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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

I'M NOT ASHAMED

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/22/2017 - 18:20
 
Titolo Originale: I'm not ashamed
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Brian Baugh
Sceneggiatura: Bodie Thoene, Robin Hanley, Philipa Booyens, Kari Redmond
Produzione: Visible Pictures(II), All Entertainment
Durata: 112
Interpreti: Masey McLain, Ben Davies, Cameron McKendry, Terri Minton

Il 20 aprile 1999 Eric e Dylan, due studenti della Colombine High School, non lontano da Denver – Colorado, entrarono armati nella scuola e uccisero, in modo selettivo, 13 persone, ferendone 24. Una delle prime a morire fu la diciassettenne Rachel Joy Scott. Il film riesce a ripercorre la breve vita della ragazza ispirandosi al diario personale che ci ha lasciato. E’ la storia di una adolescente come tante, che desidera partecipare alla recita scolastica di fine anno, che si innamora, non ricambiata, di un ragazzo ma soprattutto che ci ha lasciato, nelle pagine del diario, tutto il suo desiderio di avvicinarsi sempre di più a Cristo, attraverso la cura con cui si dedicava a chi aveva bisogno di un aiuto spirituale o materiale

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza si impegna a diventare pienamente una seguace di Cristo, aiutando tutti i compagni e le compagne che hanno bisogno di lei
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di spari (senza sangue) nella parte finale del film potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film può contare sulla professionalità del regista Brian Baugh ma ci rivela anche una sorpresa: la bravura della protagonista, Masey McLain, che è riuscita a rendere, con grande sensibilità, lo sfaccettato personaggio di Rachel, capace di grandi slanci, ma anche di improvvise malinconie. Rispetto agli ultimi film distribuiti dalla Pure Flix (God's not dead 1 e 2) questo risulta meglio costruito
Testo Breve:

I diari che ci ha lasciato la diciassettenne Rachel Scott hanno consentito di ricostruire la sua vita: una ragazza come tante iscritta a una high school, che cerca di diventare una brava cristiana. E’ stata la prima vittima della strage nel liceo Colombine

Rachel è una ragazza irrequieta; una sera esce dalla finestra, di nascosto dalla madre (il padre li ha lasciati da tempo) per partecipare a un party di giovani, dove spera di incontrare il ragazzo che forse riuscirà a farla entrare nel team della recita scolastica. È la madre, una brava cristiana, ad accorgersi, al suo ritorno, che ha bevuto e fumato e decide pertanto di farle passare l’estate nella fattoria di sua zia, in Lousiana. Qui si confida con la cugina, sua coetanea, manifestando la sua inquietudine, la sua incapacità di capire chi sia e cosa voglia veramente. La cugina le confessa che ha trovato il senso della sua vita solo quando si è decisa a vivere una vita per Gesù. Rachel ha sempre frequentato la Chiesa, sostenuta da sua madre ma ora inizia a capire che la fede non è solo un impegno formale, ma qualcosa che ha un senso pieno solo se accetta chequella fede la trasformi nel profondo. Dalle pagine del suo diario che ci vengono riproposte nel film, lei continua a vivere la vita scolastica con i suoi alti e bassi (le amicizie ma anche i pettegolezzi invidiosi delle compagne, le frequenti azioni di bullismo da parte dei ragazzi più violenti) ma più riceve delusioni (in particolare una delusione d’amore), più sente di aver toccato il fondo dello sconforto, più la sua volontà diventa ferma nell’aderire ai comandamenti di Gesù. Ora anche i suoi compagni e compagne hanno imparato che quando hanno un problema (molto spesso familiare: il divorzio dei genitori) o materiale (come Nathan, un senza-tetto e che vive di espedienti) possono rivolgersi a Rachel per avere parole di speranza e un sostegno concreto (Rachel è diventata membro di un’associazione caritatevole cristiana). "Vorrei cambiare il mondo", confida ai suoi amici più intimi..

Il massacro al Liceo Colombine occupa solo la parte finale del film; non viene raccontato il complesso di questa tragedia ma solo la sorte di Rachel. La ragazza è seduta sul prato della scuola, sta parlando con un ragazzo che ha problemi familiari. Arrivano Eric e Dylan e iniziano a sparare su di loro. Dylan alza la testa di Rachel: si accorge che non è ancora morta. Le chiede: “dov’è il tuo Dio ora? Tu credi ancora in Dio?” “Tu lo sai che io ci credo”, risponde lei. “Allora va da Lui” conclude Dylan e punta la mitraglietta alla sua tempia facendo fuoco.

Questo film ma in particolare la scena finale hanno scatenato le ire delle associazioni ateiste in U.S.A. perché sembra dipingere gli atei come dei criminali e i cristiani come dei martiri e perché non c’è nessuna testimonianza su cosa realmente si siano detti Rachel e Dylan in quegli ultimi istanti. Per undici mesi il trailer del film è stato oscurato su Youtube (in seguito Google, proprietaria di Youtube, ha chiesto scusa, dichiarando di essere stata male informata). Certamente non abbiamo testimonianze dirette, ma il colloquio proposto dal film risulta molto verosimile. Anche se Rachel era stata già gravemente colpita, ha ricevuto un colpo di grazia alla testa, segno di un preciso accanimento. Lo stesso Castaldo, il ragazzo che stava accanto a lei e che è sopravvissuto alle ferite riportate, ricorda che anche a lui era stato chiesto se credeva in Dio. Quando aveva risposto di no, era stato risparmiato. Esiste inoltre una registrazione audio dove i due massacratori chiamano Rachel una "stuck-up Christian bitch"', una stupida cagna cristiana.

Rachel aveva composto uno strano disegno a scuola, dove da un grande occhio uscivano delle lacrime, in tutto tredici. L’insegnante le aveva chiesto: perché proprio tredici? Ma Rachel non aveva saputo rispondere. Le vittime del massacro furono proprio tredici.

La fondazione Rachel’s Challenge, costituita dopo la sua morte, ha già raggiunto 22 milioni di persone, soprattutto in contesti scolastici, per mostrare la bellezza del suo esempio di ragazza che vive di fede cristiana e per tenere alta l’attenzione sul fenomeno del bullismo nelle scuole, spesso provocato dall’isolamento percepito dalle personalità più difficili.

Il film è attualmente disponibile in DVD con audio e sottotitoli in inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/20/2017 - 17:44
 
Titolo Originale: Santa Brigida di Svezia
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Fabio Carini
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 85
Interpreti: Fabiana Formica, Charlotta Smeds, Antti Kaarlela

Brigida di Svezia nacque a Finsta nell’Uppland da famiglia aristocratica. Fin da bambina si intratteneva a pregare con Gesù impegnandosi ad amarlo per sempre. A 14 anni fu data in sposa al giovane Ulf, uomo mite e generoso. Ebbero otto figli e insieme si dedicarono a numerose opere di carità. Nel 1335 Brigida fu chiamata alla corte svedese per assistere la giovane regina di origine francese. Dopo tre anni tornò dai figli e dal marito; fecero insieme un pellegrinaggio a Santiago ma Ulf morì pochi anni dopo. Brigida, che nel frattempo aveva abbracciato la vita religiosa, si recò nel monastero cistercense di Alvastra, dove meditò i divini misteri della Passione del Signore. Iniziò un periodo intenso di rivelazioni ricevute da Gesù e dalla Madonna e di lettere inviate ai re d’Europa e al papa stesso. Si recò in seguito a Roma, con la richiesta di autorizzazione dell’ordine del Ss Salvatore (le brigidine) da lei fondato e rimase nella città eterna fino alla morte, avvenuta nel 1373, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa. Unico suo rimpianto fu di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna, santa Caterina da Siena che riuscì a portare a termine l’opera di persuasione da lei iniziata.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Santa Brigida, co-patrona d’Europa, passò la sua vita a prendersi cura dei poveri e dei malati e ricevette il dono della profezia, con il quale non cessò di mandare esortazioni e ammonimenti ai potenti del tempo, inclusi i papi e altre autorità ecclesiastiche
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La docufiction si avvantaggia di riprese fatte nei luoghi originali dove si svolse la vita della santa e di autorevoli commentatori. La recitazione, con l’eccezione di Fabiana Formica nella parte della santa, risulta appena sufficiente, anche se la docufiction non richiede una recitazione ma una rappresentazione
Testo Breve:

Un racconto ben documentato e fedele agli scritti da lei lasciati di santa Brigida di Svezia, che visse  in un triste periodo della Chiesa (il soggiorno dei papi ad Avignone) ma illuminato da importanti spiritualità femminili, come quella di questa santa svedese ma anche di s Caterina da Siena 

La casa di produzione di audiovisivi Cristiana Video continua la realizzazione di docufiction che ci ripropongono santi e sante del passato, in modo aderente ai tempi in cui vissero e alle testimonianze da loro lasciate, evitando quindi rischiose operazioni di “attualizzazione” che rischierebbero di alterarne l’originalità della testimonianza.

E’ ora uscito nella loro collana il DVD sulla vita di Santa Brigida di Svezia. Fanno da guida alla ricostruzione il prof.Denis Searby dell'Università di Stoccolma, primo traduttore in inglese delle Rivelazioni di Santa Brigida e la prof.ssa Alessandra Bartolomei dell'Università Gregoriana di Roma, esperta di mistica medievale femminile. Il film si giova anche delle riprese fatte all’interno nel Museo di Storia Svedese dove sono esposti numerosi resti di Arte Sacra medievale, che furono risparmiati dalla furia iconoclasta della riforma, diversamente da quanto accadde in altri paesi.

Nella prima parte del film la vediamo sposa di Ulf, un uomo buono e mite e madre di otto figli. Si tratta di un periodo della sua vita interessante tanto quanto quella successiva, quando scelse la vita consacrata, come è  stato sottolineato dallo stesso san Giovanni Paolo II nel sua lettera apostolica Spes Aedificandi  del 1999 con la quale la nomina co-patrona d’Europa: “indicandola come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana”

La docuficton la mostra in questa fase, moglie e madre premurosa, impegnata a prendersi cura, in piena armonia con il marito, di chi era povero o malato, con particolare attenzione alle ragazze che rischiavano di venir avviate alla prostituzione. Si tratta di un servizio che esercitò durante tutta la sua vita, in qualunque parte dell’Europa si recasse. Invitata alla corte svedese, fu pronta a dare, su ispirazione divina, consigli pratici di buon governo ricordando che non si è buoni re passando il tempo in orazione ma dando udienza a chiunque la richiede.

Sarà in seguito che, morto il marito, trovò nel monastero cistercense di Alvastra, la condizione più propizia per porsi in dialogo continuo con il Signore, ricevendo delle rivelazioni, in particolare riguardo alla Passione del Signore, di cui abbiamo testimonianza scritta. Il film inserisce con frequenza, man mano che il racconto avanza, brani di colloquio con il Signore tratti dagli otto volumi delle Rivelazioni, che riguardano temi di sempre che toccano ogni cristiano: il perché della sofferenza anche di chi è povero e innocente, l’amore di Gesù per gli uomini, che vuole tutti salvi. Non mancano, secondo la sensibilità del tempo, molti accenni alle sofferenze dell’inferno per chi non si pente dei propri peccati, in particolare verso “i potenti che saranno vagliati con rigore”.

Peculiare di Santa Brigida fu il mandato ricevuto dal Signore: “tu sarai la voce con cui parlerò al mondo perché hai messo la tua volontà nelle mie mani”. Disponiamo di numerose lettere con cui, con tono fermo e autorevole, coerente con il mandato ricevuto, si indirizza a re, papi, priori di monastero e ai capi dell’Ordine dei Templari ““Non risparmiando ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero” come dice san Giovanni Paolo II nella Spes Aedificandi anche se, chiarisce subito dopo che: "riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore”. Tensione continua presente in questi suoi scritti, fu quella di vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, non più ad Avignone ma a Roma.  

Il film fa comprendere come il titolo di patrona d’Europa sia stato pienamente meritato. Vissuta in un Occidente interamente cristiano (anche se travagliato da lotte intestine) percepì i problemi della cristianità del tempo come suoi e la santa viaggiò spesso,  non solo per compiere dei pellegrinaggi (i più famosi furono quelli a  Santiago di Compostela con suo marito e l’ultimo in Terra Santa), ma anche per visitare  chiese e monasteri italiani, dove erano custodite reliquie di Santi.

Dispiace solo che la docufiction , non approfondisca l’abilità della santa di dare saggi consigli sul governo dei regni (non solo nei confronti del re di Svezia, dove fu abolito il diritto regio di rapina sui beni dei naufraghi  ma anche della regina Eleonora d’Aragona) e sulle difficoltà che ebbe a Roma, dove fu chiamata “la strega del Nord” e si ridusse in estrema povertà,  mendicando alla porta delle chiese.  Si tratta di una dura prova che va anch’essa a suo merito.

Il DVD può essere ordinato al sito della Cristiana Video

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GESU' DI NAZARETH

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/10/2017 - 12:42
 
Titolo Originale: Gesù di Nazareth
Paese: ITALIA, REGNO UNITO
Anno: 1977
Regia: Crediti Regia Franco Zeffirelli
Sceneggiatura: Anthony Burgess, Suso Cecchi D'Amico, Franco Zeffirelli, Masolino D'Amico e David Butler
Produzione: Rai - Radiotelevisione italiana - ITC-Incorporated Television Company
Durata: 380
Interpreti: Robert Powell, Olivia Hussey, Yorgo Voyagis, Anne Bancroft, James Farentino, Regina Bianchi, Marina Berti, Michael York, Peter Ustinov, Valentina Cortese, Christopher Plummer, Cyril Cusack, Maria Carta, Laurence Olivier, James Mason, John Duttine, Claudia Cardinale, Renato Rascel

Il racconto della vita di Gesù è diviso in quattro capitoli. La nascita e l’infanzia di Gesù: dal matrimonio di Maria con Giuseppe alla morte di S Giuseppe. Inizio del ministero di Gesù: dal battesimo per opera di Giovanni alla guarigione di un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao Pienezza del ministero: dalla moltiplicazione dei pani alla visita di Nicodemo a Gesù Passione, morte e resurrezione. Dall’ultima cena al mandato apostolico ai discepoli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il baricentro del racconto è un Gesù umano e comprensivo con tutti ma anche molto soprannaturale, che agisce e parla, cosciente del valore escatologico delle sue azioni
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura approfondita che scava nella psicologia dei personaggi, scrupolose ambientazioni nelle città e nelle campagne valorizzate da un’ottima fotografia, misurata e controllata nei giusti limiti la recitazione di tutti i protagonisti
Testo Breve:

Secondo molte riviste di settore, questo serial è stato la miglior fiction realizzata finora sulla vita di Gesù

La preparazione del film

Non è perfettamente chiaro chi abbia avuto per primo l’idea del progetto, ma forse si è trattato di iniziative concomitanti. Secondo Alfonso Méndiz, nel suo Jesucristo en el cine, sarebbero stati lo sceneggiatore Pier Emilio Gennarini e il direttore di telegiornale RAI Fabiano Fabiani. Secondo un documentario della History Channel, fu lo stesso Paolo VI che auspicò al produttore  televisivo Lew Grade, l’iniziativa di realizzare un serial televisivo sulla vita di Gesù, dopo aver apprezzato quello da lui realizzato su Mosè.  .Di fatto  Lew Grade divenne il produttore dell’iniziativa, con l’obiettivo di realizzare un serial televisivo per la  RAi, ma con un cast internazionale in modo che potesse facilmente venir esportato. La scelta del regista cadde su Zeffirelli, dopo il successo del suo film su San Francesco. Zeffirelli fu a lungo incerto. Si convinse, come lui stesso racconta, quando un amico cineasta gli fece notare che almeno lui era cattolico e italiano e che meglio di tanti altri avrebbe potuto mostrare il suo amore per Gesù Cristo.

Nel 1974 fu firmato l’accordo e il primo problema da affrontare fu trovare lo sceneggiatore più adatto. La scelta di Zeffirelli cadde su Anthony Burgess, cristiano praticante, versatile scrittore, sceneggiatore, librettista inglese, famoso soprattutto per il libro da cui era stato tratto il film L’arancia meccanica di Stanley Kubrick. Lo stesso Zeffirelli si affiancò nella stesura della sceneggiatura a Burgess, soprattutto per cercare di dare maggiore sacralità alle parole e ai gesti di Gesù. Alla fine Burgess non accettò che la sua sceneggiatura iniziale fosse stata alterata e Zeffirelli scelse di continuare con Suso Cecchi D’Amico .  Quando il serial venne alla fine distribuito, si temette qualche reazione critica di Anthony Burgess ma fu lui stesso a chiudere la disputa, dichiarando che il lavoro rispecchiava le sue intenzioni originarie. Sulla scelta dell’attore che avrebbe dovuto sostenere la parte di Gesù Cristo, nonostante gli importanti nomi che vennero fatti (Al Pacino, Dustin Hoffman) fu lo stesso Zeffirelli che raccontò che scelta cadde sull’attore inglese Robert Powell soprattutto per la profondità dello sguardo: “gli occhi sono sempre il maggior veicolo di comunicazione sullo schermo”. Diventò infatti famoso il suo modo di guardare, non diritto verso la cinepresa ma oltre, un po’ più in alto, per dare più senso spirituale a ciò che diceva.

Il livello scelto per il resto del cast fu invece impressionante: Anne Bancroft, Ernest Borgnine, Claudia Cardinale, Valentina Cortese, Stacy Keach, James Mason, Laurence Oliver, Christopher Plummer, Antony Quinn, Fernando Rey, Rod Steiger, Peter Ustinov, Olivia Hussey, Renato Rascel. Si tratta di attori impegnati a recitare una parte ben precisa, evitando in questo modo il problema in cui era incorso La più grande storia mai raccontata, dove alcuni attori importanti facevano capolino solo come comparse per un breve istante e distraevano lo spettatore che doveva indovinare: chi è costui?

L’idea iniziale di girare il film direttamente in Terrasanta venne scartata perché i paesaggi originali risultavano troppo alterati. Alla fine la scelta cadde sul alcune aree del Marocco e della Tunisia. Le riprese poterono iniziare nel settembre del 1975 e terminarono a giugno del 1976.

Il serial fu trasmesso dalla RAI per la Settimana Santa del 1977. Lo stesso Paolo VI, nella sua omelia Pasquale, invitò i fedeli ad andare a casa a guardare Gesù di Nazareth.  Da quell’anno in poi, e per molti anni a venire, per le televisioni di molti paesi, divenne una consuetudine trasmettere il serial nei giorni di Pasqua.

 

Qualità della narrazione

Perché Gesù di Nazareth ha trovato un così clamoroso gradimento di pubblico? Le motivazioni sono molte.

La prima è la stessa figura di Gesù Cristo. Oltre a una notevole somiglianza con l’iconografia tradizionale l’interpretazione di Robert Powell riesce ad essere umana ma al contempo sembra trasmettere una grande spiritualità grazie al suo sguardo profondo. Le sue parole sono sempre meditate, trasmettono un giusto senso soprannaturale.

Un altro aspetto molto curato è la definizione dei vari co-protagonisti. Ognuno dei dodici apostoli ha una sua precisa caratterizzazione, hanno spazio e parole per esprimere la loro personalità. Basta pensare al primo incontro-scontro fra Pietro, uomo schietto, brontolone e semplice e Matteo-Levi, l’odioso esattore delle tasse. Oppure a Giuda, visto come persona colta e intellettuale che dimostra, nel suo colloquio con il maestro Zera, di vedere Gesù solo come una importante pedina nell’equilibrio politico d’Israele. Si può dire lo stesso del triangolo che si determina fra Erode Antipa, Erodiade e Salomè. Un re ambizioso ma insicuro, timoroso di perdere la sua influenza, che finisce per cedere all’influenza delle due donne. Si potrebbe continuare con il capo del sinedrio Caifa, astuto e ipocrita ma anche camei come la guarigione del cieco nato, interpretato con intensità da Renato Rascel, risultano particolarmente efficaci.

Non da ultimo la gradevolezza della narrazione è garantita dalla bellezza dei paesaggi e l’accuratezza con cui sono stati ricostruiti il tempio e i villaggi dell’epoca, valorizzati da una bellissima fotografia..

Il messaggio

Probabilmente, l’idea di dire una parola forte ed ortodossa sulla vita di Gesù era scaturita dopo che nel 1973 era stato distribuito Jesus Christ Superstar, che aveva convertito Gesù nella figura di un hippie contestatore, che sembrava testimoniare una certa confusione post conciliare. Anche il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini che proponeva un Gesù impegnato a sollevare il proletariato contro i ricchi e i potenti.

Occorreva ripresentare Gesù in un modo che risultasse chiara la sua santità e la sua divinità, venuto al mondo come Colui che propone una rivoluzione tutta interiore, la liberazione dei peccati; la modifica delle strutture sociali ne sarebbe stata una prevedibile conseguenza. Una delle scene più toccanti, poco presenti negli altri film su Gesù, è quella che avviene all’interno di una stanza, dopo la Resurrezione, con Gesù contornato dagli apostoli: “ora il Padre mio che è nei cieli si riconcilia con il mondo e come Lui ha mandato me così ora Io mando voi. Ricevete lo Spirto Santo e andate senza timore come agnelli tra i lupi. Fate discepoli fra tutti gli uomini della terra e battezzateli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”. Giovanni e Pietro appoggiano la fronte alle sue spalle. Unico elemento non in linea con la visione cattolica sono i dolori del parto di Maria.

Una altro fattore di merito non secondario, dati i casi precedenti (e quelli che verranno come per La passione  di Cristo di Mel Gibson) è il fatto che il film non suscitò polemiche fra gli ebrei perché molte sono le figure positive nella gerarchia giudaica del tempo, a iniziare dal Nicodemo, magnificamente interpretato da Laurence Olivier e Giuseppe di Arimatea (James Mason).

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VIAGGIO - THE JOURNEY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/03/2017 - 09:02
 
Titolo Originale: THe Journey
Paese: UK
Anno: 2016
Regia: Nick Hamm
Sceneggiatura: Colin Bateman
Produzione: Greenroom Entertainment, Tempo Productions Limited
Durata: 94
Interpreti: Timothy Spall, Colm Meaney, Freddie Highmore, John Hurt, Toby Stephens, Ian Beattie

Dopo 40 anni di lotte i due leader politici dell’Irlanda del Nord, il predicatore protestante Ian Paisley e il repubblicano Martin McGuinness, si incontrano a St. Andrews, in Scozia, per discutere uno storico accordo di pace, ma le trattative non riescono a procedere. Un imprevisto viaggio in macchina li costringerà a trascorrere molte ore insieme e diventerà l’occasione per instaurare una inattesa relazione di amicizia che porterà a un futuro di pace.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film propone una sapiente riflessione politica e umana sull’esigenza dell’apertura al dialogo e la disponibilità ad un ascolto reciproco che, senza voler annullare le fondamentali differenze, si impegna a cercare punti di contatto per raggiungere un comune obiettivo e superare le divisioni soprattutto quando il perdono diventa troppo difficile da chiedere e offrire
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un’ottima sceneggiatura che riesce a semplificare senza banalizzare un argomento politicamente assai complicato; una intensa e credibile interpretazione da parte dei due protagonisti principali; una sapiente scelta degli ambienti che diventano lo spunto e il luogo accogliente in cui sviluppare dialoghi brillanti e avvincenti
Testo Breve:

Nel 2006 si giunse all’accordo di pace di St. Andrews fra le due fazioni avverse dell’Irlanda del Nord. Il film racconta come i due leader delle fazioni opposte siano riusciti d andare oltre le loro posizioni per conquistare la pace

Due politici, due acerrimi nemici, in guerra tra loro da più trent’anni hanno poco più di 60 minuti per arrivare ad un accordo che porti una pace in grado di durare nel tempo, con The journey, Il viaggio, lo sceneggiatore Colin Bateman e il regista Nick Hamm portano all’attenzione del pubblico mondiale il momento di svolta nella trattativa di pace di St. Andrews in Scozia del 2006. Una narrazione brillante, che oscilla tra humor e dramma, per raccontare uno dei più cruciali passaggi della recente e complessa storia irlandese.

Il mondo li ricorda ironicamente come i “Chuckle Brothers” (originariamente una nota coppia di comici britannici), erano Ian Paisley, il carismatico predicatore protestante che portò al successo il suo partito e diede vita al nascente governo dell’Irlanda del Nord, e Martin McGuinness, capo di stato maggiore dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese) dal 1979 al 1982 che fu tra gli artefici dei negoziati di pace che si conclusero nel 1998 con gli accordi del Venerdì santo. Il breve e inaspettato viaggio che compirono insieme nel 2006, costituì l’occasione per stringere una improbabile quanto sorprendente amicizia che portò all’unione dei due stati dell’Irlanda all’interno della quale per alcuni anni i due ricoprirono rispettivamente le cariche di Primo Ministro e Vice Primo Ministro.

The journey, Il viaggio, ricostruisce le elaborate linee e i nodi cruciali di un complicato e teso panorama politico attraverso il racconto della nascita di questa singolare amicizia. Senza cedere ad uno romanticismo scontato ma senza nemmeno presentare un asettico resoconto storico, il film riesce a portare alla comprensione di tutti un momento di svolta nel processo di pace dell’Irlanda che trova le sue fondamenta non tanto in una vera e propria amicizia quanto nella progressiva apertura al reciproco ascolto e alla disponibilità a comprendere le ragioni dell’altro.

Ian Paisley (Timothy Spall) e Martin McGuinness (Colm Meaney) sono due personaggi agli antipodi; il primo è un predicatore fervente protestante, l’altro un capo dichiarato dell’IRA. Ian e Martin rappresentano le due fazioni contrapposte di un unico popolo, quello irlandese, diviso in se stesso. Per quasi trent’anni sono stati i protagonisti di una sanguinosa guerra civile in cui le ragioni delle due parti si sono manifestate attraverso attacchi violenti e rigide risposte repressive. Senza cercare capri espiatori l’incontro di questi due leader costituisce l’occasione per raccontare e superare gli errori spesso molto gravi della politica passato.

A St. Andrews nel 2006 le trattative di pace tra il Primo Ministro Tony Blair e il leader Irlandese Bertie Ahern si trovano ad un punto di stallo proprio a causa di Paisley e McGuinness che si rifiutano di parlare tra loro. I due protagonisti sono però costretti dalle circostanze a intraprendere un viaggio in macchina insieme per raggiungere l’aeroporto di Edimburgo. In realtà Martin spera di riuscire a passare del tempo solo con Ian per aprire una finestra di dialogo, ma quest’ultimo si chiude in un rigoroso silenzio. Intanto l’agente dei servizi segreti Harry Patterson di nascosto monitora la situazione a distanza attraverso il giovane collega Jack che si finge l’autista dell’hotel a cui viene affidato il compito di accompagnare i due leader politici.

Jack decide di fare un’improvvisa deviazione e di addentrarsi in un parco nazionale per spingere Ian e Martin a parlarsi. La suggestiva natura scozzese e una chiesa abbandonata nei pressi di un cimitero sono gli ambienti che fanno riaffiorare alla mente dei due leader le dolorose ferite di una un passato fatto di inconciliabili divisioni. I due politici iniziano per la prima volta a rivolgersi la parola. Lentamente, anche se sanno che non potranno mai giungere ad un accordo su certi argomenti, comprendono che la sola strada per conquistare la pace sta nello smettere di cercare reciprocamente torti e ragioni e assumere un atteggiamento improntato verso il futuro.

Le ore che trascorrono insieme consentono ai due uomini di scoprire che, al di là dell’odio e dei rancori che li separano, ci sono molti elementi che li accomunano: il profondo dolore per i martiri caduti, il desiderio di dare voce alle ragioni del proprio popolo e al tempo stesso l’enorme difficoltà nell’offrire e chiedere perdono, unita alla speranza di giungere ad una tregua che porti ad una pace duratura. Ian e Martin, sebbene profondamente diversi e decisi a non voler cambiare la propria identità, comprendono, ciascuno a modo suo, che, dopo trent’anni di lotte e massacri, il dialogo e il reciproco ascolto sono la sola vittoria possibile, la sola strada per la costruzione della pace.

The journey, Il viaggio è una commedia drammatica che mischia sapientemente ironica leggerezza e intenso realismo tutta giocata sulla relazione tra i due interpreti principali, Timothy Spall e Colm Meaney, che compongono un ritratto assolutamente credibile di due complesse figure politiche. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN VIAGGIO CON JACQUELINE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/01/2017 - 15:32
 
Titolo Originale: La vache
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Mohamed Hamidi
Sceneggiatura: Alain-Michel Blanc, Fatsah Bouyahmed e Mohamed Hamidi
Produzione: Quad Productions
Durata: 91
Interpreti: Fatsah Bouyahmed, Lambert Wilson, Jamel Debbouze

Fatah è piccolo coltivatore algerino profondamente affezionato alla sua mucca Jacqueline. Fatah ha un sogno: portare Jacqueline a Parigi per farla partecipare alla competizione del Salone Internazionale dell'Agricoltura. Un giorno finalmente riceve l'agognato invito e con il sostegno dei compaesani si mette in viaggio verso la Francia per raggiungere Parigi. Per l’uomo e il suo quadrupede comincia un lungo, faticoso e imprevedibile viaggio a piedi attraverso tutta la Francia durante il quale i due singolari protagonisti avranno modo di fare incontri di ogni genere

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Solidarietà, amicizia, fedeltà ai valori coniugali e alle responsabilità familiari sono le fondamenta su cui poggiano un po’ tutti i personaggi del film, in modo straordinariamente singolare il protagonista, il cui modo di essere diverte enormemente ma al tempo stesso desta anche una certa ammirazione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un montaggio sorprendentemente bilanciato, una sceneggiatura semplice ma coinvolgente, divertente e commuovente e un’interpretazione convincente e credibile.
Testo Breve:

Il contadino algerino Fatah viaggia per terra e per mare per partecipare, assieme alla sua bella vacca, a  una competizione internazionale che si tiene a Parigi.  Commuove la disarmante semplicità e purezza degli affetti familiari del protagonista.

In un sperduto piccolo paese rurale dell’Algeria vive Fatah, un semplice contadino, con la sua giovane moglie, le sue due dolcissime figlie e la sua splendida vacca Jacqueline. I produttori di Quasi amici investono su altro film, simpatico e delicato che commuove e diverte senza diventare mai banale. In viaggio con Jacqueline di Mohamed Hamidi arriva in Italia dopo aver raccolto un sorprendente successo in Francia.

La storia di Jacqueline nasce da un’idea del regista in collaborazione con l’attore, protagonista del film, Fatsah Bouyahmed, tutti e due di origini algerine, che con ironia e garbo hanno realizzato una storia toccante e allegra. In viaggio con Jacqueline è forse uno dei più sorprendenti road movie che si siano mai visti e colpisce per l’originalità un po’ stravagante sia dei due protagonisti, un povero contadino musulmano osservante e la sua vacca straordinariamente bella, sia per il loro percorso che parte da un lontano e sconosciuto paesino dell’Algeria per arrivare, praticamente quasi del tutto a piedi, ad una delle più affascinanti e raffinate capitali europee, Parigi.

Un personaggio più bizzarro di Fatah sarebbe difficile da immaginare. È un uomo poco istruito, dedito alla famiglia e al lavoro nei campi, ma con una insolita passione per la lingua francese, la cui pratica per lui è motivo di grande vanto, e per la propria vacca, che adora quasi come fosse un membro della sua famiglia. Il suo sogno è mettere insieme questi due interessi: Fatah desidera ardentemente poter presentare un giorno Jacqueline al concorso del Salone dell’Agricoltura di Parigi. I compaesani del piccolo villaggio in cui vive Fatah con la sua famiglia non comprendono queste sue velleità e lo scherniscono, ma quando finalmente arriva la lettera con cui il Salone accredita la vacca alla competizione nessuno si tira indietro e praticamente tutti offrono generosamente il proprio contributo per aiutare l’uomo a realizzare il proprio sogno. Inizia così per Fatah un viaggio insolito per mare e per terra in compagnia della sua amata vacca Jacqueline con cui vivrà inaspettate avventure, faticosi imprevisti e avrà modo di fare singolari amicizie. Seguito a distanza dai suoi familiari e compaesani, questi sembrano vivere in un mondo lontano anche nel tempo, ma nonostante tutto ciascuno di loro non gli fa mancare il proprio sostegno.

Quello di Fatah nei confronti della sua vacca Jacqueline potrebbe inizialmente sembrare un affetto oltre che bizzarro anche un po’ malsano, ma in realtà è il simbolo di una mentalità semplice ma pulita capace di resistere anche ad un mondo difficile da comprendere e in cui integrarsi. Perché Fatah, nonostante la sua passione per la vacca e nonostante i piccoli inciampi a cui va incontro, nutre un amore sconfinato e fedele nei confronti di sua moglie, della sua famiglia e della propria cultura di origine.

Il viaggio è in effetti la circostanza che fortifica Fatah in questo suo modo di essere, perché anche di fronte a qualche possibile frivolezza in cui cade a causa della sua eccessiva ingenuità, il piccolo contadino algerino resta saldo nelle sue scelte e nei suoi valori. Ad esempio a causa di un’ubriacatura, che non aveva cercato, all’inizio del suo viaggio incorre in una specie di piccolo tradimento coniugale, del quale però avverte fino alla fine del film tutto il peso e la negatività e del quale si pente con profonda e tenera costernazione cercando anche di porvi rimedio nella maniera più dignitosa possibile.

Con la sua semplice e genuina generosità in ogni circostanza Fatah riesce ad aiutare tutti coloro che incontra in modo quasi inconsapevole e spontaneo. Senza restare invischiato nel tranello della fama facile ma effimera che i media possono dare, il suo personaggio fa innamorare e sorprende al tempo stesso per restare sempre fedele a se stesso: buffo, tenero, ma anche forte e saldo nelle proprie convinzioni.

Con questa storia così tenera e insieme così grottesca il gruppo di sceneggiatori franco-algerini evita anche il rischio di incorrere in un fastidioso moralismo integralista perché riporta tutto ai comuni valori della famiglia, fatti di responsabilità e semplici gioie condivise anche nel poco, e dell’amicizia, come la solidarietà e la donazione disinteressata, attraverso i quali anche culture diverse come quella europea e quella algerina possono incontrarsi. Fatah, Philippe e Hassan infatti, sebbene molto diversi tra loro, troveranno una sorprendente e commuovente comunione di intenti che colpirà anche il pubblico più vasto.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA SCELTA - THE CHOICE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/28/2017 - 11:00
 
Titolo Originale: The Choice
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Bryan Sipe
Sceneggiatura: Bryan Sipe, tratto dall'omonimo romanzo di Nicholas Sparks
Produzione: Nicholas Sparks Productions, The Safran Company
Durata: 111
Interpreti: Benjamin Walker, Teresa Palmer, Alexandra Daddario, Maggie Grace, Tom Welling, Tom Wilkinson

Gabby è una studentessa di medicina che si è da poco traferita nella casa accanto a quella di Travis. I loro primi incontri sono alquanto tempestosi ma in realtà si sono piaciuti fin dall’inizio. Le difficoltà non sono poche: lui è uno scapolo impenitente, lei ha un fidanzato dottore che indirettamente gli potrà garantire una professione piena di soddisfazione.  Ma l’amore che nasce fra loro è proprio quello giusto, quello che dà loro lo slancio per abbandonare la vecchia vita e costruirne una nuova. 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film molto positivo sul tema del fine vita ma disinvolto in termini di rapporti prematrimoniali
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni rapporti frettolosamente prematrimoniali non costituicono un buon esempio
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene la psicologia dei protagonisti, sia nel momento dell’innamoramento che in quello della tragedia. Ben tratteggiati anche i personaggi secondari
Testo Breve:

Un uomo trascorre una vita felice con sua moglie e i suoi figli ma un giorno un incidente automobilistico riduce la donna in coma. All’uomo spetta la responsabilità di una terribile decisione

“Abbiamo parlato di Dio e non è . andata male”-  dice Travis a Gabby la prima sera che si trovano a cenare insieme. Il padre di Travis risulta inoltre particolarmente impegnato nelle attività della parrocchia, dopo che sua moglie è morta tragicamente di cancro.

Amore, eventi drammatici e religione sono i tre ingredienti che in genere caratterizzano i film ricavati dai romanzi di Nicholas Sparks. Sono già undici i film che si sono ispirati ai suoi lavori e questo è il primo realizzato con la sua casa di produzione.  Occorre riconoscere che Nicholas ha creato un genere facilmente riconoscibile. I protagonisti sono sempre giovani con la testa sulle spalle che cercano un amore particolarissimo: quello che dura tutta una vita. e che vedono nel matrimonio l'ambito perfetto nel quale questo loro desiderio trova attuazione. La qualità dei film che si sono ispirati ai suoi romanzi è indubbiamente oscillante ma l’esistenza di un pubblico stabile e nutrito sta a dimostrare che c'é  ancora gente che non si stanca di inseguire questo sogno.

Di amore, anzi innamoramento si parla nella prima parte del film in un contesto particolare: un piccolo centro della Nord Carolina dove tutti si conoscono. Travis lavora come veterinario nella clinica per cani di suo padre, si gode la sua villetta con vista sul mare e un motoscafo con il quale porta in gita gli amici prima di terminare la giornata nel suo giardino, intorno al fuoco di un barbecue. Sparks ha inquadrato il racconto in un contesto di brave persone (sono ben delineati anche i personaggi secondari, come le infermiere, le segretarie, gli amici sempre allegri e gentili).), fra i quali vengono sempre mantenuti rapporti di simpatica cordialità  . Il messaggio dell’autore è chiaro: una piccola comunità si trova nelle condizioni migliori per promuovere cordialità e attenzioni degli uni nei confronti degli altri  e quando, in questo contesto, matura l'amore fra Travis e Gabby, (all’inizio turbolento, perché lui era uno scapolo impenitente, mentre lei aveva già un fidanzato) entrambi possono contare sull’esempio dei rispettivi genitori che costituiscono un sicuro riferimento di unioni stabili.

Nella seconda parte del film interviene la tragedia. Gabby resta in coma per un incidente automobilistico. Lei ha firmato quello che in Italia viene chiamato testamento biologico e dopo i 90 giorni previsti, Travis viene  invitato a concedere l’autorizzazione a sospendere le cure. Lui subito si oppone perché ritiene quel documento valido solo a fronte di malattie incurabili, non di fronte a un incidente automobilistico.

Inizia il tormento di Travis: tutto sembra indirizzarlo verso la decisione più ovvia ma lui non se la sente di assumersi la responsabilità di decretare la morte di sua moglie. E’ questa la parte più vera e intensa del film perché mostra bene come, al di là di tante impostazioni ideologiche, si tratta sempre di decisioni terribili per qualsiasi persona che abbia una coscienza. Non basta esser legalmente a posto per andare contro le leggi del cuore e contro l’istinto primordiale della difesa della vita.

Il film è ben realizzato ma scatenerà inevitabilmente giudizi a priori positivi o negativi di fronte al tema del fine vita, a cui si aggiungeranno inevitabilmente commenti sul finale che appare semplicistico ma che può anche essere vero. Comunque sia, il film invita chiaramente a porsi a favore della vita.

Il film è disponibile in DVD o sulla rete Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PIU' GRANDE STORIA MAI RACCONTATA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/16/2017 - 17:05
 
Titolo Originale: The Greatest Story Ever Told
Paese: USA
Anno: 1965
Regia: George Stevens
Sceneggiatura: Carl Sandburg, George Stevens
Produzione: GEORGE STEVENS PRODUCTIONS, UNITED ARTISTS
Durata: 195
Interpreti: Max von Sydow, Charlton Heston, José Ferrer, Claude Rains, Telly Savalas, Carroll Baker,Angela Lansbury

Il film inizia con le parole del primo capitolo del vangelo secondo Giovanni che proclamano la divinità di Gesù e che tutto è stato fatto per mezzo di lui. I primi anni di Gesù sono percorsi in modo indiretto, narrando la strage degli innocenti, le crudeltà della dominazione romana e la riduzione della Galilea a prefettura. Ritroviamo Gesù ormai adulto, che si fa battezzare da Giovanni e affronta nel deserto le tentazioni del diavolo. Mentre Gesù si fa conoscere a Cafarnao e nelle altre regioni della Palestina attraverso la predicazione e i miracoli che compie, cresce la preoccupazione di Erode, dei sacerdoti e di Pilato. Il culmine della sua notorietà è raggiunto con la resurrezione di Lazzaro. Gesù entra in Gerusalemme, scaccia i mercanti dal tempio e dichiara che lui solo è la via, la verità e la vita. L’esercito romano disperde la folla che si era radunata intorno a lui mentre il sinedrio riesce a catturare Gesù. Dopo esser stato portato davanti da Erode e poi da Pilato che cede al volere della folla, Gesù viene crocifisso. Il Risorto promette che sarà con i suoi discepoli fino alla fine del mondo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mostra chiaramente che Gesù è il figlio di Dio, sia attraverso i miracoli che compie che con l’autorevolezza dei suoi discorsi. E’ data preferenza ai suoi discorsi più spirituali, dove si parla della vita eterna e della necessità di non dare priorità ai beni materiali.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La composizione delle immagini e la fotografia sono realizzate con particolare cura ma il rispetto per la figura di Cristo e la storia da raccontare hanno fatto preferire al regista una composizione lenta e solenne
Testo Breve:

Una ricostruzione accurata della figura del Gesù, vero Dio e vero uomo, coerente con il messaggio dei Vangeli ma che riscalda poco i cuori per l’impostazione solenne e ufficiale data al racconto

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…” Il film inizia in modo solenne, con le prime parole del vangelo di S. Giovanni e per il resto dei suoi 195 minuti (la versione più corta) mantiene la promessa: il Gesù portato sullo schermo dal regista e sceneggiatore George Stevens si manifesta, nei tanti miracoli e nelle parole, come Figlio di Dio e si esprime sempre con la gravità e l’autorevolezza che gli derivano dalla missione divina che deve compiere. Il film si conclude in modo simmetrico rispetto all’inizio: Gesù, ormai risorto, con la veste candida e le braccia alzate, ormai iconizzato, appare fra le nuvole e pronuncia la frase: “sarò con voi fino alla fine del mondo”, in una sequenza quasi identica a quella con cui si era concluso il più famoso film su Gesù dell’epoca del muto: The king of kings del 1927.

Fra i tanti, infiniti aspetti che possono essere colti nelle opere e le parole dell’Uomo-Dio, George Stevens sembra preferire la contrapposizione fra spirito e carne, fra vita terrena e vita eterna, fra fragilità umana e divinità, fra luce e tenebra. Lo si nota non solo nei discorsi tratti dai Vangeli (il cercare il cibo che non perisce, l’essere luce del mondo,..) ma anche in alcuni colloqui originali. Pietro si lamenta che un ladro gli ha rubato il mantello. Gesù è pronto a rispondere: “cosa conta ciò che può essere rubato? Dagli tutto ciò che chiede; verso gli altri devi essere la loro luce e non il loro giudice”. Più espliciti i colloqui che sono stati inseriti nel film, fra Erode e un fiero Giovanni Battista. Di fronte alle minacce di morte Giovanni è pronto a ribattere: “uccidimi, così che io possa vivere. Il mio corpo non vale niente ma la mia anima è eterna e tu non puoi toccarla”.

Ci sono altri colloqui originali nel film che però costituiscono una forma sintetica di detti di Gesù in contesti diversi. Nel parlare con l’amico Lazzaro, che viene presentato come un possidente, Gesù usa le parole che in realtà furono espresse nel colloquio con il giovane ricco ed è questa l’occasione per riflettere sulla ricchezza, che non è un male in sé ma al contempo nessuno può servire due padroni. Nell’incontro alla sinagoga di Cafarnao vengono sintetizzati i giusti rapporti fra gli uomini (non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso) e i rapporti con Dio (chiedete e vi sarà dato).

Nel lungo colloquio con Pilato, si contrappongono due visioni del mondo: quella trascendente di Gesù (il mio regno non è di questo mondo; sono venuto per dare testimonianza alla verità) e l’atteggiamento pragmatico del procuratore, che vuole solo capire di quale, fra i tanti dei (Marte? Apollo? Giove?), Gesù si considera figlio e se il suo regno costituisca una minaccia per Roma. Di fronte a un approccio così invincibilmente chiuso nel contingente, diviene inevitabile la sua famosa risposta: “ma cos’è la verità?”.

Molto ben realizzata la sequenza del ritorno di Gesù a Nazareth. Non si svolge nella sinagoga ma di fronte alla fontana centrale dove tutti si recano per attingere acqua. Sono presenti dei vecchi che avevano conosciuto Gesù da bambino, delle persone che ancora ricordano bene suo padre, il falegname del paese. E’ proprio quest’antica familiarità con lui che rende difficile credere alla fama conquistata dal loro concittadino e alla richiesta di fare un miracolo anche da loro, solo per dimostrare che anch’essi sono importanti, Gesù rifiuta e deve andarsene.

Il film sviluppa in dettaglio due miracoli: lo storpio guarito nella sinagoga di Cafarnao e la resurrezione di Lazzaro. Gli eventi prodigiosi si svolgono con particolare lentezza, che serve al regista per sottolineare la solennità del momento. Al baricentro del film c’è proprio la preghiera che Gesù rivolge a suo Padre perché lo esaudisca nel realizzare la resurrezione dell’amico, in modo che si renda manifesta la Sua potenza il Suo nome venga glorificato.

Le invettive contro l’ipocrisia dei farisei vengono collocate alla fine, quando Gesù predica all’enorme folla che si è radunata attorno a lui nella città di Gerusalemme  e proclama che uno solo è il padre e uno solo è il maestro.

L’estetica del film è particolarmente curata (le singole scene sono state ripetute più e più volte) ed è coerente con l’impostazione ufficiale e solenne data al film. Su tutto risalta lo studio della luce. George Steven, prima di diventare regista è stato un tecnico delle luci e si percepisce una sua particolare sensibilità alla composizione delle scene e agli effetti di chiaro-scuro.  Sono molti i campi lunghi impiegati. Gli esterni ricordano poco la Palestina ma le riprese nella valle della morte in California, o del lago Pyramid in Nevada si possono giustificare solo per il loro valore estetico. Tutto è grandioso in questo film, il tempio di Gerusalemme come la reggia di Erode, le cui alte colonne proiettano una luce sinistra sugli intrighi che vengono preparati.

Alfonso Méndiz nel suo libro Jesucristo e nel cine ha raccontato molto bene le tante vicissitudini della realizzazione del film. Dei tre mesi preventivati per le riprese ne occorsero nove; notevole fu lo sforzo di marketing intorno alla pellicola. Il 15 febbraio del 1965 si organizzo un’anteprima alla presenza del presidente Lyndon Johnson e altre autorità mentre due giorni dopo a New York si tenne l’anteprima per i critici. Nonostante l’imponente promozione, l’accoglienza del pubblico fu tiepida. Nelle oltre tre ore di spettacolo l’azione si svolge con lentezza, per sottolineare la solennità dei fatti narrati. Gesù appare spesso in atteggiamento ieratico ma distante. Durante la sofferenza della croce non manca, anche in quell’occasione, di pronunciare le sue ultime parole con potenza e solennità. La presenza di numerosi camei di attori famosi che avevano chiesto di partecipare solo per poter dire: “c’ero anch’io”, di fatto distrae lo spettatore e allenta la tensione soprattutto durante il tormento della croce. Il centurione che alla fine grida: “costui era davvero figlio di Dio!” ha una voce inconfondibile: quella di John Wayne. 

Le presenza di Maria è fugace, forse effetto di un’impostazione protestante e i personaggi dei dodici apostoli non sono stati caratterizzati. I 20 milioni di dollari spesi furono solo in parte recuperati dalla United Artists. Indubbiamente l’epoca dei kolossal cinematografici stava tramontando. Era cambiata anche la sensibilità del pubblico, poco predisposto per un Gesù così ufficiale e poco umano. Non a caso il film successivo che avrà nuovamente un ampio successo di pubblico raccontando la vita di Gesù sarà una versione cantata e in stile hippie: Jesus  Christ Superstar , nel 1973.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LUCE SUGLI OCEANI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 18:58
 
Titolo Originale: The Light Between Oceans
Paese: Regno Unito /Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2016
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance dal romanzo di M.L. Stedman
Produzione: HEYDAY FILMS, LBO PRODUCTIONS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN ENTERTAINMENT, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 133
Interpreti: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Tom Sherbourne, un reduce della Prima Guerra Mondiale, accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa australiana. Prima di raggiungerlo, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Il destino ha in serbo altre sorprese e dolorose scelte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti mostrano grande generosità, abbinata a una solida dirittura morale. L’unica che si dimostra debole saprà anche pentirsi e chiedere perdono
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali
Giudizio Artistico 
 
La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo allo spettatore un’adesione incondizionata e senza cinismo
Testo Breve:

In una remota isola australiana, la coscienza di un uomo e di una donna viene messa alla prova quando le loro aspirazioni si pongono in conflitto con il dolore degli altri 

Perdonare è facile, basta farlo una volta sola. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista e sceneggiatore Derek Cianfrance adatta un bel romanzo di qualche anno fa e s’immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. 

Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare, lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri esseri umani.

Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo.

Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva. La negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova però l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma. Perché ottenere, in modo quasi miracoloso, quello che si desidera più nel profondo, significa pure toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti.

Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo un’adesione incondizionata e senza cinismo, e proprio per questo è destinato a piacere più al pubblico che alla critica.

Un film percorso da un sentimento religioso semplice ma profondo, dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco.

Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma in definitiva positivo e misericordioso.

Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere, ma che è sempre e solo affidato, e la sua eredità sarà essenzialmente di amore e perdono. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE- LA VITA DI SANTA VERONICA GIULIANI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/21/2017 - 07:37
 
Titolo Originale: Il risveglio di un gigante - La vita di santa Veronica Giuliani
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna
Sceneggiatura: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna, Fra Emanuele
Produzione: Sine Sole Cinema s.r.l.
Durata: 99
Interpreti: Diana Hobel, Abigail Pintar, Stella Blasizza, Diego Ziberna, Mandy Marzari, Enrico Bergamasco

Orsola nacque a Mercatello, nel Ducato di Urbino, il 27 dicembre 1660, ultima figlia di Francesco Giuliani e Benedetta Mancini. La coppia aveva avuto sette figlie femmine, due delle quali avevano intrapreso la vita monastica. La madre morì quando lei aveva solo sette anni e quando sentì anche lei la vocazione monastica, incontrò il rifiuto del padre. Alla fine anche il genitore riconobbe la genuina vocazione di Orsola e la ragazza entrò nell'ordine delle Clarisse cappuccine nel 1677 a 17 anni, nel monastero di Città di Castello, cambiando il nome da Orsola a Veronica. Si impegnò da subito nel perfezionamento delle virù religiose, si abituò all’obbedienza esercitando tutti i servizi del monastero ma mostrò soprattutto una grande spiritualità, dedicando le sue ore di orazione a meditare Cristo sofferente sulla croce e dedicando le sue preghiere e le sue mortificazioni alla conversione dei peccatori e alle anime del Purgatorio. Veronica esprimeva in questo modo una genuina vocazione personale che era anche un segno del periodo barocco in cui visse, incentrato sulla meditazione della passione di Cristo e su grandi mortificazioni. Quando la santa ricevette la stigmate si crearono intorno a lei sospetti risentiti da parte delle consorelle che finirono per causarle una condanna del Sant’Uffizio. La sentenza venne presto revocata e Veronica fu nominata badessa del convento dimostrando di essere, oltre che una grande mistica, dotata di senso pratico e di grande umanità nel trattare le consorelle. Il suo confessore e poi il suo vescovo, le imposero di redigere un diario giornaliero delle sue esperienze mistiche, cosa che lei compì diligentemente per 35 anni ed oggi disponiamo di un documento unico, un diario di 22.000 pagine. Morì nel 1727; le sue stigmate erano state riconosciute già nel 1697; fu beatificata nel 1804 e canonizzata nel 1839. Nel 1980 i vescovi dell'Umbria e delle Marche hanno inoltrato alla Congregazione per la dottrina della fede la richiesta del riconoscimento a santa Veronica Giuliani del titolo di dottore della Chiesa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita spirituale, la mistica di una grande santa del ‘600
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna sono riusciti nel difficile compito di raccontarci, attraverso delle immagini, le esperienze mistiche di una santa. . Efficace accompagnamento della colonna sonora
Testo Breve:

Veronica Giuliani, vissuta alla fine del ‘600, clarissa cappuccina del convento di Città di castello, è stata dichiarata santa per le sue intense preghiere in favore di tutti i peccatori e delle anime del purgatorio, un viaggio nelle esperienze mistiche della santa reso possibile dall’abbondanza di informazioni che scaturiscono dal suo diario intimo di 22.000 pagine

La prima caratteristica che salta agli occhi nel vedere questa docu-fiction sulla storia umana e spirituale di santa Veronica Giuliani è il coraggio. I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna non hanno esitato a portare lo spettatore nel cuore delle meditazioni e delle  orazioni della santa ricostruendo cineatograficamente gli incontri che lei ha avuto con Gesù, con Maria ma anche con il diavolo. Si tratta di una vera immersione nella vita mistica di questa santa della fine del ‘600 incuranti del fatto che oggi, non solo chi è lontano dalla fede ma anche tanti laici cristiani, si sentono lontani dalla spiritualità di chi vive in clausura. Per trovare un tipo di “immersione” simile, dobbiamo risalire probabilmente a Il grande silenzio (2004), incentrato su una giornata di clausura nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dei certosiniIn effetti, come ha sottolineato mons Renzo Lavatori, in uno dei suoi commenti registrati per il documentario: “santa Veronica è da ammirare ma non da imitare”, perché i carismi che lei ha ricevuto sono da ritenersi eccezionali. 

Durante l’ora e mezza del film, oltre a una rievocazione dei fatti salienti della sua vita, a riferimenti alla devozione popolare (si dice che da neonata rifiutasse il latte materno nel giorno di venerdì)  e ai commenti degli esperti, si ha modo di “partecipare” alle visioni mistiche che la santa ha avuto, ricostruite grazie alla messe di informazioni che scaturiscono dal suo diario. L’inesausta tensione spirituale della santa era protesa a “patire per amore”, in espiazione vicaria per i peccatori e le anime del purgatorio. “Io do il mio sangue per risparmiare il vostro”, ha lasciato scritto nel suo diario, rivolta al Cristo sofferente in croce. La santa ha avuto anche terribili visioni delle sofferenze dell’inferno e del purgatorio ma anche tanti colloqui consolanti con la Madonna. Appena insignita della massima responsabilità del suo monastero, corse subito a inginocchiarsi alla statua della Madonna supplicando che fosse lei la badessa. Lo stesso diario da lei compilato ha un’insolita caratteristica: è scritto in seconda persona, come se scrivesse sotto diretta dettatura della Santa Vergine, fino alla frase finale del diario: ““Di tutte queste cose tu non conoscesti niente eppure desti il consentimento a tutto secondo il volere di Dio.  Fa' punto”.

Il racconto del percorso spirituale della santa porta alla ribalta il tema dell’espiazione vicaria, cioè del procurarsi volontariamente mortificazioni dolorose, non per purificarsi dalle proprie debolezze ma per “esser con Cristo strumento di riparazione dei peccati degli uomini”. La passione e morte del Redentore è certo un mistero e si tratta di un argomento delicato, che esula dagli impegni di queste pagine.

Già l’allora cardinale Ratzinger, nel suo magnifico Introduzione al cristianesimo aveva criticato la posizione di Anselmo di Canterbury secondo cui “la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da un’infinita espiazione”.  Sottolineava infatti che “non è il dolore in quanto tale che conta bensì la vastità dell’amore che dilata l’esistenza al punto dal riunire il lontano col vicino, dal ricollegare l’uomo abbandonato dal Signore, con Dio”

E’ indubbio che per Veronica il dolore le scaturiva, non certo dalle sue mortificazioni, ma dal percepire l’infinita distanza fra il Cristo Redentore, al quale si sentiva misticamente vicina e i tanti peccati e debolezze degli uomini.

La santità di Veronica resta indiscussa al di là di questi dibattiti. Come commenta una suora intervistata per il documentario: “nel processo di canonizzazione, la santità di Veronica e non è stata verificata sui fenomeni che ha avuto e sulle stigmate, ma come lei ha vissuto le sue virtù cardinali e teologali”.

Spesso, quando vengono realizzati film o documentari che raccontano la vita di un santo, è opportuno concentrarsi sulla bellezza del messaggio trasmesso, sorvolando sulle qualità tecniche dell’opera, spesso modeste. Non è il caso di questo film, dove il regista Giovanni Ziberna (che ha fatto la gavetta come montatore di Ermanno Olmi) assieme a Valeria Baldan hanno mostrato grande padronanza dei mezzi tecnici. A dire il vero la professionalità non è mai sufficiente se non è accompagnata da una forte adesione a ciò che si vuole trasmettere. Il fatto che Giovanni, cresciuto in una famiglia atea, colpito dalla figura di santa Veronica, sia stato battezzato solo da adulto, sembra proprio un altro miracolo compiuto da chi nel lontano ‘600, ha pregato intensamente per la conversione di tutti.

Il fim uscità in DVD per l'autunno 2017 e per richiedere delle proiezioni in sala si può contattare qui:  http://www.sinesolecinema.com/santaveronica/prenota.html

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 08:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Artistico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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