FamilyOro

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

LA VITA NASCOSTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/23/2020 - 14:30
 
Titolo Originale: Hidden Life
Paese: Germania, Stati Uniti d'America
Anno: 2019
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: Studio Babelsberg, Elizabeth Bay Productions
Durata: 173
Interpreti: August Diehl, Valerie Pachner

Il film è ispirato alla storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco della regione di Radegund. Felicemente sposato con Fani, dalla quale ha avuto tre figlie, entrambi ferventi cattolici, non approva l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler. Chiamato alle armi e a giurare fedeltà al Fürer, oppone suo rifiuto in nome della fede cattolica. Nonostante l’invito di tanti cittadini di Radegund e delle stesse gerarchie ecclesiastiche (ma con il sostegno della moglie) a trovare una soluzione di compromesso, viene processato per alto tradimento e condannato a morte nell’agosto del 1943. Viene proclamato beato nel 2007.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un umile martire per la fede cattolica durante la dittatura hitleriana, sa ubbidire alla voce della coscienza e alimenta la ferma convinzione che la morte sia un passaggio verso una perfetta unione con Dio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene violente di guerra anche se non cruente (in U.S.A. : PG13)
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre molto bene, nonostante la durata importante e lo stile riflessivo e metafisico di Malick, qui pienamente confermato, che può piacere o no
Testo Breve:

Meno famoso di Tommaso Moro (Un uomo per tutte le stagioni), il contadino austriaco Franz, realmente esistito,  si trova, durante la dittatura hitleriana, di fronte  a un dilemma molto simile: seguire i dettami della coscienza anche a rischio della vita o accettare qualche falso compromesso. Su Chili e Amazon in lingua originale

Eravamo abituati a dei lungometraggi molto poetici, quasi metafisici, ad opera del regista di Ottawa, ma stavolta supera se stesso. Le narrazioni precedenti a questo film infatti (The Tree of Life, To the Wonder, Song To Song,.. ) hanno sempre regalato spunti di riflessione esistenziali, effettivamente è proprio il marchio di fabbrica di Malick che abbonda con tematiche filosofiche e spirituali, tralasciando la concretezza e la sequenzialità della sceneggiatura. Stavolta invece si affonda nella realtà della storia, in particolare la vicenda di Franz Jägerstätter, realmente esistito, che si è opposto al nazismo e alla seconda guerra mondiale, a motivo della sua profonda fede cattolica.

La trama inizia dalla vita intima e familiare di questo contadino austriaco, totalmente dedito alla moglie, ai figli e al lavoro, oltre che assiduo partecipante della vita ecclesiale del suo piccolo paese. A causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, si ritrova durante tutto l’arco del film a lottare tra due scelte fondamentali: se accettare lo stato delle cose in un compromesso con il “meno peggio” oppure non tradire ciò in cui crede profondamente a prezzo della sua libertà, del rispetto degli altri, delle persone che ama di più.

Lo spettatore è fortemente coinvolto in questo dramma interiore, che sicuramente pone molti interrogativi. Talvolta si ammira la fermezza e la coerenza del protagonista contro il “sistema” malato, ma si è portati fino alla conclusione a valutare anche la facilità e la necessità di fare una scelta più comoda rispetto alla sua. Solo nel finale viene palesata la motivazione suprema di Franz, che è la fede nella risurrezione e nella vita eterna e il fatto di non temere chi può distruggere il nostro corpo mortale. Neanche la morte che si prospetta può separare l’uomo dai suoi legami con le persone che ama, ma soprattutto diventa il momento di passaggio per una perfetta unione con Dio, ricercata per tutta la vita.

Una storia così struggente fortunatamente è accompagnata da una magistrale fotografia ultragrandangolare, tipica di Malick, che permette di immergersi nella distesa di paesaggi montani mozzafiato, ma allo stesso tempo si è profondamente vicini ai soggetti non solo nelle manifestazioni esteriori, ma soprattutto nel loro animo, come se potessimo toccare con mano la loro persona. Anche la voce narrante fuori campo dei personaggi, che sono sempre parchi nei dialoghi diretti, invoglia alla introspezione perché le domande e le questioni esistenziali poste, sono anche le nostre. Come se il regista conoscesse le nostre sensazioni e paure, siamo costantemente interrogati e provocati da quello che accade nella narrazione e viene naturale mettersi nei panni del protagonista, perché almeno una volta nella vita ci siamo trovati davanti allo stesso bivio.

Non c’è da aspettarsi che diventi un Blockbuster, considerando il mercato cinematografico odierno, tuttavia il film scorre molto bene, nonostante la durata importante. È un film che può essere visto da tutta la famiglia, anche se il target è rivolto soprattutto ad un pubblico giovane e adulto per la serietà delle tematiche trattate. Certamente siamo di fronte ad un film degno di memoria, anche per gli anni a venire, mai banale, che fino all’ultimo ci regala una speranza di risoluzione positiva, ma anche una tensione alimentata dal dubbio che in fin dei conti la realtà non funziona come quella del grande schermo, anche se in questo caso si.

Autore: Ambrogio Mazzai
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

BAR GIUSEPPE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/10/2020 - 17:36
 
Titolo Originale: Bar Giuseppe
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giulio Base
Sceneggiatura: Isabella Angelini
Produzione: One More Pictures, RAI Cinema
Durata: 95
Interpreti: Ivano Marescotti, Virginia Diop, Nicola Nocella, Michele Morrone

Giuseppe è il proprietario di una stazione di servizio e del bar annesso, alla periferia di una non specificata zona rurale del Sud. E’ frequentato da gente del luogo ma anche da molti immigrati che Giuseppe considera come dei clienti alla pari degli altri, nonostante le mormorazioni di qualcuno.  La morte improvvisa della moglie, con la quale condivideva la gestione della stazione, lo getta nel più cupo sconforto; non è più giovane da poter pensare di lavorare da solo ma non accoglie il consiglio dei due figli Luigi e Nicol di mettersi in pensione e cerca un aiuto, proprio fra le persone che avrebbero più bisogno di quel lavoro. Sceglie quindi la giovane orfana Bikira, un’africana immigrata. Giuseppe è un uomo taciturno ma Bikira ammira, frequentandolo, la sua grande nobiltà d’animo e finisce per innamorarsene, nonostante  ci sia fra loro una grande differenza di età...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo mite e onesto, si occupa di fare del bene a chi non ha lavoro o ha subito il trauma dell’emigrazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per la riproposta, con toni crudi e realistici, della storia di Giuseppe e Maria
Giudizio Artistico 
 
Un racconto che mira all’essenziale in un contesto simbolico che si avvale dell’ottima interpretazione di Ivano Marescotti
Testo Breve:

Un uomo anziano, mite e buono che si chiama Giuseppe, sposa una giovane immigrata. Una rivisitazione attualizzata all’oggi del racconto evangelico che resta a metà fra realismo e simbolismo. Su RAIPLAY

Sono i primissimi momenti dell’alba, annunciata da una linea di luce rossa che si distende lungo tutto l’orizzonte. Due pompe di benzina e un disadorno caseggiato vengono qualificati da un’insegna che si agita al vento come: “Bar Giuseppe” (il richiamo ai dipinti di Hopper è sicuramente voluto). In questo luogo non meglio individuato inizia e continuerà il film, un luogo simbolico per una favola edificante dove si aggrumano tensioni contemporanee e significati universali.

Quale storia abbia voluto riproporci il regista e sceneggiatore Giulio Base (Padre Pio-Tra cielo e terra, Maria Goretti, la regia di almeno una cinquantina di episodi di don Matteo) è subito chiaro: il gestore si chiama Giuseppe ed è bravo nel lavorare il legno. La giovane ragazza si chiama Bikira che vuol dire vergine e dopo il matrimonio lei scopre di essere incinta ma non si sa quale uomo abbia conosciuto. Riproporre la storia di Giuseppe e Maria ai nostri giorni secondo l’iconografia classica (Giuseppe come persona anziana) ma senza l’intervento del soprannaturale costituisce sicuramente un’operazione complessa perché cerca di riproporci in un’ambientazione altamente simbolica, le suggestioni di quella nascita miracolosa presenti in noi fin dall’infanzia ma al contempo le vuole attualizzare, cercando di stabilire una connessione fra quel mondo antico e i nuovi “ultimi”, coloro che sono dovuti emigrare dalle loro terre e sono approdati in Italia.

Anche da parte nostra è necessario separare i due aspetti e se ci concentriamo sul risvolto esclusivamente umano e contemporaneo della storia, la figura di Giuseppe, grazie anche all’interpretazione di Ivano Marescotti, è perfettamente riuscita: un mite, un giusto, che materializza la sua bontà nell’aiutare chi è a disagio nel ritrovarsi in un paese straniero per sfuggire alle violenze del suo paese. E’ un uomo di poche parole perché parla solo quando si deve preoccupare di qualcuno e tace quando percepisce la malizia del suo interlocutore. Per contrasto, intorno a lui, c’è chi non gradisce chi doveva restare in Africa e chi spande maldicenze nei confronti di Bikira, la “furba” che ha abbindolato il vecchio ingenuo.

Su fronte più mistico, sul rievocare la storia di Maria e il Giuseppe del Vangelo, trasferendola al giorno d’oggi, il giudizio deve essere lasciato alla sensibilità individuale A me personalmente dispiace che Giuseppe continui a esser visto come un vecchio, buono e mite, che preferisce subire piuttosto che reagire.

Giuseppe era un giusto, con una forte fede in Dio.  Ma avere fede vuol dire anche coltivare la speranza in un Dio che non abbandonerà mai nessuno (decise da solo, prima dell’arrivo dell’angelo di ripudiarla in segreto) e avere grande forza d’animo nelle avversità, pienamente dimostrato nella sua funzione di custode di Gesù e Maria, durante la fuga precipitosa in Egitto.  In un uomo così solido ed equilibrato non era necessario inventarsi l’espediente di considerarlo un vecchio per alleggerire il suo impegno alla castità. Occorre aggiungere che un matrimonio tra un vecchio e una giovanissima ragazza non risulta particolarmente gradevole.

Il film ha uno sviluppo lineare, concentrandosi sugli aspetti essenziali del racconto e se abbiamo già accennato alla scenografia che richiama i quadri di Edward Hopper, certe sequenze fra i vagabondi del paese ricordano il pauperismo presente negli ultimi lavori di Ermanno Olmi. Se la recitazione di Ivano Marescotti è ottima, la figura di Bikira (Virginia Diop) fornisce la freschezza giovanile che è richiesta al personaggio ma poco di più mentre risulta sopra dalle righe la figura del figlio Luigi (Michele Morrone) tossicodipendente e senza fissa dimora.

Disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PARLAMI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/03/2020 - 18:55
 
Titolo Originale: Un Homme Pressé
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Hervé Mimran
Sceneggiatura: Hélène Fillières, Hervé Mimran, Hervé Mimran
Durata: 100
Interpreti: Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart-Weit.

Alain Wapler è un bravissimo oratore e uomo d’affari in un’azienda automobilistica. Tutta la sua vita è assorbita dal lavoro: non ha mai tempo da dedicare alla cura di sé, né tantomeno a sua figlia Julia. Improvvisamente viene colpito da due ictus a brevissima distanza di tempo. Al suo risveglio, scopre di aver perso la capacità di parlare correttamente e di avere la memoria compromessa. Per recuperare il linguaggio viene affidato a Jeanne, una giovane ortofonista. Non essendo ritenuto all’altezza della situazione, viene licenziato. La perdita della possibilità di lavorare gli permette di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La perdita della possibilità di lavorare e la perdita di memori subita, permettono al protagonista di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale, ancora una volta, l’interpretazione di Fabrice Luchini. Poco approfonditi i personaggi di spalla al protagonista
Testo Breve:

Un uomo, totalmente assorbito nel suo lavoro, viene colpito da ictus e menomato nel linguaggio, ha ora il tempo di recuperare rapporti umani e familiari un tempo compromessi. In streaming a pagamento su Chili e Infinity

Quando Hervé Mimran, nel 2013, lesse un articolo di Le Monde sulla storia di Chistian Streiff, ex presidente di Airbus e PSA Peugeot Citroen, ne rimase colpito e volle incontrare il manager per poter raccontare la sua storia (rivisitata) con un film. Nasce così Parlami di te, quarto film del regista francese.

L’interpretazione di Fabrice Luchini nei panni del protagonista è all’altezza delle migliori aspettative per un professionista da par suo. Se da una parte i fraintendimenti del linguaggio mantengono alto il livello di comicità, dall’altra non rendono il personaggio una macchietta e non banalizzano la riflessione sulla malattia e sulla riabilitazione. Attore che deve la sua iniziale fortuna per le grandi interpretazioni di testi teatrali francesi, la scelta di accettare il ruolo di un personaggio che non è più capace di trovare le parole giuste rende questo film quasi una sfida.

Da menzionare anche, per l’ottimo lavoro svolto, il doppiaggio: la resa in lingua italiana di giochi di parole originariamente in lingua francese, non deve essere stato un lavoro facile. Ma si può dire che è stato un lavoro perfettamente riuscito. La scelta, infine, di “storpiare” anche i titoli di coda aggiunge quel tocco di ilarità in più che sorprende (quanti si fermano a leggere i titoli di coda di un film?).

Non sono da trascurare nemmeno l’ortofonista Jeanne (interpretata da Leila Bekhiti) e la figlia Julia (Rebecca Marder): spalle molto efficaci del protagonista. Forse una prima pecca della sceneggiatura è il poco spazio concesso all’ approfondimento delle loro storie e delle loro personalità. L’ortofonista alla ricerca della propria madre naturale, all’inizio di una storia d’amore con un collega infermiere; la giovane figlia di Alain che cerca di essere all’altezza delle aspettative del padre cercando di essere una ragazza di successo. Personaggi che muovono un po’ tutta la storia, ma poco descritti e di cui non riusciamo a conoscere fino in fondo l’interiorità.

La pellicola offre, inoltre, numerosi spunti per la riflessione. Innanzitutto, il riscatto personale di una persona che ha subito una grave menomazione. Il protagonista non si arrende: la sua durezza di carattere, da uomo all’apice della carriera professionale, si riflette anche nella tenacia impiegata nel percorso di guarigione.

Il cambiamento di carattere: l’impazienza e la scontrosità caratteriale vengono ridimensionate dall’impossibilità di cavarsela da solo anche per le cose più semplici; il rallentare dei ritmi di vita che gli permettono di riscoprire le tante cose belle che possiede e di far rinascere in lui il senso della gratitudine.

Un secondo aspetto forse un po’ debole della sceneggiatura è “l’accelerazione” sul finale: se all’inizio la descrizione del protagonista è dettagliata e il regista si sofferma per definirlo a fondo e per delineare il cambiamento a lui necessario, forse il finale è un po’ frettoloso e rischia di liquidare in poche sequenze il coronamento di tutto il viaggio interiore di Alain.

Comunque il film è gradevole, adatto a tutta la famiglia, capace di far pensare in modo divertente.  E’ disponibile in DVD o in streaming su Chili, Infinit e altri

In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

HEARTLAND (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/20/2020 - 07:33
 
Titolo Originale: Heartland
Paese: Canada
Anno: 2007
Produzione: CBC
Durata: 13 stagioni, 214 episodi, in produzione
Interpreti: Amber Marshall, Michelle Morgan, Shaun Johnston, Chris POtter, Graham Wardle

Nelle montagne rocciose di Alberta, in Canada, Heartland è un ranch che alleva cavalli e funge da “clinica” per quei quadrupedi che sono diventati ribelli per qualche shock che hanno subito, grazie alle abilità della signora Marion. In un grave incidente Marion muore: il ranch continua a essere gestito dal nonno materno Jack, dalla quindicenne Amy, che ha ereditato le doti “curative” della madre. Arriva anche Lou, la sorella maggiore di Amy, che ha lasciato il suo lavoro a New York per dare una mano, come amministratrice, per rimettere in piedi gli affari del ranch. Si unisce a loro anche Tyler un ragazzo che è stato condannato dal tribunale a svolgere un periodo di lavori utili sotto tutela. Il suo compito è quello di aiutare nonno Jack a tenere in ordine le stalle…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella fattoria di Heartland ci si occupa di curare le relazioni familiari, anche quelle che si sono incrinate, prestando sempre premurosa attenzione a chi ne ha bisogno, uomini o animali che siano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il serial ha una struttura semplice e chiara, adatta a venir compresa anche dai piccoli e punta tutto sulla simpatia dei protagonisti
Testo Breve:

Nel ranch Heartland, due sorelle e il loro nonno cercano di portare avanti quella che è una caratteristica unica della loro fattoria: un luogo dove cavalli che hanno subito traumi possano ritrovare il loro equilibrio. Storie di uomini, donne e cavalli nella serie più longeva della televisione canadese. Su Raiplay

Heartland, disponibile su RaiPlay, arrivata alla tredicesima stagione, è la serie televisiva più longeva della televisione canadese ed è stata finora venduta alle reti di altri 25 paesi, fra cui l’Italia. Non è da escludere l’arrivo di nuove stagioni.

E’ indubbio il fascino (e anche quel po’ di invidia) che nasce nel vedere questa famiglia che vive tutto il giorno all’aperto, in contatto con una natura intatta, il cui principale impegno è prendersi cura di quel magnifico animale che è il cavallo. Il cavallo è stato da sempre un argomento preferenziale per la letteratura giovanile: i film che sono stati realizzati si sono sempre rifatti a libri di successo (Black Beauty , Black Stallion, War Horse, Seabiscuit,…) fino a quello forse più famoso di tutti: L’uomo che sussurrava ai cavalli. “Io non sussurro ai cavalli, io li ascolto!” esclama Amy un po’ infastidita quando le chiedono qual è il suo segreto nel comprenderli e guarirli, sapendo che è proprio quello il confronto più prossimo nella memoria collettiva. 

La struttura della serie è semplice: ogni episodio comporta la risoluzione del caso difficile di un cavallo che è diventato indomito mentre sullo sfondo si dipanano le vicende dei componenti della famiglia Flaming: le tre sorelle, il nonno, il padre che tanti anni prima si è allontanato, fra espressioni di affetto, occasionali contrasti e immancabili innamoramenti.

La storia si sviluppa con calma, un po’ sullo stile delle soap opera, nessun personaggio è veramente cattivo, né ci sono contrasti che non si possano sanare e che si chiudono con una sincera espressione di pentimento.

E’ indubbio che il longevo successo della serie è da attribuire alla calda simpatia dei protagonisti, che diventano degli “amici di famiglia” per lo spettatore che vuole gustarsi l’evolversi delle loro storie giorno per giorno (anno per anno) ma c’è forse qualcosa di più.

La famiglia Flaming è paladina di un codice morale che potremmo sintetizzare con lo slogan: “prendersi cura di”. Prendersi cura dei cavalli senza badare a quanto tempo ci vorrà, dando loro il nutrimento e le cure migliori, ponendo sempre il denaro al secondo posto.  Ma vuol dire sopratutto prendersi cura delle persone, come è stato accettare Tyler, condannato dal tribunale a un periodo di lavoro sotto tutela.  Si determina in questo modo un circuito virtuoso dove prendendosi cura dei cavalli, si progredisce anche nell’attenzione alle persone.

E’ esemplare, come effetto di contrasto, il sesto episodio, quando arriva nella fattoria, non atteso, Carl, il fidanzato newyorkese di Lou. Già dal suo arrivo viene caratterizzato come un “diverso”, colui che è “il topo di città”, abituato a non sprecare un secondo del suo tempo, che tiene sempre all’orecchio l’auricolare del suo cellulare perché nessuna chiamata vada persa. Le sue intenzioni appaiono serie: chiede a Lou di sposarlo ma lei scopre ben presto che Carl si è già dato da fare per procurare per lei un colloquio di lavoro a Chicago nella stessa azienda dove si è già trasferito lui, lasciando New York. Forse in lui c’è dell’affetto ma si è comportato nei suoi confronti in modo strumentale agendo secondo il proprio vantaggio, senza trattarla come persona sua pari, chiedendo previamente la sua opinione. Per la morale che si pratica in  Heartland, si tratta di una posizione inaccettabile. Interessante anche l’etica sessuale praticata nella famiglia Flaming: a Carl, durante il suo soggiorno a Heartland, viene assegnata una stanza diversa da quella della fidanzata e quando lui, di notte,  cerca furtivamente di raggiungerla, viene bloccato da oche starnazzanti poste strategicamente davanti alla stanza di lei.

La funzione di Heartland può esser assimilabile a quella di un monastero, posto in un luogo lontano dalla vita convulsa delle metropoli di oggi, dove viene posta grande attenzione alle relazioni familiari e alla cura di chi ha bisogno di rimarginare le ferite fisiche o dell’animo, uomini o animali che siano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE ENGLISH GAME

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 10:17
 
Titolo Originale: The English Game
Paese: Regno Unito
Anno: 2020
Regia: Birgitte Stærmose, Tim Fywell
Sceneggiatura: Julian Fellowes, Tony Charles, Oliver Cotton, Ben Vanstone, Gabbie Asher, Sam Hoare, Geoff Busseti
Produzione: 42
Durata: 6 episodi di 45' su Netflix
Interpreti: Edward Holcroft, • Kevin Guthrie, Charlotte Hope, Niamh Walsh, Craig Parkinson, James Harkness

James Walsh, proprietario del mulino di Darwen e del Darwen Football Club, decide di pagare segretamente due calciatori scozzesi, Fergus Suter e Jimmy Love, per rinforzare la squadra in vista dei quarti di finale della FA Cup 1879. Nessuna squadra di operai ha ancora vinto la coppa ed è questo il suo obiettivo ma occorre prudenza perché la Federazione prevede in campo solo giocatori volontari. Gli avversari sono gli Old Etonians, una squadra composta da gentiluomini dell'alta borghesia londinese e capitanata da Arthur Kinnaird

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna dell’aristocrazia inglese si presentano come dei giusti, in grado di uscire da se stessi per riconoscere le esigenze e il valore di altre persone in classi sociali diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi attori rendono scorrevole un racconto che ha una palese intenzione apologetica non tanto per un affascinante sport come il calcio ma per quegli uomini che lo hanno reso popolare. Un lavoro molto criticato in madrepatria
Testo Breve:

Nel 1879, in Inghilterra, il calcio è ancora agli inizi, uno sport elitario non retribuito. Ma è anche il tempo della crescita tumultuosa di una nuova realtà industriale che accoglie tanti lavoratori desiderosi di appassionarsi a questo nuovo sport. Su questo sfondo sono tanti i personaggi  positivi, che costruiscono un racconto semplice e scorrevole. Su Netflix

Questo serial, in sei puntate su Netflix, racconta la storia di due giusti: Arthur Kinnaird e sua moglie. Arthur è un lord, con tutti i privilegi che gli competono ma ha anche occhi per guardare e un cuore per comprendere. E’ un nobile inglese fin nel midollo delle ossa, i suoi modi sono cortesi, il suo comportamento controllato, impeccabile nel vestire, ama il calcio e lo ha sempre concepito con un passatempo per la gente come lui, perché esprime una competizione leale, espressione di energia fisica e di destrezza. Ma Arthur è in grado di avvicinarsi e comprendere anche il mondo dei lavoratori, che nella tumultuosa crescita dell’industria di fine ottocento sono soggetti a salari fluttuanti in funzione dell’andamento del mercato e possono venir licenziati senza preavviso. Arthur riesce a trascendere la propria situazione e a comprendere che per lasciar giocare anche i salariati, occorre accettare che quella del calciatore diventi una professione retribuita.

La moglie Margaret si rivolge al fronte femminile con uno sguardo acuito dalla sofferenza per non aver potuto portare a termine una gravidanza e finisce per scoprire la dura realtà di quelle donne delle classi più umili che hanno avuto un figlio senza esser sposate e per questo vengono allontanate dalla società e da qualsiasi lavoro.

Attraverso questi due protagonisti Juian Fellowers, già autore di Downton Abbey, ritorna a esplorare tempi e ambienti a lui cari, anche se la classe dei nobili e quella dei salariati non si trovano su piani differenti dello stesso castello ma in squadre antagoniste del football allora nascente. Secondo un’impostazione narrativa che già conosciamo dai suoi lavori precedenti, per Fellowers non ci sono buoni e cattivi ma sempre persone che sanno riflettere e che cercano di fare la cosa più giusta

Anche nel mondo dei “poveri” e dei borghesi sono presenti persone degne di ammirazione: Fergus Suter cerca di affrontare nel miglior modo possibile la sua grave situazione familiare; il suo amico fraterno Jimmy è l’uomo buono in assoluto, che non sa mai dire di no a nessuno; James Walsh è un imprenditore che comprende che i suoi affari prospereranno solo se ci sarà una stretta intesa con gli operai che lavorano nel suo mulino.

Da un quadro così globalmente positivo possiamo concludere che a Lord Julian Fellowers interessa soprattutto rappresentare la nobiltà d’animo delle persone, intesa come prerogativa di chi è ricco come di chi è povero ma forse lo sceneggiatore lascia trasparire in questo serial, forse più che i Downton Abbey, che il suo cuore batte per quella classe che per prima ha cercato di rendere la nobiltà d’animo una qualità fondante. Nell’ultima puntata della serie, in una cena prima della partita finale, Arthur Kinnaird, contornato dai compagni di squadra, dice che loro dovranno dare, per il giorno seguente “:uno spettacolo dignitoso, un comportamento degno di un gentiluomo, perché siamo gentiluomini e domani noi andremo a vincere come gentiluomini”

Autorevoli testate della stampa anglo-americana non hanno parlato male di questa fiction, ne hanno parlato malissimo.

The Guardian la definisce una serie terribile, che ha fatto autogol. L’autrice dell’articolo fa notare che Fellowes non ha scritto da solo la sceneggiatura, ci sono dei co-autori ma “li lascerò anonimi perché potrebbero essere giovani e avere famiglie”.

The Exquire incalza: “Alcuni dialoghi sono “gommosi” (chewy) oltre ogni immaginazione”.

In effetti la struttura narrativa è semplice, le scene-chiave delle partite di calcio non sono particolarmente emozionanti e non viene nascosta la volontà di raccontare una bella storia su quella che è una gloria inglese ma probabilmente, ciò che ha fatto indispettire di più questi recensori, è l’aria di “buonismo” (loro direbbero così in italiano) che traspare. In particolare, fra i tanti “difetti”, c’è anche il mostrare donne che vedono in una maternità compiuta la fonte principale della loro felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

DOC - NELLE TUE MANI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/06/2020 - 11:21
 
Titolo Originale: DOC -Nelle tue mani
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Jan Maria Michelini, Ciro Visco
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Viola Rispoli
Produzione: Rai Fiction, Lux Vide
Durata: 50' a puntata su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Luca Argentero, Matilde Gioli, Gianmarco Saurino, Sara Lazzaro, Raffaele Esposito

Andea Fanti, primario di Medicina Interna di un importante ospedale di Milano, è un bravo dottore esigente e rispettato dai suoi colleghi ma ha un comportamento ruvido nei confronti dei pazienti. La sua vita resta appesa a un filo quando il padre di un paziente, sconvolto per la morte del figlio, gli spara un colpo in testa. Ripresosi dal coma, si accorge di aver perso la memoria dei suoi ultimi 12 anni. Lorenzo, lo psichiatra dell’ospedale, ritiene sia giusto per lui restare in ospedale, un ambiente a lui familiare, con mansioni senza responsabilità, nella speranza che riesca un giorno a ritrovare la memoria. Per questo motivo non gli rivela certi aspetti della sua vita privata e professionale. Andrea finirà così per scoprirli a poco a poco: si rivolge ad Agnese, la direttrice dell’ospedale, come se fosse ancora sua moglie (in realtà sono separati da tempo), tratta la dottoressa Giulia con distacco professionale, dimenticando che appena giorni prima aveva con lei una relazione sentimentale…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial trasferisce la calda umanità di tutti i personaggi: molti sono fragili ma, con l'aiuto degli altri, riescono a comprendere quando stanno sbagliando e ritrovano la forza per ripartire
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena ad alta tensione potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura che valorizza tutti i personaggi ma l’intreccio appare affollato da un numero eccessivo di accadimenti
Testo Breve:

Un primario di ospedale, dopo un incidente, perde la memoria dei suoi ultimi 12 anni. E’ l’occasione per correggere la sua vita, instaurare un rapporto più umano con i pazienti, scoprire che si può andare avanti aiutandosi a vicenda

Appena scopriamo, nel vedere la prima puntata della serie, che Andrea non ricorda più gli ultimi 12 anni della sua vita, viene spontaneo esclamare: “ancora!”. Avevamo visto da poco il serial La strada di casa, dove l’imprenditore agricolo interpretato da Alessio Boni si risveglia dal coma dopo 5 anni, cerca di riscoprire cosa sia successo nel frattempo che ecco ci viene presentata (anche se sappiamo che DOC si è ispirato a fatti realmente accaduti) una trama molto simile. Scopriamo anche che questo dottor Andrea è molto acuto nelle diagnosi ma usa  toni  distaccati con pazienti e  colleghi;  ancora una volta ci scappa di dire: “ancora!”, perché il richiamo a Doctor House – Medical Division è molto forte. Quando poi assistiamo a sequenze concitate in sala di diagnosi dove l’equipe di dottori ha pochi secondi per recuperare un paziente che risulta gravemente compromesso, non possiamo non ricordare le sequenze drammatiche in sala operatoria che sono state il  piatto forte della serie E.R. – medici in prima linea.

Occorre aggiungere che nel primo episodio, che ha, come sempre, il suo compito di impostare tutta la serie, si percepisce quell’horror vacui, tipico di molti serial italiani, dove vengono innescate tante bombe narrative a effetto ritardato che esploderanno nelle puntate successive e che hanno il compito di mantener sempre desta l’attenzione del pubblico. Oltre agli intrighi amorosi, alle sventure che affliggono la vita del protagonista, alle rivalità professionali, si sta sviluppando anche un complotto ai danni dello stesso ospedale.

Tuttavia la serie, nelle prime puntate, ha avuto un notevole successo. Più di 7 milioni di spettatori nella prima puntata e quasi 8 milioni nella seconda. Un successo pienamente meritato perché i pregi e l’originalità della serie non vanno cercati nel meccanismo dell’intreccio ma in altri due aspetti: nel messaggio che ci viene trasmesso e nell’approfondimento dei personaggi.

Il dr House ci teneva a mantenere un certo distacco con i pazienti perché pensava che un rapporto più stretto con loro lo avrebbe  distratto dal suo obiettivo primario: la ricerca degli indizi che lo avrebbero portato a una giusta diagnosi. Anche in E.R. si manteneva un certo distacco fra efficienza professionale e affetti privati. In questo DOC, l’approccio proposto per un corretto rapporto fra medico e paziente è opposto: per riuscire a curare bene il paziente (to cure, in inglese) bisogna rivolgersi a lui con un atteggiamento di attenzione e partecipazione umana alle sue infermità (to care), entrare in quella confidenza che consente al paziente di confidarsi e avere piena fiducia nel dottore. La funzione di Andrea, non più dottore abilitato ma semplicemente Doc per i colleghi, nelle varie puntate, è proprio questa: avvicinarsi ai pazienti per riuscire a toglier loro quella maschera di riservatezza che non consente di portare a termine una diagnosi approfondita dei suoi mali. L’apertura deve essere reciproca, sottolinea la serie: non sono solo i medici che debbono metter da parte il loro distacco professionale ma anche i pazienti: sono molti i casi presentati  di pazienti pronti a mentire pur di lasciar presto l’ospedale o, al contrario, pronti a enfatizzare i loro mali presunti per ottenere maggiore attenzione.

Il secondo pregio della serie è nella definizione dei personaggi. Il baricentro dell’attenzione è ovviamente Andrea (Luca Argentero), impegnato a ricostruire i suoi ultimi 12 anni di vita (ma anche con la possibiltà di  correggere i suoi errori) ma tutti i personaggi di cui veniamo a conoscenza hanno una storia, hanno sensibilità diverse, hanno pregi ma anche difetti e soprattutto si evolvono: sbagliano ma si correggono. Siamo lontani dai serial manichei dove ci sono i cattivi tanto cattivi e i buoni tanto buoni, ingessati nella maschera che debbono portare. Come il ragazzo diventato padre nella prima puntata, che è aiutato da Andrea ma poi è lui stesso a ridare coraggio al DOC, nessuno può dire: "tutto è perduto" ma c’è sempre una soluzione perché c’è qualcuno disposto a prendersi cura di te. La regia si mantiene in equilibrio (non sempre), evitando di scivolare nel patetico e, stranamente, realizza frequentemente dei primi piani delle mani dei  protagonisti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

CARO GESU' . LE DOMANDE DEI BAMBINI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/01/2020 - 21:10
 
Titolo Originale: CARO GESU' . LE DOMANDE DEI BAMBINI
Paese: Italia
Anno: 2020
Produzione: TV2000
Durata: 12 min alle12,20 e alle 17, 30 da lunedì a sabato su TV2000
Interpreti: Cecilia Falcetti

Bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni, attraverso brevi clip, formulano le loro domande che vengono poi raccolte e commentate dalla catechista Cecilia Falcetti. In ogni incontro, della durata di dodici minuti, si affronta un tema centrato su una parola chiave: la noia, la tristezza, la paura, l’amicizia, gli angeli custodi e in particolare ci sono domande collegate al momento difficile che stiamo vivendo. Disponibile in diretta su TV2000 dal lunedì al sabato alle 12.20 e alle 17.30 su TV2000 e su Youtube per visionare le conversazioni precedenti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un chiaro riferimento ai valori della fede anche in questi tempi difficili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La catechista è convincente e usa il linguaggio giusto per parlare a dei ragazzi. Belle le illustrazioni. Le domande che pongono i bambini sembrano un po’ “costruite”
Testo Breve:

Ogni giorno, da lunedì a sabato, una catechista ci mostra come si può parlare di Gesù ai ragazzi di 8-12 anni anche in questi momenti difficili. Una utilissima iniziativa di TV2000 disponibile anche su Youtube

Nel tempo del Coronavirus i ragazzi stanno in casa. I più piccoli sono felicissimi di poter avere papà e mamma tutto il giorno con loro (magari a turno), i più grandicelli sentono la mancanza dei loro compagni di scuola, con i quali fanno almeno lunghe video-conversazioni. In questa occasione veramente unica dove i genitori, fra una telefonata di lavoro e l’altra, possono dedicarsi ai figli, perché non intrattenerli con un po’ di catechismo fatto con allegria, su temi che stanno loro a cuore?

Un ottimo spunto ci vene offerto da questa trasmissione che va in onda ogni giorno su TV2000 dove una catechista esperta, Cecilia Falcetti, risponde alla domande che ogni giorno un bambino, nella fascia 8-12 anni, le sottopone. La disponibilità di queste conversazioni, anche su Youtube oltre che sull app TV2000, offre il vantaggio di poter scegliere il tema che più sentiamo vicino. “Perché  i nonni sono più a rischio di noi e non possiamo stare con loro?” (31 marzo). “In questi giorni, dove sono finiti gli angeli custodi di tutte le persone che stanno male?” (30 marzo). “Le chiese sono vuote, non si può partecipare alla messa; cosa possiamo fare?” (28 marzo). “Dove possiamo trovare il coraggio per affrontare il Coronavirus?”e così di seguito.

La catechista adotta un linguaggio facilmente comprensibile e si muove nell’ambito del bagaglio culturale disponibile, prevedibilmente, a quell’età. Viene citato il Principe Felice, si parla delle logiche dei videogiochi e delle partite di calcio  oppure del cane grigio che tante volte ha protetto don Bosco.

Molto belle, per seguire il racconto e per il pubblico che ascolta, le illustrazioni e le piccole animazioni di Stefania Pedna

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

TUTTO IL GIORNO DAVANTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/15/2020 - 18:32
 
Titolo Originale: Tutto il giorno davanti
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Luciano Manuzzi
Sceneggiatura: Luciano Manuzzi, Federica Pontremoli
Produzione: Rai Fiction, Bibi Filmtv
Durata: 11o su RaiReplay
Interpreti: Isabella Ragonese, Sara D’Amario, Paolo Briguglia, Selene Caramazza, Enrico Gippetto

Palermo, 2014. Adele, divorziata con due figli da accudire, una di 12 e l’altro di 18, è assessore alle Politiche Sociali di Palermo. Sono frequenti gli arrivi di navi cariche di profughi e Adele si preoccupa soprattutto dei minori non accompagnati, diventandone la tutrice legale. Arriva un giorno importante: è prevista la firma, in comune, del protocollo per l’istituzione di tutori volontari per minori stranieri. Ma la giornata è già carica di impegni: bisogna organizzare la festa di compleanno della figlia, un centro di raccolta è stato chiuso e occorre trovare una nuova residenza per quei ragazzi che si erano ormai abituati a vivere a Palermo..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna riesce a convincere il contesto civile e politico in cui vive sull’importanza e la bellezza del riuscire a prendersi cura di quei ragazzi che sono dovuti fuggire dai loro paesi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto di un nobile impegno di dedizione verso ragazzi immigrati viene portato avanti attraverso un sovraccarico di eventi che mortificano una riflessione più profonda
Testo Breve:

La storia vera di una donna che si è battuta per dare dignitosa accoglienza ai minorenni non accompagnati immigrati in Italia. Una bella storia che poteva essere raccontata meglio.

“La grande madre non sono io; la grande madre è Palermo e tutte le persone che sanno che le differenze culturali non sono un pericolo ma una risorsa; tutti quelli che sanno che nessuno decide dove nascere; tutti quelli che accolgono migranti come figli. E certo, i figli hanno bisogno di noi e noi ci siamo. Dobbiamo esserci”. E’ questo il messaggio programmatico che Adele lancia alla fine del film, rivolto agli spettatori e che sintetizza il suo impegno a favore dei minori che sono arrivati a Palermo dall’Africa. Il film ricostruisce in modo romanzato le attività di Agnese Ciulla, che è stata assessore alla Cittadinanza sociale del comune di Palermo dal 2012 al 2017 nella giunta di Leoluca Orlando. Isabella Aragonese, che interpreta Agnese, rende bene la sua energia incrollabile che cerca continuamente di portare avanti le sue idee in un contesto molto complesso e spesso ostile. Ma la frase che lei pronuncia alla fine del film (sintesi di quanto ha detto, in vari contesti la vera Agnese) appare profondamente vera: a lei va il merito di essersi impegnata in prima persona in quest’opera che  ha sentito profondamente come giusta  ma al contempo ha trovato un contesto favorevole dove le sue idee hanno germogliato, grazie alla collaborazione del sindaco, del  giudice tutelare, della procura, del garante per l’infanzia ma soprattutto della città di Palermo, che ha mostrato il suo grande cuore e ha risposto generosamente al suo appello, riuscendo a trovare un  tutore per ognuno di quei ragazzi. Come coronamento di questo impegno, nell’aprile 2017 è stata approvata la legge 47, che sancisce il rispetto dei diritti dei minori stranieri non accompagnati al pari di quelli dei minori di cittadinanza italiana e dell’Unione Europea.

Sicuramente una storia interessante che valeva la pena di raccontare (è già uscito il libro, “La grande madre”, edito da Sperling & Kupfer e scritto da Agnese con la giornalista palermitana Alessandra Turrisi) ma la soluzione narrativa che è stata adottata per il film lascia perplessi. Si è deciso di raccontare una unica giornata palermitana di Agnese, una giornata dove gli autori hanno cercato di raccontarci tutto del contesto e delle iniziative dell’assessore, attraverso una serie incalzante di eventi e di problemi nuovi che continuamente accadono, mentre Agnese corre in giro trafelata per porre ovunque dei rattoppi e arrivando sempre in ritardo. Si inizia con Agnese che ha problemi come madre perché il suo lavoro le fa trascurare i figli; subito dopo deve accorrere nel centro di accoglienza dove stanno sgomberando dei minori ma intanto occorre organizzare la cerimonia che avverrà nel pomeriggio nelle sale del comune per la firma del protocollo. Intanto una ragazza di colore cerca di buttarsi dalla finestra perché è stata raggiunta in Italia dal marito violento e Agnese, arrivata al porto, deve tuffarsi in acqua per salvare un bambino che è caduto. Si tratta di una soluzione troppo apertamente didascalica che cerca di incrociare problemi privati e sociali e disegna il ritratto di un’Africa primitiva e violenta che consenta di giustificare gli arrivi di tanti immigrati. Era giusto celebrare una figura così ricca di materna umanità ma era opportuno presentare questo valore con l’evidenza della sua stessa forza, senza che fosse necessario per lei buttarsi nelle acque luride del porto o subire le incomprensioni (che risultano artificialmente costruite)  della figlia piccola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PAOLO, APOSTOLO DI CRISTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/26/2020 - 13:04
 
Titolo Originale: Paul, Apostle of Christ
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Terence Berden Andrew Hyatt
Produzione: Affirm Films ODB Films
Durata: 108
Interpreti: James Faulkner, Jim Caviezel, Olivier Martinez, John Lynch,Joanne Whalley

Dopo l’incendio di Roma del 64, iniziano violente  persecuzioni contro i cristiani, ritenuti da Nerone responsabili dell’incendio.  Paolo viene arrestato. Il resto della comunità cristiana, guidata da Aquila e Priscilla, è riuscita a trovare un rifugio sicuro ma è indecisa se restare o lasciare Roma.  Luca arriva a Roma e riesce a incontrare Paolo:  la testimonianza dell’apostolo è indispensabile perché possa riuscire a  completare  Gli Atti degli apostoli, il racconto delle vicende dei primi cristiani dopo la morte di Gesù. Il capo delle guardie, il prefetto Mauritius sa, che il prigioniero Paolo è solo un capro espiatorio scelto da Nerone ma è ligio al dovere e tratta Paolo con la dovuta durezza. Ma Mauritius ha una pena nel cuore: sua figlia sta morendo e anche se Luca, su segnalazione di Paolo, si è offerto di aiutarlo, non vuole tradire gli dei di Roma...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci mostra la forte fede di Paolo, Luca e dei primi cristiani, sereni di fronte al martirio ma anche come, fin dai primi tempi, si formavano dei gruppi dissidenti, pronti a imbracciare le armi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente di pestaggi sanguinosi e torture nei confronti dei cristiani
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt conferma il suo stile di un racconto intimista e claustrofobico che pone in rilievo i momenti di riflessione del grande apostolo ma la sceneggiatura soffre di alcune incoerenze
Testo Breve:

Paolo al carcere Mamertino , riceve le visite di Luca che sta scrivendo gli Atti degli Apostoli. Le riflessioni di Paolo prima della morte, in un film intimista non per tutti i palati

Paolo e Luca condividono la stessa cella. E’ il momento dei ricordi, di quando Luca aveva raggiunto Paolo a Roma quando si trovava agli arresti domiciliari. “La tua fermezza mi ha dato la forza di continuare in molte di quelle notti fredde e tristi” , commenta Paolo ma ricorda anche le terribili canzoni che cantava Luca prima di addormetarsi e di Pietro che russava. Paolo insiste: “Ringrazio Dio per averti messo nella mia vita: non so cosa avrei fatto  senza di te” e Luca ironico, rinfacciandogli le sue doti di dottore: “saresti morto di malaria e di emorragia”. Questo colloquio confidenziale e molto umano, rivela alcune scelte fatte dall’autore nel ricostruire gli ultimi anni dell’apostolo: Luca risulta una figura importante, almeno tanto quanto Paolo; mentre Paolo invece  è visto, nella sua vecchiaia, come una persona umile, saggia e profonda  ma ormai priva del carisma della guida. Se abbiamo conosciuto  Paolo, attraverso le sue lettere, per la sua fede incrollabile nel mandato ricevuto, qui appare molto più riflessivo e quando la comunità cristiana di Roma  gli chiede consiglio per decidere  se restare o lasciare la città, lui non ha altro da rispondere che: ”agite secondo coscienza”.

Le riflessioni che esprime in colloquio con  Luca o davanti agli aguzzini che lo interrogano, sono spesso frasi ricavati dalle sue lettere. E’ presente il famoso inno alla caritàdella Prima lettera ai Corinzi, usata molto spesso nella liturgia dei matrimoni,  mentre dalla seconda lettera a Timoteo vengono ripresi molti brani, incluso quella che prospetta la conclusione della propria vita terrena: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ogni racconto filmico che si appoggia su fatti realmente accaduti mescola quasi sempre personaggi e situazioni inventate (in questo caso il prefetto Mauritius,  Aquila e Priscilla come capi della comunità cristiana a Roma) con realtà storiche ricavate dai documenti di cui disponiamo ma in questo caso è proprio la miscela che non funziona. Sono presenti alcune disarmonieò illogicità narrative, , come quando un manipolo di cristiani non ortodossi assalta la prigione per liberare Paolo uccidendo due guardie e il prefetto Mauritius,invece di adirarsi per la morte di due suoi uomini, inizia a disquisire con lui su cosa sia la verità. Anche dopo, quando Luca e Paolo sono stati liberati perché Luca è riuscito a guarire la figlia del prefetto e  sono ospiti della sua villa, passeggiano nel giardino discorrendo serenamente sugli Atti degli Apostoli di prossima pubblicazione, trascurando il fatto che se loro sono vivi, tanti loro fratelli sono morti poco prima nell’arena. “Vivere è Cristo, morire è un guadagno”: riflette Paolo “Questa mi piace” ossserva Luca. “Allora scrivila” suggerisce Paolo. E’ come se lo sforzo dell’autore  Andrew Hyatt, che pur aveva dato buona prova di se’ in  Piena di Grazia , sugli ultimi anni di Maria, non abbia avuto come impegno primario quello di farci conoscere lo spirito e l’anima di Paolo ma abbia selezionato un frammento della sua vita, già vecchio e bisognoso dell’aiuto degli altri e abbia pensato di rendercelo più vicino umanizzandolo al massimo, inclusi alcuni dettagli sulla  stesura del libro di Luca.

Il film svolge un lavoro più che dignitoso nel presentarci situazioni verosimili anche se non confermate dai dati a disposizione (la presenza di Aquila e Priscilla a Roma, l’arrivo di Paolo a Roma per la stesura del libro degli Atti, le due prigionie di Paolo) ma ciò che desta maggiore perplessità è l’assenza di Pietro in questo film, mentre avrebbe dovuto condividere la prigionia di Paolo.

Interessante notare che  il film è stato prodotto dalla  Affirm Film (Fireproof, Courageous,War Room, Risorto) e questo lavoro si può a tutti gli effetti inquadrare come Christian Film, attualmente disponibile sulla piattaforma NETFLIX ma reperibile anche nella versione DVD.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE FRESHMAN YEAR

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/12/2020 - 22:27
 
Titolo Originale: The Freshman Year
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jude Okwudiafor Johnson
Sceneggiatura: Jude Okwudiafor Johnson, Toby Osborne
Produzione: Anchor Media Studios, Jude Johnson Productions
Durata: 105
Interpreti: Diallo Thompson, Natalia Dominguez, Benjamin Onyango, Gregory Alan Williams

CJ è un bravo ragazzo afroamericano che ha terminato l’high school con pieni voti, nutre una grande ammirazione per suo padre, un pastore protestante e ha sempre condotto una vita semplice e morigerata, alimentato dalla lettura della Bibbia. Al suo primo anno di università conosce Marcella, di origini ispaniche, la prima della sua semplice famiglia che riesce ad andare al college. Fra di loro si stabilisce una forte intesa e durante i festeggiamenti per la vincita della squadra di basket per la quale gioca, CJ finisce per bene alcolici per la prima volta nella vita e un po’ alticcio, viene aiutato da Marcella. Qualche tempo dopo, Marcella scopre di esser rimasta incinta. Suo fratello maggiore è molto contrariato (il padre è morto da tempo) perché tutti gli sforzi della famiglia per farla studiare rischiano di sfumare e propone l’aborto. Anche la famiglia di DJ resta turbata: che si dirà di un pastore che non riesce a dare la giusta educazione a suo figlio?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Può una vita condotta irreprensibilmente con la preghiera e la lettura della Bibbia consentire di affrontare situazioni difficili? La risposta è si ma solo se abbinata a un sincero senso di umiltà, ponendosi sempre al servizio degli altri
Pubblico 
Adolescenti
Per le tematiche trattate
Giudizio Artistico 
 
Il film sembra muoversi inizialmente in modo eccessivamente scolastico ma poi è la forza stessa degli eventi, improntati a elevato realismo, che porta avanti la storia, nonostante recitazioni non eccezionali
Testo Breve:

Il figlio di un pastore, educato troppo nella bambagia, finisce per comportarsi irresponsabilmente al primo anno di università. Un buon esempio di come la fede sia un sostegno indispensabile per affrontare  situazioni difficili, privilegiando la solidarietà

Il pastore e sua moglie si ritrovano da soli, in camera da letto, dopo che il figlio ha rivelato loro la sconvolgente novità.  “Quello che è fatto, è fatto, certe cose capitano”: afferma la madre, per fermare le lamentele del marito che continua a rimuginare su ciò che è accaduto. Marito e moglie si trovano di fronte a un serio pericolo  nei confronti del quale si sentono impotenti: l’ipotesi che Marcella con i suoi familiari voglia ricorrere all’aborto. Anche il proporre ai ragazzi di sposarsi non è una buona soluzione: il matrimonio è amore “finchè morte non ci separi”, non deve essere una costrizione. La conclusione dei coniugi è una: ormai DJ si deve considerare grande e responsabile della propria vita e loro dovranno dargli il massimo supporto possibile,  morale e materiale per aiutarlo nel processo decisionale. Si tratta del colloquio decisivo di tutto il film. Il pastore e sua moglie da quel momento metteranno da parte ogni recriminazione sul passato e aiuteranno Dj e Marcella a trovare tutta la serenità necessaria per reimpostare la propria vita in modo coerente con l’attesa di un figlio. Alla fine DJ, se è stato impulsivo una volta, riuscirà a mettere a frutto la sua fede in un Dio che non abbandona nessuno e anche Marcella, educata alla fede cattolica, recupererà il vivo senso dell’amore per la vita che nasce.

In base alle scritte poste alla fine del film, il racconto fa riferimento a fatti realmente accaduti e in effetti è caratterizzato da elevato realismo. La storia è in fondo una lezione di sano prammatismo a cui ogni buona intenzione o principio assoluto si deve piegare per dare comunque e sempre la priorità ai valori che scaturiscono dall’affetto familiare e dalla solidarietà. Il pastore viveva di una vita alimentata da meditazioni ispirate dalla Bibbia ma dopo la bruciante delusione di un figlio che perde il controllo appena uscito dalla casa paterna, un ambiente forse troppo protettivo, sa come comportarsi: impegnandosi a ricostruire la compattezza della famiglia per affrontare nel modo migliore possibile la nuova situazione. Senza che nessuno resti isolato ma anzi, in modo che i due giovani ritrovino le loro energie spirituali necessarie per gestire al meglio le trasformazioni che subiranno le loro vite.

Questo christian film è disponibile in streaming sul sito www.christiancinema.com  in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |