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Il film non fa parte di nessuna categoria

HIGH SCHOOL MUSICAL: THE MUSICAL: THE SERIES (primi due episodi)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/30/2020 - 16:24
Titolo Originale: HIGH SCHOOL MUSICAL: THE MUSICAL: THE SERIES
Paese: USA
Anno: 2019
Produzione: Disney Channel, Salty Picture
Durata: 10 episodi di 25' su Disney+
Interpreti: Olivia Rodrigo, Joshua Bassett, Matt Corbett, Julia Lester, Sofia Wylie

Nella East High School di Salt Lake City, la stessa dove sono stati girati i film (per la televisione e poi per il cinema) di High School Musical, Miss Jenn, la nuova insegnante di recitazione, coadiuvata dal coreografo Carlos, invita i ragazzi a candidarsi per avere una parte nella rappresentazione che vuole allestire con loro e una nuova edizione di quel musical che quattordici anni prima aveva fatto onore alla scuola. Le parti principali, quelle di Gabriella e di Troy, vengono assegnate a Nini e a Ricky. Se Nini ha sempre sognato di recitare quella parte, per Ricky si è trattato di una lotta contro se stesso: non è stato mai appassionato di musical ma ha deciso di candidarsi ugualmente per riuscire a riavvicinare Nini, con la quale aveva un’intesa nell’anno precedente e che ora, ad inizio del nuovo anno scolastico, fa coppia con E. J. Caswell…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo serial ci sono riferimenti ideologici che negano alcuni diritti fondamentali dei bambini, in particolare quello di venir generati e cresciuti dal proprio papà e dalla propria mamma
Pubblico 
Adolescenti
Per la presenza di alcuni argomenti che vanno affrontati con la dovuta maturità
Giudizio Artistico 
 
Fin dalle prime puntate ci vengono presentate canzoni di ottima musicalità; buona la recitazione della protagonista; molto meno quella dei personaggi maschili
Testo Breve:

Dopo 14 anni, la Disney propone una edizione rinnovata dell’ormai classico High School Musical aggiornato ai tempi di oggi, quindi con una presenza importante di situazioni dettate dall’ideologia LGBT

Disney+ , la nuova piattaforma in streaming che ha avuto il suo debutto a marzo 2020, esordisce con un nuovo serial dal nome lunghissimo per rinnovare i fasti di uno dei suoi lavori per la televisione di maggior successo. E’ proprio intorno alla riedizione di quel musical che si sviluppa la trama, si aprono contese per conquistare le parti principali, si riaccendono amori che sembravano sopiti. Nelle prime due puntate non c’è nient’altro da segnalare se non la conferma che il Musical è nelle corde degli americani e che sono in grado di mantenere un alto standard qualitativo. Anche questa fiction si mantiene musicalmente all’altezza delle aspettative e già nella seconda puntata, la canzone.”Wondering” .cantata e suonata dalla bravissima  Julia Lester nella parte di Ashlyn cugina di E.J. è di quelle che non si possono dimenticare facilmente. Il format scelto è insolito: è quello del mockumentary che da una parte ha il vantaggio di farci conoscere in modo più diretto i protagonisti (a turno si rivolgono verso lo spettatore raccontando come si sentono e che intenzioni hanno), dall’altra il racconto risulta rallentato e perde il vantaggio dell’unità di azione.  Altra scelta insolita è quella di far recitare alcuni personaggi sopra le righe (l’insegnante di recitazione miss Jenn, il coreografo Carlos), forse per attribuire loro la parte comica del racconto, per quel dualismo comicità-romanticismo che è sempre stata una prerogativa delle produzioni Disney, fin dai primi lungometraggi animati.

Come si rapporta questo serial al suo autorevole progenitore? Troppo presto per dirlo. Non c’è più il conflitto sport-teatro che era stato il cruccio di Troy nella vecchia edizione; nelle prime due puntate non abbiamo ancora compreso i rapporti che i ragazzi hanno con i genitori ma soprattutto manca l’ansia per il futuro, del cosa fare da grandi, che in fondo qualifica in modo preciso l’essere un adolescente: fino a questo momento il massimo delle aspirazioni dei ragazzi è partecipare al musical della scuola.

Olivia Rodrigo è convincente nella parte di Nini, nel suo oscillare fra i due pretendenti, mentre è poco credibile il personaggio di Ricky  (interpretato da Joshua Bassett). Quando Nini si confida con lui, dichiarandogli il suo amore, la  cauta e tiepida reazione di lui è poco comprensibile e lo è ancor di più dopo, quando, impegnandosi a esser selezionato per il musical nel tentativo di riconquistare Nini, sembra mosso più dal recupero dell’ orgoglio ferito, che da vero amore.

Sappiamo da tempo che la Disney ha il chiaro obiettivo di diffondere le ideologie LGBT nei suoi lavori e lo fa anche con questo serial, forse sentendosi più libera ora che si trova nell’ambito di una piattaforma tutta sua. Siamo appena alla seconda puntata ma è doveroso fare alcune distinzioni.

Carlos è   stato profilato come una persona con inclinazioni omosessuali (come ce ne posso essere in qualsiasi scuola), è simpatico, molto impegnato nel suo lavoro ed   aiuta concretamente Ricky a migliorare il suo ballo. In queste due prime due episodi non  c’è nessun commento da esprimere.

Un altro personaggio maschile, Seb, evidentemente con la stessa inclinazione, chiede alla insegnante di fare la parte di Sharpy (la ragazza antagonista di Gabriella nel musical originale). La risposta è:” si, mi piace, è una scelta originale”. In questo contesto è inutile rifarsi alla tradizione, che fa riferimento a tempi remoti, di uomini che recitavano le parti femminili; ci troviamo piuttosto in piena ideologia gender dove si assume che le parti femminili e maschili siano facilmente interscambiabili.

Fin dal primo episodio appare chiaro che la protagonista Nini ha due mamme.  La banalità della sequenza (le due mamme portano dei dolci a Nini che in quel momento si trova a casa della nonna) sottolinea l’intenzione della Disney di inserire questo tipo di famiglia nello sfondo della storia, espressione di una quotidianità senza particolare importanza.

ll tema non è nuovo per la Disney e nel serial animato per la TV, Dottoressa Peluche, aveva raccontato le vicende di una famiglia con due mamme. E’ interessante notare che la Disney porta primariamente in evidenza nelle sue opere la condizione di due mamme che non di due papà (se vogliamo escludere l’episodio-flash della doccia di due uomini assieme a dei bambini nel film Frozen). Forse, nella sua strategia di portare avanti queste ideologie con cautela e in modo graduale, la Disney  è cosciente che l’esistenza di due padri, che comporta ipotizzare la pratica dell’utero in affitto, non sia ancora pienamente accettata dal vasto pubblico, mentre il tema del seme maschile in affitto e quindi la perdita della paternità da parte del nascituro, sia un “male minore” che possa venir accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I AM NOT OK WITH THIS

