Drammatico

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IL VILLAGGIO DI CARTONE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/08/2011 - 16:01
Titolo Originale: IL VILLAGGIO DI CARTONE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi con considerazioni di Gianfranco Ravasi e Claudio Magris
Produzione: Cinema Undici e Raicinema
Durata: 87
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber

Nei primi dieci minuti del film assistiamo allo smantellamento silenzioso ma inarrestabile di una Chiesa cattolica: vengono tolti il crocifisso, le immagini sacre, il tabernacolo, ecc. Il parroco è anziano, va in pensione e (ma il film non lo dice) sembra che non ci sia nessuno per sostituirlo. Sembra (ma il film non lo spiega) che non ci siano più neanche i fedeli. Aleggia su tutto un senso di desolazione e di vuoto, quando lo spazio vuoto si rianima per l’arrivo di un gruppo di extracomunitari africani, impauriti e in fuga dalle forze di polizia (identificate soprattutto dal sonoro delle sirene e dei camion) che li stanno inseguendo. Il sacerdote darà loro rifugio, si opporrà a quella che nel film appare l’ottusa crudeltà di chi vuole arrestarli e in questa attività sembra che torni anche un senso della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Qualche persona sensibile e ben disposta potrà trarre qualche spunto per un rinnovamento della genuinità del suo essere cristiano ma il film esprime un vago spiritualismo intriso di generica buona volontà che si oppone per partito preso e in modo qualunquista e generico a ogni forma storica della religione e della fede, compresa –in primis- quella cattolica. Di Cristo non si parla mai
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
A parte le indubbie capacità di messa in scena e direzione degli attori, risulta sul piano dei contenuti enormemente superficiale. La rappresentazione delle forze dell’ordine è macchiettistica al limite dell’insulto; la rappresentazione dei poveri immigrati è poco elaborata e rimane in superficie; non viene approfondito nessuno dei personaggi
Testo Breve:

Nelle recensioni di Armando Fumagalli e Claudio Siniscalchi il film di Ermanno Olmi conferma la sua visione  già data in Centochiodi: conta più  fare del bene che la fede: si oppone qualunquisticamete a ogni forma storica della fede e di Cristo non si parla mai. 

Chi scrive è rimasto profondamente perplesso di fronte a questo film di Olmi. Perplesso ancora di più di fronte a recensioni entusiaste che fanno dire al film quello che il film non dice. Il film non è un canto alla carità cristiana e al ritorno al Vangelo sine glossa, ma –a nostro parere- il manifesto (non il primo, in Olmi, e l’ennesimo nel cinema contemporaneo) di un vago spiritualismo intriso di generica buona volontà che si oppone per partito preso e in modo qualunquista e generico a ogni forma storica della religione e della fede, compresa –in primis- quella cattolica. Sorprende che due persone intelligenti e profonde come il card. Ravasi e Claudio Magris abbiano dato l’avallo a questa operazione, che a parte le indubbie capacità di messa in scena e direzione degli attori (soprattutto qui il Lonsdale del francese Uomini di Dio), risulta sul piano dei contenuti enormemente superficiale.

Abbiamo di nuovo (quanti ne abbiamo visti?) la messa in scena di un sacerdote senza fede, che “sentiva un vuoto dentro anche quando la chiesa era piena” e che arriva a dire che “fare del bene” (non si parla mai di carità, come invece qualche recensore ha scritto, non si parla neanche del “bene”, ma solo di “fare del bene”, quindi in modo del tutto esteriore) è più importante della fede. Come ha scritto acutamente Marina Corradi su Avvenire, di Cristo invece non si parla mai. Di quel Cristo a cui invece, nella realtà della vita, si richiamano come fonte prima tutti coloro che poi agli altri fanno del bene davvero, da Madre Teresa in giù.

E a proposito del “fare del bene” e dei recensori che parlano del fatto che la carità avrebbe il primato sulla fede, basterebbe ricordare che nel capitolo 13 della Lettera ai Corinzi, san Paolo dice che anche se desse tutti i suoi averi ai poveri e desse il suo corpo per essere bruciato, ma non avesse la carità “a niente gli giova”. Sembra un commento ante litteram a proposte come quelle di Olmi, che nelle dichiarazioni ai giornali, se avessimo avuto ancora qualche dubbio sulla sua posizione di un umanesimo generico e qualunquista, ce li toglie proprio tutti.

Per il resto la rappresentazione delle forze dell’ordine è macchiettistica al limite dell’insulto; la rappresentazione dei poveri immigrati è poco elaborata e rimane in superficie: ci sono sicuramente dei bei volti e delle belle inquadrature, ma non viene approfondito nessuno dei personaggi, che invece sembrano descritti per categorie (la prostituta “buona”, il giovane, il terrorista, ecc.).

Aleggia sul film un senso un po’ oppressivo di teatralità e di artificiosità della messa in scena.

Ora, in quanto cattolici, va bene prendere sul serio ogni critica minimamente ponderata, e forse anche dal film di Olmi, qualche persona sensibile e ben disposta potrà trarre qualche spunto per un rinnovamento della  genuinità del suo essere cristiano, ma da qui a fare di questo film, tutto sommato banale, un capolavoro o anche un mezzo capolavoro, ne corre davvero. 

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ORO VERDE . C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/15/2019 - 13:27
Titolo Originale: Pájaros de verano
Paese: COLOMBIA, DANIMARCA
Anno: 2018
Regia: Ciro Guerra, Cristina Gallego
Sceneggiatura: María Camila Arias, Jacques Toulemonde Vidal
Produzione: BLOND INDIAN FILMS
Durata: 125

Negli anni ’60 il popolo dei Wayúu viveva ancora di pastorizia nella terra arida del Guajira (Colombia) e manteneva intatta la propria cultura. A quei tempi Rapayet, un meticcio, chiede di sposare Zaida, la giovane figlia del capo della famiglia Pushaina. Ma Ursula, la madre di Zaida, non vede di buon occhio un matrimonio con un alijuna (un meticcio) e chiede, per il consenso della famiglia, un pegno notevole:30 capre, 20 mucche, 2 muli e 5 collane. Rapayet ha un’idea: ha scoperto che i giovani americani presenti nella regione, appartenenti ai Peace Corps, sono in cerca di marijuana e si è ricordato che suo cugino Anìbal è in grado di coltivarla nella sua tenuta. L’accordo è fatto: gli americani comprano da lui la marijuana e i soldi iniziano ad arrivare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta con insolito rigore sociologico, gli effetti devastanti della sete di guadagni facili che finiscono per sradicare tradizioni centenarie
Pubblico 
Adolescenti
Situazioni di violenza più alluse che presentate. Alcune rapide scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
I registi Ciro Guerra e Cristina Gallego riescono a raccontare, con grande potenza poetica un piccola storia familiare che ha risonanza nazionale per il destino di violenza a cui è stata condannata la Colombia a causa del commercio della droga
Testo Breve:

Alla fine degli anni ’60, il nordovest della Colombia vive di pastorizia. Un giovane non ha i soldi per ottenere in sposa la donna che ama e risolve il problema vendendo marijuana agli americani. Una storia privata ben raccontata che mostra la spirale di conflitti e violenze generato dal commercio della droga.

