Film Oro

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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

VITA PER VITA - MAXIMILIAN KOLBE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 18:17
 
Titolo Originale: ZYCIE ZA ZYCIE
Paese: Polonia
Anno: 1991
Regia: Krzysztof Zanussi
Sceneggiatura: Krzysztof Zanussi, Jan Jozef Szczepanski
Produzione: IFAGE FILM, MEDIA FILM TV PARIGI - FILM GROUP TOR VARSAVIA
Durata: 94
Interpreti: Edward Zentara e Christoph Waltz

1941,campo di concentramento di Auschwitz. Jan, uno dei reclusi, riesce a fuggire. Alcune famiglie del luogo hanno il coraggio di dargli nuovi vestiti e di sfamarlo e alla fine trova rifugio per qualche tempo in un convento di francescani. In questa circostanza viene a sapere che dopo la sua fuga, per rappresaglia dieci detenuti sono stati condannati a morire di fame e di sete. Viene inoltre a conoscenza di un gesto inaudito: un sacerdote, padre Massimiliano Kolbe, si è offerto di venir condannato al posto di un padre di famiglia e l’ufficiale tedesco aveva accettato lo scambio. Jan, che ha sempre pensato a se stesso, è spinto questa volta da una insolita curiosità e inizia a indagare su chi fosse realmente padre Kolbe….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La grande fede di padre Kolbe e il gesto che ne è stata la sua massima espressione, risaltano in mezzo a tante mediocri figure di contorno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Zanussi, qui regista e sceneggiatore, sceglie uno stile asciutto, quasi scarno, che risulta particolarmente efficace quando è la stessa grandezza dell’uomo santo che si manifesta
Testo Breve:

Nel 1941, ad Auschwitz, padre Kolbe si offre di morire al posto di un padre di famiglia. La progressiva presa di coscienza del valore di quel gesto da parte delle persone che ne rimasero coinvolte e poi da parte di tutto il mondo

Krzysztof Zanussi, qui regista e sceneggiatore, ha scelto un metodo insolito per parlarci degli ultimi anni di padre Kolbe. Non racconta la storia dal punto di vista del santo ma nella prospettiva di alcuni laici e sacerdoti che sono vissuti ai margini di quell’evento oppure ne hanno sentito solo parlare. Sono persone normali, impegnati, in quei giorni drammatici, a pensare innanzitutto alla propria sopravvivenza e si interrogano, con un atteggiamento fra l’incredulo e l’infastidito, sul perché di un simile gesto. Man mano che viene a conoscenza di maggiori dettagli, Jan, cerca di riportare quell’evento nell’alveo di qualcosa di ragionevole, che abbia un senso umano, ma quel fatto resta lì, davanti a lui, senza una spiegazione soddisfacente. Anni dopo, quando si inizia a parlare di beatificazione, alcuni membri del partito comunista polacco iniziano a preoccuparsi della crescente fama che ha acquisito padre Kolbe, comprendono l’urgenza di imbastire una contro-propaganda e finiscono per concludere che in quel campo di concentramento il suo gesto sia stato un metodo per suicidarsi e por fine alle sue sofferenze. Perfino in Vaticano, quando si inizia a parlare di beatificazione, c’è chi fa dei fini distinguo fra ciò che può esser definito un martire per la fede e chi invece è morto per un altro uomo, come è accaduto per padre Kolbe.

Il film, in mezzo a tante mediocrità, introduce brevi, significativi camei della vita del santo, che rifulgono di luce propria. Come quando volle costruire un monastero in Polonia e senza avere un soldo, andò a chiedere dal signore locale la proprietà del terreno. Alla fine ci riuscì, offrendo in cambio preghiere e una statua della Madonna. Oppure quando, nella cella della morte guidava la preghiera e i canti liturgici degli altri condannati e concedeva l’ultima confessione a chi ne faceva richiesta. Non manca un ricordo di lui bambino, quando raccontava di aver parlato con la Madonna e che gli aveva chiesto il suo amore: la madre gli sorrideva e si portavano entrambi a un quadro della Vergine per iniziare a pregare.

Lo stile adottato da Zanussi è asciutto, quasi scarno, ma proprio dalla semplicità del racconto scaturisce con forza la grandezza del santo. Da testimonianze dirette sappiamo che padre Kolbe, mentre porgeva il braccio per l’iniezione letale, disse: “«...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea».  In effetti, proprio in un luogo come Auschwitz, espressione massima della brutalità umana, Kolbe ha piantato bel salda la croce di Cristo, a testimoniare che ancora una volta l’amore aveva vinto.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIRACOLI DAL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 11:18
 
Titolo Originale: Miracles from Heaven
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Randy Brown
Produzione: Roth Films, Franklin Entertainment, TriStar Pictures
Durata: 109
Interpreti: Jennifer Garner, Martin Henderson, Kylie Rogers, Queen Latifah, Eugenio Derbez

La famiglia Beam vive serenamente nella loro fattoria a Dallas, Texas. Il marito, Kevin, è un rinomato veterinario, la moglie si chiama Chrirty e hanno tre figlie: Anna, Abbie e Adelynn. Sono persone credenti che si ritrovano ogni domenica in chiesa con la comunità dei fedeli per cantare e ascoltare un simpatico pastore. Ogni pranzo è preceduto dalla preghiera comune e Christy sollecita, ogni sera le sue tre figlie a non addormentarsi senza prima aver rivolto un pensiero al Signore. Ma Anna, di dieci anni, vomita troppo spesso e dopo una peregrinazione senza risultati da una clinica all’altra, Christy decide di andare a Boston con la figlia dove spera in una visita da parte del Dr. Samuel Nurko il massimo luminare di gastroenterologia. I risultati delle analisi hanno sono funeste: Anna soffre di una rara e grave malattia che le impedisce di assimilare qualsiasi cibo, una malformazione che risulta incurabile. Christy inizia a disperare e ha ormai perso la fede…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La grave malattia di una bambina spinge tante persone a prodigarsi generosamente, al di là dello stretto dovuto per la loro professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale
Testo Breve:

Una bambina, figlia di genitori devoti, è affetta da una malattia molto rara e incurabile. Le speranze sono nulle, la madre ha perso la fede ma qualcosa di straordinario avviene. Il film risulta fedele a un fatto realmente accaduto

Un buon numero di Christian film americani si avvale dell’effetto che produce in chi è credente, la descrizione di un miracolo e la riprova è l’incasso al botteghino, sempre elevato.  Il Paradiso per davvero ha incassato $101,000 dollari mentre questo Miracoli dal cielo, per ora solo in Usa: 61,700,000 dollari.

