Film Oro

Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

A UN METRO DA TE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 21:21
 
Titolo Originale: Five feet apart
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Justin Baldoni
Sceneggiatura: Mikki Daughtry, Tobias Iaconis
Produzione: CBS Films, Wayfarer Entertainment
Durata: 116

Un inno alla vita. La storia di come si possa amare e odiare la nostra ordinaria quotidianità e di come un incontro inaspettato possa insegnarci e vedere le cose da un’altra prospettiva. Le infermiere svolgono nel modo migliore il loro servizio,consci che dietro i problemi fisici dei pazienti ci sono sempre degli esseri umani

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il messaggio è positivo: l’amore vince su tutto anche sulla distanza, la paura e la morte.
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma l'ambiente ospedaliero, il rischio di morire da un giorno all'altro, non rendono il film adatto ai pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Regia accurata e delicata di Justin Baldoni, buona la colonna sonora. La storia è raccontata con molta delicatezza e i personaggi sono ben delineati. Cole Sprouse, dopo tante serie televisive, dimostra di essere maturato per il cinema interpretando un ruolo complesso per la sua giovane età.
Testo Breve:

Un inno alla vita. La storia di come si possa amare e odiare la nostra ordinaria quotidianità e di come un incontro inaspettato possa insegnarci e vedere le cose da un’altra prospettiva.

A diciassette anni, quando il mondo apre infinite possibilità ad un adolescente, Stella è costretta a guardare scorrere la sua vita soltanto fuori dalla finestra della sua camera d’ospedale.

Se Belle di La bella e la bestia usa lo specchio magico per ammirare ciò che accade fuori dalle mura del castello dove è rinchiusa prigioniera, Stella si avvale del suo tablet per: seguire le vacanze delle sue amiche, raccontarsi in video chat storie travagliate con il migliore amico Poe (che continua a respingere chiunque lo ami per non far soffrire chi si affeziona a lui) e scoprire il vicino scorbutico della porta accanto.

Circondata dall’affetto degli infermieri, ormai sua seconda famiglia, Stella affronta con grande coraggio e incredibile forza d’animo la sua condizione: prova a tenersi impegnata tutto il giorno per quanto possibile, è ordinata fino ad essere manicale, organizzata e precisa cercando di guardare con positività al suo futuro.

E così, quando Stella incontrerà Will, disordinato arrendevole e negativo, le sarà assolutamente impossibile non insegnargli a vivere a modo suo.

Il ragazzo non potrebbe essere meno interessato a curarsi anche se gli viene data la possibilità di provare la più innovativa e costosa terapia sperimentale. Stella, esattamente l’opposto, controlla tutto quello che può visto che, non può gestire altro per colpa della sua malattia. Prende le medicine in perfetto orario, segue le indicazioni dei medici creando addirittura un’app che aiuta a tenere traccia dei medicinali da prendere.

Will e Stella si innamorano senza mai avere alcun tipo di contatto fisico, costretti ad una distanza di sicurezza di almeno un metro. Un sentimento speciale non solo perché nato tra le mura di un ospedale, ma perché, per il bene dell’altro, sono entrambi consapevoli di essere destinati ad un amore platonico, ma non per questo meno intenso e coinvolgente.

Stella, dopo tutto ciò che ha perso, è normale che voglia rischiare il tutto per tutto per riprendersi almeno un po’ di quella felicità che le è stata portata via dalla vita.

Tratto dal romanzo di Rachael Lippincott l’adattamento cinematografico risulta una storia raccontata con delicatezza, con personaggi ben descritti, affrontando un problema importante di cui si parla troppo poco.

Le scene si svolgono quasi interamente all’interno dell’ospedale ma senza dare l’impressione claustrofobica che ci si aspetterebbe.

Una storia, purtroppo vera come tante, coinvolgente e commuovente come poche viste fino ad oggi che prova quanto sia possibile cambiare noi stessi quando una persona ci coinvolge al punto tale da mettere in discussione tutte le nostre certezze.

Soprattutto dimostra come l’amore sia capace della più grande magia: infondere speranza a chi l’ha persa da tempo.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA GIUSTA CAUSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 09:14
 
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Produzione: AMBLIN PARTNERS, GORDONSTREET PICTURES, ROBERT CORT PRODUCTIONS
Durata: 120
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Kathy Bates

Alla fine degli anni ’50, Ruth Bader Ginsburg, già sposata e con una figlia piccola, è una delle prime donne ad esser iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Harward. La sua vita non è facile perché l’ambiente universitario è ancora pieno di pregiudizi nei confronti delle donne e inoltre suo marito si è gravemente ammalato. Lei inizia così a frequentare in parallelo anche le lezioni del secondo anno, dove suo marito è iscritto, per permettergli di studiare. Una volta laureata, non riesce a trovare un solo studio di New York disposta ad accettare una donna come avvocato. Rassegnata, diventa professoressa universitaria e insegna una materia che le sta molto a cuore: le discriminazioni in base al sesso che le leggi di quel tempo ancora convalidavano…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un marito e una moglie riescono sempre a spalleggiarsi anche nei momenti più difficili. La virtù della fortezza di Ruth che non si lascia scoraggiare ma si batte per dei principi che ritiene giusti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura molto ben costruita riesce ad sviluppare una storia basata su un conflitto di idee senza mai riuscire a stancare
Testo Breve:

La storia vera di Ruth Bader Ginsburg, fra le prime donne a laurearsi in legge, che dovette superare tutti i pregiudizi del tempo nei confronti della donne fino a diventare un giudice costituzionale Un interessante storia di idee e di una famiglia affiatata

Può interessare la storia di due primi della classe, marito e moglie, appassionati di legge, (lei prima nel suo corso ad Harward e prima in quello alla Columbus, lui uno dei più giovani e brillanti avvocati tributari di New York) che passano il tempo a dibattere questioni di legge?

Può appassionare un film che sembra scritto per degli avvocati o dei giudici, dove si entra nel dettaglio, nelle sue due ore di durata, dei meccanismi che regolano la giurisprudenza americana?

Il film ci riesce, perché ci racconta anche la storia di una famiglia molto affiatata, dove marito e moglie si sostengono a vicenda con convinzione, nella buona e nella cattiva sorte e perché riesce ad appassionarci alle difficoltà che affronta Ruth, una donna di indubbio talento, per “scalare la montagna”, cioè riuscire a smontare pezzo per pezzo, le centinaia di leggi (in U.S.A. si applica la common law, quindi non c’è un codice di riferimento) che ancora negli anni ‘70,  stabilivano diversi diritti e doveri in base al sesso.

Il personaggio di Ruth è molto ben tratteggiato (un po’ meno quello del marito), il film è la biografia romanzata di un noto giudice donna della corte costituzionale (compare brevemente alla fine del film) della quale viene mostrato il cuore indomito nelle tante battaglie affrontate ma anche l’equilibrio di saper riconoscere quando è inutile insistere e di accontentarsi di una piccola vittoria al momento invece di desiderare tutto subito.

Il film è interessante, oltre che per la bella storia in sé, anche perché solleva problematiche che è giusto dibattere: ne citiamo solo due.

Di fronte a una causa difficile da vincere, la si affronta perché si è convinti dei principi che si vogliono difendere o piuttosto perché è un’occasione irrinunciabile per raggiungere la notorietà da tanto tempo desiderata? In effetti è proprio questa l’accusa che gli avversari rivolgono a Ruth, per scardinare le sue tesi. È inutile dire che non c'è una risposta univoca ma nel caso di Ruth la sceneggiatura dà una risposta chiara: occorrono entrambi, giusti principi e una giusta ambizione. Il riconoscimento del principio di parità uomo-donna davanti alla legge era molto difficile da perseguire e lei è stata la persona giusta, perché occorreva tutta la determinazione e la sicurezza di cui era dotata, che le scaturiva dalla sua profonda preparazione.

Più delicato è l'altro tema: fino a che punto si può dire che l’uomo e la donna siano per natura diversi e che quindi la legislazione deve riflettere questa complementarietà oppure debbono avere gli stessi diritti e accedere alle stesse opportunità? Gli avversari di Ruth disegnano scenari apocalittici: prevedono bambini trascurati, mamme in ufficio o alla catena di montaggio, uomini e donne che competono per lo stesso lavoro, riduzione dei salari a causa della maggiore concorrenza, aumento dei divorzi e lo sgretolamento dei fondamenti della società americana. Ruth è stata pronta a rispondere: quando studiava all’università di Harward non c’erano neanche i bagni per le donne; sul lavoro non potevano fare gli straordinari e i giudici erano solo dei maschi.

Il film presenta una risposta chiara a questi dubbi. le leggi debbono seguire l’evoluzione della società. C’è uno stretto legame fra la legge e la cultura di un popolo e i giudici debbono adeguarsi, non certo alle mode correnti (né tanto meno anticiparne di nuove) ma alle onde lunghe dell’evoluzione dei costumi. In effetti Ruth riuscì a vincere la sua prima causa contro le discriminazioni uomo-donna solo negli anni ’70, nel pieno delle contestazioni studentesche.

Il limite della legge è proprio questa: cessa di difendere dei principi quando questi non sono più rispettati dalla maggioranza. Il modo con cui ogni singolo individuo, nel caso specifico una donna, possa riuscire a conciliare le mansioni che derivano dalla sua natura, in particolare partorire e allevare figli e svolgere lavori anche onerosi al pari di un uomo, viene lasciato alla coscienza del singolo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA SECONDA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/26/2019 - 15:32
 
Titolo Originale: La mia seconda volta
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alberto Gelpi
Sceneggiatura: Fabrizio Bozzetti
Produzione: LINFA CROWD 2.0. COPRODOTTO VARGAT FILM
Durata: 90
Interpreti: Aurora Ruffino, Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Luca Ward,

Giorgia ha diciott’anni, studia all’ultimo anno del liceo artistico a Macerata. Sa di avere talento (confeziona per hobby orecchini originali che riesce a vendere via Internet) e vorrebbe andare a Roma in cerca di opportunità ma il padre è contrario. Ludovica ha 23 anni, studia all’accademia di Belle Arti e aspira a diventare scenografa. Non è quindi contenta quando scopre che chi seguirà la sua tesi non sarà il titolare della cattedra ma Davide, un suo giovane assistente. Un giorno Giorgia, per distrazione, sta quasi per investire con la sua macchina Ludovica. Dopo un momento di tensione, le due ragazze diventano amiche e Giorgia si offre di aiutare Ludovica a ricomporre il modellino per una scenografia che nell’incidente si è rotto. A un certo punto entra in casa Davide e Ludovica scopre che il suo assistente per la tesi non è altri che il fratello maggiore di Giorgia....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna fa tesoro di una leggerezza compiuta da adolescente e quel fatto diventa per lei lo stimolo per cambiare vita e dedicandosi ad aiutare chi rischia di commettere lo stesso errore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio. Un ragazza accetta un appuntamento al buio da uno sconosciuto conosciuto via Internet
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura risulta debole, spiegando ciò che non occorre spiegare e togliendo tensione drammatica a quei momenti che più ne hanno bisogno
Testo Breve:

Una ragazza con grandi speranze per il proprio ’avvenire, distrugge tutto per un gesto irresponsabile (l’assunzione di droga). Le nobili intenzioni del film, molto valide per incontri rivolti a dei  giovani risultano meno  efficacai in una sala cinematografica

“Cineducando” è il nome che è stato dato al progetto sostenuto da case di produzione e distribuzione come Linfa Crowd 2.0 e Dominus Production che ha l’obiettivo di realizzre pellicole con un profondo  contenuto etico ed educativo per poi presentarle a studenti di scuole medie e superiori o in altri contesti culturali sensibili. La mia seconda volta rientra a pieno titolo in questo progetto perché racconta, in modo romanzato, la storia vera di Giorgia Benusiglio, che ha rischiato di morire per aver assunto una pasticca di Ecstasy e una volta ripresasi, ha deciso di dedicarsi  interamente a far comprendere ai giovani i rischi della droga.

Il film è uscito nelle sale il 21 marzo ‘19 ma da tempo  è stato presentato in molte  scuole delle principali città italiane e migliaia di ragazzi hanno potuto parlare sul tema della dipendenza dalla droga con i protagonisti della storia e con la stessa Benusiglio.

Questa bellissima iniziativa è ora sfociata nei tradizionali canali di distribuzione cinematografica. C’è quindi una domanda da porsi: questo film è  in grado di raggiungere  un vasto pubblico, non più selezionato come quello di un incontro a tema?

Su questo punto sogono delle perplessità proprio dalla struttura con cui è stato costruito il film. Viene meno la regola “show don’t tell” e  la didattica precede la narrazione. Accade con la professoressa del liceo artistico di Giorgia, che prende spunto dall’arte Kintsugi per sentenziare che “Le cicatrici rappresentano la storia che si fa carne. E dal dolore può nascere una bellezza ancora più grande” . Ma accade anche in quello spazio onirico  che interrompe la narrazione a intervalli regolari, forse il mondo in cui è rimasta chiuda Giorgia durante il coma, che  commenta  ciò che lo spettatore già vede: “quando tutto sembra perduto, quando pensi di aver toccato il fondo,..”

Maggiore perplessità desta  il modo con cui si è voluto raggiungere l’obiettivo dichiarato, quello di dissuadere i giovani dall’assumere  delle droghe. Conosciamo, dai vari racconti che ha fatto  Giorgia Benusiglio,la drammaticità della sua storia, colta da epatite fulminante  dopo l’assunzione di una pillola ecstasy. Il suo fegato era in necrosi e nell’attesa di un donatore, era arrivata a pesare 27 chili. La scelta narrativa è stata diversa: non si vede il momento  il cui la ragazza prende la droga (anzi si costruisce intorno a quell’evento una sorta di  giallo, per scoprire  chi sia stato il responsabile) e l’uscita dal coma della ragazza si risolve romanticamente con l’iniziativa di un suo amico che gli fa ascoltare la sua musica preferita. Per fortuna la Benusiglio interviene di persona alla fine el film, per riportare  il racconto alla sua cruda realtà  , mostrando la profonda cicatrice che ha sul fianco e che costituisce  memoria indelebile del trapianto che l’ha salvata.

Può darsi che questo alleggerimento sia stato motivato dalla necessità di non impressionare i ragazzi, che avrebbero comunque potuto fare tutte le domande che volevano durante gli incontri programmati ma si tratta di una soluzione che a cinema indebolisce l’efficacaia del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DAFNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 18:26
 
Titolo Originale: Dafne
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Federico Bondi
Sceneggiatura: Federico Bondi
Durata: 94
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive in Toscana con gli anziani genitori. Un giorno, al termine di una vacanza in campeggio, la madre ha un malore e muore. L’unico genere di evento, forse, in grado di togliere il sorriso alla vulcanica Dafne. Ma è solo un momento, perché la ragazza torna presto quella di sempre. Chi invece non sembra avere le risorse e forse nemmeno la voglia per rialzarsi è Luigi, il padre, con il quale Dafne ha un rapporto a dir poco complicato. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre, in un cimitero sperduto in mezzo alla campagna toscana, è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il tema della diversità (la sindrome di Down) è visto come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Dafne è un film asciutto che si riduce all’essenziale. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano,esalta la ricchezza emotiva della protagonista che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli
Testo Breve:

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive con il padre anziano. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

In questo suo secondo lungometraggio, come nel pluripremiato Mar Nero, Federico Bondi sceglie di raccontare una storia partendo da un dramma famigliare, privato, nascosto, per poi condurre fuori i protagonisti e spingerli ad intraprendere un viaggio, fisico ed esistenziale, che porta ad esplorare e a saggiare sentimenti e relazioni, mettendo generazioni diverse a confronto.

Anche questa volta il regista riesce sapientemente ad entrare nell’intimità affettiva di una famiglia speciale - come speciale è quella figlia con la sindrome di Down - e ha il coraggio di raccontare il tema della diversità e dell’handicap come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.

Dafne è infatti un film asciutto che si riduce all’essenziale, in ogni suo aspetto. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano e costruita sulla verità della macchina a mano piuttosto che su inutili virtuosismi – esalta la ricchezza emotiva della protagonista (tra capricci e straripanti manifestazioni d’affetto) che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli altri personaggi, soprattutto quello del padre, che in certi momenti sembra implodere interiormente. Il ritmo di racconto, così compassato, lascia il tempo per assaporare le emozioni, per stare con i personaggi e sforzarsi di comprenderli. Il dramma esistenziale, come già detto, è soprattutto quello di un anziano genitore, stanco e spaventato, che non sembra avere le energie necessarie per gestire da solo la difficile personalità della figlia, la quale, forse proprio in virtù del suo handicap, nella vita sembra averle avute tutte vinte.

Proprio Luigi dichiara, nel climax, uno dei temi del film. La sua ferita infatti per paradosso, sembra essere lenita solo quando davanti ad un bicchiere di vino rosso e ad una cameriera sconosciuta, viene gridata sottovoce, e riguarda la difficile accettazione di una diversità così “ingombrante” come quella della figlia. Una battaglia durata trentacinque anni con se stessi ma anche con quella ragazza che fa di tutto per essere normale, che sente di esserlo, ma che a cominciare dai genitori non è mai stata trattata come tale.

Ma Dafne è un film che parla anche del tempo – una parola che torna spesso soprattutto all’inizio, nei dialoghi tra madre e figlia – e dei diversi modi di pensarlo e di viverlo, un inno alla vita - come la canzone cantata a squarciagola da Dafne prima di partire insieme al padre – evidenziato dalla trovata poetica nella scena finale…

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INSTANT FAMILY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/18/2019 - 15:42
 
Titolo Originale: Instant Family
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Sean Anders
Sceneggiatura: Sean Anders
Produzione: PARAMOUNT PICTURES
Durata: 118
Interpreti: Mark Wahlberg, Rose Byrne, Gustavo Quiroz, Octavia Spencer

Pete e Ellie Wagner sono una coppia sposata da diversi anni. Hanno sempre rinviato la decisione di diventare genitori e lui ha un timore: se avessero un figlio adesso, sarebbero troppo vecchi per gestirlo nell’età più critica, quella dell’adolescenza. Pete però ha un’idea: perché non adottare un figlio che ha già cinque anni o anche più?. L’idea piace a Ellie ma quando ormai si sono decisi ad adottare Lizzi, una ragazza sudamericana di 15 anni, scoprono ha anche due fratelli più piccoli dai quali non si vuole separare: Juan e Lita. I coniugi si trovano davanti a un bivio: o tutti e tre o nessuno….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia mostra un grande affiatamento e rispetto reciproco, che consente loro di affrontare insieme un progetto bello e generoso ma complesso come quello di adottare tre bambini. Il film mostra, in modo acritico, l‘estensione del diritto all’adozione, presente nella legislazione di certi stati americani, anche a persone single e a coppie omosessuali
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il linguaggio è a volte esplicito
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre con scioltezza e ironia ma ciò non impedisce al regista di mostrare con realismo le difficoltà in cui si può incorrere nell’ adottare ragazzi non più piccoli
Testo Breve:

Croci e delizie di una coppia non più giovane che decide di adottare tre fratelli. Un racconto ispirato a una storia vera che mostra il doppio beneficio di questo nobile gesto: per i ragazzi ma anche per gli stessi genitori adottivi

Ci sono delle storie che ci presentano personaggi e fatti inventati anche se verosimili. Altri, come questo Instant Family esprimono un’esperienza realmente vissuta, in questo caso dallo stesso regista Sean Andrers, e la differenza si vede. Il tono del film è da commedia, ci sono molte situazioni divertenti, soprattutto quando la casa si riempie dei tre ragazzi scatenati ma il film è molto serio quando ritrae in dettaglio la progressiva trasformazione dei due protagonisti, che passano da una impostazione idealista e un po’ superficiale alla cocente delusione di scoprire che ad ogni piccolo progresso c’è una immediata regressione il giorno dopo, fino a meditare di riportare i tre ragazzi all’orfanatrofio. Una decisione che però cozza con il loro sentirsi sempre più maturi e responsabili, perché hanno il coraggio, ad ogni sconfitta, di ripartire daccapo, sempre più coinvolti in questa avventura che sta dando spessore alla loro esistenza.

Non si parla di fede nel film, ma il modo con cui Pete e Ellie, assieme ai loro familiari, festeggiano il Natale tenendosi per mano, la sensibilità con cui guardano questi bambini dell’orfanatrofio, nel momento della scelta, spesso dalle vite ferite da abusi e dall’abbandono dei genitori, denota una sensibilità che rimanda a una formazione cristiana.

L’aspetto più bello del film è l’affiatamento della coppia: nessuno dei due è disposto a prendere una decisione senza il consenso dell’altro. Discutono spesso sul da farsi, di fronte a una situazione così delicata, ma entrambi, pur con idee diverse, guardano solo al bene della loro nuova famigliai. Il film è interessante anche perché mostra, in situazioni così delicate, il valore del sostegno dell’intera famiglia, madri, padri e sorelle anche se spesso con qualche costruttivo bisticcio. E’ proprio la madre di lui, in questo caso, ad avere una visione e una sensibilità “fuori dalle parti” che risulta decisiva per ricomporre i dissidi con la ribelle Lizzy.

Anche le due signore dell’agenzia incaricata per le adozioni (una di queste è interpretata da Octavia Spencer) svolgono un ruolo importante e le periodiche tavole rotonde fra i potenziali genitori per scambiarsi esperienze e avere consigli, tradisce l’esperienza che lo stesso regista ha avuto.

Fra i candidati genitori, coerentemente con le leggi della maggior parte degli stati U.S.A. troviamo anche una coppia di omosessuali e una signora single. Il regista non manifesta nessuna particolare presa di posizione nei confronti di questa concezione allargata dei requisiti di adottabilità; non manca però di esprimere una certa ironia nei confronti della donna single che si ostina a cercare un ragazzo robusto perché lo vuole far diventare un campione sportivo. In questo caso il regista ci vuole ricordare il pericolo latente che si cela sotto certe aspirazioni all’adozione: soddisfare i propri desideri invece di porsi al servizio del bambino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MIGLIOR REGALO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/25/2019 - 20:44
 
Titolo Originale: El Major regalo
Paese: Spagna
Anno: 2018
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Infinito + 1
Durata: 107
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Joe Gòmez, Carlos Aguillo, Carlos Chamarro

La storia inizia durante le riprese dell’ultima sequenza di un film western. Tutto sembra esser pronto ma all’ultimo momento il regista decide di modificare lo script classico dove il buono uccide il cattivo. Non convinto che la vendetta sia l’unico modo per dare una buona fine al suo lavoro, l'artista decide allora di intraprendere un viaggio nel mondo alla ricerca di una migliore soluzione, per sconfiggere qualsiasi guerra, perché il tema della vendetta diventi il tema del perdono.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La forza del perdono, umana e trascendente, emerge con lucidità da interviste fatte a chi ha perdonato di cuore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il cuore pulsante del film è costituito dalle interviste fatte a persone che realmente hanno vissuto la trasformazione del perdono sulla loro pelle; qualche eccesso di retorica dal regista Cotelo che a volte spiega ciò che è già chiaro nel racconto
Testo Breve:

La rievocazione di casi reali dove persone colpite nel corpo e negli affetti hanno perdonato di cuore, costituisce un insolito ma efficace trattato  di etica e di fede.

Come si potrebbe definire Juan Manuel Cotelo, il regista di L’ultima cima (2010), Dio esce allo scoperto (2012), Terra di Maria (2013), Footprinnts, il cammino della vita (2016) e ora questo Il miglior regalo (2018)?

Su potrebbe intendere come un predicatore laico all’uso americano (ma cattolico) che impiega non un una retorica efficace per trasmettere la verità del Vangelo  ma il più moderno story telling. Non si tratta di fiction ma sempre di storie vere, con interviste ai protagonisti diretti dei fatti accaduti ed è proprio questa scelta che rende questa forma di  apostolato particolrmente efficace.

In quest’ultimo lavoro il tema è il perdono: tema affrontato in modo estensivo nell’ora e quaranta minuti del film attraverso interviste a persone che hanno perdonato di cuore: perdono in famiglia nei confronti di un padre violento;  perdono dopo esser stata vittima di un attentato terroristico come la spagnola Irene; perdono da parte di chi ha aderito all’IRA; perdono in Colombia dopo i violenti scontri fra i guerriglieri del FARC e l’Esercito di lIberazione nazionale (ELN); in Uganda dopo il genocidio incrociato perpetrato fra Utu e Tutsi; perdono verso la moglie che ha tradito abbandonando il marito e tre figli. La serietà dei fatti narrati non viene sminuita ma comunque allentata dalla componente fiction che si interpone fra un’intervista e l’altra; in questa parentesi western  Cotelo stesso, con molta ironia, impersona un regista impegnato nelle riprese di un film che deve classicamente concludersi con una sfida mortale fra i due antagonisti nella strada principale del villaggio. E’ proprio questo finale violento che determina  una crisi di coscienza da parte del regista che invita tutta la troupe  a trovare un finale più positivo. La ricerca della migliore soluzione sarà il pretesto per Cotelo di spostarsi da una parte all’altra del mondo dove maggiormente ha infuriato l’odio e la violenza per cercare dove ha brillato la forza del perdono.

“Quando sei in guerra diventi cieco. Ti si chiude il cuore come se lo coprissero di cemento” racconta un uomo che ha combattuto e ucciso in Colombia durante la guerra civile. “Eravamo come bestie e uccidevamo anche i nostri figli” racconta un altro nel rievocare il genocidio dei Tutsi, circa un milione di persone, avvenuto in Ruanda nel 1994.

Partendo da tante situazioni drammatiche la forza del perdono appare in tutta la sua evidenza. Si inizia a riconoscere in chi ti ha ferito non l’ggetto di una vendetta ma una persona da comprendere: “colui che fa del male è la prima vittima di un odio che tiene dentro di se” racconta Irene che ha perso le gambe in un attentato.  In tanti intervistati, l’odio è risultato: " un peso che condiziona la tua esistenza, una sofferenza che ti opprime e il perdono una liberazione". La soluzione sta , nell’azzerare la propria vita e iniziare da capo, come se si nascesse in quel momento: “perché dovrei perdermi la vita ad amareggiarmi per la mia situazione? Non mi è stato mica amputato anche il cuore - dice sempre Irene - “bisogna rinascere: è come se fossi nata direttamente senza gambe.

Man mano che la ricchezza del perdono, testimonianza dopo testimonianza, viene resa evidente, interviene la seconda scoperta: “il perdono è un dono che Dio ci regala- dichiara il marito tradito e poi riconciliato – solo Dio te lo può dare ma bisogna chiederlo. Non ho nessun rancore per lei, nè per la pesona che l’ha portata via. Non debbo pensare male di nessuno. È solo Dio che giudica”.

Complessivamente un film raggiunge con efficacia il suo obiettivo. Un obiettivo appena affievolito da uno sviluppo del racconto non pienamente organico e da una certa tendenza, da parte del Cotelo-intervistatore, a voler spiegare ciò che possiamo comprendere dalle persone intervistate.

Le uscite del film nelle sale italiane possono venir monitorate su Facebook - Infinito+1 Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VITA PER VITA - MAXIMILIAN KOLBE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 18:17
 
Titolo Originale: ZYCIE ZA ZYCIE
Paese: Polonia
Anno: 1991
Regia: Krzysztof Zanussi
Sceneggiatura: Krzysztof Zanussi, Jan Jozef Szczepanski
Produzione: IFAGE FILM, MEDIA FILM TV PARIGI - FILM GROUP TOR VARSAVIA
Durata: 94
Interpreti: Edward Zentara e Christoph Waltz

1941,campo di concentramento di Auschwitz. Jan, uno dei reclusi, riesce a fuggire. Alcune famiglie del luogo hanno il coraggio di dargli nuovi vestiti e di sfamarlo e alla fine trova rifugio per qualche tempo in un convento di francescani. In questa circostanza viene a sapere che dopo la sua fuga, per rappresaglia dieci detenuti sono stati condannati a morire di fame e di sete. Viene inoltre a conoscenza di un gesto inaudito: un sacerdote, padre Massimiliano Kolbe, si è offerto di venir condannato al posto di un padre di famiglia e l’ufficiale tedesco aveva accettato lo scambio. Jan, che ha sempre pensato a se stesso, è spinto questa volta da una insolita curiosità e inizia a indagare su chi fosse realmente padre Kolbe….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La grande fede di padre Kolbe e il gesto che ne è stata la sua massima espressione, risaltano in mezzo a tante mediocri figure di contorno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Zanussi, qui regista e sceneggiatore, sceglie uno stile asciutto, quasi scarno, che risulta particolarmente efficace quando è la stessa grandezza dell’uomo santo che si manifesta
Testo Breve:

Nel 1941, ad Auschwitz, padre Kolbe si offre di morire al posto di un padre di famiglia. La progressiva presa di coscienza del valore di quel gesto da parte delle persone che ne rimasero coinvolte e poi da parte di tutto il mondo

Krzysztof Zanussi, qui regista e sceneggiatore, ha scelto un metodo insolito per parlarci degli ultimi anni di padre Kolbe. Non racconta la storia dal punto di vista del santo ma nella prospettiva di alcuni laici e sacerdoti che sono vissuti ai margini di quell’evento oppure ne hanno sentito solo parlare. Sono persone normali, impegnati, in quei giorni drammatici, a pensare innanzitutto alla propria sopravvivenza e si interrogano, con un atteggiamento fra l’incredulo e l’infastidito, sul perché di un simile gesto. Man mano che viene a conoscenza di maggiori dettagli, Jan, cerca di riportare quell’evento nell’alveo di qualcosa di ragionevole, che abbia un senso umano, ma quel fatto resta lì, davanti a lui, senza una spiegazione soddisfacente. Anni dopo, quando si inizia a parlare di beatificazione, alcuni membri del partito comunista polacco iniziano a preoccuparsi della crescente fama che ha acquisito padre Kolbe, comprendono l’urgenza di imbastire una contro-propaganda e finiscono per concludere che in quel campo di concentramento il suo gesto sia stato un metodo per suicidarsi e por fine alle sue sofferenze. Perfino in Vaticano, quando si inizia a parlare di beatificazione, c’è chi fa dei fini distinguo fra ciò che può esser definito un martire per la fede e chi invece è morto per un altro uomo, come è accaduto per padre Kolbe.

Il film, in mezzo a tante mediocrità, introduce brevi, significativi camei della vita del santo, che rifulgono di luce propria. Come quando volle costruire un monastero in Polonia e senza avere un soldo, andò a chiedere dal signore locale la proprietà del terreno. Alla fine ci riuscì, offrendo in cambio preghiere e una statua della Madonna. Oppure quando, nella cella della morte guidava la preghiera e i canti liturgici degli altri condannati e concedeva l’ultima confessione a chi ne faceva richiesta. Non manca un ricordo di lui bambino, quando raccontava di aver parlato con la Madonna e che gli aveva chiesto il suo amore: la madre gli sorrideva e si portavano entrambi a un quadro della Vergine per iniziare a pregare.

Lo stile adottato da Zanussi è asciutto, quasi scarno, ma proprio dalla semplicità del racconto scaturisce con forza la grandezza del santo. Da testimonianze dirette sappiamo che padre Kolbe, mentre porgeva il braccio per l’iniezione letale, disse: “«...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea».  In effetti, proprio in un luogo come Auschwitz, espressione massima della brutalità umana, Kolbe ha piantato bel salda la croce di Cristo, a testimoniare che ancora una volta l’amore aveva vinto.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GREEN BOOK

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/04/2019 - 12:06
 
Titolo Originale: Green Book
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Peter Farrelly
Sceneggiatura: Brian Hayes Currie, Peter Farrelly, Nick Vallelonga
Produzione: DREAMWORKS PICTURES, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN PARTNERS, INNISFREE PICTURES, WESSLER ENTERTAINMENT
Durata: 130
Interpreti: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne

America, 1962: Tony Vallelonga, un bravissimo buttafuori italo-americano rimane senza lavoro quando il locale si chiude. Lo assume un pianista nero, che ha bisogno di un autista per il suo tour in giro per gli Stati del Sud.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esalta il valore dell’amicizia fra due uomini non perfetti, che nasce dal rispetto per arrivare alla comprensione e poi all’ aiuto reciproco. Chiari e forti gli affetti coniugali
Pubblico 
Adolescenti
Una colluttazione violenta; una scena in cui si comprende (senza che sia visto) che è stato consumato un rapporto omosessuale.
Giudizio Artistico 
 
Un road movie, che calibra bene musica, eventi e battute. Golden Globe 2019 per il miglio film musical/commedia, miglior sceneggiatura miglior attore non protagonista
Testo Breve:

Un italo americano dai modi rozzi accompagna un pianista afroamericano negli Stati del Sud ancora razzisti degli anni ’60. Una grande storia di amicizia e di affetti coniugali

 Basato sulla storia vera del musicista Shirley, Green Book ripercorre gli anni ’60, non così favolosi negli Stati americani del Sud, ancora legati ai pregiudizi razziali dove una pelle nera merita un diverso trattamento nei locali, nelle case e in tutti i luoghi in cui i bianchi sono ancora considerati una razza superiore.

Il principio del film è lui, Tony Vallelonga, detto Tony Lip, uno scaltro buttafuori del Copacabana, un locale newyorkese frequentato da uomini facoltosi e belle donne. Tony è italo americano, ama sua moglie e i suoi due figli, e trova sempre il modo, alcune volte poco lecito, per arrotondare. Anche quando gareggia con un uomo più grande e grasso di lui e il vincitore della somma di denaro è colui che si dimostra capace di mangiare più hamburger. Rimasto senza lavoro, ottiene un colloquio con Donald Shirley (Mahershala Ali, già premio Oscar per Moonlight), un musicista che deve affrontare un tour di concerti con il suo trio artistico nel Sud, dall'Iowa al Mississipi. Donald è colto, sa parlare diverse lingue, è raffinato nei modi, ricercato nel vestire, mentre Tony è esattamente il suo contrario. Non ha studiato, non è raffinato, mangia goffamente e ingordamente ed è schietto, forse troppo, nel parlare.

I due, così diversi, ma, poi nel tempo così vicini, iniziano questo lungo viaggio che porterà Tony lontano dalla sua famiglia per alcuni mesi. Ha un compito per il viaggio: utilizzare il 'green book’, la guida per automobilisti afroamericani, che devono muoversi per hotel e locali negli Stati del Sud. Nella realtà l’apartheid non è ancora terminata: mancano infatti quattro anni prima del Civil Rights Act e delle successive dimostrazioni politiche e marce di pace.

I viaggi, che non sono mai noiosi, mostrano come i due hanno chiaramente l’uno bisogno dell’altro per cambiare: Tony Lip compie piccole slealtà e furtarelli, manifesta le sue ragioni litigando e usando le mani, mentre Shirley sembra distante, senza familiari o amici, e spesso ha il difetto di guardare la persona socialmente inferiore a lui con gli occhi troppo velati di narcisismo e snobismo.

Diventa subito così un film ricco di momenti da commedia pura ma anche di momenti drammatici, in cui entrambi crescono in umanità e consapevolezza. Indimenticabili sono le scene in cui Shirley insegna a Tony come si scrivono lettere piene di pathos alla moglie che lo aspetta a New York.

Scritto anche da Nick Vallelonga, che ha registrato centinaia di conversazioni con suo padre Tony, la verità della storia entra in tutto il film: Tony (Viggo Mortensen per il ruolo è ingrassato di ben 19 chili) è stato infatti un italo-americano, nato in Calabria, che lavorando nel locale Copacabana ha conosciuto Shirley e numerosi altri artisti. E che poi è diventato un attore utilizzato soprattutto per ruoli come ne Il Padrino o ne I Soprano (serie televisiva che lo ha reso famoso).

E così questo road movie, che calibra bene musica, eventi e battute, è davvero per tutti gli spettatori. Poca retorica, ma anche poca suspence, in Green Book che rimette in scena potere, ricchezza, pregiudizi ma soprattutto quel dono spontaneo che rende più sopportabile le asprezze della vita, l’amicizia. Lo dirige Peter Farrelly, che del linguaggio conosce le sue ambiguità e l’ironia (ricordato  dal grande pubblico per aver diretto insieme a suo fratello Bobby film come Scemo & più scemo o Amore a prima svista) trasformando la storia in un film giusto che restituisce realtà anche alla famiglia e all’amore, senza dover ricorrere alla comoda enfasi del buonismo. 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIRACOLI DAL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 11:18
 
Titolo Originale: Miracles from Heaven
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Randy Brown
Produzione: Roth Films, Franklin Entertainment, TriStar Pictures
Durata: 109
Interpreti: Jennifer Garner, Martin Henderson, Kylie Rogers, Queen Latifah, Eugenio Derbez

La famiglia Beam vive serenamente nella loro fattoria a Dallas, Texas. Il marito, Kevin, è un rinomato veterinario, la moglie si chiama Chrirty e hanno tre figlie: Anna, Abbie e Adelynn. Sono persone credenti che si ritrovano ogni domenica in chiesa con la comunità dei fedeli per cantare e ascoltare un simpatico pastore. Ogni pranzo è preceduto dalla preghiera comune e Christy sollecita, ogni sera le sue tre figlie a non addormentarsi senza prima aver rivolto un pensiero al Signore. Ma Anna, di dieci anni, vomita troppo spesso e dopo una peregrinazione senza risultati da una clinica all’altra, Christy decide di andare a Boston con la figlia dove spera in una visita da parte del Dr. Samuel Nurko il massimo luminare di gastroenterologia. I risultati delle analisi hanno sono funeste: Anna soffre di una rara e grave malattia che le impedisce di assimilare qualsiasi cibo, una malformazione che risulta incurabile. Christy inizia a disperare e ha ormai perso la fede…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La grave malattia di una bambina spinge tante persone a prodigarsi generosamente, al di là dello stretto dovuto per la loro professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale
Testo Breve:

Una bambina, figlia di genitori devoti, è affetta da una malattia molto rara e incurabile. Le speranze sono nulle, la madre ha perso la fede ma qualcosa di straordinario avviene. Il film risulta fedele a un fatto realmente accaduto

Un buon numero di Christian film americani si avvale dell’effetto che produce in chi è credente, la descrizione di un miracolo e la riprova è l’incasso al botteghino, sempre elevato.  Il Paradiso per davvero ha incassato $101,000 dollari mentre questo Miracoli dal cielo, per ora solo in Usa: 61,700,000 dollari.

Non si può che restare perplessi di fronte all’iniziativa di appoggiare un film destinato a promuovere la fede cristiana sul concetto di un  evento straordinario, proprio oggi che tanti film di fantasy cercano di stupire con gli effetti mirabolanti che si possono ottenere con la  computer grafica. A questo occorre aggiungere che la regia ama calcare sugli aspetti più melodrammatici della triste vicenda della piccola Anna. La protagonista Christy, interpretata dalla pur brava Jennifer Garner, passa la maggior parte del tempo a piangere e l’inevitabile lieto fino con tanto di paradiso simulato fra le nuvole è fatto apposta per riempire il fazzoletto di lacrime irrefrenabili.

Occorre a questo punto fare delle precisazioni. Tutti i fatti narrati sono realmente accaduti. Sono stati raccontati dalla stessa madre di Anna in un libro che ora si è trasformato in film che assume, in questo modo, una connotazione totalmente differente. Il film non vuol fare dell’apologia cristiana ed è onesto nel raccontare quanto è accaduto: non sorvola sulle difficoltà che si hanno, oggigiorno, quando si accenna all’ipotesi di un miracolo. Il dottore che ha avuto in cura la bambina non sa dare una spiegazione a quanto è accaduto, forse è il risultato di qualche reazione ancora inesplorata della mente umana (la bambina è guarita dopo esser caduta da un albero e aver battuto la testa). La stessa Christy, quando cerca di spiegare l’accaduto ai fedeli radunati nella chiesa, viene accusata di voler solo cercare della notorietà. Durante il lungo periodo di degenza, di speranze presto disilluse, non vengono trascurate le prove a cui tutta la famiglia viene sottoposta (oltre che Christian film si può parlare di Family film): la perdita della fede di Christy, lo scoraggiamento di Anna che non vuole più soffrire in quel modo, l’impegno del padre che deve fare gli straordinari per raccogliere i soldi necessari per sostenere le notevoli spese mediche.

Alla fine del film ci vengono presentati i veri protagonisti della storia inclusa Anna, ora completamente guarita.

Ma l’aspetto più rilevante del film sta proprio nel concetto che viene dato di miracolo. “I miracoli avvengono ogni giorno”, dichiara Christy e non si riferisce alla guarigione di Anna, che forse in futuro potrà avere una spiegazione medica, ma al miracolo delle tante persone che si sono prodigate per aiutare sua figlia e tutta la famiglia Beam nel sostenere la difficile prova. 

L’infermiera che ha fatto di tutto perché il dott Nurko trovasse spazio nella sua agenda per visitare la bambina, la cameriera che, conosciuta la situazione di Anna, decide di distrarla facendole conoscere l’acquario di Boston, l’impiegato dell’aeroporto che fa partire il padre e le due bambine anche se ha la carta di credito è scaduta, perché possano raggiungere la figlia malata e tanti altri. Quell’evento infelice era stato un generatore di generosità, aveva spinto tante persone a conoscere la bellezza del bene.

In genere i Christian film sono di qualità media. In questo caso, la presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale

Miracoli dal cielo può esser visionato su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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