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Il film non fa parte di nessuna categoria

ADOLESCENTI - ADOLESCENTES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/07/2021 - 09:15
Titolo Originale: Adolescentes
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Sébastien Lifshitz
Sceneggiatura: Sébastien Lifshitz
Durata: 115

La vita quotidiana di due amiche Emma e Anaïs riprese dal vivo dall’età di 13 anni fino ai 18. Vivono nella cittadina di Brive-La Gaillarde nella Nuova Aquitania (Corèze, Francia). All’inizio frequentano lo stesso collège (scuola media) ma sono di estrazione sociale diversa. Emma, una ragazza spesso insicura, è figlia unica, la madre è un’ispettrice delle imposte, il padre un direttore commerciale; le piace cantare e aspira a diventare un’attrice. Il suo percorso scolastico prevede il liceo e poi l’università. Anaïs, estroversa e passionale, ha una famiglia di estrazione operaia, e desidera iscriversi a un istituto professionale (si sente portata ad accudire bambini o a prendersi cura di anziani) per poter guadagnare e diventare indipendente al più presto. Di loro seguiamo l’evoluzione delle amicizie, i primi amori, i rapporti non sempre facili con i genitori, l’impatto di eventi che hanno scosso la Francia, come gli attentati di gennaio e novembre del 2015…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Attribuiamo un valore positivo a questo lavoro perché risulta essere uno studio onesto del comportamento dei millenials anche se né le ragazze ma più di loro i genitori, non ci fanno una bella figura.
Pubblico 
Adolescenti
Un quadro trasparente del comportamento delle ragazze anche su tematiche sessuali ma tutto si risolve in parole, senza immagini
Giudizio Artistico 
 
L’autore va lodato per la novità dell’esperimento posto in atto anche se risultano palesi i limiti perché si coglie il fenomeno, non conosciamo ciò che muove l’animo delle ragazze. Premio Louis-Delluc nel 2020.
Testo Breve:

Due ragazze vengono riprese a intervalli regolari nel periodo che va dai 13 ai 18 anni. Un docu-reality molto interessante sulla maturazione dei millennials. Su Prime Video, audio in francese, sottotitoli in italiano

L’esperimento che ha tentato il regista Sébastien Lifshitz è indubbiamente originale: riprendere due ragazze con una telecamera discreta a intervalli regolari per cinque anni consecutivi  durante alcuni momenti significativi della loro esistenza, cogliendo le loro reazioni spontanee in casa, a scuola, in feste con amici o di fronte a fatti di cronaca come i due attentati terroristici che hanno sconvolto la Francia in quegli anni: Charlie Hebdo e Bataclan. Può essere chiamato docu-reality e ha un obiettivo chiaro anche se praticamente irraggiungibile, comune a tanti altri autori: cogliere l’essenza dell’adolescenza, quel non essere più e non essere ancora, relativamente a una specifica generazione, in questo caso quella dei millennials. Nel sottotesto c’è un altro obiettivo, ancora più ambizioso: “catturare” il tempo: cogliere la trasformazione delle protagoniste con il trascorrere del tempo (che si nota anche fisicamente: dai volti paffuti e ancora fanciulleschi delle prime sequenze a quelle di due ragazze ormai formate). Sotto questo aspetto si avvicina al regista Richard Linklater che aveva fotografato, nel film Boyhood la vita di un ragazzo dai 6 anni fino a alla partenza per il college ma in quel caso si è trattata di una fiction.

Il rapporto con i genitori è sicuramente conflittuale per entrambe le ragazze.  I genitori sembrano interessarsi esclusivamente dei rendimenti scolastici ma lo fanno in forma ossessiva e sotto forma di minacce, soprattutto quelli di Anaïs ottenendo solo reazioni di fastidio. Anche la mamma di Emma non sembra avere maggior fortuna: cerca maldestramente di aiutare la figlia a completare i compiti a casa ma è troppo oppressiva, creando solo ansia nella figlia. L’attentato a Charlie Hebdo scuote tutta la Francia e a scuola i professori sentono la necessità di parlarne apertamente, di ascoltare le loro reazioni. Dai banchi emerge molta saggezza: non si può ridere di tutto e bisogna sempre conservare il rispetto per gli altri. Anche nelle conversazioni a tavola, Anaïs ha una reazione sorprendente: quando la madre interpreta quello che è successo affermando che le religioni non solo sono inutili ma anche dannose, perché hanno creato e creeranno solo guerre, la ragazza è pronta a sostenere che bisogna fare una netta distinzione: una cosa sono  i mussulmani e un’altra cosa  i terroristi.  Finiscono i 15 anni, sorge l’ansia di passare gli esami di fine  collegio ma nasce anche il primo amore, almeno per Anaïs, più appassionata e impulsiva. Nella generazione dei millennials, il tema della “prima volta” è visto ormai, in modo definitivo, come un fatto privato, senza consigli da parte dei genitori. Quando la madre di Anaïs si accorge che la ragazza soffre per essere stata lasciata dal ragazzo, non ha altro da commentare se non: “presto te ne farai un altro”. Le ragazze discutono fra loro su quale sia il momento giusto e naturalmente non arrivano ad alcuna conclusione se non a un generico “quando ti senti pronta”. La conversazione con una ragazza che ha già “saltato il fosso” esprime soprattutto il dispiacere per la sensazione che ha provato, di perdita della propria  intimità: per lei sarebbe stato sufficiente scambiarsi un po’di coccole. Si è forse accorta che non si tratta di un nuovo esercizio ginnico e che non è pronta all’amore come donazione totale e reciproca, anche perché nessuno glielo ha mai spiegato.

Emma ha un comportamento sotto certi versi peggiore: ha un atteggiamento apatico, è lontana da una qualsiasi idea di amore e alla fine accetta l’offerta di un ragazzo che glielo ha chiesto esplicitamente, per scrollarsi di dosso questo “problema”.

Sono molte altre le situazioni in cui si trovano le due ragazze ma possiamo concludere che l‘esperimento di Sébastien Lifshitz sia riuscito? Solo parzialmente, proprio perché l’approccio è stato quello dell’esperimento. Le due ragazze sono state messe sotto analisi come fossero dei fenomeni naturali: a fronte di uno stimolo, ci si attende una reazione. In questo modo si è registrato il fenomeno, non ne è stata colta l’essenza. Ci sono ignoti i loro pensieri, i loro intimi convincimenti.

Resta comunque un’iniziativa valida, uno studio onesto di certi comportamenti degli adolescenti di oggi. Se ne ricavano conclusioni non certo esaltanti per quel che riguarda i comportamenti dei genitori come delle ragazze ma comunque veritiero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CASA DEI LIBRI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/15/2021 - 19:45
Titolo Originale: The Bookshop
Paese: Spagna. UK, Germania
Anno: 2017
Regia: Isabel Coixet
Sceneggiatura: Isabel Coixet
Produzione: Diagonal Televisió, A Contracorriente Films, Zephyr Films, One Two Films
Durata: 112
Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, • Jorge Suquet

Fine anni ’50. Una giovane vedova, Florence Green, torna a vivere a Hardborough (nel Suffolk, Inghilterra) dove aveva vissuto con il marito. Nella casa, pregevole anche perché antica, decide di aprire una libreria. Il negozio viene apprezzato dagli abitanti: in particolare da un ricco e misterioso personaggio, Mister Brundish. Per far fronte all’aumentato lavoro, la proprietaria assume la giovanissima Christine come sua aiutante. L’iniziativa ha subito successo ma non è dello stesso parere Mrs. Gamart, una ricca signora che aveva identificato nell’antica casa il luogo ideale per fondarvi un circolo culturale. Abituata ad ottenere sempre tutto, si mobilita in ogni modo per far fallire l’attività di Florence…..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film rifulge la figura del vecchio gentiluomo Mr. Brundish che ha il coraggio di protestare contro i soprusi che Florence è costretta a subire ma su tutto il film pesa una sorta di fatale ineluttabilità del male
Pubblico 
Pre-adolescenti
Molte cattiverie possono esser risparmiate ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il premio Goya 2018 come miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura non originale ma la voglia di sviluppare una tesi preordinata finisce per ridurre i personaggi a stereotipi di che seguono una partitura preordinata
Testo Breve:

La vedova Florence vuole trasformare la sua vecchia casa in libreria ma c’è chi aspira invece a impossessarsene per i propri fini. Una lotta impari e in po’ schematica fra la fragile innocenza e il potere del male

“Quando Mrs Green apri il primo scatolone di libri che aveva ordinato, i problemi e gli ostacoli di quegli ultimi giorni scomparvero …e per un istante percepì accanto a se ancora una volta il suo defunto marito che aveva amato moltissimo”. E’ questo il commento che ascoltiamo in sottofondo mentre Florence è intenta a prendere uno a uno i libri, quasi li accarezza e poi li mette sugli scaffali: in quella stessa casa dove, tanti anni prima, quando suo marito era ancora vivo, aveva la consuetudine di leggere con lui un libro a voce alta. Il questo film il libro è visto come strumento di condivisione, di stimolo alla riflessione, apertura mentale verso il diverso da sè e il diverso dal piccolo mondo di Hardborough, che fossilizza, sclerotizza pericolosamente i rapporti fra le persone (non a caso i libri citati nel film non sono i classici di sempre ma delle opere che uscirono proprio in quegli anni: Farenhet 451, Lolita, L’estate incantata). Se i libri sono dei protagonisti indiretti, l’argomento che prende il sopravvento è un altro: la lotta fra l’innocenza inerme e la perfidia del male impersonificate rispettivamente da Florence e da Mrs  Gamart.

Si tratta infatti di una pellicola “al femminile” e sono tre le donne che si contendono la scena e che danno movimento all’intreccio della storia. Mrs. Green (Emily Mortimer) con la sua intraprendenza, porta una ventata di novità in un piccolo paese, con il suo ingegno e la sua capacità di collaborare ottiene anche il favore della gente. La sua disponibilità e i suoi modi gentili la rendono una persona affabile. Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), una signora che conta in quella piccola comunità, come una bambina viziata vuole quella casa che non è sua e cerca in ogni modo di ottenerla per i suoi scopi. La sua ambizione la rende una persona infida, disposta a tutto pur di averla vinta. Christine (Honor Kneafsey), la giovanissima aiutante del negozio di Florence, che si lascia affascinare dalla sua datrice di lavoro nonché dai libri che le vengono dati da leggere. È una bambina sveglia, che conserva una sua innocenza anche se coinvolta in diverse diatribe tra adulti.

Gli schieramenti sono quindi due e ben evidenti: da una parte la povera vedova che vive dei suoi libri (non solo perché li vende, ma anche perché ne legge molti) e dall’altra la ricca signora che vuole “controllare” la cultura. La piccola Christine, stando dalla parte di Mrs. Green ne coglierà, almeno idealmente, l’eredità. Costumi e scenografie aiutano a far percepire al pubblico il forte contrasto tra le due donne. Da una parte la vecchia casa, sobria nell’arredamento e nelle finiture, abitata da Florence: una donna che, nonostante la sua affabilità, è spesso sola, ma sempre in compagnia dei suoi amati libri. Dall’altra la grande e sontuosa casa di Mrs. Gamart: spesso scenario di feste con numerosi invitati ma luogo di sotterfugi e intrighi volti ad estendere la superiorità di censo anche ad altri ambiti della piccola cittadina.

Il male, impersonificato da  Mrs Gamart assume l’aspetto desolante della legalità: la cospirazione si avvale del sindaco (figlio della signora), del direttore di banca, di leggi approvate  ad uso della signora-lucifero, del tradimento di persone che per meschini interessi si fingono amici di Florence per poi tradirla alle spalle.. Mentire, sapendo di avere le spalle coperte da chi ha potere, diventa la norma. C’è rimasto solo il vecchio Mister Brundish a difendere a viso aperto l’aspirante libraia.

Sono molto brave nella loro parte sia la rassegnata Emily Mortimer  che la perfida Patricia Clarkson ma i cattivi sono così terribilmente cattivi e Florence è un agnello talmente fragile che il film prende le forme di un soggetto a tesi e i personaggi subiscono il rischio della stereotipazione.

“Fino a quel momento Florence aveva vissuto la sua vita fingendo di credere fosse suddivisa in carnefici che dominano il mondo e vittime che ne subiscono le conseguenze” questa frase, pronunciata dalla voce narrante all’inizio del film, finisce per diventarne il tema programmatico.

La regia, con inquadrature lente e generose di dettagli, e la fotografia, con paesaggi naturali e scorci della cittadina di Hardborough molto belli, danno alla pellicola un tono marcatamente malinconico.

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald, diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet ma lo stile narrativo , nel privilegiare la correttezza formale dei rapporti umani, anche in situazioni di ipocrisia più sfacciata, è molto inglese

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE UNDOING - LE VERITA' NON DETTE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/12/2021 - 22:12
Titolo Originale: The Ungoing
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: David E. Kelley
Durata: 6 puntate di 5''
Interpreti: Nicole Kidman, Hugh Grant, Matilda De Angelis, Édgar Ramírez, Donald Sutherland, Noma Dumezweni

Jonathan e Grace formano una famiglia ricca e felice. Vivono in un duplex nell’Upper East di Manhattan, svolgono con competenza e successo le loro professioni (lui è oncologo pediatrico, lei è psicoterapeuta), partecipano agli eventi mondani della società che conta. La vita di coppia è piena di momenti di affettuosa serenità e hanno il piacere di prendersi cura del giudizioso Henry, il figlio tredicenne che frequenta l’esclusiva Reardon School. Franklin, il padre di Grace, non ha mai avuto simpatie per il genero ma ha finito per accettarlo per amore della figlia. Grace partecipa a una riunione di madri della Reardon per organizzare un pranzo di beneficenza a favore della scuola e in quell’occasione incontra Elena Alves una giovane pittrice ma, appena le due donne possono parlarsi da sole, le appare in uno stato di vistosa apprensione. Il giorno dopo Grace viene a sapere che Elena è stata brutalmente assassinata e che suo marito Jonathan  si è reso irreperibile…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il carico da 11 che viene dato al potere interpretativo della psicologia finisce per far vedere l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze passate, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio crudo. Una nudità femminile integrale, una scena di violenza protetta dalla penombra. Due pre-adolescenti sono costretti ad assistere e conoscere realtà troppo dolorose per loro
Giudizio Artistico 
 
Se Nicole Kidman è perfetta nella parte di signora dell’alta società, se bravo è anche Donald Sutherland, non si può dire lo stesso di Hugh Grant ingaggiato in un personaggio ambiguo che non gli si addice. La sceneggiatura ha degli snodi che prevedono rapporti fra i protagonisti, difficilmente giustificabili. Molto suggestiva l’ambientazione a Manhattan
Testo Breve:

Una tranquilla coppia dell’alta società newyorchese viene sconvolta da un omicidio e il principale l’accusato è proprio il marito che aveva una relazione con la donna uccisa. Un thriller pan-psicologico con difetti di narrazione dove mentire o non dire è la norma e nessuno è quello che appare. Su SKY

Le credenziali di questo serial su SKY in 6 puntate sono di tutto rispetto: recitano attori del calibro di Nicole Kidman, Hugh Grant, Donald Sutherland ma anche la nostra Matilda De Angelis (che si è fatta apprezzare in Veloce come il vento). La regia è di Susanne Bier (premio Oscar 2011 con il film In un mondo migliore) mentre la sceneggiatura è di David E. Kelley che ha scritto la serie  Piccole Grandi Bugie dove si era già cimentato nella descrizione di intrighi di donne dell’alta società. Non basta: anche il direttore della fotografia,  Anthony Dod Mantle, ha vinto un Oscar nel 2009. Negli Stati Uniti, su HBO è diventata la miniserie più vista di recente e lo stesso è accaduto su SKY nel Regno Unito

Animati quindi da rispettosa referenza, iniziamo a vedere le puntate di questo thriller. Le riprese di New York, all’alba, al tramonto (quando accadono gli eventi-chiave) sono bellissime, abbinate a un po’ di promozione: Grace e il padre si incontrano spesso al Met e il serial non disdegna un po’ di product displacement: ogni tanto fa capolino il nome di qualche locale, fra i quali spunta un italianissimo Barbaresco. Nicole Kidman con il suo stile elegante, i modi raffinati da figlia viziata e coccolata, è perfetta per questa ambientazione. Le sue camminate veloci per le notti di New York, con il cappotto lungo all’ultima moda,  i riccioluti capelli leonini, sono l’immagine-simbolo che più resta impressa di questo serial.

In un simile ambiente la dissimulazione, il non dire ciò che è vero ma ciò che conviene sembra essere la prassi. Lo conferma l’avvocato Fitzgerald a Grace: “non sei sincera perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità per proteggere se stessi. Le uniche verità sono la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica”. Le persone non sono mai realmente quelle che ci appaiono, sembra dirci l’autore. Scopriremo che tutti, proprio tutti i personaggi stanno nascondendo qualcosa di loro stessi, tranne uno che affermerà con orgoglio: “la mia mente è più forte del mio cuore”. Sarà proprio la scoperta tardiva delle cose non dette da parte di tutti i protagonisti a far avanzare lentamente il thriller perché i nudi fatti sono noti fin dall’inizio e non ce ne saranno altri. Lo stesso finale, che ovviamente non riveliamo, sembra far ritorcere su di noi la stessa disillusione: la nostra voglia di esercitare una rigorosa logica deduttiva è destinata al fallimento.

“Ci sono solo degli indizi, non ci sono testimoni diretti”: evidenzia l’avvocato della difesa e allora l’unico strumento di indagine è guardare in faccia le persone, resta la psicologia, usata a piene mani.

Grace stessa è una psicoterapeuta e la vediamo, in un paio di sedute di lavoro, dire ai suoi pazienti qual’ è quel meccanismo che lavora nel loro subconscio e che li spinge ad avere comportamenti che essi non osano ammettere. Ogni comportamento ha la sua definizione psicologica: per l’attrazione di Elena verso Jonathan si dirà che si tratta della sindrome dell’ “adorazione dell’eroe”, perché lui ha salvato suo figlio dal cancro; lo stesso avvocato d’ufficio inventa una sigla: TPT (trauma post tradimento) che darebbe ragione del comportamento di Grace. La dedizione speciale che rivela Jonathan nel suo lavoro di oncologo infantile è dettata, come scopriremo dopo, dal suo desiderio riparare a un errore commesso in gioventù e se Franklin il padre di Grace, non ha stima di Jonathan, è perché vede in lui gli stessi errori che ha commesso in gioventù. Sembra quasi che, più importante dello scoprire se è Jonathan l’assassino, sia capire se è uno psicopatico o un sociopatico. Resta pertanto sconsolante l’antropologia che sottende il racconto: l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze vissute, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Se guardare in volto una persona è ormai diventato l’unico criterio d’indagine, Fitzgerald, l’abile avvocatessa ingaggiata per la difesa di Jonathan, ha l’idea di organizzare un’intervista televisiva per far parlare il suo assistito in modo che possa esercitare il suo fascino, la sua capacità di incantare le persone e innescare così nel pubblico un pregiudizio d’innocenza. Era già stato un altro interessante film (Gone Girl – l’amore bugiardo) che aveva denunciato, quando certi eventi di cronaca diventano di dominio pubblico, l’ossessione contemporanea per l’esposizione mediatica del privato e il giudizio di colpevolezza o meno che viene data dal feeling del pubblico, in grado di influenzare inevitabilmente quello della giuria.

Se è Nicole Kidman a guidarci in questo mondo del dubbio e dell’incerto, anche gli altri attori sono tutti molto bravi ma una menzione speciale va fatta per Noma Dumezweni nella parte dell’avvocato Franklin, per la sua capacità di dare forma al suo impegno risoluto per disseminare dubbi sulle poche certezze di cui si dispone nel processo. Purtroppo non possiamo dire lo stesso per Hugh Grant che ha dovuto abbandonare il suo simpatico personaggio, goffo e impacciato, dotato di sottile ironia inglese per impegnarsi in una parte talmente doppia da risultare indecifrabile. Riguardo allo sviluppo della storia, non tutti gli snodi sono lineari e qualche comportamento è poco giustificabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE MIDNIGHT SKY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/31/2020 - 20:03
Titolo Originale: The Midnight Sky
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: George Clooney
Sceneggiatura: Mark L. Smith
Produzione: Anonymous Content, Netflix, Smokehouse Pictures, Syndicate Entertainment, Truenorth Productions
Durata: 118
Interpreti: George Clooney, Felicity Jones, Demián Bichir, Kyle Chandler

Polo Nord, 2049. La terra non è più ospitale a causa degli errori degli uomini e i pochi ricercatori ancora presenti in quell’ area vengono evacuati verso rifugi più sicuri. Decide invece di restare Augustine Lofthouse, astronomo di fama mondiale, malato terminale. Rimasto solo nell’osservatorio polare, cerca di mettersi in contatto con la nave spaziale Aether, che aveva avuto il compito di individuare nuovi pianeti abitabili, seguendo le indicazioni dello stesso Augustine. In effetti la navicella sta tornando sulla terra con una buona notizia: un satellite di Giove risulta abitabile. Dopo varie peripezie Augustine riesce a mettersi in contatto con l’astronave e parla con Sully, la responsabile delle comunicazioni. Deve subito raffreddare I loro entusiasmi: tornare sulla terra vuol dire condannarsi a una morte certa ed è preferibile raggiungere il satellite di Giove. Mentre l’equipaggio discute su quale sia la scelta più giusta, Augustine si accorge che non è solo: nell’osservatorio c’è anche una bambina spaventata,Iris, che però sembra muta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti affrontano con dignità e lucidità la prossima estinzione del pianeta Terra ma la perdita della speranza porta a compiere gesti eutanasici
Pubblico 
Pre-adolescenti
Ai più piccoli si può risparmiare la visione di situazioni angoscianti
Giudizio Artistico 
 
George Clooney, regista e attore, è molto bravo nella messa in scena di ambientazioni polari e spaziali ma la personalità dei protagonisti non è sviluppata in profondità
Testo Breve:

Un disastro ecologico rende ormai impossibile la vita sulla terra. Un’astronave ha trovato un pianeta dove l’uomo potrebbe insediarsi. L’ambizione del film di esprimere angosce e speranze in uno scenario apocalittico resta non completamente realizzata. Su Sky

George Cloney, alla sua settima regia, è diventato molto bravo nella messa in scena: i gelidi  paesaggi artici, le vuote stanze del laboratorio astronomico, le passeggiate degli astronauti nello spazio cosmico,   (che rimandano a 2001 Odissea nello spazio e a Gravity). E’ bravo anche come attore: con una folta barba bianca, il suo volto esprime la perdita di ogni emozione di fronte all’ineluttabilità degli eventi  e fa quello che deve ancora fare: cercare di mettersi in contatto con l’equipaggio dell’astronave Aether per convincerli a  non tornare sulla Terra. Le lunghe silenziose, solitarie sequenze iniziali, quando Augustine dorme, mangia, si fa da solo le trasfusioni di sangue, contempla il gelido paesaggio del polare, svolgono bene la loro funzione di contrasto rispetto a quell’evento inaspettato che irrompe nella sua vita, la scoperta di Iris, un altro giovane essere umano. Ora si deve preoccupare di un’altra persona, ora non può più disperare ma sperare con lei che la vita possa continuare. La sotto trama parallela, sull’astronave, è molto meno convincente. I cinque astronauti dell’equipaggio faticano a posizionarsi nel racconto: sappiamo che pensano con malinconia alle loro famiglie, che Sully attende serenamente la nascita del figlio che ha avuto dalla sua relazione con il comandante ma oltre a prendere in giro l’astronauta matricola alle prese con la sua prima passeggiata cosmica, non riusciamo a cogliere la coesione e lo spirito del gruppo.  Forse anche le loro emozioni sono rimaste ibernate, dopo quattro anni di viaggio nello spazio. Il film avanza in questo modo e se la presenza della bambina fa salire, nell’animo di Augustine il rimorso per quella vita privata che avrebbe potuto avere e che ha tralasciato optando per una vita spesa nella ricerca, finisce per diventare il simbolo del rimorso di tutta  l’umanità per gli errori e gli eccessi che sono stati compiuti. La speranza percepita con la presenza della piccola Iris è troppo debole e su tutto il film aleggia una cappa di cupa fatalità: lo si vede in una sequenza dove viene praticata l’eutanasia e in un incidente spaziale che mostra ancora una volta la fragilità dell’essere umano. Alla fine dobbiamo parlare di lavoro incompiuto: la volontà di esprimere le angosce, le riflessioni di una umanità che rischia l’estinzione resta bloccata da una eccessiva reticenza espressiva dei personaggi e dall’accanimento di eventi funesti che sembrano espressione di un fato ineluttabile,  indifferente alla sorte dell'uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOUL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/28/2020 - 19:09
Titolo Originale: Soul
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Pete Docter
Sceneggiatura: Pete Docter, Kemp Powers e Mike Jones
Produzione: Walt Disney Pictures, Pixar Animation Studios
Durata: 100

Joe Gardner è un afroamericano di mezza età che ama la musica jazz, una passione che ha ereditato da suo padre. Guadagna qualcosa come insegnante supplente di musica alle scuole medie ma aspira soprattutto suonare in una band, anche se l’occasione non è ancora arrivata. Poi, di colpo, nello stesso giorno, riceve l’incarico come insegnante di ruolo ma al contempo ha l’opportunità di esibirsi, quella sera stessa, nella band di una famosa sassofonista, che sta cercando un pianista di talento. Per l’emozione corre per le strade di New York senza guardare dove va e cade dentro un tombino. Si ritrova, ora come pura anima, a camminare verso l’altro mondo. Lui si ribella, non vuole perdere l’occasione della sua vita e scappando si ritrova nel pre-mondo, dove le anime ricevono un tirocinio preparatorio prima di raggiungere la terra per incarnarsi nel corpo che è stato loro assegnato….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quale “scintilla” può innescare la passione che può dare un senso alla nostra vita? A questa ambiziosa domanda il film dà risposte multiple come l’amicizia, l’appassionarsi alle piccole vicende di ogni giorno ma è vistosamente assente la felicità che scaturisce dall’amore coniugale
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessario un pubblico almeno adolescente, con qualche cognizione di filosofia, per poter filtrare criticamente la prospettiva trascendente che propone il film
Giudizio Artistico 
 
Questo nuovo lavoro della Pixar conferma l’alta professionalità raggiunta nella costruzione di personaggi e ambientazioni in 3D. La sceneggiatura non ha uno sviluppo lineare e alcuni snodi risultano forzati
Testo Breve:

Un insegnante di musica delle scuole medie svuole realizzare il suo sogno: venir ingaggiato da una complesso Jazz. Ma è giusto vivere per un sogno? E se alla fine si muore senza aver ottenuto nulla? Una nuova esperienza metafisica della Pixar. Se Inside Out era stato un'introduzione alla psicologia, Soul è un'introduzione alla filosofia. Su Disney+

Finalmente è arrivato (non nelle sale ma su Disney+),l’ultima opera della Disney-Pixar, in odore di capolavoro (The Guardian lo ha posto al secondo posto fra i film U.S.A. del 2020). Dopo  Inside out, che  aveva ricreato l’universo della mente umana e dato corpo alle emozioni che albergano nel nostro cuore, dopo Coco, che ci aveva portato nel mondo dei trapassati per ricordarci  l’importanza di ricordare sempre i nostri cari defunti, ora con Soul, la Pixar prosegue nelle sue esplorazioni metafisiche concentrandosi sulle vicissitudini delle anime, che, se  albergano in un corpo quando si trovano sulla terra e poi restano “nude” in attesa del loro destino finale quando il corpo si è ormai disfatto, ora scopriamo che,  novità esclusiva introdotta dalla Pixar, vivono anche in una sorta di  pre-mondo dove debbono capire, prima di incarnarsi in un corpo, qual è la “scintilla”, la vocazione, che consentirà loro di dare un senso alla loro esistenza terrena. Come si può comprendere, si tratta di temi esistenziali profondi e dopo i primi minuti ci si accorge come questo film non sia adatto ai più piccoli.

L’obiettivo è sicuramente ambizioso ma la Pixar ha tutte le carte in regola per poterlo affrontare. Il film merita elogi incondizionati sopratutto negli aspetti visivi. Dopo un 3D ancora approssimativo utilizzato nel primo Toy Story, ora la conquista Pixar più evidente è l’espressività dei volti: nell’ora e mezza del film ci sembra di trovarci di fronte a degli attori in carne ed ossa che stanno recitando la loro parte e ci dimentichiamo che si tratta di personaggi creati al computer. E’ stato così possibile conoscere in profondità Joe,  un personaggio sicuramente insolito: forse è la prima volta che, in un film di animazione,  ci troviamo di fronte a un uomo di mezza età, scapolo, un po’ melanconico, che a fine mese deve chiedere alla madre di pagare le sue bollette ma che ha un’unica grande passione: la musica jazz. Dove il film zoppica un po’ è nella sceneggiatura (sopratutto se confrontato con la compattezza di Inside Out) forse per un sovraccarico di significati e la storia si sviluppa con snodi poco fluidi. Il lungo capitolo, che si svolge sulla terra, obiettivamente divertente, dove Joe e anima 22 si sono incarnati in corpi sbagliati, non trova altri pretesti se non una scivolata dell’anima 22 mentre Joe si sta tuffando sulla terra. Anche la figura del traghettatore Spartivento che si muove fra la terra (fa l’artista di strada a New York) e l’extra-mondo movendosi su una caravella fosforescente, risulta difficile da inquadrare nel contesto, anche se la sua esistenza è necessaria per giustificare il ritorno di Joe sulla terra.

Un tipo di complessità che si rispecchia anche nel messaggio che alla fine si percepisce come ricevuto dal racconto: è giusto o no coltivare una passione? La costruzione della risposta ha uno sviluppo abbastanza tortuoso. Ogni anima deve coltivare la propria “scintilla”, ci spiega il film, altrimenti non ottiene il pass per scendere sulla terra ma bisogna evitare gli estremi opposti in cui cadono le anime perse (così sono chiamate), quelle per le quali la passione si trasforma in ossessione oppure si ha tale sfiducia in se stessi da non intraprendere nessuna iniziativa. Sono i due opposti rappresentati inizialmente da Joe e dall’anima 22. Ma poi  il film ridimensiona il problema e  ci ricorda  che la vita va apprezzata giorno per giorno, anche nelle piccole cose e coltivare una passione vuol dire anche “solo” fare il barbiere, purchè ci si prenda cura dei risvolti umani che comporta questo servizio. E’ accennata anche, ma con maggiore discrezione, la risposta più importante: il senso della vita scaturisce dal prendersi cura degli altri, dal coltivare l’amicizia. E’ proprio anima 22 e non Joe, a trovare le parole giuste per incoraggiare un allievo di Joe a continuare il suo percorso artistico e a costruire un’amicizia con un barbiere con il quale Joe aveva sempre e solo parlato di musica Jazz.  In fondo, il rapporto fra Joe e l’anima 22 è proprio questo: un aiuto reciproco per risolvere i rispettivi problemi. Peccato che in questo panorama sui possibili valori da dare alla vita, ci sia una grande assenza: la felicità coniugale. Viene citato due volte il nome di Lisa, la prima e unica ragazza di Joe ma non sappiamo null’altro di lei. Un’assenza tanto più clamorosa perché inaspettata, proprio da quel Pete Docter che nel film UP aveva scritto uno dei più begli elogi (ma silenzioso) degli affetti coniugali.

Il film evita accuratamente ogni riferimento religioso (anche se Joe, appena arrivato nell’aldilà, chiede subito se si trova in Paradiso o all’Inferno senza ricevere una risposta) ma è indubbio che quando si parla di anime, sappiamo che il tema è stato affrontato da religioni che si sono affermate da secoli e a da varie teorie filosofiche. E’ indubbio che questo racconto dove le anime sono entità sussistenti che si possono incarnare in esseri umani ma anche in animali, rimandi a fedi di origine indiana, più che al cristianesimo. Per questo motivo è opportuno che i genitori invitino i loro figli, a trarre ispirazione dai risvolti umani di questo raggonto, tralasciando le invenzioni più creative degli autori

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALEX RIDER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/02/2020 - 15:52
Titolo Originale: Alex Rider
Paese: UK
Anno: 2020
Regia: Andreas Prochaska Christopher Smith
Sceneggiatura: Guy Burt
Produzione: Eleventh Hour Films
Durata: 8 episodi di 45'
Interpreti: Otto Farrant, Stephen Dillane, Vicky McClure, Andrew Buchan

Alex Rider è un giovane studente atletico e intraprendente. I suoi genitori sono morti quando era bambino, ora vive con una sorella adottiva e lo zio Ian. Un giorno, al ritorno da scuola, riceve la notizia della morte dello zio in un incidente stradale. Non convinto della cosa, indaga di nascosto e scopre che Ian non lavorava per una banca, ma era un agente dei servizi segreti inglesi. Dopo essere stato allenato dallo zio (a sua insaputa) per essere un agente segreto, viene ingaggiato dall’intelligence britannica per portare avanti quella stessa l’indagine che aveva portato alla morte lo zio: una strana scuola situata sulle alpi francesi. L’istituto di formazione, Point Blanc, lo mette in contatto con nuovi amici: studenti problematici, figli di ricche famiglie. Con il passare dei giorni, dove alle lezioni si alternano dei lavori che la scuola richiede (lavare i piatti e altre mansioni domestiche), succedono strane cose e le indagini portano Alex a scoprire cose terribili.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentato il valore dell’amicizia ma resta la perplessità di aver portato a livello adolescenziale un contesto di violenza e di pericolo di morte tipico del genere
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza senza sangue, uso di droga, linguaggio talvolta scurrile. Tv USA: +14; TV UK: +12.
Giudizio Artistico 
 
Il livello di suspence viene correttamente raggiunto anche se la trama non risulta particolarmente originale. Bravo il giovane protagonista
Testo Breve:

Il serial raggiunge l’obiettivo di raccontarci un’avvincente spy story secondo lo stile James Bond trasferendola in un contesto adolescenziale. Resta il dubbio se sia corretto inserire degli adolescenti in un contesto così duro e pericoloso. Su Prime Video

Dopo Alex Rider – Stormbraker, la trasposizione cinematografica del primo dei romanzi di Anthony Horowiz realizzata nel 2006 dal regista Geoffrey Sax, il giovanissimo agente dell’intelligence britannica torna ad allietare i suoi fans, stavolta sul piccolo schermo con la prima stagione (ed è stata appena confermata la produzione della seconda) di un serial TV su Prime Video.

Dal punto di vista qualitativo, è un serial ben riuscito.

Le otto puntate sono costruite in modo efficace, avvincenti e cariche di adrenalina. Da più parti soprannominato il giovane James Bond, Alex Rider è decisamente all’altezza del blasonato agente segreto con licenza di uccidere. Il ritmo è incalzante e, se la scrittura sembra scontata, in realtà riesce a sorprendere con colpi di scena che tengono lo spettatore incollato allo schermo. La soluzione del caso non è affidata all’ultima puntata, ma va delineandosi episodio dopo episodio, così da non permettere conclusioni affrettate o facili soluzioni agli enigmi. Sicuramente, la presenza sul set dell’autore dei romanzi come produttore esecutivo del serial ha inciso in maniera positiva sulla sua realizzazione.

Non ci sono grandiose scene d’azione, inseguimenti o fughe vorticose per le vie di una città: la storia con le sue Indagini e scoperte, sparatorie, si svolge soprattutto in interni, resi tetri e quasi claustrofobici da un’ottima fotografia.

Sono presenti scene di violenza: essendo una spy story, abbondano combattimenti e sparatorie. Vengono rappresentati in modo meno violento di quanto descritto nel libro ma non per questo da sottovalutare per il loro impatto sullo spettatore. Il linguaggio risulta moderatamente volgare.

Un altro pregio del serial è il disegno dei personaggi. Pur non essendo particolarmente lungo (8 puntate di 40 minuti circa), l’azione non fa mai passare in secondo piano la psicologia dei protagonisti e l’approfondimento delle loro personalità. Il cast non vanta nomi di particolare rilievo ma rendono godibile il prodotto finale. Il protagonista, interpretato dal giovane Otto Farrant, riesce a mostrare quell’innocenza mista a scaltrezza con la quale è in grado di affrontare i problemi più semplici così come le situazioni più pericolose e complesse. Tutti i personaggi che gravitano intorno a lui (la sorella adottiva, gli amici del liceo e quelli della Point Blanc), pur essendo secondari, non vengono mai tratteggiati in modo superficiale o stereotipato, ma riescono ad emergere nella loro complessità. Anche dei villain riusciamo a conoscere le ragioni dei loro progetti perversi: esercitano una cattiveria diabolica, perché pianificata e costruita con cognizione di causa, un male realizzato per trarne profitto personale.

Nei suoi contenuti, essendo una spy-story contaminata con il genere teen/young, porta sullo schermo i cliché più visitati sia del primo come del secondo. Nell’intrigata indagine trova spazio l’amicizia, che richiede di essere coltivata e costruita attraverso la condivisione e il dialogo, ma che può essere messa a dura prova o anche distrutta dalla falsità. Non mancano cotte e innamoramenti adolescenziali, gli inviti ai balli della scuola, il caratteristico imbarazzo che nasce dall’inesperienza e dall’emozione di stare con la persona di cui si è innamorati.

Le relazioni familiari presenti sono le più svariate: se Alex che, essendo orfano, può vivere solo del ricordo dei genitori, troviamo famiglie benestanti ma con una grandissima povertà di rapporti umani ma anche famiglie che sanno supportare i loro figli. Un campionario abbastanza completo e verosimile che evita di appiattirsi sul politicamente corretto.

Complessivamente è un prodotto godibile e ben confezionato, capace di trasmettere la tensione tipica delle indagini dei servizi segreti così come di proporre al pubblico le dinamiche tipiche della vita di adolescenti e giovani. Un po’ violento, ma non volgare, Alex Rider fa ben sperare per la seconda stagione già messa in produzione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA DI BUONO (Francesco Marini)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2020 - 12:45
Titolo Originale: You're Not You
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Jordan Roberts. Shana Feste
Produzione: Daryl Prince Productions 2S Films DiNovi Pictures
Durata: 102
Interpreti: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel

Kate è felicemente sposata con Evan ed è una bravissima pianista. Le viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). All’inizio della malattia viene amorevolmente accudita dal marito, ma con il degenerare della patologia i due si trovano a dover assumere una persona che si prenda cura di lei mentre il marito è al lavoro. Così, entra nella loro casa e nella loro vita Bec: una giovane donna inesperta e disordinata. Kate decide comunque di tenerla e, tra le due donne, nasce un’amicizia profonda che aiuterà Kate ad affrontare il tradimento del marito, la riconciliazione con lui e il termine della sua malattia. Ma sarà anche per Bec l’occasione per maturare e per trovare la forza di realizzare il suo sogno di cantautrice.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza che vive una vita disordinata, incapace di progettare il suo futuro, trova, nell’impegno di prendersi cura di una donna malata, il senso da dare alla sua vita. Ma l’altra donna, affetta da una malattia degenarativa, ha una visione negativa del suo stato, un fastidio per gli altri e per se, da affrontare stoicamente.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, uso sporadico di droga, la sessualità viene gestita come distrazione di una notte, adulterio
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvale dell'interpretazione di due grandi attrici; la sceneggiatura e la regia hanno descritto con realismo l'evolversi della malattia così come le reazioni difforni dei parenti e delle amiche di fronte all'ineluttabilità della prossima fine
Testo Breve:

Kate è felicemente sposata ed è una brava pianista. Un giorno scopre di avere la SLA. Diventa sua badante una ragazza irrequita con una vita disordinata. Un incontro e un aiuto fra due donne che consentirà loro di affrontare e risolvere le loro difficili situazioni. su Prime Video

Una sceneggiatura tratta da un romanzo, You’re Not You (titolo originale anche del film) della scrittrice Michelle Wildgen, che parla di malattia e di morte. Già Quasi amici nel 2011 ci aveva fatti avvicinare al mondo della malattia con i toni della commedia, La teoria del tutto nel 2014 aveva portato sul grande schermo l’avventura umana di Stephen Hawking mostrando la maturazione di una mente geniale in un corpo che perde le sue abilità. Con Qualcosa di buono (sempre del 2014, anche se uscito in Italia nel 2015) siamo di fronte ad un film drammatico, al femminile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una malattia incurabile, degenerativa e mortale e con le scelte che questa situazione costringe a fare.

Un bel film che non scade mai in scene patetiche, strappalacrime e non cede a facili moralismi. Lo spettatore non si trova mai a provare pena per Kate, ma ne condivide la fatica, la battaglia interiore ed esteriore, le domande profonde e i drammi. La sensazione di essere di peso agli altri, cosa fare con il marito che la tradisce, le amiche e i parenti spaventati dalla malattia e (alcuni) quasi incapaci di empatia.

Di fronte ad una patologia che non lascia scampo sono davvero numerose le reazioni: chi pensa che le cose andranno meglio pur sapendo che non succederà, chi accetta con rassegnazione, chi combatte per dare dignità alla sofferenza… ognuna di queste trova un suo spazio sullo schermo.

Se in Million Dollar Baby, Hilary Swank (che interpreta Kate) aveva proposto al pubblico l’eutanasia come soluzione di fronte all’esito ineluttabile di un incidente, qui invece si cambia registro. Kate sceglie di non fare l’intervento di tracheotomia e quindi di non essere attaccata al respiratore artificiale. Scelta moralmente lecita, anche se può essere discutibile. Unitamente a ciò decide di morire non in ospedale, ma a casa propria.

Non passano inosservati, purtroppo, tre aspetti. Il linguaggio molto scurrile: se Bec parla in maniera volgare a causa della sua estrazione sociale (e culturale… anche se è iscritta all’università), poi sembra “corrompere” Kate e la induce a dire parolacce (cosa che prima non faceva mai, anzi). L’uso di droghe: viene considerato un passatempo lecito, in particolare come consolazione di fronte alle disgrazie della vita. Infine la sessualità: non tanto per le scene di intimità portate sullo schermo, quanto per la concezione che c’è di essa. Per esempio, la Bec ha una considerazione abbastanza superficiale della cosa, Evan la considera una dimensione che non può mancare ad un uomo (quindi da vivere fuori dal matrimonio, qualora all’interno non sia più possibile).

La struttura della sceneggiatura è davvero ben costruita. All’inizio la protagonista indiscussa è Kate, con la sua vita bella e felice. Con la comparsa della malattia, arriva sulla scena di Bec, che fa da spalla. Piano piano, però, avviene una svolta, un’inversione di ruoli. Bec prende sempre di più in mano la sua vita e diventa protagonista, Kate va spegnendosi per il degenerare della malattia e diventa spalla. Questo permette di mettere bene in mostra l’evoluzione dei due personaggi principali, la loro trasformazione nell’arco della narrazione.

Hilary Swank conferma la sua bravura attoriale già riconosciuta con il Premio Oscar ricevuto per il film di Clint Eastwood. Si vede come abbia studiato la SLA e il suo decorso per poterne riproporre in scena i movimenti e le modulazioni vocali. Anche la giovane Emmy Rossum (che interpreta Bec) riesce ad essere convincente nel proporre il suo personaggio con una storia molto complessa alle spalle, un desiderio grande di felicità e realizzazione davanti a sé e un presente che le sta insegnando come costruire il suo futuro.

Josh Duhamel (che interpreta Evan), pur avendo uno spazio minore, comunque rende bene il suo personaggio: marito apparentemente perfetto e premuroso inizialmente, traditore abbandonato, uomo pentito e innamorato della moglie da cui si è dovuto allontanare temporaneamente.

Gli altri personaggi (i genitori delle due donne, gli amici e le amiche), seppur minori, contribuiscono in modo significativo: infatti, portano sullo schermo le domande e le perplessità che lo spettatore sente nell’affrontare questa storia drammatica.

Fotografia, montaggio e sonoro rendono il film scorrevole, senza indagare in maniera invasiva i corpi (in particolare i corpi malati), ma cercando di raccontare attraverso le immagini la maturazione interiore dei personaggi.

Il risultato finale è davvero  buono, nonostante tratti  un argomento drammatico. Apprezzabile anche perché ricco di pathos, senza però cercare di commuovere il pubblico.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/12/2020 - 12:50
Titolo Originale: American Made
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Gary Spinelli
Produzione: Imagine Entertainment, Cross Creek Pictures, Quadrant Pictures, Vendian Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright

Fine anni ‘70, Stati Uniti. Barry Seal è un pilota di una compagnia di linea americana, la TWA. Contattato dalla CIA, viene assunto per sorvolare il centro America con un piccolo velivolo turistico attrezzato per fotografare (e quindi controllare) la situazione dei ribelli comunisti. In una delle sue soste per il rifornimento del velivolo, riceve le attenzioni di quello che diventerà il Cartello di Medellin per portare in territorio statunitense carichi di droga. Inizia così la storia avventurosa e pericolosa di un doppiogiochista: viaggi di andata in centro America come consulente della CIA (e fornitore di armi per i ribelli al governo comunista in Nicaragua) e viaggi di ritorno a casa carico di droga da consegnare ai contrabbandieri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il principio di utilità non ha mai funzionato: per portare benessere alla sua famiglia, il protagonista si trasforma in spacciatore di droga ma le conseguenze di questo comportamento arriveranno presto
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile, incontri sessuali con nudità, violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Tom Cruise si trova perfettamente a suo agio nella parte di questo protagonista ironico e sfrontato, appoggiato da una regia ipercinetica. Al terxo posto fra i top ten di Netflix nella settimana del 9 novembre 2020
Testo Breve:

La storia vera di un esperto pilota di aerei che nel fare la spola fra Stati Uniti e Sud America cerca veloci, pericolosi guadagni, Una delle migliori interpretazioni di Tom Cruise. In vendita su Youtube e disponibile su Netflix

Dopo più di trent’anni, Tom Cruise torna ad essere un pilota di aeroplani. Non più come Maverick, pilota un po’ spocchioso senza macchia e senza paura, ma in veste completamente diversa. Protagonista e interprete magistrale in un biopic ben costruito e avvincente.

Versione molto alternativa del sogno americano, improntato sul self-made man che con la sua maestria e il suo ingegno costruisce un impero. In questo caso specifico, in realtà, abilità usate per il contrabbando e l’illegalità. Tecnicamente un film ben riuscito. Costruito a ritroso e basato sul racconto in prima persona di Barry. Interessanti le scelte di regia e fotografia: molte inquadrature con camera a mano e zoom stile anni ‘80, come fossero immagini di repertorio; alcune brevi riprese da documentari originali,  sulle guerriglie armate di Nicaragua e Colombia; sequenze con il protagonista che riprende se stesso mentre racconta la sua storia; momenti di fermo immagine e di voce fuori campo in cui Barry spiega i vari snodi “lavorativi” della sua vita. Lo stile ricalca il protagonista:  sopra le righe non per vezzo artistico, ma per far emergere meglio l’istrionismo del contrabbandiere. Il montaggio concitato rende  avvincente il risultato finale.

Il regista, facendo la scelta di contestualizzare la storia di Barry Seal nel suo tempo, inserisce numerose digressioni in cui vengono spiegati (dalla voce del protagonista) i vari cambiamenti socio-politici nel continente americano in quegli anni, in particolare la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Gli inserti sono brevi e, logicamente, semplificano un po’ le dinamiche internazionali e calcano un po’ la mano su ipotesi di collaborazioni tra servizi segreti e gruppi vari di ribelli.

La brevità di questi “excursus storici” non permette al regista di contestualizzare o spiegare in modo esaustivo il contesto socio-politico in cui si situa la storia, però riesce a definire con pochi accenni gli equilibri in gioco: questa definizione permette di mantenere sempre alto il livello di suspense, perché permette di percepire l’alto rischio assunto dal protagonista nel compiere le sue missioni. L’interpretazione di Tom Cruise è tra le migliori della sua carriera. Ironico, spontaneo, sprezzante… capace trasmettere la controversa personalità del personaggio. Vengono invece sacrificati dalla sceneggiatura tutti gli altri personaggi: agenti CIA, DIA, Casa Bianca, Cartello della Droga… poco più che tratteggiati per ovviare al problema di creare un kolossal invece di un racconto di illegalità vissuta con diabolica furbizia. Il linguaggio, a tratti, è scurrile. Pur non indugiando in nudità, sono presenti  scene di rapporti sessuali.

Il protagonista incarna un vero paradosso: costruire una fortuna per il benessere della moglie (che non tradirà mai) e dei figli, il tutto fondato su falsità, contrabbando e illegalità. Un male che, evidentemente, presenta il suo conto: pensare di poter essere alleati di due avversari è un’illusione. L’epilogo della storia, infatti, permette di riflettere proprio su questo: il male non può essere fatto a fin di bene e, prima o poi, passa a riscuotere la sua parte.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA REGINA DEGLI SCACCHI - THE QUEEN'S GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/08/2020 - 19:57
Titolo Originale: The Queen's Gambit
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Scott Frank
Sceneggiatura: Scott Frank, Allan Scott
Produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films
Durata: 7 episodi di 50'
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram, Marielle Heller

Beth Harmon ha otto anni quando entra nell’orfanatrofio: sua mamma è morta e il padre aveva abbandonato entrambe molto tempo prima. Un giorno, nello scendere nel seminterrato per fare delle pulizie, scopre che il guardiano, l’anziano e taciturno signor Shaibel, gioca a scacchi da solo. Dopo molta insistenza, convince quel signore a insegnarle come si gioca e scopre presto un suo talento eccezionale. Adottata da una famiglia senza figli, Beth prosegue nei suoi allenamenti fino a iscriversi al suo primo torneo regionale che vince facilmente. Ormai è pronta a sfruttare il suo talento anche in gare internazionali...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentati i valori dell’amicizia e l’aiuto che molti adulti danno per contribuire alla maturazione della protagonista orfana. Sono presenti situazioni negative ma rappresentate come tali: separazioni coniugali, uso di alcool e droga. I rapporti sessuali presenti non si elevano al di sopra di un puro rapporto occasionale
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga e alcool, incontri sessuali occasionali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Sono molti i pregi di questo serial: ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, ma soprattutto la sceneggiatura è in grado di approfondire tutti i personaggi grazie soprattutto a sapienti dialoghi
Testo Breve:

Una ragazza orfana scopre, fin da piccola, di avere un talento eccezionale per il gioco degli scacchi e imposta la sua vita alla conquista del successo come forma di riscatto  dalle sue origini. Un serial ottimamente realizzato su Netflix

I tornei internazionali di scacchi, gli alberghi di lusso che li ospitano, gli uomini, i bambini e le poche donne  che frequentano quel mondo, anzi vivono di quel mondo, impiegando ogni momento libero da gare per esercitarsi, costituisce il contesto dominante di questa serie. A ogni puntata sentiamo il click che fa partire quell’orologio che stabilisce inesorabilmente quanto tempo impiega un giocatore a decidere la prossima mossa, ascoltiamo gli esperti parlare di apertura siciliana, sgambetto della regina (da qui il titolo originale) eppure non possiamo definirlo un serial di contesto. Anche se quei critici che hanno recensito il serial e sono al contempo appassionati di questo gioco, hanno definito le ricostruzioni delle partite assolutamente impeccabili, non siamo coinvolti nel dettaglio delle mosse ma percepiamo comunque la tensione della partita, l’intensa concentrazione dei duellanti, fino alla finale stretta di mano che suggella la vittoria di uno e la perdita dell’altro. Il tema (ma uno dei tanti temi) che affronta il serial è più ampio: la gestione del talento, lo scoprire che si può essere bravi in qualcosa e si ha voglia di applicarsi intensamente per esso. Ciò succede a maggior ragione per Beth, che rimasta orfana, è priva di radici e sta costruendo tutta se stessa intorno a quel talento. Una scelta pericolosa, perché quando viene il momento della sconfitta, Beth si accorge che dentro di sé c’è il vuoto assoluto, non ha costruito significati più ampi per la propria vita e per lei non c’è altro che annullarsi nell’alcool e nella droga, come effettivamente avviene in un periodo nero della sua vita. Aldo Grasso, nel recensire questo serial sul Corriere della Sera, ha detto giustamente che gli scacchi sono stati spesso usati come metafora della vita (basti ricordare la partita finale con la Morte ne Il Settimo Sigillo) ma per Beth è una vera e propria scelta di vita, come lucidamente dichiara in una intervista: “Esiste tutto un mondo in quelle 64 caselle: mi sento sicura, lì posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. E’ vero che a priori non potrà mai sapere la prossima mossa dell’avversario ma sa di sicuro che avverrà in quel mondo chiuso delle 64 caselle. E’ proprio questo il limite di Beth, il suo sottrarsi all’imprevedibilità del mondo reale, in particolare l' abbandonarsi al rischio del rapporto con gli altri e si proteggerà a lungo con un atteggiamento anaffettivo, proprio per continuare a mantenere il controllo della propria vita. Quasi per contrasto la sceneggiatura lascia ampio spazio ai personaggi che ruotano intorno a lei, che sanno esprimere umanità, amicizia, affetto e quando ha bisogno di aiuto, sanno serrare le fila intorno a lei. Non hanno il suo talento ma qualcosa che lei non ha: sanno donare. Come Jolene, la compagna di college di un tempo, che le presta i dollari necessari per andare in Russia per la sua sfida maggiore, anche se quei soldi sono stati messi da parte per l’università; come Benny, ex ragazzo prodigio degli scacchi che supera lo spirito di rivalsa  verso colei che l’ha battuto, per formare una squadra di supporto per la sua sfida finale con il russo Borgov.

I pregi di questo serial sono tanti: l’ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, l’eleganza dei vestiti che sfoggia la protagonista ma soprattutto la sceneggiatura. Non si tratta di uno stile brillante, come quello di Aaron Sorkin (The Social Network, Molly’s Game, Steve Jobs) né carico di imprevedibile tensione come quello di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) ma ordinato, composto, quasi da scacchista. Puntata dopo puntata seguiamo la corsa di Beth al pieno successo ma in parallelo, in ogni episodio, viene messo a fuoco un personaggio per volta, tratteggiato con molta cura. Nella prima conosciamo il vecchio Shaibel, forse la figura più toccante, un vecchio emarginato di poche parole, che a poco a poco si affeziona a quella bambina intraprendente. Nel secondo episodio fa la sua comparsa la madre adottiva, una donna fragile, abbandonata dal marito, che ama bere ma che trova una forma di riscatto nel cercare di essere una buona madre. La lista prosegue, nelle altre puntate con altri ragazzi, prima concorrenti e poi amici.

Ci sono due valori irrimediabilmente sconfitti in questo serial: la famiglia e il significato della sessualità. Le due famiglie che ci vengono presentate, quella originale di Beth e quella adottiva, sono entrambe fallimentari, per colpa di uomini egoisti e mediocri. Il serial, sembrerebbe aderire all’ideologia del woman power   (la madre ripete sempre alla piccola Beth: “gli uomini vogliono farti vedere come si fanno le cose ma tu lasciali blaterare e fai sempre quello che ti va di fare”) però è indubbio che ci sono nel serial molti personaggi maschili positivi e nel mondo degli scacchi, dominato da figure maschili, non traspaiono comportamenti  misogini. Beth, diventata maggiorenne, ha rapporti sessuali, del tipo scaccia-solitudine, dettati dalla simpatia del momento o da un eccesso di alcool bevuto. Si tratta di una sensualità anaffettiva da consumo, forse un po' troppo ante-litteram, visto che la vicenda si svolge negli anni ’60. Quando incontra in un supermercato una sua vecchia compagna di liceo, questa si mostra felice per la sua vita serena, con un marito e  un figlio appena nato. Beth comprende che quello non è il suo mondo: il suo obiettivo-ossessione è cercare di battere gli avversari più difficili: i campioni russi.

La storia non racconta fatti realmente accaduti  ma è ricavata dall’omonimo  romanzo di Walter Tevis

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOLIDATE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/04/2020 - 20:18
Titolo Originale: Holidate
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: John Whitesell
Sceneggiatura: Tiffany Paulsen
Produzione: Wonderland Sound and Vision
Durata: 103
Interpreti: Emma Roberts, Luke Bracey, Andrew Bachelor

Sloane è una ragazza che vive sola, pungolata continuamente dalla madre e dal resto della sua famiglia a cui dispiace vederla ancora “single e per questo cercano sempre di presentarle un “buon partito”. Jackson è un belloccio che si trova spesso insieme a ragazze (e relative famiglie) che pretendono da lui (un fidanzamento) più di quanto abbia intenzione di dare. Dopo una cena di Natale non andata particolarmente bene, entrambi si incontrano in megastore natalizio e decidono di diventare festamici: ovvero amici (senza ripercussioni sentimentali) per accompagnarsi reciprocamente alle feste dell’anno per non restare soli e per evitare discussioni con i parenti. Sembra andare tutto per il verso giusto, fino a quando……

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è antropologicamente incoerente: vuole parlare di palpiti da primo amore fra persone che invece hanno una navigata esperienza in termini di sesso da consumo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono nudità ma un linguaggio ripetutamente esplicito e diretto su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Uno sviluppo pieno di clichè e comportamenti prevedibili che fallisce il tentativo di costruire una commovente storia d’amore
Testo Breve:

Lui e lei sanno che non possono presentarsi alle feste come single; ecco che si ingaggiano a vicenda per una nuova professione: il festamici. Una commedia che vuole essere romantica ma che finisce per perdere il suo colore rosa per un atteggiamento (verbale) verso il sesso particolarmente disinvolto 

Una commedia romantica che sembra un film natalizio, ma che in realtà si dilata per tutta la durata di un anno (feste di Natale, Capodanno, Ringraziamento, San Valentino, San Patrizio, Indipendenza, Halloween, etc…) in un gioco fra il “siamo solo amici” e il “sento qualcosa per te”, a dire il vero fin troppo diluito.

Un film molto leggero (si potrebbe anche dire superficiale): sequenze romantiche e sequenze divertenti (forse addirittura demenziali) mescolate, personaggi molto prevedibili. Si potrebbe dire che il film non spicca per nessun aspetto (sorge infatti spontanea la domanda: perché è nella top ten di Netflix?).

Una storia già vista (anche se con leggere differenze): un ragazzo e una ragazza che si frequentano puramente per motivi di comodità (in questo caso “senza benefici”, come abitualmente si dice) e finiscono per innamorarsi. Protagonista è Sloane, interpretata da Emma Roberts, in perenne conflitto con i genitori perché loro la vorrebbero impegnata in una relazione e lei invece non ne sente l’esigenza. La zia di mezza età che lancia la moda dei festamici e porta, ad ogni festa a cui partecipa, un amico (giovane, “con benefici”). Jackson, il co-protagonista, è il personaggio meno riuscito, oscillante fra abulia e perenne indecisione.

La cosa che urta di più è il linguaggio molto volgare e svilente proprio nella sfera della sessualità. Non mancano battute, allusioni, discorsi espliciti apparentemente disinibiti. Pur essendo una commedia romantica, non si può non notare che proprio il romanticismo e l’amore ne vengono fuori distrutti. Un romanticismo ridotto ad un paio di discorsi/dichiarazioni d’amore (a dir poco smielate) fatte fuori tempo massimo. Amore che è unicamente un superficiale trasporto emotivo. La storia, lunga più di un anno, avrebbe dato la possibilità di raccontare la maturazione dei personaggi, evoluzione che però non è data a vedere.

Se si vuole salvare questo film (operazione comunque difficile) potremmo attribuirgli un messaggio sociologico, potrebbe cioè essere visto come una satira contro certe convenzioni collettive a cui è difficile sottrarsi; una sequenza di feste che ricorrono lungo l’anno che hanno perso il loro significato originario ma per le quali è d’obbligo divertirsi; allo stesso modo è ineludibile l’impegno di presentarsi in coppia e mostrarsi felici. Infine, c’è l’obbligo tassativo di esibire disinvoltura in tema di sesso, lasciando intendere che si è carichi di esperienza e che si è privi di inibizioni, liberi di usare un linguaggio diretto. Sotto questa dura scorza di convenzioni consolidate, si troverebbero anime candide come colombe, cuori palpitanti come nella sequenza nella quale lei, per la prima volta accarezza la mano di lui e inizia a sentire qualcosa. Si tratta di un’incoerenza antropologica perché chi ha declassato la propria sessualità a piacevole esercizio sportivo da praticare appena si incontra un partner adatto, ha perso il valore del dono di se stessa/o, anima e corpo, per un progetto di vita in comune.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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