Ursula deve preparare sua figlia Zaida, per il giorno in cui si esibirà nella danza dell’amore, che la qualificherà come donna da marito. Le indica le dita della mano, che rappresentano “La famiglia, la nonna, il nipote dello zio, il nipote del nonno”. Il messaggio è chiaro: la famiglia, il clan, l’appartenenza al popolo wayúu è tutto ciò che conta.  “Se c’è famiglia c’è rispetto. Se c’è il rispetto c’è l’onore, se c’è l’onore c’è la parola. Se c’è la parola, c’è la pace”. Veniamo introdotti, fin dall’inizio del film, in una società retta da regole tribali. Chi fa parte della famiglia viene protetto sempre e comunque dal suo clan, anche se commette degli errori. Le figlie si sposano solo con il consenso dei familiari. Se ci sono degli screzi fra le famiglie del clan, viene stabilita una riparazione. La trattativa viene condotta da i “messaggeri della parola” che sono sacri e non possono essere toccati. Se la trattativa fallisce, si apre una guerra fra le famiglie rivali. Chi è a capo della famiglia, in questo caso Ursula, deve controllare che le regole del clan vengano rispettate da tutti e ha il compito di custodire accuratamente il talismano che costituisce la fonte della fortuna e della prosperità di tutta la comunità. Suo è anche il compito di vaticinare, interpretando il volo degli uccelli (da qui il titolo originale del film: Birds of Passage )

Si tratta di una struttura sociale molto forte e collaudata, se è vero che i Wayùu “hanno resistito ai pirati, agli inglesi e agli spagnoli. E ai governi che hanno cercato di dirci come avremmo dovuto vivere”.

Prima ancora delle vicende dei protagonisti, anzi proprio per mezzo di questi, il film si concentra sul tema centrale della storia: la “tenuta” di un’organizzazione sociale che ha resistito per secoli, di fronte all’impatto con un’altra società, quella americana; un impatto devastante non perché l’altra è ricca e potente ma perché è edonista e consumista. Il regista non riesce a trattenere il suo disprezzo verso i giovani hippies americani (siamo alla fine degli anni ’60) che con il pretesto di far parte dei Peace Corps sono venuti in Colombia con le loro ragazze, una forma di vacanza sulle coste del Pacifico, alla ricerca di marijuana.   Se un’organizzazione tribale era sopravvissuta a pirati, agli spagnoli, agli inglesi, perché dovrebbe cedere proprio ora? Ora la minaccia è più subdola: non si tratta di una potenza straniera che vuole imporsi con la forza ma è proprio il paradigma etico dei Wayùu a entrare in crisi. Non è la vendita di marijuana a degli stranieri a generare crisi di coscienza ma è la scoperta della spirale del guadagno e del potere del denaro che rompe quell’ equilibrio fondato sull’orgoglio familiare che sapeva però riconoscere anche i diritti delle altre famiglie. A uno a uno, in una spirale drammatica, vengono violate tutte le sue leggi: prima quelle che definivano i rapporti con le donne, poi il vincolo più sacro: il rispetto dei “messaggeri della parola”. Le scene iniziali di tranquilla vita agreste di trasformano verso la fine del film in battaglie fra clan rivali degne dei miglior film hollywoodiani di gangster. La sceneggiatura inserisce momenti di riflessione intima fra i protagonisti: si interrogano sui vaticini espressi dai voli degli uccelli ma non c’è nessun fatalismo in loro: piuttosto la coscienza che stanno tutti perdendo la loro anima: quella personale e quella del loro popolo. Il personaggio più interessante è proprio Rapayet: è l’unico che non si lascia travolgere dall’avidità ma neanche imprigionare dalla camicia stretta delle leggi della famiglia. Riconosce valori superiori come quelli di non uccidere e di cercare sempre la pace. In fondo, questo Oro verde non esprime solo la potenza corruttrice del consumismo americano ma anche l’incapacità di una società tribale di esprimere valori universali.

Il film ha la struttura di una tragedia greca (è diviso in canti e il racconto è preceduto e concluso da un cantore che anticipa e commenta le tristi vicende) e sviluppa bene la psicologia dei singoli personaggi. Solo i cattivi, che sono irrimediabilmente cattivi, sembrano ossequiare schemi astratti di malvagità senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A UN METRO DA TE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 20:21
Titolo Originale: Five feet apart
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Justin Baldoni
Sceneggiatura: Mikki Daughtry, Tobias Iaconis
Produzione: CBS Films, Wayfarer Entertainment
Durata: 116

Un inno alla vita. La storia di come si possa amare e odiare la nostra ordinaria quotidianità e di come un incontro inaspettato possa insegnarci e vedere le cose da un’altra prospettiva. Le infermiere svolgono nel modo migliore il loro servizio,consci che dietro i problemi fisici dei pazienti ci sono sempre degli esseri umani

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il messaggio è positivo: l’amore vince su tutto anche sulla distanza, la paura e la morte.
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma l'ambiente ospedaliero, il rischio di morire da un giorno all'altro, non rendono il film adatto ai pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Regia accurata e delicata di Justin Baldoni, buona la colonna sonora. La storia è raccontata con molta delicatezza e i personaggi sono ben delineati. Cole Sprouse, dopo tante serie televisive, dimostra di essere maturato per il cinema interpretando un ruolo complesso per la sua giovane età.
Testo Breve:

Un inno alla vita. La storia di come si possa amare e odiare la nostra ordinaria quotidianità e di come un incontro inaspettato possa insegnarci e vedere le cose da un’altra prospettiva.

