Drammatico

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APOCALYPTO (Fumagalli)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/06/2010 - 11:21
Titolo Originale: Apocalypto
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Mel Gibson e Farad Safinia
Durata: 138'
Interpreti: Rudy Youngblood, Dalia Hernandez, Raoul Trujillo

Zampa di Giaguaro è un giovane cacciatore Maya, figlio del capo del suo villaggio. La sua vita viene sconvolta dall’arrivo di guerrieri della città vicina, che uccidono molte persone e rapiscono le rimanenti per venderle o offrirle in sacrifici ai loro dei. Zampa di Giaguaro riesce inaspettatamente a fuggire: si scatena una caccia all’uomo senza esclusione di colpi. Ma Zampa di Giaguaro ha una spinta in più: la moglie –incinta in stato avanzato- si è nascosta con il primo loro bambino in una specie di profondo pozzo naturale, da cui ella non potrà uscire se lui non la aiuta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E' probabile che le intenzioni del regista fossero alte e vi sono elementi interessanti, che però rischiano di perdersi in un contesto di violenza, sangue e crudeltà davvero al di sopra di quanto potesse servire per una storia pur realista
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di violenza e di crudeltà di vario tipo, anche molto impressionanti, molti accenni di nudo, pur se sempre in contesti naturalistici e primitivi
Giudizio Artistico 
 
Eccellente è il lavoro del direttore della fotografia, dei costumisti, truccatori, art directors ; notevole pure la colonna sonora

Apocalyptosi apre con alcuni secondi di inquadratura sulla calma della foresta: sono gli unici momenti tranquilli del film, che da lì in poi è un susseguirsi di azioni palpitanti e spesso crudeli: caccia, violenza, colpi di tutti i tipi, sangue, mutilazioni, inseguimenti, crudeltà, fino a un inaspettato finale.

“Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno”. È difficile dare una valutazione di questo film di Mel Gibson, perché nelle intenzioni del regista si dovevano fondere in esso due idee. Una è una riflessione sulla crisi di una civiltà: lo studioso Richard D. Hansen, che è stato consulente storico del film, sottolinea come la civiltà Maya sia caduta per la sua debolezza interna, la rigida struttura in classi, lo sfruttamento degli schiavi, la fame di consumo di beni e lo sfruttamento intensivo e non rispettoso della natura. E il film di Gibson ha senz’altro alcuni spunti che –a voler leggere attentamente tra le righe- indicano i segnali di una civiltà in crisi: la sua superstizione, la fame di sacrifici, la commercializzazione degli esseri umani comprati e venduti o barbaramente uccisi. Nelle parole di Gibson, il film vuole essere anche un avvertimento per la nostra civiltà occidentale, che si pensa eterna e che invece potrebbe estinguersi altrettanto facilmente.

L’altra linea è quella dell’azione pura: in questo Gibson dimostra ancora una volta di essere un grande maestro di cinema. Zampa di Giaguaro deve salvarsi anzitutto sconfiggendo la propria paura, così come gli aveva detto il padre. Il film è recitato in lingua Maya, ma le parole –poche, peraltro- lasciano il primo piano all’azione e alle immagini. Che sono senza dubbio notevoli, di grande qualità artistica, capaci di coinvolgere ed emozionare: eccellente è il lavoro del direttore della fotografia, dei costumisti, truccatori, art directors e in generale di tutto il reparto artistico; notevole pure la colonna sonora di James Horner (Braveheart, Titanic), ma anche tutto il lavoro sul suono (respiri, rumori, ecc.). E’ un film che non lascia un attimo di respiro e che può senza dubbio coinvolgere gli appassionati del genere.

Ma probabilmente questa seconda componente del film ha preso la mano all’autore, che si lascia andare a crudeltà che per la loro quantità rimangono in qualche modo fini a loro stesse. La vicenda è intessuta di rimandi di “sottotesto” che fanno pensare che probabilmente le intenzioni erano comunque alte: i riferimenti del gran sacerdote all’accusa fatta ai Maya di essere una civiltà marcia, l’analogia fra le torture ai prigionieri e i circhi romani dove venivano martirizzati i cristiani, gli interventi “provvidenziali” che più volte salvano il protagonista, il finale che visivamente e nelle parole del protagonista annuncia un “nuovo inizio”… Sono tutti elementi interessanti, che però rischiano di perdersi in un contesto di violenza, sangue e crudeltà davvero al di sopra di quanto potesse servire per una storia pur realista.

Almeno forse, il film, un risultato lo raggiungerà: sentiremo parlare un po’ meno della civiltà Maya come di un’idilliaca società di uomini felici, rovinata solo da Colombo e dagli spagnoli dopo il 1492.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: NOVE
Data Trasmissione: Sabato, 19. Dicembre 2020 - 21:20


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AMERICAN BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/05/2010 - 13:17
Titolo Originale: AMERICAN BEAUTY
Paese: U.S.A.
Anno: 2000
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Alan Ball
Interpreti: Kevin Spacey (Lester), Annette Bening (Carolyn ), Thora Birch (Jane), Wes Bentley (Ricky), Mena suvari (Angela)

 Tutta la vicenda si svolge all’interno del quartiere residenziale di una non meglio individuata città americana, con i suoi bei viali alberati su cui si affacciano lindi e curati giardini di villette monofamiliari; vediamo i suoi abitanti che li percorrono facendo lo jogging o si scambiano saluti di cortesia attraverso le siepi di recinzione, fra il taglio dell’erba e la potatura delle rose della specie "american beauty".

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ricerca del successo personale passa sopra gli affetti familiari, porta ad un utilizzo strumentale della sessualità e a spacciare droga
Pubblico 
Sconsigliato
Per il linguaggio sessuale esplicito, l'uso e spaccio di droga, il pensiero nichilista verso l'uomo e la famiglia
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale sceneggiatura ed ottima recitazione

 

Il protagonista, Lester, che accompagnerà tutta la storia con il suo commento fuori campo, si qualifica subito come un perdente rassegnato. Fin dal suo risveglio egli prevede che non ci sarà nulla che potrà entusiasmarlo, giornalista mediocre di un giornale di provincia. Facciamo la conoscenza anche con sua moglie Carolyn perfezionista dell’ordine e della pulizia di casa, che svolge il suo lavoro di mediatore immobiliare con tenacia ed ambizione, desiderosa di sfondare nel suo ramo. Questa sua ossessione per il successo la porterà ad ammirare e poi ad avere incontri amorosi con il leader degli immobiliari della zona, un personaggio che recita dal vivo l’immagine che si è costruita attraverso abili campagne pubblicitarie. Marito e moglie svolgono le loro vite parallele senza affetti e con frequenti bisticci su cose di poco conto. Tutto questo non fa che allontanare ancor di più da loro la figlia adolescente Jane, che trova invece interesse, ricambiata, per Ricky, ragazzo della casa accanto e suo compagno di scuola, che ha da poco traslocato con la sua famiglia. Apparentemente bravo ragazzo che cerca di guadagnare qualcosa con lavoretto serale, rispettoso dell’autorità paterna (suo padre è un rigido ufficiale dei Marines), in realtà egli arrotonda la sua condizione economica di studente spacciando (e consumando) erba. Nessuna sorpresa quando, indifferente alla famiglia lei, soffocato dal padre dittatore lui, meditino entrambi una romantica fuga a New York dove lui "conosce altri spacciatori che potrebbero aiutarlo".

Jane ha una amica Angela, che si compiace, novella Lolita, di innescare il desiderio di maschi più grandi di lei, vedendo in questo una riprova della sua capacità di seduzione, essenziale per la sua aspirazione a diventare top model. In effetti è proprio Lester ad avere i sensi risvegliati dalle sue attenzioni e, indifferente anzi soddisfatto per aver perso quel lavoro che costituiva per lui una continua fonte di frustrazione, si dedica ora a seguire miti narcisistici, quali quello della prestanza fisica indispensabile per riuscire a conquistare le attenzioni di una giovane come Angela. Il finale tragico del film porta alla ribalta il tema della morte preannunciato già all’inizio del film (il protagonista racconta infatti il suo ultimo anno di vita). Come suggerisce lo stesso Lester, è l’unica cosa certa che avverrà e se è successo a lui, succederà anche a noi (la reazione degli spettatori a quest’ultima battuta del film è facilmente prevedibile).

