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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

UN AMICO STRAORDINARIO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/25/2020 - 07:31
 
Titolo Originale: A Beautiful Day in the Neighborhood
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Marielle Heller
Sceneggiatura: Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Produzione: TriStar Pictures, Tencent Pictures
Durata: 107
Interpreti: Tom Hanks, Matthew Rhys, Susan Kelechi Watson, Chris Cooper

Nel 1998 il giornalista Lloyd Vogel, viene incaricato dalla rivista Esquire di scrivere un articolo su Fred Rogers, pastore protestante e conduttore di un famoso programma televisivo per bambini: Mister Rogers' Neighborhood. Lloyd si reca a Pittsburg dove si svolgono le riprese televisive e incontra Fred, un signore molto affabile, che parla sempre con tono pacato e quando inizia a conversare con un bambino o un adulto non sta mai a guardare l’orologio. E’ quello che accade nella mezz’ora che è stata concessa a Lloyd per l’intervista: invece di essere lui a fare le domande che gli servono per costruire il ritratto di questo famoso personaggio, è Fred che si informa su di lui e intuisce che il giornalista nasconde un dramma familiare (da anni si rifiuta di incontrare il padre per il modo con cui ha trascurato sua madre prima della morte). Lloyd esce turbato da questo incontro ma al contempo desidera incontrare nuovamente Fred perché è rimasto colpito dalla serenità e dalla fiducia che riesce a trasmettere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel racconto su come sentimenti di odio e di rancore troppo a lungo alimentati possano venir sciolti dall’affetto di una moglie comprensiva e dall’incontro con un uomo in grado di portare a galla tutto ciò che c’è di buono in noi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza familiare possono influenzare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un racconto semplice, basato su pochi eventi esterni significativi, concentrato sul percorso psicologico del protagonista
Testo Breve:

La storia di Fred Rogers, un pastore protestante che ha trovato nel mezzo televisivo, dal 1968 al 2000, uno strumento potente per comunicare a bambini e adulti serenità, speranza nel futuro e fiducia in se stessi. Su CHILI

Ma chi è Fred Rogers?  Bisogna riconoscere che per la grande maggioranza degli italiani si tratta un personaggio sconosciuto. Non così negli Stati Uniti, dove ha condotto una trasmissione televisiva dedicata ai bambini, Mister Rogers' Neighborhood , ininterrottamente dal 1968 fino al 2000, vincitore di quattro premi Emmy. Al suo culmine, nel 1985, l’8% delle famiglie americane si sintonizzava sul suo programma. Ad ogni puntata cantava canzoncine da lui composte, faceva parlare dei pupazzi mossi da lui stesso all’interno di  una grande città-giocattolo, intervistava bambini e adulti secondo il tema del giorno. Lo stile è indubbiamente quello di una televisione vecchio stampo ma non bisogna pensare che Fred fosse solo un abile intrattenitore per i più piccini. La sua decisione di costruire un programma tutto suo era scaturita dal dispiacere di vedere il modo con cui la televisione del tempo si rivolgeva ai bambini perché era convinto che, con il dovuto tatto, si potesse riporre piena fiducia in loro, trattando temi anche seri come la malattia, la separazione dei genitori, la guerra in Irak. Il successo del suo programma sta a dimostrare che ha avuto la giusta intuizione.

Il film non parla di lui in modo indiretto ma siamo invitati  a cogliere gli effetti del suo “metodo” sul protagonista, il giornalista Lloyd, un uomo che porta  con sè, da tanti, troppi anni,  rancore  verso il padre, un uomo dal bicchiere facile  che lo ha abbandonato quando era ancora bambino. Una situazione che ha finito per influenzare anche il suo lavoro: si è costruito una fama di giornalista investigatore inflessibile  e spietato. Ma allora quale è il metodo Fred che traspare dal film? In realtà non c’è un metodo a lungo costruito; come sottolinea spesso Fred, ogni uomo è un unico irripetibile e ognuno deve trovare la propria strada. Il suo è un invito alla fiducia in se stesso e alla speranza. “Hai reso questa giornata molto speciale sopratutto essendo te stesso – dice Fred durante una trasmissione rivolto al pubblico – e  quando ti svegli domani sei pronto a dire: ho davanti a me un giorno brillante”. Non si tratta quindi di un metodo ma di un atteggiamento di grande fiducia nell’uomo e di empatia verso chi ha di fronte. Nei confronti di Lloyd sono significativi due momenti: quando lo invita a spendere un minuto, in silenzio a pensare alle persone che gli hanno fatto del bene (un esercizio di think positive) e quando gli chiede qual’è stato il suo amico immaginario che ha avuto da bambino (un coniglio di pelouche – risponde Lloyd). Questo ritorno all’infanzia, nelle intenzioni di Fred, è un modo di tornare a quel momento della propria vita quando si era vulnerabili ma sinceri. “Fred non è nè un santo nè un eroe, è un peccatore come tanti altri”: ribadisce sua moglie. Non cerca mai di mostrarsi una persona autorevole ma un neighbour, un vicino di casa.

Il film non tace la fonte di questa forza morale,  e una solida virtù della speranza: Fred è un pastore protestante e lo vediamo pregare per le persone che ha incontrato e che ancora non hanno risolto i loro problemi.  

Il film  sviluppa una storia semplice con un ritmo quieto, attardandosi a sottolineare i momenti di maturazione di Lloyd mentre  Fred, nonostante tutto, resta un personaggio misterioso: lo vediamo prestare attenzione agli altri ma ci è sconosciuta la sua vita privata: il film sembra adombrare che anche lui abbia avuto delle difficoltà come genitore e abbia attraversato momenti di rigidità.

Il film doveva uscire nelle sale a marzo 2019. A causa del Covid è stato distribuito in formato DVD ed è anche disponibile su CHILI

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/21/2020 - 11:30
 
Titolo Originale: Le meilleur reste à venir
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Sceneggiatura: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Produzione: DIMITRI RASSAM, JÉRÔME SEYDOUX
Durata: 117
Interpreti: Fabrice Luchini, Thierry Godard, Patrick Bruel

Arthur e César si conoscono da quando, da ragazzi, frequentavano lo stesso collegio e ne combinavano di tutti i colori. Da grandi hanno preso strade diverse perché caratterialmente sono uno l’opposto dell’altro. Arthur è meticoloso, un po’ pedante, studioso (è un affermato professore di medicina); si è sposato, ha una figlia ma ora è divorziato, uno shock dal quale non si è ancora ripreso. César è un vulcano in eruzione: ama la bella vita, le belle donne, ha dei momenti di fortuna ai quali si alternano, come ora, clamorosi fallimenti. Pur così diversi sono rimasti grandi amici e ora che, per insolite circostanze, César crede che l’amico sia un malato con pochi mesi di vita, decide di passare con lui (e fare assieme cose folli) i giorni che gli restano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un manifesto dell’amicizia maschile presentato come un gioire e patire con l’amico, rinunciare a ogni impegno per restare con l’amico quando ha bisogno di aiuto
Pubblico 
Pre-adolescenti
Solo alcune allusioni sessuali potrebbero non risultare adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La prestazione eccezionale di due attori del calibro di Fabrice Luchini e Patrick Bruel è sostenuta dalla sceneggiatura di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte che sviluppano con un formato leggero ma in profondità cosa si intende per amicizia
Testo Breve:

Il film si concentra su  due magnifici protagonisti (Fabrice Luchini e Patrick Bruel), che litigano, scherzano, si abbracciano, vivono la loro amicizia prima che scada il tempo loro concesso. in SALA

Le sale cinematografiche si sono riaperte da poco ed ecco arrivare un film che si alza di un palmo rispetto agli altri: per la prestazione superba dei due protagonisti, per la capacità degli sceneggiatori di sviluppare in profondità il tema che sta loro a cuore: l’amicizia. Ovviamente non parliamo di perfezione: c’è a volte un eccesso di affabulazione, un sport molto praticato nel cinema francese, la voglia di spiegare con parole, magari imbellite da riferimenti letterarie, circostanze  già chiarite dalle sole immagini; difetti che non offuscano l’obiettivo raggiunto di realizzare un ritratto, in questo momento insuperato,  di cosa sia la vera amicizia.

Il tema dell’amicizia è molto caro al cinema francese e ci viene riproposto con frequenza regolare. In Il mio migliore amico cerca di dimostrare il valore dell’amicizia in negativo: parte da un uomo freddo, interessato solo al guadagno, che vuole dimostrare la banalità dell’amicizia scommettendo che in dieci giorni riescirà a farsi un amico. Un film riuscito a metà nell’intento perchè se un’amicizia alla fine si forma, ha la funzione primaria di coprire un vuoto affettivo, perché entrambi gli amici hanno perso l’amore della propria donna. Più comprensibile  il fatto che l’amicizia si manifesti in situazioni estreme, quando ci si trova di fronte a una grave infermità o alla prossimità della morte. E’ quello che accade in quell’ancora insuperato Quasi Amici, molto vicino a questo film, per via della necessità di convivere con una grave infermità: in questo caso un rapporto di lavoro (Driss è il badante di Philippe, tetraplegico) si trasforma in amicizia perché nonostante la grande diversità di origine, di cultura e di carattere, si accorgono che ognuno dei due può fare un gran bene all'altro (qualcosa di simile era accaduto anche nel più recente Green Book, dove anche in quel caso lo spunto iniziale è un rapporto di lavoro). Nel film americano Non è mai troppo tardi c’è una scena che è ripresa in modo identico in questo Il meglio deve ancora venire: due compagni di stanza in un ospedale (Jack Nicholson e Morgan Freeman) perché malati di cancro, anche loro di caratteri e di ricchezze opposte, compilano una lista delle ultime cose pazze che vorrebbero fare prima di morire e si dedicano a un carpe diem forsennato prima dello scoccare dell’ora. Il tutto appare però meccanico, “non sentito” che non fa che dare risalto alla fattura di questo film francese. Da dimenticare invece Truman – Un vero amico è per sempre: anche in questo caso c’è un uomo che va a trovare un suo amico carissimo, Julián, che sta per morire di cancro. Ma l’amicizia non è il tema centrale del film, piuttosto il modo con cui Juliàn cerca di accomiatarsi da tutti nel modo meno lacrimoso possibile perché ha deciso di praticare l’eutanasia.

Ma allora, di quale amicizia stiamo parlando in questo film francese? In effetti c’è qualcosa che è chiaro in questo come in tutti i film citati: due amici possono essere diversissimi come carattere, come origine, razza, ceto sociale: c’è qualcos’altro che li tiene uniti e che li spinge a condividere le gioie, le difficoltà e le sofferenze.

Se ci rifacciamo a Cicerone: “L’amicizia è l’accordo, pieno di benevolenza e carità, sulle cose umane e divine”  dobbiamo concludere che non è questo il tipo di amicizia che unisce Arthur a César che sono diversissimi in tutto, da ciò in cui credono (c’è un breve episodio che affronta il tema della fede), all’atteggiamento riguardo l’amore e l’impegno professionale. Quella di Cicerone si adatta di più a uomini che si trovano fianco a fianco ad affrontare gli stessi rischi e gli stessi problemi e si sostengono a vicenda. Esemplare, per mostrare questo tipo di bromance, è il serial Merlin, dove Merlino e re Artù combattono e rischiano insieme facendo sempre di tutto per salvare l’altro.

La definizione di  Aristotele si adatta meglio: “Si tratta di coloro che vogliono il bene dei loro amici per amore degli amici stessi, che sono veramente più amici, perché ciascuno ama l'altro per quello che è, e non per qualità accidentali”. Arthur e Cèsar hanno ognuno una propria vita    fatta di impegni lavorativi e personali  ma la loro amicizia, in un certo senso, trascende la loro vita contingente: non si contattano perché uno ha bisogno dell’altro per i propri progetti ma si incontrano per il piacere di stare insieme e di parlare liberamente di tutto, a ruota libera, mettendo a nudo ciò che pensano e sentono, senza filtri.

Il film, nel suo sviluppo, caratterizza bene questo tipo di amicizia, sottolineando quattro aspetti. Innanzitutto occorrono molti anni per potersi definire amici in questo modo: nel  caso di  Arthur e Cesàr veniamo a sapere che si conoscono dai tempi del collegio; inoltre la benevolenza (quindi volere il “bene” dell’altro) che si instaura fra i due, non vuol  dire accontentare l’altro in ciò che lui desidera ma nel dirgli con onestà ciò che dovrebbe fare, anche se gli appare sgradevole. Capita ioltre anche agli amici litigare come capita nel film  ma non si riesce a restare arrabbiati a lungo perché entrambi riscoprono il valore della loro amicizia. Infine, forse l’aspetto più importante di tutti: fra i due va sempre detta la verità. Arthue e Ces°r hanno entrambi qualcosa di sgradevole da confessare e alla fine trovano il coraggio necessario.

Tutti e quattro gli aspetti sono presenti nel film, che costituisce un vero “trattato cinematografico” sull’amicizia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON ODIARE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 12:10
 
Titolo Originale: Non Odiare
Paese: Italia, Polonia
Anno: 2020
Regia: Mauro Mancini
Sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini
Produzione: Movimento Film, Agresywna Banda, Rai Cinema
Interpreti: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Simone Segre, di origine ebraica, è uno stimato chirurgo di Trieste. Un giorno, mentre sta andando in canoa, si accorge che c’è stato un incidente lungo la strada parallela al canale. Arrivato sul posto, trova un uomo gravemente ferito mentre l’investitore si è dato alla fuga. Chiama subito l’autombulanza ma mentre si appresta ad aiutare il ferito, si accorge che ha una svastica sul petto. Nessun soccorso è ancora arrivato e Segre decide di non bloccare più la sua emorragia. L’uomo muore. Segre, afflitto da profondo rimorso, viene a scoprire che il neonazista ha lasciato tre figli: la figlia maggiore Marica, il piccolo Paolo e l’adolescente Marcello, anche lui un fanatico del nazismo. Decide quindi di aiutarli e inizia ad assumere Marica come domestica...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco . Il protagonista non chiede perdono per ciò che ha compiuto ma cerca di fare del bene a chi nel passato ha fatto del male. L'uccisione di un uomo resta impunito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco
Giudizio Artistico 
 
Un film intimista, di impostazione teatrale, che cerca di cogliere, nei gesti, negli atteggiamenti, i singoli moti dell’anima dei protagonisti
Testo Breve:

Un medico di origini ebraiche si rifiuta di soccorrere un neonazista ferito a causa di un incidente. Il pentimento e il desiderio di riparare lo avvicinano ai figli del defunto. Un film che scava nell’intimo delle coscienze di coloro che si considerano avversari. In SALA

Nel 2010 a Paderborn, in Germania, un chirurgo ebreo si è rifiutato di operare un uomo con un tatuaggio nazista, facendosi sostituire da un collega. E’ questo lo spunto  che ha stimolato gli sceneggiatori Davide Lisino e Mauro Mancini ha costruire questa storia sull’eredità dei padri, sulla solitudine , sul buio dei nostri preconcetti.

Partecipiamo al funerale di Giovanni, l’uomo morto nell’incidente, in piena liturgia fascista: tutti i presenti in camicia nera, saluto a mano tesa, teste rasate da naziskin. Anche in seguito vediamo Marcello e altri camerati, compiere azioni di violenta intolleranza. Eppure il film non vuole sviluppare studi sociali, agganciarsi a una certa cronaca violenta di oggi (in effetti certi toni fanatici sono caricati in modo poco realistico): gli autori ci vogliono parlare di coscienze e delle loro trasformazioni. Iniziamo dal protagonista, Simone Segre. Proprio il protagonista è un uomo misterioso. Lo vediamo andare in canoa da solo, in sala operatoria con qualche collega, poi il vuoto. Ha una famiglia? Ha una moglie, una compagna? Non abbiamo risposte. La sua figura di uomo solitario ci fa comprendere che ci troviamo do fronte a una figura-simbolo, stiamo partecipando a un’apologo  (il film è costellato di sequenze dal significato allegorico) dove si sta analizzando qualcosa di più ampio dello scontro fra ebrei e neonazisti. Il tormento di coscienza di Simone ha radici più lontane dell’ episodio dell’incidente d’auto e con il tempo si è corazzato di una freddezza che sfiora il cinismo (lo vediamo, ancora bambino, essere costretto dal padre, a scegliere quali gattini annegare e quale salvare; liquida la sua Colf che lo ha servito per anni con insolita freddezza; urla a un immigrato che continua a lavargli il vetro). Il rimorso che lui sente per l’atto compiuto è qualcosa di nuovo, qualcosa che lo costringe a uscire da se’ e a prendersi cura degli altri. Anche Marica è una ragazza rigida, in perenne lotta per sbarcare il lunario, sopratutto ora che il padre è morto e deve prendersi cura dei due fratelli ma preserva un valore che considera intoccabile: la sua dignità. Rifiuta di venir aiutata anche se ne avrebbe bisogno, rifiuta una gratifica di Simone perché vuole attenersi al salario pattuito. Eppure anche lei sa che non può   a lungo tenere per se' tutte le sue angosce; sa che avrebbe tanto bisogno di una parola di conforto, forse anche di una carezza. La storia di due anime che escono dal loro guscio e si abbandonano finalmente alla dolcezza dell'attenzione dell’uno per l’altra senza più difese, è l’aspetto saliente del film. Gli steccati, costruiti da fanatismo ideologico, sono stati abattuti. Meno lucido l'avvicinamento fra Simone e il neonazista Marcello, guidato più da circostanze eccezionali che da intima convinzione

Il titolo Non odiare sembra proporre un cammino più ambizioso, voler parlare di principi  assoluti, richiama il decalogo ebreo-cristiano. In realtà, più semplicemente e più realisticamente, sono persone che riescono a riflettere sui loro errori, sulle loro rigidità difensive e scoprono che comprendersi e aiutarsi a vicenda è la ricetta migliore per superare le nuvole scure angosciano la propria esistenza

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE MIE SPALLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 07:54
 
Titolo Originale: Sulle mie spalle
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Antonello Belluco
Sceneggiatura: Antonello Belluco
Produzione: Eriadorfilm
Interpreti: Paolo de Vita, Diego de FRancesco, Taryn Power, Giancarlo Previati

A Padova, nella prima metà del 1900, vive un frate di origini croate: padre Leopoldo Mandic. Non è un bravo predicatore (anche perché balbuziente), ma dedica molto tempo all’ascolto delle confessioni e alla direzione spirituale delle anime. La sua vita si incrocia con quella di tante persone che cercano in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. Andrea, ingegnere che tra le due guerre decide di aprire un’azienda di telecomunicazione, è una di queste persone. Nelle vicissitudini liete e tristi della sua vita e delle persone a lui vicine, la presenza di padre Leopoldo diventa riferimento saldo e sicuro, sostegno forte anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita e senza speranza. Un frate di piccola statura, ma di grande spessore spirituale, un santo che ha aiutato moltissime persone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Seconda opera importante di Antonello Bellucco (regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tecnicamente, il film è ben confezionato ma non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi
Testo Breve:

La vita del santo confessore Leopoldo Mandic, cappuccino di Padova, raccontata attraverso le vicende di tante persone che hanno cercato in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. In SALA

Voler presentare lo spaccato di vita di un santo è sempre molto insidioso per sceneggiatori e registi: il rischio, infatti, di enfatizzare la parte “spettacolare” e miracolistica è sempre in agguato. Rischio che in questa pellicola viene fugato. Poche sono le manifestazioni soprannaturali che vengono proposte al pubblico (con effetti speciali modesti, tra l’altro), per dare maggior risalto all’ordinarietà della vita del personaggio. Andrea, la moglie Diletta, l’amico prete Tommaso e gli altri che si presentano sullo schermo sono persone normali che, messe alla prova nella loro vita e nella loro fede, trovano in un frate il sostegno necessario. Per contro anche il piccolo padre Leopoldo è un francescano a tratti un po’ originale nel carattere, ma sopratutto un semplice confessore.

La sceneggiatura è semplice e lineare. Le varie storie vengono rappresentate con qualche salto temporale, ma senza intrecci particolari nella trama. Un punto debole è la caratterizzazione dei personaggi. Se le interpretazioni sono molto buone, nonostante la lunghezza del film, non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi. San Leopoldo stesso, a tratti, risulta rappresentato in modo quasi macchiettistico. La scelta di rappresentare numerosi episodi delle vite dei protagonisti va, decisamente, a scapito dell’approfondimento delle loro personalità. Le occasioni non mancherebbero: l’innamoramento e il matrimonio, la morte di un bambino, la disperazione fino al tentativo di suicidio, l’amicizia… ma tutte risolte in poche sequenze. Forse questo è il limite più grande della pellicola. La scelta di privilegiare la linea narrativa rispetto alla dimensione riflessiva non lascia lo spettatore pienamente soddisfatto.

Seconda opera che Antonello Bellucco dedica a un santo (è stato regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica. il film è ben confezionato, non presenta sbavature. Fanno eccezione degli effetti speciali che non sono qualitativamente elevati, per il resto il racconto procede spedito, con uno stile pulito senza ricercatezze che appesantirebbero la storia.

Costumi e ricostruzioni storiche sono verisimili e curate, aiutando molto lo spettatore ad immergersi nella narrazione e a lasciarsi coinvolgere dagli eventi.

Film davvero ricco di valori: la famiglia, l’amicizia, la speranza anche nelle difficoltà più grandi, la fede… sicuramente in quest’ambito troviamo il vero punto di forza di questa produzione. In un contesto storico particolarmente complesso come quello della fine della Prima Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e i prodromi della Seconda Guerra Mondiale dove la società italiana era ancora profondamente permeata di cristianesimo, proprio questi valori sono stati l’aiuto più grande alla tenuta del sistema sociale e politico della nostra nazione.

In conclusione, anche se non si sta parlando di un film da grandi concorsi cinematografici internazionali, però è consigliabile la visione proprio per la ricchezza di valori e di speranza che le storie dei personaggi e la testimonianza di san Leopoldo infondono allo spettatore.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE ALI DELL'AVVENTURA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/02/2020 - 14:37
 
Titolo Originale: Donne-moi des ailes
Paese: Francia, Norvegia
Anno: 2019
Regia: Nicolas Vanier
Sceneggiatura: Christian Moullec, Matthieu Petit
Produzione: Radar Films, SND Groupe M6
Durata: 113
Interpreti: Jean-Paul Rouve, Mélanie Doutey, Louis Vazquez:

Christian si è separato da Paola e si è trasferito lontano dalla città, in Camargue. Suo figlio adolescente Thomas, costretto a passare le vacanze con lui, lontano dai videogiochi, si annoia moltissimo. Non gli resta che seguire il lavoro del padre ornitologo e viene così a scoprire il suo progetto segreto. Vuole guidare delle oche selvagge a rischio estinzione fino in Norvegia, con l’ausilio di un ultraleggero. Anche Thomas si appassiona al progetto e ciò avrà risvolti imprevedibili….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
: La famiglia prima di tutto, ricostruita, ripensata, riconquistata. Ogni occasione può essere buona per ripartire al meglio e per rimarginare le ferite accumulate con il tempo e ritrovare un rapporto nuovo tra padre-figlio, marito-moglie
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Nicholas Vanier, già autore della trilogia Belle & Sebastien e di Il Grande Nord, sfoggia le sue doti di attento documentarista. Più semplici è un po’ schematici gli sviluppi delle vicende umane
Testo Breve:

Ispirato alla storia vera dell'ornitologo Christian Moullec, il film di Nicolas Vanier, abile documentarista, ci fa partecipare al salvataggio di uno stormo di oche selvatiche e al recupero degli affetti all’interno di una insolita famiglia. In DVD

Molte delle nostre famiglie si sono spezzate a causa di litigi, incomprensioni e incompatibilità. I divorzi sono diventati una pratica frequente, un effetto considerato inevitabile conseguenza di queste rotture. Non fa eccezione la famiglia protagonista di questo film, dove il padre ha seguito le sue ambizioni (o ossessioni) lavorative sacrificando ogni relazione con la moglie e con il figlio, la madre si è buttata a capofitto in un’altra relazione apparentemente di opportunità più che affettiva mentre il figlio che si è chiuso nel dolore di questa situazione rifugiandosi nei videogames.

Un audace progetto faunistico del padre porta però nuovo entusiasmo nel figlio, non abituato a fare una vita a contatto con la natura e nella fatidica estate in cui i due si frequentano, inizialmente da perfetti estranei, nasce un rapporto nuovo tra loro di grande intesa. A questo punto ci si aspetta che il film continui nei soliti cliché del padre divorziato e del figlio incattivito che diventano poi migliori amici. Ovviamente la vita non è un film e anche in questo caso le cose sono più complesse e realistiche, tanto che anche la madre ritorna al centro della vicenda in maniera preponderante. In conclusione la storia mostra la forza della speranza che ci mostra come nulla debba esser considerato irrecuperabile. Non si può dire mai cosa la vita ci metta davanti, come in questo caso dove un'avventura al limite del credibile (a detta dell'autore ispirata a fatti realmente accaduti) ribalta e supera completamente quell’intiepidimento della vita che si era creata nei protagonisti.
Un film che ci regala diversi spunti di riflessione e Vanier continua a trasmetterci quel messaggio già presente nei suoi lavori precedenti: la natura come lezione di vita, una lezione che si riverbera in modo benefico anche nelle relazioni umane. Il film è adatto come intrattenimento non solo perché si lascia guardare volentieri, ma perché risulta utile per quei genitori che vogliono usarlo come spunto per far riflettere i figli sulle relazioni coniugali, sulla paternità/maternità e per quei ragazzi sensibili, come tanti, ai temi ecologici presenti nella pellicola, ad aver fiducia nei genitori ma anche ad osare, quando si tratta di compiere il bene, di fronte agli ostacoli che si incontrano.

Autore: Ambrogio Mazzai
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CLUB DELLE BABYSITTER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/13/2020 - 16:43
 
Titolo Originale: The Baby-Sitters Club
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Lucia Aniello
Produzione: Walden Media, Paulilu Productions
Durata: 10 episodi di 25' su NETFLIX
Interpreti: Sophie Grace, Malia Baker, Momona Tanada, Xochitl Gomez

Christy è al secondo anno delle scuole medie a Stoneybrook, nel Connecticut: ha un piglio deciso e determinato, l’opposto della sua amica carissima, Marie Anne timida e insicura. Claudia, di origini giapponesi, non è molto brava a scuola ma disegna bene e spera che sia questa la professione che eserciterà da grande. Stacey è arrivata da poco dai quartieri alti di New York, veste sempre elegante ma ha un problema: soffre di diabete e una mamma apprensiva la tiene sotto controllo. Più tardi si unirà a loro anche Dawn di origini sudamericane, una ragazza solare e sempre pronta a smussare i contrasti del gruppo. Come tenere impegnato il gruppo? E' Christy ad avere una idea geniale: costituiranno un club di baby sitter per le signore e del vicinato, un mestiere da esercitare quando loro non hanno compiti o impegni familiari e naturalmente l’incarico da presidentessa del Club verrà coperto da Christy…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial è un limpido elogio dell’amicizia in un contesto moderno, privato del sostegno di una famiglia unita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Sono ben caratterizzate le cinque ragazze, nelle loro aspirazioni e nelle loro delusioni. La serie, nel suo complesso, non ha sorprese o colpi di scena ma è lo sviluppo chiaro e razionale della tesi che si vuole proporre
Testo Breve:

Cinque ragazze del secondo anno delle medie, molto diverse per origine e temperamento, si riuniscono per fondare un club di babysitter. Un’esperienza di vita che le metterà alla prova all’insegna del valore irrinunciabile dell’amicizia. Su NETFLIX

Forte enfasi sul valore dell’amicizia; capacità di fronteggiare le difficoltà con atteggiamento controllato, incluso il riconoscimento dei propri errori quando necessario; inserimento anticipato in un contesto lavorativo e scoperta a dei suoi parametri etici; genitori (quando ci sono) in grado di dare tanto affetto ma privi della capacità di influenzare e di educare i propri figli. E’ questo, in estrema sintesi, il messaggio che ci viene trasmesso dalle 10 puntate di questo serial dove tutte le protagoniste sono ragazze di 12-13 anni.

Christy non ha più visto suo padre da quando era piccola e ha appena saputo che la madre intende risposarsi. La ragazza reagisce mostrando tutta la sua contrarietà. “Fin da piccola mia madre mi ha detto quanto sia importante essere indipendenti e andare avanti con le proprie gambe. Non voglio che mia madre sia infelice ma vorrei che bastassimo a noi stesse”: è questa la sua riflessione quando riesce a trovare la calma per ragionare. Il caso di Christy è emblematico: essere adolescenti nella realtà di oggi vuol dire maturare prima del tempo, proprio perché è venuto meno il guscio protettivo e formativo della famiglia e la sua idea di costituire un Club delle Baby Sitter diventa una palestra per assumersi gli impegni e le responsabilità tipiche di un contesto lavorativo, incluso l’impegno di sviluppare delle strategie di marketing per contrastare la concorrenza. Per fortuna le ragazze non sono semplicemente degli adulti in miniatura ma hanno anche tutte le incertezze (è l’aspetto meglio realizzato del serial) tipiche di una personalità in formazione. Christy aspira a essere il leader del gruppo ma poi scopre che a volte agisce spinta da motivazioni personali e alla fine riconosce che la cosa migliore sia chiedere scusa; Marie Anne, sempre incerta perché condizionata da un padre vedovo, troppo apprensivo/oppressivo, finisce progressivamente per sciogliersi grazie all’intervento  delle amiche; succederà lo stesso con Stacey, troppo impulsiva nell’assecondare le sue “cotte” un po’ epidermiche nei confronti di qualche ragazzo ma alla fine riconosce di non sapere ancora cosa sia l’amore, grazie anche all’aiuto di Marie Anne che riesce dolcemente a farle recuperare lucidità di giudizio.

Alla fine, le dieci puntate sono un pragmatico elogio dell’amicizia: dieci esempi di come, a fronte di un problema da affrontare, a un malinteso che si è formato, all’insicurezza che può sopraffare chi ha ancora dodici anni, è solo la solidarietà delle amiche del gruppo che consente di superare le difficoltà.  L’amore coniugale ha invece un potere limitato: “un matrimonio è amore e impegno che unisce due persone e due famiglie per sempre…a meno che qualcuno cambi idea, cosa che succede di frequente” è la sintesi che ne fa Christy a due bambini figli di divorziati come lei e la stessa Stacey che dichiara di non sapere cosa è l‘amore, conclude che “le persone che meritano il tuo amore sono quelle che ci hanno sempre amato”. Pertanto c’è un solo amore degno di questo nome: quello materno-filiale e viceversa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I SOSPIRI DEL MIO CUORE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/21/2020 - 22:12
 
Titolo Originale: Mimi o sumaseba
Paese: Giappone
Anno: 1995
Regia: Yoshifumi Kondō
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli
Durata: 111

Shizuku è una ragazza che frequenta l’ultimo anno delle scuole medie e vive con la famiglia in un sobborgo di Tokyo. E’ molto appassionata di libri (le piace sia leggere che scrivere) e si reca spesso in biblioteca per prendere continuamente nuovi libri. Con sorpresa si accorge che nel cartoncino che va compilato per prendere i libri in prestito, il suo nome è sempre preceduto da quello di un certo Amasawa. Incuriosita, inizia delle ricerche, pensando che si tratti di una persona adulta. Un giorno, nel seguire un gatto, si ferma incuriosita davanti a un negozio di antiquariato. Entra e un simpatico vecchietto le mostra antichi oggetti custoditi con molta cura. Finisce per incontrare anche Seiji, il nipote del padrone e con sorpresa scopre che è proprio lui che prendeva in prestito gli stessi suoi libri....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Storie di adolescenti che si pongono alla scoperta della loro vocazione, aiutati da familiari che sanno comprenderli e incoraggiarli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alla poesia del disegno dello Studio Ghibli (la regia è di Yoshifumi Kondo, allievo prediletto di Miyazaki Hayao, scomparso a soli 47 anni) si aggiunge la delicata sceneggiatura dello stesso Miyazaki. Un lieto fine un po' affrettato
Testo Breve:

Una ragazza sta terminando le scuole medie; litiga con il ragazzo che in fondo le piace ed è angosciata perché non ha ancora scoperto la sua vocazione. Un bel racconto di formazione sostenuto dalla poesia dei disegni dello studio Ghibli. Su NETFLIX

E’ sempre difficile concentrarsi sul racconto che si sviluppa all’interno di un fllm dello Studio Ghibli anche quando la sceneggiatura, come in questo caso, è di Hayao Miyazaki: le immagini catturano, distraggono l’attenzione. Le scene ci descrivono una metropoli con il suo traffico intenso ma ordinato, treni metropolitani colorati che sfrecciano fra le case, quartieri popolari con piccoli appartamenti-celle (non c’è ascensore, si sale sempre a piedi). Eppure, grazie al disegno dello Studio, si tratta di una realtà-magia che incanta. Perfino all’interno di una cucina siamo attirati dall’armonia dei colori, dalla cura nei dettagli (notiamo la bottiglia sul frigorifero che risplende, illuminata da un pallido sole che filtra dalle tendine). Ma allora, si tratta di un racconto realistico o di una favola? Se ci fosse una risposta a questa domanda, non staremmo vedendo un film di Hayao Miyazaki. Il contesto familiare è ben dettagliato: un padre molto concentrato sul lavoro che con il suo atteggiamento pagato, dona serenità a tutta la famiglia; una madre premurosa ma un po’ apprensiva; una sorella maggiore che stimola Shizuku a fare delle scelte e a prendere in mano le redini della sua vita. Anche il contesto scolastico è ben delineato con alunni disciplinati quando c’è il professore ma poi pettegoli e chiassosi quando sono in pausa. Eppure, nel bel mezzo del racconto, si passa dalla realtà al simbolo. Il protagonista diventa un gatto che Shizuku decide di seguire ed eccola che guarda la vetrina di un negozio di antiquariato: anche noi percepiamo il fascino misterioso di rari oggetti carichi di ricordi che restano vivi solo nella memoria del vecchio proprietario. La realtà si riaffaccia subito  dopo e la ritroviamo nelle ansie adolescenziali delle ragazze amiche di Shizuku, che si innamorano, non osano dichiararsi e poi restano deluse perché l’oggetto della loro attrazione sta sospirando per un’altra ma soprattutto, per Shizuku,  nell’ansia di trovare quella vocazione professionale a cui dedicare, in un futuro ormai prossimo,  la propria esistenza. La rivelazione che Seiji ha deciso cosa vuol fare (il liutaio e quindi frequentare una famosa scuola a Cremona) getta nello sconcerto Shizuku, che teme che la sua passione per lo scrivere possa essere solo un bel sogno.

Le incertezze e le ansie di un’adolescente ci sono quindi tutte, si tratta di  un’età tutt’altro che serena ma è altrettanto chiaro, in questo film, che il coraggio di scegliere e di andare avanti viene trovato dalla ragazza nell’affetto di chi le sta vicino e sa comprenderla. Molto bella la figura del padre che, in una riunione di famiglia, di fronte alle incertezze della figlia, le concede di sperimentare per un certo tempo le sue doti di scrittrice, sospendendo la decisione di andare alle scuole superiori, così come la “sorellona” Shiho che comprende quanto sia importante (lei sta per partire per frequentare l’università) per Shizuku avere finalmente una stanza tutta sua dove possa concentrarsi. Ma il culmine viene raggiunto dal vecchio antiquario, che invitato dalla ragazza a leggere per primo e a commentare il romanzo che lei ha scritto, riesce a rassicurarla sulla bellezza di un testo impetuoso e schietto come la sua natura ma al contempo, con dolcezza, riesce a farle capire che c’è ancora molto da lavorare per raggiungere la perfezione.  Anche l’analogia usata (il vecchio le mostra una gemma grezza, ancora da estrarre) è molto efficace.

Un film ha grandi valori educativi che fanno impallidire i serial in circolazione sulle nostre piattaforme in streaming ma occorre realisticamente domandarsi sulla possibilità di un suo impatto significativo sugli adolescenti delle nostre latitudini. Mettendo da parte la grande passione di Shizuku per la lettura che potremmo ormai considerare poco realistica, si vede chiaramente dal film che c’è rispetto per le autorità scolastiche, che c’è consapevolezza del valore della famiglia e della continuità fra le generazioni ma c’è un’altra caratteristica che è peculiare in questi lavori che provengono dall’Oriente (non possiamo dimenticare i film familiari di Yasujirō Ozu): l’atteggiamento riflessivo. Riflettere da parte dei genitori per dare sagge risposte, riflessione degli adolescenti per comprendere le proprie potenzialità, la saggezza dei vecchi. E’ l’attitudine a “prendersi del tempo” per osservare e meditare, che anche le sequenze più suggestive come le visite dall’antiquario trovano il suo significato.  C’ è quindi un abisso rispetto agli ultimi teendrama di produzione occidentale e se Shizuku entra in crisi perché non ha ancora definito il suo futuro, negli ultimi serial gli adolescenti non guardano in avanti ma restano concentrati su un presente da consumare.
Presso il sito delle Sale della Comunità, è stata compilata una scheda per usare il film come strumento di catechesi. Netflix ha recuperato di recente 21 capolavori dello Studio Ghibli che sono ora disponibili sulla sua piattaforma

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA VITA NASCOSTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/23/2020 - 14:30
 
Titolo Originale: Hidden Life
Paese: Germania, Stati Uniti d'America
Anno: 2019
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: Studio Babelsberg, Elizabeth Bay Productions
Durata: 173
Interpreti: August Diehl, Valerie Pachner

Il film è ispirato alla storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco della regione di Radegund. Felicemente sposato con Fani, dalla quale ha avuto tre figlie, entrambi ferventi cattolici, non approva l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler. Chiamato alle armi e a giurare fedeltà al Fürer, oppone suo rifiuto in nome della fede cattolica. Nonostante l’invito di tanti cittadini di Radegund e delle stesse gerarchie ecclesiastiche (ma con il sostegno della moglie) a trovare una soluzione di compromesso, viene processato per alto tradimento e condannato a morte nell’agosto del 1943. Viene proclamato beato nel 2007.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un umile martire per la fede cattolica durante la dittatura hitleriana, sa ubbidire alla voce della coscienza e alimenta la ferma convinzione che la morte sia un passaggio verso una perfetta unione con Dio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene violente di guerra anche se non cruente (in U.S.A. : PG13)
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre molto bene, nonostante la durata importante e lo stile riflessivo e metafisico di Malick, qui pienamente confermato, che può piacere o no
Testo Breve:

Meno famoso di Tommaso Moro (Un uomo per tutte le stagioni), il contadino austriaco Franz, realmente esistito,  si trova, durante la dittatura hitleriana, di fronte  a un dilemma molto simile: seguire i dettami della coscienza anche a rischio della vita o accettare qualche falso compromesso. .IN SALA

Eravamo abituati a dei lungometraggi molto poetici, quasi metafisici, ad opera del regista di Ottawa, ma stavolta supera se stesso. Le narrazioni precedenti a questo film infatti (The Tree of Life, To the Wonder, Song To Song,.. ) hanno sempre regalato spunti di riflessione esistenziali, effettivamente è proprio il marchio di fabbrica di Malick che abbonda con tematiche filosofiche e spirituali, tralasciando la concretezza e la sequenzialità della sceneggiatura. Stavolta invece si affonda nella realtà della storia, in particolare la vicenda di Franz Jägerstätter, realmente esistito, che si è opposto al nazismo e alla seconda guerra mondiale, a motivo della sua profonda fede cattolica.

La trama inizia dalla vita intima e familiare di questo contadino austriaco, totalmente dedito alla moglie, ai figli e al lavoro, oltre che assiduo partecipante della vita ecclesiale del suo piccolo paese. A causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, si ritrova durante tutto l’arco del film a lottare tra due scelte fondamentali: se accettare lo stato delle cose in un compromesso con il “meno peggio” oppure non tradire ciò in cui crede profondamente a prezzo della sua libertà, del rispetto degli altri, delle persone che ama di più.

Lo spettatore è fortemente coinvolto in questo dramma interiore, che sicuramente pone molti interrogativi. Talvolta si ammira la fermezza e la coerenza del protagonista contro il “sistema” malato, ma si è portati fino alla conclusione a valutare anche la facilità e la necessità di fare una scelta più comoda rispetto alla sua. Solo nel finale viene palesata la motivazione suprema di Franz, che è la fede nella risurrezione e nella vita eterna e il fatto di non temere chi può distruggere il nostro corpo mortale. Neanche la morte che si prospetta può separare l’uomo dai suoi legami con le persone che ama, ma soprattutto diventa il momento di passaggio per una perfetta unione con Dio, ricercata per tutta la vita.

Una storia così struggente fortunatamente è accompagnata da una magistrale fotografia ultragrandangolare, tipica di Malick, che permette di immergersi nella distesa di paesaggi montani mozzafiato, ma allo stesso tempo si è profondamente vicini ai soggetti non solo nelle manifestazioni esteriori, ma soprattutto nel loro animo, come se potessimo toccare con mano la loro persona. Anche la voce narrante fuori campo dei personaggi, che sono sempre parchi nei dialoghi diretti, invoglia alla introspezione perché le domande e le questioni esistenziali poste, sono anche le nostre. Come se il regista conoscesse le nostre sensazioni e paure, siamo costantemente interrogati e provocati da quello che accade nella narrazione e viene naturale mettersi nei panni del protagonista, perché almeno una volta nella vita ci siamo trovati davanti allo stesso bivio.

Non c’è da aspettarsi che diventi un Blockbuster, considerando il mercato cinematografico odierno, tuttavia il film scorre molto bene, nonostante la durata importante. È un film che può essere visto da tutta la famiglia, anche se il target è rivolto soprattutto ad un pubblico giovane e adulto per la serietà delle tematiche trattate. Certamente siamo di fronte ad un film degno di memoria, anche per gli anni a venire, mai banale, che fino all’ultimo ci regala una speranza di risoluzione positiva, ma anche una tensione alimentata dal dubbio che in fin dei conti la realtà non funziona come quella del grande schermo, anche se in questo caso si.

Autore: Ambrogio Mazzai
In Televisione
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BAR GIUSEPPE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/10/2020 - 17:36
 
Titolo Originale: Bar Giuseppe
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giulio Base
Sceneggiatura: Isabella Angelini
Produzione: One More Pictures, RAI Cinema
Durata: 95
Interpreti: Ivano Marescotti, Virginia Diop, Nicola Nocella, Michele Morrone

Giuseppe è il proprietario di una stazione di servizio e del bar annesso, alla periferia di una non specificata zona rurale del Sud. E’ frequentato da gente del luogo ma anche da molti immigrati che Giuseppe considera come dei clienti alla pari degli altri, nonostante le mormorazioni di qualcuno.  La morte improvvisa della moglie, con la quale condivideva la gestione della stazione, lo getta nel più cupo sconforto; non è più giovane da poter pensare di lavorare da solo ma non accoglie il consiglio dei due figli Luigi e Nicol di mettersi in pensione e cerca un aiuto, proprio fra le persone che avrebbero più bisogno di quel lavoro. Sceglie quindi la giovane orfana Bikira, un’africana immigrata. Giuseppe è un uomo taciturno ma Bikira ammira, frequentandolo, la sua grande nobiltà d’animo e finisce per innamorarsene, nonostante  ci sia fra loro una grande differenza di età...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo mite e onesto, si occupa di fare del bene a chi non ha lavoro o ha subito il trauma dell’emigrazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per la riproposta, con toni crudi e realistici, della storia di Giuseppe e Maria
Giudizio Artistico 
 
Un racconto che mira all’essenziale in un contesto simbolico che si avvale dell’ottima interpretazione di Ivano Marescotti
Testo Breve:

Un uomo anziano, mite e buono che si chiama Giuseppe, sposa una giovane immigrata. Una rivisitazione attualizzata all’oggi del racconto evangelico che resta a metà fra realismo e simbolismo. Su RAIPLAY

Sono i primissimi momenti dell’alba, annunciata da una linea di luce rossa che si distende lungo tutto l’orizzonte. Due pompe di benzina e un disadorno caseggiato vengono qualificati da un’insegna che si agita al vento come: “Bar Giuseppe” (il richiamo ai dipinti di Hopper è sicuramente voluto). In questo luogo non meglio individuato inizia e continuerà il film, un luogo simbolico per una favola edificante dove si aggrumano tensioni contemporanee e significati universali.

Quale storia abbia voluto riproporci il regista e sceneggiatore Giulio Base (Padre Pio-Tra cielo e terra, Maria Goretti, la regia di almeno una cinquantina di episodi di don Matteo) è subito chiaro: il gestore si chiama Giuseppe ed è bravo nel lavorare il legno. La giovane ragazza si chiama Bikira che vuol dire vergine e dopo il matrimonio lei scopre di essere incinta ma non si sa quale uomo abbia conosciuto. Riproporre la storia di Giuseppe e Maria ai nostri giorni secondo l’iconografia classica (Giuseppe come persona anziana) ma senza l’intervento del soprannaturale costituisce sicuramente un’operazione complessa perché cerca di riproporci in un’ambientazione altamente simbolica, le suggestioni di quella nascita miracolosa presenti in noi fin dall’infanzia ma al contempo le vuole attualizzare, cercando di stabilire una connessione fra quel mondo antico e i nuovi “ultimi”, coloro che sono dovuti emigrare dalle loro terre e sono approdati in Italia.

Anche da parte nostra è necessario separare i due aspetti e se ci concentriamo sul risvolto esclusivamente umano e contemporaneo della storia, la figura di Giuseppe, grazie anche all’interpretazione di Ivano Marescotti, è perfettamente riuscita: un mite, un giusto, che materializza la sua bontà nell’aiutare chi è a disagio nel ritrovarsi in un paese straniero per sfuggire alle violenze del suo paese. E’ un uomo di poche parole perché parla solo quando si deve preoccupare di qualcuno e tace quando percepisce la malizia del suo interlocutore. Per contrasto, intorno a lui, c’è chi non gradisce chi doveva restare in Africa e chi spande maldicenze nei confronti di Bikira, la “furba” che ha abbindolato il vecchio ingenuo.

Su fronte più mistico, sul rievocare la storia di Maria e il Giuseppe del Vangelo, trasferendola al giorno d’oggi, il giudizio deve essere lasciato alla sensibilità individuale A me personalmente dispiace che Giuseppe continui a esser visto come un vecchio, buono e mite, che preferisce subire piuttosto che reagire.

Giuseppe era un giusto, con una forte fede in Dio.  Ma avere fede vuol dire anche coltivare la speranza in un Dio che non abbandonerà mai nessuno (decise da solo, prima dell’arrivo dell’angelo di ripudiarla in segreto) e avere grande forza d’animo nelle avversità, pienamente dimostrato nella sua funzione di custode di Gesù e Maria, durante la fuga precipitosa in Egitto.  In un uomo così solido ed equilibrato non era necessario inventarsi l’espediente di considerarlo un vecchio per alleggerire il suo impegno alla castità. Occorre aggiungere che un matrimonio tra un vecchio e una giovanissima ragazza non risulta particolarmente gradevole.

Il film ha uno sviluppo lineare, concentrandosi sugli aspetti essenziali del racconto e se abbiamo già accennato alla scenografia che richiama i quadri di Edward Hopper, certe sequenze fra i vagabondi del paese ricordano il pauperismo presente negli ultimi lavori di Ermanno Olmi. Se la recitazione di Ivano Marescotti è ottima, la figura di Bikira (Virginia Diop) fornisce la freschezza giovanile che è richiesta al personaggio ma poco di più mentre risulta sopra dalle righe la figura del figlio Luigi (Michele Morrone) tossicodipendente e senza fissa dimora.

Disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PARLAMI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/03/2020 - 18:55
 
Titolo Originale: Un Homme Pressé
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Hervé Mimran
Sceneggiatura: Hélène Fillières, Hervé Mimran, Hervé Mimran
Durata: 100
Interpreti: Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart-Weit.

Alain Wapler è un bravissimo oratore e uomo d’affari in un’azienda automobilistica. Tutta la sua vita è assorbita dal lavoro: non ha mai tempo da dedicare alla cura di sé, né tantomeno a sua figlia Julia. Improvvisamente viene colpito da due ictus a brevissima distanza di tempo. Al suo risveglio, scopre di aver perso la capacità di parlare correttamente e di avere la memoria compromessa. Per recuperare il linguaggio viene affidato a Jeanne, una giovane ortofonista. Non essendo ritenuto all’altezza della situazione, viene licenziato. La perdita della possibilità di lavorare gli permette di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La perdita della possibilità di lavorare e la perdita di memori subita, permettono al protagonista di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale, ancora una volta, l’interpretazione di Fabrice Luchini. Poco approfonditi i personaggi di spalla al protagonista
Testo Breve:

Un uomo, totalmente assorbito nel suo lavoro, viene colpito da ictus e menomato nel linguaggio, ha ora il tempo di recuperare rapporti umani e familiari un tempo compromessi. In streaming a pagamento su Chili e Infinity

Quando Hervé Mimran, nel 2013, lesse un articolo di Le Monde sulla storia di Chistian Streiff, ex presidente di Airbus e PSA Peugeot Citroen, ne rimase colpito e volle incontrare il manager per poter raccontare la sua storia (rivisitata) con un film. Nasce così Parlami di te, quarto film del regista francese.

L’interpretazione di Fabrice Luchini nei panni del protagonista è all’altezza delle migliori aspettative per un professionista da par suo. Se da una parte i fraintendimenti del linguaggio mantengono alto il livello di comicità, dall’altra non rendono il personaggio una macchietta e non banalizzano la riflessione sulla malattia e sulla riabilitazione. Attore che deve la sua iniziale fortuna per le grandi interpretazioni di testi teatrali francesi, la scelta di accettare il ruolo di un personaggio che non è più capace di trovare le parole giuste rende questo film quasi una sfida.

Da menzionare anche, per l’ottimo lavoro svolto, il doppiaggio: la resa in lingua italiana di giochi di parole originariamente in lingua francese, non deve essere stato un lavoro facile. Ma si può dire che è stato un lavoro perfettamente riuscito. La scelta, infine, di “storpiare” anche i titoli di coda aggiunge quel tocco di ilarità in più che sorprende (quanti si fermano a leggere i titoli di coda di un film?).

Non sono da trascurare nemmeno l’ortofonista Jeanne (interpretata da Leila Bekhiti) e la figlia Julia (Rebecca Marder): spalle molto efficaci del protagonista. Forse una prima pecca della sceneggiatura è il poco spazio concesso all’ approfondimento delle loro storie e delle loro personalità. L’ortofonista alla ricerca della propria madre naturale, all’inizio di una storia d’amore con un collega infermiere; la giovane figlia di Alain che cerca di essere all’altezza delle aspettative del padre cercando di essere una ragazza di successo. Personaggi che muovono un po’ tutta la storia, ma poco descritti e di cui non riusciamo a conoscere fino in fondo l’interiorità.

La pellicola offre, inoltre, numerosi spunti per la riflessione. Innanzitutto, il riscatto personale di una persona che ha subito una grave menomazione. Il protagonista non si arrende: la sua durezza di carattere, da uomo all’apice della carriera professionale, si riflette anche nella tenacia impiegata nel percorso di guarigione.

Il cambiamento di carattere: l’impazienza e la scontrosità caratteriale vengono ridimensionate dall’impossibilità di cavarsela da solo anche per le cose più semplici; il rallentare dei ritmi di vita che gli permettono di riscoprire le tante cose belle che possiede e di far rinascere in lui il senso della gratitudine.

Un secondo aspetto forse un po’ debole della sceneggiatura è “l’accelerazione” sul finale: se all’inizio la descrizione del protagonista è dettagliata e il regista si sofferma per definirlo a fondo e per delineare il cambiamento a lui necessario, forse il finale è un po’ frettoloso e rischia di liquidare in poche sequenze il coronamento di tutto il viaggio interiore di Alain.

Comunque il film è gradevole, adatto a tutta la famiglia, capace di far pensare in modo divertente.  E’ disponibile in DVD o in streaming su Chili, Infinit e altri

In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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