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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

TUTTO IL GIORNO DAVANTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/15/2020 - 17:32
 
Titolo Originale: Tutto il giorno davanti
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Luciano Manuzzi
Sceneggiatura: Luciano Manuzzi, Federica Pontremoli
Produzione: Rai Fiction, Bibi Filmtv
Durata: 11o su RaiReplay
Interpreti: Isabella Ragonese, Sara D’Amario, Paolo Briguglia, Selene Caramazza, Enrico Gippetto

Palermo, 2014. Adele, divorziata con due figli da accudire, una di 12 e l’altro di 18, è assessore alle Politiche Sociali di Palermo. Sono frequenti gli arrivi di navi cariche di profughi e Adele si preoccupa soprattutto dei minori non accompagnati, diventandone la tutrice legale. Arriva un giorno importante: è prevista la firma, in comune, del protocollo per l’istituzione di tutori volontari per minori stranieri. Ma la giornata è già carica di impegni: bisogna organizzare la festa di compleanno della figlia, un centro di raccolta è stato chiuso e occorre trovare una nuova residenza per quei ragazzi che si erano ormai abituati a vivere a Palermo..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna riesce a convincere il contesto civile e politico in cui vive sull’importanza e la bellezza del riuscire a prendersi cura di quei ragazzi che sono dovuti fuggire dai loro paesi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto di un nobile impegno di dedizione verso ragazzi immigrati viene portato avanti attraverso un sovraccarico di eventi che mortificano una riflessione più profonda
Testo Breve:

La storia vera di una donna che si è battuta per dare dignitosa accoglienza ai minorenni non accompagnati immigrati in Italia. Una bella storia che poteva essere raccontata meglio.

“La grande madre non sono io; la grande madre è Palermo e tutte le persone che sanno che le differenze culturali non sono un pericolo ma una risorsa; tutti quelli che sanno che nessuno decide dove nascere; tutti quelli che accolgono migranti come figli. E certo, i figli hanno bisogno di noi e noi ci siamo. Dobbiamo esserci”. E’ questo il messaggio programmatico che Adele lancia alla fine del film, rivolto agli spettatori e che sintetizza il suo impegno a favore dei minori che sono arrivati a Palermo dall’Africa. Il film ricostruisce in modo romanzato le attività di Agnese Ciulla, che è stata assessore alla Cittadinanza sociale del comune di Palermo dal 2012 al 2017 nella giunta di Leoluca Orlando. Isabella Aragonese, che interpreta Agnese, rende bene la sua energia incrollabile che cerca continuamente di portare avanti le sue idee in un contesto molto complesso e spesso ostile. Ma la frase che lei pronuncia alla fine del film (sintesi di quanto ha detto, in vari contesti la vera Agnese) appare profondamente vera: a lei va il merito di essersi impegnata in prima persona in quest’opera che  ha sentito profondamente come giusta  ma al contempo ha trovato un contesto favorevole dove le sue idee hanno germogliato, grazie alla collaborazione del sindaco, del  giudice tutelare, della procura, del garante per l’infanzia ma soprattutto della città di Palermo, che ha mostrato il suo grande cuore e ha risposto generosamente al suo appello, riuscendo a trovare un  tutore per ognuno di quei ragazzi. Come coronamento di questo impegno, nell’aprile 2017 è stata approvata la legge 47, che sancisce il rispetto dei diritti dei minori stranieri non accompagnati al pari di quelli dei minori di cittadinanza italiana e dell’Unione Europea.

Sicuramente una storia interessante che valeva la pena di raccontare (è già uscito il libro, “La grande madre”, edito da Sperling & Kupfer e scritto da Agnese con la giornalista palermitana Alessandra Turrisi) ma la soluzione narrativa che è stata adottata per il film lascia perplessi. Si è deciso di raccontare una unica giornata palermitana di Agnese, una giornata dove gli autori hanno cercato di raccontarci tutto del contesto e delle iniziative dell’assessore, attraverso una serie incalzante di eventi e di problemi nuovi che continuamente accadono, mentre Agnese corre in giro trafelata per porre ovunque dei rattoppi e arrivando sempre in ritardo. Si inizia con Agnese che ha problemi come madre perché il suo lavoro le fa trascurare i figli; subito dopo deve accorrere nel centro di accoglienza dove stanno sgomberando dei minori ma intanto occorre organizzare la cerimonia che avverrà nel pomeriggio nelle sale del comune per la firma del protocollo. Intanto una ragazza di colore cerca di buttarsi dalla finestra perché è stata raggiunta in Italia dal marito violento e Agnese, arrivata al porto, deve tuffarsi in acqua per salvare un bambino che è caduto. Si tratta di una soluzione troppo apertamente didascalica che cerca di incrociare problemi privati e sociali e disegna il ritratto di un’Africa primitiva e violenta che consenta di giustificare gli arrivi di tanti immigrati. Era giusto celebrare una figura così ricca di materna umanità ma era opportuno presentare questo valore con l’evidenza della sua stessa forza, senza che fosse necessario per lei buttarsi nelle acque luride del porto o subire le incomprensioni (che risultano artificialmente costruite)  della figlia piccola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PAOLO, APOSTOLO DI CRISTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/26/2020 - 12:04
 
Titolo Originale: Paul, Apostle of Christ
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Terence Berden Andrew Hyatt
Produzione: Affirm Films ODB Films
Durata: 108
Interpreti: James Faulkner, Jim Caviezel, Olivier Martinez, John Lynch,Joanne Whalley

Dopo l’incendio di Roma del 64, iniziano violente  persecuzioni contro i cristiani, ritenuti da Nerone responsabili dell’incendio.  Paolo viene arrestato. Il resto della comunità cristiana, guidata da Aquila e Priscilla, è riuscita a trovare un rifugio sicuro ma è indecisa se restare o lasciare Roma.  Luca arriva a Roma e riesce a incontrare Paolo:  la testimonianza dell’apostolo è indispensabile perché possa riuscire a  completare  Gli Atti degli apostoli, il racconto delle vicende dei primi cristiani dopo la morte di Gesù. Il capo delle guardie, il prefetto Mauritius sa, che il prigioniero Paolo è solo un capro espiatorio scelto da Nerone ma è ligio al dovere e tratta Paolo con la dovuta durezza. Ma Mauritius ha una pena nel cuore: sua figlia sta morendo e anche se Luca, su segnalazione di Paolo, si è offerto di aiutarlo, non vuole tradire gli dei di Roma...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci mostra la forte fede di Paolo, Luca e dei primi cristiani, sereni di fronte al martirio ma anche come, fin dai primi tempi, si formavano dei gruppi dissidenti, pronti a imbracciare le armi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente di pestaggi sanguinosi e torture nei confronti dei cristiani
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt conferma il suo stile di un racconto intimista e claustrofobico che pone in rilievo i momenti di riflessione del grande apostolo ma la sceneggiatura soffre di alcune incoerenze
Testo Breve:

