Non classificato

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Il film non fa parte di nessuna categoria

NOMADLAND

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/09/2021 - 08:24
Titolo Originale: NOMADLAND
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Chloé Zhao
Sceneggiatura: Chloé Zhao
Produzione: Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions
Durata: 107
Interpreti: Frances McDormand, David Strathairn, Linda May

Fern, dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava e dopo la perdita del marito a seguito di una lunga malattia, parte con il suo van (che chiama Avangard) per vivere da nomade fra le pianure e i deserti più sperduti d’America. Per qualche breve periodo lavora, poi riparte per esplorare nuovi luoghi e conoscere nuove persone, le loro storie, i loro sogni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone ferite negli affetti o colpiti da una sorte avversa cercano di aiutarsi a vicenda e fare comunità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una storia un po’ triste non adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un poderosa Frances McDormand (al suo terzo Oscar) guida la storia ma la regista e sceneggiatrice Chloé Zhao ha saputo costruire panorami, incontri, eventi in perfetta assonanza con i suoi gesti discreti, con la sua trattenuta maliconia, uno spleen che pervade tutta la narrazione
Testo Breve:

La crisi del 2008 ha portato tante persone a vivere di nomadismo cercando lavoro dove capita. Fra loro c’è anche Stern, una donna che ha perso il marito. Un viaggio alla ricerca di ciò che è essenziale per vivere, nella materia come nello spirito. In Sala e su Disney+

“I’m not homeless, I’m houseless” (si potrebbe tradurre “non sono una senza tetto, sono senza casa”): una battuta che in italiano perde la sottile sfumatura che la lingua inglese riesce a dare nel distinguere home (la casa intesa come luogo degli affetti e delle relazioni familiari) da house (la casa come edificio in muratura), ma che nel film è di fondamentale importanza. Il lungo viaggio della protagonista, infatti, è segnato proprio di incontri con numerose persone e con le loro storie. Un viaggio su strada che diventa metafora della vita: non esistono addii per sempre… ci vediamo lungo la strada si sente dire Fern da Bob, un uomo che come lei ha fatto del nomadismo la sua vita e ha radunato attorno a sé molte persone che hanno fatto la sua stessa scelta.

Un film meritatamente pluripremiato: tre Oscar (miglior film, miglio regia, miglior attrice protagonista), Leone d’Oro al Festival di Venezia (miglior film), due Golden Globe (miglior regia e miglior film drammatico) solo per citare i più famosi.

Basato sul libro reportage della giornalista Jessica Bruder, lo stile di regia è quasi documentaristico. Se la protagonista, la bravissima Frances McDormand (che con questo film si aggiudica il suo terzo premio Oscar), è un’attrice professionista, molte delle persone da lei incontrate invece sono dei veri “nomadi” statunitensi. Non è stata una scelta la loro, ma le circostanze della grande recessione del 2008 li ha costretti a questa vita: qualche sporadico lavoretto per mettere da parte qualcosa, un van che diventa una casa con poche cose essenziali, le intemperie che possono essere un serio problema di sopravvivenza, i guasti tecnici che mettono seriamente in crisi l’esito degli spostamenti.

Una vita dura che porta a dissimulare i propri sentimenti: significativo come in pochissime situazioni venga mostrata la commozione di un saluto o l’emozione nel raccontare la propria storia. Un’apparente serenità campeggia sempre sui volti dei personaggi, quasi a non voler mostrare la tanta sofferenza del cuore.

I numerosi primi (o primissimi) piani e i dialoghi commossi danno allo spettatore un grande senso di partecipazione alle storie che si sentono raccontare: vite di persone che hanno visto infrangersi il loro sogno americano e che hanno fatto dei van le loro case e delle vaste pianure i loro luoghi d’incontro e di condivisione.

Non solo la regista e la protagonista, ma anche la maggior parte delle persone di cui conosciamo la storia sono donne: sole, con esistenze complesse e cariche di sofferenza, ma resilienti, belle non perché particolarmente attraenti ma perché ricche di una femminilità e di un’interiorità che emergono in ogni loro azione e in ogni loro dialogo.

Anche il tema della morte trova ampio spazio nel racconto: trattato sempre con grandissima delicatezza, pur nella sua drammaticità. Persone care morte nel passato: Bo (il marito di Fern), il figlio di Bob Wells, la moglie di Dave… ma anche il pensiero che la propria morte sarà l’occasione per continuare il proprio viaggio e incontrare di nuovo le persone salutate lungo la strada.

Fotografia e colonna sonora elevano ulteriormente la qualità pellicola. I paesaggi e un commento musicale sempre discreto permettono di apprezzare ancora di più le vicende narrate: numerose le panoramiche delle pianure statunitensi in momenti particolari della giornata, con colori vivaci e luminosi. Interessante la scelta di mettere orizzonti sempre interrotti: catene montuose, foreste, … “ostacoli” che chiudono la visuale. Uno sguardo che è sempre limitato, che non può abbracciare tutto. Forse, un po’ come le decisioni della protagonista: il desiderio di mantenere la propria indipendenza e libertà, l’abbracciare come stile di vita quella che inizialmente è stata una scelta obbligata, la portano presto a fare i conti con i limiti stessi di questo stile di vita. Per poter restare quello che è, paradossalmente, deve rinunciare a tutto, anche a degli affetti (la proposta che la sorella le fa di vivere in casa sua, la proposta di Dave, un altro nomade che desidera tornare a piantare radici e rifarsi una vita insieme con lei).

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NUDES

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/06/2021 - 15:33
Titolo Originale: Nudes
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Laura Luchetti
Sceneggiatura: Emanuela Canonico
Produzione: NRK, Barbosa Film
Durata: 10 puntate di 20'
Interpreti: Fotin Peluso, Anna Agio,

Vittorio, di diciotto anni, è un ragazzo vincente. Di famiglia agiata, aspirante architetto, è stato nominato direttore di un progetto scolastico e guida con grande carisma i suoi compagni di scuola e ha un ottimo rapporto con la fidanzata. Un giorno viene convocato dal commissariato di polizia: è accusato di aver registrato e diffuso in rete, un rapporto sessuale dove era implicata una minorenne… Sofia ha sedici anni e a una festa incontra Tommaso, il ragazzo che da tempo le piace. In un casolare isolato nel giardino della villa dove si svolge la festa, hanno un rapporto amoroso ma il giorno dopo la loro intima relazione è sui cellulari di tutti i compagni di classe…. Ada ha quattordici anni: soffre per non essere spigliata e disinvolta come le sue compagne e accetta di iniziare una chat con un ragazzo conosciuto in un sito di appuntamenti. Sedotta dalle lusinghe del ragazzo, finisce per aderire alla richiesta di fotografarsi senza vestiti ma il giorno dopo quella foto fa il giro della rete…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial svolge molto bene il compito di evidenziare le deleterie conseguenze del revenge porn anche se si pone in modo acritico verso altri comportamenti leggeri
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Una scena di unione sessuale con nudità. Abuso di alcool, turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Alla sceneggiatrice e alla regista va il merito di aver ricostruito personaggi che ci appaiono veri nella loro sensibilità ferita in diverse realtà adolescenziali e aver ben sviluppato le conseguenze psicologiche che debbono sostenere le vittime ma anche i carnefici
Testo Breve:

Tre storie dove le riprese di incontri intimi o di nudità portano alla distruzione del rispetto verso la vittima. Un ottimo strumento per approfondire gli effetti deleteri del revenge porn. Su Raiplay

Tre storie fra loro non collegate, dieci puntate di venti minuti su Raiplay per parlare di Revenge Porn e mostrare le sue devastanti conseguenze.

Anche se nel primo racconto c’è la convocazione in questura di Vittorio perché maggiorenne, utile per ricordare che ci sono anche conseguenze penali,  in tutte e tre le storie l’attenzione è posta sugli effetti devastanti che subisce la vittima, nella perdita della stima dei compagni, nella perdita di stima in se stessa, ma anche la presa di coscienza del male compiuto da parte di chi ha commesso quel gesto.  Un gesto facile da compiere: in fondo tutti hanno sempre un cellulare a portata di mano e basta un impulso di invidia, di ripicca, di incosciente esibizione per trasformare una persona in un corpo da guardare.

Nelle tre storie vengono ricostruiti con molto realismo tre ambienti di adolescenti che vivono nella periferia bolognese: c’è il giro di amici, compagni di progetto, intorno al carismatico Vittorio e alla sua ragazza; quattro amiche un po’ pazzerelle, fra cui Sofia, che cercano solo di trovare motivi di divertimento; infine Ada e Claudia, più piccole, ancora in bilico fra il dare valore prioritario all’amicizia fra compagne e l’interesse crescente verso i ragazzi. Per tutti, la tragedia è progressiva: Vittorio di fronte allo sgretolarsi del piedistallo che si è costruito sopra gli altri, cerca all’inizio di difendersi mentendo e forse accettando, come gli propone il padre e l’avvocato, di gettare discredito sulla ragazza di cui ha violato l’intimità ma poco a poco, man mano che le persone a lui più care si allontanano, riesce ad abbattere le mura difensive che si è ricostruito. Comprende quello che è realmente: un bambino viziato che vuole tutto e si dispiace quando non l’ottiene. Cos’ spogliato di ogni sovrastruttura, riesce a mettere a nudo la propria coscienza: riesce così a dire la verità e chiedere perdono ma il male che ha compiuto è ormai entrato troppo in profondità.

Il racconto di Sofia è più privato, si muove all’interno del circuito delle amiche e dei compagni di scuola e mentre per lei, fra battute e sguardi maliziosi, entrare ogni mattina in aula è diventato un inferno, la sua vicenda (in effetti è la meno interessante) si colora di giallo e si concentra sulle indagini che lei svolge per comprendere chi sia stato e quale sia il movente.

Infine c’è l’episodio di Ada, molto ben interpretata da Anna Agio, forse il meglio riuscito, dove cogliamo le incertezze di una ragazza naturalmente schiva e onesta ma che al contempo non vuole restare indietro alle sue amiche più disinvolte. Dopo che il fatto è accaduto, partecipiamo al suo discendere lungo una spirale negativa pur di  evitare di rilevare la sua debolezza: sembrano non aver fine le bugie che deve continuamente dire, il suo abbassarsi a rubare soldi  per rispondere a un ricatto, fino a trasfigurare la sua originale identità.

C’è un aspetto che unifica questi racconti: il rapporto dei ragazzi e delle ragazze con i loro genitori, gli insegnanti e il modo con cui vogliono divertirsi. Siamo abituati, dopo tanti teen drama d’oltreoceano, a vedere nei genitori-tappezzeria, marginali alla storia, sempre troppo distratti o disinteressati. In questi racconti al contrario i genitori e gli insegnanti sono presenti, intuiscono che i figli stanno attraversando momenti difficili ma il risultato è sempre lo stesso: questa volta sono i ragazzi che non vogliono confidarsi e le due generazioni restano, anche in questi racconti italiani, in spazi non comunicanti. Nei primi due episodi, dove i ragazzi e le ragazze sono più grandi, sono descritte feste serali caratterizzate da grandi bevute di alcolici, facendo passare le bottiglie di mano in mano e, come nel caso di Sofia, è sufficiente un primo bacio avuto in un precedente incontro per poi appartarsi e avere un rapporto sessuale. Questo tipo di comportamento non viene approfondito nei suoi coinvolgimenti emotivi  ma resta appiattito sul fondale del racconto, assunto come un dato di fatto.

E’ questo forse l’aspetto più spiacevole di questa serie: non viene stabilita una correlazione fra la facilità con cui si decide di offrire il proprio corpo allo sguardo o a un incontro sessuale e il livello di profondità con cui si è stabilita una relazione con l’altro o l’altra. Se manca questa profondità, questo rispetto della persona nella sua totalità, può essere facile che il rapporto, l’intimità concessa, si riduca a un un piacevole intrattenimento che a questo punto può anche essere ripreso con un cellulare. Anche se le cause posso essere diverse (invidia, vendetta, desiderio di emancipazione) il comportamento è simile: si pensa soprattutto a come vendicarsi ed è così facile usare uno strumento come il cellulare, che sembra costruito apposta per essere un velocissimo convertitore da realtà privata a spettacolo  pubblico. Il serial può dire con orgoglio di aver evitato ogni atteggiamento moraleggiante ma in realtà descrivere vuol dire di fatto giudicare e come è stato severamente giudicato, mostrandone gli effetti, il revenge porn, altri comportamenti disinvolti sembrano rientrare nelle consuetudini acquisite. Suona in modo sinistro il colloquio fra Sofia e una sua amica: Sofia si dispera perché è cosciente di aver compiuto una leggerezza, ma la risposta dell’amica è immediata: “l’unico sesso che si rimpiange è quello che non si fa. Te la sei goduta e non c’è nessuna colpa”.

In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/01/2021 - 18:40
Titolo Originale: Anna
Paese: ITALIA, FRANCIA
Anno: 2021
Regia: Niccolò Ammaniti
Sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Francesca Manieri
Produzione: Sky Studios, Wildside, Arte France, Fremantle, Kwaï, The New Life Company
Durata: 6 puntate di 40'
Interpreti: Giulia Dragotto, Alessandro Pecorella, Giovanni Mavilla, Elena Lietti, Roberta Mattei

Anche in Sicilia è arrivata La rossa, un’epidemia letale, che colpisce solo gli adulti e risparmia i piccoli e gli adolescenti, finché anch’essi non diventano grandi. Anna ha tredici anni, vive da sola con il fratellino Astor di nove nella casa di campagna di quella che è stata la sua famiglia. Sua madre, prima di morire, quattro anni prima, (il padre, divorziato, aveva lasciato la casa da tempo) ha lasciato alla figlia un quaderno: il Libro delle cose importanti, una sorta di manuale di sopravvivenza, con il solenne impegno, da parte di Anna, di prendersi cura di Astor. Un giorno Anna esce di casa per procurarsi del cibo ma tornando si accorge che Astor è stato rapito dai Blu, una banda di bambini selvaggi che vivono al seguito di Angelica, una sorta di regina malefica, che li trattiene con la promessa che con lei non si ammaleranno mai ma anche con terribili punizioni…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una quattordicenne si impegna, fino al rischio della vita, per salvare il suo fratellino. Su tutta la serie prevale una visione pessimistica dell’umano, soprattutto nella sua possibilità di esprimere solidarietà e aiuto di fronte a un male comune
Pubblico 
Maggiorenni
Scene multiple di eutanasia tramite soffocamento anche in presenza di bambini. Messa in schiavitù, amputazioni senza dettagli. Decomposizione di cadaveri
Giudizio Artistico 
 
Niccolò Ammaniti ha successo nel creare un mondo fiabesco ma tragico con paesaggi e palazzi suggestivi, moderni orchi e streghe e una eroina che supera con coraggio tutte le prove. Personaggi ben caratterizzati
Testo Breve:

Il serial riproduce un mondo desolato e fiabesco al contempo, con orchi, streghe ed eroine ma prevale una visione cupa non solo per il futuro del nostro mondo  ma per l’incapacità dell’uomo di solidarizzare nel bene. Su Sky

Negli anni ’50 ’60 molti film rappresentavano le paure di quel tempo: un disastro nucleare o alieni venuti dallo spazio a distruggere la terra. Oggi i timori si orientano verso una terra divenuta inabitabile a causa di un disastro ecologico o di una epidemia che lascia pochi sopravvissuti. Solo per citare gli ultimi: Rised by wolves, Midnight Sky, Interstellar. In questi film/serial TV, fra i vecchi e i nuovi timori, c’è una differenza di fondo: nei primi c’era una società compatta, un governo organizzato con un’organizzazione militare pronta ad agire.  Nelle opere di oggi il dramma viene affrontato a livello personale o di piccoli gruppi: si è sfaldata ogni sovrastruttura sociale e il mondo o è vuoto o è in balia di bande violente. Si tratta di un aspetto che appare evidente in questo serial dove singole persone come Anna, finiscono vittime di violenza da parte o di singoli o di bande a cui piace torturare o ridurre in schiavitù chiunque passi per il loro territorio.  E’ inutile sorvolare sulla particolare coincidenza fra l’uscita del film e la pandemia che stiamo affrontando; i paralleli appaiono evidenti ma c’è una profonda differenza; noi, che siamo immersi nella realtà, possiamo apprezzare l’abnegazione del personale sanitario e, tranne inevitabili eccezioni, tutti noi ricaviamo conforto dal sentirci un popolo compatto che sta affrontando un problema comune. Questo racconto di Ammanniti si posiziona invece agli antipodi: in una tavolozza bianco/nero vediamo pochi buoni (Anna, sua madre, Pietro) contrastare dei cattivi sadici che non hanno altra soddisfazione che far soffrire gli altri. Le conseguenze della epidemia vengono risolte in modo sbrigativo con la pratica dell’eutanasia per soffocamento, soluzione che si presenta come procedura standard da parte dei cattivi come dei buoni.

In questo contesto doloroso Anna è una eroina senza macchia e senza paura, che assolve risoluta il suo impegno: prendersi cura del fratellastro Astor. Come per Pinocchio, il suo peregrinare è suddiviso in stazioni, durante le quali incontra nuovi e strani personaggi. Fra questi però c’è anche Pietro, il bel ragazzo verso il quale non si può escludere una certa attrazione ma con il quale è in conflitto caratteriale: è tanto resoluta lei quanto lui cerca di evitare ogni situazione di pericolo.  E’ l’aspetto più piacevole della storia per la felice caratterizzazione dei personaggi,  per la tenerezza che contrasta con il resto del contesto per ci parla continuamente di morte e di soprusi dei più forti verso i più deboli. L’aspetto peculiare della presenza largamente prevalente di bambini e di adolescenti fa si che la loro cattiveria non si esprima attraverso uccisioni ma mediante punizioni che possono comportare la messa in schiavitù fino ad arrivare alle amputazioni. Fra i tanti personaggi a umanità deformata c’è anche un adulto prossimo ad ammalarsi che sviluppa una parodia della religione, perché giustifica il suo insolito stato di salute con la convinzione di esser pervaso dalla grazia.

Il racconto, com’è caratteristico quando Ammanniti è anche regista, è di avanzare con pause di contemplazione ammirata per la natura e se in Io non ho paura ci si perdeva nel biondo di sterminati campi di grano, qui sono i boschi della valle del Belice, le pendici dell’Etna, le antiche dimore della Sicilia, fra cui spicca villa Valguarneri; una esplorazione del bello della Sicilia ma anche gli interni hanno le loro suggestioni pittoriche, grazie a un’abile gestione delle luci.  Sono aspetti  che invitano a interpretare la serie come una favola un po’ cupa, dove ci sono orchi e streghe ma alla fine l’innocenza dei fanciulli trionferà. Si tratta di un approccio ben diverso da quello asssunto da The Society dove, in un mondo dove solo gli adolesenti erano sopravvissuti, questi cercavano di strutturare una società organizzata che puniva ogni forma dii violenza. 

Quella della favola triste è sicuramente l’interpretazione più corretta e i riferimenti ad avvenimenti contemporanei sono puramente casuali. Resta il dispiacere di constatare come  il racconto risulti troppo sbilanciato e prevalga il gusto estetico della crudeltà gratuita. E se il finale apre alla speranza, si tratta di una speranza di salvezza dalla malattia ma non è ancora speranza umana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ZERO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/28/2021 - 09:49
Titolo Originale: Zero
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Paola Randi, Ivan Silvestrini, Margherita Ferri, Mohamed Hossameldin
Sceneggiatura: Antonio Dikele Distefano
Produzione: Fabula Pictures, Red Joint Film
Durata: 8 episodi di 20'
Interpreti: Giuseppe Dave Seke, Haroun Fall, Beatrice Grannò

Omar è un giovane di colore che vive in un sobborgo popolare di Milano, il Barrio. Si guadagna da vivere portando con la sua bicicletta le pizze a domicilio ma la sua passione è disegnare fumetti e per questo sogna di raggranellare abbastanza soldi per trasferirsi in Belgio. Una sera, in uno dei suoi giri, fa conoscenza con Anna. Anche lei ha un sogno: andare a Parigi per fare l’architetto e fra i due si stabilisce presto un’intesa che sfocia in amore. Il quartiere in cui Omar vive ha dei problemi: incendi dolosi, boicottaggio della centrale elettrica: lui e i suoi amici del quartiere (Sharif, Sara, Momo, Inno) scoprono che dietro queste azioni c’è una squadra di delinquenti al soldo di una società immobiliare che vuole riqualificare il quartiere, facendo sloggiare gli abitanti. Come riusciranno i ragazzi a salvare le loro case? Omar ha una soluzione: rivela agli amici che è dotato di un potere: può diventare invisibile; in questo modo potrà pedinare e prevenire i malfattori…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Amicizia e sostegno reciproco fra i componenti della squadra salva-Barrio
Pubblico 
Adolescenti
Pesante turpiloquio continuo, pestaggi, accoltellamenti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura essenziale tipizza molto i personaggi puntando soprattutto alla dinamica dei conflitti
Testo Breve:

In un quartiere di periferia, un gruppo di ragazzi fa squadra per difendere le proprie case da un avido imprenditore edilizio con un’arma speciale: uno di loro può rendersi invisibile. Un semplice schema narrativo adatto a chi è appassionato di fumetti. Su Netflix

Le aspettative nei confronti di questo serial erano e sono tante. Un serial interamente realizzato in Italia, che si inserisce nel circuito internazionale Netflix; per la prima volta il protagonista è di colore, un italiano di seconda generazione; la giovinezza dei protagonisti lo colloca nel ricco filone del teen/young adult drama, un punto di forza della piattaforma. Ciò che si è ottenuto è un lavoro fresco, sicuramente sintonizzato su un pubblico giovanile, ma imperfetto nella realizzazione e confuso negli obiettivi.

Iniziamo con l’aspettativa di saper gettare lo sguardo su una realtà ormai consolidata in Italia, quella degli immigrati di seconda generazione.  A dire il vero non c’è niente che caratterizzi i protagonisti come terzomondisti, a parte il colore della pelle e il chiamarsi continuamente “bro” (forse hanno visto troppi film americani): si tratta di ragazzi di periferia perfettamente integrati e per nulla distinguibili nel  modo di essere, nei desideri, nelle aspirazioni,  da tanti altri, giovani milanesi bianchi. Di ben altro spessore è stato il film Bangla, scritto e diretto da un ragazzo del Bangladesh realmente di seconda generazione, che con molta ironia ha evidenziato le distanze culturali fra le tradizioni del suo paese e quelle dell’Italia (senza trascurare una frecciata ai disinvolti costumi sessuali nostrani). Anche il profondo attaccamento che i ragazzi del Barrio dichiarano di avere per il loro quartiere (ma Oscar non voleva scappare al più presto in Belgio?) appare presupposto a parole e non mostrato, mentre in Bangla, venivamo portati a fare con il protagonista un giro per il quartiere (di Roma in quel caso) e scoprivamo che si era costituita una little Bangladesh, dove la comunità del suo paese aveva posto le sue radici proprio in quelle strade, con i suoi negozi.

Occorre aggiungere che Omar, Il protagonista (Giuseppe Dave Seke) non eccelle in espressività (è comunque molto bravo a sgranare gli occhi per la meraviglia) e la sceneggiatura appare debole: una combinazione che crea spesso problemi. In una sequenza-chiave a metà serial, Omar deve confessare ad Anna che è convinto della responsabilità di suo padre dei vandalismi che sono stati attuati nel quartiere, allo scopo di far scendere le quotazioni degli immobili.  Ci si aspetterebbe quindi da lui un comportamento sincero ma pieno di tatto perché sa che sta per far soffrire la ragazza che ama.  Di fronte all’accusa di Omar, Anna si mostra incredula anche se riconosce che il mestiere di imprenditore è difficile e a volte non si riesce ad accontentare tutti. Omar ribatte negando questa interpretazione: “se hai i soldi te ne sbatti degli altri e tuo padre ha pagato dei vandali per degradare il quartiere”. Evidentemente Omar in quello che doveva pur sempre essere un dialogo fra due innamorati, ritiene opportuno sfoderare qualche frase appresa da qualche libro sulle lotte di classe e molto sbrigativamente sta ponendo padre e figlia nel novero dei capitalisti sfruttatori.  Anna è ancora incredula e fa una giustissima domanda: “Che prove hai per dire questo?”. Omar non risponde a tono, la sollecita a credere alle sue parole e poi con molta delicatezza conclude: “Tuo padre è uno str…; tu fai finta di essere una diversa ma sei come lui”.  E’ paradossale ma con un protagonista così rozzo, proprio un serial che sulla carta avrebbe dovuto far conoscere la realtà e il valore delle minoranze etniche, finisce per fare un pessimo servizio alla causa.

Si potrebbe continuare evidenziando che nella rapida sequenza degli episodi di soli venti minuti, nascono continuamente nuovi eventi senza che i precedenti vengano risolti; a violente litigate nel gruppo degli amici seguono altrettanto rapide riappacificazioni. Ma su questi aspetti possiamo dare una diversa interpretazione: la volontà degli autori, a tutto vantaggio dei giovani spettatori, è stata quella di rifarsi ai comics, quindi a una struttura divisa in quadri, una narrazione che avanza a scatti, con clamorosi scontri fra forze avversarie e dialoghi essenziali. In questa prospettiva si interpreterebbe anche la violenza di certe sequenze (pestaggi, uso di coltelli) che mal si adattano a un serial definito per tutti. Il tema Marvel-like del ragazzo invisibile non risulta portante ma viene introdotto solo quando è conveniente per lo sviluppo degli eventi. Molto giovanile è la colonna sonora, che annovera hit all’ultimo grido ed è  ben sviluppato il tema dell’amicizia e della solidarietà  del gruppo;  complicati invece  i rapporti con i genitori, complicazioni che nascondono enigmi non risolti, presupposto per una prossima stagione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI IRREGOLARI DI BAKER STREET (The Irregulars)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/23/2021 - 18:49
Titolo Originale: The Irregulars
Paese: UK
Anno: 2021
Regia: Joss Agnew, Johnny Allan, Weronika Tofilska
Sceneggiatura: Tom Bidwell
Produzione: Drama Republic
Durata: 8 episodi di 60'
Interpreti: Thaddea Graham, Darci Shaw, Jojo Macari, Harrison Osterfield, Henry Lloyd-Hughes, Royce Pierreson

Bea, Jessie, Billy e Spike sono quattro orfani che vivono lungo le strade della Londra, durante l’età vittoriana. Vengono ingaggiati dal dott. John Watson per indagare su alcuni misteri di natura soprannaturale. Le indagini saranno l’occasione per conoscere Leo, il principe della casa reale che sta con loro sotto mentite spoglie, e Sherlock Holmes. I misteri che devono risolvere conducono ad un grande enigma che mette in pericolo tutta intera la capitale inglese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial si presenta a due facce: se fra i ragazzi prevale l’amicizia e la solidarietà, gli adulti sono guidati solo da interessi egoistici
Pubblico 
Adolescenti
Numerose le scene di violenza, mutilazioni, omicidi efferati
Giudizio Artistico 
 
Grandi idoli come Schelock Holmes e John H. Watson sono strati pesantemente deformati (tossicodipendenza, egocentrismo, cinismo, Watson perdutamente innamorato di Holmes) senza che il serial ne ricavi alcun vantaggio e le investigazioni risultano spesso prevedibili
Testo Breve:

Gli irregolari di Baker Street, i quattro orfani già presenti nelle pagine di Conan Doyle,  vengono ingaggiati dal dott. Watson per indagare su alcuni misteri di natura soprannaturale. Sherlock Holmes e Watson sono ridotti a caricature surreali e le investigazioni risultano spesso prevedibili. Buone le ambientazioni. Su Netflix .

Se poteva essere una buona idea quella di dedicare un serial TV agli irregolari di Baker Street, costruendo su di loro una storia per sviluppare i brevi accenni fatti da Sir Arthur Conan Doyle nei suoi racconti su Sherlock Holmes, si può dire che il risultato finale non sia proprio dei migliori.

Alcuni rilievi di pregio si possono fare e riguarda in particolare gli aspetti scenografici. Tanto le strade dei bassifondi, quanto il palazzo del principe Leopold sono davvero molto belli e particolareggiati. Anche i costumi (siano quelli dei normali cittadini lungo le strade siano quelli delle feste nobiliari) sono particolarmente curati. Buona anche la scelta del cast attoriale dei giovani: l’ottima recitazione permette di cogliere la complementarietà dei caratteri al fine della storia. Le relazioni non vanno molto al di là di quelle amicali o di innamoramenti travolgenti (con una concezione della sessualità improntata più sul trasporto emotivo che non all’interno di un progetto di coppia più ampio). Gli effetti speciali (in particolare i mostri) sono realizzati molto bene.

Per altri aspetti, invece, sorge spontanea la domanda sul perché Netflix si sia dedicata ad un’altra produzione in cui la figura di Sherlock Holmes (basti pensare ad Enola Holmes, prima di questo serial TV) viene a dir poco “maltrattata”: tossicodipendente, istrionico, egocentrico… il dottor Watson cinico e calcolatore, perdutamente innamorato dell’investigatore di cui è assistente. Il tutto in mezzo ad indagini dove la logica può fare ben poco, visto che c’è sempre il soprannaturale di mezzo. Si può dire che solo i nomi e la città sono rimasti quelli dello scrittore inglese, per il resto nulla ha a che fare con i celebri racconti gialli. Anche le trame delle otto puntate sono ripetitive e prevedibili, così come il grande enigma che va risolvendosi di puntata in puntata, in realtà lascia ben poco spazio alla fantasia già a metà del serial.

Pur essendo un racconto giallo con protagonisti poco più che adolescenti, non è molto indicato per ragazzi al di sotto dei 16 anni.

I toni dark sono molto accentuati: numerose le scene di violenza, le mutilazioni, gli omicidi efferati… Non mancano momenti di spavento o di vera paura: per tanti aspetti più vicino al genere thriller, che giallo.

Se nei ragazzi la dimensione dell’amicizia e della solidarietà è molto forte, il mondo adulto sembra essere guidato unicamente da interessi egoistici di varia natura, mai pienamente messi a fuoco.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DISERTORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/21/2021 - 22:19
Titolo Originale: Der Überläufer
Paese: Polonia, Germania
Anno: 2020
Regia: Florian Gallenberger
Sceneggiatura: Bernd Lange, Florian Gallenberger
Durata: 2h,53'
Interpreti: Jannis Niewöhner, Małgorzata Mikołajczak

Nell’estate del 1944, in Pomerania, il giovane Walter Proska lascia la tenuta agricola dove è vissuto fino a quel momento con la sorella e il genero per arruolarsi nella Wehrmacht. La sorella cerca di dissuaderlo in ogni modo ma lui ritiene sia suo dovere arruolarsi. In viaggio sul vagone di un treno merci, lascia salire una donna, che sta cercando un passaggio. Si chiama Wanda ed è polacca. Fra loro due nasce subito una simpatia ma poi Wanda si allontana precipitosamente perché il treno sta per essere ispezionato. Walter guarda incuriosito un barattolo che lei ha lasciato, contenente, secondo quanto le ha detto la ragazza, le ceneri di suo fratello. Al passaggio su di un ponte, lancia il contenitore nel fiume sottostante ma ciò scatena una poderosa esplosine. Quindi lei era una terrorista polacca che aveva intenzione di far saltare quel treno tedesco…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ ben descritto il desiderio dei due protagonisti innamorati di vivere insieme una vita pacifica, ma il trasformismo di Walter non appare come mosso da nobili ideali, quanto una diretta ricerca della sopravvivenza
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di nudi statici. Accenni indiretti a comportamenti violenti e a torture
Giudizio Artistico 
 
Buona performance dei protagonisti. L’ampio arco narrativo appare a volte troppo ambizioso per raccontare pienamente i drammi del popolo tedesco prima e dopo la guerra
Testo Breve:

Il contadino Walter è stato arruolato nella Wehrmacht  a luglio del ’44, quando ormai la sconfitta risulta inevitabile. L’amore per una donna, le violenze compiute dai suoi comandanti mettono a repentaglio la fedeltà al suo paese. Un altro ethical drama destinato a far discutere. Su Raiplay

Questo film è ricavato da un libro che ha una storia insolita. Der Überläufer  è stato scritto da Siegfried Lenz, considerato uno fra gli scrittori più importanti della letteratura tedesca, ma non trovò mai un editore finchè Lenz fu in vita. Fu pubblicato solo nel 2016, due anni dopo la sua morte. Nonostante il trascorrere del tempo costituisca la cura migliore per lenire certe ferite del passato, raccontare la storia di un disertore che per di più si unisce alle truppe russe in Polonia, era, ai tempi della guerra fredda,  da considerarsi un pugno nello stomaco. In altri romanzi Lenz aveva affrontato il tema dell’identità della Germania dopo la seconda guerra mondiale e l’eredità del nazionalsocialismo e in effetti parlare della crisi di coscienza di un giovane che si convince dell’inutile crudeltà della guerra fino a disertare è sicuramente un tema delicato che Lenz conosce bene, visto che lui stesso aveva disertato dalla Kriegsmarine per 1943 per rifugiarsi in Danimarca.

Il film ha un arco narrativo molto lungo (300’ è la durata del film e in orgine era una miniserie in due puntate) perché dopo le vicende di Walter come soldato tedesco, la storia prosegue nella Berlino dell’Est dove il giovane è costretto dai russi a contribuire alla socializzazione forzata del paese e infine, anni più tardi, lo ritroviano nelle Berlino Ovest come tranquillo borgese con prole che beneficia del boom economico. Si tratta quindi di un progetto ambizioso che cerca di cogliere, seguendo le vicende di Walter, le trasformazioni della Germania alla fine della guerra e nel primo dopoguerra. Per fortuna il regista Florian Gallenberger e lo sceneggiatore Bernd Lange non hanno voluto strafare e lo spettatore riesce ad appassionarsi alle vicende del protagonista, senza sentirsi coinvolto in un trattato di sociologia e storia. Procediamo anche noi con ordine, analizzando prima l’amore fra Walter e Wanda e poi il tema, squisitamente etico, della leicità della diserzione in situazioni particolari.

“Cosa faresti adesso se la guerra non fosse mai cominciata?” - domanda Wanda mentre entrambi sono sdraiati, in perfetto, intimo abbandono, su di un vasto prato. Walter ci riflette un po’: “Starei in un ufficio seduto alla scrivania a disegnare la planimetria di una casa e i fine settimana li passerei da mia sorella e andrei a cavallo. “E tu cosa faresti?” chiede a suo volta Walter; “Io canterei” è la risposta. La storia d’amore dei due protagonisti è molo bella; in mezzo a una guerra che impone solo odio, sangue e morte, due giovani che militano su fronti opposti sentono la grande voglia di vivere e di essere felici, sperando solo di poter godere di quelle piccole abitudini che si formano in una vita trascorsa assieme. La fisicità dei loro incontri amorosi, espressa con la nudità dei loro corpi, esprime bene la forza di una natura che reclama con imperio l’osservanza alle sue leggi, in particolare quella legge del desiderio, fonte di felicità e di nuova vita. Un amore molto più concreto di quelllo della coppia di Cold War, anche loro in movimento continuo fra Europa dell’Est e dell’Ovest, che aveva alimentato un amore sublimato, incapace di calarsi nella banalità del quotidiano.

Il tema della diserzione è invece molto più delicato. Il nostro Walter non è certo un eroe, è portato istintivamente alla non violenza e al rispetto degli altri ma sembra quasi attendere da qualcuno più saggio di lui il suggerimento su come comportarsi. Si lascia convincere dal compagno di plotone a disertare in nome di un pacifismo un po’ generico, per poi trovarsi ad aiutare prima le truppe russe che in fatto di crudeltà non sono da meno della Wehrmacht e poi, durante la costruzione della Germania socialista, nell’odioso mestiere di delatore di chi non abbraccia le nuove idee.  Non ci troviamo di fronte a Franz Jägerstätter, ricordato in La vita nascosta, umile contadino austriaco che rifiuta la chiamata alle armi in nome della sua fede cattolica o al pacifismo, profondamente sentito, del protagonista di La battaglia di Hacksaw Ridge. Possiamo parlare piuttosto di ricerca della sopravivenza, di un desiderio di fuga dal non senso di popoli che si combattono fra loro per ideali che prevedono l’annullamento di tutto ciò che è umano per la costruzione di società che nulla hanno di umano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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YOUR HONOR

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/17/2021 - 11:51
Titolo Originale: Your Honor
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Sceneggiatura: Peter Moffat
Produzione: King Size Productions, Moonshot Entertainment, CBS Studios
Durata: 10 puntate di 50'
Interpreti: Bryan Cranston, Hunter Doohan, Hunter Doohan, Hope Davis,

Adam, un ragazzo di New Orleans di 17 anni, conduce una vita serena e agiata con suo padre, Michael Desiato, un giudice integerrimo (sua madre è morta quando era ancora piccolo). Una mattina presto si reca in macchina a Lower Ninth Ward, il sobborgo black della città per depositare un fiore sulla strada dove è stata uccisa sua madre. Spaventato da una gang che lo sta minacciando, gli scivola di mano l’inalatore (soffre d’asma) e nel chinarsi per raccoglierlo, finisce per investire un motociclista, un ragazzo della sua stessa età. Vorrebbe chiamare il numero per le emergenze ma non riesce a parlare, soffocato dall’emozione. Il ragazzo investito è ormai morto e a questo punto Adam risale in macchina per tornare a casa. Affranto, racconta tutto al padre che decide di accompagnarlo al distretto di polizia. Stanno per entrare quando Michael si accorge che prima di lui è arrivato Jimmy Baxter, un noto capomafia e comprende che è lui il padre del ragazzo ucciso. Padre e figlio tornano indietro. Una autodenuncia sarebbe la morte certa per Adam e il padre decide quindi di affossare ogni indizio che possa incriminare suo figlio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial propone una concezione disunita del bene : salvaguardare la vita di chi ci è caro (il proprio figlio) vale più di qualsiasi norma etica universale. Per fortuna il racconto stesso manifesta la fragilità di questa limitata prospettiva e mostra come nel mentire, nell’ingannare si finisce per causare danni al prossimo, perfino la morte di persone innocenti. Manca il coraggio di un padre che, proprio perché ama, deve deve dare il buon esempio di un comportamento onesto e generoso.
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene “forti” la visione è consigliata a partire dagli adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Prestazione superba del protagonista Bryan Cranston; la sceneggiatura imbastisce ottimi dialoghi e la regia realizza alcune sequenze di grande effetto anche se, la continua introduzione di nuovi fatti e di nuovi personaggi, rende lo sviluppo della storia troppo meccanica
Testo Breve:

Un giudice, per occultare il reato di omissione di soccorso compiuto dal figlio, sfrutta la sua posizione mentendo, occultando prove, influenzando testimoni. Un thriller che è anche un ethical drama destinato a far discutere. Su Sky

Questo serial è un crime drama e le caratteristiche ci sono tutte (omicidi, processi, violenze nelle carceri, boss mafiosi, poliziotti corrotti,..) ma si potrebbe anche acrivere a un nuovo filone che potremmo chiamare Ethical drama. Quando eventi tragici e imprevisti irrompono nella vita tranquilla di una onesta persona, interviene il dilemma delle priorità da seguire e il giudice Michael non ha dubbi: non ci sono principi assoluti che possano anteporsi al salvataggio di una vita umana che ci sta a cuore: deve salvare suo figlio a ogni costo e per farlo mente, sottrae e falsifica prove, manipola un processo a lui affidato per portarlo nella direzione per lui più conveniente. Il capostipite e il più famoso di questo filone è indubbiamente Breaking Bad  (e il suo spin-off: Better call Saul); non a caso entrambi hanno come protagonista lo stesso, bravissimo, Bryan Cranston. Anche in quel caso, un onesto professore, buon marito e padre, di fronte alla sua malattia incurabile e l’impossibilità di lasciare un sussidio adeguato per il figlio handicappato, inizia a produrre droga e a scalare la gerarchia della malavita. Possono rientrare in questa categoria anche Million Dollar Baby, dove l’eutanasia diventa un’opzione possibile, non perché la si riconosca accettabile ma perché il soggetto malato lo desidera e anche The Undoing può essere ascritto a questa categoria, visto che sono tante le bugie dette e le verità celate allo scopo di nascondere ciò che è realmente accaduto. Rispetto ai precedenti, questo Your Honor si compiace di teorizzare, nei dialoghi, questa etica nomade, come è stata etichettata  dalla filosofa Rosi Braidotti (in altre recensioni ho parlato di religione dell'umano). La vita del proprio figlio è superiore a qualsiasi legge umana o divina, è il senso che viene dato al comportamento di Michael Desiato.  Una sua amica avvocato  ha scoperto finalmente che è suo figlio il vero colpevole e lo apostrofa brutalmente: “Chi sei tu? Credi che giustizia e principi possano avere la precedenza sulla vita di un figlio?, Michael risponde in modo netto: “Se non vuoi avere una macchia sull’anima puliscila subito con una telefonata (alla polizia). L’equazione è: uccidi Adam e  ti pulisci l’anima”.

Anche Jimmy, il padre del ragazzo investito e ucciso, è l’altra faccia dello stesso sentire: dopo la morte del figlio ha smesso di provare emozioni: ucciderà chi ha ucciso suo figlio senza alcuna esitazione. E’ un tema che si ripropone in modo simile in altri protagonisti. L’amico afroamericano di Michael, che si è proposto per la canditatura a sindaco ed è stato coinvolto nell’occultamento della verità, ora non vuole più che venga a galla: “tu vuoi prendere la tua coscienza e portarla a pagare il conto alla prima stazione di polizia?  Va bene. Ma mi trascinerai nel baratro insieme a ogni povera famiglia di questa città”.

Anche la fede ebraico-cristiana è messa alla berlina in questo Your Honor, a sottolineare che non è certo la fede una soluzione. Chi è ipocritamente cristiana è prorio la famiglia mafiosa dei  Baxter, che vuole imporre con la forza pratiche religiose ai figli e la stessa adolescente Fia, ridicolizza l’episodio di Abramo invitato a sacrificare il figlio Isacco, come esempio di massima assurdità che proviene da questo presunto Dio.

Se questo è il motivo che percorre tutta la serie, non mancano le emozioni di un thriller. Noi sappiamo fin dall’inizio cosa è realmente accaduto e seguiamo Michael, continuamente insidiato da qualcuno che sta per scoprire cos è realmente accaduto, in tutte le sue mistificazioni e azioni orribili che compie per celare la verità. Assistiamo a un graduale rilascio, puntata per puntata, con grande perizia, di nuove sorprese e di nuovi personaggi,  anche se alla fine viene allo scoperto una certa “meccanica degli eventi”; un eccesso di sottotrame, che hanno la funzione strumentale  di tener alta l’attenzione dello spettatore.  Ottima la sceneggiatura, soprattutto nei dialoghi: assistiamo a un confronto serrato fra gangster e poliziotti, come esibizione della loro potenza ma anche il delicato rivelarsi di due adolescenti, di Adam e Fia Baxter, che scoprono giorno per giorno, di innamorarsi l’uno dell’altra.

Anche la regia contribuisce a mantenere alta la tensione: l’incidente che accade nel primo episodio, l’agonia del ragazzo investito, l’angoscia impotente di Adam, sono una di quelle scene che non si possono dimenticare facilmente e alza il tasso di drammaticità di tutta la serie.

Alla fine dobbiamo concludere che questo tipo di etica soggettiva, che si costruisce di volta in vlta in base alle situazioni,  giustificata dalla complessità dell’essere umano, si stia consolidando e verrà riproposto in altre opere mediali, fino a diventar parte del senso comune? Siamo lontani mille miglia dai film western degli anni ‘50 e ‘60, dove l’eroe duro e puro andava dritto a compiere ciò che era giusto, incurante dei pericoli che stava correndo.  In verità è lo stesso serial che contraddice i principi che ha esposto: com’era già accaduto in Breaking Bad, il protagonista perde la libertà, diventa automaticamente schiavo di una spirale di comportamenti a cui non può più rinunciare e deve sottostare anche ai ricatti che ora possono venirgli imposti da chi ha scoperto che lui si muove in base a tornaconti personali e non in base a principi assoluti.  Lo stesso finale, alquanto deludente, sembra voler sottolineare che la giustizia e la verità non trionfano e che noi continuiamo a restar vittime di un caso imprevedibile a cui reagiamo condizionati dalla nostra visione parziale e soggettiva. Ci sono almeno due persone giuste e incorrotte in questo serial: l’agente Nancy Costello e l’avvovcato Lee Delamere che esercitano con scupolo il loro mestiere. Ciò che manca assolutamente in questo serial è un gesto generoso, espressione di un amore oblativo (a un certo punto Michael pensa di costituirsi al posto del figlio), l’unico che avrebbe potuto rompere la catena degli egoismi, riportando la situazione al bene. Questa volta un bene per tutti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GENITORI VS INFLUENCER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/11/2021 - 20:45
Titolo Originale: Genitori vs influencer
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Michela Andreozzi
Sceneggiatura: Michela Andreozzi, Fabio Bonifacci
Produzione: Paco Cinematografica, Neo Art Producciones
Durata: 94
Interpreti: Fabio Volo, Ginevra Francesconi, Giulia De Lellis

Paolo è un professore di filosofia che si prende cura da solo (è vedovo) della figlia Simon. La ragazza è brava a scuola, è sempre stata ubbidiente ma ora ha raggiunto l’età dell’adolescenza e passa tutto il tempo incollata al cellulare. Paolo ce la mette tutta per ricostruire un rapporto armonioso con la figlia ma la distanza generazionale sembra incolmabile, soprattutto quando lei dichiara di voler diventare un’influencer. Paolo sbotta in una sfuriata che ripresa dalla figlia con il telefonino, diventa presto virale. Così senza volerlo, anche Paolo diventa un influencer e la figlia si offre di diventare il suo social media manager…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un padre e una figlia adolescente riescono a superare il salto generazionale che li separa e trovano il modo di impegnarsi nello stesso progetto
Pubblico 
Adolescenti
Qualche atteggiamento disinvolto e l’inserimento di un personaggio con inclinazioni omosessuali al solo scopo di ricavarne qualche battuta
Giudizio Artistico 
 
Qualche battuta va a segno ma il racconto avanza solo sotto la spinta di continui cambiamenti di prospettiva: un gioco che non sempre riesce e si determinano momenti di stallo
Testo Breve:

Simon è una ragazza adolescente che aspira a diventare una influencer famosa. Il padre è un austero professore di filosofia. Un continuo cambiamento di ruoli ci fa conoscere, divertendo, nuove frontiere e rischi nel mondo dei social

Social media manager, shitstorm, blastare, friendzonato, boomer, hater: per chi non è molto avvezzo al linguaggio dei social media, questo film potrebbe diventare l’occasione attesa per non restare indietro, tanto più che una delle protagoniste, Giulia de Lellis, è realmente un’influencer affermata che di fatto recita se stessa. Per chi invece conosca questo mondo, non può aspettarsi molte emozioni; la vicenda di come Paolo, da anti-influenzer riesca facilmente a trovare anche lui un pubblico che lo segua (con tutti i vantaggi commerciali che ne conseguono) è sviluppata in modo quasi didattico ad uso dei novizi.

Il film si espone su un tema così scottante e attuale, in modo bilanciato. Da una parte viene sottolineata la libertà di poter esprimere in rete tutto ciò che si desidera, dall’altra la grande volubilità dei simpatizzanti che possono presto compattarsi in una shitstorm, senza contare l’impiego di un’arma tipica per la vendetta che è il revenge porn.

Il film avanza ponendosi l’obiettivo di inanellare una serie di colpi di scena ma se all’inizio il meccanismo funziona (il compassato professore di filosofia che diventa un influencer, la figlia-antagonista che diventa la sua affiatata social media manager, l’influencer antagonista Ele-O-Nora che si trasforma in alleata e qualcosa di più, ..) alla fine perviene a un punto di stallo e a poco serve il recupero di una sottotrama che periodicamente viene ripresentata: il gruppo dei vicini di casa che conoscono il professore e Simon da quando era piccola. Essi rappresentano per contrasto, cosa sono i veri rapporti umani, quelli non virtuali,  che si sviluppano guardandosi in faccia.  Tra questi vicini troviamo, fra gli altri,  Paola Minaccioni e un impagabile Nino Frassica, che rappresentano persone che sono quello che sono, con i loro pregi e i loro difetti, diversamente dai personaggi monodimensionali che vengono costruiti per la rete. La ricerca di colpi di scena a tutti i costi ha fatto sì che venisse introdotto anche uno studente con inclinazioni omosessuali (o presunte tali) che ha un  interesse verso il professore di filosofia. Le battute che ne scaturiscono sono estremamente infelici e la sottotrama che si sviluppa è fuori contesto.

Alla fine il film, visto come commedia famigliare, fornisce un messaggio positivo: un padre e una figlia riescono a comprendere il punto di vista dell’altro e si impegnano insieme per raggiungere gli   stessi obiettivi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I NOSTRI CUORI CHIMICI - CHEMICAL HEARTS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/08/2021 - 11:09
Titolo Originale: Chemical Hearts
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Richard Tanne
Durata: 94
Interpreti: Lili Reinhart, Austin Abrams:

Henry Page è uno studente dell’ultimo anno delle superiori, carattere introverso, appassionato di scrittura. Nella sua scuola arriva Grace Town: ragazza misteriosa, lettrice di poesie, zoppicante, cammina con il sostegno di una stampella e con la paura di guidare. Insieme si trovano a co-dirigere il giornalino della scuola. Insieme fanno lunghe camminate e chiacchierate. Lui se ne innamora, lei corrisponde in qualche modo, ma a volte è schiva e silenziosa. Per lui è la prima storia d’amore seria; lei, invece, ha una bellissima storia pregressa finita in modo tragico. Henry vivrà il suo ingresso nell’età adulta, per Grace sarà l’occasione di elaborare il suo lutto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta la genesi di un amore fra due adolescenti ma la vita è affrontata con sofferenza, incupita dall’ipotesi che ciò che sentiamo è frutto di pure reazioni chimiche
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di un rapporto sessuale fra due giovani senza nudità, ma con dettagli sul preservativo impiegato, un bacio lesbico, linguaggio scurrile, uso di stupefacenti, viene affronta verbalmente la tematica del suicidio. Secondo Prime Video: 16+
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei due protagonisti Lili Reinhart e Austin Abrams: grazie all’aiuto di ottimi dialoghi riescono a farci partecipi di una tormentata storia d’amore
Testo Breve:

fra Henry e Grace, che partecipano alla redazione del giornalino scolastico, l’amore sboccia inesorabilmente ma lei deve cacciare i fantasmi del suo passato. Un film che sottolinea come l’adolescenza possa trasformarsi in una stagione vissuta con sofferenza. Su Prime Video  

Un accostamento forse inconsueto quello operato dal film fin dal suo incipit e che spiega perché abbiamo dei “cuori chimici”: secondo la sorella di Henry, l’amore attiva una serie di meccanismi fisici e psicologici molto simili a quelli che scatena una qualsiasi dipendenza. Sostanze come dopamina, adrenalina invadono il nostro cervello e attraggono il nostro corpo verso un altro.  Il risultato è che essere adolescenti è doloroso perché si provano dei sentimenti difficili da sopportare. Le conclusioni sono tragiche, secondo le parole di Grace: “Gli anni dell’adolescenza sono un limbo dove ti trovi a metà strada fra essere un bambino è un adulto. Gli adulti sono soltanto dei bambini con le cicatrici, sopravvissuti a quel limbo”. Si tratta di una posizione scientista e tragicamente romantica allo stesso tempo, che apparentemente sembra dare risposta a tutto: innamoramento, sbalzi d’umore, senso di vuoto quando si perde l’affetto di qualcuno… ma che viene poi smentita dal film stesso. La chimica dei fenomeni della maturazione umana, infatti, non rende sufficientemente merito alla ricchezza del mondo emotivo con cui ogni persona deve fare i conti durante la sua vita.

Questo teen drama, tratto dall’omonimo libro del 2016 scritto da Krystal Sutherland, racconta la storia di due ragazzi che “terminano” la loro adolescenza per entrare nel mondo adulto: un passaggio necessario, pur restando complesso, articolato, che chiede anche lo sforzo uscire da un passato doloroso.

Amici, famiglia e amori: le componenti che non possono mancare in un teen movie.

Cominciando dai primi. Per Henry sono un punto di riferimento imprescindibile, non lo stesso per Grace che, essendo arrivata da poco in città, non si è ancora costruita una cerchia di confidenti e, dal suo atteggiamento un po’ riservato e un po’ scontroso, sembra non cercarne. L’interpretazione dei giovani protagonisti è davvero ottima: la sintonia tra i vari personaggi, la resa dei diversi sbalzi d’umore, la complicità e l’intesa… ogni elemento viene messo in risalto.  

Le due famiglie principali, quella di Henry e quella di Page, sono molto diverse. La prima è una famiglia solida: due genitori che si sono conosciuti al tempo del liceo, che come allora si amano ancora. Hanno una figlia, oltre al protagonista. Il ragazzo percepisce la loro storia come perfetta e senza problemi, Una situazione che contrasta con la tempesta che il ragazzo sta vivendo. Se Henry si sente incompreso da loro, fa eccezione la sorella maggiore, a sua volta delusa da una storia d’amore, con la quale riesce a confidare le sue pene d’amore. La famiglia di Grace, invece, non sa bene come gestire il trauma della figlia e si trova impotente davanti a tanto dolore.

Nell’ambito dell’amore, infine, numerose sono le sfaccettature presentate. L’amore stabile e solido dei genitori dei ragazzi; l’innamoramento di Henry per Grace, fatto di trasporto, di dialogo, di attrazione fisica (viene portato sullo schermo anche un rapporto sessuale, senza però indugiare su nudità). Infine l’amore segnato dal lutto improvviso, con tutti i suoi rimorsi e sensi di colpa in chi resta.

Se numerosi, recentemente, sono stati i film teen sulla malattia e sulla morte, particolarmente interessante è questa pellicola perché mostra in modo molto realistico la fase dell’elaborazione del lutto. Nella maggior parte dei sick-lit movie, dopo la morte di uno degli innamorati compare spesso la scritta: qualche tempo dopo / alcuni mesi dopo / alcuni anni dopo… apprezzabile qui la scelta del regista di raccontare proprio quel tempo in cui è necessario imparare a convivere con l’assenza della persona amata per cercare di andare avanti.

Scelta che fornisce l’opportunità anche di approfondire i caratteri e le relazioni dei personaggi: non si sta parlando certamente del cinema verità, ma di una pellicola che restituisce al pubblico dei personaggi con uno spessore umano davvero significativo e verisimile.

Il giudizio +16 attribuito al lungometraggio è coerente con i suoi contenuti, non adatti ai più piccoli sia per quanto detto finora che per il linguaggio in alcuni tratti scurrile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANK

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/24/2021 - 11:33
Titolo Originale: Mank
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jack Fincher
Produzione: NETFLIX
Durata: 131
Interpreti: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Arliss Howard

Nel 1940 una RKO ormai in crisi, decide di puntare tutto sul 24enne Orson Welles dandogli carta bianca per girare un film, libero di scegliere il soggetto e i collaboratori che vuole, senza il controllo finale della produzione. Per la sceneggiatura Orson sceglie Herman (Mank) Mankiewicz che ha a disposizione solo 60 giorni per finire il lavoro, rinchiuso in una casa in campagna, bloccato a letto con una gamba ingessata per un incidente, tenuto a distanza dalle sue amate bottiglie a causa dell’alcoolismo che gli ha ormai minato la salute. In un flashback sugli anni 30’, scopriamo che Mank era benvenuto nell’alta società che conta di Hollywood per via del suo parlare colto e arguto e non nascondeva le sue idee di sinistra ritenendo giusto aiutare chi era rimasto disoccupato dopo la crisi del ‘29. Per questo motivo finisce per scontrarsi con Mayer, direttore della MGM e con William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria di quel tempo. E’ proprio dalla personalità di quest’ultimo che Mank prende spunto per disegnare il protagonista di Citizen Kane….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono eroi in questo film ma il faticoso vivere in un mondo altamente competitivo che riesce nonostante tutto, a portare alla ribalda persone di talento.
Pubblico 
Adolescenti
La dipendenza dall’alcool del protagonista, la presenza di un suicidio, rendono il film non adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Questo film si presenta con ben 10 candidature all’Oscar 2021
Testo Breve:

Herman (Mank) Mankiewicz è lo sceneggiatore principale del primo e più famoso film di Orson Wells: Quarto potere. La fase della scrittura della sceneggiatura diventa l’occasione per conoscere lo studio-system degli anni ’30 e il personaggio Mank, un genio della scrittura, triste e rassegnato. Su Netflix

Quando si ritorna alla Hollywood degli Studios e a Quarto Potere (Citizen Kane) si sa già che ci si sta confrontando con un mito da maneggiare con cura. Considerato dai più come il miglior film di tutti i tempi, non fu, in realtà un film che fece fare un passo avanti nelle tecniche narrative su pellicola, come lo furono i lavori di David Wark Griffith ma si trattò di una incontenibile soggettività individuale, opera di un genio che aveva avuto carta libera per esprimersi, anche se gli incassi non superarono le spese e delle nove candidature all’Oscar che ricevette (fra la disapprovazione del pubblico ogni volta che il suo titolo veniva nominato durante la cerimonia) ne vinse solo una, per la sceneggiatura.

Anche RKO 291 – La vera storia di Quarto Potere aveva ricostruito la genesi di questo film ma si era concentrato sul conflitto fra Welles e Hearst, perché quest’ultimo aveva impiegato tutto il suo potere mediatico per evitare che il film venisse distribuito. Ora, con Mank, l’attenzione si sposta sulla fase precedente, quella della stesura della sceneggiatura (il film lascia intendere che il merito fu soprattutto di Herman, con ritocchi minori di Welles) e sul dipingere quell’epoca, dove la disoccupazione era ancora alta, coda lunga della crisi del ’29, l’avvento del sonoro aveva portato alla ribalta una nuova generazione di sceneggiatori  esperti nell’arte della parola e dove quei Tycoon che detenevano il potere sugli studios e sulla carta stampata avevano la capacità di portare l’opinione pubblica dove era loro maggiormente conveniente. E’ l’amara constatazione che fa  Mank a Irving Thalberg, della MGM, quando si accorge che lo studio  sta preparando falsi telegiornali  per denigrare il candidato democristiano, in aria di socialismo, alla carica di governatore della California: “Lei può convincere il mondo intero che King Kong è alto dieci piani e che Mary Pickford è vergine a 40 anni; figuriamoci se non può convincere gli elettori che sono alla fame, che un candidato socialista costituisca una minaccia per la California”. Si tratta di riflessioni sul Soft Power che hanno validità anche adesso.

Il film si dedica molto alla definizione del personaggio Mank, grazie anche alla bravura di Gary Oldman che sembra si sia specializzato, dopo aver impersonato Winston Churchill in L’ora più buia, in personaggi che hanno il dono della parola. Mank affronta ogni problema con una certa melanconica ironia ma a volte sferzante satira quando è necessario, sfoggiando una cultura che i suoi interlocutori, ricchi imprenditori o belle attrici, non hanno. Ne viene fuori un ritratto non certo ideale (la sua dipendenza dall’alcool lo porterà a una morte precoce, a 56 anni), abituato a non compromettersi troppo fra i potenti del tempo, per continuare a galleggiare anche quando la sua stella è ormai in fase calante. La sua umanità emerge con discrezione, nei rapporti con la moglie alla quale chiede più volte: “come fai a sopportarmi?” ma soprattutto con l’intesa platonica che stabilisce con Marion Davies, attrice e amante di Hearst. I dialoghi che i due hanno a tu per tu, distanti da occhi e orecchie indiscrete, sono i più belli del film e quell’uomo e quella donna (Amanda Seyfried è candidata all’Oscar come attrice non protagonista) riescono a essere pienamente se stessi, senza quella maschera che lo studio-system aveva loro imposto.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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