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Il film non fa parte di nessuna categoria

ALEX RIDER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/02/2020 - 14:52
Titolo Originale: Alex Rider
Paese: UK
Anno: 2020
Regia: Andreas Prochaska Christopher Smith
Sceneggiatura: Guy Burt
Produzione: Eleventh Hour Films
Durata: 8 episodi di 45'
Interpreti: Otto Farrant, Stephen Dillane, Vicky McClure, Andrew Buchan

Alex Rider è un giovane studente atletico e intraprendente. I suoi genitori sono morti quando era bambino, ora vive con una sorella adottiva e lo zio Ian. Un giorno, al ritorno da scuola, riceve la notizia della morte dello zio in un incidente stradale. Non convinto della cosa, indaga di nascosto e scopre che Ian non lavorava per una banca, ma era un agente dei servizi segreti inglesi. Dopo essere stato allenato dallo zio (a sua insaputa) per essere un agente segreto, viene ingaggiato dall’intelligence britannica per portare avanti quella stessa l’indagine che aveva portato alla morte lo zio: una strana scuola situata sulle alpi francesi. L’istituto di formazione, Point Blanc, lo mette in contatto con nuovi amici: studenti problematici, figli di ricche famiglie. Con il passare dei giorni, dove alle lezioni si alternano dei lavori che la scuola richiede (lavare i piatti e altre mansioni domestiche), succedono strane cose e le indagini portano Alex a scoprire cose terribili.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentato il valore dell’amicizia ma resta la perplessità di aver portato a livello adolescenziale un contesto di violenza e di pericolo di morte tipico del genere
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza senza sangue, uso di droga, linguaggio talvolta scurrile. Tv USA: +14; TV UK: +12.
Giudizio Artistico 
 
Il livello di suspence viene correttamente raggiunto anche se la trama non risulta particolarmente originale. Bravo il giovane protagonista
Testo Breve:

Il serial raggiunge l’obiettivo di raccontarci un’avvincente spy story secondo lo stile James Bond trasferendola in un contesto adolescenziale. Resta il dubbio se sia corretto inserire degli adolescenti in un contesto così duro e pericoloso. Su Prime Video

Dopo Alex Rider – Stormbraker, la trasposizione cinematografica del primo dei romanzi di Anthony Horowiz realizzata nel 2006 dal regista Geoffrey Sax, il giovanissimo agente dell’intelligence britannica torna ad allietare i suoi fans, stavolta sul piccolo schermo con la prima stagione (ed è stata appena confermata la produzione della seconda) di un serial TV su Prime Video.

Dal punto di vista qualitativo, è un serial ben riuscito.

Le otto puntate sono costruite in modo efficace, avvincenti e cariche di adrenalina. Da più parti soprannominato il giovane James Bond, Alex Rider è decisamente all’altezza del blasonato agente segreto con licenza di uccidere. Il ritmo è incalzante e, se la scrittura sembra scontata, in realtà riesce a sorprendere con colpi di scena che tengono lo spettatore incollato allo schermo. La soluzione del caso non è affidata all’ultima puntata, ma va delineandosi episodio dopo episodio, così da non permettere conclusioni affrettate o facili soluzioni agli enigmi. Sicuramente, la presenza sul set dell’autore dei romanzi come produttore esecutivo del serial ha inciso in maniera positiva sulla sua realizzazione.

Non ci sono grandiose scene d’azione, inseguimenti o fughe vorticose per le vie di una città: la storia con le sue Indagini e scoperte, sparatorie, si svolge soprattutto in interni, resi tetri e quasi claustrofobici da un’ottima fotografia.

Sono presenti scene di violenza: essendo una spy story, abbondano combattimenti e sparatorie. Vengono rappresentati in modo meno violento di quanto descritto nel libro ma non per questo da sottovalutare per il loro impatto sullo spettatore. Il linguaggio risulta moderatamente volgare.

Un altro pregio del serial è il disegno dei personaggi. Pur non essendo particolarmente lungo (8 puntate di 40 minuti circa), l’azione non fa mai passare in secondo piano la psicologia dei protagonisti e l’approfondimento delle loro personalità. Il cast non vanta nomi di particolare rilievo ma rendono godibile il prodotto finale. Il protagonista, interpretato dal giovane Otto Farrant, riesce a mostrare quell’innocenza mista a scaltrezza con la quale è in grado di affrontare i problemi più semplici così come le situazioni più pericolose e complesse. Tutti i personaggi che gravitano intorno a lui (la sorella adottiva, gli amici del liceo e quelli della Point Blanc), pur essendo secondari, non vengono mai tratteggiati in modo superficiale o stereotipato, ma riescono ad emergere nella loro complessità. Anche dei villain riusciamo a conoscere le ragioni dei loro progetti perversi: esercitano una cattiveria diabolica, perché pianificata e costruita con cognizione di causa, un male realizzato per trarne profitto personale.

Nei suoi contenuti, essendo una spy-story contaminata con il genere teen/young, porta sullo schermo i cliché più visitati sia del primo come del secondo. Nell’intrigata indagine trova spazio l’amicizia, che richiede di essere coltivata e costruita attraverso la condivisione e il dialogo, ma che può essere messa a dura prova o anche distrutta dalla falsità. Non mancano cotte e innamoramenti adolescenziali, gli inviti ai balli della scuola, il caratteristico imbarazzo che nasce dall’inesperienza e dall’emozione di stare con la persona di cui si è innamorati.

Le relazioni familiari presenti sono le più svariate: se Alex che, essendo orfano, può vivere solo del ricordo dei genitori, troviamo famiglie benestanti ma con una grandissima povertà di rapporti umani ma anche famiglie che sanno supportare i loro figli. Un campionario abbastanza completo e verosimile che evita di appiattirsi sul politicamente corretto.

Complessivamente è un prodotto godibile e ben confezionato, capace di trasmettere la tensione tipica delle indagini dei servizi segreti così come di proporre al pubblico le dinamiche tipiche della vita di adolescenti e giovani. Un po’ violento, ma non volgare, Alex Rider fa ben sperare per la seconda stagione già messa in produzione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ELEGIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/29/2020 - 17:36
Titolo Originale: Hillbilly Elegy
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Vanessa Taylor
Produzione: Imagine Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Amy Adams, Glenn Close, Gabriel Basso,Freida Pinto

Jackson, Kentucky, sui monti Appalacchiani, 1997. Il giovane J. D. Vance è arrivato con la madre Beverly e la sorella maggiore Lindsay dall’Ohio per fare visita alla nonna, chiamata Mamaw. Si tratta di uno dei pochi momenti sereni che Vance, ora studente di legge a Yale, ricorda, perché la vita della sua famiglia non si può certo considerare tranquilla. La nonna, rimasta incinta a tredici anni, è vissuta con un uomo ubriacone e violento finchè non si sono separati; la madre, ha accumulato solo relazioni instabili e ha finito per perdere il posto di lavoro all’ospedale perché tossicodipendente. Ora Vance, che è riuscito, grazie al suo impegno negli studi, a riscattre la sua infanzia difficile, ha ricevuto una convocazione per i giorni successivi per un importante colloquio di lavoro ma la sorella lo chiama: deve tornare urgentemente in Ohio perché la madre è stata ricoverata per overdose. Jackon è combattuto, non vuole perdere questa importante occasione di lavoro, ma deve pur sempe prendersi cura della famiglia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una nonna indomita fa tutto ciò che è necessario per mettere il nipote nella giusta strada, un nipote che a sua volta cerca di realizzarsi nel lavoro ma non dimentica di prendersi cura della famiglia di origine. Una fidanzata sa confortare e sostenere il suo ragazzo in un momento difficile
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, dipendenza dalla droga, violenza domestica
Giudizio Artistico 
 
Il regista Ron Howard si conferma un ottimo professionista mai talenti delle due prime donne, Glenn Close e Amy Adams restano ingabbiati in personaggi sopra le righe
Testo Breve:

Un ragazzo di povere origini, con una madre tossicodipendente viene educato da una nonna di ferro. Un film sul valore della famiglia e sul sogno americano del self made man. Su Netflix

L’ultimo film del regista  Ron Howard, ricavato da Hillibilly Elegy, il  libro autobiografico di J.D. Vance è molto americano. E’ la storia di un self made man che raggiunge il successo partendo dal nulla, è la descrizione della vita che si svolge nei territori degli Appalacchiani, ritenuti i più poveri degli Stati Uniti, i cui abitanti, per lo più contadini, sono oggetto di derisione (vengono chiamati redneck: con la nuca bruciata dal sole per il lavoro nei campi oppure Hillbilly: sempliciotti di provincia); è l’impegno a portare in evidenza le condizioni  di tanti poveri bianchi che non riescono a pagarsi le rette delle università nè l’assicurazione sanitaria ma sopratutto è un inno alla famiglia. Una famiglia organizzata come un clan, dove in ogni momento storico c’è sempre chi funge da guida per tutti (un tempo Mamaw, ora Vance) e dove si aiuta sempre chi è in difficoltà, qualunque debolezza abbia commesso. Si tratta di un intreccio complesso dove, in un continuo zig zag fra passato e presente, si racconta la storia di tre generazioni e si seguono le tre stagioni di Vance, prima ragazzo paffutello e mansueto, poi ribelle e indolente, infine studioso e determinato a entrare a far parte della società che conta.

Questo quadro, già alquanto articolato, è in realtà il frutto di una semplificazione: il libro da cui la storia è tratta, aveva un chiaro indrizzo socio-politico ed è stato questa la vera ragione del suo successo, che aveva come sottotitolo “memoria di una famiglia e di una cultura in crisi”. Ciò ha fatto sì che il libro diventasse una bandiera per chi ha votato Donald Trump: la popolazione bianca degli stati centrali in cerca di un riscatto e che il film venisse osteggiato a priori da chi aveva opinioni contrarie. In realtà nel film le tematiche sociali sono appena accennate e il racconto che prevale è quello di un giovane che cerca la sua strada restando sempre legato alle sue radici, per quanto sgradevoli siano. Per noi europei, alquanto estranei a tematiche così lontane da noi, è sufficiente soffermarci proprio su questi aspetti del film,  Se il protagonista è ufficialmente D. J. Vance, in realtà troneggiano due prime donne: Glenn Close nella parte della nonna Mamaw e Amy Adams nella parte della madre Beverly. La scena-madre per Gleen Close interviene quando decide di sottrarre D.J., un adolescente ribelle, alla madre per prendersi il ragazzo in casa sua. Alle proteste di lui, la nonna è pronta a rispondere: “Devi fare ciò che serve, devi andare a scuola, devi prendere ottimi voti per avere anche solo un’occasione. Potresti non farcela ma non ne avrai neanche una se non ci provi”. “Ma  perché ti interessa di quello che faccio?” le chiede il ragazzo. “Perché  io non vivrò per sempre. Chi si occuperà di questa famiglia quando me ne andrò? Tua madre ha deciso di arrendrsi e purtroppo ha smesso di provarci. Devi decidere: vuoi essere qualcuno o no?”. In questo dialogo c’è tutta l’anima del film: l’impegno a riscattarsi da un’infanzia povera e difficile, il mito del successo (basta provarci) e una dedizione esclusiva per la famiglia, che deve restare sempre unita e ha sempre bisogno di un capo-guida, generazione dopo generazione.

Le interpretazioni di due ottime attrici come Glenn Close e Amy Adams lasciano perplessi. Nessuno può negare che buchino lo schermo, facendo impallidire gli altri protagonisti ma restano come ingabbiate in un eccesso di stereotipazione. Mamaw ha sempre una capigliatura selvaggia, gli occhiali che gli scivilano sul naso,  una sigaretta perennemente in bocca e il suo parlare è sempre volgare. Mamma Berkley ha solo due espressioni dominanti: alterna la ricerca compulsiva di droga da iniettarsi a momenti di disperata ricerca dell’affetto del figlio ma non viene ben raccontato la genesi di questa sua corsa verso il baratro. Un discorso a parte merita Freida Pinto nella parte della fidanzata di Vance per la sua dolce, delicata attenzione ai problemi del ragazzo e al suo risoluto sostegno. Se il rozzo appalacchiano è riuscito a farsi strada da solo, non poteva sperare in un premio migliore in vista di una famiglia finalmente felice.

In conclusione la storia esprime solidi valori familiari, Ron  Oward è sempre un ottimo professionista ma forse il film sarebbe risultato più interessante se si fosse evitato di andare sopra le righe nei suoi aspetti più drammatici.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA DI BUONO (Francesco Marini)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2020 - 11:45
Titolo Originale: You're Not You
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Jordan Roberts. Shana Feste
Produzione: Daryl Prince Productions 2S Films DiNovi Pictures
Durata: 102
Interpreti: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel

Kate è felicemente sposata con Evan ed è una bravissima pianista. Le viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). All’inizio della malattia viene amorevolmente accudita dal marito, ma con il degenerare della patologia i due si trovano a dover assumere una persona che si prenda cura di lei mentre il marito è al lavoro. Così, entra nella loro casa e nella loro vita Bec: una giovane donna inesperta e disordinata. Kate decide comunque di tenerla e, tra le due donne, nasce un’amicizia profonda che aiuterà Kate ad affrontare il tradimento del marito, la riconciliazione con lui e il termine della sua malattia. Ma sarà anche per Bec l’occasione per maturare e per trovare la forza di realizzare il suo sogno di cantautrice.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza che vive una vita disordinata, incapace di progettare il suo futuro, trova, nell’impegno di prendersi cura di una donna malata, il senso da dare alla sua vita. Ma l’altra donna, affetta da una malattia degenarativa, ha una visione negativa del suo stato, un fastidio per gli altri e per se, da affrontare stoicamente.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, uso sporadico di droga, la sessualità viene gestita come distrazione di una notte, adulterio
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvale dell'interpretazione di due grandi attrici; la sceneggiatura e la regia hanno descritto con realismo l'evolversi della malattia così come le reazioni difforni dei parenti e delle amiche di fronte all'ineluttabilità della prossima fine
Testo Breve:

Kate è felicemente sposata ed è una brava pianista. Un giorno scopre di avere la SLA. Diventa sua badante una ragazza irrequita con una vita disordinata. Un incontro e un aiuto fra due donne che consentirà loro di affrontare e risolvere le loro difficili situazioni. su Prime Video

Una sceneggiatura tratta da un romanzo, You’re Not You (titolo originale anche del film) della scrittrice Michelle Wildgen, che parla di malattia e di morte. Già Quasi amici nel 2011 ci aveva fatti avvicinare al mondo della malattia con i toni della commedia, La teoria del tutto nel 2014 aveva portato sul grande schermo l’avventura umana di Stephen Hawking mostrando la maturazione di una mente geniale in un corpo che perde le sue abilità. Con Qualcosa di buono (sempre del 2014, anche se uscito in Italia nel 2015) siamo di fronte ad un film drammatico, al femminile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una malattia incurabile, degenerativa e mortale e con le scelte che questa situazione costringe a fare.

Un bel film che non scade mai in scene patetiche, strappalacrime e non cede a facili moralismi. Lo spettatore non si trova mai a provare pena per Kate, ma ne condivide la fatica, la battaglia interiore ed esteriore, le domande profonde e i drammi. La sensazione di essere di peso agli altri, cosa fare con il marito che la tradisce, le amiche e i parenti spaventati dalla malattia e (alcuni) quasi incapaci di empatia.

Di fronte ad una patologia che non lascia scampo sono davvero numerose le reazioni: chi pensa che le cose andranno meglio pur sapendo che non succederà, chi accetta con rassegnazione, chi combatte per dare dignità alla sofferenza… ognuna di queste trova un suo spazio sullo schermo.

Se in Million Dollar Baby, Hilary Swank (che interpreta Kate) aveva proposto al pubblico l’eutanasia come soluzione di fronte all’esito ineluttabile di un incidente, qui invece si cambia registro. Kate sceglie di non fare l’intervento di tracheotomia e quindi di non essere attaccata al respiratore artificiale. Scelta moralmente lecita, anche se può essere discutibile. Unitamente a ciò decide di morire non in ospedale, ma a casa propria.

Non passano inosservati, purtroppo, tre aspetti. Il linguaggio molto scurrile: se Bec parla in maniera volgare a causa della sua estrazione sociale (e culturale… anche se è iscritta all’università), poi sembra “corrompere” Kate e la induce a dire parolacce (cosa che prima non faceva mai, anzi). L’uso di droghe: viene considerato un passatempo lecito, in particolare come consolazione di fronte alle disgrazie della vita. Infine la sessualità: non tanto per le scene di intimità portate sullo schermo, quanto per la concezione che c’è di essa. Per esempio, la Bec ha una considerazione abbastanza superficiale della cosa, Evan la considera una dimensione che non può mancare ad un uomo (quindi da vivere fuori dal matrimonio, qualora all’interno non sia più possibile).

La struttura della sceneggiatura è davvero ben costruita. All’inizio la protagonista indiscussa è Kate, con la sua vita bella e felice. Con la comparsa della malattia, arriva sulla scena di Bec, che fa da spalla. Piano piano, però, avviene una svolta, un’inversione di ruoli. Bec prende sempre di più in mano la sua vita e diventa protagonista, Kate va spegnendosi per il degenerare della malattia e diventa spalla. Questo permette di mettere bene in mostra l’evoluzione dei due personaggi principali, la loro trasformazione nell’arco della narrazione.

Hilary Swank conferma la sua bravura attoriale già riconosciuta con il Premio Oscar ricevuto per il film di Clint Eastwood. Si vede come abbia studiato la SLA e il suo decorso per poterne riproporre in scena i movimenti e le modulazioni vocali. Anche la giovane Emmy Rossum (che interpreta Bec) riesce ad essere convincente nel proporre il suo personaggio con una storia molto complessa alle spalle, un desiderio grande di felicità e realizzazione davanti a sé e un presente che le sta insegnando come costruire il suo futuro.

Josh Duhamel (che interpreta Evan), pur avendo uno spazio minore, comunque rende bene il suo personaggio: marito apparentemente perfetto e premuroso inizialmente, traditore abbandonato, uomo pentito e innamorato della moglie da cui si è dovuto allontanare temporaneamente.

Gli altri personaggi (i genitori delle due donne, gli amici e le amiche), seppur minori, contribuiscono in modo significativo: infatti, portano sullo schermo le domande e le perplessità che lo spettatore sente nell’affrontare questa storia drammatica.

Fotografia, montaggio e sonoro rendono il film scorrevole, senza indagare in maniera invasiva i corpi (in particolare i corpi malati), ma cercando di raccontare attraverso le immagini la maturazione interiore dei personaggi.

Il risultato finale è davvero  buono, nonostante tratti  un argomento drammatico. Apprezzabile anche perché ricco di pathos, senza però cercare di commuovere il pubblico.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TEHERAN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/13/2020 - 13:57
Titolo Originale: Tehran
Paese: Isaraele
Anno: 2020
Regia: Daniel Syrkin
Sceneggiatura: Moshe Zonder
Produzione: Donna Productions, Shula Spiegel Productions, Paper Plane Productions
Durata: 8 episodi di 45'
Interpreti: Niv Sultan, Shaun Toub, Navid Negahban, Liraz Charhi

Tamar, una giovane israeliana di origini iraniana, è un’agente del Mossad che riesce a raggiungere Teheran sotto mentite spoglie per compiere una missione molto rischiosa: entrare nella centrale elettrica della città per disattivare il sistema dei radar di difesa iraniani e consentire agli aerei israeliani di colpire la centrale atomica. Tamar non riesce nel suo intento e deve cercare un rifugio in città mentre Faraz, il capo del controspionaggio iraniano, si sta muovendo sulle sue tracce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La guerra è guerra e ogni sotterfugio, anche crudele, viene giustificato. Sullo sfondo, ci sono esseri umani che coltivano affetti familiari e che si innamorano, senza tener conto di barriere geografiche
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di comportamenti crudeli, persone torturate senza dettagli, uso di droga
Giudizio Artistico 
 
Molto ben sviluppati i personaggi principali, le puntate si mantengono cariche di tensione e di sorpresa; qualche risvolto della storia appare un po’ forzato
Testo Breve:

 Un agente dello spionaggio israeliano arriva a Teheran per sabotare la rete di radar antiaerei ma il capo del controspionaggio è sulle sue tracce. Un serial israeliano ben realizzato, carico di tensione, con personaggi ben delineati su entrambi i fronti. Su Apple+

Fra i tanti vantaggi che offrono le narrazioni mediali (film, fiction TV) c’è quello di accrescere in noi, che stiamo seduti comodamente su di una poltrona, la conoscenza di quei mondi, da noi non troppo lontani, che sono devastati da divisioni, odio, conflitti. Con Crash Landing on You c’eravamo immersi nelle tensioni esistenti fra Corea del Sud e del Nord: con il pretesto di una simpatica storia d’amore, non venivano negati i problemi di quella regione ma ci veniva trasmessa la viva speranza per una prossima riunificazione delle due Coree.

Anche la televisione israeliana ci sta raccontando i conflitti nei quali è coinvolta e bisogna riconoscere che le sue produzioni sono realizzate molto bene. Dopo Fauda, sulle tensioni israeliano-palestinese, questo Tehran, ci parla della guerra non combattuta ma sicuramente dichiarata, tuttora esistente, fra Israele e Iran. Questi serial hanno delle caratteristiche peculiari: non sono affatto manichei, come tanti film che abbiamo visto sulla Seconda Guerra Mondiale, dove i nazisti sono cattivi cattivi mentre gli americani sono buoni buoni, ma da entrambe le parti ci sono personaggi disegnati a tutto tondo, che si prendono cura dei loro affetti familiari, che hanno momenti di debolezza come di coraggio, pur continuando a servire il loro paese. Un altro aspetto che dà valenza al racconto, è il suo procedere, che potremmo definire Stop and Go: come avevamo già apprezzato nelle sceneggiature di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul), i protagonisti si orientano verso un obiettivo ma poi qualcosa va storto e debbono rapidamente prendere atto delle mutate circostanze per muoversi in una nuova direzione. Se Tamar ha l’obiettivo di sabotare la rete antiaerea iraniana, gli eventi la costringeranno a concentrarsi soprattutto sulla propria sicurezza mentre Faraz, del controspionaggio iraniano, che si sta muovendo sulle sue tracce e sta quasi per raggiungerla, dovrà presto occuparsi dei suoi problemi familiari. Il risultato complessivo è notevole, ogni puntata viene seguita tutta di un fiato e non c’è modo di prevedere come andrà a finire questa guerra moderna che si svolge molto via Internet tramite cellulari criptati, dove per sabotare un sistema avversario non occorre fare pericolosi attacchi con armi da fuoco ma basta, con abilità di hacker, entrare nel computer giusto.

Non si tratta di un film d’azione ma la battaglia a cui assistiamo è tutta psicologica: i momenti di massima tensione intervengono proprio quando qualcuno deve convincere un’altra persona a dire o fare qualcosa, con le buone o le cattive.  Se Faraz deve convincere un prigioniero a parlare riesce a metterlo di fronte, con la forza deli fatti, all’evidenza delle sue bugie. Se Tamar deve convincere un ragazzo iraniano ma contestatore del regime, a fornirgli certe informazioni, il dialogo si fa serrato, passando dall’affettuoso al nobile impegno per un Iran migliore. 

E’ comunque indiscutibile che la produzine del serial sia israeliana e che gli iraniani siano i loro nemici nella finzione come nella realtà. La soluzione adottata, per trasferire su video questa situazione,  è quella di considerare gli iraniani un gentile e nobile popolo (così li descrive un ebreo che dall’Iran si è rifugiato in Palestina) ma che si trova sotto una dittatura ottusa e opprimente. Lo percepiamo in modo indiretto attraverso un tassista di Tehran che, conversando con Tamar, si lamenta della pesante crisi economica che il popolo deve subire, mentre chi è al potere pensa a costruire costose centrali nucleari. Similmente assistiamo a manifestazioni di giovani universitari che voglio più libertà mentre le ragazze non vogliono più portare il velo. Ciò ha inevitabilmente scatenato le reazioni dell’Iran che ha vietato la trasmissione del serial e lo ha definito un “affronto sionista”. Ironicamente, la palma del miglior attore va proprio a Shaun Toub, un attore persiano che recita la parte del capo del controspionaggio: è riuscito a delineare un personaggio scrupoloso e inflessibile nella sua professione ma legato da tenero affetto a sua moglie. Più incerto il personaggio di Tamar: nata in Iran da famiglia ebraica, non si comprendono bene  le ragioni per le quali si è votata a compiere rischiose missioni per il Mossad.

Se l’intrattenimento è assicurato, c’è qualcosa che stona in questo serial: si dà ampio spazio agli affetti familiari, si sviluppa anche una storia d’amore fra due giovani su fronti opposti ma poi, quando si passa al “lavoro” (di spionaggio o controspionaggio) ecco che assistiamo a torture, ricatti odiosi, rapimenti di familiari per costringere qualcuno a parlare, perfino l’uccisone di una persona innocente per il solo motivo di depistare l’avversario. “Anche la guerra ha le sue regole” dice una donna che è stata rapita per convincere il marito a cedere.

E’ come se ci fossero due realtà che si muovono in parallelo (anche se verso la fine assistiamo a una parziale convergenza): ciò che l’essere umano è, spontaneamente, in un contesto di pace e ciò che bisogna fare perché si appartiene a una nazione piuttosto che a un’altra. Indirettamente, il serial smussa parzialmente questa dicotomia presentandoci tanti personaggi che sono cresciuti a cavallo delle due nazioni: ebrei che sono nati in Iran e  viceversa.

Il serial è dispinibile su Appe+

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/12/2020 - 11:50
Titolo Originale: American Made
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Gary Spinelli
Produzione: Imagine Entertainment, Cross Creek Pictures, Quadrant Pictures, Vendian Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright

Fine anni ‘70, Stati Uniti. Barry Seal è un pilota di una compagnia di linea americana, la TWA. Contattato dalla CIA, viene assunto per sorvolare il centro America con un piccolo velivolo turistico attrezzato per fotografare (e quindi controllare) la situazione dei ribelli comunisti. In una delle sue soste per il rifornimento del velivolo, riceve le attenzioni di quello che diventerà il Cartello di Medellin per portare in territorio statunitense carichi di droga. Inizia così la storia avventurosa e pericolosa di un doppiogiochista: viaggi di andata in centro America come consulente della CIA (e fornitore di armi per i ribelli al governo comunista in Nicaragua) e viaggi di ritorno a casa carico di droga da consegnare ai contrabbandieri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il principio di utilità non ha mai funzionato: per portare benessere alla sua famiglia, il protagonista si trasforma in spacciatore di droga ma le conseguenze di questo comportamento arriveranno presto
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile, incontri sessuali con nudità, violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Tom Cruise si trova perfettamente a suo agio nella parte di questo protagonista ironico e sfrontato, appoggiato da una regia ipercinetica. Al terxo posto fra i top ten di Netflix nella settimana del 9 novembre 2020
Testo Breve:

La storia vera di un esperto pilota di aerei che nel fare la spola fra Stati Uniti e Sud America cerca veloci, pericolosi guadagni, Una delle migliori interpretazioni di Tom Cruise. In vendita su Youtube e disponibile su Netflix

Dopo più di trent’anni, Tom Cruise torna ad essere un pilota di aeroplani. Non più come Maverick, pilota un po’ spocchioso senza macchia e senza paura, ma in veste completamente diversa. Protagonista e interprete magistrale in un biopic ben costruito e avvincente.

Versione molto alternativa del sogno americano, improntato sul self-made man che con la sua maestria e il suo ingegno costruisce un impero. In questo caso specifico, in realtà, abilità usate per il contrabbando e l’illegalità. Tecnicamente un film ben riuscito. Costruito a ritroso e basato sul racconto in prima persona di Barry. Interessanti le scelte di regia e fotografia: molte inquadrature con camera a mano e zoom stile anni ‘80, come fossero immagini di repertorio; alcune brevi riprese da documentari originali,  sulle guerriglie armate di Nicaragua e Colombia; sequenze con il protagonista che riprende se stesso mentre racconta la sua storia; momenti di fermo immagine e di voce fuori campo in cui Barry spiega i vari snodi “lavorativi” della sua vita. Lo stile ricalca il protagonista:  sopra le righe non per vezzo artistico, ma per far emergere meglio l’istrionismo del contrabbandiere. Il montaggio concitato rende  avvincente il risultato finale.

Il regista, facendo la scelta di contestualizzare la storia di Barry Seal nel suo tempo, inserisce numerose digressioni in cui vengono spiegati (dalla voce del protagonista) i vari cambiamenti socio-politici nel continente americano in quegli anni, in particolare la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Gli inserti sono brevi e, logicamente, semplificano un po’ le dinamiche internazionali e calcano un po’ la mano su ipotesi di collaborazioni tra servizi segreti e gruppi vari di ribelli.

La brevità di questi “excursus storici” non permette al regista di contestualizzare o spiegare in modo esaustivo il contesto socio-politico in cui si situa la storia, però riesce a definire con pochi accenni gli equilibri in gioco: questa definizione permette di mantenere sempre alto il livello di suspense, perché permette di percepire l’alto rischio assunto dal protagonista nel compiere le sue missioni. L’interpretazione di Tom Cruise è tra le migliori della sua carriera. Ironico, spontaneo, sprezzante… capace trasmettere la controversa personalità del personaggio. Vengono invece sacrificati dalla sceneggiatura tutti gli altri personaggi: agenti CIA, DIA, Casa Bianca, Cartello della Droga… poco più che tratteggiati per ovviare al problema di creare un kolossal invece di un racconto di illegalità vissuta con diabolica furbizia. Il linguaggio, a tratti, è scurrile. Pur non indugiando in nudità, sono presenti  scene di rapporti sessuali.

Il protagonista incarna un vero paradosso: costruire una fortuna per il benessere della moglie (che non tradirà mai) e dei figli, il tutto fondato su falsità, contrabbando e illegalità. Un male che, evidentemente, presenta il suo conto: pensare di poter essere alleati di due avversari è un’illusione. L’epilogo della storia, infatti, permette di riflettere proprio su questo: il male non può essere fatto a fin di bene e, prima o poi, passa a riscuotere la sua parte.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA REGINA DEGLI SCACCHI - THE QUEEN'S GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/08/2020 - 18:57
Titolo Originale: The Queen's Gambit
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Scott Frank
Sceneggiatura: Scott Frank, Allan Scott
Produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films
Durata: 7 episodi di 50'
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram, Marielle Heller

Beth Harmon ha otto anni quando entra nell’orfanatrofio: sua mamma è morta e il padre aveva abbandonato entrambe molto tempo prima. Un giorno, nello scendere nel seminterrato per fare delle pulizie, scopre che il guardiano, l’anziano e taciturno signor Shaibel, gioca a scacchi da solo. Dopo molta insistenza, convince quel signore a insegnarle come si gioca e scopre presto un suo talento eccezionale. Adottata da una famiglia senza figli, Beth prosegue nei suoi allenamenti fino a iscriversi al suo primo torneo regionale che vince facilmente. Ormai è pronta a sfruttare il suo talento anche in gare internazionali...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentati i valori dell’amicizia e l’aiuto che molti adulti danno per contribuire alla maturazione della protagonista orfana. Sono presenti situazioni negative ma rappresentate come tali: separazioni coniugali, uso di alcool e droga. I rapporti sessuali presenti non si elevano al di sopra di un puro rapporto occasionale
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga e alcool, incontri sessuali occasionali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Sono molti i pregi di questo serial: ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, ma soprattutto la sceneggiatura è in grado di approfondire tutti i personaggi grazie soprattutto a sapienti dialoghi
Testo Breve:

Una ragazza orfana scopre, fin da piccola, di avere un talento eccezionale per il gioco degli scacchi e imposta la sua vita alla conquista del successo come forma di riscatto  dalle sue origini. Un serial ottimamente realizzato su Netflix

I tornei internazionali di scacchi, gli alberghi di lusso che li ospitano, gli uomini, i bambini e le poche donne  che frequentano quel mondo, anzi vivono di quel mondo, impiegando ogni momento libero da gare per esercitarsi, costituisce il contesto dominante di questa serie. A ogni puntata sentiamo il click che fa partire quell’orologio che stabilisce inesorabilmente quanto tempo impiega un giocatore a decidere la prossima mossa, ascoltiamo gli esperti parlare di apertura siciliana, sgambetto della regina (da qui il titolo originale) eppure non possiamo definirlo un serial di contesto. Anche se quei critici che hanno recensito il serial e sono al contempo appassionati di questo gioco, hanno definito le ricostruzioni delle partite assolutamente impeccabili, non siamo coinvolti nel dettaglio delle mosse ma percepiamo comunque la tensione della partita, l’intensa concentrazione dei duellanti, fino alla finale stretta di mano che suggella la vittoria di uno e la perdita dell’altro. Il tema (ma uno dei tanti temi) che affronta il serial è più ampio: la gestione del talento, lo scoprire che si può essere bravi in qualcosa e si ha voglia di applicarsi intensamente per esso. Ciò succede a maggior ragione per Beth, che rimasta orfana, è priva di radici e sta costruendo tutta se stessa intorno a quel talento. Una scelta pericolosa, perché quando viene il momento della sconfitta, Beth si accorge che dentro di sé c’è il vuoto assoluto, non ha costruito significati più ampi per la propria vita e per lei non c’è altro che annullarsi nell’alcool e nella droga, come effettivamente avviene in un periodo nero della sua vita. Aldo Grasso, nel recensire questo serial sul Corriere della Sera, ha detto giustamente che gli scacchi sono stati spesso usati come metafora della vita (basti ricordare la partita finale con la Morte ne Il Settimo Sigillo) ma per Beth è una vera e propria scelta di vita, come lucidamente dichiara in una intervista: “Esiste tutto un mondo in quelle 64 caselle: mi sento sicura, lì posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. E’ vero che a priori non potrà mai sapere la prossima mossa dell’avversario ma sa di sicuro che avverrà in quel mondo chiuso delle 64 caselle. E’ proprio questo il limite di Beth, il suo sottrarsi all’imprevedibilità del mondo reale, in particolare l' abbandonarsi al rischio del rapporto con gli altri e si proteggerà a lungo con un atteggiamento anaffettivo, proprio per continuare a mantenere il controllo della propria vita. Quasi per contrasto la sceneggiatura lascia ampio spazio ai personaggi che ruotano intorno a lei, che sanno esprimere umanità, amicizia, affetto e quando ha bisogno di aiuto, sanno serrare le fila intorno a lei. Non hanno il suo talento ma qualcosa che lei non ha: sanno donare. Come Jolene, la compagna di college di un tempo, che le presta i dollari necessari per andare in Russia per la sua sfida maggiore, anche se quei soldi sono stati messi da parte per l’università; come Benny, ex ragazzo prodigio degli scacchi che supera lo spirito di rivalsa  verso colei che l’ha battuto, per formare una squadra di supporto per la sua sfida finale con il russo Borgov.

I pregi di questo serial sono tanti: l’ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, l’eleganza dei vestiti che sfoggia la protagonista ma soprattutto la sceneggiatura. Non si tratta di uno stile brillante, come quello di Aaron Sorkin (The Social Network, Molly’s Game, Steve Jobs) né carico di imprevedibile tensione come quello di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) ma ordinato, composto, quasi da scacchista. Puntata dopo puntata seguiamo la corsa di Beth al pieno successo ma in parallelo, in ogni episodio, viene messo a fuoco un personaggio per volta, tratteggiato con molta cura. Nella prima conosciamo il vecchio Shaibel, forse la figura più toccante, un vecchio emarginato di poche parole, che a poco a poco si affeziona a quella bambina intraprendente. Nel secondo episodio fa la sua comparsa la madre adottiva, una donna fragile, abbandonata dal marito, che ama bere ma che trova una forma di riscatto nel cercare di essere una buona madre. La lista prosegue, nelle altre puntate con altri ragazzi, prima concorrenti e poi amici.

Ci sono due valori irrimediabilmente sconfitti in questo serial: la famiglia e il significato della sessualità. Le due famiglie che ci vengono presentate, quella originale di Beth e quella adottiva, sono entrambe fallimentari, per colpa di uomini egoisti e mediocri. Il serial, sembrerebbe aderire all’ideologia del woman power   (la madre ripete sempre alla piccola Beth: “gli uomini vogliono farti vedere come si fanno le cose ma tu lasciali blaterare e fai sempre quello che ti va di fare”) però è indubbio che ci sono nel serial molti personaggi maschili positivi e nel mondo degli scacchi, dominato da figure maschili, non traspaiono comportamenti  misogini. Beth, diventata maggiorenne, ha rapporti sessuali, del tipo scaccia-solitudine, dettati dalla simpatia del momento o da un eccesso di alcool bevuto. Si tratta di una sensualità anaffettiva da consumo, forse un po' troppo ante-litteram, visto che la vicenda si svolge negli anni ’60. Quando incontra in un supermercato una sua vecchia compagna di liceo, questa si mostra felice per la sua vita serena, con un marito e  un figlio appena nato. Beth comprende che quello non è il suo mondo: il suo obiettivo-ossessione è cercare di battere gli avversari più difficili: i campioni russi.

