FamilyOro

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

DON MATTEO 12

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/26/2020 - 09:49
 
Titolo Originale: Don Matteo 12
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Raffaele Androsiglio (Ep. 1-5) and Cosimo Alemà (Ep. 6-10)
Sceneggiatura: Umberto Gnoli, Mario Ruggeri
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema
Durata: 10 puntate di 120' su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Terence Hill, Nino Frassica, Maria Chiara Giannetta, Maurizio Lastrico, Nathalie Guetta, Pamela Villoresi, Maria Sole Pollio

A Spoleto ritroviamo i nostri amici: Don Matteo, che ospita in canonica la perpetua Natalina e il sacrestano Pippo ma anche la giovane orfana Sofia. Anche presso gli uffici dei carabinieri non ci sono grosse novità: ritroviamo Il Capitano Anna Olivieri, il maresciallo Nino Cecchini e il Pubblico Ministero Marco Nardi. Nella prima puntata è presente anche lo youtuber Fabio Rovazzi. Il tempo di ogni episodio è stato raddoppiato (due ore) e c’è sempre qualche indagine da compiere dopo che qualcuno è stato gravemente ferito.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I valori familiari, l’amore per sempre vengono tenuti al primo posto e il perdono, il recupero delle persone più difficili o fragili viene sempre compiuto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Terence Hill e Nino Frassica tengono sempre banco ma anche gli altri protagonisti sanno star loro alla pari. La sceneggiatura riesce ad essere avvincente e divertente anche se dopo il raddoppio della durata degli episodi, si crea un sovraccarico di sotto-trame
Testo Breve:

I carabinieri  indagano su un crimine compiuto ma non bisogna preoccuparsi perché sarà don Matteo a risolverlo impiegando un metodo di indagine infallibile: guardare dentro i cuori

Prolungare la serie Don Matteo comporta spargere sangue umano. E’ proprio così, perché per innescare nuove storie amorose questa volta è toccato alla moglie del maresciallo Cecchini morire, così come in un paio di stagioni precedenti era già morta Patrizia, la figlia del maresciallo che si era sposata con il capitano Tommasi perché era stato giudicato opportuno che Tommasi iniziasse una nuova relazione.

Scherzi a parte, il 31,6% di share alla prima puntata e la stabilità dell’indice di ascolto anche nelle successive (26,75% nella terza puntata) conferma il successo ininterrotto di questa serie. Qual è il segreto dell’eternità? Sicuramente la simpatia dei due protagonisti, Terence Hill e Nino Frassica, il mescolare risvolti romantici con tono di commedia con l’avanzare delle indagini alla scoperta del vero colpevole del misfatto di turno, il distribuire i personaggi fra le diverse età (i piccoli, i giovani, gli adulti, gli anziani), il trattare a ogni puntata situazioni che rispecchiano temi di attualità ma tutto e tutti si appoggiano all’àncora sicura di don Matteo, che tutto interpreta alla luce del Vangelo, con grande cura proprio verso chi ha sbagliato e deve scontare la sua pena.. Le novità strutturali della dodicesima serie sono soprattutto due: il raddoppio della durata degli episodi che arrivano a circa 120 minuti e il dedicare ogni puntata allo sviluppo di uno dei dieci comandamenti.

La prima novità comporta la moltiplicazione, a volte eccessiva, a giudicare dalle prime puntate, di sotto-trame che si intersecano fra loro: non è più sufficiente lo sviluppo di un’indagine poliziesca ma ne occorrono almeno due. La seconda, molto più interessante, alza il tono, il significato di ciò che viene raccontato, spostando l’attenzione dello spettatore dal puro entertainment al riflettere sugli accadimenti anche prosaici della vita quotidiana, guardandoli alla luce di una visione soprannaturale. Nella primo episodio, intitolato Non avrai altro Dio all’infuori di me, un medico chirurgo si ritiene, con la sue capacità professionali, l’unico responsabile delle sorti di suo figlio, malato di cuore. E si dispera quando sembra non aver avuto successo: “Io debbo fare di più, io debbo salvarlo”.  La risposta di Don Matteo è l’invito alla pace alla serenità del sapere che non siamo Dio ma che c’è un Padre che ci ama e si prenderà sempre cura di noi qualsiasi cosa succeda: “Non è tutto nelle nostre mani.” Lo stesso don Matteo si accorge di aver commesso un errore nel passato e si angustia per questo; sarà Natalina a ricordargli che noi siamo figli, non Padri. .Nel secondo episodio intitolato Non nominare Il nome di Dio invano, il collegamento è più incerto ma di fronte a un ragazzo che se la prende con Dio per la sua sorte infelice, don Matteo lo tranquillizza, dicendo che gli è capitato di incontrare:  “Bestemmiatori che erano innamorati di Dio ma anche tanta gente che prega ma il loro cuore è lontano”. Anche nel terzo episodio “ricordati di santificare le feste”, l’accostamento del riposo di Dio nel settimo giorno della creazione, ai problemi di perdita di memoria del capitano Tommasi ha bisogno di una nostra generosa comprensione.

Bisogna riconoscere, in questo don Matteo 12, così come nelle stagioni precedenti, qualcosa di più profondo, che colpisce lo spettatore, al di là dell’intrattenimento divertente, degli intrighi polizieschi, della bravura dei personaggi. Sappiamo che don Matteo risolve i casi non certo seguendo degli indizi ma indagando nel cuore delle persone, cogliendo ciò che ognuno ama, ciò che desidera e anche le sue pene segrete. Questa capacità di penetrazione nei cuori, questa “marcia in più” di cui dispone è strettamente legata alla sua fede: lui può guardare in profondità proprio perché vede tutto alla luce di una visione trascendente che coglie l’azione provvidenziale divina anche nei casi più disperati.  Quando arriva, sempre verso la fine dell’episodio, il momento di citare il Vangelo, di fare il predicozzo finale, le sue parole non cadono dall’alto ma sono in armoniosa coerenza con lo suo sguardo penetrante con il quale Don Matteo osserva tutto e tutti senza filtri personali.  La sua visione soprannaturale non lo porta ad estraniarsi dalla realtà: al contrario la coglie nella sua vera essenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PICCOLE DONNE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/17/2020 - 15:50
 
Titolo Originale: Little Women
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Greta Gerwig
Sceneggiatura: Greta Gerwig
Produzione: Pascal Pictures
Durata: 135
Interpreti: Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Timothée Chalamet, Laura Dern, Meryl Streep

Mentre il padre è al fronte durante la guerra di secessione americana, quattro giovani sorelle — Meg, Jo, Amy e Beth March —, vivono le loro gioie e i loro dolori, affrontando la crescita, i cambiamenti e persino la malattia, con coraggio e resilienza, fino a diventare delle “piccole” (grandi) donne.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film ci sono esempi positivi di matrimoni riusciti, fondati sull’amore e sul sostegno reciproco ma è anche narrata la legittima aspirazione a realizzare un proprio sogno professionale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Caratterizzato da un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali, il film della Gerwig ha il merito di distinguersi dalle precedenti versioni, per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate
Testo Breve:

Questo ulteriore adattamento di uno dei classici per l’infanzia più amati di sempre, ha il merito di distinguersi per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate. Un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali

Si è molto parlato di questo film, ulteriore adattamento di uno dei classici per l’infanzia più amati di sempre: Piccole donne, di Louisa May Alcott. Caratterizzato da un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali, il film della Gerwig ha il merito di distinguersi dalle precedenti versioni, per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate. In particolare, gli adattamenti avevano finora dato largo spazio all’infanzia delle sorelle, per poi affrettare la parte in cui diventano adulte. In questo film invece, si parte quasi dalla fine, per ripercorrere, in un’alternanza di presente (toni più freddi) e flashback (toni più caldi) come “le piccole donne crescono”. Questo dà modo alla regista/sceneggiatrice di sviluppare più a fondo alcune dinamiche, per esempio l’innamoramento tra il giovane Laurie e Amy, la solitudine di Jo e i problemi economici di Meg e del marito. Di fronte a un classico così amato e conosciuto, la sfida era proprio quella di raccontare non solo qualcosa che parlasse ancor di più alla contemporaneità, ma soprattutto che fosse “nuovo”, inesplorato. Certo, i puristi del libro forse avranno storto il naso di fronte ad alcune licenze artistiche, come per esempio la narrazione frammentaria o la scelta di un giovane attore per il ruolo del professor Bauer, uomo maturo e di esperienza, non certo coetaneo di Jo. Il loro rapporto è quello più sacrificato dal film. Nella versione originale, è proprio il professore, con la sua onestà e schiettezza, a spingere Jo a scrivere qualcosa di più autentico e personale, ciò che diverrà poi il suo primo, vero, autentico romanzo, la storia della sua famiglia appunto, in memoria di Beth. Qui, invece, il ruolo dell’uomo è marginale e l’attrazione tra i due più epidermica.

Al di là di questo, il film ha il grande merito di andare in profondità su molti altri aspetti e di ritrarre i personaggi nelle loro diverse sfumature. Oltre al tema familiare, con la nostalgia per l’infanzia che passa, i rapporti che cambiano, i ruoli che evolvono, sono molto forti il tema della scrittura, come espressione di sé ed elaborazione dell’esperienza di vita, e il tema della donna nella società dell’epoca. Il pensiero comune è quello dell’arcigna zia March, interpretata in modo spassoso da Meryl Streep: una donna deve fare un buon matrimonio, a meno che non sia già ricca. Il suo destino, tanto nella realtà quanto nella finzione letteraria, risiede nel matrimonio, oppure nella morte. Jo (un’espressiva e talentuosa Saoirse Ronan), non si limita invece a pensare se stessa e le eroine delle sue storie all’interno di un matrimonio. Sogna l’indipendenza economica, la realizzazione di un proprio sogno professionale, una definizione di sé non subordinata a un uomo e ai suoi possedimenti. È una scelta coraggiosa e sofferta, che le porta anche molta solitudine. Sta per capitolare perché “vuole essere amata”, ma la mamma le ricorda che “non è la stessa cosa che amare”.

Il film non vuole certo sminuire l’istituzione matrimoniale, anzi. Alla fine, tutte le sorelle (eccetto Beth, appunto, che muore) troveranno il vero amore e i matrimoni rappresentati, primo tra tutti quello dei genitori March, sono esempi positivi, di amore e di sostegno reciproco. Il film vuole invece far riflettere su quanto fosse duro per una donna (e possa ancora esserlo), affermarsi professionalmente e in modo indipendente, alla pari di un uomo. Ciò non sostituisce il desiderio di crearsi una famiglia e di essere mogli e madri. Come dice Meg (una dolce Emma Watson) a Jo, “se i miei desideri sono diversi dai tuoi non significa che siano meno importanti”. Insomma, c’è spazio per molti “destini” e diverse ambizioni: ciò che conta è che non siano imposti o attesi dalla società, ma che siano scelti liberamente e con il cuore.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UN SOGNO PER PAPA'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/09/2019 - 17:25
 
Titolo Originale: Fourmi
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Julien Rappeneau
Sceneggiatura: Julien Rappeneau
Produzione: M2 Pictures
Durata: 105
Interpreti: François Damiens, Maleaume Paquin, André Dussollie, Ludivine Sagnier,Laetitia Dosch

Il piccolo Theo è figlio di genitori separati. La mamma vive con un altro uomo mentre il padre Laurent, che ha perso il lavoro da ormai due anni a causa del fallimento dell’azienda, è ancora disoccupato, ha un carattere litigioso e alza troppo il gomito. Theo vuole bene a suo padre, è contento quando lui viene a vederlo giocare a calcio (anche se piccolo di statura, Theo è molto bravo) perché è l’unico momento nel quale lo vede sereno e suo tifoso appassionato. Quando sul campo arriva un allenatore dell’Arsenal inglese alla ricerca di nuovi talenti, Laurent non sta più in sé per l’emozione: il colloquio fra l’allenatore e il ragazzo avviene realmente e Theo comunica al papà che è stato selezionato. Per Laurent inizia una nuova vita: smette di bene, inizia a cercare un lavoro e a studiare l’inglese perché vuole ottenere l’autorizzazione, dall’assistente sociale, per esser lui ad accompagnare suo figlio in Inghilterra. Laurent però non sa che il figlio gli ha detto una bugia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico rapporto figlio-padre dove è il figlio che trova il modo di risollevare il padre da una lunga depressione
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un nerd computer-dipendente può disturbare quei ragazzi che hanno un simile comportamento
Giudizio Artistico 
 
La struttura del racconto è volutamente semplice per accontentare un vasto pubblico ma è impreziosita dalla caratterizzazione di molti simpatici personaggi
Testo Breve:

Il piccolo Theo, bravo a giocare a calcio, è desideroso di rendere il padre (disoccupato e ubriacone) orgoglioso di lui per dargli un motivo per tornare a essere se stesso. Un film semplice, per tutti, che esprime importanti valori

Il film, ricavato da una graphic novel di Artur Laperla et Mario Torrecillas, è apparentemente semplice nella struttura perché i parametri in gioco sono pochi (un padre divorziato e alcolizzato, un ragazzo giudizioso, la passione per il calcio) ma in realtà costruito con grande finezza e attenzione ai particolari e i valori posti in gioco sono tanti.

C’è un ragazzo che vuole bene a suo padre nonostante abbia commesso molti errori, si dimentichi spesso di portarlo al campo di calcio perché ubriaco, mentre la madre parla spesso male di lui. Come mai? Perché è suo padre (l’uomo che ora vive con sua madre non ha nessun ascendente sul ragazzo), perché quando lo difende contro l’arbitro che non ha visto un fallo a suo danno, comprende di essere il suo orgoglio, l’unica ragione per la quale c’è per lui un motivo per andare avanti. Per questo Theo osa dire una bugia: è l’unico mezzo per vederlo impegnato in un progetto che forse lo indurrà a smettere di bere. Sarà poi lui a prendersi la responsabilità della bugia ma corre questo rischio per il bene del padre.

