Thriller

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BURNING - L'AMORE BRUCIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/20/2019 - 10:19
Titolo Originale: Beoning
Paese: Corea del Sud
Anno: 2018
Regia: Lee Chang-dong
Sceneggiatura: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
Produzione: Tucker Film
Durata: 148
Interpreti: Yoo Ah-in, Jeon Jong-seo, Steven Yeun

Jong-su, laureato da poco, vive a Seul aiutandosi con lavori saltuari ma la sua aspirazione è diventare uno scrittore. In un centro commerciale incontra Haemi, sua vicina d’infanzia, conosciuta quando entrambi vivevano in campagna. Haemi si mostra interessata al ragazzo, lo porta a casa sua e dopo un incontro amoroso le chiede di badare al suo gatto perché lei sta per partire per l’Africa, che è la sua passione. Al suo ritorno Jong-su va a prenderla all’aeroporto ma lei non è sola: in Kenia ha conosciuto Ben, un ragazzo dell’alta borghesia coreana. I tre si incontrano spesso, fra l’imbarazzo crescente di Jong che si è ormai innamorato di Haemi anche se lei ormai vive con Ben. Una sera la coppia raggiunge Jong-su che ora vive nella fattoria paterna ma dopo quell’incontro, Haemi non risponde più al telefono. Jong-su inizia una ricerca, sempre più febbrile, nella speranza di trovarla viva…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prevale una visione della vita poco aperta alla speranza; situazioni familiari dissestate
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di marijuana , nudità femminili, sesso solitario
Giudizio Artistico 
 
Grande padronanza del regista nel dirigere gli attori e nel realizzare atmosfere crepuscolari, anche se apre a troppi sottotemi. Magistrale interpretazione di Jeon Jong-seo
Testo Breve:

Un ragazzo incontra dopo tanto tempo un’amica d’infanzia e resta coinvolto nella sua vita misteriosa, scoprendo di amarla sempre di più. Un thriller, una storia sentimentale, una riflessione sul senso della vita ben realizzato ma un po’ diluito nei suoi 148 minuti.

Naemi e Jong-su stanno pranzando insieme in un locale, dopo che lei ha appena riconosciuto in lui un caro amico d’infanzia. Naemi si esibisce in un mimo: i gesti esprimono l’atto di sbucciare un mandarino e di mangiarlo. Jong-su si complimenta per la sua bravura ma la ragazza trasforma quell’illusione in un puro gioco mentale: “Non devi sforzarti di immaginare che quella cosa ci sia. Devi piuttosto smettere di pensare che non ci sia”.  Si tratta di una scena iniziale che sintetizza l’essenza della storia.  Il film appare come tante cose insieme: un triangolo amoroso, un thriller dove c’è un mistero da scoprire, ma è soprattutto un gioco filosofico fra l’autore e lo spettatore su ciò che è vero e ciò che crediamo sia vero, perché siamo inesorabilmente limitati dalla nostra prospettiva soggettiva (tutto ciò che accade è visto con gli occhi di Joung-su, non c’è nessuna inquadratura “terza”). Burning indaga anche sul senso da dare alla nostra esistenza e i tre protagonisti rispecchiano  visioni diverse.  La ragazza è la più sensibile ed emotiva, piange nel contemplare un tramonto africano, quando la luce scompare e lei resta sopraffatta dal senso della morte: “vorrei semplicemente sparire come se non fossi mai esistita. Haemi si considera una “grande affamata”, come si autodefinisce; vuole cioè afferrare il senso della vita e lo fa attraverso forme di esaltazione mistica, quasi un richiamo ai riti orfici e cerca di assimilare, nel suo viaggio in Africa, le danze rituali del popolo dei Boscimani.

Jong-su è un empirico: non si muove in base a istanze che gli provengono dal suo animo ma in base a ciò che accade all’esterno di se’. "Il mondo è ancora un mistero per me": confessa. Vuol fare lo scrittore ma interrogato più volte sul quale storia abbia iniziato a scrivere, risponde sempre che ancora non lo sa. Lo stesso suo amore per Haemi ha origini empiriche: goffo e impacciato, lascia che sia la ragazza a prendere l’iniziativa e quando lei gli dona la sua dolcezza, quel sentimento inizia a prendere forma e cresce in lui ogni volta che la incontra. Di fronte alla scomparsa di lei, saprà applicare il massimo della razionalità, sfruttando i pochi indizi di cui dispone e cercando di togliere il velo dell’incertezza da troppi fatti dichiarati come veri ma mai confermati.

Ben invece confessa di non aver mai pianto, non si fa influenzare da nulla e da nessuno e gestisce in pieno la  vita nel modo che più gli aggrada. Cinicamente, dice che: "giusto e  sbagliato non esistono: esiste solo la legge della natura". e quando c’è un’inondazione, muoiono sia i buoni che i cattivi. Il perenne sorriso che gli appare stampato sul volto è espressione di una sicurezza costruita sull’indifferenza.

In una bellissima sequenza al centro del film, i tre si trovano seduti nel giardino di una casa di campagna a contemplare il tramonto. Di fronte a quello spettacolo grandioso, capiscono che è il momento della verità  Jon-su ha il coraggio di dire apertamente che ama Haemi. Haemi si sente avvinta dal fascino di quella natura e inizia una lenta danza  rivolta al sole a seno nudo, perché non si sente di restare coperta in quell’immersione panteista nella natura. Anche Ben confida a Jong  il suo segreto mai svelato a nessuno: ama bruciare le serre abbandonate (si scoprirà poi che cosa intende dire).

Si tratta di un film complesso (e per questo non raggiungerà il grande pubblico), pieno di significati, ben diretto e con una superba interpretazione di Jeon Jong-seo nella parte di Haemi: si può dire che lei da sola dia un senso pieno a quell’atmosfera di melanconico mistero  di cui il film è impregnato.

