Non classificato

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
Il film non fa parte di nessuna categoria

LA PARANZA DEI BAMBINI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 17:43
Titolo Originale: La paranza dei bambini
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Claudio Giovannesi
Sceneggiatura: Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi
Durata: 110
Interpreti: Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano Del Balzo, Viviana Aprea, Pasquale Marotta, Aniello Arena, Renato Carpentieri

Nuovi giovani boss prendono il potere del quartiere Sanità di Napoli. Vivono come se avessero cinquanta anni ma il loro cuore e la loro mente ne ha solo quindici.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questo film, che non inventa ma registra un fenomeno reale, è un pugno allo stomaco davanti a ragazzi che conoscono solo il linguaggio delle armi e della sopraffazione, senza che nessuno prospetti loro vite alternative.
Pubblico 
Maggiorenni
Uso normale di droga, alcool e violenza mentre il sesso è suggerito, solo leggermente esplicito in una veloce scena.
Giudizio Artistico 
 
Film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza. Orso d’argento per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Berlino.
Testo Breve:

Un gruppo di adolescenti cerca di prendere il controllo del Rione Sanità perché crede di aver imparato la legge delle armi. Una storia sgradevole ma molto simile al vero

Le regole sono chiare: il potere è per chi sa gestirlo. Per chi ha armi e le sa usare, per chi sa stare al posto suo e non guarda in faccia il debole. Il lavoro e lo studio non sono il futuro per questi quindicenni che dell’amicizia e del rispetto sembrano aver capito tutto. Sfrecciano sugli scooter e vorrebbero entrare nei locali costosi ma non hanno i mezzi economici. Si chiamano con soprannomi Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò, quasi tutti tranne Nicola, il loro capo.

Sognano magliette sportive dispendiose, case kitsch che gridano i soldi che le hanno arredate e orologi costosi. Il presente è troppo difficile e Nicola vuole lavorare, così dice al boss del quartiere Lino Sarnataro, che ha sorpreso lui e i suoi coetanei a rubare orologi nel quartiere protetto da lui.

E se vuole lavorare Nicola, lo vogliono fare anche i suoi amici. Si muove sicuro Nicola, quando sniffa per la prima volta cocaina per saggiare quello che imparerà a tagliare e a vendere. Si muovono sicuri anche i suoi compagni, fieri della guida e del potere che stanno iniziando a guadagnare. Sono talmente fieri che appena il boss Sarnataro viene arrestato insieme ad altri durante la festa del matrimonio della figlia, Nicola non ha dubbi. Spetta a lui il dominio del quartiere. Trova la sua alleanza sempre con il figlio di un ex boss del quartiere e si appropriano, prima maldestramente, poi con ingenua veemenza, di Rione Sanità.

Scacciano i vecchi affiliati di Sarnataro, ricevono armi da un boss agli arresti domiciliari, e dominano.

Sono i soldi quelli che contano per loro. Quelli che non hanno mai avuti, quelli che nel passato li hanno costretti a vivere in pochi metri quadrati di casa, quelli che permettono loro di trascorrere feste notturne con donne. Eppure Nicola, sin dalla prima scena, non riesce a togliere gli occhi di dosso a Letizia, giovane pizzaiola che partecipa a concorsi di Miss Vesuvio. Si innamora, si perde nella sua prima, forse, esperienza d’amore. E contemporaneamente pensa e progetta come ottenere rispetto da quegli adulti che si ritrovano per la prima volta a negoziare con ragazzini armati.

Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini è un film inedito nel panorama italiano. La violenza del potere nei quartieri si veste dell’adolescenza, dell’impulsività decisionale, delle scaramucce per pacchetti di merendine utilizzati dai fratelli piccoli, della tenerezza di una madre giovane che sistema la nuova casa per il figlio. La regia di Claudio Giovannesi dimostra ancora una volta come le storie, anche quelle più ripugnanti, hanno un’umanità da codificare ma non da giudicare. I gesti degli adolescenti sono immorali, ma lo spettatore non li guarda dall’alto in basso. Spera in un’apertura alla speranza, in una vita che deve lottare e vincere sulla morte anche quando le pistole decidono chi merita di stare al mondo e chi no.

È un pugno allo stomaco La paranza dei bambini, che necessita di uno sguardo adulto e consapevole. La fotografia di Daniele Ciprì e le musiche originali accompagnano il film, evidenziandone la grandezza registica. Allo stesso tempo, se tutto è perfetto, dalla regia al cast, dalla fotografia alla musica, c’è qualcosa di lieve, nella seconda parte, che priva, per poche scene, il film della sua efficacia drammaturgica. La sceneggiatura rischia infatti di essere deterministica: i regali generosi al boss e il suo stupore conseguente, le armi lasciate ingenuamente nella grotta, la tracotanza dei nuovi boss quasi mai punita. Sono dettagli, lievi, per un film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THIS IS US (Stagione 3)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 20:08
Titolo Originale: This is us
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Dan Fogelman
Sceneggiatura: Dan Fogelman
Produzione: hode Island Ave. Productions, Zaftig Films, 20th Century Fox Television
Durata: 18 episodi di 40 minuti su Fox Life

Continuiamo a seguire, in questa terza stagione di This is us le vicende dei tre fratelli (due naturali: Kate e Nick e uno adottato: Randall, un afroamericano) nati da Jack e Rebecca, ma anche di questi ultimi continuiamo a ricevere informazioni, attraverso dei flash-back, per quel che riguarda la prima volta che si sono conosciuti. Nella terza stagione, Kate e Toby, ormai sposati, non riescono ad avere bambini a causa el sovrappeso di Kate. Decidono quindi di procedere alla fecondazione in vitro, nonostante siano stati informati dei rischi e delle probabilità molto basse che l’intervento abbia successo. Randall è ormai un professionista affermato, sente l’impegno morale di adottare anche lui una bambina e fa la sua proposta all’adolescente Deja, abbandonata da entrambi i genitori. Kevin si accorge di sapere ben poco del passato di suo padre Jack, morto nell’incendio della loro casa, soprattutto del periodo che lo ha visto coinvolto nella guerra in Vietnam. Viene così a scoprire che suo padre aveva un fratello, Nick, che era stato costretto, pur considerandosi un pacifista, ad andare in guerra secondo la logica del reclutamento per estrazione a sorte che veniva applicata a quei tempi. Jack, di fronte allo sconforto del fratello minore, aveva deciso di arruolarsi come volontario per non lasciarlo solo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial esalta ad ogni puntata il valore degli affetti familiari anche se evita di concepire l’amore come ragione ma solo l’amore-sentimento
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica potrebbe non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi, i litigi e poi le richieste di perdono fra familiari sono ben costruite ma alcuni personaggi tendono a venir definiti solo in base ai loro complessi.
Testo Breve:

La terza stagione continua a raccontare storie di famiglia che potrebbero accadere a tutti noi e lo fa ribadendo il valore assoluto e determinante, per la nostra felicità, dei valori familiari

Jack va dal suo medico curante e gli chiede di tenere in sordina alcune sue imperfezioni fisiche per potersi così arruolare e cercare di raggiungere il fratello in Vietnam. “Voglio stargli vicino: è in difficoltà. Voglio andare dove sta lui: è il mio fratellino. Il mio compito è prendermi cura di lui. Anzi, e’ il mio unico compito. Anni prima, vediamo Jack bambino in braccio al papà, intenti a guardare dai vetri della nursery il fratellino Nick, appena nato. In quell’occasione il padre gli dice “Tuo compito sarà prenderti cura del tuo fratello minore”.

Questo episodio, assieme a tanti altri presenti in questa terza stagione, mette ben in chiaro qual è il tema dominante che porta avanti il serial e che coinvolge indistintamente tutti i personaggi: i legami familiari sono al primo posto e le radici che ci siamo costituiti per nascita dai nostri genitori fanno parte della nostra essenza, di ciò che va assolutamente preservato o ricostituito, se è necessario. Ogni azione e ogni sacrificio è pienamente giustificato quando c’è da aiutare un fratello, un genitore, il coniuge, un figlio.
In altri episodi, che vedono coinvolti Randall e Kevin, viene loro detto che debbono sentirsi orgogliosi di somigliare ai loro padri. Si sviluppa in questo modo una vera e propria religione della famiglia, perché ciò che viene percepito come affetto familare ha valore assoluto al di sopra di tutti gli altri. In questo modo gli affetti familiari costituiscono una sana vocazione alla trascendenza rispetto agli egoismi personali ma non si tratta di trascendenza assoluta, di tipo religioso. Sono rivelatrici di questo atteggiamento gli episodi che raccontano, con toni drammatici, le difficoltà di Kate di restare incinta a causa del suo sovrappeso e la sua decisione di ricorrere alla fecondazione in vitro. I fratelli, la madre, sono contrari a causa dei rischi che l’operazione comporta. Il più diretto è Randall: val la pena correre dei rischi elevati, spendere migliaia di dollari, quando ci sono tanti ragazzi che aspettano di avere una famiglia?  La reazione di Kate è rabbiosa: lei vuole un figlio che abbia le fattezze di lei e di suo marito Toby. Desidera moltissimo avere un figlio suo e questo basta per chiudere il discorso. Randall e gli altri fratelli chiederanno poi scusa e faranno di tutto per aiutarla nel suo proposito. In questo episodio è chiarito cosa si intende per amore familiare: stare sempre vicino e sostenere la persona cara, anche se non si è d’accordo ed è sintomatico che non si cercano categorie di verità superiori che trascendano noi stessi (come sarebbe accaduto se Kate avesse optato per una adozione): conta solo ciò che si sente con forza nel proprio cuore. 
Questo atteggiamento ci porta vicino a un’altra peculiarità di questo serial che finisce per diventare un manifesto dell’emotivismo. Ciò che caratterizza i personaggi di questo serial è ciò che sentono, non ciò che pensano. Prima di tutto sono importanti gli affetti familiari ma però loro “sentono” tante altre cose: complessi dovuti al sovrappeso, instabilità emotive, malinconici ricordi del passato, la mancanza di radici familiari: sono tutte situazioni che influenzano, determinano il loro comportamento. Questa tendenza influenza anche lo stile del racconto, che scivola a volte nel patetismo. Unica significativa eccezione è Randall. Randall è una persona equilibrata, presente a se stesso, non ha vizi, riesce a vedere se stesso e gli altri con lucidità. Nel tentativo di convincere Deja di accettare l’adozione, si era preparato un bel discorso ricordandole che anche lui a sua volta era stato adottato; quando Kate aveva pensato di ricorrere alla fecondazione in vitro, come abbiamo già visto, Randall aveva cercato di farla riflettere sul valore superiore dell’adozione. In entrambi i casi la ragione aveva perso contro le emozioni. A questo punto Randall si era limitato a confermare il suo affetto per loro e, almeno nel primo caso, aveva vinto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

ROMA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/31/2019 - 12:40
Titolo Originale: Roma
Paese: Messico, USA
Anno: 2018
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón
Produzione: Esperanto Filmoj, Participant Media
Durata: 135
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta

Roma narra la storia autobiografica del regista e premio Oscar Alfonso Cuaron. Cresciuto negli anni '70 durante i disordini studenteschi messicani, la sua famiglia viene colta da un evento improvviso che cambierà le loro vite.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia è al centro della storia. Sebbene una famiglia abbandonata dal padre ma molto unita
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Nonostante non ci siano scene di violenza, i lunghi piani sequenza e le difficoltà affrontate dalla protagonista possono essere comprese solo da un pubblico adulto. Una scena di nudo integrale (forse l’unica fuori contesto) più buffa che altro
Giudizio Artistico 
 
Nomination all’Oscar come migliore attrice protagonista Yalitza Aparicio, miglior film, miglior regista, miglior film straniero, sceneggiatura originale miglior attrice non protagonista (Yalitza Aparicio) fotografia, scenografia, montaggio e issaggio sonoro Un capolavoro indiscusso di fotografia
Testo Breve:

Negli anni settanta c'erano le nanny, che si dedicavano anima e corpo alla cura dei bambini che erano loro affidati dalla famiglia ospite. Il film è il racconto autobiografico del regista che ha voluto fare un omaggio alla sua nanny e alla sua capacità di amare

Di questo film se ne è parlato tanto, ancor prima della vittoria al Festival di Venezia, dei premi e dell’uscita nelle sale solo per pochi giorni. Girato con molti attori non professionisti, rappresenta una vera e propria svolta per la distribuzione (e non la produzione come pensano in tanti) affidata a Netflix solo in lingua originale. 
Già dai titoli di testa respiriamo aria retrò, con una secchiata d’acqua che scandisce il tempo che passa inesorabilmente, ma talvolta sembra non passare mai. 
Roma è un quartiere borghese di Città del Messico, paese d’origine del regista. Il personaggio di Cleo, ragazza indigena tuttofare, è basato sulla vera storia di Libo Rodríguez, alla quale il film è dedicato; la donna negli anni settanta ha vissuto con la famiglia del regista messicano.

Un tempo c’erano le Nanny, o da noi italiani chiamate le tate, che si dedicavano anima e corpo ad una famiglia, anche se non era quella d’origine. Niente ferie, nessuna privacy perché la loro casa diventa il luogo di lavoro. Da ragazzine si viene scelte, così come il bestiame, per una nuova vita, che il più delle volte resta quella definitiva.

Agli occhi dei bambini degli anni settanta la Nanny non è una signora delle pulizie né una balia, ma una vera e propria seconda mamma. È lei che sa cosa mangi, come ti addormenti e di cosa hai paura. Lei viene ad asciugarti le lacrime, lei quella che ti abbraccia quando ti fai male. 
Ed è per questo che Roma risveglia in molti di noi qualcosa che ci portiamo dentro, come una vecchia canzone che ci emoziona ogni volta che la risentiamo.

Un film sulle donne come non se ne vedevano da decenni. Sull’infinita capacità di amare, la forza di rialzarsi sempre, anche senza un compagno vicino. È un film sul vero significato della parola resilenza. L’uomo che abbandona la donna fuggendo dalle proprie responsabilità ne esce sconfitto, non è solo una questione di anni settanta. È un film che ha da insegnare tanto anche alle nuove generazioni considerando che, nonostante siamo nel 2019, la mancanza di rispetto per la donna viene ancora data per scontata e si assiste tutt’oggi a fenomeni di maschilismo, in troppi luoghi di lavoro in tutti i paesi, tutti i giorni. Non è un film femminista ma meriterebbe di esserlo poiché rappresenta la voce di chi non può parlare.

Per chi è amante del cinema inevitabile commuoversi davanti lo straordinario lavoro di regia. Catapultati in un film degli anni cinquanta, cullati dalla poesia delle lunghe sequenze, l’inquadratura fissa sul volto della protagonista nei momenti più delicati, la finezza del bianco e nero per raccontare il passato ma con la tecnologia del digitale di oggi. Una sequenza di fotografie da mostra, un incanto per gli occhi per coloro che cercano e sanno riconoscere la vera bellezza (e per chi sa pazientare 2 ore e 15 minuti non sono per tutti soprattutto se il film non viene visto in sala).

Lo straordinario montaggio che accompagna ‘un po’ all’antica’ lo spettatore, senza raccordi di sguardi forzati, ma con la sensibilità di chi ti suggerisce un punto di vista nuovo, il tutto raccolto in scelte di regia ricercate ed eleganti.
Cuarón firma lui stesso la sceneggiatura e definisce Roma il suo film più autobiografico (il 70 percento della scenografia viene dalla sua casa d’infanzia) confermandosi nuovamente un genio della creatività a dimostrazione del fatto che le radici fanno parte di noi, l’arte di saper raccontare con qualcosa che ci ha segnati è solo di pochi artisti.

Roma è un insieme di straordinari bianco neri, guerra e calma, pianto e gioia, uniti da un collante eccezionale che funziona nonostante l’assenza di musica.E per chi pensa che sia troppo pesante, la scena dell’insegnante di arti marziali dimostra come, agli occhi delle donne, forse la perfezione in un uomo non sia sempre affascinante. Così come la storia dell’evoluzione dell’auto di famiglia da simbolo di perfezione noiosa a oggetto di liberazione.

L’attenzione per i dettagli, la scena finale dove, grazie alla scelta del digitale in 6.5 mm ci sembra di essere noi stessi sulla spiaggia, i lunghi piani sequenza, la straordinaria interpretazione di Yalitza Aparicio e la magistrale fotografia fanno di Roma un capolavoro da Oscar.

Come già accaduto nel 2013 per Gravity quest’anno dieci le Nomination ricevute per gli Academy Award 2019: film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista, fotografia, film straniero, scenografia, montaggio e miglior sonoro. Già vincitore di due Golden Globe per miglior regia e film straniero Roma è secondo la critica (Time e Rolling Stone tra i tanti) il miglior film dell’anno. Cuarón regala un film non solo per le donne ma dedicato alle donne. Un viaggio indietro nel tempo ma con lo sguardo e la consapevolezza di oggi.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA FAVORITA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/28/2019 - 16:50
Titolo Originale: La Favourite
Paese: IRLANDA, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Deborah Davis, Tony Mcnamara
Produzione: ELEMENT PICTURES, SCARLET FILMS, FILM4, WAYPOINT ENTERTAINMENT
Durata: 120
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz

All’inizio del 1700 Anna Stuart è regina d’Inghilterra. Sofferente di gotta e di carattere facilmente influenzabile, lascia che sia la sua amica Lady Sarah Churchill a gestire l’agenda politica, in particolare i contrasti fra Whig e Tory in merito alla lunga guerra contro la Francia per la successione spagnola. Un giorno giunge a corte Abigail Masham, cugina di Lady Sarah, un tempo nobile ma ora decaduta a causa dei debiti del padre. Abigail riesce a trovare un impiego come domestica ma ben presto entra nelle grazie della regina, spalleggiata dal deputato tory Robert Harley, che sta cercando un modo per convincere la regina a stipulare un trattato di pace con i francesi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita di corte è solo una spietata lotta di sopraffazione senza esclusione di colpi Secondo l’US Bishops Movie Reviews il film è da considerare morally offensive
Pubblico 
Maggiorenni
Per il cinismo della storia e l’uso strumentale che viene fatto della sessualità, nei rapporti omosessuali ma anche in quelli eterosessuali
Giudizio Artistico 
 
Tre ottime attrici sono magistralmente dirette e il regista riesce nel suo intento di comporre un suo mondo claustrofobico e irreale
Testo Breve:

Intorno ad Anna, regina inglese all’inizio del ‘700, due donne si contendono i suoi favori senza esclusione di colpi. Un film molto ben realizzato e recitato per una storia cinica e spietata

La regina Anna soffriva realmente di gotta e intorno a lei ruotarono due favorite: Sarah e Abigail mentre i Wigs erano propensi a condurre fino in fondo la guerra contro la Francia mentre i Tory volevano terminare questo dispendioso conflitto. I riferimenti storici essenziali sono corretti, ma da qui in poi il regista greco Yorgos Lanthimos non ha avuto alcun interesse a completare una rigorosa ricostruzione storica; ha imbastito invece un mondo tutto suo, dove la lotta per la sopravvivenza, la vendetta e la brama di prevaricazione, sono gli istinti, quasi animaleschi, che agitano le protagoniste.  

Ci sono due temi forti affrontati in questo film: il primo è l’assurdità del potere monarchico: tutto un regno è nelle mani di una donna volubile i cui capricci (o le influenze che subisce), diventano ordini che segnano i destini di tante persone. Chi le sta intorno, come Sarah e Abigail, lusingano, mentono, si prestano anche alle pratiche sessuali richieste dalla regina, perché basta un nulla per passare dalla fortuna alla rovina.

Il secondo è la condizione femminile del tempo: Abigail è stata venduta a quindici anni per saldare i debiti di gioco di suo padre; chi fa parte della servitù si deve aspettare visite notturne di nobili che desiderano possederla; a tutte le donne anche quelle nobili, spettano solo posizioni subordinate nella società, ad eccezione della regina.

Su questi due temi forti, il regista e gli sceneggiatori si sono divertiti, a caricare i toni,(viene in mente Morto Stalin se ne fa un altro di  Armando Iannucci per la satira sferzante e senza appello al potere assoluto): ecco che le figure maschili sono solo delle marionette imbellettate che passano il tempo a scommettere alle corse delle oche o a giocare a tirassegno con le arance contro un uomo nudo; i balli di corte hanno movenze che ben poco hanno di storico ma anche i personaggi femminili vengono stravolti dalle lenti deformanti degli autori: usano un linguaggio sboccato da postribolo, praticano sport cruenti come il tiro a segno a piccioni vivi. Perfino le sontuose sale del palazzo dove si svolge la storia vengono deformate dall’obiettivo fish-eye.

In un contesto così artificialmente modellato, la storia si sviluppa intorno allo scontro fra le due donne per conquistarsi i favori della regina con armi tipicamente femminili: lusinghe maldicenze, falsità ma anche il veleno. E’ in questa occasione che si manifesta la bravura del regista e delle tre protagoniste: i caratteri delle due antagoniste (Emma Stone e Rachel Weisz) escono scolpiti a colori vividi mentre la regina Anna (Olivia  Colman, che ha vinto il golden globe 2019 come miglior protagonista femminile) modella, in un corpo deformato dalla malattie, una creatura instabile, fragile ma a volte dura, con momenti di tenerezza al ricordo dei 17 figli non nati o vissuti pochi anni ma anche con momenti di obiettiva lucidità  quando comprende, al di là dei consigli interessati di chi le sta intorno, ciò che è il vero bene per la nazione.

Non ci sono buoni o cattivi in questo film ma solo una  lotta, per conquistarsi  la sopravvivenza  e poi passare alla sopraffazione dell’altro: un combattimento espressione della visione cinica e pessimistica su come vada il mondo da parte del regista. Un film come Morto Stalin se ne fa un altro usava la maschera dell’ umorismo nero per raccontarci la dura realtà di una dittatura; in questo La favorita  non ci sono risonanze universali ma solo il personale  punto di vista di un artista che non comunica ma esprime se stesso.  Per questo, all’uscita del cinema, pur restando ammirati dalla qualità dell’opera, il film viene ben presto dimenticato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

BENVENUTI A MARWEN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/24/2019 - 18:36
Titolo Originale: Welcome to Marwen
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: Robert Zemeckis
Produzione: Universal, Dreamworks, Imagemovers
Durata: 116
Interpreti: Steve Carell, Falk Hentschel, Eiza González, Leslie Zemeckis

La storia di un eroe contemporaneo. Mark, picchiato fino a perdere la memoria, trova il coraggio di riprendersi la sua vita costruendo una piccola ambientazione stile anni '40 nel suo giardino di casa dove immagina di sconfiggere il nazismo, trovare amicizia e amore. Benvenuti a Marwen.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il coraggio di Mark Hogancamp è il volto di un nuovo eroe che non ha paura di mostrare il suo lato più fragile e vulnerabile al mondo e ci serve da monito per insegnare ai nostri figli che, a volte, non servono i superpoteri per essere dei veri eroi.
Pubblico 
Adolescenti
Azioni violente sia pur in un mondo di fantasia, turpiloquio, alcune tematiche per adulti
Giudizio Artistico 
 
La narrazione tramite bambole è sicuramente un capolavoro di performance capture Inevitabile, e forse anche un po’ troppo extra diegetico, il riferimento a Ritorno al futuro, che fa sorridere piuttosto che combaciare con la trama.
Testo Breve:

La storia vera di un uomo picchiato fino a perdere la memoria, trova il coraggio di riprendersi la sua vita con un po’ di fantasia, una storia raccontata con lo stile visionario di Zemeckis

In un mondo in cui, troppo spesso, le cose vengono classificate bianco o nero il premio Oscar Robert Zemeckis ci ricorda che non è sempre così.

In Benvenuti a Marwen il regista statunitense racconta la vera storia di Mark Hogmancamp, in un contesto fiabesco come solo lui sa fare, raccontando una terribile vicenda come fatto in precedenza con Forrest Gump, ma con la delicatezza di chi narra una brutta storia nel modo più delicato possibile.

Il progetto è curato dallo stesso Zemeckis sin dal 2013 scrivendone il copione con Caroline Thompson (sceneggiatrice di Edward Mani di Forbice e Nightmare Before Christmas) e affidando le musiche ad Alan Silvestri, reso celebre da
Ritorno al futuro.

Steve Carell interpreta Mark un eroe, non di guerra come lui immagina talvolta di essere per sfuggire alle paure generate dall’essere stato quasi ucciso dalla violenza dei pregiudizi, ma un eroe della vita capace di rimettersi in piedi con le sue sole forze perché solo chi è caduto più volte sa quanto sia difficile reinventarsi ricominciando a sperare e a fidarsi del prossimo.

Forse per questo il film non è adatto ad un target esteso, perché solo chi ha l’emotività giusta per cogliere questa piccola morale è capace di apprezzare l’essenza stessa del film.

Una sera un gruppo di ubriachi picchia Hogancamp senza alcun motivo riducendolo in fin di vita e cancellando tutti i suoi ricordi.

È così che Mark si rifugia in un mondo immaginario costruito con le sue mani. A Marwencol, una piccola città belga, Mark diventa il capitano Hogie, un pilota di aerei da combattimento della seconda guerra mondiale. Salvando le sue compagne di avventure, che hanno i volti e i caratteri di amiche reali e lottando contro i nazisti che ritrova il coraggio di affrontare i suoi problemi, fin quando le fotografie delle scene che ritrae non vengono notate da
David Naugle, che le pubblicò su una rivista e poi organizzò insieme a Hogancamp una mostra fotografica a New York facendo conoscere a tutti il suo talento.

La narrazione tramite bambole, oltre ad essere una scelta stilistica originale, è sicuramente un capolavoro di performance capture ricordando a noi adulti quanto ci immedesimavamo nelle storie fantastiche in cui ci rifugiavamo da bambini.