Non si può che restare perplessi di fronte all’iniziativa di appoggiare un film destinato a promuovere la fede cristiana sul concetto di un  evento straordinario, proprio oggi che tanti film di fantasy cercano di stupire con gli effetti mirabolanti che si possono ottenere con la  computer grafica. A questo occorre aggiungere che la regia ama calcare sugli aspetti più melodrammatici della triste vicenda della piccola Anna. La protagonista Christy, interpretata dalla pur brava Jennifer Garner, passa la maggior parte del tempo a piangere e l’inevitabile lieto fino con tanto di paradiso simulato fra le nuvole è fatto apposta per riempire il fazzoletto di lacrime irrefrenabili.

Occorre a questo punto fare delle precisazioni. Tutti i fatti narrati sono realmente accaduti. Sono stati raccontati dalla stessa madre di Anna in un libro che ora si è trasformato in film che assume, in questo modo, una connotazione totalmente differente. Il film non vuol fare dell’apologia cristiana ed è onesto nel raccontare quanto è accaduto: non sorvola sulle difficoltà che si hanno, oggigiorno, quando si accenna all’ipotesi di un miracolo. Il dottore che ha avuto in cura la bambina non sa dare una spiegazione a quanto è accaduto, forse è il risultato di qualche reazione ancora inesplorata della mente umana (la bambina è guarita dopo esser caduta da un albero e aver battuto la testa). La stessa Christy, quando cerca di spiegare l’accaduto ai fedeli radunati nella chiesa, viene accusata di voler solo cercare della notorietà. Durante il lungo periodo di degenza, di speranze presto disilluse, non vengono trascurate le prove a cui tutta la famiglia viene sottoposta (oltre che Christian film si può parlare di Family film): la perdita della fede di Christy, lo scoraggiamento di Anna che non vuole più soffrire in quel modo, l’impegno del padre che deve fare gli straordinari per raccogliere i soldi necessari per sostenere le notevoli spese mediche.

Alla fine del film ci vengono presentati i veri protagonisti della storia inclusa Anna, ora completamente guarita.

Ma l’aspetto più rilevante del film sta proprio nel concetto che viene dato di miracolo. “I miracoli avvengono ogni giorno”, dichiara Christy e non si riferisce alla guarigione di Anna, che forse in futuro potrà avere una spiegazione medica, ma al miracolo delle tante persone che si sono prodigate per aiutare sua figlia e tutta la famiglia Beam nel sostenere la difficile prova. 

L’infermiera che ha fatto di tutto perché il dott Nurko trovasse spazio nella sua agenda per visitare la bambina, la cameriera che, conosciuta la situazione di Anna, decide di distrarla facendole conoscere l’acquario di Boston, l’impiegato dell’aeroporto che fa partire il padre e le due bambine anche se ha la carta di credito è scaduta, perché possano raggiungere la figlia malata e tanti altri. Quell’evento infelice era stato un generatore di generosità, aveva spinto tante persone a conoscere la bellezza del bene.

In genere i Christian film sono di qualità media. In questo caso, la presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale

Miracoli dal cielo può esser visionato su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME UNA ROSA NELL'ARMADIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/18/2018 - 15:08
 
Titolo Originale: Come una Rosa nell'Armadio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Fulvio Bruno
Sceneggiatura: Valeria Ammirati, Laura Farruggio, Fabrizio Vincitorioaleria Ammirati, Laura Farruggio, Fabrizio Vincitorio
Produzione: Azione Cattolica Italiana, Parrocchia San Siro, Diocesi di Ventimiglia-San Remo
Durata: 120
Interpreti: Mario Boeri, Raffaella Bianco, Sara Verrando, Stefano Mascarello

Domiziano è un creativo di successo. E’ molto coinvolto nel suo lavoro, fino a dimenticare di aver promesso alla moglie Liliana di pranzare insieme. Anche lei è molto impegnata: è supplente in una scuola elementare e da sola si deve prendere cura dei due figli adolescenti, Chiara e Francesco, visto che il marito è sempre fuori casa. Queste due vite parallele finiscono per ritrovarsi presto a ruoli invertiti: Liliana ottiene finalmente una cattedra mentre Domiziano si ritrova da un giorno all’altro senza lavoro. Di fronte a delle giornate passate in casa davanti al computer e sotto il pungolo della moglie, Domiziano comprende che in quel particolare momento di crisi può almeno rendersi utile accompagnando i figli a scuola e pulendo la casa….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime la bellezza della solidarietà nel lavoro e il valore degli affetti familiari che vanno coltivati giorno per giorno, così come si coltiva una pianta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un piglio vivace e divertente e tutti i personaggi, anche se non professionisti, appaiono veri e spontanei. Qualche incompiutezza nella definizione delle relazioni fra i due protagonisti
Testo Breve:

In questo christian film tutto italiano, un creativo della pubblicità  trascura la famiglia per il lavoro ma quando viene licenziato, inizia a impiegare il tempo a disposizione con lavori domestici e a prendersi cura dei figli. Una cura salutare che gli consentirà di riprendere coscienza dei valori familiari

L’aspetto più affascinante di questo film è il respiro collettivo che traspare dalle immagini. Si tratta di una storia che ruota intorno a un preciso protagonista, Domiziano e alla sua famiglia ma il racconto, man mano che progredisce, si allarga a ventaglio, includendo i colleghi di lavoro di lui e di lei, i compagni di scuola di Francesco e Chiara, la barista amica di Liliana, la simpatica salumiera, la mamma snob di Domiziano e tanti altri. Il tutto condito con molta allegria, con molta gioia nei rapporti umani, con il piacere di vivere all’interno di una comunità solidale, che costituisce il primo, vero “messaggio cristiano” (aggiungerei cattolico) del film, evitando anche di prendersi troppo sul serio, che è da sempre il vero rischio di questi lavori semiprofessionali.

