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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

BUONGIORNO MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/20/2021 - 09:33
 
Titolo Originale: Buongiorno mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Giulio Manfredonia, Matteo Mandelli, Giovanni Paolucci
Sceneggiatura: Giacomo Centola, Leonardo Valenti
Durata: 6 puntate di 115'
Interpreti: Raoul Bova, Beatrice Arnera, Stella Egitto, Matteo Oscar Giuggioli, Ginevra Francesconi

La famiglia Borghi era ed è una famiglia felice: Guido è sposato con Anna e hanno quattro figli: Francesca, la più grande, Jacopo all’ultimo anno di liceo, Sole, di 16 anni e infine il piccolo Michele. Vivono in un’ampia villa che guarda il lago di Bracciano (la madre di lei, Lucrezia, è benestante) ma la loro vita ha qualcosa di speciale: Anna è sul suo letto, in coma profondo, da ormai 17 anni. Tutti a turno si prendono cura di lei, passano a salutarla quando escono o ritornano a casa, festeggiano i suoi compleanni. Si presenta alla loro casa loro Agata, un’operatrice sanitaria, per aiutarli. In realtà Agata è un’orfana che volutamente ha deciso di introdursi in casa Borghi perché deve far luce sulla misteriosa morte di sua madre, grande amica di Anna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial trasmette un forte messaggio sul valore della vita in qualsiasi stato si trovi e lo dimostra nella “banalità” di una vita quotidiana. L’amore coniugale (quello per sempre) e gli affetti familiari ne sono il giusto corollario. Peccato che la definizione dell’amore coniugale non vada oltre un romantico sentimentalismo.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per tutti salvo per i più piccoli, nel vedere una mamma inerme nel letto e certe persone sotto gli effetti della droga
Giudizio Artistico 
 
La regia tiene bene il ritmo della suspense anche se lo stile soap-opera porta ad abbondare con frasi solenni sul senso da dare alla vita e con i tanti abbracci
Testo Breve:

Una famiglia con quattro figli, deve affrontare il dramma di una mamma che entrata in coma e non si sveglia più. La felice soluzione adottata, ispirata a una storia vera, e quella di continuare a considerarla come parte della famiglia, perché “si può essere motori anche restando fermi”. Un serial coraggioso sull’amore alla vita e alla famiglia naturale nel format una di soap-opera. Ora su MediasetPlay

Il film esprime un no netto all’eutanasia, alla morte procurata per chi sta in coma da vari anni, senza se e senza ma, senza appigli a ipotesi contrarie. In modo del tutto nuovo, non si limita a dire un no ma ci mostra come vivere quando si è detto sì alla vita che continua. Lei è sempre la moglie di Guido, la madre dei suoi quattro figli, funzione che continua ancora a esercitare: “Anna è al centro della nostra famiglia e i nostri figli hanno bisogno di lei”: dice Guido, contrastando la madre di Anna che vuol porre fine a quello che ritiene solo una sofferenza per Anna e per tutta la famiglia. Il marito, i figli e le figlie, vanno da lei quando hanno delle gravi decisioni da prendere, come facevano quando lei poteva rispondere ma lo fanno anche ora perché stando lì, al capezzale del suo letto, come in un confessionale, ne colgono ancora lo spirito. E’ sufficiente la sua presenza per far loro ricordare ancora quei in momenti nei quali ha potuto dare una giusta risposta affettuosa a tutti. L’amore alla vita, in qualunque condizione, diventa tutt’uno con l’amore che circola all’interno della famiglia Borghi. Di fronte alle figlie e ai figli che crescono, a volte papà Guido si sente impreparato e così si confessa: “temo di non farcela senza vostra madre ma se restiamo uniti, se ci diciamo la verità, allora ce la faremo tutti insieme perché si fanno in sacco di cavolate quando si dicono le bugie”. In effetti durante le sei puntate di 115 minuti a episodio, si sviluppano spesso contrasti, incomprensioni ma poi un abbraccio suggella l’unità ritrovata. Il sì alla vita si rende manifesto anche in riferimento alla vita nascente. La sedicenne Sole ha commesso una leggerezza durante un festino dove ha bevuto troppo ed è rimasta incinta. L’incertezza è tanta ma poi, ancora una volta, abbracciare la mamma per chiederle consiglio, diventa risolutivo: “Quando ho poggiato la testa sul petto della mamma, l’ho sentito battere e ho capito che batteva per me. Anche se piccolo piccolo, il suo cuore ha incominciato a battere dentro di me”.

Ovviamente le leggi dell’entertainment vanno rispettate e quanto detto finora costituisce solo lo sfondo emotivo del racconto. Puntata dopo puntata, dobbiamo capire se Agata riesce a scoprire il mistero della morte della madre, se l’ispettore che sta indagando sullo stesso delitto abbia in realtà un secondo fine, su come mai tutti i risparmi della famiglia Borghi siano stati prelevati dalla stessa Anna prima della sua malattia per un fine misterioso e infine: i quattro ragazzi Borghi sono in realtà tutti figli di Anna? Un meccanismo di sospetti e di relative rivelazioni, forse un po’ troppi ma che garantiscono l’attenzione del pubblico.

A nostro avviso ci sono tre osservazioni da fare su questo serial che resta comunque unico per il suo modo schietto e senza tentennamenti, di essere pro-vita e pro-famiglia naturale.

La prima riguarda la relazione che sussiste fra il forte amore espresso verso la vita, in qualunque forma si trovi, e l’amore coniugale. Seguiamo la storia di varie coppie in formazione (di Guido verso Anna avvenuta anni prima, della figlia Francesca verso un simpatico ragazzo). E’ lecito ritenere che un atteggiamento così convinto a favore della vita sia originato da forti personalità che hanno maturato con la mente e con il cuore, una convinta filosofia di vita che fa loro affrontare serenamente le non poche difficoltà che una tale scelta comporta. Il serial invece, in termini di amore coniugale è iper-sentimentale. Una scena risulta significativa: Anna e Guido giovani sono seduti su un prato e Guido si esprime in modo diretto: “sposami!”. Lei ha una risposta molto logica: “ma tu neanche mi conosci!”. Guido ribatte: “Non è che ci si deve conoscere per sposarsi; non basteranno cent' anni per conoscerti bene ma ci si sposa per momenti come questo:  per il sole, per l'acqua, per l' aranciata che stiamo bevendo..”. Si tratta di una risposta che fa tremare i polsi perché in questo modo si rischierebbe di cambiare partner ogni volta che ci si trova a contemplare insieme un romantico tramonto. Lo sviluppo della storia contraddirà in seguito le premesse perché il loro amore si mostrerà solido, pronto ad affrontare qualsiasi difficoltà ma stranamente tutto fa perno su di un iper-romantico sentimentalismo.

La seconda perplessità nasce dal fatto che noi conosciamo la storia vera a cui la fiction si è ispirata: quella di Nazzareno e Angela Moroni, genitori felici di cinque figlie. Quando, nel 1988, Angela, viene colta da un sonno profondo, Nazzareno, d’accordo con le figlie, decide di accudirla in casa, circondata dall’amore della sua famiglia, per 29 anni. Nazzareno, un diacono neocatecumenale, ha commentato in un’intervista, riguardo al tema dell’eutanasia: “non l’ho mai pensato un minuto in vita mia. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Il funerale di Angela è stata una festa perché Angela non è sparita nel nulla, ha iniziato una nuova vita, una vita senza fine, una vita eterna”.