A diciassette anni, quando il mondo apre infinite possibilità ad un adolescente, Stella è costretta a guardare scorrere la sua vita soltanto fuori dalla finestra della sua camera d’ospedale.

Se Belle di La bella e la bestia usa lo specchio magico per ammirare ciò che accade fuori dalle mura del castello dove è rinchiusa prigioniera, Stella si avvale del suo tablet per: seguire le vacanze delle sue amiche, raccontarsi in video chat storie travagliate con il migliore amico Poe (che continua a respingere chiunque lo ami per non far soffrire chi si affeziona a lui) e scoprire il vicino scorbutico della porta accanto.

Circondata dall’affetto degli infermieri, ormai sua seconda famiglia, Stella affronta con grande coraggio e incredibile forza d’animo la sua condizione: prova a tenersi impegnata tutto il giorno per quanto possibile, è ordinata fino ad essere manicale, organizzata e precisa cercando di guardare con positività al suo futuro.

E così, quando Stella incontrerà Will, disordinato arrendevole e negativo, le sarà assolutamente impossibile non insegnargli a vivere a modo suo.

Il ragazzo non potrebbe essere meno interessato a curarsi anche se gli viene data la possibilità di provare la più innovativa e costosa terapia sperimentale. Stella, esattamente l’opposto, controlla tutto quello che può visto che, non può gestire altro per colpa della sua malattia. Prende le medicine in perfetto orario, segue le indicazioni dei medici creando addirittura un’app che aiuta a tenere traccia dei medicinali da prendere.

Will e Stella si innamorano senza mai avere alcun tipo di contatto fisico, costretti ad una distanza di sicurezza di almeno un metro. Un sentimento speciale non solo perché nato tra le mura di un ospedale, ma perché, per il bene dell’altro, sono entrambi consapevoli di essere destinati ad un amore platonico, ma non per questo meno intenso e coinvolgente.

Stella, dopo tutto ciò che ha perso, è normale che voglia rischiare il tutto per tutto per riprendersi almeno un po’ di quella felicità che le è stata portata via dalla vita.

Tratto dal romanzo di Rachael Lippincott l’adattamento cinematografico risulta una storia raccontata con delicatezza, con personaggi ben descritti, affrontando un problema importante di cui si parla troppo poco.

Le scene si svolgono quasi interamente all’interno dell’ospedale ma senza dare l’impressione claustrofobica che ci si aspetterebbe.

Una storia, purtroppo vera come tante, coinvolgente e commuovente come poche viste fino ad oggi che prova quanto sia possibile cambiare noi stessi quando una persona ci coinvolge al punto tale da mettere in discussione tutte le nostre certezze.

Soprattutto dimostra come l’amore sia capace della più grande magia: infondere speranza a chi l’ha persa da tempo.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE&SEBASTIEN - AMICI PER SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 21:17
 
Titolo Originale: Belle et Sébastien 3, le dernier chapitre
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Clovis Cornillac
Sceneggiatura: Juliette Sales, Fabien Suarez
Produzione: RADAR FILMS, EPITHÈTE FILMS, IN COPRODUZIONE CON GAUMONT, M6 FILMS, RHÔNE-ALPES CINÉMA
Durata: 90
Interpreti: Félix Bossuet, Tchéky Karyo, Anne Benoît, Clovis Cornillac, Thierry Neuvic, André Penvern

Sébastien ha ora 12 anni e vive ancora a Saint-Martin con il nonno César, il ritrovato padre Pierre e la fidanzata Angelina, e naturalmente la sua inseparabile amica a quattro zampe, Belle, che ha da poco dato alla luce tre cuccioli teneri e dispettosi. Tutto sembra andare per il meglio finché alcuni eventi turbano la tranquillità famigliare. Nel corso del matrimonio tra Pierre e Angelina, Sébastien scopre che i due vogliono trasferirsi in Canada. Il ragazzino non vorrebbe però separarsi dal nonno. E mentre i neosposi sono via per la luna di miele, un uomo di nome Joseph si presenta in paese: è proprietario di Belle e vuole avere indietro il cane e i suoi cuccioli. Sébastien e suo nonno si oppongono e il ragazzino cerca in tutti i modi di proteggere i suoi cani. E quando Joseph sembrerà avere la meglio, l’aiuto inatteso di nuovi personaggi permetterà a Sébastien di salvare Belle e i cuccioli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il dodicenne Sébastien finisce per accettare che le separazioni fanno parte della vita e che per crescere bisogna andare incontro a nuove opportunità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Questo terzo film della serie ha un andamento molto semplice e le svolte non sono troppo approfondite, tanto che i momenti di presa di coscienza di Sébastien si chiariscono spesso attraverso i dialoghi e sono meno legati alle azioni.
Testo Breve:

Lo spettacolare paesaggio delle Alpi invernali fa da sfondo al terzo film della serie Belle &Sébastien. Un film per i più piccoli, dove non è difficile individuare chi è buono e chi è cattivo

Terzo e ultimo capitolo della saga, Belle&Sebastien - Amici per sempre racconta una nuova avventura dell’amicizia tra Sébastien, ora ragazzino di dodici anni, e Belle, una straordinaria femmina di patou.

La famiglia si è allargata e Sébastien vorrebbe vivere per sempre con Belle e i suoi tre cuccioli, ma fin da subito è chiaro che questo non sarà possibile. Il nonno César cerca di far capire al nipote che ogni cagnolino dovrà trovare un nuovo padrone. Ma Sébastien non vuole sentir parlare di separazione, né dai suoi cani né, successivamente, da César, che è l’uomo che lo ha cresciuto. Il ragazzino scopre infatti che il padre Pierre e Angelina, appena sposati, hanno deciso di costruirsi una nuova vita in Canada. Sarà quindi questo il percorso che dovrà affrontare Sébastien: accettare che le separazioni fanno parte della vita e che per crescere bisogna andare incontro a nuove opportunità.

Sébastien è costretto a far fronte a tutto questo anche a causa della minaccia di Joseph, reduce della seconda guerra mondiale, abitante di un villaggio vicino, che si presenta come vero proprietario di Belle e pretende la restituzione del cane e dei cuccioli. A nulla servirà la fuga di Sébastien, che cercherà di nascondersi insieme ai cani. Joseph, crudele e spietato, li troverà e rapirà i quattro esemplari di patou. Il ragazzino, grazie all’incontro con i nuovi personaggi e alla provvidenziale visione della madre, morta anni prima dandolo alla luce, capirà che la separazione, per quanto dolorosa, non nega la possibilità di trovare nuove fonti di felicità, come del resto è già capitato a lui stesso, che ha trovato in César un nonno amorevole e una famiglia.