La storia non racconta fatti realmente accaduti  ma è ricavata dall’omonimo  romanzo di Walter Tevis

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOLIDATE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/04/2020 - 19:18
Titolo Originale: Holidate
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: John Whitesell
Sceneggiatura: Tiffany Paulsen
Produzione: Wonderland Sound and Vision
Durata: 103
Interpreti: Emma Roberts, Luke Bracey, Andrew Bachelor

Sloane è una ragazza che vive sola, pungolata continuamente dalla madre e dal resto della sua famiglia a cui dispiace vederla ancora “single e per questo cercano sempre di presentarle un “buon partito”. Jackson è un belloccio che si trova spesso insieme a ragazze (e relative famiglie) che pretendono da lui (un fidanzamento) più di quanto abbia intenzione di dare. Dopo una cena di Natale non andata particolarmente bene, entrambi si incontrano in megastore natalizio e decidono di diventare festamici: ovvero amici (senza ripercussioni sentimentali) per accompagnarsi reciprocamente alle feste dell’anno per non restare soli e per evitare discussioni con i parenti. Sembra andare tutto per il verso giusto, fino a quando……

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è antropologicamente incoerente: vuole parlare di palpiti da primo amore fra persone che invece hanno una navigata esperienza in termini di sesso da consumo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono nudità ma un linguaggio ripetutamente esplicito e diretto su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Uno sviluppo pieno di clichè e comportamenti prevedibili che fallisce il tentativo di costruire una commovente storia d’amore
Testo Breve:

Lui e lei sanno che non possono presentarsi alle feste come single; ecco che si ingaggiano a vicenda per una nuova professione: il festamici. Una commedia che vuole essere romantica ma che finisce per perdere il suo colore rosa per un atteggiamento (verbale) verso il sesso particolarmente disinvolto 

Una commedia romantica che sembra un film natalizio, ma che in realtà si dilata per tutta la durata di un anno (feste di Natale, Capodanno, Ringraziamento, San Valentino, San Patrizio, Indipendenza, Halloween, etc…) in un gioco fra il “siamo solo amici” e il “sento qualcosa per te”, a dire il vero fin troppo diluito.

Un film molto leggero (si potrebbe anche dire superficiale): sequenze romantiche e sequenze divertenti (forse addirittura demenziali) mescolate, personaggi molto prevedibili. Si potrebbe dire che il film non spicca per nessun aspetto (sorge infatti spontanea la domanda: perché è nella top ten di Netflix?).

Una storia già vista (anche se con leggere differenze): un ragazzo e una ragazza che si frequentano puramente per motivi di comodità (in questo caso “senza benefici”, come abitualmente si dice) e finiscono per innamorarsi. Protagonista è Sloane, interpretata da Emma Roberts, in perenne conflitto con i genitori perché loro la vorrebbero impegnata in una relazione e lei invece non ne sente l’esigenza. La zia di mezza età che lancia la moda dei festamici e porta, ad ogni festa a cui partecipa, un amico (giovane, “con benefici”). Jackson, il co-protagonista, è il personaggio meno riuscito, oscillante fra abulia e perenne indecisione.

La cosa che urta di più è il linguaggio molto volgare e svilente proprio nella sfera della sessualità. Non mancano battute, allusioni, discorsi espliciti apparentemente disinibiti. Pur essendo una commedia romantica, non si può non notare che proprio il romanticismo e l’amore ne vengono fuori distrutti. Un romanticismo ridotto ad un paio di discorsi/dichiarazioni d’amore (a dir poco smielate) fatte fuori tempo massimo. Amore che è unicamente un superficiale trasporto emotivo. La storia, lunga più di un anno, avrebbe dato la possibilità di raccontare la maturazione dei personaggi, evoluzione che però non è data a vedere.

Se si vuole salvare questo film (operazione comunque difficile) potremmo attribuirgli un messaggio sociologico, potrebbe cioè essere visto come una satira contro certe convenzioni collettive a cui è difficile sottrarsi; una sequenza di feste che ricorrono lungo l’anno che hanno perso il loro significato originario ma per le quali è d’obbligo divertirsi; allo stesso modo è ineludibile l’impegno di presentarsi in coppia e mostrarsi felici. Infine, c’è l’obbligo tassativo di esibire disinvoltura in tema di sesso, lasciando intendere che si è carichi di esperienza e che si è privi di inibizioni, liberi di usare un linguaggio diretto. Sotto questa dura scorza di convenzioni consolidate, si troverebbero anime candide come colombe, cuori palpitanti come nella sequenza nella quale lei, per la prima volta accarezza la mano di lui e inizia a sentire qualcosa. Si tratta di un’incoerenza antropologica perché chi ha declassato la propria sessualità a piacevole esercizio sportivo da praticare appena si incontra un partner adatto, ha perso il valore del dono di se stessa/o, anima e corpo, per un progetto di vita in comune.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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REBECCA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/29/2020 - 11:43
Titolo Originale: Rebecca
Paese: UK
Anno: 2020
Regia: Ben Wheatley
Sceneggiatura: Jane Goldman, Joe Shrapnel, Anna Waterhouse
Produzione: Netflix, Working Title Films
Durata: 121
Interpreti: Lily James, Armie Hammer, Kristin Scott Thomas

Una giovane dama di compagnia di una donna inglese benestante in vacanza sulla Costa Azzurra con la sua signora, si innamora di un nobile, Maxim de Winter, rimasto vedovo da poco. Essendo il sentimento ricambiato, i due decidono di sposarsi. Rebecca viene portata alla tenuta della famiglia De Winter, dove deve imparare a vivere all’altezza del suo nuovo lignaggio. La governante, Mrs. Denvers, dovrebbe aiutarla e sostenerla: in realtà la ostacola in ogni modo, ancora legata alla defunta padrona di casa, Rebecca, morta in circostanze misteriose…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un racconto di infedeltà e di ricerca della morte per por fine a una malattia incurabile, attenuato dal sincero affetto di due coniugi
Pubblico 
Adolescenti
Una storia di rapporti umani subdoli e velenosi
Giudizio Artistico 
 
Viene applicata una grammatica narrativa semplice, che evidenzia il meccanismo della suspense, Da segnalare l’interpretazione di Kristin Scott Thomas
Testo Breve:

Una giovane sposa va ad abitare nella sontuosa magione della famiglia del marito ma ogni angolo ricorda la precedente moglie defunta in circostanze misteriose. Una versione lineare e con meno mistero della famosa versione di Alfred Hitchkok del ’40.

Nuovo adattamento televisivo-cinematografico del romanzo di Daphne du Maurier dal titolo Rebecca, la prima moglie, non può competere con la più celebre pellicola di Alfred Hitchcock del 1940 (vincitrice, tra l’altro, di due premi Oscar), ma non è sgradevole.

All’inizio sembra avere i toni della commedia romantica: due persone che si conoscono a Monte Carlo, compiono incantevoli gite lungo la costa, decidono di sposarsi. Con l’avanzare della storia, però, partecipiamo a un drastico cambiamento di tono e l’ingresso della ragazza nella sontuosa magione del marito, per nulla gradita al personale di servizio, costituisce il preludio della fase noir del film 

Ogni angolo della villa De Winter è espressione delle scelte e dello stile della prima moglie che continua a far sentire, in questo modo, una sua misteriosa presenza.   

La sceneggiatura cerca di mantenersi fedele al testo, in particolare in alcuni risvolti cruenti del finale che Hitchcock, nella sua versione del ’40, aveva evitato per superare i rigidi controlli del codice Hays.  Per chi ha letto il libro o visto il film precedente, la storia è nota ma questa versione vuole spiegare troppo, tende a sottolineare quel senso di mistero che già traspare dalle immagini.

I personaggi dominanti sono quelli femminili: Armie Hammer, nella parte di Maxim de Winter, è soprattutto bello ma per il resto ha ben poco dell’affascinante, sfuggente, tormentato gentiluomo inglese, interpretato da Laurence Oliver. Maggiore rilevanza ha invece la governante Mrs Danvers, grazie soprattutto alle capacità attoriali di Kristin Scott Thomas e ad un maggior spazio lasciato a questo personaggio, rispetto all’edizione del ’40, tutta tesa a tendere tranelli e a sfiduciare la giovane sposa, dominata dal culto ossessivo di una signora che non c’è più e da uno stile di vita che non si può più far rivivere.

Un discorso a parte va fatto per la seconda signora de Winter  un personaggio a 180 gradi rispetto a quello interpretato a suo tempo da Joan Fontaine. Quella esprimeva quasi fanciullesca innocenza, incapace di uscire dai suoi sogni per entrare in una realtà così ostile e subdola, questa è espressione di una donna moderna: emancipata, guida la macchina, gestisce con più sicurezza la propria vita ed è pronta a difendere con intraprendenza il proprio marito.

Anche se la fotografia non è straordinaria, il montaggio e i costumi si fanno davvero notare: il primo per il ritmo che riesce a dare alla storia, i secondi per la cura nei dettagli delle ambientazioni.

Nel film non mancano due rapidi affondi per quel che riguarda l’eutanasia (presentato come soluzione per risparmiare la sofferenza ad una persona malata) e l’impiego del suicidio come fuga da un mondo che non si riesce più ad accettare.

In conclusione si può dire che questo tentativo di portare sullo schermo un romanzo che già era stato magistralmente trasposto su schermo non sia molto riuscito ma per chi scopre per la prima volta la storia si può dire che l’attenzione maggiore viene riposta nel meccanismo del mistero da svelare, più che nell’approfondimento della psicologia dei personaggi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EMILY IN PARIS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/14/2020 - 20:45
Titolo Originale: Emily in Paris
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Alex Minnick, Laura Weinberg, Jesse Gordon, John Rafanelli
Produzione: Darren Star Productions, Jax Media, MTV Studios
Durata: 10 puntate di 30'
Interpreti: Lily Collins, Philippine Leroy-Beaulieu, Ashley Park, Lucas Bravo, Samuel Arnold

Emily Cooper è una social media manager, lavora per una grande azienda di marketing di Chicago. Il suo capo la sceglie per una crescita professionale: dovrà recarsi a Parigi per un anno in supporto ad una piccola azienda specializzata nell’ambito dei beni di lusso. Tra colleghi restii nei suoi confronti, nuove amicizie e nuovi amori, la protagonista si destreggia tra le strade i ristoranti e gli uffici della capitale francese sicura quando esercita la sua professione, molto meno quando si tratta di impegnare il cuore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial, pur nel suo tono leggero e disimpegnato, valorizza il valore dell'amicizia ma configura una donna che non riesce a dare importanza determinante alla prospettiva di una vita coniugale e familiare e ha verso il sesso un approccio disinvolto e consumistico
Pubblico 
Adolescenti
Numerosi incontri sessuali senza nudità ma chiaramente indicati. Qualche dialogo esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Un serial gradevole da guardare, ben confezionato, ottima l’interpretazione di Lily Collins. Da quanto è uscito, il serial è nella lista Top Ten di Netflix
Testo Breve:

Un’americana a Parigi è stata vista già tante volte a cinema. Quella di questo serial, gradevole nella sua leggerezza, è una donna che pensa soprattutto ad avere successo nel lavoro ma ogni tanto si concede anche qualche distrazione amorosa.Su NETFLIX

Un serial TV molto leggero e, proprio per questo godibile nella fruizione.

Per quel che riguarda il plot c’è poco da dire: trama molto lineare e semplice (a tratti anche prevedibile). C’è spazio per tresche e storie amorose, siparietti e battute divertenti. Le 10 puntate della durata di mezz’ora non richiedono particolare impegno, e si possono “consumare” velocemente. Semplicità e comicità decisamente sostenute dall’abbondante uso di stereotipi culturali: il pregiudizio francese rispetto a ciò che francese non è (tanto più per una giovane ragazza americana che lavora con i social media), il capo ufficio che si mostra cattiva (ma che in fondo in fondo è buona), Parigi come la città dell’amore dove è facilissimo avere incontri fortuiti e trovare amanti disponibili, uomini effeminati o omosessuali che lavorano nel campo della moda, il divario generazionale…

Rispetto a tanti film sullo stesso tema già visti nel passato, questo lavoro indossa due “capi di vestiario” particolarmente moderni: si tratta di un serial di contesto e si inserisce a pieno titolo nel filone del woman power.  Il serial si attarda a raccontare come si svolge il lavoro di Social Media Manager e come potrebbe essere la vita di un influencer: cogliere momenti e scatti significativi, trovare le parole per commentare le immagini in modo accattivante, come e perché i social sono diventati fonte di guadagno per chi li sa usare. Si può considerare quasi un serial tv istruttivo in quest’ambito. Resta antipatico, soprattutto per i francesi, lo stereotipo della ragazza americana che abbraccia in pieno le nuove tecniche di persuasione, mentre loro  sono rimasti un po’ all’antica.
La protagonista deve aver visto da piccola tutte le puntate di Sex and the City (non a caso fra i produttori di questo serial ritoviamo Darren Star, che fu a suo tempo lo sceneggiatore del precedente) e appare come l’archetipo della donna libera, indipendente che prende le redini della propria carriera  e che non ha paura di vivere in pieno la propria sessualità.

Se e in tutte le puntate viene evidenziato il valore dell’amicizia intesa come condivisione e complicità,  il valore del fidanzamento e del matrimonio ne escono con le ossa rotte: rapporti “usa e getta”, triangoli amorosi, persone sposate con l’amante stabile (accettato dal coniuge tradito). La protagonista, desiderosa di trovare un ragazzo che le piaccia in un ambiente per lei ancora sconosciuto, non trova altra soluzione che fare nuove conoscenze durante un party ma anche poche chiacchiere a un bar le sono sufficienti per decidere di "approfondire la conoscenza" in casa propria. Il cumine dell'ironia si ha quando una mamma, che ha saputo che suo figlio diciassettenne ha trascorso una notte con Emily, le chiede se è stato "performante": l'esercizio della sessualità visto come pratica sportiva.

Lily Collins nella parte di Emily rende molto bene l’immagine di una ragazza sicura di sé, che affronta ogni situazione in modo costruttivo, ma che conserva ancora qualche ingenuità. Parigi è molto ben fotografata ma il serial è stato ampiamente ridicolizzato dalla stampa francese per tutte le inesattezze che vengono dette e per aver proposto bar e ristoranti considerati "in" ma che in realtà sono ormai frequentati solo da turisti.

