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X-MEN CONFLITTO FINALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/09/2010 - 12:24
 
Titolo Originale: X- Men - The Last Stand
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Brett Rathner
Sceneggiatura: Zak Penn, Simon Kinberg
Durata: 103'
Interpreti: Hugh Jackman, Halle Berry, Ian Mckellen, Rebecca Romijn-Stamos, Shawn Ashmore, Patrick Stewart, Famke Janssen

Eccoci al terzo film della saga X-men tratta dagli omonimi fumetti della Marvel. Questa volta però il regista Bryan Singer,  che ha guidato con successo i primi due episodi (in particolare X-men 2 ha raggiunto la ragguardevole cifra di 405 milioni di $) ha ceduto il timone a Brett Rathner (Red Dragon, Rush Hours). Anche se quest'ultimo ha cercato di mantenere una certa continuità nello stile, il tocco dei due registi (e degli sceneggiatori) appare differente.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Viene confermato il messaggio di tolleranza verso il diverso e di convivenza pacifica già presente nei precedenti episodi
Pubblico 
Adolescenti
Una certa dose di violenza sconsiglia la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grande dispiego di computer grafica e presenza di validi attori ma questa l'action -movie ha la prevalenza sull' approfondimento dei personaggi

  Il successo delle prime due puntate, oltre ovviamente al richiamo suscitato nei confronti dei  fans grandi e piccoli della tavole colorate della Marvel, era stato raggiunto grazie a una buona caratterizzazione dei personaggi e al fascino-angoscia della diversità, di quei mutanti che dispongono di superpoteri che generano discriminazioni e diffidenze.

Questo terzo capitolo della saga è diventato sostanzialmente un action-movie: grazie all'eccellente computer grafica ( per la cui realizzazione  ha collaborato anche lo studio 3D diretto Peter Jiackson,l'autore della saga del Signore degli anelli), mobili e intere case gravitano a mezz'aria, il ponte di Brookling viene scardinato per consentire a Magneto di raggiungere più comodamente l'isola di Alcatzar mentre  acchine incendiate volano in aria come proiettili.

Ritroviamo in questo episodio tutti gli eroi già conosciuti: sempre in prima fila Logan/Wolverine (Hugh Jackman), Tempesta (Halle Berry) e il truce  Magneto (Ian Mckellen, di professione "cattivo" in questi giorni anche ne Il codice Da Vinci); ma questo film  compensa il minor approfondimento dei personaggi con una serie incredibile di new entry: La Bestia (Kelsey Grammer) che svolge un ruolo di cerniera fra i mutanti e la razza umana, Juggernaut (interpretato dall'ex calciatore inglese Vinnie Jones) dotato di una forza tremenda e altri minori. Di fronte a tanta abbondanza, ci si può permettere l'uscita di scena  di altri personaggi più noti: il saggio Xavier (Patrick Stewart), il bel Ciclope (James Mardsen)e la bella Mystica (Rebecca Romijn).

Unica nota originale e stimolante è la personalità di Jean Grey (inaspettatamente risuscitata dopo che nella puntata precedente si era sacrificata per tutti annegando - apparentemente- nel lago Alkali). Jean è la riproduzione del mito della fenice, combattuta fra il conservare  l'autocontrollo dei suoi poteri e l'impiego della sua potenza (onnipotenza) distruttrice. Si tratta del dilemma della scelta fra il bene e il lato oscuro della forza, già frequentato in Guerre Stellari III. Una maggior focalizzazione su questo tema in film fin troppo "democratico" ci avrebbe fornito  qualche brivido in più.

Alla fine il film si inserisce dignitosamente, anche se privo di novità di rilievo, nella scia degli episodi  precedenti.

Se ci sarà o meno un quarto episodio dipenderà molto dal successo che il pubblico vorrà decretargli; certo è che Magneto, ora ridotto a un uomo come tutti gli altri, si sta esercitando per cercar di recuperare i suoi poteri.....

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WE WERE SOLDIERS FINO ALL'ULTIMO UOMO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/09/2010 - 11:33
Titolo Originale: WE WERE SOLDIERS
Paese: USA
Anno: 2002
Regia: Randall Wallace
Sceneggiatura: Randall Wallace
Durata: 138’
Interpreti: Mel Gibson (Ten. Coll. Hal Moore), Madeleine Stowe (Julia), Greg Kinnear (Magg. Bruce)

Ci sono stati il bello e atipico (anche se duro) Tigerland di Joel Schumacher (ambientato in un durissimo campo d’addestramento per le reclute destinate al Vietnam, capace di giocare con serietà con le convenzioni del genere) e lo strombazzato Black Hawk Down di Ridley Scott (molto più scontato nella sua “morale” anche se virtuosistico nella regia), e buona ultima arriva la seconda fatica alla regia di Randall Wallace, sceneggiatore del premio Oscar Braveheart e già regista de La maschera di ferro, oltre che sceneggiatore di Pearl Harbor (una pellicola che tuttavia considera meno sua, dal momento che regista e produttore hanno ampiamente modificato, e a sua detta impoverito, la storia che aveva scritto).