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/29/2020 - 20:33
Titolo Originale: I Am Not OK With This
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jonathan Entwistle
Sceneggiatura: Jonathan Entwistle, Christy Hall
Produzione: 21 Laps Entertainment Ceremony Pictures Raindrop Valley
Durata: 7 puntate di 20' su Netflix
Interpreti: Sophia Lillis, Wyatt Oleff, Sofia Bryant

Sydney è una ragazza di 17 anni che frequenta il liceo. Rimasta orfana del padre da qualche tempo, trascorre la sua vita con sua madre Maggie e il fratellino Liam. Le giornate passano a scuola, con i suoi amici Dina e Stanley, in famiglia. Tutto sembra procedere normalmente, finché Sydney non scopre che, quando vive emozioni forti, si manifestano in lei strani e incontrollabili poteri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una figlia e sua mamma sanno superare il lutto della morte del padre riscoprendo il valore del loro rapporto
Pubblico 
Adolescenti
Il serial è vietato ai minori di 14 anni. Il linguaggio è molto volgare, alcune scene violente, il tema della sessualità è tratto con molta disinvoltura (senza scene di nudità), uso di droghe.
Giudizio Artistico 
 
Una buona ricostruzione dei pensieri e delle ansie del periodo adolescenziale ma la fiction si concentra molto su Sydney, sfumando troppo gli altri protagonisti
Testo Breve:

Sydney ha 17 anni ed è sempre irrequieta e ruvida che un giorno si accorge di avere strani poteri…Un teen-comedy-drama incompleto ma ben calato nel periodo adolescenziale  

Il serial nasce dal romanzo grafico di Charles Forsman con la regia di Jonathan Entwistle (già regista di The End of the F***ing World) e dai produttori di Stranger Things.

Le 7 puntate di 20 minuti mettono in scena numerosi aspetti della vita di un adolescente e di un giovane: il cambiamento fisico con la classica complicazione dell’acne. Il dubbio di non piacere o di non risultare interessanti per altre persone. Gli innamoramenti (e i primi rapporti sessuali, fin troppo promiscui e disinvolti). Le feste in casa tra amici con uso (e, a volte, abuso) di alcool e le feste della scuola con il tradizionale ballo. L’incapacità di comunicare con il mondo degli adulti (la madre, gli insegnanti), la fatica di elaborare un lutto. Tutto questo viene visto dal punto di vista della protagonista.

A tutto questo si aggiunge la scoperta, da parte di Sydney, di alcuni superpoteri fuori dal suo controllo. Poteri che, alla pari delle crisi adolescenziali, non la fanno sentire a suo agio (come dice il titolo stesso del serial TV).

Alcuni anni fa, Gabriele Salvatores, aveva approfondito questo tema con i suoi due film Il ragazzo invisibile (2014) e Il ragazzo invisibile – seconda generazione (2017): la storia di adolescenti che, crescendo, si trovano a fronteggiare i cambiamenti fisici e relazionali, unitamente all’insorgere dei poteri. Poteri che, inizialmente, sembrano essere casuali e senza criterio. Anche se la qualità del risultato raggiunta da Salvatores è decisamente superiore.

La serie si mostra come un grande flashback accompagnato da vari flussi di coscienza: l’inizio della prima puntata, infatti, ci mostra la protagonista che, completamente coperta di sangue (non suo) cammina su una strada deserta e dietro di lei delle automobili della polizia corrono nella direzione opposta alla sua a sirene spigate. Come è arrivata fin lì? Dove sta andando? Perché si trova in quelle condizioni? Tutte domande che, una puntata dopo l’altra, trovano la loro spiegazione.

Il linguaggio dei personaggi è molto volgare, forse anche un po’ troppo sopra le righe rispetto al mondo reale di adolescenti e giovani: se in alcune situazioni sembra “essere giustificato” dalle criticità affrontate dai personaggi, in altre sembra proprio turpiloquio gratuito.

I giovani attori interpretano bene le loro parti e rendono credibili i personaggi, la scelta di sviluppare una serie di breve durata con puntate di 20 minuti, non permette un grande approfondimento dei loro caratteri ad eccezione di Sydney, con la quale lo spettatore condivide il punto di vista e non pochi pensieri e commenti alle situazioni che accadono.

Gli effetti speciali sono pochi e anche abbastanza semplici, probabile indicatore (almeno per questa prima stagione) del fatto che l’interesse è più sui personaggi che non sulla spettacolarità.

La trama riesce a suscitare l’interesse dello spettatore per tutti i 140 minuti. Non ci sono grandi colpi di scena, ma la storia comunque si rende sempre più misteriosa con il procedere delle puntate. Il cliffhanger finale presuppone una seconda stagione, che però non è stata ancora confermata.

Il serial è disponibile sulla piattaforma Netflix.

 

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/27/2020 - 17:10
Titolo Originale: LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Andrea Camilleri, Leonardo Marini, Francesco Bruni, Valentina Alferj
Produzione: Palomar, Rai Fiction
Durata: 115
Interpreti: Alessio Vassallo, Fabrizio Bentivoglio, Corrado Guzzanti, Thomas Trabacchi,• Federica De Cola

Vigata 1856. Pippo Genuardi è ufficialmente un commerciante di legnami ma la sua vera fonte di reddito è l’aver sposato Taninè Schilirò, figlia dell’uomo più ricco di Vigata. Ha il pallino delle novità: si è comperato un’automobile e ora ha una nuova ambizione: installare una linea telefonica fra casa sua e il suocero (per motivi che scopriremo). Manda quindi una lettera di richiesta al prefetto Marascianno, di origine napoletana, seguita da altre due lettere di sollecito ma questa sua insistenza è vista con sospetto: il prefetto decide di indagare su di lui nonostante gli inviti alla moderazione del questore Monterchi, un uomo venuto dal Nord. Pippo ha un altro compito da assolvere: scoprire l’indirizzo dell’appartamento dove si è rifugiato a Palermo il suo amico Sasà La Ferlita. E’ un’informazione che sta a cuore al mafioso don Lollò, che deve vendicarsi per una vendita al gioco non pagata. E’ un servizio che Pippo Genuardi svolge con piacere perché pensa che don Lollò potrà, in cambio, aiutarlo ad ottenere l’ambita concessione telefonica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono personaggi positivi ma ognuno si muove solo per il proprio tornaconto, come mosso da un istinto ingovernabile
Pubblico 
Maggiorenni
La bestemmia di un sacerdote. Dettagli verbali scabrosi di pratiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Perfetta ricostruzione del mondo di Vigata a fine ottocento nel linguaggio, nella costruzione dei personaggi, nella fotografia
Testo Breve:

Un giovanotto falso e vanesio, amante delle donne e delle ultime novità della tecnologia, finisce per mettersi nei guai in una Sicilia di fine ottocento dove i locali poteri forti abusano a loro arbitrio dell’autorità di cui dispongono. Un racconto ben realizzato ma molto amaro

Questo film per la TV, trasmesso su RaiUno e ora disponibile su RaiPlay, completa la trilogia dei romanzi storici di Andrea Camilleri (La mossa del cavallo, La stagione della caccia) e si presenta come un lavoro di ottima fattura. E’ presente tutta l’arguta gradevolezza del racconto di Camilleri, l’uso sapiente dell’immediatezza del dialetto siciliano, il gusto dello stile epistolare forbito e ridondante di quel tempo, il ritratto di personaggi carichi di ironia, gli squarci di una città arroccata sulle colline. Il regista Roan Johnson ha compiutamente trasferito in immagini la ricchezza del testo, ogni inquadratura è impreziosita dalla fotografia di Claudio Cofrancesco e gli interpreti sono maschere perfette di questa farsa comico-tragica.

La simpatia e la perfezione dello stile dell’autore (Andrea Camilleri ha firmato anche la sceneggiatura) ci fanno sorvolare su certe peculiarità del racconto. La trama è complessa e a volte macchinosa (per tre volte l’indirizzo dato da Pippo a don Lollò è sbagliato), la componente del tradimento coniugale sembra aggiunto all’ultimo per dare un colpo di scena finale.  Ciò che colpisce soprattutto è la staticità dei personaggi, bloccati in un “tipo” specifico. Non ci sono evoluzioni, riflessioni di coscienza ma ognuno è quel che è, e collide con l’essere degli altri, tutti spinti da un determinismo ineluttabile.

E’ probabilmente sintomatico della visione tragica della vita, nonostante la forma di simpatico intrattenimento, che ci propone Camilleri.

E’ proprio il protagonista che finisce per essere la persona più odiosa: ha perennemente un atteggiamento falso e mellifluo, quando parla è sempre untuosamente ossequioso verso il potere e si sa già che sta dicendo il falso perché la sua è una recita continua per ottenere, manipolando gli altri, ciò che più gli interessa. E’ anche un quaquaraquà, per usare una terminologia coerente con l’ambientazione, pronto a sottomettersi a qualsiasi richiesta accompagnata da minaccia. Come se non bastasse è un donnaiolo che vive una doppia vita.  

Non ci fanno una buona figura neanche i personaggi femminili, interessati solo a concedersi succosi incontri d’amore e a cucinare saporite pietanze. La critica alle autorità pubbliche locali di quello stato italiano da poco costituito, è inesorabile: il prefetto è un fanatico del complotto, non c’è nessuna sensibilità per le istanze dei neonati fasci siciliani, espressione di disagio della fascia più povera della popolazione, le sentenze di un tribunale possono facilmente essere comprate e, forse cosa più odiosa di tutti, i carabinieri manipolano le prove per avallare certe comode teorie. Il fatto che il questore Monterchi sia l’unica persona di buon senso (legge molti libri, lascia intendere l'autore, quindi si è costruito una coscienza), sposta di poco il quadro negativo perché lui non è “uno di loro” ma un uomo del Nord. Non manca una frecciata diretta alla fede cattolica che si esprime con una satira feroce verso l’etica dei comportamenti sessuali.

Andrea Camilleri in questo lavoro (con l’aiuto di un ottimo staff) si conferma un grande pittore, che sa usare con maestria il pennello e scegliere le giuste tonalità di colore ma il soggetto scelto per il quadro è triste perché privo di speranza e carico di sfiducia nelle capacità trasformanti dell’uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SELF MADE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/24/2020 - 15:17
Titolo Originale: Self Made
Paese: USA
Anno: 202
Regia: Nicole Asher
Sceneggiatura: Nicole Asher
Produzione: SpringHill Entertainment, Orit Entertainment , Wonder Street,Warner Bros. Television
Durata: 4 puntate di 45' su Netflix
Interpreti: Octavia Spencer, Tiffany Haddish, Garrett Morris, Carmen Ejogo

St. Louis 1908. Sarah è una lavandaia afroamericana che vive con un marito ubriacone e violento. Una bella signora mulatta, Addie Munroe bussa alla sua porta e si offre di curare i suoi capelli con una crema da lei confezionata in cambio di un servizio di lavaggio di biancheria. I capelli di Sarah ricrescono e lei si offre volentieri di andare, porta a porta, a vendere questa prodigiosa crema. Addie rifiuta la proposta: considera Sarah troppo trasandata e troppo “nera” per promuovere la sua crema. Sarah, risentita, decide di confezionare anche lei una crema per i capelli, si fa chiamare Madam C.J. Walker e inizia a venderla per strada, senza molto successo, né può contare su grandi aiuti in famiglia: il suo nuovo marito C.J. e sua figlia Leila, sposata con John, un parassita sfaccendato. Solo il padre di C.J., Cleophus, risulta essere un simpatico vecchietto pronto a comprendere e ad aiutare Sarah. Trasferitasi a Indianapolis con tutta la famiglia, la sua crema inizia ad avere successo, vista come una forma di riscatto delle donne di colore che, dopo l’abolizione della schiavitù, iniziano a farsi strada nella società americana ancora razzista e maschilista…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna di colore si impegna per farsi valere in una società ancora razzista e maschilista
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena di amplesso senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Alcune fragilità nella sceneggiatura e nella regia che non riescono a restituirci il ritratto di un personaggio ricco e complesso
Testo Breve:

La biografia di Sarah, la prima donna afroamericana a diventare milionaria dopo l’abolizione della schiavitù. Il ritratto di un personaggio molto interessante non pienamente riuscito

Il serial ricalca la biografia di Madam C.J. Walker, la prima milionaria di colore che è riuscita a farsi strada da sola e che è stata raccontata nel libro On Her Own Ground  di A'Lelia Bundles, una sua discendente.

S tratta di un lavoro indubbiamente interessante da un punto di vista storico perché se ci vengono continuamente proposti film che ci ricordano il tempo della schiavitù (12 anni schiavo, ..) o della persistente violenza della polizia americana contro la gente di colore (Queen & Slim,..), questa fiction ci mostra come dopo l’abolizione della schiavitù (Sarah si vanta di far parte della prima generazione nata libera) le persone di colore abbiano iniziato a integrarsi progressivamente nel tessuto economico e sociale della società americana. , costituendo una propria classe borghese , anche se costretta a muoversi su binari paralleli, non comunicanti con quelli della razza bianca. Durante l’evolversi della storia di Sarah, veniamo a conoscere altri significativi personaggi del tempo: Jack Jonson, il primo pugile di colore a vincere il titolo mondiale di box dei pesi massimi;    Booker T. Washington's  presidente della National Negro Business League che riuscì a diventare il portavoce della comunità nera presso la classe politica americana del tempo e W.E.B. Dubois saggista e poeta. Non manca un breve incontro di Sarah con J. D. Rockefeller espressione, per lei come per tanti a quel tempo, di quell’obiettivo di prosperità e successo che sembrava aperta a tutte le persone determinate a ottenerlo.