In conclusione si può dire che si tratta di una serie senza pretese, gradevole da guardare, ben confezionata. Non totalmente condivisibile nei valori trasmessi, ma capace di presentare una storia d’amore ambientata in una bellissima Parigi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIGNONNES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/04/2020 - 10:07
Titolo Originale: MIGNONNES, CUTIES
Paese: FRANCIA
Anno: 2020
Regia: Maïmouna Doucouré
Sceneggiatura: Maïmouna Doucouré
Produzione: Bien ou Bien Productions France 3 Cinéma
Durata: 96
Interpreti: Fathia Youssouf, Médina El Aidi-Azouni, Maïmouna Gueye

Amy ha undici anni, vive in un sobborgo di Parigi ed è di origine senegalese. La sua famiglia è di fede mussulmana e Amy resta sconvolta nel vedere come la madre soffra in silenzio alla notizia che il marito si è preso una seconda moglie, accettando supinamente la sua condizione di inferiorità. Questa situazione spinge Amy a cercare fuori dalla famiglia nuovi interessi, nuovi modi di realizzare se stessa e li trova nell’unirsi a un gruppo di ragazze della sua scuola che si stanno allenando per partecipare a un contest fra gruppi di ballo della stessa età…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La storia si poggia su di un protagonista negativo, che si muove in base a un egocentrismo senza attenuanti, salvo una parziale rettifica finale
Pubblico 
Maggiorenni
L’impiego di immagini provocatorie risultano diseducative per i minori così come i comportamenti di una ragazza priva di alcuna sensibilità verso gli altri
Giudizio Artistico 
 
La regista e sceneggiatrice Maïmouna Doucouré ricostruisce con grande efficacia un mondo di pre-adolescenti inquiete ma il racconto manca di una logica evoluzione. Vincitore per la sceneggiatura al Sundance Film Festival del 2020
Testo Breve:

L’undicenne protagonista, privata del supporto della famiglia, manca di modelli di riferimento se non quelli forniti dai Social e persegue in modo brutale un obiettivo di autoaffermazione. Su NETFLIX

Il nostro settimanale telematico, da sempre interessato a tematiche che coinvolgono la famiglia, non poteva non recensire questo Mignonnes  e a commentare  tutto il clamore che si è scatenato intorno a questo film. Vincitore del Global Filmmaking Award al Sundance Film Festival del 2020, distribuito in Francia ad agosto senza particolari commenti, è entrato a far parte del portafoglio Netflix da settembre. E’ a questo punto che il movimento di opinione Parents Television Council ha chiesto a Netfix di togliere il film dalla sua piattaforma mentre Change. Org ha promosso una petizione che invita a cancellare il proprio abbonamento da Netflix, raccogliendo finora 660.000 adesioni. L’accusa è quella di una scandalosa sessualizzazione di ragazzine di 11 anni, un piatto appetitoso per pedofili. Ciò ha creato una rabbiosa controreazione in nome della libertà espressiva delle opere artistiche, sottolineando anche  il valore educativo dell’opera.

Non resta che procedere per passi successivi: recensire il film attenendosi rigorosamente a ciò che si vede e poi commentare le opinioni contrastanti che si sono formate.

“Le donne debbono essere pie perché all’inferno saranno molto più numerose degli uomini…. sapete dove si manifesta il male? Negli abiti succinti. Noi dobbiamo esse modeste. Dobbiamo obbedienza ai nostri mariti”. Fin dalle prime sequenze del film (mamma e figlia partecipano a un incontro di preghiera di donne musulmane) Maïmouna Doucouré, regista e sceneggiatrice, sferra un attacco senza appello contro la religione musulmana, rea di considerare la donna un essere inferiore. La polemica raggiunge il culmine quando vediamo la madre di Amy rassegnarsi all’arrivo della seconda moglie del marito e, quando Amy dimostrerà tutto il suo spirito ribelle, la madre e la zia non avranno altra iniziativa che organizzare un incontro con un guaritore per esorcizzarla. Se un attacco di questo genere alle usanze del suo paese, da parte della regista, finisce per coincidere con ciò che percepisce la protagonista, ci si può domandare se la cultura occidentale del paese che la ospita sia in grado di offrire ad Amy valide soluzioni alternative.  La regista è parca di informazioni su questo aspetto: non sembra che ci siano insegnanti che possano costituire un nuovo punto di riferimento e all’inizio del film la ragazza non ha alcuna amica del cuore. Quindi Amy intraprende, per la sua emancipazione, una via, totalmente virtuale: si sente importante in base ai like che ottiene postando la sua immagine, impara a mimare gli atteggiamenti sensuali e i balli provocanti, che ha visto su Youtube e cerca la realizzazione se stessa nel cercare di vincere una gara di ballo unendosi ad altre ragazzine scatenate come lei.

Si è molto parlato dello scandalo generato dalle sequenze dove queste ragazze ballano con le movenze provocanti tipiche del twerk ma in realtà non è quello l’aspetto più sconcertante che ci viene rappresentato: è proprio il personaggio di Amy in sé a creare scandalo.  Un personaggio che può esser paragonato a una animale selvatico che si abbatte sulla preda per potersi sfamare. E’ lunga la lista di azioni che la ragazza compie che la fanno apparire come priva di alcuna sensibilità verso gli altri, disposta a raggiungere i suoi scopi a qualsiasi costo, incurante di tutto e di tutti.  Eccola quindi rubare il cellulare di suo padre, rubare i risparmi della madre per comperare vestiti succinti adatti al ballo. Quando sua madre sviene in casa perché sopraffatta dall’ansia, lei non si cura di inchinarsi per soccorrerla.  Addirittura, per ottenere di nuovo il cellulare che suo padre si è ripreso, compie atti innominabili nei suoi confronti (il momento peggiore del film); per mettere fuori gioco una sua competitrice al ballo non esita a spingerla in acqua anche se questa non sa nuotare. A seguito di una discussione con un suo compagno di classe, non trova altra soluzione che infilzargli la mano con la punta di una penna. Se né la cultura araba né quella occidentale né la famiglia né la scuola hanno avuto alcun ascendente positivo sulla ragazza,  lei si trova ferma, nel suo sviluppo interiore, a un livello istintivo, quasi pre-umano,  di pura affermazione di se stessa, priva di aperture verso l’altro, il diverso da se’ e anche se il film si avvia sbrigativamente verso un finale positivo, sembra quasi che  questa ragazza, che ora torna  come un cucciolo a rifugiarsi dalla madre,  ancora una volta, si esprima in  modo puramente  istintivo: non c’è pentimento, non c’è presa di coscienza su come si è comportata.

Il film e le polemiche che ha suscitato, riportano a galla vecchi temi che restano tutt’ora controversi. La libertà di espressione artistica deve essere garantita sempre e comunque? La rappresentazione del male è comunque utile, per via dell’effetto catartico che provoca, come così chiaramente ci ha spiegato Aristotele? Nello specifico, questo film può esser considerato educativo oppure no? Un film può esser considerato educativo se edifica moralmente, invita al bene tramite l’emulazione di buoni comportamenti. Non è questo il caso. Anche se non educativo, il film può esser visto come interessante se ha il valore di denuncia nei confronti di certe tendenze negative di oggi. Ciò però è possibile se il bene è descritto come bene e il male come male. Anche questa interpretazione di Mignonnes appare poco adatta: non ci sono scuse o pentimenti da parte di Amy e l’organizzazione parascolastica che ha promosso le gare di ballo fra pre-adolescenti non sembra molto preoccupata della spregiudicatezza delle ragazze. Resta aperto il tema della catarsi. In effetti in un’opera filmica o letteraria, anche se viene rappresentato il male a tinte forti, lo spettatore non ne è direttamente coinvolto e così può riflettere più serenamente su quanto a visto. Ciò però è vero soltanto per persone dotate della giusta maturità critica. I minorenni, o la maggior parte di loro, mancando di questa capacità di rapportarsi in modo distaccato e obiettivo a ciò che vedono, si focalizzano solo su determinati comportamenti, singole scene senza elaborare una sintesi globale. Ecco perché la visione di un film come questo, se può essere utile per riflettere sui problemi causati dalla mancanza di educazione, deve venir filtrato nei confronti dei minorenni

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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