Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 21:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ORO VERDE . C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/15/2019 - 14:27
Titolo Originale: Pájaros de verano
Paese: COLOMBIA, DANIMARCA
Anno: 2018
Regia: Ciro Guerra, Cristina Gallego
Sceneggiatura: María Camila Arias, Jacques Toulemonde Vidal
Produzione: BLOND INDIAN FILMS
Durata: 125

Negli anni ’60 il popolo dei Wayúu viveva ancora di pastorizia nella terra arida del Guajira (Colombia) e manteneva intatta la propria cultura. A quei tempi Rapayet, un meticcio, chiede di sposare Zaida, la giovane figlia del capo della famiglia Pushaina. Ma Ursula, la madre di Zaida, non vede di buon occhio un matrimonio con un alijuna (un meticcio) e chiede, per il consenso della famiglia, un pegno notevole:30 capre, 20 mucche, 2 muli e 5 collane. Rapayet ha un’idea: ha scoperto che i giovani americani presenti nella regione, appartenenti ai Peace Corps, sono in cerca di marijuana e si è ricordato che suo cugino Anìbal è in grado di coltivarla nella sua tenuta. L’accordo è fatto: gli americani comprano da lui la marijuana e i soldi iniziano ad arrivare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film racconta con insolito rigore sociologico, gli effetti devastanti della sete di guadagni facili che finiscono per sradicare tradizioni centenarie
Pubblico 
Adolescenti
Situazioni di violenza più alluse che presentate. Alcune rapide scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
I registi Ciro Guerra e Cristina Gallego riescono a raccontare, con grande potenza poetica un piccola storia familiare che ha risonanza nazionale per il destino di violenza a cui è stata condannata la Colombia a causa del commercio della droga
Testo Breve:

Alla fine degli anni ’60, il nordovest della Colombia vive di pastorizia. Un giovane non ha i soldi per ottenere in sposa la donna che ama e risolve il problema vendendo marijuana agli americani. Una storia privata ben raccontata che mostra la spirale di conflitti e violenze generato dal commercio della droga.

Ursula deve preparare sua figlia Zaida, per il giorno in cui si esibirà nella danza dell’amore, che la qualificherà come donna da marito. Le indica le dita della mano, che rappresentano “La famiglia, la nonna, il nipote dello zio, il nipote del nonno”. Il messaggio è chiaro: la famiglia, il clan, l’appartenenza al popolo wayúu è tutto ciò che conta.  “Se c’è famiglia c’è rispetto. Se c’è il rispetto c’è l’onore, se c’è l’onore c’è la parola. Se c’è la parola, c’è la pace”. Veniamo introdotti, fin dall’inizio del film, in una società retta da regole tribali. Chi fa parte della famiglia viene protetto sempre e comunque dal suo clan, anche se commette degli errori. Le figlie si sposano solo con il consenso dei familiari. Se ci sono degli screzi fra le famiglie del clan, viene stabilita una riparazione. La trattativa viene condotta da i “messaggeri della parola” che sono sacri e non possono essere toccati. Se la trattativa fallisce, si apre una guerra fra le famiglie rivali. Chi è a capo della famiglia, in questo caso Ursula, deve controllare che le regole del clan vengano rispettate da tutti e ha il compito di custodire accuratamente il talismano che costituisce la fonte della fortuna e della prosperità di tutta la comunità. Suo è anche il compito di vaticinare, interpretando il volo degli uccelli (da qui il titolo originale del film: Birds of Passage )

Si tratta di una struttura sociale molto forte e collaudata, se è vero che i Wayùu “hanno resistito ai pirati, agli inglesi e agli spagnoli. E ai governi che hanno cercato di dirci come avremmo dovuto vivere”.

Prima ancora delle vicende dei protagonisti, anzi proprio per mezzo di questi, il film si concentra sul tema centrale della storia: la “tenuta” di un’organizzazione sociale che ha resistito per secoli, di fronte all’impatto con un’altra società, quella americana; un impatto devastante non perché l’altra è ricca e potente ma perché è edonista e consumista. Il regista non riesce a trattenere il suo disprezzo verso i giovani hippies americani (siamo alla fine degli anni ’60) che con il pretesto di far parte dei Peace Corps sono venuti in Colombia con le loro ragazze, una forma di vacanza sulle coste del Pacifico, alla ricerca di marijuana.   Se un’organizzazione tribale era sopravvissuta a pirati, agli spagnoli, agli inglesi, perché dovrebbe cedere proprio ora? Ora la minaccia è più subdola: non si tratta di una potenza straniera che vuole imporsi con la forza ma è proprio il paradigma etico dei Wayùu a entrare in crisi. Non è la vendita di marijuana a degli stranieri a generare crisi di coscienza ma è la scoperta della spirale del guadagno e del potere del denaro rompe quell’ equilibrio fondato sull’orgoglio familiare che sapeva però riconoscere anche i diritti delle altre famiglie. A uno a uno, in una spirale drammatica, vengono violate tutte le sue leggi: prima quelle che definivano i rapporti con le donne, poi il vincolo più sacro: il rispetto dei “messaggeri della parola”. Le scene iniziali di tranquilla vita agreste di trasformano verso la fine del film in battaglie fra clan rivali degne dei miglior film hollywoodiani di gangster. La sceneggiatura inserisce momenti di riflessione intima fra i protagonisti: si interrogano sui vaticini espressi dai voli degli uccelli ma non c’è nessun fatalismo in loro: piuttosto la coscienza che stanno tutti perdendo la loro anima: quella personale e quella del loro popolo. Il personaggio più interessante è proprio Rapayet: è l’unico che non si lascia travolgere dall’avidità ma neanche imprigionare dalla camicia stretta delle leggi della famiglia. Riconosce valori superiori come quelli di non uccidere e di cercare sempre la pace. In fondo, questo Oro verde non esprime solo la potenza  corruttrice del consumismo americano ma anche l’incapacità di una società tribale di esprimere valori universali.