E’ sicuramente molto bello che il serial abbia espresso un forte collegamento fra l’amore per la vita e l’amore per la famiglia naturale: valori che sono naturali ancor prima che soprannaturali ma dispiace un poco che in nessun momento delle sei puntare si faccia cenno al fatto che quei valori naturali sono perfettamente in sintonia con la fede nel Dio dei cristiani.

Infine bisogna riconoscere che il gentil sesso, in questa fiction, non ci fa una bella figura (ad eccezione della generosa Anna) soprattutto in termini di capacità di badare a sé stesse e gestire la loro vita, temi su cui c’è oggi, giustamente, molta sensibilità. La sedicenne Sole, alla sua prima festa importante, dove si beve un po’ troppo, resa incinta; Anna da giovane e in seguito la figlia Francesca, non hanno le idee molto chiare su quale possa essere l’uomo della loro vita: arrivano al punto di indossare (Anna) o di comperare (Francesca) l’abito nuziale salvo poi decidere all’ultimo minuto che a loro piace un altro uomo. Il serial sorvola (meno male) su cosa abbiano provato i fidanzati traditi ma si tratta di situazioni dove viene ancora confermato che l’amore è la sensazione irrazionale di un attimo, il cuore che batte in un momento molto particolare ma non si sa bene perché.

Tutti gli attori sono nella parte ma una menzione speciale va data a Matteo Oscar Giuggioli nella parte di un Jacopo sensibile e ribelle e a Stella Egitto in quella della fidanzata tradita da Guido, metà maliarda e metà strega. Raoul Bova appare un po’ troppo melanconico e meditativo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOUND OF METAL

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/17/2021 - 07:26
 
Titolo Originale: Sound of Metal
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Darius Marder
Sceneggiatura: Darius Marder, Abraham Marder
Produzione: Caviar, Flat 7
Durata: 120
Interpreti: Riz Ahmed, Olivia Cooke, Paul Raci

Ruben è un batterista e la sua ragazza Lou è una cantante. Vivono in un camper e si spostano da una città all’altra degli U.S.A. per partecipare a concerti heavy-metal.  E’ una vita nomade, spesso sniffano qualcosa ma i due si amano e vivono la vita che a loro piace. Un giorno Ruben si accorge di aver perso l’udito. Si rifiuta di credere che quella vita che aveva costruito con tanta passione, sia finita. Scopre che forse un’operazione chirurgica potrebbe fargli recuperare parte dell’udito. Lou sa che lui spera l’insperabile e rischia di ricadere nella tossicodipendenza. Gli organizza un incontro con una comunità di non udenti e per evitare che non abbia ripensamenti lo lascia per tornare da suo padre in Francia. Ruben dapprima riluttante, entra in comunità, impara il linguaggio dei segni, si fa benvolere ma non ha mai perso la speranza di poter tornare a suonare e decide quindi di rischiare il tutto per tutto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due innamorati sanno affrontare i loro problemi ponendo avanti tutto il bene dell’altro; un uomo scopre la sua vocazione: quella di aiutare i non udenti come lui, a comprendere che non si tratta di una menomazione ma di una diversità.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Scene intime senza nudità, riferimenti alla tossicodipendenza e all’alcolismo senza dettagli.
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che costruisce magnifici dialoghi, una sapiente regia che ci fa immedesimare nelle ansie di Ruben. Due premi Oscar 2021
Testo Breve:

Ruben e Lou formano un complesso heavy-metal e girano gli USA con un camper. Un giorno, Ruben diviene completamente sordo. C’è ancora speranza di guarire con interventi molto costosi che non si può permettere? Occorre rassegnarsi e unirsi a una comunità di non udenti? Un dramma su importanti scelte esistenziali magnificamente scritto, realizzato e interpretato. Su Prime Video

Joe guida la comunità dei non udenti dove si è rifugiato Ruben. Anche lui aveva perso l’udito durante la guerra del Vietnam ma poi era riuscito ad accettare la sua nuova condizione e a comprendere che la sua missione sarebbe stata quella di  insegnare anche agli altri a vivere serenamente quella loro particolarità.   Ruben entra nel suo ufficio: Joe aveva avuto modo, nei mesi precedenti, di apprezzare la sua progressiva integrazione nel gruppo e gli aveva anche proposto di diventare un suo collaboratore ma sa anche che Ruben si è assentato per qualche giorno e capisce che qualcosa è cambiato. Ruben gli mostra le fasciature dell’intervento preliminare che ha subito (ha venduto il suo camper per questo), è in attesa di quello definitivo ma non ha più soldi. Ruben usa toni manipolativi, sdrammatizza la situazione, chiede in prestito la cifra che gli manca promettendo di restituirla al più presto.  Joe è profondamente deluso: Ruben si è fatto nuovamente travolgere da speranze che non esistono, non riesce a staccarsi da ciò che lui è stato e che ora non è più. Il volto di Joe è serio ma tranquillo, dice ciò che deve dire con molta calma, in modo da non essere frainteso.

E’ questo uno dei momenti culminanti del racconto, ben costruito dopo che abbiamo imparato a conoscere i due personaggi  e diciamo subito che ci troviamo di fronte a un film di alta qualità. Non a caso ha avuto sei candidature all’Oscar 2021 (due vinti: miglior montaggio e miglior sonoro), più altri premi in altri festival per le interpretazioni di Riz Ahmed e Paul Raci. Premi meritati non solo per la bravura dei protagonisti e per le capacità tecniche del regista Darius Mander (capace di farci immergere nelle condizioni di Ruben, facendoci percepire, fisicamente, lo stesso silenzio in cui vive Ruben) ma per l’intensa ricostruzione di realtà umane nelle quali ognuno di noi si può immedesimare. Il disadattamento di Ruben è sicuramente il tema portante: il suo oscillare fra la scelta di adattarsi con docilità alla nuova condizione in cui si trova e quella di ritenere invece giusto ribellarsi contro il destino. Ma anche la relazione fra lui e Lou è raccontata con grande intensità: hanno vissuto a lungo insieme, ma proprio perché si amano veramente, debbono cercar di comprendere quale sia il vero bene per l’altro e soffrono pensando che la giusta conclusione possa essere il separarsi. Si tratta di relazioni interpersonali sviluppate attraverso colloqui molto ben costruiti che non scivolano mai nel melò ma si mantengono a un alto livello di realismo.

