Fantasy

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PIRATI DEI CARAIBI AI CONFINI DEL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 13:11
 
Titolo Originale: Pirates of The Caribbean: At World's End
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Gore Verbinski
Sceneggiatura: Terry Rossio, Ted Elliot Produzione: Jerry Bruckheimer films, Walt Disney Pictures
Durata: 168'
Interpreti: Orlando Bloom, Jonny Deep, Keira Knightley, Geoffrey Rush

Will Turner e Elisabeth Swann aiutati dal pirata Barbossa si avventurano oltre i confini del mondo per andare a liberare Jack Sparrow che è stato relegato in un limbo pieno di allucinazioni, da Davy Jones, padrone della sua anima. E' necessario infatti costituire una coalizione dei 9 pirati "nobili" per contrastare lo strapotere del  perfido Lord Beckett che ora si è alleato con il capitano Davy Jones che con il suo vascello "Olante Volante" traghetta nell'aldilà gli annegati...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E' banale dirlo, ma l'amore trionfa anche se c'è qualche difficoltà a stare insieme.....
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di combattimento piuttosto violente.
Giudizio Artistico 
 
Un film prevalentemente per ragazzi , non delude come spettacolarità delle scene ma viene appesantito da una trama complessa, un pesante simbolismo e capitan Sparrow sta iniziando a diventare la parodia di se stesso..
Testo Breve:

Pirati dei caraibi - Ai confini del mondo FilmVerde: terzo film della fortunata serie, mantiene alta la spettacolarità delle scene, si continua a pendolare fra il mondo dei vivi e quello dei morti ma capitan Sparrow è diventato ormai una parodia di se stesso

Il primo film della serie, La maledizione della prima luna,  si era fatto apprezzare per la tipizzazione di Jack Sparrow interpretato da un funambolico Jonny Deep, per la romantica storia d'amore fra Will Turner (Orlando Bloom) e Elisabeth Swann (Keira Knightly). Il secondo, Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma, campione di incassi, aveva confermato senza troppa fantasia, la dinamica fra i personaggi, caricando però l'elemento horror e moltiplicando gli effetti speciali.

Ora, nel terzo,  eccessivo nelle sue due ore e 40 minuti di proiezione, la computer grafica, la qualità delle immagini è sempre ad altissimo livello ma si fa fatica a cogliere qualche elemento di novità e il rischio di sbadiglio è dietro l'angolo.
Alcune scene risultano peraltro imbarazzanti: le allucinazioni di cui Jack Sparrow soffre nel deserto di sabbia in cui è stato relegato (i membri dell'equipaggio hanno tutti il suo volto) dovrebbero costituire una sequenza buffa ma non si sa bene perché. Anche le sue battute, complice forse la traduzione, cadono come il piombo. Più riuscita, anche  se ripresa a piene mani dalla mitologia greca,  è la sequenza dove la nave, navigando ai confini del mondo,  incontra le barche dei morti diretti verso l'Ade. 

Elisabeth cerca angosciata di riportare suo padre fra i vivi: i due mondi possono parlare fra loro ma non è consentito transitare liberamente da uno all'altro.  Per il resto, una volta garantitisi di aver visto il film precedente, altrimenti non si capisce quel poco che c'è da capire, è come se il meccanismo viaggiasse da solo in base alle dinamiche interpersonali già impostate nelle puntate precedenti: Will cerca di salvare suo padre, Davy Jones ha il suo cuore imprigionato nel forziere ed è sempre innamorato di Calypso, la sacerdotessa Wodoo., Lord Beckett con la sua flotta di navi delle Indie Occidentali cerca di sferrare l'attacco finale alla compagnia dei pirati.

La speranza di successo di questo film sta proprio in quegli spettatori che lo andranno a vedere come se vedessero un serial TV e non come un film: si va a cinema per venir stupiti dall' arco evolutivo della storia e dal percorso interiore dei personaggi; si guarda invece un serial TV perché si è affezionati ai  protagonisti proprio perché restano sempre gli stessi. In effetti Capitan Sparrow è diventata una maschera conosciutissima fra i ragazzi e non c'è da temere: nella sequenza finale il capitano punta verso il largo con una scialuppa di salvataggio, sicuro presagio di nuove avventure...

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PETER PAN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 12:09
 
Titolo Originale: Peter Pan
Paese: Usa 2003
Anno: 2003
Regia: P.J. Hogan
Sceneggiatura: P.J.Hogan e Michael Goldenberg dal testo teatrale di James Matthew Barrie
Produzione: Universal Pictures/Columbia Pictures Industries Inc./Revolution Studios/Red Wagon Productions/Warner Roadshow Studios/Allied Stars
Durata: 113''
Interpreti: Jeremy Sumpter (Peter Pan), Jason Isaacs (Cap.Uncino), Rachel Hurd-Wood (Wendy)

Proprio quando Wendy sta per lasciare la stanza dei bambini ed essere affidata ad una zia nella sua stanza si presenta Peter Pan, l’unico bambino che non crescerà mai. Con lui e con i fratelli John e Michael, Wendy vola sull’Isolachenoncè dove, tra incredibili meraviglie, si ritrova a fare da mamma ai Bambini Sperduti ma anche a combattere al fianco di Peter il terribile Capitan Unicino.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Crescere e amare è una faccenda dolorosa che non manca di lasciare ferite profonde
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene di tensione che potrebbero spaventare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Film scenograficamente fastoso grazie alla computer grafica, sceneggiatura molto vicina al testo originale ma complessivamente un po' freddo

Proprio quando Wendy sta per lasciare la stanza dei bambini ed essere affidata ad una zia nella sua stanza si presenta Peter Pan, l’unico bambino che non crescerà mai. Con lui e con i fratelli John e Michael, Wendy vola sull’Isolache non cè dove, tra incredibili meraviglie, si ritrova a fare da mamma ai Bambini Sperduti ma anche a combattere al fianco di Peter il terribile Capitan Unicino.

Prodotto a cento anni dalla prima messa in scena teatrale del testo di Barrie, questo nuovo Peter Pan si fa un vanto della sua fedeltà all’originale, che è rispettata sopratutto nel dare un tocco sottilmente nonsense anche al “nostro” mondo, molto meno realistico di quanto potremmo aspettarci.

Rispetto al vecchio cartone Disney, ma anche al fortunato Hook di Spielberg, questo film, da storia per bambini diventato qui una vicenda di educazione sentimentale per preadolescenti.

Chi deve imparare è Wendy, una ragazzina con lo sguardo autenticamente pieno di meraviglia e curiosità, ma anche Peter, che ha un look ispirato alle mode contemporanee e, con il suo sguardo tra il malizioso e l’innocente, incarna con molta efficacia il momento di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.