Il film ha la struttura di una tragedia greca (è diviso in canti e il racconto è preceduto e concluso da un cantore che anticipa e commenta le tristi vicende) e sviluppa bene la psicologia dei singoli personaggi. Solo i cattivi, che sono irrimediabilmente cattivi, sembrano ossequiare schemi astratti di malvagità senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HELLBOY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/11/2019 - 14:04
Titolo Originale: Hellboy
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Neil Marshall
Sceneggiatura: Andrew Cosby
Durata: 120
Interpreti: David Harbour, Ian McShane, Milla Jovovich, Daniel Dae Kim

Hellboy è un semi-demone, evocato nel lontano 1944 dal mago Rasputin su richiesta dei Nazisti che speravano con questa “arma” di capovolgere i destini della guerra. “Rubata” dagli Alleati, la creatura dalla forza sovrumana e dall’aspetto inquietante viene cresciuta dal professor Bruttenholm come un figlio e addestrata a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma quando la minaccia della sanguinaria strega Nimue si ripresenta, per Hellboy non sarà solo questione di forza, ma anche di capire chi è veramente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è in fondo un bonaccione. Con un forte istinto di protezione verso i deboli, che però convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici
Pubblico 
Maggiorenni
numerose scene di violenza anche efferata. Negli USA il film è vietato ai minori di 17 anni.
Giudizio Artistico 
 
Il film resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista,
Testo Breve:

Hellboy è un semi-demone addestrato a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma il ritmo rutilante di una sorta di giostra sanguinaria rendono il film a dir poco indigesto

In una stagione dominata dai cinecomic (solo da inizio 2019 si sono visti Aquaman, Captain Marvel e Shazam, ma è solo un assaggio visto che poi ci sarà l’ultimo atteso capitolo dei Avengers, seguito da un nuovo Spiderman) il reboot del personaggio creato da Mike Mignola nel 1993 (i precedenti cinematografici portano l’autorevole firma di Guillermo Del Toro) firmato da Neil Marshall (The Descent, Centurion) punta sulla quantità (di azione, di sangue, distruzione e mutilazioni assortite) più che sulla qualità.

Le avventure del detective del paranormale Hellboy hanno il ritmo rutilante di una giostra sanguinaria che tra prologhi, flashback e visioni, sbatacchia lo spettatore in un flipper che più che divertire dopo un po’ estenua. La colonna sonora invadente, la grafica onnipresente e gli effetti visivi fatti per sconvolgere completano un piatto a dir poco indigesto.

In mezzo a tutto ciò stona il tentativo di alleggerire il gore con l’umorismo del protagonista (sotto il prostetico c’è il bravo David Harbour, lo sceriffo della serie Netflix Strager Things), che a dispetto delle sue origini e del suo inquietante aspetto è in fondo un bonaccione. Il suo difficile rapporto con il padre adottivo, l’istinto di protezione verso i deboli, convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici…seguendo la propria natura demoniaca.

Del resto è il percorso del protagonista nel film quello di un (anti)eroe che deve decidere da che parte schierarsi, anche se la pellicola di certo non eccelle nel tratteggio delle psicologie ma preferisce la strada sbrigativa di mostrare una scena di action dopo l’altra commentata fin troppo da battute che definire didascaliche è una gentilezza.

Non aiuta più di tanto il tentativo di “costruire una squadra” attorno a Hellboy per spingere il senso di cameratismo in un mondo dove continuano a comparire mostruosità di ogni genere, le teste saltano con allarmante regolarità, accompagnate da stragi di grafica violenza (il film è caldamente sconsigliato ai minori).

Si vorrebbe nobilitare il tutto con il ricorso niente di meno che alla saga arturiana, ma ne esce la versione più cheap possibile e il moltiplicarsi dei cattivi (oltre alla strega ci sono il suo aiutante dalla testa di suino e Baba Yaga che trucida e mangia bambini) riesce solo a far durare (troppo) a lungo la storia.

Insomma questo Hellboy resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista, il cui dilemma, largamente prevedibile, si risolve nello spazio di un momento. L’epilogo (ovviamente non può mancare) lancia un sequel di cui faremmo volentieri a meno.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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LIKEMEBACK

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/31/2019 - 19:41
Titolo Originale: Likemeback
Paese: ITALIA, CROAZIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo Guerra Seràgnoli
Sceneggiatura: Leonardo Guerra Seràgnoli
Produzione: ESSENTIA, NIGHTSWIM, INDIANA PRODUCTION COMPANY CON RAI CINEMA, COOPRODOTTO ANTITALENT PRODUKCIJA
Durata: 80
Interpreti: Denise Tantucci, Angela Fontana, Blu Yoshimi, Goran Markovic

Lavinia, Carla e Danila sono tre ragazze che hanno finito il liceo e si godono una vacanza fra le isole della Croazia in barca a vela con skipper, un dono generoso da parte della madre di Carla, la più studiosa, che pensa di trascorrere quella vacanza preparandosi all’esame di ammissione all’università. Lavinia è la più sicura di se’ e si vuole godere la vacanza mentre Danila è tutta concentrata nel fare il maggior numero di foto da postare su Instagram: vuole assolutamente raggiungere i 30.000 followers..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Encomiabile l’impegno del regista di ricostruire gli effetti che si determinano in tre ragazze sul finire dell’adolescenza, a causa di una totale dipendenza dai social network . Un tentativo non completamente riuscito che evidenza la superficialità di tre ragazze ma non spiega pienamente le ragioni del loro comportamento
Pubblico 
Maggiorenni
Numerosi nudi femminili. Relazioni amorose di una sola notte. Impiego di sostanze stupefacenti in discoteca
Giudizio Artistico 
 
Un film sperimentale nella messa in scena, nella sceneggiatura, nelle riprese, che tradisce una certa impostazione intellettuale
Testo Breve:

Tre ragazze in barca per passare l’estate del dopo maturità. Un film di denuncia sulla dipendenza dai social network riuscito parzialmente

Danila scatta una foto a Lavinia mentre sta dormendo a sua insaputa e la posta su Instagram. La mattina dopo Lavinia va su tutte le furie: postando un’immagine improvvisata in questo modo, rischia di rovinare il suo livello di Like. Si calma solo quando si accorge che i commenti dei followers sono positivi: hanno apprezzato un’immagine così spontanea. Indubbiamente l’idea di mettere a fuoco la dipendenza della generazione Z dai media è particolarmente stimolante e degna della massima attenzione ma le scelte del regista e sceneggiatore Leonardo Guerra Seràgnoli lasciano perplessi. Tre ragazze si trovano nell’estate del dopo maturità, raccontata in tanti e tanti film a iniziare dai fratelli Muccino (L’estate addosso, Che ne sarà di noi). Cosa ci fanno queste tre ragazze, da sole in una barca (c’è un solo maschio con loro: lo skipper) lungo le coste della Croazia? Perché non hanno organizzato la vacanza più entusiasmante della loro vita con i loro amici, con il loro ragazzo? Si può rispondere che il viaggio in barca è una metafora dell’incomunicabilità nella quale le ragazze si sono autoescluse. Ogni tanto parlano dei loro ragazzi ma li qualificano con distacco, attraverso gli sport che praticano, le loro manie, sembrano quasi quei brevi profili che appaiono su Facebook. In questo film ci sono solo loro, il mare blu e il cellulare. In effetti è il cellulare, il vero protagonista della storia, che deve subito esser rimesso in carica appena dà segni di esaurimento e quando cade in mare, come accade a Carla, si determina una vera e propria tragedia. Le ragazze attraversano paesaggi incantevoli ma per loro sono solo un’occasione per fare un nuovo selfie, non per comunicare con qualche persona a loro cara, ma per accrescere il livello di apprezzamento raggiunto presso tanti anonimi followers. La più fragile di tutte è Danila, che si riprende in pose sempre più audaci per aumentare il proprio indice di gradimento ma poi, quando sbarca su un’isola e passa la serata in una discoteca, è inesperta nei rapporti umani e non sa come gestire i ragazzi che incontra. Il film ha un profilo sperimentale e Il regista ha voluto essere originale sia nelle inquadrature che nella sceneggiatura. Anche le tre ragazze hanno collaborato alla stesura del testo per cercare di ricostruire il modo di parlare degli adolescenti (ma il modo con cui si sovrappongono nel parlare, rende spesso poco intellegibile cosa dicono) e in effetti il loro chiacchierare libero, le inquadrature come se fossero improvvisate attraverso telefonino, consentono allo spettatore di sentirsi in barca con loro. Il problema di questo film è che tutto si esaurisce in questa novità. Dopo essersi immersi nel cielo e nel mare della Croazia, dopo aver ascoltato le ragazze che parlano fra loro, prendono il sole e postano continuamente foto, succede poco altro, tranne una turbativa finale che non vogliamo rivelare.. Le varie tecniche escogitate dall’autore per realizzare un nuovo cinema-verità non costituiscono la base per una narrazione ma si richiudono in se stesse. Si potrebbe dire che il film ha comunque il merito di denunciare l’alienazione che si raggiunge quando diventa più importante la vita virtuale che si vive dentro un telefonino che quella reale, ma questa conclusione appare parzialmente corretta. Quella dipendenza dal cellulare è una causa o un effetto di una vita impostata alla massima superficialità? Sappiamo molto poco di queste ragazze ma concludiamo che hanno pochi amici e relazioni fragili, sono dei Narciso che contemplano la loro immagine nel vetro di un cellulare, hanno poco pudore e apprezzano gli incontri di una sola notte. Forse, in questo film a tema, manca la presenza di personaggi fatti di carne e ossa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIVERDALE (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/30/2019 - 11:11
Titolo Originale: Riverdale (season 1)
Paese: USA
Anno: 2017
Produzione: Warner Bros, CBS
Durata: 13 episodi, ora su Netflix
Interpreti: KJ Apa, Camila Mendes, Lili Reinhart, Cole Sprouse, Luke Perry,

Una tranquilla cittadina americana viene sconvolta dal misterioso omicidio del ragazzo più popolare della città, Jason Blossom. La vita di tutti i suoi compagni di scuola e dei abitanti di Riverdale cambierà per sempre.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In questa serie, priva dei toni foschi e morbosi di tanti altri teen drama, degli adolescenti coltivano salde amicizie e sviluppano i primi amori. I cattivi sono i genitori. Esperienze sessuali prematrimoniali anche omosessuali
Pubblico 
Adolescenti
Inclinazione al suicidio, rapporti prematrimoniali anche fra un minorenne e una maggiorenne ma attraverso scene solo allusive
Giudizio Artistico 
 
Un teen drama, che è anche un buon giallo caratterizzato da un continuo orientarsi verso il mistery. I colpi di scena sono ben inseriti e la serie, non prevedibile, tiene continuamente con il fiato sospeso
Testo Breve:

Una tranquilla città di provincia si scopre non essere più tale quando un ragazzo dell’high school viene ucciso e i suoi amici cercano di scoprire cosa è successo.  Riverdale è la serie più vista dai giovani nel 2018 dopo Thirteen ma è più romanzata e meno cupa di altri teen drama di successo

Ogni generazione ha la sua serie icona: dai ‘90 di Beverly Hills, ai 2000 di Dawson’s Creek. Dalle vite degli adolescenti ricchi di Orange County a quelle sconclusionate e ribelli di Gossip Girl. I teen drama rappresentano non solo una moda ma esprimono da sempre, per la storia della tv, esempi e modelli di vita in cui identificarsi.

Nell’era di Netflix, dove le produzioni risultano essere a basso costo ma di migliore qualità, è necessario comprendere che la scelta di cosa vedere è amplificata a dismisura rispetto a qualche anno fa. Infatti, se Thirteen Reason Why racconta la realtà cruda dei pericoli che incontrano talvolta gli adolescenti, Riverdale è una serie decisamente più romanzata. I personaggi, come nei migliori film Warner Bros, seguono un percorso che li porta a delle scelte, bene e male che siano, imparano a riconoscere le amicizie, provano le prime esperienze dell’innamoramento, affrontano i pericoli e conoscono sé stessi mettendosi alla prova.

In questo Riverdale rappresenta un cambiamento decisamente positivo rispetto al decennio passato dove i protagonisti delle serie mentivano, rubavano, talvolta facevano uso di droghe solo per sentirsi parte di un gruppo. Il messaggio che veniva percepito per la maggiore era quello di una realtà ben lontana, con il conseguente desiderio di evasione.

Guardando Riverdale si respira quasi l’aria del piccolo paese in cui tutti si conoscono. Una misteriosa cittadina medio borghese, che ha costruito la propria economia sullo sciroppo d’acero, dove il passato incide spesso sul presente. I cittadini sono preoccupati di mantenere spesso le apparenze, non mancano i gruppi dove c’è chi si impone sull’altro, liti familiari, ma senza eccessivi drammi.

Così, se inizialmente può sembrare un semplice teen drama, già dalla puntata pilota ci rendiamo conto che si tratta di un vero e proprio thriller: che fine ha fatto Jason Blossom?

La storia racconta di un gruppo di ragazzi della Riverdale High School, Jughead Jones, Betty Cooper, Archie Andrews Veronica Lodge, che indagano su misteri, omicidi e intrecci amorosi.

La voce narrante è del sarcastico e introverso Jughead Jones, costantemente alla tormentosa ricerca della verità che tenta di portare a galla attraverso i suoi articoli pubblicati sul giornale studentesco.