La trama si dispiega in questo terzo film con un andamento molto semplice e le svolte non sono troppo approfondite, tanto che i momenti di presa di coscienza di Sébastien si chiariscono spesso attraverso i dialoghi e sono meno legati alle azioni. I personaggi hanno una caratterizzazione molto elementare. I “buoni” si distinguono molto facilmente dai “cattivi”. L’antagonista Joseph è un personaggio quasi fiabesco. Dietro la sua pretesa non ci sono particolari ragioni, se non il riappropriarsi di ciò che, a detta sua, gli appartiene. È un malvagio senza un passato che l’ha reso tale e senza possibilità di redenzione. Inoltre, l’ambientazione nelle alpi francesi ha uno spazio notevole e spesso si lascia il posto alla spettacolare esplorazione del paesaggio.

Il film dunque presenta un racconto che interesserà più facilmente i bambini piccoli, facilitati anche dalla possibilità di identificarsi in un protagonista per lo più mosso dall’amicizia con un animale straordinario.

 

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRUXMAN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/16/2018 - 17:12
 
Titolo Originale: Cruxman
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Filippo Grilli
Sceneggiatura: Filippo Grilli, Tommaso Vergani, Matteo Cascio
Produzione: GPG Film
Durata: 122
Interpreti: Luigi Vitale, Stefania Zamperi, Fabrizio Grassi, Paolo Posa, Claudio Aloise

In una cittadina del Nord Italia arriva don Giuseppe, un sacerdote consacrato da pochi mesi. Simpatico e comunicativo, resta un prete sui generis: si sposta solo con una potente moto e il suo portamento atletico tradisce la sua precedente appartenenza ai corpi speciali dell’Esercito. Don Beppe si inserisce molto bene nella comunità parrocchiale a cui è stato assegnato ma subito dopo il suo arrivo avvengono nella cittadina, soprattutto di notte, fatti insoliti. Alcune persone che rischiavano di restare vittime della malavita locale sono state misteriosamente salvate da un uomo mascherato con una vistosa croce cucita sul petto e che si sposta velocemente con una moto. La giornalista della televisione locale non tarda a soprannominarlo Cruxman e a diffondere i sospetti che questo misterioso supereroe non sia altri che don Giuseppe….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un sacerdote si occupa di alimentare la vita spirituale dei suoi parrocchiani ma comprende anche i loro problemi materiali e la comunità lo sostiene con convinzione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un prodotto di buona fattura che riesce anche a creare momenti di suspence, recitato con molta naturalezza
Testo Breve:

Un giovane sacerdote dal fisico atletico è al servizio di una parrocchia dove, da quando è arrivato, i delinquenti locali vengono sgominati da un uomo mascherato che presenta sul costume  una croce. Questo Cruxman sarà forse lo stesso sacerdote?

Questo Cruxman è ormai il quinto lavoro della GPG Film, scritto e diretto da Filippo Grilli (Se non in fotografia, Voglio essere profumo, La sabbia nelle tasche e KZ) e, come gli altri, ha avuto la stessa impostazione: attori e tecnici volontari hanno lavorato impiegando il loro tempo libero mentre il ricavato verrà destinato a sostenere progetti di solidarietà in Italia e all’estero. Cruxman mostra una pregevole unità di stile: si parla di supereroi quindi di fantasia e il film ha la correttezza di non prendersi troppo sul serio (pur trasmettendo messaggi profondi): lo si vede nel come viene preso in giro il “terribile” boss che ha sempre bisogno della sua mammina e dei velocissimi combattimenti corpo a corpo che si risolvono sempre a favore del personaggio con il costume rosso. Il film riesce inoltre a destare la curiosità dello spettatore  che si deve preparare a un imprevisto, insolito, colpo di scena finale.  

E’ abbastanza fuori luogo farsi domande più serie del necessario: è lecito ipotizzare un sacerdote che invece di usare la preghiera e la predicazione per sostenere nella fede i propri parrocchiani, impegna i suoi muscoli per fare giustizia? Il film appare orientato soprattutto ai giovani che si imbevono continuamente delle storie mirabolanti dei supereroi della Marvel ed è proprio a loro che si vuol ricordare che ognuno di noi può diventare un supereroe nella vita quotidiana, impegnandosi sempre in ciò che è buono e giusto. Il riferimento più prossimo può essere proprio il film del 2004 della Pixar: Gli incredibili-una normale famiglia di supereroi : dove due genitori con i loro figli vorrebbe tanto vivere una vita tranquilla ma quando si sentono minacciati, sono pronti a impegnare i loro superpoteri. D’altronde non è forse vero che santa Teresa d’Avila, da bambina, si riempiva la testa di racconti di prodi cavalieri e aveva tramato, all’insaputa dei genitori, di partire per la Terra Santa?

Il tema della missione dei sacerdoti viene trattato seriamente a metà film in un incontro fra don Giuseppe e il suo parroco. “Predicare il Vangelo, occuparmi delle anime” è ciò che don Giuseppe ritiene giusto fare come sacerdote, anche perché è stato proprio Gesù a sgridare Pietro perché aveva sguainato la spada nell’Orto degli Ulivi. Il parroco è d’accordo con lui ma gli ricorda che Gesù è anche colui che si arrabbia di fronte allo scandalo e all’ingiustizia e butta in aria le cianfrusaglie dei venditori davanti al tempio. Gesù, vero Dio e vero uomo, è colui che rimette i peccati allo storpio ma lo guarisce anche.

Il film ha un buon ritmo, è recitato con molta naturalezza, buona la regia (qualche combattimento si risolve forse troppo frettolosamente) ed è stato patrocinato dall’Ispettoria Salesiana di Milano e dal Sermig Fraternità della Speranza di Torino.