Inevitabile, e forse anche un po’ troppo extra diegetico, il riferimento a Ritorno al futuro, che fa sorridere piuttosto che combaciare con la trama.

Il coraggio di Mark Hogancamp è il volto di un nuovo eroe che non ha paura di mostrare il suo lato più fragile e vulnerabile al mondo e ci serve da monito per insegnare ai nostri figli che, a volte, non servono i superpoteri per essere dei veri eroi.

È solo nel mondo di Zemeckis che realtà e finzione, analogico e digitale, gioco e vita vera, sorriso e pianto trovano il giusto equilibrio.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA COMPAGNIA DEL CIGNO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/22/2019 - 21:54
Titolo Originale: La compagnia del cigno
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Ivan Cotroneo
Sceneggiatura: van Cotroneo, Monica Rametta
Produzione: Indigo Film, Rai Fiction
Durata: 12 puntate di 50 min su RaiUno e RaiPaly
Interpreti: Alessio Boni, Anna Valle, Leonardo Mazzarotto, Fotinì Peluso

Matteo è ancora sconvolto dal terremoto che ha devastato la sua città, Amatrice, che ha causato la morte di sua madre e decide di iscriversi, a metà anno, al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Molto presto fa la conoscenza con il professore direttore d’orchestra Luca Marioni, detto anche il “bastardo” per i suoi modi rudi di trattare i ragazzi. Il professore comprende subito le grandi doti del ragazzo e sollecita i suoi migliori allievi a fare esercitazioni extra assieme a Matteo in modo che possa integrarsi pienamente nell’orchestra. Matteo inizia così a conoscere i suoi nuovi compagni e presto amici e scopre che ognuno di loro ha, come lui, da superare qualche grave problema…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sette ragazzi, ognuno con il suo problema, riescono a trovare conforto dalla solidarietà degli altri e a impegnarsi nella loro vocazione musicale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di rapporrto intimo coniugale, affettuosità fra persone con inclinazione omosessuale. Una sottile ironia sulla volubilità e precarietà dei rapporti fra omosessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il serial beneficia della freschezza di ragazzi e ragazze esordienti davanti alla telecamera e bravi a suonare ma la sceneggiatura tradisce i suoi meccanismi volti a creare drammi e problemi che debbono continuamente esser superati.
Testo Breve:

Sette ragazzi del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, un professore arcigno che nasconde un segreto, sono i protagonisti di questo serial che attrae grazie alla spontaneità dei giovani ma eccede nell’uso di risvolti drammatici per alimentare il racconto

Matteo ha perso la madre durante il terremoto ad Amatrice e a causa di  quel trauma è rimasto psicologicamente instabile; il professor Marioni, ha perso la figlia ancora bambina in un incidente d’auto (ma c’è dietro qualche mistero) e ciò lo ha reso duro con i ragazzi, un vero “bastardo” mentre  sua moglie Irene ha abbandonato il suo lavoro al conservatorio e non è più riuscita a tornare a casa; Robbo e la sua sorellina apprendono con dolore che i loro genitori si stanno per separare; Rosario, di quindici anni, il più piccolo della compagnia, vive con dei  genitori adottivi perché sua madre è una tossicodipendente; Sara è una ipovedente e per questo può suonare solo come solista senza far parte dell’orchestra; Barbara è costretta a frequentare sia il liceo classico che il conservatorio per soddisfare le ambizioni di sua madre; Sofia soffre per  le sue taglie ampie, che sono oggetto di derisione da parte delle sue compagne; solo Domenico sembra un ragazzo senza problemi (ma vive solo con suo padre e questa situazione potrebbe avere degli sviluppi..). A questi ragazzi occorre aggiungere Giacomo, intorno al quale si cela un mistero: pare che sia stato il maestro Marioni a procurargli un tracollo nervoso e da quel momento non si è fatto più vivo in conservatorio…

Con questo accumulo di disgrazie, di problemi, più un paio di segreti da svelare, dodici puntate di un serial possono benissimo venir imbastite; è sufficiente che ogni puntata si focalizzi su uno dei ragazzi. Nascono anche, com’è naturale, delle attrazioni amorose fra ragazzi e ragazze del conservatorio ma neanche a dirlo, sono attrazioni che non si incrociano e occorre del tempo perché si indirizzino nella prevedibile direzione.

A questa debolezza strutturale, che riduce la credibilità del racconto, si contrappongono alcuni atout importanti: l’ambientazione nel solido conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, che esprime un contesto dove bravi ragazzi sentono di avere una precisa vocazione e si impegnano a realizzarla; la bellezza della musica classica ma anche di quella moderna, perché a ogni puntata uno dei ragazzi si esibisce in un a solo secondo lo stile instaurato in Glee. Non da ultimo molte belle inquadrature di Milano, non solo del centro storico ma del gettonatissimo albero verticale e i tre grattacieli di City life. 

Potrebbe apparire un bilancio alla pari ma gli ottimi indici di ascolto denotano che c’è qualcos’altro che gli spettatori hanno colto; è prevedibile che si tratti proprio della simpatia dei giovani protagonisti, scelti abilmente fra ragazzi che sanno realmente suonare, la maggioranza dei quali si sono trovati per la prima volta davanti a una telecamera.

Il messaggio che si vuole trasmettere con questo serial è molto chiaro ed è lo stesso che è stato trasmesso in Braccialetti rossi: fra ragazzi uniti da una grave malattia, o hanno in comune la passione per la musica,  i drammi personali vengono affrontati  proprio con il  confrontarsi, il condividere, con l’aiutarsi a vicenda.

Si tratta di un messaggio sicuramente positivo ma resta il dispiacere che per sviluppare questa tesi è stato necessario avviare un meccanismo che si alimenta con un accumulo di sventure e con personaggi stereotipati. Siamo lontani dalla fattura di Un’amica geniale, dove si partecipa alla maturazione progressiva (ma anche alle cadute) di due ragazze complesse quanto lo sono quelle reali, che reagiscono di volta in volta alle situazioni della vita con sfumature sempre diverse.  Gli ultimi serial intorno agli adolescenti non sembrano aver  trovato la formula giusta: come sono stati eccessivi quelli di Baby, di Tredici e di Elite nell’occuparsi in modo irressponsabile del qui e ora senza aver voglia di costruirsi un futuro, i ragazzi di La Compagnia del cigno eccedono nella direzione opposta: cupi e seriosi restano schiacciati dai loro problemi  e non hanno quel guizzo, che è loro caratteristico, di sentirsi  a volte felici e un po’ pazzi semplicemente perché sono giovani.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/17/2019 - 12:07
Titolo Originale: L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fabrizio Costa.
Sceneggiatura: Marco Bonini, Edoardo Leo, Giacomo Bisanti e Matteo Visconti
Produzione: Pepito Production
Durata: 120 su RaiPlay
Interpreti: Vanessa Incontrada, Ricky Memphis, Marco Bonini, Chiara Ricci, Elisa Visari, Edoardo Pagliai

Primo e Michela sono due ragazzi quindicenni, amici da quando erano piccoli (i loro genitori si conoscono da anni). Una mattina a scuola scoprono una novità: la loro classe fruirà di un corso sperimentale di educazione sessuale ed è previsto anche il coinvolgimento dei genitori. Durante un pranzo con le due famiglie riunite, i ragazzi mostrano il questionario che debbono compilare assieme ai genitori. Parlare di un tema così delicato destabilizza ulteriormente Michele e Sabrina, i genitori di Michela che sono sull’orlo del divorzio per via dei continui tradimenti di lui ma anche Corinne e Pietro, i genitori di Primo, stanno vivendo un momento critico perché lei è insoddisfatta per le scarse attenzioni del marito. Michela comprende che i genitori stanno pensando soprattutto a loro stessi e provocatoriamente dichiara che lei e Primo hanno deciso di fare sesso insieme. La notizia si sparge presto anche fra i compagni di classe e adesso i due ragazzi hanno tutti gli occhi puntati su di loro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta con serietà il tema dell’educazione sessuale che non può prescindere dall'educazione sentimentale ma certe conclusioni sono fataliste, soprattutto per quel che riguarda il divorzio
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene il tema proposto e gli attori si comportano secondo lo standard atteso da una commedia all’italiana
Testo Breve:

Nessuno dà molta retta, nemmeno i genitori, a due quindicenni che a questo punto dichiarano ufficialmente di voler fare sesso insieme. Uno spunto per trattare, con serietà il tema dell’educazione sentimentale

“Voi siete la prima generazione ad avere un accesso totale e gratuito alla pornografia” dichiara la professoressa alla sua prima lezione di educazione sessuale.  In effetti questo film TV, L’amore, il sole e le altre stelle” trasmesso su RaiUno all’interno della serie Purché finisca bene 3, ora disponibile su RaiPlay, tratta un tema di indubbia attualità.

E’ lo stesso tema che viene affrontato nella serie di Netflix  Sex Education ma in questo caso si tratta di una parodia sul tema, in una scuola dove ormai, o l’educazione non serve più perché i ragazzi praticano rapporti sessuali  da anni, nelle forme di un esercizio  sportivo  oppure c’è qualcuno, soprattutto fra i maschi, che ancora non ha varcato la fatidica soglia e allora la situazione è grave, bisogna ricorrere a un sessuoterapeuta.

Il film italiano affronta il tema con maggiore serietà e mostra come gli stessi ragazzi hanno compreso che più che di educazione sessuale c’è bisogno per loro di educazione all’affettività.

Nel film si alternano momenti trascorsi in aula dove si ascoltano le lezioni della professoressa ad altri dove possiamo seguire l’evolversi del rapporto fra i due ragazzi e dei genitori fra di loro, con frequenti rimandi fra ciò che viene dichiarato in teoria e ciò che si sviluppa realmente.

L’insegnante propone ai ragazzi principi molto validi, soprattutto quando sottolinea l’importanza del rispetto reciproco e del non fare niente senza comune accordo, ma poi non riesce ad andare oltre, al valore superiore della persona che esercita la propria sessualità e si ferma a osservazioni scientifiche sul comportamento degli animali ( è la femmina che sceglie il partner; il maschio è sempre tendenzialmente poligamo,….

Al contempo anche i genitori hanno poco da insegnare ai ragazzi, anzi sono proprio Primo e Daniela a sgridarli, perché percepiscono, più di loro, le istanze morali che vanno rispettate nel rapporto a due. Daniela rimprovera il padre che continua fare il farfallone con altre donne perché deve prima di tutto, al di là dei suoi desideri, rispettare sua madre. Primo fa riflettere suo padre, che ritiene giusto, per salvaguardare il matrimonio, rinunciare alle proprie passioni: “se tu ami una persona non voglio che tu rinunci a qualcosa perché più rinunci e meno sei te stesso”.

I due ragazzi restano quindi da soli a riflettere su un tema così impegnativo ma l’età li protegge ancora da un serio coinvolgimento emotivo e ormonale. E’ proprio Primo a dare alla professoressa la migliore risposta  sul tema della poligamia naturale: “l’amore ti fa essere fedele perché l’altro diventa, per te,   un essere speciale e se va con tutti vuol dire che io non valgo niente”

Alla fine le conclusioni degli autori, nonostante i buoni messaggi, sono alquanto fataliste: non c’è stabilità nei rapporti amorosi, per i grandi come per i giovani, ci si attrae e ci si respinge compulsivamente in uno stato di perenne instabilità. Negativa anche la conclusione sulla necessità del divorzio anche quando fra due persone che si  amano, sarebbe sufficiente un maggiore impegno per controllare le proprie debolezze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

BLACK MIRROR: BANDERNATCH

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/14/2019 - 16:43
Titolo Originale: BLACK MIRROR: BANDERNATCH
Paese: Regno Unito, Stati Uniti d'America
Anno: 2018
Regia: David Slade
Sceneggiatura: Charlie Brooker
Produzione: Netflix
Durata: variabile
Interpreti: Fionn Whitehead, Will Poulter, Asim Chaudhry

Inghilterra, 1984. Stefan è un giovane programmatore di videogame. Si mette in contatto con un’importante società del settore per proporle un nuovo tipo di gioco dove l’utente sceglie di volta in volta gli snodi cruciali della vita dei personaggi. L’idea piace ma vengono concessi a Stefan solo quattro mesi per completare lo sviluppo. Il ragazzo si chiude in casa per lavorare giorno e notte ma incontra molte difficoltà tecniche e inoltre il suo equilibrio psichico è fragile: soffre ancora della perdita della madre, avvenuta quando lui era piccolo a causa di un incidente di cui si sente in parte responsabile. Non gli sono di aiuto né il padre né le sedute con una psicologa. Si rivolge quindi a Colin, un giovane ideatore già milionario perché ha realizzato un videogame di grande successo. Colin gli espone le sue teorie: viviamo in mondi dove ciò che accade in uno è complementare a ciò che accade nell’altro: non esiste il libero arbitrio ma tutto è stato predeterminato…(questa non è la trama del film ma uno solo dei suoi possibili percorsi…)

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film, in tutte le sue ramificazioni, è pervaso da una visione pessimistica dell’uomo, soggetto a un fato imprevedibile, incapace di esercitare il proprio libero arbitri
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena può impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Senz’altro interessante e foriero di nuovi sviluppi questo primo esperimento di cinema interattivo: peccato che non c’è una vera alternativa perché tutte le ramificazioni replicano le idee dell’autore
Testo Breve:

Esperimento interessante della Netflix che lascia allo spettatore la libertà di scegliere fra le possibili ramificazioni della storia Un esperimento perfettibile perché non si tratta di scelte ancora condizionate dalle idee dell’autore

Stefan sta lavorando da ore davanti al computer senza ottenere risultati apprezzabili. Il padre lo incalza, invitandolo a smettere e a concedersi una pausa. A questo punto, nella parte bassa del video, lo spettatore è invitato a scegliere: a) Stefan si alza e urla al padre; b) Stefan, esasperato, versa il tè caldo sulla tastiera provocando un corto circuito che distrugge tutto il lavoro fatto fino a quel momento.

Il racconto avanza in questo modo, e lo spettatore (giocatore?) diventa un protagonista attivo della storia perché grazie al collegamento via Internet, le sue scelte vengono recepite e il racconto avanza lungo il ramo da lui scelto, fino al prossimo bivio. Ciò non poteva accadere nel film per le sale Sliding Doors del 1998 che aveva già sperimentato lo sviluppo del racconto lungo due percorsi narrativi alternativi, senza ovviamente poter coinvolgere lo spettatore nelle scelte.

Il coinvolgimento dell’utente è in effetti elevato e inevitabilmente ogni scelta comporta una perdita, perché ci si chiede cosa sarebbe successo nell’altro ramo del racconto. Si può sempre decidere di non scegliere nulla e in questo caso il film avanza spontaneamente secondo un tempo standard di 90 minuti. In questo caso si arriva a uno solo dei 5 finali possibili mentre le ramificazioni sviluppate sono in tutto 250.

I due creatori Charlie Brooker e Annabel Jones sono gli stessi della serie Black Mirror, anch’essa programmata su Netflix. La fiction, ambientata nel futuro, ma in realtà ispirata al mondo di oggi, è incentrata sui problemi di attualità e sulle sfide poste dall'introduzione di nuove tecnologie, in particolare nel campo dei media.

Il tema trainante è il continuo incrociarsi fra realtà e finzione, che finiscono per avere la stessa rilevanza per i protagonisti. Si tratta di un tema già affrontato in altri lavori a partire dalla famosa domanda “pillola rossa o pillola blu?” di Matrix  e poi ripresa per il mondo dei videogiochi in ExiStenz, dei serial  televisivi in The Truman Show, nei sogni dentro i sogni in Inception e negli effetti di pillole allucinogene in Maniac.

I lavori di Brooker e di Jones manifestano però sempre

una visione pessimistica del nostro destino: siamo schiavi di un fato che domina le nostre esistenze, il libero arbitrio non esiste e il fare o non fare qualcosa è pertanto del tutto indifferente. E’ questo il vero aspetto negativo di questo esperimento: la tecnica che consente di coinvolgere lo spettatore è senz’altro interessante ma si tratta di una responsabilità fittizia perché chi decide realmente è sempre l’autore, che impregna delle sue idee tutte le alternative possibili.

Ben più interessante sarebbe una formula che preveda ramificazioni realmente alternative, magari intorno a temi etici fondamentali e che i rami possibili fossero sviluppati da autori diversi con idee diverse.

Resta da farsi un’ultima domanda: Netflix riceve e quindi può registrare, le nostre preferenze lungo tutti i rami della storia: di tratta di un altro caso di perdita della propria privacy?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/14/2019 - 16:18
Titolo Originale: Vice
Paese: Usa
Anno: 2018
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Adam McKay
Durata: 132
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Sam Rockwell, Steve Carell, Jesse Plemons, Tyler Perry, Alison Pill;

L’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, dal nativo Wyoming ai corridoi del potere di Washington, animato da un’insaziabile sete di potere e sostenuto dalla leale moglie Lyanne…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il ritratto di un genio del male, dove il male è descritto come male. Spetta all’autore la responsabilità di averci, in coscienza, fatto un ritratto onesto del personaggio
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e immagini di torture e violenze
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione Christian Bale ma il film non riesce a focalizzare le più intime motivazioni del protagonista, i meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé,
Testo Breve:

L’autore di The Big short ci racconta l’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, un racconto, forse di parte, dell’insaziabile sete di potere di questo personaggio che ha molto pesato sulla scena politica americana.

Con lo stesso stile brillante e ironico, a metà tra la fiction e il documentario, utilizzato nel suo precedente film The big short, per raccontare un argomento complesso come la crisi dei mutui subprime, Adam McKay questa volta prova a trovare un chiave di accesso ad uno dei personaggi più decisivi e insieme misteriosi della storia politica americana recente, Dick Cheney.

Un film dichiaratamente “di parte”, tanto che McKay si para dalle accuse di una visione troppo liberal affrontando la questione in uno degli inserti para-documentaristici in cui mette in scena degli ipotetici focus group come quelli usati dai veri politici per interpretare e dirigere l’opinione pubblica su argomenti spinosi come la guerra in Iraq. Infatti, la pellicola negli Usa ha diviso il pubblico e non ha replicato il successo del precedente, anche se si è guadagnato sei nomination ai Golden Globe (Christian Bale con la sua eccellente e camaleontica performance nei panni del protagonista si è portato a casa il premio) e sicuramente attirerà l’attenzione anche agli Oscar.

Accanto a Bale, in un cast all star (che dovrebbe in parte aiutare il pubblico a orizzontarsi nella miriade di personaggi dell’arena politica americana che intersecano il percorso di Cheney, a volte solo per una scena o due) spicca Amy Adams, nei panni della consorte Lyanne, fondamentale per la discreta ma costante ascesa del consorte, leale, spietata e dominata da un’ambizione che può realizzare solo per interposta persona. Una sorta di Lady Macbeth all’americana, insomma, come non troppo sottilmente suggerisce anche il regista mettendo in scena un immaginario dialogo “alla Shakespeare” nel momento di una delle decisioni cruciali nella vita della coppia.

È uno dei pochi momenti di quasi trasparenza per un personaggio che resta nonostante gli sforzi straordinariamente opaco, i cui meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé, il film non riesce (e forse colpevolmente non prova nemmeno) a focalizzare.

Da ex studente universitario ubriacone e senza ambizioni, che solo l’ultimatum della fidanzata porta a un cambio di rotta, a “stagista” del congresso, pronto a seguire le orme di uno spregiudicato Ronald Rumsfeld (Steve Carell), senza apparenti reali convinzioni a parte il perseguimento di un ruolo all’interno dell’establishment (il film lascia intendere che anche l’opzione repubblicana sia più che altro una scelta di comodo all’interno dell’amministrazione Nixon), di Cheney fino ad un certo punto non si intuiscono doti o abilità eccezionali, se non l’abilità di “spararle grosse” sembrando sempre ragionevole.

Sinceramente pare troppo poco per giustificare una carriera politica che attraversa quattro decenni e trova il suo coronamento in una vicepresidenza totalmente sui generis: di fatto Cheney ottiene da un ingenuo George  W. Bush junior (Sam Rockwell, mimetico, ma per ragioni di scrittura assai meno convincente di quanto lo fu Josh Brolin nel biopic di Oliver Stone dedicato al presidente repubblicano) un potere inaudito per una carica fino ad allora considerata un niente e la gestisce con spregiudicatezza per ricambiare favori a vecchi amici e per potare a termine un progetto a lungo covato, quello con quello della guerra in Iraq.

A parte l’evidente devozione alla famiglia (se il sostegno della moglie è fondamentale per la sua scalata, Cheney si dimostra incrollabilmente leale oltre che a lei anche alla figlia Mary, dichiaratamente omosessuale, per cui si rifiuta di sostenere le posizioni di Bush rispetto ai matrimoni gay), Cheney resta però un mistero, mentre la quantità di argomenti portati in campo e la velocità con cui gli altri personaggi entrano ed escono dalla storia non aiuta il pubblico a trarre qualche conclusione più specifica che non sia che l’uomo sia stato un discreto genio del male.

Un’opinione con cui per altro molti degli spettatori si saranno già avvicinati al film, che rischia quindi di “predicare ai convertiti” perdendo l’occasione di un affondo umanamente più intrigante anche se rischioso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/05/2019 - 19:24
Titolo Originale: Van Gogh - At Eternity's Gate
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA, USA
Anno: 2018
Regia: Julian Schnabel
Sceneggiatura: Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière
Produzione: ICONOCLAST, RIVERSTONE PICTURES, SPK PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh: l’amicizia con Paul Gauguin, il legame con il fratello Theo, la chiusura nel nosocomio di Saint Rémy fino alla morte

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di entrare nel cuore e nell’anima di questo pittore tormentato, parzialmente riuscito
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene forti prima del ricovero in nosocomio
Giudizio Artistico 
 
Premiato all’ultimo festival di Venezia per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non riesce a creare una storia compatta ma gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente quello che invece andava lasciato alla poesia della creazione e alla fragilità dell’immaginazione di un artista
Testo Breve:

La macchina da presa del regista  Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh e lo spettatore si sente come parte del suo processo creativo ma il film eccede nel suo didascalismo

Van Gogh, il pittore che in pochi anni di vita, ha lasciato innumerevoli disegni e tavole, non vendendone alcuno prima della morte, ha un fascino senza tempo. I suoi quadri riempiono l’immaginario di artisti da oltre un secolo. Eppure quando di fronte si ha un pittore come Van Gogh è difficile pensare che possa essere realizzato un lungometraggio capace di restituire l’arte, l’inquietudine, la solitudine e la pazzia. E sulla scia di questa difficile riproducibilità, che può avere come primo limite la didascalia, Julian Schnabel tenta con Van Gogh - Sulla Soglia dell’eternità questo difficile compito. Lo sapeva Schnabel, il regista conosciuto in Italia per Lo scafandro e la farfalla, che prima di arrivare alla macchina da presa ha lavorato e continua a farlo come pittore. E poteva tentare la sfida che questo lungometraggio comporta, forse solo lui, artista e regista, che ha esordito al cinema nel 1996 con un film su Jean-Michel Basquiat, il graffitista più famoso del nostro secolo.

Se si pensa al titolo originale si comprende il cuore dell’operazione filmica di Schnabel. Infatti il nome di Van Gogh non è presente, c’è solo At Eternity’s Gate, che è stato lasciato nel titolo italiano però con un’aggiunta: il titolo completo è Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità.

Scelto in competizione a Venezia e premiato per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non ha le caratteristiche tipiche di un biopic o di un documentario come lo sono stati Loving Vincent o Van Gogh tra il grano e il cielo. Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità é uno sguardo sull’uomo inquieto, sul pittore che dipinge il mondo e lo fa anche se incompreso dai contemporanei del suo tempo. La musica invade le immagini (forse uno dei difetti stilistici imperdonabili del film) e Van Gogh, ormai pittore trentaduenne, lascia l’Olanda e a Parigi in un bar  incontra Paul Gauguin (Oscar Isaac), l’amico con il quale condividerà costanza e passione per i soggetti da dipingere. Scena dopo scena assistiamo a un racconto emotivo: i girasoli, le donne, gli autoritratti, la luce, entrano nella scena. Colpiscono gli spettatori che si sentono parte del processo creativo. E poi i dettagli si contestualizzano: il soggiorno nella cittadina di Arles, il taglio dell’orecchio (dovuto a un innamoramento?) la degenza al nosocomio Saint Rémy, e la morte ad opera di due giovani ladri nel 1890. Tutti elementi che sono stati ripresi dal carteggio corposo tra il pittore Vincent e il fratello Theo (Rupert Friend nel film), proprietario di una galleria d’arte, e dal libro Van Gogh The Life che rinuncia all’episodio del suicidio e rilancia la tesi dell’omicidio dell’artista.

La macchina da presa di Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh. E si distanzia solo quando lui non è soggetto unico della scena. Nei dialoghi con il fratello che ha finanziato sempre Vincent, nel confronto con i medici (tra cui Mathieu Almaric) il film sembra prendere un’altra strada: quella della spiegazione di cosa sta accadendo al pittore fino a diventare una sterile contrapposizione quando Van Gogh dialoga con il prete (il danese Mads Mikkelsen). E se si intravvede quella mano che ha saputo restituire forza nella malattia (come ne Lo Scafandro e la farfalla) il limite del film è non riuscire a creare una storia compatta in cui gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente (lo si intuisce anche dall’inquadratura fissa della macchina da presa in molti dei dialoghi), e distolgono lo spettatore dalla poesia della creazione e dalla fragilità dell’immaginazione di un artista, tenuto in vita dall’affetto del fratello, che meritava più comprensione e più appoggio da chi lo circondava.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |