Film Oro

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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

DIO ESCE ALLO SCOPERTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/14/2015 - 21:24
 
Titolo Originale: Te puede pasar a ti. Capitulo 2
Paese: Spagna, Messico
Anno: 2012
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo
Produzione: Infinito mas Uno
Durata: 79

Rubén, fin da ragazzo, preferiva giocare con le sue amiche bambine; i giochi dei suoi compagni maschi erano per lui troppo violenti e subiva continue umiliazioni per i suoi atteggiamenti effeminati, finché ormai giovane-adulto, trasferitosi a Guadalajara e poi a Los Angeles, praticò attivamente l’omosessualità travestendosi da donna. Da ragazzo aveva sentito il richiamo della fede ma poi l’aveva abbandonata: era troppo arrabbiato con Dio per avergli reso la vita difficile a causa delle sue inclinazioni. Poi, finalmente, grazie anche a un’organizzazione cattolica, comprese la misericordia di Dio, la felicità di sentirsi amato da Lui: iniziò una nuova vita in castità, impegnato a trasmettere il suo credo ad altre persone nelle sue stesse condizioni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo con inclinazioni omosessuali cerca prima di vivere secondo il suo istinto ma poi abbraccia la fede cattolica, avendo pienamente compreso la misericordia e l’amore divino.
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni riferimenti ad ambienti di prostituzione potrebbero non essere indicati per i più piccoli. La produzione sconsiglia la visione ai minori di 16 anni
Giudizio Artistico 
 
Particolarmente coinvolgente la prima parte, che descrive l’esperienza di Rubén, più frammentata la seconda, con varie interviste e dibattiti
Testo Breve:

Anche chi ha inclinazioni omosessuali, è amato e atteso da Dio per essere accolto nella sua Chiesa. È la tesi sviluppata dal regista Cotelo, sostenuto da interviste a persone che hanno vissuto l’esperienza della conversione

La storia di Rubén è la storia di un lungo colloquio. Un colloquio tormentato, continuamente lasciato e poi ripreso ma mai chiuso. Un dialogo fra due persone eccezionali: fra Dio stesso e Rubén, unico agli occhi di Dio, un figlio bisognoso di amorevoli cure come tutti i figli. Tutto questo traspare nella lunga intervista che Rubén concede al regista Juan Manuel Cotelo e che impegna più della metà del film. La prima interruzione rabbiosa di questo colloquio si ebbe quando Rubén seppe di essere un bambino adottato e per questo smise di pregare e di partecipare alla messa. Diventato giovane-adulto, prese a frequentare luoghi dove poteva prostituirsi ma nonostante questo il colloquio continuava, anche se aveva assunto strane forme superstiziose e utilitaristiche: partecipare alla messa delle ceneri come auspicio di protezione divina nonostante la vita che faceva oppure, più tardi, frequentare un gruppo di preghiera per poter trovare, come contraccambio, un lavoro. Era sempre presente in lui la tentazione per una “ribellione definitiva”, quella prometeica di rinnegare il corpo ricevuto per trasformarlo, tramite ormoni, in ciò che voleva essere. Ma Rubén non compì quell’atto perché, nonostante tutto, quel colloquio, così tenue, così a lungo deformato, era la cosa più vera che riusciva a esprimere. Alla fine, dopo la partecipazione a un ritiro, dopo una lunga confessione, Rubén comprese di essere anche lui amato da Dio e oggetto della sua misericordia.

Questo bel racconto di conversione intorno a una problematica, oggetto oggi di dibattiti senza fine, si situa molto bene nella linea espressiva del regista spagnolo Juan Manuel Cotelo (è questo il suo terzo film distribuito in Italia) e negli obiettivi che si è prefissato tramite la casa di produzione Infinito Mas Uno: raccontare in modo facilmente comprensibile che Dio ama tutti, anche quelli che vivono in situazioni difficili e che attende la nostra conversione.

Nel 2010 uscì nelle sale cinematografiche il suo primo documentario, L’ultima cima. In un anno fu visto in 15 paesi da parte di milioni di spettatori, senza che fossero fatti investimenti in pubblicità. Il successo del documentario fece comprendere a Cotelo che era viva l’attesa, nel pubblico, di ascoltare chi potesse parlare di Dio in modo accessibile, anche nei difficili contesti odierni. Terra di Maria è stato il secondo film distribuito in Italia.

Pur affrontando temi diversi, questi film mantengono una certa omogeneità, costituita dalla presenza del regista come narratore. E’ lui che dà l’imprinting al lavoro con il suo tono calmo e tranquillizzante, con la sua capacità di usare parole semplici per esprimere concetti complessi. Nella seconda parte del film diventa lui il protagonista perché inizia a mostrare il filmato dell’intervista a Rubén ad altre persone con inclinazione omosessuale chiedendo loro cosa ne pensano. Si tratta di una fase più didascalica ma importante del film perché traspaiono, dalle risposte che Cotelo riceve, visioni contrastanti. In opposizione alla proposta di Rubén che ha sofferto perché sempre discriminato ma che poi ha trovato conforto nella religione, è possibile l’altra soluzione: che sia la società a “convertirsi” e accetti pienamente che chi ha questa inclinazione possa liberamente esternare i suoi amori, senza complessi di colpa. Allora non ci sarà bisogno di un Dio che non si vede, né di una Chiesa che condanna. In questi frangenti Cotelo è molto bravo perché ricorda che spesso noi abbiamo l’idea di un Dio che agisce come giudice severo, mentre Lui è misericordioso verso tutti e la Chiesa è un ospedale da campo che accoglie ognuno nell’abbraccio del Padre. (sarebbe interessante scoprire se è stato prima Papa Francesco o Cotelo a usare questa espressione).

La terza parte del film è più frammentata, si spezzetta in tante interviste di persone con inclinazione omosessuale che hanno abbracciato la fede e perseguono la virtù della castità, vivendo con il sostegno dell’organizzazione Courage.

Si tratta di una parte altrettanto significativa perché la conversione può essere l’evento di un attimo ma il conservarla e il rafforzarla dura tutta la vita. E’ importante non restare soli ma vivere una vita associativa dove si manifesti la solidarietà fra i partecipanti e ci sia modo di coltivare la propria spiritualità. E’ quello che fa l’associazione cattolica Courage, che è ormai presente in venti paesi nel mondo e che cerca di rendere tangibile la cura della Chiesa per questi figli di Dio..

Dio Esce allo scoperto, sarà disponibile nelle sale Italiane dal 4 novembre 2015 secondo un piano di proiezioni che sarà disponibile su: www.infinitomasuno.it. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TARDO AUTUNNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/15/2015 - 10:19
 
Titolo Originale: Akibiyori
Paese: Giappone
Anno: 1960
Regia: Yasujiro Ozu
Sceneggiatura: Yasujiro Ozu, Kōgo Noda, Mariko Okada
Produzione: Shochiku
Durata: 128
Interpreti: Setsuko Hara, Yôko Tsukasa,

Tre uomini si riuniscono per commemorare la morte del comune amico Miwa nel suo ottavo anniversario, assieme alla vedova  Akiko. Dopo la cerimonia, rimasti soli, ricordano che da giovani avevano spasimato per la bella Akiko e pensano che sia loro dovere trovare un giusto pretendente per sua figlia Ayako. La soluzione sembra a portata di mano perché conoscono Goto, un giovane impiegato modello della loro azienda ma Ayako rifiuta per principio la proposta, perché non se la sente di lasciare sola sua madre. A questo punto per i tre compari il problema risulta chiaro: bisogna prima riuscire a far risposare la vedova, così anche la figlia Ayako si sentirà libera di accettare Goto. Ma i tre non hanno fatto i conti con le due donne…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film assistiamo alla nobile contesa fra una madre vedova e una figlia, preoccupate, prima che di se stesse, della felicità dell’altra
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Attraverso una composizione accuratissima dell’immagine e un dialogo essenziale, il regista e sceneggiatore Yasujiro Ozu trova la sua perfetta forma stilistica per cogliere la finezza d’animo dei protagonisti
Testo Breve:

Una madre vedova e una figlia, nonostante l’insistenza di amici e parenti, decideranno di sposarsi solo quando sapranno con certezza che l’altra non resterà sola. Una storia di anime delicate raccontata dal maestro giapponese Ozu

Nel vedere un film di Yasujiro Ozu ogni spirito critico si acquieta, perché sappiamo già che non cercherà di colpirti con qualche forte emozione,  con una scena impressionante ma si presenta da subito come un manufatto  orientale cesellato con cura, che invita alla calma e alla riflessione Non siamo più abituati alla sensibilità d’animo che traspare dai protagonisti, perché ormai travolti e condizionati dall’espressionismo dei prodotti statunitensi, che mirano a colpire con dosi massicce di violenza, sesso, dove uomini e donne perdono facilmente il controllo in preda all’ira  o si lanciano nei nuovi straniamenti indotti dall’indifferenza sessuale (si veda il recente serial Transgender). Nel racconto della nobile contesa fra una madre vedova e una figlia, preoccupate, prima che di se stesse, della felicità dell’altra, Ozu non sviluppa un racconto individuale ma sociale. Nel microcosmo che ci rappresenta nessuno è mai lasciato da solo ma è la comunità dei parenti e degli amici che ha a cuore la felicità del singolo. Nel racconto di questo terz’ultimo film di Ozu, sono tre amici che si preoccupano che Ayako, che non ha più il padre, faccia un buon matrimonio. Con modalità che non possono che stupire noi occidentali, i pretendenti non si presentano mai da soli ma debbono venir introdotti da qualcun altro (meglio un parente della ragazza) che garantisca dell’onestà e della sincerità del giovane. Riaffiora in questo film un altro tema che sta a cuore a Ozu, quello del confronto generazionale: fra chi è nato prima della guerra, ancorato a tradizioni millenarie e le giovani generazioni ormai inserite in un processo di occidentalizzazione. In una sequenza esemplare, un’amica di Ayako, affronta risoluta i tre amici, molto più anziani di lei (situazione ancora inconcepibile in questo Giappone degli anni ’60), sgridandoli per aver dato per scontate delle decisioni che Ayako non aveva ancora prese. Alla fine però tutto si risolve “a la Ozu”: i quattro personaggi si seggono, iniziano a parlare con calma e alla fine un pranzo in comune suggella l’intesa raggiunta.

Ozu resta coerente, anche in questo film al suo linguaggio narrativo, articolato su pochi elementi. Riprese di campi lunghi vuoti e silenziosi, in interni o all’esterno, perfetti nella loro geometria, quasi a invitare lo spettatore, fra un dialogo e l’altro, a fermarsi a riflettere su ciò che sta accadendo. Incontri più intimi a due o allargati fra tre o quattro amici ma sempre in tono confidenziale, innestati In un meccanismo di rimbalzo: in un primo incontro vengono prese certe decisioni dai tre amici; in un secondo incontro queste vengono commentate, a mo’ di pettegolezzo, dalle loro mogli; nel terzo Ayako e Akiko discutono animatamente per i malintesi che si sono creati. Si sviluppa in questo modo un gioco lieve, con i toni della commedia, a cui non mancano momenti spiritosi, secondo uno stile che ricorda Ernst Lubitsch,

In un finale che non riveliamo prevale la malinconia, ma si tratta di una decisione adulta, di chi riconosce che il bello è ormai passato e che è inutile affannarsi per costruirsi un nuovo futuro. Si può intravvedere in questo qualche elemento autobiografico del regista, che decise di non sposarsi per stare vicino a sua madre.

In una delle sequenze iniziali, uno dei tre amici torna a casa dal lavoro. Si toglie la giacca e la butta per terra. Estrae dalla tasca il fazzoletto ormai usato che va a raggiungere la giacca mentre l’uomo si allontana. La moglie arriva con una stampella e diligentemente raccoglie giacca e fazzoletto. Forse inserita con tono polemico dal regista, questa sequenza non rappresenta il tipo di Giappone che dovemmo  imitare.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIAGGIO A TOKIO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/14/2015 - 16:23
 
Titolo Originale: Tokio monogatari
Paese: GIAPPONE
Anno: 1953
Regia: Yasujiro Ozu
Sceneggiatura: Kōgo Noda, Yasujiro Ozu
Produzione: Takeshi Yamamoto
Durata: 136
Interpreti: Chishū Ryū, Chieko Higashiyama, Setsuko Hara, Haruko Sugimura, Sō Yamamura

Giappone, inizio anni ’50. Molte famiglie stanno ancora cercando di superare i lutti che la guerra ha loro arrecato ma al contempo è ripresa tumultuosa l’industrializzazione del paese, soprattutto nelle grandi città. Shūkichi e Tomi Hirayama sono una coppia di settantenni che ha sempre modestamente vissuto in un piccolo centro nel Sud del Giappone e ora ha deciso di andare a Tokio, dove i loro figli si sono trasferiti, hanno messo su famiglia e hanno trovato un certo benessere. Trovano ospitalità prima da Koichi che è un pediatra e poi nella casa della primogenita Shige, che gestisce un salone di parrucchiere per donne. I rapporti sono formalmente corretti ma i figli sono troppo concentrati nei loro affari per potersi dedicare ai due anziani. Solo Noriko, vedova del secondogenito Shōji, morto in guerra, prende un giorno di permesso dal lavoro per accompagnarli in un giro turistico per Tokio. I figli pensano bene di mandare a loro spese i genitori a un centro di cure termali (evitando in questo modo di impegnarsi direttamente) ma l’albergo è frequentato soprattutto da giovani chiassosi e Shūkichi e Tomi decidono di tornare al loro paese. Resta nel loro cuore soprattutto l’affetto che ha loro dimostrato Noriko, anche se fra loro non c’è alcun legame di sangue. Il lungo viaggio di ritorno risulterà fatale per l’anziana signora..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dietro il confronto fra due generazioni, appare evidente che i valori familiari vanno posti al di sopra dell’inevitabile passaggio dalla tradizione alla modernità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista Ozu trova lo stile narrativo più idoneo per raccontare una storia di sentimenti e di valori umani eterni
Testo Breve:

Due anziani coniugi compiono un lungo viaggio fino a Tokio per andare a salutare i propri figli, prima che sia troppo tardi. Un confronto fra due generazioni messe di fronte a un’occidentalizzazione tumultuosa del loro paese, ma anche la conferma che i valori familiari non potranno mai venir trascurati

Viaggio a Tokio (Tokio monogatari), il capolavoro di Yasujiro Ozu, è al contempo molto giapponese, molto personale nello sviluppo narrativo ma anche assolutamente universale nei valori che esprime.

Valori universali che risultano tanto più veri quanto non dichiarati in astratto ma presentati in una realtà ordinaria, in questo caso quella giapponese e risultano evidenti e chiari proprio grazie al particolare stile narrativo adottato dal regista, uno stile contemplativo che pone lo spettatore nelle migliori condizioni per riflettere.

Lo spettatore occidentale può restare sorpreso nel vedere paesaggi e città del Giappone del primo dopoguerra: tante piccole case addossate una all’altra, strette fra le montagne e la costa ma anche ciminiere fumanti, simbolo delle nascenti periferie industriali; possono incuriosirci anche tanti particolari delle loro consuetudini, come quella di vivere senza sedie, accovacciandosi su di un tappeto per poter conversare oppure  il fatto che i figli non abbraccino i genitori quando li rivedono dopo tanti anni ma si limitino a un sorriso e a un inchino.

Sorprende anche la cerimonia nel tempio buddista per il funerale della madre: il silenzio del tempio è rotto da una nenia monotona e l’imperturbabilità degli astanti sembra richiamare quell’assorbimento nel nulla a cui tutti sono destinati; lo commenta anche il figlio Keizo, che ascoltando quella nenia “è come se la mamma si facesse più piccola, poco alla volta ”.

Ozu gestisce il racconto senza fretta, le parole di tutti sono pronunciate con calma, in modo che si abbia il modo di superare la gentilezza formale in cui sono avvolte, per cogliere le sfumature d’animo che restano sottese.. Le inquadrature, quasi sempre fisse, alternano le geometrie ordinate degli interni, con i campi lunghi delle riprese all’aperto, a volte per riprendere la ciminiera di una fabbrica, a volte per voler come annullare l’esistenza umana, mostrando a distanza piccoli uomini contro un cielo bruciato dal sole estivo.

Il contrasto fra i vecchi genitori e i figli che, lasciato il  paese natio, hanno trovato una buona sistemazione nella grande città, non tarda a rivelarsi. Shūkichi e Tomi si muovono all’interno di una tradizione millenaria e si aspettano che  i figli si prendano cura degli anziani genitori ma quando si accorgono che i figli li trascurano, non si lamentano, non ne fanno un fatto personale, ma sono  come rassegnati di fronte  ai tempi e ai costumi che cambiano.Loro hanno fatto questo viaggio quando si sentivano ancora in forze, prima dell’arrivo dell’oscurità, ma i figli non hanno questa proiezione sui ritmi lunghi della vita: si sono rinchiusi nel presente e si occupano dei genitori nella misura in cui questo non alteri il ritmo ormai consolidato dei loro impegni.

Diverso è l’atteggiamento di Noriko, la vedova del figlio morto in guerra, che dedica loro del tempo, mostra di occuparsi realmente delle loro necessità, senza secondi fini, guidata solo da una grande sensibilità umana. Anche i coniugi Hirayama finiscono per interessarsi soprattutto a lei, la invitano a risposarsi dopo otto anni di vedovanza, e quando Shukichi le regala, prima di partire, il suo orologio, questo diventa il simbolo del passaggio di testimone verso chi, anche fra le nuove generazioni, saprà preservare quei valori assoluti che lei ancora percepisce.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RUTH & ALEX - L'AMORE CERCA CASA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/23/2015 - 09:47
 
Titolo Originale: 5 Flights Up
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Richard Loncraine
Sceneggiatura: Charlie Peters
Produzione: LASCAUX FILMS, LATITUDE PRODUCTIONS,REVELATIONS ENTERTAINMENT
Durata: 92
Interpreti: Diane Keaton, Morgan Freeman, Cynthia Nixon

Alex e Ruth vivono da quarant’anni nella stessa casa a Brooklyn, da quando si sono sposati. Il palazzo non ha ascensore e Alex fatica ogni giorno a fare i cinque piani di scale. Decidono quindi di vendere il loro appartamento per trovarne un altro dotato di ascensore. Alex resta contrario: è un bravo pittore e dal terrazzo di quella casa ha dipinto negli anni tanti bei quadri, ma Ruth riesce a convincerlo e si affidano a Lily, una loro amica che di mestiere è agente immobiliare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due anziani coniugi che non hanno potuto avere figli, vivono uno per l’altra, agendo sempre per amore dell’altro
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film sin regge tutto sulla recitazione di Diane Keaton e Morgan Freeman mentre la sceneggiatura divaga troppo sui filoni secondari della storia
Testo Breve:

Il pretesto del film è la necessità di due coniugi di dover vendere la loro vecchia casa; il vero racconto invece verte tutto sulla grande forza del loro amore

Diciamo subito che il film è modesto. Un racconto semplice, che vive di poche cose: l’ansia di due anziani coniugi per dover lasciare la casa dove hanno vissuto per quarant’anni, la discopatia della loro cagnolina che deve venir sottoposta a un rischioso intervento chirurgico, la preoccupazione per ciò che sta accadendo a Manhattan: i telegiornali si susseguono in tempo reale per informare i cittadini sul rischio di un potenziale atto terroristico (si tratta di un sub plot che mal s’innesta nel racconto principale) . Perché quindi recensire questo film? Perché la coppia anziana è costituita da Diane Keaton e Morgan Freeman che sono assolutamente fantastici nel presentarci questi due coniugi nella perfetta complementarietà della loro unione. Alex è calmo e saggio, lei è impulsiva e appassionata: si conoscono troppo bene per  non stupirsi più delle piccole debolezze dell’altro e al contempo si sentono incompleti e insicuri se l’altra propria metà di loro stesi non dà un completo appoggio. Lui non vorrebbe cambiare casa ma non riesce a dire di no a Ruth che si è molto impegnata a questo progetto: Ruth ha avviato questa iniziativa non certo per se ma per evitare che il marito continui ad affaticarsi nel salire le scale. Ruth vorrebbe far operare l’anziana cagnolina anche se il costo è alto ma non  farebbe nulla senza l’approvazione del marito; Alex  sa che la cifra impegna seriamente il loro bilancio ma non riesce a dire di no a un desiderio di Ruth. Per ritrovare un’armonia simile, dobbiamo forse tornare ai primi 5 minuti  del cartone animato “UP quando ci viene raccontato senza parole la storia di Carl,  che già da ragazzino aveva conosciuto la simpatica vicina di casa Ellie, poi il loro matrimonio e la triste scoperta  dell’impossibilità di  avere figli, una vecchia passata dolcemente insieme, finché la morte di lei non li aveva separati. Qualcosa di simile ci viene proposto per Alex e Ruth: mentre partecipiamo alle loro peripezie nel cercare di vendere la loro casa e al contempo di trovarne una nuova, assistiamo con dei flashback ai momenti salienti della loro vita.  Le difficoltà di Ruth nel convincere i suoi genitori perché accettino che lei sposi un uomo di colore; il momento felice in cui entrano nella nuova casa; le ore passate in salotto quando lei posava per un nuovo quadro di suo marito ma anche il dolore per la scoperta di non poter avere figli.  Ora la loro vita è fatta di cose semplici ma trattate con cura: dalla coltivazione dei i fiori del terrazzo alle preoccupazioni per la malattia della cagnetta. Di fronte alle molte avversità che incontrano (i quadri di Alex vengono rifiutati perché non più di moda), loro rispondono sempre in un unico modo: cercare di restare coerenti con se stessi e onesti con gli altri, senza compromessi.

Un piccolo film semplice e delicato come sono delicati, nella quotidianità, le parole e i gesti dei due coniugi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA STORIA SBAGLIATA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/04/2015 - 16:37
 
Titolo Originale: Una storia sbagliata
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Gianluca Maria Tavarelli
Sceneggiatura: Angelo Carbone, Leonardo Fasoli, Gianluca Maria Tavarelli
Produzione: PALOMAR CON RAI CINEMA
Durata: 109
Interpreti: Isabella Ragonese, Mehdi Dehbi, Francesco Scianna

Stefania e Roberto sono due sposini siciliani sulla trentina, pediatra lei e militare di professione lui, innamoratissimi e felici. Il loro animo è però irrequieto: se da una parte sono intenti a costruirsi la loro casa, espressione di un avvenire stabile, dall’altra lui non riesce a stare a lungo fuori missione e accetta di tornare in Irak. Anche Stefania si ritroverà presto in Irak, per svolgere una missione umanitaria. Un viaggio che le farà conoscere gli orrori della guerra ma che diventerà per lei una scoperta di nuovi valori…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una sofferenza personale e la tragedia della guerra in Irak diventano per la protagonista una scuola di condivisione e di riconciliazione ma il desiderio di conoscere la verità a tutti i costi le fa compiere un atto che mette a rischio la vita di una bambina
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale, situazioni ad alta tensione drammatica
Giudizio Artistico 
 
Il film è diretto con grane professionalità. Isabella Aragonese conferma le sue capacità espressive, la sua delicatezza e sensibilità. Molto bravo anche Mehdi Dehbi nella parte della guida irakena
Testo Breve:

Due giovani sposi, lui militare di carriera e lei pediatra, si ritrovano coinvolti in modi diversi dalla guerra in Irak che finirà per diventare per lei una  scuola di maturità, di umanità e di condivisione. Isabella Aragonese in una parte di grande delicatezza e sensibilità

