Film Oro

Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

BASTA GUARDARE IL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/01/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: The Mighty
Paese: USA
Anno: 1998
Regia: Peter Chelsom
Sceneggiatura: Charles Leavitt
Produzione: CHAOS PRODUCTIONS - MIRAMAX FILMS - SCHOLASTIC PRODUCTIONS
Durata: 100
Interpreti: Elden Henson, Kieran Culkin, Sharon Stone, James Gandolfini, Harry Dean Stanton

Kevin e Max sono vicini di casa e frequentano la stessa scuola media. Kevin è malato, ha la sindrome di Morquio, una fragilità alle ossa che lo costringe a camminare con le stampelle ma è molto intelligente. Max è fisicamente un gigante per la sua età, chiuso in se stesso e con difficoltà di apprendimento, a causa di un dramma di cui è stato spettatore quando era bambino (suo padre è ora in prigione). I due, cosi diversi ma complementari, sempre derisi dai compagni di scuola, trovano una magnifica intesa e diventano un’unica cosa, muscoli dell’uno e cervello dell’altro.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le virtù dei cavalieri della Tavola Rotonda vengono prese come riferimento per la crescita umana di due ragazzi che hanno entrambi problemi fisici e umani da superare
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena violenta e il riferimento all'uccisione di una madre potrà impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un film ben realizzato con una insolita Sheron Stone che nella parte finale eccede in drammaticità e che inquadra rigorosamente i personaggi fra i buoni e i cattivi
Testo Breve:

Due ragazzi che debbono superare sia problemi fisici che psicologici, stabiliscono fra loro una forte solidarietà e aspirano a comportarsi con generosità e coraggio, secondo lo spirito dei Cavalieri della Tavola Rotonda

“A volte ho l’impressione di essere scambiato per uno della famiglia Addams” riflette sconsolato Max, mentre tutti lo guardano mentre attraversa i corridoi della scuola. Kevin invece è molto propositivo nei confronti della vita, nonostante i suoi handicap. E’ sempre impegnato a fare qualcosa (ha progettato un uccello meccanico che vola sbattendo le ali) e riceve persino degli incarichi dalla scuola, come quello di fare da tutor a Max, perché possa migliorare nella lettura e nella scrittura. L’influsso benefico dell’uno verso l’altro si manifesta presto: Kevin fa comprendere a Max che nella lettura non c’è niente di meccanico ma che le singole frasi non sono altro che altrettante immagini fra loro collegate che si debbono sviluppare con l’aiuto della sua fantasia. Max, dal canto suo, mettendo l’amico sulle spalle, gli consente di realizzare un sogno: giocare a pallacanestro con gli altri compagni.

E’ a questo punto che, grazie alla fantasia di Kevin, il loro sodalizio assume toni epici: loro si debbono considerare due cavalieri della Tavola Rotonda e come tali debbono preoccuparsi di proteggere i poveri, i deboli e le donne. Iniziano così assieme un percorso di crescita umana e le occasioni non mancano, come quando salvano una donna dall’assalto di un gruppo di teppisti e riescono  a restituirle la borsetta che le era stata rubata, senza togliere un centesimo dal portafoglio.

La ricerca di essere migliori, di diventare degni cavalieri di re Artù per i meriti delle loro gesta e la nobiltà d’animo, cela il desiderio di curare una ferita: l’assenza della figura del padre, per entrambi un riferimento negativo. La seconda parte del film assumerà, proprio per un passato non risolto, toni drammatici soprattutto per Max, ma i due cavalieri saranno in grado di affrontare anche questa nuova situazione. Questa seconda parte è sicuramente più dura ed eccessivamente violenta per un film destinato soprattutto a dei giovani.

Il film, ben recitato, si avvale anche della presenza di Sharon Stone nella parte della madre premurosa e attenta (ma rassegnata a un destino ineludibile) che ha avuto una nomination al Golden Globe del 1999 e il film ha vinto vari riconoscimenti al Giffoni Film Festival del 1998.

E’ particolarmente interessante l’attenzione posta alle imprese dei cavalieri della Tavola Rotonda come espediente, per i ragazzi per trovare dei modelli di virtù. Sembra quasi che seguano, con alcuni anni di anticipo, il programma The Knightly Virtues realizzato dal Jubilee Centre for Character and Virtues dell’Università di Birmingham. Un programma destinato ai ragazzi tra i 9 e i 12 anni e messo in opera in centinaia di scuole della Gran Bretagna, con l’intento di educare i ragazzi alle virtù.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EMMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/28/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: Emma
Paese: USA
Anno: 1996
Regia: Douglas McGrath
Sceneggiatura: Douglas McGrath
Produzione: STEVEN HAFT, PATRICK CASSAVETT
Durata: 108
Interpreti: Gwyneth Paltrow, Jeremy Northam, Toni Collette, Greta Scacchi, Ewan McGregor, Polly Walker

Emma Woodhouse ha 21 anni, è bella, ricca e intelligente. Orfana di madre, vive con il padre nella loro residenza non lontana dalla cittadina di Highbury, a sud di Londra. La loro casa è frequentata spesso dal suo amico dai tempi dell’infanzia Mr George Knightley, più grande di lei di 16 anni e fratello maggiore di suo cognato. Emma si è messa in testa di combinare un matrimonio fra la sua nuova amica, la dolce Harriet Smith di diciassette anni e Mr Elton, il vicario del villaggio, nonostante il parere contrario di Mr Knightley. Alla fine Emma dovrà riconoscere che il suo amico: era stato più perspicace di lei nell’intuire il gretto opportunismo di Mr Elton. D’altronde Emma, non riesce neanche a comprendere veramente se desidera innamorarsi di qualcuno e di chi, fino a quando qualcosa accade nella sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il cammino etico di una ragazza che, all’inizio è tutta piena di se stessa ma che poi impara a rispettare gli altri per quel che sono ed ad esser amorevole con tutti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottimi attori professionisti come Gwyneth Paltrow e Jeremy Northam vengono guidati da una impeccabile sceneggiatura che si avvantaggia del testo della grande Jane Austen
Testo Breve:

Emma, ricca e sentimentalmente libera, sente il bisogno di combinare matrimoni per gli altri. Dal romanzo di Jane Austen, un racconto di crescita morale e di scoperta dell’amore

La figura di Emma Woodhouse è alquanto insolita nel panorama delle eroine di Jane Austen. Contrariamente a Elinor Dashwood: di Ragione e sentimento o a Elisabeth Bennet  di Orgoglio e Pregiudizio, non  pensa a sposarsi, né appare disponibile a innamorarsi. E’ ricca e ci tiene a conservare la sua autonomia. Il matrimonio, secondo lei, è adatto per quelle che sentono la necessità di una stabile sistemazione. Dalla sua posizione libera e indipendente, si sente responsabile, secondo i suoi criteri, della felicità degli altri ed è quello che fa, cercando di combinare il matrimonio fra l’amica Harriet con il reverendo Elton. Nell’agire in questo modo si sente altruista e generosa. Si sta avviando, in realtà, lungo un cammino, anche doloroso, di maturazione, che compierà proprio commettendo una serie di errori, tallonata in questo dall’amico George Knightley, che sentirà il dovere, quando sarà necessario, di “dirle la verità ed essere per lei un consigliere leale”.

I film ricavati dai romanzi di Jane Austen hanno alcune caratteristiche inconfondibili; un racconto che ruota intorno a un mondo circoscritto (un paese e delle dimore signorili di campagna intorno ad essa), un gruppo di personaggi collegati da parentele o da amicizie di lunga data. Sono tutti elementi che non determinano claustrofobia ma che consentono allo spettatore di concentrarsi sulla vera essenza del racconto: il percorso sentimentale e morale dei protagonisti. Anche i dialoghi così complimentosi e banali (il raffreddore di qualcuno diventa la notizia del momento, i personaggi si scambiano continuamente complimenti e lodi reciproche) vanno letti proprio per quello che non dicono, in un continuo stimolo per lo spettatore a leggere dietro le parole e a partecipare al gioco degli innamoramenti che appaiono veri e invece non lo sono o viceversa.

