Film Oro

Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

DESIRE OF THE EVERLASTING HILLS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/08/2015 - 14:53
 
Titolo Originale: Desire of the Everlasting Hills
Paese: USA
Anno: 2014
Produzione: Courage International
Durata: 60

Tre persone con inclinazioni omosessuali raccontano la loro storia

Rilene, vissuta in una famiglia di fede cattolica, laureatasi con successo, non aveva mai avuto storie con dei ragazzi pur desiderandolo e aveva finito per dire sì a una proposta  di vita in comune con un’altra donna. Dopo 25 anni di serena convivenza arrivò per entrambe un tracollo delle loro finanze e al contempo un raffreddamento della loro relazione. Rilene  è ora tornata a   frequentare la chiesa cattolica ed ha  accudito fino alla fine la sua ex compagna, a cui era stato diagnosticato un cancro.

Paul  scoprì la sua omosessualità fin dall’adolescenza. Si recò quindi a New York , dove era molto richiesto come modello, per vivere la vita dei locali gay, senza negarsi alcuna esperienza sessuale. Iniziò poi una lunga convivenza e recentemente ha scoperto  con sollievo di essere  scampato all’AIDS che aveva falciato tanti suoi vecchi amici di New York. Un giorno per caso ascoltò alla TV un discorso di Madre Angelica. Le sue parole lo fecero riflettere e decise di andare a confessarsi dopo 35 anni. Adesso vive in castità con il suo compagno.

Dan non aveva mai smesso di credere nell’esistenza di Dio ma aveva provato rabbia nei suoi confronti quando aveva scoperto le sue inclinazioni omosessuali: le considerava una forma di ingiustizia. Da quel momento aveva deciso di non negarsi niente anche se gli restava sempre nell’anima un senso di vergogna per ciò che faceva.  A un certo punto della  vita sentì il desiderio di metter su famiglia e  aveva trovato una ragazza con cui poteva iniziare una relazione. Il compagno di quel momento aveva compreso le sue esigenze e aveva accettato la separazione. Dan scoprì in seguito che la ragazza non desiderava avere figli e dopo un anno si trovò completamente solo. Grazie alla lettura  di testi di patristica si è riavvicinato alla fede  ed ora ha finalmente trovato la pace e la serenità che cercava. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre persone, dopo una vita passata a cercare se stessi, si ritrovano la pace solo quando accettano di sentirsi figli di Dio
Pubblico 
Adolescenti
Qualche parte del racconto potrebbe risultare scabrosa per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Sono stati bravi i realizzatori delle interviste nel portare a galla un ritratto vero, anche se crudo, dei tre protagonisti
Testo Breve:

Documentario/intervista di tre persone con inclinazione omosessuale che avevano inizialmente ritenuto giusto seguire i propri istinti ma che poi, con la maturità, hanno riflettuto sui veri valori da perseguire ed hanno trovato la loro felicità all’interno della Chiesa Cattolica

Questo documentario/intervista, prodotto da Courage International, è un inno al sacramento della confessione.

Tre persone, due uomini e una donna fra i quaranta e i cinquant’anni, con molte esperienze disordinate sulle spalle, sentono  il bisogno di ritrovasi in pace con Dio (tutti e tre, in modi diversi, avevano da ragazzi conosciuto la fede). Sentono il forte desiderio di accedere di nuovo all’eucarestia e capiscono, non certo per obbligo, ma per un moto spontaneo della loro anima, che ciò non può accadere se prima non si liberano del peso che si portano dentro.  Paul non sa neanche da dove incominciare e il sacerdote lo guida lungo la lettura dei dieci comandamenti. Anche a Rilene accade qualcosa di simile: non si confessava da almeno 35 anni e inizia a rivisitare con il sacerdote i comandamenti uno ad uno. La loro voce si incrina nel ricordare quei momenti: la commozione sale perché quella confessione fu fondamentale per trovare quella pace e quella serenità che cercavano da tempo.
Questo lavoro è sostanzialmente diverso dal precedente The Third way: anche in quel caso c’erano uomini e donne con inclinazione omosessuale che dichiaravano di aver trovato nella fede cattolica la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando, ma gli interventi aggiunti di sacerdoti e teologi tradivano la voglia di dimostrare, di sostenere una tesi.  In questo nuovo documentario ci si attiene ai fatti nudi e crudi che scaturiscono dal racconto dei tre testimoni (una voce in sottofondo pone loro delle domande) e il fatto che per più di due terzi dell’intervista, con brutale onestà,  raccontino la loro vita da omosessuali attivi, contribuisce a farceli conoscere in modo più intimo e alla fine, quando il riavvicinamento alla fede arriva per tutti e tre, risultano  più convincenti e persuasivi  di qualsiasi argomentazione parlata e non vissuta.

Anche se più volte i protagonisti ribadiscono che il loro caso è squisitamente personale, molte sono le riflessioni che scaturiscono da queste tre storie.

Tutti e tre avevano abbracciato all’inizio un’ideologia affermativa (il disagio che percepivano nella loro condizionecome frutto dell’interiorizzazione dell’omofobia esistente nella società) e Dan in particolare era arrivato ad odiare Dio che per lui era solo un burattinaio crudele che tirava i fili della sua esistenza,  ma qualcosa di incompiuto restava nel fondo delle loro anime durante il periodo in cui furono omosessuali attivi.   Dan aveva sempre desiderato, in cuor suo, metter su famiglia; Rilene, raggiunti i 50 anni , aveva sentito un certo rammarico per non esser potuta diventare madre; solo Paul si sentiva pienamente appagato nel vivere la vita scintillante e alla moda della New York gay degli anni ’80.

Poi, qualcosa accadde nella loro vita e dobbiamo riconoscere che tante storie di conversione iniziano con un evento scioccante che innesca un periodo di riflessine: Rilene e la sua compagna ebbero un tracollo finanziario; Dan si trovò solo dopo il tentativo fallito di trovare una donna con la quale potesse costruirsi una famiglia. Paul ebbe invece una notizia positiva che fu ugualmente rivelatrice: a differenza di tanti suoi amici che aveva visto morire, lui non era stato infettato dall’AIDS. Fu per loro l’occasione per fare un bilancio della loro vita e discernere ciò che di buono e di brutto c’era stato.

All’inizio abbiamo detto che il documentario appare un inno al sacramento della confessione ma c’è un secondo tema dominante che percorre tutti e tre i racconti: il bisogno umanissimo, non conta se si è omosessuali o eterosessuali, di amare e di essere amati, il desiderio di conoscere e venir conosciuti in intimità da un’altra persona. Nelle testimonianze che ci vengono fornite, nel momento della conversione c’è la voglia di perseguire l’obiettivo della castità ma al contempo nulla di ciò che di umano c’èra stato nelle relazioni  precedenti viene rifiutato.

Rilene, quando scopre che la donna che era stata sua compagna di vita per 25 anni, è affetta da cancro, torna da lei e l’accudisce fino alla fine; Paul non vuole abbandonare il suo compagno con cui convive da 24 anni e gli propone di restare nella stessa casa in castità. Dan ricorda la generosità e il vero affetto espresso dal suo precedente compagno che di fronte alla sua dichiarazione di volerlo lasciare per costruirsi una famiglia con una donna, accetta la situazione perché questo sarebbe stato per lui un vero bene.

Questo atteggiamento positivo che scaturisce dalle loro storie è risultato determinante: la castità non è stata vista come costrizione negativa ma affermazione positiva per continuare ad accedere a quell’altra variante dell’amore che è l’amicizia, con la quale tutti e tre possono continuare a conservare ed accrescere, inserendoli in modo armonico nel credo della fede cattolica, quei valori umani che avevano già scoperto.

Resta un senso di incompiutezza alla fine del documentario (come era accaduto anche nel precedente The Third Way) perché manca un terzo elemento: la comunità. Il documentario ci ha raccontato tre belle conversioni ma poi? I nostri tre, come riusciranno ad alimentare la loro vita spirituale e di carità? Che tipo di supporto stanno ricevendo?  Il documentario è stato promosso da Courage International  ma non viene fatto alcun cenno ai suoi programmi di catechesi e alle tavole rotonde che organizzano fra persone che manifestano problemi comuni.

In una sequenza si vede Rilene che mette in ordine dei vasi sacri. Si arguisce che svolge la funzione di accolita della sua parrocchia ma nient’altro di più. Si intuisce che i tre testimoni hanno parlato della loro esperienza in un convegno Courage ma ogni sequenza è stata controllata in modo che non si veda nessuna persona del pubblico per conservare la loro privacy, secondo lo spirito del movimento.

Chi si pone l’obiettivo di una vita casta ha bisogno, nel mondo d’oggi, di un grande sostegno spirituale e di sentirsi vivo all’interno di una comunità, dove il suo impegno possa venir riconosciuto e apprezzato. Non resta che auspicare che nei prossimi documentari ci possa essere più trasparenza e in particolare che iniziative del genere diventino una realtà anche in Italia.