Jughead condivide la passione per le indagini e il giornalismo con la compagna Betty Cooper che in apparenza sembra la tipica ragazza acqua e sapone della porta accanto; solo con lo svilupparsi delle vicende mostrerà un lato più oscuro. Il protagonista, Archie Andrews, è il classico giocatore di football del college che si divide tra la passione per la musica e lo sport. L’ultima del gruppo, Veronica Lodgericca ed elegante ragazza appena trasferita da New York con la madre, dopo che uno scandalo finanziario ha travolto la sua famiglia.

In Italia non è così conosciuto, ma Archie Andrews è uno dei personaggi più vecchi nella storia dei fumetti negli Stati Uniti.  La serie, adattamento televisivo dei fumetti Archie Comics, è prodotta da Warner Bros e Netflix ed ha vinto 22 premi tra cui 16 Teen Choice Award.

Riverdale si presenta come un teen drama, ma è anche come un buon giallo caratterizzato da un continuo orientarsi verso il mistery. I colpi di scena sono ben inseriti e svelati non tutti sul finale delle puntate rendendo così la serie non prevedibile, tiene continuamente con il fiato sospeso e non annoia: episodio dopo episodio, si mantiene viva la tensione. Ogni puntata racconta qualcosa del passato che si ripercuote sul presente facendo emergere un netto contrasto tra tradizione e innovazione. Le strade illuminate da luci al neon sotto il cielo nuvoloso, ci presentano un’ambientazione, fatta di pub e automobili anni ’50 che ci riportano alle dinamiche tipiche della provincia americana mescolate ai temi attuali più discussi tra i giovani come la competizione femminile, il suicidio il disagio ai tempi del liceo e l’omosessualità.

Come gran parte delle serie tv d’oltreoceano lo spazio è sempre ristretto alla piccola cittadina, un piccolo ma intenso mondo tra milk-shake condivisi con gli amici, storie d’amore e strane e misteriose scomparse che rappresentano il giusto mix di ingredienti per il successo di una serie.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PEPPERMINT – L’ANGELO DELLA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 12:05
Titolo Originale: Peppermint
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Pierre Morel
Sceneggiatura: Chad St. John;
Produzione: HUAYI BROTHERS
Durata: 110
Interpreti: Garner, John Gallagher Jr, Juan Pablo Raba

Riley North è una giovane madre piccolo-borghese la cui vita viene sconvolta quando una gang messicana le uccide il marito e la figlia. Al processo, grazie alla corruzione della polizia e del sistema giudiziario, i colpevoli sfuggono alla giustizia. Riley, sconvolta, scompare e torna cinque anni dopo trasformata in una spietata assassina decisa a farla pagare tutti quelli che hanno distrutto il suo mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’esaltazione della vendetta privata, dove il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sulle sue conseguenze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza ripetuta e brutale.
Giudizio Artistico 
 
In questo action inutilmente violento, le azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, sono alla fine un po’ ripetitive. E anche i cattivi sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi
Testo Breve:

Una tranquilla casalinga a cui viene ucciso il marito e la figlia, si trasforma, dopo cinque anni di preparazione, in una spietata assassina.  Un action movie inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza

 

Il regista Pierre Morel è lo stesso di Io vi troverò, prototipo del più recente filone dell’action “di vendetta” in cui un singolo “vigilante” si prende sulle spalle l’impresa di eliminare intere organizzazioni criminali colpevoli di aver toccato la sua famiglia (lì era Liam Neeson, agente segreto in pensione alla ricerca della figlia), che ha generato un imprecisato numero di epigoni.  

Dai tempi del Giustiziere della notte di Charles Bronson non si contano gli americani più o meno comuni che si, sul grande schermo, in patria o all’estero, si prendono in carico una giustizia maltrattata dalle istituzioni.

Qui la curiosità è che, a fare la parte della castigamatti è una ex casalinga, mite e piccolo borghese, le cui maggiori preoccupazioni, fino alla tragedia, erano state la festa di compleanno della figlia, rovinata dalla compagna di classe spocchiosa, e il mutuo da pagare, mentre i cattivi sono una gang di narcos messicani dai metodi spietati e con ottimi agganci tra polizia e giudici.

Come Riley si trasformi, nei cinque anni che passano tra l’antefatto e il momento della vendetta, nell’intrepida guerriera capace di menare le mani e sparare con fucili d’assalto e di suturarsi una ferita da coltello senza anestesia non è mai chiarito. Il sospetto è che gli autori si siano affidati al passato cinematografico e televisivo della protagonista Jennifer Garner (indimenticabile spia  protagonista  di un classico come Alias, ma anche di un paio di modesti cinecomic) per evitare di spiegare questo come molti altri punti oscuri della vicenda.

Del resto l’impressione è che il dramma iniziale serva solo per giustificare una serie di azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, ma alla fine un po’ ripetitive.

Anche i cattivi, del resto, sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi, dal giudice corrotto che nemmeno si ricorda il nome della donna che ha “tradito”, all’avvocato mafioso che strapazza la povera testimone traumatizzata, fino al poliziotto che fa la spia per i narcos e sceglie il posto sbagliato dove stare.

Il film cerca una via di originalità sfruttando la messa in scena dell’impatto mediatico della vicenda: tra tv e social media, l’eroina con pistole e fucili che fa fuori i criminali accumula in breve tempo più follower che critici, in omaggio alla mai sopita passione, dentro e fuori dai cinema, degli statunitensi per chi si fa giustizia da solo, particolarmente sentita in un periodo dove il sistema è generalmente percepito come corrotto e inefficiente.

Se la protagonista segue un proprio percorso da giustiziera (appena complicato da qualche ricordo della figlia, che sembra comparire nei momenti più scomodi) dovutamente nobilitato da una collaterale difesa degli emarginati, il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sul peso e le conseguenze della violenza privata, che certo renderebbero un pochino più indigesti i popcorn.

Non è questo lo scopo di un action inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza e in cui il protagonismo femminile viene utilizzato come un’esotica variante del modello più che come un possibile spunto per riflettere (come accadeva ad esempio nel più complesso Il buio dell’anima con Jodie Foster). Il risultato è una pellicola non soltanto moralmente discutibile, ma anche modesta e prevedibile che difficilmente rilancerà la Garner nell’Olimpo 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOY ERASED - VITE CANCELLATE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/19/2019 - 17:13
Titolo Originale: Boy Erased
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Joel Edgerton
Sceneggiatura: Joel Edgerton
Produzione: BLUE-TONGUE FILMS, ANONYMOUS CONTENT
Durata: 114
Interpreti: Lucas Hedges, Nicole Kidman, Russell Crowe, Joel Edgerton

Jason è figlio di un pastore battista in una piccola comunità dell’Arkansas. Sinceramente devoto e ragazzo ubbidiente, al suo primo anno di college, subisce violenza sessuale da un altro ragazzo che per proteggersi gioca d’anticipo, denunciando Jared ai suoi genitori come omosessuale. Il padre chiede aiuto ad altri pastori più esperti di lui e gli consigliano Love in Action, un centro diurno specializzato nella terapia di conversione (all’eterosessualità), un misto di cure psichiatriche e di ritiro spirituale. Jason desidera anche lui tornare ad essere visto nella comunità battista a cui appartiene come un ragazzo “normale” e accetta di iniziare la terapia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre e un padre, fedeli della chiesa Battista, affrontano con un equilibrio acquistato con il tempo, la scoperta di avere un figlio ha inclinazioni omosessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Non ci sono nudità ma è presente una scena di violenta sessuale omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce nel suo intento di denuncia contro certe terapie che mescolano la fede con la psicologia ma le trasformazioni che subiscono i protagonisti non vengono completamente sviluppate
Testo Breve:

Il figlio di un pastore della chiesa Battista scopre di avere tendenze omosessuali e viene mandato in un centro di “rieducazione”. Un film che raggiunge il suo obiettivo di denuncia anche se i personaggi non vengono completamente sviluppati

I film svolgono la funzione di puro intrattenimento oppure sono utili per far riflettere su alcune realtà contemporanee. Questo Boy Erased è del secondo tipo e la serietà del racconto è avvallato dalle memorie a cui si è ispirato, scritte da Garrard Conley , che ha vissuto realmente il tipo di esperienza  che viene raccontata.

I film che trattano il tema dell’omosessualità sono ormai un oceano in piena e molti non fanno mistero del loro pubblico preferito, quello delle comunità LGBT e dei loro simpatizzanti. Per citare solo gli ultimi: Tuo, Simon e La diseducazione di Cameron Post. Si tratta di film ideologicamente orientati, dove ci sono dei buoni e dei cattivi. Questo film ha un atteggiamento diverso: sembra affrontare seriamente il problema dell’omosessualità senza pregiudizi manichei e così come si dedica ai problemi di Jason allo stesso modo si pone nella posizione difficile del padre-pastore battista e in quella della madre, impegnata a cercare, a dispetto di tutti e di tutto, la serenità del figlio.

Fin dalle prime sequenze entriamo nel dettaglio delle giornate vissute da Jason dentro Love in Action dove gli alunni sono invitati a individuare chi, nella catena dei loro parenti, è un manifesto peccatore oppure fare esercizi di mascolinità, come imparare a stringere forte la mano quando si saluta. Non occorrono molti dettagli per considerare riprovevoli questi metodi, che confezionano un grande minestrone a base di fede e psicologia. La fede, ha per la sua stessa essenza, come presupposto la libertà personale, e questi metodi che scavano nelle coscienze oneste di adolescenti per far leva sul loro senso del peccato è semplicemente odioso.

Jason, in modo autonomo rispetto alla terapia che subisce, sembra domandarsi continuamente quale destino preferire per se’: il breve episodio del suo incontro con un altro ragazzo, un artista, e il loro passare una serata assieme senza concluderla con rapporti sessuali sembra esprimere la volontà di Jason di tentare di conciliare la sua inclinazione con la fede cristiana, praticando la castità. Sappiamo pero che Garrard, il Jason della realtà, aderirà pienamente, una volta cresciuto, ai movimenti LGBT.

Il percorso della madre (Nicole Kidman, da un po’ di tempo, sembra trovarsi perfettamente a suo agio nel ruolo di madre premurosa, com’era già accaduto in Lion – La strada verso casa).

è più lineare: dopo un momento di esitazione nel cercare di conciliare la sua posizione di madre, moglie  e donna di fede, decide da che parte stare: sosterrà suo figlio nel suo difficile percorso. Più complesso il comportamento del padre, che ama sinceramente il figlio, ma deve riconoscere l’obiettiva distanza nelle loro scelte concrete e rispetto alla fede religiosa.

Si tratta di un film interessante per il tema che affronta ma di fatto non aiuta a sciogliere nessuno nodo, se non la giusta condanna di questi metodi ibridi fatti di fede e psicologia. Occorre anche aggiungere che il racconto si sviluppa per quasi due ore con una certa gravità e monotonia, mentre le psicologie dei personaggi non vengono scavate fino in fondo.

Nelle sue scritte finali, il film commette una grossolana approssimazione: nel dichiarare che ancora oggi 36 stati americani ancora considerano leciti le conversion therapy per i minori, mette nel calderone, molto probabilmente,  anche la terapia riparativa (nome estremamente infelice) del dott Joseph Nicolosi che è invece un metodo esclusivamente psichiatrico per aiutare coloro che non si trovano a loro agio con la loro inclinazione omosessuale e che il dottore ha praticato fino alla sua morte  

La situazione si può considerare paradossale: gli scienziati non sono stati ancora in grado di determinare se l’inclinazione omosessuale sia innata o abbia origini psicologiche ma intanto i movimenti LGBT la definiscono a priori come innata mentre alcuni movimenti cristiani a priori la ritengono reversibile, purché vengano rimosse le ferite psicologiche che ne hanno determinato l’origine.

I rapporti con la fede cristiana sono ancora più complessi: per la Chiesa Cattolica la dottrina è chiara ma la pastorale, se guardiamo all’Italia, è in fase di formazione e non sembra delinearsi una linea predominante.  Si fronteggiano varie impostazioni:  c’è il movimento Courage (fondato da Terence Cooke , che è stato arcivescovo d New York) che prevede il sostegno spirituale, con discrezione, a gruppi formati allo scopo; alcuni vescovi si sono espressi a favore di una catechesi non distinta, ma integrata in quella tradizionale che si svolge nelle parrocchie; c’è infine l’atteggiamento totalmente aperto del gesuita americano James Martin (il suo libro, Un ponte da costruire, è stato tradotto in italiano con una prefazione di Matteo Zuppi, vescovo di Bologna) che invita i movimenti LGBT a sentirsi a casa propria nella Chiesa, nel rispetto reciproco.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL NOME DELLA ROSA (serial)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/14/2019 - 16:44
Titolo Originale: Il nome della rosa
Paese: ITALIA, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Giacomo Battiato
Sceneggiatura: Giacomo Battiato, Andrea Porporati, John Turturro, Nigel Williams
Produzione: Rai Fiction, Tele München
Durata: 8 puntate di 50 minuti su RAIUno
Interpreti: John Turturro, Damian Hardung, Rupert Everett, Michael Emerson, Greta Scarano

1327, in un monastero benedettino sulle Alpi italiane. Sta per aver luogo una disputa fra i rappresentanti dei francescani (appoggati dall’imperatore Ludovico di Baviera), che avevano  proclamato l’assoluta povertà di Cristo e  quindi dei suoi successori, e i rappresentanti di papa Giovanni XXII che aveva dichiarato eretica questa posizione. A rappresentare i francescani arriva al convento il frate Guglielmo da Baskerville, con al seguito il giovane novizio Adso da Melk. Abbone, l’abate del monastero, incarica immediatamente Baskerville di un grave compito, in nome della sua precedente esperienza di inquisitore: scoprire  chi ha ucciso il monaco Adelmo che è stato trovato morto ai piedi della torre della biblioteca. Il mistero deve venir risolto al più presto perché sta per arrivare la delegazione papale, guidata dal severo inquisitore domenicano Bernardo Gui...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il valore anche culturale degli ordini dei mendicanti nel medioevo viene trasfigurato in una caricatura di uomini viziosi con fede ottusa
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di stupri e violenze su donne, nudità femminili integrali
Giudizio Artistico 
 
John Turturro riesce a farci rimpiangere Sean Connery nel suo stesso ruolo nel film del 1987; la componente thriller dimostra, già a metà del percorso del serial, di avere il fiato corto. Modesta la computer grafica impiegata
Testo Breve:

Le indagini del francescano Baskerville, promotore della supremazia della ragione contro l’oscurantismo medioevale, presenti nel famoso libro di Umberto Eco, sono state diluite nelle otto puntate di questo serial con poco rispetto sia della storia che del testo originale

Ha senso realizzare un serial in otto puntate su Il nome della Rosa, il romanzo di Umberto Eco del 1980 che è stato venduto in 50 milioni di copie, tradotto in 40 lingue e dopo che il film omonimo del 1987  ha vinto un premio Oscar e 5 David di Donatello?

Il senso deriva ovviamente dalla facilità di ricavare vantaggi dalla fama conquistata dai due lavori precedenti (la fiction è una coproduzione internazionale, già prenotata per andare in onda in 130 paesi) ma si pone un impegno che è quello tipico di un serial: mantenere alta l’attenzione sulla lunga durata e cercare di privilegiare la simpatia dei personaggi più che puntare sull’evoluzione della storia, per garantirsi l’auspicata fedeltà dello spettatore.

Dalle prime puntate si individuano due operazioni che sono state compiute: un certo impegno esplicativo, didattico, per tener conto di una audience molto vasta e una radicalizzazione, semplificazione quasi brutale dei contrasti.  In una delle prime sequenze, Baskerville, di fronte al padre di Adso, deve spiegare chi è san Francesco, il fondatore del suo ordine.  Il contrasto fra il papa e l’imperatore diventa molto sbrigativamente, nella presentazione di apertura, colpa di un papa che si oppone all’indipendenza del potere politico (in realtà per il papa era il tempo della cattività avignonese).

In riferimento alla disputa con i francescani, in merito alla necessità di una chiesa povera (nella realtà questa posizione era stata già dichiarata eretica  dall’Inquisizione), il papa si esprime molto “nobilmente” apostrofandoli come  “quei dannati francescani”. Il serial sviluppa  una sottotrama non compresa nel libro: le azioni di fra Dolcino, e di sua figlia che porta avanti la sua opera, in modo da aggiornare Il nome della Rosa agli  appetiti di un pubblico contemporaneo: infiammare gli spettatori di fronte a un novello Robin Hood (in realtà i Dolciniani furono condannati perché volevano imporre la povertà con la forza, saccheggiando e uccidendo) e poter introdurre una combattente donna, in singolare sincronia di tempo con una simile operazione condotta dalla Marvel con il suo ultimo film: Captain Marvel.

C’è però qualcosa di realmente deformato nel serial: sono alcune figure di frati, fuori e dentro il convento. Un'operazione che si può comprendere solo con il fatto che il serial è orientato a paesi di prevalente cultura protestante, dai quali notoriamente la vita di clausura non viene compresa (bisogna ricordare che sia il libro che il film hanno avuto successo soprattutto in Europa e ben poco negli Stati Uniti). L’ipocrisia è la loro caratteristica dominante oltre all’attrattiva verso il sesso (in entrambe le direzioni). Ecco che il priore del monastero prega davanti alla statua della Madonna che lui adorna con preziosi gioielli ma in realtà continua a peccare. Chi è proprio cattivo, anzi cattivissimo (dispiace che l’attore Rupert Everett, che lo impersona, sia stato imprigionato in una parte così insulsa) è l’inquisitore Bernardo Gui che da una parte dice: “chi sono io per giudicare una persona?” e bacia il crocifisso ma poi impiega un secondo a condannare al rogo chi considera eretico. Il fatto che durante un viaggio, scopra in una capanna una coppia di adulteri e in due secondi decida di condannarli al rogo, a mo’ di rappresaglia nazista, non è semplicemente una forzatura storica ma è un insulto alla serietà e alle procedure rigorose dei tribunali ecclesiastici del tempo. Il fatto che ripetutamente si sottolinei come le donne siano solo delle pericolose tentazioni opera del diavolo, serve solo a perpetuare la favola nera del medioevo, l’epoca antecedente alla riforma protestante.

Da un punto di vista artistico si nota troppo che il monastero e la sua inaccessibile torre-biblioteca siano stati realizzati in computer grafica, nulla a che vedere con le scenografie di Dante Ferretti del film (che si guadagnò uno dei 5 David di Donatello) e John Turturro non regge in alcun modo il confronto con l’ironia del personaggio interpretato da Sean Connery.

La componente investigativa della trama segue abbastanza bene il testo originale ma su questo punto sorgono due domande: come farà il serial a prolungare la suspense fino all’ottava puntata? E possiamo veramente parlare di suspense quando la maggior parte del pubblico sa già chi è l’assassino e come ha ucciso?

In conclusione un’operazione  furba che ha il respiro corto,  altamente antistorica e che ha approfittato della fama guadagnata dal libro nel tentativo di trasformarlo in una sorta di Trono di spade medioevale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRONT RUNNER - IL VIZIO DEL POTERE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/08/2019 - 10:49
Titolo Originale: The front Runner
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Matt Bai, Jay Carson, Jason Reitman
Produzione: RIGHT OF WAY FILMS, AARON L. GILBERT PER BRON STUDIO
Durata: 113
Interpreti: Hugh Jackman, Vera Farmiga, J.K. Simmons, Alfred Molina

Nel 1988, Gary Hart, senatore democratico del Colorado, è in piena corsa presidenziale. Favorito dai sondaggi e da un entourage efficientissimo, conduce una vita al riparo dai media che non vedono l'ora di affondare la penna nella sua vita privata. Ma Hart, abile oratore, rimanda al mittente e rilancia esponendo il suo programma politico. Marito e padre, niente sembra contare per lui più del suo lavoro e della sua famiglia. Poi il "Miami Herald" pubblica un articolo e la sua ascesa si interrompe bruscamente. Accusato di avere una relazione extraconiugale con Donna Rice, dovrà rispondere alla consorte e agli elettori dell'attacco e delle foto che lo inchiodano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo commette un errore ma sa anche recuperare la dignità propria e di quella della sua famiglia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film è impostato nella prospettiva di chi ci sta ricostruendo con rigore fatti realmente accaduti ma questa ricerca dell’obiettività si trasforma in una certa freddezza con cui vengono ritratti i vari protagonisti
Testo Breve:

Il famoso scandalo del 1988, che costrinse il candidato democratico Gary Hart  a rinunciare alla corsa per la presidenza, viene analizzato nella prospettiva storica dei rapporti di forza fra politica e stampa, che cambiò radialmente dopo quell’episodio

Sappiamo dalla cronaca e dai tanti film che hanno affrontato questo tema (fra i più recenti: Il caso Spot Light, The Post) che negli Stati Uniti l’unico potere in grado di porsi testa a testa e di contrastare, quando necessario, il potere politico è la stampa, così come in Italia lo è la magistratura.

Al contempo il cinema non ha mancato di sottolineare certi abusi di potere della carta stampata e della televisione attraverso colpevoli deformazioni della realtà, a iniziare dal terribile Asso nella manica (1951), per poi continuare con Piombo rovente (1957), Quinto potere (1976), Diritto di cronaca (1981).

Il caso del senatore Hart, costretto a dimettersi per una relazione extraconigale, potrebbe far sorridere oggi, dove buona parte dei politici, se guardiamo l’Italia, convivono e quindi il tema non si pone neanche- Si dà inoltre per scontato che chi vuole calcare le scene del teatro politico non può che essere un esperto mediatico, capace di rispondere sempre a tono e in grado di rivoltare, con le parole, l’evidenza di qualsiasi verità. Il film, proprio per questo, è interessante, non solo per il caso umano in se', ma perchè quei fatti segnarono una svolta nei rapporti fra giornalismo e politica.

Prima di quella data, la stampa sorvolava sulla vita privata dei presidenti (lo stesso film ricorda i comportamenti “disinvolti” di Kennedy e di Johnson), perché a quei tempi si riteneva che la dignità della carica, per il bene della nazione, non andasse offuscata da pettegolezzi.

Con il caso Hart il rapporto si trasforma e i candidati-presidenti e i presidenti stessi (ricordiamo il caso Clinton) iniziano a venir trattati non in base alla dignità della loro carica ma come dei divi del cinema, nei confronti dei quali ogni pettegolezzo diventa lecito.

Il regista Jason  Reitman, che  si è sempre mostrato sensibile a temi sociali descrivendo protagonisti che si trovano di fronte a un caso di coscienza (Juno, Tra le nuvole, Thank you for smoking, Young adult), si è ispirato a libro di Matt Bai che ha ricostruito meticolosamente quelle tre settimane decisive, in modo da attenersi il più possibile a ciò che è realmente accaduto.  Non ha quindi posto in primo piano la storia d’amore fra il senatore e la modella aspirante lobbista, anzi è reticente nel darci l’evidenza della loro relazione. Si pone piuttosto nella prospettiva di chi animava lo staff del candidato-presidente e la redazione del Miami Herald, che aveva innescato lo scandalo. Il regista ha voluto restare imparziale  in questo scontro mediatico e lo si nota anche dal fatto che gli stessi reporter non vi fanno una bella figura. Se il film Tutti gli uomini del presidente (1976) , ci aveva abituati a vedere redazioni che non pubblicano una notizia se non hanno la conferma dei fatti almeno da due fonti diverse, qui è sufficiente qualche informazione incompleta per far sì che la bestia assetata di sangue dell’opinione pubblica venga scatenata e non si sarebbe acquieti se non di fronte a una piena e dettagliata confessione del colpevole. Gary Hart si mostra totalmente impreparato e ancora troppo onesto per gestire questo tipo di onda mediatica. Prima reagisce in modo schivo, pensando che i suoi programmi elettorali siano più interessanti dei pettegolezzi sulla sua vita privata e le risposte date ai giornalisi appaiono goffe e indecise; poi, una volta accortosi che ormai non era più visto come candidato ma come protagonista di uno scandalo, si rifiuta di ribattere alla malizia con furbizia e non  trova altra soluzione che  dimettersi dalla candidatura. Il film lascia intendere che il ritiro dalla corsa presidenziale sia stata anche motivata dalla volontà di  non esporre ulteriormente la famiglia (la moglie e la figlia) all’umiliazione di quello scandalo. Se ciò è vero, non resta che rendere omaggio all’uomo, che ha saputo sollevarsi con dignità dai suoi errori. In effetti Hart e la moglie vivono ancora insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CROCE E DELIZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 22:31
Titolo Originale: Croce e delizia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Simone Godano
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, PICOMEDIA E GROENLANDIA
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Gassman, Jasmine Trinca, Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano

Carlo è un vedovo cinquantenne, proprietario di una pescheria nella provincia laziale, che assieme ai due figli, la nuora e due nipoti, ha preso in affitto una casa sulla costa vicino Gaeta. L’appartamento è la dependance di una villa ampia e lussuosa, di proprietà di Tony, un divorziato sessantenne con due figlie, una nipotina e un burrascoso passato di infedeltà coniugali. Nascono subito le prime difficoltà e incomprensioni fra i due nuclei familiari così diversi come estrazione ma quella vacanza passata gomito a gomito è in realtà stata pianificata da Tony e Carlo. Debbono infatti annunciare alle rispettive famiglie che hanno deciso di unirsi tramite una unione civile e che la cerimonia avverrà fra tre settimane…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Se i figli si salvano per la loro generosità, i padri appaiono, egoisti e immaturi, portabandiera dell’ideologia dell’amicizia sessuata, secondo lo spirito della Grecia antica
Pubblico 
Maggiorenni
Per gli argomenti trattati
Giudizio Artistico 
 
Il regista Simone Godano riesce a imprimere un buon ritmo alla narrazione e i personaggi sono ben caratterizzati grazie agli ottimi dialoghi Qualche eccesso nel costruire situazioni caricaturali mentre la sottotraccia di un “film a tesi” non riesce sempre a restare celata
Testo Breve:

Due uomini sui cinquant’anni, uno vedovo, l’altro separato, comunicano ai loro figli che intendono aderire ai patti di unione civile, scatenando le più scomposte reazioni. Un film ben diretto e recitato, che tradisce però la sua struttura a tesi.

Diciamo subito due cose: che il film è ben realizzato e che, nonostante le apparenze, non parla di omosessualità.
Il regista Simone Godano ha saputo imprimere un buon ritmo al racconto, Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano hanno interpretato con particolare sensibilità i loro ruoli, anche perché sono stati ben diretti. Anche la colonna sonora è efficace nel commentare al momento giusto gli eventi che accadono.  La notizia, comunicata fin dall’inizio del film che, Tony e Carlo intendono sposarsi (cioè firmare una unione civile), ha l’effetto di un sasso gettato nello stagno e innesca sconvolgimenti nei componenti delle rispettive famiglie, mettendo a nudo incomprensioni, conflittualità  mai risolte. I dialoghi, ben costruiti (molti sono gli a tu per tu) riescono a far emergere in modo progressivo il profilo di personaggi che appaiono reali, si forma in questo modo un bassorilievo con più volti che appare più incisivo del simile, per collegialità di voci, ultimo lavoro di Muccino: A casa tutti bene. Questi pregi finiscono per contrasto, per evidenziare alcune debolezze, come la contrapposizione troppo macchiettistica fra la famiglia ricca e snob e quella spontanea e coatta e lo strano stop-and-go del racconto, dove dopo una scena-madre c’è una breve sequenza di raccordo a cui fa seguito  una nuova scena-madre.

Dicevamo prima che il film non parla di omosessualità ma di qualcos’altro. Una persona viene considerata omosessuale quando percepisce una attrazione dominante verso persone dello stesso sesso e l’omosessualità è da tempo il tema preferito del cinema occidentale tanto da tradire, in molti autori, un sorta di adeguamento passivo alla moda corrente: anche in film dove il tema non è di primo piano ma la storia prevede molti protagonisti, è obbligatorio che almeno un coppia sia omosessuale. Si è però recentemente sviluppata una nuova tendenza, dopo che per anni tanti film hanno evidenziato le discriminazioni a cui erano soggette le persone con questa inclinazione. Vinta ormai, in tutti i paesi occidentali, la battaglia per la pari dignità dei due tipi di unione, omo ed etero, si è passati alla fase successiva, dove persone con una normale inclinazione eterosessuale, possono esprimere le loro simpatie, attestare la loro amicizia verso un altro, anche sessualmente. . Il primo film in Italia con questa tendenza può essere individuato in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e ora questo Croce e delizia ne costituisce una continuazione ideologica. In entrambi i film i protagonisti sono persone che hanno relazioni con donne senza alcun problema (Carlo, vedovo, interpretato da Alessandro Gassmann ricorda che mai, in nessun momento, si è dimenticato della sua cara moglie). Nel primo una buona ’intesa fra studente e professore viene “arricchita” da un rapporto sessuale mentre nel secondo due ultracinquantenni, uno divorziato e l’altro vedovo (la storia è stata costruita in modo da evitare il tema dell’adulterio, com’era successo in Carol, dove la protagonista abbandonava marito e figlio per seguire la sua “amata”) hanno trovato, nella loro complementarietà, una intesa che si esprime anche in questo caso, tramite una relazione sessuale. In altri tempi, in altri contesti culturali, si sarebbe tranquillamente parlato di amicizia fra due uomini. Né si può parlare, in queste circostanze, di omosessualità ma più opportunamente di “amicizia sessuata”. E’ inutile sottolineare che, in entrambi i film, il principio ispiratore va cercato nell’antica civiltà greca. Per il primo si tratta di un caso classico di pederastia che trova l’approvazione dello stesso padre del ragazzo, perché ritiene che un legame “approfondito” anche sessualmente, possa essere utile alla formazione di suo figlio; nel secondo è uno dei protagonisti (la madre di Penelope, interpretata da Anna Galiena) a dichiarare che l’amore fra due uomini, nell’antica Grecia, era considerato più puro, perché libero dal vincolo della fecondità.

Tony  (Fabrizio Bentivoglio) resta un personaggio odioso dall’inizio alla fine del film: snob, narcisista, infedele, ha un approccio sereno rispetto alla vita solamente perché è una persona superficiale e irresponsabile.  Più articolato è il personaggio di Carlo (Alessandro Gassmann) che mostra una progressiva evoluzione: nelle prime sequenze, con le sue insicurezze, le sue nevrosi, sembra niente più che la classica caricatura di un omosessuale; verso metà film recupera la sua dignità di uomo, sapendo reagire a tono alle umiliazioni subite; nella parte finale recupera la sua capacità di essere padre e di porsi al servizio di chi è più giovane (in questo caso non verso suo figlio ma verso Penelope).

Proprio per questo, nonostante tutto l’impegno del regista e della sceneggiatrice, la relazione fra loro due appare poco credibile e tradisce la voglia di trasmettere un’’ideologia, quella dell” amicizia sessuata.  Due uomini sui cinquant’anni dovrebbero esser fieri di poter ancora esser utili ai loro figli, prendersi cura della formazione dei nipoti e questo dovrebbe costituire la forma primaria della loro felicità. Il fatto che pensino invece a cercare ancora insolite forme di amore tradisce il loro profondo egoismo e una grande immaturità.

Sul fronte dei figli, Penelope e Sandro sono le figure più belle, perché si interessano realmente dei destini dei loro padri e sapranno essere generosi nei loro confronti in un gioco di inversione delle parti, dove sono loro i saggi mentre i padri sembrano delle persone fragili e immature.

La frase più significatica, per comprendere l’atteggiamento che suggerisce il film, viene pronunciata dalla madre a Penelope, che la rimprovera di non aver mai reagito ai molti tradimenti del marito: “in fondo lui è tuo padre, non lo puoi cambiare: devi amarlo per quello che è”. Si tratta di una frase più desolante di quanto sembri in apparenza: noi siamo come monadi, imprigionati nel nostro io, siamo quello che siamo senza influenze reciproche, senza valori o beni da condividere, impossibilitati a trasformare e a migliorare noi stessi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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