Questo film è americano; l’osservazione è ovvia ma la nostra appartenenza al vecchio continente ci fa percepire qualcosa nel film che ci è estraneo, che non ci è proprio, anche se forse per poco tempo ancora. Qualcosa di diverso nella misura in cui la percentuale di divorzi in U.S.A. è quasi il triplo di quella italiana e nella misura in cui da sempre la ricerca del successo e del benessere economico, unica unità di misura per le persone, pervade non solo le classi più elevate, quelle che effettivamente detengono il potere della ricchezza, ma anche la sconfinata vallata della media borghesia, dove la ricerca dei posti più in vista assume il tono di un campionato provinciale fra persone mediocri. Ecco che Carolyn si ripete incessantemente che "per avere successo è importante apparire di successo" mentre Angela ribadisce più volte che "non c’è nulla di peggio che essere banale". Il più cinicamente integrato in tale logica e il giovane Ricky che costruisce intorno a se, un’immagine di tranquillo e bravo ragazzo ma poi è il primo a perseguire la regola che l’importante è avere denaro, indipendentemente da come lo si ottiene. Nessuna molla interna di ribellione scatta in questo ragazzo, egli non sente nessun impegno per un comportamento coerente o quantomeno integro, troppo spento nel suo quieto vivere, nel suo piccolo benessere truffaldino conquistato. Lester è un più deciso contestatore di questo mondo di arrivisti (forse perché riconosce obbiettivamente di non averne le capacità) tanto che volutamente cerca un semplice impiego in una tavola calda proprio "per non avere responsabilità". Rinfaccia alla moglie di esser più attaccata alle "cose", ai begli oggetti di casa che non alle persone. Ma anche lui risolve i suoi problemi in modo assolutamente privato, sognando, a 42 anni, di essere ancora sufficientemente prestante da riuscire conquistare una ragazza adolescente. Solo alla fine, dopo un lungo colloquio con Angela, capisce quanto sia stato immaturo e ridicolo il suo atteggiamento e contemplando una foto che gli richiama un momento di serenità familiare con sua moglie e sua figlia, torna a rivolgersi verso gli unici veri valori umani sui quali, nonostante tutto, può contare.

In questo film ognuno agisce per se stesso ed ha rapporti con gli altri nella misura in cui gli è conveniente nella ricerca della propria soddisfazione. In questo contesto le due famiglie che ci vengono presentate, quella di Jane e quella di Ricky (a dire il vero ve ne è una terza formata da due gay, assolutamente felici), si ritrovano insieme solo per alcuni appuntamenti obbligati della giornata (a cena la sera nel primo caso o davanti alla televisione per vedere un film scelto dal padre nel secondo). Sono incontri che in realtà disgregano, perché avvelenati da futili litigi o da pesanti silenzi.

Non ci troviamo di fronte ad un film satirico sulla middle class americana, anche se l’ironia e la comicità di certe situazioni sembrerebbe farlo pensare; fare satira vuol dire distruggere per costruire, per valorizzare un comportamento di riferimento anche se esplicitamente non dichiarato. In questo caso non traspare nessun messaggio: il film ci presenta i personaggi così come sono, ben tratteggiati nel disagio della loro desolante umanità: tutti disadattati per cercar di essere quello che non sono, tranne Lester che riesce ad essere ribelle perché si fa forte della sua rinuncia e Ricky che non si pone problemi perché perfettamente allineato alle regole dominanti.

L’atteggiamento nichilista che pervade il film è attenuato da due soli riferimenti assoluti: la contemplazione (da parte di Ricky) della bellezza di tante piccole realtà che ci circondano (una busta di plastica sospinta dal vento , un uccello morente) che fanno intravedere la bellezza più grande ma misteriosa dell’universo; il senso della morte, che preannunciata all’inizio e poi manifestata alla fine del film, lo racchiude come una parentesi condizionante, attimo misterioso della nostra esistenza che ci fa cogliere, quando ormai è troppo tardi, la percezione dell’eterno.

Il film ha lo stesso un merito: dal momento che la sceneggiatura è ottima ed è molto ben recitato, tanto che lo spettatore si sente perfettamente coinvolto nella vicenda, proprio per questo si esce da film con un forte desiderio che una società siffatta non riesca ad attecchire

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMEN.

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/05/2010 - 13:05
Titolo Originale: AMEN
Paese: Francia
Anno: 2002
Regia: onstantin Costa Gavras
Sceneggiatura: C. Gavras, J-C Grumberg
Interpreti: Ulrich Tukur (Kurt Gerstein), Mathieu

Kurt Gerstein, coscienzioso esperto in veleni contro i parassiti, cristiano protestante ma anche ufficiale delle SS, si accorge con sgomento, in un suo viaggio nella Polonia occupata, che lo Zyklon B che egli aveva fornito per opere di disinfestazione viene in realtà usato per sterminare in massa famiglie ebree.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'impegno di effettuare una ricerca obiettiva della verità sui fatti ha un brutto scivolone sul finale
Pubblico 
Maggiorenni
Per la preparazione culturale necessaria per giudicare serenamente i contenuti del film
Giudizio Artistico 
 
Buona la professionalità del regista che però non è all'altezza dei suoi film precedenti

Kurt assegna per sé la missione più scomoda: continuare ad obbedire agli ordini dei suoi superiori per restare in questo modo un testimone diretto di tali atrocità. Al contempo opera in segreto per far in modo che gli alleati possano venirne a conoscenza, tramite l'ambasciatore svedese a Berlino.
Riccardo, un giovane gesuita presso la Nuziatura di Berlino (il personaggio è di fantasia, mentre Kurt è realmente esistito) che ascolta quasi per caso la testimonianza di Kurt, finisce per condividerne le  angosce e si adopera perché anche il Santo Padre a Roma possa venirne informato. La sua speranza è che il Vaticano pronunci una parola autorevole a difesa di quelle migliaia di sventurati.

E' fuori luogo, in queste poche righe, emettere giudizi storici sull'aderenza di quanto viene narrato rispetto a ciò che è realmente accaduto; è utile invece analizzare la coerenza interna del racconto imbastito da Gavras per giudicare se egli riesce a dar ragione della sua tesi, senza indulgere a pregiudizi o sentenze sommarie

Il film segue i due personaggi nei loro spostamenti fra Roma, Berlino ed i campi di sterminio in Polonia, nel tentativo di sollevare le coscienze su ciò che sta' accadendo e traccia in questo modo un quadro sufficientemente completo delle reazioni delle varie parti in causa.

Enormi sono le difficoltà che i due incontrano: i connazionali di Kurt, anche quelli di fede cristiana che pur in passato avevano reagito prontamente sollevando con successo l'opinione pubblica contro il piano di Hitler di sterminare i minorati mentali, non se la sentono ora di minare la coesione dei tedeschi in una guerra così difficile per difendere una minoranza.

Gli alleati, gli Americani in testa, danno priorità a sconfiggere i tedeschi sui campi di battaglia. "I nostri cieli sono sempre vuoti" dicono gli ufficiali delle S.S. di stanza in Polonia, ad indicare che nessuna azione di disturbo intorno ai campi di sterminio viene fatta dagli aerei alleati.

Per quel che riguarda il Vaticano infine, Kurt, appena arrivato a Roma, scopre che la Chiesa Cattolica ha messo in atto una fitta rete di solidarietà che cerca di dare rifugio ed alloggio, nei vari conventi della capitale, agli ebrei italiani perseguitati.
Non viene emessa invece una dichiarazione formale da parte del Papa di condanna per la persecuzione degli ebrei.

Paradossalmente il film (paradossalmente perché è forse il risultato contrario a quello che il regista si era proposto) dà adeguata motivazione di questo comportamento di PioXII, proprio per il  modo in cui è stato ricostruito il contesto.
Il Papa, che aveva espresso nel messaggio di Natale dello stesso anno un forte invito alla pace e solidarietà per le sofferenze che venivano sopportate dalla popolazione civile di entrambe le parti (era quello il momento dei grandi bombardamenti alleati sulle città tedesche), non poteva non essere il padre spirituale di tutti.
Da una condanna più formale, esplicita, di una fazione rispetto all'altra, non sarebbe scaturito nessun beneficio concreto agli ebrei perseguitati (gli alleati avrebbero continuato ad avere come priorità la vittoria sui campi di battaglia) mentre probabilmente, per ritorsione, sarebbero aumentate le persecuzioni dei nazisti nei confronti degli ebrei e dei cattolici tedeschi. In Papa ne aveva già avuta una dimostrazione tangibile con le ritorsioni tedesche contro gli ebrei ed il clero cattolico olandesi  a fronte di una decisa presa di posizione  di quest' ultimo.

Il film dimostra la sicura professionalità del regista greco anche se talvolta scivola nel didascalico; molto belle le scene di serena vita familiare che Kurt riesce a concedersi al ritorno dal fronte di guerra.
Pessimo invece il finale dove, forse per cedere alla tentazione di costruire un colpo di scena di facile effetto, Gavras ipotizza, attraverso allusioni indirette, ad iniziative del Vaticano per salvare i criminali nazisti. Se fino a quel momento Gavras aveva esposto le sue tesi, giuste o no, dandocene adeguata motivazione, segno almeno di onestà intellettuale, sul finale scivola nella maldicenza immotivata.

Il film si ritiene adatto ai maggiorenni, non certo per situazioni o scene scabrose che in effetti non esistono, quanto per la necessità di disporre di un adeguato bagaglio culturale tale da consentire il discernimento fra ciò che è una tesi sostenuta dal regista e ciò che è realtà storica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANCHE LIBERO VA BENE (C. Toffoletto)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/05/2010 - 12:56
Titolo Originale: ANCHE LIBERO VA BENE
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Kim Rossi Stuart
Sceneggiatura: Linda Ferri, Domenico Starnone, Francesco Giammusso, Kim Rossi Stuart.
Produzione: Carlo Degli Esposti
Durata: 108'
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Alessandro Morace, Marta Nobili

Il piccolo Tommi, undici anni, vive con il padre Renato e la sorella maggiore Viola, dopo che la madre li ha abbandonati. La famiglia sta faticosamente costruendo un nuovo assetto intorno al padre. Ma il fragile equilibrio si spezza quando la donna ritorna, implorando il marito e i figli di riaccoglierla in casa…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Mettere in scena solo famiglie disastrate può indurre a pensare – erroneamente - che questa sia la normalità. Per gli sceneggiatori raccontare situazioni “patologiche” è una comoda scorciatoia al ricatto emotivo.
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, blasfemia, violenza verbale, qualche scena sensuale.
Giudizio Artistico 
 
Questa opera prima ha una marcia in più. Forse perché al centro, viene posto il rapporto, intenso ma imperfetto, tra un padre e suo figlio.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANCHE LIBERO VA BENE (F.Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/05/2010 - 12:46
Titolo Originale: ANCHE LIBERO VA BENE (F.Olearo)
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Kim Rossi Stuart
Sceneggiatura: Linda Ferri, Domenico Starnone, Francesco Giammusso, Kim Rossi Stuart
Durata: 108'
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Alessandro Morace, Marta Nobili

Renato (Kim Rossi Stuart) vive in modo precario del suo lavoro di cameramen in una casa modesta assieme ai suoi figli Tommi (Alessandro Morace) di 11 anni e Viola (Marta Nobili), appena adolescente.  Renato cerca di fare del proprio meglio per portare avanti una famiglia senza una madre, alternando momenti di tenero affetto a scatti d'ira  quando i figli non seguono i semplici schemi mentali che  si è costruito per loro. Una sera arriva in casa Stefania  (Barbora Bobulova) , la mamma dei due ragazzi, che supplica di venir perdonata e di poter esser di nuovo accolta in casa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La grande sensibilità mostrata nel delineare il dramma di un bambino fra due genitori troppo fragili viene soffocata da una visione della famiglia cupa e senza speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Un linguaggio pesantemente scurrile e una bestemmia detta in un momento di grande disperazione
Giudizio Artistico 
 
L'attore più bravo è il piccolo Morace; sceneggiatura e regia sono essenziali e neo-realiste ma la storia è tanto semplice da apparire disadorna
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALEXANDER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/05/2010 - 12:38
Titolo Originale: alexander
Paese: Germania/GB/Olanda/USA
Anno: 2004
Regia: Oliver Stone
Sceneggiatura: Oliver Stone, Christopher Kyle, Laeta Kalogridis
Durata: 173'
Interpreti: Vincent Cassel, Monica Bellucci, André Dussollier

Nella libreria di Alessandria d'Egitto Tolomeo, luogotenente di Alessandro, ormai vecchio, inizia a dettare la vita del condottiero macedone. Racconta di vittorie gloriose, di avventurose spedizioni fino ai confini dell'India ma anche delle  ribellioni dei suoi generali, delle trame di sua madre Olimpia, dell'ingombrante ricordo  di suo padre Filippo, molto amato dal suo popolo.