Per il libro di Emma, Jane Austen adottò una tecnica particolare, ponendo in terza persona ciò che in realtà è la visione soggettiva di Emma sul mondo. Questo “discorso indiretto libero” è reso cinematograficamente, in questo film, attraverso colloqui solitari con se stessa che Emma fa davanti allo specchio della toilette della sua camera da letto.

E’ proprio con queste riflessioni e con i rimproveri affettuosi di Mr Knightley che Emma progredisce nelle sue virtù. In merito al “progetto “che aveva concepito nei confronti di  Harriet, si accorge di aver agito come un presuntuoso Deus ex machina, senza rispettare i veri desideri della ragazza. Anche una sua frase ironica nei confronti della signorina Bates è occasione per ricevere un giusto, severo rimprovero da George, che l’accusa di essere stata insolente verso una persona povera e di rango inferiore, che avrebbe avuto bisogno della sua comprensione, non certo della sua derisione. Si tratta di una lezione dura che Emma accetta. Come dirà più tardi: “le ho dato solo elemosina e non gentilezza”.

Il progresso di Emma nelle virtù va di pari passo con la scoperta del vero amore. Dopo che avrà smesso di giudicare gli uomini con un certo distacco, solo dal loro aspetto e dalla loro educazione (i ranghi sociali continuano a venir da lei rigorosamente rispettati e sarebbe antistorico il contrario) come non innamorarsi proprio di colui che la comprende veramente, dell’unica persona da cui accetta un rimprovero?

In fondo, come riconosce  lo stesso Knightley, lui la rimprovera “non perché dubita ma perché spera”.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO UN PADRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/13/2017 - 14:31
 
Titolo Originale: The Headhunter's Calling
Paese: Canada
Anno: 1016
Regia: Mark Williams (III)
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 109
Interpreti: Gerard Butler, Willem Dafoe, Alfred Molina, Gretchen Mol, Alison Brie, Max Jenkins

Dane Jensen (Gerard Butler) è un cacciatore di teste, un selezionatore di personale specializzato, che lavora tutti i giorni fino a tardi pressato dal suo boss Ed (Willem Dafoe ) che lo alletta con la promessa di un avanzamento di carriera. La moglie Elyse (Gretchen Mol) e i suoi tre figli desidererebbero soprattutto averlo di più accanto a loro e la situazione diventa drammatica quando scoprono che Ryan (Max Jenkins), il figlio maggiore, ha contratto la leucemia....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista compie un percorso di conversione che gli fa comprendere il valore primario della cura della propria famiglia e dell’onestà sul lavoro
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un bambino gravemente malato potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film soffre di una debole sceneggiatura e di un regista al suo esordio ma gli attori, tutti bravi, rendono credibile la storia
Testo Breve:

Un cacciatore di teste ritiene sia giusto concentrarsi sul lavoro ponendo la famiglia ial secondo posto ma un tragico evento sconvolge la sua esistenza. Un bel racconto di conversione sorretto da bravi attori ma non dalla sceneggiatura

Questo film ruota intorno a due tensioni narrative: la leucemia del piccolo Ryan che scuote e sconvolge la vita dei suoi genitori e la competizione fra due dirigenti dell’agenzia di headhunter dove lavora Dane (lui stesso e la risoluta Lynn Vogel) per la carica di direttore generale.  Intorno a questi due filoni vengono al contempo messi a fuoco, nei dialoghi e che sentiamo e nei subplot che si sviluppano, due temi che costituiscono i valori portanti della storia e che risultano strettamente connessi: la famiglia e il lavoro, con alcuni riferimenti sottesi al tema della fede religiosa.

Il film entra nell’intimità della casa di Dane, dove sua moglie Elise ha scelto di occuparsi esclusivamente della crescita dei tre figli mentre lui vive perennemente con l’ansia di raggiungere il budget mensile.  I due si vogliono bene ma le tensioni non mancano: Dane disattende spesso i suoi impegni di padre e anche quando si trova in casa, viene continuamente distratto da telefonate di lavoro. La moglie gli esprime tutto il suo disappunto ma ci tiene a dirgli che lo fa proprio perché lo ama: è dispaciuta sopratutto per lui e verrà il giorno in cui si pentirà per ciò che ha perduto. I tentativi di Dane di conciliare lavoro e famiglia, come lo svegliare il piccolo Ryan alle 6,30 di mattina per fare assieme jogging assieme a lui, non risultano efficaci. Insolita ma pertinenente alla radiografia di questa famiglia che il film vuole realizzare, è la rivelazione delle difficoltà che i coniugi incontrano nei loro rapporti sessuali. Alla fine il problema risulta essere sempre lo stesso, come commenta Elise: “forse se passassimo più tempo sopra le lenzuola ci vedremmo più spesso anche sotto”.

Il tema della conciliazione fra famiglia e lavoro non trova soluzione per buona metà del film, anche se un  amico di Dane, Lou Wheeler, sposato da 29 anni, gli ricorda che “ogni famiglia ha dei problemi ma la famiglia è una sola”. Il tema del lavoro, visto solo come competizione e ricerca del successo, è l’altro filone che segue il film: Dane cerca di raggiungere i suoi obiettivi  in modo spegiudicato, ingannando anche i suoi clienti e gli sembra che questo, in una visione utilitaristica,  sia l’unico modo per comportarsi sapendo che i suoi “concorrenti” fanno lo stesso; pensa che in fondo, è proprio con il suo lavoro che riesce a dare un tenore di vita elevato alla sua famiglia, a dispetto delle ammonizioni della moglie e delle belle frasi di Lou: “quando si ha uno stipendio onesto per un lavoro onesto, solo allora si è felici”.

Fa capolino, in varie occasioni, anche il tema della fede. Al figlio che gli chiede perché anche loro non vanno a una scuola cattolica, Dane evita il tema: “il Signore vuole che noi passiamo le domeniche in pasticceria”; quando sua figlia insiste:” tu credi in Dio?”, la risposta questa volta è molto pragmatica: ”dipende da come va il mese”. Dane riesce al massimo a concepire un Dio che sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Come, purtroppo, spesso accade nella realtà, sarà solo una sventura, in questo caso la malattia del figlio, a scuotere dalle fondamenta le convinzioni di Dane e, come non sempre accade, sarà proprio l’incontro con persone oneste e generose a determinare il nuovo orientamento che Dane darà alla sua vita.

Dane inizia a spendere più tempo assieme al figlio malato (Ryan è appassionato di architettura e per noi spettatori diventa un’ottima opportunità visitare con loro le più belle architetture di Chicago). Nelle visita al figlio, ormai ricoverato in ospedale, incontra due interessanti personaggi: un dottore di religione Sikh che si prende cura con professionaltà ma anche con molto umana comprensione di Ryan (“noi sikh crediamo nella dignità delle persone e un sikh ha l’impegno di proteggere ogni persona debole”) e un infermiere  che si è conquistata la confidenza del ragazzo e che può rivelare al padre quanto Ryan sia felice, a dispetto della malattia, che il padre stia più tempo con lui.

E’ a questo punto che Dane compie un gesto gratuito e altruistico, proprio nell’ambito della sua professione e prende una decisione coraggiosa che gli consentirà di conciliare definitivamente la cura della famiglia e il lavoro. Non si tratta, semplicisticamente, della scoperta dell’importanza degli affetti verso la moglie e i figli ma della convinzione dell’esistenza di alcuni valori assoluti che vanno ben al di là del proprio momentaneo tornaconto. Non a caso il gesto generoso nel contesto lavorativo e quello nei confronti della famiglia sono strettamente collegati, perché fanno riferimento al riconoscimento, da parte di Dane, che ogni uomo  vale nella misura in cui si prende cura degli altri, sia in famiglia che fuori di essa.

Tutti questi temi vengono affrontati con sincera convinzione ma il modo con cui vengono risolti, mediante frequenti sentenze dichiarative, rischia di far scivolare il film nel didascalico. Una frase conclusiva della moglie, felice della “conversione” del marito: “Sei un marito un padre e l’ultimo dei romantici”, mostra quanto poco lo sceneggiatore, appena alla sua seconda esperienza, si fidi degli spettatori e senta la necessità di proporre lui stesso una giusta conclusione.

Per fortuna Gerard Butler riesce da solo a rendere credibile il racconto, coadiuvato dal validissimi comprimari, come Willem Dafoe nel ruolo del boss carogna (ma non troppo) e di Alfred Molina, l’amico che stimola Dane a scoprire la vera sapienza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 08:39
 
Titolo Originale: Umi yori mo mada fukaku
Paese: Giappone
Anno: 2016
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PRO. INC., FUJI TELEVISION NETWORK INC., BANDAI VISUAL CO. LTD., GAGA CORPORATION
Durata: 117
Interpreti: Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Taiyô Yoshizawa

Ryoto si mostra, all’aspetto, come un uomo tranquillo dai modi gentili ma in realtà la sua vita è alquanto incasinata. Dopo un esordio folgorante come scrittore (ha vinto un premio prestigioso) non è più riuscito a portare avanti un secondo lavoro. Ha il vizio del gioco e appena guadagna qualcosa, lo spende in fallimentari scommesse. Ha trovato un lavoro alternativo come detective privato che per lui diventa l’occasione per spillare soldi ai suoi clienti con l’arma del ricatto. La sua incostanza ha decretato il fallimento anche della sua vita familiare. Nella sua condizione di divorziato con un figlio (Shingo), rischia di perdere l’opportunità di passare un giorno al mese con il bambino, perché non corrisponde all’ex-moglie, Kyoko, gli alimenti pattuiti. Solo la sua vecchia madre (Yoshiko) spera ancora in un suo profondo cambiamento....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una nonna, pur conoscendo le molte debolezze del figlio, non rinuncia a incoraggiarlo e a sperare che il suo comportamento possa cambiare
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un film meditato, non corale ma ricamato con cura intorno ai singoli colloqui a tu per tu dove è possibile parlare a cuore aperto sulle motivazioni più profonde del proprio vivere
Testo Breve:

Il protagonista non riesce a trovare un lavoro stabile e si è dovuto separare dalla moglie, vedendo il figlio solo una volta al mese. Un altro film giapponese sul valore della famiglia che si nutre di dialoghi intimi e di riflessioni condivise

La vera protagonista del film è la nonna paterna, Yoshiko (mirabilmente interpretata da Kirin Kiki). L’arrrivo di un tifone è per lei una stupenda occasione per riunire a casa sua il figlio Ryoto, la ex moglie Kyoko e il piccolo Shingo. Si dirige allegra verso la cucina per preparare quei piatti che, per esperienza, sa che piacciono tanto al figlio e al nipote; va ad accendere l’acqua calda per chi di loro voglia rilassarsi con una doccia; prepara, nella stanza dov’è cresciuto Ryoto, un letto matrimoniale con tre cuscini, dove il bambino dormirà nel mezzo; unica, modesta copertura al suo sfacciato tentativo di riavvicinare i due. All’alba, lei è già sveglia ma lo è anche Ryoto. E’ l’occasione per un colloquio a cuore aperto, dove lei sente la morte imminente, non in modo angoscioso ma come realtà ineluttabile; lui si domanda se può ancora cercare di essere felice. La conversazione è stata melanconica ma profonda e la nonna non perde neanche questa occasione: invita il figlio ad appuntarsi tutto ciò che si sono appena detti, perché potrà essere un ottimo spunto per il suo prossimo libro. In mattinata, padre e figlio fanno una passeggiata; suocera e nuora sono ora sole e la nonna, con una dolce impudenza tutta femminile, le chiede se sente ancora qualcosa per Ryoto. Yoshiko è quella madre che se potesse, si sostituirebbe al figlio per coprire le sue innegabili debolezze ma ovviamente non può e si limita a consigliare con discrezione, proporre, incoraggiare.

Come nel precedente Father and son, dello stesso regista Kore’eda Hirokazu, i protagonisti trovano nella famiglia le ragioni del loro stesso esistere anche se la vita può avere risvolti complessi, come lo scambio di due bambini in culla (in Father and son) o l’incapacità cronica di un uomo di esser coerente con i suoi impegni di marito e di padre. Kore’eda non ha una risposta pronta alle situazioni che imbastisce, non c’è mai un netto lieto fine, perché i protagonisti debbono cercare (sembra dirci il regista) il miglior modo di vivere attraverso l’ascolto degli altri, coltivare momenti di riflessione autentica e ascoltare i moti più intimi e sinceri del loro cuore. Così come in Father e son, non c’è una vera risposta al dilemma se sia più importante un figlio genetico rispetto a quello che ti è stato accanto fino a quel momento, né c’è una vera soluzione alternativa, in quest’ultimo film (anche se  Ryoto ha recuperato completamente il suo orgoglio di padre e in fondo non ha mai tradito la moglie) al gestire la separazione nel migliore dei modi possibili.

Il regista si avvicina molto al grande Yasujiro Ozu nel porre la famiglia la centro dei suoi valori e nel cercare di cogliere, con la sua narrazione tranquilla, anche le più piccole sfumature d’animo. Mancano, rispetto a Ozu, la contemplazione dei paesaggi, le armonie ordinate degli interni ma soprattutto quel modo così esclusivo di ricavare dai colloqui domestici e ordinari dei protagonisti, risonanze universali. Kore’eda propende per una riflessione più parlata, una meditazione sul senso della vita alla ricerca di ciò che si desidera veramente.

C’è un altro aspetto che si può cogliere e che accomuna i racconti dei due registi giapponesi: la presenza, anche in situazioni difficili, di parenti e amici pronti a mostrare solidarietà e a prendersi a cuore i problemi del protagonista (basterebbe ricordare Tardo autunno di Ozu). Lo stesso Ryoto, un uomo debole che non disdegna di recuperare soldi con l’imbroglio, non viene allontanato né emarginato. La sua ex moglie, giustamente adirata con lui perché non è in grado di corrispondere gli alimenti pattuiti, non se la sente di dare un taglio netto, ma continua a confermargli, mese dopo mese, il diritto di rivedere il figlio.

Non ci sono mai, in questi film, situazioni di solitudine angosciosa. In questo, noi occidentali, abbiamo qualcosa da imparare da questa antica cultura

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FOSTER - UN REGALO INASPETTATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 13:42
 
Titolo Originale: Foster
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2011
Regia: Jonathan Newman
Sceneggiatura: Jonathan Newman
Produzione: Reliance Big Pictures, Starlight Films
Durata: 95
Interpreti: Maurice Cole, Toni Collette, Ioan Gruffudd

Zooe e Alec Morrison non riescono ad avere bambini. Il ginecologo conferma che non ci sono problemi fisici; si tratta molto probabilmente di un blocco psicologico causato dal dramma della morte, in condizioni drammatiche, del loro primo figlio a soli cinque anni. La coppia si orienta sull’adozione e sottoscrivono la loro richiesta presso un istituto specializzato. Una mattina suona alla porta Eli, un bambino di sette anni, che si auto-dichiara il loro figlio adottivo. Il bambino sembra più grande della sua età: sa dare saggi consigli e sembra riportare un po’ di gioia e serenità alla loro casa, non solo a Zooe ma anche ad Alec, che deve affrontare la pesante congiuntura economica che ha colpito la sua fabbrica di giocattoli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia che non riesce a superare il dolore della morte del figlio riceve un aiuto inaspettato e provvidenziale, fatto di piccole attenzioni e di saggi suggerimenti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un film ben realizzato e recitato, che non mira a emozionare o a stupire ma che ha lo stesso ritmo con cui un cuore ferito riesce lentamente a guarire
Testo Breve:

Due genitori che hanno perso il loro piccolo in un incidente, riescono a recuperare la voglia di vivere puntando nuovamente sull’affetto reciproco anche con l’aiuto di qualche intervento provvidenziale

Questo film inglese, programmato in italiano sulla rete Sky, è originario di Hallmark, il canale televisivo dedicato alla famiglia, che trasmette in oltre cento paesi.

Il tema trattato è quello della devastazione che provoca in una famiglia, la morte prematura di un figlio (come aveva già evidenziato Nanni Moretti nel suo La stanza del Figlio). Tragedie di questo tipo portano un’ombra nei rapporti familiari, anche se nessuno può dirsi realmente colpevole, generano forme di sfiducia verso se stessi e viene incrinata la solidità della coppia. La vita va avanti comunque, ma nulla è più come prima.

Nel caso della nostra coppia, il bambino che loro adottano (o credono di aver adottato) ha un comportamento simpatico ma insolito. Eli ha solo sette anni ma si veste con giacca e cravatte e sopratutto parla come un libro di buone maniere e di buona cucina (“Per avere un bell’aspetto è importante indossare una camicia che si abbini alla giacca”; “I cereali sono ricchi di vitamine e minerali essenziali. E contengono un’aggiunta di calcio per lo sviluppo sano di denti e ossa”). Non manca di dissertare di economia e sulle origini della recente recessione e abbonda di frasi fatte, come quando cita “l’odiosa burocrazia”. Però sa essere anche dolce come un bambino della sua età e chiede a Zooe se può dormire nel suo letto; già al secondo giorno inizia a chiamarla “mamma”.

Non sembra che Eli faccia niente di straordinario: invita i coniugi Morrison a cantare in macchina o a passare un pomeriggio a Legoland che si conclude con un gelato sormontato da una montagna di panna.  Il suo compito sembra essere proprio questo: “rimuovere le inerzie”, ritrovare il tempo per fare cose stupide ma divertenti. Un tempo che non viene perso ma riconquistato, perché si ritrova quella serenità che è indispensabile per riallacciare dei rapporti umani irrigiditi.

Eli ha un amico, Poz, un barbone che vive nel vicino giardino pubblico. Anche Poz ha un metodo discreto e gentile di porsi accanto agli altri e si avvicina ad Alec, affrontando con lui problemi più profondi. Gli chiede se è religioso: “Lo ero una volta – risponde Alec-ora non più. Come posso credere dopo quello che è successo?” “Forse è una prova”, risponde Poz, invitando questo suo nuovo amico a vivere nel presente invece che nel passato, “altrimenti anche il futuro diventerà come ieri; non puoi neanche vivere nel futuro altrimenti l’oggi scivolerà va. L’unico modo per essere felici è restare connessi al presente”.

Non vogliamo svelare altro del film ma ciò che, come avrete capito, possiamo nominare come Provvidenza, non prende l’aspetto, del miracoloso, ma di un gentile amico che ti invita prima a non sfuggire alla verità, poi a mettere alle spalle il passato e a recuperare quegli affetti che non si sono certo distrutti ma che hanno solo subito una ferita che va rimarginata.  Un ritornare in se stessi che si manifesta anche in gesti concreti, come quando Zooe invita  il barbone Poz  alla cena di Natale.

Il film è ben interpretato, ha uno sviluppo tranquillo e riflessivo, anche se a volte la sceneggiatura tradisce la volontà di seguire un percorso già previsto e tracciato.  Non si tratta comunque di un prodotto di  serie B: ha vinto nel 2013 il premio come miglior film at Rhode Island Film Festival.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I'M NOT ASHAMED

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/22/2017 - 19:20
 
Titolo Originale: I'm not ashamed
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Brian Baugh
Sceneggiatura: Bodie Thoene, Robin Hanley, Philipa Booyens, Kari Redmond
Produzione: Visible Pictures(II), All Entertainment
Durata: 112
Interpreti: Masey McLain, Ben Davies, Cameron McKendry, Terri Minton

Il 20 aprile 1999 Eric e Dylan, due studenti della Colombine High School, non lontano da Denver – Colorado, entrarono armati nella scuola e uccisero, in modo selettivo, 13 persone, ferendone 24. Una delle prime a morire fu la diciassettenne Rachel Joy Scott. Il film riesce a ripercorre la breve vita della ragazza ispirandosi al diario personale che ci ha lasciato. E’ la storia di una adolescente come tante, che desidera partecipare alla recita scolastica di fine anno, che si innamora, non ricambiata, di un ragazzo ma soprattutto che ci ha lasciato, nelle pagine del diario, tutto il suo desiderio di avvicinarsi sempre di più a Cristo, attraverso la cura con cui si dedicava a chi aveva bisogno di un aiuto spirituale o materiale

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza si impegna a diventare pienamente una seguace di Cristo, aiutando tutti i compagni e le compagne che hanno bisogno di lei
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di spari (senza sangue) nella parte finale del film potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film può contare sulla professionalità del regista Brian Baugh ma ci rivela anche una sorpresa: la bravura della protagonista, Masey McLain, che è riuscita a rendere, con grande sensibilità, lo sfaccettato personaggio di Rachel, capace di grandi slanci, ma anche di improvvise malinconie. Rispetto agli ultimi film distribuiti dalla Pure Flix (God's not dead 1 e 2) questo risulta meglio costruito
Testo Breve:

I diari che ci ha lasciato la diciassettenne Rachel Scott hanno consentito di ricostruire la sua vita: una ragazza come tante iscritta a una high school, che cerca di diventare una brava cristiana. E’ stata la prima vittima della strage nel liceo Colombine

Rachel è una ragazza irrequieta; una sera esce dalla finestra, di nascosto dalla madre (il padre li ha lasciati da tempo) per partecipare a un party di giovani, dove spera di incontrare il ragazzo che forse riuscirà a farla entrare nel team della recita scolastica. È la madre, una brava cristiana, ad accorgersi, al suo ritorno, che ha bevuto e fumato e decide pertanto di farle passare l’estate nella fattoria di sua zia, in Lousiana. Qui si confida con la cugina, sua coetanea, manifestando la sua inquietudine, la sua incapacità di capire chi sia e cosa voglia veramente. La cugina le confessa che ha trovato il senso della sua vita solo quando si è decisa a vivere una vita per Gesù. Rachel ha sempre frequentato la Chiesa, sostenuta da sua madre ma ora inizia a capire che la fede non è solo un impegno formale, ma qualcosa che ha un senso pieno solo se accetta chequella fede la trasformi nel profondo. Dalle pagine del suo diario che ci vengono riproposte nel film, lei continua a vivere la vita scolastica con i suoi alti e bassi (le amicizie ma anche i pettegolezzi invidiosi delle compagne, le frequenti azioni di bullismo da parte dei ragazzi più violenti) ma più riceve delusioni (in particolare una delusione d’amore), più sente di aver toccato il fondo dello sconforto, più la sua volontà diventa ferma nell’aderire ai comandamenti di Gesù. Ora anche i suoi compagni e compagne hanno imparato che quando hanno un problema (molto spesso familiare: il divorzio dei genitori) o materiale (come Nathan, un senza-tetto e che vive di espedienti) possono rivolgersi a Rachel per avere parole di speranza e un sostegno concreto (Rachel è diventata membro di un’associazione caritatevole cristiana). "Vorrei cambiare il mondo", confida ai suoi amici più intimi..

Il massacro al Liceo Colombine occupa solo la parte finale del film; non viene raccontato il complesso di questa tragedia ma solo la sorte di Rachel. La ragazza è seduta sul prato della scuola, sta parlando con un ragazzo che ha problemi familiari. Arrivano Eric e Dylan e iniziano a sparare su di loro. Dylan alza la testa di Rachel: si accorge che non è ancora morta. Le chiede: “dov’è il tuo Dio ora? Tu credi ancora in Dio?” “Tu lo sai che io ci credo”, risponde lei. “Allora va da Lui” conclude Dylan e punta la mitraglietta alla sua tempia facendo fuoco.

Questo film ma in particolare la scena finale hanno scatenato le ire delle associazioni ateiste in U.S.A. perché sembra dipingere gli atei come dei criminali e i cristiani come dei martiri e perché non c’è nessuna testimonianza su cosa realmente si siano detti Rachel e Dylan in quegli ultimi istanti. Per undici mesi il trailer del film è stato oscurato su Youtube (in seguito Google, proprietaria di Youtube, ha chiesto scusa, dichiarando di essere stata male informata). Certamente non abbiamo testimonianze dirette, ma il colloquio proposto dal film risulta molto verosimile. Anche se Rachel era stata già gravemente colpita, ha ricevuto un colpo di grazia alla testa, segno di un preciso accanimento. Lo stesso Castaldo, il ragazzo che stava accanto a lei e che è sopravvissuto alle ferite riportate, ricorda che anche a lui era stato chiesto se credeva in Dio. Quando aveva risposto di no, era stato risparmiato. Esiste inoltre una registrazione audio dove i due massacratori chiamano Rachel una "stuck-up Christian bitch"', una stupida cagna cristiana.

Rachel aveva composto uno strano disegno a scuola, dove da un grande occhio uscivano delle lacrime, in tutto tredici. L’insegnante le aveva chiesto: perché proprio tredici? Ma Rachel non aveva saputo rispondere. Le vittime del massacro furono proprio tredici.

La fondazione Rachel’s Challenge, costituita dopo la sua morte, ha già raggiunto 22 milioni di persone, soprattutto in contesti scolastici, per mostrare la bellezza del suo esempio di ragazza che vive di fede cristiana e per tenere alta l’attenzione sul fenomeno del bullismo nelle scuole, spesso provocato dall’isolamento percepito dalle personalità più difficili.

Il film è attualmente disponibile in DVD con audio e sottotitoli in inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/20/2017 - 18:44
 
Titolo Originale: Santa Brigida di Svezia
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Fabio Carini
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 85
Interpreti: Fabiana Formica, Charlotta Smeds, Antti Kaarlela

Brigida di Svezia nacque a Finsta nell’Uppland da famiglia aristocratica. Fin da bambina si intratteneva a pregare con Gesù impegnandosi ad amarlo per sempre. A 14 anni fu data in sposa al giovane Ulf, uomo mite e generoso. Ebbero otto figli e insieme si dedicarono a numerose opere di carità. Nel 1335 Brigida fu chiamata alla corte svedese per assistere la giovane regina di origine francese. Dopo tre anni tornò dai figli e dal marito; fecero insieme un pellegrinaggio a Santiago ma Ulf morì pochi anni dopo. Brigida, che nel frattempo aveva abbracciato la vita religiosa, si recò nel monastero cistercense di Alvastra, dove meditò i divini misteri della Passione del Signore. Iniziò un periodo intenso di rivelazioni ricevute da Gesù e dalla Madonna e di lettere inviate ai re d’Europa e al papa stesso. Si recò in seguito a Roma, con la richiesta di autorizzazione dell’ordine del Ss Salvatore (le brigidine) da lei fondato e rimase nella città eterna fino alla morte, avvenuta nel 1373, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa. Unico suo rimpianto fu di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna, santa Caterina da Siena che riuscì a portare a termine l’opera di persuasione da lei iniziata.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Santa Brigida, co-patrona d’Europa, passò la sua vita a prendersi cura dei poveri e dei malati e ricevette il dono della profezia, con il quale non cessò di mandare esortazioni e ammonimenti ai potenti del tempo, inclusi i papi e altre autorità ecclesiastiche
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La docufiction si avvantaggia di riprese fatte nei luoghi originali dove si svolse la vita della santa e di autorevoli commentatori. La recitazione, con l’eccezione di Fabiana Formica nella parte della santa, risulta appena sufficiente, anche se la docufiction non richiede una recitazione ma una rappresentazione
Testo Breve:

Un racconto ben documentato e fedele agli scritti da lei lasciati di santa Brigida di Svezia, che visse  in un triste periodo della Chiesa (il soggiorno dei papi ad Avignone) ma illuminato da importanti spiritualità femminili, come quella di questa santa svedese ma anche di s Caterina da Siena 

La casa di produzione di audiovisivi Cristiana Video continua la realizzazione di docufiction che ci ripropongono santi e sante del passato, in modo aderente ai tempi in cui vissero e alle testimonianze da loro lasciate, evitando quindi rischiose operazioni di “attualizzazione” che rischierebbero di alterarne l’originalità della testimonianza.

E’ ora uscito nella loro collana il DVD sulla vita di Santa Brigida di Svezia. Fanno da guida alla ricostruzione il prof.Denis Searby dell'Università di Stoccolma, primo traduttore in inglese delle Rivelazioni di Santa Brigida e la prof.ssa Alessandra Bartolomei dell'Università Gregoriana di Roma, esperta di mistica medievale femminile. Il film si giova anche delle riprese fatte all’interno nel Museo di Storia Svedese dove sono esposti numerosi resti di Arte Sacra medievale, che furono risparmiati dalla furia iconoclasta della riforma, diversamente da quanto accadde in altri paesi.

Nella prima parte del film la vediamo sposa di Ulf, un uomo buono e mite e madre di otto figli. Si tratta di un periodo della sua vita interessante tanto quanto quella successiva, quando scelse la vita consacrata, come è  stato sottolineato dallo stesso san Giovanni Paolo II nel sua lettera apostolica Spes Aedificandi  del 1999 con la quale la nomina co-patrona d’Europa: “indicandola come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana”

La docuficton la mostra in questa fase, moglie e madre premurosa, impegnata a prendersi cura, in piena armonia con il marito, di chi era povero o malato, con particolare attenzione alle ragazze che rischiavano di venir avviate alla prostituzione. Si tratta di un servizio che esercitò durante tutta la sua vita, in qualunque parte dell’Europa si recasse. Invitata alla corte svedese, fu pronta a dare, su ispirazione divina, consigli pratici di buon governo ricordando che non si è buoni re passando il tempo in orazione ma dando udienza a chiunque la richiede.

Sarà in seguito che, morto il marito, trovò nel monastero cistercense di Alvastra, la condizione più propizia per porsi in dialogo continuo con il Signore, ricevendo delle rivelazioni, in particolare riguardo alla Passione del Signore, di cui abbiamo testimonianza scritta. Il film inserisce con frequenza, man mano che il racconto avanza, brani di colloquio con il Signore tratti dagli otto volumi delle Rivelazioni, che riguardano temi di sempre che toccano ogni cristiano: il perché della sofferenza anche di chi è povero e innocente, l’amore di Gesù per gli uomini, che vuole tutti salvi. Non mancano, secondo la sensibilità del tempo, molti accenni alle sofferenze dell’inferno per chi non si pente dei propri peccati, in particolare verso “i potenti che saranno vagliati con rigore”.

Peculiare di Santa Brigida fu il mandato ricevuto dal Signore: “tu sarai la voce con cui parlerò al mondo perché hai messo la tua volontà nelle mie mani”. Disponiamo di numerose lettere con cui, con tono fermo e autorevole, coerente con il mandato ricevuto, si indirizza a re, papi, priori di monastero e ai capi dell’Ordine dei Templari ““Non risparmiando ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero” come dice san Giovanni Paolo II nella Spes Aedificandi anche se, chiarisce subito dopo che: "riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore”. Tensione continua presente in questi suoi scritti, fu quella di vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, non più ad Avignone ma a Roma.  

Il film fa comprendere come il titolo di patrona d’Europa sia stato pienamente meritato. Vissuta in un Occidente interamente cristiano (anche se travagliato da lotte intestine) percepì i problemi della cristianità del tempo come suoi e la santa viaggiò spesso,  non solo per compiere dei pellegrinaggi (i più famosi furono quelli a  Santiago di Compostela con suo marito e l’ultimo in Terra Santa), ma anche per visitare  chiese e monasteri italiani, dove erano custodite reliquie di Santi.

Dispiace solo che la docufiction , non approfondisca l’abilità della santa di dare saggi consigli sul governo dei regni (non solo nei confronti del re di Svezia, dove fu abolito il diritto regio di rapina sui beni dei naufraghi  ma anche della regina Eleonora d’Aragona) e sulle difficoltà che ebbe a Roma, dove fu chiamata “la strega del Nord” e si ridusse in estrema povertà,  mendicando alla porta delle chiese.  Si tratta di una dura prova che va anch’essa a suo merito.

Il DVD può essere ordinato al sito della Cristiana Video

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GESU' DI NAZARETH

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/10/2017 - 13:42
 
Titolo Originale: Gesù di Nazareth
Paese: ITALIA, REGNO UNITO
Anno: 1977
Regia: Crediti Regia Franco Zeffirelli
Sceneggiatura: Anthony Burgess, Suso Cecchi D'Amico, Franco Zeffirelli, Masolino D'Amico e David Butler
Produzione: Rai - Radiotelevisione italiana - ITC-Incorporated Television Company
Durata: 380
Interpreti: Robert Powell, Olivia Hussey, Yorgo Voyagis, Anne Bancroft, James Farentino, Regina Bianchi, Marina Berti, Michael York, Peter Ustinov, Valentina Cortese, Christopher Plummer, Cyril Cusack, Maria Carta, Laurence Olivier, James Mason, John Duttine, Claudia Cardinale, Renato Rascel

Il racconto della vita di Gesù è diviso in quattro capitoli. La nascita e l’infanzia di Gesù: dal matrimonio di Maria con Giuseppe alla morte di S Giuseppe. Inizio del ministero di Gesù: dal battesimo per opera di Giovanni alla guarigione di un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao Pienezza del ministero: dalla moltiplicazione dei pani alla visita di Nicodemo a Gesù Passione, morte e resurrezione. Dall’ultima cena al mandato apostolico ai discepoli

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il baricentro del racconto è un Gesù umano e comprensivo con tutti ma anche molto soprannaturale, che agisce e parla, cosciente del valore escatologico delle sue azioni
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura approfondita che scava nella psicologia dei personaggi, scrupolose ambientazioni nelle città e nelle campagne valorizzate da un’ottima fotografia, misurata e controllata nei giusti limiti la recitazione di tutti i protagonisti
Testo Breve:

Secondo molte riviste di settore, questo serial è stato la miglior fiction realizzata finora sulla vita di Gesù

La preparazione del film

Non è perfettamente chiaro chi abbia avuto per primo l’idea del progetto, ma forse si è trattato di iniziative concomitanti. Secondo Alfonso Méndiz, nel suo Jesucristo en el cine, sarebbero stati lo sceneggiatore Pier Emilio Gennarini e il direttore di telegiornale RAI Fabiano Fabiani. Secondo un documentario della History Channel, fu lo stesso Paolo VI che auspicò al produttore  televisivo Lew Grade, l’iniziativa di realizzare un serial televisivo sulla vita di Gesù, dopo aver apprezzato quello da lui realizzato su Mosè.  .Di fatto  Lew Grade divenne il produttore dell’iniziativa, con l’obiettivo di realizzare un serial televisivo per la  RAi, ma con un cast internazionale in modo che potesse facilmente venir esportato. La scelta del regista cadde su Zeffirelli, dopo il successo del suo film su San Francesco. Zeffirelli fu a lungo incerto. Si convinse, come lui stesso racconta, quando un amico cineasta gli fece notare che almeno lui era cattolico e italiano e che meglio di tanti altri avrebbe potuto mostrare il suo amore per Gesù Cristo.

Nel 1974 fu firmato l’accordo e il primo problema da affrontare fu trovare lo sceneggiatore più adatto. La scelta di Zeffirelli cadde su Anthony Burgess, cristiano praticante, versatile scrittore, sceneggiatore, librettista inglese, famoso soprattutto per il libro da cui era stato tratto il film L’arancia meccanica di Stanley Kubrick. Lo stesso Zeffirelli si affiancò nella stesura della sceneggiatura a Burgess, soprattutto per cercare di dare maggiore sacralità alle parole e ai gesti di Gesù. Alla fine Burgess non accettò che la sua sceneggiatura iniziale fosse stata alterata e Zeffirelli scelse di continuare con Suso Cecchi D’Amico .  Quando il serial venne alla fine distribuito, si temette qualche reazione critica di Anthony Burgess ma fu lui stesso a chiudere la disputa, dichiarando che il lavoro rispecchiava le sue intenzioni originarie. Sulla scelta dell’attore che avrebbe dovuto sostenere la parte di Gesù Cristo, nonostante gli importanti nomi che vennero fatti (Al Pacino, Dustin Hoffman) fu lo stesso Zeffirelli che raccontò che scelta cadde sull’attore inglese Robert Powell soprattutto per la profondità dello sguardo: “gli occhi sono sempre il maggior veicolo di comunicazione sullo schermo”. Diventò infatti famoso il suo modo di guardare, non diritto verso la cinepresa ma oltre, un po’ più in alto, per dare più senso spirituale a ciò che diceva.

Il livello scelto per il resto del cast fu invece impressionante: Anne Bancroft, Ernest Borgnine, Claudia Cardinale, Valentina Cortese, Stacy Keach, James Mason, Laurence Oliver, Christopher Plummer, Antony Quinn, Fernando Rey, Rod Steiger, Peter Ustinov, Olivia Hussey, Renato Rascel. Si tratta di attori impegnati a recitare una parte ben precisa, evitando in questo modo il problema in cui era incorso La più grande storia mai raccontata, dove alcuni attori importanti facevano capolino solo come comparse per un breve istante e distraevano lo spettatore che doveva indovinare: chi è costui?

L’idea iniziale di girare il film direttamente in Terrasanta venne scartata perché i paesaggi originali risultavano troppo alterati. Alla fine la scelta cadde sul alcune aree del Marocco e della Tunisia. Le riprese poterono iniziare nel settembre del 1975 e terminarono a giugno del 1976.

Il serial fu trasmesso dalla RAI per la Settimana Santa del 1977. Lo stesso Paolo VI, nella sua omelia Pasquale, invitò i fedeli ad andare a casa a guardare Gesù di Nazareth.  Da quell’anno in poi, e per molti anni a venire, per le televisioni di molti paesi, divenne una consuetudine trasmettere il serial nei giorni di Pasqua.

 

Qualità della narrazione

Perché Gesù di Nazareth ha trovato un così clamoroso gradimento di pubblico? Le motivazioni sono molte.

La prima è la stessa figura di Gesù Cristo. Oltre a una notevole somiglianza con l’iconografia tradizionale l’interpretazione di Robert Powell riesce ad essere umana ma al contempo sembra trasmettere una grande spiritualità grazie al suo sguardo profondo. Le sue parole sono sempre meditate, trasmettono un giusto senso soprannaturale.

Un altro aspetto molto curato è la definizione dei vari co-protagonisti. Ognuno dei dodici apostoli ha una sua precisa caratterizzazione, hanno spazio e parole per esprimere la loro personalità. Basta pensare al primo incontro-scontro fra Pietro, uomo schietto, brontolone e semplice e Matteo-Levi, l’odioso esattore delle tasse. Oppure a Giuda, visto come persona colta e intellettuale che dimostra, nel suo colloquio con il maestro Zera, di vedere Gesù solo come una importante pedina nell’equilibrio politico d’Israele. Si può dire lo stesso del triangolo che si determina fra Erode Antipa, Erodiade e Salomè. Un re ambizioso ma insicuro, timoroso di perdere la sua influenza, che finisce per cedere all’influenza delle due donne. Si potrebbe continuare con il capo del sinedrio Caifa, astuto e ipocrita ma anche camei come la guarigione del cieco nato, interpretato con intensità da Renato Rascel, risultano particolarmente efficaci.

Non da ultimo la gradevolezza della narrazione è garantita dalla bellezza dei paesaggi e l’accuratezza con cui sono stati ricostruiti il tempio e i villaggi dell’epoca, valorizzati da una bellissima fotografia..

Il messaggio

Probabilmente, l’idea di dire una parola forte ed ortodossa sulla vita di Gesù era scaturita dopo che nel 1973 era stato distribuito Jesus Christ Superstar, che aveva convertito Gesù nella figura di un hippie contestatore, che sembrava testimoniare una certa confusione post conciliare. Anche il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini che proponeva un Gesù impegnato a sollevare il proletariato contro i ricchi e i potenti.

Occorreva ripresentare Gesù in un modo che risultasse chiara la sua santità e la sua divinità, venuto al mondo come Colui che propone una rivoluzione tutta interiore, la liberazione dei peccati; la modifica delle strutture sociali ne sarebbe stata una prevedibile conseguenza. Una delle scene più toccanti, poco presenti negli altri film su Gesù, è quella che avviene all’interno di una stanza, dopo la Resurrezione, con Gesù contornato dagli apostoli: “ora il Padre mio che è nei cieli si riconcilia con il mondo e come Lui ha mandato me così ora Io mando voi. Ricevete lo Spirto Santo e andate senza timore come agnelli tra i lupi. Fate discepoli fra tutti gli uomini della terra e battezzateli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”. Giovanni e Pietro appoggiano la fronte alle sue spalle. Unico elemento non in linea con la visione cattolica sono i dolori del parto di Maria.

Una altro fattore di merito non secondario, dati i casi precedenti (e quelli che verranno come per La passione  di Cristo di Mel Gibson) è il fatto che il film non suscitò polemiche fra gli ebrei perché molte sono le figure positive nella gerarchia giudaica del tempo, a iniziare dal Nicodemo, magnificamente interpretato da Laurence Olivier e Giuseppe di Arimatea (James Mason).

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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IL VIAGGIO - THE JOURNEY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/03/2017 - 10:02
 
Titolo Originale: THe Journey
Paese: UK
Anno: 2016
Regia: Nick Hamm
Sceneggiatura: Colin Bateman
Produzione: Greenroom Entertainment, Tempo Productions Limited
Durata: 94
Interpreti: Timothy Spall, Colm Meaney, Freddie Highmore, John Hurt, Toby Stephens, Ian Beattie

Dopo 40 anni di lotte i due leader politici dell’Irlanda del Nord, il predicatore protestante Ian Paisley e il repubblicano Martin McGuinness, si incontrano a St. Andrews, in Scozia, per discutere uno storico accordo di pace, ma le trattative non riescono a procedere. Un imprevisto viaggio in macchina li costringerà a trascorrere molte ore insieme e diventerà l’occasione per instaurare una inattesa relazione di amicizia che porterà a un futuro di pace.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film propone una sapiente riflessione politica e umana sull’esigenza dell’apertura al dialogo e la disponibilità ad un ascolto reciproco che, senza voler annullare le fondamentali differenze, si impegna a cercare punti di contatto per raggiungere un comune obiettivo e superare le divisioni soprattutto quando il perdono diventa troppo difficile da chiedere e offrire
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un’ottima sceneggiatura che riesce a semplificare senza banalizzare un argomento politicamente assai complicato; una intensa e credibile interpretazione da parte dei due protagonisti principali; una sapiente scelta degli ambienti che diventano lo spunto e il luogo accogliente in cui sviluppare dialoghi brillanti e avvincenti
Testo Breve:

Nel 2006 si giunse all’accordo di pace di St. Andrews fra le due fazioni avverse dell’Irlanda del Nord. Il film racconta come i due leader delle fazioni opposte siano riusciti d andare oltre le loro posizioni per conquistare la pace

Due politici, due acerrimi nemici, in guerra tra loro da più trent’anni hanno poco più di 60 minuti per arrivare ad un accordo che porti una pace in grado di durare nel tempo, con The journey, Il viaggio, lo sceneggiatore Colin Bateman e il regista Nick Hamm portano all’attenzione del pubblico mondiale il momento di svolta nella trattativa di pace di St. Andrews in Scozia del 2006. Una narrazione brillante, che oscilla tra humor e dramma, per raccontare uno dei più cruciali passaggi della recente e complessa storia irlandese.

Il mondo li ricorda ironicamente come i “Chuckle Brothers” (originariamente una nota coppia di comici britannici), erano Ian Paisley, il carismatico predicatore protestante che portò al successo il suo partito e diede vita al nascente governo dell’Irlanda del Nord, e Martin McGuinness, capo di stato maggiore dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese) dal 1979 al 1982 che fu tra gli artefici dei negoziati di pace che si conclusero nel 1998 con gli accordi del Venerdì santo. Il breve e inaspettato viaggio che compirono insieme nel 2006, costituì l’occasione per stringere una improbabile quanto sorprendente amicizia che portò all’unione dei due stati dell’Irlanda all’interno della quale per alcuni anni i due ricoprirono rispettivamente le cariche di Primo Ministro e Vice Primo Ministro.

The journey, Il viaggio, ricostruisce le elaborate linee e i nodi cruciali di un complicato e teso panorama politico attraverso il racconto della nascita di questa singolare amicizia. Senza cedere ad uno romanticismo scontato ma senza nemmeno presentare un asettico resoconto storico, il film riesce a portare alla comprensione di tutti un momento di svolta nel processo di pace dell’Irlanda che trova le sue fondamenta non tanto in una vera e propria amicizia quanto nella progressiva apertura al reciproco ascolto e alla disponibilità a comprendere le ragioni dell’altro.

Ian Paisley (Timothy Spall) e Martin McGuinness (Colm Meaney) sono due personaggi agli antipodi; il primo è un predicatore fervente protestante, l’altro un capo dichiarato dell’IRA. Ian e Martin rappresentano le due fazioni contrapposte di un unico popolo, quello irlandese, diviso in se stesso. Per quasi trent’anni sono stati i protagonisti di una sanguinosa guerra civile in cui le ragioni delle due parti si sono manifestate attraverso attacchi violenti e rigide risposte repressive. Senza cercare capri espiatori l’incontro di questi due leader costituisce l’occasione per raccontare e superare gli errori spesso molto gravi della politica passato.

A St. Andrews nel 2006 le trattative di pace tra il Primo Ministro Tony Blair e il leader Irlandese Bertie Ahern si trovano ad un punto di stallo proprio a causa di Paisley e McGuinness che si rifiutano di parlare tra loro. I due protagonisti sono però costretti dalle circostanze a intraprendere un viaggio in macchina insieme per raggiungere l’aeroporto di Edimburgo. In realtà Martin spera di riuscire a passare del tempo solo con Ian per aprire una finestra di dialogo, ma quest’ultimo si chiude in un rigoroso silenzio. Intanto l’agente dei servizi segreti Harry Patterson di nascosto monitora la situazione a distanza attraverso il giovane collega Jack che si finge l’autista dell’hotel a cui viene affidato il compito di accompagnare i due leader politici.

Jack decide di fare un’improvvisa deviazione e di addentrarsi in un parco nazionale per spingere Ian e Martin a parlarsi. La suggestiva natura scozzese e una chiesa abbandonata nei pressi di un cimitero sono gli ambienti che fanno riaffiorare alla mente dei due leader le dolorose ferite di una un passato fatto di inconciliabili divisioni. I due politici iniziano per la prima volta a rivolgersi la parola. Lentamente, anche se sanno che non potranno mai giungere ad un accordo su certi argomenti, comprendono che la sola strada per conquistare la pace sta nello smettere di cercare reciprocamente torti e ragioni e assumere un atteggiamento improntato verso il futuro.

Le ore che trascorrono insieme consentono ai due uomini di scoprire che, al di là dell’odio e dei rancori che li separano, ci sono molti elementi che li accomunano: il profondo dolore per i martiri caduti, il desiderio di dare voce alle ragioni del proprio popolo e al tempo stesso l’enorme difficoltà nell’offrire e chiedere perdono, unita alla speranza di giungere ad una tregua che porti ad una pace duratura. Ian e Martin, sebbene profondamente diversi e decisi a non voler cambiare la propria identità, comprendono, ciascuno a modo suo, che, dopo trent’anni di lotte e massacri, il dialogo e il reciproco ascolto sono la sola vittoria possibile, la sola strada per la costruzione della pace.

The journey, Il viaggio è una commedia drammatica che mischia sapientemente ironica leggerezza e intenso realismo tutta giocata sulla relazione tra i due interpreti principali, Timothy Spall e Colm Meaney, che compongono un ritratto assolutamente credibile di due complesse figure politiche. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN VIAGGIO CON JACQUELINE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/01/2017 - 16:32
 
Titolo Originale: La vache
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Mohamed Hamidi
Sceneggiatura: Alain-Michel Blanc, Fatsah Bouyahmed e Mohamed Hamidi
Produzione: Quad Productions
Durata: 91
Interpreti: Fatsah Bouyahmed, Lambert Wilson, Jamel Debbouze

Fatah è piccolo coltivatore algerino profondamente affezionato alla sua mucca Jacqueline. Fatah ha un sogno: portare Jacqueline a Parigi per farla partecipare alla competizione del Salone Internazionale dell'Agricoltura. Un giorno finalmente riceve l'agognato invito e con il sostegno dei compaesani si mette in viaggio verso la Francia per raggiungere Parigi. Per l’uomo e il suo quadrupede comincia un lungo, faticoso e imprevedibile viaggio a piedi attraverso tutta la Francia durante il quale i due singolari protagonisti avranno modo di fare incontri di ogni genere

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Solidarietà, amicizia, fedeltà ai valori coniugali e alle responsabilità familiari sono le fondamenta su cui poggiano un po’ tutti i personaggi del film, in modo straordinariamente singolare il protagonista, il cui modo di essere diverte enormemente ma al tempo stesso desta anche una certa ammirazione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un montaggio sorprendentemente bilanciato, una sceneggiatura semplice ma coinvolgente, divertente e commuovente e un’interpretazione convincente e credibile.
Testo Breve:

Il contadino algerino Fatah viaggia per terra e per mare per partecipare, assieme alla sua bella vacca, a  una competizione internazionale che si tiene a Parigi.  Commuove la disarmante semplicità e purezza degli affetti familiari del protagonista.

In un sperduto piccolo paese rurale dell’Algeria vive Fatah, un semplice contadino, con la sua giovane moglie, le sue due dolcissime figlie e la sua splendida vacca Jacqueline. I produttori di Quasi amici investono su altro film, simpatico e delicato che commuove e diverte senza diventare mai banale. In viaggio con Jacqueline di Mohamed Hamidi arriva in Italia dopo aver raccolto un sorprendente successo in Francia.

La storia di Jacqueline nasce da un’idea del regista in collaborazione con l’attore, protagonista del film, Fatsah Bouyahmed, tutti e due di origini algerine, che con ironia e garbo hanno realizzato una storia toccante e allegra. In viaggio con Jacqueline è forse uno dei più sorprendenti road movie che si siano mai visti e colpisce per l’originalità un po’ stravagante sia dei due protagonisti, un povero contadino musulmano osservante e la sua vacca straordinariamente bella, sia per il loro percorso che parte da un lontano e sconosciuto paesino dell’Algeria per arrivare, praticamente quasi del tutto a piedi, ad una delle più affascinanti e raffinate capitali europee, Parigi.

Un personaggio più bizzarro di Fatah sarebbe difficile da immaginare. È un uomo poco istruito, dedito alla famiglia e al lavoro nei campi, ma con una insolita passione per la lingua francese, la cui pratica per lui è motivo di grande vanto, e per la propria vacca, che adora quasi come fosse un membro della sua famiglia. Il suo sogno è mettere insieme questi due interessi: Fatah desidera ardentemente poter presentare un giorno Jacqueline al concorso del Salone dell’Agricoltura di Parigi. I compaesani del piccolo villaggio in cui vive Fatah con la sua famiglia non comprendono queste sue velleità e lo scherniscono, ma quando finalmente arriva la lettera con cui il Salone accredita la vacca alla competizione nessuno si tira indietro e praticamente tutti offrono generosamente il proprio contributo per aiutare l’uomo a realizzare il proprio sogno. Inizia così per Fatah un viaggio insolito per mare e per terra in compagnia della sua amata vacca Jacqueline con cui vivrà inaspettate avventure, faticosi imprevisti e avrà modo di fare singolari amicizie. Seguito a distanza dai suoi familiari e compaesani, questi sembrano vivere in un mondo lontano anche nel tempo, ma nonostante tutto ciascuno di loro non gli fa mancare il proprio sostegno.

Quello di Fatah nei confronti della sua vacca Jacqueline potrebbe inizialmente sembrare un affetto oltre che bizzarro anche un po’ malsano, ma in realtà è il simbolo di una mentalità semplice ma pulita capace di resistere anche ad un mondo difficile da comprendere e in cui integrarsi. Perché Fatah, nonostante la sua passione per la vacca e nonostante i piccoli inciampi a cui va incontro, nutre un amore sconfinato e fedele nei confronti di sua moglie, della sua famiglia e della propria cultura di origine.

Il viaggio è in effetti la circostanza che fortifica Fatah in questo suo modo di essere, perché anche di fronte a qualche possibile frivolezza in cui cade a causa della sua eccessiva ingenuità, il piccolo contadino algerino resta saldo nelle sue scelte e nei suoi valori. Ad esempio a causa di un’ubriacatura, che non aveva cercato, all’inizio del suo viaggio incorre in una specie di piccolo tradimento coniugale, del quale però avverte fino alla fine del film tutto il peso e la negatività e del quale si pente con profonda e tenera costernazione cercando anche di porvi rimedio nella maniera più dignitosa possibile.

Con la sua semplice e genuina generosità in ogni circostanza Fatah riesce ad aiutare tutti coloro che incontra in modo quasi inconsapevole e spontaneo. Senza restare invischiato nel tranello della fama facile ma effimera che i media possono dare, il suo personaggio fa innamorare e sorprende al tempo stesso per restare sempre fedele a se stesso: buffo, tenero, ma anche forte e saldo nelle proprie convinzioni.

Con questa storia così tenera e insieme così grottesca il gruppo di sceneggiatori franco-algerini evita anche il rischio di incorrere in un fastidioso moralismo integralista perché riporta tutto ai comuni valori della famiglia, fatti di responsabilità e semplici gioie condivise anche nel poco, e dell’amicizia, come la solidarietà e la donazione disinteressata, attraverso i quali anche culture diverse come quella europea e quella algerina possono incontrarsi. Fatah, Philippe e Hassan infatti, sebbene molto diversi tra loro, troveranno una sorprendente e commuovente comunione di intenti che colpirà anche il pubblico più vasto.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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