C’è un valore molto particolare in questo film, che si pone discretamente, come di sottofondo al racconto principale ma che ne costituisce la vera “anima”.  Si tratta di come è stata rappresentata la vita di una parrocchia: i ragazzi che fanno catechismo, gli adolescenti e i giovani che vanno ai ritiri con don Giuseppe, le messe domenicali dove partecipano famiglie al completo. Questa immagine molto serena, gioiosa e propositiva della vita di parrocchia è il vero “messaggio forte” che traspare dal film.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVING - L'AMORE DEVE NASCERE LIBERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/14/2017 - 09:49
Titolo Originale: Loving
Paese: Gran Bretagna, USA
Anno: 2016
Regia: Jeff Nichols
Sceneggiatura: Jeff Nichols
Produzione: RAINDOG FILMS, BIG BEACH FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON AUGUSTA FILMS, TRI-STATE PICTURES
Durata: 123
Interpreti: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll

Richard e Mildred, cresciuti e vissuti a Central Point, un cittadina rurale della Virginia, si sono conosciuti, si sono innamorati e si sono sposati nel 1958. Le loro famiglie non hanno nulla da obiettare al loro matrimonio (la cerimonia si è svolta a Washington D.C.) ma lo stato della Virginia si, perché lui è bianco e lei è di colore. Condannati all’esilio, si trasferiscono nello stato di Washington fra molte difficoltà. Di loro finisce per interessarsi la Lega per i diritti civili e il loro caso arriva fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tenero e forte amore coniugale caratterizza questa vicenda realmente accaduta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottimi attori e una regia sensibile che registra anche i minimi risvolti psicologici, anche se il film, per raggiungere l’obiettivo di risultare antiretorico, finisce per appiatture troppo la narrazione
Testo Breve:

La storia vera di due semplici americani, colpevoli di essersi sposati pur essendo di razza diversa, che creano, quasi loro malgrado, una crisi di coscienza nella società americana, che porta la Corte Suprema  a dichiarare il matrimonio un diritto personale inalienabile. 

Richard e Mildred sono delle persone semplici. Lui è un muratore; il suo unico divertimento è quello di modificare le automobili per farle gareggiare in corse rionali di velocità. Sua madre è una levatrice. E’ un tipo di poche parole, che al massimo dice si o no.  Mildred è una donna dolce, non fa niente senza l’approvazione del marito, si occupa delle faccende di casa e dei quattro figli che hanno avuto dopo il matrimonio. La loro intesa è profonda e a lui piace poggiare la testa sulle sue ginocchia quando, la sera, guardano la televisione, esattamente come sono stati ritratti, in incognito, dal fotografo di Life che era andato a trovarli, dopo che il loro caso era assurto a interesse nazionale.

E’ ormai vasta la produzione di film che hanno ricostruito casi realmente accaduti di battaglie per la conquista de diritti civili degli afroamericani ma questo si discosta in modo considervole dagli altri. Se pensiamo solo ai lavori di Spielberg (Lincoln, Amistad) il culmine del racconto si svolge sempre nell’aula del parlamento o di una corte di giustizia, dove due visioni della legge si fronteggiano, con ampio sfoggio di retorica da entrambe le parti.  

In questo film, al contrario, la coppia non vuole neanche andare ad assistere al dibattito che si svolge alla Corte Suprema; sono persone troppo semplici e schive per sentirsi coinvolti in tematiche che sembrano più grandi di loro. Le sequenze che rievocano il dibattito in aula sono ridotte al minimo, mentre l’attenzione del regista si concentra sulla vita familiare della coppia: il loro trasferimento nella caotica periferia di Washington, il loro ritorno in campagna, in Virginia,e il  faticoso commuting di Richard, per evitare di esser sorpresi dalla polizia  a dormire sotto lo stesso tetto; lo sconforto di lui dopo più di dieci anni di attesa da quando era stata avviata la causa legale.

Molti critici hanno accusato il film di minimalismo eccessivo, l’uso di un registro intimista che contrasta con i tanti film che ci hanno infiammato con il calore di battaglie legali. In realtà il film risulta efficace proprio perché non pone in contrasto due leggi ma svuota di significato la causa razziale proprio mettendola a confronto con la più nuda verità: l’amore tenero e intenso fra i due coniugi che risulta più forte di qualsiasi avversità.

Solo in alcune, sintetiche frasi, vendono presentate le ragioni della parte avversa e sempre facendo riferimento a presunte leggi divine. Il poliziotto che mette in cella i due coniugi ricorda che: “è un problema di legge divina: un passero è un passero e un pettirosso è un pettirosso. Se sono diversi c’è un motivo”. Anche la sentenza del tribulale della Virginia contro di loro è chiara: “l’amore interrazziale contravviene l’ordine, la pace e la dignità sociale; Dio non ha certo messo gialli, bianchi e neri in continenti diversi perchè si mischiassero le razze". Gli “effetti spuri” di questo matrimonio (i figli) sarebbero solo dei bastardi.

Naturalmente non occorre dare troppo credito al film nella sua contrapposizione fra “pregiudizi religiosi “ e laicità delle leggi, dal momento che tanti cristiani di fede, a partire da Martin Kuther King si sono espressi e hanno lottato contro le discriminazini dell’epoca.

E’ utile osservare come l’esercizio di raccontare sul grande schermo tante storie di segregazione razziale, felicemente risolte con nuove leggi, è servita come palestra per raccontare, con lo stesso stile, nuove lotte, in particolare il diritto al matrimonio omosessuale, ormai sancito dalla Corte Suprema U.S.A. Ma questo è un altro argomento.

Il film, grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti, Joel Edgerton e Ruth Negg, , quest’ultima candidata all’Oscar 2017, ha un suo valore particolare perché ci racconta, al di là della tematica razziale, una tenerissima stooria di affetto coniugale, che resta saldo di fronte a tutte le avversità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Giovedì, 31. Ottobre 2019 - 21:10


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JOY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/24/2016 - 17:28
Titolo Originale: Joy
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Annie Mumolo
Produzione: DAVIS ENTERTAINMENT, ANNAPURNA PICTURES
Durata: 140
Interpreti: Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Bradley Cooper, Édgar Ramírez, Isabella Rossellini

Joy ha una vita ingarbugliata: hostess di terra di una compagnia aerea (ma verrà presto licenziata), deve prendersi cura della madre divorziata che passa la giornata a guardarsi telenovelas senza fine, di suo padre alla perenne ricerca di una nuova compagna, del suo ex marito, che ora vive nel seminterrato della sua casa, esercitandosi a cantare nell’attesa di un successo che non arriva mai, e delle sue due figlie piccole. Solo la nonna materna continua a credere in lei e le ricorda che c’è in serbo per lei un grande futuro. In mezzo a giornate convulse e apparentemente senza sbocco, Joy ha il tempo di disegnare un nuovo mocio, molto più efficiente; il prossimo problema sarà come venderlo….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza riesce ad avere successo grazie alla sua tenacia; peccato che il film mostri di accettare la realtà della Single Society
Pubblico 
Adolescenti
Qualche turpiloquio e qualche situazione di tensione familiare
Giudizio Artistico 
 
Regia simpaticamente esuberante e tratteggio di personaggi insoliti ma vivaci
Testo Breve:

Il mito americano dell’opportunità di successo per tutti raccontato al femminile in modo brillante e divertente ma che si trasforma presto nello specchio di una Single Society

Squadra che vince non si cambia. Dopo l’Oscar 2013 per Il lato positivo - Silver Linings Playbook, ecco di nuovo il regista David O. Russell usare nuovamente il suo stile dinamico-ingarbugliato e impiegare i suoi attori preferiti (Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Robert De Niro) nei panni di personaggi un po’ disfunzionali per raccontare una favola sulla scalata al successo, nella migliore tradizione del cinema americano.

“Tu hai detto che tutti hanno un’opportunità” dichiara solennemente la protagonista Joy al regista di una rete televisiva di televendite (il film è ambientato negli anni ‘90). Ispirato a una storia vera, il film inizia mostrandoci come vive Joy, una ragazza dalle tante promesse mancate (era stata la prima della classe all’high school ma poi non aveva potuto proseguire gli studi), costretta a vivere al servizio degli altri componenti della sua ingarbugliata famiglia. La madre, il padre, l’ex marito, ci appaiono come tanti narcisisti in grado solo di chiedere il suo aiuto. Jennifer Lawrence interpreta Joy come una donna che, pur dovendo affrontare una serie di pesanti difficoltà, mantiene il controllo di se stessa e degli eventi, sempre pronta, il giorno dopo una sconfitta, a iniziare da capo con nuove energie per portare a compimento il suo progetto-sogno. In effetti sono frequenti gli inserti dei sogni che fa Joy, in particolare di quel radioso futuro che la nonna le aveva promesso; servono al regista per impostare il racconto nella forma di una bella favola moderna che finisce per realizzarsi.

Il film è americano due volte, non solo nel mantenersi coerente con il mito dell’America come terra di opportunità per tutti (Steve Jobs, il film presente nelle sale in questo periodo, può esser visto come il suo contraltare maschile) ma anche come espressione di una Single Society. Ciò che permangono forti e costanti in questo racconto, sono solo i legami di sangue: la figlia verso i genitori e viceversa mentre i legami coniugali appaiono in totale disfacimento (divorziata lei e divorziati i genitori). Questa situazione non costituisce un problema: è tratteggiata come un sottofondo poco influente rispetto al tema portante, quello della piena realizzazione di se stessi, il portare a piena maturazione le proprie potenzialità. In questo contesto sono le amicizie ad essere più importanti. Ecco che il suo ex marito gli è molto più utile ora come “semplice” amico; ecco che la sua amica d’infanzia riesce a risollevarla da una situazione difficile; ecco come l’incontro fra Joy e il direttore della rete televisiva di televendite (interpretato da Bradley Cooper), che lo spettatore già vede trasformato in una relazione sentimentale, viene da entrambi qualificata come “amicizia da business”. Dopo molti anni si incontrano di nuovo, sono diventati concorrenti, ma la loro amicizia è così salda da superare anche questa difficoltà. Al contrario, i suoi parenti finiscono per perseguire legalmente Joy perché desiderosi di accaparrarsi una parte della sua fortuna.

 David O. Russell si conferma molto bravo nel raccontare con un buon ritmo storie divertenti e nel presentarci personaggi insoliti ma vivi.
Jennifer Lawrence è intensa particolarmente nei momenti più drammatici ma non riesce a evitare di far trasparire, dai suoi personaggi, un certo regale distacco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI3
Data Trasmissione: Domenica, 9. Dicembre 2018 - 21:15


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LA RISPOSTA E' NELLE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/05/2015 - 11:59
Titolo Originale: The longest ride
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: George Tillman Jr.
Sceneggiatura: Craig Bolotin
Produzione: FOX 2000 PICTURES, TEMPLE HILL ENTERTAINMENT
Durata: 139
Interpreti: Britt Robertson, Scott Eastwood, Alan Alda, Jack Huston, Oona Chaplin

Sophia studia all'Università di Wake Forest, nel Noth Carolina. Si concede poche distrazioni perché vuole mantenersi agli studi tramite borse di studio, dal momento che suoi genitori non sono in grado di aiutarla. Nel North Carolina vanno molto di moda le gare di rodeo su tori. Sophia viene convolta con poca convinzione dalle sue amiche ad assistere ad una di queste gare violente e con l’occasione conosce Luke, il campione locale. I due finiscono presto per innamorarsi ma le loro vite non potrebbero essere più diverse: lui è un uomo che vive delle sue gare nei rodei e della fattoria che ha ereditato dal padre; lei desidera farsi strada nel mondo delle gallerie d’arte e ha ricevuto un’interessante offerta da una gallerista di New York. Una sera Sophia e Luck soccorrono Ira, un anziano che era uscito di strada con la sua macchina. Sophia va a trovarlo periodicamente all’ospedale e ha così modo di conoscere la sua storia: aveva incontrato Ruth poco prima dello scoppio nella guerra e avevano deciso di sposarsi. Partito per il fronte, Ira aveva subito un’infezione che lo aveva reso sterile. Dopo un periodo di indecisione, i due avevano deciso di sposarsi lo stesso ma la loro vita non era stata facile. Le storie delle due coppie finiranno per intrecciarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due coppie sanno decidere qual è il loro unico amore per tutta la vita, nonostante le difficoltà, ma il racconto si rivela accondiscendente nei confronti dei rapporti prematrimoniali
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale ma con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Il regista è bravo nel ricostruire il mondo dei rodei su toro ma i dialoghi mancano di vivacità. Discreta la prestazione dell’affascinante Scott Eastwood, figlio del grande Clint
Testo Breve:

Due coppie, appartenenti a  generazioni diverse, mostrano come sono riusciti a trovare il loro amore per tutta la vita, superando le perplessità iniziali. Un altro lavoro ricavato da un romanzo del prolifico Nicholas Sparks

“Perché ci hai messo tanto?” chiede Ruth a Ira quando questi le manifesta il desiderio di sposarla. La stessa frase viene pronunciata da Sophia, quando Luke fa la medesima dichiarazione. I film ricavati dai romanzi del prolifico Nicholas Sparks hanno una garanzia di fondo: sono storie di giovani che non cercano l’avventura, la bella occasione di un momento ma sono interessati a una sola cosa: un amore che duri tutta una vita.