Paolo al carcere Mamertino , riceve le visite di Luca che sta scrivendo gli Atti degli Apostoli. Le riflessioni di Paolo prima della morte, in un film intimista non per tutti i palati

Paolo e Luca condividono la stessa cella. E’ il momento dei ricordi, di quando Luca aveva raggiunto Paolo a Roma quando si trovava agli arresti domiciliari. “La tua fermezza mi ha dato la forza di continuare in molte di quelle notti fredde e tristi” , commenta Paolo ma ricorda anche le terribili canzoni che cantava Luca prima di addormetarsi e di Pietro che russava. Paolo insiste: “Ringrazio Dio per averti messo nella mia vita: non so cosa avrei fatto  senza di te” e Luca ironico, rinfacciandogli le sue doti di dottore: “saresti morto di malaria e di emorragia”. Questo colloquio confidenziale e molto umano, rivela alcune scelte fatte dall’autore nel ricostruire gli ultimi anni dell’apostolo: Luca risulta una figura importante, almeno tanto quanto Paolo; mentre Paolo invece  è visto, nella sua vecchiaia, come una persona umile, saggia e profonda  ma ormai priva del carisma della guida. Se abbiamo conosciuto  Paolo, attraverso le sue lettere, per la sua fede incrollabile nel mandato ricevuto, qui appare molto più riflessivo e quando la comunità cristiana di Roma  gli chiede consiglio per decidere  se restare o lasciare la città, lui non ha altro da rispondere che: ”agite secondo coscienza”.

Le riflessioni che esprime in colloquio con  Luca o davanti agli aguzzini che lo interrogano, sono spesso frasi ricavati dalle sue lettere. E’ presente il famoso inno alla caritàdella Prima lettera ai Corinzi, usata molto spesso nella liturgia dei matrimoni,  mentre dalla seconda lettera a Timoteo vengono ripresi molti brani, incluso quella che prospetta la conclusione della propria vita terrena: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ogni racconto filmico che si appoggia su fatti realmente accaduti mescola quasi sempre personaggi e situazioni inventate (in questo caso il prefetto Mauritius,  Aquila e Priscilla come capi della comunità cristiana a Roma) con realtà storiche ricavate dai documenti di cui disponiamo ma in questo caso è proprio la miscela che non funziona. Sono presenti alcune disarmonieò illogicità narrative, , come quando un manipolo di cristiani non ortodossi assalta la prigione per liberare Paolo uccidendo due guardie e il prefetto Mauritius,invece di adirarsi per la morte di due suoi uomini, inizia a disquisire con lui su cosa sia la verità. Anche dopo, quando Luca e Paolo sono stati liberati perché Luca è riuscito a guarire la figlia del prefetto e  sono ospiti della sua villa, passeggiano nel giardino discorrendo serenamente sugli Atti degli Apostoli di prossima pubblicazione, trascurando il fatto che se loro sono vivi, tanti loro fratelli sono morti poco prima nell’arena. “Vivere è Cristo, morire è un guadagno”: riflette Paolo “Questa mi piace” ossserva Luca. “Allora scrivila” suggerisce Paolo. E’ come se lo sforzo dell’autore  Andrew Hyatt, che pur aveva dato buona prova di se’ in  Piena di Grazia , sugli ultimi anni di Maria, non abbia avuto come impegno primario quello di farci conoscere lo spirito e l’anima di Paolo ma abbia selezionato un frammento della sua vita, già vecchio e bisognoso dell’aiuto degli altri e abbia pensato di rendercelo più vicino umanizzandolo al massimo, inclusi alcuni dettagli sulla  stesura del libro di Luca.

Il film svolge un lavoro più che dignitoso nel presentarci situazioni verosimili anche se non confermate dai dati a disposizione (la presenza di Aquila e Priscilla a Roma, l’arrivo di Paolo a Roma per la stesura del libro degli Atti, le due prigionie di Paolo) ma ciò che desta maggiore perplessità è l’assenza di Pietro in questo film, mentre avrebbe dovuto condividere la prigionia di Paolo.

Interessante notare che  il film è stato prodotto dalla  Affirm Film (Fireproof, Courageous,War Room, Risorto) e questo lavoro si può a tutti gli effetti inquadrare come Christian Film, attualmente disponibile sulla piattaforma NETFLIX ma reperibile anche nella versione DVD.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRESHMAN YEAR

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/12/2020 - 21:27
 
Titolo Originale: The Freshman Year
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jude Okwudiafor Johnson
Sceneggiatura: Jude Okwudiafor Johnson, Toby Osborne
Produzione: Anchor Media Studios, Jude Johnson Productions
Durata: 105
Interpreti: Diallo Thompson, Natalia Dominguez, Benjamin Onyango, Gregory Alan Williams

CJ è un bravo ragazzo afroamericano che ha terminato l’high school con pieni voti, nutre una grande ammirazione per suo padre, un pastore protestante e ha sempre condotto una vita semplice e morigerata, alimentato dalla lettura della Bibbia. Al suo primo anno di università conosce Marcella, di origini ispaniche, la prima della sua semplice famiglia che riesce ad andare al college. Fra di loro si stabilisce una forte intesa e durante i festeggiamenti per la vincita della squadra di basket per la quale gioca, CJ finisce per bene alcolici per la prima volta nella vita e un po’ alticcio, viene aiutato da Marcella. Qualche tempo dopo, Marcella scopre di esser rimasta incinta. Suo fratello maggiore è molto contrariato (il padre è morto da tempo) perché tutti gli sforzi della famiglia per farla studiare rischiano di sfumare e propone l’aborto. Anche la famiglia di DJ resta turbata: che si dirà di un pastore che non riesce a dare la giusta educazione a suo figlio?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Può una vita condotta irreprensibilmente con la preghiera e la lettura della Bibbia consentire di affrontare situazioni difficili? La risposta è si ma solo se abbinata a un sincero senso di umiltà, ponendosi sempre al servizio degli altri
Pubblico 
Adolescenti
Per le tematiche trattate
Giudizio Artistico 
 
Il film sembra muoversi inizialmente in modo eccessivamente scolastico ma poi è la forza stessa degli eventi, improntati a elevato realismo, che porta avanti la storia, nonostante recitazioni non eccezionali
Testo Breve:

Il figlio di un pastore, educato troppo nella bambagia, finisce per comportarsi irresponsabilmente al primo anno di università. Un buon esempio di come la fede sia un sostegno indispensabile per affrontare  situazioni difficili, privilegiando la solidarietà

Il pastore e sua moglie si ritrovano da soli, in camera da letto, dopo che il figlio ha rivelato loro la sconvolgente novità.  “Quello che è fatto, è fatto, certe cose capitano”: afferma la madre, per fermare le lamentele del marito che continua a rimuginare su ciò che è accaduto. Marito e moglie si trovano di fronte a un serio pericolo  nei confronti del quale si sentono impotenti: l’ipotesi che Marcella con i suoi familiari voglia ricorrere all’aborto. Anche il proporre ai ragazzi di sposarsi non è una buona soluzione: il matrimonio è amore “finchè morte non ci separi”, non deve essere una costrizione. La conclusione dei coniugi è una: ormai DJ si deve considerare grande e responsabile della propria vita e loro dovranno dargli il massimo supporto possibile,  morale e materiale per aiutarlo nel processo decisionale. Si tratta del colloquio decisivo di tutto il film. Il pastore e sua moglie da quel momento metteranno da parte ogni recriminazione sul passato e aiuteranno Dj e Marcella a trovare tutta la serenità necessaria per reimpostare la propria vita in modo coerente con l’attesa di un figlio. Alla fine DJ, se è stato impulsivo una volta, riuscirà a mettere a frutto la sua fede in un Dio che non abbandona nessuno e anche Marcella, educata alla fede cattolica, recupererà il vivo senso dell’amore per la vita che nasce.

In base alle scritte poste alla fine del film, il racconto fa riferimento a fatti realmente accaduti e in effetti è caratterizzato da elevato realismo. La storia è in fondo una lezione di sano prammatismo a cui ogni buona intenzione o principio assoluto si deve piegare per dare comunque e sempre la priorità ai valori che scaturiscono dall’affetto familiare e dalla solidarietà. Il pastore viveva di una vita alimentata da meditazioni ispirate dalla Bibbia ma dopo la bruciante delusione di un figlio che perde il controllo appena uscito dalla casa paterna, un ambiente forse troppo protettivo, sa come comportarsi: impegnandosi a ricostruire la compattezza della famiglia per affrontare nel modo migliore possibile la nuova situazione. Senza che nessuno resti isolato ma anzi, in modo che i due giovani ritrovino le loro energie spirituali necessarie per gestire al meglio le trasformazioni che subiranno le loro vite.

Questo christian film è disponibile in streaming sul sito www.christiancinema.com  in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIRITTO DI OPPORSI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/04/2020 - 20:19
 
Titolo Originale: Just Mercy
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Destin Daniel Cretton
Sceneggiatura: Destin Daniel Cretton, Andrew Lanham
Produzione: Endeavour Content, One Community, Participant Media, Macro Media, Gil Netter Productions, Outlier Society
Durata: 136
Interpreti: Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Blake Nelson

Alabama, anni ’90. Bryan Stevenson è un giovane avvocato afroamericano laureato ad Harward che si assume l’onere di riaprire pro bono il caso di un’altro afroamericano, Walter McMillian, accusato ingiustamente di aver ucciso una ragazza bianca e condannato alla sedia elettrica. Le sue indagini sono ostacolate in tutti i modi, perché è un avvocato di colore ma anche perché, nel ricostruire i fatti accaduti, Bryan sta scoprendo gravi responsabilità da parte della polizia locale...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film evidenzia il valore della giustizia e dell’onestà e sottolinea come nessuno può essere condannato per sempre
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sulla esecuzione di un condannato alla sedia elettrica possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima prestazione di Jamie Foxx; la regia ci guida magistralmente verso scene di grande impatto emotivo ma il resto dello sviluppo è per lo più calmo e meditativo
Testo Breve:

Un giovane avvocato di colore decide di occuparsi del caso di un condannato a morte. Un lungo cammino per superare pregiudizi, soprusi, umiliazioni. Una appassionante storia vera

Nel braccio della morte, nel carcere di Montgomery in Alabama, ci sono tre condannati in celle contigue. Forse non si sono mai visti ma sono abituati a chiacchierare ad alta voce fra di loro, confidando momenti di tristezza ma anche di allegria. Per uno di loro, Herbert Richardson, è arrivato il giorno dell’esecuzione. Il condannato si dispera, si pente di aver messo in un ufficio una bomba che ha ucciso una donna (vetrerano della guerra del Vietnam, era tornato a casa fortemente esaurito) ma non si rassegna a  morire. Walter, suo vicino di cella, lo invita a respirare profondamente e a immaginare di trovarsi libero fra gli alberi di una foresta. Le guardie prelevano il condannato, lo imprigionano alla sedia, per quella terribile tortura che è morire bruciati vivi. Tutti i carcerati della prigione sbattono rumorosamente le loro  scodelle contro le sbarre della cella, in segno di solidarietà. Ma il poliziotto abbassa la leva che attiva la corrente. Il diritto di opporsi è un legal thriller e come tale ci fa entrare in molti dettagli  che riguardano le indagini condotte dall’avvocato Bryan e ci fa partecipare alle sedute dei processi che furono istituiti per cercare di scagionare Walter da una colpa mai commessa ma il cuore pulsante del film sta proprio nel dettaglio con cui riesce a raccontarci la vita in cella di chi è stato condannato a morte da un tribunale bianco, che oscilla fra  una rassegnata sfiducia e la  scintilla di una debole speranza, non avendo nient’altro che la solidarietà con gli  altri condannati.

I fatti narrati sono realmente accaduti. Il film è stato ricavato dal libro: Just Mercy. A story of Justice And Redemption dell’avvocato Bryan Stevenson , fondatore dell’organizzazione Equal Justice Initiative, per l’assistenza ai condannati a morte. Il film ci mostra come, ancora negli anni ’90, proprio nella città di Monroeville,  Alabama, il luogo in cui Harper Lee ha ambientato  Il buio oltre la siepe, i pregiudizi razziali non  erano affatto spenti. L’uccisione di una ragazza di 18 anni, nel 1987, aveva portato la polizia locale, per calmare l’opinione pubblica, a imbastire frettolosamente un capo di accusa nei confronti dell’afro-americano Walter, malvisto perchè viveva di un lavoro autonomo e aveva osato avere una relazione con una donna bianca. Lo stesso avvocato Bryan, forse uno dei primi avvocati di colore a operare in Alabama, nel portare  avanti  le sue indagini, viene sottoposto dalla polizia locale a continue intimidazioni e umiliazioni.

Il film ha un andamento che potremmo definire “riflessivo”: a momenti di azione si alternano altri dove i protagonisti meditano  sull’accaduto. Lo sviluppo è obiettivamente lungo (136 minuti) ma i fatti narrati sono realmente accaduti e anche noi finiamo per partecipare alla complessità di un iter giudiziario che passa attraverso vari gradi di giudizio. Jamie Foxx, nella parte del condannato Walter, esprime in modo eccelso i suoi passaggi dalla disillusione più cupa alla fioca speranza di un futuro risolto, mentre Michael B. Jordan, nella parte dell’avvocato Bryan, che abbiamo conosciuto come il risoluto Black Panter appare un po’ ingessato e tranquillo ma in realtà interpreta un personaggio che ha scelto la correttezza dei modi e la gentilezza interpersonale come strumento per combattere la sua battaglia sui pregiudizi. Alcuni critici hanno accusato il film di essersi posto solo dalla parte dei “buoni”, senza sviluppare la psicologia dei “cattivi”. Ciò è in parte vero ma il film è proprio verso i “cattivi” che mostra la maggiore efficacia. Di fronte al carcerato e falso testimone Myers  e di fronte al procuratore generale, suo avversario, Bryan, con molta calma, ricorda che il valore della giustizia ci sovrasta; all’uno con la possibiltà di riscattarsi dopo una vita sbagliata, all’altro con la necessità di uscire dal guscio protettivo della propria dignità. Non ci sono più cattivi ma persone che possono sbagliare e sempre riscattarsi. Just Mercy, appunto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DON MATTEO 12

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/26/2020 - 09:49
 
Titolo Originale: Don Matteo 12
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Raffaele Androsiglio (Ep. 1-5) and Cosimo Alemà (Ep. 6-10)
Sceneggiatura: Umberto Gnoli, Mario Ruggeri
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema
Durata: 10 puntate di 120' su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Terence Hill, Nino Frassica, Maria Chiara Giannetta, Maurizio Lastrico, Nathalie Guetta, Pamela Villoresi, Maria Sole Pollio

A Spoleto ritroviamo i nostri amici: Don Matteo, che ospita in canonica la perpetua Natalina e il sacrestano Pippo ma anche la giovane orfana Sofia. Anche presso gli uffici dei carabinieri non ci sono grosse novità: ritroviamo Il Capitano Anna Olivieri, il maresciallo Nino Cecchini e il Pubblico Ministero Marco Nardi. Nella prima puntata è presente anche lo youtuber Fabio Rovazzi. Il tempo di ogni episodio è stato raddoppiato (due ore) e c’è sempre qualche indagine da compiere dopo che qualcuno è stato gravemente ferito.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I valori familiari, l’amore per sempre vengono tenuti al primo posto e il perdono, il recupero delle persone più difficili o fragili viene sempre compiuto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Terence Hill e Nino Frassica tengono sempre banco ma anche gli altri protagonisti sanno star loro alla pari. La sceneggiatura riesce ad essere avvincente e divertente anche se dopo il raddoppio della durata degli episodi, si crea un sovraccarico di sotto-trame
Testo Breve:

I carabinieri  indagano su un crimine compiuto ma non bisogna preoccuparsi perché sarà don Matteo a risolverlo impiegando un metodo di indagine infallibile: guardare dentro i cuori

Prolungare la serie Don Matteo comporta spargere sangue umano. E’ proprio così, perché per innescare nuove storie amorose questa volta è toccato alla moglie del maresciallo Cecchini morire, così come in un paio di stagioni precedenti era già morta Patrizia, la figlia del maresciallo che si era sposata con il capitano Tommasi perché era stato giudicato opportuno che Tommasi iniziasse una nuova relazione.

Scherzi a parte, il 31,6% di share alla prima puntata e la stabilità dell’indice di ascolto anche nelle successive (26,75% nella terza puntata) conferma il successo ininterrotto di questa serie. Qual è il segreto dell’eternità? Sicuramente la simpatia dei due protagonisti, Terence Hill e Nino Frassica, il mescolare risvolti romantici con tono di commedia con l’avanzare delle indagini alla scoperta del vero colpevole del misfatto di turno, il distribuire i personaggi fra le diverse età (i piccoli, i giovani, gli adulti, gli anziani), il trattare a ogni puntata situazioni che rispecchiano temi di attualità ma tutto e tutti si appoggiano all’àncora sicura di don Matteo, che tutto interpreta alla luce del Vangelo, con grande cura proprio verso chi ha sbagliato e deve scontare la sua pena.. Le novità strutturali della dodicesima serie sono soprattutto due: il raddoppio della durata degli episodi che arrivano a circa 120 minuti e il dedicare ogni puntata allo sviluppo di uno dei dieci comandamenti.

La prima novità comporta la moltiplicazione, a volte eccessiva, a giudicare dalle prime puntate, di sotto-trame che si intersecano fra loro: non è più sufficiente lo sviluppo di un’indagine poliziesca ma ne occorrono almeno due. La seconda, molto più interessante, alza il tono, il significato di ciò che viene raccontato, spostando l’attenzione dello spettatore dal puro entertainment al riflettere sugli accadimenti anche prosaici della vita quotidiana, guardandoli alla luce di una visione soprannaturale. Nella primo episodio, intitolato Non avrai altro Dio all’infuori di me, un medico chirurgo si ritiene, con la sue capacità professionali, l’unico responsabile delle sorti di suo figlio, malato di cuore. E si dispera quando sembra non aver avuto successo: “Io debbo fare di più, io debbo salvarlo”.  La risposta di Don Matteo è l’invito alla pace alla serenità del sapere che non siamo Dio ma che c’è un Padre che ci ama e si prenderà sempre cura di noi qualsiasi cosa succeda: “Non è tutto nelle nostre mani.” Lo stesso don Matteo si accorge di aver commesso un errore nel passato e si angustia per questo; sarà Natalina a ricordargli che noi siamo figli, non Padri. .Nel secondo episodio intitolato Non nominare Il nome di Dio invano, il collegamento è più incerto ma di fronte a un ragazzo che se la prende con Dio per la sua sorte infelice, don Matteo lo tranquillizza, dicendo che gli è capitato di incontrare:  “Bestemmiatori che erano innamorati di Dio ma anche tanta gente che prega ma il loro cuore è lontano”. Anche nel terzo episodio “ricordati di santificare le feste”, l’accostamento del riposo di Dio nel settimo giorno della creazione, ai problemi di perdita di memoria del capitano Tommasi ha bisogno di una nostra generosa comprensione.

Bisogna riconoscere, in questo don Matteo 12, così come nelle stagioni precedenti, qualcosa di più profondo, che colpisce lo spettatore, al di là dell’intrattenimento divertente, degli intrighi polizieschi, della bravura dei personaggi. Sappiamo che don Matteo risolve i casi non certo seguendo degli indizi ma indagando nel cuore delle persone, cogliendo ciò che ognuno ama, ciò che desidera e anche le sue pene segrete. Questa capacità di penetrazione nei cuori, questa “marcia in più” di cui dispone è strettamente legata alla sua fede: lui può guardare in profondità proprio perché vede tutto alla luce di una visione trascendente che coglie l’azione provvidenziale divina anche nei casi più disperati.  Quando arriva, sempre verso la fine dell’episodio, il momento di citare il Vangelo, di fare il predicozzo finale, le sue parole non cadono dall’alto ma sono in armoniosa coerenza con lo suo sguardo penetrante con il quale Don Matteo osserva tutto e tutti senza filtri personali.  La sua visione soprannaturale non lo porta ad estraniarsi dalla realtà: al contrario la coglie nella sua vera essenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PICCOLE DONNE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/17/2020 - 15:50
 
Titolo Originale: Little Women
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Greta Gerwig
Sceneggiatura: Greta Gerwig
Produzione: Pascal Pictures
Durata: 135
Interpreti: Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Timothée Chalamet, Laura Dern, Meryl Streep

Mentre il padre è al fronte durante la guerra di secessione americana, quattro giovani sorelle — Meg, Jo, Amy e Beth March —, vivono le loro gioie e i loro dolori, affrontando la crescita, i cambiamenti e persino la malattia, con coraggio e resilienza, fino a diventare delle “piccole” (grandi) donne.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film ci sono esempi positivi di matrimoni riusciti, fondati sull’amore e sul sostegno reciproco ma è anche narrata la legittima aspirazione a realizzare un proprio sogno professionale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Caratterizzato da un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali, il film della Gerwig ha il merito di distinguersi dalle precedenti versioni, per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate
Testo Breve:

Questo ulteriore adattamento di uno dei classici per l’infanzia più amati di sempre, ha il merito di distinguersi per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate. Un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali

Si è molto parlato di questo film, ulteriore adattamento di uno dei classici per l’infanzia più amati di sempre: Piccole donne, di Louisa May Alcott. Caratterizzato da un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali, il film della Gerwig ha il merito di distinguersi dalle precedenti versioni, per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate. In particolare, gli adattamenti avevano finora dato largo spazio all’infanzia delle sorelle, per poi affrettare la parte in cui diventano adulte. In questo film invece, si parte quasi dalla fine, per ripercorrere, in un’alternanza di presente (toni più freddi) e flashback (toni più caldi) come “le piccole donne crescono”. Questo dà modo alla regista/sceneggiatrice di sviluppare più a fondo alcune dinamiche, per esempio l’innamoramento tra il giovane Laurie e Amy, la solitudine di Jo e i problemi economici di Meg e del marito. Di fronte a un classico così amato e conosciuto, la sfida era proprio quella di raccontare non solo qualcosa che parlasse ancor di più alla contemporaneità, ma soprattutto che fosse “nuovo”, inesplorato. Certo, i puristi del libro forse avranno storto il naso di fronte ad alcune licenze artistiche, come per esempio la narrazione frammentaria o la scelta di un giovane attore per il ruolo del professor Bauer, uomo maturo e di esperienza, non certo coetaneo di Jo. Il loro rapporto è quello più sacrificato dal film. Nella versione originale, è proprio il professore, con la sua onestà e schiettezza, a spingere Jo a scrivere qualcosa di più autentico e personale, ciò che diverrà poi il suo primo, vero, autentico romanzo, la storia della sua famiglia appunto, in memoria di Beth. Qui, invece, il ruolo dell’uomo è marginale e l’attrazione tra i due più epidermica.

Al di là di questo, il film ha il grande merito di andare in profondità su molti altri aspetti e di ritrarre i personaggi nelle loro diverse sfumature. Oltre al tema familiare, con la nostalgia per l’infanzia che passa, i rapporti che cambiano, i ruoli che evolvono, sono molto forti il tema della scrittura, come espressione di sé ed elaborazione dell’esperienza di vita, e il tema della donna nella società dell’epoca. Il pensiero comune è quello dell’arcigna zia March, interpretata in modo spassoso da Meryl Streep: una donna deve fare un buon matrimonio, a meno che non sia già ricca. Il suo destino, tanto nella realtà quanto nella finzione letteraria, risiede nel matrimonio, oppure nella morte. Jo (un’espressiva e talentuosa Saoirse Ronan), non si limita invece a pensare se stessa e le eroine delle sue storie all’interno di un matrimonio. Sogna l’indipendenza economica, la realizzazione di un proprio sogno professionale, una definizione di sé non subordinata a un uomo e ai suoi possedimenti. È una scelta coraggiosa e sofferta, che le porta anche molta solitudine. Sta per capitolare perché “vuole essere amata”, ma la mamma le ricorda che “non è la stessa cosa che amare”.

Il film non vuole certo sminuire l’istituzione matrimoniale, anzi. Alla fine, tutte le sorelle (eccetto Beth, appunto, che muore) troveranno il vero amore e i matrimoni rappresentati, primo tra tutti quello dei genitori March, sono esempi positivi, di amore e di sostegno reciproco. Il film vuole invece far riflettere su quanto fosse duro per una donna (e possa ancora esserlo), affermarsi professionalmente e in modo indipendente, alla pari di un uomo. Ciò non sostituisce il desiderio di crearsi una famiglia e di essere mogli e madri. Come dice Meg (una dolce Emma Watson) a Jo, “se i miei desideri sono diversi dai tuoi non significa che siano meno importanti”. Insomma, c’è spazio per molti “destini” e diverse ambizioni: ciò che conta è che non siano imposti o attesi dalla società, ma che siano scelti liberamente e con il cuore.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SOGNO PER PAPA'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/09/2019 - 17:25
 
Titolo Originale: Fourmi
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Julien Rappeneau
Sceneggiatura: Julien Rappeneau
Produzione: M2 Pictures
Durata: 105
Interpreti: François Damiens, Maleaume Paquin, André Dussollie, Ludivine Sagnier,Laetitia Dosch

Il piccolo Theo è figlio di genitori separati. La mamma vive con un altro uomo mentre il padre Laurent, che ha perso il lavoro da ormai due anni a causa del fallimento dell’azienda, è ancora disoccupato, ha un carattere litigioso e alza troppo il gomito. Theo vuole bene a suo padre, è contento quando lui viene a vederlo giocare a calcio (anche se piccolo di statura, Theo è molto bravo) perché è l’unico momento nel quale lo vede sereno e suo tifoso appassionato. Quando sul campo arriva un allenatore dell’Arsenal inglese alla ricerca di nuovi talenti, Laurent non sta più in sé per l’emozione: il colloquio fra l’allenatore e il ragazzo avviene realmente e Theo comunica al papà che è stato selezionato. Per Laurent inizia una nuova vita: smette di bene, inizia a cercare un lavoro e a studiare l’inglese perché vuole ottenere l’autorizzazione, dall’assistente sociale, per esser lui ad accompagnare suo figlio in Inghilterra. Laurent però non sa che il figlio gli ha detto una bugia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico rapporto figlio-padre dove è il figlio che trova il modo di risollevare il padre da una lunga depressione
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un nerd computer-dipendente può disturbare quei ragazzi che hanno un simile comportamento
Giudizio Artistico 
 
La struttura del racconto è volutamente semplice per accontentare un vasto pubblico ma è impreziosita dalla caratterizzazione di molti simpatici personaggi
Testo Breve:

Il piccolo Theo, bravo a giocare a calcio, è desideroso di rendere il padre (disoccupato e ubriacone) orgoglioso di lui per dargli un motivo per tornare a essere se stesso. Un film semplice, per tutti, che esprime importanti valori

Il film, ricavato da una graphic novel di Artur Laperla et Mario Torrecillas, è apparentemente semplice nella struttura perché i parametri in gioco sono pochi (un padre divorziato e alcolizzato, un ragazzo giudizioso, la passione per il calcio) ma in realtà costruito con grande finezza e attenzione ai particolari e i valori posti in gioco sono tanti.

C’è un ragazzo che vuole bene a suo padre nonostante abbia commesso molti errori, si dimentichi spesso di portarlo al campo di calcio perché ubriaco, mentre la madre parla spesso male di lui. Come mai? Perché è suo padre (l’uomo che ora vive con sua madre non ha nessun ascendente sul ragazzo), perché quando lo difende contro l’arbitro che non ha visto un fallo a suo danno, comprende di essere il suo orgoglio, l’unica ragione per la quale c’è per lui un motivo per andare avanti. Per questo Theo osa dire una bugia: è l’unico mezzo per vederlo impegnato in un progetto che forse lo indurrà a smettere di bere. Sarà poi lui a prendersi la responsabilità della bugia ma corre questo rischio per il bene del padre.

Il film si muove lungo questo percorso in modo lineare, sempre con un tono divertente, senza prendere il tema troppo sul serio, ma è negli sviluppi e nei personaggi collaterali che il film mostra la preziosità della sua confezione. Ci sono i due amici di Theo, un ragazzo e una ragazza, che sanno aiutarlo e consigliarlo; in particolare la ragazza ha una profonda intesa con lui, scherzando lo chiama “formica” e non riesce a celare che ne è innamorata; l’assistente sociale, un po’ disordinata nella scrivania e nella vita ma che vive solo del piacere di aiutare gli altri; il contesto sociale, tipico di un’area depressa, che porta gli uomini a passare il tempo al bar a ubriacarsi. Ma prima di tutti, la figura del ragazzo Max (Pierre Gommé) un nerd duro e puro, che passa il tempo chiuso nella sua stanza davanti a un computer, con una faccetta smilza e un corpicino magro, che sembra proprio essere l’effetto di una vita passata nel chiuso di una stanza, personaggio-simbolo di tanti ragazzi come lui (per fortuna ci sarà un lieto fine anche per lui).

Si potrà sicuramente impiegare il terribile titolo di “film buonista” e in effetti alla fine ogni cosa si rimetterà a posto ma è proprio la semplicità dello sviluppo che consente la comprensione del film anche da parte di pre-adolescenti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PER SEMPRE (2019)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/18/2019 - 10:35
 
Titolo Originale: Per sempre
Paese: Italia
Anno: 2019
Sceneggiatura: Antonio Antonelli, Giuseppe Bentivegna, Beatrice Fazi, Elisa Storace e Francesca Zanni.
Produzione: TV2000
Durata: 110
Interpreti: Beatrice Fazi come conduttrice

Ogni mercoledì, dal 30 ottobre 2019, TV2000 trasmette il programma con un titolo programmatico: Per Sempre. Un format sul matrimonio nella forma di un game-show, condotto da Beatrice Fazi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La trasmissione presenta tanti casi positivi di coppie che hanno saputo portare a compimento la promessa del “per sempre” fatta al momento del matrimonio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La conduttrice è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico ma sarebbe necessaria un po’ più di cattiveria nello scavare vittorie e sconfitte delle coppie intervistate
Testo Breve:

TV2000 trasmette, per il secondo anno,  Per Sempre, dove, con il pretesto di un game show fra coppie di fidanzati, si parla di matrimonio e ci viene mostrato, attraverso tanti casi reali, come la fedeltà abbia il potere di costruire la vera fonte della felicità

In Italia i matrimoni nel 2017 sono stati 191.287 (96.000 con rito religioso) contro i 400.000 nel 1968, la maggioranza dei quali, a quel tempo,  secondo rito religioso. Ben vengano quindi programmi come   Per sempre su TV2000, condotto da Beatrice Fazi, che cerca di scoprire il segreto che cela una unione che dura tutta una vita e molto indovinato è il titolo stesso, che non dà adito a dubbi sui propositi della trasmissione.

Il format è di per se’ semplice: due coppie di fidanzati gareggiano sia in prove domestiche (cambiare un pannolino, apparecchiare a tavola, stendere delle lenzuola) che teoriche, che hanno lo scopo di sondare il loro affiatamento. Le coppie arrivano accompagnate dai loro supporter, in genere degli amici che hanno contribuito a farli conoscere e che sono in grado di raccontarci, con più obiettività degli stessi interessati, i modi con cui si sono scelti.  Il giudice di gara è una coppia di media età che può quindi vantare l’esperienza di un percorso matrimoniale ben collaudato. L’esplorazione di questo segreto da svelare si estende anche ad altri marito e moglie, in questo caso famosi, in grado di raccontare come sono arrivati a dirsi “si” ma soprattutto come la loro unione si consolidata con il tempo. L’intrattenimento è garantito dalla musica dal vivo del complesso Bandalarga e dalla Sit-Com Filo & Cri, con Cristina Odasso, già interprete di Francesca Cabrini .

Le parti più toccanti del programma sono le interviste a chi è sposato da tempo: a volte si intrattengono in prevalenza sugli aspetti divertenti dei loro primi incontri ma è più interessante scoprire come hanno affrontato in seguito momenti importanti come la nascita del primo figlio.  L’intervista a Lino Banfi  è stata finora la più toccante (nella prima puntata) e non solo perché è un bravo attore: la sua è stata una vera vita trascorsa insieme nella gioia e nel dolore (la coppia ha avuto momenti di povertà estrema), nella salute e nella malattia (la sua Lucia è ora malata di Alzheimer).

Ad  ogni puntata, per ognuna delle  due giovani coppie di fidanzati, viene aperta  una scatola che contiene oggetti legati alla memoria della loro relazione. E’ un pretesto per sondare come si sono comportati in certi momenti nevralgici, belli o brutti.

Beatrice Fazi è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico e la trasmissione vive di rendita della bellezza di tante coppie che hanno saputo costruire una vita insieme. Se c’è un’osservazione da fare, è che la conduttrice potrebbe essere “più cattiva”, togliesse cioè il velo di rispettoso pudore nelle interviste ce porta avanti,  per esplorare le radici del legame che unisce le coppie, più che il sapere se magari è lui o lei che porta la colazione a letto la mattina al coniuge o qual è stata l’emozione del primo incontro. Ci sono tante coppie che oggi convivono e  sarebbe bello se dal programma scaturisse il perché dello sposarsi, non solo nel suo significato religioso ma anche e soprattutto umano. Per questo stesso motivo sarebbe opportuno che si approfondisse non solo il rapporto di coppia, ma anche il loro impegno nel far crescere insieme i loro figli che è poi il momento più significativo nel quale si realizza la fusione della coppia. Forse, nell’edizione dell’anno precedente, l’inserimento del docu-reality dal titolo Corso di sopravvivenza per promessi sposi dove un sacerdote, don Ciro, metteva sotto  stress una coppia di fidanzati per scavare nelle loro vere intenzioni, si raggiungeva un maggior senso di realismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA CANZONE PER MIO PADRE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/10/2019 - 08:18
 
Titolo Originale: I Can Only Imagine
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Andrew Erwin, Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Brent McCorkle
Produzione: Kevin Downes Productions, Mission Pictures International
Durata: 110
Interpreti: J. Michael Finley, Brody Rose, Dennis Quaid, Cloris Leachman, Madeline Carroll

Grenville, Texas, 1985. Bart Miller ha dieci anni, suo padre si ubriaca ed è violento con lui e la madre, che alla fine li abbandona. Rimasto solo con il padre, si dedica al football, più per seguire le orme del padre (un ex campione) che per convinzione, confortato solo dall’amore che prova per Shannon, una sua compagna di scuola. Un grave incidente in campo lo costringe ad abbandonare la carriera sportiva. Costretto a reinventarsi la propria vita, insofferente alla convivenza con il padre che sembra non stimarlo, scopre di avere una bella voce e decide, a 18 anni, di tentare la sorte nel mondo della musica. Costituisce, con un gruppo di amici, la Christian Rock MercyMe, un complesso che canta le canzoni da lui composte, ispirate alla fede e con un pulmino attrezzato iniziano a girare per gli Stati Uniti,. Il successo però non arriva: Bart sa che non potrà riacquistare la propria serenità se non riuscirà a riconciliarsi con il padre. Decide quindi di abbandonare temporaneamente il gruppo e di tornare a casa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio e un padre, trovano la forza di chiedere perdono e con la pace ritrovata, l’uno trova la serenità per vivere in pienezza, l’altro per affrontare senza timore il momento in cui il sipario si chiude
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza familiare potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare la forza del perdono e la fiducia nella Divina Provvidenza anche se eccede, sopratutto nel finale, nell’impiego di toni enfatici
Testo Breve:

Un giovane, dopo che la madre lo ha abbandonato, costretto a vivere con un padre violento,lascia la città natale  per seguire la sua passione per la musica. Un christian film che racconta un difficile percorso personale che conosce la forza del perdono e trova l’ispirazione giusta per scrivere I Can Only Imagine, una canzone piena di fede e di speranza

 

Avevamo già conosciuto i fratelli registi Andrew e  Jon Erwin per il film October Baby, forse il più riuscito film contro l’aborto (e sul perdono), assieme a Juno.  Come il precedente, il film si ispira a fatti realmente accaduti: se il primo si rifaceva alla storia di Janna Jessen, che era riuscita a sopravvivere a un abosto mal praticato e che poi è diventata una sostenitrice del movimento pro-life, ora questo Una canzone per mio padre  cerca di indagare sulla genesi del  successo stepitoso conquistato negli Stati Uniti da una canzone cristiana: I Can Only Imagine, vincitrice di tre dischi di platino, andando a scavare nella vita del suo autore, Bart Miller. I fatti realmente accaduti costituiscono, in verità,  solo uno spunto iniziale: nella realtà la madre di Bart lasciò la casa quando lui aveva tre anni e non tredici; il padre morì quando lui aveva 19 anni, otto anni prima che Bart componesse la sua canzone di maggior successo; lo stesso padre, non ostacolò la carriera artistica del figlio, come appare nel film ma gli diede utili suggerimenti. La storia che ci propone il film va quindi intesa sopratutto come una parabola sul perdono, sull’esistenza di una Provvidenza di cui la vita di Bart vuole essere  la prova: un ragazzo cresciuto in una famiglia devastata dalla violenza, costretto a reinventarsi la propria via dopo un’incidente subito, scopre di aver ricevuto un dono, la sua bella voce, in grado di ridare significato alla sua esistenza fino ad arrivare al riconoscimento internazionale del suo talento.

A dire il vero le storie di trasformazione per mezzo della fede sono due: c’è anche quella del padre Arthur, più sintetica ma più convincente. Il merito va tutto al grande  Dennis Quaid che interpreta magistralmente quest’uomo ruvido e disilluso dalla vita che non riesce a controllare i propri istinti violenti ma che soffre in segreto, perchè sa  che sta distruggendo proprio ciò che più ama. Sarà proprio il ritorno alla fede che gli aprirà le porte alla speranza del perdono da parte di suo figlio e la forza per iniziare una nuova vita. La storia di Bart, invece, mostra delle lacune. Non sono ben sviluppate le ragioni della sua fede: lo vediamo partecipare da piccolo a un week end in campeggio sotto la guida del pastore di una chiesa protestante ma non si percepiscono le basi di una fede che lo portano a costituire un complesso dedicato proprio a cantare christian songs. Nella realtà pare sia stata sopratutto la nonna a costruire le basi della suo credere ma questo personaggio è poco sviluppato. Difficile anche comprendere alcuni suoi atteggiamenti, come quello di  abbandonare Shannon senza più vederla per lungo tempo per seguire la sua vocazione di cantante.

Altro protagonista del racconto è proprio I Can Only Imagine, la canzone di platino. Il film crea fin dall’inizio molta aspettativa:  una giornalista intervista Bart, ormai compositore di successo, e gli evidenzia come quella canzone sia stata la luce giusta, per tante persone,  per ritrovare la speranza e la fede; invita Bart a raccontare la sua vita, perché una canzone simile non si scrive in 10 minuti. Il valore di quella canzone viene ricordato più volte nel film, fino a quando, alla fine possiamo ascoltarla anche noi,  quando Bart si esibisce in concerto davanti a una folla osannante. E’ indubbio che puntare sui fan di questa canzone abbia pienamente ripagato l’impresa dei fratelli Erwin e il film nel 2018 ha incassato 85 milioni di dollari solo in U.S.A. Ora la Dominus Production , la coraggiosa casa di produzione italiana che ha già importato altri christian films come Cristiada, God’s Not Dead 2, Unplanned e ha deciso di distribuirlo in Italia, dove non esiste il christian rock nè il mercato dei christian film: un gesto coraggioso ma utilissimo nella misura in cui riuscirà a vincere il torpore del mercato italiano, che pensa che sia lecito parlare di fede solo per raccontare la biografia di un santo o di un Papa.

Per sapere dove il film è stato programmato in Italia si può consultare:

https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTAPPOSTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 14:46
 
Titolo Originale: Tuttapposto
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Gianni Costantino
Sceneggiatura: Roberto Lipari, Ignazio Rosato, Paolo Pintacuda
Produzione: Tramp Ltd.
Interpreti: Roberto Lipari, Luca Zingaretti, Monica Guerritore, Sergio Friscia

Roberto arriva trafelato all’università: si è svegliato tardi. All’ingresso un gruppo sparuto di studenti (tre-quattro in tutto) esibisce cartelloni che inneggiano alla protesta e alla rivoluzione. Nell’attraversare i corridoi che portano all’aula dove deve sostenere l’esame, gli impiegati che incontra gli domandano ossequiosi come stia suo padre. Alla fine il professore si attarda oltre il dovuto per aspettarlo e quando finalmente si siede davanti a lui, gli bastano poche risposte sconnesse per prendere trenta e lode. C’è un motivo a tutto questo: il padre di Roberto è il preside dell’università e molti dei professori hanno con lui legami familiari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno dei protagonisti ha il coraggio di riconoscere di esser stato corresponsabile nella costruzione di un ambiente universitario corrotto e ne accetta le giuste conseguenze
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Roberto Lipari, qui protagonista e sceneggiatore, trasferisce in questo film tutta la sua capacità di costruire sketch fulminanti ma è troppo poco per dare profondità a un film che affronta il problema della baronia universitaria
Testo Breve:

Roberto è figlio di papà (in particolare di un preside) e prende sempre buoni voti ma l’amore per una ragazza gli fa scoprire il valore dell’onestà. Un favola morale divertente ma troppo leggera

Questo Tuttapposto è una favola moderna in veste comica. Ci sarà sicuramente chi storcerà il naso nello scoprire che il tema della baronia universitaria venga trattato con leggerezza formale ma esistono anche le favole morali e Tuttapposto ha un tono decisamente edificante. Roberto Lipari è il protagonista indiscusso ma ne è anche sceneggiatore e ciò ha un influsso su tutto il racconto, che avanza in forma di sequenza di sketch e di battute spesso irresistibili anche se non perde mai di vista il cuore portante della storia che è soprattutto una conversione alla giustizia e alla verità da parte non solo di Roberto ma di altre persone a lui vicine.

La favola è moderna e alla fine sarà un’app a risolvere la situazione. Qui Internet è visto nel suo aspetto più positivo: la possibilità che tutti possano parlare con tutti in piena libertà, ma esiste anche il rovescio della medaglia e c’è l’ansia del “mi piace”: molto divertente la figura del venditore di arancini che fa tutto ciò che è richiesto perché Tripl Advisor conferisca al suo negozio una stellina in più.

La storia è ambientata in una università imprecisata di una città imprecisata (in realtà le riprese sono state realizzate a Catania) ma traspare dal film tutta la sicilianità di Roberto Lipari, non solo nelle ambientazioni, ma nelle calde e schiette relazioni fra le persone, fra parenti (deliziosa la figura della mamma premurosa e cuoca biologica) e fra studenti universitari. Indubbiamente la Sicilia ci sta regalando grandi comici: più impegnato e ironico Pif sul tema della mafia; Ficarra e Picone irresistibilmente scoppiettanti, pronti a sviluppare denunce morali di validità universale; ora Roberto Lipari alla sua prima sceneggiatura, predilige la lente deformante della satira. I vizi dei professori vengono tipizzati: c’è il professore che dà buoni voti in funzione delle scollature delle studentesse, un altro in funzione dei contanti che ha ricevuto, un altro ancora solo se gli studenti hanno comperato il suo costoso libro di testo.  Non sveliamo altri dettagli della trama ma alla fine sarà una conversione all’onestà di un personaggio importante che coronerà questa incursione nel microcosmo universitario italiano e non solo siciliano. Resta invece appena accennata la componente romantica del racconto: a far scattare l’interesse del siciliano  Roberto è una bionda svedese (il mito delle svedesi non compariva nei film italiani dagli anni ’60) che risulta anche tetragona nei confronti di ogni forma di raccomandazione. E’ la spinta per Roberto a comprendere che deve crescere, non fare il raccomandato per tutta la vita ma costruirsi un’esistenza tutta sua, emancipato dalle influenze familiari. Il tema però resta alla superficie; Irina, che dovrebbe costituire la chiave di ingresso verso questa nuova realtà, resta un valido campione della bellezza salva dotata di smaglianti sorrisi ma poco più. 

Niente da dire sulla comicità di Roberto Lipari ma è difficile sostenere la durata di un film con battute fulminee nella parte di un personaggio perennemente spiazzato che cerca sempre di essere ciò che non è.

Questo navigare leggeri sulla superficie dei fatti finisce per stancare e preferiamo, perché più profonde, le satire sociali di Ficarra e Picone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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