“Cos’altro vi serve di queste vite / ora che il cielo le ha colpite / ora che il cielo le ha scolpite”. Questi versi di Fabrizio De André, tratti dall’album Una storia sbagliata (1980), non sono estranei all’ispirazione che ha guidato Gianluca Maria Tavarelli nella scrittura e realizzazione del suo ultimo film, Una storia sbagliata appunto, in uscita in questi giorni. Le vite “colpite” e “scolpite” sono quelle di Stefania e Roberto, due sposini siciliani sulla trentina, pediatra lei e militare di professione lui, innamoratissimi e felici, immersi nel sole e nel mare di una Sicilia vitale ma anche ferita e problematica. Infatti la presenza del complesso petrolchimico di Gela, dove vivono i protagonisti, pur essendo una grande risorsa occupazionale rappresenta un’insidia permanente per la salute della popolazione. In primis dei bimbi, fra cui si registra, come dice Stefania parlando col marito, la più alta percentuale nazionale di malattie e malformazioni congenite. Non a caso lei è impegnata in prima linea, pure come volontaria, nella cura e assistenza dei bambini vittime in varie forme dell’inquinamento locale. In questa realtà contraddittoria i due giovani sono intenti a costruirsi il loro avvenire. Cercano casa, fanno i conti. In uno slancio di generosità Stefania si fa pagare addirittura il tfr anticipato per acquistare la sospirata casa dove mettere su famiglia. I due sono affiatatissimi, ma Roberto sembra esitante, distratto, è spesso agitato e a disagio. Ha partecipato da volontario a diverse missioni militari all’estero, il medioriente gli è entrato nel sangue. Soffre di “mal d’Irak” e muore dalla voglia di ripartire, come è successo altre volte. E’ il problema di Stefania, la sua pena ricorrente. Lei cerca di dissuadere il marito, gli prospetta come sempre i rischi a cui si espone. Inutile. Alla fine deve arrendersi e lasciarlo partire, pure stavolta. Per amore, per bontà, per debolezza, perché così è sempre stato con la guerra. Sono i ruoli fissi, per gli uomini e per le donne. Il peso della “storia sbagliata”.

Sulla seconda parte del film dobbiamo evidentemente glissare, per non far torto allo spettatore. Gli eventi prendono una piega più drammatica e insieme più universale, dove la vita a due si scontra e si mischia dolorosamente con la tragedia collettiva della guerra, con il sangue e con la morte. A un certo punto Stefania si ritrova pure lei in Irak, sulle orme del marito, spinta da una smania, un’esigenza confusa e insopprimibile di sapere, di vedere, di confrontarsi. E gradatamente il suo affannoso percorso laggiù la rivelerà a se stessa, le farà scoprire un nuovo orizzonte, la libererà dal dolore sterile, dalla solitudine e dalla disperazione. La guerra è disumana, mostruosa, vuole dirci Tavarelli, ma può anche essere educatrice. Una scuola di maturità, di umanità, di condivisione. E di riconciliazione. Che “colpisce” e “scolpisce”, per riprendere De Andrè.

Questo il messaggio altissimo di Una storia sbagliata, diretto con maestria, montato a regola d’arte (ieri e oggi si alternano di continuo) e interpretato benissimo dai protagonisti e dagli altri attori. Isabella Aragonese conferma le sue straordinarie capacità espressive, la sua delicatezza e sensibilità. Francesco Scianna è un efficace e credibilissimo giovane marito meridionale, col cuore diviso fra l’amore per la bella moglie e l’insoddisfazione, il male oscuro che lo morde dentro. Bravissimo anche Mehdi Dehbi, il ragazzo irakeno che “coopera” incisivamente con la guerra (se così possiamo dire!) per aprire a Stefania gli occhi sul dolore-degli-altri. Accanto alla nobiltà dei valori espressi dal film va sottolineata l’assenza di volgarità e di sesso esplicito

Autore: Mario Spinelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOM'S NIGHT OUT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/19/2015 - 22:27
 
Titolo Originale: Mom's night out
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Andrew Erwin , Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Andrea Gyertson Nasfell
Durata: 98
Interpreti: Sarah Drew, Sean Astin, Patricia Heaton

Allyson è una casalinga che si deve occupare dei tre figli piccoli, mentre il marito è spesso in viaggio per lavoro. A causa dei numerosi guai che combinano i suoi tre pargoletti, Allyson crede di non riuscire a fare niente bene ed è alquanto depressa. Cerca di scrivere un blog per distrarsi ma non riesce a concentrarsi. Alla fine decide di concedersi un sabato sera tutto per se uscendo con altre due amiche: Sondra, moglie di un pastore evangelico, che ha una ragazza adolescente e Izzy che ha un marito poco adatto a badare ai figli. Allyson esce di casa senza troppa convinzione e in effetti, i tre mariti rimasti a casa non sono all’altezza del loro compito. Anche le tre donne finiscono per mettersi nei guai perché si sono messe in testa di aiutare l’amica Bridget, la quale deve lavorare anche di sera e ha lasciato suo figlio in custodia al suo ex fidanzato, che ha sua volta lo ha lasciato in un locale per tatuaggi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il mestiere di mamma è difficile e logorante ma il suo valore è incommensurabile
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Erwin si lanciano con un buon ritmo nel genere commedia demenziale. Peccato che la figura della protagonista riproduca un modello femminile ormai obsoleto
Testo Breve:

Tre madri casalinghe provano a svagarsi un sabato sera lasciando i figli in custodia ai loro mariti. Tutto andrà storto. Una commedia sopra le righe divertente ma il personaggio della protagonista non è convincente. In DVD in italiano

I primi 20 minuti di questo film faranno sicuramente arrabbiare molte donne.

La protagonista, Allyson, si sente una casalinga depressa e fin qui niente di nuovo, ma il modo con cui viene descritta risulta un cumulo di ovvietà, espressione di uno stereotipo che sembrava ormai superato: quello della donna insicura, sopraffatta dai mille impegni quotidiani, che teme di non essere all’altezza del suo compito di madre, maniaca delle pulizie di casa e bisognosa delle braccia forti e rassicuranti del marito-vero uomo. Anche la descrizione dei figli pestiferi è priva di personalità: un accumulo di ovvietà del tipo mettersi a disegnare sui muri o giocare a fare i cuochi in cucina.

Le altre donne di questo disastroso saturday night sono leggermente più realistiche, come Sondra, la moglie del locale pastore evangelico, che deve contenere le insistenze della figlia adolescente desiderosa di partecipare a un rave oppure come Bridget, ragazza madre, che ha accettato un lavoro serale in un locale di Bowling e non sa a chi affidare il suo bambino.

Per fortuna il film ha il piglio di una comicità demenziale, non si prende molto sul serio e si muove brioso fra un disastro e l’altro, fino all’inevitabile lieto fine.

 Questo film, presentato nelle sale statunitensi a maggio del 2014, è ora disponibile in DVD in italiano è stato etichettato come Christian movie. In effetti i registi sono i fratelli gemelli Andrew e Jon Erwin, dei quali abbiamo già presentato Fireprof, October Baby, Facing the Giants, Flywhell. In particolare Courageous aveva già affrontato il tema della paternità, mostrando, nelle storie parallele di quattro famiglie, gli effetti deleteri della mancanza della figura paterna. Era quindi ormai tempo di affrontare il tema, molto ampio  ma entusiasmante, della maternità in un’ottica cristiana.

A differenza di Courageous, che non era riuscito ad evitare un certo tono predicatorio, qui il tema della fede ben si armonizza con il contesto narrativo e si arriva al punto focale del film in modo insolito, attraverso un colloquio disteso fra Allyson e Bones, un gigante pieno di tatuaggi che cavalca una Harley Davidson ma buono di natura. Ad Allyson che si sente una fallita in tutto, Bones ricorda che tutti trovano il loro posto nella creazione, dagli uccelli che fanno il nido sui rami degli alberi alle aquile che volano fra le cime più alte e che Dio si prende cura di tutti: bisogna semplicemente essere se stessi, senza criticarsi continuamente e lasciare che Dio faccia il resto. Alla fine Allyson non modificherà la sua vita ma imparerà a scoprire la bellezza delle piccole cose di ogni giorno nell’educazione dei suoi figli.

Il tema della maternità e in generale della vita di famiglia oggi è quanto mai ampio ma non sembra interessare i media, se non casi isolati come questo. Si potrà obiettare che la realtà più frequente oggi sia quella di un padre e una madre che lavorano entrambi e rischiano e di non riuscire a prendersi cura a sufficienza dei figli; che le donne d’oggi non sono così incerte e lamentose come la protagonista di questo film, ma sanno affrontare con coraggio le loro responsabilità familiari. Tutto vero, ma in fondo non sono stati certo più realisti altri lavori come la fiction Desperate Housewives dove il problema principale delle protagoniste era decidere chi avrebbero ospitato nel loro letto quella sera o Modern Family, che si divertiva a mostrare come la famiglia sia ormai diventata un aggregatore dalle forme e dai confini molto incerti.
Alla fine l’espressione “la mano che fa dondolare la culla è la mano che governa il mondo” detta alla fine del film è forse un po’ enfatica ma neanche falsa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TEMPO INSTABILE CON PROBABILI SCHIARITE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/03/2015 - 12:18
 
Titolo Originale: tempo instabile con probabili chiarite
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Marco Pontecorvo
Sceneggiatura: Marco Pontecorvo, Roberto Tiraboschi
Produzione: MARCO VALERIO PUGINI, UTE LEONHARDT PER PANORAMA FILMS, RAI CINE
Durata: 100
Interpreti: Luca Zingaretti, Pasquale Petrolo, Carolina Crescentini, John Turturro

Giacomo ed Ermanno fanno parte di una cooperativa delle Marche che produce mobili. La fabbrica è in crisi e c’è il rischio che le banche chiudano il credito. Una sera Giacomo e Lillo stano cercando di sotterrare dei residui tossici quando si accorgono che dal fosso creato sta emergendo del petrolio. Giacomo è deciso a impiantare una trivella, anche se i costi sono molto alti, mentre Lillo decide, con il resto della cooperativa, di boicottare l’iniziativa perché ecologicamente rischiosa. I due amici si trovano così su due fronti opposti..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra padri e figli, un’amicizia che è a di sopra di qualsiasi conflitto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La soluzione di affrontare temi seri ridendo convince parzialmente perché l’approccio adottato, semplice e quasi ingenuo, finisce per trasferire lo spettatore in una favola lontana da riferimenti reali. La sceneggiatura ha un approccio troppo macchiettistico nei confronti di alcuni personaggi
Testo Breve:

Una fabbrica marchigiana di mobili, nel culmine della crisi economica, rischia di fallire. Le sue sorti potrebbero  cambiare  grazie alla scoperta di un giacimento di petrolio o più probabilmente per merito dell’inventiva delle nuove generazioni. Si ride con molta semplicità.

Ogni lunedì, il lavoro in fabbrica viene sospeso perché bisogna controllare alla televisione i risultati dell’estrazione del Lotto. Ogni membro della cooperativa compra ogni settimana un biglietto: è il metodo che hanno escogitato per tentare di risollevare le sorti dell’azienda. Procede in questo modo il secondo film di Marco Pontecorvo, che trae spunto dall’attuale situazione economica italiana ma la rivisita con uno sguardo surreale. Anche l’altro tema che viene sviluppato, il confronto generazionale fra padri e figli adolescenti, viene reso cinematograficamente nel modo più fantasioso. Tito, il figlio di Ermanno, è appassionato di fumetti manga; per il padre è solo un perdigiorno e gli impone di venire a lavorare in fabbrica.  Nella fantasia del ragazzo tutto si trasforma in una sfida all’ultimo sangue fra lui, giovane guerriero samurai e un mostro gigante che parla un perfetto accento marchigiano (nel film compaiono numerosi inserti animati in stile manga). Anche l’ingegner Lombelli (John  Turturro ), l’italo-americano esperto  di estrazioni petrolifere, è un tipo insolito. Si muove con la signorilità di un nobile d’altri tempi, che ammannisce a tutti pillole di saggezza sul petrolio, che va trattato con delicatezza, come se si trattasse di una donna.

Questa ed altre macchiette presenti nel film rendono il racconto lieve e spumeggiante con uno stile che può ricordare quello di Ernst Lubischt. Un riferimento che però ci costringe a fare dei distinguo: Lubischt lavorava con sceneggiature di ferro, mentre in questa fotografia dell’Italia di oggi, la levità scivola in semplice qualunquismo (le tasse esose, la burocrazia lenta,  la moltiplicazione di negozi di cineserie, un sindacato ormai revisionista) e manca il sostegno di una trama robusta. Il conflitto fra Giacomo ed Ermanno, il primo più pragmatico e propenso ai compromessi, il secondo più idealista, irrigidito in schemi che rimandano ai tempi dei conflitti di fabbrica, alla fine mostra la corda perché ripetitivo e poco approfondito.

Restano al contrario ben espressi molti valori: l’amicizia fra i due protagonisti, che è più salda di qualsiasi barricata ideologica, l’esistenza di un  rapporto fecondo e costruttivo fra padri e figli (la parte più fresca e originale del film).  Saranno proprio i figli a traghettare i padri verso nuove soluzioni, nuove visioni della vita.  Alla fine tutti i conflitti si risolvono perché nessuno è veramente cattivo e tutti sanno ritrovare ciò che li accomuna piuttosto che ciò che li divide. La testa del mostro manga, definitivamente sconfitto, rotola per terra davanti alla fabbrica riconciliata. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DESIRE OF THE EVERLASTING HILLS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/08/2015 - 14:53
 
Titolo Originale: Desire of the Everlasting Hills
Paese: USA
Anno: 2014
Produzione: Courage International
Durata: 60

Tre persone con inclinazioni omosessuali raccontano la loro storia

Rilene, vissuta in una famiglia di fede cattolica, laureatasi con successo, non aveva mai avuto storie con dei ragazzi pur desiderandolo e aveva finito per dire sì a una proposta  di vita in comune con un’altra donna. Dopo 25 anni di serena convivenza arrivò per entrambe un tracollo delle loro finanze e al contempo un raffreddamento della loro relazione. Rilene  è ora tornata a   frequentare la chiesa cattolica ed ha  accudito fino alla fine la sua ex compagna, a cui era stato diagnosticato un cancro.

Paul  scoprì la sua omosessualità fin dall’adolescenza. Si recò quindi a New York , dove era molto richiesto come modello, per vivere la vita dei locali gay, senza negarsi alcuna esperienza sessuale. Iniziò poi una lunga convivenza e recentemente ha scoperto  con sollievo di essere  scampato all’AIDS che aveva falciato tanti suoi vecchi amici di New York. Un giorno per caso ascoltò alla TV un discorso di Madre Angelica. Le sue parole lo fecero riflettere e decise di andare a confessarsi dopo 35 anni. Adesso vive in castità con il suo compagno.

Dan non aveva mai smesso di credere nell’esistenza di Dio ma aveva provato rabbia nei suoi confronti quando aveva scoperto le sue inclinazioni omosessuali: le considerava una forma di ingiustizia. Da quel momento aveva deciso di non negarsi niente anche se gli restava sempre nell’anima un senso di vergogna per ciò che faceva.  A un certo punto della  vita sentì il desiderio di metter su famiglia e  aveva trovato una ragazza con cui poteva iniziare una relazione. Il compagno di quel momento aveva compreso le sue esigenze e aveva accettato la separazione. Dan scoprì in seguito che la ragazza non desiderava avere figli e dopo un anno si trovò completamente solo. Grazie alla lettura  di testi di patristica si è riavvicinato alla fede  ed ora ha finalmente trovato la pace e la serenità che cercava. 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre persone, dopo una vita passata a cercare se stessi, si ritrovano la pace solo quando accettano di sentirsi figli di Dio
Pubblico 
Adolescenti
Qualche parte del racconto potrebbe risultare scabrosa per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Sono stati bravi i realizzatori delle interviste nel portare a galla un ritratto vero, anche se crudo, dei tre protagonisti
Testo Breve:

Documentario/intervista di tre persone con inclinazione omosessuale che avevano inizialmente ritenuto giusto seguire i propri istinti ma che poi, con la maturità, hanno riflettuto sui veri valori da perseguire ed hanno trovato la loro felicità all’interno della Chiesa Cattolica

Questo documentario/intervista, prodotto da Courage International, è un inno al sacramento della confessione.

Tre persone, due uomini e una donna fra i quaranta e i cinquant’anni, con molte esperienze disordinate sulle spalle, sentono  il bisogno di ritrovasi in pace con Dio (tutti e tre, in modi diversi, avevano da ragazzi conosciuto la fede). Sentono il forte desiderio di accedere di nuovo all’eucarestia e capiscono, non certo per obbligo, ma per un moto spontaneo della loro anima, che ciò non può accadere se prima non si liberano del peso che si portano dentro.  Paul non sa neanche da dove incominciare e il sacerdote lo guida lungo la lettura dei dieci comandamenti. Anche a Rilene accade qualcosa di simile: non si confessava da almeno 35 anni e inizia a rivisitare con il sacerdote i comandamenti uno ad uno. La loro voce si incrina nel ricordare quei momenti: la commozione sale perché quella confessione fu fondamentale per trovare quella pace e quella serenità che cercavano da tempo.
Questo lavoro è sostanzialmente diverso dal precedente The Third way: anche in quel caso c’erano uomini e donne con inclinazione omosessuale che dichiaravano di aver trovato nella fede cattolica la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando, ma gli interventi aggiunti di sacerdoti e teologi tradivano la voglia di dimostrare, di sostenere una tesi.  In questo nuovo documentario ci si attiene ai fatti nudi e crudi che scaturiscono dal racconto dei tre testimoni (una voce in sottofondo pone loro delle domande) e il fatto che per più di due terzi dell’intervista, con brutale onestà,  raccontino la loro vita da omosessuali attivi, contribuisce a farceli conoscere in modo più intimo e alla fine, quando il riavvicinamento alla fede arriva per tutti e tre, risultano  più convincenti e persuasivi  di qualsiasi argomentazione parlata e non vissuta.

Anche se più volte i protagonisti ribadiscono che il loro caso è squisitamente personale, molte sono le riflessioni che scaturiscono da queste tre storie.

Tutti e tre avevano abbracciato all’inizio un’ideologia affermativa (il disagio che percepivano nella loro condizionecome frutto dell’interiorizzazione dell’omofobia esistente nella società) e Dan in particolare era arrivato ad odiare Dio che per lui era solo un burattinaio crudele che tirava i fili della sua esistenza,  ma qualcosa di incompiuto restava nel fondo delle loro anime durante il periodo in cui furono omosessuali attivi.   Dan aveva sempre desiderato, in cuor suo, metter su famiglia; Rilene, raggiunti i 50 anni , aveva sentito un certo rammarico per non esser potuta diventare madre; solo Paul si sentiva pienamente appagato nel vivere la vita scintillante e alla moda della New York gay degli anni ’80.

Poi, qualcosa accadde nella loro vita e dobbiamo riconoscere che tante storie di conversione iniziano con un evento scioccante che innesca un periodo di riflessine: Rilene e la sua compagna ebbero un tracollo finanziario; Dan si trovò solo dopo il tentativo fallito di trovare una donna con la quale potesse costruirsi una famiglia. Paul ebbe invece una notizia positiva che fu ugualmente rivelatrice: a differenza di tanti suoi amici che aveva visto morire, lui non era stato infettato dall’AIDS. Fu per loro l’occasione per fare un bilancio della loro vita e discernere ciò che di buono e di brutto c’era stato.

All’inizio abbiamo detto che il documentario appare un inno al sacramento della confessione ma c’è un secondo tema dominante che percorre tutti e tre i racconti: il bisogno umanissimo, non conta se si è omosessuali o eterosessuali, di amare e di essere amati, il desiderio di conoscere e venir conosciuti in intimità da un’altra persona. Nelle testimonianze che ci vengono fornite, nel momento della conversione c’è la voglia di perseguire l’obiettivo della castità ma al contempo nulla di ciò che di umano c’èra stato nelle relazioni  precedenti viene rifiutato.

Rilene, quando scopre che la donna che era stata sua compagna di vita per 25 anni, è affetta da cancro, torna da lei e l’accudisce fino alla fine; Paul non vuole abbandonare il suo compagno con cui convive da 24 anni e gli propone di restare nella stessa casa in castità. Dan ricorda la generosità e il vero affetto espresso dal suo precedente compagno che di fronte alla sua dichiarazione di volerlo lasciare per costruirsi una famiglia con una donna, accetta la situazione perché questo sarebbe stato per lui un vero bene.

Questo atteggiamento positivo che scaturisce dalle loro storie è risultato determinante: la castità non è stata vista come costrizione negativa ma affermazione positiva per continuare ad accedere a quell’altra variante dell’amore che è l’amicizia, con la quale tutti e tre possono continuare a conservare ed accrescere, inserendoli in modo armonico nel credo della fede cattolica, quei valori umani che avevano già scoperto.

Resta un senso di incompiutezza alla fine del documentario (come era accaduto anche nel precedente The Third Way) perché manca un terzo elemento: la comunità. Il documentario ci ha raccontato tre belle conversioni ma poi? I nostri tre, come riusciranno ad alimentare la loro vita spirituale e di carità? Che tipo di supporto stanno ricevendo?  Il documentario è stato promosso da Courage International  ma non viene fatto alcun cenno ai suoi programmi di catechesi e alle tavole rotonde che organizzano fra persone che manifestano problemi comuni.

In una sequenza si vede Rilene che mette in ordine dei vasi sacri. Si arguisce che svolge la funzione di accolita della sua parrocchia ma nient’altro di più. Si intuisce che i tre testimoni hanno parlato della loro esperienza in un convegno Courage ma ogni sequenza è stata controllata in modo che non si veda nessuna persona del pubblico per conservare la loro privacy, secondo lo spirito del movimento.

Chi si pone l’obiettivo di una vita casta ha bisogno, nel mondo d’oggi, di un grande sostegno spirituale e di sentirsi vivo all’interno di una comunità, dove il suo impegno possa venir riconosciuto e apprezzato. Non resta che auspicare che nei prossimi documentari ci possa essere più trasparenza e in particolare che iniziative del genere diventino una realtà anche in Italia.

Rilene conclude il bel racconto del suo rientro nella Chiesa Cattolica con un:

“I'm safe, I'm home!”

Il documentario è disponibile gratuitamente in Internet in lingua inglese. Al momento  sono disponibili solo sottotitoli in spagnolo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TERRA DI MARIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/03/2014 - 23:31
 
Titolo Originale: Mary's Land
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Simona Puscas
Durata: 111
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Carmen Losa, Emilio Ruiz, Luis Roig, Lucía Ros, Elena Sánchez, Cristina Ruíz, Rubén Fraile, Clara Cotelo.

Un agente spagnolo viene incaricato da un’organizzazione segreta di indagare sul fenomeno incredibile del cristianesimo. Cosa spinge milioni di persone – si chiede turbato il capo della Spectre iberica che gli commissiona l’inchiesta – a credere che esista un Dio creatore, che la vita dell’uomo abbia un senso e che, addirittura, ci sia una vita dopo la morte? Carico di queste domande, l’agente segreto attraversa i continenti alla ricerca di persone che affermano di aver avuto esperienze di conversione. Sono matti? Sono dei visionari? Sono tutti complici di un gigantesco complotto? Se ci fosse invece qualcosa di vero – questa è la domanda cui non si può non rispondere – come cambierebbe la storia dell’umanità?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Terra di Maria è un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Nel film si parla in maniera diretta di argomenti come satanismo, aborto, prostituzione… per cui, anche senza immagini sconvenienti e impressionanti, è sconsigliabile la visione ai bambini.
Giudizio Artistico 
 
La forza del film sta nelle parti in cui il regista Cotelo abbandona la fiction per il documentario. Poco riuscite invece le sequenze cosmogoniche e le sacre rappresentazioni illustrate per immagini
Testo Breve:

Un ipotetico agente segreto raccoglie testimonianze per comprendere perché tanta gente crede in Dio. Un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo.

“Tutti siamo coscienti della dimensione pagana della cultura in cui viviamo, una cosmovisione che indebolisce le nostre certezze e la nostra fede. Quotidianamente siamo testimoni del tentativo dei poteri   di questo mondo per esiliare il Dio vivo e supplirlo con gli idoli alla moda. Vediamo come l’abbondanza di vita che il Padre ci offre nella redenzione è soppiantata dalla giustamente chiamata ‘cultura della morte’. Costatiamo anche come l’immagine della Chiesa sia deformata e manipolata dalla disinformazione, dalla diffamazione e dalla calunnia, e come i peccati e le mancanze dei suoi figli vengano sbandierati nei mezzi di comunicazione come prova che Essa non può offrire nulla di buono. Per i mezzi di comunicazione la santità non fa notizia, sì invece lo scandalo e il peccato. Chi può lottare da pari a pari in questa situazione? Qualcuno di noi può illudersi di poter fare qualcosa che con mezzi meramente umani, con l’armatura di Saul? (cfr. 1 Sam 17, 38-39)”. Questa lunga citazione di una lettera dell’allora cardinale Jorge Maria Bergoglio – datata 29 luglio 2007 e rivolta ai sacerdoti e ai consacrati dell’arcidiocesi di Buenos Aires – serve a capire il film di cui andiamo a parlare e tutto il cinema di Juan Manuel Cotelo. 

C’è il cinema e ci sono i film. Terra di Maria non ha molte possibilità di entrare nella storia della settima arte ma, dato che il suo autore non nutre alcuna ambizione in questo senso, potremmo anche smettere di parlarne in questo istante. Il dovere professionale, però, ci impone senz’altro di fare dei distinguo e in questa sede – per dare a Cesare ciò che è di Cesare – li facciamo pure, consci che, se un film come questo ha bisogno di essere contestualizzato, non significa che allo stesso tempo non meriti comunque di essere visto e soprattutto consigliato. C’è il cinema, dicevamo, quello dei Fellini, dei Kubrick, dei Tarkovskij, e ci sono film come questo: un oggetto strano, che spiazza i critici perché è difficile da recensire (e forse basterebbe questo a fargli meritare un’occhiata): di fronte a Terra di Maria, infatti, si è tentati – forti di mille visioni, mille libri, mille studi – di obiettare qualcosa: “sì,ok, ma il cinema è un’altra cosa… l’arte è un’altra cosa”. L’obiezione più sensata, forse, sarebbe quella di ammettere che la fede al cinema può trovare forme anche migliori di questa; che cioè la possibilità che un film faccia sentire lo spettatore abbracciato dall’amore di Dio non esclude l’arte cinematografica, al suo grado più alto di eccellenza, come mezzo di comunicazione. Senza andare troppo indietro nel tempo, e senza neanche scomodare i “mostri sacri” del cinema, film recenti come The Tree of Life e Uomini di Dio – realizzati, tra l’altro, da autori non cattolici – hanno saputo parlare al cuore e alla ragione dell’uomo di fede tanto quanto a quelli esteta e del cinefilo.

Juan Manuel Cotelo – che con L’ultima cima aveva conquistato gli schermi spagnoli e italiani con la storia di un sacerdote “eroe del quotidiano” – non è un regista da Oscar ma i suoi meriti vanno ben oltre le glorie terrene dei premi e delle gratificazioni. Terra di Maria è un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo. Lo vedano i sacerdoti, i catechisti e i responsabili dei cineforum cattolici, e valutino se non è questa visione più appagante di quella di tanti film anti-cristiani o anti-religiosi che compaiono in molte nostre rassegne parrocchiali perché magari “hanno a che fare con il cristianesimo” (di volta in volta bisognerebbe chiedersi quale sia il vero messaggio promulgato dai vari Ermanno Olmi, Nanni Moretti, Marco Bellocchio…). Alla luce di questo, abbiamo un unico consiglio da dare al regista (proprio per non fargli perdere il confronto, sul terreno dell’arte cinematografica, con gli autori di cui sopra, che non saranno ortodossi ma restano grandi cineasti): si fidi fino in fondo del suo coraggio, degli incontri che ha fatto, della profondità teologica di cui è capace e della bellezza che salverà il mondo. Lasci perdere, invece, le sequenze cosmogoniche e le sacre rappresentazioni (illustrare per immagini la creazione dell’universo subito dopo The Tree of Life e Noah costringe a fare impietosi paragoni; dare un volto a Gesù è una sfida complessa e grandiosa che non si può risolvere con un attore qualunque…). Le critiche finiscono qui. La cornice narrativa, in cui l’agente segreto viene spedito ai quattro angoli della terra a investigare sul cristianesimo, gioca su una trovata simpatica e provocatoria. La forza del film, però, sta nelle parti in cui Cotelo abbandona la fiction per il documentario. Sarebbero bastate queste sequenze, quelle in cui i “testimoni” si raccontano, a fare di Terra di Maria un film imperdibile.

A Londra Cotelo incontra l’imprenditore newyorchese John Rick Miller, per 25 anni consigliere del governo degli Stati Uniti, un presente da apologeta a contraddire un passato da ateo militante. Da giovane aveva l’orticaria solo a sentir parlare di Chiesa Cattolica. Oggi Miller, fondatore della For the Love of God World Wide (Missione per l’Amore di Dio nel Mondo, diffusa in 350 città di 21 diversi Stati), incontra i leader mondiali a propone loro di consacrare i loro Paesi a Gesù e alla Madonna. A Bogotà, invece, il regista-agente segreto si fa raccontare dalla modella Amada Rosa Pérez il suo incredibile percorso di conversione: Amada è una donna attraente che, divenuta da giovanissima una modella di successo, ricorse tre volte all’aborto per non permettere alla novità di un figlio di cambiarle una vita che sembrava perfetta. “Mi dissero – racconta – che avere dei figli avrebbe rovinato la mia carriera, ma non mi parlarono delle terribili conseguenze che derivano dall’ucciderli”. Amada cerca in tanti modi di vincere la disperazione che dal fondo del suo cuore stava iniziando a dominarla finché un giorno, dopo anni che non succedeva, entrò in una chiesa. Da quel giorno inizia tutta un’altra storia, un’altra vita.

A Guadalajara (Messico) l’infermiere geriatrico Salvador Íñiguez passa le notti frequentando i bordelli, mettendo prostitute e travestiti di fronte a una domanda: “Quanto prendi, sorellina? Così poco? Nessuno ti ha mai detto che vali tutto il sangue di Cristo?”. Salvador ha con sé copie della Bibbia e corone del Rosario che elargisce con generosità, insieme a parole appassionate. Non giudica quelle persone sentendosene superiore ma non retrocede di un passo per annunciare loro la Verità del Vangelo. “Dio non ha figli preferiti – spiega a Cotelo – né speciali. Gesù non viene a giudicarci ma ci mostra un amore incondizionato. Non voglio che queste persone muoiano senza saperlo”. Francisco Verar – per restare in Sudamerica – è un sacerdote “nato per miracolo” (sua madre, che dopo dodici anni di matrimonio non aveva ancora avuto la gioia di un figlio, fu dichiarata sterile dai medici. Una preghiera alla Madonna fu la migliore cura per la fertilità). Don Francisco fu chiamato da Dio a costruire una missione in un angolo della giungla di Panama, dove dedicarsi ai poveri, alle donne e ai bambini che avevano subito abusi di ogni genere. Migliaia di persone beneficiano del suo aiuto e riescono, partendo da quest’angolo sperduto del pianeta, a ricominciare una vita. Qual è il segreto di don Francisco? “La Cristo-terapia”: sia don Francisco sia i suoi protetti trascorrono ore davanti al Tabernacolo in adorazione dell’Ostia consacrata. “Io non faccio niente, la colpevole di tutto è Maria”. Altro che piani pastorali e convegni…

Dalle periferie al centro dell’Impero, Cotelo va a Washington e accoglie la terribile testimonianza del dr. John Bruchalski, un medico che ha speso anni praticando aborti, nella convinzione di aiutare le persone. “Eppure aumentavano le infezioni, le depressioni, le famiglie distrutte… Mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato, perché i farmaci più prescritti al mondo sono gli antidepressivi”. John vive due esperienze mistiche fortissime – “mi si presentò una donna dicendo di essere la Madre di tutti gli uomini e mi chiese: perché mi stai ferendo, John?” – dopo le quali smise immediatamente di praticare aborti per offrire la sua esperienza e la sua professionalità a servizio della vita. Da Washington a Las Vegas, Cotelo incontra Lola Falana, attrice e ballerina costretta da anni per una malattia su una sedia a rotelle: la fine della sua carriera come ballerina ma l’inizio di una vita completamente nuova. Lola spalanca una porta che aveva sempre tenuto serrata e Dio entra nella sua quotidianità. “Se potessi parlare al mondo per un attimo, direi solo: sveglia! Gesù ti guarda ogni secondo della tua vita e aspetta solo che tu Gli dica una cosa: grazie per amarmi così tanto”.

Seguendo le tracce fornitegli dagli incontri con queste persone, lo 007 della fede arriva a Mostar, dove incontra Filka Mihalj, un’altra donna che ha sperimentato ogni tipo di piacere fine a se stesso fino alla rivoluzione della fede che le ha cambiato l’esistenza. Decisivo l’incontro, in un villaggio della ex Jugoslavia, con alcuni bambini che sostenevano di parlare con la Vergine Maria. “Dicevano di conoscere un modo infallibile per ritrovare la pace. Sembrava una pazzia ma invece…”. Che non fosse una pazzia lo conferma l’italiana Silvia Buso, una ragazza di Padova che a Medjugorje ha ritrovato l’uso delle gambe ma solo dopo aver chiesto il “vero miracolo”, quello di ritrovare il sorriso dopo che una malattia ne aveva costretto il fisico atletico sulla sedia a rotelle e piagato da feroci crisi epilettiche. L’indagine di Cotelo termina a Medjugorje – “Il centro spirituale del mondo”, secondo una confidenza di Giovanni Paolo II – ma da lì riparte per allargare la ricerca al mondo intero. La Chiesa non si è ancora espressa sull’autenticità delle apparizioni (di fatto non può finché esse sono in corso e per il responso bisogna attendere che terminino) ma i passaggi di Terra di Maria che più colpiscono, emozionano e provocano sono proprio quelli in cui parlano i fatti.

Un film per alcuni o per tutti? Juan Manuel Cotelo non ha dubbi: Terra di Maria è un film per tutti. Qualcuno potrà disprezzarlo o non prenderlo sul serio ma potrebbero essere proprio questi destinatari inconsapevoli i primi a beneficiare della sfrontatezza (anche estetica) di questo regista spagnolo che non ha paura di essere preso per matto. Ricordate il personaggio di Johannes in Ordet di Carl Theodor Dreyer? È quello a cui nessuno dà retta ma è anche colui che alla fine permette il compiersi di un miracolo. Un capovolgimento narrativo spiazzante, oltre che per i personaggi di quel film, anche per lo spettatore, chiamato forse con un certo salutare disagio a misurarsi con ciò che sa o che crede di sapere sulla vita e sull’uomo. Alla fine il destino di un film, di qualunque film, si costruisce nel cuore e nella vita del suo spettatore. Forse dopo aver visto questo, al prossimo soffio che ci accarezzerà sulla via, anche noi sapremo riconoscere i segni di Gesù che passa.

Il piano delle presentazioni del film nelle varie città italiane è disponibile sul sito:

www.terradimaria.it

 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRASH

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/27/2014 - 19:12
 
Titolo Originale: Trash
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2014
Regia: Stepeh Daldry
Sceneggiatura: Richard Curtis
Produzione: PEAPIE FILMS, WORKING TITLE FILMS, O2 FILMES
Durata: 112
Interpreti: Eduardo Luis, Rickson Tevez, Gabriel Weinstein, Martin Sheen, Rooney Mara

Gardo e Rafael, nati e cresciuti in una favela ai margini di una discarica, trovano in mezzo ai rifiuti un portafoglio che contiene un mucchio di soldi e soprattutto le prove di uno scandalo politico; per riaverle, purtroppo, c’è chi ha già ucciso ed è disposto a farlo ancora. Armati della loro intelligenza e della loro fede, con l’aiuto di un burbero sacerdote e di una missionaria americana, i due ragazzini ingaggeranno una lotta apparentemente impari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ragazzi animati da una fede autentica e solida, un sacerdote collerico e generoso che difende i suoi piccoli parrocchiani, una giovane volontaria americana, forse un po’ ingenua, ma sicuramente mossa da un autentico amore verso i giovani per cui spende il suo tempo e rischia la vita
Pubblico 
Adolescenti
Il tema della violenza dei poliziotti sui bambini è trattato in modo realistico ma non compiaciuto
Giudizio Artistico 
 
Daldry riesce con sorprendente equilibrio a sfuggire il rischio di una eccessiva idealizzazione della comunità dei favelados così come quella dei rapporti tra persone. Bella sceneggiatura di Richard Curtis. Un sempre bravo Martin Sheen
Testo Breve:

Due ragazzi delle favelas brasiliane vivono rovistando nei rifiuti. Un’opera capace di commuovere e far pensare, che intesse con naturalezza nella narrazione richiami più o meno espliciti al Vangelo e alla Bibbia,

L’ultimo film di Stephen Daldry (già autore di Billy Elliott, Molto forte incredibilmente vicino, The Hours e il problematico The Reader), vincitore del premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, è girato con uno stile che mescola realismo e poesia, tra inseguimenti coreografati tra i quartieri colorati di San Paolo (le immagini ricordano quelli di La città di Dio di Mereilles, che non a caso figura tra i produttori) e momenti di grande intensità emotiva. Il regista, che parte dalla bella sceneggiatura di Richard Curtis (celebre autore di commedie molto più leggere, che qui adatta un romanzo di Andy Mulligan), si immerge nella realtà di un Brasile fatto di contraddizioni stridenti (all’estremo opposto della favela ci sono i quartieri dei ricchi, ma l’altrove è il mare, luogo di bellezza e pace cui i ragazzi aspirano) un po’ come aveva fatto Danny Boyle con l’India di The Millionaire.

Lo sguardo che guida lo spettatore nella storia è quello di due bambini di strada che, nonostante la loro condizione miserevole (sono nati e cresciuti in una favela accanto a una discarica e, come tanti altri, ci lavorano ogni giorno sperando di raccogliere qualcosa di valore con cui comprare da mangiare), conservano sulla vita e sul futuro uno sguardo positivo e avventuroso.

Non è estraneo a ciò il fatto che siano animati da una fede autentica e solida, che li accompagna anche nei momenti più difficili e li rende curiosi e coraggiosi abbastanza da sfidare autorità prepotenti e crudeli per cui davvero i poveri sono solo “spazzatura” che può essere eliminata senza un attimo di esitazione. La stessa fede li rende anche capaci di perdonare i loro carnefici e immaginare anche per loro un destino di bene.

Del resto, anche se non mancano un paio di frecciatine a rappresentanti della Chiesa istituzionale più compromessi con il potere, nel film ci sono anche due figure positive legate alla religione: un sacerdote collerico e generoso (il sempre bravo Martin Sheen), che difende i suoi piccoli parrocchiani e apre la sua chiesa alla gente della favela, che sembra uscito da un romanzo di Graham Green (o anche da una delle prediche di Papa Francesco, che invoca pastori con addosso l’odore delle pecore… in questo caso mescolato anche a quello dell’alcol), e una giovane volontaria americana, forse un po’ ingenua, ma sicuramente mossa da un autentico amore verso i giovani protagonisti per cui spende il suo tempo e rischia la vita.

Daldry riesce qui con sorprendente equilibrio a sfuggire il rischio di una eccessiva idealizzazione della comunità dei favelados così come quella dei rapporti tra persone; allo stesso tempo, però, evita di appesantire una storia di speranza con dosi di violenza eccessive inserendo con abilità nell’impianto drammatico elementi di realismo magico. Quel che ne esce è un’opera capace di commuovere e far pensare, piena di spirito “anarchico” infantile quanto di sorprendente pietas e maturità, che intesse con naturalezza nella narrazione richiami più o meno espliciti al Vangelo e alla Bibbia, senza appesantirla con moralismo didascalico, ma anzi facendone uno splendido apologo capace di parlare a tutti. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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