Drammatico

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UNA LUNGA DOMENICA DI PASSIONI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 12:19
Titolo Originale: Un long dimance de fiancailles - A very long engagement
Paese: Francia/USA
Anno: 2004
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Sceneggiatura: ean-Pierre Jeunet, Guillaume Laurant
Durata: 133'
Interpreti: Andrey Tautou, Gaspard Ulliel, Jean-Pierre Becker, Jodie Foster,Stefanie Gesnel

Mathilde, ragazza orfana che che vive in un paesino sulla costa bretone, ha perso il suo ragazzo e compagno d'infanzia Manech nella prima guerra mondiale. Il conflitto è appena terminato ma lei non si dà per vinta: Manech forse è vivo e decide impegnare   l'eredità ricevuta per ingaggiare un investigatore privato  se stessa a ritrovare gli altri 4 commilitoni che assieme a Manech erano stati condannati a morte per autolesionismo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amore uomo-donna viene visto con un approccio "naturalistico" senza coinvolgere le profondità dell'animo
Pubblico 
Adulti
Per molte scene di sesso esplicito, le impressionanti ferite prodotte dalla guerra e per atti di violenza autolesionista
Giudizio Artistico 
 
Ottima padronanza da parte del regista di un film complesso, stupenda la scenografia e la fotografia. Ma lo spettacolo finisce per prevalere sulla storia

Bisogna fare i complimenti al cinema francese: probabilmente grazie al  generoso contributo di un finanziamento pubblico, riesce a  realizzare film blockbuster che nulla hanno da invidiare a quelli Hollywoodiani.
Una lunga domenica di passioni ha il grande respiro di un'epopea: ambientato in Francia fra il '19 e il '20 ricostruisce con abbondanza di mezzi gli assalti alla baionetta dei fanti francesi contro le mitragliatrici tedeschi nei campi devastati della Somme, la vita poco più che bestiale nelle trincee invase dal fango,  la serenità della vita di campagna in  una fattoria ai bordi della spumeggiante costa bretone, la Parigi di inizio secolo  ricostruita  con grande sfoggio di computer grafica (altra orgogliosa esibizione di tecnologia interamente  francese). Campi lunghi ci mostrano Place dell'Operà invasa di macchine d'epoca, la Gare  d'Orsay movimentata da treni che partono ed arrivano, senza il classico sotterfugio di qualche  più economica inquadratura parziale.  Il regista Jean-Pierre Jeunet che da tempo sognava di portare sullo schermo il romanzo omonimo di Bastiene Japrisot, ha  ricostruito con puntigliosa meticolosità il mondo d'inizio secolo, con particolare attenzione agli  oggetti e ai meccanismi (i telefoni, le motociclette, i treni,..) e per farcelo sembrare più "vero" , o meglio come  "appare vero" al nostro immaginario collettivo, ha desaturato i colori conferendo alle immagini una tonalità color seppia e  impostato le inquadrature come se fossero tante cartoline d'epoca.
Il film ben merita la candidatura all'Oscar 2004 per la fotografia e la scenografia.

Protagonista assoluta è Andrey Tautou, l'attrice preferita di Jeunet sopratutto dopo il successo del loro sodalizio ne Il favoloso mondo di  Amelie (2000). In effetti, pur trasferiti in una dimensione epica, ritornano gli ingredienti che già conosciamo: una certa visione fantastica e sognante della realtà, che contrasta in questo caso con la cruda realtà  della guerra; una miriade di personaggi secondari caratterizzati con rapide pennellate impressioniste.
Si tratta di una love story incastonata in una war story ma ciò che prevale su tutto è la  detective story: lo spettatore è attirato nel gioco del  progressivo disvelamento di frammenti di verità intorno al fatidico giorno nel quale  si è persa ogni traccia di Manech. La stesso procedere del regista per rapidi bozzetti  riesce  a concentrare  in poco più di due ore di spettacolo tanti plot e subplot  e tanti piccoli personaggi che appaiono e subito scompaiono, da lasciarci a volte smarriti.

Occorre riconoscere però che la feconda, esuberante fantasia di Jeunet riesce a trasformare artisticamente  questo abbondante materiale umano e visivo in modo mai banale o prevedibile  (come si è potuto inventare la sequenza di un ospedale improvvisato in un hangar per dirigibili, con l'immancabile esplosione di tutto l'idrogeno di cui era riempito?).

E la storia sentimentale? Mathilde e Manech si sono conosciuti sui banchi di scuola del loro paesino bretone, hanno trovato spesso rifugio e dato libero sfogo ai loro sogni in cima al faro sulla scogliera. Dal momento del distacco, tutto il film si concentra  nel raccontarci gli sforzi di Mathilde per ritrovare il suo amato: non ci sono sviluppi nella loro storia amorosa, né  i personaggi subiscono delle trasformazioni interiori. Una bella storia quindi a due dimensioni che manca di penetrare nella profondità dell'animo dei protagonisti. Non si tratta di una carenza della sceneggiatura, ma un limite della visione antropologica  del regista, già apparsa evidente in Il favoloso mondo di  Amelie.  
Se in questo film ci sono  esplicite scene di rapporti sessuali, sia pur rapide e senza compiacenti dettagli, esse tradiscono la visione  di uomini e donne che si piacciono fisicamente e si mettono assieme, restando anche fedeli l'uno all'altra ma il loro legame sembra  quasi  ubbidire ad una legge della natura, senza coinvolgere la profondità delle loro anime.  

Diventa quasi inevitabile il confronto con The Aviator: anche nel film di Scorsese abbiamo visto un film-spettacolo di grande perfezione stilistica che però finisce per soffocare lo sviluppo dei personaggi e l'intensità della storia umana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEI MI ODIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 12:16
Titolo Originale: She hate me
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Spike Lee
Sceneggiatura: Michaek Genet, Spike Lee
Produzione: Spike Lee, Preston Holmes, Fernando Sulichin
Durata: 138'
Interpreti: Anthony Mackie, Kerry Washington, John Turturro, Woody Harrelson, Ellen Barkin, Monica Bellucci;

John Armstrong, brillante trentenne di colore, è un manager in carriera. La sua vita cambia drasticamente quando, scoperte le malversazioni dei dirigenti della sua società, decide di denunciarli. In un colpo solo perde lavoro, credibilità, sicurezza economica. E finisce per accettare la proposta della sua ex fidanzata, scopertasi omosessuale: fecondare lei e la sua compagna a pagamento. È l’inizio di un nuovo e  redditizio business...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Visione di un mondo dove l'unica legge è il dollaro e la famiglia (due donne lesbiche, un uomo e due figli frutto di inseminazione) viene "costruita" su misura
Pubblico 
Sconsigliato
Numerose scene a esplicito contenuto sessuale . Linguaggio volgare. Per la presentazione di una visione dissacrante della famiglia
Giudizio Artistico 
 
Film sgangherato e ridondante dove c'è spazio per tutto e il contrario di tutto. La sequenza con Monica Bellucci trascina il film in un kitsch senza ritorno

Forse Spike Lee avrebbe dovuto chiarirsi meglio le idee prima di scrivere e girare il suo ultimo film, un oggetto informe e sovraccarico, fortemente contraddittorio.

Lei mi odiaè, infatti, una storia ipertrofica in cui c’è spazio per tutto e il contrario di tutto. Film di denuncia che stigmatizza l’avidità di denaro e la corruzione, satira di costume più pruriginosa che graffiante, commedia sconclusionata dall’ambiguo happy ending.

Ispirato a recenti scandali finanziari americani come Enron e Worldcom, ilfilm parte compatto e teso, con toni e tematiche “di denuncia”, tipici della filmografia di Spike Lee: la lotta di un isolato (nero) contro la società avida e corrotta (bianca), consacrata al “dio denaro”, secondo uno schema abbastanza semplicistico e anche un po’ moralista.

L’afroamericano John Armstrong, è un giovane uomo di potere. Ha da poco compiuto trent’anni, ma è già vicepresidente di una grande casa farmaceutica.  L’improvviso suicidio di un collega apre bruscamente i suoi occhi sulle malversazioni del presidente dell’azienda, un uomo avido e disonesto, colpevole di essersi intascato i soldi della società e di aver falsato i dati sul vaccino anti-aids in sperimentazione, pur di arrivare per primo sul mercato. Insomma, finché si tratta di soldi e potere, il nemico è chiaro e ha la faccia luciferina e antipatica di Woody Harrelson, particolarmente odioso in giacca e cravatta, perfetto per riprodurre l’iconografia del businessman wasp. Il povero John, travolto da una verità scomodissima, decide di fare “la cosa giusta” e denuncia tutto. La vendetta delle alte sfere non si fa attendere: conto congelato, carte di credito annullate e il gioco è fatto. Jack Armstrong è un uomo finito.

E qui si chiude il prologo, portandosi via tutti gli stilemi del genere “film di inchiesta”, che ricompariranno soltanto nel finale. Con l’ingresso in scena di Fatima, ex fidanzata di John, che si è scoperta lesbica alla vigilia delle nozze, comincia una sboccata commedia di costume, costellata di inserti che spaziano tra surreale, farsesco o puro trash (vedi il cameo della Bellucci).  

Fatima, seducente donna d’affari, bussa alla porta di John nel momento di massima crisi. Lei e la compagna Alex vogliono diventare madri contemporaneamente e serve un “donatore” sicuro. John, dapprima scandalizzato, finisce per accettare i diecimila dollari offerti per il “servizio”: è l’inizio di un florido business, ideato e gestito da Fatima, che recluta una clientela danarosa tra le sue potenti amiche lesbiche desiderose di maternità.

Difficile essere morali questa volta, di fronte a un “nemico” molto meno definito: perché ha il corpo bellissimo di Fatima o delle sue amiche, perché forse la causa non è così sbagliata, perché in fondo non c’era altra via per mantenere il proprio tenore di vita... John, il paladino della giustizia, precipita nell’immoralità dolcemente, senza traumi violenti. Quando però cominciano a pretendere i suoi servizi lesbiche della peggior specie (grosse, brutte, mascoline), capisce di aver toccato il fondo e dice basta. Salvo fare una piccola eccezione per la figlia di un boss mafioso, una imbarazzante Monica Bellucci con tanto di finto accento siciliano e padre fanatico de il Padrino, che trascina il film in una voragine kitsch senza ritorno. 

Quando ormai ci siamo già dimenticati dello scandalo della casa farmaceutica, la storia torna faticosamente sui binari di partenza. Al centro del processo contro la compagnia che lo ha licenziato dopo la denuncia, John deve fare i conti con un’immagine sporcata dalla sua ormai nota attività di “inseminatore” e dai contatti con la figlia del capomafia. Ma la verità avrà la meglio, e i cattivi pagheranno.

Anche John, però, dovrà prendersi le sue responsabilità. Sinceramente pentito dei trascorsi da “stallone”, ricomincerà dalla sua bizzarra famiglia allargata: Fatima, che non ha mai smesso di amare, Alex e i loro due bambini...

Le sequenze finali ci mostrano la nuova inquietante “famiglia” nell’intimità domestica: due madri che si baciano, un padre che per non far torto a nessuna bacia entrambe, due bambini ancora troppo piccoli per farsi domande, un nonno imbarazzato che da lontano osserva il quadretto e mormora l’unica cosa sensata: “Buon Dio!”...

Lei mi odiaè un film sgangherato e ridondante, che però dice cose pesanti: oggi l’unica legge della vita è il dollaro, anche i figli si possono comprare, la famiglia è qualcosa che ciascuno si costruisce su misura delle proprie esigenze. Ma in tutto questo, dove sta Spike Lee? Critica o assolve? Denuncia o ammicca?

Difficile trovare narratori che, oltre ad avere il coraggio di mostrare (e con grande dovizia di particolari) il disorientamento morale, affettivo ed umano che li circonda, siano anche in grado di rischiare un giudizio.

Autore: Chiara Toffoletto
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALLA LUCE DEL SOLE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 12:07
 
Titolo Originale: ALLA LUCE DEL SOLE
Paese: Italia
Anno: 2004
Regia: Roberto Faenza
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Lucrezia Martel, Gianni Arduini, Giacomo Maia, Dino Gentili, Filippo Gentili, Cristiana del Bello
Produzione: Elda Ferri per Jean Vigo Italia
Durata: 89'
Interpreti: Luca Zingaretti, Alessia Goria, Francesco Foti

Don Giuseppe Puglisi viene nominato parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo nel '90. Tre anni dopo veniva ucciso, in pieno giorno, dalla mafia locale. Sacerdote in missione nello stesso quartiere dove aveva passato la giovinezza, conosceva bene la gente che l'abitava, le loro aspirazioni ma anche le loro paure: "Sono qui per aiutare la gente per bene a camminare a testa alta"aveva detto. Aveva iniziato  a raccogliere i  più giovani intorno alla parrocchia togliendoli dalla strada, aveva organizzato una raccolta di firme per riuscire ad ottenere la costruzione di una scuola media. Ma ormai  strava dando troppo fastidio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Grande amore di don Puglisi per la sua gente, fino all'estremo sacrificio. Restano nascoste le sue motivazioni più intime e spirituali. Manca una visione trascendente
Pubblico 
Adolescenti
Film con una forte scena iniziale di maltrattamento di animali
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Zingaretti e della sensibile Alessia Goria. I bambini del quartiere risultano veri e spontanei.

I ragazzi portano una scatola di cartone ad un brutto ceffo che domanda: "quanti sono?" "Venti" rispondono. Ricevuto il compenso per la loro raccolta, i ragazzi prendono i venti gatti e li fanno cadere dentro le gabbie dei pitbull, per mantenere  alta la loro aggressività. Quando poi avviene il combattimento clandestino ed uno dei cani finisce per soccombere in mezzo alla folla  sbraitante degli scommettitori, tocca  ancora  ai ragazzi trasportarlo via  sanguinante ma ancora vivo e  lanciarlo dentro una discarica.
Con questo incipit schoccante il regista/sceneggiatore Faenza vuol farci toccare con mano il degrado umano a cui si è giunti nel quartiere palermitano del Brancaccio e come i ragazzi vivano di   lavoretti che la mafia procura loro.
Don Puglisi, il nuovo "parrino" della parrocchia di  Sant'Agata, vuole puntare proprio sui bambini e sugli adolescenti: forse con loro si è ancora in tempo, anche se a quell'età molti sono stati  già addestrati a rubare e alcune ragazze si prostituiscono. Don Pino li fa giocare nel campetto di calcio che ha allestito nella parrocchia, con tanto di arbitro, non solo per toglierli dalla strada ma anche per costruire intorno a  loro una piccola comunità dove le regole siano la lealtà ed il rispetto reciproco, diverse da quelle del sopruso e dell'arroganza del più forte, che forse hanno appreso all'interno della loro stessa famiglia.
Il film di Faenza pone  bene in risalto la valenza  economica del"sistema" mafioso: nel quartiere tutti, dagli adulti ai ragazzi vivono perché vengono retribuiti dalla delinquenza con lavoretti piccoli e grandi; il quartiere manca di una  scuola media, il prelievo della spazzatura è assente assieme ad altri servizi essenziali: tutto questo è voluto perché lo Stato non deve far sentire la sua presenza in un territorio che non gli "appartiene". Luca Zingaretti è molto bravo nel presentarci l'umanità calda di don Puglisi, che lascia sempre la porta dell'oratorio e del suo ufficio a chi viene da lui senza malizia: ragazzi sbandati, prostitute, delinquenti comuni. Tutti accoglie  senza nulla chiedere. Aiutato da tre suore  e un diacono, la parrocchia diventa un'oasi di spensieratezza per i più piccoli, un momento di riflessione per gli adolescenti ed un comitato di rivendicazioni  civili per i più grandi.
La mafia, messa alle strette dal pentitismo, avvia il periodo delle stragi. Nel 1992 è la volta dei giudici Falcone e Borsellino ma  è tempo ormai di pensare anche al prete scomodo.
Non c'è niente di più chiaramente annunciato che la morte per mafia.  Tutto avviene in modo graduale e prevedibile: prima le minacce, gli incendi dolosi ed anche un pestaggio ad opera di uomini mascherati. Gli abitanti del Brancaccio  conoscono bene il significato di queste sinistre avvisaglie e tornano alle regole di sempre: inizia  l'isolamento progressivo del parroco e  la chiesa, una volta gremita di gente durante le funzioni  festive, ora è completamente vuota.
Quando una mattina, tornando a casa, viene circondato dai suoi uccisori che stanno ancora cercando di simulare una rapina, don Puglisi  dice loro: "Vi stavo aspettando" quasi con un sorriso.

Il film ha il calore di una forte denuncia civile, ma  pur raccontando la storia di un sacerdote morto martire, di tre suore e di un diacono, non si parla mai di Dio, e manca di una  visione trascendente, anche se vediamo don Puglisi nelle sue funzioni sacerdotali del celebrare la messa e confessare.
Don Pino ha umanamente paura dopo le prime minacce e si chiude in bagno a piangere da solo ma non lo vediamo mai nell'atteggiamento di chi invoca conforto nella preghiera.  Quando don Pino chiede a suor Carolina (la brava e intensa Alessia Goria) il perché della sua decisione di diventare  suora, lei risponde che suo desiderio è sempre stato quello di fare diventare realtà le belle favole che aveva appreso  da piccola. Non c' è nessun accenno alla sua vocazione per amore di Dio.  In una sequenza,  Don Puglisi appare in aula assieme ad un gruppo di adolescenti: suo intento è quello di insegnar loro a ragionare con la propria testa, leggendo quotidiani di orientamento diverso. Non c'è nessun accenno al fatto che in quelle stesse aule il sacerdote organizzava corsi di teologia di base.  La scelta infine di festeggiare il patrono del quartiere senza costosi fuochi d'artificio, è visto come un contrasto con i boss locali, più che la volontà del parroco di riportare la festa al suo originale significato liturgico.

Un'altra posizione opinabile del film  è il far intendere che l'uccisione di don Puglisi sia stata  quasi l'alzata di testa del piccolo mafioso locale, e non un disegno più più ampio della "cupola" nei suoi rapporti con la Chiesa. Nel film si fa riferimento alle bombe 1992 ma manca  qualsiasi accenno al discorso del Papa  il 9 maggio 1993, ad Agrigento, al suo coraggioso  appello alla mafia: "Nel nome di Cristo […], mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!". Possiamo facilmente comprendere che eco avranno avuto queste parole nell'animo di don Puglisi in quei momenti, così come le bombe scoppiate subito dopo davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro.

Di tutti questi eventi non c'è traccia nel film.

Indubbiamente andrà scritto un altro film sulle motivazioni interiori, sulla forte spiritualità che hanno consentito a  don Puglisi di trovare il coraggio del martirio.

I risultati del suo sacrificio arrivarono :  Salvatore Grigoli, il suo uccisore, arrestato nel '97, ,pluriomicida, ricorda sempre con commozione la figura del sacerdote e collabora  attivamente con la giustizia   e quando nel 2000 il presidente Ciampi andò a visitare il quartiere Brancaccio per onorare la sua memoria, poté   inaugurare, finalmente,  la scuola medi del quartiere Brancaccio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Mercoledì, 25. Settembre 2013 - 14:00


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Lost in translation l'amore tradotto(Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:34
Titolo Originale: Lost in translation
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Durata: 105'
Interpreti: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte)

Bob, attore sul viale del tramonto, ha accettato, forse per soldi, di andare  a Tokyo per fare da testimonial ad una marca di whisky. Charlotte e suo marito, freschi sposini, alloggiano  nello stesso albergo-grattacielo di Bob, ma lui deve spesso andare in trasferta  e Charlotte, annoiata e spaesata nella grande metropoli, accetta di uscire con Bob...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo ed una donna, disillusi dai loro rispettivi matrimoni, ci mostrano il loro vuoto esistenziale
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune nudità in uno strip club e fugaci incontri con professioniste d'albergo
Giudizio Artistico 
 
Ottima la regia,sufficiente la sceneggiatura

L'attore Bob Murray arriva a Tokyo che è ormai  sera . Dalla finestra della limousine che è venuta a prenderlo all'aeroporto, guarda frastornato  quel  barocco di luci, di pubblicità in movimento che animano le strade di questa città in corsa per il futuro. Ricevuto un convenzionale benvenuto dall'equipe che amministrerà la sua immagine durante il suo soggiorno, si ritira nella camera agli ultimi piani di un lussuoso albergo fatto apposta per stupire gli occidentali. Il  jet lag non lo fa dormire e  si ritrova nel  bar dell'albergo, tra  luci soffuse e  musica ovattata a sorseggiare un whisky , solo e melanconico. Anche Charlotte ha una stanza nello stesso albergo:  saluta la mattina presto il marito che è tutto preso dalla sua professione il fotografo e poi ha l'intera giornata libera, anzi vuota, e si attarda pensosa  a guardare i palazzi di  questa metropoli a lei estranea dall'alto della finestra della sua stanza. E' come frastornata, sospesa fra un rapporto con il marito che sta scivolando nell'indifferenza e l' inerzia ad uscire  dalla gabbia dorata dell'albergo.

L'impostazione iniziale data al film è quella che permane immutata per tutto il resto del racconto. La città continuerà a restare una realtà estranea,  vista con gli occhi da turista nella gita di un giorno a  Kyoto, nella frenesia di un salone per slot machine o nella licenziosa vita notturna in locali indistinguibili da qualunque altra grande città occidentale, se non fosse per l'obbligatorio esercizio di karaoke. Anche i rapporti con le persone del luogo  sono poco approfonditi; vi è la lingua incomprensibile che fa da  barriera/protezione  e vi è anche un episodio, abbastanza antipatico, dove Bob prende in giro, approfittando di non essere compreso,un barista considerato troppo serio e noioso. Gli altri personaggi giapponesi che compaiono nel film sono presentati da Sofia Coppola come delle macchiette che hanno la funzione di fare da spalla alla  comicità un pò cool di Bill Murray.

E' inevitabile, con queste premesse, che la solitudine ed il disadattamento di Charlotte e di Bob si  incontrino, in cerca entrambi di uno stimolo esterno che li affranchi dalla loro situazione di stallo.  Cercano di uscire,  di fare qualcosa di un pò pazzo, come correre per le strade inseguiti dal gestore di un locale dove hanno rotto dei bicchieri, bevono troppo ed infine,  non riuscendo  a dormire,  si ritrovano distesi sullo stesso letto, pronti a confidarsi l'un l'altro. Lui vive una vita matrimoniale tenuta in piedi dall'abitudine dal ricordo dei primi tempi:, la nascita dei figli ha presto appiattito tutto nella  banalità quotidiana, dove è importante far mangiare i ragazzi o scegliere la moquette dello studio.  Charlotte è all'inizio della sua vita di donna, ha fatto già tanti lavori saltuari  ma non ha ancora trovato la sua strada. Nessun accenno al rapporto con il marito, tabù per gli altri ma anche per sé stessa. Si sta creando un legame tra loro due, così distanti per età? Un'attrazione fisica? Nella noia e nell'isolamento senza riferimenti in cui si trovano, tutto è possibile.

La regista è molto brava nel  visualizzarci una storia fatta di pochi elementi ma sviluppati con grande coerenza e mestiere. Le inquadrature lasciano il tempo di cogliere le più piccole sfumature dei volti ed i dettagli delle ambientazioni..  Vi è un eco, a mio avviso, del Michelangelo Antonioni deLa notte, L'eclisse, di Deserto Rosso , di quel linguaggio essenziale, fatto di pause contemplative sulle quali si riverberava il malessere psicologico dei personaggi . Scarna invece la sceneggiatura: i dialoghi sono così essenziali da impedirci di cogliere il volume dei personaggi o meglio,di concludere che essi sono proprio come appaiono,  senza spessore. Vogliamo essere cattivi? Tentare un paragone con "Breve incontro" di David Lean del '45, fatta astrazione per il tempo che è passato e per l'ambientazione,  è indubbiamente pericoloso:  anche in quel film lui e lei erano  sposati, avevano del tempo libero per incontrarsi in città, per farsi delle confidenze, ma dietro ogni frase detta, ogni decisione da prendere,   c'erano  delle persone che sognavano,che soffrivano,  delle anime in tumulto che conoscevano quelli che erano i loro doveri verso gli altri. Prima accennavo ad un possibile riferimento ad Antonioni, ma nei suoi film veniva  trattato il tema dell'incomunicabilità; in questo albergo di Tokyo invece, c'è semplicemente poco da comunicare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI2


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LAVAGNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:32
 
Titolo Originale: Takhté Siah
Paese: IRAN, Italia, Giappone
Anno: 2000
Regia: Samira Makhmabaf
Sceneggiatura: Mohsen e Samira Makhmabaf
Durata: 85'
Interpreti: Bahman Ghobadi (secondo insegnante), Said Mohamadi (primo insegnante)

Siamo nel Kurdistan Iraniano. Alcuni uomini si incamminano lungo sentieri impervi e polverosi, nell'arida regione montagnosa posta al confine con l'Irak. Si portano curiosamente delle lavagne sulle spalle. Si tratta di maestri che si spostano da un paese all'altro in cerca di qualche ragazzo che voglia imparare a scrivere in cambio di pochi soldi o anche, alla fine, di un tozzo di pane. I villaggi risultano spesso abitati solo da donne e da vecchi, a causa della persecuzione della polizia iraniana contro i curdi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nell'estrema povertà, gli uomini trovano il modo di aiutarsi l'un l'altro
Pubblico 
Pre-adolescenti
I bambini sono costretti a fare del contrabbando
Giudizio Artistico 
 
Un bel soggetto un po' troppo diluito

I maestri cercano caparbiamente di convincere tutti quelli che incontrano del fascino del sapere e della cultura ma l'umanità che percorre questi sentieri ha problemi di vitale sopravvivenza da risolvere: gruppi di adolescenti trasportano materiale di contrabbando rischiando la loro vita per pochi spiccioli; un gruppo di anziani curdi cerca di passare clandestinamente il confine per tornare alla loro terra natia, in Irak.

Restano a lungo impresse nella memoria le immagini, cariche di dolente poesia, di quelle lavagne "dotate di gambe" che s'inerpicano per i sentieri di montagna. E' anche bello ricordare la calda umanità dei protagonisti che, in situazioni di miseria e di persecuzione, ci mostrano come in nessun momento abbandonano la gentilezza dei rapporti fra di loro, l'impegno a soccorre il compagno ferito o malato, il rispetto delle tradizioni del loro popolo o la grande fede religiosa.

Il film si sofferma (molto utilmente per noi occidentali corrosi dal consumismo) sull'utilità ed il valore dei semplici oggetti. Le lavagne servono a molti usi: come letto per trasportare un ferito, come porta per una improvvisata stanza nuziale, come legno per fasciare una gamba contusa; le noci, unico alimento per il viaggio degli di anziani curdi, servono anche come palline per semplici passatempi.

Il paesaggio sempre uguale, i pochi oggetti utilizzati, le storie essenziali dei personaggi, costituiscono il linguaggio poetico della la ventenne regista,figlia del più famoso Mohsem, il quale, proprio perché semplice, risulta tanto più efficace ed intelligibile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Lost in translation l'amore tradotto(Caneva)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:23
Titolo Originale: Lost in translation
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Durata: 105'
Interpreti: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte)

Vorrei con questa riflessione mettere in evidenza come questo film sia un prodotto americano che si inserisce in quei prodotti artistici che sembrano avere, pur nella loro diversità, un elemento comune: un malessere esistenziale, una tristezza inconsolabile, una nostalgia di qualcosa che si  è perso in modo irreversibile, un futuro visto solo come inevitabile sofferenza.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo ed una donna, disillusi dai loro rispettivi matrimoni, ci mostrano il loro vuoto esistenziale
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune nudità in uno strip club e fugaci incontri con professioniste d'albergo
Giudizio Artistico 
 
Ottima la regia,sufficiente la sceneggiatura

Un attore americano adulto viene chiamato a Tokio per girare delle stupide pubblicità che gli fruttano milioni di dollari. La sua è una vita infelice, disincantata, non c’è più nulla che lo attiri, nemmeno il sesso hard ( una scena disgustosa funzionale al contesto). Il suo matrimonio è a pezzi. Ritiene che la colpa sia dei figli che hanno allontanatola moglie da lui, ma poi parla dei bambini come creature stupende: una contraddizione che non è riuscita a unire la coppia in modo nuovo e più alto.

Una giovanissima sposa di New York è a Tokio con un marito assolutamente incapace  di renderla felice  preso com’è dal suo lavoro di fotografo in cui ha messo tutte le sue energie in modo nevrotico.

L’attore e la giovane alloggiano nello stesso albergo.

Il contesto è un rumorosissimo mondo giapponese: strade affollate ( il deserto peggiore profetizzato dallo scrittore Buzzati) , video giochi che risuonano in modo insopportabilmente uguale, feste, droga party, situazioni comico- grottesche dal sapore infinitamente triste.

Tutto questo rumore assume nel linguaggio del film una sola realtà: solitudine, non senso della vita. Un mondo in cui si tuffano i due protagonisti alla ricerca di qualcosa che non trovano.

Non è una critica alla società giapponese, poiché il contesto è stato scelto per dire altro.

I due quindi si incontrano, si riconoscono nella loro infelicità cosciente. Tra loro non scoppia l’amore anche se sono così simili e simili sono le ragioni che li hanno condotti a sentirsi così infelici.

C’è un rapporto paterno, tenero. E’ l’incontro tra due generazioni in cui sembra che l’una non possa aiutare l’altra.

Il film finisce con la partenza dell’attore e con un abbraccio commosso e liberatorio tra i due, come se l’unica cosa che si possa fare è quello di trasmettersi una sorta di solidarietà per sopportare il peso della vita umana.

Naturalmente questo film è per un pubblico adulto e per giunta con capacità critiche.

Lo sconsiglio agli adolescenti e paradossalmente lo consiglio invece a chi volesse riflettere sulla condizione umana,  magari molto diversa dalla propria, attraverso un film che non si propone di far ridere, né di essere volgare, forse non si propone niente. La debolezza della sceneggiatura è infatti dovuta a una non evoluzione da una situazione iniziale a una finale attraverso il passaggio intermedio di un forte conflitto.

Questo film rivela, quindi, che una parte dell’umanità contemporanea “ non ce la fa” a trovare rimedi e risposte al dramma dell’esistenza umana.

Sempre paradossalmente è un film onesto.

“Se non c’è Dio, tutto è permesso” scrive Dostoevskij  in uno dei suoi famosi romanzi. Se non c’è  Dio, oggi possiamo tradurlo, non c’è limite all’infelicità e al non senso.

Questo film è uno specchio della vita di coloro che patiscono la più penosa delle sofferenze umane: la lontananza da Dio, la mancanza di speranza.

Un film per chi non vuole chiudere gli occhi e desidera riflettere.

Psicologicamente, a mio avviso, può trasmettere disvalori a chi non sa superare i limiti della visione dell’autore. Per questo non è adatto ai ragazzi.

Autore: Alessandra Caneva
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'INVENTORE DI FAVOLE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/22/2010 - 11:31
 
Titolo Originale: Shatterd glass
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Billy Ray
Sceneggiatura: Billy Ray
Produzione: Craig Baumgarten, Adam Merims, Gaye Hirsch e Tove Christensen per Lions Produttori Esecutivi / Tom Crisi e Paula Wagner per Cruise/Wagner Productions / Michael Paseornek, Mark Butan e Tom Ortenberg per Lions Gate
Durata: 95'
Interpreti: Hayden Christensen, Peter Sarsgaard, Chloe Sevigny

Il giovane Stephen Glass lavora come giornalista nella redazione del piccolo ma autorevole New Republic e si è guadagnato la fama di articolista brillante con una serie di pungenti articoli di costume. L’inchiesta parallela di un periodico Internet fa, però, emergere una falla nella sua documentazione quello che poteva sembrare un piccolo inconveniente fa però crollare una carriera costruita completamente sulla menzogna.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bell'esempio di maturità umana e di retto uso della propria libertà (di giudizio e di azione). Una presentazione dell'etica professionale da manuale.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per il linguaggio alcuni riferimenti sessuali ed alla droga.
Giudizio Artistico 
 
La semplice sequenza degli eventi, l’accumularsi degli indizi, si dimostra la scelta vincente per dare efficacia alla pellicola e coinvolgere lo spettatore nell’intreccio di scelte e relazioni che è il cuore della storia.

Il giovane Stephen Glass lavora come giornalista nella redazione del piccolo ma autorevole New Republic e si è guadagnato la fama di articolista brillante con una serie di pungenti articoli di costume. L’inchiesta parallela di un periodico Internet fa, però, emergere una falla nella sua documentazione quello che poteva sembrare un piccolo inconveniente fa però crollare una carriera costruita completamente sulla menzogna.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CLASSIC
Data Trasmissione: Martedì, 11. Febbraio 2014 - 22:40


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INSIDER DIETRO LA VERITA'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/22/2010 - 10:47
 
Titolo Originale: The insider
Paese: USA
Anno: 1999
Regia: Michael Mann
Sceneggiatura: Michael Mann, Erich Roth
Durata: 157'
Interpreti: Russell Crowe, Al Pacino

La vicenda è tratta dalla realtà. Un dirigente del settore scientifico di una multinazionale del tabacco viene licenziato perché non concorda con la politica di insabbiamento dei dati reali sulla pericolosità del fumo ed in particolare sull' assuefazione da nicotina.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Storia di due eroismi: dello scienziato che perde il posto perché in disaccordo con le operazioni illecite della sua società e del giornalista che deve combattere i poteri forti che lo vorrebbero mettere a tacere
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e linguaggio crudo
Giudizio Artistico 
 
Scene di violenza e linguaggio crudo

Inizia così per lui una lunga battaglia, esterna ed interiore, combattuta al fianco di un giornalista, perché la verità trionfi. Ma non è un film sui danni da fumo: Michael Mann, regista elegante di memorabili film d'azione come L'ultimo dei Mohicani, dirige stavolta un film etico, che pone al centro della narrazione più di un quesito di carattere morale e nient'affatto banale. Ad esempio, quanta verità è possibile in una democrazia dove la libertà si può comprare? Oppure, quanto ciascuno di noi dovrebbe o deve sacrificare della propria tranquillità per il cosiddetto bene comune? E ne vale la pena? Cosa avremmo fatto noi al posto di Wigand, il protagonista: parlato o taciuto, perseverato o rinunciato? Wigand è un antieroe, un uomo normale che non vorrebbe trovarsi nella posizione in cui si trova, ma che le circostanze e il senso morale spingono quasi contro la sua volontà verso la lotta e il sacrificio di sé perché la verità trionfi. Un film intenso e commovente, tre ore di grande spettacolo grazie ad una regia che sottolinea ogni sfumatura di sentimento non essendo mai "sentimentale". Al Pacino è sfavillante nel ruolo del giornalista innamorato del suo mestiere, e Russell Crowe è perfetto nel tormento, nella paura, della disperazione, nel dubbio. Interessanti anche le figure di contorno che incarnano le sfumature del comportamento morale, e suggeriscono che la realtà non è fatta di buoni e di cattivi, ma dalla pesante libertà di scegliere di volta in volta quale ruolo svolgere.

Autore: Stefania Portaccio
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM EMOTION
Data Trasmissione: Martedì, 30. Ottobre 2018 - 23:30


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HURRICANE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/22/2010 - 10:12
 
Titolo Originale: The hurricane
Paese: USA
Anno: 1999
Regia: Norman Jewison
Sceneggiatura: Arnyan Bernstein, Dan Gordon
Interpreti: Denzel Washington (Rubin carte), Vicellous Reon Shannon (Lesra Martin)

Rubin Carter è negro ed è cresciuto nei ghetti di New York vivendo d’espedienti. Spedito giovanissimo in riformatorio, riuscirà poi a rifarsi una vita come campione dei pesi medi (con il soprannome di "hurricane"), scaricando con la boxe tutta la sua rabbia per le discriminazioni che ha subito e continua ancora a subire. Poi, nel 1996 (la storia è vera e siamo in un’epoca dove i conflitti razziali sono all’apice) l’imprevedibile: egli viene ingiustamente accusato di triplo omicidio e condannato all’ergastolo. A nulla valgono le due revisioni del processo né il sostegno di grossi personaggi dello sport e dello spettacolo americani. Saranno poi tre canadesi ed un ragazzo negro (che per caso ha letto la biografia scritta da Curtis in prigione) ad appassionarsi al suo caso ed a riuscire, una volta conquistata la sua amicizia, a raccogliere le prove necessarie per scagionarlo definitivamente.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'abnegazione di due canadesi e di un ragazzo negro che lasciano ogni loro attività per dedicarsi alla riabilitazione di Rubin
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune sequenze di violenza sul ring e ad un dialogo spesso fortemente osceno.
Giudizio Artistico 
 
Denzel Washington regge da solo questo intenso film che rischia spesso di scivolare nella retorica

Il film, lungo ma coinvolgente, fa riflettere su tante cose e sono altrettante quelle per le quali val la pena di discutere con i figli. Innanzi tutto, l’evoluzione psicologica di Rubin, interpretato splendidamente da Denzel Washington, nei 20 lunghi anni trascorsi in prigione, vera lezione di come, con l’autodisciplina, si riescono a superare le prove estreme. All’inizio l’odio è l’unico sostegno per l’ingiustizia subita. Poi, caduta l’ultima speranza, (la revisione del processo) egli trasforma sé stesso in una dura maschera d’indifferenza; l’unico modo per vivere è non amare né odiare, essere indifferente a tutto ciò che lo può legare fuori della prigione (abbandonerà per questo anche la moglie). Infine, gradualmente, grazie al calore del suo piccolo amico negro, l’ulteriore svolta: la speranza ritorna ad affacciarsi, riposta negli amici canadesi e nella bontà di tanta gente che lo vuole aiutare ("l’odio mi ha messo in prigione e l’amore mi farà uscire" egli dice).
Con eguale forza risalta l’eroismo dei tre giovani canadesi, che lasciano il loro lavoro e la loro città per dedicarsi alla riabilitazione di Harricane. Si tratta di vero eroismo, perché non spettacolare, fatto di un lungo e scrupoloso lavoro d’indagine. Ultima annotazione: ancora una volta, in questo film, l’America ci appare nei suo grandi pregi e difetti: violenta e razzista ma poi in grado di riscattarsi e riconoscere i propri errori. A D. Washington è stato ingiustamente negato l’Oscar: probabilmente il recente passato di lotte razziali ancora pesa sulla coscienza americana, a cui occorre aggiungere ,la non piacevole sensazione di venir giudicati da uno straniero (il regista è un canadese). Il film è da sconsigliare per i più piccoli a causa di alcune sequenze di violenza sul ring e ad un dialogo spesso fortemente osceno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOTEL RWANDA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/22/2010 - 09:39
 
Titolo Originale: HOTEL RWANDA
Paese: Canada/Regno Unito, Italia, Sud Africa
Anno: 2004
Regia: Terry George
Sceneggiatura: Terry George, Keir Pearson
Produzione: Alex Kitman Ho per Kigali Releasing Limited, Lions Gate Films Inc., United Artists
Durata: 110'
Interpreti: Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, David O’Hara

La vera storia di Paul Rusesabagina, gestore di un albergo in Rwanda, che durante il genocidio del 1994 salvò più di 1200 persone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta una storia di speranza autentica, che passa attraverso il baratro del male assoluto
Pubblico 
Adolescenti
Qualche dettaglio macabro, più evocato che mostrato, legato alla rappresentazione del genocidio e della guerra
Giudizio Artistico 
 
Terry George non raggiunge i vertici estetici ed emozionali di Shindler'sList ma il suo Hotel Rwanda resta un film che sa coinvolgere, senza usare ricatti emotivi o scorciatoie, lasciando parlare semplicemente la Storia e la normalità eroica dei suoi personaggi.

Rwanda, 1994. A Kigali non ci sono capanne di paglia, ma civilissime villette e un elegante albergo a cinque stelle, frequentato da prestigiosa clientela internazionale. Il direttore Paul Rusesabagina, nonostante il nome esotico e i tratti somatici africani, si veste e si muove con lo stile di un perfetto manager occidentale. Quel lavoro gli ha procurato una bella casa, una tranquilla vita borghese, un’identità. A una prima occhiata, la famiglia Rusesabagina potrebbe abitare i sobborghi “bene” di una qualsiasi cittadina americana.

Invece vive in Rwanda, un Paese che sta per esplodere. La suddivisione in due etnie, Hutu e Tustsi, operata dagli antichi dominatori belgi in modo del tutto arbitrario, ha lasciato in eredità un odio etnico che gli estremisti Hutu sono pronti a trasformare in genocidio. I messaggi di guerra agli “scarafaggi” Tutsi infestano i programmi radiofonici. Commesse di machete e inequivocabili segni di guerra passano sotto agli occhi di Paul, che, come ognuno, si rifiuta di pensare all’imminenza della catastrofe.

L’uccisione del Presidente del Rwanda è il primo atto di guerra dei miliziani Hutu, il segnale di “via” lungamente atteso: da un giorno all’altro si scatena la carneficina in tutto il paese. Obiettivo dichiarato: cancellare l’etnia Tutsi.

Paul, che in virtù del suo stile di vita occidentalizzato si è sempre considerato super partes, è improvvisamente costretto a ricordarsi che lui è un Hutu, ma che sua moglie è Tutsi. Paul, che ha sempre messo al primo posto il benessere e la protezione della sua famiglia, si ritrova assediato da amici, vicini, parenti per i quali il suo albergo e la sua abilità organizzativa rappresentano l’unica possibilità di scampare al massacro. Nel giro di una notte la sua vita è sconvolta. Non rivedremo più le villette dei sobborghi, perché da questo momento la location quasi onnipresente del film diventa l’hotel Mille Collines, dove Paul porta d’impulso i “suoi” per metterli al sicuro. Il gruppetto di rifugiati, all’inizio una trentina di persone, si allarga continuamente. Alla fine del film i salvati saranno più di 1200.

Paul non ha una strategia, si limita a rispondere alla necessità pressante, così come può, mettendo a frutto l’esperienza, l’autorevolezza, i “trucchi” imparati in anni di mestiere. Per un po’ sembra in grado di reggere, fino a quando si avventura al di fuori dell’albergo in cerca di provviste. Bastano pochissime immagini per restituire l’orrore del mattatoio che è diventata Kigali. La regia di Terry George non indulge nel macabro, ma l’effetto di quelle poche inquadrature (corpi straziati disseminati nei giardini, cataste di cadaveri che rendono impraticabili le strade) è qualcosa di più di un pugno nello stomaco.

Paul, al rientro, è così scioccato che non riesce più a farsi il nodo della cravatta. Non riesce più a mantenere il suo aplomb. In una scena che diventa paradigmatica, si strappa di dosso la divisa da businessman sfogando finalmente la rabbia, l’impotenza, il dolore. Gli hanno sempre fatto credere di essere “uno di loro”, ma non è così. All’Occidente non importa nulla dell’Africa. Le forze razionate dell’Onu hanno l’ordine di far sfollare i turisti occidentali, ma non c’è posto per i bambini rwandesi. Gli antagonisti di Paul non sono né i caschi blu (Nick Nolte è un ufficiale dell’Onu che tenta di fare il possibile, per quanto gli è consentito), né la stampa (il giornalista Joaquin Phoenix abbandona l’albergo non senza pesanti sensi di colpa), ma un nemico enormemente più forte, e che tutti li riassume, l’indifferenza, quell’accidia pietistica che lascia fare il suo corso alla follia dell’odio, per poi commuoversi di fronte alla tv.

Più forte dell’indifferenza c’è solo un uomo che ha qualcosa da salvare. Partito con l’idea di preservare la sua famiglia, Paul finisce per fare molto di più, sostenuto dall’amore e dal coraggio della moglie.

Una pellicola importante, che ha il merito di raccontare un genocidio tra i più cruenti del XX secolo (un milione di morti in cento giorni), passato sotto silenzio dall’Occidente. Ci sarebbero stati tutti gli estremi, e le ragioni, per un distruttivo film di denuncia, ma Hotel Rwanda cerca di andare oltre, raccontando una storia di speranza autentica, che passa attraverso il baratro del male assoluto. Valorizzato dalle ottime prove del calibratissimo Don Cheadle (meritata la candidatura all’Oscar) e di Sophie Okonedo, il film è stato definito lo “Schindler’s List africano” per le evidenti analogie di concept con il capolavoro di Spielberg. Se Terry George non raggiunge i vertici estetici ed emozionali del precedente americano, più profondo nella costruzione dei personaggi, più complesso nella sceneggiatura, più suggestivo nella regia, il suo Hotel Rwanda resta un film che sa coinvolgere, senza usare ricatti emotivi o scorciatoie, lasciando parlare semplicemente la Storia e la normalità eroica dei suoi personaggi. 

 

La recensione sarà inserita  nel libro di prossima pubblicazione:
Scegliere un film 2005

Autore: Chiara Toffoletto
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAISTORIA
Data Trasmissione: Domenica, 30. Giugno 2019 - 21:10


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