Non classificato

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Il film non fa parte di nessuna categoria

HIGH SCORE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/16/2021 - 19:02
Titolo Originale: High Score
Paese: USA
Anno: 2020
Sceneggiatura: France Costrel
Produzione: NETFLIX
Durata: 6 episodi di 45'

Nelle puntate del serial vengono raccontate le trasformazioni che ha subito il mondo del videogame, dagli anni ’70 fino alla soglia del 2000, attraverso le interviste dei più importanti protagonisti che vivono fra le due sponde più significative, gli Stati Uniti e il Giappone ma anche alcuni utenti che sono riusciti a vincere contest internazionali

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un'onesta ricostruzione della storia dei giochi elettronici, che include anche la nascita del criteri di protezione dei minori. Purtoppo manca un'analisi del potenziale educativo dei videogiochi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il documentario è riuscito a "umanizzare" il racconto ,intervistando quei creatori che hanno portato significativi passi avanti nell'evoluzione dei videogame
Testo Breve:

Come si è passati da Space  Invaders sulle game machine da bar ai giochi multi-ruolo e multi-utente, dove migliaia di appassionati partecipano contemporaneamente in rete? Ce lo spiega questo documentario portando in evidenza questa realtà troppo spesso, nel bene e nel male, trascurata

Alla fine degli anni ’70, il gioco che aveva maggior successo fu Space Invaders sulla scia di Star Wars, uscito proprio in quegli anni. Le case produttrici e le sale giochi facevano molti soldi ma in Giappone, non bastava; in particolare al progettista il prof Toru Iwatari, dispiaceva che dai giochi fossero escluse le donne.  Questi continui combattimenti contro gli invasori non interessavano il gentil sesso. Un giorno, in una tavola calda aveva ordinato una pizza. Tagliandone un pezzo, ebbe l’intuizione giusta: aveva davanti un mostriciattolo con la testa rotonda e con la bocca aperta: aveva davanti a se’ Pac-Man. Ora anche le ragazze correvano a giocare divertendosi a far mangiare a Pac Man tanti biscotti.  Passando dagli arcade da bar alle console da tavolo (Hatari, Nintendo,..) con cartucce intercambiabili i videogame si sono evoluti dal bidimensionale al tridimensionale.  Il software invece si è evoluto nei giochi di ruolo, delle vere forme narrative interattive dove il giocatore può compiere delle scelte e interpretare il personaggio che desidera (se il videogioco va alla narrazione, anche la narrazione va al videogioco: recentemente Netflix ha prodotto un film interattivo – Black Mirror: Bandernatch dove è l’utente a scegliere quale direzione far prendere al racconto). Si è infine arrivati all’attuale MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game) dove migliaia di giocatori possono interagire fra loro interpretando personaggi che si evolvono insieme al mondo che li circonda. Bisogna comprendere che nel settore dell’entertainment, quello dei videogiochi è di gran lunga a maggior fatturato: più del cinema, più del settore musicale.  Come ha giustamente fatto notare il prof Giuseppe Romano, in un corso web di Family and Media Education (https://www.familyandmediaeducation.eu/corsi/familyandmedia), se noi pensiamo ai film blockbuster come esempio massimo di investimento nel settore dell’entertainment si deve ricredere; creare un nuovo gioco comporta l’investimento di miliardi che coinvolge migliaia di esperti. Grand Theft Auto ha avuto un budget di 300 milioni di dollari, 50 milioni più alto di Avatar, il film più costoso finora prodotto

Il serial non trascura di raccontare quello che è accaduto quando la grafica ha smesso di essere elementare, adatta ai più giovani e si è evoluta, finendo per interessare anche gli adulti arrivando presto realizzare giochi molto violenti o a contenuto sessuale Si è reso pertanto necessario istituire negli anni ‘80 un criterio di classificazione per la protezione dei minori (PEGI in Europa).

Il serial termina la sua panoramica alla fine degli anni ’90, quando il realismo era ormai impressionante ma non si è ancora arrivati alle connessioni iper-veloci caratteristiche di questo inizio del XXI secolo.

Dispiace che l’interesse che questo serial esprime sia soprattutto industriale, evolvendosi con un hardware sempre più sofisticato e realizzazioni software sempre più coinvolgenti, intesi a realizzare sfide (e soldi) in un crescendo senza fine. E’ totalmente assente una panoramica sul valore educativo dei video game: oltre che essere una dimostrazione di destrezza, i videogiochi hanno un grosso potenziale come ginnastica della mente e forza educativa. Sono molto utili i giochi dove decidi di immedesimarti in Annibale (o in un condottiero romano) per stabilire come organizzare l’invasione dell’italia, oppure scegliere quale nazione essere nei delicati equilibri dell’Europa del 1500. Il prof Giuseppe Romano nel Webinar già citato, propone l’esempio di Minecraft (creare e modificare un mondo fatto solamente di blocchi cubici) che stimola la libera creatività dei giocatori. Appartiene infatti alla categoria dei sandbox si indica un tipo di gioco che mette a disposizione dei giocatori numerosi strumenti, senza imporre un particolare obiettivo da raggiungere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MYTHIC QUEST - RAVEN'S BANQUET (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/13/2021 - 20:58
Titolo Originale: MYTHIC QUEST - RAVEN'S BANQUET
Paese: USA
Anno: 2020
Sceneggiatura: Charlie Day Megan Ganz Rob McElhenney
Produzione: RCG Productions, 3 Arts Entertainment, Ubisoft Film & Television, Lionsgate Television
Durata: 10 episodi di 30'
Interpreti: Rob McElhenney, Ashly Burch, Jessie Ennis, Imani Hakim, David Hornsby, Charlotte Nicdao

Siamo nello studio di sviluppo del videogioco The Mythic Quest . Lo dirige Ian Grimm, un uomo che ha un feeling speciale per carpire il successo con i videogiochi ma è vanitoso ed egocentrico. Poppy Li è responsabile della squadra dei programmatori: difende con aggressività e convinzione le proprie idee ma si considera sottovalutata, in un mondo dominato da maschi; David è il produttore esecutivo che, a dispetto della carica che ricopre, è perennemente ansioso e insicuro. Ci sono ancora: due ragazze addette al controllo qualità (Dana e Rachel); Brad, il responsabile della monetizzazione del gioco e C. W., l’anziano del gruppo, responsabile della struttura narrative dei giochi. Uno staff professionalmente preparato ma un po’ scombinato, che deve affrontare sfide quotidiane, prima fra tutte il giudizio di un quindicenne influencer molto apprezzato che con il suo giudizio è in grado di far crollare i guadagni del gioco così come farli salire

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomini e donne con personalità molto diverse si trovano a far parte della stessa azienda e pur tra opinioni diverse si rispettano e sanno esercitare la solidarietà, quando risulta necessaria
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film finisce per diventare un accurato studio sociologico di un contesto di lavoro con protagonisti un po’ disfunzionali ma tutti intenzionati a fare il meglio per la società. Ottimo il quinto episodio
Testo Breve:

Il serial, pur mantenendo un tono leggero, ricostruisce con  fedeltà l’ambiente di lavoro di una società produttrice di videogiochi e le sfide che vanno affrontate

Negli anni ‘70 non erano ancora diffusi i computer ma c’erano le game machine  in tanti bar e  nelle sale da gioco, con le quali, inserendo un numero adeguato di monete, poter fare il gioco del momento.  A un certo punto gli incassi iniziarono a diminuire: gli utenti erano diventati esperti e avevano iniziato ad annoiarsi. E’ in quell’occasione che fu inventato il gioco a più livelli, in modo da spingere il giocatore in una spirale di sfide sempre più complesse.  Si era ancora alla preistoria del gaming (ma si guadagnava già tanto) mentre oggi si è arrivati a guadagni stratosferici grazie al  MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game) com’è appunto Mythic Quest, il vero protagonista di questa serie, dove migliaia di giocatori possono interagire interpretando personaggi che si evolvono in un contesto di circostanze sempre mutevoli e più complesse. Ma, ciò che conta per i produttori, più i giocatori sono coinvolti nel racconto, più sono costretti a comperare armi speciali per sconfiggere gli avversari. C’è un dato che forse non è chiaro a tutti: Il settore del gaming genera più incassi di tutto il settore  dell’entertainment (cinema, televisione, musica,..) e quindi bisogna parlarne, va fatto conoscere anche chi non si sente appassionato al tema.

Questo serial ha il format di una comedy e lavora sulle battute, crea situazioni comicamente imbarazzanti per i protagonisti, spesso congelati in una rigida stereotipizzazione ma nel fondo, è molto serio, mostrando con realismo strutture, funzioni e problemi di questa particolare realtà lavorativa.

Tutte le puntate si svolgono negli uffici della compagnia, (la fiction può senz’altro esser definita un serial di contesto) e le ambientazioni, le dinamiche relazionali sono oltremodo realistiche: la squadra dei programmatori tutti insieme in una stanza del sottosuolo come operai di una catena di montaggio, le ragazze del controllo qualità che passano l’intera giornata in un salottino insonorizzato davanti a un televisore che con il joistik in mano per scoprire i bugs del programma. Il tutto fra persone in dressing casual, in perfetto stile Silicon Valley.

Le giornate si susseguono nella tensione continua fra sviluppare qualcosa di innovativo e simpatico per migliorare il gioco e rispettare il vincolo stretto di perseguire il mandato primario di aumentare i giocatori e quindi gli incassi. Interessante, a questo proposito, la puntata dove si scopre che alcuni giocatori sono dei neonazisti che si sono raggruppati, all’interno di Mythic Quest, in una squadra d’assalto, sconfiggendo gli avversari: sorge il dilemma etico se annullare l’iscrizione di questa categoria di persone oppure seguire la logica della conservazione di guadagni.

Un discorso a parte merita il bellissimo capitolo 5: una novella sentimentale a se stante ambientata nel mondo dei videogiochi. I due protagonisti non compaiono nelle altre puntate, i dialoghi hanno una superiore qualità; raccontano di un lui e di un lei uniti dalla stessa passione: riuscire a raccontare con i videogiochi qualcosa che possa piacere ai giovani. Ben presto però il successo per uno solo di loro metterà a repentaglio questa bella love story.

Non possiamo aspettarci da questo serial spunti per aprire discussioni sul potenziale valore educativo (o diseducativo?) di questi gioch ma parla piuttosto  di esseri umani inseriti in un’organizzazione come tante, intese a fornire un servizio che genera profitti. E sotto questo aspetto  il serial risulta positivo perchè persone che vivono a stretto gomito tutta la giornata riescono a sviluppare solidrietà, aiuto quando serve e apprezzamento reciproco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMO PARADISO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/09/2021 - 11:24
Titolo Originale: L'ultimo paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Rocco Ricciardulli
Sceneggiatura: Rocco Ricciardulli, Riccardo Scamarcio
Produzione: Lebowsky, Silver Productions,
Durata: 107
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Gaia Bermani Amal, Antonio Gerardi, Valentina Cervi

Nel 1958, fra gli uliveti della Murgia pugliese, i braccianti lavorano nelle tenute di Cumpà Schettino. Il pagamento delle ceste di olive raccolte è l’occasione per il giovane Ciccio di proclamare davanti a tutti che non è più tollerabile che vengano pagati per pochi soldi mentre tutto il guadagno resta nelle mani dei padroni. Molti braccianti si manifestano solidali con lui e Cumpà deve assolutamente trovare un modo per rendere innocua questa spontanea forma di sindacalismo. Ma don Schettino scopre ben presto di avere un altro grave motivo per odiare Ciccio: proprio lui che è sposato con un figlio, è l’amante segreto di sua figlia Bianca…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nessuno dei protagonisti maschili (le donne sono solo delle vittime) sembra disporre del dono della ragione: sono tutti in balia di passioni irrefrenabili.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film evita di entrare in dettagli cruenti ma non c’è nessun personaggio che possa considerarsi un riferimento positivo
Giudizio Artistico 
 
Ottima l’ambientazione nella Puglia alla fine degli anni ’50, sensibile prestazione di Gaia Bermani Aramal ma per il resto la sceneggiatura che vuole troppo in modo confuso e i personaggi sono ridotti a stereotipi
Testo Breve:

Nella campagna pugliese alla fine degli anni ’50, si scatena la prepotenza dei padroni, le vendette dei contadini, e amori adulterini innescano rappresaglie e contro-vendette. Un dramma a fosche tinte molto confuso. Su Netflix

L’inizio del film è particolarmente promettente: molto ben filmate le distese degli uliveti pugliesi, ben realizzato l’adattamento delle masserie con gli arredi del tempo e la ricostruzione delle usanze e dei modi di vivere del tempo. Se gli uomini vanno a zappare, le donne si ritrovano al torrente per lavare i panni; quando mariti e figli tornano a casa, secondo lo spirito patriarcale allora imperante, li servono a tavola e le donne mangeranno quando ci sarà tempo. Fra i contadini c’è voglia di andare in America e di ribellarsi ai massari che li sfruttano. La messa in scena  della Puglia alla fine degli anni ’50, come fondale del racconto, può dirsi completo.

Poi il racconto si sviluppa ma il tema della protesta dei contadini passa rapidamente in second’ordine: Ciccio trascura i problemi sindacali per portare avanti la sua storia d’amore con Bianca, alla continua ricerca di un posto segreto dove incontrarsi. Da qui in poi la storia si ingarbuglia rapidamente: omicidi seguiti da vendette, cambio di protagonista, accumulo di infedeltà coniugali, violenze sessuali sulle giovani contadine, senza contare il frequente cambio di stile narrativo: dalla tragedia rusticana si passa a sequenze oniriche e alla magia del surreale. A causa della troppa carne al fuoco, lo spettatore finisce per disorientarsi e si salva solo la performance di Gaia Bermani Amaral nella parte di Bianca che rende credibile una giovanile e cocente passione amorosa.

C’è un altro aspetto che disorienta: la mancanza di una bussola etica. Lo spettatore ha la consuetudine di seguire le vicende del protagonista perché costituisce in genere il riferimento positivo o magari è vittima di un’ingiustizia oppure è un cattivo, cosciente di esserlo. Se escludiamo le donne, viste tutte come vittime di una società patriarcale, gli uomini sono uguali nel loro seguire le proprie passioni incontrollate: odio, vendetta, violenza sulle donne, adulterio.

In una sequenza baricentrica del film, Ciccio e sua moglie Lucia si trovano da soli in chiesa, davanti all’altare. Lei sa tutto della relazione del marito ed è venuta in chiesa per pregare, per capire. Lui sviluppa una tesi insostenibile: vuole bene alla moglie e al figlio ma l’amore per Bianca è un’altra cosa (è una fuga, un sogno, come si esprimerà in altri momenti: evidentemente gli è rimasto qualche residuo non consumato di immaturità adolescenziale). La scena si conclude con un’esibizione di pessimo gusto: per dimostrare che lui si sente senza colpa, Ciccio apre il calice e si mangia un’ostia (consacrata? Non si sa) come fosse una merendina per il pomeriggio.

Grazie alla brava Gaia Bermani Amaral, l’amore fra Ciccio e Bianca si veste di toni iper-romantici, di struggente sogno che non  può realizzarsi, ma anche questa nota idillica si frantuma perché veniamo a sapere che Ciccio ha avuto in precedenza altre donne, è una sorta di seduttore seriale. Se c’è alla fine un messaggio che può essere colto da questo film, potrebbe essere proprio un elogio all’amore libero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ADOLESCENTI - ADOLESCENTES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/07/2021 - 08:15
Titolo Originale: Adolescentes
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Sébastien Lifshitz
Sceneggiatura: Sébastien Lifshitz
Durata: 115

La vita quotidiana di due amiche Emma e Anaïs riprese dal vivo dall’età di 13 anni fino ai 18. Vivono nella cittadina di Brive-La Gaillarde nella Nuova Aquitania (Corèze, Francia). All’inizio frequentano lo stesso collège (scuola media) ma sono di estrazione sociale diversa. Emma, una ragazza spesso insicura, è figlia unica, la madre è un’ispettrice delle imposte, il padre un direttore commerciale; le piace cantare e aspira a diventare un’attrice. Il suo percorso scolastico prevede il liceo e poi l’università. Anaïs, estroversa e passionale, ha una famiglia di estrazione operaia, e desidera iscriversi a un istituto professionale (si sente portata ad accudire bambini o a prendersi cura di anziani) per poter guadagnare e diventare indipendente al più presto. Di loro seguiamo l’evoluzione delle amicizie, i primi amori, i rapporti non sempre facili con i genitori, l’impatto di eventi che hanno scosso la Francia, come gli attentati di gennaio e novembre del 2015…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Attribuiamo un valore positivo a questo lavoro perché risulta essere uno studio onesto del comportamento dei millenials anche se né le ragazze ma più di loro i genitori, non ci fanno una bella figura.
Pubblico 
Adolescenti
Un quadro trasparente del comportamento delle ragazze anche su tematiche sessuali ma tutto si risolve in parole, senza immagini
Giudizio Artistico 
 
L’autore va lodato per la novità dell’esperimento posto in atto anche se risultano palesi i limiti perché si coglie il fenomeno, non conosciamo ciò che muove l’animo delle ragazze. Premio Louis-Delluc nel 2020.
Testo Breve:

Due ragazze vengono riprese a intervalli regolari nel periodo che va dai 13 ai 18 anni. Un docu-reality molto interessante sulla maturazione dei millennials. Su Prime Video, audio in francese, sottotitoli in italiano

L’esperimento che ha tentato il regista Sébastien Lifshitz è indubbiamente originale: riprendere due ragazze con una telecamera discreta a intervalli regolari per cinque anni consecutivi  durante alcuni momenti significativi della loro esistenza, cogliendo le loro reazioni spontanee in casa, a scuola, in feste con amici o di fronte a fatti di cronaca come i due attentati terroristici che hanno sconvolto la Francia in quegli anni: Charlie Hebdo e Bataclan. Può essere chiamato docu-reality e ha un obiettivo chiaro anche se praticamente irraggiungibile, comune a tanti altri autori: cogliere l’essenza dell’adolescenza, quel non essere più e non essere ancora, relativamente a una specifica generazione, in questo caso quella dei millennials. Nel sottotesto c’è un altro obiettivo, ancora più ambizioso: “catturare” il tempo: cogliere la trasformazione delle protagoniste con il trascorrere del tempo (che si nota anche fisicamente: dai volti paffuti e ancora fanciulleschi delle prime sequenze a quelle di due ragazze ormai formate). Sotto questo aspetto si avvicina al regista Richard Linklater che aveva fotografato, nel film Boyhood la vita di un ragazzo dai 6 anni fino a alla partenza per il college ma in quel caso si è trattata di una fiction.

Il rapporto con i genitori è sicuramente conflittuale per entrambe le ragazze.  I genitori sembrano interessarsi esclusivamente dei rendimenti scolastici ma lo fanno in forma ossessiva e sotto forma di minacce, soprattutto quelli di Anaïs ottenendo solo reazioni di fastidio. Anche la mamma di Emma non sembra avere maggior fortuna: cerca maldestramente di aiutare la figlia a completare i compiti a casa ma è troppo oppressiva, creando solo ansia nella figlia. L’attentato a Charlie Hebdo scuote tutta la Francia e a scuola i professori sentono la necessità di parlarne apertamente, di ascoltare le loro reazioni. Dai banchi emerge molta saggezza: non si può ridere di tutto e bisogna sempre conservare il rispetto per gli altri. Anche nelle conversazioni a tavola, Anaïs ha una reazione sorprendente: quando la madre interpreta quello che è successo affermando che le religioni non solo sono inutili ma anche dannose, perché hanno creato e creeranno solo guerre, la ragazza è pronta a sostenere che bisogna fare una netta distinzione: una cosa sono  i mussulmani e un’altra cosa  i terroristi.  Finiscono i 15 anni, sorge l’ansia di passare gli esami di fine  collegio ma nasce anche il primo amore, almeno per Anaïs, più appassionata e impulsiva. Nella generazione dei millennials, il tema della “prima volta” è visto ormai, in modo definitivo, come un fatto privato, senza consigli da parte dei genitori. Quando la madre di Anaïs si accorge che la ragazza soffre per essere stata lasciata dal ragazzo, non ha altro da commentare se non: “presto te ne farai un altro”. Le ragazze discutono fra loro su quale sia il momento giusto e naturalmente non arrivano ad alcuna conclusione se non a un generico “quando ti senti pronta”. La conversazione con una ragazza che ha già “saltato il fosso” esprime soprattutto il dispiacere per la sensazione che ha provato, di perdita della propria  intimità: per lei sarebbe stato sufficiente scambiarsi un po’di coccole. Si è forse accorta che non si tratta di un nuovo esercizio ginnico e che non è pronta all’amore come donazione totale e reciproca, anche perché nessuno glielo ha mai spiegato.

Emma ha un comportamento sotto certi versi peggiore: ha un atteggiamento apatico, è lontana da una qualsiasi idea di amore e alla fine accetta l’offerta di un ragazzo che glielo ha chiesto esplicitamente, per scrollarsi di dosso questo “problema”.

Sono molte altre le situazioni in cui si trovano le due ragazze ma possiamo concludere che l‘esperimento di Sébastien Lifshitz sia riuscito? Solo parzialmente, proprio perché l’approccio è stato quello dell’esperimento. Le due ragazze sono state messe sotto analisi come fossero dei fenomeni naturali: a fronte di uno stimolo, ci si attende una reazione. In questo modo si è registrato il fenomeno, non ne è stata colta l’essenza. Ci sono ignoti i loro pensieri, i loro intimi convincimenti.

Resta comunque un’iniziativa valida, uno studio onesto di certi comportamenti degli adolescenti di oggi. Se ne ricavano conclusioni non certo esaltanti per quel che riguarda i comportamenti dei genitori come delle ragazze ma comunque veritiero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CASA DEI LIBRI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/15/2021 - 18:45
Titolo Originale: The Bookshop
Paese: Spagna. UK, Germania
Anno: 2017
Regia: Isabel Coixet
Sceneggiatura: Isabel Coixet
Produzione: Diagonal Televisió, A Contracorriente Films, Zephyr Films, One Two Films
Durata: 112
Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, • Jorge Suquet

Fine anni ’50. Una giovane vedova, Florence Green, torna a vivere a Hardborough (nel Suffolk, Inghilterra) dove aveva vissuto con il marito. Nella casa, pregevole anche perché antica, decide di aprire una libreria. Il negozio viene apprezzato dagli abitanti: in particolare da un ricco e misterioso personaggio, Mister Brundish. Per far fronte all’aumentato lavoro, la proprietaria assume la giovanissima Christine come sua aiutante. L’iniziativa ha subito successo ma non è dello stesso parere Mrs. Gamart, una ricca signora che aveva identificato nell’antica casa il luogo ideale per fondarvi un circolo culturale. Abituata ad ottenere sempre tutto, si mobilita in ogni modo per far fallire l’attività di Florence…..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film rifulge la figura del vecchio gentiluomo Mr. Brundish che ha il coraggio di protestare contro i soprusi che Florence è costretta a subire ma su tutto il film pesa una sorta di fatale ineluttabilità del male
Pubblico 
Pre-adolescenti
Molte cattiverie possono esser risparmiate ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il premio Goya 2018 come miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura non originale ma la voglia di sviluppare una tesi preordinata finisce per ridurre i personaggi a stereotipi di che seguono una partitura preordinata
Testo Breve:

La vedova Florence vuole trasformare la sua vecchia casa in libreria ma c’è chi aspira invece a impossessarsene per i propri fini. Una lotta impari e in po’ schematica fra la fragile innocenza e il potere del male

“Quando Mrs Green apri il primo scatolone di libri che aveva ordinato, i problemi e gli ostacoli di quegli ultimi giorni scomparvero …e per un istante percepì accanto a se ancora una volta il suo defunto marito che aveva amato moltissimo”. E’ questo il commento che ascoltiamo in sottofondo mentre Florence è intenta a prendere uno a uno i libri, quasi li accarezza e poi li mette sugli scaffali: in quella stessa casa dove, tanti anni prima, quando suo marito era ancora vivo, aveva la consuetudine di leggere con lui un libro a voce alta. Il questo film il libro è visto come strumento di condivisione, di stimolo alla riflessione, apertura mentale verso il diverso da sè e il diverso dal piccolo mondo di Hardborough, che fossilizza, sclerotizza pericolosamente i rapporti fra le persone (non a caso i libri citati nel film non sono i classici di sempre ma delle opere che uscirono proprio in quegli anni: Farenhet 451, Lolita, L’estate incantata). Se i libri sono dei protagonisti indiretti, l’argomento che prende il sopravvento è un altro: la lotta fra l’innocenza inerme e la perfidia del male impersonificate rispettivamente da Florence e da Mrs  Gamart.

Si tratta infatti di una pellicola “al femminile” e sono tre le donne che si contendono la scena e che danno movimento all’intreccio della storia. Mrs. Green (Emily Mortimer) con la sua intraprendenza, porta una ventata di novità in un piccolo paese, con il suo ingegno e la sua capacità di collaborare ottiene anche il favore della gente. La sua disponibilità e i suoi modi gentili la rendono una persona affabile. Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), una signora che conta in quella piccola comunità, come una bambina viziata vuole quella casa che non è sua e cerca in ogni modo di ottenerla per i suoi scopi. La sua ambizione la rende una persona infida, disposta a tutto pur di averla vinta. Christine (Honor Kneafsey), la giovanissima aiutante del negozio di Florence, che si lascia affascinare dalla sua datrice di lavoro nonché dai libri che le vengono dati da leggere. È una bambina sveglia, che conserva una sua innocenza anche se coinvolta in diverse diatribe tra adulti.

Gli schieramenti sono quindi due e ben evidenti: da una parte la povera vedova che vive dei suoi libri (non solo perché li vende, ma anche perché ne legge molti) e dall’altra la ricca signora che vuole “controllare” la cultura. La piccola Christine, stando dalla parte di Mrs. Green ne coglierà, almeno idealmente, l’eredità. Costumi e scenografie aiutano a far percepire al pubblico il forte contrasto tra le due donne. Da una parte la vecchia casa, sobria nell’arredamento e nelle finiture, abitata da Florence: una donna che, nonostante la sua affabilità, è spesso sola, ma sempre in compagnia dei suoi amati libri. Dall’altra la grande e sontuosa casa di Mrs. Gamart: spesso scenario di feste con numerosi invitati ma luogo di sotterfugi e intrighi volti ad estendere la superiorità di censo anche ad altri ambiti della piccola cittadina.

Il male, impersonificato da  Mrs Gamart assume l’aspetto desolante della legalità: la cospirazione si avvale del sindaco (figlio della signora), del direttore di banca, di leggi approvate  ad uso della signora-lucifero, del tradimento di persone che per meschini interessi si fingono amici di Florence per poi tradirla alle spalle.. Mentire, sapendo di avere le spalle coperte da chi ha potere, diventa la norma. C’è rimasto solo il vecchio Mister Brundish a difendere a viso aperto l’aspirante libraia.

Sono molto brave nella loro parte sia la rassegnata Emily Mortimer  che la perfida Patricia Clarkson ma i cattivi sono così terribilmente cattivi e Florence è un agnello talmente fragile che il film prende le forme di un soggetto a tesi e i personaggi subiscono il rischio della stereotipazione.

“Fino a quel momento Florence aveva vissuto la sua vita fingendo di credere fosse suddivisa in carnefici che dominano il mondo e vittime che ne subiscono le conseguenze” questa frase, pronunciata dalla voce narrante all’inizio del film, finisce per diventarne il tema programmatico.

La regia, con inquadrature lente e generose di dettagli, e la fotografia, con paesaggi naturali e scorci della cittadina di Hardborough molto belli, danno alla pellicola un tono marcatamente malinconico.

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald, diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet ma lo stile narrativo , nel privilegiare la correttezza formale dei rapporti umani, anche in situazioni di ipocrisia più sfacciata, è molto inglese

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE UNDOING - LE VERITA' NON DETTE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/12/2021 - 21:12
Titolo Originale: The Ungoing
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: David E. Kelley
Durata: 6 puntate di 5''
Interpreti: Nicole Kidman, Hugh Grant, Matilda De Angelis, Édgar Ramírez, Donald Sutherland, Noma Dumezweni

Jonathan e Grace formano una famiglia ricca e felice. Vivono in un duplex nell’Upper East di Manhattan, svolgono con competenza e successo le loro professioni (lui è oncologo pediatrico, lei è psicoterapeuta), partecipano agli eventi mondani della società che conta. La vita di coppia è piena di momenti di affettuosa serenità e hanno il piacere di prendersi cura del giudizioso Henry, il figlio tredicenne che frequenta l’esclusiva Reardon School. Franklin, il padre di Grace, non ha mai avuto simpatie per il genero ma ha finito per accettarlo per amore della figlia. Grace partecipa a una riunione di madri della Reardon per organizzare un pranzo di beneficenza a favore della scuola e in quell’occasione incontra Elena Alves una giovane pittrice ma, appena le due donne possono parlarsi da sole, le appare in uno stato di vistosa apprensione. Il giorno dopo Grace viene a sapere che Elena è stata brutalmente assassinata e che suo marito Jonathan  si è reso irreperibile…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il carico da 11 che viene dato al potere interpretativo della psicologia finisce per far vedere l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze passate, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio crudo. Una nudità femminile integrale, una scena di violenza protetta dalla penombra. Due pre-adolescenti sono costretti ad assistere e conoscere realtà troppo dolorose per loro
Giudizio Artistico 
 
Se Nicole Kidman è perfetta nella parte di signora dell’alta società, se bravo è anche Donald Sutherland, non si può dire lo stesso di Hugh Grant ingaggiato in un personaggio ambiguo che non gli si addice. La sceneggiatura ha degli snodi che prevedono rapporti fra i protagonisti, difficilmente giustificabili. Molto suggestiva l’ambientazione a Manhattan
Testo Breve:

Una tranquilla coppia dell’alta società newyorchese viene sconvolta da un omicidio e il principale l’accusato è proprio il marito che aveva una relazione con la donna uccisa. Un thriller pan-psicologico con difetti di narrazione dove mentire o non dire è la norma e nessuno è quello che appare. Su SKY

Le credenziali di questo serial su SKY in 6 puntate sono di tutto rispetto: recitano attori del calibro di Nicole Kidman, Hugh Grant, Donald Sutherland ma anche la nostra Matilda De Angelis (che si è fatta apprezzare in Veloce come il vento). La regia è di Susanne Bier (premio Oscar 2011 con il film In un mondo migliore) mentre la sceneggiatura è di David E. Kelley che ha scritto la serie  Piccole Grandi Bugie dove si era già cimentato nella descrizione di intrighi di donne dell’alta società. Non basta: anche il direttore della fotografia,  Anthony Dod Mantle, ha vinto un Oscar nel 2009. Negli Stati Uniti, su HBO è diventata la miniserie più vista di recente e lo stesso è accaduto su SKY nel Regno Unito

Animati quindi da rispettosa referenza, iniziamo a vedere le puntate di questo thriller. Le riprese di New York, all’alba, al tramonto (quando accadono gli eventi-chiave) sono bellissime, abbinate a un po’ di promozione: Grace e il padre si incontrano spesso al Met e il serial non disdegna un po’ di product displacement: ogni tanto fa capolino il nome di qualche locale, fra i quali spunta un italianissimo Barbaresco. Nicole Kidman con il suo stile elegante, i modi raffinati da figlia viziata e coccolata, è perfetta per questa ambientazione. Le sue camminate veloci per le notti di New York, con il cappotto lungo all’ultima moda,  i riccioluti capelli leonini, sono l’immagine-simbolo che più resta impressa di questo serial.

In un simile ambiente la dissimulazione, il non dire ciò che è vero ma ciò che conviene sembra essere la prassi. Lo conferma l’avvocato Fitzgerald a Grace: “non sei sincera perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità per proteggere se stessi. Le uniche verità sono la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica”. Le persone non sono mai realmente quelle che ci appaiono, sembra dirci l’autore. Scopriremo che tutti, proprio tutti i personaggi stanno nascondendo qualcosa di loro stessi, tranne uno che affermerà con orgoglio: “la mia mente è più forte del mio cuore”. Sarà proprio la scoperta tardiva delle cose non dette da parte di tutti i protagonisti a far avanzare lentamente il thriller perché i nudi fatti sono noti fin dall’inizio e non ce ne saranno altri. Lo stesso finale, che ovviamente non riveliamo, sembra far ritorcere su di noi la stessa disillusione: la nostra voglia di esercitare una rigorosa logica deduttiva è destinata al fallimento.

“Ci sono solo degli indizi, non ci sono testimoni diretti”: evidenzia l’avvocato della difesa e allora l’unico strumento di indagine è guardare in faccia le persone, resta la psicologia, usata a piene mani.

Grace stessa è una psicoterapeuta e la vediamo, in un paio di sedute di lavoro, dire ai suoi pazienti qual’ è quel meccanismo che lavora nel loro subconscio e che li spinge ad avere comportamenti che essi non osano ammettere. Ogni comportamento ha la sua definizione psicologica: per l’attrazione di Elena verso Jonathan si dirà che si tratta della sindrome dell’ “adorazione dell’eroe”, perché lui ha salvato suo figlio dal cancro; lo stesso avvocato d’ufficio inventa una sigla: TPT (trauma post tradimento) che darebbe ragione del comportamento di Grace. La dedizione speciale che rivela Jonathan nel suo lavoro di oncologo infantile è dettata, come scopriremo dopo, dal suo desiderio riparare a un errore commesso in gioventù e se Franklin il padre di Grace, non ha stima di Jonathan, è perché vede in lui gli stessi errori che ha commesso in gioventù. Sembra quasi che, più importante dello scoprire se è Jonathan l’assassino, sia capire se è uno psicopatico o un sociopatico. Resta pertanto sconsolante l’antropologia che sottende il racconto: l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze vissute, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Se guardare in volto una persona è ormai diventato l’unico criterio d’indagine, Fitzgerald, l’abile avvocatessa ingaggiata per la difesa di Jonathan, ha l’idea di organizzare un’intervista televisiva per far parlare il suo assistito in modo che possa esercitare il suo fascino, la sua capacità di incantare le persone e innescare così nel pubblico un pregiudizio d’innocenza. Era già stato un altro interessante film (Gone Girl – l’amore bugiardo) che aveva denunciato, quando certi eventi di cronaca diventano di dominio pubblico, l’ossessione contemporanea per l’esposizione mediatica del privato e il giudizio di colpevolezza o meno che viene data dal feeling del pubblico, in grado di influenzare inevitabilmente quello della giuria.

Se è Nicole Kidman a guidarci in questo mondo del dubbio e dell’incerto, anche gli altri attori sono tutti molto bravi ma una menzione speciale va fatta per Noma Dumezweni nella parte dell’avvocato Franklin, per la sua capacità di dare forma al suo impegno risoluto per disseminare dubbi sulle poche certezze di cui si dispone nel processo. Purtroppo non possiamo dire lo stesso per Hugh Grant che ha dovuto abbandonare il suo simpatico personaggio, goffo e impacciato, dotato di sottile ironia inglese per impegnarsi in una parte talmente doppia da risultare indecifrabile. Riguardo allo sviluppo della storia, non tutti gli snodi sono lineari e qualche comportamento è poco giustificabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE MIDNIGHT SKY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/31/2020 - 19:03
Titolo Originale: The Midnight Sky
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: George Clooney
Sceneggiatura: Mark L. Smith
Produzione: Anonymous Content, Netflix, Smokehouse Pictures, Syndicate Entertainment, Truenorth Productions
Durata: 118
Interpreti: George Clooney, Felicity Jones, Demián Bichir, Kyle Chandler

Polo Nord, 2049. La terra non è più ospitale a causa degli errori degli uomini e i pochi ricercatori ancora presenti in quell’ area vengono evacuati verso rifugi più sicuri. Decide invece di restare Augustine Lofthouse, astronomo di fama mondiale, malato terminale. Rimasto solo nell’osservatorio polare, cerca di mettersi in contatto con la nave spaziale Aether, che aveva avuto il compito di individuare nuovi pianeti abitabili, seguendo le indicazioni dello stesso Augustine. In effetti la navicella sta tornando sulla terra con una buona notizia: un satellite di Giove risulta abitabile. Dopo varie peripezie Augustine riesce a mettersi in contatto con l’astronave e parla con Sully, la responsabile delle comunicazioni. Deve subito raffreddare I loro entusiasmi: tornare sulla terra vuol dire condannarsi a una morte certa ed è preferibile raggiungere il satellite di Giove. Mentre l’equipaggio discute su quale sia la scelta più giusta, Augustine si accorge che non è solo: nell’osservatorio c’è anche una bambina spaventata,Iris, che però sembra muta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti affrontano con dignità e lucidità la prossima estinzione del pianeta Terra ma la perdita della speranza porta a compiere gesti eutanasici
Pubblico 
Pre-adolescenti
Ai più piccoli si può risparmiare la visione di situazioni angoscianti
Giudizio Artistico 
 
George Clooney, regista e attore, è molto bravo nella messa in scena di ambientazioni polari e spaziali ma la personalità dei protagonisti non è sviluppata in profondità
Testo Breve:

Un disastro ecologico rende ormai impossibile la vita sulla terra. Un’astronave ha trovato un pianeta dove l’uomo potrebbe insediarsi. L’ambizione del film di esprimere angosce e speranze in uno scenario apocalittico resta non completamente realizzata. Su Sky

George Cloney, alla sua settima regia, è diventato molto bravo nella messa in scena: i gelidi  paesaggi artici, le vuote stanze del laboratorio astronomico, le passeggiate degli astronauti nello spazio cosmico,   (che rimandano a 2001 Odissea nello spazio e a Gravity). E’ bravo anche come attore: con una folta barba bianca, il suo volto esprime la perdita di ogni emozione di fronte all’ineluttabilità degli eventi  e fa quello che deve ancora fare: cercare di mettersi in contatto con l’equipaggio dell’astronave Aether per convincerli a  non tornare sulla Terra. Le lunghe silenziose, solitarie sequenze iniziali, quando Augustine dorme, mangia, si fa da solo le trasfusioni di sangue, contempla il gelido paesaggio del polare, svolgono bene la loro funzione di contrasto rispetto a quell’evento inaspettato che irrompe nella sua vita, la scoperta di Iris, un altro giovane essere umano. Ora si deve preoccupare di un’altra persona, ora non può più disperare ma sperare con lei che la vita possa continuare. La sotto trama parallela, sull’astronave, è molto meno convincente. I cinque astronauti dell’equipaggio faticano a posizionarsi nel racconto: sappiamo che pensano con malinconia alle loro famiglie, che Sully attende serenamente la nascita del figlio che ha avuto dalla sua relazione con il comandante ma oltre a prendere in giro l’astronauta matricola alle prese con la sua prima passeggiata cosmica, non riusciamo a cogliere la coesione e lo spirito del gruppo.  Forse anche le loro emozioni sono rimaste ibernate, dopo quattro anni di viaggio nello spazio. Il film avanza in questo modo e se la presenza della bambina fa salire, nell’animo di Augustine il rimorso per quella vita privata che avrebbe potuto avere e che ha tralasciato optando per una vita spesa nella ricerca, finisce per diventare il simbolo del rimorso di tutta  l’umanità per gli errori e gli eccessi che sono stati compiuti. La speranza percepita con la presenza della piccola Iris è troppo debole e su tutto il film aleggia una cappa di cupa fatalità: lo si vede in una sequenza dove viene praticata l’eutanasia e in un incidente spaziale che mostra ancora una volta la fragilità dell’essere umano. Alla fine dobbiamo parlare di lavoro incompiuto: la volontà di esprimere le angosce, le riflessioni di una umanità che rischia l’estinzione resta bloccata da una eccessiva reticenza espressiva dei personaggi e dall’accanimento di eventi funesti che sembrano espressione di un fato ineluttabile,  indifferente alla sorte dell'uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOUL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/28/2020 - 18:09
Titolo Originale: Soul
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Pete Docter
Sceneggiatura: Pete Docter, Kemp Powers e Mike Jones
Produzione: Walt Disney Pictures, Pixar Animation Studios
Durata: 100

Joe Gardner è un afroamericano di mezza età che ama la musica jazz, una passione che ha ereditato da suo padre. Guadagna qualcosa come insegnante supplente di musica alle scuole medie ma aspira soprattutto suonare in una band, anche se l’occasione non è ancora arrivata. Poi, di colpo, nello stesso giorno, riceve l’incarico come insegnante di ruolo ma al contempo ha l’opportunità di esibirsi, quella sera stessa, nella band di una famosa sassofonista, che sta cercando un pianista di talento. Per l’emozione corre per le strade di New York senza guardare dove va e cade dentro un tombino. Si ritrova, ora come pura anima, a camminare verso l’altro mondo. Lui si ribella, non vuole perdere l’occasione della sua vita e scappando si ritrova nel pre-mondo, dove le anime ricevono un tirocinio preparatorio prima di raggiungere la terra per incarnarsi nel corpo che è stato loro assegnato….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quale “scintilla” può innescare la passione che può dare un senso alla nostra vita? A questa ambiziosa domanda il film dà risposte multiple come l’amicizia, l’appassionarsi alle piccole vicende di ogni giorno ma è vistosamente assente la felicità che scaturisce dall’amore coniugale
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessario un pubblico almeno adolescente, con qualche cognizione di filosofia, per poter filtrare criticamente la prospettiva trascendente che propone il film
Giudizio Artistico 
 
Questo nuovo lavoro della Pixar conferma l’alta professionalità raggiunta nella costruzione di personaggi e ambientazioni in 3D. La sceneggiatura non ha uno sviluppo lineare e alcuni snodi risultano forzati
Testo Breve:

Un insegnante di musica delle scuole medie svuole realizzare il suo sogno: venir ingaggiato da una complesso Jazz. Ma è giusto vivere per un sogno? E se alla fine si muore senza aver ottenuto nulla? Una nuova esperienza metafisica della Pixar. Se Inside Out era stato un'introduzione alla psicologia, Soul è un'introduzione alla filosofia. Su Disney+

Finalmente è arrivato (non nelle sale ma su Disney+),l’ultima opera della Disney-Pixar, in odore di capolavoro (The Guardian lo ha posto al secondo posto fra i film U.S.A. del 2020). Dopo  Inside out, che  aveva ricreato l’universo della mente umana e dato corpo alle emozioni che albergano nel nostro cuore, dopo Coco, che ci aveva portato nel mondo dei trapassati per ricordarci  l’importanza di ricordare sempre i nostri cari defunti, ora con Soul, la Pixar prosegue nelle sue esplorazioni metafisiche concentrandosi sulle vicissitudini delle anime, che, se  albergano in un corpo quando si trovano sulla terra e poi restano “nude” in attesa del loro destino finale quando il corpo si è ormai disfatto, ora scopriamo che,  novità esclusiva introdotta dalla Pixar, vivono anche in una sorta di  pre-mondo dove debbono capire, prima di incarnarsi in un corpo, qual è la “scintilla”, la vocazione, che consentirà loro di dare un senso alla loro esistenza terrena. Come si può comprendere, si tratta di temi esistenziali profondi e dopo i primi minuti ci si accorge come questo film non sia adatto ai più piccoli.

L’obiettivo è sicuramente ambizioso ma la Pixar ha tutte le carte in regola per poterlo affrontare. Il film merita elogi incondizionati sopratutto negli aspetti visivi. Dopo un 3D ancora approssimativo utilizzato nel primo Toy Story, ora la conquista Pixar più evidente è l’espressività dei volti: nell’ora e mezza del film ci sembra di trovarci di fronte a degli attori in carne ed ossa che stanno recitando la loro parte e ci dimentichiamo che si tratta di personaggi creati al computer. E’ stato così possibile conoscere in profondità Joe,  un personaggio sicuramente insolito: forse è la prima volta che, in un film di animazione,  ci troviamo di fronte a un uomo di mezza età, scapolo, un po’ melanconico, che a fine mese deve chiedere alla madre di pagare le sue bollette ma che ha un’unica grande passione: la musica jazz. Dove il film zoppica un po’ è nella sceneggiatura (sopratutto se confrontato con la compattezza di Inside Out) forse per un sovraccarico di significati e la storia si sviluppa con snodi poco fluidi. Il lungo capitolo, che si svolge sulla terra, obiettivamente divertente, dove Joe e anima 22 si sono incarnati in corpi sbagliati, non trova altri pretesti se non una scivolata dell’anima 22 mentre Joe si sta tuffando sulla terra. Anche la figura del traghettatore Spartivento che si muove fra la terra (fa l’artista di strada a New York) e l’extra-mondo movendosi su una caravella fosforescente, risulta difficile da inquadrare nel contesto, anche se la sua esistenza è necessaria per giustificare il ritorno di Joe sulla terra.

Un tipo di complessità che si rispecchia anche nel messaggio che alla fine si percepisce come ricevuto dal racconto: è giusto o no coltivare una passione? La costruzione della risposta ha uno sviluppo abbastanza tortuoso. Ogni anima deve coltivare la propria “scintilla”, ci spiega il film, altrimenti non ottiene il pass per scendere sulla terra ma bisogna evitare gli estremi opposti in cui cadono le anime perse (così sono chiamate), quelle per le quali la passione si trasforma in ossessione oppure si ha tale sfiducia in se stessi da non intraprendere nessuna iniziativa. Sono i due opposti rappresentati inizialmente da Joe e dall’anima 22. Ma poi  il film ridimensiona il problema e  ci ricorda  che la vita va apprezzata giorno per giorno, anche nelle piccole cose e coltivare una passione vuol dire anche “solo” fare il barbiere, purchè ci si prenda cura dei risvolti umani che comporta questo servizio. E’ accennata anche, ma con maggiore discrezione, la risposta più importante: il senso della vita scaturisce dal prendersi cura degli altri, dal coltivare l’amicizia. E’ proprio anima 22 e non Joe, a trovare le parole giuste per incoraggiare un allievo di Joe a continuare il suo percorso artistico e a costruire un’amicizia con un barbiere con il quale Joe aveva sempre e solo parlato di musica Jazz.  In fondo, il rapporto fra Joe e l’anima 22 è proprio questo: un aiuto reciproco per risolvere i rispettivi problemi. Peccato che in questo panorama sui possibili valori da dare alla vita, ci sia una grande assenza: la felicità coniugale. Viene citato due volte il nome di Lisa, la prima e unica ragazza di Joe ma non sappiamo null’altro di lei. Un’assenza tanto più clamorosa perché inaspettata, proprio da quel Pete Docter che nel film UP aveva scritto uno dei più begli elogi (ma silenzioso) degli affetti coniugali.

Il film evita accuratamente ogni riferimento religioso (anche se Joe, appena arrivato nell’aldilà, chiede subito se si trova in Paradiso o all’Inferno senza ricevere una risposta) ma è indubbio che quando si parla di anime, sappiamo che il tema è stato affrontato da religioni che si sono affermate da secoli e a da varie teorie filosofiche. E’ indubbio che questo racconto dove le anime sono entità sussistenti che si possono incarnare in esseri umani ma anche in animali, rimandi a fedi di origine indiana, più che al cristianesimo. Per questo motivo è opportuno che i genitori invitino i loro figli, a trarre ispirazione dai risvolti umani di questo raggonto, tralasciando le invenzioni più creative degli autori

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALEX RIDER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/02/2020 - 14:52
Titolo Originale: Alex Rider
Paese: UK
Anno: 2020
Regia: Andreas Prochaska Christopher Smith
Sceneggiatura: Guy Burt
Produzione: Eleventh Hour Films
Durata: 8 episodi di 45'
Interpreti: Otto Farrant, Stephen Dillane, Vicky McClure, Andrew Buchan

Alex Rider è un giovane studente atletico e intraprendente. I suoi genitori sono morti quando era bambino, ora vive con una sorella adottiva e lo zio Ian. Un giorno, al ritorno da scuola, riceve la notizia della morte dello zio in un incidente stradale. Non convinto della cosa, indaga di nascosto e scopre che Ian non lavorava per una banca, ma era un agente dei servizi segreti inglesi. Dopo essere stato allenato dallo zio (a sua insaputa) per essere un agente segreto, viene ingaggiato dall’intelligence britannica per portare avanti quella stessa l’indagine che aveva portato alla morte lo zio: una strana scuola situata sulle alpi francesi. L’istituto di formazione, Point Blanc, lo mette in contatto con nuovi amici: studenti problematici, figli di ricche famiglie. Con il passare dei giorni, dove alle lezioni si alternano dei lavori che la scuola richiede (lavare i piatti e altre mansioni domestiche), succedono strane cose e le indagini portano Alex a scoprire cose terribili.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentato il valore dell’amicizia ma resta la perplessità di aver portato a livello adolescenziale un contesto di violenza e di pericolo di morte tipico del genere
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza senza sangue, uso di droga, linguaggio talvolta scurrile. Tv USA: +14; TV UK: +12.
Giudizio Artistico 
 
Il livello di suspence viene correttamente raggiunto anche se la trama non risulta particolarmente originale. Bravo il giovane protagonista
Testo Breve:

Il serial raggiunge l’obiettivo di raccontarci un’avvincente spy story secondo lo stile James Bond trasferendola in un contesto adolescenziale. Resta il dubbio se sia corretto inserire degli adolescenti in un contesto così duro e pericoloso. Su Prime Video

Dopo Alex Rider – Stormbraker, la trasposizione cinematografica del primo dei romanzi di Anthony Horowiz realizzata nel 2006 dal regista Geoffrey Sax, il giovanissimo agente dell’intelligence britannica torna ad allietare i suoi fans, stavolta sul piccolo schermo con la prima stagione (ed è stata appena confermata la produzione della seconda) di un serial TV su Prime Video.

Dal punto di vista qualitativo, è un serial ben riuscito.

Le otto puntate sono costruite in modo efficace, avvincenti e cariche di adrenalina. Da più parti soprannominato il giovane James Bond, Alex Rider è decisamente all’altezza del blasonato agente segreto con licenza di uccidere. Il ritmo è incalzante e, se la scrittura sembra scontata, in realtà riesce a sorprendere con colpi di scena che tengono lo spettatore incollato allo schermo. La soluzione del caso non è affidata all’ultima puntata, ma va delineandosi episodio dopo episodio, così da non permettere conclusioni affrettate o facili soluzioni agli enigmi. Sicuramente, la presenza sul set dell’autore dei romanzi come produttore esecutivo del serial ha inciso in maniera positiva sulla sua realizzazione.

Non ci sono grandiose scene d’azione, inseguimenti o fughe vorticose per le vie di una città: la storia con le sue Indagini e scoperte, sparatorie, si svolge soprattutto in interni, resi tetri e quasi claustrofobici da un’ottima fotografia.

Sono presenti scene di violenza: essendo una spy story, abbondano combattimenti e sparatorie. Vengono rappresentati in modo meno violento di quanto descritto nel libro ma non per questo da sottovalutare per il loro impatto sullo spettatore. Il linguaggio risulta moderatamente volgare.

Un altro pregio del serial è il disegno dei personaggi. Pur non essendo particolarmente lungo (8 puntate di 40 minuti circa), l’azione non fa mai passare in secondo piano la psicologia dei protagonisti e l’approfondimento delle loro personalità. Il cast non vanta nomi di particolare rilievo ma rendono godibile il prodotto finale. Il protagonista, interpretato dal giovane Otto Farrant, riesce a mostrare quell’innocenza mista a scaltrezza con la quale è in grado di affrontare i problemi più semplici così come le situazioni più pericolose e complesse. Tutti i personaggi che gravitano intorno a lui (la sorella adottiva, gli amici del liceo e quelli della Point Blanc), pur essendo secondari, non vengono mai tratteggiati in modo superficiale o stereotipato, ma riescono ad emergere nella loro complessità. Anche dei villain riusciamo a conoscere le ragioni dei loro progetti perversi: esercitano una cattiveria diabolica, perché pianificata e costruita con cognizione di causa, un male realizzato per trarne profitto personale.

Nei suoi contenuti, essendo una spy-story contaminata con il genere teen/young, porta sullo schermo i cliché più visitati sia del primo come del secondo. Nell’intrigata indagine trova spazio l’amicizia, che richiede di essere coltivata e costruita attraverso la condivisione e il dialogo, ma che può essere messa a dura prova o anche distrutta dalla falsità. Non mancano cotte e innamoramenti adolescenziali, gli inviti ai balli della scuola, il caratteristico imbarazzo che nasce dall’inesperienza e dall’emozione di stare con la persona di cui si è innamorati.

Le relazioni familiari presenti sono le più svariate: se Alex che, essendo orfano, può vivere solo del ricordo dei genitori, troviamo famiglie benestanti ma con una grandissima povertà di rapporti umani ma anche famiglie che sanno supportare i loro figli. Un campionario abbastanza completo e verosimile che evita di appiattirsi sul politicamente corretto.

Complessivamente è un prodotto godibile e ben confezionato, capace di trasmettere la tensione tipica delle indagini dei servizi segreti così come di proporre al pubblico le dinamiche tipiche della vita di adolescenti e giovani. Un po’ violento, ma non volgare, Alex Rider fa ben sperare per la seconda stagione già messa in produzione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ELEGIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/29/2020 - 17:36
Titolo Originale: Hillbilly Elegy
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Vanessa Taylor
Produzione: Imagine Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Amy Adams, Glenn Close, Gabriel Basso,Freida Pinto

Jackson, Kentucky, sui monti Appalacchiani, 1997. Il giovane J. D. Vance è arrivato con la madre Beverly e la sorella maggiore Lindsay dall’Ohio per fare visita alla nonna, chiamata Mamaw. Si tratta di uno dei pochi momenti sereni che Vance, ora studente di legge a Yale, ricorda, perché la vita della sua famiglia non si può certo considerare tranquilla. La nonna, rimasta incinta a tredici anni, è vissuta con un uomo ubriacone e violento finchè non si sono separati; la madre, ha accumulato solo relazioni instabili e ha finito per perdere il posto di lavoro all’ospedale perché tossicodipendente. Ora Vance, che è riuscito, grazie al suo impegno negli studi, a riscattre la sua infanzia difficile, ha ricevuto una convocazione per i giorni successivi per un importante colloquio di lavoro ma la sorella lo chiama: deve tornare urgentemente in Ohio perché la madre è stata ricoverata per overdose. Jackon è combattuto, non vuole perdere questa importante occasione di lavoro, ma deve pur sempe prendersi cura della famiglia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una nonna indomita fa tutto ciò che è necessario per mettere il nipote nella giusta strada, un nipote che a sua volta cerca di realizzarsi nel lavoro ma non dimentica di prendersi cura della famiglia di origine. Una fidanzata sa confortare e sostenere il suo ragazzo in un momento difficile
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, dipendenza dalla droga, violenza domestica
Giudizio Artistico 
 
Il regista Ron Howard si conferma un ottimo professionista mai talenti delle due prime donne, Glenn Close e Amy Adams restano ingabbiati in personaggi sopra le righe
Testo Breve:

Un ragazzo di povere origini, con una madre tossicodipendente viene educato da una nonna di ferro. Un film sul valore della famiglia e sul sogno americano del self made man. Su Netflix

L’ultimo film del regista  Ron Howard, ricavato da Hillibilly Elegy, il  libro autobiografico di J.D. Vance è molto americano. E’ la storia di un self made man che raggiunge il successo partendo dal nulla, è la descrizione della vita che si svolge nei territori degli Appalacchiani, ritenuti i più poveri degli Stati Uniti, i cui abitanti, per lo più contadini, sono oggetto di derisione (vengono chiamati redneck: con la nuca bruciata dal sole per il lavoro nei campi oppure Hillbilly: sempliciotti di provincia); è l’impegno a portare in evidenza le condizioni  di tanti poveri bianchi che non riescono a pagarsi le rette delle università nè l’assicurazione sanitaria ma sopratutto è un inno alla famiglia. Una famiglia organizzata come un clan, dove in ogni momento storico c’è sempre chi funge da guida per tutti (un tempo Mamaw, ora Vance) e dove si aiuta sempre chi è in difficoltà, qualunque debolezza abbia commesso. Si tratta di un intreccio complesso dove, in un continuo zig zag fra passato e presente, si racconta la storia di tre generazioni e si seguono le tre stagioni di Vance, prima ragazzo paffutello e mansueto, poi ribelle e indolente, infine studioso e determinato a entrare a far parte della società che conta.

Questo quadro, già alquanto articolato, è in realtà il frutto di una semplificazione: il libro da cui la storia è tratta, aveva un chiaro indrizzo socio-politico ed è stato questa la vera ragione del suo successo, che aveva come sottotitolo “memoria di una famiglia e di una cultura in crisi”. Ciò ha fatto sì che il libro diventasse una bandiera per chi ha votato Donald Trump: la popolazione bianca degli stati centrali in cerca di un riscatto e che il film venisse osteggiato a priori da chi aveva opinioni contrarie. In realtà nel film le tematiche sociali sono appena accennate e il racconto che prevale è quello di un giovane che cerca la sua strada restando sempre legato alle sue radici, per quanto sgradevoli siano. Per noi europei, alquanto estranei a tematiche così lontane da noi, è sufficiente soffermarci proprio su questi aspetti del film,  Se il protagonista è ufficialmente D. J. Vance, in realtà troneggiano due prime donne: Glenn Close nella parte della nonna Mamaw e Amy Adams nella parte della madre Beverly. La scena-madre per Gleen Close interviene quando decide di sottrarre D.J., un adolescente ribelle, alla madre per prendersi il ragazzo in casa sua. Alle proteste di lui, la nonna è pronta a rispondere: “Devi fare ciò che serve, devi andare a scuola, devi prendere ottimi voti per avere anche solo un’occasione. Potresti non farcela ma non ne avrai neanche una se non ci provi”. “Ma  perché ti interessa di quello che faccio?” le chiede il ragazzo. “Perché  io non vivrò per sempre. Chi si occuperà di questa famiglia quando me ne andrò? Tua madre ha deciso di arrendrsi e purtroppo ha smesso di provarci. Devi decidere: vuoi essere qualcuno o no?”. In questo dialogo c’è tutta l’anima del film: l’impegno a riscattarsi da un’infanzia povera e difficile, il mito del successo (basta provarci) e una dedizione esclusiva per la famiglia, che deve restare sempre unita e ha sempre bisogno di un capo-guida, generazione dopo generazione.

Le interpretazioni di due ottime attrici come Glenn Close e Amy Adams lasciano perplessi. Nessuno può negare che buchino lo schermo, facendo impallidire gli altri protagonisti ma restano come ingabbiate in un eccesso di stereotipazione. Mamaw ha sempre una capigliatura selvaggia, gli occhiali che gli scivilano sul naso,  una sigaretta perennemente in bocca e il suo parlare è sempre volgare. Mamma Berkley ha solo due espressioni dominanti: alterna la ricerca compulsiva di droga da iniettarsi a momenti di disperata ricerca dell’affetto del figlio ma non viene ben raccontato la genesi di questa sua corsa verso il baratro. Un discorso a parte merita Freida Pinto nella parte della fidanzata di Vance per la sua dolce, delicata attenzione ai problemi del ragazzo e al suo risoluto sostegno. Se il rozzo appalacchiano è riuscito a farsi strada da solo, non poteva sperare in un premio migliore in vista di una famiglia finalmente felice.

In conclusione la storia esprime solidi valori familiari, Ron  Oward è sempre un ottimo professionista ma forse il film sarebbe risultato più interessante se si fosse evitato di andare sopra le righe nei suoi aspetti più drammatici.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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