Il film si muove lungo questo percorso in modo lineare, sempre con un tono divertente, senza prendere il tema troppo sul serio, ma è negli sviluppi e nei personaggi collaterali che il film mostra la preziosità della sua confezione. Ci sono i due amici di Theo, un ragazzo e una ragazza, che sanno aiutarlo e consigliarlo; in particolare la ragazza ha una profonda intesa con lui, scherzando lo chiama “formica” e non riesce a celare che ne è innamorata; l’assistente sociale, un po’ disordinata nella scrivania e nella vita ma che vive solo del piacere di aiutare gli altri; il contesto sociale, tipico di un’area depressa, che porta gli uomini a passare il tempo al bar a ubriacarsi. Ma prima di tutti, la figura del ragazzo Max (Pierre Gommé) un nerd duro e puro, che passa il tempo chiuso nella sua stanza davanti a un computer, con una faccetta smilza e un corpicino magro, che sembra proprio essere l’effetto di una vita passata nel chiuso di una stanza, personaggio-simbolo di tanti ragazzi come lui (per fortuna ci sarà un lieto fine anche per lui).

Si potrà sicuramente impiegare il terribile titolo di “film buonista” e in effetti alla fine ogni cosa si rimetterà a posto ma è proprio la semplicità dello sviluppo che consente la comprensione del film anche da parte di pre-adolescenti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PER SEMPRE (2019)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/18/2019 - 10:35
 
Titolo Originale: Per sempre
Paese: Italia
Anno: 2019
Sceneggiatura: Antonio Antonelli, Giuseppe Bentivegna, Beatrice Fazi, Elisa Storace e Francesca Zanni.
Produzione: TV2000
Durata: 110
Interpreti: Beatrice Fazi come conduttrice

Ogni mercoledì, dal 30 ottobre 2019, TV2000 trasmette il programma con un titolo programmatico: Per Sempre. Un format sul matrimonio nella forma di un game-show, condotto da Beatrice Fazi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La trasmissione presenta tanti casi positivi di coppie che hanno saputo portare a compimento la promessa del “per sempre” fatta al momento del matrimonio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La conduttrice è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico ma sarebbe necessaria un po’ più di cattiveria nello scavare vittorie e sconfitte delle coppie intervistate
Testo Breve:

TV2000 trasmette, per il secondo anno,  Per Sempre, dove, con il pretesto di un game show fra coppie di fidanzati, si parla di matrimonio e ci viene mostrato, attraverso tanti casi reali, come la fedeltà abbia il potere di costruire la vera fonte della felicità

In Italia i matrimoni nel 2017 sono stati 191.287 (96.000 con rito religioso) contro i 400.000 nel 1968, la maggioranza dei quali, a quel tempo,  secondo rito religioso. Ben vengano quindi programmi come   Per sempre su TV2000, condotto da Beatrice Fazi, che cerca di scoprire il segreto che cela una unione che dura tutta una vita e molto indovinato è il titolo stesso, che non dà adito a dubbi sui propositi della trasmissione.

Il format è di per se’ semplice: due coppie di fidanzati gareggiano sia in prove domestiche (cambiare un pannolino, apparecchiare a tavola, stendere delle lenzuola) che teoriche, che hanno lo scopo di sondare il loro affiatamento. Le coppie arrivano accompagnate dai loro supporter, in genere degli amici che hanno contribuito a farli conoscere e che sono in grado di raccontarci, con più obiettività degli stessi interessati, i modi con cui si sono scelti.  Il giudice di gara è una coppia di media età che può quindi vantare l’esperienza di un percorso matrimoniale ben collaudato. L’esplorazione di questo segreto da svelare si estende anche ad altri marito e moglie, in questo caso famosi, in grado di raccontare come sono arrivati a dirsi “si” ma soprattutto come la loro unione si consolidata con il tempo. L’intrattenimento è garantito dalla musica dal vivo del complesso Bandalarga e dalla Sit-Com Filo & Cri, con Cristina Odasso, già interprete di Francesca Cabrini .

Le parti più toccanti del programma sono le interviste a chi è sposato da tempo: a volte si intrattengono in prevalenza sugli aspetti divertenti dei loro primi incontri ma è più interessante scoprire come hanno affrontato in seguito momenti importanti come la nascita del primo figlio.  L’intervista a Lino Banfi  è stata finora la più toccante (nella prima puntata) e non solo perché è un bravo attore: la sua è stata una vera vita trascorsa insieme nella gioia e nel dolore (la coppia ha avuto momenti di povertà estrema), nella salute e nella malattia (la sua Lucia è ora malata di Alzheimer).

Ad  ogni puntata, per ognuna delle  due giovani coppie di fidanzati, viene aperta  una scatola che contiene oggetti legati alla memoria della loro relazione. E’ un pretesto per sondare come si sono comportati in certi momenti nevralgici, belli o brutti.

Beatrice Fazi è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico e la trasmissione vive di rendita della bellezza di tante coppie che hanno saputo costruire una vita insieme. Se c’è un’osservazione da fare, è che la conduttrice potrebbe essere “più cattiva”, togliesse cioè il velo di rispettoso pudore nelle interviste ce porta avanti,  per esplorare le radici del legame che unisce le coppie, più che il sapere se magari è lui o lei che porta la colazione a letto la mattina al coniuge o qual è stata l’emozione del primo incontro. Ci sono tante coppie che oggi convivono e  sarebbe bello se dal programma scaturisse il perché dello sposarsi, non solo nel suo significato religioso ma anche e soprattutto umano. Per questo stesso motivo sarebbe opportuno che si approfondisse non solo il rapporto di coppia, ma anche il loro impegno nel far crescere insieme i loro figli che è poi il momento più significativo nel quale si realizza la fusione della coppia. Forse, nell’edizione dell’anno precedente, l’inserimento del docu-reality dal titolo Corso di sopravvivenza per promessi sposi dove un sacerdote, don Ciro, metteva sotto  stress una coppia di fidanzati per scavare nelle loro vere intenzioni, si raggiungeva un maggior senso di realismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UNA CANZONE PER MIO PADRE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/10/2019 - 08:18
 
Titolo Originale: I Can Only Imagine
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Andrew Erwin, Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Brent McCorkle
Produzione: Kevin Downes Productions, Mission Pictures International
Durata: 110
Interpreti: J. Michael Finley, Brody Rose, Dennis Quaid, Cloris Leachman, Madeline Carroll

Grenville, Texas, 1985. Bart Miller ha dieci anni, suo padre si ubriaca ed è violento con lui e la madre, che alla fine li abbandona. Rimasto solo con il padre, si dedica al football, più per seguire le orme del padre (un ex campione) che per convinzione, confortato solo dall’amore che prova per Shannon, una sua compagna di scuola. Un grave incidente in campo lo costringe ad abbandonare la carriera sportiva. Costretto a reinventarsi la propria vita, insofferente alla convivenza con il padre che sembra non stimarlo, scopre di avere una bella voce e decide, a 18 anni, di tentare la sorte nel mondo della musica. Costituisce, con un gruppo di amici, la Christian Rock MercyMe, un complesso che canta le canzoni da lui composte, ispirate alla fede e con un pulmino attrezzato iniziano a girare per gli Stati Uniti,. Il successo però non arriva: Bart sa che non potrà riacquistare la propria serenità se non riuscirà a riconciliarsi con il padre. Decide quindi di abbandonare temporaneamente il gruppo e di tornare a casa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio e un padre, trovano la forza di chiedere perdono e con la pace ritrovata, l’uno trova la serenità per vivere in pienezza, l’altro per affrontare senza timore il momento in cui il sipario si chiude
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza familiare potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare la forza del perdono e la fiducia nella Divina Provvidenza anche se eccede, sopratutto nel finale, nell’impiego di toni enfatici
Testo Breve:

Un giovane, dopo che la madre lo ha abbandonato, costretto a vivere con un padre violento,lascia la città natale  per seguire la sua passione per la musica. Un christian film che racconta un difficile percorso personale che conosce la forza del perdono e trova l’ispirazione giusta per scrivere I Can Only Imagine, una canzone piena di fede e di speranza

 

Avevamo già conosciuto i fratelli registi Andrew e  Jon Erwin per il film October Baby, forse il più riuscito film contro l’aborto (e sul perdono), assieme a Juno.  Come il precedente, il film si ispira a fatti realmente accaduti: se il primo si rifaceva alla storia di Janna Jessen, che era riuscita a sopravvivere a un abosto mal praticato e che poi è diventata una sostenitrice del movimento pro-life, ora questo Una canzone per mio padre  cerca di indagare sulla genesi del  successo stepitoso conquistato negli Stati Uniti da una canzone cristiana: I Can Only Imagine, vincitrice di tre dischi di platino, andando a scavare nella vita del suo autore, Bart Miller. I fatti realmente accaduti costituiscono, in verità,  solo uno spunto iniziale: nella realtà la madre di Bart lasciò la casa quando lui aveva tre anni e non tredici; il padre morì quando lui aveva 19 anni, otto anni prima che Bart componesse la sua canzone di maggior successo; lo stesso padre, non ostacolò la carriera artistica del figlio, come appare nel film ma gli diede utili suggerimenti. La storia che ci propone il film va quindi intesa sopratutto come una parabola sul perdono, sull’esistenza di una Provvidenza di cui la vita di Bart vuole essere  la prova: un ragazzo cresciuto in una famiglia devastata dalla violenza, costretto a reinventarsi la propria via dopo un’incidente subito, scopre di aver ricevuto un dono, la sua bella voce, in grado di ridare significato alla sua esistenza fino ad arrivare al riconoscimento internazionale del suo talento.

A dire il vero le storie di trasformazione per mezzo della fede sono due: c’è anche quella del padre Arthur, più sintetica ma più convincente. Il merito va tutto al grande  Dennis Quaid che interpreta magistralmente quest’uomo ruvido e disilluso dalla vita che non riesce a controllare i propri istinti violenti ma che soffre in segreto, perchè sa  che sta distruggendo proprio ciò che più ama. Sarà proprio il ritorno alla fede che gli aprirà le porte alla speranza del perdono da parte di suo figlio e la forza per iniziare una nuova vita. La storia di Bart, invece, mostra delle lacune. Non sono ben sviluppate le ragioni della sua fede: lo vediamo partecipare da piccolo a un week end in campeggio sotto la guida del pastore di una chiesa protestante ma non si percepiscono le basi di una fede che lo portano a costituire un complesso dedicato proprio a cantare christian songs. Nella realtà pare sia stata sopratutto la nonna a costruire le basi della suo credere ma questo personaggio è poco sviluppato. Difficile anche comprendere alcuni suoi atteggiamenti, come quello di  abbandonare Shannon senza più vederla per lungo tempo per seguire la sua vocazione di cantante.

Altro protagonista del racconto è proprio I Can Only Imagine, la canzone di platino. Il film crea fin dall’inizio molta aspettativa:  una giornalista intervista Bart, ormai compositore di successo, e gli evidenzia come quella canzone sia stata la luce giusta, per tante persone,  per ritrovare la speranza e la fede; invita Bart a raccontare la sua vita, perché una canzone simile non si scrive in 10 minuti. Il valore di quella canzone viene ricordato più volte nel film, fino a quando, alla fine possiamo ascoltarla anche noi,  quando Bart si esibisce in concerto davanti a una folla osannante. E’ indubbio che puntare sui fan di questa canzone abbia pienamente ripagato l’impresa dei fratelli Erwin e il film nel 2018 ha incassato 85 milioni di dollari solo in U.S.A. Ora la Dominus Production , la coraggiosa casa di produzione italiana che ha già importato altri christian films come Cristiada, God’s Not Dead 2, Unplanned e ha deciso di distribuirlo in Italia, dove non esiste il christian rock nè il mercato dei christian film: un gesto coraggioso ma utilissimo nella misura in cui riuscirà a vincere il torpore del mercato italiano, che pensa che sia lecito parlare di fede solo per raccontare la biografia di un santo o di un Papa.

Per sapere dove il film è stato programmato in Italia si può consultare:

https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

TUTTAPPOSTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 14:46
 
Titolo Originale: Tuttapposto
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Gianni Costantino
Sceneggiatura: Roberto Lipari, Ignazio Rosato, Paolo Pintacuda
Produzione: Tramp Ltd.
Interpreti: Roberto Lipari, Luca Zingaretti, Monica Guerritore, Sergio Friscia

Roberto arriva trafelato all’università: si è svegliato tardi. All’ingresso un gruppo sparuto di studenti (tre-quattro in tutto) esibisce cartelloni che inneggiano alla protesta e alla rivoluzione. Nell’attraversare i corridoi che portano all’aula dove deve sostenere l’esame, gli impiegati che incontra gli domandano ossequiosi come stia suo padre. Alla fine il professore si attarda oltre il dovuto per aspettarlo e quando finalmente si siede davanti a lui, gli bastano poche risposte sconnesse per prendere trenta e lode. C’è un motivo a tutto questo: il padre di Roberto è il preside dell’università e molti dei professori hanno con lui legami familiari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno dei protagonisti ha il coraggio di riconoscere di esser stato corresponsabile nella costruzione di un ambiente universitario corrotto e ne accetta le giuste conseguenze
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Roberto Lipari, qui protagonista e sceneggiatore, trasferisce in questo film tutta la sua capacità di costruire sketch fulminanti ma è troppo poco per dare profondità a un film che affronta il problema della baronia universitaria
Testo Breve:

Roberto è figlio di papà (in particolare di un preside) e prende sempre buoni voti ma l’amore per una ragazza gli fa scoprire il valore dell’onestà. Un favola morale divertente ma troppo leggera

Questo Tuttapposto è una favola moderna in veste comica. Ci sarà sicuramente chi storcerà il naso nello scoprire che il tema della baronia universitaria venga trattato con leggerezza formale ma esistono anche le favole morali e Tuttapposto ha un tono decisamente edificante. Roberto Lipari è il protagonista indiscusso ma ne è anche sceneggiatore e ciò ha un influsso su tutto il racconto, che avanza in forma di sequenza di sketch e di battute spesso irresistibili anche se non perde mai di vista il cuore portante della storia che è soprattutto una conversione alla giustizia e alla verità da parte non solo di Roberto ma di altre persone a lui vicine.