Rilene conclude il bel racconto del suo rientro nella Chiesa Cattolica con un:

“I'm safe, I'm home!”

Il documentario è disponibile gratuitamente in Internet in lingua inglese. Al momento  sono disponibili solo sottotitoli in spagnolo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TERRA DI MARIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/03/2014 - 23:31
 
Titolo Originale: Mary's Land
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Simona Puscas
Durata: 111
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Carmen Losa, Emilio Ruiz, Luis Roig, Lucía Ros, Elena Sánchez, Cristina Ruíz, Rubén Fraile, Clara Cotelo.

Un agente spagnolo viene incaricato da un’organizzazione segreta di indagare sul fenomeno incredibile del cristianesimo. Cosa spinge milioni di persone – si chiede turbato il capo della Spectre iberica che gli commissiona l’inchiesta – a credere che esista un Dio creatore, che la vita dell’uomo abbia un senso e che, addirittura, ci sia una vita dopo la morte? Carico di queste domande, l’agente segreto attraversa i continenti alla ricerca di persone che affermano di aver avuto esperienze di conversione. Sono matti? Sono dei visionari? Sono tutti complici di un gigantesco complotto? Se ci fosse invece qualcosa di vero – questa è la domanda cui non si può non rispondere – come cambierebbe la storia dell’umanità?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Terra di Maria è un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Nel film si parla in maniera diretta di argomenti come satanismo, aborto, prostituzione… per cui, anche senza immagini sconvenienti e impressionanti, è sconsigliabile la visione ai bambini.
Giudizio Artistico 
 
La forza del film sta nelle parti in cui il regista Cotelo abbandona la fiction per il documentario. Poco riuscite invece le sequenze cosmogoniche e le sacre rappresentazioni illustrate per immagini
Testo Breve:

Un ipotetico agente segreto raccoglie testimonianze per comprendere perché tanta gente crede in Dio. Un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo.

“Tutti siamo coscienti della dimensione pagana della cultura in cui viviamo, una cosmovisione che indebolisce le nostre certezze e la nostra fede. Quotidianamente siamo testimoni del tentativo dei poteri   di questo mondo per esiliare il Dio vivo e supplirlo con gli idoli alla moda. Vediamo come l’abbondanza di vita che il Padre ci offre nella redenzione è soppiantata dalla giustamente chiamata ‘cultura della morte’. Costatiamo anche come l’immagine della Chiesa sia deformata e manipolata dalla disinformazione, dalla diffamazione e dalla calunnia, e come i peccati e le mancanze dei suoi figli vengano sbandierati nei mezzi di comunicazione come prova che Essa non può offrire nulla di buono. Per i mezzi di comunicazione la santità non fa notizia, sì invece lo scandalo e il peccato. Chi può lottare da pari a pari in questa situazione? Qualcuno di noi può illudersi di poter fare qualcosa che con mezzi meramente umani, con l’armatura di Saul? (cfr. 1 Sam 17, 38-39)”. Questa lunga citazione di una lettera dell’allora cardinale Jorge Maria Bergoglio – datata 29 luglio 2007 e rivolta ai sacerdoti e ai consacrati dell’arcidiocesi di Buenos Aires – serve a capire il film di cui andiamo a parlare e tutto il cinema di Juan Manuel Cotelo. 

C’è il cinema e ci sono i film. Terra di Maria non ha molte possibilità di entrare nella storia della settima arte ma, dato che il suo autore non nutre alcuna ambizione in questo senso, potremmo anche smettere di parlarne in questo istante. Il dovere professionale, però, ci impone senz’altro di fare dei distinguo e in questa sede – per dare a Cesare ciò che è di Cesare – li facciamo pure, consci che, se un film come questo ha bisogno di essere contestualizzato, non significa che allo stesso tempo non meriti comunque di essere visto e soprattutto consigliato. C’è il cinema, dicevamo, quello dei Fellini, dei Kubrick, dei Tarkovskij, e ci sono film come questo: un oggetto strano, che spiazza i critici perché è difficile da recensire (e forse basterebbe questo a fargli meritare un’occhiata): di fronte a Terra di Maria, infatti, si è tentati – forti di mille visioni, mille libri, mille studi – di obiettare qualcosa: “sì,ok, ma il cinema è un’altra cosa… l’arte è un’altra cosa”. L’obiezione più sensata, forse, sarebbe quella di ammettere che la fede al cinema può trovare forme anche migliori di questa; che cioè la possibilità che un film faccia sentire lo spettatore abbracciato dall’amore di Dio non esclude l’arte cinematografica, al suo grado più alto di eccellenza, come mezzo di comunicazione. Senza andare troppo indietro nel tempo, e senza neanche scomodare i “mostri sacri” del cinema, film recenti come The Tree of Life e Uomini di Dio – realizzati, tra l’altro, da autori non cattolici – hanno saputo parlare al cuore e alla ragione dell’uomo di fede tanto quanto a quelli esteta e del cinefilo.

Juan Manuel Cotelo – che con L’ultima cima aveva conquistato gli schermi spagnoli e italiani con la storia di un sacerdote “eroe del quotidiano” – non è un regista da Oscar ma i suoi meriti vanno ben oltre le glorie terrene dei premi e delle gratificazioni. Terra di Maria è un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo. Lo vedano i sacerdoti, i catechisti e i responsabili dei cineforum cattolici, e valutino se non è questa visione più appagante di quella di tanti film anti-cristiani o anti-religiosi che compaiono in molte nostre rassegne parrocchiali perché magari “hanno a che fare con il cristianesimo” (di volta in volta bisognerebbe chiedersi quale sia il vero messaggio promulgato dai vari Ermanno Olmi, Nanni Moretti, Marco Bellocchio…). Alla luce di questo, abbiamo un unico consiglio da dare al regista (proprio per non fargli perdere il confronto, sul terreno dell’arte cinematografica, con gli autori di cui sopra, che non saranno ortodossi ma restano grandi cineasti): si fidi fino in fondo del suo coraggio, degli incontri che ha fatto, della profondità teologica di cui è capace e della bellezza che salverà il mondo. Lasci perdere, invece, le sequenze cosmogoniche e le sacre rappresentazioni (illustrare per immagini la creazione dell’universo subito dopo The Tree of Life e Noah costringe a fare impietosi paragoni; dare un volto a Gesù è una sfida complessa e grandiosa che non si può risolvere con un attore qualunque…). Le critiche finiscono qui. La cornice narrativa, in cui l’agente segreto viene spedito ai quattro angoli della terra a investigare sul cristianesimo, gioca su una trovata simpatica e provocatoria. La forza del film, però, sta nelle parti in cui Cotelo abbandona la fiction per il documentario. Sarebbero bastate queste sequenze, quelle in cui i “testimoni” si raccontano, a fare di Terra di Maria un film imperdibile.

A Londra Cotelo incontra l’imprenditore newyorchese John Rick Miller, per 25 anni consigliere del governo degli Stati Uniti, un presente da apologeta a contraddire un passato da ateo militante. Da giovane aveva l’orticaria solo a sentir parlare di Chiesa Cattolica. Oggi Miller, fondatore della For the Love of God World Wide (Missione per l’Amore di Dio nel Mondo, diffusa in 350 città di 21 diversi Stati), incontra i leader mondiali a propone loro di consacrare i loro Paesi a Gesù e alla Madonna. A Bogotà, invece, il regista-agente segreto si fa raccontare dalla modella Amada Rosa Pérez il suo incredibile percorso di conversione: Amada è una donna attraente che, divenuta da giovanissima una modella di successo, ricorse tre volte all’aborto per non permettere alla novità di un figlio di cambiarle una vita che sembrava perfetta. “Mi dissero – racconta – che avere dei figli avrebbe rovinato la mia carriera, ma non mi parlarono delle terribili conseguenze che derivano dall’ucciderli”. Amada cerca in tanti modi di vincere la disperazione che dal fondo del suo cuore stava iniziando a dominarla finché un giorno, dopo anni che non succedeva, entrò in una chiesa. Da quel giorno inizia tutta un’altra storia, un’altra vita.

A Guadalajara (Messico) l’infermiere geriatrico Salvador Íñiguez passa le notti frequentando i bordelli, mettendo prostitute e travestiti di fronte a una domanda: “Quanto prendi, sorellina? Così poco? Nessuno ti ha mai detto che vali tutto il sangue di Cristo?”. Salvador ha con sé copie della Bibbia e corone del Rosario che elargisce con generosità, insieme a parole appassionate. Non giudica quelle persone sentendosene superiore ma non retrocede di un passo per annunciare loro la Verità del Vangelo. “Dio non ha figli preferiti – spiega a Cotelo – né speciali. Gesù non viene a giudicarci ma ci mostra un amore incondizionato. Non voglio che queste persone muoiano senza saperlo”. Francisco Verar – per restare in Sudamerica – è un sacerdote “nato per miracolo” (sua madre, che dopo dodici anni di matrimonio non aveva ancora avuto la gioia di un figlio, fu dichiarata sterile dai medici. Una preghiera alla Madonna fu la migliore cura per la fertilità). Don Francisco fu chiamato da Dio a costruire una missione in un angolo della giungla di Panama, dove dedicarsi ai poveri, alle donne e ai bambini che avevano subito abusi di ogni genere. Migliaia di persone beneficiano del suo aiuto e riescono, partendo da quest’angolo sperduto del pianeta, a ricominciare una vita. Qual è il segreto di don Francisco? “La Cristo-terapia”: sia don Francisco sia i suoi protetti trascorrono ore davanti al Tabernacolo in adorazione dell’Ostia consacrata. “Io non faccio niente, la colpevole di tutto è Maria”. Altro che piani pastorali e convegni…

Dalle periferie al centro dell’Impero, Cotelo va a Washington e accoglie la terribile testimonianza del dr. John Bruchalski, un medico che ha speso anni praticando aborti, nella convinzione di aiutare le persone. “Eppure aumentavano le infezioni, le depressioni, le famiglie distrutte… Mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato, perché i farmaci più prescritti al mondo sono gli antidepressivi”. John vive due esperienze mistiche fortissime – “mi si presentò una donna dicendo di essere la Madre di tutti gli uomini e mi chiese: perché mi stai ferendo, John?” – dopo le quali smise immediatamente di praticare aborti per offrire la sua esperienza e la sua professionalità a servizio della vita. Da Washington a Las Vegas, Cotelo incontra Lola Falana, attrice e ballerina costretta da anni per una malattia su una sedia a rotelle: la fine della sua carriera come ballerina ma l’inizio di una vita completamente nuova. Lola spalanca una porta che aveva sempre tenuto serrata e Dio entra nella sua quotidianità. “Se potessi parlare al mondo per un attimo, direi solo: sveglia! Gesù ti guarda ogni secondo della tua vita e aspetta solo che tu Gli dica una cosa: grazie per amarmi così tanto”.

Seguendo le tracce fornitegli dagli incontri con queste persone, lo 007 della fede arriva a Mostar, dove incontra Filka Mihalj, un’altra donna che ha sperimentato ogni tipo di piacere fine a se stesso fino alla rivoluzione della fede che le ha cambiato l’esistenza. Decisivo l’incontro, in un villaggio della ex Jugoslavia, con alcuni bambini che sostenevano di parlare con la Vergine Maria. “Dicevano di conoscere un modo infallibile per ritrovare la pace. Sembrava una pazzia ma invece…”. Che non fosse una pazzia lo conferma l’italiana Silvia Buso, una ragazza di Padova che a Medjugorje ha ritrovato l’uso delle gambe ma solo dopo aver chiesto il “vero miracolo”, quello di ritrovare il sorriso dopo che una malattia ne aveva costretto il fisico atletico sulla sedia a rotelle e piagato da feroci crisi epilettiche. L’indagine di Cotelo termina a Medjugorje – “Il centro spirituale del mondo”, secondo una confidenza di Giovanni Paolo II – ma da lì riparte per allargare la ricerca al mondo intero. La Chiesa non si è ancora espressa sull’autenticità delle apparizioni (di fatto non può finché esse sono in corso e per il responso bisogna attendere che terminino) ma i passaggi di Terra di Maria che più colpiscono, emozionano e provocano sono proprio quelli in cui parlano i fatti.

Un film per alcuni o per tutti? Juan Manuel Cotelo non ha dubbi: Terra di Maria è un film per tutti. Qualcuno potrà disprezzarlo o non prenderlo sul serio ma potrebbero essere proprio questi destinatari inconsapevoli i primi a beneficiare della sfrontatezza (anche estetica) di questo regista spagnolo che non ha paura di essere preso per matto. Ricordate il personaggio di Johannes in Ordet di Carl Theodor Dreyer? È quello a cui nessuno dà retta ma è anche colui che alla fine permette il compiersi di un miracolo. Un capovolgimento narrativo spiazzante, oltre che per i personaggi di quel film, anche per lo spettatore, chiamato forse con un certo salutare disagio a misurarsi con ciò che sa o che crede di sapere sulla vita e sull’uomo. Alla fine il destino di un film, di qualunque film, si costruisce nel cuore e nella vita del suo spettatore. Forse dopo aver visto questo, al prossimo soffio che ci accarezzerà sulla via, anche noi sapremo riconoscere i segni di Gesù che passa.

Il piano delle presentazioni del film nelle varie città italiane è disponibile sul sito:

www.terradimaria.it

 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRASH

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/27/2014 - 19:12
 
Titolo Originale: Trash
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2014
Regia: Stepeh Daldry
Sceneggiatura: Richard Curtis
Produzione: PEAPIE FILMS, WORKING TITLE FILMS, O2 FILMES
Durata: 112
Interpreti: Eduardo Luis, Rickson Tevez, Gabriel Weinstein, Martin Sheen, Rooney Mara

Gardo e Rafael, nati e cresciuti in una favela ai margini di una discarica, trovano in mezzo ai rifiuti un portafoglio che contiene un mucchio di soldi e soprattutto le prove di uno scandalo politico; per riaverle, purtroppo, c’è chi ha già ucciso ed è disposto a farlo ancora. Armati della loro intelligenza e della loro fede, con l’aiuto di un burbero sacerdote e di una missionaria americana, i due ragazzini ingaggeranno una lotta apparentemente impari…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due ragazzi animati da una fede autentica e solida, un sacerdote collerico e generoso che difende i suoi piccoli parrocchiani, una giovane volontaria americana, forse un po’ ingenua, ma sicuramente mossa da un autentico amore verso i giovani per cui spende il suo tempo e rischia la vita
Pubblico 
Adolescenti
Il tema della violenza dei poliziotti sui bambini è trattato in modo realistico ma non compiaciuto
Giudizio Artistico 
 
Daldry riesce con sorprendente equilibrio a sfuggire il rischio di una eccessiva idealizzazione della comunità dei favelados così come quella dei rapporti tra persone. Bella sceneggiatura di Richard Curtis. Un sempre bravo Martin Sheen
Testo Breve:

Due ragazzi delle favelas brasiliane vivono rovistando nei rifiuti. Un’opera capace di commuovere e far pensare, che intesse con naturalezza nella narrazione richiami più o meno espliciti al Vangelo e alla Bibbia,

L’ultimo film di Stephen Daldry (già autore di Billy Elliott, Molto forte incredibilmente vicino, The Hours e il problematico The Reader), vincitore del premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, è girato con uno stile che mescola realismo e poesia, tra inseguimenti coreografati tra i quartieri colorati di San Paolo (le immagini ricordano quelli di La città di Dio di Mereilles, che non a caso figura tra i produttori) e momenti di grande intensità emotiva. Il regista, che parte dalla bella sceneggiatura di Richard Curtis (celebre autore di commedie molto più leggere, che qui adatta un romanzo di Andy Mulligan), si immerge nella realtà di un Brasile fatto di contraddizioni stridenti (all’estremo opposto della favela ci sono i quartieri dei ricchi, ma l’altrove è il mare, luogo di bellezza e pace cui i ragazzi aspirano) un po’ come aveva fatto Danny Boyle con l’India di The Millionaire.

Lo sguardo che guida lo spettatore nella storia è quello di due bambini di strada che, nonostante la loro condizione miserevole (sono nati e cresciuti in una favela accanto a una discarica e, come tanti altri, ci lavorano ogni giorno sperando di raccogliere qualcosa di valore con cui comprare da mangiare), conservano sulla vita e sul futuro uno sguardo positivo e avventuroso.

Non è estraneo a ciò il fatto che siano animati da una fede autentica e solida, che li accompagna anche nei momenti più difficili e li rende curiosi e coraggiosi abbastanza da sfidare autorità prepotenti e crudeli per cui davvero i poveri sono solo “spazzatura” che può essere eliminata senza un attimo di esitazione. La stessa fede li rende anche capaci di perdonare i loro carnefici e immaginare anche per loro un destino di bene.

Del resto, anche se non mancano un paio di frecciatine a rappresentanti della Chiesa istituzionale più compromessi con il potere, nel film ci sono anche due figure positive legate alla religione: un sacerdote collerico e generoso (il sempre bravo Martin Sheen), che difende i suoi piccoli parrocchiani e apre la sua chiesa alla gente della favela, che sembra uscito da un romanzo di Graham Green (o anche da una delle prediche di Papa Francesco, che invoca pastori con addosso l’odore delle pecore… in questo caso mescolato anche a quello dell’alcol), e una giovane volontaria americana, forse un po’ ingenua, ma sicuramente mossa da un autentico amore verso i giovani protagonisti per cui spende il suo tempo e rischia la vita.

Daldry riesce qui con sorprendente equilibrio a sfuggire il rischio di una eccessiva idealizzazione della comunità dei favelados così come quella dei rapporti tra persone; allo stesso tempo, però, evita di appesantire una storia di speranza con dosi di violenza eccessive inserendo con abilità nell’impianto drammatico elementi di realismo magico. Quel che ne esce è un’opera capace di commuovere e far pensare, piena di spirito “anarchico” infantile quanto di sorprendente pietas e maturità, che intesse con naturalezza nella narrazione richiami più o meno espliciti al Vangelo e alla Bibbia, senza appesantirla con moralismo didascalico, ma anzi facendone uno splendido apologo capace di parlare a tutti. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE THIRD WAY

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/24/2014 - 17:20
 
Titolo Originale: The Third Way
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: John-Andrew O' Rouke
Produzione: Blackstone Films
Durata: 38

Cinque uomini e due donne con inclinazioni omosessuali raccontano davanti alla telecamera la loro vita. Dalla scoperta, molto precoce, della loro inclinazione alle numerose incomprensioni anche in ambiente familiare. Dopo un periodo di frequentazione degli ambienti gay decidono di aderire alla fede Cattolica e trovano nella Chiesa il sostegno necessario per vivere una vita casta

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sette persone con inclinazioni omosessuali trovano nella Chiesa Cattolica, la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film vive soprattutto della bellezza della spontaneità delle confessioni dei sette protagonisti. Gli interventi di sacerdoti e teologi aggiungono poco all’efficacia del film
Testo Breve:

In questo documentario di 38 minuti si confessano davanti alla cinepresa  sette persone con inclinazioni omosessuali che hanno trovato  nella Chiesa Cattolica, la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando

 

Melinda: “per persone che hanno scelto di vivere in castità, uno degli ostacoli maggiori è l’isolamento e la solitudine. La Chiesa deve svolgere la funzione di una famiglia accogliente e deve fare questo in modo tale che sia più potente e più vera delle famiglie che le persone trovano nei gay team”.

David:” la mia identità è quella di essere una persona cattolica. Io, David, sono una persona e sono cattolico. Non mi identifico con il mio essere gay”.

Richard: “Dio è venuto sulla terra a mostrarci tutto il suo amore incondizionato, anche se eravamo peccatori”.

Sono queste alcune delle frasi di Julie, David, Richard, Melinda, Joseph, Charles e Christopher che hanno accettato di raccontare, davanti alla cinepresa di questo documentario di 38 minuti, la loro conversione al cristianesimo e la scelta di vivere in castità. 

Il reverendo  John Hollowell, produttore esecutivo, ha deciso con questo film: The third Way – Homosexuality and the Catholic Church,  di uscire dalle proposizioni teoriche oppure dalle forme di  avvicinamento discreto alle persone con inclinazione omosessuale (SSA), per uscire allo scoperto presentando nient’altro che la testimonianza di uomini e donne che ha hanno scelto per la loro vita “la terza via”. La posizione cattolica è stata indicata nel film come terza via perché come racconta David: “da una parte c’è chi ritiene che Dio odi gli omosessuali, dall’altra c’è chi ritiene che Dio accetti anche una vita gay attiva”. Nella terza via, come sottolinea il reverendo Michael Schmitz, si distingue la persona dal suo comportamento. E la persona  va trattata sempre con il rispetto e l’amore.

I sette protagonisti iniziano con il raccontare la loro giovinezza: tutti hanno manifestato precocemente la loro  omosessualità né questa inclinazione è mutata con il tempo. Hanno passato lunghi periodi di isolamento, sofferenza e discriminazione.  Alcuni di loro hanno tristi storie da raccontare: David ha subito da ragazzo violenze da parte del padre alcolizzato, Julie ha avuto un rapporto gelido con sua madre mentre  la madre di Charles non ha mai nascosto il suo disappunto per la nascita del figlio. Joseph, che aveva già manifestato da ragazzo le sue inclinazioni, fu costretto dai genitori ad andare da uno psicanalista e ciò fu per lui un’ esperienza terribile perché costretto a pensare che c’era qualcosa di sbagliato in lui. Tutti i protagonisti finirono per frequentare bar e ambienti gay, nella speranza di venir compresi e rispettati. Alcuni iniziarono a vivere stabilmente con un partner. Ma per tutti c’era qualcosa che non andava.

Articolata è stata l’esperienza di Julie. Iniziò a frequentare una chiesa pentacostale: gli dissero che essere omosessuali era sbagliato e che doveva diventare eterosessuale per essere a posto.  Ciò era impossibile per lei e iniziò a frequentare le Gay Church che ritenevano lecito un comportamento omosessuale. Furono esperienze che finirono solo per accrescere in lei disorientamento e sconforto. “Io sentivo di aver bisogno di Dio - confessa Julie - sapevo che la Chiesa Cattolica era la chiesa giusta: era lei la detentrice della verità: divenni cattolica e trovai goia e felicità”.

Joseph, che da ragazzo aveva avuto un’educazione cattolica, da giovane frequentò i bar gay non per cercare sesso ma per sentirsi accettato. Un giorno andò a confessarsi,:espresse tutto il suo disorientamento e quel sacerdote che lo confessava  divenne da quel momento  come un  padre per lui.

Per tutti l’esigenza di vivere una vita casta  è chiara. Un obiettivo che però va affrontato in condizioni di parità con gli altri cristiani. David:  “ognuno di noi, eterosessuale o omosessuale  è chiamato alla castità”. Joseph: “allo stesso modo con cui la Chiesa condanna il sesso omosessuale, condanna il sesso con i contraccettivi“ e poi: ” tutti stiamo sullo stesso battello, tutti abbiamo bisogno di salvezza”.

E’ indubbio che una vita casta, per non scivolare nella solitudine e nell’isolamento, come abbiamo già visto all’inizio nella dichiarazione di Melinda, va riempita umanamente e spiritualmente e in questo la responsabilità della Chiesa è grande. David conferma di ricevere molto conforto dalla parrocchia dove aiuta altre persone nella sua stessa condizione e cerca di riempire la sua vita casta con l’amore verso Dio e gli altri.

Il documentario è stato prodotto dalla Blackstone Film. Dal suo sito può essere acquistato come DVD o è visibile in rete anche con sottotitoli in italiano).  Motore dell’iniziativa è stato il reverendo  John Hollowell, che in pochi mesi è riuscìto a raccogliere la somma necessaria  al progetto da 879 donatori. Il film vive soprattutto dell’emozione delle confessioni sincere dei protagonisti; sono stati aggiunti verso la fine altri interventi di sacerdoti, teologi, suore per meglio spiegare i principi della dottrina cattolica ma aggiungono poco rispetto  a quanto detto, anzi rischiano di attutire il forte impatto delle sette confessioni.   

Intorno al film, oltre a commenti positivi, si sono scatenati sui blog molti oppositori, com’era prevedibile, soprattutto sull’idea  che una persona con SSA possa vivere in castità. In effetti sarebbe stato auspicabile inserire nel film anche uno spaccato di questi uomini e donne nel contesto della vita parrocchiale; resta comunque il fatto che iniziative  di questo genere sono molto utili perché parlandone e riparlandone, con aiuto di testimonianze reali, finirà per trasparire la bellezza della proposizione cattolica e la Chiesa potrà sempre meglio realizzare quello che queste persone si aspettano da lei: una famiglia accogliente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA NOSTRA TERRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/15/2014 - 20:20
 
Titolo Originale: La nostra terra
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia
Produzione: LIONELLO CERRI PER LUMIÈRE & CO. CON RAI CINEMA
Durata: 100
Interpreti: Stefano Accorsi, Sergio Rubini, Maria Rosaria Russo, Giovanni Calcagno

In Puglia, i volontari di un’associazione che cerca di promuovere la cultura della legalità non riesce ad ottenere dal comune i permessi per poter gestire un apprezzamento di terreno confiscato al mafioso locale, ora in prigione: Nicola Sansone. Si rivolgono quindi ad una Onlus di Milano che opera nello steso settore per chiedere l’intervento di una persona competente. Viene mandato Filippo, un burocrate preparato ma abituato fino a quel momento a fronteggiare la delinquenza dal sicuro rifugio del suo ufficio.
La sua presenza risulta utile perché riesce ad ottenere le carte necessarie per costituire la cooperativa che si occuperà di gestire il terreno sequestrato. Partecipa all’iniziativa Rossana, una giovane entusiasta ma anche Cosimo, il bracciante che per anni ha coltivato quella terra per conto di Sansone. Le cose sembrano mettersi per il meglio quando Filippo viene a sapere che Sansone ha ottenuto gli arresti domiciliari. Ora nessuna azienda vuole più collaborare con la cooperativa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’associazione di volontari cerca di diffondere la cultura della legalità in zone del Sud dove prevale il sopruso del più forte
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Sergio Rubini sostiene il film con una performance eccezionale. Più impacciato Stefano Accorsi nella parte di un burocrate pieno di fobie. Una sceneggiatura scritta a tavolino, prevedibile e che non emoziona
Testo Breve:

Una cooperartiva cerca di lavorare dei terreni sequestrati alla mafia per diffondere in paesi difficili la cultura della legalità. Un messaggio altamente positivo sostenuto dalla recitazione di  un ottimo Sergio Rubini ma trasmesso attraverso una sceneggiatura molto  prevedibile

Il film ha il nobile intento di portare alla ribalta le encomiabili iniziative di tante cooperative che si prendono in gestione i beni confiscati alla mafia e che cercano di trasformare quelle terre in isole di legalità. Il film ci mostra le tante difficoltà che queste si trovano ad affrontare, iniziando dal complesso iter burocratico che è necessario  per ottenere tutti i permessi. Complessità che viene spesso costruita ad arte da parte di chi non è interessato al successo dell’iniziativa.  Non mancano i dettagli di quanto sia difficile lavorare la terra e scegliere la coltivazione giusta (pomodori, vino, oppure prodotti biologici?) anche se Cosimo l’unico esperto, alla fine riesce a superare la sua ritrosia e inizia a trasferire la sua cultura contadina agli altri soci.

Si tratta di un film corale dove l’avventura intorno a una terra arida finisce per radunare i personaggi più insoliti: Rossana è un’idealista che crede fermamente nella capacità di queste iniziativa per covertire le nuove generazioni alla legalità; Azzurra  cerca nella coltivazione delle piante quella capacità di dare la vita che le è mancata; c’è anche Torre, costretto su di una sedia a rotelle e che vuole dimostrare di essere produttivo come tutti gli altri né manca Wuambua, l’immigrato di colore che accetta qualsiasi lavoro pur di guadagnare qualche soldo per la famiglia.

Fra tutti spicca Filippo (Stefano Accorsi) che vive la sua esperienza in Puglia come un percorso di formazione, che lo fa passare dalla visione semplicistica di un mondo diviso fra buoni e cattivi a una accettazione più matura della complessità della realtà, acquisendo anche il coraggio di affrontarla.  Altro personaggio chiave è Cosimo, interpretato da un superbo Sergio Rubini che crede di sentirsi superiore a tutti gli altri, lui che è vissuto in quella terra fin da bambino ma si accorge che  è giusto credere in qualcosa, come fanno i suoi compagni e prendere posizione.

Molto riuscita anche la figura del brigadiere dei carabinieri, sempre rispettoso della legge ma che sa anche essere umano e comprensivo quando è necessario.

C’è una osservazione da fare: perché tanti film italiani, incluso questo, sono così terribilmente televisivi? Cosa ne è stato, per restare nei temi del Sud e della mafia, di Salvatore Giuliano-1961 o  Le mani sulla cità-1963 di Francesco Rosi?
In questo  film, il personaggio di Accorsi è un pavido ma sappiamo già che diventerà un eroe;  un uomo e una donna si incontrano ed è inevitabile che si metteranno assieme. Torre, il personaggio  sulla sedia a rotelle, si esprime come un razzista viscerale ma inevitabilmente Wuambua diventerà il suo migliore amico. Nel circuito obbligato del politically correct è d’obbligo, fra i tanti personaggi, inserire una coppia omosessuale. Chi è il meno sospettato sarà poi il colpevole, Tutto viene imbastito secondo stereotipi, schemi precodificati,  che lasciano il caratteristico odore della carta stampata, del lavoro fatto a tavolino.

Il film resta comunque nobile negli intenti ed è gradevole proprio nei momenti in cui è meno strutturato lasciando trapelare, in modo spontaneo la passione civile che lo sorregge.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI SERVIRO' - LA VITA DI SAN CAMILLO DE LELLIS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/14/2014 - 22:18
 
Titolo Originale: Ti servirò - La vita di san Camillo de Lellis
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Fabio carini
Sceneggiatura: Fabio Carini
Produzione: CRISTIANA VIDEO
Durata: 95
Interpreti: Fabrizio Colica, Antonello Caggiari, Claudio Colica, Gioacchino Mazzoli

Camillo de Lellis, nato nel 1550, soldato di ventura al soldo ora di Venezia ora della Spagna, aveva il vizio del gioco. Appena veniva congedato dopo una campagna, finiva per dissipare tutta la buonuscita giocando a dadi. Il colloquio con un frate francescano fu decisivo: lo invitò a riflettere sulla sua vera vocazione che forse era quella di dedicarsi interamente a Dio. Camillo stava per abbracciare la vita monastica quando una ferita ulcerosa alla gamba lo costrinse ad andare a Roma per farsi curare nell’ospedale degli incurabili, il S Giacomo.
Colpito dal modo con cui venivano trattati i malati, scoprì la sua vera vocazione: occuparsi degli infermi vedendo nella loro carne piagata lo stesso corpo di Cristo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ben evidenziato il percorso spirituale di san Camillo de Lellis che vide nella carne piagata dei malati quella dello stesso Gesù Cristo. Un bella riflessione sull'eucarestia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena iniziale di violenza su di un prigioniero potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un lavoro ben diretto e ben recitato che mostra, come è inevitabile per un prodotto a basso budget, alcune limitazioni nella messa in scena
Testo Breve:

La docu-fiction ripercorre la vita di S. Camillo de Lellis, che messa da parte la spada del soldato di ventura indossò la tonaca nera con croce rossa dell’ordine da lui fondato per dedicarsi interamente alla cura dei malati indigenti. Particolarmente curate le motivazioni spirituali che portarono alla costituzione del nuovo Ordine. 

Finalmente è stato fatto un film sulla vita di san Camillo de Lellis. Una vita piena di eventi che si presta molto bene a una trasposizione cinematografica: all'inizio avventurosa e sregolata fino all’età di 25 anni (era un soldato di ventura con il vizio del gioco) a cui segue una profonda conversione e la fondazione di una istituzione, quella dei Ministri degli Infermi (Camilliani) che segnò una svolta nel modo in cui venivano curati i malati,  un segno tangibile del nuovo spirito della Riforma Cattolica.

La docu-fiction (un misto di sequenze recitate a cui si alternano interventi di specialisti) inquadra bene il periodo in cui visse san Camillo: come reazione alla riforma luterana nacquero spontaneamente molte confraternite laiche che avevano due obiettivi principali: la santità personale e la carità verso gli altri.

Non era difficile che a quell’epoca s’incontrassero a Roma san Filippo Neri, san Carlo Barromeo, Sant’ Ignazio di Loyola, San Camillo ed altri che stavano realizzando una controriforma che partiva  dal basso, in povertà, senz’altro impegno che servire Dio nella cura del prossimo. In contrasto con una visione rinascimentale che vedeva nel corpo soprattutto l’armonia e la bellezza, disprezzando tutto ciò che era deforme e infermo, San Camillo intuì che i malati sono il volto di Cristo e prendersene cura voleva significare servire Cristo nella sua carne sofferente.

Il documentario sintetizza inevitabilmente le battaglie a cui Camillo partecipò per la difesa del Mediterraneo al soldo di Venezia e della Spagna: viene ricordato un solo episodio, quello in cui Camillo si rifiutò di sfamarsi con la carne dei nemici uccisi (nella realtà l’episodio si svolse dopo la conquista dei veneziani della fortezza turca di  Castelnuovo a Corfù[1]). Ben sviluppato è invece il momento decisivo per il “nuovo” Camillo: il colloquio con il francescano padre Angelo che intuì in lui un’anima buona e lo invitò a farsi coraggio e a “sputare in faccia al diavolo”. E’ la prima fase della svolta a cui segue la seconda: costretto a stare a lungo in ospedale per la sua gamba malata, scoprì sulla sua pelle il modo disumano in cui venivano trattati i malati e comprese quale missione gli era stata affidata da Dio: dedicare la vita ai malati indigenti ricoverati negli ospedali.

Il film non tralascia le molte difficoltà che seguirono alla sua decisione ma ormai il testardo Camillo andava avanti con la serenità che gli aveva la contemplazione del Crocifisso.   “Quest’opera non è tua ma mia” era la rivelazione che Camillo aveva ricevuto in un momento di orazione davanti all'altare . Vide quindi la necessità di costituire una compagnia di uomini pii et dabbene che non si prendesse cura dei malati per il soldo ma per “servirli come fa una madre amorosa con il suo unico figliolo infermo”.

Il film, pur dovendo rinunciare, per motivi di budget, alla spettacolarità di quelle scene che ci si sarebbe aspettati dalla ricostruzione di una vita avventurosa come quella di S Camillo, beneficia di attori tutti nella parte e di una valida regia. Motivi di sintesi hanno costretto a saltare alcuni passaggi risolutivi per la vita di Camillo e della nuova compagnia: in particolare l’amicizia con San Filippo Neri, che per primo intuì che Camillo non era adatto per la vita monastica (ma poi sbagliò nel dissuaderlo dall’organizzare una nuova compagnia) e l’episodio dell’epidemia a Roma del 1950 che rese nota la nuova congregazione anche al Papa, il quale approvò l’istituzione del nuovo ordine. Merito indiscusso del lavoro è invece aver ben evidenziato la spiritualità che animava i Ministri degli Infermi e che  consentì la nascita di tante altre comunità nel resto dell’Italia.

La docu-fiction è disponibile in DVD in lingua italiana presso www.romacaputfidei.it



[1] MARIO SPINELLI, Camillo de Lellis – “più cuore in quelle mani!”, Città Nuova Editrice, Roma 2007, p. 50

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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APART TOGETHER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/13/2014 - 08:17
 
Titolo Originale: Tuan yuan
Paese: CINA
Anno: 2010
Regia: Wang Quan'an
Sceneggiatura: Na Jin, Wang Quan'an
Produzione: LIGHTSHADES FILMPRODUCTIONS LTD., XI'AN MOVIE AND TV PRODUCTION, JIUZHOU AUDIO PUBLISHING CO., WESTERN MOVIE GROUP CO.
Durata: 93
Interpreti: Lisa Lu, Ling Feng, Xu Caigen, Leila Wei

Nel 1949 si concluse la guerra civile cinese con la vittoria del partito comunista e più di un milione di combattenti del Kuomintang furono costretti a rifugiarsi nell’isola di Taiwan spezzando l’unità di migliaia di famiglie. Solo quarant’anni dopo le autorità taiwanesi autorizzarono un solo viaggio all’anno ai suoi ex-combattenti per consentir loro di raggiungere la Cina Continentale per andare a trovare i propri parenti. Ne approfitta Liu Yansheng, ormai vecchio e vedovo, che decide di tornare a Shanghai per rivedere la sua prima moglie Yu-e che fu costretta ad abbandonare quando era incinta, senza aver mai potuto vedere il figlio. La situazione è complessa perché anche Yu-e nel frattempo si è unita con un matrimonio di fatto al soldato comunista Lu, dal quale ha avuto altri due figli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I protagonisti mostrano un forte senso dell’unità della famiglia e il loro agire è sempre guidato dalle virtù della temperanza e dell’altruismo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Wang Quan'an, vincitore con questo film del premio alla migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2010, mostra una rara sensibilità nel narrare una complessa storia umana che si appoggia ad attori di grande professionalità
Testo Breve:

Dopo più di quarant’anni dalla fine della guerra civile, un ex ufficiale dell’armata nazionale lascia Taiwan per raggiungere Shanghai nella speranza di riuscire a riunirsi con  la moglie. Un film di rara sensibilità e di nobiltà d’animo. 

“Il taiwanese è arrivato!” gridano i vicini. Il figlio Jian-go  la figliastra Lu Xin-hua e   Lu-shan Min, il marito ormai anziano di Yu-e, generi  e nipoti,  scendono per strada per accogliere l’ospite. Solo Yu-e si attarda: non riesce a reggere l’emozione dopo tanti anni di attesa. Arrivano all’appartamento di Lu-shan  e si siedono intorno a una tavola riccamente imbandita in onore dell’ospite.  Liu Yansheng, si alza in piedi per ringraziare tutti con un discorso rispettoso e cortese.  E’ il turno di Yu-e gli presenta tutti i parenti; solo il figlio non vuole brindare con lui: non gli perdona la sua lunga assenza.

A sera Liu si ritira nella stanza da letto che Yu-e gli sta preparando. Si siedono sul letto uno accanto all’altra, dopo più di quarant’anni. Si scambiano alcune frasi di circostanza, come lo stare attenti agli spifferi che provengono dalla finestra. Poi i due hanno i coraggio di voltarsi e di guardarsi negli occhi. Sono pochi minuti di intenso silenzio ma  lei non riesce a sostenere quello sguardo e con il pretesto che Liu sarà sicuramente stanco per il  lungo viaggio,  si alza e lo lascia solo.

Le sequenze iniziali dell’ultimo film di Wang  Quan'an, vincitore dell’orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2010, sviluppate senza fretta con inquadrature statiche, sono particolarmente eloquenti per inserirci in un tessuto sociale a noi poco noto, descritto con una sensibilità narrativa del tutto particolare.  

Il film ci descrive le conseguenze di un dramma sicuramente a noi poco noto, quello di migliaia di uomini del Kuomintang costretti a lasciare mogli e figli per rifugiarsi a Taiwan. Come si percepisce dal film, gli odi sono ormai sopiti e i vecchi nazionalisti possono tornare nella Cina Continentale a rivedere i loro cari. Una Cina ormai avviata a uno sviluppo inarrestabile, come dimostrano le sequenze dei grattacieli della Shanghai degli affari mentre  la famiglia di Lu e Yu-e è in  procinto di lasciare la sporca ma vivace  stradina vicino al porto in cui hanno sempre abitato per andare a vivere in un anonimo casermone popolare.

Anche le giovani generazioni mostrano, con la loro irrequietezza, di aver sposato la modernità: il genero di Yu-e è un uomo di affari che cerca  sempre il tornaconto in ogni decisione che viene presa: la figlia avuta dal vecchio Lu ha poca pazienza e non gradisce che il padrigno taiwanese sia tornato dopo tanti anni per sconvolgere gli equilibri familiari; la giovane nipote Na-na  è fidanzata con un ragazzo che dovrà restare a lavorare negli Stai uniti per almeno due anni.

Profondamente  diversi sono i tre vecchi: Yu-e, il taiwanese Liu e Lu. Hanno un problema complesso da risolvere (decidere se è bene che Yu-e resti a Shanghai o torni a Taiwan on Liu) ma sono abituati a riflettere prima di parlare, non mancano mai di esprimere forme di concreta attenzione nei confronti dell’altro e cercano di anteporre sempre i desideri degli altri ai propri.

Su tutti spicca Lu: durante il periodo della guerra ebbe il coraggio di prendersi in casa la moglie di un nazionalista con suo figlio, ben sapendo che questo avrebbe creato malumori da parte dei suoi comandanti e che avrebbe bloccato la sua carriera. Ora, all’arrivo del primo marito, non ha esitazioni: si offre di divorziare per fare in modo che la coppia originale possa riunirsi.

I discorsi più importanti avvengono sempre intorno a una tavola perché a turno, i protagonisti fanno a gara a offrire all’altro i cibi più prelibati: una manifestazione di attenzione simile a quella che veniva mostrata  ne Il pranzo di Babette -1987. Lu appare una persona semplice: sembra apprezzare sopratutto la buona tavola e il buon vino ma in realtà è solo un modo per mascherare la  nobiltà del suo animo. Anche Liu saprà a sua volta porsi di fronte alle sue responsabilità, cercando di non urtare la sensibilità degli altri.

 Wang  Quan'an, che si era già fatto apprezzare con il precedente Il matrimonio di Tuya, vincitore al Festival di Berlino del 2006, ha composto un film di rara sensibilità. Si può concludere che quei personaggi che lui ha tratteggiato, con la loro la capacità di autocontrollo, di rispetto verso l’altro, di cortesia, di tatto, siano espressioni della più antica e tradizionale virtù confuciana della benevolenza (ren) ma il modo con cui viene posta sempre in primo piano la famiglia e il valore della sua unità, l’attitudine a preoccuparsi prima degli altri che di se stesso, possono essere viste come  virtù di portata universale.

Il film è disponibile in DVD in lingua cinese con sottotitoli in francese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FAUSTINA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/04/2014 - 21:17
 
Titolo Originale: Faustina
Paese: Polonia
Anno: 1994
Regia: Jerzy Lukaszewicz
Sceneggiatura: Maria Nowakowska-Majcher
Produzione: Halina Cichomska, MAF, Relewizja Polska, SAMT ART PROD
Durata: 88
Interpreti: Dorota Segda, Krzysztof Wakulinski, Agnieszka Czekanska

Faustina Kowalska nacque nel 1905, terza di dieci figli da una famiglia contadina. Frequentò la scuola per soli 3 anni. Già a sette percepì la vocazione religiosa ma non ebbe il consenso dei genitori. Nel 1925 entrò nel convento delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Lavorò come cuoca, giardiniera e portinaia in diverse case della congregazione. Dotata di una vita mistica straordinariamente ricca, laboriosa ed obbediente in tutto, iniziò a rivelare al suo confessore quella che sentiva essere la sua missione ricevuta da Gesù: essere apostola della Divina Misericordia. Morì di tubercolosi nel 1938 a 33 anni. Nel 1993 è stata dichiarata beata e nel 2000 santa da Giovanni Paolo II.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è la descrizione della intensa vita mistica di santa Faustina Kowalska, in forme molto aderenti a quanto narrato nel suo Diario della Divina Misericordia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce nel difficile intento di raccontare in immagini le riflessioni mistiche della santa, con poche aggiunte di fantasia
Testo Breve:

Il film ripercorre la vita di Santa Faustina e il suo impegno come apostola della Divina Misericordia. Un prodotto ben bilanciato fra la ricchezza della vita mistica della santa e l’incredulità e le  incertezze delle persone che le stavano accanto

Su santa Maria Faustina Kowalska sono disponibili due lavori: il film Faustina, disponibile in DVD distribuito dalla Goya Producciones, con audio in spagnolo (ma su Youtube è disponibile il film completo in polacco con sottotitoli in italiano) e l’opera teatrale Prorok Miłosierdzia (la profetessa della misericordia) della quale è disponibile un DVD con audio in polacco ma sottotitoli anche in italiano.

Entrambi si rifanno ampiamente al Diario della Divina Misericordia, un dialogo continuo con Gesù, una fonte inesauribile di meditazioni personali,  preghiere alla Madonna e ai santi, colloqui con il confessore, la madre superiora, le sue consorelle.

E’ indubbio che sussistono difficoltà obiettive nel raccontare in immagini la ricchezza, tutta interiore, della vita spirituale della santa; senza affatto snaturare il messaggio che ci ha lasciato Faustina, il film utilizza l’espediente di raccontare la vita di Elena Kowalska con gli occhi e la voce di suor Felixa, una sua consorella che, ormai anziana, conobbe Faustina fin dal primo giorno in cui entrò nel convento delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia a Varsavia. Suor Felixa guardava con sufficienza questa nuova sorella: lei ben educata e di famiglia benestante, si occupava di ciò che era istituzionale al suo ordine: l’insegnamento. Faustina invece, che aveva frequentato la scuola per soli tre anni, era addetta ai lavori ausiliari: la cucina, il giardinaggio; incarichi  spesso pesanti e faticosi.

“Vedevo solo ciò che volevo vedere: una sorella destinata ai lavori fisici che credeva di vivere qualcosa di eccezionale”: confessa Felixa, priva della forza spirituale della santa, indispettita nel trovarsi di fronte a una eccezionalità fuori dalle regole che si era prospettata.

Addetta inizialmente alla panetteria assieme a una simpatica consorella che attendeva l’ora di preghiera solo per riposarsi un po’, Faustina ha modo di darle conforto esprimendo i suoi primi pensieri sulla Misericordia Divina: “se l’uomo sa che Dio è buono e misericordioso, che Dio accoglie sempre l’uomo e gli perdona, allora l’uomo verrà al Signore. Se l’uomo pensa che Dio è solamente giusto, allora avrà paura e non verrà a Lui e si perderà”.
Ricca del suo rapporto continuo con Dio, viveva una vita semplice fatta di ripetitivi lavori manuali ma lei aveva sempre modo di affrontarli con allegria offrendoli al Signore. Le parole espresse nel film solo le stesse presenti nel diario: “O vita grigia e monotona, quanti tesori in te! Nessun'ora è uguale all'altra, per cui il grigiore e la monotonia scompaiono, quando considero ogni cosa con l'occhio della fede. La grazia elargita a me in quest'ora, non si ripeterà nell'ora successiva”.

Un atteggiamento contemplativo del piccolo che coltivava anche nei confronti della natura, che manifestò quando ebbe l’incarico di prendersi cura del giardino: “tu piccola radice, conosci la potenza de creatore”; “ogni chicco cresce per la gloria di Dio”.

Molto presto nella sua vita, ebbe la visione di Gesù in una veste bianca con due raggi che uscivano dal cuore, uno rosso e l’altro grigio. “Dipingi l’immagine che hai visto e scrivi sotto: Gesù confido in te” le disse Gesù in visione.  Nacquero le prime incomprensioni, i primi rifiuti sia dal suo confessore (“dipingi questa immagine solo nella tua anima”) che dalla Madre Superiora. “Signore, concedi queste grazie a qualcun’altro, perché io non so come usarle”: pregava Faustina ma il suo destino sarà diverso. Venne anche sottoposta ad una visita psichiatrica, nel timore che si trattasse di allucinazioni, ma nulla di anormale le venne diagnosticato.

Il trasferimento a Vilno migliorò la sua posizione perché nel nuovo confessore Sopocko, trovò una persona sensibile pronta a darle ascolto. Le venne anche suggerito di scrivere un diario:  “forse la penna può descrivere cose per le quali talvolta non esistono nemmeno le parole? Ma, o Dio, mi ordini di scrivere; questo mi basta”.

Il film avanza come muovendosi su due piani: da una parte l’intensa vita spirituale di Faustina, che esprime con chiarezza le richieste che ha avuto da Gesù: dipingere un quadro secondo ciò che ha visto, istituire la festa della Misericordia alla prima domenica dopo Pasqua, istituire un nuovo ordine della Misericordia; dall’altra la cautela del confessore e della Madre Superiora, incerti su come comportarsi e l’incredulità di Felixa, che non riesce ad inquadrare quel privilegio concesso a una sorella così insignificante. E’ Felixa a confessare, ormai vecchia, di aver una volta  sparlato di lei che aveva vista passare tutta contenta e aveva commentato:”ecco la principessa!”. Lei le aveva risposto che era raggiante perché aveva appena ricevuto Gesù: stava scorrendo in lei sangue  regale.

Quando iniziarono a manifestarsi  i primi sintomi della sua malattia, Faustina offrì le sue sofferenze per la conversione dei peccatori. Affranta sul letto, pronunciò la sua famosa frase: “La sposa deve essere simile al suo Sposo” e proseguì con le parole riportate anche sul Diario: “La mia somiglianza con Gesù deve avvenire attraverso la sofferenza e l'umiltà”.

Faustina, prima di morire, farà in tempo a vedere il suo quadro benedetto ed esposto in chiesa, sia pur in una cappella laterale. Le venne invece risparmiata la visione del massacro che sarebbe iniziato appena un anno dopo la sua morte, nel ‘39.

Felixa, ormai vecchia, guarda il tramonto, pentita di esser stata così lenta a comprendere il messaggio e la santità di Faustina. E’ la giusta conclusione del film, un monito per tanti di noi che sono spesso incapaci di cogliere il valore soprannaturale di tanti eventi che ci scorrono accanto.

Il film rifugge dalla classica tentazione, ogni volta che c’è da narrare la vita di una mistica, di infarcire lo script di situazioni e personaggi inventati per movimentare il racconto, riuscendo a presentare con grande rigore la ricchezza della vita spirituale senza trascurare di rievocare con realismo  le circostanze in cui la santa visse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE CREED - WHAT CHRISTIAN PROFESS, AND WHY IT OUGHT TO MATTER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/08/2014 - 22:25
 
Titolo Originale: The Creed
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: TIM KELLEHER
Sceneggiatura: TIM KELLEHER
Produzione: Tim Kelleher, Joseph Bottum, Art Chudabala
Durata: 38

Il Credo niceo-costantinopolitano, professato da più di un miliardo di cristiani, viene analizzato e commentato da esperti e da laici devoti nei suoi aspetti teologici, filosofici, culturali e scientifici, enfatizzando il valore ecumenico di questa immutabile professione di fede

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’appassionante e sentita presentazione del credo cristiano, vista come strumento insostituibile per approfondire la propria fede e riconoscere il suo valore ecumenico
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il documentario riesce a trasmettere il valore insostituibile del Credo cristiano ma si limita a dare alcune significative suggestioni, impossibilitato, anche per formula adottata, ad approfondire l’argomento.
Testo Breve:

Il Credo cristiano presentato al vasto pubblico attraverso le riflessioni di studiosi e di semplici fedeli. Un documentario che lascia pienamente trasparire il valore ecumenico di una tale iniziativa

The Creed (Il Credo) è un documentario davvero  originale. Parla del Credo: si, proprio della professione di fede che i cattolici proclamano ogni domenica a messa e che forse ormai è rientrato nell’indifferenza in cui scivola tutto ciò che si trasforma in consuetudine ed è lo stesso Credo che recitano anche  gli ortodossi e molte confessioni protestanti. Ne è perfettamente cosciente l’autore, che ha voluto realizzare un’opera l più possibile ecumenica. Nel documentario si alternano a spiegare il significato del Credo: il teologo ortodosso John Behr, lo storico del cattolicesimo  Robert Louis Wilken, lo studioso della Bibbia Luke Timothy Johnson, il reverendo ortodosso John S. Bakas  ma anche laici credenti come il fisico delle particelle  Stephen Barr, la scrittrice Frederica Mathewes-Green, Timoty P. Shrive, chairman dello Special Olympics e altri semplici fedeli che hanno voluto esprimere le loro riflessioni sul Credo.
Alternandosi davanti alla telecamera, essi cercano di approfondire il valore e il significato del Credo: “E’ essenzialmente il racconto di una storia: Dio ci ha creato, Dio ci ha chiamato”; “non è stato pensato per rinchiudere  il pensiero ma per facilitarlo”; “anche nella fede ci debbono essere dei principi primi, come nella matematica”; “è particolarmente utile ora, nell’attuale società liquida”; “è una pietra miliare che separa il vero dal falso”.

Dopo un breve ricordo delle motivazioni che hanno portato a formulare  questa professione di fede (l’eresia ariana e i due concili di Nicea e Costantinopoli), il documentario affronta, uno per uno i dodici articoli che lo compongono. Gli esperti ma anche semplici fedeli esprimono il loro pensiero sulla verità creazione, sulla meraviglia dell’incarnazione dell’Unigenito Figlio di Dio vista come una nuova creazione;  l’immancabile spiegazione del termine homoùsious (“della stessa sostanza del Padre”). Quando il discorso arriva allo Spirito Santo e alla Chiesa, il tono ecumenico prende il sopravvento: la Chiesa viene presentata non come istituzione ma come tempio dello Spirito Santo; come comunità di riconciliazione per recuperare interamente l’unità originaria ed essere luce per le altre genti.

Si arriva così all’augurio finale: sarebbe bello se le varie confessioni cristiane approfondissero il significato del Credo tutte insieme.

Il film è stato prodotto da Tim Kelleher, attore della televisione ma anche sceneggiatore e regista che ha aderito alla Ukrainian Greek Catholic Church e sta completando I suoi studi di teologia alla Catholic University America. Il film è stato distribuito da The Institute on Religion and Public Life, una organizzazione interreligiosa di ricerca e formazione, nata per fronteggiare con la fede il secolarismo moderno.

A nostro avviso il film mostra due difetti. Il primo è che il documentario è troppo corto: 38 minuti. E’ vero che per temi  belli così profondi la lunghezza può ridurre l’attenzione dello spettatore ma una maggiore profondità sui singoli punti sarebbe stata auspicabile. Lascia inoltre perplessi proprio la formula descrittiva che è stata adottata: l’impiego di diversi studiosi impegnati ad alternarsi sui vari temi facendo brevi commenti. Questa soluzione favorisce senz’altro il senso di un armonico ecumenismo, ma privano gli speaker della possibilità di imbastire un riflessione più articolata: di fatto il baricentro emotivo della pellicola finisce per dipendere dalla suggestione di una bella frase, più che dalla profondità dei temi trattati.  Resta  estremamente positivo il colpo d’occhio generale che il film fornisce: una sentita  e appassionante promozione del Credo cristiano come solida base per approfondire la propria fede e per riconciliare  le varie confessioni.

Il documentario è disponibile in DVD solo in inglese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOLGOTA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/26/2014 - 12:58
 
Titolo Originale: Golgotha
Paese: FRANCIA
Anno: 1935
Regia: Julien Duvivier
Sceneggiatura: Joseph Reymond, Julien Duvivier
Produzione: ICHTYS FILM
Durata: 95
Interpreti: Harry Baur, Jean Gabin, Edwige Feuillère

La narrazione della Passione di Cristo, dal suo ingresso trionfale in Gerusalemme alla sua resurrezione e incontro con i discepoli in Galilea.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La Settimana Santa vista attraverso la meschinità e l’incomprensione degli uomni: il sinedrio, Giuda, Erode
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista francese Duvivier mostra una grande perizia nel realizzare un film corale: un film che collezione immagini di grande efficacia ma che non approfondisce il messaggio cristiano
Testo Breve:

La Passione di Gesù vista come un evento corale: le masse che lo acclamavano all’ingresso in Gerusalemme, quelle che lo dileggiano lungo la salita al Calvario. Un film fatto di sequenze indimenticabili, più da vedere che da meditare

“Ciò che tu voi fare, fallo subito” dice Gesù a Giuda nella sera dell’Ultima Cena. Giuda esce sulla terrazza e sta per allontanarsi ma poi si volta, con il presentimento che nella sala che ha lasciato sta per accadere qualcosa di importante da cui si è autoescluso. Dalla finestra che dà  sulla terrazza Giuda riesce a vedere Gesù circondato dai discepoli: non può sentire la sua voce ma vede i gesti solenni dello spezzare il pane e del bere il calice e porgerlo agli altri. Giuda scende al piano terra, dove vede Maria in serena compagnia con le altre donne. Evita di farsi vedere e si avvia verso il sinedrio tra i viottoli di Gerusalemme.. La ripresa è realizzata con un campo lunghissimo e possiamo vedere tutta la città all’imbrunire:il tempio in lontananza e poche luci che filtrano dalle case.

E’ questa una delle sequenze più suggestive ed originali di questo film del 1935, che inizia con l’entrata trionfale in Gerusalemme e si completa con l’incontro di Gesù resuscitato con Pietro sulla spiaggia del mare di Galilea.

Il film si allinea parzialmente alla tradizione dei film religiosi dell’epoca: non mostrare il volto di Gesù. Non è visto come protagonista assoluto, come avverrà più tardi nei kolossal degli anni ’50, ma, ancora in modo iconografico: una figura solenne alta più di tutti i discepoli, silenzioso e sofferente nei colloqui con Caifa, Pilato, Erode o mentre porta la croce.

Questo racconto della Passione si sviluppa come in un negativo. La Sua persona agita e scuote le forze collettive che gli stanno intorno: il popolo di Gerusalemme, il Sinedrio, i discepoli. E’ particolarmente curata l’evoluzione del pensiero del Sinedrio, il vero, discreto, motore propulsore  degli eventi che si susseguono. Sventato il rischio che venisse acclamato re dalla folla per scelta dello stesso Gesù, si accorgono che la cacciata dei mercanti dal tempo ha finito per gettare discredito su di loro. Decidono quindi di catturarlo con l’inganno, cercando un apostolo disposto a tradirlo. Appena avuta la certezza che Giuda potrà adempiere a questo scopo, vanno da Pilato per garantirsi un consenso preliminare per gli eventi che sarebbeo accaduti il giorno successivo. Catturato Gesù, di fronte alle incertezze di Pilato, iniziano a prezzolare la folla perché sostenga la proposta della crocifissione. A quel punto, di fronte a un Gesù sanguinante che trascina la croce  per le strade di Gerusalemme, si risveglia l’animo più oscuro della folla anonima che lo insulta e lo percuote, capace solo di comprendere chi ha vinto e chi è il perdente.. Sul Calvario, di fronte alle tre croci ormai erette, due sacerdoti possono concludere: “qualche donna e un contadino: ecco quel che gli resta.”

Realizzato in Algeria con oltre 20.000 comparse, il film ha il respiro grandioso dei campi lunghi e delle scene di massa. La poderosa porta d’ingresso in Gerusalemme, la mole maestosa  del tempio contrastano con il brulicare scomposto della  folla  con scene degne di Intolerance-1916 di D. W. Griffith.

Julien Duvivier mostra una grande padronanza del mezzo cinematografico e alterna i campi lunghi dove la folla è vista come un anonimo fiume in movimento ai primi piani dei loro volti, per darle vita e personalità. La cinepresa non è mai statica ma carrella veloce sulla folla in movimento enfatizzando l’esaltazione concitata di quegli uomini.

Jean Gabin veste i panni di un pragmatico Ponzio Pilato, iniziando con questo film una lunga collaborazione con Duvivier che culminerà con il film che garantirà a entrambi un ampio successo di pubblico: Il bandito della Casbah-1937.

Bravissimo Harry Baur nella parte di Erode:non un re-caricatura come si è visto in tanti film più recenti, ma un re cosciente del proprio potere con il pieno controllo dei suoi sudditi..Nella sua logica utilitaristica, se Gesù è un taumaturgo, deve mostrargli un miracolo sul momento; altrimenti sarà solo un millantatore. Cogliamo l’occasione per ricordare che Harry Baur, durante l’occupazione nazista della Francia, fu imprigionato perché accusato di essere ebreo. Torturato, fu poi rilasciato ma morì pochi mesi dopo per le ferite subite.

Golgota non è un film che approfondisce il messaggio cristiano mostrando la diffusione dei lieto annuncio e il racconto della Passione è allineata alla  iconografia classica.

 Ma  certe scene di massa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la folla che si accalca intorno a Ponzio Pilato, sono difficili da dimenticare

Il film è disponibile in DVD in italiano

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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