Se le premesse sono tutte positive, la realizzazione lascia perplessi. E’ indubbio che al centro del racconto c’è Sarah, interpretata da Octavia Spencer e ci sarebbe stato grande interesse a scoprire la chiave del suo successo. Il baricentro del racconto è invece un altro: i rapporti di Sarah con i suoi familiari, tutti saliti parassitariamente sul carro del suo successo e pronti a rivendicare il proprio posto in prima fila.

Anche il profilo caratteriale scelto per Sarah è insolito: non mostra leadership (o potere manipolatorio) nel contenere le intemperanze delle figure modeste che ruotano intorno a lei ma sembra subirle passivamente, salvo poi decidere se allontanare definitivamente qualcuno e puntare su qualcun altro. Le difficoltà che incontra nella crescita della sua società vengono drammaturgicamente concentrate nella persona di Addie Munroe, vista come fonte di tutti i suoi mali ma stranamente, a fronte di ogni avversità (l’incendio del suo primo laboratorio, la defezione delle sue prime rappresentanti,..), non scopriamo la sua abilità  nel rimontare la china ma semplicemente, in una scena successiva vediamo che il problema è stato superato. Sarah sembra piuttosto eccellere nel riuscire a trovare persone che le possano essere utili per i suoi piani di espansione ed è arguta nei suoi programmi di Marketing,  dove la vendita della sua lozione è vista come uno spunto marginale di un programma più ampio di riscatto per tutte le donne di colore.
E’ un peccato, perché la storia vera di madame Walker fu realmente appassionante. Visse fino a 37 anni con i suoi 5 fratelli in una baracca di legno facendo umili lavori; rimasta orfana, sposata a 14 anni, riuscì a sfuggire ai maltrattamenti del marito rifugiandosi a St Louis dalla sorella maggiore. Si tratta di antefatti che avrebbero dato spessore alla formazione del carattere di questa donna, così come la parte finale della sua vita, che fu attiva nella politica a favore della gente di colore e fece significative donazioni. Ogni anno spendeva 10 mila dollari per la formazione di giovani di colore nei college del Sud.

Occorre aggiungere alcune fragilità nella sceneggiatura (il marito per dimostrare che lui è un uomo e non accetta ordini da sua moglie, le dice: ”tu non mi cucini niente”)  e  di messa in scena, come il simbolismo straniante di sintetizzare la continua competizione fra Sarah e Addie mostrandole intente a darsi pugni su di un ring. Infine l’inclinazione lesbica della figlia Leila non è dimostrata (ebbe tre mariti) e sembra più un doveroso ossequio al politically correct.

Si intravede, con discrezione, una certa matrice cristiana nella struttura del racconto: ci sono un paio di scene dove si vede tutta la comunità di colore entrare in chiesa per la funzione domenicale (la vera Sarah fu seguace della African Methodist Episcopal Church, che l’aiutò a trovarle un lavoro nei primi, difficili,  momenti);  Il vecchio Cleophus, padre di C.J., di fronte alle tante e crisi familiari a cui è costretto ad  assistere, ci regala un elogio appassionato della fedeltà matrimoniale. La stessa suddivisione palese fra buoni e cattivi, così scultorea, sembra rimandare a una contrapposizione, quasi biblica, fra il saggio e lo stolto, l’avveduto e il prudente, ..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOMBSHELL - LA VOCE DELLO SCANDALO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/21/2020 - 19:40
Titolo Originale: Bombshell
Paese: USA, Canada
Anno: 2019
Regia: Jay Roach
Sceneggiatura: Charles Randolph
Produzione: Lionsgate, Denver and Delilah Productions, Lighthouse Management & Media, Bron Studios, Everyman Pictures
Durata: 109
Interpreti: Charlize Theron, Nicole Kidman, Margot Robbie, John Lithgow

Nel 2016, durante un dibattito politico con Donald Trump, l’anchorwoman di Fox News Megyn Kelly attacca il futuro presidente, accusandolo di misoginia. Questo la porta a essere emarginata dalla rete televisiva, espressione della destra conservatrice americana, e criticata dal presidente del network, Roger Ailes. Contemporaneamente, la presentatrice Gretchen Carlson, che nell’ultimo periodo si era opposta strenuamente alla strumentalizzazione del corpo femminile all’interno dei programmi targati Fox, viene licenziata e denuncia Ailes di moleste sessuali. Inizia così una bufera giudiziaria e mediatica, che travolgerà la Fox e porterà drastici cambiamenti ai piani alti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta una tematica molto attuale, quella delle molestie subite dalle donne sui luoghi di lavoro, raccontando fatti realmente accaduti
Pubblico 
Adolescenti
Uso di turpiloquio, numerosi riferimenti a molestie sulle donne (mai mostrate direttamente), una scena di rapporto omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film rimane molto freddo perché denuncia, ma intrattiene poco. La necessità di ricostruire, passo dopo passo, una storia complessa, lascia poco spazio in scena alle protagoniste, di cui, in realtà, non scopriamo quasi nulla
Testo Breve:

Il film racconta la “bomba” scoppiata all’interno degli studi della Fox nel 2016.  Più dell’acume e della bravura delle presentatrici, infatti, ciò che conta è il loro aspetto fisico e accettare le molestie dei manager che contano

Come anticipato dal titolo, il film di Jay Roach racconta la “bomba” scoppiata all’interno degli studi della Fox nel 2016, appena un anno prima di un caso analogo, di maggiore risonanza e dalle conseguenze ancora più vaste (il celebre “caso Harvey Weinstein”, che porterà alle battaglie sociali, culturali e mediatiche del movimento #metoo). Il film affronta dunque una tematica molto attuale - quella delle molestie subite dalle donne sui luoghi di lavoro – accendendo i riflettori sul mondo del giornalismo televisivo americano, in cui molti dei volti più conosciuti sono femminili, ma il controllo e il potere sono tutti concentrati in mani maschili. Al di là di una tanto apparente quanto finta immagine di libertà e democrazia, il giornalismo televisivo è costretto a sottostare ai compromessi politici e alle esigenze dello spettacolo, ineluttabili dal momento che si tratta di un medium visivo. Più dell’acume e della bravura delle presentatrici, infatti, ciò che conta è il loro aspetto fisico (tacchi altissimi, vestiti corti e gambe in bella mostra, trucco perfetto…).  Insomma, il messaggio è chiaro: se non sei bella (e, si potrebbe aggiungere, se non hai intenzione di sottostare ai capricci e ai desideri dei tuoi capi), non hai alcuna possibilità di farti strada in questo mondo, come ribadisce più volte Roger Ailes.

Da questo punto di vista, il film fa una scelta interessante, vale a dire quella di affiancare alle due protagoniste “vere” – le presentatrici Megyn Kelly e Gretchen Carlson, interpretate da Charlize Theron e Nicole Kidman – un personaggio fittizio: la giornalista alle prime armi Kayla Pospisil (Margot Robbie), che incarna tutte quelle impiegate della Fox rimaste senza nome, ma probabilmente costrette a sottostare allo stesso trattamento delle più celebri Kelly e Carson. Il personaggio di Kayla, insomma, funge un po’ da trait d’union tra passato e presente, permettendo al film di rendere più vicino nel tempo il problema (e il dolore).

Lo stile di Bombshell unisce la ricerca documentaria all’iperrealismo del cinema impegnato americano, mescolando parti recitate e materiale d’archivio, interviste reali e fittizie. Il risultato è una denuncia di vasta portata, che travolge non solo il personaggio di Ailes, ma anche la famiglia Murdoch, proprietaria della Fox, che viene, più o meno indirettamente, accusata di essere a conoscenza dei comportamenti di Ailes e di altre figure chiave del network, ma di averli sempre ignorati, salvo poi abbandonare la barca durante il naufragio, prendendone le distanze e licenziandoli in cambio di una sostanziosa buonuscita.

Ecco, forse il difetto maggiore di Bombshell è che rimane un film molto freddo, che sì denuncia, ma intrattiene poco. La necessità di ricostruire, passo dopo passo, una storia complessa, lascia poco spazio in scena alle protagoniste, di cui, in realtà, non scopriamo quasi nulla e con cui facciamo fatica a empatizzare. L’effetto è un po’ controproducente: alla fine, le varie Megyn, Gretchen e Kayla rimangono figure astratte e non donne in carne ed ossa. Risultando, pertanto, lontanissime da noi.

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JAMS (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/20/2020 - 11:13
Titolo Originale: Jams - S1
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Alessandro Cell
Sceneggiatura: Simona Ercolani, Angelo Pastore, Mariano Di Nardo e Josella Porto
Produzione: Stand by Me e Rai Ragazzi
Durata: 10 puntate di 2'' su RaiPlay
Interpreti: Sonia Battisti, Giulia Cragnotti, Andrea Dolcini, Luca Edoardo Varone

Joy, Alice e Max si conoscono dalle elementari e ora, a undici anni, frequentano insieme la prima media. Mantengono l’abitudine di ritrovarsi tutti e tre nel pomeriggio al parco per chiacchierare del più e del meno ed è in uno di questi pomeriggi che conoscono Stefano, un nuovo compagno di scuola arrivato da poco in Italia perché il padre, per il suo lavoro, cambia spesso città e paese. Al primo giorno di scuola vengono invitati dai professori a partecipare a un contest di cucina, organizzato a squadre. Joy è felicissima di questa iniziativa perché è da sempre appassionata di cucina e invita i suoi due amici a costituire una squadra; invita anche Stefano a unirsi a loro: verso questo ragazzo inizia a nutrire una certa simpatia. La squadra si chiamerà JAMS, dalle iniziali dei loro nomi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Amicizia, spirito di solidarietà, l’affetto dei genitori: sono i valori che consentono di superare i momenti drammatici presentati nella fiction
Pubblico 
Adolescenti
Per il tema trattato occorre che siano i genitori a decidere se sia opportuno che i loro figli vedano questa fiction oppure no
Giudizio Artistico 
 
Il serial si muove bene nel mondo dei ragazzi di 11 anni ma è palese il movente educativo del racconto
Testo Breve:

Due ragazzi e due ragazze della prima media fanno squadra per partecipare a una gara culinaria organizzata dalla scuola. Amicizia, primi amori, fanno da contorno a un obiettivo programmatico: spiegare come vigilare e come reagire alle molestie sessuali sui minori

“Questa storia parla di squadra, di grandi amicizie e di primi amori. Ma anche di segreti, di gesti a cui bisogna dire no. Dopo la visione, se vuoi, parlane con i tuoi genitori o con un adulto a te vicino”. Questa scritta appare a ogni inizio di puntata e negli ultimi tempi messaggi di questo genere accompagnano abbastanza spesso i serial destinati agli adolescenti. La tendenza delle ultime produzioni non è raccontare storie allegre, spensierate, adatte a quella fascia di età ma trattare temi forti, che potrebbero non essere sostenuti dai ragazzi da soli. Emblematici sono stati Thirteen, sulla tendenza al suicidio ai tempi dell’high school ed Euphoria dove c’è un po’ di tutto: droga, pornografia, prostituzione giovanile. Entrambi i serial chiudevano ogni puntata con un numero di telefono a cui potevano rivolgersi quei ragazzi e quelle ragazze che erano rimaste turbate dalla visione. Anche questo serial in dieci puntate prodotto da Rai Ragazzi e Stand By Me tratta un tema delicato, quello delle molestie sessuali sui minori ma occorre fare subito dei distinguo. Thirteen ed Euphoria.  hanno caricato il racconto di scene shock e il messaggio posto alla fine  sembra più una foglia di fico che tardivamente cerca di coprire ciò che invece è servito ad attirare il pubblico target. La produzione italiana si pone in una prospettiva diversa: evita innanzitutto qualsiasi tipo di scena forte (si allude ma non si mostra) e il modo in cui gli amici, i genitori si stringono intorno alla ragazza ferita cercando di comprendere, con sensibilità, anche ciò che non viene detto, diventa di fatto una guida al giusto comportamento in queste situazioni (il serial si avvale della consulenza scientifica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù).

Anche se fin dalle prime puntate comprendiamo qual è il tema principale del racconto, assistiamo alle giornate semplici e tranquille di questi ragazzi: questa volta non si usa l’espediente classico, nelle storie teen americane, di riunire i ragazzi intorno all’impegno di una recita o un canto ma piuttosto di un contest culinario; è comunque presente, anche nel serial italiano, la cattiva di turno. Intorno a questo evento aggregante si sviluppano i primi amori, si generano conflitti, tradimenti ma su tutto prevale l’amicizia e la legge della solidarietà. A di là del lodevole impegno dei giovani protagonisti, è forse questo un limite costruttivo della storia. Si tratta di ragazzi di 11 anni e sono tutti adorabili, sensibili, controllati (e tutti con il cellulare) . Sarebbe magnifico incontrare sempre ragazzi di questo tipo ma in realtà a quell’età si fanno e si dicono tante sciocchezze, si attuano comportamenti un po’ stupidi e quasi tutti i maschi di quell’età pensano più a giocare a pallone che trovarsi la fidanzatina, mentre questa serie sembra sviluppata in modo preponderante in un’ottica femminile. Non aiuta il continuo commentare ciò che sta accadendo da parte di Alice che si rivolge allo spettatore, soluzione  che finisce per rinforzare la veste dimostrativa che si vuol dare alla fiction.

La serie è visibile su RaiPlay e ora è iniziata la seconda stagione, che si concentra sul fenomeno del bullismo e del cyber-bullismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SORRY WE MISSED YOU

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/18/2020 - 10:37
Titolo Originale: Sorry We Missed You
Paese: UK, Francia
Anno: 2019
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: Sixteen Films, Why Not Productions, Wild Bunch, BFI, BBC Films, Les Films du Fleuve, France 2 Cinéma
Durata: 101
Interpreti: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor

Ricky, Abby, Liza Jane e Seb sono una famiglia che vive a Newcastle. Ricky, dopo aver perso numerosi lavori a causa della crisi economica, decide di mettersi in proprio affidandosi ad un franchising di corrieri. L’obiettivo è quello di poter dare una volta alla sua vita e a quella dei suoi cari, acquistando una casa, invece di continuare a vivere in affitto. Per farlo deve vendere l’auto della moglie Abby, che è assistente domiciliare e acquistare un furgone per le consegne. Gli orari di lavoro, però, particolarmente duri mettono a dura prova la tenuta della famiglia e l’educazione dei figli e le esigenze del mercato, non transigono: non badano alle persone e alle loro esigenze, non tengono conto neanche della salute, ma richiedono che tempo e relazioni vengano sacrificati per riuscire a guadagnare sempre più denaro

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La partecipata denuncia di un capitalismo senza regole non è accompagnata da una proposta costruttiva che conduca a un mondo migliore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film e Ken Loach, con il suo stile essenziale, riesce a farci entrare nell'intimità di una famiglia sottoposta a una difficile prova
Testo Breve:

Un padre di famiglia decide di mettersi in proprio lavorando come spedizioniere. Ken Loach denuncia ancora una volta le storture in una società che privilegia il tornaconto economico a scapito dei valori dell’uomo e della famiglia

Con il suo ventiseiesimo lungometraggio, Ken Loach completa, almeno idealmente, una “riflessione cinematografica” iniziata con il suo precedente film Io, Daniel Blake (Palma d’oro a Cannes 2017, David di Donatello, Bafta, Cesar, London Critics). Se nella precedente pellicola il regista si era concentrato sulla dimensione politica e sociale dello stato inglese, con le relative conseguenze sul welfare a scapito delle persone in stato di necessità, qui l’invito è a considerare le conseguenze della precaria situazione economica generale sulle persone e sulla famiglia.

Attraverso le caratterizzazioni dei personaggi si può cogliere la critica di Leach. I due datori di lavoro di Ricky e Abby, infatti, potrebbero essere considerati la personificazione del mercato liberista: Maloney, il responsabile dei corrieri e la responsabile delle assistenti domiciliari (che non si vede mai, se ne sente solamente la voce attraverso un cellulare). L’esigenza di mantenere alti gli standard produttivi, la necessità di un buon feedback da parte dei fruitori dei servizi, chiedono alla famiglia Turner di sacrificare quasi tutto: tempo di coppia, tempo di svago con i figli, tempo di riposo, salute fisica. Se all’inizio l’attività lavorativa di Ricky veniva presentata alla stregua di una libera professione in vista di una crescita e di un benessere economici mai raggiunti prima, ben presto si rivela essere una forma moderna di schiavitù: quattordici ore di lavoro al giorno, esposizione al rischio di incidenti, sanzioni di vario tipo e rimborsi delle cose danneggiate. Così come la datrice di lavoro di Abby: numerosi appuntamenti durante la giornata, dal mattino presto alla sera tardi, qualche volta anche il sabato sera (sacrificando il momento di svago familiare).

Se i genitori soffrono, non meno i figli: Liza Jane deve imparare presto ad essere autonoma su tante cose, non potendo contare sul supporto dei genitori sempre impegnati al lavoro, Seb che con la sua ribellione adolescenziale (mettendo a rischio la sua stessa riuscita scolastica) cerca di attirare l’attenzione dei suoi familiari.

Una prospettiva, quella del regista inglese, che lascia un retrogusto amaro, senza speranza fintantoché le cose restano così. Una lettura ben lontana da quella del sogno americano fatta da Gabriele Muccino ne La ricerca della felicità o da quella della guerra tra poveri fatta da Bong Joon-ho nel suo recente successo Parasite (o nel suo precedente lavoro Snowpiercer).

Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film. La pellicola permette di approfondire anche pensieri e stati d’animo dei personaggi: il desiderio di “riscatto sociale” e di benessere che Ricky Turner (interpretato da Kris Hitchen) vorrebbe per la propria famiglia, deve fare i conti con un lavoro che promette indipendenza, ma si rivela peggiore di qualsiasi lavoro dipendente.

Abby Turner (interpretata da Debbie Honeywood) che ama la sua famiglia, cerca di essere presente (in particolare con i figli e le loro esigenze), cerca di supportare il marito nelle sue scelte anche quando queste costano sacrifici e lo portano a grandi frustrazioni poi riversate sulla famiglia stessa.

Liza Jane (interpretata da Katie Proctor) e Seb (interpretato da Rhys Stone), due figli che in modo diverso cercano di arrangiarsi nel far fronte all’assenza dei genitori impegnati nel lavoro per garantire loro un futuro.

L’ottima regia di Loach riesce a far emergere ogni cosa attraverso dialoghi e immagini. Il suo passato di documentarista emerge in più momenti, in particolare si mostra nelle sequenze di intimità familiare: il dialogo del protagonista con figlia in un momento di pausa pranzo durante le consegne, le discussioni e i confronti che spesso la famiglia Turner vive a tavola.

Nel complesso è un buon film, impegnativo, che aiuta a riflettere sui rapporti umani in un contesto dove il mercato sembra dettare legge in ogni situazione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LO STATO DELL'UNIONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/16/2020 - 21:39
Titolo Originale: State of the Union
Paese: United Kingdom
Anno: 2019
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Nick Hornby
Produzione: See-Saw Films
Durata: 2 episodi di 501 su Sky
Interpreti: Rosamund Pike, Chris O'Dowd

Louise e Tom sono una coppia sulla quarantina, sposata da 15 anni con due figli ma qualcosa fra loro si è rotto. Lei lo ha tradito per un altro ma ora è pentita e hanno deciso di partecipare ogni settimana alle sedute di una terapeuta di coppia. Dieci minuti prima dell’incontro, hanno preso l’abitudine di incontrarsi in un pub lì vicino: è l’occasione per riorganizzare le proprie idee su cosa dire durante la seduta ma in realtà è l’occasione per misurare la temperatura del loro amore….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia ha il dono del dialogo, ma entrambi mancano dello slancio necessario per compiere un gesto generoso e incondizionato verso l’altro
Pubblico 
Pre-adolescenti
riferimenti alla vita sessuale della coppia
Giudizio Artistico 
 
I protagonisti Rosamund Pike e Chris O’ Down hanno vinto due Emmy Awards nella categoria fiction short form, e sia il regista (Stephen Frears) che lo sceneggiatore (Nick Norby) hanno vinto o sono stati candidati ai premi Oscar
Testo Breve:

Lui e lei, una coppia in crisi, si incontrano ogni settimana in un pub prima di partecipare a una terapia di coppia. Sono dieci minuti nei quali esplorano i loro sentimenti e, ciò che più conta, non smettono mai di dialogare. Due premi agli Emmy Awards.

Louise e Tom guardano dalla finestra del pub una coppia uscire dallo studio della terapeuta: evidentemente la seduta ha avuto successo perché i due si stanno baciando pieni di passione. “Se sono così travolti dalla passione, che diavolo ci fanno dalla dottoressa Kanyon?” commenta lui. Poi subito si corregge perché capisce di aver commesso una gaffe nei confronti della moglie. “La passione non è come il petrolio che poi si esaurisce – cerca di correre ai ripari – la vedo più come qualcosa che si perde, come una chiave o una biro. “Le chiavi si trovano sempre, le biro mai – lo rintuzza lei- noi abbiamo perso una chiave o una biro?” Tom comprende che c’è una sola risposta possibile: “sono chiavi che stiamo cercando e dobbiamo trovarle. Chi perde tempo a cercare una biro? Meglio ricomprarla”. Un dialogo di questo genere rende bene lo spirito di questo serial short form, dove ogni episodio dura esattamente dieci minuti, il tempo che i due trascorrono al pub prima che inizi la seduta.  Si tratta di un lui e di una lei che hanno mantenuto un atteggiamento urbano fra loro, non alzano mai la voce, sanno che il loro amore non è morto, nascosto da qualche parte del loro animo, anche se è rimasto ferito dall’infedeltà di lei. C’è una tenue elettricità che scorre fra loro, ognuno dei due è in tensione, attento a quello che dice l’altro per riuscire a cogliere anche un piccolo accenno della volontà di tornare assieme come prima. Al contempo si tratta di un dialogo sofisticato, intelligente, scritto da Nick Hornby (An Education,  Brooklyn, About a Boy,  Wild, due volte candidato all’Oscar), che appare molto inglese nella sua sottile ironia e apparirebbe quasi freddo se non fosse per la bravura dei due protagonisti: Rosamund Pike e Chris O’ Down. Puntata dopo puntata, emergono le loro personalità: lei è più determinata, ha un comportamento lineare, mosso da alcuni principi di fondo da perseguire, incluso l’impegno di dire sempre la verità; lui si comporta in modo più circospetto, di volta in volta, circostanza per circostanza, riflette su cosa è opportuno dire o no. E’ un atteggiamento che fa arrabbiare lei, che lo rimprovera per non combattere per il suo matrimonio, per la sua stessa vita. Alla fine si tratta di una coppia perfettamente complementare, che dispone del bene preziosissimo del dialogo e indipendentemente da come finirà il serial, è evidente che sono fatti l’uno per l’altra.

Questa recensione vuole anche rendere omaggio a questo nuovo format, il serial short form, che sta diventando sempre più popolare proprio perché ha l’obiettivo di adattarsi ai dispositivi mobili, e non ha bisogno di molto tempo (il tempo di un percorso in metropolitana) per arrivare alla fine di un episodio (tipicamente dieci minuti). In particolare questo Stato dell’unione, per la regia del premio Oscar (The Queen, 2017) Stephen Frears  ha vinto nel 2019 due Emmy Awards nella categoria short form.

La fiction è disponibile su Sky

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEEN & SLIM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/04/2020 - 20:30
Titolo Originale: Queen & Slim
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Melina Matsoukas
Sceneggiatura: Lena Waithe
Produzione: BRON Studios, 3Blackdot, De La Revolución Films, Hillman Grad, Makeready
Durata: 132
Interpreti: Daniel Kaluuya, Jodie Turner-Smith, Bokeem Woodbine

A Cleveland, nell’Ohio, un giovane e una giovane di colore chiacchierano in un bar: si sono dati un appuntamento tramite Tinder, il famoso sito di incontri e cercano di fare reciproca conoscenza. Lui si offre di accompagnarla a casa in macchina ma durante il percorso un poliziotto gli intima di fermarsi. L’uomo d’ordine ha un comportamento rude e sprezzante e dopo una serie di malintesi la situazione precipita e il poliziotto resta ucciso. I due sanno che avranno poca speranza di dimostrare la loro innocenza e decidono di fuggire spostandosi verso Est, nella speranza di trovare il modo per arrivare a Cuba. Intanto le televisioni locali trasmettono la sequenza dell’incidente (il poliziotto aveva attivato una telecamera) per invitare la popolazione a individuare i colpevoli. Ciò crea solidarietà verso i due fuggiaschi da parte della gente di colore; sono diventati i loro eroi e già li chiamano Queen e Slim…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema dei metodi violenti della polizia è affrontato in tutta la sua cruda realtà ma dal film non scaturisce alcun segno di speranza verso una soluzione pacifica ai problemi di integrazione razziale negli Stati Uniti
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente della violenza. Una intensa ed scena di incontro amoroso con nudità
Giudizio Artistico 
 
Grande maestria della regista nello sviluppare un racconto serrato ed emozionante mentre la sceneggiatura sviluppa bene il percorso intimo dei due protagonisti cheriescono a i trasformarsi per l'effetto benefico della vicinanza dell'altro
Testo Breve:

Lui e lei, afroamericani, che si sono appena conosciuti, sono in fuga lungo le strade degli Stati Uniti, accusati di aver ucciso un poliziotto. Un road movie che è soprattutto una intensa storia d’amore

La regista Melina Matsoukas, vincitrice di due Grammy Award, al suo primo lungometraggio, si è fatta le ossa nella realizzazione di videoclip musicali (è famoso Formation, di Beyonce)  e si vede. Il ritmo del film è serrato, l’economia delle sequenze è rigorosamente calibrata, non ci sono indugi compiacenti, che non sarebbero risultati adatti a un road movie dove un solo minuto di  ritardo nella fuga può risultare fatale.  

La prima sequenza è tranquilla, facciamo la conoscenza con due persone molto diverse, accomunate dal colore della pelle e dalla solitudine. Lei è una ragazza dallo spirito indipendente che si è fatta da sola, un’avvocatessa impegnata nel cercare di difendere i suoi fratelli che rischiano la pena di morte; lui è un semplice impiegato di negozio, legato alla famiglia e con una sincera fede religiosa. Poi, subito dopo il dramma. Fermati dal poliziotto, più i due cercano di chiedere perché sono stati fermati, più il poliziotto si accanisce nelle perquisizioni, fino a minacciarli con la pistola. Tutto accade velocemente e i due, che a malapena avevano iniziato a conoscersi, debbono mantenere i loro destini forzatamente uniti nel cercare di sopravvivere in un’America che ancora trova nella violenza la sbrigativa soluzione a tanti dei suoi problemi. Da questo momento il film sviluppa due movimenti paralleli, strettamente collegati. La fuga on the road, da villaggio a villaggio, che cattura l’attenzione dello spettatore desideroso di conoscere la loro prossima mossa per sopravvivere e la trasformazione progressiva che subiscono i due protagonisti, dentro di loro e fra di loro.  
Non ci troviamo di fronte a una replica di Gangster Story, dove Bonnie and Clyde avevano una euforica e spavalda furia distruttiva contro tutto e contro tutti né a una replica di Thelma e Louise, le due donne che cercavano di superare, con la loro incosciente spensieratezza, un’esistenza soffocata dalla prepotenza maschile, ma due giovani che non cercano altro che realizzare se stessi e trovare un po’ di felicità e si trovano invece  ingabbiati, per circostanze avverse, in un destino che non hanno scelto.
E’ questo l’aspetto più interessante e più vero del film, che finisce per diventare più un racconto intimo che un’action story. I due sono molto diversi come carattere e altrettanto nell’ atteggiamento nei confronti della loro negritudine. Se nella prima parte del film trascorrono il tempo a litigare perché ognuno vorrebbe affrontare la situazione in cui si trovano in modo diverso, alla fine, nella loro convivenza forzata, ognuno dei due insegna all’altro ad avere una prospettiva diversa. Sono simboliche, a questo riguardo, le loro fughe dalla tensione della fuga come sporgersi dal finestrino della macchina che corre veloce mentre si canta una canzone o provare, per lui che non c’è mai stato, a montare un cavallo, un modo per abbandonarsi alla tranquilla natura che esprime l’animale. Infine il primo ballo insieme, quando le barriere reciproche cadono e  il rapporto diventa più confidenziale. “Cosa vorrei io? –confida Queen - Voglio un uomo a cui posso far vedere i miei lati peggiori”. Da quel momento in poi l’angoscia si attenua e germoglia la felicità di essersi trovati, di sentirsi una cosa sola in un solo destino, anche se così avverso. 
Il tema del razzismo negli Stati Uniti e dell’atteggiamento violento della polizia ci viene rappresentato senza sconti e quasi senza speranza di riscatto  ma la sceneggiatrice non risolve il problema con semplicistiche interpretazioni ideologiche: riporta il problema alla coscienza del singolo. Accanto a poliziotti fanatici, ci sono anche poliziotti di buon senso e c’è anche una coppia bianca che si presta a dare rifugio ai due fuggitivi.  A fianco  di afroamericani che cercano una soluzione pacifica per i loro problemi, ci sono altri pronti alla rivoluzione e un ragazzo di colore, esaltato dal mito che si è costruito intorno alla coppia che fugge, finisce anche lui per cedere all’uso della violenza. Oltre a raccontarci una bella storia d’amore, questo film si aggiunge ai molti, anche recenti (Detroit) che ci ricordano che il tema dell’integrazione razziale non è stato ancora superato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/03/2020 - 21:15
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Brett Haley
Sceneggiatura: Jennifer Niven, Liz Hannah
Produzione: Echo Lake Entertainment, Mazur / Kaplan Company
Durata: 107
Interpreti: Elle Fanning, Justice Smith

Finch, un ragazzo afroamericano che frequenta l’high school, sta facendo la sua corsetta serale, quando si accorge che Violet, una compagna di scuola, si è posta pericolosamente in bilico sul parapetto del ponte sotto cui sta passando. Violet è stata traumatizzata dalla perdita dell’amata sorella morta accanto a lei in un incidente d’auto. Finch le si accosta con calma e riesce a convincerla a scendere. Il giorno dopo il professore di geografia propone ai ragazzi un compito da svolgere in coppia: descrivere due luoghi interessanti dello stato dell’Indiana, dove vivono. Fich propone a Violet di andare con lui a cercare posti insoliti. La ragazza all’inizio dice di no, vuole continuare a restare chiusa nel suo dolore, inoltre gli amici le rivelano che Finch è un po’ “schizzato” (soffre di un disturbo bipolare) ma poi, alla fine, accetta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo e una ragazza, con fragilità psichiche, si incontrano iniziano ad amarsi ma il loro rapporto non riesce a raggiungere quella fiducia e dedizione all’altro capace di curare tutte le loro ferite
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di rapporto prematrimoniale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il film beneficia della fresca interpretazione di Elle Fanning, e di paesaggi naturali molto ben fotografati ma scivola nel finale in un eccesso di letteratura e la descrizione del protagonista maschile resta incompiuta
Testo Breve:

Entrambi frequentano l’high school Lei è depressa per la morte della sorella, lui soffre di un disturbo bipolare ma si incontrano e si amano nelle loro fragilità. Un teen drama iper-romantico dove, secondo la moda degli ultimi tempi, si affronta il tema del suicidio

Quando si vuole raccontare una storia iper-romantica e commovente fra due giovani, è inevitabile che alla fine uno dei due muoia. A iniziare da Love story del 1970 (dove moriva lei) e poi oltre, fino a Colpa delle stelle del 2014 (dove moriva lui). In effetti quest’ultimo aveva iniziato un nuovo filone a cui questo Raccontami di un giorno perfetto aderisce pienamente: la solidarietà fra un lui e una lei che hanno gravi infermità, in questo caso psichiche. Lei è depressa dopo la morte della sorella e non sente più la voglia di vivere; lui alterna momenti di grande entusiasmo ad altri di completa sfiducia in se stesso durante i quali si affida a tanti sticker che appende al muro della sua camera come per non perdere il senso di cosa sta facendo e a volte scompare per qualche giorno. Pesa, sulla sua esistenza, un padre violento che ha abbandonato la famiglia.

Violet  si è chiusa nell’apatia, timorosa di cosa potrebbe succedere se tornasse a sentire emozioni, ma poi è lei la prima a beneficiare della frequentazione che si sviluppa fra i due: recupera l’attenzione verso il mondo che la circonda, ritorna a meravigliarsi e scopre che “non serve salire in cima a una montagna per sentirsi in cima al mondo” e che “ci sono posti meravigliosi anche nei giorni più bui”, dice Violet nel finale del film, dai connotati forse un po’ troppo letterari. Se Elle Fanning sostiene bene la parte della ragazza che ritrova il gusto della vita, non si può dire lo stesso di Finch, non certo per la mancanza di bravura di Justice Smith ma perché il suo personaggio non è coerente né approfondito. Perché Violet finisce per appoggiarsi all’energia di Finch e grazie alle attenzioni che riceve da lui subisce una profonda trasformazione mentre il ragazzo non trova un modo sereno di convivere con i suoi limiti? La ragione può essere trovata proprio nella filosofia di fondo che sostiene il film. Violet ha scoperto, con l’aiuto di Finch,  la bellezza della natura, del mondo che ci circonda, del saper cogliere la meraviglia, piccola  o grande, che si sprigiona in ogni singola giornata. Tutto ciò è giusto e bello ma resta una scoperta soggettiva; un approccio alla vita esistenzialista di corto respiro, privo di verità più profonde che si scoprono quando si vive con l’altro e per l’altro. Di tutt’altra forza era Colpa delle stelle, dove i due ragazzi, proprio nell’amore reciproco e nell’aiuto portato agli altri trovano un senso pieno nei giorni che restano loro da vivere. La debolezza del film, ricavato dal best-seller All the Bright Places di Jennifer Niven che è anche sceneggiatrice, sta proprio in quel rapporto amoroso che inizia ma non si salda, nell’incomprensione da parte di Violet (e anche nostra, perché non è ben descritto) di quel misterioso male di cui soffre Finch.

Il film è disponibile sulla rete Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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