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Il film non fa parte di nessuna categoria

SHADOWSHUNTERS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/09/2020 - 19:34
Titolo Originale: Shadowshunters
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ed Decter, Todd Slavkin, Darren Swimmer
Produzione: Constantin Film
Durata: Stagioni 3 episodi 55 su Netflix
Interpreti: Katherine McNamara, Dominic Sherwood, Alberto Rosende, Emeraude Toubia

Il mondo è diviso in tre grandi gruppi di esseri: i mondani, ovvero gli esseri umani normali; gli shadowhunters, ovvero umani nelle cui vene scorre anche del sangue angelico e infine il mondo nascosto, ovvero vampiri, lupi mannari, stregoni e numerose altre specie di esseri umani con sangue demoniaco. Clary, mentre festeggia il suo diciottesimo compleanno con il suo migliore amico Simon, scopre per caso di essere una Shadowhunters, mentre assiste ad un omicidio che solo lei può vedere. Da lì stringe un rapporto di amicizia con Jace, Alec, Isabelle, Shadowhunters come lei e lo stregone Magnus, e si pone alla ricerca delle proprie origini ma scopre anche l'amore e l'amicizia mentre affronta i demoni che minacciano di causare catastrofi di portata mondiale 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Creature di diversa natura si fronteggiano e il bene finisce per trionfare ma in questo young drama non c’è un amore che costruisce ma è piuttosto il frutto di attrazione e di prime simpatie
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza, per altre che possono indurre spavento e c’è una certa disinvoltura sessuale, con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Il prodotto finale può dirsi gradevole: le ambientazioni dark sono adattissime, le riprese in esterni molto suggestive e funzionali alla storia, i numerosi effetti speciali risultano non eccezionali ma accettabili.
Testo Breve:

Il mondo è popolato di uomini e donne con il sangue come il nostro ma anche di altri con natura semi-angelica e non mancano vampiri e lupi mannari. In questo fantasy popolato da varie razze vengono affrontate le tematiche tipiche di un teen drama.

Dopo il grande successo della saga letteraria e cinematografica di Twilight, dopo i diversi serial TV come Grimm o Supernatural, vede la luce un'altra serie fantasy con demoni, lupi mannari, vampiri, maghi e cacciatori di creature. Shadowhunters, adattamento televisivo della saga letteraria The Mortal Instruments di Cassandra Clare, si presenta come una serie ben confezionata.

La trama riesce ad essere avvincente, in grado di reggere le 55 puntate che compongono le 3 stagioni, con una discreta caratterizzazione dei personaggi e con un buon carico di avventura e di suspense.

I giovani protagonisti si trovano ad affrontare le domande tipiche della loro età, con la complicazione dell'avere il sangue mescolato ad angeli o a demoni. La ricerca della propria identità, la scoperta delle proprie origini, il rapporto non facile con i genitori, i complessi intrecci amorosi, l'assunzione di sempre maggiore responsabilità, amicizie che devono fare i conti con scomode verità, ... argomenti tipici dei teen drama. Problematiche importanti come l’accettazione della diversità (la lotta a tutto campo tra le varie creature del mondo nascosto, fino al desiderio del “genocidio” delle altre specie) trovano spazio in un ambiente fantasy.

Il prodotto finale può dirsi gradevole: le ambientazioni dark sono adattissime, le riprese in esterni molto suggestive e funzionali alla storia, i numerosi effetti speciali risultano non eccezionali ma accettabili.

Ritornano anche alcuni argomenti topici del genere: la regina degli inferi dal nome Lilith, Caino, il marchio di Caino (nella Bibbia, al capitolo 4 del libro della Genesi, si racconta come Caino, dopo aver ucciso suo fratello Abele, abbia ricevuto da Dio un segno perché nessuno lo uccidesse: poiché il racconto biblico non specifica cosa sia questo segno, alcuni autori hanno dato libero sfogo alla fantasia sia nella modalità di rappresentazione del marchio sia nei suoi effetti), il viaggio agli inferi per recuperare un amico dalla prigionia dei demoni, cose che ritroviamo anche in altri serial di genere simile (Supernatural o Lucifer, solo per citarne alcuni).

L’aspetto forse più problematico è quello della gestione degli affetti. Se le controversie con i genitori si risolvono quasi sempre in modo positivo, per quel che riguarda i rapporti di coppia la cosa è più complessa. La serie, pur avendo il pregio di non mostrare esplicitamente nudità, non per questo lascia alla fantasia dello spettatore il tipo di rapporto vissuto tra i personaggi.

Rispecchiando perfettamente la cultura dominante, la liceità dei rapporti ha il suo unico fondamento nell’attrazione che si prova: ecco che, com’è ormai consuetudine, trovano il loro spazio i rapporti occasionali dettati dal trasporto del momento, divorzi e tradimenti di vario tipo nelle coppie degli adulti. E’ presente anche una coppia di omosessuali, con il classico problema del coming out per paura dei pregiudizi di familiari e amici, incluse dichiarazioni d’amore, baci, matrimonio, etc…. Non manca neanche un accenno all’incesto tra fratelli (subito evitato), al poliamore, al rapporto interspecie (tra lupi mannari e vampiri, per esempio). Si può dire che il ventaglio delle possibilità contemplate è davvero molto ampio.

Complessivamente, un serial che non annoia, con colpi di scena che aiutano a tenere il pubblico incollato allo schermo.

Il rapporto tra bene e male, come nella realtà, non è presentato in maniera banale o superficiale. L'esito positivo di tutte le stagioni viene raggiunto superando la capacità di seduzione dei cattivi, molti errori, sensi di colpa e compromessi. Se il confine tra bene e male è delineato in maniera chiara, non si può dare per scontato che i buoni agiscano sempre bene e i malvagi sempre male. Il sangue demoniaco di vampiri o lupi mannari non li rende necessariamente cattivi, così come il sangue angelico degli shadowhunters non fa di loro sei personaggi buoni. Non troviamo una predestinazione al bene al male o una concezione di equilibrio o equivalenza tra le due forze contrarie.

Tra gli altri, emerge anche il tema del perdono per il male subito (così come quello per il male compiuto): non una trattazione approfondita, ma comunque capace di mostrare quanto sia difficile pervenire alla serenità della riconciliazione con gli atri e con se stesso.

Il serial è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATYPICAL (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/01/2020 - 18:29
Titolo Originale: Atypical
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Seth Gordon
Sceneggiatura: Robia Rashid
Produzione: Exhibit A, Weird Brain, Inc., Sony Pictures Television
Durata: 8 episodi di 26 minuti
Interpreti: Keir Gilchrist, Brigette Lundy-Paine, Jennifer Jason Leigh, Michael Rapapor

Sam frequenta il penultimo anno del liceo e ha la sindrome di Asperger: ha un buon rendimento scolastico ma ha problemi a relazionarsi con gli altri. Deve sempre chiedere delle spiegazioni perché non comprende come si debbano sviluppare le relazioni umane, anche se sente il desiderio di avere anche lui una ragazza. Si incontra settimanalmente con la psichiatra Julia e beneficia delle amorevoli attenzioni, anche se un po’ apprensive, della madre Elsa e del radioso ottimismo del padre Doug ma soprattutto ha il sostegno della sorella Casey che lo tratta per quello che è, un ragazzo fra gli altri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia resta unita e solidale nonostante le debolezze dei singoli che sono sempre pronti a chiedere perdono. Alcuni comportamenti leggeri in termini di sessualità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Linguaggio esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima costruzione dei caratteri dei componenti di una famiglia che interagiscono fra loro litigando, chiedendo perdono, manifestando affetto reciproco
Testo Breve:

Una famiglia che include un adolescente con la sindrome di Asperger affronta i problemi di ogni giorno, mai classificabili come normali, con solidarietà e qualche sbandamento

Nei film che pongono come protagonisti ragazzi o ragazze con delle particolarità, si sviluppano sempre due racconti in parallelo: quello del protagonista, che si impegna ad adeguarsi alla “normalità” e quello degli altri personaggi normodotati che si muovono intorno a lui.

Se in Ognuno è perfetto, recensito di recente, disponibile su Rayplay, i protagonisti sono realmente delle persone con la sindrome di Down, qui, a interpretare Sam è un attore (la stessa scelta adottata dal primissimo film sull’autismo, Rain Man del 1988, con un insuperabile Dustin Hoffman) e se nel film italiano le storie di contorno sono approssimative, il punto di forza di questo Atypical sta proprio nel modo con cui sono stati disegnati i personaggi, soprattutto i suoi familiari,  che si muovono intorno a Sam.

La madre Elsa ha abbandonato il mestiere di parrucchiera per dedicarsi al figlio e alla casa: prepara sempre squisiti pranzetti perché ama sentirsi apprezzata per questo; ama la stabilità e non gradisce i cambiamenti che avvengono intorno a lei, come la crescita dei figli che si stanno costruendo una vita fuori dalla famiglia e rischiano di svuotare il suo ruolo. Il padre è la roccia della casa (a parte un periodo di crisi, poi superato, quando era venuto a conoscenza della sindrome del figlio): di fronte ai problemi riesce sempre a trasmettere speranza e sicurezza e sa ascoltare tutti. C’è poi l’altra figlia Casey, anch’essa adolescente: il personaggio più riuscito, che da sola giustifica la visione della fiction. Con il suo atteggiamento ruvido e il look semplice tradisce la schiettezza dei propri sentimenti e il pudore di manifestarli. Stravede per suo fratello che tratta con simpatica ruvidezza ma è sempre al suo fianco per controllare che non venga mai ferito e non esita a dare un pugno a una collega che deride una compagna di scuola troppo grassa. Inizia a frequentare un ragazzo ma non ha fretta di compiere passi che non abbiano una piena motivazione. L’unità della famiglia è il valore a cui si appoggia e ci resta male quando il padre si è allontanato per sei mesi da casa e ancor più quando scoprirà che la madre si sta concedendo una distrazione.  

Riguardo a Sam è lui la voce narrante perché l’ideatrice Robia Rashid ha desiderato che noi spettatori ci mettessimo nella sua prospettiva. Scopriamo così il suo amore per l’Antartide: sa tutto sui pinguini, tanto che nelle situazioni di stress per calmarsi ripete i nomi delle quattro specie principali; va a scuola con le cuffie perché gli dà   fastidio il frastuono, è sempre sincero in modo disarmante e ciò non fa che creare continui problemi di relazione con gli altri. Alcuni recensori hanno criticato la scelta dell’autrice di aver impiegato per la figura di Sam un attore e non un ragazzo che avesse realmente la sindrome di Asperger: il problema è stato risolto nella seconda stagione, dove Sam si incontrerà con altri ragazzi (realmente) affetti da autismo.

A mio avviso però la figura di Sam ha un diverso movente letterario: lui ha tutto da imparare su come ci si comporta nel mondo: accetta continui consigli dal suo amico e mentore Zahid e dalla terapeuta Julia. Sam deve imparare come si approcciano le ragazze, quali sono le loro virtù che vanno cercate, quando si è sicuri di essersi innamorati, come vanno espresse le proprie affettuosità e ciò comporta l’impegno, da parte di Robia Rashid, di stilare, nelle risposte che danno le persone che gli stanno intorno, un breviario di filosofia di vita, un ABC dell’amore e delle relazioni umane. Una sorta di Candide di Voltaire per spiegare a un ragazzo che vive ottimisticamente della pura logica della sua mente, che le cose del mondo sono un po’ più complesse di quanto gli possano apparire.

Dopo tante teencom e teendrama recenti dove i genitori sono totalmente assenti, qui assistiamo a una madre che sollecita la figlia a tenere sempre la porta aperta quando ospita in camera il suo ragazzo e quando anche lei commetterà una debolezza, saprà accorgersi, sia pure in ritardo, che le persone non possono essere ingannate, né suo marito ma neanche il giovane che ha conosciuto e che vorrebbe una relazione più seria. Per converso il tema della sessualità degli adolescenti, visto dal fronte dei genitori, rientra nello standard seguito da tutti i prodotti narrativi mediatici di oggi: non ci sono collegamenti con la stabilità del matrimonio ma solo di “farlo nel momento in cui ci si sente pronti”.

La serie è disponibile su Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNUNO E' PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/31/2019 - 15:06
Titolo Originale: Ognuno è perfetto
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: Rai Fiction, Viola Film
Durata: 6 episodi di 50' su RaiPlay
Interpreti: Edoardo Leo, Cristiana Capotondi, Nicole Grimaudo, Gabriele Di Bello, Alice De Carlo, Lele Vannoli, Aldo Arturo Pavesi, Valentina Venturin, Matteo Dall'Armi, Piera Degli Esposti

Rick è un ragazzo con la sindrome di Down, che beneficia delle cure amorose della madre Alessia e del padre Ivan. Rick si annoia a fare quei finti tirocini che vengono tipicamente assegnati a una persona non normodotata e vuole un lavoro vero. Tramite un amico conosce Miriam, la proprietaria della rinomata fabbrica di cioccolato Antica Cioccolateria Abrate, che lo assume per lavorare nel reparto che confeziona scatole di cioccolatini. Questo reparto è costituito prevalentemente da persone con la sindrome di Down: la proprietaria dopo la morte di sua figlia, affetta dalla stessa sindrome, ha considerato come sua missione il prendersi cura di queste persone. Ivan accetta con un poco di apprensione questa nuova situazione, sia perché ora è solo a prendersi cura di Rick (la moglie Alessia, con la quale sta per separarsi, è partita per un viaggio con il suo nuovo fidanzato), sia perché il figlio gli ha comunicato che si è innamorato di Tina, che lavora nello stesso reparto e che hanno intenzione di sposarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il merito di rendere protagonisti e di far divertire un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down ma altri temi che riguardano gli adulti normodotati, in particolare il tema della fedeltà coniugale sono affrontati con superficialità secondo i più comuni stereotipi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film affronta aspetti della sessualità in condizioni particolari che i più piccoli non potrebbero capire
Giudizio Artistico 
 
Molto convincente la recitazione di Edoardo Leo e dei ragazzi speciali. La sceneggiatura si carica troppo di sottotrame poco verosimili
Testo Breve:

Nick ha 24 anni, la sindrome di Down, molta voglia di lavorare e di sposarsi. La storia divertente di un gruppo di ragazzi particolari e di un genitore che cerca affannosamente di mettersi sulla loro lunghezza d’onda

Bisogna riconoscere che non sono pochi i film che hanno come coprotagonisti persone con la sindrome di Down o comunque non normodotati. Solo per citare gli ultimi, l’italiano Dafne ci presenta una vulcanica ragazza con questa sindrome che, rimasta da sola con il padre anziano, riesce a dargli l’energia necessaria per andare avanti insieme.

Oppure lo spagnolo Non ci resta che vincere, dove partecipaiamo a uno scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro.

In questo serial trasmesso su RaiUno e ora disponibile su Raiplay, la crescita umana è del padre di Rick, che scopre che i problemi non si risolvono cercando di essere sempre prudenti e ragionevoli ma dando tutto se stesso, senza riserve, fino a entrare in quel mondo particolare in cui vive suo figlio. Rick e gli altri ragazzi raggiungono un altro tipo di conquista: quello di sentirsi utili socialmente e anche di poter esprimere i propri sentimenti, come il desiderio di sposarsi. Non vengono neanche trascurati nel serial tematiche concrete, come la gestione della sessualità e il desiderio di vivere in coppia. Se le scena baricentrica è proprio quella del matrimonio fra Rick e Tina, si mostra altrettanto chiaramente che i due possono vivere in una casa dove è presente sempre l’occhio vigile di un genitore (nel 2014 vi è svolto in Italia il matrimonio fra Mauro e Marta, il primo fra due persone con la sindrome di Down, regolarmente riconosciuto).

In genere, in questo tipo di film, è sempre in agguato il rischio dell’eccesso di cautela nei confronti di queste persone ritenute fragili: In Ognuno è perfetto succede il contrario:  la carta vincente sta proprio nel racconto delle avventure della squadra dei colleghi di lavoro di Nick, tutti ben caratterizzati (Christian, il gigante buono, Cedrini il caporeparto, Django, il pigro e svogliato, Giulia la romantica,) e sembra proprio che il film sia  stato fatto per loro, per farli divertire in questa storia fantasiosa e ricca di colpi di scena (incluso un avventuroso viaggio in Albania). Al contrario, riguardo alle vicende degli adulti normodotati, troviamo poca originalità e molte forzature. All’inizio della storia scopriamo che Ivan e Alessia stanno per divorziare ma il tema non viene approfondito: non si comprende come l’impegno a prendersi cura del loro figlio non li abbia portati a sentirsi indispensabili l’uno per l’altra. Appare eccessivo che Ivan venda la sua azienda per dedicarsi interamente al figlio; fumettistiche le vicende della madre di Tina, invischiata nei traffici della mafia del suo paese; troppo semplicistica la contrapposizione fra chi vuole salvare il reparto di packaging gestito da ragazzi non normodotati e chi vuole vendere la fabbrica a una società francese.

Ivan, in un momento di confidenza con suo figlio, che gli ha chiesto perché si vuole separare dalla mamma, sentenzia che “l’amore inizia e finisce quando lo vuole lui: non c’è una ragione”. Si tratta di una pessima definizione, in aperta contraddizione con un altro amore, quello che lui stesso riesce a esprimere nei confronti del figlio: in questo tutta la sua persona è fattivamente coinvolta (volontà, intelligenza, determinazione) in quello, secondo la sua ipotesi,  si è passivamente in balia di un sentimento che, come è arrivato, se ne può andare. “Ma allora è un capo!” commenta Rick che ha colto ironicamente l’assurdità della risposta.

Si può dire che alla fine, la reazione dello spettatore sia un po’ insolita: è contento che questi ragazzi e ragazze particolari abbiamo potuto esprimersi e divertirsi in questa specie di parco di divertimenti che è questo serial (succede un po’ di tutto) ma non è molto sicuro che, tra un sub-plot e l’altro, le problematiche di questi ragazzi siano emerse con adeguato realismo.

Il serial è disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I DUE PAPI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/25/2019 - 16:42
Titolo Originale: The Two Popes
Paese: U.S.A., U.K., Italia, Argentina
Anno: 2019
Regia: Fernando Meirelles
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Produzione: Netflix
Durata: 125
Interpreti: Anthony Hopkins, • Jonathan Pryce:

Nell’aprile del 2005 viene convocato il conclave dopo la morte di Giovanni Paolo II. Alla fine viene eletto colui che sceglie di chiamarsi Benedetto XVI ma il cardinale Bergoglio raggiunge un numero significativo di preferenze. Nel 2012 Bergoglio chiede udienza al papa: intende dare le sue dimissioni ma nel colloquio privato che avviene a Castengandolfo, il papa rifiuta e rivela a Bergoglio una notizia riservatissima...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime molta simpatia nei confronti degli ultimi due papi ma è approssimativo nell’affrontare tematiche dottrinali
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Performance di alto livello da parte dei due protagonisti, Jonathan Pryce e Anthony Hopkins e ottima ricostruzione della Cappella Sistina e di altri ambienti in Vaticano.
Testo Breve:

Si immagina che papa Benedetto XVI e il cardinale Bergoglio si incontrino poco prima delle dimissioni del papa. Un ritratto affettuoso del precedente e dell’attuale vicario di Cristo ma approssimativo negli aspetti dottrinali

Realizzare un’opera narrativa che cerchi di ricostruire cosa avviene dietro le mura vaticane è cosa molto difficile e finisce per scontentare sempre qualcuno. Non si potrà mai parlare di rigore storico perché le notizie a disposizione, per chi non è addetto ai lavori, saranno sempre limitate  e ciò che trasparirà dall’opera sarà il pensiero dell’autore e la sua fantasia creativa.  Le reazioni del pubblico finiranno per essere di parte e se trasparirà dall’opera un atteggiamento apologetico, verranno scontentati tutti gli scettici; se invece il Papa verrà visto come espressione di un potere politico, secondo le classiche contrapposizioni fra destra e sinistra, conservatori e innovatori, riceverà il disappunto di tutti gli spettatori sinceramente cattolici.

Quest’opera del regista Fernando Meirellese e dello sceneggiatore Anthony McCarten si pone proprio nel mezzo e quindi i contenti e gli insodisfatti saranno equamente distribuiti, a parte l’elogio, che andrebbe riconosciuto da tutti, per l’ottima performance  di  Jonathan Pryce (Cardinale Bergoglio) e di Anthony Hopkins (Benedetto XVI) e per gli interni della Città del Vaticano magnificamente ricostruiti.

Il film inizia decisamente con il secondo atteggiamento, quello politico, di contrapposizione fra conservatori e riformisti.  “La sua missione è stata chiara, rovesciare anni di liberalismo;  ha detto un no deciso a omosessualità, aborto, contraccezione e sacerdozio femmimnile”. Con questa frase lapidarie un cronista inglese, nel giorno del funerale di san Giovanni Paolo II , liquida sbrigativamente 27 anni di pontificato.

Nelle prime fasi dell’incontro fra il cardinale Bergoglio, che è arrivato a Castengandolfo per incontrare Benedetto XVI, la contrapposizione fra un papa conservatore e un “quasi rivoluzionario” è altrettanto netta, oltre che ingiusta. Dibattono sul sacramento della comunione da dare ai divorziati risposati, dissentono sulla visione di una  Chiesa narcisista che non appartiene più a questo mondo e che è capace solo di costruire steccati. Il Papa come difensore di una verità divina che è sempre se stessa, il cardinale che propugna invece una Chiesa che si evolve, assieme al mondo esterno.

Dopo questa contrapposizione frontale, inizia la seconda fase, che non prende posizione riguardo a tutti i temi aperti ma che sviluppa una forma di ”umanizzazione” del loro rapporto. Ratzingher mostra di essere ancora bravo a suonare il pianoforte e ama vedere in TV la serie austriaca Commissario Rex; Bergoglio segue con passione le  partite di calcio e confessa di apprezzare il tango.

Inizia anche la fase della “simmetria” fra i due uomini: entrambi si domandano quando sono riusciti a cogliere i “segni” della presenza divina nella loro vita, entrambi, per motivi diversi, desiderano dimettersi ed entrambi confessano di aver commesso degli errori. Ingiusta, sotto quest’ultimo aspetto, l’implicita accusa rivolta a Benedetto XVI di non esser stato abbastanza severo con il sacerdote  pedofilo Marcial Maciel Degollado, dal momento  che è stato proprio questo papa  a inaugurare la “tolleranza zero” per questi casi.

Alla fine il film riesce ad esprimere grande simpatia umana nei confronti dei due papi, ognuno espressione  di due diversi momenti storici della Chiesa. Bisogna però sottolineare che  non ci troviamo di fronte a due simpatici  amici che si sono ritrovati: stiamo parlando della funzione del successore di san Pietro e gli aspetti dottrinali che sorreggono la fede non possono esser ridimensionati  ad amabili  discussioni da salotto dove ognuno la pensa come crede.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATLANTIQUE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2019 - 10:27
Titolo Originale: Atlantique
Paese: Senegal, Francia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Mati Diop
Sceneggiatura: Mati Diop
Durata: 104
Interpreti: Mame Bineta Sane, Traore, Amadou Mbow

A Dakar, gli operai di un cantiere non vengono pagati da quattro mesi nè hanno speranza, in assenza di un sindacato che li difenda, di venir pagati. Fra di loro c’è Soulemain che ama teneramente la bella Ada, ricambiato. Ma per Ada è stato organizzato dai suoi genitori un matrimonio con Omar, un ragazzo ricco che farà uscire tutta la famiglia dalla miseria. Quella sera, Soulemain non si presenta all’appuntamento con Ada, che non tarda a scoprire la verità: il ragazzo ha preso una barca assieme ad altri compagni nel tentativo di raggiungere la Spagna. Alcuni testimoni hanno visto al largo la sua barca rovesciata. Qualche giorno dopo, alla festa di nozza fra Ada e Omar, uno sconosciuto appicca il fuoco nella nuova casa degli sposi. Issa, un giovane detective, inizia a indagare sull’incendio e sospetta che Soulemain non sia morto e che si sia voluto vendicare....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore struggente perché inappagato riesce a vivere di sogni che sembrano trasformarsi in realtà.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2019, anche se a volte tradisce l’inesperienza (è un’opera prima) dell’autrice
Testo Breve:

A Dakar, Ada ama Soulemain ma lui si avventura in mare per raggiungere la Spagna mentre lei è costretta a sposare un altro. Una struggente storia d’amore (premio della giuria al Festival di Cannes)  che vive più di sogni che di realtà

Il mare, dalla spiaggia di Dakar, è visto in ogni momento della giornata. A volte c’è molta foschia e in un bianco abbacinante si intravedono appena le onde che increspano la superfice. Di sera, è illuminato dalla luna e i ragazzi che si radunano intorno al bancone di un bar improvvisato sulla spiaggia, si attardano a guardarlo.  L’Atlantico è il silenzioso, onnipresente, testimone di questa storia di amore struggente . Il film può esser interpretato come una favola, dove vita e morte, naturale e soprannaturale non si contrappongono ma si uniscono per dare vita a qualcosa di più profondo che fa dire ad Ada, nelle ultime sequenze : ”Il futuro mi appartiene, io sono Ada, io  so chi sono”.

Viene subito in mente La sirena (o Lighea), il racconto lungo di Tommasi di Lampedusa, anch’esso pieno di sensualità e di allusioni a una vita immortale e dove il mare era protagonista, ma lì prevalevano i richiami  a una cultura classica occidentale, mentre qui ci sono molti rimandi a credenze popolari africane. Occorre infatti prendere atto che l’autrice ha un tocco assolutamente originale e nonostante il tema trattato, non c’è ombra di cinefilia occidentale, magari con riferimenti ai tanti film o serial sui morti viventi,

La struttura del film è alquanto composita e non mancano rimandi alla realtà del  Senegal di oggi, come lo può vedere l’autrice Mati Diop, che guarda ormai il suo paese con gli occhi di una parigina. Ecco gli operai di un cantiere che non vengono pagati da mesi senza che nessuna autorità possa intervenire; il desiderio di molti di espatriare in un’Europa più ricca e più giusta; la polizia che fa il suo dovere evitando però di mettersi in urto con i potenti del luogo. Una religione mussulmana che sfocia nella superstizione, come quando viene chiamato un marabutto, un santone del luogo, per esorcizzare certi strani fenomeni che stanno accadendo.  La condizione della donna, costretta ad acconsentire a un matrimonio deciso dai suoi genitori e a sottoporsi a un esame sulla  verginità.

In questo contesto partecipiamo alla storia d’amore fra Ada e Soulemain, la componente più poetica del film,  più suggerita che reale, fatta di sguardi e di baci davanti all’Oceano e dal  desiderio di unire i propri corpi  che può ormai solo rifugiarsi in un sogno a occhi aperti. L’autrice ha arricchito  la sua favola  di un’ambientazione che diventa un elogio alla bellezza e alla sensualità. Sono belli sia le ragazze che i ragazzi protagonisti e alcune scene sono cariche di sensualità ma mai volgari per  sottolineare, l’armonia fra il desiderio del corpo e le aspirazioni dello spirito, che travalicano la materia,  lo spazio e il tempo.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA DI UN MATRIMONIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/15/2019 - 15:55
Titolo Originale: Marriage Story
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach
Produzione: Heyday Films
Durata: 136
Interpreti: Adam Driver, Scarlett Johansson, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta

Charlie e Nicole lavorano nel mondo dello spettacolo. Sono sposati da dieci anni e hanno un bambino di otto. Lui è un affermato regista teatrale di off-Broadway, lei è stata a lungo la protagonista nei suoi lavori ma ora ha accettato una parte in una fiction televisiva che si realizzerà a Los Angeles, dove ha passato la sua giovinezza con la madre, una ex attrice del cinema. Nicole decide che vuole separarsi. Non c’è nulla di sgradevole in lui, che è sempre stata una persona controllata e gentile, ma Nicole si sente come soffocata dal suo successo e vuole tornare a Los Angeles. All'inizio entrambi sono propensi ad avviare una separazione amichevole ma poi finiscono per affidarsi a degli avvocati e il loro rapporto, già fragile, viene stravolto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Occorre dare merito all'autore di averci descritto, con molto realismo, le ferite che provoca una separazione coniugale. Due coniugi che si amano sinceramente, perdono la loro visione di coppia e lasciano prevalere i rispettivi interessi individuali.
Pubblico 
Adolescenti
I più piccoli potrebbero venir impressionati nel vedere un papà e una mamma che litigano. Una sequenza dove c’è un’abbondante perdita di sangue. Frasi denigratorie nei confronti della fede cristiana. Dialoghi con riferimenti a pratiche sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il film, ottimamente scritto, diretto e recitato, è candidato all’Oscar 2020 e ha già raccolto una messe di premi, in particolare dalle associazioni dei critici americani: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Carlie e Nicole sono sposati da dieci anni e hanno un figlio ma lavorano anche insieme, perchè lui è regista di teatro, lei attrice. Iniziano una causa  di divorzio e attraversano, in mano a degli avvocati, un percorso di auto-distruzione. Un film pregevole per il suo tragico realismo

Perché questo film ha come titolo, anche nella versione originale, storia di un matrimonio? Fin dalle prime sequenze ci si accorge che si tratta esclusivamente della storia di un divorzio. Quindi quando si parla di matrimonio non c’è più nulla di interessante da raccontare se non la sua fine? Probabilmente è proprio così: non si tratta solo del racconto molto preciso e dettagliato (il regista, sceneggiatore e produttore Noah Baumbach ha realmente dovuto attraversare tutte le vicissitudini dell’iter di un divorzio) ma si sta celebrando, come vedremo, una sorta di funerale del matrimonio.

Sia Charlie che Nicole sono persone urbane, controllate (niente violenza o abuso di alcool) e in una sequenza iniziale, su richiesta dello psichiatra che li segue nella terapia di coppia , ognuno scrive cosa pensa dell’altro in modo positivo, espressione di una coppia che dopo dieci anni si conosce molto bene e sa convivere con i pregi e i difetti dell’altro. Ma Charlie e Nicole non sono solo marito e moglie, sono anche, lui un regista e lei un’attrice , che lavorano nella stessa compagnia teatrale. I motivi per i quali Nicole vuole divorziare vengono chiariti quando lei si confessa a Nora, l’avvocato che ha scelto per la sua difesa: all’inizio lei era la star di ogni opera teatrale del marito ma poi lui è diventato sempre più famoso: la gente andava a teatro attirata dal suo nome mentre lei veniva sempre più risucchiata dalla personalità del marito.

Ci si potrebbe da subito domandare come mai lei non abbia mai trovato un modo di dirgli onestamente come si sentiva e lui non abbia compreso che stava correndo il rischio di sopraffare la personalità di lei. Come mai non hanno trovato l’occasione per parlarsi con il cuore in mano, desiderosi di risolvere i loro problemi personali ma anche di salvare quella famiglia che loro stessi avevano costituito?

Non ci sono risposte nel film a queste domande, che inizia quando la situazione si è già dewteriorata.

All’inizio ci siamo domandati come mai il titolo parli di matrimonio mentre nello sviluppo della storia partecipiamo a  un divorzio. La risposta è che il film non parla di divorzio. In genere si parla di divorzio quando l’amore fra i due finisce, magari perché si è trasferito nella direzione di  una terza persona, ma niente di tutto questo accade. Il tema è un altro: lo sviluppo della propria personalità, in particolare lo sviluppo della carriera professionale, diventa incompatibile con l’istituzione del matrimonio, che vuol dire fusione di due destini in uno, di due vite in una sola.

E’ questo il tema dominante di altri film contemporanei: anche in La La Land i due non trovano un compromesso fra crescita professionale e vita in comune; addirittura tragica la soluzione che scelgono i due innamorati in Cold War. La soluzione mostrata è una sola: non ci si sposa o comunque, se si è già sposati,  si divorzia. Fino alla fine, in questa Storia di un matrimonio, entrambi rivendicano il loro diritti a crescere nella loro professione ma al contempo continuano a esprimere segni di tenerezza e di affetto verso l’altro. Lui si commuove, quando riesce a leggere le belle frasi scritte da lei nei suoi confronti durante la seduta di terapia di coppia. Nella sequenza finale, a un anno di distanza dal divorzio, lei si inchina a legare i lacci delle scarpe di lui.  Un piccolo gesto che rivela delle attenzioni che possono nascere solo da una lunga consuetudine all’intimità. La forma del L.A.T. (live apart together) sembra voler dire il film, sta diventando l’unica forma di unione praticabile.

Il film è realizzato e recitato benissimo. Stiamo assistendo non a qualcosa di costruito ma che ha tutti i caratteri di una realtà in progress. Terribile è la fase nella quale entrambi si rivolgono a un avvocato che li trascina in una sorta di girone infernale di accuse e contro accuse montate ad arte che finiscono per esaurire  i risparmi di entrambi. Non manca una “tirata” al cristianesimo dell’avvocato di Nicole, una donna, che evidenzia che davanti a un tribunale si tollera un marito  assente o inaffidabile ma una donna no, deve essere perfetta secondo il modello di Maria, la madre di Gesù. Commovente la figura del figlio, che cerca di stare sia con l’uno che con l’altra, disorientato e smarrito per la separazione che sta avvenendo. Il regista aggiunge anche un tocco di tragica ironia, quando, nel descrivere gli incontri programmati di Charlie  con il figlio, lo fa in coincidenza con la festa di Halloween e quelle maschere che lui  deve indossare non fanno ridere ma sono il segno di una esistenza che è diventata crudele.

Non manca una sottile caratterizzazione uomo-donna. Lei è molto concentrata su presente ma in questo modo perde di coerenza e di prospettiva storica. Le sofferenze che prova oggi e le impediscono di vedere i bei momenti passati del loro matrimonio; afferma di voler trovare una soluzione concordata alla separazione ma poi si rivolge a un avvocato; accetta di scrivere cosa pensa lei di suo marito su richiesta dello psichiatra ma poi si rifiuta di leggere la pagina scritta. Lui ha un maggior controllo nelle sequenze di decisione-azione, avvia con determinazione i suoi progetti che coinvolgono anche lei ma poi trascura di domandarsi cosa senta sua moglie in quei momenti.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRIMO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/11/2019 - 11:37
Titolo Originale: Il primo Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Ficarra, Picone
Sceneggiatura: Ficarra, Picone, Fabrizio Testini
Produzione: Tramp Limited, Medusa Film
Durata: 100
Interpreti: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia

Don Valentino, parroco di un paesino della Sicilia, ha un’idea fissa: il presepe vivente. Ogni anno ingaggia alcuni suoi compaesani accuratamente selezionati per fare, chi i pastori, chi i soldati romani, impegnati a recitare i versi preparati da lui stesso. Salvo è invece un ladro di oggetti sacri e ha messo gli occhi sul bambinello che verrà utilizzato per il presepe di don Valentino, un’opera di grande valore. Il furto viene scoperto e Valentino insegue Salvo, fino a trovarsi all’interno di un fitto canneto. Ritornati all’aperto, ladro e inseguitore hanno una incredibile sorpresa: si trovano in Palestina, esattamente nell’anno zero, perché sentono che è stato indetto il censimento di Cesare Augusto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un rapporto fruttuoso fra un sacerdote che dà prevalenza allo spirito e un altro più pragmatico che porterà il secondo a scoprire la fede e il primo a riconoscere il valore di gesti concreti. Qualche riferimento spiritoso ai dogmi cristiani rischia di sfociare nella derisione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ficarra e Picone confermano la loro verve comica ma la storia risulta troppo diluita
Testo Breve:

Un sacerdote e un ladro si ritrovano in Palestina proprio quando sta per nascere Gesù. Un racconto paradossale che genera gags non sempre pertinenti

Dopo il meritatissimo successo di L’ora Legale del 2017, ecco di nuovo Ficarra e Picone, sia attori che registi, ritrovarsi nel bel mezzo della Palestina proprio quando sta per nascere Gesù.

I due comici siciliani hanno sempre sviluppato una comicità priva di volgarità, impegnata a ironizzare su qualche vizietto nostrano, senza mai usare la frusta ma con garbati accenni, con lo spirito di “chi vuole intendere intenda”.  In L’ora legale, ci hanno ricordato la nostra tendenza a concepire il bene pubblico come qualcosa che deve solo servire agli interessi personali.  In Tutto a posto hanno ironizzato sulla voglia dei figli di sfruttare la sicura pensione dei genitori. In La matassa, hanno messo alla berlina il nostro pensiero spesso irrigidito in posizioni predefinite dal nostro clan di appartenenza.

E’ insolito quindi che Ficarra e Picone abbiano scelto di costruire una storia intorno alla nascita di Gesù. Con chi prendersela? In effetti una polemica viene espressa ma solamente all'inizio e alla fine del film, sul tema dell’immigrazione. “E’ assurdo che nel 2019 si debbono ancora vedere queste cose– dice Ficarra davanti a una televisione che mostra l’immagine di una nave ONG che fa salire a bordo degli immigrati dispersi in mare - l’immagine è sgranata, il colore del mare è sbiadito”. Verso la fine, quando i Ficarra e Picone si trovano su una barca, incrociano una motovedetta italiana e un ufficiale, alle sue richieste di aiuto, gli risponde: “noi vi faremmo anche salire ma dicono di non sapere dove mettervi…”. Si tratta di una brevissima incursione nella realtà di oggi che non sposta l’asse dell’interesse del film, che si concentra sul loro tempo passato in Palestina, ricostruita in Marocco. Ma allora dove possono “mordere” i due comici? Imbastiscono battute giocando sul contrasto fra loro due, provenienti dal 2019 e i palestinesi del tempo che non sanno certe cose (in una sequenza, entrambi stanno giocando a tombola con Erode: viene estratto il 33 e Picone esclama: “gli anni di Gesù” ma tutti rispondono: “chi?”. Una opportunità sfruttata più volte ma in effetti è ancora’ poco. Più frequentemente sono le tematiche religiose quelle che cadono sotto l’attenzione dei due ed è questo l’aspetto più delicato del film. Ovviamente stare in allegria, soprattutto nel tempo di Natale, con qualche scherzo bonario va benissimo ma in alcune battute ci si muove sul filo di una comicità che sfocia nelle derisione. Don Valentino, prigioniero dei romani, benedice il pasto ma subito dopo lo sputa perché è troppo cattivo. Sempre don Valentino, che sta per incontrare Maria, si domanda: “come la debbo chiamare? Sua altezza santissima?” “Chiamala come vuoi, sei tu il “tifoso” gli risponde Ficarra, nei panni di Salvo. Più pesante è il colloquio di Salvo con un ignaro palestinese al quale cerca di spiegare la nascita di Gesù: “il Figlio e il Padre sono la stessa cosa e quando uno dice: “papà!”, si rivoltano in tre perché c’è anche lo Spirito Santo”.

Un altro punto di debolezza è nella regia: il racconto si mostra complesso, articolato in tre capitoli (don Valentino e Salvo ai giorni d’oggi; alla ricerca di Giuseppe e Maria nella Palestina del tempo e infine in fuga verso il mare, inseguiti da Erode), non c’è un nodo risolutivo e la storia sembra incapace di trovare la fine.

In complesso Ficarra e Picone confermano la loro simpatia e riescono a spalleggiarsi bene come sempre (Picone più spirituale, Ficarra più pragmatico, ma poi entrambi sapranno imparare la lezione l’uno dall’altro) ma questa volta si sono mossi su un terreno che non li ha trovati a loro perfetto agio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MEDICI - NEL NOME DELLA FAMIGLIA (terza stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/08/2019 - 09:32
Titolo Originale: I medici - Nel nome della famiglia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: James James Dormer, Guy Burt, Chris Hurford, Ian Kershaw, Debbie Oates, Francesco Arlanch, Charlotte Wolf
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema, Big Light Productions, Altice Group
Durata: 8 episodi di 50' su RaiUno e su RaiPlay, nel 2020 su Netflix
Interpreti: Daniel Sharman, Francesco Montanari, Alessandra Mastronardi, Aurora Ruffino, Tobi Regbo, Neri Marcorè, Giorgio Marchesi, Daniele Pecci, Sarah Parish, Bradley James, John Lynch, Sinnove Karlsen.

Firenze 1478. Lorenzo de Medici, ancora sconvolto dalla morte del fratello Giuliano e desideroso di vendetta, si trova a dover superare due ostacoli: il malcontento del popolo fiorentino dopo la scomunica dichiarata per tutta la città da parte del papa Sisto IV (uno dei congiurati impiccati da Lorenzo era l’arcivescovo Salviati) e l’assedio della città da parte delle truppe pontificie capeggiate da Girolamo Riario, nipote del papa e dalle truppe del re di Napoli. Lorenzo si trova di fronte all’ostilità di una maggioranza dei priori di Firenze che non lo autorizzano a fornire ulteriori rinforzi e al tradimento del mercenario a cui aveva affidato la guida delle truppe e non ha ormai altra soluzione che raggiungere Napoli per convincere il sovrano alla pace. Intanto si unisce alla corte medicea il piccolo Giulio, figlio illegittimo di Giuliano e diventa la consolazione di Lucrezia Tornabuoni, la mamma di Lorenzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione accurata del Rinascimento italiano, nella sua grandezza e nei suoi peccati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Scenografie e costumi impeccabili nella loro bellezza. Una sceneggiatura che riesce a scavare nel profondo della storia e dei personaggi. Credibile e convincente Daniel Sharman nella parte di Lorenzo il Magnifico
Testo Breve:

Nella terza stagione Lorenzo de Medici cerca di diventare l’ago della bilancia e il punto di equilibrio della penisola. Un racconto avvincente e una ricostruzione accurata della ricerca del bello ma anche della violenza presenti nel Rinascimento

Riario, il nipote del Papa, già partecipe della congiura che ha causato la morte di Giuliano de Medici, tallona Sisto IV perché stipuli un’alleanza con il re Ferrante di Napoli in modo che i loro due eserciti possano marciare contro Firenze ma il Papa indugia. “Voi dovete agire!” Esclama Riario spazientito. “Io debbo pregare”: è la risposta. 

Questa sequenza da sola rende evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alle produzioni passate. Non sono poche le serie televisive che hanno visitato il Rinascimento Italiano (sul papa Borgia ne sono state fatte addirittura tre) ma tutte avevano un taglio molto simile. Il Rinascimento usato come ambientazione ideale per molta violenza e sesso, il Vaticano come un covo di prelati viziosi e avidi, e su tutte ha aleggiato un’idea portante: il Rinascimento come prosecuzione di un medioevo primitivo, in attesa che nascesse l’era del capitalismo con la riforma protestante e arrivasse il trionfo della ragione con l’Illuminismo.

Questa terza serie ci restituisce finalmente un Rinascimento molto più aderente al vero. Innanzitutto con la bellezza delle architetture, sia civili che religiose, con le opere d’arte dei grandi del tempo, con i costumi, tutti segni di una civiltà sofisticata. Ma soprattutto evita ogni contrapposizione buoni-cattivi nei confronti dei vari contendenti. Certamente le forze in campo erano in lotta fra loro per conquistare uno i territori dell’altro, nessuno era un santo sicuramente, né Sisto IV che lascia troppa mano libera all’ambizioso nipote né Lorenzo il Magnifico, impegnato a vendicare il fratello, ma al contempo i signori di quell’Italia ancora piccola si conoscevano tutti fra loro, spesso erano imparentati e nessuno, nelle loro contese, superava il livello dell’irragionevolezza fanatica. La fiction, nell’entrare in dettaglio nelle mosse e contromosse dei vari contendenti fa onore alla definizione data dallo storico J.Burckhardt sulla gestione dello stato vista a quel tempo come opera d’arte, fatta di sottile diplomazia, capacità di trattare ma anche simulazione e inganno.

I pregi della sceneggiatura sono molti. Innanzitutto la potremmo definire “democratica”: non c’è un protagonista assoluto, tutti i personaggi sono trattati con uguale cura e profondità, anche  le figure minori. Risaltano non solo i personaggi maschili ma anche quelli femminili e si fa spesso incursione nel mondo dei ragazzi, un microcosmo non privo anch’esso di rivalità. La forte fede cattolica del tempo viene evidenziata sottolineando le opere di carità compiute dai conventi così come lo sconcerto del popolo quando la città viene colpita dalla scomunica; nei dialoghi compaiono frasi che spontaneamente, senza fanatismi, auspicano l’intervento divino ma non si trascura il fenomeno della simonia e Lorenzo che è cosciente del fatto che per riuscire a far eleggere papa uno dei suoi figli dovrà investire molto denaro.

La tensione presente, del racconto, che si percepisce molto bene, viene ottenuta costruendo uno stato di perenne instabilità. Forse sotto l’influsso dei più validi sceneggiatori d’Oltreoceano (come Vince Gilligan di Breaking Bad e Better Call Saul), il racconto non si muove lungo un percorso lineare. Ci si trova di fronte a una forte difficoltà (ad es. Firenze assediata da due eserciti contemporaneamente): si prova allora una mossa, ma questa fallisce. Si cambia direzione, guardando la situazione in una diversa prospettiva ma l’iniziativa fallisce di nuovo, così bisogna trovare una soluzione assolutamente nuova…

Rispondere alla domanda se il serial rispecchi fedelmente la realtà dei fatti storici è impresa ardua, da specialisti. Conviene rifarsi a quanto ha scritto Francesco Arlanch (fra gli sceneggiatori della serie) nel suo libro Vite da Film (edizioni FrancoAngeli): “i biopic ben strutturati non fanno, primariamente, informazione storica. Come ogni forma di finzione, fanno opera di formazione umana. Le attestazioni di verità che caratterizzano la maggior parte dei biopic hanno soprattutto una funzione retorica: accrescono la forza esemplare della forma di vita che il biopic presenta”.

Resta solo un unico, grande, rammarico nel vedere questa terza stagione (come le precedenti del resto): non viene evidenziata la genesi e la struttura del potere finanziario dei Medici ma sono presenti solo pochi accenni. Peccato, perché si sarebbe raggiunta la perfezione di questa ricostruzione del Rinascimento italiano. Si sarebbe affermato con chiarezza che il capitalismo è nato allora e la struttura messa in piedi dai Medici (cambio di valute, prestiti, commercio di lana grezza e tessuti, assicurazioni, trasferimenti di metalli preziosi) non aveva nulla da invidiare alle multinazionali moderne

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE EPOQUE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/06/2019 - 23:20
Titolo Originale: Belle Epoque
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Nicolas Bedos
Sceneggiatura: Nicolas Bedos
Produzione: Pathé Films, Orange Studio, France 2 Cinéma, Hugar Prod, Fils, Umedia
Durata: 110
Interpreti: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi

Victor ha sessant’anni, un matrimonio ormai in declino, un figlio che non riesce a capire e troppi rimpianti nel cuore. Quando un ricco imprenditore, amico di suo figlio, gli regala la possibilità di rivivere un momento del suo passato, Victor chiede di poter tornare al 16 maggio 1974: il giorno in cui ha incontrato la donna della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film nostalgico sull’impossibilità di poter rinuncare d amarere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.
Testo Breve:

Un uomo di 60 anni ottiene di poter ricostruire in teatro il giorno che incontrò per la prima volta la sua futura moglie. Una commedia divertente ma melanconica, di ottima fattura

La Belle Èpoque è una versione originale e moderna di una tematica più volte usata nel mondo del cinema, che parte da un’idea stuzzicante per chiunque: poter tornare indietro nel tempo, e rivivere un momento preciso della propria vita (o della vita del mondo). In questo caso però, non c’è nulla di magico o di soprannaturale che permette di cambiare il corso del tempo: tutto infatti avviene su un set, come quelli del cinema o della tv, dove l’agenzia del ricco imprenditore Antoine ricostruisce alla perfezione l’epoca storica in cui i clienti chiedono di poter tornare. Per Victor, quel momento è l’istante in cui ha visto per la prima volta la donna della sua vita, l’istante in cui la sua vita è cambiata per sempre.

Inizia quindi il viaggio di Victor attraverso i ricordi, un viaggio costantemente alternato alle vicende degli altri personaggi del film, vicende che in qualche modo ricalcano e commentano quelle vissute da Victor. Il film si stende quindi su tre piani di racconto, che sembrano essere tre piani temporali differenti ma che invece avvengono tutti nel presente. E ogni piano racconta una storia d’amore: quello appena nato, quello appena finito, e quello che sembra incontrare troppi ostacoli per poter veramente fiorire.

Eppure, nonostante possa sembrare un film esclusivamente sull’amore, La Belle Èpoque è soprattutto un film sulla nostalgia. La nostalgia di quello che è stato e che non sarà più, o la nostalgia di quello che potrebbe essere ma forse non sarà mai. Allo stesso tempo però, la nostalgia de La Belle Èpoque ha in sé qualcosa di gioioso: muta infatti all’interno del film e prende consistenze diverse; se all’inizio è profondamente triste e ricca di rimpianti, nel corso della storia si colora di speranza, fino ad un finale commovente dove la nostalgia diventa il tramite per la possibilità di ricominciare.

Dal ritmo incalzante e coinvolgente, La Belle Èpoque è un film che non annoia ma anzi, trattiene fino all’ultimo fotogramma, che sintetizza perfettamente l’intera pellicola. E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.

 

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/02/2019 - 15:19
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino, Paolo Marchesini, Mara Perbellini, Mauro Spinelli, Lea Marina Tafuri
Durata: 8 episodi di 45 minuti su Amazon Prime Video
Interpreti: Greta Ferro, Margherita Buy, Fiammetta Cicogna, Maurizio Lastrico, Sergio Albelli

Milano, 1974. Irene è figlia di immigrati meridionali (il padre lavora in fabbrica) e per mantenersi agli studi (la sua aspirazione è diventare giornalista) entra a far parte dello staff di Appeal, una rivista di moda. Gli anni ’70 sono un’epoca di grandi mutamenti:, stilisti ora diventati famosi stavano facendo i loro primi passi convergendo su Milano. La ragazza viene subito apprezzata per le sue iniziative: per lei la nuova moda è espressione di emancipazione femminile e anche la sua vita privata subisce uno scossone. Lascia il suo fidanzato storico e si immerge, ormai libera, nello scintillante mondo del fashion…:

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben riuscita la figura dell'editore della rivista di moda, che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. La protagonista, se da una parte si impegna ad affermarsi nel suo lavoro, dall'altra coglie troppo bene lo spirito contestatore degli anni '70, perseguendo una libertà sessuale senza vincoli
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione di dipendenza dalla droga. Non ci sono nudità ma alcuni disinvolti comportamenti sessuali, sia etero che omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La fiction svolge molto bene il compito divulgativo di fare conoscere al grande pubblico l’entusiasmante storia della moda italiana, i personaggi principali sono ben delineati con alcune eccezioni
Testo Breve:

Negli anni ’70 nasceva a Milano la moda italiana che oggi conosciamo. La storia appassionante di quei grandi stilisti si incrocia con le vicende personali dei redattori di una rivista di moda, alcune ben tratteggiate, altre di meno. Ora su Canale 5

Walter Albini (ripreso a villa Necchi,  la più bella villa Liberty di Milano): ha portato la moda a Milano e si può considerare il padre del prêt à porter italiano.
Mariuccia Mandelli (Krizia): non c’è provocazione che abbia lanciato né materiali che non abbia sperimentato. 
Ottavio Missoni: con la moglie Rosita nei loro impianti a Sumirago creano i famosi maglioni – patchwork usando colori che ricordano Lorenzo Balla. 
Il curielino: è l’abito delle signore-bene  milanesi dagli anni sessanta, creato da Raffella Curiel, emblema di via Motenapoleone. 
Giorgio Armani: lontano da qualsiasi eccesso ma con molto stile ha eliminato la rigidità dell’imbottitura e delle contro fodere: i suoi vestiti cadono sul corpo senza imprigionarlo
Giuseppe Modenese:
promotore dell’industria tessile (lo incontriamo a palazzo Castiglioni, emblema dell’Art Nouveau milanese), organizza un convegno di stilisti e di imprenditori del tessuto a Villa Erba di Como e  fa scoprire alla stampa internazionale che la moda italiana non è seconda a nessuno. 
Giovanni Versace è ancora un giovane alle sue prime armi, arrivato a Milano dalla Calabria, dove ha imparato tante cose dalla sua mamma sarta. 
Elio Fiorucci: opera una risolutiva democratizzazione della moda e si può considerare un filosofo della bellezza, noto per i suoi jeans attillati in denim tanto quanto per i suoi poster.

Sono questi gli "eroi" della magnifica saga della nascita della moda itaiana, apprezzata in tutto il mondo e che questo serial ha voluto celebrare.

Quando si inizia a vedere questa fiction su Amazon Prime Video, ci si domanda come mai in precedenza non era venuto in mente a nessuno di ricostruire gli anni d’oro della nascita della moda italiana.

Il settore dell’abbigliamento è il secondo in Italia in termini di occupazione e il primo in Europa in termini di valore aggiunto ma è soprattutto espressione dell’amore per il bello di tanti intraprendenti stilisti.

Si sono visti dei commenti non sempre positivi su questo serial, in particolare da parte di riviste del settore, che hanno sottolineato come sarebbe stato necessario approfondire la vita di alcuni stilisti, in particolare Walter Albini ma mi sento di osservare che queste critiche non ci sarebbero state se questo serial non fosse stato prodotto. Ben vengano prossimi lavori dedicati a uno solo per volta di questi sarti famosi ma intanto Made in Italy ha portato a termine un pregevole compito divulgativo che avvicinerà la moda italiana a chi non è strettamente impegnato nel settore.

Ovviamente una fiction non è un documentario (ogni puntata include comunque una scheda sintetica di uno stilista) ed è stata sviluppata una narrazione che raccordasse questa parata di maestri della moda. Lo si è realizzato attraverso la figura di Irene, ragazza alla soglia della laurea che entrando a far parte della rivista Appeal conosce progressivamente i personaggi chiave di questa esplosione di talenti.

In linea teorica si sarebbe potuto sviluppare un fiction di contesto, scelta fatta da alcuni serial americani più recenti (E.R.,  The News Room, The West Wing, House of Cards) dove ciò che prevale è la descrizione minuziosa delle dinamiche dell’ambiente di lavoro, lasciando in secondo piano le storie personali. In questo Made in Italy si è preferita una soluzione classica, forse più consona al pubblico italiano, dove si stabilisce un intreccio fra le vicende private dei protagonisti e le sorti della rivista.

Si tratta di un impegno ambizioso perché si è cercato di fare una fotografia di quei tumultuosi anni ’70, rischiando di mettere molta carne al fuoco.  Era l’epoca delle Brigate Rosse e la redattrice Rita Pasini (Margherita Buy) è angosciata per il figlio che ha scelto la via della lotta armata; l’omosessualità era perseguita (vediamo la polizia che fa irruzione nel locale Macondo, famoso all’epoca) e assistiamo alla relazione tormentata fra Filippo (Maurizio Lastrico) e Flavio (Saul Nanni), un giovane tossico dipendente. Era l’epoca dell’emancipazione femminile e Monica, la collega di Irene, si mostra molto libera (organizza anche incontri con due uomini, anche se  il suo comportamento sarebbe causato da una infanzia senza affetti).

In questo quadro complesso ci sono dei chiaro-scuri: molto bella l’amicizia fra Irene, Filippo e Monica, sempre pronti ad aiutarsi nel lavoro come nella vita privata; ben riuscita è la figura dell’editore di Appeal, Armando (Giuseppe Cederna) che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. Anche la figura di Rita (Margherita Buy) è ben riuscita nella sua continua pena segreta per il figlio così come la  tragica vicenda che lega Filippo a Nanni..

Stranamente il personaggio che appare più incoerente è proprio la protagonista Rita (Greta Ferro) non certo nella sua ascesa nella redazione della rivista ma nelle sue vicende personali. Di origine meridionale, con un’educazione impostata su solide tradizioni, dimostra un comportamento sgradevole nei confronti del suo fidanzato storico, rifiutando l’anello di fidanzamento di fronte agli stessi genitori. Se era stato il suo fidanzato per molti anni, ci si sarebbe aspettata maggiore delicatezza.  In seguito accetterà molto rapidamente e senza crisi di coscienza il suo nuovo ruolo di donna libera, non limitandosi ad avventure di un solo giorno ma finendo per entrare nell’intimità di un uomo già sposato con un figlio. Il bell'esempio di famiglia unita offerta dai suoi genitori avrebbe potuto svolgere un ruolo maggiore.

L’ultima puntata lascia alcune evoluzioni del racconto non risolte, segno che c’è da attendersi una nuova stagione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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