Film Oro

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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

PER SEMPRE (2019)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/18/2019 - 11:35
 
Titolo Originale: Per sempre
Paese: Italia
Anno: 2019
Sceneggiatura: Antonio Antonelli, Giuseppe Bentivegna, Beatrice Fazi, Elisa Storace e Francesca Zanni.
Produzione: TV2000
Durata: 110
Interpreti: Beatrice Fazi come conduttrice

Ogni mercoledì, dal 30 ottobre 2019, TV2000 trasmette il programma con un titolo programmatico: Per Sempre. Un format sul matrimonio nella forma di un game-show, condotto da Beatrice Fazi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La trasmissione presenta tanti casi positivi di coppie che hanno saputo portare a compimento la promessa del “per sempre” fatta al momento del matrimonio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La conduttrice è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico ma sarebbe necessaria un po’ più di cattiveria nello scavare vittorie e sconfitte delle coppie intervistate
Testo Breve:

TV2000 trasmette, per il secondo anno, la trasmissione Per Sempre, dove, con il pretesto di un game show fra coppie di fidanzati, si parla di matrimonio e ci viene mostrato, attraverso tanti casi reali, come la fedeltà abbia il potere di costruire la vera fonte della felicità

In Italia i matrimoni nel 2017 sono stati 191.287 (96.000 con rito religioso) contro i 400.000 nel 1968, la maggioranza dei quali, a quel tempo,  secondo rito religioso. Ben vengano quindi programmi come   Per sempre su TV2000, condotto da Beatrice Fazi, che cerca di scoprire il segreto che cela una unione che dura tutta una vita e molto indovinato è il titolo stesso, che non dà adito a dubbi sui propositi della trasmissione.

Il format è di per se’ semplice: due coppie di fidanzati gareggiano sia in prove domestiche (cambiare un pannolino, apparecchiare a tavola, stendere delle lenzuola) che teoriche, che hanno lo scopo di sondare il loro affiatamento. Le coppie arrivano accompagnate dai loro supporter, in genere degli amici che hanno contribuito a farli conoscere e che sono in grado di raccontarci, con più obiettività degli stessi interessati, i modi con cui si sono scelti.  Il giudice di gara è una coppia di media età che può quindi vantare l’esperienza di un percorso matrimoniale ben collaudato. L’esplorazione di questo segreto da svelare si estende anche ad altri marito e moglie, in questo caso famosi, in grado di raccontare come sono arrivati a dirsi “si” ma soprattutto come la loro unione si consolidata con il tempo. L’intrattenimento è garantito dalla musica dal vivo del complesso Bandalarga e dalla Sit-Com Filo & Cri, con Cristina Odasso, già interprete di Francesca Cabrini .

Le parti più toccanti del programma sono le interviste a chi è sposato da tempo: a volte si intrattengono in prevalenza sugli aspetti divertenti dei loro primi incontri ma è più interessante scoprire come hanno affrontato in seguito momenti importanti come la nascita del primo figlio.  L’intervista a Lino Banfi  è stata finora la più toccante (nella prima puntata) e non solo perché è un bravo attore: la sua è stata una vera vita trascorsa insieme nella gioia e nel dolore (la coppia ha avuto momenti di povertà estrema), nella salute e nella malattia (la sua Lucia è ora malata di Alzheimer).

Ad  ogni puntata, per ognuna delle  due giovani coppie di fidanzati, viene aperta  una scatola che contiene oggetti legati alla memoria della loro relazione. E’ un pretesto per sondare come si sono comportati in certi momenti nevralgici, belli o brutti.

Beatrice Fazi è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico e la trasmissione vive di rendita della bellezza di tante coppie che hanno saputo costruire una vita insieme. Se c’è un’osservazione da fare, è che la conduttrice potrebbe essere “più cattiva”, togliesse cioè il velo di rispettoso pudore nelle interviste ce porta avanti,  per esplorare le radici del legame che unisce le coppie, più che il sapere se magari è lui o lei che porta la colazione a letto la mattina al coniuge o qual è stata l’emozione del primo incontro. Ci sono tante coppie che oggi convivono e  sarebbe bello se dal programma scaturisse il perché dello sposarsi, non solo nel suo significato religioso ma anche e soprattutto umano. Per questo stesso motivo sarebbe opportuno che si approfondisse non solo il rapporto di coppia, ma anche il loro impegno nel far crescere insieme i loro figli che è poi il momento più significativo nel quale si realizza la fusione della coppia. Forse, nell’edizione dell’anno precedente, l’inserimento del docu-reality dal titolo Corso di sopravvivenza per promessi sposi dove un sacerdote, don Ciro, metteva sotto  stress una coppia di fidanzati per scavare nelle loro vere intenzioni, si raggiungeva un maggior senso di realismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA CANZONE PER MIO PADRE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/10/2019 - 09:18
 
Titolo Originale: I Can Only Imagine
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Andrew Erwin, Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Brent McCorkle
Produzione: Kevin Downes Productions, Mission Pictures International
Durata: 110
Interpreti: J. Michael Finley, Brody Rose, Dennis Quaid, Cloris Leachman, Madeline Carroll

Grenville, Texas, 1985. Bart Miller ha dieci anni, suo padre si ubriaca ed è violento con lui e la madre, che alla fine li abbandona. Rimasto solo con il padre, si dedica al football, più per seguire le orme del padre (un ex campione) che per convinzione, confortato solo dall’amore che prova per Shannon, una sua compagna di scuola. Un grave incidente in campo lo costringe ad abbandonare la carriera sportiva. Costretto a reinventarsi la propria vita, insofferente alla convivenza con il padre che sembra non stimarlo, scopre di avere una bella voce e decide, a 18 anni, di tentare la sorte nel mondo della musica. Costituisce, con un gruppo di amici, la Christian Rock MercyMe, un complesso che canta le canzoni da lui composte, ispirate alla fede e con un pulmino attrezzato iniziano a girare per gli Stati Uniti,. Il successo però non arriva: Bart sa che non potrà riacquistare la propria serenità se non riuscirà a riconciliarsi con il padre. Decide quindi di abbandonare temporaneamente il gruppo e di tornare a casa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio e un padre, trovano la forza di chiedere perdono e con la pace ritrovata, l’uno trova la serenità per vivere in pienezza, l’altro per affrontare senza timore il momento in cui il sipario si chiude
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza familiare potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare la forza del perdono e la fiducia nella Divina Provvidenza anche se eccede, sopratutto nel finale, nell’impiego di toni enfatici
Testo Breve:

Un giovane, dopo che la madre lo ha abbandonato, costretto a vivere con un padre violento,lascia la città natale  per seguire la sua passione per la musica. Un christian film che racconta un difficile percorso personale che conosce la forza del perdono e trova l’ispirazione giusta per scrivere I Can Only Imagine, una canzone piena di fede e di speranza

 

Avevamo già conosciuto i fratelli registi Andrew e  Jon Erwin per il film October Baby, forse il più riuscito film contro l’aborto (e sul perdono), assieme a Juno.  Come il precedente, il film si ispira a fatti realmente accaduti: se il primo si rifaceva alla storia di Janna Jessen, che era riuscita a sopravvivere a un abosto mal praticato e che poi è diventata una sostenitrice del movimento pro-life, ora questo Una canzone per mio padre  cerca di indagare sulla genesi del  successo stepitoso conquistato negli Stati Uniti da una canzone cristiana: I Can Only Imagine, vincitrice di tre dischi di platino, andando a scavare nella vita del suo autore, Bart Miller. I fatti realmente accaduti costituiscono, in verità,  solo uno spunto iniziale: nella realtà la madre di Bart lasciò la casa quando lui aveva tre anni e non tredici; il padre morì quando lui aveva 19 anni, otto anni prima che Bart componesse la sua canzone di maggior successo; lo stesso padre, non ostacolò la carriera artistica del figlio, come appare nel film ma gli diede utili suggerimenti. La storia che ci propone il film va quindi intesa sopratutto come una parabola sul perdono, sull’esistenza di una Provvidenza di cui la vita di Bart vuole essere  la prova: un ragazzo cresciuto in una famiglia devastata dalla violenza, costretto a reinventarsi la propria via dopo un’incidente subito, scopre di aver ricevuto un dono, la sua bella voce, in grado di ridare significato alla sua esistenza fino ad arrivare al riconoscimento internazionale del suo talento.

A dire il vero le storie di trasformazione per mezzo della fede sono due: c’è anche quella del padre Arthur, più sintetica ma più convincente. Il merito va tutto al grande  Dennis Quaid che interpreta magistralmente quest’uomo ruvido e disilluso dalla vita che non riesce a controllare i propri istinti violenti ma che soffre in segreto, perchè sa  che sta distruggendo proprio ciò che più ama. Sarà proprio il ritorno alla fede che gli aprirà le porte alla speranza del perdono da parte di suo figlio e la forza per iniziare una nuova vita. La storia di Bart, invece, mostra delle lacune. Non sono ben sviluppate le ragioni della sua fede: lo vediamo partecipare da piccolo a un week end in campeggio sotto la guida del pastore di una chiesa protestante ma non si percepiscono le basi di una fede che lo portano a costituire un complesso dedicato proprio a cantare christian songs. Nella realtà pare sia stata sopratutto la nonna a costruire le basi della suo credere ma questo personaggio è poco sviluppato. Difficile anche comprendere alcuni suoi atteggiamenti, come quello di  abbandonare Shannon senza più vederla per lungo tempo per seguire la sua vocazione di cantante.

Altro protagonista del racconto è proprio I Can Only Imagine, la canzone di platino. Il film crea fin dall’inizio molta aspettativa:  una giornalista intervista Bart, ormai compositore di successo, e gli evidenzia come quella canzone sia stata la luce giusta, per tante persone,  per ritrovare la speranza e la fede; invita Bart a raccontare la sua vita, perché una canzone simile non si scrive in 10 minuti. Il valore di quella canzone viene ricordato più volte nel film, fino a quando, alla fine possiamo ascoltarla anche noi,  quando Bart si esibisce in concerto davanti a una folla osannante. E’ indubbio che puntare sui fan di questa canzone abbia pienamente ripagato l’impresa dei fratelli Erwin e il film nel 2018 ha incassato 85 milioni di dollari solo in U.S.A. Ora la Dominus Production , la coraggiosa casa di produzione italiana che ha già importato altri christian films come Cristiada, God’s Not Dead 2, Unplanned e ha deciso di distribuirlo in Italia, dove non esiste il christian rock nè il mercato dei christian film: un gesto coraggioso ma utilissimo nella misura in cui riuscirà a vincere il torpore del mercato italiano, che pensa che sia lecito parlare di fede solo per raccontare la biografia di un santo o di un Papa.

Per sapere dove il film è stato programmato in Italia si può consultare:

https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTAPPOSTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 15:46
 
Titolo Originale: Tuttapposto
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Gianni Costantino
Sceneggiatura: Roberto Lipari, Ignazio Rosato, Paolo Pintacuda
Produzione: Tramp Ltd.
Interpreti: Roberto Lipari, Luca Zingaretti, Monica Guerritore, Sergio Friscia

Roberto arriva trafelato all’università: si è svegliato tardi. All’ingresso un gruppo sparuto di studenti (tre-quattro in tutto) esibisce cartelloni che inneggiano alla protesta e alla rivoluzione. Nell’attraversare i corridoi che portano all’aula dove deve sostenere l’esame, gli impiegati che incontra gli domandano ossequiosi come stia suo padre. Alla fine il professore si attarda oltre il dovuto per aspettarlo e quando finalmente si siede davanti a lui, gli bastano poche risposte sconnesse per prendere trenta e lode. C’è un motivo a tutto questo: il padre di Roberto è il preside dell’università e molti dei professori hanno con lui legami familiari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno dei protagonisti ha il coraggio di riconoscere di esser stato corresponsabile nella costruzione di un ambiente universitario corrotto e ne accetta le giuste conseguenze
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Roberto Lipari, qui protagonista e sceneggiatore, trasferisce in questo film tutta la sua capacità di costruire sketch fulminanti ma è troppo poco per dare profondità a un film che affronta il problema della baronia universitaria
Testo Breve:

Roberto è figlio di papà (in particolare di un preside) e prende sempre buoni voti ma l’amore per una ragazza gli fa scoprire il valore dell’onestà. Un favola morale divertente ma troppo leggera

Questo Tuttapposto è una favola moderna in veste comica. Ci sarà sicuramente chi storcerà il naso nello scoprire che il tema della baronia universitaria venga trattato con leggerezza formale ma esistono anche le favole morali e Tuttapposto ha un tono decisamente edificante. Roberto Lipari è il protagonista indiscusso ma ne è anche sceneggiatore e ciò ha un influsso su tutto il racconto, che avanza in forma di sequenza di sketch e di battute spesso irresistibili anche se non perde mai di vista il cuore portante della storia che è soprattutto una conversione alla giustizia e alla verità da parte non solo di Roberto ma di altre persone a lui vicine.

La favola è moderna e alla fine sarà un’app a risolvere la situazione. Qui Internet è visto nel suo aspetto più positivo: la possibilità che tutti possano parlare con tutti in piena libertà, ma esiste anche il rovescio della medaglia e c’è l’ansia del “mi piace”: molto divertente la figura del venditore di arancini che fa tutto ciò che è richiesto perché Tripl Advisor conferisca al suo negozio una stellina in più.

La storia è ambientata in una università imprecisata di una città imprecisata (in realtà le riprese sono state realizzate a Catania) ma traspare dal film tutta la sicilianità di Roberto Lipari, non solo nelle ambientazioni, ma nelle calde e schiette relazioni fra le persone, fra parenti (deliziosa la figura della mamma premurosa e cuoca biologica) e fra studenti universitari. Indubbiamente la Sicilia ci sta regalando grandi comici: più impegnato e ironico Pif sul tema della mafia; Ficarra e Picone irresistibilmente scoppiettanti, pronti a sviluppare denunce morali di validità universale; ora Roberto Lipari alla sua prima sceneggiatura, predilige la lente deformante della satira. I vizi dei professori vengono tipizzati: c’è il professore che dà buoni voti in funzione delle scollature delle studentesse, un altro in funzione dei contanti che ha ricevuto, un altro ancora solo se gli studenti hanno comperato il suo costoso libro di testo.  Non sveliamo altri dettagli della trama ma alla fine sarà una conversione all’onestà di un personaggio importante che coronerà questa incursione nel microcosmo universitario italiano e non solo siciliano. Resta invece appena accennata la componente romantica del racconto: a far scattare l’interesse del siciliano  Roberto è una bionda svedese (il mito delle svedesi non compariva nei film italiani dagli anni ’60) che risulta anche tetragona nei confronti di ogni forma di raccomandazione. E’ la spinta per Roberto a comprendere che deve crescere, non fare il raccomandato per tutta la vita ma costruirsi un’esistenza tutta sua, emancipato dalle influenze familiari. Il tema però resta alla superficie; Irina, che dovrebbe costituire la chiave di ingresso verso questa nuova realtà, resta un valido campione della bellezza salva dotata di smaglianti sorrisi ma poco più. 

Niente da dire sulla comicità di Roberto Lipari ma è difficile sostenere la durata di un film con battute fulminee nella parte di un personaggio perennemente spiazzato che cerca sempre di essere ciò che non è.

Questo navigare leggeri sulla superficie dei fatti finisce per stancare e preferiamo, perché più profonde, le satire sociali di Ficarra e Picone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOLKIEN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/26/2019 - 09:47
 
Titolo Originale: Tolkien
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Dome Karukoski
Sceneggiatura: David Gleeson, Stephen Beresford
Produzione: Fox Searchlight Pictures, Chernin Entertainment
Durata: 112
Interpreti: Nicholas Hoult, Lily Collins, Colm Meaney, Anthony Boyle,Patrick Gibson,Ty Tennant

John Ronald Reuel Tolkien vive modestamente a Birmingham, con sua madre, rimasta vedova, e suo fratello minore. Le serate scorrono serene allietate dai racconti della madre che li affascina con storie di draghi e di cavalieri ma poi anche lei muore e i due ragazzi vengono affidati a un tutore, un sacerdote cattolico, padre Francis, che riesce a mandarli prima alla King Edward’s School e poi grazie, a una borsa di studio vinta dal ragazzo per le sue straordinarie doti, riesce a iscrivere Ronald all’università di Oxford. Qui fa amicizia con tre ragazzi Christopher Wiseman, Robert Gilson e Geoffrey Smith. I quattro formano una società segreta chiamata T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society) ma poi scoppia la prima guerra mondiale e Ronald, con i suoi amici, deve andare al fronte francese, lasciando la sua amata Edith Bratt con la promessa che al suo ritorno si sarebbero sposati…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di amici si impegna ad aiutarsi a vicenda in ogni occasione e a operare perché il bene vinca sul male. Una bella storia d’amore di un ragazzo e una ragazza che si amano, si sposano e vivono felici e fedeli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione delle ambientazioni d’epoca, non eccezionale la recitazione dei vari protagonisti, una regia classica che non genera molte sorprese
Testo Breve:

Il giovane Tolkien, orfano di padre e di madre, trova la sua vocazione universitaria, l’amore per una donna e un saldo gruppo di amici. Un film dall’impostazione classica alla ricerca di quali spunti biografici abbiano dato origine al romanzo fantasy più famoso di tutti i tempi.

Capita a volte, a un regista o a uno sceneggiatore, di dover riversare in un film una storia che lo tocca intimamente, magari si tratta della vita di sua madre o dei suoi genitori. Succede allora che il racconto si sviluppa con toni ovattati, volti a proteggere quel personaggio che lui ama.

Qualcosa di simile succede in questo film sulla infanzia e giovinezza di John Ronald Reuel Tolkien, autore ancora oggi, fra i più letti al mondo, perché il regista Dome Karukoski non riesce a mascherare l’affetto e l’ammirazione che prova per il protagonista.

Il progetto di questo film è notevolmente ambizioso: cercar di scoprire, nella vita di Tolkien, quelle esperienze che poi hanno fatto germogliare le ambientazioni e i comportamenti dei personaggi immaginari che hanno dato vita ai suoi romanzi.

E così avviene: quei suoi tre compagni di università legati fra loro da una forte amicizia (molto bella la sequenza nella quale, rivolti a Ronald gli dicono che sanno che lui è orfano ma vogliono essere i suoi fratelli) creano una compagnia fedele, come quella della Compagnia dell’Anello.

La sua ragazza prima e moglie per la vita dopo, Edith Bratt si trasformerà in Arwen, l'Elfa che visse durante la Terza Era ed è  Edith stessa ad accompagnare Ronald a vedere l’opera I Nibelunghi e a raccontargli l’influsso malefico dell’anello. Durante la battaglia della Somme della Prima Guerra Mondiale, nel pieno degli assalti alla baionetta, fra il fuoco e il fumo, Ronald intravede Mordoc e i soldati con la maschera antigas sembrano tanti Nazgul.

E’ inutile dire che questo accostamento realtà-fantasia realizzato dal regista ha scandalizzato tanti puristi di Tolkien, soprattutto per la libertà che si è preso nel modificare la biografia dello scrittore.

Non è vero che Edith abbia aspettato trepidante Ronald che tornasse dalla guerra, visto che si erano già sposati nel 2013; non è vero che Ronald si sia buttato fra il fuoco e le fiamme della battaglia della Somme, visto che svolgeva l’incarico di ufficiale addetto alle comunicazioni, non andò mai a combattere al fronte e fu presto dismesso per un’infezione da pidocchi. Manca inoltre il Tolkien più impegnato, in particolare contro ogni forma di totalitarismo del suo tempo e la sua fede religiosa.

Tutto questo è vero ma è indubbio che il film ha successo nel ricostruire lo spirito che animò il gruppo degli amici dell’università, tutti impegnati in diverse forme artistiche (pittura, musica, scrittura) per riuscire a mettere in atto una rivoluzione culturale per il  loro tempo.

L’amore puro fra Ronald e Edith, l’impegno fra gli amici della compagnia ad aiutarsi a vicenda e la speranza che il bene possa vincere sul male sono i valori che il film riesce a ben rappresentare.

Se poi sia possibile fare qualcosa di meglio nel cercare di estrarre, dalla biografia di Tolkien spunti per le costruzioni di fantasia che sono presenti nei suoi romanzi è difficile dirlo: in fondo la sua fu una monotona vita da accademico che sicuramente lavorò molto di fantasia e se non partecipò concretamente a nessuna battaglia, gli sarà stato sufficiente comprendere l’orrore della guerra dal racconto di tanti altri soldati.

Ben tratteggiata è invece la sua passione per le lingue e per i miti nordici, dote che scoprirà durante la sua vita passata a Oxford, dove ebbe la fortuna di incontrare ottimi professori.

L’ambientazione d’epoca, i costumi, sono molto curati; forse ci si sarebbe aspettato qualcosa di più dall’interpretazione dii Nicholas Hoult nella parte di Ronald, resta bloccato per quasi due ore nella stessa espressione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOOD WITCH (stagione uno)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/23/2019 - 18:55
 
Titolo Originale: Good Witch
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2019
Sceneggiatura: Craig Pryce, Sue Tenney
Produzione: Whizbang Films
Durata: 4 stagioni su Netflix
Interpreti: Catherine Bell, James Denton, Bailee Madison, DAn Jeannotte, Martha Tinsdale

Cassie Nightingale vive nella cittadina di Middleton assieme alla figlia sedicenne Grace. Lei è vedova di Jake, il coraggioso capitano della polizia della città morto, in un combattimento a fuoco e spesso riceve la visita dei suoi figliastri (anche Jake era un vedovo): Brandon, che aspira a fare il poliziotto seguendo le orme del padre e Lori, di mestiere giornalista. Cassie cerca di sbarcare il lunario gestendo un bed &breakfast nella sua casa e un negozio di candele e oggetti di regalo in città. La sua vita scorre serena, stimata da tutti perché sa sempre dire la giusta parola di conforto a chi glielo chiede e sa preparare infusi di erbe nei cui benefici lei crede molto. Una sera scopre che ha un nuovo vicino: si tratta di Sam, di professione dottore e di suo figlio Nick. Sam ha lasciato New York perché ha divorziato e desidera iniziare una nuova vita con il figlio..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben delineati gli affetti e la solidarietà all’interno dei nuclei familiari. Il perdono come valore fondante per ogni situazione di contrasto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tutti i personaggi risultano simpatici e non esiste il classico “cattivo” Lo sviluppo del racconto è alquanto lento e rinchiuso in un format ben definito
Testo Breve:

La vedova Carrie deve badare a una figlia e a due figliastri ma ha sempre tempo per aiutare gli altri. Un serial particolarmente edificante ad uso famiglia

La buona strega è uno di quei serial televisivi che hanno tutta l’intenzione di raggiungere l’immortalità.

Il canale Hallmark ha prima trasmesso 7 film televisivi (Cassie arriva a Middleton, si costituisce una famiglia sposando il poliziotto Jake Russell ma alla fine lui muore), poi ha iniziato una serie sempre incentrata sulla stessa protagonista per quattro stagioni (disponibili in Italia su Netflix) ed è stata già annunciata la quinta stagione per il 2019.  Si tratta di una fedeltà da parte del pubblico che quasi avvicina questa serie al nostro Un posto al sole (23 anni). L’accostamento non è causale perché quando Mike Hale, il giornalista del NY Times ha confessato tutto il suo sconcerto per il successo (numero due negli ascolti dei canali privati per molto tempo) di questa serie che non ha mai vinto né è stata candidata ad alcun Emmy o altro premio televisivo, ha fatto un’indagine che l’ha portato a concludere (e quindi a tranquillizzarsi) che il serial è visto soprattutto da un pubblico di età medio-alta, insomma è roba per nonni. Ci sarebbe molto da dire su una conclusione così semplicistica intorno a un successo così consolidato ed è quindi opportuno fare una radiografia della fiction, per cercare di scoprirne la magia.

Iniziamo dalla protagonista. Cassie non è certo Kim Novak in La strega in paradiso (anche se Bell, Book and Candle, il titolo originale del film del 1958, è il nome che Cassie ha dato al suo negozio): la sua non è vera magia né gli intrugli di erbe che prepara hanno poteri misteriosi ma sa cogliere le situazioni, gli umori degli altri e sa dire sempre la parola giusta al momento giusto. In fondo non è lei la protagonista. Cassie funge da perno intorno al quale ruotano parenti e conoscenti (ogni puntata introduce un nuovo personaggio) e lei è sempre generosa in sorrisi e consigli ma è come se fosse super partes. “Tu metti un po’ di soggezione, sei così perfetta” le dice Sam in un momento di verità fra i due. In effetti è un po’ il rovescio della medaglia, che si manifesta nella realtà come in questa finzione, per le persone che sanno essere sempre disponibili per tutti: gli altri immaginano che abbiano una vita monotona e grigia, mentre loro comprendono gli altri proprio perché sono loro ad aver affrontato per primi difficili situazioni ed ora sono in grado di aiutare gli altri.

Le storie si sviluppano nel contesto chiuso di una cittadina dove tutti si conoscono. “A Middleton tutti gli affari sono personali” commenta Cassie rivolta alla signora sindaco, che voleva avviare alcuni affari spregiudicati in città. Non c’è l’anonimato delle grandi città come New York (citata più volte come il luogo “diverso”) né si sviluppano situazioni scandalose come in Gossip Girl. Ci sono persone che sbagliano ma prima o poi, grazie ai consigli di Cassie, sono loro stesse ad accorgersi di aver commesso un errore e spesso sentiamo la parola “scusa”. Cassie non forza mai le situazioni ma lascia che ogni persona scopra da sola la propria strada. Si tratta di un’etica facile in un mondo poco realistico, quasi di favola? Può darsi ma è molto bella, anche nei casi più difficili, la speranza che ripone sempre Cassie in quella persona, anche quando tutti gli altri hanno perso la pazienza. Bisogna riconoscere che in queste situazioni il serial mostra il valore universale del “nulla è perduto” e che qualsiasi persona può trovare in se’ la forza per rialzarsi.

“Con l’età arriva la saggezza”; “abbiamo il pieno controllo solo su ciò che facciamo noi”; “di fronte alla realtà fingiamo di non vedere”; “uno sbaglio è come una buca sulla strada”; “le epifanie sono regali dall’universo”. Cassie “spara” ad ogni puntata un numero incredibile di pillole di filosofia.

Si può dire che Good Whitch sia un christian film?   Non si parla di fede cristiana in nessuna puntata ma i valori umani che vengono evidenziati sono notevoli. Viene chiarita molto bene l’importanza del perdono: continuare a odiare è solo sofferenza mentre il perdono comporta il recupero della pace e della serenità. Evidenti i valori familiari: i fratelli si aiutano a vicenda nelle loro aspirazioni, la porta di casa resta aperta incondizionatamente, anche nei confronti di chi ha sbagliato, le poltrone del salotto sono sempre pronte ad accogliere figlia e mamma, fratello e sorella, per parlare in confidenza e chiedere consiglio. L’educazione dei figli è rigorosa: Cassie non permette che la figlia si vesta in un certo modo, né che vada, sia pur con un adulto, a vedere film che sono vietati.

Sarà probabilmente questo il segreto del successo di questa serie: “la banalità del bene”, nel senso della facilità per raggiungerlo quando lo si coltiva realmente.

Il serial è ben recitato ed è molto semplice da seguire (è stato fatto così perché anche i nonni possano comprendere?) perché non ci sono sequenze complesse e concitate ma tipicamente ci sono due persone che si incontrano e si parlano con calma a cuore aperto; nella sequenza successiva troviamo altre due che iniziano a parlare, e così via

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON CI RESTA CHE VINCERE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 09/15/2019 - 16:53
 
Titolo Originale: Campeones
Paese: Spagna, Messico
Anno: 2018
Regia: Javier Fesser
Sceneggiatura: Javier Fesser, David Marqués
Durata: 124
Interpreti: Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Luisa Gavasa

Marco Montes, vice allenatore di una squadra di basket, si fa trascinare dai nervi, prima con il suo “superiore”, poi con alcuni agenti di polizia che lo fermano in stato di ebbrezza. Pur di evitare il carcere, Marco accetta di impegnarsi in un lavoro socialmente utile: dovrà allenare per tre mesi una squadra di basket molto particolare, costituita da disabili mentali. Marco evita di far conoscere la sua condanna agli amici e alla fidanzata Sonia dalla quale si allontana ma l’impresa di allenare questa strana squadra gli appare impossibile: nessuno fa quel che chiede; occorre tanta pazienza e lui non ce l’ha. Ma poi, lo stimolo a gareggiare in un torneo, la mitezza disarmante di quei ragazzi, l’appoggio della fidanzata, lo convincono a continuare a tentare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La trama è prevedibile, senza sorprese, ma il film punta tutto sulla simpatia dei personaggi. Candidato spagnolo come miglior film straniero agli Oscar 2019
Testo Breve:

Un allenatore di basket che alza troppo il gomito viene condannato ad allenare per tre mesi una squadra di ragazzi con disabilità mentale. Il film trasmette, con molte risate, importanti verità sul rispetto e l’attenzione verso persone che sembrano, solo in apparenza, avere più problemi di quanti, in realtà, ne abbiamo anche noi

“Mamma, se continui a tormentarmi così, vado a dormire in albergo” risponde Marco che in quel momento difficile, ha scelto di dormire in casa della madre che però si preoccupa continuamente di controllare se il figlio ha bevuto. “Figliolo, non mi dire queste cose – gli risponde la madre con la mano sul cuore facendo gli occhi dolci- ma poi cambia tono: “lo sai che poi mi illudo” ed esce seccata dalla camera.

Di battute di questo genere è costellato questo film grazie ad attori straordinari come Luisa Gavasa, la madre appunto e lo stesso protagonista, Javier Gutiérrez.

La particolarità di questo film, che ricorda, per analogia di tema, l’ italiano Si può fare, non sta nella storia in se’ (se un allenatore è costretto ad occuparsi, suo malgrado, di una squadra di disabili mentali sappiamo già a priori che ci stiamo avviando verso il lieto fine). Il tema portante non ha molte varianti né ci sono significativi colpi di scena. La storia è tutta interiore: il racconto di una trasformazione progressiva non solo dei diversamente dotati ma di lui, il normodotato che ha anche lui tanti problemi, proprio di tipo psicologico. Marco è irascibile, di fronte alle difficoltà preferisce fuggire, non desidera avere figli perché ciò comporterebbe troppa responsabilità e per di più soffre di claustrofobia e non prende ascensori.  Il regista è stato bravo perché non racconta una favoletta edificante e zuccherosa ma si cala in una realtà concreta. Ecco una donna che allontana il figlio quando incontra questi handicappati, ritenendoli pericolosi; i componenti della squadra di basket non interpretano ruoli da disabili ma 'sono' disabili. Lo stesso regista ha finito per rivedere più volte la sceneggiatura per inserire alcune sequenze, anche divertenti, che si sono sviluppate spontaneamente durante le riprese.

Alla fine la morale del film esce fuori ed è molto chiara: si è trattato di uno scambio di doni fra i ragazzi della squadra e Marco. I ragazzi hanno trovato in lui un padre e una persona che ha saputo valorizzarli, mentre Marco è uscito finalmente dal suo piccolo egoismo per aprirsi a un impegno più generoso nei confronti degli altri, inclusa la sua fidanzata

Il film ha avuto un successo clamoroso in Spagna (tre milioni di biglietti venduti) ed è stato candidato agli Oscar 2019 come miglior film straniero. Si tratta di performance che fanno riflettere. Com’era già accaduto per il film francese Quasi amici, che raccontava divertendo la storia di un tetraplegico,  il grande pubblico non trascura affatto film basati su buoni sentimenti ma li vuole proposti in una confezione serena e allegra, come dev’essere gioioso tutto ciò che prospetta amore alla vita e attenzione verso tutti.

Il film è disponibile su Youtube (a pagamento)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTO DI FEDE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/02/2019 - 11:46
 
Titolo Originale: Breackthrough
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roxann Dawson
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: • 20th Century Fox • Fox 2000 Pictures • Franklin Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Chrissy Metz, Josh Lucas, Topher Grace, Marcel Ruiz

St Louis, Missouri. John ha 14 anni; di origine guatemalteca, è stato adottato da Brian e Joyce, che sono molto affettuosi nei suoi confronti ma lui si mostra scostante: porta ancora la ferita di essere stato abbandonato dalla vera madre. Il 19 gennaio 2015, festa in ricordo di Martin Luther King, John e altri due amici si mettono a giocare sulla superficie ghiacciata del lago Saint Louise nonostante gli ammonimenti alla cautela di un signore che abita lì vicino. Improvvisamente il ghiaccio si rompe e i tre ragazzi cadono nell’acqua gelata. I soccorsi arrivano in poco tempo e riescono a riportare in superficie i due amici di John ma di John non c'è traccia. Grazie alla perseveranza del vigile Tommy Shine , John viene estratto dal lago ma ormai è rimasto sott’acqua per più di quindici minuti e il suo cuore non batte più. Il ragazzo, portato in ospedale, non reagisce ai tentativi di rianimazione. Il dottor Sutterer invita la madre a dare un ultimo saluto al figlio. Joyce gli prende la mano e inizia a pregare con grande fervore. Improvvisamente ode un suono: gli strumenti a cui è collegato il figlio, indicano che il suo cuore ha ripreso a battere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte a un caso disperato, una madre mostra una speranza incrollabile, sorretta dalla fede, mentre intorno a lei tante persone si prodigano altre il dovuto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le sequenze della caduta dei tre ragazzi nel lago ghiacciato potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La regista Roxann Dawson racconta con passione ma anche con grande equilibrio la storia di un presunto miracolo riuscendo a mantenere alto l’interesse per le due ore del film, con qualche scivolata sul patetico
Testo Breve:

Il quattordicenne John resta sott’acqua per 15 minuti in un lago ghiacciato e quando lo portano all’ospedale il cuore non batte più. Intorno a questa storia vera, una madre, sorretta da una forte fede,  spera oltre ogni speranza e  si costruisce intorno al ragazzo una catena di solidarietà che fa da corona a ciò che è stato qualificato come miracolo.

Anche questo christian film, basato su fatti realmente accaduti, ci parla di un miracolo. Ci si potrebbe domandare perché questo tipo di produzione cinematografica cerchi spesso di convincere della bontà del messaggio cristiano puntando sulla presentazione di eventi straordinari (Miracoli dal cielo, Il paradiso per davvero, In America...) o ipotizzando che Dio stesso ci parli di nuovo (An interview with God) invece di parlare della semplice, efficace potenza della Parola del Vangelo ma questa discussione ci porterebbe troppo lontano. Comunque sia, questo film ha un vantaggio, sulla media dei prodotti dello stesso filone: non ha bisogno di un“miracolo” perché si possa dire che è ben fatto perché, questa volta, lo è realmente. I personaggi principali sono ben tratteggiati, il racconto mantiene alta la tensione, evitando di calcare i toni nelle sequenze più commoventi, un rischio sempre dietro l’angolo, visto che stiamo parlando di un ragazzo in stato di coma. Il racconto si sviluppa in quattro capitoli chiaramente distinti: nel primo conosciamo la vita quotidiana dei nostri protagonisti, i tentativi non riusciti di Joyce di vedere ricambiato il suo affetto nei confronti del figlio adottivo, i battibecchi fra Joyce, animatrice di una comunità femminile cristiana e il suo parroco, che cerca di avere successo sopratutto presso i giovani, attirandoli con incontri musicali. Segue la descrizione dettagliata e carica di tensione del giorno dell’incidente, la lotta dei tre ragazzi per uscire dalle acque gelide del lago. Segue la terza parte, che occupa più della metà del film, dove si svolge la lotta di Joyce per mantenere alta la speranza di vedere il suo John riprendere vita fra lo scetticismo dei più (ma anche fra la solidarietà di coloro che  pregano per lui). Infine, quando ci si trova di fronte a una guarigione inspiegabile, assistiamo alle reazioni contrastanti di  chi crede nei miracoli e chi no.

 E’ inutile sottolineare l’abbondanza di recensioni critiche, di cui è stato oggetto questo film: molti recensori americani si sono infastiditi perché hanno interpretato il racconto come una pressione indebita a credere in Dio di fronte all’evidenza di un miracolo. In realtà la regista Roxanne Dawson  ha realizzato un racconto molto equilibrato. Il film, con molto realismo, mostra personaggi che credono ma anche tanti che non lo fanno. Significativo è il colloquio fra John, ormai tornato guarito a scuola, con la sua insegnante: lei gli rivela che suo marito è morto in un incidente pochi anni prima e gli domanda come mai un intervento divino sarebbe avvenuto solo per lui e non per suo marito. La risposta è, innevitabilmente, un “ non lo so. Gli stessi compagni di scuola lo deridono al suo ritorno, domandandogli quando anche lui inizierà a camminare sulle acque come Gesù.
Da altri critici il film è stato visto come una contrapposizione polemica fra chi crede solo nei risultati della scienza e chi accoglie la vita con una visione soprannaturale. Anche questa conclusione appare affrettata. I medici che hanno avuto John come paziente hanno obiettivamente riconosciuto che la scienza non era in grado, in quel momento, di dare una risposta alla guarigione di John. Proprio per chi crede nella scienza e nel suo continuo progresso, si tratta di una conclusione accettabile perché ciò che è inspiegabile adesso potrà esserlo in futuro. Ad ogni modo è vero che il dottor Sutterer, nella finzione come nella realtà, si è realmente espresso in termini di miracolo parlando con Joyce, colpito dalla completa ripresa del ragazzo. Corrisponde ugualmente al vero il fatto che il dottore, convinto che John non avrebbe passato la notte,  abbia invitato Joyce a dargli un ultimo saluto e che lei, mentre pregava al suo capezzale, si sia accorta che il suo cuore aveva ripreso a battere.

Noi italiani conosciamo bene la storia di Michi, il ragazzo quattordicenne che ad aprile di un anno fa si era tuffato nel naviglio grande a Castelletto di Cuggiono  e, con una gamba impigliata, era rimasto sott’acqua per ben 42 minuti (contro i 15 di John) e poi riportato in vita dall’equipe del San Raffaele grazie all’utilizzo di una nuovissima apparecchitura, l’Ecmo, che si sostituisce al cuore e ai polmoni  attivando una circolazione extracorporea (ma Michi ha perso una gamba) .

Può darsi che ancora una volta abbiano giocato la giovane età e l’ipotermia grazie alla quale sono stati protetti gli organi vitali ma questo è un tema da specialisti. La discussione fra miracolo si e miracolo no rischia di diventare interminabile: è importante prima di tutto lasciare libere le coscienze di credere o non credere. In realtà il film pone in evidenza un altro tipo di miracolo, molto concreto e tangibile.  
Le cure, le attenzioni così speciali di cui John ha beneficiato, sono state merito prima di tutto della speranza incrollabile, alimentata dalla fede,  della madre, ma anche della solerzia del vigile Tommy Shine che ha continuato a cercare nell’oscurità del lago anche se gli era stato ordinato di desistere;  dell’impegno dei dottori e delle infermiere che in barba a qualsiasi protocollo medico,  hanno prolungato le cure oltre ogni logica professionale, del parroco che ha passato anche lui notti insonni al suo capezzale, perché si è sentito pastore di quella sua pecora in difficoltà; di tutti i compagni di scuola e amici che hanno pregato per lui. Si è trattato quindi di un magnifico impegno  collettivo e se di miracolo si è trattato, questo è stato il suggello soprannaturale voluto dal Padre nei confronti della dedizione amorosa mostrata dai suoi figli.

Questo bel racconto di amore che spera oltre ogni speranza, contrasta tristemente con un altro evento, avvenuto in Inghilterra: quello che ha segnato il destino del piccolo Charlie. Ai suoi genitori che speravano di poter far sottoporre il loro bambino a dei trattamenti  in fase ancora sperimentale  avviati negli Stati Uniti e avevano anche raccolto, con una generosa colletta, i soldi necessari per il viaggio, il tribunale inglese ha prima tolto loro la patria potestà e poi ha autorizzato l’ospedale a lasciar morire il bambino. Un triste caso di una scienza che ha cessato di aprirsi alla ricerca e di una giustizia trasformata in burocrazia.

l film è attualmente disponibile in DVD in versione inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RE LEONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 16:48
 
Titolo Originale: The Lion King
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Produzione: Walt Disney Pictures, Fairview Entertainment
Durata: 118

Il cucciolo Simba viene unto come principe erede da Rafiki, il babbuino sciamano. Suo padre Mufasa, il re delle Terre del Branco e la regina madre Sarabi si occupano di educarlo alle sue future responsabilità ma Simba interpreta male il suo ruolo, ritenendo il coraggio e l’audacia più importanti della saggezza. Istigato da Scar, il fratello di Mufasa che ha perso il diritto al trono dopo la sua nascita, si avventura, assieme alla sua amica Nala nel Cimitero degli elefanti, nonostante l’esplicito divieto del padre. I due cuccioli si trovano così in un altro mondo, dominato dalle iene, che non rispettano l’autorità di suo padre. Simba e Nala vengono salvati solo in extremis da Mufasa. Si è trattato di un trabocchetto escogitato da Scar, che si è alleato con le iene per uccidere l’erede al trono. Dopo questo primo insuccesso Scar non si dà per vinto e mette in atto un tranello ancora più insidioso…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si riscatta aderendo ai valori che il padre gli ha insegnato; il potere di governo visto come un servizio agli altri; l’amicizia e la solidarietà per superare uniti le difficoltà.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per alcune scene ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film recupera la bella sceneggiatura e le musiche dell’edizione del 1994; La tecnica dell’animazione fotonaturalista mostra la sua piena maturità ma presenta anche dei limiti espressivi
Testo Breve:

Con la stessa sceneggiatura e le stesse musiche dell’edizione animata del 1994, ritroviamo il piccolo leone che riconquista il suo regno facendo tesoro dei valori e dei saggi principi che gli ha trasmesso suo padre

Quando a capo della Walt Disney c’era  il suo fondatore e non era ancora nato il mercato dei VHS né dei DVD, ogni 5-7 anni i suoi capolavori tornavano nelle sale (Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan,..) per allietare le nuove generazioni di bambini-spettatori. Oggi, nell’epoca dei DVD e dello streaming non ha più senso un’iniziativa di questo genere e assistiamo invece a dei veri e propri rifacimenti com’è già accaduto in Il ritorno di Mary Poppins, Il libro della Jungla,  e ora questo Il Re Leone.  Si può dire che la Walt Disney production stia provando tutte le strade: Con  Il ritorno di Mary Poppins ha cercato di costruire un sequel del premio Oscar ma il risultato è stato modesto, soprattutto perché si è sentita la mancanza di belle musiche orecchiabili; con Il libro della Jungla e con questo nuovo Re leone, abbandonata la classica (e poetica) animazione 2D, si sta puntando su di un’animazione iperrealista degli animali protagonisti. A noi appaiono come veri animali (in realtà sono generati con il computer) che però parlano come degli esseri umani. La terza direzione nella quale si sta muovendo la Disney è quella di riproporre i suoi cartoni con l'impiego di attori in carne ed ossa (Aladdin, prossimamente Mulan). Si potrebbe obiettare che non ha senso confrontare la precedente con la nuova edizione del film, visto che nella grande maggioranza dei casi le sale vengono riempite da nuovi giovani spettatori; il problema riguarda al più i genitori che li accompagnano, ma c’è comunque qualcosa di importante da segnalare: queste nuove edizioni, così realistiche, risultano poco adatte ai più piccoli. La scena più drammatica del film, la mandria degli gnu che travolge prima Simba e poi il padre Mufasa spinto verso la morte dalla mano di Scar, risulta particolarmente impressionante. L’animazione 2D aveva un altro vantaggio per i più piccoli: le espressioni del volto (rabbia, commozione, tenerezza) erano codificate in modo semplice (stupore: sopracciglia alzate, occhi sgranati, bocca aperta) mentre ora, cercare di comunicare una simile reazione attraverso il volto simil-vero di un leone, è impresa veramente ardua; occorre affidarsi solo al tono della voce e ho visto in sala i bambini più piccoli chiedere al genitore cosa stesse accadendo, visto che non riuscivano a decifrare la situazione.

Per il resto il film ricalca con precisione il capolavoro del 1994, nelle musiche (con la sola aggiunta di Spirit di Beyoncé) e nella sceneggiatura con poche varianti che hanno avuto l’obiettivo di dare più spazio ai personaggi femminili (Nala, l’amica di Simba e sua madre Sarabi) e aggiungere profondità al cattivo Scar, (mellifluo, scivoloso, ipocrita, livoroso) che finisce proprio per questo, per dominare la scena.

Per il resto il nocciolo del racconto è rimasto intatto, in parte ispirato all’Amleto di Shakespeare: il fratello cattivo che uccide e spodesta il re, il giovane leone che vive con il senso di colpa finché non scopre,  sentendo nella notte la voce di suo padre, che il suo riscatto passa proprio nel continuare la sua missione; l’amicizia con i due simpaticoni Timon e Pumbaa (un suricate e un facocero) e la solidarietà che diventa amore con Nala.

In questa versione risulta marcato il contrasto fra i tre approcci alla vita che si contrappongono: quello del re Mufasa, che presenta al figlio l’armonia di un mondo (il “cerchio della vita”) dove ogni essere e ogni cosa ha una sua funzione predefinita e chi lo governa ha l’obbligo di rispettarne le leggi (“mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero re cerca ciò che può dare”; “un vero re deve saper comprendere”). Al polo opposto c’è Scar coadiuvato dalle iene, che ubbidisce solo alla legge della rapina, fino a devastare tutto ciò che riesce a raggiungere.  Come terza soluzione esistenziale c’è quella proposta da Timon e Pumbaa e riassunta nella canzone Hakuna Matata: nessuna regola, nessuna responsabilità, si nasce e si muore senza alcun senso (“la vita è una retta”) ma in compenso si vive tutti in amicizia (anche perché gli animali carnivori si nutrono esclusivamente di larve).

Questa riedizione ha conservato intatto il valore di questa potente storia e la qualità tecnica impiegata è eccezionale, pur con i limiti espressivi che abbiamo indicato. Il successo al botteghino (in USA come nel resto del mondo) lo sta a dimostrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO CHIAMA IL CUORE - WHEN CALLS THE HEART (Prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 08/11/2019 - 15:45
 
Titolo Originale: When Calls The Heart
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2014
Regia: Neill Fearnley
Produzione: Believe Pictures, Brad Krevoy Television, Jordan Films
Durata: 6 stagioni, ora su Netflix, in precedenza sui canali HallMark, Rai1 e Rai2
Interpreti: Erin Krakow, Daniel Lissing, Lori Loughlin

1910. Canada orientale. Elizabeth Thatcher, giovane rampolla di una ricca famiglia di Hamilton, vuole dimostrare le sue qualità senza l’aiuto della famiglia e accetta l’incarico di insegnante a Coal Valley, una città nata intorno a una miniera di carbone. Appena arrivata apprende che un terribile incidente ha causato la morte di quaranta minatori, lasciando vedove e mamme sconsolate. E’ proprio Abigail Stanton, una signora che ha perso il marito e il figlio, che l’accoglie nella sua casa, rendendole più agevole ‘ingresso in quella piccola comunità. Arriva a Coal Valley anche il nuovo conestabile, Jack Thornton, delle giubbe rosse. La presenza di Elisabeth rivela a Jack il vero motivo per cui è stato trasferito in quella cittadina sperduta fra le montagne: è stato il padre di Elisabeth che ha mosso le sue pedine per fare in modo che qualcuno si preoccupasse dell’incolumità di sua figlia. Una scoperta che rende subito burrascosi i loro primi incontri….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un ambiente di minatori, fra povertà e molte difficoltà, uomini e donne trovano un modo civile di vivere e sviluppano fra loro una forte solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona la costruzione del contesto, la vita dura di uomini e donne totalmente dipendente dal lavoro in miniera ma il racconto sembra perdere mordente proprio nello sviluppo del rapporto romantico fra i due protagonisti
Testo Breve:

Una ragazza di una ricca famiglia, un giovane ambizioso ufficiale delle giubbe rosse, si ritrovano a vivere in uno sperduto paese di minatori dell’Ovest canadese. Impareranno a conoscersi ma soprattutto scopriranno  la calda umanità di quelle persone buone e semplici

Un pregio significativo di questo serial di produzione Canada-USA, ricavato dal romanzo della canadese Janette Oke, è la sua compattezza. Tutto avviene fra il saloon, le case ben allineate dei minatori costruite e date in affitto dallo stesso padrone della miniera, secondo la formula industriale del tempo e la chiesa (che dalla prima puntata risulta bruciata da un malintenzionato) con il suo parroco. Una compattezza che consente di concentrare l’attenzione sui rapporti fra i protagonisti e i coprotagonisti che  conosciamo sempre meglio puntata dopo puntata. Un altro aspetto originale del racconto è l’attenzione verso i bambini e gli adolescenti che spesso costituiscono il baricentro della puntata, rivelando  una grande sensibilità alla psicologia dei ragazzi. Fin dalla prima puntata vediamo Elisabeth impegnata a catturare l’interesse dei suoi alunni, ancora sconvolti dalla recente tragedia e già rassegnati a non vedere altro nel proprio destino se non  diventare anche loro minatori. Nella terza puntata cerca di aiutare una sua alunna a scoprire le vere ragioni del mutismo che l’ha colta  dopo che ha perso il padre; nel quinto episodio, l’interessamento  di un uomo, nuova recluta della miniera, nei confronti della madre, crea la rabbiosa reazione del figlio ancora troppo legato all’immagine del padre; nel settimo  ci troviamo agli albori della psicologia infantile: di fronte a un alunno che appare a tutti gli effetti normale ma ha difficoltà a leggere, Elisabeth si fa spedire gli ultimi studi sulla materia, riuscendo a risolvere il problema.

Sopra queste solide basi si sviluppa il racconto con micro storie che si completano all’interno di ogni singola puntata e che hanno chiari riferimenti ad alcuni valori fondamentali: non ci sono protagonisti cattivi che si contrappongono a quelli buoni ma persone che si trovano ad affrontare delle difficoltà che vengono risolte con attenzione da parte di tutti per i problemi degli altri e gli episodi si concludono con gesti di solidarietà collettiva e solidi affetti familiari. Si tratta in effetti di un prodotto del canale Hallamark che trasmette serie e film adatti per tutta la famiglia, in questo particolare caso disponibile anche su Netflix. Ciò può indurre un certo sospetto di “buonismo”, sempre sgradito ai critici perché inteso come qualcosa di falso e di precostituito.

Possiamo dire che questo rischio viene evitato perché i personaggi sono tratteggiati con una calda umanità e la miglior prova della simpatia che hanno riscosso è il fatto che si è già completata la quinta stagione. Se è  vero che i cattivi sono, di volta in volta  dei ladri, o persone animate da spirito di vendetta (tutti uomini comunque, mai donne), non è presente nessuna irregolarità familiare (separazioni, convivenze), tipiche dei serial ambientati al giorno di oggi).

Vi sono comunque alcuni aspetti che non sono stati messi ben a fuoco o che semplicemente non hanno funzionato.

Il fatto che Elisabeth venga da una famiglia benestante e che accetti di fare la maestrina in uno sperduto paese di minatori, viene risolto con alcune situazioni comiche (lei che non sa cucinare, cucire, che sporca nel fango le belle scarpine) ma non si riflette nella sua psicologia. Già dopo il primo episodio si mostra perfettamente integrata nell’ambiente, semplice come le altre e non percepiamo nessuno ostentazione, sia pur indiretta, per la vita immersa nel lusso e piena di eventi mondani che deve sicuramente aver vissuto in precedenza (siamo lontani dalla caratterizzazione di Kitty, la giovane donna del romanzo Il Velo Dipinto di William Somerset Maugham). Ciò che diventa difficile da interpretare è proprio lo sviluppo del progressivo avvicinamento fra lei e il bel conestabile Jack.  I palpiti di lei al loro primo ballo, il suo confidarsi sotto le sollecitazioni della sorella che l’aveva attesa ansiosa al suo ritorno, il confessare che per lei è stato il più bel giorno della sua vita, appaiono atteggiamenti recuperati da qualche romanzo d’appendice che mal si prestano al contesto da Far West di Coal Walley e rendono poco credibile la personalità di Elisabeth,, sicuramente abituata ai balli e alle feste vissute nella casa paterna.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FIRE SQUAD - INCUBO DI FUOCO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/13/2019 - 20:54
 
Titolo Originale: Only the Brave
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Ken Nolan, Eric Warren Singer
Produzione: Black Label Media, Conde Nast Entertainment, Di Bonaventura Pictures
Durata: 133 su PRIMEVIDEO
Interpreti: Josh Brolin, Miles Teller, Jennifer Connelly, Jeff Bridges

La squadra antincendio del municipio di Preston, Arizona, guidata da Eric Marsh, era determinata da anni a farsi certificare come unità “hotshot”, unità speciale dei Servizi Forestali incaricata di spegnere gli incendi delle foreste. Eric ha una vera passione per il suo mestiere ma il suo stare per lungo tempo fuori casa ha finito per creare non pochi atriti con la moglie Amanda. Entrambi si amano profondamente ma lei ha preferito non avere figli, perché sa che la vita del marito è legata a un filo. Sarà anche per questo che Eric finisce per accettare come recluta, contro ogni logica, il giovane Brendan, tossicodipendente, arrestato in passato per furto, che ora è deciso a cambiar vita perché ha avuto una bambina dalla sua ex ragazza e finalmente sente di avere uno scopo nella vita....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte cameratismo pervade i componenti della la squadra, sempre pronti ad aiutarsi l’uno con l’altro, sia al lavoro che nella vita privata. L’amore coniugale e la famiglia sono i veri valori, insieme allo spirito di squadra, che danno un senso alla propria vita
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile, una situazione (superata) di dipendenza dalla droga.
Giudizio Artistico 
 
Molto vera la coppia costituita da Josh Brolin e Jennifer Connelly; particolarmente efficaci le sequenze del fuoco che divampa nei boschi; un po’ di retorica nell’esaltare il valori del cameratismo e della famiglia
Testo Breve:

Eric è un appassionato capo squadra compiere impegnato a spegnere il fuoco nei boschi. Dirige un’ottima squadra che ha accumulato molti meriti ma i rapporti con la moglie, che lo vede troppo poco, sono molto tesi. Una storia di eroismo e di affetti familiari

Il telefono squilla. C’è un incendio sulle montagne vicine. Tutta la squadra si raduna in poco tempo, indossa la pesante attrezzatura e con le jeep raggiunge il punto di raccolta. Il comandante dell’operazione, di fronte a una mappa, fa un breve breafing della situazione, assegna a ogni squadra un compito preciso e subito dopo tutti si incamminano verso i punti assegnati. Questo modo di procedere rimanda inevitabilmente ai tanti film di guerra americani che avevano invaso le nostre sale negli anni ‘50-’60, come quelli sui piloti delle portaerei impegnate nella guerra del Pacifico: appena il comandante, nella sala strategica, aveva finito di illustrare su di una mappa gli obiettivi della missione, gli eroici piloti scattavano verso i loro aerei e in pochi minuti, con l’aiuto di potenti catapulte, venivano lanciati nel blu del cielo e del mare. Scene in zona di guerra si alternavano a parentesi private: chi andava a trovare la moglie e i figli, chi la fidanzata. Se poi qualcuno tornava sulla portaerei raggiante perché la sua ragazza aveva accettato di sposarlo, allora lo spettatore iniziava a tremare: sicuramente sarebbe morto nella missione successiva.
Non si può negare che un po’ di enfasi ci sia anche in questo film ora disponibile su PRIMEVIDEO ma è ben poca cosa rispetto ai tanti suoi pregi: innanzitutto la storia è assolutamente vera e ogni commozione che suscitano le gesta di questi veri eroi è pienamente giustificata; il contesto in cui vivono, Il modo in cui parlano, risulta molto realistico, frutto della consulenza dei testimoni dei fatti narrati. I dialoghi sono spesso scurrili, da caserma, tipici di chi vive a lungo fianco a fianco e qualche battuta divertente serve ad allentare la tensione di fronte a un pericolo sempre in agguato. Il nonnismo che viene esercitato sulle reclute ancora incerte, ha la funzione di forgiarli per un mestiere dove ogni disattenzione può risultare fatale. Quando poi si trovano di fronte al fuoco affiora il valore del loro cameratismo; nessuno è lasciato, solo nessuno è lasciato indietro.
Il fuoco è il vero, silenzioso, onnipresente, protagonista della storia,: imprevedibile nella direzione che prende, avanza minaccioso (magnifiche le sequenze sulle montagne) a una velocità elevatissima e distrugge tutto quello che trova. L’immagine-simbolo dell’orso diventato una torcia vivente che corre all’impazzata, è impressionante.
La famiglia è l’altro valore esaltato dal film. Lo riconosce lo stesso Eric che ha organizzato una festa in casa sua con tutti i compagni di squadra e le loro famiglie per festeggiare la nomina a Hotspot: “sono grato a tutti voi; la squadra, le famiglie: e’ importante che tutti noi restiamo uniti e che ci si aiuti a vicenda. Senza il vostro aiuto (lo dice rivolto ai familiari) non possiamo farcela”. Le scene che ci mostrano la forte intesa fra Eric e Amanda, nonostante le continue incertezze che debbono affrontare, sono forse fra le migliori sequenze di amore coniugale che sono apparse al cinema degli ultimi anni. Non riveliamo certo il finale ma la commozione che inevitabilmente ci colpirà sarà pienamente giustificata. Ci resta solo  un po’ l’amaro in bocca di fronte a quel senso di impotenza che ci trasmette il film, di fronte all’imperscrutabilità del fato, come quando il vento  cambia improvvisamente la direzione del fuoco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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