La favola firmata da P.J.Hogan (Le nozze di Muriel, Il matrimonio del mio migliore amico), infatti, racconta soprattutto le incertezza provate da bambini che cominciano a guardare i propri coetanei di sesso opposto come qualcosa di diverso da semplici compagni di gioco.

Wendy, educata in una famiglia abbastanza insolita da avere un cane San Bernanrdo per tata e abituata a condividere con i fratelli maschi un mondo fatto di indiani e pirati, sta per diventare donna, come riconosce l’occhio lungo e “vittoriano” della zia. Questo passaggio comporterà naturalmente alcuni decisivi cambiamenti, non ultimo una rinuncia (o forse solo una progressiva dimenticanza) della dimensione del sogno e dell’esercizio della fantasia privo di limitazioni tipico dell’infanzia

Ma quando Wendy accetta di lasciare la sua casa al fianco di Peter non lo fa semplicemente per sfuggire al passaggio verso un’età misteriosa e forse meno libera. Tra i colori e le magie dell’Isolachenoncè (splendidamente resi grazie all’intreccio degli sfondi naturali con gli effetti speciali della Industrial Light and Magic di George Lucas) la ragazzina, infatti, ritrova alcuni dei turbamenti che si è lasciata alle spalle.

Mentre si muove nello sfondo fantastico dell’Isola la ragazzina deve “fare la mamma” dei Bambini Sperduti, ma anche misurarsi con due modelli maschili alternativi: da un lato Peter, che è un bambino, ma sa fare complimenti da adulto, dall’altro il tipico mascalzone con la parlantina sciolta, Capitan Uncino, che per la prima volta in un film, in linea con l’inquietante (e freudiana) scelta teatrale, ha lo stesso volto del padre di Wendy, quello pericoloso e affascinante di Jason Isaacs, già abbonato ai ruoli di cattivo da Il Patriota a Harry Potter. In questa scelta di cast, tra l’altro, si può intuire una sottolineatura che appartiene a tutto il film: bene e male, pericolo e sollievo, sono compenetrati e in una certa misura persino reciprocamente necessari sia nella fantasia dei bambini che nel mondo degli adulti. C’è in realtà un terzo modello, che è proprio il padre di Wendy, capace di “mettere nel cassetto” i suoi sogni e di sacrificarsi per il bene della famiglia, conquistandosi con questo la devozione della moglie. Questo aspetto, tuttavia, appare solo marginalmente tematizzato, anche se in qualche misura interiorizzato dalla protagonista Wendy, alla fine capace di scegliere la realtà sacrificando la pur affascinante (ma in definitiva innaturale) alternativa di un’infanzia perenne.

Per Hogan la relazione tra Wendy e Peter, esplicitando tutti i suggerimenti presenti nel testo ispiratore, diventa sopratutto la storia di un primo “grande” amore; si può “prenderlo sul serio”, come fa Wendy, che pure accetta di perderlo, oppure intestardirsi, per continuare a “restare bambini” e “giocare alla vita”, come fa Peter fin quasi alla fine.

É una vicenda che, in ogni caso, si gioca anche sul filo del racconto e dell’affabulazione (che è, prima ancora della bellezza, il vero potere di Wendy, ma anche la vera e unica magia del mondo), ma che, sopratutto verso il finale, si tinge anche di nero.

La pellicola, infatti, non rinuncia a mostrare l’aspetto horror del testo di Barrie (le sirene che annegano gli incauti passanti, il Coccodrillo che attende di inghiottire Uncino, la stessa spietata casualità con cui il Capitano uccide i suoi uomini colpevoli di insubordinazione) e disegna dei bambini che sono dotati sì di una fantasia creatrice, capace di resuscitare una fata, ma allo stesso modo possono utilizzare il loro mantra per condannare Uncino ad una morte solitaria e terribile.

Anche se gli sbudellamenti non sono in scena e il nero non diventa mai splatter, questo tocco sinistro si stende come un’ombra sottile sull’intero racconto, forse per suggerire che nel mondo della fantasia, come anche in quello reale, crescere e amare è una faccenda dolorosa che non manca di lasciare ferite profonde, come dovrà riconoscere lo stesso Peter piangendo per la prima volta.

Amore e morte, morte e vita, fantasia e realtà: è tra queste polarità, mai chiaramente distinte, forse spesso mescolate con una certa dose di furbizia, che si gioca il nuovo Peter Pan, per cui anche “morire può essere una bellissima avventura”, ma che alla fine, di fronte al ritorno dei suoi seguaci nel mondo di tutti i giorni, deve riconoscere che è vivere la vera avventura, la sola gioia da cui proprio Peter sarà escluso per sempre.

Elementi problematici per la visione: la visione del film non ha particolari controindicazioni, tuttavia, per il taglio adottato e le dinamiche create tra i personaggi, il film sarà probabilmente più apprezzabile da bambini e bambine dagli 8-10 anni in su.

 

(la recensione è tratta  dal libro "Film di valore" di prossima pubblicazione presso le edizioni ARES, a cura di A. Fumagalli e L. Cotta Ramosino).

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Family
Data Trasmissione: Martedì, 9. Aprile 2019 - 21:00


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NANNY MCPHEE TATA MATILDA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 11:32
 
Titolo Originale: Nanny McPhee
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2005
Regia: Kirk Jones
Sceneggiatura: Emma Thompson tratto dalla serie per bambini "Nurse Matilda" di Christianna Brand
Durata: 97'
Interpreti: Emma Thompson, Colin Firth, Kelly Macdonald, Angela Lansbury

Il signor Brown (Colin Firth) è un vedovo melanconico (oltretutto di mestiere fa il becchino) che è ancora innamorato di sua moglie. Ha  sette figli pestiferi con i quali si intrattiene poco, pensando che questo sia il compito della governante. Peccato che finora i ragazzi sono riusciti a far scappar via ben 17 tate e l'agenzia si rifiuta di inviagliene altre. Solo la servetta Evangeline (Kelly Macdonald), segretamente innamorata del sig Brown se ne prende cura per quel che può. Come se non bastasse , la zia Adelaide (Angela Lansbury) gli ha intimato che se entro un mese non si sposerà cesserà di contribuire alle spese della casa.
Un giorno però bussa alla porta una tale Nanny McPhee (Emma Thompson) che si offre di badare ai bambini. E' molto brutta (è piena di foruncoli e un dente in fuori) e porta sempre con se un minaccioso e nodoso bastone..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prima regola di un'istitutrice: abituare i bambini a ragionare con la propria testa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Storia ben raccontata e cattivella ma forse più adatta ai bambini del tempo che fu

Essere padre vedovo di una nidiata di bambini pestiferi è sempre una situazione che richiede una soluzione miracolosa. Per fortuna, a quanto pare, il miracolo arriva sempre, nella forma di una nutrice più o meno maghetta..

In Mary Poppins (1964)  i pargoletti erano solo due ma veramente pestiferi e il padre non era vedovo (ma la madre era molto impegnata a fare la suffragetta) ma era  stato comunque necessario, da parte della tata Julie Andrews,  impiegare una dose massiccia di magia.
In Tutti insieme appassionatamente (1965)  i figli erano ben 7 ma in questo caso Julie Andrews non aveva impiegato la magia ma molta dolcezza ed arte femminile per far innamorare di se il vedovo ufficiale e rimettere la famiglia a posto.

Ora, per i sette figli del signor Brown (a proposito: tutti e tre i film sono ambientati all'inizio del secolo, forse perché oggigiorno è difficile trovare una tata o perché é  sempre più raro imbattersi in una famiglia numerosa) si cambia musica: Mary Poppins aveva guance rosate e un sorriso smagliante; qui  la tata Matilda ha porri e foruncoli sulla faccia e non ride mai.  Julie Andrews, nei due film citati, usava tutta la dolcezza possibile per ammansire i pargoletti; qui la tata Emma Thompson non si scompone mai: se i bambini vogliono poltrire a letto la mattina, le basta battere  il suo magico bastone per terra ed ecco che i pargoletti restano inchiodati a letto finché sono costretti a promettere di non farlo più, con buona pace di chi credeva che i metodi coercitivi fossero morti e sepolti. Questo tipo di crudeltà (siamo dalle parti di Lemony Snichet) si accompagna a un certo gusto infantile per gli scherzi crudeli, per le "schifezze":  i ragazzi, per dimostrare che non gradiscono la nuova, potenziale moglie del loro papà si scatenano con sandwich riempiti di vermi, ragni che calano dall'altro e ranocchi nella teiera.

Per fortuna la solidarietà arriva quando bisogna coalizzarsi contro la zia Adelaide che vorrebbe portare a casa sua una delle figlie del sig. Brown per darle un'educazione "adeguata". Questa volta la magia di Nanny McPheee risulta molto utile e il piano viene sventato.

La pedagogia della non così terribile Nanny è molto interessante. Una volta messa da parte la  magia, che le è servita all'inizio per dare una calmata ai terribili diavoletti e per ottenere da loro un po' di rispetto e attenzione, non fornisce ai ragazzi più nessuna imposizione o quanto meno  suggerimento: li invita a riflettere, a valutare la situazione e a trovare da soli la giusta soluzione. "Finché avrete bisogno di me ma non mi vorrete, resterò; quando mi vorrete ma non avrete più bisogno di me, allora me ne andrò" è il logico comportamento di una tata che è lì solo per farli crescere, non per trattarli come eterni bambini.

Emma Thompson, nella doppia veste di attrice (per fortuna diventa sempre più bella man mano che i bambini diventano più buoni) e di sceneggiatrice ha costruito una insolita ed intelligente figura di istitutrice.
Il regista Kirk Jones, lo scenografo Michael Howels, il costumista Nic Ede  e il fotografo Henry Braham hanno realizzato un  curioso mondo da casa di bambole in stile vittoriano, con  colori tipo scatole di canditi e costumi sgargianti da clown.

Aligna un unico sospetto: che la storia sia più adatta ai bambini del tempo andato, più che a quelli d'oggi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEMONY SNICKET UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 12:27
 
Titolo Originale: Lemony Snicket's - a series of unfortunate events
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Brad Silberling
Sceneggiatura: Robert Gordon
Durata: 108'
Interpreti: Jim Carrey, Meryl Streep, Emily Browning, Kara Hoffman

Violet, Klaus e Sunny Baudlaire perdono in un incendio sia la casa che i loro genitori. L'avvocato incaricato di amministrare i loro cospicui beni fino alla maggiore età cerca fra i parenti più prossimi chi possa diventare il loro tutore. Crede di averlo trovato nel Conte Olaf, dimestiere attore di second'ordine ma non sa che il torvo personaggio cerca solo di eliminare i piccoli per impossessarsi dell'eredità…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre fratellini maltrattati dagli eventi e dalla malvagità di alcuni uomini, riescono e restare uniti e solidali
Pubblico 
Pre-adolescenti
Certe situazioni paurose potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film ha una piacevole ambientazione gotica e il ritmo si mantiene incalzante; ;'interpretazione di Carrey é troppo su di tono e prevarica sulle altre

Violet, Klaus e Sunny Baudlaire perdono in un incendio sia la casa che i loro genitori. L'avvocato incaricato di amministrare i loro cospicui beni fino alla maggiore età cerca fra i parenti più prossimi chi possa diventare il loro tutore. Crede di averlo trovato nel Conte Olaf, dimestiere attore di second'ordine ma non sa che il torvo personaggio cerca solo di eliminare i piccoli per impossessarsi dell'eredità.....

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LEGGENDA DEGLI UOMINI STRAORDINARI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 12:00
 
Titolo Originale: The league of extraordinary men
Paese: USA, Germania, Repubblica Ceca, Gran Bretagna
Anno: 2003
Regia: Stephen Norrington
Sceneggiatura: James Dale Robinson
Interpreti: Sean Connery, Shane West, Stuart Townsend, Peta Wilson, Jason Flemyng, Naseeruddin Shah,

Nell'Inghilterra vittoriana le figure della letteratura e dell'immaginario popolare angloamericano si mettono insieme per salvare l'umanità  da un supercattivo di nome Phantom.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Super-eroi di fine ottocento si sacrificano per la salvezza del mondo.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Furibonde battaglie ma senza dettagli raccapriccianti. Alcuni mostri orribili che possono spaventare i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
La voglia di costruire un inno alla fantasia si stempera in un cumulo di citazioni raffinate

 