Film come questo cercano di coprire un enorme vuoto presente nella produzione cinematografica non solo italiana ma europea: quello di film che trattano il tema della fede.  Certamente vengono prodotti serial TV e film che parlano di santi, di papi ma storie di laici che trovano nella fede la risposta ai loro problemi sono praticamente inesistenti (porrei, come unica eccezione, il film francese L’amore inatteso del 2010). Sappiamo che negli Stati Uniti la situazione è molto diversa: esiste il filone dei Christian film, di impostazione protestante, che ci parlano di laici che in famiglia, al lavoro, all’università, scoprono la bellezza del cristianesimo. Si tratta di un filone professionale che ha un suo preciso pubblico e che riesce a realizzare  giusti tornaconti economici. Ancora oggi possiamo dire, senza timore di sbagliare di molto, che per i corsi pre-matrimoniali che si svolgono nelle parrocchie italiane i film più utilizzati sono Fireproof del 2008 sul tema del perdono coniugale e October Baby del 2011, quando occorre affrontare il tema dell’aborto. Altri due film di questo filone sono riusciti ad accedere anche al circuito delle sale italiane e costituiscono una forma di apologia del cristianesimo: God’s not dead 1 e 2.

Possiamo dire, in termini rigorosi, che Come una Rosa nell’armadio sia un Christian film italiano? La risposta è “si” e “no”. E’ “si”, perché finalmente la prospettiva scelta è quella laica; è forse “no”, perché la fede non costituisce l’elemento determinante per la trasformazione dei protagonisti. Hanno dei problemi professionali e familiari da risolvere ma non li si vede mai entrare in chiesa né mettersi a pregare; nel film sono presenti due figure di sacerdoti, ma questi risultano marginali nell’economia del racconto. Si può rispondere “si” vedendo la storia in una diversa prospettiva: quella che riconosce che si può essere dei buoni cristiani solo se si è dei buoni uomini. In effetti, l’amore coniugale, la cura della famiglia, sono valori umani, indipendentemente dalla fede che si professa. La stessa frase che viene citata, di Papa Francesco, sull’importanza di curare gli affetti familiari come si cura una pianta, è espressione di una saggezza molto umana che però si pone in perfetta armonia con un’etica familiare cristiana e in particolare, come suggerito nel film, con il sentimento di misericordia a cui ci spinge l’esempio di Gesù.

Complessivamente il film mantiene un ritmo vivace, ben caratterizzato nei personaggi spesso molto divertenti anche se a volte si percepisce la loro non professionalità (con una interessante eccezione: il piccolo Francesco, che è semplicemente fantastico). Dispiace solo che a livello di sceneggiatura non siano stati approfonditi i rapporti fra Domiziano e sua moglie Liliana. A un certo punto della storia Domiziano ha una parentesi romantica con una certa Angela: li vediamo chiacchierare nei giardini, in biblioteca e comprendiamo che si sta stabilendo fra loro una forte intesa. Si tratta dello sviluppo di un interesse reciproco che risulta ben rappresentato. Per contrappeso non abbiamo qualcosa di analogo nei rapporti fra i coniugi: fin dalle prime sequenze li vediamo che mentre uno entra in casa l’altra esce,  discutere di lavoro, di figli, di cucina e pulizia della casa ma non abbiamo informazioni sulle origini e sulla profondità del loro legame. Sarebbe stato interessante conoscere quale “chimica”, forse sepolta dalle abitudini, li tiene uniti e sarebbe semplicistico supporre che il movente che riporta Domiziano a sentire un forte affetto per la moglie sia dovuto solo al fatto che ha potuto conoscere dal vivo l’importanza e la gravosità dei lavori domestici.

Il film è stato realizzato dal Gruppo Adulti e Famiglie dell’azione Cattolica di san Siro (Sanremo); ha coinvolto 131 attori e persone di staff non professionisti; unica figura professionista è stato il regista Fulvio Bruno. Dopo la prima proiezione, avvenuta al cinema Ariston di Sanremo nel novembre del 2018, alla presenza di ben 1800 persone, il film è stato presentato in altre sale italiane, soprattutto parrocchiali. Ora è disponibile in DVD ed è ordinabile dal sito: http://www.comeunarosanellarmadio.it/

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AN INTERVIEW WITH GOD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/05/2018 - 13:08
 
Titolo Originale: An Interview with God
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Perry Lang
Sceneggiatura: Ken Aguado
Produzione: Astute Films, Giving Films
Durata: 97
Interpreti: Brenton Thwaites, David Strathairn, Yael Grobglas

Paul Asher è un giovane promettente giornalista, con una buona preparazione anche teologica, che si è fatto conoscere per un suo reportage in Afghanistan dove aveva raccolto le riflessioni di soldati di fede cristiana che stavano combattendo in quel paese così lontano e ostile. Il suo ritorno in patria risulta particolarmente difficile: la vista di tanta sofferenza ha incrinato la sua fede e si sente responsabile della crisi coniugale che sta attraversando perché per seguire la sua passione professionale ha finito per trascurare sua moglie che ora vuole lasciarlo. In un momento così difficile per la sua vita inizia a intervistare uno strano personaggio che dichiara di essere Dio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un giovane comprende che per avvicinarsi a Dio occorre una fede operosa, che si estrinseca in opere buone verso il prossimo, non solo in belle parole
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione in particolare da parte di David Strathairn, nel difficile ruolo di “Dio” ma la sceneggiatura è imperfetta nel suo obiettivo di ottenere una storia che risulti coerente nel suo sviluppo
Testo Breve:

Un giornalista che deve affrontare una crisi coniugale e una crisi di fede, si trova a fare un’intervista nientemeno che a Dio. Un Christian Film che evidenzia bene come le soluzioni ai nostri problemi si trovino più nel cuore che nella nostra mente

La vita eterna, la salvezza che ci è stata promessa dalle pagine del Vangelo, è veramente importante per noi, uomini di oggi o piuttosto ci preoccupiamo  di vivere al meglio questa vita, prima che ci colga la morte?

E’ una domanda che spesso, con un po’ di onestà, chi ha fede o chi si vorrebbe avvicinare ad essa, finisce per domandarsi (tema brillantemente affrontato e risolto da Benedetto XVI nell’enciclica Spes Salvi). Questo Christian Film è un po’ diverso da tanti altri del suo genere: non si rivolge a chi è credente e cerca un racconto che lo confermi in ciò in cui già si sente sicuro; si pone invece nella prospettiva di chi si approccia alla fede ma è travolto da una serie di dubbi che la sua ragione gli pone davanti.

Ecco quindi che vengono affrontati temi “classici” ma sempre attuali per chi è trattenuto da una piena credenza in Dio: dove sono le “prove” della Sua esistenza? Qual è il vero senso della nostra vita? Esiste il diavolo? Esiste il libero arbitrio? Com’è possibile conciliare la nostra libertà con l’azione della provvidenza divina nel mondo? Dio è amore?  Perché cose cattive accadono spesso a persone buone? Che senso ha pregare quando Dio sa già tutto?

Sono temi che vengono discussi in questo film in un modo decisamente insolito: Paul si trova a fare un’intervista nientemeno che con Dio, o almeno così dice di essere questo distinto signore che ha preso con lui un appuntamento in un parco della città. Non credo sia necessario scandalizzarsi per questo modo di rendere accessibile, in un film, la discussione di temi teologici così profondi ma è sicuramente delicato per non scivolare in un eccesso di banalizzazione. In effetti, certi passaggi sono vicini a questo pericolo: “Ho creato il mondo in sei giorni”- “Bel lavoro”- “Grazie”.

Per altro verso, discussione dopo discussione (l’intervista si sviluppa a tre incontri) il personaggio sconosciuto porta Paul alla vera essenza del loro colloquio che è strettamente personale e riguarda proprio lui, il suo riuscire a riunirsi con sua moglie e ritrovare la fede in Dio. Il vero punto nodale non è rispondere a tutte quelle domande un po’ astratte ma mettere in atto una “fede operosa”, in grado di fare del bene al proprio prossimo. Il film è ben recitato dal promettente Brenton Thwaites ma soprattutto da David Strathairn (conosciuto dal vasto pubblico per Good Night, And Good Luck) che rende molto bene questa figura “divina” che da una parte rispetta la libertà di Paul, ma dall’altra si preoccupa che il ragazzo ritrovi la sua verità.

Ciò che difetta è la sceneggiatura che non amalgama bene il trauma del periodo passato in Afghanistan, le tre interviste con “Dio” che portano Paul a riflettere con onestà sulla sua crisi e infine il modo con cui decide di affrontare la sua crisi coniugale. Sono tre momenti che non si concatenano in modo armonico. Occorre dire che anche se le risposte alle “famose domande” su Dio non sono esaustive, è reso bene l’atteggiamento di un Dio che si prende cura dei suoi figli e interviene perché ritrovino la felicità e si riavvicinino a Lui. Com’è ben chiarito alla fine “i miracoli avvengono ogni giorno”. Si percepisce comunque l’impostazione protestante, in quanto la salvezza viene presentata come un fatto esclusivamente personale e manca la percezione dell’appartenenza di ogni fedele a una Chiesa che mira globalmente alla redenzione.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'APPARIZIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/04/2018 - 10:53
 
Titolo Originale: L'apparition
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Xavier Giannoli
Sceneggiatura: Xavier Giannoli, Jacques Fieschi, Marcia Romano
Produzione: CURIOSA FILMS, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, GABRIEL INC., PROXIMUS, LA CINÉFACTURE, MEMENTO FILMS PRODUCTION
Durata: 140
Interpreti: Vincent Lindon, Galatéa Bellugi, Patrick d'Assumçao

Jacques, giornalista e fotografo francese impegnato nelle zone di guerra, ha visto morire il suo più caro collega, colpito da una bomba. Traumatizzato dall’evento, torna in patria e accetta, quasi come un diversivo, un insolito incarico che gli è stato affidato dalla Congregazione delle cause dei santi del Vaticano. Proprio lui che in termini di fede è rimasto fermo alla Prima Comunione, viene incaricato di dirigere una commissione d’inchiesta canonica per valutare se è vero che Anna, una giovane novizia di un paese sulle Alpi dell’Alta Provenza, ha avuto una apparizione della Vergine Maria. Il problema va affrontato urgentemente perché ormai la notizia si è diffusa, al paese arrivano continuamente pullman di pellegrini ed è nato l’inevitabile commercio di oggetti sacri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’autore affronta con serietà, senza malizia, il tema delicato della procedura che si pone in atto per validare un presunto miracolo e i componenti dell’indagine canonica sulla veridicità di un’apparizione si trovano spinti a interrogarsi sulla profondità della loro fede. Risulta però contraddittorio quel personaggio che, pur ritenendo di avere una vera fede, si lascia sopraffare dalla disperazione.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene sconvenienti né malizia nei comportamenti; potrebbe destare qualche perplessità la facilità di abbracci affettuosi con uomini da parte della novizia Anna
Giudizio Artistico 
 
L’autore riesce a superare l’eccesso di dettagli con cui viene svolta l’inchiesta canonica e le due ore di durata del film puntando tutto sulla costruzione dei personaggi, ricchi di sfumature. Peccato che l'autore metta troppa carne a fuoco: l'apparizione, un telo con del sangue simil-Sindone, le guerre medio-orientali
Testo Breve:

Un’indagine sulla presunta apparizione della Vergine Maria a una giovane novizia determina una riflessione sul tema della fede e scuote la coscienza del pragmatico protagonista, che deve interrogarsi sull’esistenza di una realtà soprannaturale  

Il recente cinema francese ha un grande titolo di merito: scava a fondo in alcune realtà che caratterizzano il mondo contemporaneo per estrarne quell’ essenza che la rende comunicabile cinematograficamente. Lo fa in due modi: con lo stile della commedia (Quasi Amici, La famiglia Bèlier, Non sposate le mie figlie)  oppure in forma quasi documentarista, attenendosi con scrupolo ad ogni dettaglio anche tecnico, della realtà che sta esplorando. Ecco che sono usciti film come Il medico di campagna, Welcome, Il ministro- L’esercizio dello stato ma anche tanti film a contenuto religioso come L’amore inatteso (sulla scoperta della fede da parte di un tranquillo borghese) o Uomini di Dio (sul martirio degli otto monaci in Algeria). Con questo L’apparizione siamo molto lontani dall’approccio di Niccolò Ammanniti nella fiction Il Miracolo che usa la scoperta di una statua della Madonna che piange nella sua pura funzione di evento destabilizzante per la vita dei protagonisti. Questo film di Xavier Giannoli affronta il tema della fede con grande rispetto, senza dare conferme ma senza neanche manifestare alcuna pregiudiziale negativa.

Le prime sequenze del film vogliono mostrare come la ricerca della convalida di un miracolo sia un tema trattato con grande serietà dalla Chiesa Cattolica: seguiamo il protagonista nella visita agli archivi del Vaticano dove vengono aperti i dossier dei casi più noti di apparizioni mariane, come a Lourdes e a Fatima; la sua lettura ad alta voce, quando la commissione è ormai costituita, delle regole da rispettare per un’indagine rigorosa. Inizia poi da parte di Jacques, che ha preso il suo incarico molto seriamente, una serie di incontri con alcuni testimoni e la raccolta di tutti i documenti che possano risultare utili. Il racconto si tinge progressivamente di giallo per via di un passato poco esplorato della ragazza (il film dura 140 minuti) ma l’aspetto più affascinante del film è la definizione dei caratteri dei personaggi e del loro confronto, soprattutto fra Jacques e la diciottenne Anna.

Entrambi sono persone oneste ed entrambi cercano di fare del loro meglio nelle loro rispettive posizioni. Ciò non può che sviluppare una stima reciproca, in mezzo ai molti profittatori della situazione, una stima tanto più alimentata quanto i due non potrebbero essere più complementari.  Lui è un seguace della ragione, si attiene ai fatti comprovati e non va oltre (“cosa è il soprannaturale?” chiede Jacques al monsignore che gli ha assegnato l’incarico) ma questo limite non gli impedisce di restare aperto, soprattutto nei confronti di Anna, a nuove scoperte, nuove rivelazioni.  Anna cerca invece sempre di arrivare al cuore delle persone, di leggere nel loro animo al di là di ciò che appare e di ciò che dicono, sempre pronta a stringere le mani e ad abbracciare le persone che si occupano di lei, senza alcuna malizia.

Alla fine l’indagine canonica di Jacques finisce per diventare la ricerca di una persona: non è più interessato a scoprire se l’apparizione sia realmente avvenuta o no ma se Anna sia una persona realmente capace di mentire o piuttosto sia un’anima totalmente candida, come sembra essere.

Il finale susciterà delle sorprese, il mistero dell’apparizione resterà tale ma tutti i personaggi coinvolti saranno stati interpellati sulla consistenza della loro fede, per chi l’aveva, mentre per Jacques, stando vicino ad Anna, la parola “soprannaturale” ha finito per acquisire molta più consistenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA TUNICA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 09:13
 
Titolo Originale: The Robe
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Henry Koster
Sceneggiatura: Gina Kaus, Albert Maltz, Philip Dunne
Produzione: TWENTIETH CENTURY-FOX
Durata: 135
Interpreti: Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Jay Robinson

Il tribuno Marcello Gallio ama godersi la vita, con il vino e le belle donne. Il suo atteggiamento sfrontato finisce per metterlo in contrasto con Caligola, il figlio dell’imperatore Tiberio e per punizione viene spedito in Giudea. Qui riceve l’incarico di crocifiggere sul Golgota tre malfattori, fra cui anche un certo Gesù, proclamato il Messia. Marcello gioca tranquillamente a dati mentre i tre sono in agonia e vince la tunica di Gesù. Gli basta però mettersela sulle spalle per sentirsi come folgorato. Da quel momento non ha pace anche quando ormai è tornato a Roma. Su consiglio dello stesso imperatore Tiberio, si reca di nuovo in Giudea per ricercare la tunica e distruggerla e annullare così il suo influsso malefico. Nella ricerca incontra Pietro e altri cristiani che hanno conosciuto Gesù fra cui Miriam, che gli parla della bellezza del Suo messaggio. Marcello, ormai guarito, si converte alla nuova religione ma, tornato a Roma, viene a sapere che il nuovo imperatore, Caligola, è sulle sue tracce perché, come cristiano, lo considera un traditore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tribuno romano, convertitosi al cristianesimo, sa coraggiosamente affrontare le conseguenze della sua scelta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grosso impegno tecnologico per l’epoca, primo film in Cinemascope ma la recitazione di quasi tutti i protagonisti è modesta
Testo Breve:

Grande successo di pubblico nel 1953, corso a vedere la conversione al cristianesimo del Tribuno Marcello e il primo film realizzato in Cinemascope  

“Chi sei tu?” -domanda Marcello a un uomo che gli ha raccontato che Gesù è stato tradito proprio da uno dei suoi discepoli,“perché gli uomini inseguono la verità e quando la trovano la ripudiano... e dubitano, dubitano..”. L’uomo risponde: “Sono Giuda!” e subito dopo un forte rombo di tuono si fa sentire, mentre i lampi squarciano il cielo. Questa e altre situazioni un po’ teatrali si susseguono in questo film del 1953, il primo realizzato in Cinemascope, l’arma segreta inventata dagli Studios di Hollywood per contrastare l’avanzata della televisione, un anno dopo che era stato lanciato anche il Cinerama, senza molto successo. In effetti lo slogan per la promozione del film fu singolare: “il miracolo moderno che puoi vedere senza occhiali” ma in fondo fa piacere pensare che appena si sviluppa una nuova tecnologia (com’era accaduto ai primi tempi del cinema muto) gli autori pensano subito che possa essere utile per raccontare la storia di Gesù.

A dire il vero a quell’epoca le sale attrezzate per il Cinemascope erano veramente poche e le riprese vennero fatte anche nel formato standard; lo si nota dal fatto che l’evento principale di ogni sequenza é stato posto sempre al centro dell’inquadratura, per consentire il taglio dei bordi laterali.

Il film ebbe comunque quell’anno un enorme successo e arrivò secondo negli incassi solo a Peter Pan.

