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Il film non fa parte di nessuna categoria

I DUE PAPI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/25/2019 - 16:42
Titolo Originale: The Two Popes
Paese: U.S.A., U.K., Italia, Argentina
Anno: 2019
Regia: Fernando Meirelles
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Produzione: Netflix
Durata: 125
Interpreti: Anthony Hopkins, • Jonathan Pryce:

Nell’aprile del 2005 viene convocato il conclave dopo la morte di Giovanni Paolo II. Alla fine viene eletto colui che sceglie di chiamarsi Benedetto XVI ma il cardinale Bergoglio raggiunge un numero significativo di preferenze. Nel 2012 Bergoglio chiede udienza al papa: intende dare le sue dimissioni ma nel colloquio privato che avviene a Castengandolfo, il papa rifiuta e rivela a Bergoglio una notizia riservatissima...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime molta simpatia nei confronti degli ultimi due papi ma è approssimativo nell’affrontare tematiche dottrinali
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Performance di alto livello da parte dei due protagonisti, Jonathan Pryce e Anthony Hopkins e ottima ricostruzione della Cappella Sistina e di altri ambienti in Vaticano.
Testo Breve:

Si immagina che papa Benedetto XVI e il cardinale Bergoglio si incontrino poco prima delle dimissioni del papa. Un ritratto affettuoso del precedente e dell’attuale vicario di Cristo ma approssimativo negli aspetti dottrinali

Realizzare un’opera narrativa che cerchi di ricostruire cosa avviene dietro le mura vaticane è cosa molto difficile e finisce per scontentare sempre qualcuno. Non si potrà mai parlare di rigore storico perché le notizie a disposizione, per chi non è addetto ai lavori, saranno sempre limitate  e ciò che trasparirà dall’opera sarà il pensiero dell’autore e la sua fantasia creativa.  Le reazioni del pubblico finiranno per essere di parte e se trasparirà dall’opera un atteggiamento apologetico, verranno scontentati tutti gli scettici; se invece il Papa verrà visto come espressione di un potere politico, secondo le classiche contrapposizioni fra destra e sinistra, conservatori e innovatori, riceverà il disappunto di tutti gli spettatori sinceramente cattolici.

Quest’opera del regista Fernando Meirellese e dello sceneggiatore Anthony McCarten si pone proprio nel mezzo e quindi i contenti e gli insodisfatti saranno equamente distribuiti, a parte l’elogio, che andrebbe riconosciuto da tutti, per l’ottima performance  di  Jonathan Pryce (Cardinale Bergoglio) e di Anthony Hopkins (Benedetto XVI) e per gli interni della Città del Vaticano magnificamente ricostruiti.

Il film inizia decisamente con il secondo atteggiamento, quello politico, di contrapposizione fra conservatori e riformisti.  “La sua missione è stata chiara, rovesciare anni di liberalismo;  ha detto un no deciso a omosessualità, aborto, contraccezione e sacerdozio femmimnile”. Con questa frase lapidarie un cronista inglese, nel giorno del funerale di san Giovanni Paolo II , liquida sbrigativamente 27 anni di pontificato.

Nelle prime fasi dell’incontro fra il cardinale Bergoglio, che è arrivato a Castengandolfo per incontrare Benedetto XVI, la contrapposizione fra un papa conservatore e un “quasi rivoluzionario” è altrettanto netta, oltre che ingiusta. Dibattono sul sacramento della comunione da dare ai divorziati risposati, dissentono sulla visione di una  Chiesa narcisista che non appartiene più a questo mondo e che è capace solo di costruire steccati. Il Papa come difensore di una verità divina che è sempre se stessa, il cardinale che propugna invece una Chiesa che si evolve, assieme al mondo esterno.

Dopo questa contrapposizione frontale, inizia la seconda fase, che non prende posizione riguardo a tutti i temi aperti ma che sviluppa una forma di ”umanizzazione” del loro rapporto. Ratzingher mostra di essere ancora bravo a suonare il pianoforte e ama vedere in TV la serie austriaca Commissario Rex; Bergoglio segue con passione le  partite di calcio e confessa di apprezzare il tango.

Inizia anche la fase della “simmetria” fra i due uomini: entrambi si domandano quando sono riusciti a cogliere i “segni” della presenza divina nella loro vita, entrambi, per motivi diversi, desiderano dimettersi ed entrambi confessano di aver commesso degli errori. Ingiusta, sotto quest’ultimo aspetto, l’implicita accusa rivolta a Benedetto XVI di non esser stato abbastanza severo con il sacerdote  pedofilo Marcial Maciel Degollado, dal momento  che è stato proprio questo papa  a inaugurare la “tolleranza zero” per questi casi.

Alla fine il film riesce ad esprimere grande simpatia umana nei confronti dei due papi, ognuno espressione  di due diversi momenti storici della Chiesa. Bisogna però sottolineare che  non ci troviamo di fronte a due simpatici  amici che si sono ritrovati: stiamo parlando della funzione del successore di san Pietro e gli aspetti dottrinali che sorreggono la fede non possono esser ridimensionati  ad amabili  discussioni da salotto dove ognuno la pensa come crede.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATLANTIQUE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2019 - 10:27
Titolo Originale: Atlantique
Paese: Senegal, Francia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Mati Diop
Sceneggiatura: Mati Diop
Durata: 104
Interpreti: Mame Bineta Sane, Traore, Amadou Mbow

A Dakar, gli operai di un cantiere non vengono pagati da quattro mesi nè hanno speranza, in assenza di un sindacato che li difenda, di venir pagati. Fra di loro c’è Soulemain che ama teneramente la bella Ada, ricambiato. Ma per Ada è stato organizzato dai suoi genitori un matrimonio con Omar, un ragazzo ricco che farà uscire tutta la famiglia dalla miseria. Quella sera, Soulemain non si presenta all’appuntamento con Ada, che non tarda a scoprire la verità: il ragazzo ha preso una barca assieme ad altri compagni nel tentativo di raggiungere la Spagna. Alcuni testimoni hanno visto al largo la sua barca rovesciata. Qualche giorno dopo, alla festa di nozza fra Ada e Omar, uno sconosciuto appicca il fuoco nella nuova casa degli sposi. Issa, un giovane detective, inizia a indagare sull’incendio e sospetta che Soulemain non sia morto e che si sia voluto vendicare....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore struggente perché inappagato riesce a vivere di sogni che sembrano trasformarsi in realtà.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2019, anche se a volte tradisce l’inesperienza (è un’opera prima) dell’autrice
Testo Breve:

A Dakar, Ada ama Soulemain ma lui si avventura in mare per raggiungere la Spagna mentre lei è costretta a sposare un altro. Una struggente storia d’amore (premio della giuria al Festival di Cannes)  che vive più di sogni che di realtà

Il mare, dalla spiaggia di Dakar, è visto in ogni momento della giornata. A volte c’è molta foschia e in un bianco abbacinante si intravedono appena le onde che increspano la superfice. Di sera, è illuminato dalla luna e i ragazzi che si radunano intorno al bancone di un bar improvvisato sulla spiaggia, si attardano a guardarlo.  L’Atlantico è il silenzioso, onnipresente, testimone di questa storia di amore struggente . Il film può esser interpretato come una favola, dove vita e morte, naturale e soprannaturale non si contrappongono ma si uniscono per dare vita a qualcosa di più profondo che fa dire ad Ada, nelle ultime sequenze : ”Il futuro mi appartiene, io sono Ada, io  so chi sono”.

Viene subito in mente La sirena (o Lighea), il racconto lungo di Tommasi di Lampedusa, anch’esso pieno di sensualità e di allusioni a una vita immortale e dove il mare era protagonista, ma lì prevalevano i richiami  a una cultura classica occidentale, mentre qui ci sono molti rimandi a credenze popolari africane. Occorre infatti prendere atto che l’autrice ha un tocco assolutamente originale e nonostante il tema trattato, non c’è ombra di cinefilia occidentale, magari con riferimenti ai tanti film o serial sui morti viventi,

La struttura del film è alquanto composita e non mancano rimandi alla realtà del  Senegal di oggi, come lo può vedere l’autrice Mati Diop, che guarda ormai il suo paese con gli occhi di una parigina. Ecco gli operai di un cantiere che non vengono pagati da mesi senza che nessuna autorità possa intervenire; il desiderio di molti di espatriare in un’Europa più ricca e più giusta; la polizia che fa il suo dovere evitando però di mettersi in urto con i potenti del luogo. Una religione mussulmana che sfocia nella superstizione, come quando viene chiamato un marabutto, un santone del luogo, per esorcizzare certi strani fenomeni che stanno accadendo.  La condizione della donna, costretta ad acconsentire a un matrimonio deciso dai suoi genitori e a sottoporsi a un esame sulla  verginità.

In questo contesto partecipiamo alla storia d’amore fra Ada e Soulemain, la componente più poetica del film,  più suggerita che reale, fatta di sguardi e di baci davanti all’Oceano e dal  desiderio di unire i propri corpi  che può ormai solo rifugiarsi in un sogno a occhi aperti. L’autrice ha arricchito  la sua favola  di un’ambientazione che diventa un elogio alla bellezza e alla sensualità. Sono belli sia le ragazze che i ragazzi protagonisti e alcune scene sono cariche di sensualità ma mai volgari per  sottolineare, l’armonia fra il desiderio del corpo e le aspirazioni dello spirito, che travalicano la materia,  lo spazio e il tempo.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA DI UN MATRIMONIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/15/2019 - 15:55
Titolo Originale: Marriage Story
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach
Produzione: Heyday Films
Durata: 136
Interpreti: Adam Driver, Scarlett Johansson, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta

Charlie e Nicole lavorano nel mondo dello spettacolo. Sono sposati da dieci anni e hanno un bambino di otto. Lui è un affermato regista teatrale di off-Broadway, lei è stata a lungo la protagonista nei suoi lavori ma ora ha accettato una parte in una fiction televisiva che si realizzerà a Los Angeles, dove ha passato la sua giovinezza con la madre, una ex attrice del cinema. Nicole decide che vuole separarsi. Non c’è nulla di sgradevole in lui, che è sempre stata una persona controllata e gentile, ma Nicole si sente come soffocata dal suo successo e vuole tornare a Los Angeles. All'inizio entrambi sono propensi ad avviare una separazione amichevole ma poi finiscono per affidarsi a degli avvocati e il loro rapporto, già fragile, viene stravolto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Occorre dare merito all'autore di averci descritto, con molto realismo, le ferite che provoca una separazione coniugale. Due coniugi che si amano sinceramente, perdono la loro visione di coppia e lasciano prevalere i rispettivi interessi individuali.
Pubblico 
Adolescenti
I più piccoli potrebbero venir impressionati nel vedere un papà e una mamma che litigano. Una sequenza dove c’è un’abbondante perdita di sangue. Frasi denigratorie nei confronti della fede cristiana. Dialoghi con riferimenti a pratiche sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il film, ottimamente scritto, diretto e recitato, è candidato all’Oscar 2020 e ha già raccolto una messe di premi, in particolare dalle associazioni dei critici americani: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Carlie e Nicole sono sposati da dieci anni e hanno un figlio ma lavorano anche insieme, perchè lui è regista di teatro, lei attrice. Iniziano una causa  di divorzio e attraversano, in mano a degli avvocati, un percorso di auto-distruzione. Un film pregevole per il suo tragico realismo

Perché questo film ha come titolo, anche nella versione originale, storia di un matrimonio? Fin dalle prime sequenze ci si accorge che si tratta esclusivamente della storia di un divorzio. Quindi quando si parla di matrimonio non c’è più nulla di interessante da raccontare se non la sua fine? Probabilmente è proprio così: non si tratta solo del racconto molto preciso e dettagliato (il regista, sceneggiatore e produttore Noah Baumbach ha realmente dovuto attraversare tutte le vicissitudini dell’iter di un divorzio) ma si sta celebrando, come vedremo, una sorta di funerale del matrimonio.

Sia Charlie che Nicole sono persone urbane, controllate (niente violenza o abuso di alcool) e in una sequenza iniziale, su richiesta dello psichiatra che li segue nella terapia di coppia , ognuno scrive cosa pensa dell’altro in modo positivo, espressione di una coppia che dopo dieci anni si conosce molto bene e sa convivere con i pregi e i difetti dell’altro. Ma Charlie e Nicole non sono solo marito e moglie, sono anche, lui un regista e lei un’attrice , che lavorano nella stessa compagnia teatrale. I motivi per i quali Nicole vuole divorziare vengono chiariti quando lei si confessa a Nora, l’avvocato che ha scelto per la sua difesa: all’inizio lei era la star di ogni opera teatrale del marito ma poi lui è diventato sempre più famoso: la gente andava a teatro attirata dal suo nome mentre lei veniva sempre più risucchiata dalla personalità del marito.

Ci si potrebbe da subito domandare come mai lei non abbia mai trovato un modo di dirgli onestamente come si sentiva e lui non abbia compreso che stava correndo il rischio di sopraffare la personalità di lei. Come mai non hanno trovato l’occasione per parlarsi con il cuore in mano, desiderosi di risolvere i loro problemi personali ma anche di salvare quella famiglia che loro stessi avevano costituito?

Non ci sono risposte nel film a queste domande, che inizia quando la situazione si è già dewteriorata.

All’inizio ci siamo domandati come mai il titolo parli di matrimonio mentre nello sviluppo della storia partecipiamo a  un divorzio. La risposta è che il film non parla di divorzio. In genere si parla di divorzio quando l’amore fra i due finisce, magari perché si è trasferito nella direzione di  una terza persona, ma niente di tutto questo accade. Il tema è un altro: lo sviluppo della propria personalità, in particolare lo sviluppo della carriera professionale, diventa incompatibile con l’istituzione del matrimonio, che vuol dire fusione di due destini in uno, di due vite in una sola.

E’ questo il tema dominante di altri film contemporanei: anche in La La Land i due non trovano un compromesso fra crescita professionale e vita in comune; addirittura tragica la soluzione che scelgono i due innamorati in Cold War. La soluzione mostrata è una sola: non ci si sposa o comunque, se si è già sposati,  si divorzia. Fino alla fine, in questa Storia di un matrimonio, entrambi rivendicano il loro diritti a crescere nella loro professione ma al contempo continuano a esprimere segni di tenerezza e di affetto verso l’altro. Lui si commuove, quando riesce a leggere le belle frasi scritte da lei nei suoi confronti durante la seduta di terapia di coppia. Nella sequenza finale, a un anno di distanza dal divorzio, lei si inchina a legare i lacci delle scarpe di lui.  Un piccolo gesto che rivela delle attenzioni che possono nascere solo da una lunga consuetudine all’intimità. La forma del L.A.T. (live apart together) sembra voler dire il film, sta diventando l’unica forma di unione praticabile.

Il film è realizzato e recitato benissimo. Stiamo assistendo non a qualcosa di costruito ma che ha tutti i caratteri di una realtà in progress. Terribile è la fase nella quale entrambi si rivolgono a un avvocato che li trascina in una sorta di girone infernale di accuse e contro accuse montate ad arte che finiscono per esaurire  i risparmi di entrambi. Non manca una “tirata” al cristianesimo dell’avvocato di Nicole, una donna, che evidenzia che davanti a un tribunale si tollera un marito  assente o inaffidabile ma una donna no, deve essere perfetta secondo il modello di Maria, la madre di Gesù. Commovente la figura del figlio, che cerca di stare sia con l’uno che con l’altra, disorientato e smarrito per la separazione che sta avvenendo. Il regista aggiunge anche un tocco di tragica ironia, quando, nel descrivere gli incontri programmati di Charlie  con il figlio, lo fa in coincidenza con la festa di Halloween e quelle maschere che lui  deve indossare non fanno ridere ma sono il segno di una esistenza che è diventata crudele.

Non manca una sottile caratterizzazione uomo-donna. Lei è molto concentrata su presente ma in questo modo perde di coerenza e di prospettiva storica. Le sofferenze che prova oggi e le impediscono di vedere i bei momenti passati del loro matrimonio; afferma di voler trovare una soluzione concordata alla separazione ma poi si rivolge a un avvocato; accetta di scrivere cosa pensa lei di suo marito su richiesta dello psichiatra ma poi si rifiuta di leggere la pagina scritta. Lui ha un maggior controllo nelle sequenze di decisione-azione, avvia con determinazione i suoi progetti che coinvolgono anche lei ma poi trascura di domandarsi cosa senta sua moglie in quei momenti.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRIMO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/11/2019 - 11:37
Titolo Originale: Il primo Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Ficarra, Picone
Sceneggiatura: Ficarra, Picone, Fabrizio Testini
Produzione: Tramp Limited, Medusa Film
Durata: 100
Interpreti: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia

Don Valentino, parroco di un paesino della Sicilia, ha un’idea fissa: il presepe vivente. Ogni anno ingaggia alcuni suoi compaesani accuratamente selezionati per fare, chi i pastori, chi i soldati romani, impegnati a recitare i versi preparati da lui stesso. Salvo è invece un ladro di oggetti sacri e ha messo gli occhi sul bambinello che verrà utilizzato per il presepe di don Valentino, un’opera di grande valore. Il furto viene scoperto e Valentino insegue Salvo, fino a trovarsi all’interno di un fitto canneto. Ritornati all’aperto, ladro e inseguitore hanno una incredibile sorpresa: si trovano in Palestina, esattamente nell’anno zero, perché sentono che è stato indetto il censimento di Cesare Augusto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un rapporto fruttuoso fra un sacerdote che dà prevalenza allo spirito e un altro più pragmatico che porterà il secondo a scoprire la fede e il primo a riconoscere il valore di gesti concreti. Qualche riferimento spiritoso ai dogmi cristiani rischia di sfociare nella derisione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ficarra e Picone confermano la loro verve comica ma la storia risulta troppo diluita
Testo Breve:

Un sacerdote e un ladro si ritrovano in Palestina proprio quando sta per nascere Gesù. Un racconto paradossale che genera gags non sempre pertinenti

Dopo il meritatissimo successo di L’ora Legale del 2017, ecco di nuovo Ficarra e Picone, sia attori che registi, ritrovarsi nel bel mezzo della Palestina proprio quando sta per nascere Gesù.

I due comici siciliani hanno sempre sviluppato una comicità priva di volgarità, impegnata a ironizzare su qualche vizietto nostrano, senza mai usare la frusta ma con garbati accenni, con lo spirito di “chi vuole intendere intenda”.  In L’ora legale, ci hanno ricordato la nostra tendenza a concepire il bene pubblico come qualcosa che deve solo servire agli interessi personali.  In Tutto a posto hanno ironizzato sulla voglia dei figli di sfruttare la sicura pensione dei genitori. In La matassa, hanno messo alla berlina il nostro pensiero spesso irrigidito in posizioni predefinite dal nostro clan di appartenenza.

E’ insolito quindi che Ficarra e Picone abbiano scelto di costruire una storia intorno alla nascita di Gesù. Con chi prendersela? In effetti una polemica viene espressa ma solamente all'inizio e alla fine del film, sul tema dell’immigrazione. “E’ assurdo che nel 2019 si debbono ancora vedere queste cose– dice Ficarra davanti a una televisione che mostra l’immagine di una nave ONG che fa salire a bordo degli immigrati dispersi in mare - l’immagine è sgranata, il colore del mare è sbiadito”. Verso la fine, quando i Ficarra e Picone si trovano su una barca, incrociano una motovedetta italiana e un ufficiale, alle sue richieste di aiuto, gli risponde: “noi vi faremmo anche salire ma dicono di non sapere dove mettervi…”. Si tratta di una brevissima incursione nella realtà di oggi che non sposta l’asse dell’interesse del film, che si concentra sul loro tempo passato in Palestina, ricostruita in Marocco. Ma allora dove possono “mordere” i due comici? Imbastiscono battute giocando sul contrasto fra loro due, provenienti dal 2019 e i palestinesi del tempo che non sanno certe cose (in una sequenza, entrambi stanno giocando a tombola con Erode: viene estratto il 33 e Picone esclama: “gli anni di Gesù” ma tutti rispondono: “chi?”. Una opportunità sfruttata più volte ma in effetti è ancora’ poco. Più frequentemente sono le tematiche religiose quelle che cadono sotto l’attenzione dei due ed è questo l’aspetto più delicato del film. Ovviamente stare in allegria, soprattutto nel tempo di Natale, con qualche scherzo bonario va benissimo ma in alcune battute ci si muove sul filo di una comicità che sfocia nelle derisione. Don Valentino, prigioniero dei romani, benedice il pasto ma subito dopo lo sputa perché è troppo cattivo. Sempre don Valentino, che sta per incontrare Maria, si domanda: “come la debbo chiamare? Sua altezza santissima?” “Chiamala come vuoi, sei tu il “tifoso” gli risponde Ficarra, nei panni di Salvo. Più pesante è il colloquio di Salvo con un ignaro palestinese al quale cerca di spiegare la nascita di Gesù: “il Figlio e il Padre sono la stessa cosa e quando uno dice: “papà!”, si rivoltano in tre perché c’è anche lo Spirito Santo”.

Un altro punto di debolezza è nella regia: il racconto si mostra complesso, articolato in tre capitoli (don Valentino e Salvo ai giorni d’oggi; alla ricerca di Giuseppe e Maria nella Palestina del tempo e infine in fuga verso il mare, inseguiti da Erode), non c’è un nodo risolutivo e la storia sembra incapace di trovare la fine.

In complesso Ficarra e Picone confermano la loro simpatia e riescono a spalleggiarsi bene come sempre (Picone più spirituale, Ficarra più pragmatico, ma poi entrambi sapranno imparare la lezione l’uno dall’altro) ma questa volta si sono mossi su un terreno che non li ha trovati a loro perfetto agio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MEDICI - NEL NOME DELLA FAMIGLIA (terza stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/08/2019 - 09:32
Titolo Originale: I medici - Nel nome della famiglia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: James James Dormer, Guy Burt, Chris Hurford, Ian Kershaw, Debbie Oates, Francesco Arlanch, Charlotte Wolf
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema, Big Light Productions, Altice Group
Durata: 8 episodi di 50' su RaiUno e su RaiPlay, nel 2020 su Netflix
Interpreti: Daniel Sharman, Francesco Montanari, Alessandra Mastronardi, Aurora Ruffino, Tobi Regbo, Neri Marcorè, Giorgio Marchesi, Daniele Pecci, Sarah Parish, Bradley James, John Lynch, Sinnove Karlsen.

Firenze 1478. Lorenzo de Medici, ancora sconvolto dalla morte del fratello Giuliano e desideroso di vendetta, si trova a dover superare due ostacoli: il malcontento del popolo fiorentino dopo la scomunica dichiarata per tutta la città da parte del papa Sisto IV (uno dei congiurati impiccati da Lorenzo era l’arcivescovo Salviati) e l’assedio della città da parte delle truppe pontificie capeggiate da Girolamo Riario, nipote del papa e dalle truppe del re di Napoli. Lorenzo si trova di fronte all’ostilità di una maggioranza dei priori di Firenze che non lo autorizzano a fornire ulteriori rinforzi e al tradimento del mercenario a cui aveva affidato la guida delle truppe e non ha ormai altra soluzione che raggiungere Napoli per convincere il sovrano alla pace. Intanto si unisce alla corte medicea il piccolo Giulio, figlio illegittimo di Giuliano e diventa la consolazione di Lucrezia Tornabuoni, la mamma di Lorenzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione accurata del Rinascimento italiano, nella sua grandezza e nei suoi peccati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Scenografie e costumi impeccabili nella loro bellezza. Una sceneggiatura che riesce a scavare nel profondo della storia e dei personaggi. Credibile e convincente Daniel Sharman nella parte di Lorenzo il Magnifico
Testo Breve:

Nella terza stagione Lorenzo de Medici cerca di diventare l’ago della bilancia e il punto di equilibrio della penisola. Un racconto avvincente e una ricostruzione accurata della ricerca del bello ma anche della violenza presenti nel Rinascimento

Riario, il nipote del Papa, già partecipe della congiura che ha causato la morte di Giuliano de Medici, tallona Sisto IV perché stipuli un’alleanza con il re Ferrante di Napoli in modo che i loro due eserciti possano marciare contro Firenze ma il Papa indugia. “Voi dovete agire!” Esclama Riario spazientito. “Io debbo pregare”: è la risposta. 

Questa sequenza da sola rende evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alle produzioni passate. Non sono poche le serie televisive che hanno visitato il Rinascimento Italiano (sul papa Borgia ne sono state fatte addirittura tre) ma tutte avevano un taglio molto simile. Il Rinascimento usato come ambientazione ideale per molta violenza e sesso, il Vaticano come un covo di prelati viziosi e avidi, e su tutte ha aleggiato un’idea portante: il Rinascimento come prosecuzione di un medioevo primitivo, in attesa che nascesse l’era del capitalismo con la riforma protestante e arrivasse il trionfo della ragione con l’Illuminismo.

Questa terza serie ci restituisce finalmente un Rinascimento molto più aderente al vero. Innanzitutto con la bellezza delle architetture, sia civili che religiose, con le opere d’arte dei grandi del tempo, con i costumi, tutti segni di una civiltà sofisticata. Ma soprattutto evita ogni contrapposizione buoni-cattivi nei confronti dei vari contendenti. Certamente le forze in campo erano in lotta fra loro per conquistare uno i territori dell’altro, nessuno era un santo sicuramente, né Sisto IV che lascia troppa mano libera all’ambizioso nipote né Lorenzo il Magnifico, impegnato a vendicare il fratello, ma al contempo i signori di quell’Italia ancora piccola si conoscevano tutti fra loro, spesso erano imparentati e nessuno, nelle loro contese, superava il livello dell’irragionevolezza fanatica. La fiction, nell’entrare in dettaglio nelle mosse e contromosse dei vari contendenti fa onore alla definizione data dallo storico J.Burckhardt sulla gestione dello stato vista a quel tempo come opera d’arte, fatta di sottile diplomazia, capacità di trattare ma anche simulazione e inganno.

I pregi della sceneggiatura sono molti. Innanzitutto la potremmo definire “democratica”: non c’è un protagonista assoluto, tutti i personaggi sono trattati con uguale cura e profondità, anche  le figure minori. Risaltano non solo i personaggi maschili ma anche quelli femminili e si fa spesso incursione nel mondo dei ragazzi, un microcosmo non privo anch’esso di rivalità. La forte fede cattolica del tempo viene evidenziata sottolineando le opere di carità compiute dai conventi così come lo sconcerto del popolo quando la città viene colpita dalla scomunica; nei dialoghi compaiono frasi che spontaneamente, senza fanatismi, auspicano l’intervento divino ma non si trascura il fenomeno della simonia e Lorenzo che è cosciente del fatto che per riuscire a far eleggere papa uno dei suoi figli dovrà investire molto denaro.

La tensione presente, del racconto, che si percepisce molto bene, viene ottenuta costruendo uno stato di perenne instabilità. Forse sotto l’influsso dei più validi sceneggiatori d’Oltreoceano (come Vince Gilligan di Breaking Bad e Better Call Saul), il racconto non si muove lungo un percorso lineare. Ci si trova di fronte a una forte difficoltà (ad es. Firenze assediata da due eserciti contemporaneamente): si prova allora una mossa, ma questa fallisce. Si cambia direzione, guardando la situazione in una diversa prospettiva ma l’iniziativa fallisce di nuovo, così bisogna trovare una soluzione assolutamente nuova…

Rispondere alla domanda se il serial rispecchi fedelmente la realtà dei fatti storici è impresa ardua, da specialisti. Conviene rifarsi a quanto ha scritto Francesco Arlanch (fra gli sceneggiatori della serie) nel suo libro Vite da Film (edizioni FrancoAngeli): “i biopic ben strutturati non fanno, primariamente, informazione storica. Come ogni forma di finzione, fanno opera di formazione umana. Le attestazioni di verità che caratterizzano la maggior parte dei biopic hanno soprattutto una funzione retorica: accrescono la forza esemplare della forma di vita che il biopic presenta”.

Resta solo un unico, grande, rammarico nel vedere questa terza stagione (come le precedenti del resto): non viene evidenziata la genesi e la struttura del potere finanziario dei Medici ma sono presenti solo pochi accenni. Peccato, perché si sarebbe raggiunta la perfezione di questa ricostruzione del Rinascimento italiano. Si sarebbe affermato con chiarezza che il capitalismo è nato allora e la struttura messa in piedi dai Medici (cambio di valute, prestiti, commercio di lana grezza e tessuti, assicurazioni, trasferimenti di metalli preziosi) non aveva nulla da invidiare alle multinazionali moderne

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE EPOQUE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/06/2019 - 23:20
Titolo Originale: Belle Epoque
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Nicolas Bedos
Sceneggiatura: Nicolas Bedos
Produzione: Pathé Films, Orange Studio, France 2 Cinéma, Hugar Prod, Fils, Umedia
Durata: 110
Interpreti: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi

Victor ha sessant’anni, un matrimonio ormai in declino, un figlio che non riesce a capire e troppi rimpianti nel cuore. Quando un ricco imprenditore, amico di suo figlio, gli regala la possibilità di rivivere un momento del suo passato, Victor chiede di poter tornare al 16 maggio 1974: il giorno in cui ha incontrato la donna della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film nostalgico sull’impossibilità di poter rinuncare d amarere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.
Testo Breve:

Un uomo di 60 anni ottiene di poter ricostruire in teatro il giorno che incontrò per la prima volta la sua futura moglie. Una commedia divertente ma melanconica, di ottima fattura

La Belle Èpoque è una versione originale e moderna di una tematica più volte usata nel mondo del cinema, che parte da un’idea stuzzicante per chiunque: poter tornare indietro nel tempo, e rivivere un momento preciso della propria vita (o della vita del mondo). In questo caso però, non c’è nulla di magico o di soprannaturale che permette di cambiare il corso del tempo: tutto infatti avviene su un set, come quelli del cinema o della tv, dove l’agenzia del ricco imprenditore Antoine ricostruisce alla perfezione l’epoca storica in cui i clienti chiedono di poter tornare. Per Victor, quel momento è l’istante in cui ha visto per la prima volta la donna della sua vita, l’istante in cui la sua vita è cambiata per sempre.

Inizia quindi il viaggio di Victor attraverso i ricordi, un viaggio costantemente alternato alle vicende degli altri personaggi del film, vicende che in qualche modo ricalcano e commentano quelle vissute da Victor. Il film si stende quindi su tre piani di racconto, che sembrano essere tre piani temporali differenti ma che invece avvengono tutti nel presente. E ogni piano racconta una storia d’amore: quello appena nato, quello appena finito, e quello che sembra incontrare troppi ostacoli per poter veramente fiorire.

Eppure, nonostante possa sembrare un film esclusivamente sull’amore, La Belle Èpoque è soprattutto un film sulla nostalgia. La nostalgia di quello che è stato e che non sarà più, o la nostalgia di quello che potrebbe essere ma forse non sarà mai. Allo stesso tempo però, la nostalgia de La Belle Èpoque ha in sé qualcosa di gioioso: muta infatti all’interno del film e prende consistenze diverse; se all’inizio è profondamente triste e ricca di rimpianti, nel corso della storia si colora di speranza, fino ad un finale commovente dove la nostalgia diventa il tramite per la possibilità di ricominciare.

Dal ritmo incalzante e coinvolgente, La Belle Èpoque è un film che non annoia ma anzi, trattiene fino all’ultimo fotogramma, che sintetizza perfettamente l’intera pellicola. E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.

 

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/02/2019 - 15:19
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino, Paolo Marchesini, Mara Perbellini, Mauro Spinelli, Lea Marina Tafuri
Durata: 8 episodi di 45 minuti su Amazon Prime Video
Interpreti: Greta Ferro, Margherita Buy, Fiammetta Cicogna, Maurizio Lastrico, Sergio Albelli

Milano, 1974. Irene è figlia di immigrati meridionali (il padre lavora in fabbrica) e per mantenersi agli studi (la sua aspirazione è diventare giornalista) entra a far parte dello staff di Appeal, una rivista di moda. Gli anni ’70 sono un’epoca di grandi mutamenti nella moda, stilisti ora diventati famosi stavano facendo i loro primi passi convergendo su Milano. La ragazza viene subito apprezzata per la sua iniziativa: per lei la nuova moda è espressione di emancipazione femminile e anche la sua vita privata subisce uno scossone. Lascia il suo fidanzato storico e si immerge, ormai libera, nello scintillante mondo del fachion…:

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, educata sulle solide tradizioni di una famiglia meridionale, dimostra un disinvolto cambiamento di atteggiamento nella direzione di una libertà sessuale senza vincoli
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione di dipendenza dalla droga. Non ci sono nudità ma alcuni disinvolti comportamenti sessuali, sia etero che omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La fiction svolge molto bene il compito divulgativo di fare conoscere al grande pubblico l’entusiasmante storia della moda italiana, i personaggi principali sono ben allineati con alcune eccezioni
Testo Breve:

Negli anni ’70 nasceva a Milano la moda italiana che oggi conosciamo. La storia appassionante di quei grandi stilisti si incrocia con le vicende personali dei redattori di una rivista di moda, alcune ben tratteggiate, altre di meno

Walter Albini (ripreso a villa Necchi,  la più bella villa Liberty di Milano): ha portato la moda a Milano e si può considerare il padre del prêt à porter italiano.
Mariuccia Mandelli (Krizia): non c’è provocazione che abbia lanciato né materiali che non abbia sperimentato. 
Ottavio Missoni: con la moglie Rosita nei loro impianti a Sumirago creano i famosi maglioni – patchwork usando colori che ricordano Lorenzo Balla. 
Il curielino: è l’abito delle signore-bene  milanesi dagli anni sessanta, creato da Raffella Curiel, emblema di via Motenapoleone. 
Giorgio Armani: lontano da qualsiasi eccesso ma con molto stile ha eliminato la rigidità dell’imbottitura e delle contro fodere: i suoi vestiti cadono sul corpo senza imprigionarlo
Giuseppe Modenese:
promotore dell’industria tessile (lo incontriamo a palazzo Castiglioni, emblema dell’Art Nouveau milanese), organizza un convegno di stilisti e di imprenditori del tessuto a Villa Erba di Como e  fa scoprire alla stampa internazionale che la moda italiana non è seconda a nessuno. 
Giovanni Versace è ancora un giovane alle sue prime armi, arrivato a Milano dalla Calabria, dove ha imparato tante cose dalla sua mamma sarta. 
Elio Fiorucci: opera una risolutiva democratizzazione della moda e si può considerare un filosofo della bellezza, noto per i suoi jeans attillati in denim tanto quanto per i suoi poster.

Quando si inizia a vedere questa fiction su Amazon Prime Video, ci si domanda come mai in precedenza non era venuto in mente a nessuno di ricostruire gli anni d’oro della nascita della moda italiana.

Il settore dell’abbigliamento è il secondo in Italia in termini di occupazione e il primo in Europa in termini di valore aggiunto ma è soprattutto espressione dell’amore per il bello di tanti intraprendenti stilisti.

Si sono visti dei commenti non sempre positivi su questo serial, in particolare da parte di riviste del settore, che hanno sottolineato come sarebbe stato necessario approfondire la vita di alcuni stilisti, in particolare Walter Albini ma mi sento di osservare che queste critiche non ci sarebbero state se questo serial non fosse stato prodotto. Ben vengano prossimi lavori dedicati a uno solo per volta di questi sarti famosi ma intanto Made in Italy ha portato a termine un pregevole compito divulgativo che avvicinerà la moda italiana a chi non è strettamente impegnato nel settore.

Ovviamente una fiction non è un documentario (ogni puntata include comunque una scheda sintetica di uno stilista) ed è stata sviluppata una narrazione che raccordasse questa parata di maestri della moda. Lo si è realizzato attraverso la figura di Irene, ragazza alla soglia della laurea che entrando a far parte della rivista Appeal conosce progressivamente i personaggi chiave di questa esplosione di talenti.

In linea teorica si sarebbe potuto sviluppare un fiction di contesto, scelta fatta da alcuni serial americani più recenti (E.R.,  The News Room, The West Wing, House of Cards) dove ciò che prevale è la descrizione minuziosa delle dinamiche dell’ambiente di lavoro, lasciando in secondo piano le storie personali. In questo Made in Italy si è preferita una soluzione classica, forse più consona al pubblico italiano, dove si stabilisce un intreccio fra le vicende private dei protagonisti e le sorti della rivista.

Si tratta di un impegno ambizioso perché si è cercato di fare una fotografia di quei tumultuosi anni ’70, rischiando di mettere molta carne al fuoco.  Era l’epoca delle Brigate Rosse e la redattrice Rita Pasini (Margherita Buy) è angosciata per il figlio che ha scelto la via della lotta armata; l’omosessualità era perseguita (vediamo la polizia che fa irruzione nel locale Macondo, famoso all’epoca) e assistiamo alla relazione tormentata fra Filippo (Maurizio Lastrico) e Flavio (Saul Nanni), un giovane tossico dipendente. Era l’epoca dell’emancipazione femminile e Monica, la collega di Irene, si mostra molto libera (organizza anche incontri con due uomini, anche se  il suo comportamento sarebbe causato da una infanzia senza affetti.

In questo quadro complesso ci sono dei chiaro-scuri: molto bella l’amicizia fra Irene, Filippo e Monica, sempre pronti ad aiutarsi nel lavoro come nella vita privata; Ben riuscita è la figura dell’editore di Appeal, Armando (Giuseppe Cederna) che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. Anche la figura di Rita (Margherita Buy) è riuscita nella sua continua pena segreta per il figlio così come la storia tragica fra Filippo e Nanni..

Stranamente la figura che appare più incoerente è proprio la protagonista Rita (Greta Ferro) non certo nella sua ascesa nella redazione della rivista ma nelle sue vicende personali. Di origine meridionale, un’educazione impostata su solide tradizioni, dimostra un comportamento sgradevole nei confronti del suo fidanzato storico, rifiutando l’anello di fidanzamento di fronte agli stessi genitori. Se era stato il suo fidanzato per molti anni, ci si sarebbe aspettata maggiore delicatezza.  In seguito accetterà molto rapidamente e senza crisi di coscienza il suo nuovo ruolo di donna libera, non limitandosi ad avventure di un solo giorno ma finendo per entrare nell’intimità di un uomo già sposato con un figlio. Il bell'esempio di famiglia unita offerta dai suoi genitori avrebbe potuto svolgere un ruolo maggiore.

L’ultima puntata lascia alcune evoluzioni del racconto non risolte, segno che c’è da attendersi una nuova stagione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UFFICIALE E LA SPIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/25/2019 - 09:36
Titolo Originale: J'accuse
Paese: Franca, Italia
Anno: 2019
Regia: Roman Polański
Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polański
Produzione: Légende Films, RP Productions, Gaumont, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma, Eliseo Cinema, Rai Cinema
Durata: 126
Interpreti: Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois

Nel gennaio del 1895, nella corte d’onore della Scuola militare di Parigi, di fronte a tutti gli allievi schierati, il capitano Alfred Dreyfus di origine ebrea, condannato all’ergastolo per esser stato accusato di esser stato un informatore dell’esercito tedesco, viene sottoposto all’umiliante cerimonia della degradazione e poi confinato sull’isola del Diavolo della Guyana francese. Un mese dopo il colonnello George Picquart viene nominato capo dello spionaggio militare. Nel suo nuovo incarico scopre che il flusso di informazioni riservate verso i tedeschi non è cessato e si accorge che il nuovo sospettato, il maggiore Esterhazy, ha una calligrafia identica a quella con cui è stato redatto quel borderò che costituì la motivazione principale dell’arresto di Dreyfus. Il colonnello si affretta a informare i suoi superiori ma tutti lo invitano a non dare seguito alle indagini…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il colonello Picquart ed Emile Zola dimostrano di avere il coraggio di lottare per dei principi che ritengono assoluti come la giustizia, rischiando in proprio e finendo anche in prigione
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di una relazione extraconiugale
Giudizio Artistico 
 
La qualità eccezionale del film è dovuta alla ricostruzione rigorosa, nelle ambientazioni e nei costumi, della Parigi di fine ‘800, alla sapiente regia di Polànsky che riesce ad appassionare lo spettatore immergendolo in una vicenda di pregiudizi e di intolleranza ancora attuali. Nella bravura degli attori a partire da Jean Dujardin
Testo Breve:

Il caso Dreyfus, l’ufficiale ebreo che fu ingiustamente accusato di spionaggio e che scosse la Francia a fine ‘800, è noto a tutti. Il film di Polànky ricostruisce con passione e precisione gli avvenimenti, mostrando che il pregiudizio e l’intolleranza posso essere sempre in agguato

La ricostruzione delle strade, degli interni dei palazzi della Parigi di fine ‘800, è semplicemente impeccabile. I costumi femminili, le divise, i volti maschili con molti baffi e molte barbe, sono ricostruiti con cura meticolosa. Manca il commento musicale, se non per brevi tratti durante il passaggio da una scena all’altra, manca un subplot romantico (tipico espediente per alleggerire i film ricavati dalla storia, a parte qualche fugace cenno alla relazione di Picquart con una donna sposata): tutto insomma concorre a far sì che lo spettatore resti concentrato su un solo tema: le peripezie giudiziarie del caso Dreyfus, che agitò la coscienza della Francia di quel tempo e che in prospettiva, getta una luce profetica sul giorno d’oggi. La bravura di Roman Polànski sta proprio nel ricostruire con rigore i fatti accaduti e nel farlo in un modo che lo spettatore non riesca a distrarsi un secondo dallo schermo: le ragioni frettolose e pregiudiziali della condanna di Dreyfus, le indagini del colonello Picquart per accertare la verità e che comportarono il suo arresto ma anche le reazioni dell’ala più radicale del paese che culminarono con il J’accuse!, la lettera dello srittore Emil Zola indirizzata al Presidente della Repubblica, apparso sul giornale L’Aurore, diretto da Georges Clemanceau..
Polànsky evita il rischio di semplificare la narrazione, contrapponendo i buonissimi che combattono per la giustizia e i cattivissimi che vi si oppongono. Il tema dibattuto è più complesso, perché tutti i protagonisti, da qualunque parte si trovino, sono convinti che la giustizia sia un bene ma il punto sta nel definire se essa sia un valore assoluto o relativo (tema molto vicino a quello dibattuto ai tempi nostri, se la vita sia un bene assoluto o relativo alla felicità attesa). E’significativo il dialogo fra il maggiore Henry e Picquart: “voi mi ordinate di uccidere un uomo? Io lo faccio. Mi dite che è stato un errore? Mi spiace ma non è colpa mia. Questo è l’Esercito”. Picquart è pronto a ribattere: “questo sarà il suo Esercito ma non il mio”. Il tema sul tappeto va quindi al di là della pura correttezza investigativa per scoprire se le prove addotte per la condanna siano vere o false ma se l’onore di un’istituzione come l’Esercito sia un valore comunque superiore all’onore di un uomo, tanto più se questi è un ebreo. La risposta di Picquart è iluminante: l’onore dell’Esercito sussiste solo se viene rispettato quello dei suoi singoli componenti. In questo senso il caso Dreyfus non ha sapore di stantio ma conserva l’odore acro di un tema sempre attuale, quello del pregiudizio verso ciò o chi non si conosce. In varie scene (durante la cerimonia della degradazione di Dreyfus, all’ingresso del tribunale per il processo, Polansky non manca di mettere in scena una folla fanatica che urla contro Dreyfus perché ha già emesso la sua condanna: è un’ebreo, un’estraneo al loro tessuto sociale e solo da lui ci si poteva aspettare un tradimento simile. In un’altra sequenza Polansky sembra direttamente alludere alla situazione attuale, quando fa dire a un ufficiale che ormai Parigi si è riempita di stranieri e che non ci si può più fidare di nessuno.
Questo film mette in evidenza un’altra verità universale: quando il mondo riesce a fare passi avanti nella direzione di una maggiore giustizia, di una maggiore rispetto nei confronti della dignità di qualsiasi uomo, non è sufficiente che ogni singola persona (ipotesi già di per se difficile), nel suo piccolo faccia il suo dovere: il mondo avanza solo quando c’è qualcuno disposto a sacrificare se stesso per dei principi universali e a dare l’esempio per tutti. Nel caso Dreyfus è il colonello Picquart che sacrifica anni della sua vita, va anche in prigione per far liberare un innocente ed Emile Zola che dice con coraggio ciò in cui crede e viene condannato a un anno di prigione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE IRISHMAN

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/23/2019 - 12:37
Titolo Originale: THe Irischman
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Produzione: Fábrica de Cine, STX Entertainment, Sikelia Productions, TriBeCa Productions
Durata: 2019
Interpreti: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale, Anna Paquin

Frank Sheeran, ormai vecchio e solo, scontata la sua pena in prigione, vive in un pensionato su una sedia a rotelle. Volge lo sguardo allo spettatore e inizia a raccontare la sua vita. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, riprende la sua attività civile come autista di camion ma non disdegna di compiere qualche furto da ciò che trasporta. Viene notato da Russell Bufalino, boss della mafia di Filadelfia, che lo ingaggia come suo uomo di fiducia per operazioni delicate (inclusa la funzione di sicario). Come segno di stima, lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo carismatico del più potente sindacato americano, quello dei camionisti. Ne diventa presto il guardiaspalla più fidato ma intanto Hoffa diventa il bersaglio preferito del nuovo ministro della Giustizia, Robert Kennedy...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Martin Scorsese è capace di farci vivere, con molto realismo, all’interno della logica della malavita americana ma nonostante gli omicidi, le falsità, i tradimenti non ci sono forme di redenzione né riscatto fra i protagonisti perché domina un senso dell’ineluttabilità del fato e le cose vanno come debbono andare. Solo verso la fine si intravede l'avvicinamento alla fede di uno dei protagonisti.
Pubblico 
Maggiorenni
Una sequenza di pestaggio violento
Giudizio Artistico 
 
Una ricostruzione impeccabile, degna della firma di Scorsese e di tre mostri del cinema come De Niro, Al Pacino, Joe Pesci . Ma nel film prevale il meccanismo di leggi spietate, che pone in secondo piano l’umanità dei personaggi
Testo Breve:

La storia della mafia americana dagli anni ’60 fino al ’75 raccontata con la consueta bravura da Martin Scorsese e dai tre magnifici protagonisti. La violenza viene giustificata come stato di necessità in un mondo dove domina l’ineluttabilità del fato

Frank e Russell Bufalino, seduti al tavolo di un bar, iniziano a entrare in confidenza.  Scoprono di potersi scambiare un po’ di parole in italiano: il mafioso perché è originario di Catania mentre Frank, che è un irlandese purosangue, ha imparato qualche parola d’italiano durante la guerra, quando è sbarcato a Salerno e poi ad Anzio. Più volte ricorre nel film il riferimento alla guerra: è lì che Frank ha imparato a usare gli esplosivi ma anche a eseguire ordini sporchi, come quello di fucilare prigionieri tedeschi. Bufalino lo sceglie come suo uomo di fiducia. Per Frank non si tratta solo di guadagnare soldi ma di un rapporto da uomo a uomo, fatto di stima e di rispetto. E’ proprio Frank che, restando nell’ombra, gregario ubbidiente che non ha mai fatto uno sgarbo a nessuno, è riuscito a restare vivo e ora ci può   raccontare la storia della mafia americana nei decenni tumultuosi che vanno dall’elezione di Kennedy fino al 1975, quando Jimmy Hoffa scomparve misteriosamente,

Scorsese sembra voler dire l’ultima definitiva parola sui film di mafia, quando ormai lui, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci hanno superato i settanta e molto probabilmente non vedremo più lavorare  “questi bravi ragazzi” nello stesso film.  Si tratta di un racconto fiume di tre ore e mezza, ricavato dal saggio: L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa di Charles Brandt, sviluppato con gravità e malinconia come si addice a persone mature (a poco serve il ringiovanimento dei volti operato dalla CG). In questo film non ci sono né protagonisti giovani né donne, non viene adottato un montaggio frenetico come in The Wolf of Wall Street ma c’è la tranquilla compostezza di un’opera classica.

Eppure ogni dialogo, ogni incontro fra due uomini è carico di tensione, perché sono dialoghi e incontri di mafia e Scorsese ha una lunga esperienza su come gestirli. Se un boss si dice preoccupato per il comportamento di un “collega” vuol dire che deve morire, a meno che si affretti a chiarire: “non in quel modo” per intendere forme alternative come l’intimidazione. Se due boss alzano i toni nella discussione, c’è da aspettarsi che presto uno cercherà il modo di uccidere l’altro. Ci sono però i “saggi” come Bufalino, che non sono irruenti come gli altri, che non perdono mai il controllo, e poi alla fine sono gli unici che finiscono per morire nel loro letto. Altro canone mafioso confermato è il rispetto per l’istituzione familiare ma soprattutto i figli, perché la moglie può essere anche cambiata.

A vedere bene il vero protagonista di questo film-epopea è proprio questa “società” che si regge su regole inviolabili e i tre protagonisti, intepretati da De Niro, Al Pacino, Joe Pesci non sono dei personaggi dai quali ci si può aspettare qualche trasformazione nel tempo, ma dei caratteri a tipologia fissa (il freddo, l’irascibile, il prudente). E ciò che strazia e quindi scuote lo spettatore è proprio la scoperta della progressiva disumanizzazione a cui i tre vanno incontro.

E’ un aspetto che impatta profondamente sulla prospettiva etica del film. Frank, impegnato a fare il lavoro più sporco, che arriva anche a uccidere, quando glie lo chiedono, i suoi migliori amici, ha il lungo tempo della vecchiaia per riflettere su ciò che ha commesso e per cercare di dargli un senso. L’ex sicario ha anche l’opportunità di confessarsi e alla domanda del sacerdote se prova rimorso, Frank confessa di non percepire questo sentimento. Successivamente, nell'ultima sequenza, Frank sembra tornare alla fede. Un riferimento troppo fragile per comprendere si si è realmente convertito o ha avuto  un approccio superstizioso: "non si sa mai"..Troppe volte lo abbiamo sentito riflettere sul fatto che le cose vanno come debbono andare, regolate da leggi spietate e immutabili: lui ha fatto ciò che andava fatto per obbedienza, per se stesso, per la sua famiglia. 

Scorsese sa bene che ogni coro ben composto ha bisogno di controcanto e lo ha introdotto nella figura di Peggy, la figlia di Frank.  E’ una ragazza intelligente che fin da piccola capisce che suo padre, quando esce tardi la sera o quando lo scopre troppo pensieroso al suo ritorno, ha commesso qualcosa di sbagliato. E’ un personaggio che non parla mai durante tutto il film ma il suo silenzio pesa come un macigno.

Scorsese conferma la sua altissima professionalità, i tre protagonisti sono, come al solito, dei mostri di bravura ed è da applaudire in modo particolare la selezione del casting, con tante tipologie di italoamericani

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COLLEGIO (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/13/2019 - 10:31
Titolo Originale: Il Collegio
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Produzione: RAI, Magnolia
Durata: 120 minuti a puntata su Raidue e su Raiplay
Interpreti: Narratore: Simona Ventura

Venti adolescenti tra i 14 e i 17 anni devono studiare per circa un mese in un collegio simulando di essere negli anni ottanta, per conseguire il diploma di licenza media dell'epoca. Gli studenti hanno l'obbligo di indossare le uniformi del collegio e devono seguire le severe regole della struttura, che comprendono il rinunciare a telefonini, subire il taglio dei capelli secondo la moda dell’epoca. I ragazzi provengono da tutta Italia: c’è Maggy Gioia 14, di Milano che è la perfettina del gruppo, la più istruita e la più ligia alle regole; Mario Tricca (15, provincia di Roma) è il più insicuro, ogni prova comporta per lui una sofferenza; Sara Piccioni ha poca fiducia in se stessa; Claudia Dorelfi (14 anni, Roma) di indole litigiosa, usa un linguaggio sboccato e risponde male ai professori,…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La docu-fiction descrive con buon realismo un contesto scolastico, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima la scelta del cast, il montaggio garantisce un buon ritmo al racconto, solo in alcuni momenti si percepisce che dietro tanta spontaneità c’è una solida sceneggiatura.
Testo Breve:

10 ragazzi e 10 ragazze fra i 15 e i 17 anni varcano la soglia di un collegio negli anni ’80. La quarta stagione conferma il successo di questa docu-fiction che mostra degli adolescenti molto più attendibili di tante fiction TV

I numeri parlano chiaro: Il docu-reality Il collegio, giunto alla quarta stagione, è la trasmissione più vista di Rai2 con una media di 2.346.000 spettatori (10,2% di share in due puntate). Ma ci sono due dati che colpiscono molto di più: nella fascia compresa fra gli 8 e i 14 anni, il programma raggiunge il 38% di share ma non basta: con due milioni di interazioni, Il collegio è il programma più interattivo e popolare sui social (soprattutto Instagram). Così, mentre Netflix si affanna a catturare la fascia di audience degli adolescenti e young Adult, tallonata da Sky (senza trascurare Disney Channel in una fascia più bassa), la TV generalista mette a segno un grande successo per l’età della prima adolescenza. Qual è il segreto? Possiamo dire che i ragazzi e le ragazze di Il collegio ci appaiono molto più veri dei giovani che ci vengono presentati dalle varie piattaforme in streaming. Occorre aggiungere che ci appaiono più vicini anche perché più italiani (i ragazzi del collegio provengono da varie province) rispetto a quei giovani con generico, non meglio definito, profilo internazionale, proposti da piattaforme che vogliono coprire tutto il globo. 

Ovviamente non dobbiamo lasciarci ingannare: il format della docu-ficton fa apparire il racconto più vero ma in realtà c’è sempre dietro una accurata sceneggiatura anche se bisogna riconoscere che i ragazzi (selezionati da una rosa di 22.000 aspiranti) ci appaiono molto spontanei nelle loro reazioni, soprattutto quando vengono esclusi o puniti: probabilmente vengono ripresi quando la loro sorpresa è reale. Il fatto che nella quarta stagione debba venir applicato l’artificio di ritornare al 1982 ha scarso impatto sulla narrazione. I ragazzi debbono modificare il taglio dei capelli, rinunciare al cellulare, lavorare con enormi personal computer di prima generazione, ma si tratta di elementi secondari e poco influenti rispetto a ciò che è primario in questo tipo di lavoro: esplorare come si comportano ragazzi e ragazze di oggi nella fascia 14-17 quando interagiscono fra di loro e si trovano in classe di fronte a dei professori. Il ritratto che ne vien fuori mostra luci e ombre. Notevole è lo spirito di gruppo che sanno esprimere: appena uno di loro subisce una punizione o viene espulso, ecco che tutti accorrono con grandi abbracci e parole di conforto. Alla fine, ora come negli anni 80, fra questi ragazzi conta soprattutto farsi delle amicizie ma anche mostrare delle antipatie senza molto nasconderle. Non solo le ragazze ma anche i ragazzi hanno il pianto facile di fronte a certi loro insuccessi: si può ritenere che i ragazzi non stiano recitando in quelle situazioni e quindi mostrino, di fronte alle difficoltà, grande fragilità e insicurezza. Infine, soprattutto i quindicenni, fanno a volte gli sciocchi, disturbano le lezione, per far ridere gli altri compagni e acquistare un po’ di notorietà. Un comportamento prevedibile, facilmente riscontrabile a quella età e che non comparirà mai in alcun serial americano o simil-americano. Un aspetto sicuramente impressionante è la loro abissale ignoranza: sbagliano nella declinazione dei verbi (participio passato di porgere? “Porto”) o  non conoscono certe parole appena fuori dell’ordinario (sbarcare il lunario vuol dire atterrare sulla luna). Disastrosa è la loro conoscenza della storia (“i mille sono sbarcati contro i nazisti”) e della letteratura (Gabriele D’Annunzio era un estetista).

La docu-fiction è comunque originale nell’approfondire i rapporti fra i ragazzi e la scuola. Non sorvola sugli aspetti disciplinari, presenti negli anni ’80 come oggi: le insubordinazioni sono frequenti ma in questa fiction finiscono tutte sul tavolo del preside, che commina sempre una punizione. Il professore di lettere che domanda ai ragazzi “cos’è per voi la scuola?” e ottiene solo risposte strampalate, giustamente ricorda l’articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce il diritto di tutti i cittadini a ricevere una istruzione. Una nobile citazione che in quel momento stride con i piccoli orizzonti che mostrano di avere questi ragazzi.

La docu-fiction merita il successo che si è guadagnato, l’approssimazione a un reale contesto collegiale è notevole: resta un dubbio di fronte alle confessioni in solitaria di se stessi dei ragazzi di fronte alle telecamere: risultano troppo preparati nel tracciare un loro profilo psicologico, che stride con il livello di cultura che hanno mostrato in altre occasioni. Risulta più evidente, in questi casi,  che stanno recitando una parte già programmata.

Resta dubbio il motivo dell’ingresso nel collegio, alla terza puntata di un ragazzo e una ragazza considerati ufficialmente fidanzati (con il beneplacito dei genitori). Per ora (alla terza puntata)  è stato chiaro nei loro confronti solo il professore di lettere, che ha intimato loro: niente carezze, niente affettuosità in aula.

La docu-fiction è disponibile anche su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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