La squadra degli uomini straordinari è una squadra speciale e segreta al servizio di Sua Maestà composta da superuomini: Allan Quatermain (l’avventuriero che scopri i tesori di re Salomone), l’uomo invisibile, il capitano Nemo (di ventimila leghe sotto i mari), Dorian Gray (del romanzo di Oscar Wilde), dottor Jekkill/Mr. Hyde (il mutante di Robert Luis Stevenson), Tom Sawyer e Mina Archer (una vampira dicendente da Dracula). La squadra deve intervenire per bloccare i piani del cattivo uomo Fantasma che sta cercando di far scoppiare la guerra in Europa. 
Appena dopo l’uscita dalla programmazione delle sale di “Hulk”  entra in cartellone “La leggenda degli uomini straordinari” per soddisfare i gusti degli amanti del genere fantasy e continuare il filone dei supereroi cominciato qualche anno fa con Batman e seguito da X-men, Spiderman, Daredevil etc.. Ma nella “leggenda” i supereroi non provengono dai fumetti ma dai romanzi inglesi e americani del 1800 che hanno entusiasmato generazioni di adolescenti (e non solo). Così si incontrano nella Londra vittoriana avventurieri come il giovane Tom Sawyer dai boschi americani, Allan Quatermain dal Kenia e il capitano Nemo dai mari del sud che restano uomini seppur protagonisti di avventure leggendarie. Ma ad essi si affiancano super-uomini con poteri straordinarie: Dorian Gray l’immortale, il mutante dottor Jekkil/Mr. Hyde, l’uomo invisibile, una vampira.  Il risultato è un collage di frammenti di avventure diverse e molto lontane tra loro uniti a elementi presi dalla normale realtà. Il risultato è che questi ingredienti  non si legano per niente bene tra loro. Anche nei mondi fantastici infatti ci sono delle leggi, esiste una specie di coerenza interna,  le avventure sono a loro modo “verosimili” rispetto ai poteri dei superuomini ed essi hanno necessariamente macchine straordinare e fantastiche. Invece qui il Nautilus  più che un sommergibile è un transatlantico da crociera che pretende di infilarsi nei canali di Venezia, dalla sua pancia esce una splendida Rolls Royce guidata da Tom Sawyer, e le macchine di distruzione progettate dal cattivo di turno sono dei panzer tedeschi della seconda guerra mondiale. I supereroi poi sono perseguitati dai loro demoni del passato e più che eroi sono quasi dei mostri in cerca di riscatto: ne risulta che Nemo è un pirata ricercato dalla marina inglese, l’uomo invisibile è un ladruncolo, Allan Quatermain un padre distratto e Mina Archer una vampira mangiatrice di uomini. Per non parlare del mostruoso Mr. Hyde e del vanitoso Dorian Gray.  Di buono c’è che questi “eroi” decidono di uscire dai loro nascondigli e di lottare per scongiurare il pericolo di una guerra mondiale e salvare l’umanità. Saranno così capaci di gesti generosi, si proteggeranno a vicenda, si aiuteranno, non disprezzeranno il sacrificio personale per fermare i cattivi.

Costruito su una storia inverosimile e incongruente, ne risulta un film molto mediocre. E solo le buone le interpretazioni di tutti gli attori riescono a dare qualche spunto simpatico a una sceneggiatura piuttosto inconsistente. La regia inoltre non si fa perdonare scene troppo veloci e caotiche dove non si riesce a gustare delle abilità degli eroi e gli effetti speciali e quindi non si segue bene lo svolgersi dell’avventura. Sufficienti la fotografia e la colonna sonora.  

Autore: Stefano Mastrobuoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KING KONG

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/21/2010 - 12:03
 
Titolo Originale: King Kong
Paese: USA, Nuova Zelanda
Anno: 2005
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Peter Jackson, Frances Walsh, Philippa Boyesns
Durata: 180'
Interpreti: Naomi Watts, Jack Black, Adrien Brody

La trama segue abbastanza fedelmente il film originale del '33: New York vive ancora in pieno gli effetti della Grande Depressione e Ann Darrow (Naomi Watts), interprete di  vaudeville, si trova da un giorno all'altro senza una scrittura. Incontra casualmente Carl Denham (Jack Black), regista visionario e non può non accettare il progetto un po' folle di salire sulla nave da lui noleggiata per raggiungere il sud di Sumatra dove  ritiene esista un'isola abitata da animali preistorici. Durante il viaggio Ann conosce lo sceneggiatore Jack Driscoll (Adrien Brody) di cui è grande ammiratrice e i due non tardano ad innamorarsi, quando all'orizzonte compare fra le nebbie un'isola non segnata dalle carte....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una strana ma forte solidarietà si sviluppa fra due razze così diverse
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcuni combattimenti fra mostri preistorici potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima qualità delle immagini in computer grafica ma l'autore non ha avuto il coraggio sfrondare il racconto

Peter Jackson vide per la prima volta  King Kong quand'era ragazzo e da quel momento è nata in lui una infatuazione irrefrenabile, e continua a considerare questo film muto del '33  il più bello mai realizzato.  Da anni stava lavorando alla sceneggiatura ma solo il successo mondiale de "Il Signore degli Anelli" gli hanno dato la forza e i soldi per intraprendere quest'avventura costata più di 200 milioni di dollari.

Dall'originale di 100' ne è nato un remake di più di tre ore; con il supporto della Weta, la società neozelandese di computer grafica di sua proprietà, ci ha  regalato  immagini di New York anni '30 e di combattimenti fra mostri preistorici che hanno stabilito un nuovo standard in termini di realismo e di  bellezza, ma il film è troppo,è tanto  in tutto:nella lunghezza, nell'affollamento di mostri, nei dettagli minuti della ricostruzione scenografica.

L'amore di Jackson per questo film è stato a un tempo la  sua forza e la sua debolezza: ne è la forza perché un progetto così grandioso non sarebbe mai potuto arrivare a compimento ma ne è la debolezza perché come a tutte le persone innamorate, a Jackson è piaciuto indugiare, quasi a non volersi staccare  dai  passaggi più  cruciali di una storia ormai classica (l'approdo avventuroso della nave sull'isola, il combattimento fra King Kong e due T-Rex, la fuga dello scimmione sull' Empire State Building). In questo modo il regista ha finito per perdere il controllo critico sul materiale visivo che è sgorgato copioso dalla sua fantasia.

Jackson aveva in teoria due alternative: sviluppare una storia a tutti nota arricchendola di risvolti psicologici e approfondendo l'umanità dei personaggi (simili  operazioni, come la riproposta degli eroi dei fumetti  Spiderman e Batman hanno avuto, con questa soluzione, pieno successo); la seconda, di fatto da lui scelta, è stata quella di attenersi rigorosamente alla versione del '33 ma rinnovandone tecnologicamente le immagini e quasi dilatando i tempi originali, in una forma di tributo ineausto al suo mito.

Il film inizia con le riprese della New York anni '30, ricostruita con grande cura a partire  da foto e cartoline d'epoca; in rapidi flash la vediamo com'era ai tempi della Grande Crisi: gli sfollati accampati nel Central Park, le famose Hooverville (come in Cinderella man), le mense di carità della Salvation Army, ma anche una trafficata e scintillante Times Square (poi sconvolta dalla furia di King Kong nella fase conclusiva del film ) e le luci di Brodway con i suoi spettacoli senza interruzione. Inizia poi il secondo quadro, quello del lungo viaggio in nave verso Sumatra; è il momento più "umano" quello del conoscersi e del costituirsi delle relazioni fra i protagonisti, fra cui l'innamoramento fra la sperduta Ann e il timido Jack..

