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Il film non fa parte di nessuna categoria

UNPLANNED

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/10/2019 - 10:49
Titolo Originale: Inplanned
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Sceneggiatura: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Produzione: Soli Deo gloria
Durata: 106
Interpreti: Ashley Bratcher, Brooks Ryan, Robia Scott

La giovinezza di Abby Johnson è stata alquanto movimentata. Si è trovata incinta dopo una relazione con un ragazzo che non ha mostrato alcun interesse a sposarla e così Abby si è sottoposta a un primo aborto. Si è poi sposata con un uomo con il quale ha vissuto per pochi anni. Subito dopo il divorzio si è accorta di essere rimasta incinta e ancora una volta ha deciso di abortire. Nel 2001 si convince che è giusto far parte dell’organizzazione Planned Perenthood come clinic escort per le donne che desiderano interrompere la gravidanza, anche se il lavoro in clinica viene continuamente disturbato dai movimenti pro-life che, fuori dei cancelli, esortano le pazienti a desistere dal loro proposito. Abby si sposa, ha una figlia e intanto viene apprezzata per il suo lavoro tanto da venir nominata direttrice della clinica. Poi qualcosa cambia: iniziano i contrasti con i manager di Planned Parenthood e lo sconcerto che prova nel vedere, mentre si trova in sala operatoria, l’ecografia di un feto che si agita nel momento in cui viene soppresso, finiscono per convincerla definitivamente a dimettersi e a passare dalla parte dei pro-life.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna, dopo aver a lungo lavorato in una clinica per aborti, scopre l’orrore di quella pratica. Purtroppo la tematica pro-life è stata sviluppata in odio a chi la pensa diversamente
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene impressionanti con abbondanza di sangue
Giudizio Artistico 
 
Il film cerca di riprodurre in modo rigoroso i fatti che sono stati narrati nel libro omonimo. Ma ci sono troppe ellissi nel presentare l’evoluzione intima dei personaggi
Testo Breve:

Un film di chiara impostazione anti abortista, basato su fatti realmente accaduti, cerca di mostrare la validità delle proprie tesi puntando sull’orrore delle pratiche abortiste  e considerando dei nemici coloro che la pensano diversamente

 

Il film, tratto dal libro omonimo scritto dalla stessa Abby Johnson, fin dalle prime sequenze, mostra subito come intende sviluppare il controverso tema dell’aborto.

Vediamo Abby assistere in sala operatoria, tramite uno schermo ecografico a una pratica di aborto per aspirazione.  Il feto si agita mentre inizia a venir risucchiato all’interno del tubo e subito dopo ci appare in primo piano un contenitore trasparente che si riempie velocemente di sangue e di tessuti del feto ormai smembrato. Una sequenza successiva, dove c’è la stessa Abby che ha ingerito la pillola del giorno dopo, non è meno sconvolgente: passa una notte con forti dolori, perdendo copiosamente sangue e alla fine si preoccupa di raccogliere per terra, per buttarli nel water, i brandelli di quello che è stato il suo bambino.

L’obiettivo del film è quindi chiaro fin dall’inizio: picchia duro per mostrare l’atrocità di questa pratica e per affermare che chi è a favore dell’aborto è un essere disumano (durante un colloquio, un manifestante pro-life stabilisce una somiglianza con l’olocausto ebraico e la pratica della schiavitù in America). La stessa manager della clinica Planned Parenthood è tratteggiata come una donna cinica, che vede nell’aumento degli aborti l’unico modo per incrementare i profitti (alla fine del film una nota, per cercare di evitare cause legali, chiarisce che il film è stato realizzato senza il consenso di Planned Parenthood). La società di distribuzione Pure Flix (la stessa che ha distribuito God’s not dead) si è lamentata dell’attribuzione di Restricted (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati) data al film in U.S.A., giudicandola motivata da ragioni politiche. In realtà il divieto è pienamente giustificato.

Possono essere utili film impostati in questo modo? Servono a mio avviso per rinforzare le convinzioni di chi ha già un atteggiamento pro-life (negli U.S.A. durante i mesi di programmazione del film, intere comunità appartenenti a chiese di varie fedi cristiane sono andate compatte a vederlo) ma non certo a convincere chi ha idee diverse. Chi è considerato come nemico reagirà  come nemico.  Il pensiero dell’aborto nasce a causa di una disarmonia fra il bambino che sta crescendo fisicamente in grembo e quello che si sta sviluppando nella mente della donna, dove non riesce a trovare una collocazione adeguata.  Armando Fumagalli nel suo La comunicazione di una chiesa in uscita, ha messo in evidenza le iniziative di altre associazioni come Vitae Foundation che cercano, con centri di ascolto e con filmati promozionali, di entrare nella mente e nel cuore della donna che ha intenzione di interrompere la gravidanza, temendo un cambiamento radicale della propria esistenza. L’obiettivo è quello di cercare di rassicurare la donna e ripristinare la fiducia in se stessa; un “posso farcela” anche nella situazione che si è creata.

La stessa motivazione che è stata addotta da Abby, come causa della sua conversione, appare fragile. Il fatto che lei sia rimasta sconvolta dalla visione del feto che sembrava soffrire al momento del risucchio, ha scatenato le critiche dei fautori del pro-choice. Sono stati intervistati illustri ginecologi che hanno negato che il feto possa avere una sensibilità prima della ventiquattresima settimana; sono state fatte addirittura delle indagini giornalistiche facendo dei controlli fra gli archivi di Planned Parenthood, dai quali risulta che nel giorno della “conversione” indicato da Abby non era stato fatto nessun aborto che avesse avuto necessità di una ecografia. La sua uscita dall’organizzazione sarebbe quindi stata motivata soprattutto da contrasti con il management.  Sono tutte reazioni inevitabili quando il presupposto è fragile. Se il feto, in un momento del suo sviluppo, acquista sensibilità, vuol dire che se l’aborto è praticato prima, diventa eticamente lecito? In realtà le motivazioni pro-life dovrebbero essere più profonde e riguardare tutto il tempo dello sviluppo del feto, che costituisce un continuo non divisibile. 

Il film si basa molto sulla narrazione dei fatti accaduti e poco sulla psicologia dei personaggi e la loro evoluzione. Perché Abbey ha avuto due relazioni infelici (che la hanno portata ad abortire), perché la terza relazione risulta molto solida? Sono domande senza risposta, com’è facile che accada quando è l’autore stesso che racconta la sua vita. Però questo aspetto indebolisce la narrazione: l’evento della “conversione” appare isolato e non pienamente giustificato, dopo che abbiamo visto Abby, per due terzi del film, fare carriera fino a diventare la direttrice della clinica texana.

Possiamo concludere con due dati positivi: la clinica dove ha lavorato Abby è stata definitivamente chiusa per mancanza di “clienti” e, come abbiamo appreso dalle cronache, in U.S.A. sei stati hanno modificato la loro legge sull’aborto, restringendo l’autorizzazione a casi particolari come il rischio per la salute della donna o in caso di violenza subita.

La versione italiana del film è prevista per gennaio 2010, distribuito dalla Dominus Production

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARTIN EDEN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/06/2019 - 16:26
Titolo Originale: Martin Eden
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Pietro Marcello
Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello
Produzione: Avventurosa, IBC Movie, Rai Cinema Shellac Sud, Match Factory Productions
Durata: 120
Interpreti: Luca Marinelli, Carlo Cecchi, Jessica Cressy, Carmen Pommella,

Martin Eden, un marinaio napoletano, salva da una rissa Arturo, giovane rampollo di una ricca famiglia. In segno di riconoscenza, il ragazzo lo invita a pranzo  e qui Martin conosce sua sorella Elena, innamorandosene perdutamente. Per riuscire a conquistarla nasce in lui un forte desiderio di riscatto dalla sua condizione sociale. Inizia a leggere libri e poi a scrivere, sperando di diventare uno scrittore, ricevendo sempre il premuroso aiuto di Elena. Alla fine i due si dichiarano e lui chiede due anni di tempo per diventare famoso: poi la sposerà…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista si fa amare prima e odiare dopo, per la sua ricerca di riscatto sociale determinato dall’amore per una donna, per la sua passione per la cultura ma poi per aver sviluppato un egocentrismo smisurato e aver fatto prevalere solo le sue ambizioni
Pubblico 
Adolescenti
Non ci solo scene disturbanti ma la desolazione di due persone che si suicidano
Giudizio Artistico 
 
Il regista padroneggia il materiale filmico, in grado di trasmettere pienamente la sua poetica visiva in un continuo rimando alle suggestioni fornite da documentari d’epoca. Ottima performance di Luca Marinelli. Una menzione speciale merita Carmen Pommella nella parte della vedova che accoglie Martin nella sua casa
Testo Breve:

Come nel libro omonimo di Jack London, un giovane sperimenta il potere trasformante della cultura ma si perde nel suo stesso successo. Un film d’autore, ben realizzato ma che mette troppa carne al fuoco

Martin Eden di Pietro Marcello rientra a pieno titolo nella categoria dei film d’autore. Come ha dichiarato il regista stesso in un’intervista, il suo metodo “è figlio della lezione rosselliniana, che ti pone nella condizione di non credere nella scrittura ma nell’imprevisto e nell’imprevedibile del cinema”. Si crea quindi, inevitabilmente, uno spartiacque fra gli spettatori: chi ama una solida sceneggiatura, definizioni di contesto precise, psicologie di personaggi approfondite, non potrà che restare deluso. Chi invece è affascinato da un cinema di immagini (in effetti l’autore mescola con disinvoltura riprese con attori con documentari d’epoca), suggestioni visive che costruiscono un racconto più per analogia che per aderenza alla realtà (più volte ci appare un veliero che sta affondando lentamente), non potrà che apprezzarlo. Eppure il film è ispirato all’omonimo romanzo di Jack London (trasferito da San Francisco a Napoli) e in effetti la sceneggiatura c’è e si sviluppa molto bene ma solo nella prima parte, quando il rozzo marinaio dalla volontà di ferro incontra la sensibile e composta Elena e per lei è pronto a sopportare pesanti lavori manuali e i continui rifiuti degli editori, sostenuto solo dalle sue lettere di incoraggiamento. La seconda parte, quella del successo, è più incerta: non conosciamo l’evoluzione dell’uomo ma semplicemente si apre un secondo atto, che ha per sfondo una sontuosa villa settecentesca, dove una segretaria e un editore si affannano intorno a un Martin annoiato con una lunga, bionda capigliatura. Cos’è che ha determinato il successo e la trasformazione di Martin? Eppure la sua simpatia per il socialismo gli aveva procurato non pochi problemi. Come mai ora gli editori lo cercano? Non c’è una risposta ma il Martin che esterna le sue riflessioni in pubblico, durante una cena ufficiale oppure in un’aula universitaria, si è trasformato in un abile sofista dove parole come socialismo, liberalismo, individualismo, democrazia, potere, schiavitù, hanno perso il loro significato e vengono abilmente trasformate una nell’altra, a sottolineare che ormai nulla ha un senso compiuto.

Un altro aspetto che soffre di indeterminatezza è il tempo e il contesto dove trovano espressione gli ideali socialisti. Un altro film, Capri Revolution, ci aveva riportato in un tempo preciso, all’inizio del secolo, per presentarci un marxismo utopistico e rivoluzionario. In questo Martin Eden, dove volutamente il tempo è stato reso incerto (le riprese dal vivo e le sequenze documentarie oscillano fra inizio secolo, il tempo della nascita del fascismo e gli anni ’60) sembrano mostrarci a volte  un socialismo ancora utopico, a volte un socialismo già organizzato e sindacalizzato.

“La vita mi disgusta, ho vissuto tutto intensamente, non ho più bisogno di niente” afferma un Martin ormai al successo. Tutte le esperienze sono state bruciate per sviluppare un super–io (sono presenti riferimenti a Nietzsche) che non ha più bisogno di nulla e di nessuno, che invece di abbracciare il mondo e le persone ha voluto dominare tutto e tutti  ma proprio per questo è condannato a un  vuoto desolante.

Non ci fanno una bella figura le due figure femminili che ruotano intorno a Martin, che restano passive e succubi della personalità di lui. Si può dire che Martin le abbia amate? Verso Elena (Jessica Cressy) si stabilisce una vera e propria ossessione perché quel suo essere così educata, così colta, diventa il parametro di riferimento per i suoi obiettivi e quindi tutto ritorna al'interno del suo io. La cameriera Margherita (Denise Sardico) diventa invece una sua compagna di vita per pura comodità: una donna che da subito si è innamorata di lui e lo riempie di affettuose attenzioni. "Tu mi soffochi con il tuo amore": è il modo con cui Martin reagisce. 

Molto bravo Luca Marinelli, ma anche tutti gli altri coprotagonisti sono ben tratteggiati; bravissima Carmen Pommella nella parte della vedova che lo accoglie nella sua casa; grande cura è stata posta nella composizione delle immagini (dai colori saturi, effetto di riprese in 16 millimetri). Si tratta di un film forse troppo ambizioso, che si muove in forma sperimentale su più fronti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE KISSING BOOTH

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/07/2019 - 21:29
Titolo Originale: The Kissing Booth
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Vince Marcello
Sceneggiatura: Vince Marcello
Produzione: Komixx Entertainment
Durata: 105
Interpreti: Joey King, Jacob Elordi, Joel Courtney

Elle e Lee sono nati nello stesso giorno a Los Angeles e hanno come madri due amiche carissime fin dai tempi del college. Sono quindi cresciuti come due gemelli, sempre assieme anche ora che frequentano il penultimo anno dell’high school. Sono abituati a confidarsi tutto e hanno stabilito delle regole di comportamento, una delle quali stabilisce che nessuno dei due si deve innamorare di un parente stretto dell’altro. A sedici anni, Elle non è mai stata baciata e non può negare che nei confronti di Noah, il fratello maggiore di Lee, un super atleta di mestiere rubacuori, percepisca una certa attrazione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore sbocciato fra lui e lei sembra alquanto epidermico, non molto di più di un’intesa fisica Pubblico
Pubblico 
Adolescenti
Uso abbondante di alcoolici durante i festini. Rapporti prematrimoniali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Brava e spontanea Joey King nella parte di Elle; molto ingessato il protagonista maschile Jacob Courtney
Testo Breve:

La sedicenne Elle è amica d’infanzia di Lee che ha come fratello il bel fusto Noah. Un triangolo trattato con molta allegria e qualche momento di malinconia. Un successo per un pubblico di adolescenti

Questo originale Netflix è stato trattato duramente dai critici ma al contempo è, fino ad ora, quello che ha riscosso il maggior successo fra i tanti film o fiction Tv che Netflix ha mandato in streaming nel settore delle teen comedies. E’ quindi interessante scoprire, non tanto le sue non-qualità artistiche, quanto il motivo che ha indotto il 30% delle persone che lo hanno visto a rivederlo una seconda volta, che corrisponde alla percentuale più alta mai riscontrata in questa piattaforma.

 Che il racconto abbia dei difetti ideologici è indubbio: se il personaggio di Elle (Joey King) è molto espressivo e divertente, Noah (Jacob Courtney) resta ingessato nello stereotipo del giovane macho (sono tante le sequenze in cui appare a torso nudo) e non resta, dal punto di vista dello spettatore, che stare molto attento a cosa dice, perchè quando deve esprimere i suoi sentimenti a Elle oppure, arrabbiato, sta per sferrare un pugno a qualcuno, ha esattamente la stessa espressione.

Lungo tutto il racconto si muove, sottotraccia, una corrente di sensualità, che punta tutto sull’ingenuità di Elle, che pur disponendo ormai delle forme da donna, si comporta ancora con molta spontanea ingenuità. Riguardo poi all’amore che sboccia fra Elle e Noah, non c’è da sperare in un dialogo-rivelazione, nella loro scoperta di essere fatti l’uno per l’altra ma semplicemente, a un certo punto, si piacciono e...basta.

Perché allora il film ha attirato così tanto il pubblico degli adolescenti? Penso che il motivo principale risieda nel fatto che il racconto esprime la vita che scorre con gioia, semplicemente. Esprime quell’energia vitale, tipica di quell’età, dove c’è tanta voglia di divertirsi, di fare stupidaggini, senza stare a riflettere molto e si affrontano i problemi per istinto, in base a ciò che si sente.
Certo, l’adolescenza è anche il tempo della malinconia, ma nessun personaggio in The Kissing Booth ha questa percezione se non quella, molto forte, del tempo che sta passando. Lo percepisce bene Elle, quando all’inizio del film, distesa su di una sdraio ai bordi della piscina della casa di Lee, mentre Noah e suo fratello scherzano fra loro buttandosi in acqua, commenta: “spero che le cose possano restare così per sempre”. Verso la fine invece, Elle di colpo prende coscienza del fatto che al termine dell’anno scolastico, Noah non sarà più vicino a lei perché lui dovrà partire per il college.

Interessante anche notare come la genesi di questo film sia identico a quello che ha portato nelle sale cinematografiche il molto deludente After. Beth Reekles, l’autrice di The Kissing Booth, aveva quindici anni (e l’anno era il 2011) quando iniziò a postare le prime pagine del suo libro su Wattpad. I lettori iniziarono subito a commentare con entusiasmo i capitoli che man mano lei scriveva, fino al successo del romanzo e poi del film. E’ probabile che i romanzi per adolescenti debbano venir scritti, da ora in poi, proprio così: in modo partecipato con altri coetanei.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUITS (Prima Serie)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/29/2019 - 16:41
Titolo Originale: Suits
Paese: USA
Anno: 2011
Sceneggiatura: Aaron Korsh
Produzione: Netflix
Durata: 12 puntate di 45'
Interpreti: Gabriel Macht, Patrick J. Adams, Rick Hoffman, Gina Torres, Meghan Markle, Sarah Rafferty

La Pearson Hardman è uno degli studi legali più importanti di New York. Harvey Spencer ne è la punta di diamante: abile, risoluto, opera sempre ai limiti della legge perché per lui l’importante è vincere. Jessica Pearson, a capo dello studio, lo costringe a procurarsi un aiutante e Harvey alla fine sceglie Mike Ross, un giovane che ha una prodigiosa memoria fotografica, è preparato riguardo alla legge ma non è laureato. Harvey lo assume comunque accordandosi con lui per tenere segreta l’iilegittimità della scelta. Mike fa presto amicizia con Rachel, affascinante paralegale, che lo aiuta a introdursi nello studio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di avvocati svolge con competenza il proprio lavoro, ai limiti della legalità ma sono solidali fra loro e sanno impiegare i loro talenti per aiutare chi ne ha bisogno. E’ presente un esempio negativo di quanto sia facile guadagnare soldi con il commercio della droga. I rapporti uomo-donna sono caratterizzati da precarietà e dall’assenza di figli
Pubblico 
Adolescenti
Alcune situazioni di incontri amorosi per una notte, senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Un'ottima sceneggiatura imbastisce dialoghi brillanti e situazioni avvincenti. I protagonisti tutti nella parte, risultano, nonostante alcune ruvidezze professionali, molto umani e simpatici. Solo Trevor, l'amico di Mike, è un cattivo troppo cattivo, sembra inserito nel racconto al solo scopo di procurare problemi a Mike
Testo Breve:

In uno dei più prestigiosi studi di New York, un brillante avvocato e una promettente matricola risolvono casi difficili riuscendo sempre a trovare un giusto equilibrio fra le parti. Una serie ben scritta che non trascura gli aspetti umani dei rapporti fra i colleghi di lavoro

Questa fiction TV sulla piattaforma Netflix è ormai arrivata all’ottava stagione. Segno dell’apprezzamento che ha ricevuto dalla parte del pubblico; un apprezzamento ben meritato perché quando si guarda una qualsiasi puntata di questa fiction, l’entertainment è assicurato. Si parte sempre con una causa legale che è stata affidata allo studio e i nostri sue eroi partono bene ma poi tutto sembra essere perduto: è proprio in quel momento che c’è il guizzo, il cambiamento di prospettiva, l’intuizione geniale di uno dei due e viene raggiunta la vittoria o quantomeno un onorevolte compromesso. I dialoghi sono scoppiettanti, il ritmo del racconto è vivace.

Questa serie può essere inserita a pieno titolo nella categoria delle fiction di contesto. Viene descritto un mondo lavorativo chiuso, analizzato con molta cura nei dettagli, com’era già avvenuto  in altri con la stessa impostazione (ER, Mad Man, Thr Newsroom, West Wing, House of Card,...). E’ il contesto il vero protagonista della vicenda, che impone le sue regole e richiede ruoli ben disegnati. I protagonisti si muovono in questo universo all’interno del quale debbono avere successo, ma ben sapendo che chi vince è la squadra al completo. Anche in Suits i dialoghi sono secchi, perché sono operativi, mirano a fare qualcosa e prendere rapidamente delle decisioni. Negli scontri con gli avvocati avversari non mancano colpi bassi, bugie spudorate, bluff e un po’ di teatratlità per enfatizzare la propria posizione. Si potrebbe osservare che questo gusto per il lavoro che ha successo, per una realizzazione brillante, sia effetto di una impostazione etica di tipo calvinista, che privilegia la professionalità ben esercitata, sorvolando su certi comportamenti personali non completamente onesti ma il serial sta attento a inserire, fra tante cause miliardarie, anche qualche patrocinio gratuito dello studio.  In una forma o nell’altra, c’è sempre una giustizia di fondo che viene raggiunta: si inizia sempre con uno scontro frontale e aggressivo fra le parti che difendono la loro posizione con colpi bassi, ma alla fine viene fuori la verità sulla reale situazione, le pretese eccessive debbono venir abbandonate e si perviene a un giusto equlibrio fra i contendenti. Anche i rapporti fra i componenti dell’ufficio, nonostante invidie e spiriito di competizione, vengono mantenuti nell’ambito della correttezza ma ci sono anche gesti di vera solidarietà. Lo vediamo da parte dello stesso Harvey che difende gratuitamente il suo autista in una causa e ha aiutato Donna, la sua assistente, alloggiando i suoi genitori per un certo tempo nel suo appartamento, in una situazione difficile. Ma anche Donna saprà aiutarlo in un momento difficile.

Un altro aspetto che gioca un ruolo tracurabile per la caratterizzazione di Suits è l’immagine patinata di questi business men che lavorano con successo, guadagnano molto e si concedono ogni vezzo consumistico. Il riferimento è indubbiamente Harvey, sempre con un  completo blu di gran sartoria, un taglio di capelli da 500 dollari, un parco di macchine sportive anche se preferisce spostarsi con un autista privato. Quando vediamo entrare una bionda appariscente nella sua decapottabile sembra proprio che quella ragazza faccia parte del “pacchetto” di beni di lusso che Harvey si può concedere.

In effetti il ruolo delle donne in questo serial non è paritetico rispetto agli uomini. Si tratta di donne indipendenti, pienamente integrate nel business system, ma non sono protagoniste e hanno un ruolo di generoso supporto rispetto agli uomini: Jessica, Donna, e Rachel sono come le vestali di quel mondo e se gli uomini a volte scantonano, è Jessica che ricorda le regole da seguire, in particolare la deontologià della professione; Donna supporta in tutto, anche psicologicamente, Harvey nel suo impegno quotidiano e Rachel aiuta Mike a introdursi in quel mondo.

Resta da domandarsi: e l’amore? E la famiglia? Suits si allinea agli altri serial di contesto dove il lavoro ha una funzione totalizzante e gli incontri fra i sessi sono o la compagnia di una notte o una relazione più stabile, magari siglata con un matrimonio, ma destinata a terminare. Solo Jessica, nella terza puntata ha avuto, sul tema, un momento di riflessione: “finché morte non ci separi: ci credevo veramente” ma sta parlando una donna divorziata. E i figli? E’ come se non esistessero: in effetti farebbero perdere tempo. In questo serial, immagine non troppo irreale della società americana e prosimamemte europea, si è single oppure dei D.I.N.K. (Double income, no kids).

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA E' CAMBIATO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 14:01
Titolo Originale: As Good as It Gets
Paese: USA
Anno: 1997
Regia: James L. Brooks
Sceneggiatura: Mark Andrus e James L. Brooks
Produzione: TRISTAR PICTURES, GRACIE FILMS
Durata: 139
Interpreti: Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear, Cuba Gooding Jr

New York negli anni ‘90. Melvin Udall è un affermato scrittore di romanzi rosa. Ama chiudersi in casa a doppia mandata per scrivere in pace ed esce solo per andare a mangiare nella locanda sotto casa usando posate di plastica ogni volta nuove, per evitare di contrarre germi. La sua vita da misogino è aggravata da suo atteggiamento irritante nei confronti dei vicini. Il suo dirimpettaio, un pittore che ha un certo successo, ha inclinazioni omosessuali e Melvin non manca di apostrofarlo né perde occasione per lanciare battute salaci all'indirizzo del suo gallerista di colore. Solo la cameriera Carol sembra sopportarlo e lui ha piacere di esser servito da lei ma un giorno Melvin fa una battuta inopportuna nei confronti di suo figlio (il bambino soffre di una pesante forma di asma) e Carol minaccia di non servirlo più. Melvin abbozza un goffa richiesta di perdono...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre personaggi, ognuno con le proprie fragilità, riescono ad affrontare con serenità i propri problemi grazie al sostegno reciproco e alla salda amicizia che riescono a instaurare. Alcuni cenni ad incontri sessuali per una notte senza che di fatto si sviluppino
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione, non sviluppata, di un uomo che vuol passare una notte con una donna. Prese in giro all'indirizzo di persone omosessuali e di colore con frasi esplicite. Nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
La forza del film sta in una brillante sceneggiatura, valorizzata dalla bravura dei tre protagonisti Due Oscar nel 1998 come miglior protagonista maschile e femminile, per Jack Nicholson e Helen Hunt
Testo Breve:

Uno scorbutico e misogino scrittore,  una donna che da sola si deve occupare del figlio malato, un pittore dai successi alterni malamente pestato da dei ladri: tre vite che si incontrano, raccontate da una superba  sceneggiatura

Questo film ebbe la sventura di uscire nelle sale lo stesso anno di Titanic (1997) ma riusci lo stesso a guadagnarsi due Oscar, quelli per il  miglior protagonista maschile e  la migliore protagonista femminile, un’accoppiata insolita, che non si è più ripetuta, segno che  l’affiatamento fra i due comprimari è stata una delle carte vincenti di questo film, che è stato posizionato al 140mo posto fra i 500 film più grandi di tutti i tempi dalla rivista Empire.

Il racconto presenta insolite stranezze. Come mai un uomo, il protagonista, affetto da disturbo  compulsivo-ossessivo, che ha seri problemi a relazionarsi con gli altri, riesce a scrivere novelle sentimentali ed ad avere tanto successo (lui lo spiega a modo suo, quando una delle sue fan gli chiede come fa a comprendere così bene le donne e  la sua risposta è degna di lui:”:penso a un uomo e poi gli sottraggo affidabilità e razionalità)? Come può lei, così premurosa con tutti e sempre desiderosa di una parola gentile, finisce per innamorarsi di  un uomo così scostante come Melvin? E Simon, sempre ben disposto con tutti, ma emotivamente fragile, con tanti problemi familiari e relazionali dovuti alla sua inclinazione,  si mostra così ponderato e saggio, quando deve dare buoni consigli a qualcuno?

Il miracolo che pone in atto questo film consiste proprio nel rendere i protagonisti particolarmente veri nella loro originalità, e a renderci palpabile l’affiatamento che si pone in atto fra di loro. Si può attribuire questo merito ai tre attori, certamente, ma il contributo risolutivo è della sceneggiatura. Parte da una tipizzazione dei loro caratteri, che può inizialmente apparire quasi macchiettistica, ma poi compie il miracolo di sviluppare un racconto convincente dove tre presone inizialmente così distanti per tipo di vita e per carattere, diventano veri amici e,  nel caso di Melvin e Carol, anche qualcosa in più. E’ un esempio positivo di solidarietà nella diversità, nello scoprirsi tutti bisognosi gli uni degli altri e nel saper trovare nell’altro quello che a noi manca.

Brillante e divertente è anche la fase, che si svolge durante una gita in macchina, nella quale  Melvin mette in piedi vari espedienti per conquistare Carol con soluzioni tecniche ( le canzoni giuste durante il viaggio, l’invito a cena in un locale rinomato) salvo poi uscirne sistematicamente sconfitto perché avrebbe dovuto preoccuparsi piuttosto di ascoltarla e conoscerla meglio.

La regia svolge il suo compito con mestiere, lasciando ampio spazio a quei primi piani che consentono ai tre protagonisti di sviluppare degli a solo. Resta troppo diluita la sequenza al ristorante.

Il film si mostra impegnato anche nel sociale, lanciando frecciate per la mancanza, negli Stati Uniti, di un servizo sanitario sociale, anzi sembra questo il vero ostacolo per tutti: il figlio di Carol  sta male proprio perché lei non può permettersi la spesa di un medico specialista; Simon,  vittima di una rapina dove è stato  pestato brutalmente, finisce sul lastrico perché non ha i soldi per pagare il pronto soccorso ricevuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEAUTIFUL BOY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 13:08
Titolo Originale: Beautiful Boy
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Luke Davies, Felix Van Groeningen
Produzione: AMAZON STUDIOS, BIG INDIE PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney

Nicolas (Nic) Sheff ha diciotto anni, ama scrivere storie commentate con suoi disegni, si diverte a giocare con i due fratellastri più piccoli. Suo padre, David, un giornalista, è premuroso con lui mentre la madre vive lontano, a New York, dopo il divorzio. E’ il momento di andare al college e il padre lo accompagna, dopo essersi accertato che ha avuto una buona sistemazione. Tempo dopo, quando Nic torna a casa sembra cambiato: è irascibile e continua a chiedere soldi. Il padre non tarda a comprendere che è diventato dipendente dalla metanfetamina crystal meth ed è deciso a trovare una soluzione per questo figlio che non riesce più a comprendere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riesce perfettamente nel suo intento di metterci di fronte e spaventarci sugli effetti devastanti della dipendenza dalle metanfetamine ma manca di mettere in evidenza concrete soluzioni per prevenire e per curare
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene dove viene preparata e assunta droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari) ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente.
Testo Breve:

La storia vera di un padre che cerca di salvare il figlio dalla dipendenza dalle anfetamine. Un film crudo e molto realistico con pochi e non spiegati spiragli di speranza

Dai titoli di coda veniamo informati che negli Stati Uniti la droga è la causa principale di morte per uomini e donne sotto i cinquant’anni. In un paio di punti il film si concede piccole parentesi didattiche, per spiegare che la crystal meth è una delle droghe peggiori perché crea subito dipendenza da cui poche persone sono riuscite a liberarsi, è facile da reperire e può addirittura venir confezionata in casa.
La storia che ci viene raccontata ha ben poco di inventato: è stata ricavata dal libro che padre e figlio Sheff hanno scritto dopo che Nic è riuscito a vincere la sua dipendenza.

Che il film inventi poco ma descriva piuttosto ciò che è realmente accaduto, lo si nota proprio dall’andamento oscillante e alla fine angoscioso delle continue riprese, seguite da repentine ricadute di Dic, nonostante che il padre si impegni a collocarlo nei migliori centri di riabilitazione e si mostri sempre pronto a raggiungerlo, nel suo continuo fuggire ed errare senza meta.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema dell’assunzione di droga da parte dei giovani e questo racconto-testimonianza sembra aggiungere poco alla triste conoscenza del fenomeno che noi spettatori siamo riusciti a comporre.

A ciò occorre aggiungere un certo fastidio nello scoprire che il film ci racconta ben poco sull’origine di questa dipendenza tante volte senza ritorno, e quindi lo spettatore non viene aiutato nel prevenire che situazioni simili possano accadere anche a lui o ai propri figli. Il continuo flashback e flashforward del film finisce per giustapporci un ragazzo sereno e allegro a un altro accasciato a terra privo di conoscenza, senza che ci venga spiegato perché ci sia stata questa terribile trasformazione. Lo stesso enigma troviamo nell’unica ragazza, verso la quale Nic era riuscito ad avere un’intesa nel breve periodo passato al college: incontrata occasionalmente dopo qualche anno, si mostra subito disposta a percorrere con lui la discesa nel tunnel della dipendenza.

In realtà il film si muove partendo da una prospettiva diversa (e ha valore proprio per questo): quella del padre e siamo invitati a partecipare al defatigante calvario che deve affrontare. All’inizio il suo approccio è quello scientifico e pragmatico: cerca di conoscere, sapere tutto sul tema e si affida a rinomati istituti di riabilitazione. Di fronte a un sostanziale fallimento, mette in gioco direttamente se stesso, mostrandogli il massimo affetto e cercando lui stesso le condizioni migliori per un suo recupero. Alla fine si porta sull’ultima spiaggia, quella della durezza, rifiutandosi di aiutarlo anche quando Nic, ancora una volta, dice di esser pentito e di voler guarire.

Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari), ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente. Il film lascia l’amaro in bocca di fronte a un tema così doloroso, perché sembra concludere che il modo con cui si cade nella dipendenza e il modo con cui, eventualmente se ne può uscire, appare dominio del caso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 08:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano di dare una svolta alla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL GIORNO D'ESTATE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/08/2019 - 15:36
Titolo Originale: Amanda
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Mikhaël Hers
Sceneggiatura: Mikhaël Hers, Maud Ameline
Produzione: NORD-OUEST FILMS, OLIVIER PÈRE, RÉMI BURAH PER ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 107
Interpreti: Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin

David ha 24 anni, è un giovane tranquillo senza troppe ambizioni, gestisce l‘affitto di alcuni appartamenti del palazzo in cui vive e ha un impiego saltuario come giardiniere del comune di Parigi. Aiuta sua sorella Sandrine, insegnante di inglese, andando a prendere a scuola la nipotina di 7 anni, Amanda. La vita scorre tranquilla quando in un attentato terroristico, Sandrine viene uccisa. David si trova di fronte a un problema più grande di lui: Amanda ha solo lui come parente più vicino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra uno zio e una nipote rimasta orfana. Ma il contesto coniugale presentato dal film è costellato di separazioni
Pubblico 
Adolescenti
Un incontro sessuale con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Mikhael Hers è molto bravo nel raccontare la trasformazione di due anime sconvolte dal lutto. Pienamente nella parte di uomo semplice e buono il protagonista maschile, Vincent Lacoste
Testo Breve:

Il giovane David, che ama la vita semplice senza prendersi troppe responsabilità, si trova ad accudire la nipotina di 7 anni dopo la morte della madre. Un bel film francese sulla cura e la responsabilità dell’altro come soluzione per continuare a vivere

David e Amanda stanno sugli spalti di uno stadio a guardare una finale mondiale di tennis. David si appassiona e segue l’alternanza del punteggio ma Amanda inizia ad annoiarsi: capisce che il campione francese sta perdendo. Dice: “è finita!” e inizia a piangere.  Il suo fragile equilibrio, dopo la morte della mamma, si può rompere anche per il disappunto di un’aspettativa che non si realizza e lei si trova davanti al vuoto di una vita che sembra aver perso di senso. David se ne accorge e le dice che invece “non è finita”: mai perdere la speranza”. In effetti il campione francese riesce a rimontare e a vincere: Amanda torna a sorridere.

E’ possibile raccontare per immagini, in un film, l’elaborazione di un lutto, la lenta trasformazione di un’anima? E’ il compito che si è assunto Mikhael Hers in questo film dove l’unico fatto esterno rilevante è la morte improvvisa, a seguito di un attentato terroristico, della madre di Amanda. Il resto del film è la storia dei cambiamenti di umore, gli incubi notturni, le riflessioni di David e la piccola nipote.

La parte iniziale del film ha il compito di presentare i due protagonisti. Sandrine ha spiegato ad Amanda chi era Elvis Presley e le fa sentire uno dei suoi vecchi Rock and Roll. Mamma e figlia si abbandonano a un ballo allegro e scatenato: la loro intesa è perfetta. Anche la figura di David emerge con chiarezza: lo vediamo, andare in bicicletta alla stazione per dare il benvenuto a degli stranieri che hanno affittato uno degli appartamenti che lui amministra per conto del padrone; va a prendere la nipote a scuola e infine taglia delle siepi di un giardino pubblico per conto del comune.  Sono piccole incombenze di una persona semplice, che vive serenamente di quanto riesce a fare, sempre gentile con tutti. Vive dell’affetto della sorella, della nipote e di una zia ma l’incontro con Lena, una dolce ragazza di Bordeaux che si è trasferita a Parigi in cerca di fortuna, forse promette l’inizio di un’intesa amorosa.

Il film è il racconto di una normalità minimale e l’evento mostruoso, che scuote questo tranquillo lago di vita e di affetti è trattato in modo indiretto (si vedono persone ferite su prato del Bois de Vincennes, quando la tragedia è già avvenuta); il regista evita anche di mostrarci il funerale di Sandrine e non ha alcuna intenzione di affrontare il tema più generale del terrorismo islamico. Non gli interessa raccontare ciò che accade ma si concentra invece sugli stati d’animo che si affacciano al dolore. E’ il momento in cui lo zio deve piegare a Amanda che sua mamma è morta. Come si può spiegare a una bambina una tragedia simile? Il parlare di David è rotto dai singhiozzi e si sente impotente di fronte alla lucida razionalità di una bambina che chiede spiegazioni sul perché semplici persone intente a fare un pic-nic siano state uccise da una mano misteriosa. Non ci sono ragioni valide e resta un’unica realtà: “la mamma è morta e non la rivedremo più”. Da quel momento il film riprende la descrizione delle piccole cose di ogni giorno, ma è negli sguardi (verso la bicicletta di Sandrine rimasta legata a un albero, il suo spazzolino da denti che sta ancora in bagno) che si coglie la presenza di una ferita che non si rimargina, soprattutto nella bambina, che ha gli incubi di notte e non si adatta a vedere la sua vita gestita da uno zio che non la sa trattare come faceva la mamma. Anche le riprese frequenti della strade di Parigi (poi anche di Bordeaux) di notte come di giorno, fungono da segni di interpunzione del racconto e hanno la funzione di prendere tempo, perché l’anima è lenta ad assestarsi su nuovi equilibri.

Occorre notare che oltre alla tristezza del lutto e alla lotta per ritrovare la serenità, si aggiunge anche un’altra malinconia, quella delle crisi familiari: David e Sandrine hanno sofferto per il fatto che la loro madre li ha abbandonati da piccoli; Sandrine stessa, divorziata, cerca compagnia attraverso appuntamenti tramite Internet; l’amico più vicino a David attraversa una crisi familiare. Resta quindi ben descritto il forte legame fra lo zio e la nipote ma il regista avrebbe dovuto darci maggiori spunti per questa società che si sta dissolvendo nell’individualismo e che non si prende cura dei propri figli..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTENTI A QUELLE DUE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/04/2019 - 20:35
Titolo Originale: ATTENTI A QUELLE DUE
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Addison
Sceneggiatura: Jac Schaeffer, Stanley Shapiro, Paul Henning, Dale Launer;
Produzione: CAMP SUGAR, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM)
Durata: 94
Interpreti: Hathaway, Rebel Wilson, Tim Blake Nelson, Ingrid Oliver;

Josephine Chesterfield è una donna inglese affascinante e seducente, proprietaria di una lussuosa villa a Beaumont-sur-Mer e con un debole per le truffe compiute ai danni di uomini ricchi e ingenui. Un giorno, nella sua vita irrompe Penny Rust, una truffatrice australiana goffa e pasticciona. Le due donne si scontrano per il controllo di Beaumont-sur-Mer, mettendo a confronto i loro metodi e i loro trucchi, fino a decidere di sfidarsi per stabilire chi tra loro sia la più brava…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si cerca di ridere (poco) ma alla fine si tratta sempre di due truffatrici
Pubblico 
Adolescenti
Lessico volgare, frequenti allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
Complessivamente, l’impressione è che Attenti a quelle due sia un’occasione persa, indebolita da due protagoniste agli estremi (troppo sboccata e volgare una, troppo legnosa e finta l’altra) e da una trama decisamente sbilanciata.
Testo Breve:

Josephine è una donna inglese affascinante e seducente, Penny Rust, una australiana goffa e pasticciona. Entrambe sono specializzate in truffe compiute ai danni di uomini ricchi e ingenui. Si ride poco a causa di una Hathaway fuori parte e una sceneggiatura scombinata

Remake al femminile di Due figli di…, commedia slapstick dell’88 diretta da Frank Oz e con Michael Caine e Steve Martin nei panni dei protagonisti, Attenti a quelle due fallisce proprio in quello che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere il suo punto di forza: realizzare una commedia divertente e accattivante con due donne a ricoprire un ruolo – quello delle maghe della truffa – tradizionalmente maschile. Purtroppo nessuna delle due attrici protagoniste sembra calzare a pennello la parte: se Rebel Wilson – comica australiana salita alla ribalta con film come Le amiche della sposa e Pitch Perfect – risulta “too much”, Anne Hathaway – vincitrice del premio Oscar per un ruolo drammatico, quello di Fantine in Les Misérables – appare decisamente fuori parte. Non che la Hathaway sia nuova a ruoli da protagonista all’interno di commedie – basti pensare all’impacciata e intraprendente Andy de Il diavolo veste Prada o alla business woman Jules Ostin nel dolce e delicato film con Robert De Niro Lo stagista inaspettato – ma in questo caso finisce per essere soffocata da un personaggio che non le si addice, trasformata in una sorta di femme fatale rigida e snob.

In generale, tutti i personaggi del film appaiono macchiettistici e stereotipati, schiacciati proprio da quelle caratteristiche che avrebbero il compito di definirli. Si avverte la mancanza di una certa tridimensionalità, di un motivo che spinga i personaggi ad agire in un determinato modo piuttosto che in un altro e che possa anche essere all’origine di un loro effettivo cambiamento nel corso del film. Josephine e Penny si incontrano e si scontrano rimanendo, sostanzialmente, sempre uguali a se stesse.

La mancanza di evoluzione delle due protagoniste non è l’unico elemento di debolezza del film, che presenta anche un evidente difetto di sceneggiatura. Il vero e proprio inizio della vicenda – vale a dire il momento in cui le due protagoniste decidono di sfidarsi per stabilire chi sia la truffatrice migliore e per costringere l’altra a lasciare la città – avviene molto in ritardo, all’incirca a metà film. Quello che c’è prima non è altro che un lunghissimo setup (francamente non necessario per dare avvio a una trama così semplice), costituito prevalentemente da una sequela di gag posizionate l’una dopo l’altra. L’effetto è una sovrastimolazione in negativo dello spettatore, che finisce per esserne infastidito. Un peccato, dal momento che, quando il film finalmente “inizia”, qualche sorriso riesce a strapparlo e risulta decisamente più coinvolgente.

Complessivamente, l’impressione è che Attenti a quelle due sia un’occasione persa, indebolita da due protagoniste agli estremi (troppo sboccata e volgare una, troppo legnosa e finta l’altra) e da una trama decisamente sbilanciata.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOLOR Y GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2019 - 20:55
Titolo Originale: Dolor y Gloria
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: El Deseo
Durata: 108
Interpreti: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Asier Etxeandía

Salvator Mallo è un regista-sceneggiatore che ha ormai raggiunto una fama internazionale ma che sta passando un periodo di depressione: non trova più l’ispirazione per scrivere una nuova sceneggiatura e soffre di molti mali fisici che che non gli hanno fatto perdere quell’energia che gli è così necessaria per dirigere un film. Tre incontri saranno per lui determinanti. Con Alberto, un tempo suo attore preferito e che non rivedeva da trent’anni, a causa di una disputa professionale durante l’ultimo film fatto assieme; con Federico, con il quale aveva avuto una intensa relazione ma con il quale non si era più rivisto dopo che Federico, per cercare di sottrarsi al vizio della droga, era emigrato in Sud America. Infine l’incontro-memoria con sua madre: quando vivevano in una grotta e lui aveva dovuto frequentare un seminario, contro la sua volontà, perché era l’unico modo a quel tempo, per chi era povero, di ricevere un’istruzione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista della storia è quasi un uomo a metà: vive del proprio sentire (desideri, dolori, affetti familiari), è totalmente dipendente da essi perché chiuso nel proprio io, nella ricerca narcisistica di se stesso
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di eroina. Affettuosità omosessuali, cenni a un’intesa pederastica
Giudizio Artistico 
 
Almodòvar si conferma molto bravo nel tratteggiare personaggi femminili, nel trasmettere la nostalgia di amori passati. Premio per la miglior interpretazione maschile ad Antonio Banderas al Festival di Cannes 2019
Testo Breve:

Un regista di successo cerca, nel ricordo dei suoi amori maschili passati, un modo per ritrovare l’ispirazione perduta. Un film sul narcisismo ma confessato onestamente

Secondo Aristotele, gli esseri viventi possono essere suddivisi in tre categorie, in funzione dell’anima di cui dispongono. Il mondo vegetale ha un'anima vegetativa, che conferisce alle piante la possibilità di nutrirsi, crescere e riprodursi; il mondo animale ha anche un’anima sensitiva, (percepire sensazioni, passioni), e infine c’è l’anima intellettiva (conoscenza, capacità di scelta e di autogoverno) che spetta solo all’uomo.

Il protagonista di dolor y gloria è un uomo a metà, fermo all’anima sensitiva: prova piacere, sia fisico che estetico, dolore (Salvador è afflitto da  vari malanni), percepisce degli affetti naturali (quello verso la madre soprattutto)  ma, privo della terza anima, non ha il controllo della propria esistenza, che è come una barca in balia delle fluttuazioni delle sue sensazioni ed è privo di morale, perché incapace di discernere e di orientarsi verso un bene specifico, chiuso narcisisticamente all’interno del proprio universo del sentire.

Bisogna riconoscere ad Almodòvar l’onestà di saper prendere atto della fragilità di una vita impostata in questo modo: è facile, come accade al protagonista, iniziare ad assumere eroina per il semplice gusto del provare; la tentazione del suicidio è dietro l’angolo (Salvador pone questa inclinazione al protagonista, suo alterego, di un’opera che sta scrivendo).

In una sequenza Salvador e Federico, che non si erano più visti da molti anni, ricordano il loro amore vissuto in una frenetica Madrid notturna e nelle suggestioni raccolte nei numerosi viaggi all’estero fatti insieme: il tutto ritorna allaloro mente coperto da un velo di malinconia, espressione di un amore basato  sulla cattura di singoli momenti di felicità, senza alcun impegno progettuale condiviso. 

Temi più profondi come quello del credere o non credere in un Dio trascendente, cadono anch’essi sotto il filtro dell’anima sensitiva: “le notti in cui soffro di diversi dolori, credo in Dio, le notti in cui soffro di un solo dolore, sono un ateo”.

Nel suo colloquio-amarcord con il suo amore di gioventù, veniamo a sapere che Federico, arrivato a Buenos Aires, si è sposato con una donna, dalla quale ha avuto due figli; in seguito si è separato e ora ha un nuovo amore.   “Uomo o donna?”: chiede Salvador. “La mia esperienza con gli uomini è finita con te”: è la risposta.  “Non so se prenderla come un complimento”: commenta Salvador. Ma Federico continua: “Ho detto a mia moglie che sono stato con un uomo per tre anni a Madrid -senza nominarti- e l’ho detto anche a uno dei miei figli. Un giorno gli confesserò che sei tu: è un vero cinefilo e non mi perdonerebbe se non glielo dicessi”

Questo colloquio, ci fa tornare al tema dell’etica mutilata. L’indifferenza che traspare dal chiedere “uomo o donna?”, il fatto di poter dire con orgoglio al proprio figlio di esser stato l’amante di un regista famoso, sottende l’equivalenza di due realtà totalmente differenti: l’amore generativo fra un uomo e una donna, da cui scaturisce l’impegno responsabile di allevare i figli che nasceranno e l’amore fra due persone dello stesso sesso . Questa equivalenza può scaturire solo da una visione puramente soggettiva della relazione, da una ricerca egoistica del proprio piacevole sentire, piuttosto che il riconoscimento di un bene obiettivamente superiore, che trascende il nostro io, quello dell’impegno di formare una famiglia.

Almodovar confema in questo film le sue indubbie qualità di regista: resta insuperabile nel tratteggiare  figure  femminili (in questo caso la madre di Salvador), nella costruzione di ambienti composti con vivaci colori (inclusa la presenza di quadri molto belli)  ma non rinuncia, neanche questa volta,  a soluzioni degne di un feuilleton ottocentesco (incontri che avvengono casualmente,  quadri smarriti da anni e poi ritrovati) ma   due ore di sviluppo sono troppe: si avverrtono segni di stanchezza sopratutto nella parte centrale.

Resta sgradevole la sequenza del turbamento di un bambino di 8 anni (è un ricordo di Salvator) nei confronti di un giovane che frequenta la sua casa e che si mostra a lui nudo: sono cenni di una intesa pederastica che per fortuna il regista evita di sviluppare. Un ricordo che sarà lo spunto, per Salvador, di una nuova sceneggiatura che intitolerà: Il primo desiderio. Ancora una volta  Salvador mostra di vivere solo del proprio sentire: desiderio o dolore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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