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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

L' ERA GLACIALE 3 L'ALBA DEI DINOSAURI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/16/2010 - 12:00
 
Titolo Originale: Ice Age 3 – Down of the Dinosaurs
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Carlos Saldanha
Sceneggiatura: Peter Ackerman e Michel Berg
Produzione: lue Sky Studios per Fox
Durata: 90'
Interpreti: con le voci italiane di Claudio Bisio, Pino Insegno, Roberta Lanfranchi

Mentre la coppia di mammut costituita dall’ansioso Manny e dalla brillante Elli (ormai guarita dall’ossessione di essere un opossum…) è in attesa del suo primo cucciolo, la tigre Diego affronta gli acciacchi dovuti all’età e alla prolungata inattività. Ma è Sid, che si sente escluso dalla nuova prospettiva familiare dei mammut a provocare l’ennesimo disastro sottraendo tre uova di tirannosauro. Quando la madre derubata si fa viva e lo porta con sé in un mondo sotterraneo popolato di pericolose creature, gli amici del bradipo pasticcione si mettono alla sua ricerca, aiutati da Buck, una donnola stile Indiana Jones che vive nel “mondo di sotto”. E intanto Scrat continua a inseguire la sua ghianda, salvo farsi distrarre da una scoiattolina ancora più affamata di lui…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cuore della vicenda resta la famiglia, la famiglia come luogo di accoglienza capace di includere anche chi momentaneamente è solo, capace soprattutto di tirare fuori il meglio di ognuno.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a mantenere una freschezza e un brio che altre serie animate, come la saga di Shrek hanno perduto.

L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri, nuovo capitolo della saga targato Fox che ha sperimentato per essa gli effetti dell’animazione 3D, ha il suo punto di forza soprattutto in un concept che non pare conoscere stanchezza.

La nuova avventura di Sid il bradipo, Diego la tigre dai denti a sciabola e Manny il mammut riesce a mantenere una freschezza e un brio che altre serie animate, come la saga di Shrek,  hanno sacrificato a favore di un umorismo magari più tagliente, ma anche condito di volgarità e riferimenti fin troppo raffinati per essere goduti da un pubblico familiare.

Mentre il bello de L’era glaciale, in questa come nelle precedenti puntate, è che al centro della storia c’è proprio una famiglia, bizzarra, scombinata e a volte litigiosa, ma a suo modo con una prospettiva ben chiara su alcuni valori essenziali come la solidarietà reciproca, ma anche l’importanza di riconoscere e affrontare la realtà non secondo quello che ad ognuno vorrebbe, ma tale quale è.

Il cuore della vicenda resta dunque la famiglia, con le sue sfide e le sue fragilità, la famiglia come realtà e come aspirazione (per qualcuno destinata a restare, non senza ragione, frustrata), la famiglia come luogo di accoglienza capace di includere anche chi momentaneamente è solo, e capace soprattutto di tirare fuori il meglio di ognuno.

Gli autori sono stati capaci di raccontare, nel contesto di una preistoria ampiamente e fantasiosamente rivisitata, le ansie dei futuri genitori (in questo caso naturalmente del perfezionista Manny, impegnato a costruire un kindergarten per pachidermi e a spiare gli indizi di un prossimo parto), ma anche, a modo loro, la “crisi della mezza età”  del coraggioso Diego (da curare con una buona dose di avventura prima di tornare volentieri alla pace domestica…), e, nel caso di Sid (vero improbabile, e per questo potente, centro affettivo della saga) il senso di esclusione di fronte alla felicità altrui.

Proprio Sid, che pure commette l’ingenuità di adottare le tre uova di un  Tirannosaurus Rex, ha la semplicità e il cuore per riconoscerne senza esitazione il grande valore in quanto commovente forma di vita.

Ma proprio su questo punto la pellicola segue un’interessate e non scontata linea di sviluppo. Di fronte al desiderio di Sid di costruirsi una famiglia a sua misura con i tre cuccioli di dinosauro, gli autori evitano di seguire la legge del politically correct a favore di un sano buon senso.

Così il senso dell’avventuroso viaggio nel regno dei dinosauri, senza bisogno di discorsi o morali giustapposti, emerge chiaramente: non basta volere una cosa, per quanto sinceramente e disperatamente, per averne diritto; non basta avere tanto amore da donare per mettere su una famiglia, soprattutto quando la natura si impone nella sua evidenza; i piccoli di tirannosauro, per quanto amichevoli, devono fin da subito mangiare carne (e non verdura fresca…) e crescendo assomiglieranno non al bradipo che ha assistito alla schiusa delle uova, ma alla gigantesca madre che è venuta a cercarli.

Una lezione che Sid impara senza disperarsi (ma naturalmente preparandosi ad un’altra esilarante avventura) grazie alla presenza affettuosa e solida dei suoi amici, che non gli risparmiano le frecciate, ma alla fine sono disposti a scendere in un altro mondo per salvarlo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Cinema 1
Data Trasmissione: Domenica, 16. Ottobre 2016 - 21:15


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LA CUSTODE DI MIA SORELLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/16/2010 - 11:34
 
Titolo Originale: My Sister's Keeper
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Nick Cassavetes
Sceneggiatura: Nick Cassavetes , Jeremy Leven dal romanzo omonimo di Jodi Picoult
Produzione: Curmudgeon Films, Gran ia productions, Mark Johnson Production
Durata: 107'
Interpreti: Cameron Diaz, Alec Baldwin, Abigail Breslin, Sofia Vassilieva, Jason Patric

I Fitzgerald sono una bella famiglia: Sara (C. Diaz) e Brian (J. Patric) sono sempre affettuosi l'uno con l'altra  e i loro  tre figli sono dei simpatici adolescenti. Alla primogenita Kate (S. Vassilieva) è stata però diagnosticata una rara forma di leucemia fin dalla tenera età. Sara da quel momento si è assunta la missione di fare tutto ciò che è necessario per salvare sua figlia: smette di lavorare e convince il marito a far nascere in provetta una seconda bambina, Anna (A. Breslin), geneticamente selezionata per donare sangue e midollo spinale alla sorella. Anna però, raggiunta l'età di 11 anni, decide di rivolgersi a un avvocato per rivendicare il diritto di gestire in proprio il suo corpo: il passo successivo sarebbe stato la donazione di un rene....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I forti temi bioetici sollevati dal film vengono risolti positivamente ma dispiace che il regista manchi di una visione lucida sui destini ultimi della nostra vita, limitandosi a qualche vago sentimento di impronta New Age
Pubblico 
Adolescenti
La storia, che vede coinvolta una bambina di 11 anni impiegata a tenere in vita con il suo sangue e il midollo sua sorella, può impressionare i più piccoli. Il film è VM 14.
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione di tutti i protagonisti, in particolar modo di Cameron Diaz, insolitamente impegnata in un ruolo drammatico. Ma la regia è piatta con una forte inclinazione al patetico
Testo Breve:

La custode di mia sorella Il film affronta con sensibilità umana temi bioetici importanti, come la fecondazione in vitro per ottenere una figlia biocompatibile con la sorella malata. Peccato che il film sia priva di una matura riflessione sul senso della vita e della morte ma solo vaghe suggestioni New Age

Il film affronta temi etici rilevanti e lo fa trattando  con grande sensibilità agli aspetti più umani e  dolenti delle persone che ne sono coinvolte.