Approdati sull'isola, forse il regista ci ha tenuto a dimostrare quanto sia  più bravo dei suoi predecessori (con particolare riferimento a  Jurassic Parc): ecco il combattimento di King Kong non con uno, ma con due tirannosauri; finito quello arrivano dei terribili lucertoloni; caduta tutta la squadra di soccorso  nel fondo di un canyon,  ecco che inizia l'assalto di ragni giganti ed  enormi sanguisughe, mentre nel frattempo King Kong deve vedersela con temibili, enormi pipistrelli....L'arrivo di Kong, ormai prigioniero, a New York, avvia l'ultima fase del film ed  l'ormai mitico assalto degli aerei allo scimmione intrappolato in cima al grattacielo. E' il momento del rapporto più intenso e drammatico fra la Bella e la Bestia: lei cerca di allungare la mano verso di lui, lui ha uno guardo veramente umano, di accorata, malinconica rinuncia a combattere. Ancora una volta la scena è molto lunga e Jackson si (e ci)  illanguidisce con un patetico tramontosu New York. e su tutta la storia

Jackson è particolarmente originale in un punto: sul modo in cui risolve  il superamento della biodiversità e l'empatia che nasce  fra i due protagonisti. Le due versioni precedenti, quella del '33 e quella del '76 (con una affascinate Jessica Lange), il primo in modo sotteso, il secondo più esplicitamente, alludevano a una loro insolita attrazione sessuale: la forza bruta del maschio si addolcisce, si smussa  di fronte alla dolcezza e alla grazia femminile. In questo film il punto di contatto fra i due si realizza in modo inusitato: lei salta e fa piroette ricavate dal suo repertorio artistico, riuscendo a divertire questo animale in fondo giocherellone.  Quando poi sarà King Kong a salvarla dalle fauci di più mostri preistorici, e dall'alto del suo (pardon, il loro) rifugio si godono il tramonto sull'isola, lei si addormenta sicura all'interno della sua manona mentre  lui può rilassarsi alla fine di una giornata "molto faticosa".

La priorità data a questo rapporto, che resta pur sempre ambiguo, pone il luce sbiadita Jack, il "fidanzato ufficiale" e  Adrien Brody fornisce una performance assolutamente minimale rispetto al suo ruolo da Oscar ne Il pianista.
 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rete4
Data Trasmissione: Mercoledì, 5. Dicembre 2012 - 21:10


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INKHEART LA LEGGENDA DEL CUORE D'INCHIOSTRO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/20/2010 - 12:53
 
Titolo Originale: Inkheart
Paese: Germania, USA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2008
Regia: Iain Softley
Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire
Produzione: New Line Cinema, Internationale Filmproduktion, Blackbird Dritte
Durata: 106'
Interpreti: Brendan Fraser, Helen Mirren, Sienna Guillory, Paul Bettany, Eliza Bennett,

Mortimer è un appassionato curatore di libri vecchi. Legge con piacere Inkheart, un libro per l'infanzia  a sua figlia Meggie di 3 anni ma troppo tardi si accorge del suo terribile potere: con la sua lettura i personaggi del libro entrano nel mondo reale ma, come contrappasso, sua moglie Rose diventa parte del romanzo. Solo dieci anni dopo, accompagnato da sua figlia ormai tredicenne, Mortimer ritrova in un libraio svizzero una copia di Inkheart e si riaccende in lui la speranza di  liberare sua moglie...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un invito per i ragazzi alla lettura di buoni libri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottimo casting anche se non completamente valorizzato; la storia avrebbe avuto bisogno di un maggior guizzo di originalità

E' indubbio il film è un inno alla lettura e a trattare i libri con grande rispetto. "Sono stata ovunque senza mai lasciare questa stanza. I libri sono avventura". la nonna istruisce così la nipotina Maggie, entrata nella sua vasta e preziosa biblioteca.

Ma i libri possono essere anche una minaccia per il terribile potere evocativo che racchiudono in sè. I personaggi della storia possono sembrarci quasi reali; gli scrittori hanno di fatto un enorme potere nei confronti dei loro lettori e  qualcuno può restare intrappolato in quel mondo di fantasia.

Se la metafora è sicuramente suggestiva, non si può dire altrettanto della sua realizzazione. Il film, tratto dal romanzo omonimo della scrittrice tedesca Cornelia Funkeche,   ci rimanda spontaneamente a  La storia infinita del 1984, a sua volta ricavato dal libro  del suo connazionale Michael Ende (anche in quel caso la storia iniziava con la lettura di un libro)  ma è privo della fantasia travolgente di quest'ultimo.

Molte location scelte sono italiane (l'abitazione della nonna è una villa sulle sponde del lago di Como, la piazzetta della città di mare è Laigueglia) ma paradossalmente è proprio questa scelta, anche se esteticamente è valida, a costituire il punto debole della messa in scena: se le  costruzioni in stile pre-raffaellita de Il signore degli anelli realizzate in 3D avevano contribuito in modo decisivo alla partecipazione dello spettatore a  quel mondo fantastico, le stradine del borgo diroccato del comune di Balestrino, scelto come dimora del crudele Capricorno, ancorché suggestive non fanno decollare la nostra fantasia: ci sembra che ad ogni curva possa far capolino una macchina parcheggiata o un bidone della spazzatura, sensazione rinforzata da una fotografia improntata a grande realismo. 

a parte centrale del film, con le sue continue salite e discese dal castello, le fughe, il ritornare e il venir nuovamente catturati sembrano rinchiudere la storia in un circuito senza sbocco, salvo poi l'approdo, per fortuna, nel climax del gran finale, dove, fra cavalli unicorno e minotauri in fuga,  viene ingaggiato un terribile combattimento con una gigantesca nuvola nera, per combattere la quale non resta che...riscrivere il finale del libro.

Il cast è di grande livello: se dobbiamo dimenticare Brendan Fraser, che ha perso lo smalto ironico e dinamico dei film della serie La mummia, ben delineato è  il personaggio di dita di polvere ( Paul Bettany), intrappolato nella sua doppia esistenza, in parte reale e in parte sulla carta: desideroso come uomo di definire il proprio destino ma condannato, come personaggio, a ciò che ha in serbo per lui il suo ideatore.
Helen Mirren dimostra tutta la sua professionalità, sapendo costruire, pur nelle sue limitate apparizioni un personaggio curioso e divertente, che quando arriva in sella all'unicorno con in testa il suo cappellino infiocchettato in stile charleston anni '30.

Per i ragazzi, che certamente non sono interessati a sottili disquisizioni critiche, resta la bellezza di una storia costruita intorno a una simpatica eroina di tredici anni e l'insegnamento su quanto possano essere preziosi ed affascinanti i libri.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I GUARDIANI DEL GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/20/2010 - 10:41
Titolo Originale: Dnevnoy Dozor
Paese: Russia
Anno: 2006
Regia: Timur Bekambetov
Sceneggiatura: Timur Bekmambetov, Alexander Talal dai romanzi di Sergei Lukyanenko e Vladimir Vasiliev
Durata: 132'
Interpreti: Konstantin Klabensk, Marya Poroshina, Vladimir Menshov

Dopo che suo figlio Yegor ha scelto di schierarsi con gli Altri delle Tenebre sbilanciando il millenario scontro tra Bene e Male a loro favore, Anton, guardiano della notte con parecchi problemi di coscienza, deve occuparsi dell’addestramento della bella e impulsiva Svetlana, che potrebbe essere l’unica in grado di ristabilire l’equilibrio. Ma qualcuno sta intessendo un complicato gioco di specchi per mettere fuori gioco Anton e distruggere Svetlana. Intanto tutti sono alla caccia del leggendario “gesso del fato” che dà al suo possessore il potere di cambiare il passato e il proprio destino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La mitologia di riferimento, certamente manichea, è piuttosto confusa dal punto di vista morale: tra Tenebre e Luce le differenze sembrano abbastanza convenzionali
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente e impressionanti nei limiti del genere; alcune scene di nudo e sensuali
Giudizio Artistico 
 
Il film, movimentato da una regia adrenalinica, benché non presenti certo grande profondità di contenuti, può rappresentare un divertimento inaspettato per gli amanti del genere

Prosecuzione de I Guardiani della notte uscito un paio d’anni fa (vedi anche recensione su Scegliere un film 2006), questa pellicola horror-fantasy realizzata in Russia con un dispiego di mezzi forse inferiore a quello di corrispondenti titoli americani, ma con una resa visiva interessante e originale, prosegue (e, forse, conclude) la vicenda confermando la vitalità di un cinema di frontiera.

La mitologia di riferimento, certamente manichea, è pure piuttosto confusa dal punto di vista morale: tra Tenebre e Luce le differenze sembrano abbastanza convenzionali e, dal momento che la tregua in atto tra i due campi obbliga a lasciar fuori gli umani dalle beghe soprannaturali, il gioco si trasforma in una complessa architettura di intrighi il cui esito finale ha sì un valore cosmico, ma lascia aperta la possibilità di ulteriori “giocosi” ribaltamenti.

Se il primo capitolo giocava molto sulle convenzioni narrative di genere, con un discreto dispiego di mezzi e stile da videoclip per rappresentare creature più o meno mostruose (soprattutto vampiri e mutanti, ma anche minacciosi uccelli neri portatori di disgrazie), questo film schiaccia il pedale del mélo e della commedia, infarcendo un racconto potenzialmente anche molto drammatico (c’è pur sempre un figlio passato al campo avverso e il rischio di una distruzione cosmica..) di linee ed episodi dal tono eterogeneo.

L’intrigo di cui è vittima Anton, sospettato di aver ucciso a tradimento un Altro delle Tenebre e perciò passibile di giudizio da parte di misteriosi Arbitri/Inquisitori, porta a uno scambio di corpo tra lui e un’altra rappresentante della luce, dando vita a una serie di equivoci da vaudeville nonché allo svelamento dell’amore che lo lega a Svetlana.

D’altra parte, persino in campo oscuro la moglie del leader delle tenebre Zavulon cede al sentimento e si innamora di un giovane vampiro destinato, nella migliore tradizione del triangolo, a una brutta fine.

Per finire, al centro di tutto è collocato sì uno scontro epico tra l’Eletto convertito alle tenebre (Yegor) e la nuova paladina della luce (Svetlana), ma ad entrambi, molto più del dominio dell’universo, sembra importare il possesso più o meno esclusivo del cuore di Anton…

L’effetto complessivo di queste iniezioni di generi diversi fa sì che il film, per altro movimentato da una regia adrenalinica, sfugga alla ripetitività di tanti prodotti occidentali e, benché non presenti certo grande profondità di contenuti, possa rappresentare un divertimento inaspettato per gli amanti del genere, grazie anche all’insolita ambientazione in una Mosca di volta in volta uggiosa o luccicante.

La conclusione (provvisoriamente) positiva è tuttavia almeno in parte soddisfacente, perché ritorna a puntare sull’essenzialità della scelta individuale e sull’importanza del libero arbitrio, privilegio e fardello dell’uomo, capace di cambiare il corso degli eventi e di ridare speranza al mondo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I GUARDIANI DEL GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/20/2010 - 10:24
Titolo Originale: Dnevnoy Dozor
Paese: Russia
Anno: 2006
Regia: Timur Bekmambetov
Sceneggiatura: Timur Bekmambetov, Vladimir Vasiliev
Durata: 132'
Interpreti: Konstantin Klabensk, Marya Poroshina, Vladimir Menshov

Le forze del bene e del male hanno stabilito una tregua, come ci era stato spiegato nel primo episodio della saga I guardiani della notte; perché nessuno rompa la tregua sono stati istituiti i guardiani della notte e del giorno, che si muovono fra gli umani con poteri straordinari. Il film inizia con un omicidio che rischia di porre in pericolo la pace raggiunta; ne è coinvolto Anton, che braccato dai guardiani, sta cercando di ritrovare suo figlio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si conferma la visione manichea della lotta fra il Bene e il Male, già presente nel primo episodio
Pubblico 
Adolescenti
Qualche colluttazione violenta, una nudità intravista da una tendina
Giudizio Artistico 
 
Ottima esibizione di capacità tecnica e di fantasia libera, ma l'elegante confezione sembra avvitarsi su se stessa con particolare autocompiacimento

I guardiani della notte era uscito nel 2005. Come avevamo detto nella nostra critica, il film aveva impressionato per la capacità della cinematografia russa di realizzare un vero kolossal horror-fantasy, in grado di competere con la produzione americana. Avevamo anche osservato l'approccio manicheo che caratterizza questa saga russa in tre atti, come del resto molto produzione fantasy contemporanea (con l'importante eccezione de Il Signore degli anelli): il bene e il male sono due forze  paritetiche contrapposte, ognuna delle quali è disposta anche ad adottare metodi non convenzionali pur di vincere.

I guardiani del giorno si inserisce sull'onda del successo del primo episodio e se lo spettatore troverà inevitabilmente qualche difficoltà nel seguire la trama, la situazione sarà ulteriormente aggravata se non avrà visto il lavoro del 2005.

A dire il vero seguire la trama non è particolarmente importante, anzi l'autore sembra  divertirsi a farci saltare da una situazione all'altra come in un Gioco dell'Oca al solo scopo di stupirci con immagini sempre più ironicamente impressionanti. Per chi ha visitato  Mosca potrà esser divertente vedere la guardiana di turno, al volante di un bolide rosso, correre sulla superficie ricurva del grande Hotel Cosmos salvo poi entrare da una finestra e sempre con la macchina, mettersi a correre per i corridoi. Quando poi l'attenzione dello spettatore, verso la fine, nonostante la musica a tutto volume tenderà ad allentarsi, ecco che il nostro fantasioso Bekmambetov ha in serbo la distruzione per implosione dell'intero edificio dell'albergo e la visione di una Mosca ridotta ad un ammasso di macerie.

Si tratta solo di un esempio delle molte mirabolanti sequenze che ci offrono le più di due ore del film che va affrontato con un'unica logica: prendere o lasciare: l'importante è capire, prima di entrare in sala, se siamo appassionati a questo genere di film, a cavallo fra una clip musicale, un'action-movie zeppo di computer grafica e un horror-fantasy con  allusioni alle tenebrose presenze del male.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 12:05
 
Titolo Originale: Harry Potter and the sorcerer's stone
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Chris Columbus
Sceneggiatura: Steven Kloves
Produzione: Warner Brothers
Durata: 152'
Interpreti: Daniel Redcliff, Emma Watson, Richard Harris, Ian Hart, Alan Rickman, Maggie Smith, Fiona Show, John Cleese

Non si può considerare “Harry Potter e la pietra filosofale” semplicemente un film né limitarsi ad ampliare la considerazione fino al libro da cui è tratto molto fedelmente (il primo di una serie di sette previsti dall’autrice ormai miliardaria; nel frattempo è in lavorazione la seconda pellicola).

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo "predestinato" trasmette amicizia, coraggio, generosità in un mondo statico, dove nessuno si evolve: i buoni restano buoni ed i cattivi restano cattivi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene impressionabili
Giudizio Artistico 
 
Film rigorosamente fedele al libro, ricco di effetti in computer grafica, mostra una narrazione un po' meccanica ed i personaggi risultano poco approfonditi

Herry Potter, infatti, è ormai un intero mondo, un fenomeno che, grazie anche ad accortissime operazioni di marketing, nel giro di pochi anni ha invaso l’immaginario di milioni di bambini (e svuotato i portafogli dei loro genitori) attraverso i suddetti volumi, ma anche tramite gli album di figurine, gli oggetti, le carte per giocare, i videogiochi e, alla fine, anche attraverso le immagini potentemente evocative della pellicola.

Istintivamente verrebbe da ringraziare davanti ad un così inatteso e insperato ritorno dei ragazzi alla carta stampata (si pensa ora addirittura di pubblicare una versione in latino e greco antico come supporto di studio!), ma prima di unirsi al coro dei fan del giovane apprendista mago vale la pena cercare di cogliere almeno qualche elemento interessante dell’evento “Harry Potter”, almeno in parte connesso ad un più generale momento di rilancio del genere fantastico.

Non si può dimenticare, infatti, che a breve è prevista l’uscita del primo film ispirato alla celeberrima saga di Tolkien, Il Signore degli Anelli, un classico di questo genere (ma anche, a detta di autorevoli critici, un pezzo importante della letteratura inglese di questo secolo) a cui i lavori della Rowling sono stati spesso (impropriamente a mio avviso) accostati, più in virtù del successo ottenuto che per una reale similarità dei contenuti.

Un altro particolare interessante è che la saga di J.K. Rowling ha coinvolto anche gli adulti in un primo tempo in veste di finanziatori dei piccoli appassionati, poi anche come lettori, al punto che l’editore inglese ha pubblicato una versione con copertina grigia destinata agli adulti timorosi di tradire la loro curiosità. Un fatto che di nuovo richiama alla memoria quanto accadde più di cinquant’anni fa alla pubblicazione de Lo Hobbit, la fiaba per bambini di J.R.R. Tolkien presto diventata un culto per intere generazioni di giovani e adulti.

Certo non può essere un caso che un così massiccio ritorno alla lettura si verifichi a partire dal recupero della dimensione della fiaba, da racconti magici, ma al contempo per certi versi realistici e serissimi, capaci dunque di veicolare temi forti e significativi per la crescita dell’individuo e la sua formazione.

In effetti autorevoli esperti hanno speso fiumi di parole per spiegare il fenomeno Harry Potter. Si dice da un lato che i bambini trovano in esso il modo di esorcizzare le paure molte di questi tempi (più di recente la guerra, ma  anche più in generale le tensioni del mondo contemporaneo) attraverso la lotta vittoriosa di un bambino un po’ speciale contro il malvagio Voldemort; va notato, però, che i romanzi della Rowling (divenuta così potente da aver potuto dire la sua anche sulla sceneggiatura del film, la scelta del cast, rigorosamente made in England, e molti particolari della scenografia) hanno costruito il loro successo in questi anni a prescindere dalla contingenza degli eventi e puntando invece a rinnovare generi e contenuti che da sempre fanno parte della letteratura per ragazzi, ottenendo una miscela di straordinario successo.

In Italia non sono poi moltissimi a conoscere Le Cronache di Narnia di C.S.Lewis (amico e collega di Tolkien) che in un certo senso, con le loro avventure di ragazzini all’interno di un mondo di magia (anche se dai significati fortemente simbolici o addirittura allegorici) fanno da ponte tra il fantasy vero e proprio e le storie di Harry Potter; nei romanzi fin qui pubblicati dall’autrice inglese, inoltre, si sfrutta il patrimonio dei racconti di formazione ad ambientazione scolastica tanto familiari al pubblico britannico (Hogwarts è modellata sulle boarding school anglosassoni, con tanto di case, prefetti, competizioni, inimicizia tra ragazzi e così via: cambiano solo le materie di insegnamento), rielaborati in modo da offrire una visione dell’apprendimento tendenzialmente più positiva e stimolante: è la scuola, certo, con la fatica dello studio e gli screzi con i compagni, ma in un contesto che rende il tutto molto più entusiasmante.

Il compito del primo volume/film di Harry Potter è ovviamente quello di presentare l’eroe e introdurre lo lettore/spettatore in un contesto nuovo destinato a divenire presto familiare, finché, cioè, scope volanti, pozioni, incantesimi, ma anche dolciumi come le cioccorane e le gelatine “mille gusti più uno” gli parranno naturali quanto il mondo in cui si muove ogni giorno. In questa prima storia il passaggio è facilitato (ma anche banalizzato) dall’essere abbastanza netto e privo di ripensamenti: una volta introdotto nella sua nuova vita di mago Harry non ha più nulla a che fare con il mondo dei Babbani (cioè privi del dono della magia – e, quindi, anche di quello della fantasia?!?), non si interroga sul rapporto tra mondo dei maghi e vita “normale”: semplicemente accetta la sua nuova (ritrovata) identità e comincia la sua avventura.

La storia è semplice ed esemplare: dopo un’infanzia di soprusi e umiliazioni ad opera dei perfidi zii gabbani, infatti, al compimento degli 11 anni Harry riceve la lettera di ammissione alla prestigiosa scuola di magia di Hogwarts; da questo momento in poi gli elementi magici, a partire dalle lettere che si moltiplicano e lo raggiungono ovunque gli zii cerchino di nasconderlo, finiscono per invadere la scena fino a mettere all’angolo il mondo che conosciamo. Dopo un giro di compere in negozi che forniscono bacchette magiche e pentole per pozioni, Harry parte dal binario 9 e ¾  per la sua nuova scuola. Qui si fa degli amici (in particolare l’impacciato Ron e la studiosissima Hermione), ma anche dei nemici, come è giusto che sia per un piccolo eroe che porta sulla fronte il segno della sua elezione. Harry, infatti, ancora in fasce, è sopravvissuto all’attacco del malvagio mago rinnegato Voldemort e ciò fa di lui l’oggetto di grandi speranze, timori ed invidie. All’interno del magico castello Harry, sotto l’occhio vigile del saggio Albus Silente, avrà modo di conoscere una parte della verità sulla sua storia e il suo destino e dovrà cominciare quel percorso di crescita e maturazione che, pur con certi limiti e perplessità, costituisce la forza e il fascino di questa saga.

La realizzazione di questo film, resa possibile solo grazie alle nuove tecnologie digitali (come restituire in modo credibile, altrimenti, le eccitanti partite di Quiddich, una sorta di calcio/rugby giocato sulle scope volanti?) segna una svolta importante nelle tendenze del cinema dei prossimi anni (anche perché sono previsti almeno tre seguiti, compatibilmente con la crescita dei giovani attori protagonisti).

Da sempre la trascrizione visiva dei romanzi fantasy ha costituito una sfida (quasi sempre perduta) per il cinema. La ricchezza di immagini e invenzioni che le parole di autori più o meno pregevoli era in grado di raggiungere mal si conciliava con i limiti della macchina filmica. In questo caso poi la fama internazionale ottenuta dai romanzi della Rowling imponeva uno sforzo di verosimiglianza davvero eccezionale per non deludere i piccoli fan.

Da questo punto di vista si può dire con tranquillità che il film ha mantenuto le sue promesse: salvo alcuni contenutissimi tagli lo svolgimento del romanzo è praticamente integro e, stando ai commenti degli giovani spettatori, le scelte di cast (quello degli adulti talmente ambizioso da risultare quasi sprecato) e la scenografia rasentano la perfezione. Una correttezza e un’ortodossia (garantite dal ferreo controllo dell’autrice) che forse, è la sensazione di scrive, rischiano di essere un difetto più che un pregio testimoniando la rinuncia a cercare nella trasposizione cinematografica un approfondimento ulteriore rispetto alla pagina scritta.

Mentre non si può fare a meno di registrare l’entusiasmo quasi senza riserve dei bambini che hanno visto il film, un dato che non può essere ignorato nel valutare una pellicola di questo genere, chi scrive non può non dare conto anche di un senso di fatica e talvolta persino di noia nell’assistere a questo grande spettacolo pieno di bellissimi effetti e trovate sorprendenti. Non sono tanto le due ore e mezzo della pellicola (negli ultimi anni molti ottimi film ci hanno abituato a spettacoli lunghi), quanto la meccanicità della narrazione, che troppo spesso finisce per assomigliare ad un gioco di ruolo o ad un videogame nel suo accumulare elementi magici (cappelli parlanti, scale che si muovono, specchi magici, mantelli che rendono invisibili, scacchi stregati) uno dopo l’altro, che lascia in ombra lo spessore psicologico delle scelte personali e disperde l’aura di mistero e incantamento, ma  anche di ironia, presente almeno in parte nel romanzo.

Da rilevare che il protagonista, eletto e predestinato tanto che il suo solo nome pare funzionare come una parola magica, in definitiva nel corso della storia non va incontro ad un vero cambiamento e che la sua maturazione interiore risulta poco significativa. Tutto quello che Harry Potter fa, infatti, dipende quasi deduttivamente da ciò che è: è Harry Potter quindi è un mago dal talento naturale eccezionale, un ottimo giocatore di Quiddich e così via; di fatto non ha e non compie alcuna scelta importante (nemmeno nel finale a ben vedere, dove la soluzione del conflitto viene ancora una volta da una qualità che si trova a possedere senza saperlo) tanto è vero che tutto ciò che Harry impara in termini affettivi e non solo viene comunicato verbalmente (spesso dal voce del saggio Albus Silente) più che emergere da azioni e situazioni.

Pur apprezzando lo sforzo creativo e le trovate del film, quindi, a mio avviso è doveroso rilevare le mancanze di questa storia (che, ricordiamolo, in definitiva è la stessa del romanzo della Rowling) presenta sia a livello di costruzione che a livello di contenuti.

La figura del protagonista, infatti, “il bambino che è sopravvissuto” (un nuovo Mosè? Una figura cristologica?), pur veicolando una serie di valori altamente positivi (l’amicizia, il coraggio, la generosità), lo fa in modo piuttosto esplicito, si potrebbe dire quasi superficiale, una sorta di lezione più che il prodotto di una immedesimazione con gli eventi. Harry Potter, tra l’altro, gode come si è detto di uno status particolare e privilegiato che, se in un primo tempo lo allontana dal mondo di frustrazione in cui è ingiustamente cresciuto, in un secondo tempo lo proietta in una nuova realtà già dotato di quanto gli occorre per riuscire. Si tratta di un impoverimento dell’identità del personaggio, un impoverimento che di fatto colpisce anche le altre figure della storia : i buoni, infatti, lo sono senza riserve e i cattivi senza speranze (fatto comprensibile per quanto riguarda il malvagio Voldemort, ma meno accettabile per i ragazzini coetanei di Harry), più simili a funzioni che a personaggi a tutto tondo.

Se questo può essere ricondotto almeno in parte ad una scelta si fedeltà al modello archetipico della fiaba (con la forza modellizzante che ciò comporta), è più discutibile nel caso di un romanzo contemporaneo e di una pellicola cinematografica in cui il mondo “ri-creato” dalla fantasia comporterebbe uno sforzo di approfondimento e di analisi psicologica per non essere un semplice duplicato in cui dar libero sfogo alle proprie risorse di fantasia (nel caso della Rowling davvero ampie e persino dotte). In questo caso, però, esso risulta tanto perfetto quanto artificiale, certamente capace di stupire e affascinare, ma in misura minore di trasmettere con sottigliezza ed efficacia valori e modelli di comportamento forti e positivi, di rappresentare con semplicità e autorevolezza le grandi questioni del bene e del male, del dolore e della fatica della crescita, ma anche il valore del sacrificio e il mistero della morte.

Per gentile concessione di Studi Cattolici

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA1
Data Trasmissione: Sabato, 16. Maggio 2015 - 21:10


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