Valutazioni

We were soldiers, tratto dal volume –in Italia pubblicato da Piemme- We were soldiers once... and young di Hal Moore e Joe Galloway (il primo colonnello protagonista anche del film, il secondo reporter di guerra che lo ha aiutato a raccogliere le testimonianze dei fatti raccontati), è stato da più parti accusato di essere un film non solo e non tanto mal riuscito, ma soprattutto “fuori luogo”, nutrito di una retorica ormai vecchia e inaccettabile, contributo ormai tardivo e poco aggiornato alla riflessione che la settima arte ha dedicato al decennale impegno yankee nel sud est asiatico. È  curioso che sia stato avvertito come falso e stereotipato un film che racconta fedelmente la storia vera (forse nei titoli del film questo andava messo meglio in rilievo, soprattutto per il pubblico internazionale) di persone ancora oggi viventi, primo fra tutti il protagonista Moore, interpretato da Mel Gibson.

La pellicola, infatti, si confronta con la “sporca guerra”, il Vietnam, bestia nera della coscienza collettiva americana, letta talvolta dal cinema come epopea gloriosa e sfortunata (Berretti Verdi) e molto più spesso, a partire dalla metà degli anni ’70, come tragedia e sconfitta umana e sociale ancor più che militare (basti ricordare Il Cacciatore, Nato il 4 luglio e Platoon), ma il suo intento non è certo fatto per compiacere il gusto degli intellettuali pacifisti ad oltranza. Scopo dichiarato, infatti, è “rendere onore” ai soldati che combatterono il conflitto (ed in particolare la sua tragica battaglia inaugurale nella Valle della Morte)  con coraggio e onore, in primo luogo i giovani americani guidati da ufficiali severi ma paterni come il colonnello Moore, ma anche i soldati norvietnamiti, capaci di mettere in scacco, con la loro guerriglia imprevedibile, prima i Francesi e poi gli Americani .

La pace non è la virtù degli imbelli, ma quella dei soldati, perché possano combattere senza odio” . Questa frase di Emmanuel Mounier  sembra adatta ad esprimere con acutezza e provocatoria profondità lo spirito che anima la ricostruzione tentata da Wallace con uno stile che, a prescindere dalla regia della battaglia centrale del film (fortemente debitrice allo spielberghiano Salvate il soldato Ryan), risulta più simile, non solo visivamente, a quello dei classici hollywoodiani, molto lontana dal montaggio nervoso e spiazzante di Scott o dallo stile quasi documentaristico di Schumacher.

Per nulla tradizionale è, invece, la grande attenzione che il regista dedica al versante “domestico” della vicenda; mentre mostra l’addestramento dei reparti destinati ad aprire le danze con avversari nuovi ed imprevedibili, infatti, si prende il tempo di raccontare anche  la vita quotidiana di uomini che hanno scelto di “fare la guerra” per mestiere, cercando di farci sentire le loro ragioni, i loro dubbi, la sofferenza che provano allontanandosi (forse per sempre) dai propri cari. E il tentativo di quotidiana normalità delle loro mogli, abituate a spostarsi da una base all’altra come nomadi, ma così umanamente in difficoltà quando è il momento di dire addio al padre dei propri figli.

Così, mentre dobbiamo riconoscere che soprattutto in questa parte iniziale manca un autentico approfondimento su quelle che potevano essere le ragioni di un impegno americano nel Vietnam, è commovente e lodevole sentire come il protagonista del film (molto ben “vissuto” da Mel Gibson) cerca di conciliare non solo il suo essere soldato con il suo essere padre (è il contenuto della bella scena ambientata nella cappella tra il capitano Moore e uno dei suoi ufficiali che ha appena avuto una bambina, così come del dialogo tra Moore e la figlia minore che gli chiede che cosa sia la guerra), ma soprattutto con il suo essere credente. Moore è un cattolico padre di cinque figli, un uomo che prega il suo Dio, Dio di amore e di pace, perché lo sostenga nelle sue azioni e protegga i suoi uomini, e che non ha timore di chiedere la vittoria, perché chi combatte non può permettersi di essere politically correct, ma solo di rispettare il valore del nemico, e, sostenuto dalla convinzione di difendere  valori più alti, sperare, in ogni caso, di sopraffarlo.

Per lo sceneggiatore e regista, peraltro, è altrettanto importante raccontare il dramma delle mogli che restano a casa ad attendere un esito su cui non possono influire; in particolare la moglie di Moore che, mentre il marito si impegna a prendersi cura dei suoi uomini fino all’ultimo (e in questo film la massima “non lasciare nessuno indietro” è certamente molto più vissuta e interiorizzata che non nel meccanico slogan del film di Scott), si fa carico della consegna degli anonimi telegrammi che annunciano la morte di ogni uomo, vivendo e rivivendo l’angoscia di un campanello che può significare l’annientamento di una famiglia.

Gli uomini di Moore, del resto, sono l’avanguardia delle migliaia di soldati che per più di un decennio combatterono una guerra probabilmente insensata, ma che non per questo possono essere liquidati come assassini senza perdono. Proprio il fatto di cogliere il momento iniziale di quegli eventi ormai parte della memoria di tutti, facendo seguire allo spettatore le vicende di individui che non portano già il marchio di consapevoli “invasori”, voleva essere probabilmente l’occasione per ritrovare un impossibile “sguardo vergine” su un tema ormai archiviato come impopolare dal giudizio della storia.

Quello che molti dimenticano e che forse sarebbe stato giusto richiamare in questo film è che l’anno dell’inizio della guerra in Vietnam cade a non molta distanza dalla crisi di Cuba, in anni in cui la minaccia dell’Unione Sovietica, e quindi anche del dilagare nel mondo di regimi di stampo comunista, erano fortemente sentiti non solo dagli Stati Uniti, ma da tutto il blocco occidentale. Forse tenendo presente questo aspetto risulta più comprensibile (anche se ancora tutta da valutare) la decisione dell’amministrazione e dell’esercito americani di coinvolgersi in una guerra che fin dall’inizio appariva difficile e presto anche impopolare.

Lungi dal voler diffondere una propaganda di bassa lega a favore del grande Impero americano, poi, è chiaro che gli autori del film (il regista-sceneggiatore in primo luogo ma anche i due scrittori del libro di memorie) intendevano più di tutto tributare il giusto onore a uomini valorosi e fondamentalmente retti (più ambigui i loro superiori, colpevoli nel mandarli allo sbaraglio senza garantire un adeguato supporto, ma ancora di più nel non fornire loro reali e profonde ragioni per combattere), mostrando tutto il dolore e l’orrore (soprattutto nello sguardo sconvolto del reporter, un personaggio che giunge forse un po’ troppo tardi per inserirsi bene nella storia e fare da riferimento per il pubblico) di cui nessuno degli uomini, a battaglia conclusa, è in grado di dire nulla, purtroppo solo un tragico anticipo di future e ben più ampie carneficine.

A ben vedere, infatti, quello che avrebbe dovuto colpire i critici più severi  è ciò che  il film sembra in realtà suggerire nel commosso finale, qualcosa di sorprendente e provocatorio, detto non a caso per bocca del comandante delle forze nord vietnamite sconfitte: la vittoria conquistata a caro prezzo, grazie al coraggio e alla genialità sfoderate contro un nemico altrettanto coraggioso e perspicace, convinse l’America a fare di quell’angolo di mondo un “affare americano” e si rivelò quindi, a conti fatti, una ben più grave sconfitta perché il risultato finale era già segnato, solo che per arrivarci sarebbe stato necessario pagare un tributo di sangue molto più alto.

Un film dunque che sarebbe troppo facile e ingiusto liquidare come guerrafondaio e retorico (anche se indubbiamente un supplemento di riflessione nelle direzioni indicate sopra avrebbe permesso una maggiore problematizzazione di alcune istanze); un film che ricostruisce figure di militari, ma soprattutto di uomini, chiamati a confrontarsi con un dovere non sempre facile e che solo in parte può diventare oggetto di discussione; uomini che trovano la forza di affrontare il pericolo e spesso la morte grazie alla fede, all’esempio di superiori (così simili a padri) e agli affetti, affetti che si trovano naturalmente e spontaneamente ad estendere alla famiglia dei compagni d’arme; ed è solo per questo, infatti, che ha senso allontanarsi dalla propria famiglia, tornare indietro per non lasciare un uomo a morire da solo, rischiare di farsi uccidere per portare in salvo qualche ferito in più, disubbidire agli ordini quando dicono di lasciare il campo per salvarsi abbandonando chi dipende da noi, trovare il tempo, in mezzo al fuoco del nemico, per pregare sui cadaveri dei caduti. Nessuna retorica di patria e di onore sarebbe capace di spingere a tanto.

E sono queste scelte concrete ed autentiche, molto più del discorso alle truppe (forse davvero un po’ retorico nel celebrare l’unità multietnica della grande nazione americana), a rimanere nel cuore di chi assiste ad una storia amara e tutt’altro che gloriosa, ma in molti momenti capace di toccare corde inedite e di trasmettere le profonde convinzioni di chi ha realizzato questo film.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 2. Aprile 2017 - 21:00


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L'ultimo samurai

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 19:06
Titolo Originale: The last samurai
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: John Logan,Marshall Herskovitz, Edward Zwick
Durata: 144'
Interpreti: Tom Cruise (Nathan Algren), Ken Watanabe (Katsumoto), Timoty Spall (Simon Graham), Connolly (sergente Grant)

È difficile che la storia del capitano Algren – che richiama quella del sergente John Dunbar (Kevin Costner) in Balla coi lupi – non susciti la nostra empatia. È sempre emozionante vedere un eroe disilluso riscoprire il proprio senso dell’onore. E non è facile sottrarsi alla retorica epica ben applicata dalla convincente interpretazione di Tom Cruise e fedelmente rispettata dalla regia limpida e precisa di Edward Zwick.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'ideale del samurai visto come glorificazione di una forma rituale che implica fare tutto bene (sopratutto combattere) ma non necessariamente battersi per il bene.
Pubblico 
Adulti
A causa delle numerose scene di scontri violenti e atroci (in particolare i suicidi)
Giudizio Artistico 
 
Regia limpida e precisa. Convincente interpretazione di Tom Cruise e Ken Watabe (candidato all'Oscar 2004 come miglior attore non protagonista)

Ma, a ben riflettere, c’è qualcosa che non torna. In cosa consiste l’onore dei samurai, nel quale, ci dice il film, il capitano Algren ritrova la propria dignità? Il modello perfetto di samurai presentatoci è Matsumoto (Ken Watanabe), un signore feudale e alla testa di un piccolo esercito. A dispetto dello scenario arcadico in cui ci viene presentata la vita del suo villaggio, Matsumoto – secondo la tradizione dei suoi antenati – considera onorevoli due cose: la morte in battaglia e l’obbedienza cieca al proprio signore, l’imperatore. Svela la propria identità soprattutto quando rifiuta di deporre la spada prima di entrare nel consiglio dell’imperatore. Dietro la nobile – in apparenza – tenacia nel rispetto della tradizione, si nasconde una rigida opposizione ad ogni cambiamento, una identità marziale sclerotizzata, incapace di trovare un linguaggio diverso da quello della spada.

Alla fine della storia l’eroismo del capitano Algren consisterà nel combattere una battaglia disperata in nome della conservazione di una imprecisata “tradizione” e nell’offrire all’imperatore del Giappone un’obbedienza tale da essere pronto a suicidarsi nel caso lui glielo chieda. A questo punto sorgono i dubbi. Mentre nella cultura occidentale eroe è colui che, coraggiosamente, sa sacrificarsi per una causa buona, il samurai – come rileva una studiosa della cultura giapponese – trova la propria consacrazione nell’atto di fedeltà a prescindere dalla bontà della causa a cui è fedele. La causa non conta. Conta solo la ferma volontà di immolarsi completamente ad essa. Non conta vincere. Anzi, perdere, e perciò non ottenere nulla, confermerebbe l’altruismo dell’eroe e rendendo ancora più nobile il suo sacrificio. Tale concezione si radica nella morale feudale formalmente espressa in testi (in particolare Hagakure di T. Yamamoto) che nel secolo XVII fissarono il cosiddetto bushido, “la via del perfetto samurai”.

Nell’ideale samurai (celebrato anche da film di nicchia come Ghost Dog di Jim Jarmusch e da numerosi anime giapponesi) è possibile trovare una visione nichilistica della società combinata con un messaggio di speranza e gloria. Per quanto corrotto e ingiusto possa essere il mondo, esso non impedisce di essere eroici. Si può scegliere di resistere ai poteri costituiti o li si possono servire secondo le condizioni stabilite. Ciò che davvero importa è che lo si faccia fino in fondo. In una società priva di valori, l’unico onore sarebbe immolarsi per una causa, qualunque essa sia. È interessante notare che l’ideale del bushido, storicamente infondato perché inventato a posteriori da samurai nostalgici di un mondo ormai morto, fu poi sfruttato negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso per indurre i giovani giapponesi ad immolarsi come kamikaze per l’imperialismo giapponese. Dunque il capitano Algren ritrova il senso per cui combattere nel combattere stesso. Se non c’è più un bene per cui battersi (il film non spiega mai quali sia il mondo che i samurai vogliono difendere), allora l’unica possibilità è battersi bene (di qui la glorificazione della forma rituale che darebbe dignità e senso ad ogni gesto). Non è un caso che la prima frase dell’Hagakure è “La via del samurai è la morte”. Ed è difficile sostenere – come ha fatto Tom Cruise nelle interviste che hanno accompagnato l’uscita del film – che questo sia un film pacifista.

Autore: Francesco Arlanch.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ultimo samurai

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 19:02
Titolo Originale: The last samurai
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: John Logan,Marshall Herskovitz, Edward Zwick
Durata: 144'
Interpreti: Tom Cruise (Nathan Algren), Ken Watanabe (Katsumoto), Timoty Spall (Simon Graham), Connolly (sergente Grant)

Il capitano Nathan Algren è un veterano della guerra contro i pellerossa che viene arruolato dal governo giapponese per addestrare i battaglioni dotati delle nuove armi americane a ripetizione.  Il governo giapponese infatti sta cercando di reprimere la rivolta dei samurai guidati da Katsumoto che si oppone all’occidentalizzazione del paese. Il capitano Algren prepara le truppe e le guida in combattimento contro i samurai ma durante gli scontri viene fatto prigioniero  da Katsumoto e portato nel loro rifugio tra le montagne…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Esaltazione dei valori insiti nella cultura dei guerrieri samurai: fedeltà, disciplina, onore, coraggio, meditazione, poesia, ospitalità, ma anche suicidio in caso di sconfitta
Pubblico 
Adulti
Per le cruente scene di battaglia
Giudizio Artistico 
 
Ottime le ambientazioni e le scene di battaglia, realizzate dallo stesso esperto d'armi di Braveheart. Ottima la passione interpretativa di Tom Cruise e dei suoi colleghi giapponesi. Tendenze enfatiche nella sceneggiatura e nella regia.

“L’Ultimo Samurai” è un ottimo film costruito sui nobili valori dei guerrieri samurai e sulla figura del capitano Algren/Tom Cruise che, in cerca del significato della propria esistenza, trova se stesso in questo stile di vita. Gli stessi pensieri e osservazioni del Capitano, nonché  le “conversazioni” di questo con Katsumoto, ci introducono nella comprensione e nel significato della cultura samurai. Dicevamo i Valori: innanzitutto l’Onore, che consiste nella fedeltà al compimento del proprio dovere fino all’eroismo, fino alla perfezione, in tutte le attività, in ogni gesto. Nella arte della spada e nel combattimento come nella scrittura, nella meditazione o nel riempimento di un mestolo d’acqua, i samurai tendono verso la perfezione, la cura del particolare, dell’ordine, della precisione, di un lavoro fatto bene. Poi l’Obbedienza, al proprio Signore, l’Imperatore, fino a dare la propria vita per servirlo  (la stessa parola samurai significa “servire”). Ma è anche l’obbedienza della donna all’uomo, del figlio al padre, del samurai al suo comandante. Poi la discrezione, la delicatezza, che porta i samurai a non fare domande, a trattare l’ospite come il padrone di casa, il Capitano (prigioniero) come un familiare.

Per contrasto c’è la vita di Algren,  perso nell’alcolismo, tormentato dalle ingiustizie e dagli orrori commessi nella guerra contro i pellerossa, ormai mercenario,  cerca la morte per pagare a tanto male. Ma nel villaggio dei samurai  scopre la bellezza di quei valori,  sperimenta la delicatezza e il rispetto, e decide di unirsi alla lotta dei samurai per difendere “ciò che ha imparato ad amare”. 

L’epilogo porta i samurai al massacro ma alla rinascita di Algren che rimarrà  nel villaggio per vivere secondo quei valori.

Costruito su una buona  regia di Edward Zick (“Attacco al potere” 1998), che ritma bene lo svolgersi della vicenda alternando momenti d’azione con  momenti più riflessivi, il film presenta belle scene di battaglia, ottime ricostruzioni dei luoghi, dei costumi, e scenari mozzafiato. Molto buona la recitazione di Tom Cruise e anche migliore la recitazione di Ken  Watanabe e Koyuki poco noti al pubblico occidentale.  Molto buono quindi il giudizio tecnico della pellicola e solo alcune scene un po’ troppo violente e  lunghe e un finale  un po’ troppo epico e “americano” non ne fanno un capolavoro.

Autore: Stefano Mastrobuoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: 20
Data Trasmissione: Giovedì, 26. Settembre 2019 - 21:00


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U-571

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 14:06
 
Titolo Originale: U-571
Paese: USA/Francia
Anno: 2000
Regia: Jonathan Mostow
Sceneggiatura: W. L. Skinner, G. Weidner Distribuzione: Uip
Durata: 115'
Interpreti: M. McConaughey (Tyler), H. Keitel(Capo), B. Paxton (Dahlgren)

Siamo nel 1942, agli inizi della Seconda Guerra mondiale, quando i sottomarini tedeschi dominavano il Nord Atlantico e facevano strage del naviglio mercantile che dagli Stati Uniti era diretto in Europa per sostenere la resistenza inglese. La marina U.S.A. (nella realtà storica si trattò di quella Inglese) decide di approfittare di una fortunosa circostanza: un U-Boot tedesco rimasto in panne in mezzo all'Atlantico diventa l'occasione per impossessarsi, mediante un sottomarino cammuffato per l'occasione, del preziosissimo decodificatore dei messaggi cifrati tedeschi. Non tutto fila liscio ed il giovane Tyler, comandante in seconda, giudicato dai suoi superiori come "troppo morbido", si trova a guidare i marinai americani superstiti nell'impresa di portare in salvo il prezioso carico, diventando nel frattempo un "duro" e deciso comandante di uomini.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La solidarietà di una squadra intorno ad un comandante che impara a comandare
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune violenti scene di battaglia
Giudizio Artistico 
 
Il film come un'orchestra che suona al massimo volume, fra molteplici spacconate di eroi destinati a vincere

Il film ricostruisce realisticamente la vita all'interno di un sottomarino della II G.M., sfruttando appieno le potenzialità della computer grafica. Per questo aspetto si inserisce a pieno titolo nel ricco filone di cui "U-boot 96" di Wolfgang Petersen (1980) è stato finora il più autorevole rappresentante. In questo caso però l'ansia di stupire, di fare assolutamente qualche cosa "alla Hollywood" ,fa caricare i toni (ed anche il volume)del racconto: le bombe di profondità che esplodono, l'acqua che filtra, le valvole che saltano, il solito profondimetro che supera la linea del rosso, tutto è fornito in abbondanza: partecipiamo all'azione ma ne rimaniamo freddi. Anche le azioni di guerra (prima contro un sommergibile nemico, poi addirittura contro un cacciatorpediniere) sembrano rendere la guerra quasi un evento sportivo, dove i "nostri" vincono sempre all'ultimo minuto, ovviamente. Diverso l'U-boot 96: il senso del dovere del comandante e di tutto l'equipaggio era impregnato  del sapore amaro della guerra vera, dove la morte è sempre dietro l'angolo.

I risvolti umani della storia, il progressivo maturare del tenente Tyler alle responsabilità di comando, si poggiano sulle non solide spalle di Mattew McConaughey, troppo monocorde per esprimere una complessa maturazione psicologica.

Il film è giustamente vietato in U.S.A. ai minori di 13 anni a causa di alcune scene di violenze di guerra.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Premium Energy
Data Trasmissione: Giovedì, 30. Giugno 2011 - 21:00


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SALVATE IL SOLDATO RYAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/04/2010 - 12:24
 
Titolo Originale: Save private ryan
Paese: USA/Germania
Anno: 1998
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Robert Rodat
Interpreti: Tom Hanks, Matt Damon, Tom Sizemore, Edward Burns, Jeremy Davies, Vin Diesel, Adam Goldberg, Barry Pepper, Adam Goldberg

La bandiera americana sventola su di un cimitero di guerra. Un vecchio signore, che ha combattuto come soldato semplice nell'ultima guerra (il soldato Ryan del titolo, impersonato da Matt Damon), accompagnato da una folta schiera di familiari, si inginocchia commosso davanti ad una croce bianca, quello del capitano J. Miller (Tom Hanks), che si è sacrificato per salvarlo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'eroismo di chi ha paura di morire ma sa quel che è giusto fare
Pubblico 
Adolescenti con riserva
La riserva è riferita alle persone più impressionabili, per il crudo realismo delle ferite causate dai combattimenti
Giudizio Artistico 
 
Sulle storie private restano in secondo piano rispetto alle vicende belliche, ma la sequenza dello sbarco in Normandia è da antologia

Ryan ritorna con la memoria ai momenti cruciali dello sbarco in Normandia, quando i battelli da sbarco americani aprono i portelloni a pochi metri dalla spiaggia e i fanti , facile bersaglio delle mitragliatrici tedesche, debbono cercare correndo di trovare anche il più piccolo riparo da quell'inferno di colpi. Questi primi 20 minuti costituiscono un prologo alla storia che sta per essere raccontata ed è essenziale per introdurre lo spettatore nella "vera guerra" che ci vuole raccontare Spielberg.

I corpi dei feriti o dei morti ci appaiono nel dettaglio delle loro mutilazioni, il mare si colora di sangue, il rombo delle esplosioni è tale da procurare una parziale sordità ed anche noi, come spettatori, restiamo immersi in questo allucinante silenzio che solo lentamente si ripristina.

Il capitano Miller , una volta consolidata la testa di ponte in Normandia, riceve l'incarico di ricercare il soldato semplice Ryan che è stato paracadutato con il suo plotone in una zona imprecisata ancora sotto il controllo tedesco. Il soldato Ryan deve essere salvato (così vuole lo Stato Maggiore) in quanto i suoi tre fratelli sono stati uccisi in combattimento e non si vuole che i suoi genitori paghino altri tributi alla guerra. .Il captano Muller seleziona 7 uomini per la sua squadra ed inizia questa missione fra molte indeterminatezze (non si sa esattamente dove Ryan possa trovarsi) e tra vari scontri a fuoco (i tedeschi sono ancora molto attivi).

Una volta trovato il soldato Ryan e compiuta quindi la missione principale, non resterebbe altro da fare che tornare indenni alla base.Il  capitano Miller con la sua squadra e lo stesso Ryan decidono invece di aiutare il plotone a cui Ryan appartiene nella quasi disperata missione di difendere un ponte ritenuto strategico dall'assalto dei carri armati tedeschi.

Fino  agli inizi degli anni '60, per la produzione dei film americani, veniva rispettato il codice di censura Hays: si poteva riprendere un persona che sparava ma non si potevano vederne direttamente gli effetti nella stessa inquadratura; era necessario un cambiamento di immagine per vedere la vittima che, colpita, cadeva a terra.
Con il film "Bonny and Clyde" del 1967 e "Mucchio selvaggio" inizia una nuova fase: se un bandito spara, nella stessa inquadratura si vede il volto insanguinato della persona colpita.
Nel "Salvate il soldato Ryan" questo atteggiamento è portato al massimo del verismo; nulla viene risparmiato allo spettatore. La grandezza di questo film non consiste però in una maggiore crudezza nelle scene di guerra nel sia pur nel nobile intento di ridicolizzare precedenti film di guerra con vittorie troppo facili ed eroi invulnerabili; in realtà Spielberg inaugura una terza fase, compie un ulteriore passo avanti che non ha un puro valore visivo ma aggiunge un significato morale: viene rappresentato con tutta la cura ed il dettaglio necessari l'impatto emotivo che le ferite di un soldato colpito a morte producono su lui stesso e su i suoi compagni. Viene esaltata la grande dignità e valore di un essere umano attraverso la rappresentazione dei suoi ultimi istanti e la solidarietà dei compagni, che formano un tutt'uno solidale con lui nello strazio dell'agonia.
Spielberg continua in questo modo il suo nobile impegno di esaltare l'incommensurabile valore della persona umana, come aveva già fatto in "Shindler's list" o in "Amistad".

Commento sui contenuti
Violenza
La violenza della guerra domina sovrana, come già detto. Vengono in genere citati a questo proposito i primi 20 minuti che descrivono lo sbarco in Normandia. Per quanto si tratti di una scena collettiva di grande effetto, la violenza è distribuita in modo anonimo fra soldati che non ci è dato di conoscere. Diversa perché più sentita, è la violenza che si abbatte sui singoli soldati che abbiamo imparato a conoscere a poco a poco nel film.
Rientra in questa categoria la morte del dottore della quadra (Wade, interpretato da G. Ribisi), amato da tutti i suoi compagni perché sempre pronto a farsi avanti per soccorrere gli altri.
Riverso a terra, colpito in più punti da una mitragliatrice, i suoi compagni sono intorno a lui cercando con le mani di tamponare il sangue che scorre abbondante dalle molte ferite. Essi gli chiedono angosciati cosa debbono fare perché è sempre stato Wade, fra loro, a gestire queste cose.
Gli parlano, cercando di catturare quel poco di vita cosciente che gli resta e ricevere direttamente da lui le istruzioni giuste. Alla fine non resta che iniettargli una morfina dopo l'altra, attendendo che egli emetta l'ultimo respiro.

Scene ad alta tensione
Spielberg attua il superamento del film di guerra di maniera non solo nel rappresentare realisticamente la sofferenza che ne scaturisce ma anche nel portare in evidenza un altro aspetto tipico di queste situazioni: la vigliaccheria. Nella battaglia finale che si svolge fra le case diroccate di un paesino francese, i soldato Mellish ed un tedesco sono impegnati al primo piano di una casa diroccata in un furioso corpo a corpo; il caporale Upham (J. Davies), l'intellettuale del gruppo, scelto soprattutto per la sua conoscenza delle lingue, è bloccato lungo le scale: sa che deve salire ad aiutare il compagno ma è paralizzato dalla paura. Il combattimento sta volgendo a svantaggio dell'americano: il tedesco ha puntato un coltello contro il suo petto. Mellish grida, non vuole morire, spera ancora in un miracolo. In effetti anche noi siamo stati abituati da troppi film al colpo di scena finale, all'eroe che si salva. Qui non succede: il pauroso, pur capendo cosa sta succedendo al piano di sopra, è schiacciato sui gradini, vorrebbe solo scomparire. Il coltello ormai penetra lentamente ma inesorabilmente nel petto del compagno.

Argomenti di discussione stimolati dal film
Questo film è un ottima occasione per parlare con i figli della guerra. Se i ragazzi sono adolescenti maturi e non impressionabili è giusto invitarli esplicitamente ad andare a vedere questo film.
Sia ben chiaro che "Salvate il soldato Ryan" non è un film pacifista nel senso classico della parola, cioè contro la guerra sempre e comunque. In nessun momento viene negata l'utilità della guerra contro il nazismo tedesco. La bandiera americana sventola sia all'inizio che alla fine del film a simboleggiare il sacrificio di giovani ragazzi che hanno lasciato le loro case d'oltreoceano per morire per una causa giusta.
E' invece un film sull'eroismo, spesso sconosciuto di tanti soldati consumato in altrettanti piccoli episodi di guerra. Miller rappresenta la sintesi di questo eroismo deciso ma senza soddisfazione, fin troppo cosciente del sacrificio di vite umane che questo comporta. Perché bisogna mettere a repentaglio la vita di 8 soldati per salvarne uno solo? E' giusto snidare una postazione di mitragliatrici tedesche che potrebbe colpire altri commilitoni, mentre sarebbe sufficiente aggirare l'ostacolo? Una volta compita la missione, trovato cioè il soldato Ryan, perché fermarsi ad aiutare a difendere il ponte mentre sarebbe giustificabile ritornare direttamente nelle retrovie?. Miller è il capitano. E' il capo di quegli uomini. Queste decisioni spettano a lui. Egli decide sempre di combattere, perché lui, un anonimo insegnante con una moglie che lo aspetta a casa, è stato mandato lì "per fare la guerra". Queste decisioni costeranno la vita a molti dei suoi uomini ed a se stesso.
Egli sembra agire per dovere, spinto dal suo raziocinio che lo porta a fare le cose giuste al momento giusto. Forse gli manca il calore della speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rete 4
Data Trasmissione: Giovedì, 17. Maggio 2018 - 21:15


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PEARL HARBOR

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 11:37
 
Titolo Originale: Pearl Harbor
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Michael Bay
Sceneggiatura: Randall Wallace
Durata: 2
Interpreti: Ben Affleck (Rafe),Kate Beckinsale (Evelyn), Josh Hartnett (Danny)

Eccoci, ancora una volta, di fronte ad un passaggio cruciale nella memoria storica degli americani:il proditorio attacco dei giapponesi a Pearl Harbor, avvenuto nel settembre 1941.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Solidarietà fra due amici.
Pubblico 
Adolescenti
Per le immagini dei feriti e una breve sequenza d'amore
Giudizio Artistico 
 
Grande sfoggio di computer grafica ma personaggi poco tratteggiati e sceneggiatura da videogame

Il regista Michael Bay si è forse ispirato a Tora Tora (1970) di R. Fleischer, cioè alla dettagliata ricostruzione dell'episodio, con l'evidenza di tutte le fatali distrazioni degli americani? No; non si fa un blockbuster con un saggio di storia.
Forse si è ispirato a "Da qui all'eternità" (1953) di Fred Zinnemann, dove l'attacco fa da sfondo a bellissime storie individuali di amore, ambizione, eroismo e tradimento? No. Troppa intelligenza, personaggi troppo profondi, troppi messaggi pacifisti controcorrente. Non è roba da blockbuster.
Il riferimento è chiaro: ripetere il successo del Titanic (1997) di J. Cameron: una bella e semplice storia di giovani innamorati, innestata in un grandioso disastro navale per il quale è possibile dar sfoggio delle più recenti meraviglie della computer grafica, monopolio incontrastato di Hollywood.
Con una variante, in questo caso: appellarsi ai giovani tramite un altro sentimento portante: quello patriottico, o meglio una retorica trionfalistica del tipo "arrivano i nostri", che sta alimentando un ricco filone di successo, in rapida crescita, nel quale sono inclusi film quali Indipendence Day, il Patriota, Armageddon, U571.
Non si tratta del patriottismo dei film prodotti durante o subito dopo il periodo bellico, per incitare la popolazione a credere nella vittoria di una guerra percepita e vissuta pur sempre come crudele. Ultimo continuatore (e perfezionatore) della serie è stato "Salvate il soldato Ryan" (1999) di Spielberg, dove la guerra è vera e coinvolgente ed i feriti sono è presentati in tutta la loro sofferenza.
Nei film del tipo Pearl Harbor e negli altri citati, i morti non sembrano morti e la guerra funge da sfondo per esaltare imprese frutto di giovanile spavalderia. Il riferimento più immediato, in questo caso è la guerra che si combatte alla cloche dei videogames di oggi per provare l'esaltazione dei combattimenti aerei simulati.

E' assolutamente inutile pertanto prendersela, come hanno fatto molti critici, sul fatto che i personaggi sono appena tratteggiati: l'importante è essere belli, fotogenici ed arditi. La storia d'amore ha inoltre una calibrata scabrosa modernità, con una ragazza che ha creduto morto il suo primo grande amore e che si mette insieme al migliore amico di lui restandone incinta. E' inutile prendersela per le scene troppo chiassose, il montaggio frenetico, che a stento ci lascia intravedere quello che sta succedendo: l'importante è subire un effetto coinvolgente simile a quel che ci accade quando ci sediamo sulle poltrone mobili dei padiglioni di Disneyworld dove è possibile viaggiare verso mondi di fantasia .

Una volta che si è preso atto di quello che il film può veramente darci, ci si può sedere comodamente in poltrona e godersi gli ottimi effetti speciali nonché il neo-divo Ben Affleck (solo per le ragazze, in questo caso)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 5. Aprile 2020 - 18:40


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IL NEMICO ALLE PORTE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 13:01
Titolo Originale: Enemy at the gates
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Jean-Jacques Annaud
Sceneggiatura: Annaud, A. Godard
Interpreti: Jude Law (Vassili), Joseph Fiennes (Danilov)

Stalingrado 1942. Giovani provenienti dalle più diverse province russe, appena discesi dalle tradotte, vengono mandati allo sbaraglio con un solo fucile ogni due di loro, corpi umani contro la micidiale macchina bellica tedesca.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La brutalità della guerra induce a prendere crudeli decisioni
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune scene di violenza,anche verso un bambino, e un rapporto sessuale esplicito
Giudizio Artistico 
 
Da antologia la sequenza iniziale. Buona caratterizzazione dell'clima d'assedio a Stalingrado
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BUFFALO SOLDIERS

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:59
Titolo Originale: Buffalo Soldiers
Paese: USA/Germania/GB 2004
Anno: 2004
Regia: Gregor Jordan
Sceneggiatura: Gregor Jordan, Eric Weiss, Nora Maccoby
Durata: 98'
Interpreti: Joaquin Phoenix, Anna Paquin, Scott Glenn, EdHarris, Elisabeth Mcgovern

Germania, 1989. Il muro di Berlino sta per crollare ma le truppe americane di stanza a Stoccarda non lo sanno. Non lo sa Ray Elwood che ammazza la noia del servizio militare con piccoli furti dai magazzini militari e raffinando droga da rivendere. Fino al giorno in cui si trova di fronte ad un affare più grosso di  lui: la vendita di armi nel mercato dell'est. Ma c'è un sergente che lo sorveglia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema antimilitarista, che avrebbe potuto costituire la spina dorsale del film, viene rapidamente eclissato a favore di una visione cinica e nichilista dell'arte del sopravvivere
Pubblico 
Sconsigliato
Per la rappresentazione disinvolta di consumo e raffinazione della droga, visti in modo acritico, quasi fosse una realtà acquisita.
Giudizio Artistico 
 
Buona la sceneggiatura e la regia che riesce a mantenere il film fra il serio e la satira crudele. Perfettamente nella parte Joaquin Phoenix
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK HAWK DOWN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/07/2010 - 13:16
Titolo Originale: BLACK HAWK DOWN
Paese: Usa
Anno: 2002
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Ken Nolan
Durata: 144'
Interpreti: Josh Hartnett, Ewan Mcgregor, Tom Sizemore

Chi conosce il regista Ridley Scott come autore di film di visionaria fantasia come Blade Runner o il l Gladiatore, resterà sorpreso dal questo  "Black Hawk Down". Si tratta di un quasi-documentario nel quale viene ricostruita, minuto per minuto, una sfortunata azione di guerra compiuta dai Ranger e dalla Delta Force americani nell'ottobre del 1993 durante la guerra in Somalia. Il tentativo di catturare due luogotenenti di Aidid, il signore della guerra loro nemico, finì con l'abbattimento di due elicotteri (i Black Hawk appunto) e l'uccisione di 19 soldati americani rimasti intrappolati tra le anguste stade di Mogadiscio. Ancora una volta Ridley Scott dimostra tutta la sua bravura di narratore di storie di azione: il coivolgimento dello spettatore è totale ed il realismo è notevole (se il cinema dove vedrete il film non mantiene sufficientemente basso il livello del suono, rischierete di rimanere assordati dalle esplosioni e dai colpi di mitragliatrice).

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Pur esaltando il cameratismo e la solidarietà fra i soldati, il film appare insensibile alle istanze dei poveri "nemici" somali
Pubblico 
Maggiorenni
Perle crude sequenze di battaglia e i dettagli sulle ferite riportate
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale capacità del regista di sviluppare un film d'azione con il pieno coinvolgimento dello spettatore
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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