Primeggia su tutto l'affiatamento all'interno di una famiglia dove papà, mamma, due sorelle ed un fratello passano giorni spensierati insieme, vivendo quasi in un microcosmo chiuso che non ha bisogno di relazionarsi con l' esterno.
Quando litigano sono sempre pronti, in giorno dopo, a rappacificarsi e a ristabilire l'armonia familiare. Appena un componente della famiglia resta isolato per le sue idee o i suoi atteggiamenti, gli altri si affrettano a prendersene cura, a ristabilire l'equilibrio familiare.

Le protagoniste del film sono due: la madre Sara e la figlia Kate. Sara non è quasi più se stessa o meglio ha deciso che il suo essere se stessa coincide con il suo impegno di mantenere in vita sua figlia, con un servizio di vigilanza e di attenzioni di giorno e di notte, fino al gesto estremo di volere un'altra figlia non per se stessa, ma come supporto biologico per la sorella. Arriva anche ad essere crudele con gli altri componenti della famiglia, appena questi pongono ostacoli alla sua missione.

Kate, è il personaggio più completo: ha un rapporto tenero e di grande confidenza con la sorella e con il fratello; si scoraggia perché con i suoi 17 anni si sente brutta con la sua testa pelata a causa della chemioterapia, ma poi riesce  ad avere una piccola storia d'amore con un ragazzo conosciuto all'ospedale, destinato anche lui ad una morte precoce. La loro relazione occupa la parte centrale del film ed è forse la parte più riuscita ed intensa: lui non pensa alla morte perché quel che conta è aver conosciuto Sara.

Kate si rivela pienamente nella parte finale del film: non vogliamo svelare alcune sorprese del racconto ma sicuramente il suo decidere di non sottoporsi ad ulteriori interventi, sempre più disperati, non è una forma di eutanasia ma è piuttosto accettare serenamente ciò che non si può più evitare. Lei finalmente "è pronta" ed è in grado di regalare un ultimo sorriso sereno a tutti coloro che le stanno intorno.

Il film evidenzia in modo sufficientemente chiaro l'abominio di concepire un figlio come un mezzo e non per se stesso; dispiace però notare come Nick Cassavetes regista e sceneggiatore, lasci trasparire una sua  visione metafisica approssimativa, quasi rozza. Un tema eticamente alto come quello narrato spinge inevitabilmente a porsi domande sul destino ultimo dell'uomo; sembra però che quell'immenso spazio di civiltà occidentale che va  dalla  metafisica degli antichi greci alla religione cristiana abbia insegnato ben poco a questo regista, che dispone solo di vaghe suggestioni New Age.

La visione che ci viene offerta dell'aldilà ha  generici accenni poetici;  dice Anna: "ognuno di noi è un coriandolo di cielo azzurro; lassù nello spazio ci sono tante anime in cerca di un corpo in cui vivere".
Dispiace inoltre che l'esistenza di Kate, che ha così profondamente segnato la vita dei suoi familiari, certo in modo doloroso, ma sicuramente arricchendoli,  lasciando loro proprio per questo una grande eredità spirituale, resti all'interno di una visione priva di quella speranza che ci consenta di riconoscere che gli esseri umani possano farsi del bene a vicenda nella prospettiva di un destino superiore.

Continua Anna: "Vorrei poter dire che la morte di Kate ha portato qualcosa di buono. Che ci ha aiutato a trovare le risposte per continuare a vivere. O che la sua vita ha avuto un valore particolare per il quale  le hanno intitolato un parco o una strada. O che la Corte Supema ha modificato una legge a causa sua. Ma non è andata così. E' morta e basta. Ora è un coriandolo di cielo azzurro e noi dobbiamo andare avanti. Non capirò mai perché Kate ha dovuto morire e noi siamo vivi. Non c'è una spiegazione credo. La morte è morte. Nessuno può capirla".

Solo nella parte finale del film, viene adombrato quello che invece avrebbe dovuto essere il vero senso di questa storia.
Conclude Anna: "tanto tempo fa sono stata messa al mondo per salvare mia sorella. Alla fine non ci sono riuscita. Ma oggi so che questo non era importante. Era importante che avessi una sorella. Una sorella fantastica.  Un giorno sicuramente la rivedrò ma nell'attesa il nostro rapporto continua".

Nick Cassavetes sa valorizzare gli attori molto bene e una Cameron Diaz in veste drammatica è una vera sorpresa. La regia è però piatta e Nick non riesce a contenere le sue derive sul registro patetico. La storia era già di per se straziante ma il regista non rinuncia a rincarare la dose: durante la fase processuale: veniamo a sapere che il giudice è una donna a cui è era morta sei mesi prima una figlia dell'età di Kate e perfino l'avvocato che  difende Anna vive con un polmone d'acciaio ed è per di più epilettico.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: La5
Data Trasmissione: Lunedì, 16. Gennaio 2017 - 21:10


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UP

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:22
 
Titolo Originale: Up
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Pete Docter e Bob Peterson
Sceneggiatura: Pete Docter e Bob Peterson su soggetto di Pete Docter, Thomas Mc Carthy e Bob Peterson
Produzione: Pixar Animation Studios
Durata: 96'
Interpreti: assenti

Carl Fredricksen da bambino sognava di diventare esploratore. Ormai ha 78 anni e, dopo la morte della amata moglie Ellie,  la sua casetta colma di ricordi e di sogni non realizzati è tutto quello che gli è rimasto. Quando gli speculatori edilizi con un tranello lo vogliono mandare in un ospizio per buttare giù la sua casa e costruire un palazzo, Carl progetta una fuga spettacolare. Ma non sa che si ritroverà fra i piedi Russell, piccolo boy scout saputello e soprappeso, inaspettato compagno di un’avventura che li porterà niente meno che in SudAmerica, nelle sognate Paradise Falls… 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
la Pixar riesce a fare un film molto profondo, che non ha paura di raccontare che nonostante il fallimento dei sogni di bambino del protagonista, è possibile tornare a una vita migliore attraverso la generosità e la bontà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La storia è divertente e piena di gag e di sorprese, ma stavolta è proprio il tocco di poesia che incanta

Up è un altro episodio geniale della storia di divertimento e poesia della Pixar - la casa madre di dieci incredibili successi da Toy Story fino a Ratatouille e Wall-E. In questo caso l’autore principale  è Pete Docter, uno dei primi uomini Pixar, un ragazzone allampanato dall’aria buona che non teme di dire che si è ispirato anche, in parte, a suo nonno, così come il collega Andrew Stanton nel pensare alla prima idea di Nemo vi aveva trasposto alcuni aspetti del rapporto con il proprio figlioletto. Ancora una volta l’uscita americana del film era accompagnata da una certa perplessità: come potrà andar bene un cartone animato che ha per protagonisti un vecchietto bizzoso e un boy scout cicciotello e saccente? Vedere per credere. Up abbatte ancora una volta tanti schemi (quello del “sogno americano”, per esempio, quello del giovanilismo a tutti i costi) e ha dei momenti di straordinaria poesia. Uno su tutti, quei quattro-cinque minuti che nella prima parte del film riassumono la storia di Carl, da quando, ragazzino, conosce la simpatica vicina di casa Ellie, a quando la sposa, si accorge che non riescono ad avere figli, invecchiano dolcemente insieme fino all’anzianità di entrambi e alla morte di lei proprio quando stavano per iniziare il loro viaggio in Sud America sognato da sempre. Una sequenza dolce e toccante, che ha strappato applausi a scena aperta al Festival di Venezia, dove il film è stato proiettato in anteprima italiana, a un pubblico di solito abituato a ben altri colpi allo stomaco.

La storia è, come sempre, divertente e piena di gag e di sorprese, ma stavolta è proprio il tocco di poesia che incanta. Ci sono delle invenzioni visive che ricordano Magritte, ma tutto è pensato non per un’astratta perfezione delle immagini, che pure sono bellissime, bensì per far passare i significati e le emozioni della storia. Tutti gli oggetti sono stati progettati per questo fine: la casa di Carl, che spiccherà il volo trainata da centinaia di palloncini, ha le caratteristiche intime e “piccole” di una casa di bambola, perché deve veicolare intimità e affetto. Tutti gli oggetti che riguardano Carl hanno linee squadrate e rigide, perché devono dare il senso della sua chiusura in se stesso, mentre quelli che riguardano Ellie (la sua poltrona ormai vuota, il suo ritratto alla parete della loro casa) hanno linee curve, sono morbidi, dolci come lei.

La casa vola via e porterà Carl e l’imprevisto boy scout in un viaggio avventuroso nell’America del Sud, alle Paradise Falls tanto sognate… Ma nel viaggio il “sogno” dell’ex-piccolo esploratore ormai anziano, e anche il suo attaccamento alla casa e alle memorie della moglie subiranno una dura prova, che lo porterà a tornare ad aprirsi agli altri, ad amare in un modo nuovo e non più soltanto legato al passato.

E qui ancora una volta la Pixar riesce a fare (cosa di cui il suo leader John Lasseter e i suoi collaboratori non si vantano mai, dicendo piuttosto che il loro obiettivo è semplicemente quello di intrattenere) un film molto profondo, che non ha paura di raccontare che nonostante il fallimento dei sogni di bambino del protagonista, e di tanti altri suoi legittimi desideri, è possibile tornare a una vita migliore attraverso la generosità e la bontà.  Ancora una volta (si pensi a Gli incredibili, che non ha avuto paura di raccontare, cosa assai rara, un modello assolutamente “normale”, di famiglia) la Pixar supera in un colpo il politically correct di tanto cinema di successo da una parte e le amarezze e il cinismo del cinema d’autore dall’altra, che magari critica i modelli imperanti, ma senza mai dare soluzioni. La sua ricetta è in fondo semplicissima, e si basa sull’umanità dei personaggi e sul coinvolgimento profondo degli autori stessi nei temi dei film. Carl Fredricksen è l’eroe più improbabile che si possa immaginare, ha 78 anni e viaggia nel mondo in una macchina volante. Eppure, con parole di Lasseter “impara come le grandi avventure nella vita sono le piccole cose che avvengono tutti i giorni”. E Pete Docter, il regista del film, afferma molto chiaramente come la cosa decisiva in un film sia il coinvolgimento emotivo dato dal personaggio e racconta di quando è andato in Francia con la moglie e i figli: un viaggio fantastico, in cui hanno visitato posti stupendi, ma il ricordo a lui più caro è quello di: una sera in cui “abbiamo bevuto della cioccolata calda in un piccolo bar di Parigi, nulla di speciale, mentre io ridevo e scherzavo con i miei figli”. Ecco la sensibilità da cui nascono film come questo.

Up ha ampiamente meritato le centinaia di milioni di dollari che ha incassato in tutto il mondo e siamo sicuri che –come capita di solito con le commedie e qualche volta anche con i cartoni animati- se oggi verrà da qualcuno considerato solo un prodotto di successo, fra qualche decennio ci si renderà conto della sua profondità, di tutta la sua bellezza e avrà un posto nelle storie del cinema.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Family
Data Trasmissione: Sabato, 2. Febbraio 2019 - 21:00


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JULIE & JULIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:01
 
Titolo Originale: Julie & Julia
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Nora Ephron
Sceneggiatura: Nora Ephron
Produzione: Easy There Tiger Productions, Scott Rudin Productions
Durata: 123'
Interpreti: Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci, Chris Mesina

2002, New York. Julie Powell è una ragazza sposata che svolge un lavoro precario presso un centro statale che si occupa di dare supporto alle vittime dell'11 settembre. Si sente particolarmente irrealizzata (in passato ha anche tentato di fare la scrittrice ma ha lasciato il libro a metà) anche se è supportata da un marito affettuoso. Alla fine ha un'idea: appassionata di cucina, decide di aprire un blog dove per 365 giorni cercherà di realizzare altrettanti piatti presi dal "Mastering the art of French Cooking" di Julia Child, che per lei è un vero mito.
1948, Parigi. Julia Child è appena arrivata a Parigi assieme a suo marito, diplomatico americano ed è entusiasta della città; apprezza molto la cucina francese ma ci vorrà del tempo prima che scopra la sua  vocazione fra i fornelli; all'inizio cerca solo di ingannare il tempo con un corso da modista...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due coppie di coniugi sanno aiutarsi vicendevolmente, "nella buona e nella cattiva sorte"
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche moderata intimità coniugale
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale prova di bravura di Meryl Streep. Il racconto ha una costruzione classica, con molta cura nei particolari

Julia Child per noi italiani è pressoché sconosciuta ma A.O. Scott del New Jork Times assicura che il suo libro "Mastering the art of french cooking" ha avuto una influenza sui costumi americani paragonabile all'impatto che hanno avuto il rapporto Kinsey e quello del Dr Benjamin Spock sulla cura dei bambini (con effetti però positivi, a differenza di questi ultimi, aggiungerei).
Le sue costanti apparizioni alla televisione durate più di 10 anni ne hanno fatto una presenza familiare e rassicurante per tutte le massaie americane.  Ora la sua cucina, progettata appositamente dal marito per adattarla alla sua statura (1,88 m)  è  visibile allo Smithsonian National Air and Space Museum.
Il film inizia  con l'arrivo della coppia a Parigi e Julia non nasconde il suo entusiasmo per la città (molto ben evocata l'ambientazione anni '50, dai mercatini nel quartiere latino, agli scorci sulla Senna, ai mobili d'epoca, ai costumi). Apprezza sopratutto i sapori della  cucina locale, in stridente contrasto della tradizione del New England appresa nella casa paterna in Pasadena, California.
In parallelo, ma in stridente contrasto ambientale (nel  Queens, sobborgo di New York  le strade sono sudice e i palazzi anonimi bisognosi di manutenzione)  si sviluppa la storia di una giovane coppia che nel 2002 cerca un suo punto di equilibrio. In particolare lei, Julie, impiegata al call center di un ente governativo che si occupa delle vittime dell' 11 settembre, si sente irrealizzata; laureata in lettere, con alle spalle un libro mai finito, si sente a suo agio solo fra i fornelli, dove ritrova un momento di libera creatività. Decide quindi di aprire un blog dove si impegna davanti al suo pubblico virtuale a rifare le ricette del famoso libro di cucina di Julia Child.

Il film, da questo momento in poi,  sviluppa le storie delle due donne, desiderose entrambe di realizzarsi. Si può dire che non succede niente di straordinario nelle loro vite:  Julia, come moglie di un addetto all'ambasciata, a parte qualche ricevimento ufficiale, ha ben poco da fare; prova prima un corso per modiste, poi tenta di imparare il bridge ed infine si iscrive al Cordon Bleu, la famosa scuola francese per cuochi, unica allieva di sesso femminile, guardata con molto sospetto.
Anche la vita di Julie è solo  una lunga sequenza di giorni dove ogni sera, tornata a casa dal lavoro mette mano ai fornelli e poi completata la sua opera, racconta tutto ai pochi lettori del suo blog.

Dove sta dunque l'interesse per questo film? Forse è proprio nel sottolineare due virtù indubbiamente poco fotogeniche: la perseveranza e la fedeltà.
Julia affronta con forza serena le non poche difficoltà: prima nel cercare di entrare nel mondo della cucina professionista, dominio esclusivo  maschile e poi nel superare (ma occorsero almeno otto anni) le perplessità degli editori per un'opera così imponente. La fedeltà è quella di entrambe le coppie: non c'è stata nessuna volontà  da parte dell'autrice di animare la storia con tradimenti e vicende sentimentali tormentate: è proprio la forza dei loro legami familiari, il sostegno dei rispettivi mariti che consente loro di portare a termine ciò che si sono prefissate. 
Meryl Streep aggiunge un altro strepitoso personaggio alla sua già brillante carriera; chi è americano ed ha visto la Child alla televisione conferma che lei era proprio come Meryl l'ha resa (ha dovuto portare durante le riprese tacchi altissimi che non si vedono), inclusa la sua voce un po' stridula. Anche la Amy Adams è brava e graziosa, ma non riesce a sostenere il confronto con il "mostro" Meryl.

Può sorgere la curiosità di capire, come mai la Child è diventata così amata dagli americani.
Forse si può comprendere qualcosa proprio dall'interpretazione della Streep: Julia non si è limitata ad aver avuto l'idea gusta al momento giusto (le donne americane, nel periodo del dopoguerra, erano entusiaste di tutto ciò che proveniva da Parigi) ma c'è stato qualcosa in più: la sua capacità di trasmettere, prima sulla carta e poi sul video, un messaggio fortemente positivo:  "voi ce la potete fare".
Ce la potete fare a realizzare complesse ricette francesi, così come ogni problema che dovrete affrontare  con la fiducia in se stesse e la ferma volontà.
Anche il suo modo di fare, così amabile e vicino alle persone, non è un aspetto caratteriale della donna ma frutto dell'esercizio di volontà: lo lascia trasparire la Streep quando la coppia, a causa di alcune disgrazie professionali del marito (siamo in pieno Macchartismo) deve abbandonare l'amata Parigi. Lei si sforza in questo frangente di nascondere la sua disillusione perché comprende che la cosa più importante da fare è incoraggiare il suo amato marito.

E' significativo sotto questo aspetto il confronto generazionale far le due donne: Julia Child forse, perché ha dovuto superare le difficoltà del periodo bellico, forse perché proveniente da una famiglia dove aveva avuto una rigida educazione, sa sostenere ed affrontare i colpi della sorte, sa trovare sempre il lato positivo di tutto ciò che accade.
La coppia moderna è molto più fragile: Julie si sente irrealizzata e ciò crea in lei ansia e sfiducia; appena si trova a dover affrontare le prime difficoltà finisce per scoraggiarsi e a voler mollare tutto. Anche la relazione con suo marito è soggetta ad alti e bassi. Per fortuna sarà proprio il calore dell'affetto fra i due coniugi che consentirà anche a Julie di raggiungere il suo obiettivo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 12:31
 
Titolo Originale: The Princess and the frog
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Ron Clements, John Musker
Sceneggiatura: Ron Clements, John Musker, Greg erb, Rob Edwards, Jason Oremland
Produzione: Walt disney Animation Studios
Durata: 97'
Interpreti: voci originali di Oprha Winfrey; Anika Noni Rose,Terrence Howard

New Orleans, anni Venti. Il principe Naveen, bello e appassionato di jazz ma senza un soldo, arriva in città con la speranza di sposare un’ereditiera, ma viene imbrogliato dallo stregone Facilier e trasformato in un ranocchio. Scambiandola per una principessa, convince Tiana, povera e volitiva cameriera di colore, a dargli un bacio: in cambio l’aiuterà ad aprire il ristorante che la ragazza sogna da una vita. Ma le cose non vanno come previsto dalla favola e i due si ritrovano entrambi ranocchi  in mezzo ai pericoli della palude della Louisiana. Per salvare la vita del principe e tornare umani dovranno affrontare mille pericoli, trovando finalmente quello di cui ha davvero bisogno il loro cuore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La realtà si vede non con gli occhi ma con il cuore. Una lezione che non può essere imparata che attraverso il sacrificio, e che si apre ad una sorprendente e toccante dimensione di trascendenza.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene potenzialmente paurose rendono la visione consigliabile ai bambini dai 6 anni in su.
Giudizio Artistico 
 
Nel tratteggio dei personaggi sta uno dei pregi di questa pellicola, che riprende la grande tradizione dei musical disneyani

Dopo anni di animazione computerizzata la Disney torna al disegno manuale a due dimensioni con una rivisitazione molto libera di una fiaba tradizionale dei fratelli Grimm e aggiunge alla sua galleria di principesse la prima eroina di colore, Tiana, giovane e volitiva cameriera che persegue il sogno (ereditato dal padre morto prematuramente) di aprire un ristorante di lusso in un vecchio zuccherificio abbandonato.

A questa eroina decisamente contemporanea nelle sue aspirazioni di riuscita professionale (che rischiano però di farle dimenticare l’importanza degli affetti) gli autori contrappongono, in puro stile commedia classica, un principe straniero playboy e amante della bella vita, cui i genitori hanno tagliato i fondi e che pensa di risolvere i suoi problemi sposando un’ereditiera.

A New Orleans non avrebbe nemmeno molto da cercare: Charlotte, figlia del ricco Grand Papa LaBouff, con cui Tiana ha condiviso l’infanzia (la sua mamma era la sarta della piccola e capricciosa ereditiera) e le fiabe su principi e ranocchi, non sogna altro nella vita. Ora Charlotte è cresciuta e vuole sposare un principe a tutti i costi e suo padre, come al solito, non le può rifiutare nulla.

A complicare le cose ci si mette uno stregone voodoo Facilier, che coinvolge il principe, desideroso di una facile scappatoia ai suoi problemi, in un incantesimo che lo trasforma nell’anfibio del titolo.

La storia ci mette un po’ ad ingranare, forse perché non è così immediato calare gli stilemi della fiaba in un mondo quasi contemporaneo (e che all’epoca nel Sud degli Stati Uniti prevedeva ancora una rigida separazione tra bianchi e neri, anche se su questo la Disney astutamente sorvola), ma pure perché è difficile mantenersi ai livelli di profondità e raffinatezza cui ci hanno abituati le storie della Pixar.

Una volta che i due protagonisti giungono nella palude e incontrano i suoi strambi abitanti (Luis, un alligatore che vuole suonare la tromba, Ray, una lucciola innamorata della stella della sera, la vecchissima Mama Odie, cieca ma saggia), però, la storia prende il volo e si trasforma in una parabola commossa e coinvolgente su desideri, sogni e preghiere e quello che essi davvero implicano.

Entrambi i protagonisti devono imparare che quello di cui hanno bisogno non è necessariamente quello che desiderano (e questa è l’occasione per una sotterranea lezione di sceneggiatura) e che la realtà va cercata ben oltre le apparenze.

Sarà proprio lo strambo Ray ad impartire loro una lezione che è la stessa del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, la realtà si vede non con gli occhi ma con il cuore.

Una lezione che non può essere imparata che attraverso il sacrificio, anche il più estremo (attenzione ai fazzoletti nel finale) e che si apre ad una sorprendente e toccante dimensione di trascendenza.

Mentre gli altri, con minore o maggiore convincimento, esprimono desideri alla stella della sera, Ray è l’unico che la chiama per nome (Evangeline) e quella che all’inizio può sembrare una stramberia alla fine diventa la chiave per rivedere tutto quanto è accaduto.

In questo e negli altri personaggi di contorno (anche nella capricciosa ma tutto sommato generosa Charlotte) sta uno dei pregi di questa pellicola, che riprende la grande tradizione dei musical disneyani (anche se nella traduzione le canzono un po’ ci perdono) regalando sul finale un significativo ruolo anche al matrimonio tra i protagonisti.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY FAMILY
Data Trasmissione: Sabato, 10. Settembre 2011 - 21:00


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WELCOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 11:27
 
Titolo Originale: Welcome
Paese: Francia
Anno: 2009
Regia: Philippe Lioret
Sceneggiatura: Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam
Produzione: Nord-Ouest Production, Studio 37, France 3 Cinèma, Mars Films, Canal+
Durata: 110'
Interpreti: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi

Bilal è un ragazzo curdo di 17 anni, dal portamento atletico (nel suo paese, l'Irak, è stato campione di calcio) che si trova a Calais dopo che ha fallito il tentativo di passare oltre la Manica come clandestino. Il  suo sogno è andare in Gran Bretagna perché la sua ragazza vi si è trasferita con tutta la famiglia. Non gli resta che organizzare l'impresa più disperata:  attraversare la Manica a nuoto;  per raggiungere il suo obiettivo decide di prendere lezioni individuali di nuoto alla piscina comunale. Qui conosce l'istruttore Simon, un uomo rassegnato che sta per divorziare dalla moglie Marion. Simon dapprima appare scettico ma poi inizia a trattare Bilal come un figlio e decide di aiutarlo nella sua folle impresa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta il problema delle immigrazioni clandestine senza ideologie ma con grande sensibilità umana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche allusione a possibili atteggiamenti pedofili può non essere indicata per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grande bravura dell'autore nell'inserire all'interno di storie personali significati di valore universale e il rigore di un non retorico impegno civile. Ottima interpretazione di Vincent Lindon

Calais è il nervo scoperto dell'Europa dove affiorano le tensioni sociali e i conflitti  degli utimi 20 anni. Nello scorso decennio, con la guerra Jugoslava,  arrivano i primi immigrati dalla Croazia, Bosnia, Kosovo; senza soluzione di continuità a loro seguono nuove ondate migratorie dall'Irak, dall'Afghanistan, dal Kurdistan e di nuovo dall'Irak. Sono persone che lasciano  il loro paese per sfuggire ai conflitti  o perché perseguitati  in patria e cercano di trasferirsi in Inghilterra dove molto spesso hanno dei parenti già residenti. Restano però bloccati a Calais perché sono dei sans papier, non hanno i permessi necessari. Da subito associazioni di volontari (sopratutto cattoliche, ma questo particolare non viene citato nel film) si  prodigano per  dar loro un pasto caldo e un minimo di conforto. L'Alto Commissariato dei Rifugiati dell'ONU con l'aiuto della Crocerossa costituisce infine il centro di accoglienza di Sangatte che arriva ad ospitare fino a 4000 persone ma la situazione resta grave, a causa del flusso ininterrotto di immigrati.
Nel 2002 Sarkozy, in accordo con il governo inglese, decide di chiudere il centro di Sangatte. A questa iniziativa si accompagnano leggi severe verso i francesi che vengono scoperti ad aiutare o dare alloggio ai clandestini.  Padre Boutoille, che aveva riaperto nel 2002 una chiesa abbandonata per accogliere i rifugiati d'inverno, viene arrestato. Con queste iniziative drastiche il popolo degli immigrati  cerca tuttora di sopravvivere  accampandosi nella foresta intorno a  Calais mentre  associazioni di volontari continuano a organizzare mense volanti, con il rischio di venir arrestati.

Questa premessa era necessaria per comprendere lo spirito con cui  il regista e sceneggiatore si è posto il meritevole compito di portare in evidenza un problema che non è solo  francese, ma di tutti noi europei.

Philippe Lioret è sicuramente dalla parte dei sans papier ma non ha trasformato il suo film in un pamphlet politico, ha invece interiorizzato il problema, raccontandoci le storie personali del curdo-iracheno Bilal e del francese Simon.  Con uno stile asciutto e un racconto lineare, Lioret non nasconde il fatto che i due protagonisti si muovono spinti  da motivazioni personali: il giovane desidera raggiungere Mina, la ragazza che ama, desiderio che si è trasformato in esasperazione  da quando è venuto a sapere che il padre di lei l'ha destinata a sposarsi con un suo zio,  proprietario di un ristorante avviato. Simon ama sua moglie, che però ha trovato un altro compagno: Marion lo accusa di essere abulico e rinunciatario mentre lei è attiva nel volontariato verso i sans papier.
Simon è cosciente dei suoi limiti caratteriali  ("Bilal ha fatto 4000 km a piedi per rivedere la sua ragazza -dice Simon alla moglie -tu sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti") e istintivamente si avvicina a Bilal e lo aiuta, inizialmente non per lui, ma per fare qualcosa che possa far piacere a sua moglie.
Così, Simon, spinto dall'amore verso sua moglie accetta di trasformare se stesso e aiuta concretamente Bilal:  in questo modo, progressivamte , anche noi veniamo introdotti assieme a lui nel problema dei sans papier. Simon viene convocato dalla polizia per il semplice motivo di aver offerto un passaggio in macchina a due di loro; i vicini di casa, gretti e sospettosi, gli rendono la vita difficile.

Sarebbe stato molto facile per l'autore caricare le tinte, mostrando poliziotti crudeli, clandestini innocenti malmenati ed affamati. Invece la sua accusa risulta tanto più efficace in quanto  ci mostra come certi nostri comportamenti aberranti sono stati ormai assorbiti nella ordinarietà dei comporamenti quotidiani.
Allo stesso modo, nel confronto fra civiltà così diverse Lioret evita qualsiasi forma di idealizzazione: se nell'occidente ormai avvezzo a tutto, l'aiuto di Simon verso Bilal viene visto solo con il sospetto di un interesse sessuale, i clandestini si accapigliano per questioni di soldi e son disposti a rubare anche nelle case di chi li ospita. Se in occidente ci si separa anche solo per noia, nelle famiglie irakene il padre combina  il matrimonio  della figlia in base ai suoi interessi.

La regia incastona sapientemente l'inizio e la fine della storia fra due eventi ad alta drammaticità: nell'incipit assistiamo al tentativo di emigrazione clandestina all'interno di un camion (i sans papier debbono tenere la testa dentro sacchetti di plastica con il rischio di restare soffocati, per ingannare i rilevatori di anidride carbonica utilizzati dalla polizia)  e alla fine, quando Bilal affronta le correnti e le onde della Manica in pieno inverno, inseguito dalle motovedette della guardia costiera inglese.
La sceneggiatura, di impostazione classica e molto  efficace, usa gli oggetti per simboleggiare ciò che non occorre dire: l'anello di Marion era stato perso al momento della separazione e poi ritovato e donato da Simon a Bilal, nella speranza che il giovane possa trovar l'amore che a lui sfugge; ma poi ritorna nelle mani di Simon, quando  intravede la speranza di un rappacificamento....

Il film può contate sull'ottima interpretazione di Vincent Lindon: grigio e sciatto nel vestire, i suoi occhi tradiscono l'abitudine alla rassegnazione ma la sua forza, calma e pacifica, sta proprio nel non derogare dal suo amore coniugale e nel saper compiere atti di umana solidarietà.
Il film è gravido di riferimenti universali: la capacità trasformante dell'amore,  la scoperta di come un incontro fra esseri umani possa avviarci reciprocamente verso una maggiore responsabilità e maturità di coscienza; la capacità che hanno gli uomini di comprendersi, nonostante le culture siano molto diverse; il valore della politica nel senso più alto di questo termine, vista come gestione di problemi collettivi di non facile soluzione ma per i quali non si può prescindere da un trattamento umano nei confronti dei clandestini, la cui unica colpa è quella di essere vittime di circostanze avverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Mercoledì, 7. Dicembre 2016 - 21:05


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BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:20
 
Titolo Originale: Bella
Paese: Usa, Messico
Anno: 2006
Regia: Alejandro G. Monteverde
Sceneggiatura: Leo Severino, Patrick Million, Alejardo G. Monteverde
Produzione: One Media, Metanoia Films, Bella Production, Burnside Entertainment, Mpower Pictures
Durata: 91''
Interpreti: Eduardo Veràstegui, Tammy Blanchard, Manny Perez

José era un promettente giocatore di calcio messicano; davanti a lui si apriva una carriera ricca di successi e soddisfazioni, ma la distrazione di un attimo cambia tutto. Dopo aver investito una bimba José abbandona lo sport e diventa cuoco nel ristorante del fratellastro. La sua vita è chiusa nel dolore di quel giorno fatale, fino a quando la possibilità di aiutare Nina, cameriera nello stesso ristorante che è rimasta incinta e non vuole tenere il suo bambino, gli offre una nuova possibilità. Forse salvando quella piccola vita non ancora nata avrà la possibilità di ricominciare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film vuole convincere una volta di più che se non sempre una donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a condividere.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella è un film pieno di poesia che riesce a toccare i cuori degli spettatori

Presentato come evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival da Matilde Bernabei e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella è un film pieno di poesia che affronta il tema dell’aborto (ma forse sarebbe più corretto dire, al contrario, quello della salvaguardia della vita nascente) in modo suggestivo.

Con pochissime parole e puntando tutto sul legame che si stabilisce tra una giovane donna spaventata di fronte a una gravidanza non voluta e un uomo alla disperata ricerca di perdono, il regista Alejandro Gomez Monteverde commuove lo spettatore grazie alla descrizione di intensi legami familiari.

Che sono proprio ciò che ha consentito allo sfortunato José di sopravvivere al dramma che lo ha visto protagonista (da promessa del calcio a responsabile, pur involontario, della morte di una bambina di pochi anni) . Piegato, ma non sconfitto, José trova nell’incontro con Nina, una giovane donna troppo sola e troppo spaventata per valutare pienamente la sua situazione, proprio ciò che attendeva, una seconda occasione. Spendersi per una vita per tentare di riparare al male fatto per leggerezza e fatalità.

Per vincere questa sfida fondamentale José non ricorre a ragionamenti e teorie che Nina forse non sarebbe in grado di ascoltare, ma all’evidenza dell’esperienza che lo ha aiutato a reagire quando si è trovato nel momento peggiore della sua vita.

La vita come valore assoluto, tanto più evidente quando viene tragicamente spezzata, emerge nella forza della famiglia di José, che ha già conosciuto il gesto generoso dell’adozione e ora si apre ad accogliere una nuova vita.

Il fascino di una New York che può essere al tempo stesso luogo di smarrimento, ma anche punto di partenza per una nuova vita, la musica che introduce lo spettatore all’universo caloroso della famiglia di José (in cui i conflitti non sono aboliti, ma l’amore è capace di sanare ogni ferita).

Quella tra Josè e Nina è qualcosa di diverso e forse anche di più grande di una storia d’amore; o forse semplicemente si tratta della storia in cui l’amore è rivolto verso chi ne ha più bisogno: il bambino non ancora nato di Nina.

La pellicola non pretende di approfondire il disagio di Nina (suggerendo implicitamente che qualunque esso sia non sarebbe una giustificazione all’eliminazione di un figlio) , né chiarisce il suo percorso dopo l’incontro con Josè, lasciando solo alla scena finale il suggerimento di una speranza: quella di una crescita umana capace di riabbracciare pienamente le proprie responsabilità.

Questi gli elementi che consentono a questo piccolo film indipendente di toccare i cuori degli spettatori, convincendolo una volta di più che se non sempre una donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a condividere.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Venerdì, 29. Novembre 2019 - 21:10


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IL CONCERTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:28
 
Titolo Originale: Le concert
Paese: Francia, Italia, Romania
Anno: 2009
Regia: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu e Matthew Robbins
Produzione: Les Productions du Trésor/France 3 Cinéma/Europacorp/Oï Oï Oï Productions/Castel Films/Panache Productions/RTBF
Durata: 119''
Interpreti: Mélanie Lurent, Alekseï Guskov

Andreï Filipov , osannato direttore dell'orchestra Bolshoi di Mosca, viene allontanato in epoca comunista per essersi rifiutato di licenziare i suoi musicisti ebrei. Venticinque anni dopo l'uomo lavora ancora in teatro come custode e aiuta la moglie a movimentare finte manifestazioni d'orgoglio ex-comunista. Un giorno intercetta un invito per il teatro Châtelet di Parigi e decide di riscattarsi dalle umiliazioni con l'inganno, accettando l'ingaggio al posto dell'orchestra ufficiale ed eseguendo il brano interrotto tanti anni prima. Riunisce così i vecchi compagni di concerto e qualche improbabile nuovo ingaggio. Il viaggio a Parigi, reso possibile dalla collaborazione del vecchio direttore del teatro che aveva rovinato Andreï, porterà alla luce una verità che coinvolge non solo il direttore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non è poca cosa oggigiorno trovare la chiave giusta per raccontare con serietà e al contempo positiva speranza dei personaggi così veri, senza il timore di aprirsi ad una prospettiva di rinascita e redenzione non solo immanente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il ritmo del racconto, che alterna alcune scatenate scene di commedia a passaggi più distesi e squarci drammatici, accompagna lo spettatore in un’avventura che coinvolge profondamente e lascia per una volta realmente soddisfatti.

Dopo gli ebrei in fuga di Train de vie e il giovane etiope in cerca di identità di Vai e vivrai, Radu Mihaileanu ci regala un nuovo commovente (ma anche esilarante) gruppo di personaggi nel suo nuovo film, come d’abitudine in delicatissimo equilibrio tra dramma e commedia.

La descrizione della Russia post-sovietica, divisa tra gente che cerca di arrabattarsi (facendo la comparsa ai comizi degli ex-comunisti o alle feste degli oligarchi), nuovi ricchi e burocrati inossidabili, occupa la prima parte della storia, ma cattura lo spettatore soprattutto attraverso lo sguardo appassionato del suo protagonista, l’ex-direttore Andreï, una figura originale nell’unire fragilità e determinazione.

Lo svelamento progressivo del suo passato (che riserva un’ultima, giustissima sorpresa) procede di pari passo con l’avventura di portare la sua orchestra bizzarra e raccogliticcia nella ville lumière, in un susseguirsi di equivoci e situazioni paradossali (le richieste improbabili dei russi, le furbate dei francesi e così via) che tuttavia non fanno mai perdere il filo di un racconto che ha la sua linea più potente nel tentativo di riparare a un’ingiustizia del passato.

Tanto che nel concerto finale (che Mihaileanu riesce a farci gustare per larga parte grazie ad un geniale gioco di montaggio) ognuno si trova a fare i conti con il carico del proprio passato e ne riversa tutto il dramma nella musica, che diventa realmente parte della storia con la sua potenza catartica e rivelatrice.

Il concerto si carica così del peso di un confronto con la storia, diventa luogo dove riannodare i fili di rapporti violentemente spezzati dall’ideologia, ma anche semplicemente occasione per unire personaggi diversi e bizzarri, ma mossi da una solidarietà reciproca capace di superare gli egoismi di ciascuno (e alla fine, nonostante le loro intemperanze, tutti i musicisti saranno sul palco…).

Il ritmo del racconto, che alterna alcune scatenate scene di commedia a passaggi più distesi e squarci drammatici, accompagna lo spettatore in un’avventura che coinvolge profondamente e lascia per una volta realmente soddisfatti.

Non è poca cosa oggigiorno trovare la chiave giusta per raccontare con serietà e al contempo positiva speranza dei personaggi così veri, senza il timore di aprirsi ad una prospettiva di rinascita e redenzione non solo immanente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 26. Marzo 2019 - 15:25


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IL FIGLIO PIU' PICCOLO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:14
 
Titolo Originale: IL FIGLIO PIU' PICCOLO
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Produzione: Duea Film, Medusa Film
Durata: 100'
Interpreti: Cristian De sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Nicola Nocella

Baietti, un affarista spregiudicato, sembra aver messo la testa a posto: ha deciso  di sposare Fiamma, con cui convive e dalla quale ha già avuto due figli. In realtà la manovra è tutto un pretesto per  ipotecare due case della donna che sono utili per alcuni suoi intrallazzi poco puliti. Sono passati 15 anni e Baietti rischia di veder fallita la sua azienda: ancora una volta, il suo astuto socio, Sergio, un ex-monaco, gli propone di cedere l'azienda, debiti ccompresi, a suo figlio Baldo, ormai maggiorenne...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Avati porta sullo schermo una parabola sulla cattiveria umana contrapposta alla infinita bontà. Il film non è pessimista ma esalta la grandezza dei piccoli, degli ingenui, dei puri di cuore.
Pubblico 
Pre-adolescenti
La rappresentazione di genitori cattivi o indifferenti verso i propri figli potrebbe dispiacere ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Eccellente scrittura, semplicità della narrazione, assenza di volgarità e scemenze, uso sapiente degli attori
Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PREMIERE ETOILE La prima stella

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 13:33
 
Titolo Originale: La première étoile
Paese: FRANCIA
Anno: 2009
Regia: Lucien Jean-Baptiste
Sceneggiatura: Lucien Jean-Baptiste e Marie-Castille Mention-Schaar
Produzione: Pierre Kubel e Marie-Castille Mention-Schaar per Vendredi Film/ France 2 Cinema/ Rhône-Alpes Cinéma/ Mars Distribution/ Cinémage 3/La Banque Postale Image/ Cinécinéma/ Canal +
Durata: 90'
Interpreti: Lucien Jean-Baptiste, Firmine Richard, Anne Consigny

Jean-Gabriel Elizabeth, di origini antillane, è sposato con la francese Suzy ed è padre di tre figli. Passa il tempo tra lavoretti saltuari e scommesse fallimentari rifiutando di sistemarsi, mentre sua moglie sgobba per tutta la famiglia. Un giorno, quando la figlioletta gli chiede di portarla in settimana bianca, lui le promette che lo farà. Suzy, esasperata dall’ennesima boutade, si rifiuta di aiutarlo, così Jean-Gabriel  raccoglie un po’ di soldi e parte per la Savoia con i figli e la madre, sperando di sistemare le cose un po’ alla volta….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un inno alla forza dei legami familiari e delle tradizioni. Il padre di famiglia, dalla vita alquanto incasinata, è mosso da autentico affetto verso i suoi familiari e dal desiderio di superare i suoi difetti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un film di buoni sentimenti, piacevolmente anacronistico, magari un po’ frammentario, ma alla cui simpatia e “gentilezza” si fatica a resistere

Questa commedia per famiglie campione di incassi in Francia, che il protagonista (attore comico di una certa notorietà) ha firmato come regista e ha basato sui propri racconti di infanzia, è un inno alla forza dei legami familiari e delle tradizioni attraverso il paradosso quasi da barzelletta di una famiglia di neri sul bianco delle nevi savoiarde.

Il protagonista Jean-Gabriel è un marito deludente (non riesce a tenersi un lavoro e lascia che sia la moglie a sgobbare per portare a casa la pagnotta), un padre deficitario (arriva sistematicamente in ritardo dai figli per colpa delle sue scommesse, e li riempie di promesse che non mantiene mai), un figlio quanto meno carente (non va mai a trovare la madre, si rivolge a lei solo quando ha bisogno). Eppure, sarà la simpatia del suo interprete, sarà l’autentico affetto e desiderio di essere migliore che vediamo nei suoi occhi, fatto sta che non possiamo non volergli bene, come del resto fanno, con tutte le loro obiezioni, i suoi familiari.

Deve essere questa luce che ha spinto Suzy, l’unica non “di colore” della famiglia, a sfidare la sua famiglia (apprendiamo più avanti che non parla da anni con il padre) per stargli accanto.

Ed è questa luce che lo anima quando, spinto dalla sfida che la sua bambina (evidentemente la più ansiosa di integrarsi del gruppo) gli pone con la sua richiesta di una “borghesissima” settimana sulla neve, decide di mettersi all’opera. Le avventure di Jean-Gabriel e famiglia potevano ridursi semplicemente ad una barzelletta (e qualche volta, è vero, il film si perde in gag simpatiche ma un po’ fini a se stesse), ma il regista riesce nell’intento di farne anche lieve, tenero ma umoristico apologo di integrazione, mettendo in scena le diffidenze a partire dagli scontri della coppia che affitta alla famigliola lo chalet di montagna.

Lei, un po’ razzista ma troppo elegante per dirlo, lui aperto all’incontro con i nuovi arrivati, se non altro perché i figli di Jean-Gabriel (e in particolare il piccolo, che si è messo in testa di conquistare la “prima stella” di abilità sugli sci) lo risarciscono dell’assenza dei nipoti sempre troppo lontani.

A fare da collante c’è sempre la mamma di Jean-Gabriel, vitale e religiosissima, pronta a dare una mano (e anche parecchi saggi giudizi), ma non a sostituire il figlio nel difficile ma doloro percorso di presa di coscienza delle sue responsabilità di padre. Sarà solo quella la condizione per riconquistare l’affetto di Suzy.

Nel frattempo tutta la famiglia avrà modo di trovarsi a casa in quell’ambiente apparentemente così in contrasto con loro: il figlio maggiore adolescente attraverso un delicato accenno di love story con una bella francesina, il piccolo nel rapporto con l’anziano padrone di casa e la bambina presentandosi (finalmente fiera dei propri capelli crespi che la fanno così “nera”) ad un concorso di tradizionalissimi canti di montagna.

Il tema dell’integrazione, desiderata, ma anche temuta e vista come una possibile rinuncia alla propria identità, si ritrova in vari momenti del film, tra cui una divertente scena in un negozio di parrucchiere, dove le antillane si recano nel tentativo di “mascherare” la loro capigliatura crespa (proprio come capitava ad una dei protagonisti di Denti bianchi di Zadie Smith).

La première étoileè un film di buoni sentimenti, piacevolmente anacronistico (si parla di euro ma pare di essere indietro di vent’anni, all’epoca della giovinezza dell’autore), magari un po’ frammentario, ma alla cui simpatia e “gentilezza” si fatica a resistere. Uno di quelle storie che i francesi hanno imparato (o ri-imparato) a raccontare e che qualche volta piacerebbe vedere anche nel cinema italiano sempre così a corto di spettatori che non vogliano uscire depressi dalla proiezione.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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