Resta comunque un film troppo lungo che a volte esce dal mainstream per toccare, sia pur di sfuggita, altri, troppi, temi: le tensioni con la Corea del Nord, l’influenza di Trump in quella lontana regione; i rapporti difficili con i cinesi, la diffusone della religione cattolica, l’elevato divario fra le classi sociali.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIOCHI DI POTERE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/25/2019 - 14:44
 
Titolo Originale: Backstabbing for Beginners
Paese: Usa/ Danimarca/ Canada
Anno: 2018
Regia: Per Fly
Sceneggiatura: Daniel Pyne e Per Fly
Produzione: CREATIVE ALLIANCE, EYEWORKS SCANDI FICTION, HOYLAKE CAPITAL, PARTS AND LABOR, SCYTHIA FILMS, WATERSTONE ENTERTAINMENT
Durata: 108
Interpreti: Theo James, Ben Kingsley, Belçim Bilgim, Jacqueline Bisset

New York, 2002. Cresciuto con il mito del padre diplomatico, ucciso nell’attentato all’ambasciata americana di Beirut del 1986, il figlio d’arte Michael Sullivan abbandona la pur promettente carriera di investitore finanziario e corona il sogno di farsi assumere alle Nazioni Unite. Ottenuto l’incarico di primo assistente del sottosegretario Pasha, si trova a bordo del programma Oil for Food, operazione dell’ONU volta a reinvestire in aiuti umanitari i profitti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno. Sin dal primo giorno di lavoro Michael intuisce di dover abbandonare le sue idealistiche aspirazioni per imparare alla svelta, invece, le amare regole non scritte della diplomazia internazionale. A fargli da mentore è l’ambiguo Pasha, che lo vuole al suo fianco nell’incandescente Bagdad, dove Michael si trova al centro di una rete di ricatti, omicidi e manipolazioni in cui non saprà più di chi fidarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Che si possa diventare adulti e perdere l’innocenza senza per questo compromettere la propria etica ma anzi rinforzandola, è il bel messaggio che comunica questo film.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica e di violenza; una breve scena a contenuto sessuale, non esplicita
Giudizio Artistico 
 
Nonostante un paio di debolezze narrative, il film resta un documento interessantissimo di eventi realmente accaduti
Testo Breve:

Nel 2002, un giovane diplomatico delle Nazioni Unite è ingaggiato nel programma Oil for Food, volta a reinvestire in aiuti umanitari i profitti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno. In realtà si troverà al centro di una rete di ricatti e omicidi. Tratto da fatti realmente accaduti

Si aspettava Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda e si trova invece Il principe di Machiavelli. Potrebbe riassumersi così il cupo film del regista danese Per Fly, tratto dall’autobiografia di Michael Soussan Backstabbing for Beginners. My Crash Course in International Diplomacy, dove “Backstabbing for Beginners” si può tradurre con “pugnalate alla schiena per principianti”. La trama si serve degli ingredienti del film di spionaggio per raccontare lo scandalo di Oil for Food, operazione dalla complicata gestione che sotto l’egida delle Nazioni Unite permise agli speculatori di mezzo mondo di dividersi una gigantesca torta miliardaria a base di greggio e in cui a farne le spese furono – oltre che la stessa ONU per la figuraccia internazionale – soprattutto il popolo dell’Iraq, privato dei mezzi di sostentamento che il programma avrebbe dovuto garantire.

C’è tutto quello che serve per costruire un buon film: il ventiquattrenne idealista che lascia il mondo della finanza per costruire qualcosa di buono a questo mondo. Il vecchio e scafatissimo diplomatico, teorico del relativismo morale, secondo cui “la verità non si basa sui fatti ma sul consenso generale”. Il Palazzo di vetro che dall’esterno sembra Camelot e dall’interno il castello di Macbeth. Una Bagdad “centro dell’universo” dove tutti ti guardano in cagnesco e i bambini muoiono di fame, ma anche “nuova Casablanca”, dove innamorarsi di una interprete kurda indifesa e seducente. E poi i sicari cattivi che ti circondano e minacciano in pieno deserto, una chiavetta contenente un file criptato con una lista di pezzi grossi coinvolti nell’affaire, l’agente della CIA che ti spinge a tradire l’unico di cui ti fidi ancora. Jacqueline Bisset nel ruolo di una funzionaria destinata a pagare la sua integrità. La stampa libera come ultimo baluardo della democrazia. Lo sguardo sgomento di Kofi Annan (“un bambolotto”, secondo la caustica definizione di Francesco Cossiga) che a fine corsa è costretto a vuotare il sacco. Infine, la forza del singolo e delle sue scelte che naviga controvento perché sicuro della direzione.

Da un punto di vista cinematografico, due grosse pecche: nella prima parte la voce narrante del protagonista è troppo invadente. Nell’ultima parte il climax arriva troppo presto e il terzo atto non fa che ripetere scene e concetti già precedentemente esposti.

Nonostante queste debolezze narrative, resta il documento interessantissimo di un insider che non solo ha attraversato tutto il labirinto della politica imparandone a sue spese le regole, ma è stato anche capace di uscirne vivo senza rimetterci l’onore. Che si possa diventare adulti e perdere l’innocenza senza per questo compromettere la propria etica ma anzi rinforzandola, è un bel messaggio da comunicare alle tribù dei cinici che affollano le arene del dibattito pubblico.

Inoltre, sia pur non intenzionalmente detta, emerge tra le righe la verità che la pace “come la dà il mondo”, i cui trattati sono stipulati sempre sul sangue dei vinti, non è mai un buon affare con effetti duraturi. Nessun sistema politico, neanche il più democratico e rispettabile, sarà mai ultimamente salvifico. Con “buona pace” delle risoluzioni ONU, per salvare l’uomo ci vuole una fede.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TESTIMONE INVISIBILE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/17/2018 - 22:44
Titolo Originale: Il testimone invisibile
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Stefano Mordini
Produzione: Picomedia, Warner Bros. Ent. Italia,
Durata: 102
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Fabrizio Bentivoglio, Maria Paiato