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ricerca della gloria in battaglia contro i nemici, le cospirazioni degli alleati e dei familiari, le passioni che ci dominano, la cinica ineluttabilità del fato fanno della vita umana una orgogliosa lotta senza speranza
Pubblico 
Adulti
Per la cruenza delle battaglie, incluse le ferite agli animali. Una scena intima con nudità femminili La rappresentazione della "amicizia" greca
Giudizio Artistico 
 
Alcune disarmonie nel montaggio ed un eccesso di parole offuscano i molti pregi del film: la bellezza visiva delle battaglie, delle scenografie orientali, la bravura di tutti i protagonisti

Si racconta che Oliver Stone sia stato da sempre  affascinato dal personaggio e dal mito di Alessandro Magno e che per  anni abbia meditato di farne un film. Alla fine ci è riuscito, sulla spinta del rinnovato successo del filone Swords & Sandals (che si traduce in italiano Peplum)  riuscendo ad impegnare un budget di oltre 150 milioni di dollari, a mobilitare per le scene di battaglia fino a 1.500 comparse, trasferendo tutta la troupe in Marocco, in Thailandia e a Londra. Il regista-sceneggiatore era pronto anche professionalmente a tale sfida: aveva già descritto  battaglie cruente (Platoon-1986), il peso schiacciante del potere (Gli intrighi del potere - Nixon-1996) e aveva affinato il suo modo tutto personale di costruire dialoghi-scontro fra uomo e donna (Fra cielo e terra -1993).
Diciamo subito che per serietà di impostazione questo film si distacca nettamente dai suoi cugini di genere Il gladiatore e Troy : se questi  sono stati un esempio di saccheggio della cultura classica per realizzare, in piena libertà storica  un facile prodotto per il grande pubblico, Alexander riproduce fedelmente, sia pure in modo romanzato i passi salienti della  breve epopea del re condottiero morto a 32 anni e si intravede un impegno sincero del regista di ricostruirne la  vera personalità.
Non ci troviamo di fronte al classico eroe senza macchia e senza paura che uccide in battaglia  due  nemici con un colpo solo (senza allusioni a Russel Crowe ne il gladiatore) ma una personalità complessa, audace e brillante in battaglia,   visionario sognatore di un mondo unificato dalla cultura greca,  ambizioso esploratore per poter misurare prima di tutto i suoi limiti ("dobbiamo andare avanti finché troveremo la fine") ma fragile emotivamente, esasperato dalle ossessioni  (il confronto/scontro con suo padre Filippo e il  rapporto esclusivo ed opprimente con la madre). Si può dire che la ricostruzione della sua personalità costituisca l'invenzione più libera dell'autore; licenza lecita, date le scarse informazioni storiche a riguardo, ma è indubbio che Stone abbia voluto aggiungere alla sua collezione un'altro dei suoi personaggi tragici e dannati che non vogliono (Jim Morrison in The Doors-1991, Gli intrighi del potere - Nixon-1996, Natural born killers-1994) o non possono (Nato il 4  luglio-1989) condurre una vita ordinaria.
E' toccato al giovane Colin Farrell mettere in scena una personalità così complessa e bisogna dire che di meglio non poteva fare;  brava anche la madre Anjolina Jolie, fredda cospiratrice ed il selvaggio ma affettuoso padre,Val Kilmer.

E' giunto però il momento di parlare delle lacune del film. La prima è sicuramente la la tendenza a raccontare fuori campo e a spiegare invece che mostrare, prima regola di qualsiasi film. E' indubbio che Stone si è dovuto porre il problema di come inquadrare un'importante passaggio della storia greca a chi probabilmente non dispone neanche di una pallida reminiscenza scolastica; per questo Tolomeo (Antony Hopkins) è l'io narrante che interviene spesso per spiegare e narrare il passaggi che vengono saltati .  Più gravi sono i dialoghi meditativi sulle sorti degli esseri umani e sulla grandezza che sta imprigionando Alessandro ("si resta soli quando si diventa un mito"): è il racconto stesso che dovrebbe suggerirci  quello che sta avvenendo in lui, senza "note di redazione".  
 Infine, fatto molto molto strano per un maestro del montaggio come Oliver Stone, ci sono alcune disarmoniche aperture di parentesi che spezzano la continuità del racconto: proprio al culmine della spedizione in India si innesta  un flash back in Macedonia su di un episodio che lo spettatore aveva già assorbito, creando una fastidiosa perdita di attenzione. E'come se la passione per il tema, l'ansia di cercare di dire tutto,  abbia distolto il regista dall'obbligo di guardare con freddezza la sua opera e controllarne l'armonia complessiva.

Fra i pregi dobbiamo annoverare invece il  travolgente impatto visivo delle scene di combattimento  (l'attacco dei carri persiani con le ruote a falce contro la falange macedone; la cavalleria greca contro gli elefanti indiani); la risolutiva battaglia di Gaugalela  vista con gli occhi di un'aquila che plana sui combattenti;  una Babilonia che ci appare nel pieno del suo antico splendore; la ricostruzione di una fastosa corte orientale, con gli stessi colori dei pittori  orientalistes francesi.

Stone, nel parlarci del mondo greco, non può non fare riferimento a  quello che all'epoca si intendeva come "amicizia" maschile: spetta ad Aristotele (Christoper Plummer) , spiegare ad Alesandro adolescente come, in un mondo sostanzialmente misogino, dove le donne erano degli esseri petulanti utili solo per generare figli, "l'amore fra gli uomini è possibile per scambiarsi conoscenze". Bisogna dare atto al regista che questi riferimenti sono coerenti con il tentativo di ricostruire un'epoca, senza che traspaia il tentativo far passare un messaggio indiretto agli uomini d'oggi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Lunedì, 11. Maggio 2020 - 15:55


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LO SCAFANDRO E LA FARFALLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/30/2010 - 12:34
 
Titolo Originale: Le scaphandre et le papillon
Paese: Francia, USA
Anno: 2007
Regia: Julian Schnabel
Sceneggiatura: Ronald Harwood
Durata: 112'
Interpreti: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josèe Croze, Anne Consigny

Jean-Dominique a soli 43 anni è un uomo affermato: caporedattore di una famosa rivista femminile, con tre figli avuti dalla sua convivente, vive nel lusso e si concede spesso avventure sentimentali. Un giorno, dopo un malore in macchina, si ritrova totalmente paralizzato, capace solo di sentire e di vedere da un occhio. Ma il suo cervello è perfettamente attivo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La voglia di vivere del protagonista, la tenacia e la pazienza dei paramedici, l'affetto dei familiari, ridanno piena dignità all'esistenza di un uomo totalmente paralizzato
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di rapidi nudi parziali femminili. Una scena di palpebre che vengono cucite che potrebbe impressionare
Giudizio Artistico 
 
Il regista gradua bene il materiale narrativo, mantenendo alta la tensione senza scivolare nel patetico; ottima la sceneggiatura dello stesso autore de Il pianista
Testo Breve:

 Cosa fare se a 43 anni, con una brillante carriera di redattore alle spalle e una gran voglia di godersi la vita, ci si trova completamente paralizzati, in grado solo di sentire e di vedere da un occhio solo? Una grande storia di coraggio e speranza per tutti  Una grande storia di coraggio   

Jean-Dominique, presa ormai piena coscienza di essere un "locked-in” cioè un sano di mente che vive in un corpo che non gli appartiene più se non per la capacità di udire e di vedere da un solo occhio, ha imparato, con l’aiuto di una graziosa e paziente ortofonista, a esprimersi di nuovo (lei recita l’alfabeto, mentre lui batte le ciglia per indicare quale lettera vuole utilizzare).
La prima frase che riesce a comunicare  è “voglio morire”. "Lei vuole morire!- risponde la ragazza, trattenendo a stento la delusione  - Ci sono persone che l’amano. Io la conosco appena ma lei già conta molto per me. Lei è vivo, quindi non mi dica che vuole morire. E’ una mancanza di rispetto, è osceno!"  Per fortuna è lo sconforto di un momento: Jaen-Dominique riprenderà gli esercizi per potersi esprimere sempre meglio e comunica alla ragazza:"ho deciso di non compiangermi più" .

"Ho scoperto che oltre al mio occhio ci sono altre due cose che non sono paralizzate:  la mia immaginazione e la mia memoria: posso immaginare qualunque cosa, qualunque persona, qualunque luogo; farmi accarezzare dalle onde della Martinica, andare a trovare la donna che amo..oppure ricordarmi di me giovane e affascinante; questo sono io!"  è la scoperta semplice e prodigiosa di Jean che da quel momento sente il bisogno imperioso di trasmetterla agli altri e concepisce l’idea quasi folle di scrivere un libro autobiografico.

Sono questi i due passaggi chiave che ci raccontano la storia tutta intima, senza eventi esterni di un essere che qualcuno dei suoi amici vorrebbe considerare un "vegetale" ma che invece è e si manifesta come un uomo a pieno titolo.

Il regista bilancia in modo perfetto la cruda descrizione dello stato in cui si trova Jean, ai feed-back della sua esuberante vita passata. Nella parte iniziale noi vediamo tutto attraverso il suo unico occhio, ora appannato ora no e ascoltiamo la sua voce che ci guida nei suoi pensieri, cosciente di non poter esser udito da nessuno.

Solo nella parte finale del film, quando Jean è ormai riuscito a ridare un senso rinnovato alla sua esistenza, aumentano i flash back: quelli di un invidiabile  capo redattore di una prestigiosa rivista francese di moda, una vita passata nel lusso e nelle belle cose, tre simpatici figli avuti dalla sua convivente e le molte avventure amorose che delineano  un quarantenne, non certo un santo, ma un uomo con tanta voglia di vivere.

Questo film può essere considerato una magnifica risposta a Mare dentro (2004) che in modo molto più ideologico sviluppava la sua  tesi a favore dell’eutanasia.

Certo, ci sarà chi vorrà commentare che per Jean, un intellettuale di professione e di passione, sarà stato più facile rifondare la propria esistenza  intorno al  solo frutto del pensiero, ma si tratta di una conclusione  non sostenibile: Jean aveva impostato la sua esistenza su i piaceri della vita,  sulla bellezza femminile che traspare dalle foto della sua rivista  e dalle sue donne: significativo è il  sogno nel quale immagina di trovarsi in un ristorante a gustare ostriche, vino d’annata e ogni altro piacere del palato, lui che ora vive alimentato artificialmente. Il film sottolinea molto bene che per ottenere questo “miracolo della normalità” in una situazione così eccezionale non è sufficiente l’impegno del paziente: sono decisivi  quasi quanto la sua voglia di vivere  le operatrici che si prodigano intorno a lui per ridargli con costanza e pazienza una parvenza di vita normale (con il supporto di attrezzature ospedaliere eccezionali: saranno state pubbliche?) e l’affetto della madre dei suoi figli, che passa lunghe giornate con lui, parlandogli come se nulla fosse accaduto.

Il regista allarga il tema della sofferenza o meglio cerca di indagare sul senso che si può dare alla sofferenza, accostando quella di Jean al lento declino della vecchiaia (un bell’incontro con il padre  smemorato, due diverse menomazione che si incoraggiano a vicenda, un Max von Sydow da ricordare, degno delle sue prime interpretazioni) ai pellegrinaggi di speranza e di fede verso Lourdes..
Il magnifico spettacolo dei tanti volontari che spingono le carrozzelle dei malati è visto con l’occhio disincantato e scettico di lui, ma resta sempre di grande  efficacia. Si è forse trattato di un doveroso omaggio al politically correct, che ha consentito a questo film di venire ammirato da quasi tutta la critica; ciò che conta, sembrano dire questi critici,  è che la storia e le decisioni di continuare a vivere di Jean siano assolutamente personali e che, come tali, hanno pari dignità  della scelta in senso opposto di Ramon, protagonista di Mare dentro.
Non penso assolutamente che sia stato questo il modo di pensare del Jean reale: lo sforzo eroico di raccontare in un libro la sua esperienza testimonia al contrario la voglia di comunicare agli altri la felicità del suo continuare ad esistere. 

Dieci giorni dopo l’uscita del suo libro, quando ormai Jean iniziava a pronunciare con le labbra le prime parole e stava per ordinare un camper speciale con il quale  potersi muovere per la Francia, una polmonite troncava  definitivamente la sua esistenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 31. Gennaio 2017 - 0:55


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