in quello, secondo la sua ipotesi,  si è passivamente in balia di un sentimento che, come è arrivato, se ne può andare. “Ma allora è un capo!” commenta Rick che ha colto ironicamente l’assurdità della risposta.

Si può dire che alla fine, la reazione dello spettatore sia un po’ insolita: è contento che questi ragazzi e ragazze particolari abbiamo potuto esprimersi e divertirsi in questa specie di parco di divertimenti che è questo serial (succede un po’ di tutto) ma non è molto sicuro che, tra un sub-plot e l’altro, le problematiche di questi ragazzi siano emerse con adeguato realismo.

Il serial è disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/02/2019 - 14:19
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino, Paolo Marchesini, Mara Perbellini, Mauro Spinelli, Lea Marina Tafuri
Durata: 8 episodi di 45 minuti su Amazon Prime Video
Interpreti: Greta Ferro, Margherita Buy, Fiammetta Cicogna, Maurizio Lastrico, Sergio Albelli

Milano, 1974. Irene è figlia di immigrati meridionali (il padre lavora in fabbrica) e per mantenersi agli studi (la sua aspirazione è diventare giornalista) entra a far parte dello staff di Appeal, una rivista di moda. Gli anni ’70 sono un’epoca di grandi mutamenti nella moda, stilisti ora diventati famosi stavano facendo i loro primi passi convergendo su Milano. La ragazza viene subito apprezzata per la sua iniziativa: per lei la nuova moda è espressione di emancipazione femminile e anche la sua vita privata subisce uno scossone. Lascia il suo fidanzato storico e si immerge, ormai libera, nello scintillante mondo del fachion…:

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, educata sulle solide tradizioni di una famiglia meridionale, dimostra un disinvolto cambiamento di atteggiamento nella direzione di una libertà sessuale senza vincoli
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione di dipendenza dalla droga. Non ci sono nudità ma alcuni disinvolti comportamenti sessuali, sia etero che omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La fiction svolge molto bene il compito divulgativo di fare conoscere al grande pubblico l’entusiasmante storia della moda italiana, i personaggi principali sono ben allineati con alcune eccezioni
Testo Breve:

Negli anni ’70 nasceva a Milano la moda italiana che oggi conosciamo. La storia appassionante di quei grandi stilisti si incrocia con le vicende personali dei redattori di una rivista di moda, alcune ben tratteggiate, altre di meno

Walter Albini (ripreso a villa Necchi,  la più bella villa Liberty di Milano): ha portato la moda a Milano e si può considerare il padre del prêt à porter italiano.
Mariuccia Mandelli (Krizia): non c’è provocazione che abbia lanciato né materiali che non abbia sperimentato. 
Ottavio Missoni: con la moglie Rosita nei loro impianti a Sumirago creano i famosi maglioni – patchwork usando colori che ricordano Lorenzo Balla. 
Il curielino: è l’abito delle signore-bene  milanesi dagli anni sessanta, creato da Raffella Curiel, emblema di via Motenapoleone. 
Giorgio Armani: lontano da qualsiasi eccesso ma con molto stile ha eliminato la rigidità dell’imbottitura e delle contro fodere: i suoi vestiti cadono sul corpo senza imprigionarlo
Giuseppe Modenese:
promotore dell’industria tessile (lo incontriamo a palazzo Castiglioni, emblema dell’Art Nouveau milanese), organizza un convegno di stilisti e di imprenditori del tessuto a Villa Erba di Como e  fa scoprire alla stampa internazionale che la moda italiana non è seconda a nessuno. 
Giovanni Versace è ancora un giovane alle sue prime armi, arrivato a Milano dalla Calabria, dove ha imparato tante cose dalla sua mamma sarta. 
Elio Fiorucci: opera una risolutiva democratizzazione della moda e si può considerare un filosofo della bellezza, noto per i suoi jeans attillati in denim tanto quanto per i suoi poster.

Quando si inizia a vedere questa fiction su Amazon Prime Video, ci si domanda come mai in precedenza non era venuto in mente a nessuno di ricostruire gli anni d’oro della nascita della moda italiana.

Il settore dell’abbigliamento è il secondo in Italia in termini di occupazione e il primo in Europa in termini di valore aggiunto ma è soprattutto espressione dell’amore per il bello di tanti intraprendenti stilisti.

Si sono visti dei commenti non sempre positivi su questo serial, in particolare da parte di riviste del settore, che hanno sottolineato come sarebbe stato necessario approfondire la vita di alcuni stilisti, in particolare Walter Albini ma mi sento di osservare che queste critiche non ci sarebbero state se questo serial non fosse stato prodotto. Ben vengano prossimi lavori dedicati a uno solo per volta di questi sarti famosi ma intanto Made in Italy ha portato a termine un pregevole compito divulgativo che avvicinerà la moda italiana a chi non è strettamente impegnato nel settore.

Ovviamente una fiction non è un documentario (ogni puntata include comunque una scheda sintetica di uno stilista) ed è stata sviluppata una narrazione che raccordasse questa parata di maestri della moda. Lo si è realizzato attraverso la figura di Irene, ragazza alla soglia della laurea che entrando a far parte della rivista Appeal conosce progressivamente i personaggi chiave di questa esplosione di talenti.

In linea teorica si sarebbe potuto sviluppare un fiction di contesto, scelta fatta da alcuni serial americani più recenti (E.R.,  The News Room, The West Wing, House of Cards) dove ciò che prevale è la descrizione minuziosa delle dinamiche dell’ambiente di lavoro, lasciando in secondo piano le storie personali. In questo Made in Italy si è preferita una soluzione classica, forse più consona al pubblico italiano, dove si stabilisce un intreccio fra le vicende private dei protagonisti e le sorti della rivista.

Si tratta di un impegno ambizioso perché si è cercato di fare una fotografia di quei tumultuosi anni ’70, rischiando di mettere molta carne al fuoco.  Era l’epoca delle Brigate Rosse e la redattrice Rita Pasini (Margherita Buy) è angosciata per il figlio che ha scelto la via della lotta armata; l’omosessualità era perseguita (vediamo la polizia che fa irruzione nel locale Macondo, famoso all’epoca) e assistiamo alla relazione tormentata fra Filippo (Maurizio Lastrico) e Flavio (Saul Nanni), un giovane tossico dipendente. Era l’epoca dell’emancipazione femminile e Monica, la collega di Irene, si mostra molto libera (organizza anche incontri con due uomini, anche se  il suo comportamento sarebbe causato da una infanzia senza affetti.

In questo quadro complesso ci sono dei chiaro-scuri: molto bella l’amicizia fra Irene, Filippo e Monica, sempre pronti ad aiutarsi nel lavoro come nella vita privata; Ben riuscita è la figura dell’editore di Appeal, Armando (Giuseppe Cederna) che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. Anche la figura di Rita (Margherita Buy) è riuscita nella sua continua pena segreta per il figlio così come la storia tragica fra Filippo e Nanni..

Stranamente la figura che appare più incoerente è proprio la protagonista Rita (Greta Ferro) non certo nella sua ascesa nella redazione della rivista ma nelle sue vicende personali. Di origine meridionale, un’educazione impostata su solide tradizioni, dimostra un comportamento sgradevole nei confronti del suo fidanzato storico, rifiutando l’anello di fidanzamento di fronte agli stessi genitori. Se era stato il suo fidanzato per molti anni, ci si sarebbe aspettata maggiore delicatezza.  In seguito accetterà molto rapidamente e senza crisi di coscienza il suo nuovo ruolo di donna libera, non limitandosi ad avventure di un solo giorno ma finendo per entrare nell’intimità di un uomo già sposato con un figlio. Il bell'esempio di famiglia unita offerta dai suoi genitori avrebbe potuto svolgere un ruolo maggiore.

L’ultima puntata lascia alcune evoluzioni del racconto non risolte, segno che c’è da attendersi una nuova stagione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOOD OMENS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/06/2019 - 10:42
Titolo Originale: Good Omens
Paese: UK, USA
Anno: 2019
Regia: Douglas Mackinno
Sceneggiatura: Neil Gaiman
Durata: 6 puntate su PRIME VIDEO
Interpreti: David Tennan, Michael Sheen, Anna Maxwell Martin, Jon Hamm

Il demone Crowley e l’angelo Azraphel vivono da troppi millenni sulla terra e si sono affezionati a essa. Apprendono quindi con tristezza la notizia che ormai l’Apocalisse è vicina e che sta per arrivare l’Anticristo nei panni di un bambino che avvierà la devastazione del mondo al suo undicesimo compleanno. Crowley e Azraphel stipulano un patto che non deve essere conosciuto dai loro “superiori”: cercheranno di boicottare l’Anticristo in modo da poter continuare a vivere in pace sulla terra. I loro tentativi sembrano fallire perché all’undicesimo compleanno del bambino, si accorgono che c’è stato uno scambio delle culle. Così, mentre i quattro cavalieri dell’Apocalisse (guerra, carestia, inquinamento, morte) si stanno apprestando a scatenare la fine del mondo, l’angelo e il demone si danno da fare per ritrovare il vero Anticristo. Non sono però soli nella ricerca perché anche la giovane Anatema lo sta cercando, grazie al libro delle profezie scritto da una sua prozia strega, di nome Agnes Nutter…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Con l’aiuto di un po’ dell’epicureismo greco ma molto più dell’empirismo inglese, risulta che l’uomo deve badare al presente, coltivare le amicizie e l’amore uomo-donna, lasciando perdere certe fantasiose ipotesi soprannaturali provenienti da libri come la Bibbia
Pubblico 
Adolescenti
Pur in un contesto scherzoso e senza la presenza di scene disturbanti, occorre una certa maturità per interpretare correttamente i messaggi del serial.
Giudizio Artistico 
 
Ottimo e divertente il duetto costituito dal diavolo Crowley (David Tennant) e dall’angelo Aziraphael (Michael Sheen). Ma lo sviluppo della storia è confuso e viene messa troppa carne al fuoco
Testo Breve:

L’anticristo, nelle forme di un bambino, è nato e al suo undicesimo compleanno scatenerà la fine del mondo. Un diavolo e un angelo, amici fra loro e affezionati alla terra, cercheranno di evitarlo. Molto umorismo all’inglese per prendere un po’ in giro quanto è scritto in certe pagine della Bibbia.

Neil Gaiman, già autore di altri lavori dove cielo e terra si incontrano o si scontrano (Doctor Who, American Gods) è  sceneggiatore di questa miniserie in sei puntate disponibile su Amazon Prime tratta dal suo libro omonimo . La sua caratteristica dominante è quella di mostrare un umorismo così fastidiosamente inglese e questo costituisce già un filtro sul tipo di spettatore che può apprezzare quest’opera, come accade anche nei lavori dei Monty Python. Si tratta di un umorismo dissacrante, ironico che a volte fa ridere (Crowley afferma di aver contribuito poco a far scatenare le continue guerre nel mondo: sono gli uomini che hanno fatto tutto da soli), altre vote stride rispetto al contesto e scivola nel cattivo gusto, proprio per la caparbia volontà di ridere su tutto (e quindi, in qualche modo, sentirsi superiori a tutto) anche nei momenti in cui si stanno trattando tematiche serie.

Il racconto è sostenuto interamente dal duetto formato dall’angelo buono (ha donato la sua spada fiammeggiante ad Adamo ed Eva quando sono stati scacciati dal Paradiso Terrestre, per la loro difesa),  amante della buona tavola e dal demone dal cuore in fondo buono, che ama correre all’impazzata sulla sua Bentley del 1926 e ascoltare i Queen. I loro battibecchi costituiscono la nota più originale della storia, sempre in bilico fra il ricordarsi di militare su fronti opposti ma anche accomunati da uno stesso destino che li ha portati a vivere per millenni su questa nostra terra. Per il resto gli altri personaggi risultano debolmente caratterizzati e la trama è alquanto confusa: un calderone un po’ folle dove   vengono gettati un’ alla rifusa vari subplot e personaggi che appaiono e altrettanto velocemente scompaiono.

Negli Stati Uniti, l’associazione cristiana Return to Order  ha raccolto 20.000 firme per intimare Netflix a cancellare  la programmazione di questo serial accusato di far apparire il satanismo “normale, simpatico e accettabile”. Un intervento di questo genere è stato rozzo, sbagliato e controproducente.

Rozzo perché se è vero che le firme sono state 20.000, nessuno di loro si è accorto che il serial viene trasmesso dalla piattaforma Amazon Video e non Netflix  e ciò ha scatenato risposte ironiche e divertite da entrambe le piattaforme.  Sbagliato perché non c’è il pericolo da loro denunciato, in quanto tutto il serial ridicolizza sull’esistenza dei puri spiriti, concentrandosi sul valore dell’uomo in se’.  Infine controproducente perché se l’obiettivo del serial era quello di fare dell’ironia su tutti quelli che credono in ciò che racconta la Bibbia, quell’associazione maldestra ha finito per tirare l’acqua al mulino dell’autore. Forse, più che prendersela con i film come questo, sarebbe opportuno promuovere e auspicare la produzione di film che trattano il tema dell'aldilà, anche nelle forme leggere della commedia: sono tanti i film dove compare simpaticamente  un angelo che scende sulla terra.

Il film accumula le classiche accuse contro il cristianesimo: i roghi per le streghe, la crudeltà di un Dio che con il diluvio universale uccide tutti, anche i bambini (stranamente non vengono citate le crociate), accenna rapidamente a Gesù,  un “uomo buono” che si era limitato a proclamare l’amore verso il prossimo; e infine, a mo’ di provocazione,  la voce di Dio è femminile.  Il tema portante è l’armageddon che appare solo come la battaglia finale fra le forze del bene e quelle del male, non certo come una forma di giustizia finale che porterà i buoni alla beatitudine del Paradiso.  Alla fine sarà l’uomo a trionfare: nasceranno nuovi amori fra un uomo e una donna, verrà confermata la forte amicizia fra il diavolo e l’angelo, si proverà il piacere di godersi la vita qui e ora, senza preoccuparsi troppo del futuro, verranno combattute la carestia, l’inquinamento e le guerre. Tutto viene compiuto ad opera del libero arbitrio dell’uomo, unico essere titolato per discernere fra il bene e il male senza che vengano imposte dall’esterno concezioni precostituite, magare da libri fantasiosi come la Bibbia.  

Alla fine si tratta pur sempre di un film inglese e l’influenza dell’empirismo di David Hume si fa sentire.

La miniserie è disponibile sulla piattaforma PRIME VIDEO

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUPHORIA (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 21:38
Titolo Originale: Euphoria
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Sam Levinson
Produzione: HBO
Durata: 8 puntate di 50 minuti su SKY Atlantic
Interpreti: Zendaya, Barbie Ferreira, Hunter Schafer, Sydney Sweeney, • Eric Dane

Otto ragazzi e ragazze hanno diciassette anni e vanno alla stessa high school. Rue, afroamericana, vive con la madre (il padre è morto dopo una lunga malattia), soffre di attacchi di panico e ha trovato un modo di sfuggire alla realtà con la tossicodipendenza; Jules, appena arrivata alla scuola, è una transgender al femminile, soffre di autolesionismo e cerca di annullarsi accettando appuntamenti con uomini adulti contattati via Internet. Maddy, di origine messicana, ha una relazione passionale con Nate, quarterback della squadra di football ma deve nascondere le sue ferite a causa delle tendenze sadiche di lui. Kat soffre per essere una ragazza oversize ma ha trovato un modo virtuale di vivere, scrivendo romanzi porno che pubblica online e intrattenendo, con una maschera da catwoman sul viso, video-telefonate erotiche con uomini interessati. Christofer, un afroamericano giocatore di football, ha un incontro amoroso, durante una festa, con Cassie, incuriosito dal fatto che lei abbia postato su Internet alcune sue foto senza veli….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial racconta di ragazzi che cercano se stessi nella cattura del maggior numero possibile di piaceri da cogliere, dove anche l’amore diventa passione distruttiva e l’amicizia è bella nella misura in cui giova a noi stessi
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, Rapporti sessuali fra adolescenti e con adulti, nudità maschili e femminili, pornografia, droga, esibizionismo via internet, aborto, una violenza sessuale di gruppo
Giudizio Artistico 
 
Ottimo approfondimento psicologico dei vari protagonisti impersonati da attori tutti nella parte, abile regia che riesce al alternare momenti di alta tensione ad altri più intimi e riflessivi
Testo Breve:

Otto ragazzi e ragazze di diciassette anni della generazione Z fanno ampio consumo di sesso, pornografia e stupefacenti, simbolo, agli occhi del regista, di una generazione ripiegata su se stessa

Dalla breve sintesi che abbiamo fatto dei personaggi della fiction si può proprio dire che non manchi nulla, in termini di comportamenti scorretti da parte di adolescenti; manca forse il suicidio ma questo tema era stato già “scippato” dalla serie di Netflix Tredici. Oltre alle “inclinazioni “specifiche dei singoli protagonisti, c’è qualcosa che accomuna tutti questi rappresentanti della Generazione Z: un consumo compulsivo di pornografia via Internet, uso di varie forme di allucinogeni, tendenza a farsi le confidenze più intime solo con Whatsapp, il primo rapporto sessuale consumato intorno ai 15 anni e poi, a diciassette, una vita di coppia con il permesso per passare delle notti fuori di casa. Altra caratteristica è l’assoluta mancanza di rapporti confidenziali con i genitori (quasi sempre si tratta di uno solo) che hanno la funzione di semplici portinai: chiedono “dove vai?” al figlio o alla figlia che esce e si accontentano della bugia che viene loro detta. Il padre di Jules, durante una cena con la figlia, le propone di invitare la sua nuova amica Rue, a una cena in casa ma lei lo ferma subito; genitori e amici (o amanti) costituiscono due mondi a parte.

Ci si può domandare perché un serial con questa “overdose” di trasgressioni sia stato prodotto, oltre al banale obiettivo di alzare l’assicella dell’attenzione con racconti sempre più morbosi. Si intravede quasi una divertimento a provocare lo spettatore, come in quell'episodio dove si contano trenta (sono stati contati da qualche pignolo) organi maschili eretti, in foto o “live”. Formalmente il serial è destinato solo ai maggiorenni (si può immaginare quanto possa essere facile trasgredire questo divieto, oggi che i serial sono visibili anche dal cellulare) e SKY ha aggiunto, molto ipocritamente, alla fine di ogni puntata, in modo simile a quanto aveva già fatto Netflix per Thirteen, il riferimento a degli indirizzi ai quali chiedere aiuto in caso di tossicodipendenza o problemi di disagio. Dispiace soprattutto, a parte le immagini esplicite, che venga citato con entusiasmo, in una puntata, il nome di un analgesico che se usato in quantità, può avere la funzione di droga.

Rispondere alla ragione di questa “overdose” non è semplice. Siccome il serial è formalmente destinato agli adulti e volendo assumere un atteggiamento bonario, si può ritenere che è destinato a dei genitori per avvisarli su tutte le possibili deviazioni comportamentali che possono assumere i loro figli quando l’istinto sessuale raggiungerà l’apice, se non vengono sostenuti da genitori sempre presenti e da buoni esempi. Come seconda ipotesi si può ritenere che il serial, cerchi di trovare, delle giustificazioni ambientali al comportamento di questi ragazzi: com’è apparso nel sommario, molti di loro hanno devianze psichiche, hanno vissuto il dolore di un genitore morto o di una separazione; in modo chiaramente simbolico la protagonista Rue, è nata “tre giorni dopo l’attacco dell’11 settembre” e nella prima puntata lei stessa dice: “Non l’ho creato io questo mondo, né l’ho mandato io a puttane”. Un genitore che ha una doppia vita (si incontra periodicamente con dei prostituti) si domanda se questo suo comportamento ipocrita non abbia in qualche modo influenzato suo figlio, perché “la nuova generazione è così ribelle”. Si tratta di giustificazioni sociologiche che convincono poco e lasciano il tempo che trovano: Si fanno anche sporadici cenni alla fede cristiana ma sono fatti solo per sottolineare che si tratta di qualcosa di inutile. 

Non si può negare che serial di questo genere finiscano facilmente per affascinare proprio i più giovani, perché finalmente si parla (e si vedono) senza molti tabù, esempi di comportamenti liberi da ogni impedimento o controllo e le due attrici protagoniste, Zendaya e Hunter Shafer hanno tutti i requisiti per diventare  dive-icone per questi teen drama. E' quindi indubbio che Euphoria "rischia" di costituire un nuovo standard nei racconti che riguardano gli adolescenti, anche perché, bisogna riconoscerlo, è fatto molto bene. Siamo sopra di un palmo rispetto ai serial sulla stessa tematica proposti da Netflix in grande quantità: i personaggi sono ben approfonditi nelle loro ansie, nelle loro passioni, nei loro timori, nei loro momenti melanconici; la regia è molto abile nell’alternare scene “forti” a momenti intimi di riflessione e di calda amicizia. 

C’è però qualcosa di profondamente falso e sbagliato in questo serial, nonostante la sua “facciata” di realismo. Ragazze e ragazzi che cambiano facilmente partner in funzione dell'ultimo desiderio o semplicemente per ripicca, maschi violenti, ragazze tossicodipendenti, finiscono inevitabimente per corrodere la loro sensibilità, diventano ruvidi e intolleranti, in preda alle loro passioni e in quell’alternanza di situazioni, presenti nel serial, dove la sessualità prende le sue forme più selvagge, ad altre dove c’è tenerezza, affettuosa amicizia, c’è in realtà molta letteratura. Questa terza interpretazione del serial è probabilmente quella giusta. Questo andare sopra le righe, queste trasgressioni esagerate, sono volute dall'autore, che non si pone problemi morali ma solo artistici,  per cercare di cogliere quella che è l'essenza, secondo lui, dell'essere adolescenti. Vuole esprimere una sensibilità fragile ed eccitata, dove malinconia, abbandono nel nulla, stordimento, tenerezza, sono presenti tutti nello stesso momento. E' proprio in questo tipo di rappresentazione che il serial dà il meglio di se'. Ma si tratta comunque di letteratura pericolosa perché lascia intendere che questi ragazzi riescano a mantenere il controllo di loro stessi in queste situazioni estreme e possano dire "smetto quando voglio". La realtà è ben diversa: l'uomo e la donna sono fatti di creta malleabile e vengono trasformati dalle loro stesse azioni. L’adolescenza è il momento della costruzione di se stessi, di tenersi pronti ad affacciarsi nel mondo degli adulti. Al contrario, nei ragazzi della fiction, non c’è alcuna progettualità ima conta solo il presente da "sentire" usando gli altri come strumenti, in un soggettivismo assoluto.

Esemplare è la storia di Kat, a ragazza extra-large che per molto tempo ha sofferto per non esser oggetto di interesse da parte dei ragazzi. L’offerta di se stessa come cam girl a dei maschi interessati alle sue esibizioni la rende più sicura, decide di andare a scuola con vestiti provocanti e alla fine qualche ragazzo la desidera, ma solo in un certo modo. Lei dice di aver finalmente realizzato se stessa, considera i ragazzi ormai solo degli sciocchi. Ma cosa ha ottenuto in cambio? Di essere usata solo come passatempo per una serata.

Il serial è disponibile su SKY Atlantic

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOOD WITCH (stagione uno)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/23/2019 - 17:55
 
Titolo Originale: Good Witch
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2019
Sceneggiatura: Craig Pryce, Sue Tenney
Produzione: Whizbang Films
Durata: 4 stagioni su Netflix
Interpreti: Catherine Bell, James Denton, Bailee Madison, DAn Jeannotte, Martha Tinsdale

Cassie Nightingale vive nella cittadina di Middleton assieme alla figlia sedicenne Grace. Lei è vedova di Jake, il coraggioso capitano della polizia della città morto, in un combattimento a fuoco e spesso riceve la visita dei suoi figliastri (anche Jake era un vedovo): Brandon, che aspira a fare il poliziotto seguendo le orme del padre e Lori, di mestiere giornalista. Cassie cerca di sbarcare il lunario gestendo un bed &breakfast nella sua casa e un negozio di candele e oggetti di regalo in città. La sua vita scorre serena, stimata da tutti perché sa sempre dire la giusta parola di conforto a chi glielo chiede e sa preparare infusi di erbe nei cui benefici lei crede molto. Una sera scopre che ha un nuovo vicino: si tratta di Sam, di professione dottore e di suo figlio Nick. Sam ha lasciato New York perché ha divorziato e desidera iniziare una nuova vita con il figlio..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben delineati gli affetti e la solidarietà all’interno dei nuclei familiari. Il perdono come valore fondante per ogni situazione di contrasto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tutti i personaggi risultano simpatici e non esiste il classico “cattivo” Lo sviluppo del racconto è alquanto lento e rinchiuso in un format ben definito
Testo Breve:

La vedova Carrie deve badare a una figlia e a due figliastri ma ha sempre tempo per aiutare gli altri. Un serial particolarmente edificante ad uso famiglia

La buona strega è uno di quei serial televisivi che hanno tutta l’intenzione di raggiungere l’immortalità.

Il canale Hallmark ha prima trasmesso 7 film televisivi (Cassie arriva a Middleton, si costituisce una famiglia sposando il poliziotto Jake Russell ma alla fine lui muore), poi ha iniziato una serie sempre incentrata sulla stessa protagonista per quattro stagioni (disponibili in Italia su Netflix) ed è stata già annunciata la quinta stagione per il 2019.  Si tratta di una fedeltà da parte del pubblico che quasi avvicina questa serie al nostro Un posto al sole (23 anni). L’accostamento non è causale perché quando Mike Hale, il giornalista del NY Times ha confessato tutto il suo sconcerto per il successo (numero due negli ascolti dei canali privati per molto tempo) di questa serie che non ha mai vinto né è stata candidata ad alcun Emmy o altro premio televisivo, ha fatto un’indagine che l’ha portato a concludere (e quindi a tranquillizzarsi) che il serial è visto soprattutto da un pubblico di età medio-alta, insomma è roba per nonni. Ci sarebbe molto da dire su una conclusione così semplicistica intorno a un successo così consolidato ed è quindi opportuno fare una radiografia della fiction, per cercare di scoprirne la magia.

Iniziamo dalla protagonista. Cassie non è certo Kim Novak in La strega in paradiso (anche se Bell, Book and Candle, il titolo originale del film del 1958, è il nome che Cassie ha dato al suo negozio): la sua non è vera magia né gli intrugli di erbe che prepara hanno poteri misteriosi ma sa cogliere le situazioni, gli umori degli altri e sa dire sempre la parola giusta al momento giusto. In fondo non è lei la protagonista. Cassie funge da perno intorno al quale ruotano parenti e conoscenti (ogni puntata introduce un nuovo personaggio) e lei è sempre generosa in sorrisi e consigli ma è come se fosse super partes. “Tu metti un po’ di soggezione, sei così perfetta” le dice Sam in un momento di verità fra i due. In effetti è un po’ il rovescio della medaglia, che si manifesta nella realtà come in questa finzione, per le persone che sanno essere sempre disponibili per tutti: gli altri immaginano che abbiano una vita monotona e grigia, mentre loro comprendono gli altri proprio perché sono loro ad aver affrontato per primi difficili situazioni ed ora sono in grado di aiutare gli altri.

Le storie si sviluppano nel contesto chiuso di una cittadina dove tutti si conoscono. “A Middleton tutti gli affari sono personali” commenta Cassie rivolta alla signora sindaco, che voleva avviare alcuni affari spregiudicati in città. Non c’è l’anonimato delle grandi città come New York (citata più volte come il luogo “diverso”) né si sviluppano situazioni scandalose come in Gossip Girl. Ci sono persone che sbagliano ma prima o poi, grazie ai consigli di Cassie, sono loro stesse ad accorgersi di aver commesso un errore e spesso sentiamo la parola “scusa”. Cassie non forza mai le situazioni ma lascia che ogni persona scopra da sola la propria strada. Si tratta di un’etica facile in un mondo poco realistico, quasi di favola? Può darsi ma è molto bella, anche nei casi più difficili, la speranza che ripone sempre Cassie in quella persona, anche quando tutti gli altri hanno perso la pazienza. Bisogna riconoscere che in queste situazioni il serial mostra il valore universale del “nulla è perduto” e che qualsiasi persona può trovare in se’ la forza per rialzarsi.

“Con l’età arriva la saggezza”; “abbiamo il pieno controllo solo su ciò che facciamo noi”; “di fronte alla realtà fingiamo di non vedere”; “uno sbaglio è come una buca sulla strada”; “le epifanie sono regali dall’universo”. Cassie “spara” ad ogni puntata un numero incredibile di pillole di filosofia.

Si può dire che Good Whitch sia un christian film?   Non si parla di fede cristiana in nessuna puntata ma i valori umani che vengono evidenziati sono notevoli. Viene chiarita molto bene l’importanza del perdono: continuare a odiare è solo sofferenza mentre il perdono comporta il recupero della pace e della serenità. Evidenti i valori familiari: i fratelli si aiutano a vicenda nelle loro aspirazioni, la porta di casa resta aperta incondizionatamente, anche nei confronti di chi ha sbagliato, le poltrone del salotto sono sempre pronte ad accogliere figlia e mamma, fratello e sorella, per parlare in confidenza e chiedere consiglio. L’educazione dei figli è rigorosa: Cassie non permette che la figlia si vesta in un certo modo, né che vada, sia pur con un adulto, a vedere film che sono vietati.

Sarà probabilmente questo il segreto del successo di questa serie: “la banalità del bene”, nel senso della facilità per raggiungerlo quando lo si coltiva realmente.

Il serial è ben recitato ed è molto semplice da seguire (è stato fatto così perché anche i nonni possano comprendere?) perché non ci sono sequenze complesse e concitate ma tipicamente ci sono due persone che si incontrano e si parlano con calma a cuore aperto; nella sequenza successiva troviamo altre due che iniziano a parlare, e così via

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO CHIAMA IL CUORE - WHEN CALLS THE HEART (Prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 08/11/2019 - 14:45
 
Titolo Originale: When Calls The Heart
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2014
Regia: Neill Fearnley
Produzione: Believe Pictures, Brad Krevoy Television, Jordan Films
Durata: 6 stagioni, ora su Netflix, in precedenza sui canali HallMark, Rai1 e Rai2
Interpreti: Erin Krakow, Daniel Lissing, Lori Loughlin

1910. Canada orientale. Elizabeth Thatcher, giovane rampolla di una ricca famiglia di Hamilton, vuole dimostrare le sue qualità senza l’aiuto della famiglia e accetta l’incarico di insegnante a Coal Valley, una città nata intorno a una miniera di carbone. Appena arrivata apprende che un terribile incidente ha causato la morte di quaranta minatori, lasciando vedove e mamme sconsolate. E’ proprio Abigail Stanton, una signora che ha perso il marito e il figlio, che l’accoglie nella sua casa, rendendole più agevole ‘ingresso in quella piccola comunità. Arriva a Coal Valley anche il nuovo conestabile, Jack Thornton, delle giubbe rosse. La presenza di Elisabeth rivela a Jack il vero motivo per cui è stato trasferito in quella cittadina sperduta fra le montagne: è stato il padre di Elisabeth che ha mosso le sue pedine per fare in modo che qualcuno si preoccupasse dell’incolumità di sua figlia. Una scoperta che rende subito burrascosi i loro primi incontri….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un ambiente di minatori, fra povertà e molte difficoltà, uomini e donne trovano un modo civile di vivere e sviluppano fra loro una forte solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona la costruzione del contesto, la vita dura di uomini e donne totalmente dipendente dal lavoro in miniera ma il racconto sembra perdere mordente proprio nello sviluppo del rapporto romantico fra i due protagonisti
Testo Breve:

Una ragazza di una ricca famiglia, un giovane ambizioso ufficiale delle giubbe rosse, si ritrovano a vivere in uno sperduto paese di minatori dell’Ovest canadese. Impareranno a conoscersi ma soprattutto scopriranno  la calda umanità di quelle persone buone e semplici

Un pregio significativo di questo serial di produzione Canada-USA, ricavato dal romanzo della canadese Janette Oke, è la sua compattezza. Tutto avviene fra il saloon, le case ben allineate dei minatori costruite e date in affitto dallo stesso padrone della miniera, secondo la formula industriale del tempo e la chiesa (che dalla prima puntata risulta bruciata da un malintenzionato) con il suo parroco. Una compattezza che consente di concentrare l’attenzione sui rapporti fra i protagonisti e i coprotagonisti che  conosciamo sempre meglio puntata dopo puntata. Un altro aspetto originale del racconto è l’attenzione verso i bambini e gli adolescenti che spesso costituiscono il baricentro della puntata, rivelando  una grande sensibilità alla psicologia dei ragazzi. Fin dalla prima puntata vediamo Elisabeth impegnata a catturare l’interesse dei suoi alunni, ancora sconvolti dalla recente tragedia e già rassegnati a non vedere altro nel proprio destino se non  diventare anche loro minatori. Nella terza puntata cerca di aiutare una sua alunna a scoprire le vere ragioni del mutismo che l’ha colta  dopo che ha perso il padre; nel quinto episodio, l’interessamento  di un uomo, nuova recluta della miniera, nei confronti della madre, crea la rabbiosa reazione del figlio ancora troppo legato all’immagine del padre; nel settimo  ci troviamo agli albori della psicologia infantile: di fronte a un alunno che appare a tutti gli effetti normale ma ha difficoltà a leggere, Elisabeth si fa spedire gli ultimi studi sulla materia, riuscendo a risolvere il problema.

Sopra queste solide basi si sviluppa il racconto con micro storie che si completano all’interno di ogni singola puntata e che hanno chiari riferimenti ad alcuni valori fondamentali: non ci sono protagonisti cattivi che si contrappongono a quelli buoni ma persone che si trovano ad affrontare delle difficoltà che vengono risolte con attenzione da parte di tutti per i problemi degli altri e gli episodi si concludono con gesti di solidarietà collettiva e solidi affetti familiari. Si tratta in effetti di un prodotto del canale Hallamark che trasmette serie e film adatti per tutta la famiglia, in questo particolare caso disponibile anche su Netflix. Ciò può indurre un certo sospetto di “buonismo”, sempre sgradito ai critici perché inteso come qualcosa di falso e di precostituito.

Possiamo dire che questo rischio viene evitato perché i personaggi sono tratteggiati con una calda umanità e la miglior prova della simpatia che hanno riscosso è il fatto che si è già completata la quinta stagione. Se è  vero che i cattivi sono, di volta in volta  dei ladri, o persone animate da spirito di vendetta (tutti uomini comunque, mai donne), non è presente nessuna irregolarità familiare (separazioni, convivenze), tipiche dei serial ambientati al giorno di oggi).

Vi sono comunque alcuni aspetti che non sono stati messi ben a fuoco o che semplicemente non hanno funzionato.

Il fatto che Elisabeth venga da una famiglia benestante e che accetti di fare la maestrina in uno sperduto paese di minatori, viene risolto con alcune situazioni comiche (lei che non sa cucinare, cucire, che sporca nel fango le belle scarpine) ma non si riflette nella sua psicologia. Già dopo il primo episodio si mostra perfettamente integrata nell’ambiente, semplice come le altre e non percepiamo nessuno ostentazione, sia pur indiretta, per la vita immersa nel lusso e piena di eventi mondani che deve sicuramente aver vissuto in precedenza (siamo lontani dalla caratterizzazione di Kitty, la giovane donna del romanzo Il Velo Dipinto di William Somerset Maugham). Ciò che diventa difficile da interpretare è proprio lo sviluppo del progressivo avvicinamento fra lei e il bel conestabile Jack.  I palpiti di lei al loro primo ballo, il suo confidarsi sotto le sollecitazioni della sorella che l’aveva attesa ansiosa al suo ritorno, il confessare che per lei è stato il più bel giorno della sua vita, appaiono atteggiamenti recuperati da qualche romanzo d’appendice che mal si prestano al contesto da Far West di Coal Walley e rendono poco credibile la personalità di Elisabeth,, sicuramente abituata ai balli e alle feste vissute nella casa paterna.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUITS (Prima Serie)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/29/2019 - 16:41
Titolo Originale: Suits
Paese: USA
Anno: 2011
Sceneggiatura: Aaron Korsh
Produzione: Netflix
Durata: 12 puntate di 45'
Interpreti: Gabriel Macht, Patrick J. Adams, Rick Hoffman, Gina Torres, Meghan Markle, Sarah Rafferty

La Pearson Hardman è uno degli studi legali più importanti di New York. Harvey Spencer ne è la punta di diamante: abile, risoluto, opera sempre ai limiti della legge perché per lui l’importante è vincere. Jessica Pearson, a capo dello studio, lo costringe a procurarsi un aiutante e Harvey alla fine sceglie Mike Ross, un giovane che ha una prodigiosa memoria fotografica, è preparato riguardo alla legge ma non è laureato. Harvey lo assume comunque accordandosi con lui per tenere segreta l’iilegittimità della scelta. Mike fa presto amicizia con Rachel, affascinante paralegale, che lo aiuta a introdursi nello studio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di avvocati svolge con competenza il proprio lavoro, ai limiti della legalità ma sono solidali fra loro e sanno impiegare i loro talenti per aiutare chi ne ha bisogno. E’ presente un esempio negativo di quanto sia facile guadagnare soldi con il commercio della droga. I rapporti uomo-donna sono caratterizzati da precarietà e dall’assenza di figli
Pubblico 
Adolescenti
Alcune situazioni di incontri amorosi per una notte, senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Un'ottima sceneggiatura imbastisce dialoghi brillanti e situazioni avvincenti. I protagonisti tutti nella parte, risultano, nonostante alcune ruvidezze professionali, molto umani e simpatici. Solo Trevor, l'amico di Mike, è un cattivo troppo cattivo, sembra inserito nel racconto al solo scopo di procurare problemi a Mike
Testo Breve:

In uno dei più prestigiosi studi di New York, un brillante avvocato e una promettente matricola risolvono casi difficili riuscendo sempre a trovare un giusto equilibrio fra le parti. Una serie ben scritta che non trascura gli aspetti umani dei rapporti fra i colleghi di lavoro

Questa fiction TV sulla piattaforma Netflix è ormai arrivata all’ottava stagione. Segno dell’apprezzamento che ha ricevuto dalla parte del pubblico; un apprezzamento ben meritato perché quando si guarda una qualsiasi puntata di questa fiction, l’entertainment è assicurato. Si parte sempre con una causa legale che è stata affidata allo studio e i nostri sue eroi partono bene ma poi tutto sembra essere perduto: è proprio in quel momento che c’è il guizzo, il cambiamento di prospettiva, l’intuizione geniale di uno dei due e viene raggiunta la vittoria o quantomeno un onorevolte compromesso. I dialoghi sono scoppiettanti, il ritmo del racconto è vivace.

Questa serie può essere inserita a pieno titolo nella categoria delle fiction di contesto. Viene descritto un mondo lavorativo chiuso, analizzato con molta cura nei dettagli, com’era già avvenuto  in altri con la stessa impostazione (ER, Mad Man, Thr Newsroom, West Wing, House of Card,...). E’ il contesto il vero protagonista della vicenda, che impone le sue regole e richiede ruoli ben disegnati. I protagonisti si muovono in questo universo all’interno del quale debbono avere successo, ma ben sapendo che chi vince è la squadra al completo. Anche in Suits i dialoghi sono secchi, perché sono operativi, mirano a fare qualcosa e prendere rapidamente delle decisioni. Negli scontri con gli avvocati avversari non mancano colpi bassi, bugie spudorate, bluff e un po’ di teatratlità per enfatizzare la propria posizione. Si potrebbe osservare che questo gusto per il lavoro che ha successo, per una realizzazione brillante, sia effetto di una impostazione etica di tipo calvinista, che privilegia la professionalità ben esercitata, sorvolando su certi comportamenti personali non completamente onesti ma il serial sta attento a inserire, fra tante cause miliardarie, anche qualche patrocinio gratuito dello studio.  In una forma o nell’altra, c’è sempre una giustizia di fondo che viene raggiunta: si inizia sempre con uno scontro frontale e aggressivo fra le parti che difendono la loro posizione con colpi bassi, ma alla fine viene fuori la verità sulla reale situazione, le pretese eccessive debbono venir abbandonate e si perviene a un giusto equlibrio fra i contendenti. Anche i rapporti fra i componenti dell’ufficio, nonostante invidie e spiriito di competizione, vengono mantenuti nell’ambito della correttezza ma ci sono anche gesti di vera solidarietà. Lo vediamo da parte dello stesso Harvey che difende gratuitamente il suo autista in una causa e ha aiutato Donna, la sua assistente, alloggiando i suoi genitori per un certo tempo nel suo appartamento, in una situazione difficile. Ma anche Donna saprà aiutarlo in un momento difficile.

Un altro aspetto che gioca un ruolo tracurabile per la caratterizzazione di Suits è l’immagine patinata di questi business men che lavorano con successo, guadagnano molto e si concedono ogni vezzo consumistico. Il riferimento è indubbiamente Harvey, sempre con un  completo blu di gran sartoria, un taglio di capelli da 500 dollari, un parco di macchine sportive anche se preferisce spostarsi con un autista privato. Quando vediamo entrare una bionda appariscente nella sua decapottabile sembra proprio che quella ragazza faccia parte del “pacchetto” di beni di lusso che Harvey si può concedere.

In effetti il ruolo delle donne in questo serial non è paritetico rispetto agli uomini. Si tratta di donne indipendenti, pienamente integrate nel business system, ma non sono protagoniste e hanno un ruolo di generoso supporto rispetto agli uomini: Jessica, Donna, e Rachel sono come le vestali di quel mondo e se gli uomini a volte scantonano, è Jessica che ricorda le regole da seguire, in particolare la deontologià della professione; Donna supporta in tutto, anche psicologicamente, Harvey nel suo impegno quotidiano e Rachel aiuta Mike a introdursi in quel mondo.

Resta da domandarsi: e l’amore? E la famiglia? Suits si allinea agli altri serial di contesto dove il lavoro ha una funzione totalizzante e gli incontri fra i sessi sono o la compagnia di una notte o una relazione più stabile, magari siglata con un matrimonio, ma destinata a terminare. Solo Jessica, nella terza puntata ha avuto, sul tema, un momento di riflessione: “finché morte non ci separi: ci credevo veramente” ma sta parlando una donna divorziata. E i figli? E’ come se non esistessero: in effetti farebbero perdere tempo. In questo serial, immagine non troppo irreale della società americana e prosimamemte europea, si è single oppure dei D.I.N.K. (Double income, no kids).

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MATRICOMIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 08:25
 
Titolo Originale: Il matricomio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Jack Alvino, Valentina Aurino
Sceneggiatura: Jack Alvino, Valentina Aurino
Durata: 6 stagioni su Facebook/ilmatricomio e su Youtube
Interpreti: Jack Alvino, Valentina Aurino

Jack è un ingegnere, Vale una donna di casa (forse). Lui è appassionato di moto, lei sta molto attenta alla pulizia e all’ordine in casa. Lui è un flemmatico, lei è molto dinamica, a volte esplosiva. Ci sono tutti gli ingredienti per realizzare divertenti scenette sulla vita di coppia e mostrare come l’intesa si rafforzi proprio nel modo con cui tutto viene sempre riportato a unità

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lui e lei sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jack e Vale recitano benissimo (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. La qualità degli sketch è assolutamente professionale
Testo Breve:

In questa web serie, Jack e Vale sono marito e moglie che ci mostrano come possano venir felicemente superate le mille discussioni di ogni giorno tipiche di una vita in due

E’ tempo che il nostro giornale si dedichi anche alle Web Serie, soprattutto quando, come nel caso di Matricomio, il tema sviluppato è quello del matrimonio e della famiglia.

Si tratta di rapidi sketch di due-quattro minuti dove si fronteggiano un marito e una moglie, Jack e Vale, nella divertente e ricca banalità di ogni giorno. Le puntate più cliccate si trovano su Youtube: una serie più ampia è reperibile su facebook/ilmatricomio (in tutto sono 90 puntate, dal 2016 a oggi).

Jack e Vale sono realmente marito e moglie da 14 anni, recitano molto bene (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. Ovviamente tutto questo non basta per dare ragione del loro successo (una loro puntata, La massaia estrema, ha avuto più di 12.000 visualizzazioni e 600 like): ciò che riescono a trasmetterci è il loro affiatamento: riescono realmente a farci entrare nella vita di una coppia che affronta problemi quotidiani che ognuno di noi può incontrare, ne nascono vivaci discussioni perché i punti di vista sono diversi ma poi viene sempre trovata la soluzione che soddisfa entrambi.

I temi trattati in prevalenza sono le diverse sensibilità, quella maschile e quella femminile con le quali viene percepita la realtà e gli incontri/scontri in tema di economia domestica. Ecco quindi che Vale non riesce ad attirare l’attenzione di Jack neanche quando ha cambiato pettinatura mentre lei nota subito che lui ha ridotto il pizzo. Un momento di cattivo umore di lei viene risolto da Jack con un complimento al vestito che lei indossa (ma questa scenetta potrebbe irritare le femministe più incallite). Scontati i battibecchi in termini di cura domestica: l’assunzione di una colf si risolve in un fallimento perché lei è molto scrupolosa e in fondo ci tiene a esser solo lei la responsabile della cura della casa. Non mancano puntate sulla loro intesa anche fisica: assistiamo, in una puntata, alla furba retorica con la quale lui convince lei ad indossare, per una serata, dei tacchi a spillo, molto più femminili delle solite ballerine o i metodi che riesce a escogitare lei quando non si sente disponibile a rispondere alle effusioni di Jack.

E’ chiara la filosofia di fondo di questi sketch: un lui e un lei che sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.

Dalla visione del loro lavoro, ormai triennale, dispiacciono un pochino solo due cose: che la vita di coppia non viene estesa alle problematiche della gestione di figlio (ma questo sarebbe un ciclo di puntate sostanzialmente differente) e che nei loro contrasti, che si risolvono sempre con una riappacificazione, non ci siano a volte gesti di affetto, conferme del loro reciproco amore (ma forse un po’ di pudore giova a ricordare che la coppia è reale e che l’amore è vero, non costruito per l’occasione)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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