La situazione, per Adriano Doria, è difficile. Trovato dentro una stanza d’albergo con accanto il cadavere dell’amante Laura, la sua versione dei fatti, cioè di essere stato vittima di un aggressore sconosciuto che ha prima tramortito lui e poi ucciso la ragazza, risulta poco credibile. Adriano è un giovane in carriera e può permettersi il miglior avvocato disponibile in piazza che per ora lo ha protetto riuscendo a fargli scontare solo gli arresti domiciliari. La situazione torna però critica quando si viene a sapere che è comparso un nuovo testimone che rischia di compromettere il suo fragile alibi. Adriano viene raggiunto in casa dall’abile penalista Virginia Ferrara: ci solo poche ore per preparare una solida linea di difesa prima che la polizia lo porti in questura. Ad Adriano non resta che raccontare la verità, svelando che giorni prima, dopo aver passato la notte con la sua amante, aveva involontariamente investito un uomo uccidendolo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A volte non si commette il male intenzionalmente ma spinti dalle circostanze nei confronti delle quali non si vuole assumere un atteggiamento responsabile
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma l’atmosfera di tensione presente nel film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il regista sviluppa con molta professionalità il meccanismo che porta lo spettatore a cambiare continuamente prospettiva ma non riesce a ottenere molto di più che un meccanismo ben oliato ma freddo
Testo Breve:

Un uomo in carriera viene accusato di aver ucciso l’amante. Il film è ben costruito per far in modo che i sospetti cadano su tutti ma il meccanismo, anche se ben oliato, resta freddo

L’impostazione del racconto sembra quasi teatrale. Virginia Ferrara ha davanti a se Adriano, sono seduti a un tavolo uno di fronte all’altra e l’avvocato prende appunti mentre il giovane racconta quello che lui dichiara essere la verità, unico modo per costruire una più solida difesa. E’ questa l’occasione per tornare a ritroso nel tempo e mostrare ciò che accaduto o meglio ciò che lui dichiara sia accaduto. I thriller sono efficaci nella misura in cui si crea l’aspettativa di qualcosa che risulta sconosciuto e che deve venire scoperto, un’aspettativa che costringe lo spettatore a prendersi cura di ogni singolo dettaglio per individuare in anticipo quali sono gli indizi che porteranno al colpo di scena finale. Il film segue rigorosamente questo schema che ha un doppio obiettivo: svelare come i fatti si siano svolti realmente e chi sia il vero colpevole. Lo spettatore è inoltre avvantaggiato ella sua speculazione dal fatto che è proprio l’avvocato Ferrara a mettere sotto pressione Adriano, ponendo lei le domande giuste appena si individua una minima traccia di incoerenza.

Il regista Stefano Mordini (lo stesso di Acciaio) si attiene, con molta professionalità, allo sviluppo dei fatti, alla materia sotto indagine, senza aprire varianti estetiche o culturali e sia Riccardo Scamarcio che Miriam Leone sono bravi a conservare una certa, necessaria, ambiguità nel comportamento mentre Fabrizio Bentivoglio manifesta un’appassionata, dolorosa ma lucida determinazione nella ricerca del colpevole della morte di suo figlio.

Il film manifesta tuttavia due debolezze. Non ci viene mai mostrato quello che è realmente accaduto ma ciò che viene raccontato da qualcuno. Crolla in questo modo l’impalcatura su cui sono stati costruiti, ad esempio, tutti i successi dei gialli di Hitchcock dove l’intelligenza dello spettatore e la sua cura nell’osservare i dettagli trovavano il giusto premio nell’anticipare il colpo di scena finale. In questo film siamo invece nel regno del relativismo, dove vediamo solo ciò che viene raccontato ed è vano ogni sforzo di ricostruire dagli indizi offerti ciò che è realmente accaduto.

La seconda fragilità scaturisce dall’impostazione stessa che è stata data al film che gioca tutto sui continui cambi di prospettiva per disorientare lo spettatore e cercare di stupirlo con un finale che non aveva neanche potuto ipotizzare. Si tratta cioè di un meccanismo, anche ben realizzato ma pur sempre un meccanismo che dopo esser riuscito a sorprendere lo spettatore ha concluso la sua funzione. Il pubblico quindi esce dalla sala e ha già dimenticato cosa ha visto. Ben diversa sarebbe stata la situazione se la psicologia dei personaggi fosse stata la struttura portante del racconto. La storia avrebbe potuto avere risonanze più universali se avesse sviluppato il tema della negligenza colpevole (e il effetti in film, nella fase iniziale, sembrava andare in questa direzione): di come da una situazione in cui si resta coinvolti senza colpa (Adriano non ha una responsabilità diretta della morte dell’uomo al volante dell’auto investita) si finisce per venire invischiati, per assenza di dovere civico, per cercare di mascherare peccati privati, in un circuito negativo che  porta a commettere colpe sempre più gravi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNSANE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/10/2018 - 18:16
Titolo Originale: Unsane
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Jonathan Bernstein, James Greer
Produzione: EXTENSION, NEW REGENCY PICTURES, REGENCY ENTERPRISES
Durata: 97
Interpreti: Claire Foy, Joshua Leonard, Jay Pharoah

Sawyer Valentini è una giovane donna che si è trasferita da poco da Boston in una città della Pennsylvania, dove ha trovato un impiego come analista in un’azienda finanziaria. Resta spesso da sola perché non ha fatto ancora molte conoscenze e si accorge che le ansie che l’avevano spinta a cambiare città la stanno ancora ossessionando. Decide quindi di recarsi da una psichiatra e di raccontarle come sia stata vittima di uno stalking opprimente che non le ha più consentito di ritrovare l’equilibrio. Recatasi il giorno dopo all'Highland Creek Behavioral Center, una clinica psichiatrica, per una seconda seduta, viene trattenuta con la forza con la prospettiva di restarci almeno una settimana. Sta quasi rassegnandosi a questa insolita prigione quando si accorge che uno degli infermieri è proprio l’uomo che l’aveva perseguitata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti, sia i violenti che le vittime, non mostrano alcun arco di trasformazione positivo ma restano inchiodati alle loro debolezze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza, ambientazioni angosciose, turpiloquio (in USA: restricted, UK: VM15))
Giudizio Artistico 
 
Soderbergh conferma la sua grande perizia narrativa inclusa la sua capacità innovare i propri mezzi tecnici.
Testo Breve:

Una donna, vittima di stalking, cambia città ma si trova nuovamente davanti al suo persecutore. Un thriller ben realizzato del regista Soderbergh che però dipinge un mondo incapace di contrastare vizi pubblici e privati

Sawyer, nella sua veste di analista finanziaria, risponde per telefono in modo sprezzante a una cliente che non è contenta dell’analisi pessimistica che è stata fatta sui suoi investimenti; osserva un collega di spalle che si alza per uscire: le ricorda qualcuno. Viene convocata nell’ufficio del nuovo capo che si mostra soddisfatto del suo lavoro e la invita ad andare con lui per due giorni a una convention a Las Vegas. La proposta suona ambigua e Sawyer si affretta a congedarsi. Nell’intervallo di pranzo telefona alla mamma ma il colloquio è frettoloso com’è frettoloso il pranzo. Nelle prime sequenze Soderbergh mette a fuoco il protagonista, un insolito personaggio femminile, ruvido e anaffettivo e l’atmosfera di sospetti che caratterizzerà il resto del film. Se infatti il tema centrale, quello del protagonista che resta intrappolato in una clinica, costretto a assumere forti sedativi, è stato affrontato in tanti, troppi film (vorrei citare qui solo Changeling di Clint Eastwood), Soderbergh sembra non esser interessato a trovare un punto fermo alla storia, ma preferisce impiegare un caleidoscopio cangiante di temi che lasciano poco spazio allo spettatore per assestarsi su uno schema prevedibile.

Sawyer sembra avere delle instabilità psicologiche dopo l’esperienza traumatizzante dello stalking e per almeno metà del film non riusciamo a comprendere se le minacce che lei denuncia di subire dall’infermiere che per lei è lo stesso che l’ha perseguitata a Boston, siano reali o parto della sua mente malata.  Ma anche questo tema cambia nella seconda parte e prende il sopravvento la necessità di trovare una via di fuga da una minaccia reale. La reclusione forzata della donna sembra obbedire a una abusata meccanica di suspence, ma poi il tema si tinge di colori socio-politici e il film diventa una denuncia sulla facilità con cui le cliniche internano i presunti pazienti per intascare i soldi delle assicurazioni, in stretta linea di continuità con il suo precedente Effetti Collaterali, dove il regista denunciava la logica di puro profitto che muove certe industrie farmaceutiche e l’uso troppo disinvolto di farmaci anti-depressivi.

Soderbergh rende tutti questi temi, che potrebbero scivolare nel meccanismo del film di genere, interessanti grazie soprattutto ai personaggi ben caratterizzati e alle loro interazioni.  Lo stalker assassino non è solo un bruto da cui difendersi, ma quando Sawyer si trova a tu per tu con lui, nella stanza di isolamento dove è stata rinchiusa, si rivela l’atipicità e la debolezza di quest’uomo, che agisce come un adulto ma che ha la mente cristallizzata in poche certezze ossessive,  frutto della sua immaginazione. Questo Unsane diventa una descrizione lucidissima di questo istinto di possesso tutto maschile.

Allo stesso modo i dirigenti della clinica non sono solo dei cinici approfittatori ma quando la madre di Sawyer arriva per reclamare la liberazione di sua figlia, manifestano una insolita intelligenza manipolativa. Quando, per dare testimonianza della loro credibilità, invitano la madre a controllare tutte le referenze positive ricevute dalla clinica via Internet, vengono i brividi a pensare quanto sia facile oggi venir condizionati da ciò che appare sulla rete. 

Soderbergh non lascia nessuno spazio allo spettatore che gli consenta di adagiarsi su uno schema semplicistico di buoni contro i cattivi; se lo stalker è irrimediabilmente uno psicopatico, il comportamento di Sawyer può essere solo parzialmente giustificato dalle pressioni subite; la vediamo rispondere male a un cliente, licenziare con gusto una sua collaboratrice, cercare di consumare una veloce soddisfazione sessuale, sempre litigiosa e pronta ad afferrare il primo coltello che trova. La conclusione che si può ricavare da questo film è antropologicamente sconsolante: i comportamenti dei vari personaggi principali sembrano determinati esclusivamente dalle loro pulsioni alle quali ubbidiscono in modo automatico senza che traspaia in loro, durante lo sviluppo degli eventi, alcun segno di trasformazione Essi  restano se stessi, con i loro vizi, dall’inizio fino alla fine; solo un personaggio, un afroamericano internato anche lui presso la clinica, mostra segni di umanità, preoccupandosi di fare coraggio a Sawyer durante la sua difficile prova.

Soderbergh vince con questo film un’altra sfida professionale. L’idea di utilizzare per le riprese nient’altro che un cellulare, l’Iphone 7, risulta vincente perché il pubblico, abituato a rispecchiarsi nei suoi selphie, trova in questa tecnica di ripresa così mobile un alto senso di realismo che aumenta l’atmosfera angosciosa che il regista ha voluto creare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THELMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/04/2018 - 08:51
Titolo Originale: THelma
Paese: NORVEGIA, DANIMARCA, FRANCIA, SVEZIA
Anno: 2017
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura: Joachim Trier, Eskil Vogt
Produzione: MOTLYS
Durata: 116
Interpreti: Eili Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen

Thelma ha trascorso la giovinezza con i genitori in una terra isolata lungo i fiordi norvegesi ma ora si è trasferita a Oslo dove ha inizato a frequentare l’università. Ha pochi amici e i genitori la chiamano ogni sera con tono apprensivo preoccupandosi ogni volta che lei non risponde. Conosce finalmente una ragazza, Anja, ma il sospetto di percepire un’attrazione omosessuale verso di lei, le provoca un turbamento che sfocia in un attacco di convulsioni. La causa potrebbe essere psicologica, perché Thelma ha ricevuto un’educazione cristiana particolarmente rigorosa ma quando decide di sottoporsi ad alcune analisi con il sospetto di essere epilettica, scopre che già da bambina suo padre, che è un dottore, le somministrava dosi molto forti di sedativi. In effetti qualcosa di oscuro dev’essere accaduto nella sua fanciullezza...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film si risolve in una "educazione" all'intolleranza e la fede cristiana viene in più occasioni presa in giro con frasi blasfeme
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene impressionanti. Alcune scene sensuali fra due donne senza nudità. Atteggiamenti di intolleranza
Giudizio Artistico 
 
Molto bravo il regista nell’ambientare il racconto in una Norvegia ordinata, fredda e misteriosa ma le troppe suggestioni che il film fornisce non pervengono a una coerenza narrativa
Testo Breve:

Thelma lascia la casa dei suoi genitori per frequentare l’Università di Oslo  ma la scoperta di impreviste pulsioni sessuali e i troppi misteri sulla sua adolescenza danno vita a un thriller  che non riesce ad amalgamare la troppa carne messa al fuoco.

Diciamo subito che la cosa più bella del film è l’ambientazione norvegese. Non solo le interminabili distese di boschi e i fiordi ghiacciati, ma anche la stessa Oslo (il regista fa un esplicito omaggio al palazzo dell’Opera), ripresa spesso nelle limpide notti d’inverno quando è illuminata da  mille luci. Significativi sono anche gli interni dell’ università, che danno un senso di calma e di ordine dove si muovono  silenziosi studenti.

Le frequenti riprese dall’alto di persone che si spostano in tutte le direzioni come formiche, il sorriso dolce ma imbarazzato di Thelma quando si trova in compagnia di altri colleghi universitari che prendono in giro la sua rigorosa formazione cristiana, sono i due veri poli fra i quali si sviluppa la tensione  che vibra sotto pelle, discreta e misteriosa, lungo tutto il film. Lo sguardo dall’alto,quindi il non entrare mai veramente nell’intimità dei singoli personaggi, suggerisce la presenza di poteri trascendenti mentre i sorrisi dolci ma imbarazzati e le risposte di circostanza di Thelma, nei confronti dei compagni e dei genitori, tradiscono  il desiderio di proteggersi da una verità su di sè che lei stessa ignora.
Le lodi del film finiscono qui. I tanti temi trattati sono veramente tanti, senza che nessuno di essi diventi quell’elemento in grado di dare coerenza alla narrazione e siamo ben lontani da ipotizzare qualche richiamo con Carrie- Lo sguardo di satana di Brian de Palma.  Vanno condannati i genitori che hanno cresciuto una figlia repressa, piena di sensi di colpa nei confronti delle sue inclinazioni omosessuali? In realtà i genitori l’hanno educata a pregare, a non bere e a non fumare mentre il tema dell’ omosessualità non diventa mai elemento di discussione;  come scopriremo presto, i genitori debbono affrontare i problemi ben più gravi procurati dalla loro figlia.

Va condannata la presunta intolleranza della fede cristiana? La migliore risposta è quella data dal film, che usa con disinvoltura e disprezzo frasi blasfeme? La lotta finché prevalga l’intolleranza più forte è l’unica soluzione che viene proposta invece della pacifica comprensione e convivenza con chi è diverso da noi?  Il rigore della scienza è l’unica realtà valida degna di essere seguita (nel film c’è una lunga sequenza di rigorose analisi cliniche a cui la ragazza viene sottoposta) e pensare all’esistenza di realtà soprannaturali è solo una perdita di tempo? Ma allora perché nel film si allude ai poteri paranormali di Thelma e sono presenti manifestazioni di eventi soprannaturali? In realtà è inutile applicare la ragione: si tratta di un altro film, come è in uso nelle ultime produzioni,  costruito su pure suggestioni, senza la soddisfazione di un colpo di scena finale che spieghi finalmente tutto (riferimento obbligato:  Il sesto senso del 1999)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL CHE NON SO DI LEI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/06/2018 - 22:28
Titolo Originale: D'apres une histoire vraie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Roman Polansky
Sceneggiatura: Olivier Assayas, Roman Polanski
Produzione: WY PRODUCTIONS, RP PRODUCTIONS, MARS FILMS
Durata: 110
Interpreti: Emmanuelle Seigner, Eva Green

L’ultimo libro di Delphine ha avuto molto successo. Questo ha comportato per lei diventare l’attrazione principale dei molteplici incontri con il pubblico organizzati dalla sua casa editrice, firmare il proprio libro e dire qualcosa di carino a tutti i fan che si son messi pazientemente in coda. Si è trattato di un impegno dal quale ne è uscita completamente svuotata e quando, tornata nella sua casa di Parigi, ha cercato di iniziare a scrivere un nuovo romanzo, la pagina è rimasta inesorabilmente bianca. L’uomo con cui convive, un giornalista, è dovuto partire per un lungo viaggio all’estero e così ha accettato di buon grado l’aiuto di una vicina di casa sua ammiratrice, Leila, che si è offerta di aiutarla a liberarsi dei suoi prossimi impegni pubblici per consentirle di trovare la serenità necessaria per iniziare a scrivere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi presenti in questo film di genere sono dei puri ingranaggi utili a far muovere il meccanismo della suspence ed è inutile giudicarli come riferimenti plausibili di comportamenti reali
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di tensione e di minaccia che pervade il film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il grande regista Roman Polansky non è stato in grado di dare al film quel ritmo che aveva conferito, alle sue opere precedenti, la giusta tensione
Testo Breve:

Una scrittrice famosa ha perso l’aspirazione necessaria per scrivere un nuovo romanzo. Le viene in aiuto una sua ammiratrice che sembra avere un suo secondo fine. Questa volta Polansky non riesce a ricostruire quell’atmosfera di mistero irrisolto che aveva caratterizzato tante sue opere precedenti

Il film, tratto dal romanzo Da una storia vera della scrittrice Delphine De Vigan, ha consentito a Polansky di tornare alle sue atmosfere preferite, quelle del sospetto irrisolto, della trasformazione progressiva del rapporto fra due persone che diventano sempre più intime non per amicizia ma  per l’indebolimento dell’una e il rafforzamento dell’altra, anche se questa volta il confronto a due non riguarda  un uomo e una donna come in Venere in pelliccia ma fra due donne, interpretate da attrici di talento come Emmanuelle Seigner e Eva Green. Il film  è come diviso in due parti. Nella prima,  l’ insicurezza della scrittrice, il suo  vuoto decisionale viene riempito progressivamente da Leila, che prende inizialmente le parti della solerte segretaria in grado di gestire (annullandoli) i suoi appuntamenti ma poi la sua influenza si estende fino a proporsi di sostituirla nei suoi impegni pubblici. Ci sono in questa fase non pochi riferimenti al capolavoro di Polansky, Rosemary’s baby, per il modo con cui anche in quel film, dei vicini solerti si insinuavano progressivamente nella vita della protagonista fino a travolgerla. Nella seconda parte, che si svolge in un villino isolato di campagna,  Delphine è in balia di Leila, non più solo psicologicamente ma a anche fisicamente  (si è fratturata una gamba ed è costretta a muoversi appoggiandosi a delle stampelle ) e anche in questo caso si intravedono gli echi di un altro film, questa volta non suo, Misery non deve morire (ricavato dal romanzo omonimo di Stephen King): vengono riproposte le angosce di chi, limitato nel fisico, è costretto  a fidarsi di una persona di cui poco o nulla si conosce del suo passato. Una somiglianza che diviene ancora più stretta se si considera che il motivo del contendere, fra il carnefice e la vittima, è proprio l’ispirazione per la scrittura di un nuovo romanzo.

Ovviamente Roman Polansky è libero di ispirarsi a qualsiasi lavoro del passato, purchè il risultato sia  originale e porti la sua firma inconfondibile di creatore di atmosfere di sospetto e di minacce indefinite ma palpabili. Il risultato, questa volta, è ottenuto solo parzialmente. Gli ingredienti ci sono tutti ma il modo con cui sono stati messi in tavola, con cui i fili sono stati imbastiti per tessere la trama, non convince.

I confronti fra le due donne, sopratutto nella parte centrale del film, appaiono ripetitivi, c’è una certa trascuratezza nel ritmo, che in film di suspence come questo risulta determinante. Il modo con cui un preciso meccanismo giallo riesce a trasformarsi in atmosfera di sospetto e pericolo è sempre qualcosa di magico ma questa volta l’autore sembra aver perso la bacchetta che aveva utilizzato in Rosemary’s baby. Il film si riscatta solo per la bravura delle due attrici che si mostrano adatte ai loro ruoli anche nel fisico. Eva Green ha nel suo sguardo intenso ma freddo, da cui scaturiscono a volte lampi di cattiveria, la giusta rappresentazione di  qualcosa di minaccioso; Emmanuelle Seigner, appesantita nelle forme, spesso senza trucco e trascurata nel vestire, esprime molto bene lo stato in cui si trova una donna che non riesce più a controllare se stessa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DEL TRENO - THE COMMUTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/24/2018 - 12:04
Titolo Originale: The commuter
Paese: GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Jaume Collet-Serra
Sceneggiatura: Byron Willinger, Philip de Blasi, Ryan Engle
Produzione: THE PICTURE COMPANY, IN ASSOCIAZIONE CON OMBRA FILMS, IN COPRODUZIONE CON TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 104
Interpreti: Liam Neeson, Vera Farmiga, Patrick Wilson, Sam Neill

Michael MacCauley è un bravo marito e un buon padre, prende ogni mattina da dieci anni il treno per andare a lavorare a New York in una società di assicurazioni. Una sera, nel tornare a casa, sale sul treno di cattivo umore: è stato da poco licenziato perché ormai, a 60 anni, costa troppo all’azienda. Viene avvicinato da una donna che lo invita a fare un gioco apparentemente innocuo: trovare un passeggero che non è un pendolare e che ha con se una borsa. Se avrà successo riceverà 100.000 dollari. Messo alle strette dalle sue recenti disavventure lavorative, Michael accetta un anticipo della somma e inizia a cercare il misterioso passeggero. Quando intuisce che dietro quella insolita richiesta c’è qualcosa di losco e decide di lasciar perdere, una voce lo informa al suo cellulare che ormai è troppo tardi: o prosegue con la ricerca o i suoi familiari rischieranno la vita….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tranquillo padre di famiglia sfodera tutte le risorse a sua disposizione per salvare la famiglia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche situazione di tensione potrebbe spaventare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un thriller ben congegnato che si avvale soprattutto della presenza di Liam Neeson
Testo Breve:

Un tranquillo impiegato che da dieci anni prende sempre lo stesso treno, si trova coinvolto in un intrigo più grande di lui. Un thriller senza respiro che guarda a Hitckcock ma che non rinuncia ai cazzotti ben piazzati che sa dare Liam Neeson

Nell’incipit del film, molto ben costruito, vediamo il protagonista che discute con apprensione ma serenamente, con la moglie sul futuro dei loro figli: le loro sostanze sono modeste ma è giusto fare tutto il possibile per mandare la figlia all’università. Poi Michael si immerge nella folla che si accalca alla stazione cercando di salire in tempo sul treno che lo porterà alla Grand Central di New York. La sequenza iniziale introduce molto bene quest’ uomo dal vestito grigio che compie la sua routine giornaliera con la consapevolezza di essere uno fra i tanti, appena venato di un velo di malinconia per l’autunno della vita che è ormai iniziato. Una premessa indispensabile per mettere in piedi una delle componenti più classiche del thriller, come ci ha insegnato Alfred Hitchcock: un uomo tranquillo coinvolto in un complotto più grande di lui (L’uomo che sapeva troppo, La finestra sul cortile).

Altro componente molto sfruttato nei thriller è il treno (L'altro uomo - Delitto per delitto, Intrigo internazionale, per citare sempre Hitchcock, ma ovviamente anche Assassinio sull’Orient Express) che offre il grande vantaggio di compattare il racconto all’interno di una rigorosa unità di luogo, fornire il mistero  di tanti volti sconosciuti dove tutti possono venir sospettati e infine, nel caso in cui sia necessario dare un po’ di adrenalina al racconto, il treno può sempre deragliare fragorosamente.

Altro ingrediente chiave è la presenza di Liam Neeson. Il volto suggerisce calma ed equilibrio ma grazie al fisico prestante, può subito trasformarsi in un micidiale lottatore anche perché da ormai troppi film si trova impegnato a raggiungere lo stesso, drammatico obiettivo: salvare la vita dei propri familiari (basti ricordare Taken realizzato con lo stesso regista Jaume Collet-Serra).

Con questi tre importanti ingredienti, non resta che farsi trascinare dalla trama che scorre veloce come il treno e che ruota sempre intorno alla stessa ossessione: riuscire a trovare in tempo il passeggero sconosciuto, pena la condanna a morte della moglie. Se il regista fa bene il suo mestiere riuscendo a non allentare mai l’attenzione dello spettatore, la ricerca di continui risvolti in grado di stupire rischia di andare a discapito la coerenza narrativa, così diligentemente costruita.

Michael è sì l’uomo tranquillo coinvolto in un affare più grande di lui ma è anche un poliziotto, così il regista non rinuncia a deviare verso l’action movie, costruendo momenti di violenta colluttazione. Inoltre il film sembra inizialmente concentrarsi sulla componente di mistero che è insita nella storia, grazie ai metodi ingegnosi con cui Liam cerca di scoprire chi è il nemico da combattere ma poi la tentazione per la spettacolarità è troppo forte e inevitabilmente il treno finisce per deragliare fragorosamente.

Un film quindi con pregi e difetti ma comunque avvincente nel suo genere, con un risvolto insolito, quello sociale, tutto concentrato nella prima parte, quella pre-thriller: quegli uomini che si accalcano per prendere il treno sono componenti della middle-class schiacciata dalla crisi del 2008 (feroce la satira verso un passeggero diretto a Wall Street, molto impegnato, fra cellulare e PC, a gestire transazioni finanziarie) e che si affanna per arrivare alla fine del mese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/27/2017 - 09:53
Titolo Originale: La ragazza nella nebbia
Paese: TALIA, FRANCIA, GERMANIA
Anno: 2017
Regia: Donato Carrisi
Sceneggiatura: Donato carrisi
Produzione: COLORADO FILM, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Durata: 127
Interpreti: Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy , Jean Reno

In un piccolo paese di montagna, Anna Lou, una ragazza di sedici anni, figlia di genitori appartenenti a una setta religiosa, esce di casa una mattina presto per recarsi alla chiesa della confraternita ma scompare. Arriva in paese, per aiutare la sguarnita polizia locale, il commissario Vogel. La gente del posto ritiene che l’assassino sia una persona che viene da fuori ma lui non ne è convinto ed inizia ad applicare i suoi metodi poco ortodossi che consistono nel manipolare abilmente i media. Simula di aver trovato sul greto di un torrente lo zaino della ragazza e da quel momento ha tutta l’attenzione dei media e la sua squadra di poliziotti messa a sua disposizione viene rafforzata. Nel paese è arrivato da poco, assieme alla sua famiglia, il professore di letteratura Loris Martini, che ha iniziato a lavorare nel liceo locale. Nel paese è una persona poco nota e i sospetti iniziano ad addensarsi su di lui….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film punta sul fascino perverso del male per riuscire ad interessare lo spettatore su di un thriller dai molti risvolti crudeli e cinici.
Pubblico 
Maggiorenni
C’è molta crudeltà e cinismo della storia, ai danni di inermi adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il film, ricavato da un romanzo noir, conserva il fascino della parola, della frase ad effetto ma la messa in scena risulta disarmonica, con un eccesso di personaggi e subplot che finiscono per distrarre l’attenzione dall’azione principale
Testo Breve:

Una ragazza scompare da un paesino di montagna. Arriva, per guidare le indagini, un cinico ispettore esperto nello strumentalizzare i media a proprio vantaggio. Dall’omonimo romanzo noir di Donato Carrisi, un thriller con qualche debolezza nella sceneggiatura e nella regia

Il professor Martini sta spiegando alla sua classe quali sono i veri motivi di successo per un romanzo:"è il cattivo che fa la storia; non sono gli eroi che determinano il successo di un’opera, è il male il vero motore di ogni racconto". L’ispettore Vogel parlando con uno psicoanalista, cerca di esprimere la sua filosofia di vita: “tutto ha un senso, anche il male”. Questo film, ricavato dal best seller omonimo di Donato Carrisi e diretto e sceneggiato da lui stesso, tradisce la sua origine letteraria e lo fa mettendo direttamente in bocca ai protagonisti quello che è lo spunto principale che anima il film: la ricerca della “bellezza estetica” del male.

“La tempesta deve ancora arrivare” ammonisce l’avvocato del professor Martini, il principale accusato dal commissario Vogel. “Non eravate preparati a convivere con l’incertezza, eravate convinti che il mostro fosso venuto da fuori, ma in fondo al vostro cuore sospettavate che il male fosse dentro di voi” osserva Vogel parlando a chi ha sempre vissuto nel piccolo paese di montagna. Anche in questo caso la sceneggiatura teme di non poter costruire cinematograficamente certe atmosfere di sospetto e incertezza e si fa aiutare dai dialoghi fra i protagonisti.

Resta l’indubbio fascino delle parole, che Carrisi sa spendere bene al momento giusto per portare avanti questo gioco con lo spettatore, invitato a riuscire a intuire chi sia il vero colpevole ma da subito, da come è impostato il thriller, una cosa è certa: il colpevole sarà colui che ha una certa intelligenza “diabolica”, che è più intelligente degli altri in questa gara di astuzia e cinismo.

La messa in scena non è perfetta, alcuni personaggi importanti vengono inseriti a metà film e lo spettatore è costretto a rimodulare le sue aspettative, alcuni  subplot nascono e poi muoiono, è stata messa molta carne al fuoco.  La nota più interessante resta comunque la manipolazione dei media un tema ricoperto da un numero crescente di opere cinematografiche anche se finora resta insuperato L’amore bugiardo (Gone Girl)-2014. Anche questo film mette in evidenza come un colpevole possa diventare innocente, un innocente un colpevole e come chiunque, non importa se colpevole o innocente, possa trarre profitto dalla sua condizione di uomo da prima pagina.

Il cast è di ottimo livello (Alessio Boni, Jean Reno) ma è indubbio che chi domina la scena è Toni Servillo, impegnato a impersonare  un cinico investigatore che sa manipolare bene i media, mettere a disagio, come gli conviene, i presunti colpevoli ma  che a sua volta è strutturalmente debole per dei sospetti sul suo operato passato mai completamente dissolti.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DI NEVE (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/17/2017 - 14:36
Titolo Originale: The Snowman
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Hossein Amini e Peter Straughan
Produzione: WORKING TITLE FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON ANOTHER PARK FILM
Durata: 119
Interpreti: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Chloe Sevigny, Val Kilmer, J.K. Simmons, Charlotte Gainsbourg, James D’Arcy

Harry Hole, poliziotto di Oslo ubriacone e problematico, viene sfidato da un feroce serial killer che ha come segno distintivo un macabro pupazzo di neve… Ad affiancarlo nelle indagini la collega Katrine Bratt, che però nasconde un suo fantasma personale. Mentre lotta per fermare l’assassino, Harry deve anche recuperare il rapporto con la donna che ama e suo figlio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi e non manca la fredda perversione della storia originale
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza anche molto efferata, scene a contenuto sessuale e di nudo
Giudizio Artistico 
 
Il regista Tomas Alfredson, si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø. Problematica anche la sceneggiatura, che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi
Testo Breve:

Un super cast pieno di star (Fassbender e la  Ferguson), l'ambientazione norvegese sempre un po' turistica, non riescono a evitare che il regista si lasci scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø.

Tomas Alfredson, che altrove ha dimostrato di essere un regista solido e a suo agio con i meccanismi della suspense e con cast di livello, qui invece si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø.

Il problema, a dir la verità, inizia già dalla sceneggiatura, che pura porta le firme prestigiose di Hossein Amini (Drive, e un paio di serie televisive molto attese) e Peter Straughan (La talpa, altra collaborazione con Alfredson, e la prestigiosa serie tv Wolf Hall) e che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi (teste, dita e membra mozzate in gran numero) e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi, perdendo per strada molte delle suggestioni del romanzo, un solido bestseller di intrattenimento non privo di riflessioni esistenziali e metafisiche.

Forse fidando troppo nel suo super cast pieno di star (Fassbender e la  Ferguson) e  solidi professionisti (il solito ottimo J.K. Simmons, il dolente James D’Arcy), Alfredson non si prende il tempo di approfondire i caratteri dei personaggi, le loro piccole manie e il mondo un po’ claustrofobico della polizia norvegese, così ben tratteggiati da Nesbø nella serie dedicata a Harry Hole.

L’approccio all’ambiente norvegese, sia la capitale Oslo che la nebbiosa Bergen o il remoto Telemark, appare invece sempre un po’ vagamente turistico e l’apparizione di volti noti (Chloe Sevigny) per parti piccolissime ha talvolta un effetto un po’ straniante quando non grottesco (Val Kilmer).

Sarebbe sempre consigliabile cercare di mettere da parte il materiale originale quando si affronta un adattamento e lasciare vivere l’opera cinematografica di vita propria, ma in questo caso convince solo parzialmente la resa di un personaggio iconico come il cacciatore di serial killer alcolizzato e misantropo Harry Hole, affidata alla buona performance di Fassbender (anche se molto lontano fisicamente dal personaggio del libro), ma non approfondita a sufficienza nella scrittura. Per il fan di Nesbø, aver sbagliato, nella sua prima inquadratura, la scelta dell’alcolico di cui è pericolosamente appassionato Hole equivale a confondere il Martini di James Bond con un bicchiere di whiskey e la stessa noncuranza riguarda molti altri aspetti del mondo che lo circonda.

È evidente, nell’adattamento del giallo in cui un misterioso assassino amante dei pupazzi di neve (questi sì un elemento ingannevolmente infantile e molto inquietante) che uccide donne fedifraghe sfida il grande professionista, un tentativo di attualizzazione (il personaggio del politico interpretato da J.K. Simmons, sciupa femmine con il talento per la comunicazione).  

Nell’indagare il passato, tuttavia, la storia vira al mélo (il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi), rispetto alla fredda perversione della storia originale, mentre Hole nel finale assume una statura da eroe quasi superoministica, sullo sfondo di una natura spettacolarmente ostile. Inevitabile, forse, in una pellicola che punta alla risoluzione, ma un po’ in contraddizione con un personaggio che di suo è orgogliosamente tragico e perdente.

Il risultato finale è un prodotto di intrattenimento poco soddisfacente anche per i fan del genere (aveva fatto decisamente meglio David Fincher con il suo adattamento americano di Millenium – Uomini che odiano le donne), pure se lascia aperta la strada di un sequel. Nesbø è uno scrittore prolifico, i romanzi a cui guardare non mancano. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DI NEVE (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/12/2017 - 15:03
Titolo Originale: The Snowman
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Peter Straughan, Hossein Amini, Søren Sveistrup
Produzione: WORKING TITLE FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON ANOTHER PARK FILM
Durata: 119
Interpreti: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Chloë Sevigny

Harry Hole, un abile detective della omicidi di Oslo, si è lasciato andare: abbandonato dalla moglie, conduce una vita solitaria e passa le serate a ubriacarsi. Una mattina riceve un foglio anonimo dov’è disegnato un pupazzo di neve, con l’avvertimento di un prossimo omicidio. In effetti una donna è scomparsa di casa e davanti all’ingresso è stato preparato un pupazzo di neve. Il caso viene abbinato ad altri avvenuti nel passato ma più Harry cerca di indagare, più ha la sensazione che l’assassino sia in grado di prevedere le sue prossime mosse...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Molte situazioni di famiglie infelici contribuiscono a dare al film un tono cupo
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di corpi mutilati e situazioni familiari infelici
Giudizio Artistico 
 
Di bello in questo film ci sono solo i paesaggi invernali norvegesi. La componente poliziesca risulta modesta
Testo Breve:

Un thriller ambientato in una suggestiva Norvegia invernale, con attori di primo piano manca l’obiettivo di interessare lo spettatore a causa di uno sviluppo quasi meccanico, pieno di scene impressionanti

Questo thriller ricavato dal romanzo omonimo di  Jo Nesbø, aveva tutte le carte in regola per raggiungere il successo. Un buon regista, ottimi attori, la produzione di Martin Scorzese.  Eppure non lo raggiunge. I film di genere thriller sono diventati ormai molto sofisticati, in grado di stupire per le motivazioni a sorpresa,  spesso a sfondo psicologico, che hanno animato il killer. Niente di tutto questo troviamo nel film: l’assassino appare subito essere un “banale” psicopatico a cui piace uccidere un certo tipo di donna: la regia gioca a indirizzarci verso il prossimo indiziato salvo poi sviarci per puntare verso un altro. Alla fine il meccanismo è così scoperto che lo spettatore ha presto capito chi è il colpevole. Il film vorrebbe risultare  avvolto in un’atmosfera dark (impressionante l’incipit del film, dove un uomo picchia una donna che poi si suicida in presenza del figlio) ma anche questo tentativo fallisce perché le teste mozzate, i corpi tagliati a pezzi si sussseguono senza sosta, fino ad annoiare. Il film è stato vietato ai minori in tutti i paesi dove finora è stato proiettato, tranne che in Italia.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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