Il racconto è diviso nettamente in due parti: la prima serve a farci conoscere il Tribuno Marcello, la sua ragazza Diana, conosciuta fin dall’infanzia, il suo schiavo Demetrio, suo padre di nobile famiglia, che auspica che metta finalmente la testa a posto e il primo soggiorno in Giudea, dove non sembra abbia cambiato le sue abitudini dissolute. In questa prima parte il rapporto con la nuova fede è semplicisticamente miracolistico: Demetrio incrocia lo sguardo di Cristo mentre sta salendo il Calvario ed è quanto basta per decidere di seguirlo; Marcello, al solo toccare la tunica, ne resta come folgorato.
La seconda parte è meglio costruita: Marcello si trova a Cana e inizia progressivamente a conoscere la comunità cristiana, il loro reciproco volersi bene, il loro essere generosi con gli altri, inizia la sua presa di coscienza e la sua progressiva conversione. Determinante è la conversazione fra Marcello e Miriam: si contrappongono due visioni della vita: lei gli prospetta l’invito di Gesù, a costruire un novo mondo con l’amore mentre lui ribatte che un nuovo mondo si può costruire solo con la forza. Nel film non c’è alcun cenno a una eventuale responsabilità per la morte di Gesù da parte degli ebrei del tempo (forse i produttori avevano fatto tesoro ci quanto era accaduto al film  Il re dei re  di Cecil De Mille, che fu boicottato dalla comunità ebraica) ma viene imputata interamente ai romani e in più di un dialogo si stabilisce la contrapposizione fra un impero basato sulla forza e la schiavitù dei popoli vinti e il nuovo messaggio di amore del Messia, a cui si aggiunge una istanza, forse troppo moderna e molto americana, di libertà.  Sono significative le parole dell’Imperatore Tiberio, quando viene informato della diffusione del cristianesimo, che viene considerato opera di un gruppo di maghi: “Magia? Stolto, che magia?! È un pericolo più grave di qualsiasi magia possa concepire la vostra superstizione! È un desiderio di libertà dell'uomo. È la più grande di tutte le follie!”.

Il protagonista è Richard Burton in una delle performance, per sua stessa dichiarazione, fra le più infelici.

Sia quando deve fare la parte dell’ubriacone gaudente che quando ormai si è convertito, mantiene un’espressione sempre triste e poco convinta. Migliore quella di Victor Mature nella parte dello schiavo Demetrio e della sempre melanconica Jean Simmons. Segno dei tempi è la recitazione di Jay Robinson che deve recitare la parte del cattivo Caligola. La corporatura è mingherlina, la postura è sempre contorta, una pessima caricatura (a quell’epoca, purtroppo, succedeva anche questo) di una persona omosessuale.

La ricostruzione dei munifici palazzi imperiali è sontuosa e accurata anche se, con lo sguardo maliziato dello spettatore moderno, ci accorgiamo che anche gli esterni sono realizzati negli studios, dove il fondale è sempre disegnato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DON MATTEO 11

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/21/2018 - 21:34
 
Titolo Originale: Don Matteo 11
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: JAN MARIA MICHELINI, RAFFAELE ANDROSIGLIO, ALEXIS SWEET
Sceneggiatura: Alessandro Jacchia (formattì), Alessandro Bencivenni, Enrico Oldoini, Domenico Saverni
Produzione: Lux Vide, Rai Fiction
Durata: 45 min a episodio su RaiUno
Interpreti: Terence Hill, Nino Frassica, Maria Chiara Giannetta, Simona Di Bella, Francesco Scali, NATHALIE GUETTÁ ,

La stagione 11 di Don Matteo si svolge ancora a Spoleto e sono confermati i due coprotagonisti, don Matteo e il Maresciallo Cecchini ma presenta alcune novità di rilievo. Il Capitano Giulio Tommasi è stato trasferito a Roma, sostituito dal Capitano Anna Olivieri. Acquista importanza il PM Marco Nardi, attivo in tutte le indagini. Anche gli ospiti della canonica sono cambiati: c’è la quattordicenne Sofia, rimasta orfana di entrambi i genitori adottivi e il piccolo Cosimo, di soli 7 anni, al quale muore la madre nel corso della prima puntata e di cui Don Matteo si prende cura. Accanto al capitano Olivieri compare spesso sua sorella Chiara, una ragazza con la testa fra le nuvole e Giovanni, il fidanzato, indeciso se farsi sacerdote oppure no

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Don Matteo con la sua calda umanità e attenzione verso gli altri dà una bella testimonianza della misericordia divina. Peccato che il ritratto che viene fatto di lui non includa gli aspetti sacramentali della suo stato sacerdotale, che evidenzierebbero il valore della grazia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una macchina molto ben oliata procede sicura, merito soprattutto dei due comprimari, Terence Hill e Nino Frassica
Testo Breve:

Don Matteo continua ad essere araldo della misericordia divina e abile nell’individuare i colpevoli. Una formula di successo che non va cambiata ma forse approfondita nel suo messaggio di fede

In questo Don Matteo 11, ma già dalle ultime due stagioni, il format della fiction è stato notevolmente irrigiditoSi inizia sempre con una persona che è stata gravemente ferita (in genere guarisce alla fine della puntata) e da quel momento si sviluppano due indagini in paralleo: quella dei carabinieri che si attengono ai fatti e quella di don Matteo, che scruta dentro gli animi, va alla ricerca delle motivazioni più intime. C’è sempre un primo indiziato e a metà puntata don Matteo va a trovarlo in carcere ma il pubblico è matematicamente certo che il vero colpevole sarà svelato solo alla fine. In parallelo si sviluppa una sottotrama che serve a Nino Frassica per sviluppare la sua vis comica di bambino mai cresciuto che dice sempre tante bugie per cercare di modificare la realtà. Alla fine è don Matteo che individua il vero colpevole, un minuto prima che arrivino i carabinieri. Un minuto di importanza fondamentale perché Don Matteo fa a tempo a citare in Vangelo, indurre il colpevole a pentirsi e a consegnarsi alle forze dell’ordine. Occorre inoltre aggiungere che nelle serie precedenti c’era comunque una storia trasversale che coinvolgeva i protagonisti e che avanzava lungo le varie puntate. Questo spunto c’è ancora (una relazione fra il PM e il capitano donna?) ma ha perso la sua rilevanza.

Quindi un don Matteo che si è cristallizzato in una liturgia. Probabilmente un passaggio necessario perché, quando si è arrivati all’undicesima stagione, si è costituto un pubblico fedelissimo (gli indici di ascolto stanno a dimostrarlo) che vuole ritrovare i personaggi a cui è affezionato. Si tratta di un’ipotesi che soddisfa poco. E’ vero che Terence Hill nei panni di don Matteo e Nino Frassica in quelli del maresciallo Antonio Cecchini sono insuperabili ma il loro impegnarsi intorno alla scoperta del vero colpevole non costituisce l’attrattiva principale di ogni singola puntata. L’indagine si svolge a rilento, interrotta da molte parentesi che vedono coinvolti i personaggi principali nei loro vicende private.

Ma allora qual è l’attrattiva di questa serie? Molto probabilmente perché viene proposta una filosofia di vita che viene applicata a tanti casi comuni, nei quali lo stesso spettatore può facilmente identificarsi.

All’interno di una confezione così rigida vengono presentate situazioni di vita quotidiana, con enfasi particolare su storie che coinvolgono ragazzi e adolescenti (che assorbono almeno il 30% dello share della serie): le incertezze del primo amore, i casi di bullismo, l’eterna difficoltà dei genitori a comprendere i loro figli, l'ansia di emergere nelle compeizini anche conil doping, la ricerca della propria madre dalla quale si è stati abbandonati. In altri episodi si affrontano situazioni molto attuali, come la brama di successo a tutti i costi nel mondo dello spettacolo e l’immigrazione, forzata o  con l’inganno, di donne avviate alla prostituzione.

E’ a questi casi che si applica la filosofia di vita di don Matteo, testimone quasi perfetto della misericordia divina. Don Matteo invita alla riconciliazione nei conflitti familiari, ascolta le confidenze di tutti con pazienza e comprensione, dà coraggio e speranza a chi si accorge di aver sbagliato. Don Matteo si apre al mondo come a “un ospedale da campo”, ancor prima che papa Francesco coniasse questa felice espressione.

Ma don Matteo è un sacerdote a tutto tondo? Certamente ospita nella canonica giovani che hanno bisogno di aiuto ma non lo vediamo impegnato a celebrare la messa, porsi nel confessionale in attesa di penitenti, oppure organizzare catechesi per la prima comunione; questi e i tanti altri impegni che gravano sulla giornata di qualsiasi parroco, sono assenti.

Se don Matteo mostra di avere prodigiose “doti curative” (a posteriori) per l’animo umano, non viene esplorato l’aspetto formativo, a priori, dei tanti giovani che si incontrano nelle puntate. Abbiamo ragazze adolescenti che hanno il loro primo rapporto amoroso, altre che restano incinte, ragazzi che praticano con indifferenza il bullismo, giovani madri che hanno abbandonato la loro figlia. Si tratta di comportamenti che trovano sempre il perdono e la comprensione amorevole verso la fine ma non viene né proposto né prospettato un giusto percorso educativo. Sembra quindi che don Matteo non rappresenti un sacerdote reale ma ideale, come tanti fedeli lo vorrebbero, un sacerdote non vicino al sacro, più di fede protestante che cattolico, un sacerdote “comodo” che non celebra la messa con noiose prediche, non ti invita continuamente alla confessione, non ti mette in guardia su certi comportamenti ma è completamente al tuo servizio e quando sbagli, è sempre pronto a ricordare che Dio ti ama e ti perdona.

Penso che si possa concludere che la serie don Matteo potrà tranquillamente continuare a riproporsi con successo nei prossimi anni con lo stesso format di intrattenimento (la presenza di Terence Hill, il giallo da risolvere, le situazioni comiche di Nino Frassica) ma sarebbe bello se si sviluppasse un ulteriore arricchimento della filosofia di vita (cristiana) che si vuole proporre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LAURA, UNA VITA STRAORDINARIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/22/2018 - 09:48
 
Titolo Originale: Laura, una vida extraordinaria
Paese: Colombia
Anno: 2015
Regia: María Isabel Paramo, Linda Lucía Callejas
Sceneggiatura: Marisol Galindo
Produzione: Caracol Televisión
Durata: Dal 28 gennaio 2018 su TV2000 ogni domenica e lunedì
Interpreti: Julieth Restrepo,

Laura Montoya Upegui nasce nel 1874 a Jerocó nella regione meridionale del dipartimento di Antioquia (Colombia). A soli due anni perde suo padre, che viene ucciso mentre cerca di proteggere la chiesa da un assalto di rivoluzionari. Accolta, assieme alla madre, in casa dei nonni, a 16 anni inizia a frequentare il collegio “Normale de Institutoras" di Medellín, riuscendo a superare il suo handicap iniziale (non sapeva nè leggere nè scrivere) e conseguendo il diploma di maestra a soli 16 anni. Laura sente la vocazione per la vita consacrata ma non viene ritenuta idonea. Dopo un viaggio nella foresta dove incontra delle tribù indios, scopre la sua vocazione definitiva: evangelizzare gli indigeni della Colombia, che fino a quel momento avevano conosciuto solo bianchi avidi di conquiste. Dopo lunghi anni spesi a superare i molti ostacoli che trova davanti sia da parte della Chiesa (che considera l’attività missionaria un compito solo per uomini) che dalla società del tempo che vede la donna destinata al matrimonio oppure alla vita di clausura) trova la comprensione di monsignor Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fe de Antioquia e dello stesso Papa. Nel 1914 viene fondata la famiglia religiosa Hermanas Misioneras de María Inmaculada y Santa Catalina de Sena. Quello stesso anno Laura parte per una missione presso gli indios catios. Insieme a Laura partono la sua mamma, ormai settantenne e alcune amiche, che abbinano all’eroismo un pizzico di follia e che dal nome della loro fondatrice, verranno poi conosciute come “Laurite”....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Santa Laura Montoya, sostenuta dalla grazia divina, trova tutto il coraggio per portare a compimento un’iniziativa all’epoca rivoluzionaria: organizzare delle missioni presso gli indios costituite da sole donne
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il serial racconta in modo ordinato e coinvolgente i tanti ostacoli superati dalla santa, ottima interpretazione della protagonista che ha vinto il premio come migliore attrice al Premios India Catalina 2016.
Testo Breve:

Il racconto esaustivo della vita di Laura Montoya, la prima santa colombiana, che ebbe il coraggio soprannaturale di organizzare delle missioni presso gli indios costituite da sole donne

Nel quarto episodio di questo serial Tv di origine colombiana attualmente in onda la domenica e il lunedì su TV2000 (iniziata il 28 gennaio 2018), Laura è pronta per partire per i territori degli indios catios: ha ricevuto la benedizione dello stesso Santo Padre e ha trovato il sacerdote e le sorelle con le quali iniziale questa coraggiosa opera missionaria. Le difficoltà  però, ancor prima che dagli indios, arrivano dai colombiani bianchi: Laura con le sue compagne deve attraversare le ultime città di confine prima di addentrarsi nella foresta ma non risulta gradita. Le lauritas bussano alle porte di varie case per ottenere qualcosa da mangiare e da dormire ma queste restano sbarrate. Nessuno, gradisce questa tipo di missione basato su sole donne: a loro spetta solo sposarsi o andare in convento; non possono permettersi di sostituirsi agli uomini. Si trattò di  una delle tante, innumerevoli difficoltà che Laura Montoya dovette superare, sorretta dalla ferma convinzione che Dio voleva da lei il compimento di quella missione.

I fatti le diedero ragione: gli indios erano prevenuti nei confronti dei colonizzatori bianchi, che li consideravano degli esseri inferiori e che avevano cercato di sfruttare in tutti i modi loro e le loro terre. Sarà proprio il loro essere donne, a facilitare un avvicinamento senza pregiudizi e a renderli più accessibili al messaggio evangelico.

Il serial procede in modo sistematico, dal giorno della nascita di Laura e dalle difficoltà che sua madre prima e poi lei stessa, debbono affrontare. Dalla morte di suo padre, accoltellato per aver voluto difendere la chiesa dall’assalto di anticlericali e la confisca di tutti loro beni, alla vita di  stenti che sua madre con i suoi tre figli deve sostenere.  Intanto Laura bambina inizia a  sviluppare una forte vita interiore, sostenuta da mortificazioni corporali. Il racconto evidenzia lo sviluppo del suo amore per la natura, le piante e gli animali: un amore verso il  Creatore attraverso le creature, che le renderà spontaneo pensare che proprio gli indigeni della sua terra, abituati a una vita immersa in una natura intatta, fossero i più disponibili ad accogliere il messaggio cristiano.

La fiction riproduce con discrezione (una luce appare dall’alto, senz’altro chiarimento) quello che è stato il momento cruciale, a sette anni della vita della santa, raccontato da lei stessa nel suo diario: in una delle sue tante giornate nei campi, mentre è intenta a  guardare la vita delle formiche, riceve la definitiva certezza dell’esistenza di Dio, che sosterrà tutta la sua vita.

Irto di difficiltà fu anche il riconoscimento della validità di una missione tutta al femminile da parte della gerarchia ecclesiastica.  Il problema si sbloccò più per un’iniziativa proveniente dall’alto (il Papa) che finì per sostenere le idee, fortemente innovatrici e profetiche di  Laura Montoya. Nel giugno 1912 Pio X pubblicò l’enciclica Lacrimabili statu indorum, in cui esortava  i vescovi d’America a interessarsi degli indigeni e facilitare il loro inserimento nel resto della società. Nel 1919 Benedetto XV con la sua  enciclica Maximum Illud, affermò, senza mezzi termini, che era urgente “bandire una certa mentalità fra certi missionari che invece di essere animati dallo zelo di estendere il Regno di Dio, appare evidente il desiderio di allargare l’influenza del proprio paese”. Laura, dopo molte disillusioni, riusci a vedere riconsciuta la sua iniziativa anche dalle gerarchie locali: mons. Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fé de Antioquiache  garantì il suo sostegno.   Il 12 maggio 2013 Papa Francesco l’ha proclamata santa.

Le varie puntate della fiction hanno una struttura omogenea: in ognuna di esse viene evidenziato uno dei tanti ostacoli che senza interruzione, anche all’interno della sua stessa famiglia, Laura dovette sostenere , a cui contrappose la sua ferma volontà di portare a compimento ciò che lei sentiva come missione divina.

I molti dialoghi e i primi piani, secondo lo stile delle telenovela, caratterizzano la regia; buoe le interpretazioni di tutti i protagonisti e Julieth Restrepo ha vinto  nel 2016 il premio come migliore attrice al  Premios India Catalina.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DICKENS – L’UOMO CHE INVENTÒ IL NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/24/2017 - 15:27
 
Titolo Originale: The Man Who invented Christmas
Paese: Canada/Irlanda
Anno: 2017
Regia: Canada/Irlanda
Sceneggiatura: Susan Coyle
Produzione: PARALLEL FILMS, RHOMBUS MEDIA
Durata: 107
Interpreti: Dan Stevens, Christopher Plummer, Jonathan Pryce

Rimasto senza idee e senza soldi, ma desideroso di trovare una storia che possa scaldare il cuore di chi è indifferente alla miseria dei più poveri, Charles Dickens trova finalmente la giusta inspirazione nelle favole di una domestica irlandese e osservando le persone che popolano la Londra di metà Ottocento. Nasce così il celeberrimo Canto di Natale, una storia appassionante che diventerà forse il più famoso dei lavori del romanziere inglese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo scrittore Charles Dickens viene descritto come un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare
Testo Breve:

Perché Charles Dickens ha scritto il racconto Christmas Carol? Il film parte dalla vita dello scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione

Dickens in love, verrebbe da chiamarlo parafrasando il titolo del famoso film dedicato al Bardo inglese. In effetti questo film di Natale, che sceglie come protagonista il lanciatissimo Dan Stevens di Downton Abbey, ha più di un punto in comune con la pellicola vincitrice dell’Oscar. Con una formula cinematograficamente collaudata si parte dalla vita di uno scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione.

Qui in particolare, per raccontare il meccanismo creativo del prolifico Dickens (per altro prolifico anche nella vita privata, visto che ne conosciamo la numerosa e calorosa famiglia…) il film fa letteralmente apparire i personaggi del racconto nello studio della scrittore,  mettendo efficacemente in scena la genesi e lo sviluppo di un character attraverso l’uso di spunti di realtà,  suggestioni letterarie e a volte anche solo sonore (“trovate il nome giusto a un personaggio e quello comparirà” teorizza lo scrittore).

Dickens è presentato come un personaggio estremamente positivo, un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli, ma con un punto debole legato ad una padre “imbarazzante” che vorrebbe tenere lontano da sé (raccontato in brevi flashback oltre che nel presente).

Così anche lui, in qualche modo, nonostante la sua evidente generosità, si fa interrogare dal racconto di Natale che sta scrivendo e su cui ha investito tutto il suo futuro (ha deciso di rischiare un’auto-pubblicazione per sfuggire ai ricatti del suo editore). I fantasmi che diventeranno parte essenziale del racconto ci portano così nel passato dello stesso Dickens, facendoci comprendere le ragioni della sua sensibilità per i più deboli.

Il risultato è una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare intrigando anche gli spettatori più sofisticati con il suo brillante gioco metaletterario.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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