Anche i protagonisti presentano un profilo dai contorni ben definiti: sono ragazzi che non hanno grilli per la testa, si mostrano generosi verso gli altri e gestiscono in modo autonomo la propria vita.   In questo racconto, Sophia studia intensamente per mantenersi con delle borse di studio; Luke gareggia per poter trovare i soldi necessari a mantenere la fattoria dove vive ancora sua madre. Un campione di rodeo come protagonista è già una figura insolita rispetto agli standard più impegnativi presenti nelle altre pellicole: Zac Efron in Ho cercato il tuo nome era un ex marines mentre Channing Tatum in Dear John era un membro dei corpi speciali impegnati in Irak.

I maschi sono sempre dei gentiluomini (Lucke si presenta, per il suo primo appuntamento, al college femminile dove abita Sophia con un mazzo di fiori in mano, fra le risatine delle ragazze presenti) mentre  quando la temperatura nel rapporto fra i due inizia a salire, è sempre la donna  che prende l’iniziativa. Il loro modo di esprimersi e di dialogare è costantemente pacato; in modo particolarmente accentuato in quest’ultimo racconto, i dialoghi sono intervallati da istanti di riflessione, quasi a sottolineare, in queste persone sensibili, che ogni fase raggiunge la loro sfera più intima.

La decisione di vivere una vita insieme o il fatto di viverla anche di fronte a difficoltà o a dolorose circostanze non è mai facile e il racconto di Sparks lo ripropone ancora una volta.

Se però, per Ira e Ruth, l’autore  ricorre ancora a una volta all’espediente di ostacoli che ci fanno transitare per le corsie di un ospedale,  Sophia e Luke si trovano di fronte a un problema attualissimo: entrambi lavorano e la coerenza con i loro impegni li porterebbe a vivere distanti. Qualunque sia la difficoltà, i protagonisti prendono la loro decisione di restare uniti solo in ragione di un  fermo proposito che proviene dal profondo della loro anima.

Non si può negare che il rischio di scivolare nel melò zuccheroso sia sempre dietro l’angolo nell’ormai numerosa produzione dello scrittore ma bisogna riconoscere che  spesso la responsabilità è del regista, come in quest’ultimo film, più che nella sceneggiatura,  perché Sparks riesce a ricostruire i contesti (in questo caso i mondo dei rodei e quello degli appassionati d’arte) e il progredire della storia con molta cura .

Occorre comunque riconoscere che questa volta il racconto non riesce a nascondere un eccesso di costruzione, soprattutto nel nodo con cui si arriva alla soluzione finale. Il regista  riproduce con molta efficacia  la tensione insita nelle violente gare di rodeo ma i dialoghi soffrono di mancanza di vivacità.

“E vissero felici e contenti” è il ritornello che chiude ogni favola e lo stesso succede in  tanti film, quasi a sottolineare che quello che accade poco risulta poco interessante. Nicholas Sparks racconta invece con le sue storie, non solo il momento della decisione, ma anche quanto sia spesso difficile mantenere l’impegno preso. Riesce anche a renderlo così interessante da esser riuscito a scrivere romanzi (tramutati quasi sempre dei film) che  possono contare su di  un pubblico fedele e numeroso intorno alle sue storie di amore eterno. Scusate se è poco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Giovedì, 30. Maggio 2019 - 21:10


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TUTTO PUO' CAMBIARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/14/2014 - 20:37
 
Titolo Originale: Never Again
Paese: Usa
Anno: 2013
Regia: John Carney
Sceneggiatura: John Carney
Produzione: SYCAMORE PICTURES, APATOW PRODUCTIONS, LIKELY STORY
Durata: 104
Interpreti: Keira Knightley, Mark Ruffalo, Hailee Steinfeld, Adam Levine, James Corden

Dan, un tempo produttore discografico di successo, non riesce da anni a lanciare un disco di successo e finisce per venir licenziato dalla stessa casa discografica da lui fondata. Da tempo incapace di stare lontano dagli alcolici, si rifugia in un bar dove ascolta Greta che sta cantando una sua canzone. Dan intuisce le potenzialità di Greta e si offe per organizzarle un provino. Greta all’inizio rifiuta: l’abbandono del fidanzato per un’altra ragazza è per lei una ferita ancora aperta ma alla fine, conquistata dalle insistenze di lui, finisce per accettare… Recensione

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo dedito al bere e ormai alla deriva, ritrova, con l’aiuto di vere amicizie, la forza per riavvicinarsi alla figlia adolescente e a sua moglie
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di linguaggio sboccato
Giudizio Artistico 
 
John Carney è capace di mettere a fuoco le personalità dei protagonisti ma nel montaggio si perde in sequenze spesso non necessarie. Particolarmente bravo Mark Ruffalo nella parte di Dan
Testo Breve:

John Carney, autore di Once, realizza una seconda elegia sulla speranza con questo racconto  su di un produttore discografico ormai fallito e di un’autrice di canzoni abbandonata dal proprio fidanzato che mettono insieme le loro forze per risalire la china e per ricucire i legami spezzati

Dan è un uomo alla deriva. Vive da solo da quando si è separato dalla moglie, resta spesso attaccato alla bottiglia, sua figlia adolescente continua a rinfacciargli di essersi disinteressato ai suoi problemi e alla fine arriva il colpo di grazia: viene licenziato dalla stessa casa di produzione da lui fondata. Anche Greta, scrittrice di canzoni di talento, arrivata a New York per accompagnare il suo fidanzato, invitato da un’ importante casa discografica, ha il suo momento nero: non viene ingaggiata assieme al fidanzato il quale ha modo di distrarsi con un’altra donna. Dan e Greta, un uomo e una donna profondamente feritii  hanno una passione in comune: la musica e a partire da questa decidono di risalire la china professionale e umana. Cambiato il contesto (da Dublino a New York) la trama ha un sotteso motivazionale molto simile a Once (2006) dello stesso autore, John Carney. Anche in quel caso un ragazzo che è stato abbandonato dalla sua donna, una giovane emigrata della Repubblica Ceca che a stento riesce a mantenere sua madre e sua figlia, uniscono i loro destini e  le loro voci per  incidere un CD che potrà cambiare il loro destino.

I brani musicali cantati sono molti nel film (una chiara passione da parte dell’autore) ma in realtà non è la passione dei protagonisti per la musica che fa progredire il racconto verso il lieto fine: la composizione è una nobile attività a cui si applicano ma sono le relazioni umane, le amicizie, i veri motori del racconto. In questo John Carney è molto bravo nel mostrare come sia proprio quel grammo di altruismo in più che c’è dietro ogni amicizia  a far avanzare la storia. Greta, al massimo dello sconforto, trova ospitalità presso Steve, un suo vecchio compagno di chitarra; Dan ritrova gusto per la vita nel cercar di promuovere Greta; alcuni vecchi amici di Dan si prestano a far parte della sua band improvvisata. Dal bene nasce il bene, sembra dirci l’autore e si crea un progressivo circolo virtuoso nel quale anche la terribile figlia adolescente di Dan che si veste come “Jody Foster in Taxi driver” ritrova il suo equilibrio e un impegno nella banda mentre Dan e sua moglie, che vivono ormai separati da cinque anni sembrano ritrovare la loro vecchia intesa. E’ sicuramente insolita la proposizione di John Carney (la musica che genera unione, l’unione che rende tutti migliori) ma bisogna riconoscere che sa portare avanti le sue tesi in modo molto naturale, senza scadere nel romanticismo né nel patetico.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Venerdì, 23. Ottobre 2015 - 21:10


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QUEL CHE SAPEVA MAISIE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/25/2014 - 10:44
Titolo Originale: What Maisie Knew
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Scott McGehee, David Siegel
Sceneggiatura: Nancy Doyne, Carroll Cartwright
Produzione: RED CROWN PRODUCTION, WEINSTOCK PRODUCTIONS, WILLIAM TEITLER PRODUCTION, IN ASSOCIAZIONE CON 120DB FILMS, KODA ENTERTAINMENT, DREAMBRIDGE FILMS
Durata: 95
Interpreti: Julianne Moore, Alexander Skarsgård, Onata Aprile, Joanna Vanderham, Steve Coogan

Maisie, una bambina di sei anni, vive a New York. I suoi genitori (Beale, un mercante d’arte e Susanna una rockstar) stanno divorziando e litigano fra loro sul tema dell’affido. Maisie viene presa in custodia ora dall’uno ora dall’altro genitore ma questi hanno sempre qualche altra priorità per potersi occupare di lei. La bambina viene quindi affidata a Margo, sua ex-tata ed ora nuova moglie di Beale, oppure a Lincoln, un barista semplice e senza ambizioni che Susanna ha sposato con il solo scopo di risultare più affidabile davanti al giudice. Maisie si trova così in migrazione continua da un componente all’altro di questa strana famiglia allargata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film può essere visto come un atto di accusa, senza sconti, dell’egoismo di tanti genitori che per soddisfare le loro ambizioni, si separano e trascurano i loro doveri nei confronti dei figli
Pubblico 
Adolescenti
Tematiche familiari complesse
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a porci all’altezza di Maisie per vedere il mondo con i suoi occhi. Qualche ripetitività nel racconto rende meno interessante la parte centrale della storia
Testo Breve:

Il film riesce a porci all’altezza di Maisie per vedere il mondo con i suoi occhi. Qualche ripetitività nel racconto rende meno interessante la parte centrale della storia

Una bimba di sei anni sta pranzando con suo padre Beale, divorziato. Beale le comunica che per motivi di lavoro deve trasferirsi in Inghilterra. Maisie gli chiede con semplicità se può venire con lui. “Perché no?” inizia a riflettere il padre; gli  inevitabili problemi con la ex moglie e con il tribunale potrebbero venir risolti. Ma Maisie pone una condizione: vuole essere di ritorno prima che  la mamma abbia terminato il suo tour musicale. A questo punto Beale comprende che non sarà facile trovare una soluzione e inizia a spiegare a Maisie  che il tempo in Inghilterra è particolarmente brutto…

“Quel che sapeva Maisie” è la fotografia di un divorzio visto con gli occhi di una bambina di sei anni, contesa solo nella forma ma trascurata nella sostanza, eterna priorità numero due per dei genitori che pensano unicamente a se stessi e alla propria carriera.

Difficile immaginare una bimba più sensata (sicuramente più dei suoi genitori) di Maisie: attende con pazienza di venir prelevata dal genitore di turno; gli corre incontro sempre pronta ad allargare le braccia in un lungo abbraccio perché incapace di sospettare o provare rancore per alcuno. Ascolta con pazienza le loro dichiarazioni di affetto di circostanza, accetta tutti i regali ipocriti che riceve, salvo poi vedere che la mamma o il papà vanno via poco dopo, scusandosi perché c’è sempre qualche impegno inprorogabile da soddisfare. Maisie risponde con il suo sguardo profondo senza parlare perché non c’è niente da dire: i genitori già da soli si vergognano delle stesse loro stesse parole, dell’incredibile fragilità dei loro pretesti che significano una sola cosa: tu non sei la mia priorità.

Per tutta la durata del film Maisie si annoia in sala registrazioni con la mamma, pranza frettolosamente con il padre, va a passeggio con la sua ex- tata Margo (che nel frattempo ha sposato suo padre) oppure deve stare in un angolo del bar equivoco dove lavora Lincoln, il giovane ragazzo che la mamma ha sposato per il solo scopo di migliorare la sua credibilità di fronte al giudice per la causa di affido.

Il film sottolinea l’estrema gentilezza con cui tutti a turno dedicano un frammento del loro tempo a Maisie e nei rapporti fra di loro: è proprio la gestione così politically correct che a rendere più agghiacciante “la banalità” di questa crudeltà quotidiana.

Alla fine, saranno proprio Margo e Lincoln a prendersi meglio cura di Maisie: i loro lavori, più modesti rispetto quelli dei genitori della ragazza, li pongono in condizione di avere più tempo per lei.

Su quest’ultimo aspetto il film risulta più ambiguo:quale messaggio vuole trasmetterci?  I veri genitori non sono quelli biologici ma quelli che mostrano più affetto? E’ opportuno che solo chi non ha lavori impegnativi metta al mondo dei figli? Al giorno d’oggi, dove il tempo è sempre prezioso, è opportuno allevare i figli con il sostegno di una famiglia allargata?

A voi la risposta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIplay
Data Trasmissione: Domenica, 20. Ottobre 2019 (Tutto il giorno)


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