Siamo molto lontani dal terribile film ucraino The tribe, dove un gruppo di ragazze e ragazzi adolescenti sordomuti copriva la propria diversità con la prostituzione e le rapine agli anziani; qui molto spazio è lasciato alle iniziative di recupero che si attuano nella comunità di Joe e non da ultimo, anche se in modo discreto, affiora il tema della fede. Lo ritroviamo nella preghiera che viene detta ad ogni inizio di seduta collettiva,  in quel “riposo” che prova Joe nel continuare nel riflettere ogni giorno in silenzio sul significato della sua missione e nello sguardo  di Ruben rivolto al campanile della chiesa che ha di fronte, quando si accorge che non può gestire la vita a suo totale arbitrio ma ha bisogno di aiuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLUE MIRACLE - A PESCA PER UN SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/07/2021 - 10:15
 
Titolo Originale: Blue Miracle
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Julio Quintana
Sceneggiatura: Chris Dowling Julio Quintana
Produzione: Third Coast Content, Endeavor Content, Mucho Mas Media
Durata: 95
Interpreti: Dennis Quaid Jimmy Gonzales Anthony Gonzalez Dana Wheeler-Nicholson Fernanda Urrejola

Cabo San Lucas, in Messico, anno 2014. Omar gestisce, assieme a Becca, sua moglie, Casa Hogar, un centro di accoglienza per ragazzi senza famiglia. Anche Omar ha vissuto da ragazzo per strada vivendo di lavoretti che gli dava la malavita locale ma poi era riuscito a uscire da quell’ambiente e aveva deciso di aiutare, con sua moglie, ragazzi che si trovano in quella sua stessa situazione. Dopo un furioso uragano, Casa Hogar non riesce a far fronte ai lavori necessari e ai suoi debiti. Le donazioni private non sono sufficienti ma un amico gli suggerisce di partecipare con alcuni dei suoi ragazzi al Torneo annuale di Bisbee Black & Blue, la competizione di pesca sportiva più importante del paese. Se vincesse il premio avrebbe abbastanza soldi per risolvere tutti i suoi problemi. Omar non ha mai pescato professionalmente ma decide ugualmente di salire con i suoi ragazzi sulla barca del capitano Wade, che ha già vinto due volte il trofeo; peccato che ora sia un vecchio che non ha più fiducia in se stesso..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Giovani e adulti, pur tentati di prendere strade sbagliate per risolvere i loro problemi, comprendono che la soluzione giusta è quella di compiere il bene, anche perché c’è lassù Qualcuno che non ci abbandona
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Belle riprese marine, nella parte tutti i personaggi, lo sviluppo della storia è un po’ didascalico ma è proprio la soluzione che può andar bene per un pubblico di piccoli e di grandi
Testo Breve:

Omar gestisce una casa di accoglienza per ragazzi raccolti dalla strada. Cercheranno di trovare i soldi di cui hanno bisogno in una gara internazionale di pesca. Un film particolarmente adatto  ai ragazzi che piacerà anche agli adulti, dove tante sfide etiche vengono felicemente risolte. Su Netflix

Omar, pur avendo accettato di partecipare alla gara di pesca, sa che le possibilità di vincere sono minime. Per questo ascolta con attenzione una sua vecchia conoscenza dei tempi in cui viveva nei quartieri pericolosi della città, che gli sta offrendo un lavoretto che gli consentirebbe di risolvere i suoi problemi finanziari. Il capitano Wade ha trovato una soluzione per vincere barando: comperare un marlin blu già pescato e far credere che sia stato lui a catturarlo. Moco, un ragazzo arrestato dalla polizia per aver rubato un orologio, non sa se continuare la sua vita da vagabondo o accettare la proposta di papà Omar di unirsi agli altri ragazzi della sua casa. Il film è disseminato di dilemmi etici di questo tipo. Si può dire sia il tema dominante. Il percorso che i personaggi compiono, tortuoso e incerto all’inizio, approda alla giusta soluzione non solo per il bene di loro stessi ma per la palese conclusione che noi non siamo mai soli, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri e dare il buon esempio è il metodo più convincente per convertire al bene chi è ancora incerto. Non è esente, tutto il racconto, di un richiamo a una speranza soprannaturale, il pensare che anche nelle peggiori situazioni, ci sia Qualcuno che ascolta le nostre sofferte indecisioni e che ci vuole aiutare.

Un film troppo buonista? Probabilmente si, ma allora come mai, sicuramente ai ragazzi ma anche ai genitori, di fronte a un finale così felice ma anche così noiosamente prevedibile, ci scappa un po’ di commozione? Si tratta di un film a tesi, che ha una filosofia di vita da dimostrare e costruisce gli avvenimenti al solo scopo di arrivare a una conclusione voluta? Probabilmente si ma allora come mai le linee essenziali della storia sono rigorosamente vere? Nel 2014 un gruppo di ragazzi di casa Hogar vinse il trofeo senza aver mai pescato in vita loro e i soldi guadagnati furono impiegati non solo per riparare la casa di accoglienza ma  di aumentarne la capacità, consentendo di aprire anche un settore femminile.

Intense e vere sono le sequenze iniziali, che ci mostrano una qualunque convulsa giornata di Omar e Becca. Omar che corre nei bassifondi della città per ritrovare un ragazzo che è ritornato nel suo quartiere, Becca che prepara il pranzo per tutti quei ragazzi e ha parole di conforto per chi si sente melanconico, la polizia che consegna a Omar un giovane ladruncolo a cui spetterebbe andare in prigione: il tutto va avanti grazie alla serena follia dei due coniugi che sanno di fare ciò che è giusto e bello. E’ una premessa essenziale per comprendere che si sta trattando un tema molto serio che però non diventa mai angoscioso: tutti i ragazzi sono ritratti nella loro curiosa e divertente originalità e il racconto devia presto su un bellissimo mare blu, quello davanti alle coste della Bassa California, dove si svolge la gara di pesca. La storia di questi ragazzi e degli adulti si intreccia non a caso con l’antichissima arte della pesca. Un’arte dove non bisogna aver fretta ma pazienza e fiducia, quella stessa  che consente a Omar, giorno dopo giorno, di trasformare quei ragazzi che lo chiamano papà e al capitano Wade di accorgersi che è tempo di rimettere in ordine la propria vita. Qui interviene l’attore più conosciuto, Dennis Quaid, nei panni di un burbero vecchio dalla barba incolta;  si comprende subito che non è cattivo ma che si porta dentro la tristezza di una vita spesa male per coltivare sogni che non si sono realizzati e a trascurare affetti che lo avrebbero salvato.

Una storia incantevole e felicemente vera: per chi è interessato può conoscere la storia vera a questo link

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRESCENDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/26/2021 - 15:27
 
Titolo Originale: Crescendo
Paese: GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Dror Zahavi
Sceneggiatura: Stephen Glantz, Volker Kellner, Marcus O. Rosenmüller, Johannes Rotter, Dror Zahavi
Produzione: CCC FILMKUNST
Durata: 109
Interpreti: Peter Simonischek, Bibiana Beglau, Sabrina Amali, Daniel Donskoy

Eduard Spork è un bravissimo direttore d’orchestra tedesco. Riceve un ingaggio per formare e dirigere un ensamble di giovani musicisti israeliani e palestinesi. Le audizioni vengono organizzate a Tel Aviv: se gli israeliani accorrono con facilità, i palestinesi devono affrontare lunghi viaggi, superare i check-point per raggiungere il luogo della selezione. Obiettivo del gruppo è preparare un concerto a conclusione del nuovo tentativo di accordo per la fine dello scontro israelo-palestinese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
“Un nemico è solo qualcuno di cui ancora non conosci la storia”, afferma il maestro d’orchestra. Un impegno concreto per avvicinare giovani di due popoli in conflitto con il fascino condiviso della musica
Pubblico 
Pre-adolescenti
Nudità senza dettagli
Giudizio Artistico 
 
I giovani attori (realmente palestinesi e israeliani) si distinguono per la loro capacità di portare sullo schermo tanto la passione per la musica quanto la durezza del conflitto in corso. La regia riesce a far emozionare senza facili buonismi
Testo Breve:

Per festeggiare un prossimo, sperato, trattato di pace, un maestro d’orchestra viene ingaggiato per dirigere un ensamble di giovani musicisti israeliani e palestinesi. Una riflessione non banale, abbellita dalla musica, su cosa possa indurre giovani di popoli in conflitto, a comprendersi e a vivere in pace . Nelle Sale della Comunità

Un film drammatico al termine del quale si desidererebbe trovare scritto: basato su una storia vera. Non perché ci sia una storia avventurosa e a lieto fine, ma perché riesce a dare speranza allo spettatore, la speranza e il sogno di veder collaborare, anche solo per un momento, palestinesi e israeliani.

Quella dei pregiudizi è la prima tematica preponderante. Spork, tedesco, chiamato a fare il direttore di un’orchestra per metà composta da musicisti per metà israeliani e per metà palestinesi. Si crea un clima di sospetto vicendevole, che mette in seria difficoltà l’impresa fin da subito. Pregiudizi che, inizialmente, portano nel microcosmo dell’ensemble le stesse dinamiche che caratterizzano la realtà politica della regione. La rivalità che vede in concorrenza Ron (interpretato da Daniel Donskoy) e Layla (interpretata da Sabrina Amali) per il ruolo di primo violino mostra come la bravura deve fare comunque i conti con il conflitto esistente tra i loro popoli e la storia d’amore che prende il via tra Omar (interpretato da Mehdi Meskar) e Shira (interpretata da Eyan Pinkovitch) non potrà mai ricevere il suo coronamento con delle nozze, perché non riceverebbe mai l’approvazione delle famiglie.

Spork comprende che solo nella condivisione e nella conoscenza reciproca, quel gruppo di ragazzi può diventare un’orchestra. Così, di pari passo con le prove della musica, il direttore cerca di far avvicinare i ragazzi per aiutarli a mettere da parte i loro pregiudizi etnici. Mettersi nei panni degli altri, dirsi in faccia il perché di tanto odio… attività che sembrano più pertinenti a gruppi di auto-mutuo aiuto per la gestione dell’odio che non parte di prove di musica. Eppure, tutto questo funziona. L’equilibrio, pur restando delicato e molto fragile, sembra costruirsi.

Secondo argomento di rilievo, naturalmente, è quello della musica. Musica che diventa il terreno comune, il linguaggio condiviso tanto dai palestinesi quanto dagli israeliani. Potrebbe diventare il ponte per creare quella riconciliazione tanto ricercata e desiderata.

Di grande bravura il cast. I giovani attori (che nella vita reale appartengono al medesimo popolo dei personaggi che incarnano) si distinguono per la loro capacità di portare sullo schermo tanto la passione per la musica quanto la durezza del conflitto in corso.

La capacità di coinvolgimento emotivo della pellicola è notevole. Le occasioni di confronto e di scontro create dal direttore d’orchestra per far sfogare i giovani e poter poi costruire (successivamente) un clima di concordia portano in scena una carica d’odio che non lascia indifferente lo spettatore

Un film che non propone soluzioni concrete al conflitto che da più tempo dilania il Medio Oriente, ma che fa sognare e desiderare questa pace.

Una nota in calce. La scelta di un sottotitolo con un hashtag che strizza l’occhio al più famoso motto sessantottino make love not war rischia di banalizzare un po’ il messaggio della pellicola. In nessun momento, infatti, emergono dai personaggi spinte rivoluzionarie o sovversive, ma sempre con grande delicatezza e realismo vengono ricercate le soluzioni per la costruzione di una concordia e collaborazione capaci di unire le differenze a partire dal terreno comune della musica.

Il film, del 2019, è ora riproposto nelle sale dopo il periodo di chiusura Covid.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN MANI SICURE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/21/2021 - 19:41
 
Titolo Originale: Pupille
Paese: FRANCIA, bELGIO
Anno: 2018
Regia: Jeanne Herry
Sceneggiatura: Jeanne Herry
Produzione: Trésor Films, Chi-Fou-Mi Productions, StudioCanal
Durata: 110
Interpreti: Gilles Lellouche, Sandrine Kiberlain, Élodie Bouchez

Clara, una giovane studentessa di Brest, arriva trafelata all’ospedale perché è al termine del periodo di gravidanza. Al personale sanitario fa sapere che non intende allevare il bambino. Nasce Theo, un neonato bello e sano; Matilde, un’assistente sociale informa Clara che ha diritto all’anonimato e che ha due mesi di tempo per ritornare sulla sua decisione. Se deciderà definitivamente di non allevarlo, il bimbo sarà considerato un pupillo dello stato e il comune procederà ad avviare la pratica di adozione. Nei due mesi di attesa, il neonato viene affidato a Jean, un operatore familiare molto bravo. Intanto Alice, che non ha potuto avere un bambino dal suo compagno, ha fatto da otto anni domanda di adozione senza ancora aver potuto soddisfare il suo desiderio. La situazione è ulteriormente peggiorata perché nel frattempo si è separata ma le resta un filo di speranza perché la legge sulle adozioni in Francia è stata modificata e vengono accettate anche famiglie monoparentali….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esalta il valore assoluto di persona che spetta a un bambino appena nato e che merita la massima cura
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Tutti i protagonisti sono perfettamente nella parte; il regista e sceneggiatore Jeanne Herry usa uno stile molto personale, quasi documentaristico per trasmetterci le emozioni che si provano alla nascita di un bambino. Premiato con il Bayard d'Or per la miglior sceneggiatura e la miglior attrice (Élodie Bouchez) al Festival di Namur
Testo Breve:

Theo è nato ma la madre dichiara di   non volere né potere tenerlo; entra in scena lo staff del comune che con cura e professionalità avvia la scelta di chi potrà adottarlo. Il film fatto di tanti, piccoli ma emozionanti passaggi. Su Raiplay

Theo è nato: sta sempre con gli occhi aperti e guarda in silenzio il mondo intorno a sé. E’ lui il protagonista assoluto del film. Le infermiere prima, l’operatore sociale dopo, la mamma adottiva che ancora inesperta cerca di tenerlo in braccio, lo guardano tutti con infinita dolcezza e premura. Le operatrici familiari ricordano alle mamme inesperte che bisogna parlargli continuamente, non certo perché possa capire ma perché lui è in grado di cogliere le emozioni, l’affetto che esprimono le loro parole. Forse è troppo ma quando gli adulti si pongono in stupefatta ammirazione intorno a lui, è inevitabile ricordare la scena dei re Magi intorno al bambino Gesù.

Qualcuno ha detto che è la storia di un incontro fra una donna che desiderava essere madre e un bambino in cerca di una mamma oppure si pone in evidenza il dramma di una ragazza che ha deciso che non vuole e non può allevare il figlio che le è nato (decisione comunque saggia perché almeno non ha abortito). In realtà il perno della storia è solo lui, perché lui è da subito una persona che merita la massima attenzione. Si tratta di una priorità che traspare anche nel lungo processo di selezione alla ricerca della migliore famiglia adottiva: i selezionatori ci possono apparire anche crudeli quando scartano una coppia ma lo dicono chiaramente: il loro compito non è soddisfare una coppia che sente un vuoto nella propria vita ma trovare i genitori più adatti per Theo.   Adottare un figlio non è la stessa cosa che allevare il proprio: quando crescerà essi dovranno sostenere anche discussioni dove lui forse  griderà: “tu non sei mia madre!”. Il secondo protagonista non è una persona ma uno staff, quello dell’organizzazione comunale che si occupa di adozioni. C’è chi deve parlare con la madre che non vuole tenersi il figlio, chi si occupa di selezionare la coppia adottiva, chi si prede in cura il bimbo nei due mesi previsti per un eventuale ripensamento. Lo stile è lo stesso: con calma professionale la loro missione  non è influenzare le decisioni di nessuno ma accompagnarli in quei momenti così cruciali per la loro vita, sia per chi abbandona che per chi adotta. Ci vengono presentati anche spezzoni di vita privata (scorci della vita coniugale di Jean; l’amore non corrisposto di una delle operatrici; il lavoro a teatro di Alice) ma hanno ben poco peso nel complesso della storia. Il regista ha scelto un approccio quasi documentaristico ed evita perfino le tecniche più classiche della sceneggiatura: costruire un antagonista per aumentare la drammaticità della storia, sviluppare un crescendo che porti a un emozionante punto di svolta verso la fine: l’approccio è soprattutto contemplativo, cura nei dettagli concreti che proprio per il tema trattato, diventano tutti emozionanti.

Bisogna riconoscere che i film francesi attribuiscono sempre un grande valore a servizi pubblici di tipo umanitario: in Lo scafandro e la farfalla, il personale sanitario eccelle nella cura di un paziente paralizzato; nel Medico di campagna viene sottolineato il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto; in Essere e avere viene evidenziato  il prezioso lavoro di un coraggioso insegnante multiclasse in uno sperduto paese di montagna;  si potrebbe continuare. A quando anche in Italia un bel film sul tema delle adozioni?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARTA & EVA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/17/2021 - 09:34
 
Titolo Originale: Marta & Eva
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Claudio Norza
Sceneggiatura: Nicola Alvau, Sergio Basso, Mara Perbellini e Dario Rodino
Produzione: 3xero2 e Rai ragazzi
Durata: 20 episodi si 20'
Interpreti: Giulia Fazzini, Audrey Mballa, Ludovica Longhini, Giulia D'Aloia

Due ragazze quattordicenni, Marta ed Eva sono molto diverse come carattere e come origine ma diventano presto amiche. Marta, che fa parte della Milano bene, è una pattinatrice di ghiaccio titolata grazie anche ai rigorosi allenamenti a cui la sottopone la madre, che gestisce il palazzetto dello sport dove si esercita. Eva, di origini africane, è figlia di Ben, il custode del palazzetto del giaccio. Padre e figlia hanno una comune passione: cantare e il padre ha messo in piedi una scuola serale di canto, dove anche Eva si esibisce. Marta ed Eva, che frequentano la stessa scuola, stabiliscono un’alleanza: Marta insegnerà Eva a pattinare mentre Eva aiuterà Marta nei suoi esercizi di canto. In questo modo entrambe potranno seguire la loro vera passione. Questa loro decisione finisce per indispettire i rispettivi genitori e, come se non bastasse, la madre di Marta non gradisce che la figlia sia interessata a Andrea, il ragazzo che fa da deejay al palazzetto del ghiaccio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ragazze e ragazzi di sanno impegnarsi a fondo per seguire la propria passione, sono rispettosi della volontà dei genitori, coltivano l’amicizia e sanno perdonare senza rancore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona caratterizzazione di tutti i personaggi, belle canzoni e sequenze di pattinaggio artistico; alcune sequenze (il coach che stimola sena tregua le pattinatrici a migliorare ) sono ripetute troppe volte ma il racconto si sviluppa lungo un percorso molto lineare, comprensibile a tutti. I protagonisti sono poco realisticamente indicati come quattordicenni (ne hanno sicuramente di più) e il personaggio di Andrea è quello meno convincente
Testo Breve:

Due ragazze di 14 anni, di diversa estrazione sociale, sanno aiutarsi nelle loro rispettive passioni: il pattinaggio artistico e il canto. Un racconto lineare, semplice da seguire dove viene risaltata l’amicizia e il saper perdonare senza rancore. Su Raiplay

 

La prima impressione che lascia questo serial è di bellezza. La bellezza delle armoniose evoluzioni di chi esercita il pattinaggio sul ghiaccio, la bellezza di tante canzoni originali cantate con passione dai ragazzi e dalle ragazze. Si tratta di una solida piattaforma su cui è stata poggiata questa storia di prima adolescenza, dove lo scoprire quale sia la propria vera vocazione costituisce il tema dominante. E’ questo forse un modo con cui possiamo dividere i tanti racconti teen che abbiamo visto negli ultimi tempi: se in questo, (ma anche La compagnia del Cigno, High School Musical,..) gli adolescenti appaiono più veri perché è proprio quella la stagione  nella quale  si interrogano su chi siano  e quale sia la loro vocazione, in altri (Summertime, Skam,  Euphoria,..) i ragazzi e le ragazze, verso la fine dell’epoca teen  e quasi young adult, sembrano impegnati solo a cogliere il piacere del presente, dove la componente sessuale diventa preponderante.

La bellezza si estende anche alle loro anime: hanno a volte opinioni contrastanti con i loro genitori ma finiscono per obbedire. Non c’è mai grande tensione in famiglia, perché   i genitori, quando comprendono ciò che rende veramente felice la propria figlia, sono pronti ad assecondarla. Ma ciò che colpisce maggiormente è il modo con cui ragazze e ragazzi, in diverse circostanze, sanno perdonare e non serbano rancore quando chi ha compiuto una scorrettezza, per invidia o per gelosia, è pronta a chiedere scusa.

Troppo ideale? Troppo bello? In realtà il serial appare più aderente alla realtà di tanti altri. E’ realistico il modo con cui questi ragazzi interrogano continuamente se stessi per cogliere ciò che costituisce la loro vocazione; non si tratta solo di scegliere la professione che eserciteranno da grandi: stanno cercando qualcosa che appaghi pienamente la loro personalità, dove possono dare il meglio di loro stessi per la loro felicità ma anche per quella degli altri. Le vocazioni che sono state poste in primo piano (il pattinaggio artistico, il cantare) comportano un impegno e una esercitazione continua, che è il modo migliore, per queste ragazze, di esercitarsi a cercar di raggiungere, con determinazione, i loro obiettivi. In parallelo nascono i primi amori, mai passionali ma per loro è un modo di sentirsi vicini (i protagonisti hanno 14 anni), provare il piacere esser compresi da qualcuno per quello che si è. Sono anche amori che nascono ma che si possono sciogliere senza troppi drammi (sono simpatie, non si tratta ancora di donazione totale e al massimo queste unioni vengono suggellate con un bacio). Molto forte è anche l’amicizia fra le ragazze del trio Marta, Eva, Sofia (appassionata di ecologia). Si confidano su tutto: le pene d’amore come le ansie da prestazione prima di una gara e cercano di incoraggiarsi a vicenda e dare saggi consigli.

Le difficoltà, i contrasti sono molti durante le dieci puntate: raggiungere i propri traguardi professionali (Marta per il canto, Eva per il pattinaggio) non è mai facile per loro due non solo per l’impegno necessario (i doveri scolastici sono solo sottintesi, non vengono mai rappresentati) ma perché il successo raccolto solleva l’invidia delle colleghe o dello stesso ragazzo che con molto affetto l’aveva aiutata a crescere. Anche la mamma di Marta (che fine ha fatto il marito? Non è chiaro) avrà i suoi momenti difficili perché si è esposta troppo finanziariamente per continuare a gestire il palazzetto dello sport ma le difficoltà più interessanti sono quelle relative ai flirt che nascono e che a volte si sciolgono. Il ragazzo e la ragazza si interrogano su quell’affetto che è appena nato ma per entrambi le priorità sono chiare: è giusto dare la priorità, proprio per la loro età, a perseguire quella passione che fa essere realmente se stessi; non si possono fare delle rinunce per dare priorità all’amore che è nato, semplicemente perché non si sarebbe più se stessi. In tutte le situazioni, anche difficili,  i ragazzi e le ragazze mostrano sempre buone doti di autocontrollo: cercano   di ragionare su ciò che è accaduto e non scivolano mai in gesti incontrollati. E se qualcuno lo fa, è poi in grado di chiedere perdono.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUELLO CHE TU NON VEDI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/01/2021 - 09:44
 
Titolo Originale: Words On Bathroom Walls
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Thor Freudenthal
Sceneggiatura: Nick Naveda
Produzione: Leone Film Group, LD Entertainment, Kick he Habit Productions
Durata: 111
Interpreti: Charlie Plummer, Andy Garcia, Taylor Russell

Adam è un ragazzo introverso, coltiva la passione della cucina e vuole diventare chef. A metà dell’ultimo anno viene espulso dalla sua scuola per un incidente causato durane un esperimento di chimica: incidente causato da alcune visioni e voci che lo accompagnano nei momenti meno opportuni della sua vita. Il protagonista, infatti, è schizofrenico. La madre decide di iscriverlo ad una scuola privata cattolica per permettergli di conseguire il diploma e quindi realizzare il suo sogno. Unitamente al cambio della scuola, Adam viene preso in cura da uno psichiatra che attraverso i medicinali gli permette di condurre una vita migliore. Nella nuova scuola si innamora di Maya, la ragazza più intelligente dell’istituto. Si trova, però, costretto a decidere se continuare a tenere segreta la sua malattia oppure rivelarla e farsi aiutare anche da lei per affrontarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo riesce a convivere con le allucinazioni della sua mente schizofrenica grazie a una calda amicizia (che diventerà poi amore), il sostegno dei genitori e saggi e comprensivi insegnanti. Un accenno discreto al valore della fede e della preghiera
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio abbastanza volgare e alcune scene dai toni un po’ troppo paurosi, rendono il film adatto a partire dagli adolescenti.
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvantaggia dell’ottima interpretazione di Charlie Plummer nelle vesti del protagonista Adam e la regia riesce, con alcune originali soluzioni, a far coinvolgere lo spettatore nelle allucinazioni di una mente schizofrenica
Testo Breve:

In una high school privata cattolica, si incontrano Adam, un adolescente che soffre di schizofrenia e Maya una ragazza intelligente ma di famiglia povera. L’accettazione e il controllo del suo stato, passano per Adam, attraverso l’affetto dei genitori, un amore che sboccia e un insegnante-sacerdote comprensivo. Un film ben sviluppato su Prime Video.

“Se sei un ragazzo col tumore, le persone non vedono l’ora di venirti in soccorso, sono tutti ansiosi di esaudire qualsiasi desiderio tu abbia, ma quando sei schizofrenico non vedono l’ora di farti diventare il problema di qualcun altro ed è per questo che poi finiamo per strada urlando al niente, aspettando la morte: nessuno vuole esaudire i nostri desideri”. Questo breve monologo riesce ad esprimere molto bene la differenza che c’è tra questo film e tra le tante pellicole apparentemente omologhe del genere sick-lit (ovvero lungometraggi dove il plot è dettato dal decorso di una malattia): Colpa delle stelle, A un metro da te, I passi dell’amore, …

Diversa malattia e diverso modo di trattarla (cinematograficamente parlando). La sceneggiatura, infatti, riesce ad equilibrare molto bene diverse componenti: alcuni tratti umoristici, altri seri, alcuni momenti romantici e altri drammatici. Il tutto con grande delicatezza.

Numerosi messaggi positivi vengono lanciati al pubblico.

In primo luogo, mostra come il curare qualcuno non sia solamente somministrare dei medicinali. Anche gli affetti sono un elemento essenziale, l’amore può essere terapeutico soprattutto con patologie di questo tipo. Più volte, inoltre, viene ripetuto che le persone non sono le loro malattie. Quanto Adam arriverà a dire di sé stesso (“Adam è Adam, non è la sua schizofrenia”) è una verità valida non solo per lui, ma per chiunque si trovi in una situazione di sofferenza fisica e mentale. Infine, Adam capisce che da solo e con i soli medicinali non può farcela, ha bisogno della sua famiglia e di chi gli vuole bene. L’isolamento, il tenere nascoste le cose, la vergogna di fronte alla sofferenza rendono solo più grande il dolore e più drammatica da affrontare la situazione.

L’interpretazione dei protagonisti è particolarmente convincente: primo fra tutti Charlie Plummer (Adam), capace di servirsi di registri di humor nero, romantico, drammatico… senza mai essere sopra le righe e senza mai cercare la commozione o la pietà del pubblico. Anche la co-protagonista, Taylor Russell racconta bene la sua battaglia: ragazza intelligente ma di famiglia povera, deve inventarsi mille lavoretti (leciti o illeciti) per mantenere la sua iscrizione in una high school privata.

Una menzione significativa, tra i personaggi, la merita Andy Garcia che interpreta padre Patrick, il prete della scuola cattolica dove Adam e Maya sono iscritti.  Adam ama accostarsi al confessionale, non perché sia credente ma perché riesce in questo modo a chiedere consigli su come comportarsi, in modo discreto. Don Patrick è molto bravo in questo: non forza il ragazzo ad ascoltare un indottrinamento religioso che risulterebbe fuori luogo ma cerca di avvicinarsi a lui e ai suoi problemi con comprensione e calda umanità. Meno bene vengono presentate le suore che gestiscono la strutta educativa: nel consueto cliché di anziane rigide e intransigenti.

Per far partecipare anche il pubblico della malattia mentale di Adam, alcune scelte registiche e di effetti speciali colgono il segno: la voce molto grave e la nebbia nera che avvolge ogni cosa, trasmettono l’angoscia vissuta dal protagonista in alcuni momenti. Anche la personificazione dei tre stati d’animo (la rabbia, le pulsioni sessuali, la riflessività), senza mai scadere nella banalità, rende partecipe il pubblico del mondo interiore di Adam e del modo in cui questo influenza o disturba la sua vita. La scelta, infine, degli sguardi diretti in camera da parte del protagonista quando va alle sedute dello psicologo, rafforzano il coinvolgimento di chi guarda, senza però metterlo a disagio.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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YES DAY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/28/2021 - 18:31
 
Titolo Originale: Yes Day
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Miguel Arteta
Sceneggiatura: Justin Malen
Produzione: Grey Matter Productions, Entertainment 360
Durata: 86
Interpreti: Jennifer Garner, Édgar Ramírez, Jenna Ortega

Allison e Carlos sono una coppia affiatata con tre figli scatenati: Katie ha ormai 14 anni e scalpita per andare quella sera a un evento musicale con le sue amiche; Nando si diletta a preparare waffle vulcanici con abbondanti dosi di carbonato e infine la piccola Ellie, che quando si mette in testa di fare una cosa…Le giornate scorrono in una normalità apparente: Carlos va in ufficio (è il legale di un’azienda), Allison porta i figli a scuola e ogni tanto cerca, senza successo finora, di trovare un posto di lavoro, ora che i figli sono abbastanza grandi. L’incontro con gli insegnanti della scuola, gettano Allison e Carlos in un grande imbarazzo: vengono a sapere che Katie e Nando hanno equiparato la loro mamma a Hitler o Mussolini, perché sa dire solo “no”. Allison alla fine trova una soluzione: propone, per tutta la famiglia uno “Yes day” dove papà e mamma non potranno dire di no alle richieste dei figli. I tre ragazzi e Carlos accettano con entusiasmo….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un padre una madre e tre figli, compiono esperimenti di affiatamento e di sostegno reciproco e ci riescono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jennifer Garner nella parte della madre, fornisce la giusta energia per un film che ha l’obiettivo di mettersi all’altezza dell’entusiasmo di ragazzi scatenati. Più opaca la figura del padre
Testo Breve:

Una mamma, accusata di dire sempre no dai suoi tre figli, accetta le regole dello  Yes Day: per un giorno  dovrà dire sempre si alle loro richieste.  Un film divertente che si trasforma in elogio dell’unità familiare.Su Netflix

Diciamo subito che questo family-film è molto divertente. Al di là dei messaggi di saggezza familiare che cerca di trasmettere, si susseguono alcune gags, situazioni particolarmente spassose che fanno sì che il film valga anche solo per questo: offre un momento di intrattenimento fruibile da tutta la famiglia insieme. Né bisogna pensare che questo Yes Day sia stata la trovata di qualche sceneggiatore: ci risulta che realmente, negli Stati Uniti, si stia diffondendo la consuetudine, da parte dei genitori, di concedere un giorno durante il quale i figli possono chiedere e ottenere tutto quello che vogliono. Resta solo da augurarsi che non chiedano, come accade nel film, di passare sotto un tunnel di lavaggio macchine con i finestrini aperti, partecipare a una gara di Gut Buster (schiantafegato) dove in mezz’ora bisogna ingurgitare una quantità assurda di gelato oppure partecipare in squadra a una specie di rubabandiera, dove gli avversari sono colpiti da palloncini ripieni di acqua colorata.

Qual è, per i genitori il senso da dare alla loro partecipazione a questa estenuante maratona? Indubbiamente è quello di ridurre le distanze rispetto ai figli per mostrare che anche loro sanno ancora divertirsi assieme ai propri figli. Se poi questo accade solo una volta all’anno, ciò è dovuto al fatto che i genitori debbo riprendersi la loro funzione autoritaria per educarli progressivamente a una autonomia responsabile. Ovviamente non tutto avanza in modo così rigorosamente razionale. Se ne accorge soprattutto Allison, che vorrebbe che il mondo si fermasse in quel momento di spensierata allegria, soprattutto nei confronti di Katie, perché non vorrebbe trovarsi di fronte un’adolescente ormai ribelle, ma ancora per un poco la piccolina che riusciva a far contenta con orsacchiotto di peluche.

Ma anche per i figli non tutto funziona secondo i piani: quella libertà assoluta tanto desiderata comporta responsabilità inaspettate e ora anche Katie e Nando comprendono che restare ancora un poco sotto l’ombrello protettivo dei genitori può essere vantaggioso.

Il lieto fine è scontato e l’affiatamento familiare ormai ritrovato è il frutto del più classico dei metodi: mettersi, per un momento, ognuno nei panni dell’altro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COSA MI LASCI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/25/2021 - 16:52
 
Titolo Originale: I Still Believe
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Andrew e Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Jon Gunn
Produzione: Kingdom Studios
Durata: 115
Interpreti: KJ Apa, Britt Robertson

Jeremy Camp, giovane studente e musicista dell’Indiana, si trasferisce in California per il College. Lì, tra i tanti studenti, conosce Jean-Luc (con cui condivide la passione per la musica) e Melissa, giovane del primo anno come lui. Se ne innamora fin da subito ed inizia a frequentarla. Dopo qualche tempo, lei scopre di avere un tumore in stadio abbastanza avanzato. Si fa operare e, dopo l’operazione, visto che le cose sembrano andare meglio, i due decidono di sposarsi. Durante il viaggio di nozze, però la malattia riappare in tutta la sua gravità. Nel giro di qualche mese la giovanissima Melissa muore. Jeremy passerà un periodo molto difficile che riuscirà a superare grazie alla sua fede cristiana e racconterà la sua storia attraverso le sue canzoni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore fra un uomo e una donna, la fede in un Dio misericordioso sostengono la coppia nel dramma che debbono affrontare
Pubblico 
Adolescenti
Il racconto di una grave malattia potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La buona interpretazione dei due protagonisti attenua i problemi che scaturiscono dall’impostazione del racconto che finisce per affrontare troppe tematiche senza portarle al loro pieno sviluppo
Testo Breve:

Lui e lei si incontrano al college, si innamorano, si sposano ma poi lei muore. La storia vera di un giovane che ha usato le sue doti musicali per raccontare a tutti la sua esperienza di amore e di fede. Una storia commovente un po’ soffocata da un eccesso di filoni narrativi aperti. Su PrimeVideo

Un’altra storia di adolescenti dove la malattia fa capolino e trasforma la vita, dove la fede aiuta a superare il dolore e il buio della morte. Omologo al recente Nuvole (anche se, in quest’ultimo, è il protagonista maschile che si ammala e muore), questo film fa conoscere un tratto della vita di un cantautore di rock cristiano molto affermato negli Stati Uniti (Jeremy Camp ha pubblicato undici album, ha vinto cinque GMA Dove Awards, tre nomination all’American Music Awards e un Grammy Award come “miglior album Pop/Contemporary Gospel” nel 2010).

Numerosi i valori positivi che la pellicola propone al pubblico: l’innamoramento e il fidanzamento vissuti nel rispetto reciproco e nella capacità di attendere. L’amicizia come valore portante per la nostra vita. La famiglia come sostegno e supporto, soprattutto nei momenti più difficili. La musica come strumento per trasmettere messaggi positivi. La fede come aiuto, anche nel dolore e nello sconforto di fronte alla morte.

Dopo il primissimo e strappalacrime Love Story, sono ormai numerose le opere che appartengono al cosiddetto filone Sick Lit: dai serial Tv (Braccialetti rossi) ai lungometraggi (I passi dell’amore, A un metro da te, Il sole a mezzanotte, il già citato Clouds-Nuvole) solo per elencare i più recenti. Il valore aggiunto in questo Christian film, rispetto agli altri, è proprio la fede: fede non come rifugio o vana consolazione di fronte all’esito ineluttabile degli eventi, ma sguardo capace di dare speranza e forza per affrontare con consapevolezza le dure esperienze della vita. La lettera che Melissa scrive a Jeremy invita a riflettere proprio in questa direzione: la serenità e la pace con cui sono stati affrontati tutti i momenti difficili sono state un dono dall’Alto per non lasciarsi andare alla disperazione, ma per affrontare con forza i momenti più difficili.

Sfortunatamente è proprio la grande, troppa ricchezza di contenuti, a danneggiare il film. La fede e la musica sono poco più che accennati, i rapporti familiari vengono presentati ma non approfonditi, il rapporto tra Jeremy e Melissa conosce uno sviluppo ma solo nel finale si comprende la portata del loro amore. Alcuni personaggi praticamente “spariscono” durante lo svolgersi della narrazione.

 

Il lungometraggio ha un’apertura che sembra preludere ad un biopic: la storia di un giovane e promettente cantautore che parte per il College per studiare e per sviluppare la sua passione per la musica. Arrivato a destinazione, si apre una storia d’amore: inizia come un triangolo amoroso (per l’interesse che Melissa mostra per l’amico Jean-Luc), ma poi approda felicemente al fidanzamento. All’interno di questa storia d’amore fa capolino la malattia, che occupa la parte centrale del film. Il ricovero, l’intervento, le terapie, il matrimonio in un momento di apparente quiete del cancro, la ricomparsa del tumore fino alla morte di Melissa.

Per correttezza occore precisare che il film è stato pesantemente danneggiato nell doppiaggio in italiano, sopratutto negli aspetti di fede, come ci precisa un nostro cortese lettore che ha visto la versione originale. Ecco qualche esempio: il titolo originale è "I still believe". "Dio" diventa, di volta in volta, "il destino", o "me stessa". "Ho promesso a Dio" diventa "ho promesso a me stessa", "pregare" diventa "pensare". "Scrivo canzoni per Dio" si trasforma in "scrivo canzoni sulla vita", "Dio vuol dirmi che" sparisce. In una chiesa si è dovuto per forza mantenere il riferimento religioso, ma quasi mostrando l'inutilità della preghiera. Un'operazione incredibile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUA PER SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/01/2021 - 12:21
 
Titolo Originale: To All the Boys: Always and Forever, Lara Jean
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Michael Fimognari
Sceneggiatura: Katie Lovejoy
Produzione: Ace Entertainment, All The Boys Productions
Durata: 115
Interpreti: Noah Centineo, Lana Condor

All’ultimo anno dell’high school, Lara si trova, durante le vacanze di primavera, con il padre e le sue sorelle in Corea, per conoscere il paese natio della madre, ora defunta. Intanto il suo ragazzo, Peter, è andato all’università di Stanford, per conoscere l’organizzazione del campus. Al ritorno ne parla con Lara con entusiasmo: il loro piano sta per avverarsi: andare insieme alla stessa università ma se Peter è stato già selezionato, Lara sta ancora attendendo una risposta...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti sono delle persone sensibili che sanno costruire un amore vero, alla ricerca del bene e della felicità dell’altro. Il valore dell’unità famigliare viene mostrata per negazione, evidenziando la sofferenza di Peter per un padre che l’ha abbandonato per costituire una nuova famiglia. La virtù della castità è meno evidente rispetto ai due film precedenti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Ben costruita la psicologia dei due personaggi. Qualche scivolata in romanticismo un po’ sdolcinato
Testo Breve:

All’ultimo anno dell’High School, i due fidanzatini Lara e Peter scoprono che frequenteranno università diverse. Resisterà il loro amore? Un film romantico che ha il vantaggio di affrontare realtà condivisibili da molti giovani. Su Netflix

Perché questa trilogia (sono già usciti Tutte le volte che ho scritto ti amo e P.S. Ti amo ancora) assieme a The Kissing Booth , sono in testa alla classifica, sulla piattaforma Netflix, nella categoria dei film per giovani?

Si tratta di una interessante risposta del pubblico young: quando bisogna alzare il volume del romanticismo le soluzioni narrative adottate fanno leva su difficoltà insormontabili: lei che può uscire dalla stanza solo di notte; loro due che non si possono toccare; lei o entrambi malati terminali oppure lei di famiglia modesta e lui molto ricco. Il tutto in un contesto dove i genitori non ci sono o risultano indifferenti. In questo film ci troviamo di fronte al più prevedibile e scontato dei problemi: amori nati sui banchi di scuola che devono affrontare un “passaggio di stato”: la scelta della facoltà universitaria rischia di separare gli innamorati proprio all’inizio di una stagione di profonda trasformazione e di definitiva presa di coscienza di sè.

Se questa trilogia ha avuto successo è proprio perché affronta con realismo, senza il carico di snodi drammatici non necessari, la banalità del prevedibile e il tutto avviene fra persone con la testa sulle spalle che hanno il conforto di vivere con (almeno) un  genitore  che vuole il loro bene (per lei il padre e le sorelle, per lui la madre).

In una delle scene iniziali del film, Lara non osa dire a Peter che non è stata ammessa, anzi gli racconta il falso. Poi, quando si trovano a tu per tu in un bar, lei trova il coraggio di dirglielo. Peter, in un primo momento, è incredulo ma poi, quando comprende la sofferenza vissuta da Lara per il dispiacere di non poter stare insieme all’università, si preoccupa prima di tutto di lei e le chiede: “tu stai bene?” e prova a fare qualche battuta spiritosa per allentare la tensione.

Il film ha un suo valore esclusivo proprio perché mostra la grande “qualità umana” dei due protagonisti. Avevamo già visto, nei due film precedenti, come i due ragazzi fossero in cerca, fin da subito, di un amore profondo e destinassero l’intimità sessuale al momento in cui si fossero accorti che il loro scegliersi potesse essere considerato definitivo (sostenuta, lei, da un padre che controlla): in effetti i due giovani arrivano illibati al terzo film (si potrebbe fare dell’ironia dicendo che ormai la  virtù della castità è presentata come un valore solo in opere scritte da coreane -in questo caso Jenny Han - o indiane come Rohena Gera in Sir – Cenerentola a Mumbai). Anche quando la sfida sarà più alta (lei preferirà andare ancora più lontano, alla New York University per seguire la sua vocazione di scrittrice), il modo per superare il problema sarà ancora una volta pensare non a ciò che spiace a se stessi ma al bene dell’altro: se si ama veramente, non si vuole che l’altro mortifichi i suoi sogni ma anzi che li sviluppi e cresca nella sua vocazione. Ovviamente il matrimonio, la costruzione di una famiglia è un’altra cosa, c’è l’impegno verso i figli ma non è ancora questo il problema di Lara e Peter (a meno che vengano fatti altri sequel). Per ora basta la loro frase: “se vogliamo stare insieme per sempre, quattro anni di college non sono così tanti”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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