La favola è moderna e alla fine sarà un’app a risolvere la situazione. Qui Internet è visto nel suo aspetto più positivo: la possibilità che tutti possano parlare con tutti in piena libertà, ma esiste anche il rovescio della medaglia e c’è l’ansia del “mi piace”: molto divertente la figura del venditore di arancini che fa tutto ciò che è richiesto perché Tripl Advisor conferisca al suo negozio una stellina in più.

La storia è ambientata in una università imprecisata di una città imprecisata (in realtà le riprese sono state realizzate a Catania) ma traspare dal film tutta la sicilianità di Roberto Lipari, non solo nelle ambientazioni, ma nelle calde e schiette relazioni fra le persone, fra parenti (deliziosa la figura della mamma premurosa e cuoca biologica) e fra studenti universitari. Indubbiamente la Sicilia ci sta regalando grandi comici: più impegnato e ironico Pif sul tema della mafia; Ficarra e Picone irresistibilmente scoppiettanti, pronti a sviluppare denunce morali di validità universale; ora Roberto Lipari alla sua prima sceneggiatura, predilige la lente deformante della satira. I vizi dei professori vengono tipizzati: c’è il professore che dà buoni voti in funzione delle scollature delle studentesse, un altro in funzione dei contanti che ha ricevuto, un altro ancora solo se gli studenti hanno comperato il suo costoso libro di testo.  Non sveliamo altri dettagli della trama ma alla fine sarà una conversione all’onestà di un personaggio importante che coronerà questa incursione nel microcosmo universitario italiano e non solo siciliano. Resta invece appena accennata la componente romantica del racconto: a far scattare l’interesse del siciliano  Roberto è una bionda svedese (il mito delle svedesi non compariva nei film italiani dagli anni ’60) che risulta anche tetragona nei confronti di ogni forma di raccomandazione. E’ la spinta per Roberto a comprendere che deve crescere, non fare il raccomandato per tutta la vita ma costruirsi un’esistenza tutta sua, emancipato dalle influenze familiari. Il tema però resta alla superficie; Irina, che dovrebbe costituire la chiave di ingresso verso questa nuova realtà, resta un valido campione della bellezza salva dotata di smaglianti sorrisi ma poco più. 

Niente da dire sulla comicità di Roberto Lipari ma è difficile sostenere la durata di un film con battute fulminee nella parte di un personaggio perennemente spiazzato che cerca sempre di essere ciò che non è.

Questo navigare leggeri sulla superficie dei fatti finisce per stancare e preferiamo, perché più profonde, le satire sociali di Ficarra e Picone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

TOLKIEN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/26/2019 - 08:47
 
Titolo Originale: Tolkien
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Dome Karukoski
Sceneggiatura: David Gleeson, Stephen Beresford
Produzione: Fox Searchlight Pictures, Chernin Entertainment
Durata: 112
Interpreti: Nicholas Hoult, Lily Collins, Colm Meaney, Anthony Boyle,Patrick Gibson,Ty Tennant

John Ronald Reuel Tolkien vive modestamente a Birmingham, con sua madre, rimasta vedova, e suo fratello minore. Le serate scorrono serene allietate dai racconti della madre che li affascina con storie di draghi e di cavalieri ma poi anche lei muore e i due ragazzi vengono affidati a un tutore, un sacerdote cattolico, padre Francis, che riesce a mandarli prima alla King Edward’s School e poi grazie, a una borsa di studio vinta dal ragazzo per le sue straordinarie doti, riesce a iscrivere Ronald all’università di Oxford. Qui fa amicizia con tre ragazzi Christopher Wiseman, Robert Gilson e Geoffrey Smith. I quattro formano una società segreta chiamata T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society) ma poi scoppia la prima guerra mondiale e Ronald, con i suoi amici, deve andare al fronte francese, lasciando la sua amata Edith Bratt con la promessa che al suo ritorno si sarebbero sposati…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di amici si impegna ad aiutarsi a vicenda in ogni occasione e a operare perché il bene vinca sul male. Una bella storia d’amore di un ragazzo e una ragazza che si amano, si sposano e vivono felici e fedeli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione delle ambientazioni d’epoca, non eccezionale la recitazione dei vari protagonisti, una regia classica che non genera molte sorprese
Testo Breve:

Il giovane Tolkien, orfano di padre e di madre, trova la sua vocazione universitaria, l’amore per una donna e un saldo gruppo di amici. Un film dall’impostazione classica alla ricerca di quali spunti biografici abbiano dato origine al romanzo fantasy più famoso di tutti i tempi.

Capita a volte, a un regista o a uno sceneggiatore, di dover riversare in un film una storia che lo tocca intimamente, magari si tratta della vita di sua madre o dei suoi genitori. Succede allora che il racconto si sviluppa con toni ovattati, volti a proteggere quel personaggio che lui ama.

Qualcosa di simile succede in questo film sulla infanzia e giovinezza di John Ronald Reuel Tolkien, autore ancora oggi, fra i più letti al mondo, perché il regista Dome Karukoski non riesce a mascherare l’affetto e l’ammirazione che prova per il protagonista.

Il progetto di questo film è notevolmente ambizioso: cercar di scoprire, nella vita di Tolkien, quelle esperienze che poi hanno fatto germogliare le ambientazioni e i comportamenti dei personaggi immaginari che hanno dato vita ai suoi romanzi.

E così avviene: quei suoi tre compagni di università legati fra loro da una forte amicizia (molto bella la sequenza nella quale, rivolti a Ronald gli dicono che sanno che lui è orfano ma vogliono essere i suoi fratelli) creano una compagnia fedele, come quella della Compagnia dell’Anello.

La sua ragazza prima e moglie per la vita dopo, Edith Bratt si trasformerà in Arwen, l'Elfa che visse durante la Terza Era ed è  Edith stessa ad accompagnare Ronald a vedere l’opera I Nibelunghi e a raccontargli l’influsso malefico dell’anello. Durante la battaglia della Somme della Prima Guerra Mondiale, nel pieno degli assalti alla baionetta, fra il fuoco e il fumo, Ronald intravede Mordoc e i soldati con la maschera antigas sembrano tanti Nazgul.

E’ inutile dire che questo accostamento realtà-fantasia realizzato dal regista ha scandalizzato tanti puristi di Tolkien, soprattutto per la libertà che si è preso nel modificare la biografia dello scrittore.

Non è vero che Edith abbia aspettato trepidante Ronald che tornasse dalla guerra, visto che si erano già sposati nel 2013; non è vero che Ronald si sia buttato fra il fuoco e le fiamme della battaglia della Somme, visto che svolgeva l’incarico di ufficiale addetto alle comunicazioni, non andò mai a combattere al fronte e fu presto dismesso per un’infezione da pidocchi. Manca inoltre il Tolkien più impegnato, in particolare contro ogni forma di totalitarismo del suo tempo e la sua fede religiosa.

Tutto questo è vero ma è indubbio che il film ha successo nel ricostruire lo spirito che animò il gruppo degli amici dell’università, tutti impegnati in diverse forme artistiche (pittura, musica, scrittura) per riuscire a mettere in atto una rivoluzione culturale per il  loro tempo.

L’amore puro fra Ronald e Edith, l’impegno fra gli amici della compagnia ad aiutarsi a vicenda e la speranza che il bene possa vincere sul male sono i valori che il film riesce a ben rappresentare.

Se poi sia possibile fare qualcosa di meglio nel cercare di estrarre, dalla biografia di Tolkien spunti per le costruzioni di fantasia che sono presenti nei suoi romanzi è difficile dirlo: in fondo la sua fu una monotona vita da accademico che sicuramente lavorò molto di fantasia e se non partecipò concretamente a nessuna battaglia, gli sarà stato sufficiente comprendere l’orrore della guerra dal racconto di tanti altri soldati.

Ben tratteggiata è invece la sua passione per le lingue e per i miti nordici, dote che scoprirà durante la sua vita passata a Oxford, dove ebbe la fortuna di incontrare ottimi professori.

L’ambientazione d’epoca, i costumi, sono molto curati; forse ci si sarebbe aspettato qualcosa di più dall’interpretazione dii Nicholas Hoult nella parte di Ronald, resta bloccato per quasi due ore nella stessa espressione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

GOOD WITCH (stagione uno)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/23/2019 - 17:55
 
Titolo Originale: Good Witch
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2019
Sceneggiatura: Craig Pryce, Sue Tenney
Produzione: Whizbang Films
Durata: 4 stagioni su Netflix
Interpreti: Catherine Bell, James Denton, Bailee Madison, DAn Jeannotte, Martha Tinsdale

Cassie Nightingale vive nella cittadina di Middleton assieme alla figlia sedicenne Grace. Lei è vedova di Jake, il coraggioso capitano della polizia della città morto, in un combattimento a fuoco e spesso riceve la visita dei suoi figliastri (anche Jake era un vedovo): Brandon, che aspira a fare il poliziotto seguendo le orme del padre e Lori, di mestiere giornalista. Cassie cerca di sbarcare il lunario gestendo un bed &breakfast nella sua casa e un negozio di candele e oggetti di regalo in città. La sua vita scorre serena, stimata da tutti perché sa sempre dire la giusta parola di conforto a chi glielo chiede e sa preparare infusi di erbe nei cui benefici lei crede molto. Una sera scopre che ha un nuovo vicino: si tratta di Sam, di professione dottore e di suo figlio Nick. Sam ha lasciato New York perché ha divorziato e desidera iniziare una nuova vita con il figlio..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben delineati gli affetti e la solidarietà all’interno dei nuclei familiari. Il perdono come valore fondante per ogni situazione di contrasto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tutti i personaggi risultano simpatici e non esiste il classico “cattivo” Lo sviluppo del racconto è alquanto lento e rinchiuso in un format ben definito
Testo Breve:

La vedova Carrie deve badare a una figlia e a due figliastri ma ha sempre tempo per aiutare gli altri. Un serial particolarmente edificante ad uso famiglia

La buona strega è uno di quei serial televisivi che hanno tutta l’intenzione di raggiungere l’immortalità.

Il canale Hallmark ha prima trasmesso 7 film televisivi (Cassie arriva a Middleton, si costituisce una famiglia sposando il poliziotto Jake Russell ma alla fine lui muore), poi ha iniziato una serie sempre incentrata sulla stessa protagonista per quattro stagioni (disponibili in Italia su Netflix) ed è stata già annunciata la quinta stagione per il 2019.  Si tratta di una fedeltà da parte del pubblico che quasi avvicina questa serie al nostro Un posto al sole (23 anni). L’accostamento non è causale perché quando Mike Hale, il giornalista del NY Times ha confessato tutto il suo sconcerto per il successo (numero due negli ascolti dei canali privati per molto tempo) di questa serie che non ha mai vinto né è stata candidata ad alcun Emmy o altro premio televisivo, ha fatto un’indagine che l’ha portato a concludere (e quindi a tranquillizzarsi) che il serial è visto soprattutto da un pubblico di età medio-alta, insomma è roba per nonni. Ci sarebbe molto da dire su una conclusione così semplicistica intorno a un successo così consolidato ed è quindi opportuno fare una radiografia della fiction, per cercare di scoprirne la magia.

Iniziamo dalla protagonista. Cassie non è certo Kim Novak in La strega in paradiso (anche se Bell, Book and Candle, il titolo originale del film del 1958, è il nome che Cassie ha dato al suo negozio): la sua non è vera magia né gli intrugli di erbe che prepara hanno poteri misteriosi ma sa cogliere le situazioni, gli umori degli altri e sa dire sempre la parola giusta al momento giusto. In fondo non è lei la protagonista. Cassie funge da perno intorno al quale ruotano parenti e conoscenti (ogni puntata introduce un nuovo personaggio) e lei è sempre generosa in sorrisi e consigli ma è come se fosse super partes. “Tu metti un po’ di soggezione, sei così perfetta” le dice Sam in un momento di verità fra i due. In effetti è un po’ il rovescio della medaglia, che si manifesta nella realtà come in questa finzione, per le persone che sanno essere sempre disponibili per tutti: gli altri immaginano che abbiano una vita monotona e grigia, mentre loro comprendono gli altri proprio perché sono loro ad aver affrontato per primi difficili situazioni ed ora sono in grado di aiutare gli altri.

Le storie si sviluppano nel contesto chiuso di una cittadina dove tutti si conoscono. “A Middleton tutti gli affari sono personali” commenta Cassie rivolta alla signora sindaco, che voleva avviare alcuni affari spregiudicati in città. Non c’è l’anonimato delle grandi città come New York (citata più volte come il luogo “diverso”) né si sviluppano situazioni scandalose come in Gossip Girl. Ci sono persone che sbagliano ma prima o poi, grazie ai consigli di Cassie, sono loro stesse ad accorgersi di aver commesso un errore e spesso sentiamo la parola “scusa”. Cassie non forza mai le situazioni ma lascia che ogni persona scopra da sola la propria strada. Si tratta di un’etica facile in un mondo poco realistico, quasi di favola? Può darsi ma è molto bella, anche nei casi più difficili, la speranza che ripone sempre Cassie in quella persona, anche quando tutti gli altri hanno perso la pazienza. Bisogna riconoscere che in queste situazioni il serial mostra il valore universale del “nulla è perduto” e che qualsiasi persona può trovare in se’ la forza per rialzarsi.

“Con l’età arriva la saggezza”; “abbiamo il pieno controllo solo su ciò che facciamo noi”; “di fronte alla realtà fingiamo di non vedere”; “uno sbaglio è come una buca sulla strada”; “le epifanie sono regali dall’universo”. Cassie “spara” ad ogni puntata un numero incredibile di pillole di filosofia.

Si può dire che Good Whitch sia un christian film?   Non si parla di fede cristiana in nessuna puntata ma i valori umani che vengono evidenziati sono notevoli. Viene chiarita molto bene l’importanza del perdono: continuare a odiare è solo sofferenza mentre il perdono comporta il recupero della pace e della serenità. Evidenti i valori familiari: i fratelli si aiutano a vicenda nelle loro aspirazioni, la porta di casa resta aperta incondizionatamente, anche nei confronti di chi ha sbagliato, le poltrone del salotto sono sempre pronte ad accogliere figlia e mamma, fratello e sorella, per parlare in confidenza e chiedere consiglio. L’educazione dei figli è rigorosa: Cassie non permette che la figlia si vesta in un certo modo, né che vada, sia pur con un adulto, a vedere film che sono vietati.

Sarà probabilmente questo il segreto del successo di questa serie: “la banalità del bene”, nel senso della facilità per raggiungerlo quando lo si coltiva realmente.

Il serial è ben recitato ed è molto semplice da seguire (è stato fatto così perché anche i nonni possano comprendere?) perché non ci sono sequenze complesse e concitate ma tipicamente ci sono due persone che si incontrano e si parlano con calma a cuore aperto; nella sequenza successiva troviamo altre due che iniziano a parlare, e così via

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

NON CI RESTA CHE VINCERE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 09/15/2019 - 15:53
 
Titolo Originale: Campeones
Paese: Spagna, Messico
Anno: 2018
Regia: Javier Fesser
Sceneggiatura: Javier Fesser, David Marqués
Durata: 124
Interpreti: Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Luisa Gavasa

Marco Montes, vice allenatore di una squadra di basket, si fa trascinare dai nervi, prima con il suo “superiore”, poi con alcuni agenti di polizia che lo fermano in stato di ebbrezza. Pur di evitare il carcere, Marco accetta di impegnarsi in un lavoro socialmente utile: dovrà allenare per tre mesi una squadra di basket molto particolare, costituita da disabili mentali. Marco evita di far conoscere la sua condanna agli amici e alla fidanzata Sonia dalla quale si allontana ma l’impresa di allenare questa strana squadra gli appare impossibile: nessuno fa quel che chiede; occorre tanta pazienza e lui non ce l’ha. Ma poi, lo stimolo a gareggiare in un torneo, la mitezza disarmante di quei ragazzi, l’appoggio della fidanzata, lo convincono a continuare a tentare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La trama è prevedibile, senza sorprese, ma il film punta tutto sulla simpatia dei personaggi. Candidato spagnolo come miglior film straniero agli Oscar 2019
Testo Breve:

Un allenatore di basket che alza troppo il gomito viene condannato ad allenare per tre mesi una squadra di ragazzi con disabilità mentale. Il film trasmette, con molte risate, importanti verità sul rispetto e l’attenzione verso persone che sembrano, solo in apparenza, avere più problemi di quanti, in realtà, ne abbiamo anche noi

“Mamma, se continui a tormentarmi così, vado a dormire in albergo” risponde Marco che in quel momento difficile, ha scelto di dormire in casa della madre che però si preoccupa continuamente di controllare se il figlio ha bevuto. “Figliolo, non mi dire queste cose – gli risponde la madre con la mano sul cuore facendo gli occhi dolci- ma poi cambia tono: “lo sai che poi mi illudo” ed esce seccata dalla camera.

Di battute di questo genere è costellato questo film grazie ad attori straordinari come Luisa Gavasa, la madre appunto e lo stesso protagonista, Javier Gutiérrez.

La particolarità di questo film, che ricorda, per analogia di tema, l’ italiano Si può fare, non sta nella storia in se’ (se un allenatore è costretto ad occuparsi, suo malgrado, di una squadra di disabili mentali sappiamo già a priori che ci stiamo avviando verso il lieto fine). Il tema portante non ha molte varianti né ci sono significativi colpi di scena. La storia è tutta interiore: il racconto di una trasformazione progressiva non solo dei diversamente dotati ma di lui, il normodotato che ha anche lui tanti problemi, proprio di tipo psicologico. Marco è irascibile, di fronte alle difficoltà preferisce fuggire, non desidera avere figli perché ciò comporterebbe troppa responsabilità e per di più soffre di claustrofobia e non prende ascensori.  Il regista è stato bravo perché non racconta una favoletta edificante e zuccherosa ma si cala in una realtà concreta. Ecco una donna che allontana il figlio quando incontra questi handicappati, ritenendoli pericolosi; i componenti della squadra di basket non interpretano ruoli da disabili ma 'sono' disabili. Lo stesso regista ha finito per rivedere più volte la sceneggiatura per inserire alcune sequenze, anche divertenti, che si sono sviluppate spontaneamente durante le riprese.

Alla fine la morale del film esce fuori ed è molto chiara: si è trattato di uno scambio di doni fra i ragazzi della squadra e Marco. I ragazzi hanno trovato in lui un padre e una persona che ha saputo valorizzarli, mentre Marco è uscito finalmente dal suo piccolo egoismo per aprirsi a un impegno più generoso nei confronti degli altri, inclusa la sua fidanzata

Il film ha avuto un successo clamoroso in Spagna (tre milioni di biglietti venduti) ed è stato candidato agli Oscar 2019 come miglior film straniero. Si tratta di performance che fanno riflettere. Com’era già accaduto per il film francese Quasi amici, che raccontava divertendo la storia di un tetraplegico,  il grande pubblico non trascura affatto film basati su buoni sentimenti ma li vuole proposti in una confezione serena e allegra, come dev’essere gioioso tutto ciò che prospetta amore alla vita e attenzione verso tutti.

Il film è disponibile su Youtube (a pagamento)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

ATTO DI FEDE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/02/2019 - 10:46
 
Titolo Originale: Breackthrough
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roxann Dawson
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: • 20th Century Fox • Fox 2000 Pictures • Franklin Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Chrissy Metz, Josh Lucas, Topher Grace, Marcel Ruiz

St Louis, Missouri. John ha 14 anni; di origine guatemalteca, è stato adottato da Brian e Joyce, che sono molto affettuosi nei suoi confronti ma lui si mostra scostante: porta ancora la ferita di essere stato abbandonato dalla vera madre. Il 19 gennaio 2015, festa in ricordo di Martin Luther King, John e altri due amici si mettono a giocare sulla superficie ghiacciata del lago Saint Louise nonostante gli ammonimenti alla cautela di un signore che abita lì vicino. Improvvisamente il ghiaccio si rompe e i tre ragazzi cadono nell’acqua gelata. I soccorsi arrivano in poco tempo e riescono a riportare in superficie i due amici di John ma di John non c'è traccia. Grazie alla perseveranza del vigile Tommy Shine , John viene estratto dal lago ma ormai è rimasto sott’acqua per più di quindici minuti e il suo cuore non batte più. Il ragazzo, portato in ospedale, non reagisce ai tentativi di rianimazione. Il dottor Sutterer invita la madre a dare un ultimo saluto al figlio. Joyce gli prende la mano e inizia a pregare con grande fervore. Improvvisamente ode un suono: gli strumenti a cui è collegato il figlio, indicano che il suo cuore ha ripreso a battere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte a un caso disperato, una madre mostra una speranza incrollabile, sorretta dalla fede, mentre intorno a lei tante persone si prodigano altre il dovuto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le sequenze della caduta dei tre ragazzi nel lago ghiacciato potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La regista Roxann Dawson racconta con passione ma anche con grande equilibrio la storia di un presunto miracolo riuscendo a mantenere alto l’interesse per le due ore del film, con qualche scivolata sul patetico
Testo Breve:

Il quattordicenne John resta sott’acqua per 15 minuti in un lago ghiacciato e quando lo portano all’ospedale il cuore non batte più. Intorno a questa storia vera, una madre, sorretta da una forte fede,  spera oltre ogni speranza e  si costruisce intorno al ragazzo una catena di solidarietà che fa da corona a ciò che è stato qualificato come miracolo.

Anche questo christian film, basato su fatti realmente accaduti, ci parla di un miracolo. Ci si potrebbe domandare perché questo tipo di produzione cinematografica cerchi spesso di convincere della bontà del messaggio cristiano puntando sulla presentazione di eventi straordinari (Miracoli dal cielo, Il paradiso per davvero, In America...) o ipotizzando che Dio stesso ci parli di nuovo (An interview with God) invece di parlare della semplice, efficace potenza della Parola del Vangelo ma questa discussione ci porterebbe troppo lontano. Comunque sia, questo film ha un vantaggio, sulla media dei prodotti dello stesso filone: non ha bisogno di un“miracolo” perché si possa dire che è ben fatto perché, questa volta, lo è realmente. I personaggi principali sono ben tratteggiati, il racconto mantiene alta la tensione, evitando di calcare i toni nelle sequenze più commoventi, un rischio sempre dietro l’angolo, visto che stiamo parlando di un ragazzo in stato di coma. Il racconto si sviluppa in quattro capitoli chiaramente distinti: nel primo conosciamo la vita quotidiana dei nostri protagonisti, i tentativi non riusciti di Joyce di vedere ricambiato il suo affetto nei confronti del figlio adottivo, i battibecchi fra Joyce, animatrice di una comunità femminile cristiana e il suo parroco, che cerca di avere successo sopratutto presso i giovani, attirandoli con incontri musicali. Segue la descrizione dettagliata e carica di tensione del giorno dell’incidente, la lotta dei tre ragazzi per uscire dalle acque gelide del lago. Segue la terza parte, che occupa più della metà del film, dove si svolge la lotta di Joyce per mantenere alta la speranza di vedere il suo John riprendere vita fra lo scetticismo dei più (ma anche fra la solidarietà di coloro che  pregano per lui). Infine, quando ci si trova di fronte a una guarigione inspiegabile, assistiamo alle reazioni contrastanti di  chi crede nei miracoli e chi no.

 E’ inutile sottolineare l’abbondanza di recensioni critiche, di cui è stato oggetto questo film: molti recensori americani si sono infastiditi perché hanno interpretato il racconto come una pressione indebita a credere in Dio di fronte all’evidenza di un miracolo. In realtà la regista Roxanne Dawson  ha realizzato un racconto molto equilibrato. Il film, con molto realismo, mostra personaggi che credono ma anche tanti che non lo fanno. Significativo è il colloquio fra John, ormai tornato guarito a scuola, con la sua insegnante: lei gli rivela che suo marito è morto in un incidente pochi anni prima e gli domanda come mai un intervento divino sarebbe avvenuto solo per lui e non per suo marito. La risposta è, innevitabilmente, un “ non lo so. Gli stessi compagni di scuola lo deridono al suo ritorno, domandandogli quando anche lui inizierà a camminare sulle acque come Gesù.
Da altri critici il film è stato visto come una contrapposizione polemica fra chi crede solo nei risultati della scienza e chi accoglie la vita con una visione soprannaturale. Anche questa conclusione appare affrettata. I medici che hanno avuto John come paziente hanno obiettivamente riconosciuto che la scienza non era in grado, in quel momento, di dare una risposta alla guarigione di John. Proprio per chi crede nella scienza e nel suo continuo progresso, si tratta di una conclusione accettabile perché ciò che è inspiegabile adesso potrà esserlo in futuro. Ad ogni modo è vero che il dottor Sutterer, nella finzione come nella realtà, si è realmente espresso in termini di miracolo parlando con Joyce, colpito dalla completa ripresa del ragazzo. Corrisponde ugualmente al vero il fatto che il dottore, convinto che John non avrebbe passato la notte,  abbia invitato Joyce a dargli un ultimo saluto e che lei, mentre pregava al suo capezzale, si sia accorta che il suo cuore aveva ripreso a battere.

Noi italiani conosciamo bene la storia di Michi, il ragazzo quattordicenne che ad aprile di un anno fa si era tuffato nel naviglio grande a Castelletto di Cuggiono  e, con una gamba impigliata, era rimasto sott’acqua per ben 42 minuti (contro i 15 di John) e poi riportato in vita dall’equipe del San Raffaele grazie all’utilizzo di una nuovissima apparecchitura, l’Ecmo, che si sostituisce al cuore e ai polmoni  attivando una circolazione extracorporea (ma Michi ha perso una gamba) .

Può darsi che ancora una volta abbiano giocato la giovane età e l’ipotermia grazie alla quale sono stati protetti gli organi vitali ma questo è un tema da specialisti. La discussione fra miracolo si e miracolo no rischia di diventare interminabile: è importante prima di tutto lasciare libere le coscienze di credere o non credere. In realtà il film pone in evidenza un altro tipo di miracolo, molto concreto e tangibile.  
Le cure, le attenzioni così speciali di cui John ha beneficiato, sono state merito prima di tutto della speranza incrollabile, alimentata dalla fede,  della madre, ma anche della solerzia del vigile Tommy Shine che ha continuato a cercare nell’oscurità del lago anche se gli era stato ordinato di desistere;  dell’impegno dei dottori e delle infermiere che in barba a qualsiasi protocollo medico,  hanno prolungato le cure oltre ogni logica professionale, del parroco che ha passato anche lui notti insonni al suo capezzale, perché si è sentito pastore di quella sua pecora in difficoltà; di tutti i compagni di scuola e amici che hanno pregato per lui. Si è trattato quindi di un magnifico impegno  collettivo e se di miracolo si è trattato, questo è stato il suggello soprannaturale voluto dal Padre nei confronti della dedizione amorosa mostrata dai suoi figli.

Questo bel racconto di amore che spera oltre ogni speranza, contrasta tristemente con un altro evento, avvenuto in Inghilterra: quello che ha segnato il destino del piccolo Charlie. Ai suoi genitori che speravano di poter far sottoporre il loro bambino a dei trattamenti  in fase ancora sperimentale  avviati negli Stati Uniti e avevano anche raccolto, con una generosa colletta, i soldi necessari per il viaggio, il tribunale inglese ha prima tolto loro la patria potestà e poi ha autorizzato l’ospedale a lasciar morire il bambino. Un triste caso di una scienza che ha cessato di aprirsi alla ricerca e di una giustizia trasformata in burocrazia.

l film è attualmente disponibile in DVD in versione inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |