Fantasy

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CENERENTOLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/09/2015 - 10:39
 
Titolo Originale: Cinderella
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Chris Weitz Aline Brosh McKenna
Produzione: WALT DISNEY PRODUCTIONS
Durata: 105
Interpreti: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter

Ella cresce amata da sua madre e da suo padre, anche se quest’ultimo, che esercita il mestiere di mercante, deve assentarsi per lunghi periodi. La madre muore presto e il padre si sposa nuovamente con una vedova che viene ad abitare in casa loro con le sue due figlie. Durante un viaggio muore anche il padre e Ella si ritrova in balia delle tre donne che la isolano da loro, relegandola al ruolo di serva e chiamandola con l’appellativo di Cenerentola, perché ha il volto sempre sporco di fuliggine. Ella non serba loro rancore, ubbidiente alla madre che le aveva chiesto di essere sempre gentile e coraggiosa. Un giorno, cavalcando per i boschi, incontra un giovane che si qualifica come apprendista di corte ma il realtà è il principe ereditario. Fra i due nasce subito un’intesa e quando tutte le ragazze del reame sono invitate a un ballo di corte, Cenerentola spera di poterlo incontrare di nuovo.Le sue speranze restano deluse perché la matrigna le impedisce di uscire…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questa rivisitazione della classica favola non si parla più solo di amore ma della forza del perdono e dell’esercizio delle virtù , l’unica via per affrontare e risolvere le difficoltà della vita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grazie a una computer grafica a volte eccessiva, la favola conserva il suo stupore fiabesco per bambini e adolescenti. Cate Blanchett si aggiunge a pieno titolo alla lista delle grandi attrici che, arrivate alla mezza età, si sono messe nei panni della cattiva di turno
Testo Breve:

La Walt Disney riprende, 65 anni dopo, con attori in carne ed ossa, l’omonimo lungometraggio animato mantenendosi molto fedele alla prima versione . E’ stato arricchito il rapporto fra il principe e Cenerentola, in modo che si possa parlare di vero amore e della forza delle virtù umane

E’ impressionante pensarlo ma sono passati 65 anni dall’uscita di Cenerentola, il lungometraggio animato di Walt Disney, il primo dopo la guerra a poter esser visto anche in Europa. Walt Disney ripose in questo film tutte le sue speranze: il suo studio era sull’orlo della bancarotta proprio per le restrizioni che c’erano state nell’esportazione ma il successo del film  fu tale che riuscì ad eguagliare quello di Biancaneve e i sette nani del 1937, l’ultimo lungometraggio animato che aveva potuto  esser distribuito in tutto il mondo.  

Negli ultimi 15 anni lo schermo si è ormai affollato di rivisitazioni delle favole classiche per l’infanzia, quasi tutte in chiave dark e sempre irriverenti nei confronti degli originali. Shrek (2001) può esser considerato l’antesignano del filone, a cui sono seguiti  Biancaneve e il cacciatore (2012) con Julia Roberts, Cappuccetto rosso sangue (2011) con  Amanda  Seyfried e la stessa Disney si è inserita con due film:  Alice in wonderland (2010) di Tim Burton con Johnny Deep e poi Maleficent (2014) con Angelina Jolie dove la storia della bella addormentata nel bosco ha subito  una drastica rilettura secondo lo spirito del  women power molto in voga attualmente.

Questo Cenerentola, di nuovo della Walt Disney con la regia di  Kenneth  Branagh,  è totalmente differente: il suo approccio è classico, quasi una riedizione, con poche sorprese nella trama della  versione animata del 1950, inclusi i quattro topolini e  concludendo con la ricerca dell’unica ragazza che poteva calzare la famosa scarpina di cristallo (forse anche voi vi sarete domandati come mai Cenerentola aveva i piedi così piccoli che nessun’altra ragazza del villaggio poteva calzare quella scarpa. La risposta fa venire i brividi: l’origine remota della fiaba è cinese, dove nell’antichità c’era la pratica di non far crescere i piedi alle bambine, in quanto un piede piccolo era segno di distinzione).

Si intravede nel film la voglia di scoprire se il tocco immaginifico del cartone 2D possa venir rimpiazzata con l’arte ormai matura della computer grafica. In effetti la zucca diventa di nuovo una carrozza, i topolini, quattro bianchi destrieri, due lucertole i palafrenieri, senza che venga percepito nulla di artificioso o di posticcio. Si può dire piuttosto che si è calcato la mano con la CG, con la costruzione di poderosi palazzi reali dal gusto un po’ barocco.

La sceneggiatura è invece quasi povera in modo da poter esser compresa da persone di tutte le età, senza doppi sensi o fughe nella modernità, come è stato tipico della serie Shrek.  “Sii gentile e abbi coraggio” dice la mamma a Cenerentola prima di morire; la bambina promette solennemente e questo sarà la filosofia di vita che guiderà la ragazza nella buona come nella cattiva sorte: lo sarà quando dovrà subire le angherie della matrigna e della sorellastre e quando incontrerà nel bosco il principe sarà proprio questa stessa dichiarazione programmatica di  vita che farà  breccia nel cuore di lui. Uniche varianti che il racconto si concede rispetto al film del 1950 sono due sequenze di colloquio intimo fra Cenerentola e il Principe, in modo da giustificare la nascita di una loro intesa d’amore.  Se l’incontro a tu per tu in un giardino segreto del  castello, durante il ballo, serve ai due per conoscersi  meglio, quello successivo, dopo che calzando la scarpetta, Cenerentola ha ormai rivelato la sua identità, serve per una reciproca dichiarazione di amore:Non è solo lei che chiede, in nome dell’amore che prova per lui, di accettarla “per quello che è” ma anche lui, con molta eleganza, chiede di venir accettato per quello che è: un apprendista che sta ancora cercando di imparare il mestiere di re.

Si può dire che gli obiettivi della Walt Disney siano stati raggiunti: ripresentare la favola nella sua forma più classica ma al contempo dimostrare che alla fine trionfa chi manifesta le virtù più salde: la gentilezza di Cenerentola e l’umiltà del Principe. L’ultima parola che Cenerentola dice alla matrigna è: “ti perdono”. Anche la fata che cambia la vita di Cenerentola, una sorta di nume tutelare della casa in cui lei è vissuta con la madre (in alcune varianti della favola è lo spirito stesso della madre che interviene), giustifica il suo intervento di soccorso proprio per premiare la costanza di  quella  ragazza che ha saputo mantenere la promessa fatta. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Venerdì, 25. Dicembre 2015 - 21:10


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LO HOBBIT – LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/15/2014 - 18:36
 
Titolo Originale: The Hobbit: The Battle of the Five Armies
Paese: Usa, Nuova Zelanda
Anno: 2014
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens,Guillermo Del Toro
Produzione: WINGNUT FILMS, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), NEW LINE CINEMA
Durata: 144
Interpreti: Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Richard Armitage, Lee Pace

Con l’aiuto di Bilbo i nani hanno riconquistato Erebor, ma il prezzo è stato lo scatenarsi della furia del drago Smaug sulla popolazione di Pontelagolungo, salvata in extremis dall’arciere Bard. Intanto, però, Thorin soccombe alla “malattia del drago”, il fascino dell’oro che non vuole dividere né con gli uomini guidati da Bard, né con gli Elfi, venuti a reclamare ricchezze cui ritengono di avere diritto. Bilbo, non riuscendo a far ragionare l’amico, ricorre a un’azione disperata, ma su Erebor incombe l’attacco di due eserciti di orchi e l’ombra lunga di Sauron che si leva a est…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ritroviamo alcuni temi profondamente tolkieniani: il senso dell’onore perso e ritrovato, le lealtà familiari, la responsabilità verso i propri simili e verso il mondo, la lotta contro un destino tragico ineludibile e il desiderio profondo di una casa a cui tornare
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Le scene di azione sono decisamente memorabili con momenti di autentica epica. Meno convincenti sono gli innesti narrativi spuri come spazio eccessivo e talora imbarazzante dato alla storia d’amore sfortunata tra l’elfa Tauriel e il nano Kili
Testo Breve:

Si chiude la trilogia che Peter Jackson ha voluto dedicare al “prequel” de Il signore degli anelli, che lascia un po’ delusi nonostante i molti sforzi degli sceneggiatori di dare ai fan un senso di continuità all’interno di tutta la saga

Si chiude la trilogia che Peter Jackson ha voluto dedicare al “prequel” de Il signore degli anelli, Lo Hobbit, un volumetto per ragazzi (a differenza dell’opera maggiore) di poco più di trecento pagine che gli autori della sceneggiatura hanno abbondantemente rimpolpato per reggere la lunghezza di tre pellicole. Che questa scelta sia stata frutto più che di necessità artistiche di una certa avidità è ardua sentenza da lasciare ai posteri, ma certo quest’ultimo capitolo, dopo un primo episodio un po’ lento e una seconda parte decisamente più brillante (anche grazie alla presenza della figura tenebrosa del drago Smaug), lascia un po’ delusi nonostante i molti sforzi degli sceneggiatori di dare ai fan un senso di continuità all’interno di tutta la saga.

Non sono le scene di azione e i combattimenti spettacolari a mancare, anzi, la battaglia eponima copre praticamente metà della narrazione mentre l’iniziale devastazione di Pontelagolungo e l’uccisione di Smaug per mano di Bard l’Arciere sono decisamente memorabili.

Laddove Jackson approfondisce i temi e le situazioni del libro (la pazzia quasi “shakespeariana” di Thorin, i suoi lampi di consapevolezza e la sua riconquista di sé; le azioni di Bilbo e la sua saggezza mite e coraggiosa, i momenti di autentica epica) la storia funziona e lo spettatore si ritrova immerso in un mondo che ha imparato ad amare e che il regista rende vivo e reale (anche se paradossalmente il 3D indebolisce più che enfatizzare il senso di immersione nel fantastico).

Il senso dell’onore perso e ritrovato da Thorin, le lealtà familiari, la responsabilità verso i propri simili e verso il mondo, la lotta contro un destino tragico ineludibile e il desiderio profondo di una casa a cui tornare sono temi profondamente tolkieniani che Peter Jackson ha saputo nuovamente fare suoi con la padronanza dell’adepto.

Meno convincenti sono gli innesti narrativi spuri, dal combattimento con Sauron e gli spettri dell’anello (ispirato sì alle numerose appendici delle narrazioni tolkieniane, ma virato fin troppo all’horror), allo spazio eccessivo e talora imbarazzante dato alla storia d’amore sfortunata tra l’elfa Tauriel e il nano Kili (con dialoghi sull’amore degni di una soap che in bocca a un elfo fanno rabbrividire anche i fan di Tolkien meno integralisti e più aperti al romanticismo).

Da un lato, forse, la colpa sta nel cedimento ad un sentimentalismo e a uno psicologismo non proprio sofisticato: poco ci importa della situazione familiare di Legolas, l’unico personaggio di cui possiamo goderci senza angosce le acrobazie belliche sicuri che tanto lo rivedremo nella prossima trilogia. I personaggi di Tolkien vivono di passioni e sacrifici assoluti, ma sono, per loro natura, assai discreti nell’espressione dei loro sentimenti e sarebbe un errore di scambiare l’orgogliosa “normalità” degli hobbit, eroi loro malgrado, con la mediocrità borghese dell’oggi.

Più scusabile, forse, l’ambizione impossibile di tessere tutti i fili dell’arazzo in modo da portare per mano lo spettatore al punto di partenza, quella caverna dove viveva un hobbit più appassionato di torte che di pericoli, destinato a dare inizio all’avventura più grande. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV8
Data Trasmissione: Lunedì, 13. Luglio 2020 - 23:45


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LO HOBBIT - LA DESOLAZIONE DI SMAUG

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/12/2013 - 13:37
 
Titolo Originale: The Hobbit: The Desolation of Smaug
Paese: Usa, Nuova Zelanda
Anno: 2013
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, PhilippaBoyens, Peter Jackson, Guillermo Del Toro
Produzione: New Line Cinema/Metro Goldwyn-Mayer Pictures/ Wignut Films
Durata: 161
Interpreti: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Benedict Cumberbatch, Evangeline Lilly, Lee Pace, Luke Evans , Ken Stott, James Nesbitt, Orlando Bloom, Kate Blanchett, Michael Persbrandt, Stephen Fry

Scampati agli attacchi degli Orchi, Bilbo, Gandalf e il gruppo dei nani guidato da Thorin Scudodiquercia vengono aiutati dal mutaforme Beorn a raggiungere Bosco Atro, dove li attendono altre sfide. Mentre Galdalf è chiamato ad affrontare il misterioso Negromante a Dol Guldur, Bilbo e i nani si scontrano prima con dei ragni mostruosi e poi vengono catturati dagli elfi silvani di re Thranduil, che offre a Thorin un ambiguo accordo. Sfuggiti alle sue prigioni grazie all’intervento di Bilbo i nani giungono infine alla Montagna solitaria dove li attende il drago Smaug e l’archepetra che Thorin brama con tutto se stesso per unire i nani sotto il suo comando…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta temi universali e ponderosi come la responsabilità e la lealtà, la lusinga ambigua del potere, la tensione tra l'illusoria difesa della propria sicurezza e il dovere di lottare per una pace più grande e universale.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di scontri e horror nei limiti del genere potenzialmente impressionanti per i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Il film in 3D ha momenti veramente spettacolari. Il racconto si fa più articolato e complesso, del precedente film della serie, senza per questo inficiare il ritmo della storia, che alterna momenti di azione travolgenti e altri elegiaci e meditativi
Testo Breve:

Il film in 3D ha momenti veramente spettacolari. Il racconto si fa più articolato e complesso del precedente film della serie, senza per questo inficiare il ritmo della storia, che alterna momenti di azione travolgenti e altri elegiaci e meditativi

Molto più dinamico e avventuroso del primo capitolo della nuova trilogia di Peter Jackson (che qui si regala un cameo alla Alfred Hitchcock nella sequenza iniziale), questo secondo film ha tutti gli ingredienti per accontentare gli appassionati di Tolkien e di fantasy in generale.

Il film, oltre ad essere un bel pezzo di intrattenimento,  è anche un racconto capace di trattare attraverso  “figure” (mai usare il termine metafora che Tolkien odiava a proposito dei suoi racconti, considerandolo pericolosamente didascalico e nemico della libertà dell’invenzione fantastica) temi universali e ponderosi come la responsabilità e la lealtà, la lusinga ambigua del potere, la tensione tra l'illusoria difesa della propria sicurezza e il dovere di lottare per  una pace più grande e universale.

In questo fedele all’impostazione del romanzo di Tolkien (che, ricordiamolo, fu scritto molto tempo prima de Il signore degli anelli e presenta rispetto ad esso alcune discrepanze di tono e contenuti, abilmente superate da Jackson e compagni ricorrendo ad altri materiali tolkeniani e a una buona dose di invenzione), la storia di Bilbo presenta gli elfi in una luce meno rassicurante e più ambigua degli eroici guerrieri del romanzo maggiore.

C’è una vecchia conoscenza, Legolas, già straordinario arciere, qui ancora ben lontano dal rapporto di amicale rivalità con Gimli, ma soprattutto suo padre Thranduil, un monarca ambiguo nella gestione del suo potere,  capace di tradire promesse e incline agli intrighi e alla violenza.

Legolas, poi, viene coinvolto dagli autori in uno strano e spurio triangolo con la guerriera elfa Thauriel (personaggio totalmente inventato) e il più avvenente e alto dei nani, un elemento che ha fatto gridare allo scandalo i puristi e che a tratti fa sorridere anche gli spettatori più disponibili, ma che sospettiamo darà i suoi frutti nel capitolo finale.

Anche gli uomini, del resto, non fanno una bella figura in questo affresco: la città di Pontelagolungo è una specie di piccola Bruges (i richiami iconografici, nella struttura e nell’architettura, come nell’abbigliamento del governatore, sono fiamminghi) in decadenza, a capo della quale c’è un Governatore corrotto e tirannico che paventa possibili nuove elezioni e si guarda dall’unico uomo in grado di contrastarlo, l’eroico Bard, barcaiolo, all’occorrenza contrabbandiere e alleato riluttante dei nostri.

Ma, come il titolo annuncia, in tanto profluvio di avvenimenti ed effetti speciali, la vera star della pellicola è il drago Smaug (nell’originale a dargli la voce è il bravissimo Benedict Cumberbatch, che la presta anche al misterioso Negromante), la creatura mostruosa che si nasconde nella montagna e che è la nemesi di Thorin, cui ha rubato il regno e ucciso parenti e amici.

L’incontro tra Bilbo (che è stato assunto dalla compagnia come scassinatore e che ha l’incarico di recuperare la mitica archepetra) e la bestia è spettacolare come pure la caccia e lo scontro successivo con i nani nelle viscere della montagna (che insieme alla fuga nei barili vale il prezzo del biglietto in 3D).

Smaug, però, come nelle migliori favole, non è solo una bestia mostruosa da combattere, ma incarna l’esito più terribile della tentazione della ricchezza e del potere che aleggia su molti personaggi, ma soprattutto su Thorin, già nel primo capitolo una figura dai tratti potenzialmente tragici che qui comincia a mostrare i segni dell’ossessione che farà insieme la sua grandezza e la sua dannazione.

Quando il diritto a regnare si trasforma in ossessione del dominio, quando la volontà di vittoria implica il sacrificio di chi pure ci è stato compagno (il fatto di definire le persone in base alla loro funzione anziché al loro nome è un piccolo tema ricorrente e significativo), il pericolo di trasformarsi in qualcosa di molto vicino al proprio nemico diventa tangibile e urgente. Un pericolo da cui non è esentato nemmeno il solitamente amabile Bilbo (Martin Freeman, ormai totalmente compenetrato nella parte), che si mostra capace di usare l’anello trovato nelle viscere delle Montagne Nebbiose a beneficio dei compagni, ma è a sua volta tormentato da un’ansia di possesso che lo spinge alla menzogna e alla violenza, trasfigurandone i tratti e il carattere.

Le profezie, come spesso accadeva nella tragedia greca e nelle saghe nordiche tanto amate da Tolkien, sono strumenti pericolosi e ambigui: promettono e spingono all’azione, ma richiedono equilibro e meditazione per non trasformarsi in maledizioni.

Non per caso, dunque, che Jackson, prendendosi libertà rispetto ai toni giocosi dell’originale, inserisce una linea più dark destinata a fare da ponte verso la trilogia de Il signore degli anelli: mentre nani e hobbit sono impegnati contro il drago, infatti, Gandalf affronta una minaccia oscura e nascosta.

Il racconto, dunque, si fa più articolato e complesso, senza per questo inficiare il ritmo della storia, che alterna momenti di azione travolgenti e altri elegiaci e meditativi, e si permette, proprio come i migliori cantastorie sapevano fare, di lasciare lo spettatore nel bel mezzo della storia, con un drago vendicativo in volo e il mondo in pericolo. Non resta che aspettare sull’orlo della poltrona per un anno che sarà lunghissimo a passare….

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV8
Data Trasmissione: Martedì, 13. Aprile 2021 - 23:30


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THOR: THE DARK WORLD

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/22/2013 - 09:54
 
Titolo Originale: Thor: The Dark World
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Alan Taylor
Sceneggiatura: Christopher Yost, Christopher Markus, Stephen McFeely
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 113
Interpreti: Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Idris Elba, Christopher Eccleston

Il dio del tuono Thor sembra ormai aver poco da fare, ora che i nove mondi sono stati tutti pacificati e il cattivo fratello Loki è stato imprigionato. E’ tempo quindi di tornare a pensare all’umana Jane Foster, che non vede da due anni, anche se suo padre Odino cerca di convincerlo a prender moglie più banalmente con una ragazza del loro reame (magari la bella guerriera Sif). E’ proprio Jane a scombinare i piani di tutti: studiando delle anomalie comparse a Londra viene risucchiata da un portale e contaminata dall'Aether, una forza da millenni nascosta al malvagio Malekith e alla sua razza che, proprio per la congiunzione ormai prossima (accade solo ogni cinquemila anni) fra i nove pianeti e la terra si risveglia. Asgard e tutto l’universo è ormai in pericolo e Thor ha bisogno perfino dell’aiuto del suo odiato fratello….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Thor concede al fratello traditore, la possibilità di riscattarsi
Pubblico 
Pre-adolescenti
qualche scena spaventosa potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Belle scenografie e una sceneggiatura che sa mescolare racconto epico e autoironia. Alcuni vuoti nella definizione dei personaggi.
Testo Breve:

Thor è tornato e con lui la terrena Jane Foster per affrontare i pericolosi elfi neri. Questa volta l’insidia è fra gli stessi buoni  (Jane è stata contaminata da una forza malvagia) e la salvezza potrebbe arrivare proprio dal più cattivo. Una grande epica gestita con ironia. 

Ciò che conta, per questi film sulle gesta dei supereroi della Marvel, è non pretendere più di quanto non possano e non vogliano dare,

Questo secondo film della serie, ispirata alla mitologia nordica, conferma i punti forti del primo capitolo: una scenografia e dei costumi fantasiosi  degni dei migliori videogames e tanti combattimenti con le mani, con le armi e con la magia contro i cattivi assoluti da parte dei buoni assoluti.

Più accentuata che nella prima puntata è l’autoironia molto britannica e veramente salutare per queste storie che rischierebbero di diventare epiche e solenni. Thor che arriva sulla terra e, ospite in casa altrui, appende il suo martellone all’attaccapanni o quando prende tranquillamente la metropolitana, lui che è abituato a muoversi nello spazio stellare, è degno di essere ricordato.

Manca all’appello  più intelligenza nei combattimenti misti, muscoli e magia: manca il tallone d’Achille, manca la cryptonite che rende fragili anche i più dotati. Un Thor che lancia il suo martellone e fracassa tutto ciò che c’è da distruggere, diventa scontato e i combattimenti finiscono per perdere il loro interesse.

Se Thor (Chris Nemsworth) è il Topolino sempre troppo bravo ed onesto, il cattivo fratello Loki (Tom Middleston), dalla personalità più tormentata, corrisponde all’irrequieto Paperino della situazione e inevitabilmente diventa il personaggio più interessante e seguito. Il riavvicinamento fra i due fratelli, pur continuando a permanere il sospetto dell’uno verso l’altro,  costituisce il sub-plot più interessante della storia.

In caduta libera al contrario la figura di Jane Foster, interpretata da Natalie Portman: nella maggior parte delle sue apparizioni tutto il suo impegno consiste nel mostrarsi spaventata, bisognosa della protezione amorosa di Thor ma  più spesso risulta svenuta, addormentata o in trance per via di un perverso maleficio. Per questo motivo preferiamo il primo episodio della saga, sicuramente meno spettacolare, ma almeno potevamo partecipare allo sbocciare di un insolito amore fra una donna mortale e una semidio. Odino, interpretato da Antony Hopkins fa onore alla sua parte di padre e di re che deve arrendersi a un’inesorabile gap generazionale: il figlio Thor ha in serbo soluzioni più innovative per sconfiggere gli eterrni avversari. Su tutti, preferiamo il fascino misterioso di Heimdall, il guardiano della porta dell’ universo, sempre vigile e indomito in difesa di Asgard.

Bisogna stare allerta: lo scontro finale con tutti gli eroi della Marvel è atteso prossimamente… 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Hits
Data Trasmissione: Venerdì, 23. Settembre 2016 - 21:10


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IL GRANDE E POTENTE OZ

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/09/2013 - 09:07
 
Titolo Originale: Oz: The Great and Powerful
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: Mitchell Kapner, David Lindsay-Abaire
Produzione: ROTH FILMS, WALT DISNEY PICTURES
Durata: 130
Interpreti: James Franco, Mila Kunis, Rachel Weisz, Michelle Williams

Oscar Diggs si guadagna da vivere facendo il mago nelle fiere di paese con il nome di Oz, ma sogna un futuro di grandezza, almeno fino a quando un tornado lo scaglia in un magico paese che porta il suo stesso nome, Oz, un regno meraviglioso dove viene scambiato per il grande mago destinato a salvare tutti dalla strega malvagia. Tra creature fatate, avventure e illusioni, Oscar dovrà dare prova di essere più di un semplice illusionista da fiera…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il discorso sull’importanza del credere (anche quando la cosa in cui si crede non è vera) ha una sua ambiguità di fondo che il riscatto morale del protagonista non elimina
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene potenzialmente impressionanti per i più giovani.
Giudizio Artistico 
 
Ia cosa migliore del film è l’impiego intelligente del 3D che per il resto, nonostante la performance energetica ed ironica del protagonista James Franco e un trio di comprimarie di livello (Williams, Weisz e Kunis nei panni delle tre streghe), procede sui binari sicuri di un racconto abbastanza prevedibile
Testo Breve:

Presequel del famoso film del 1939, racconta la formazione  del famoso mago di Oz.Ottimo impiego del 3D e buona performance dei protagonisti, adatto per un pubblico di giovani

Adattamento degli scritti di L. Frank Baum, la pellicola di Sam Raimi evita lo scontro diretto con l’inarrivabile precedente hollywoodiano preferendo raccontare il mondo di Oz prima dell’arrivo di Dorothy e concentrandosi sulla figura di quel che diventerà il mago più famoso della letteratura, puntando a un classico racconto di redenzione in cui un antieroe imbroglione impara a mettere le sue abilità al servizio di una causa più grande.

Il regista padroneggia con sicurezza il 3D, che dà il meglio di sé quando lo schermo prende colore al passaggio nella terra di Oz (prima il Kansas desolato in cui Oscar vede troppi brav’uomini e nessuna grandezza è rappresentato in bianco e nero, con formato e scenografia d’epoca) e le meraviglie di flora e fauna si proiettando davanti agli occhi del protagonista (e dello spettatore) con straordinaria vivacità, reinventando un immaginario che, per via letteraria o cinematografica, è familiare a gran parte del pubblico.

Ed è in effetti la cosa migliore del film che per il resto, nonostante la performance energetica ed ironica del protagonista James Franco e un trio di comprimarie di livello (Williams, Weisz e Kunis nei panni delle tre streghe), procede sui binari sicuri (ma non esaltanti) di un racconto abbastanza scontato, in cui svolte e colpi di scena sono in realtà piuttosto prevedibili e l’approfondimento psicologico dei personaggi si limita a un unico tema. Oscar/Oz, infatti, dichiara fin da subito il suo “dilemma”: essere un grand’uomo piuttosto che un brav’uomo…e di lì saranno fin troppi a ripetergli che la grandezza che crede di ottenere con l’imbroglio potrebbe non bastargli e che l’importante è credere (ma soprattutto fa credere) per realizzare ciò che sembra impossibile.

Il film, in definitiva, non vuole nemmeno essere più complesso di così, né si cura di andare a fondo alla mitologia su cui la vicenda è basata; la situazione del regno di Oz e del suo buon popolo è a dir poco confusa in fatto di convinzioni generali su chi sia buono e chi no, nonché sulla possibilità di spostarsi da un luogo a un altro in spazi che a quanto sembra sono assai limitati – poche ore di cammino sulla mitica strada di mattoni gialli.

È probabile che domande come queste nascano più nel pubblico adulto (che forse anche dalle favole cinematografiche si aspetterebbe una maggiore profondità e complessità almeno a livello di psicologie) che in quello dei più giovani, che invece si godranno il racconto lineare e oggettivamente brillante che Raimi e i suoi hanno costruito, con l’attenzione a lasciare aperta la porta a un sequel che i buoni incassi Usa già fanno prevedere.

Il pregio maggiore del film sta nell’aver sfruttato al meglio la specificità di un’epoca, l’inizio del Novecento, in cui le novità scientifiche (il cinematografo, ma anche della semplice colla, o dei fuochi artificiali) potevano facilmente passare per magia (il sogno 

di Oscar è non a caso di diventare una sintesi di Houdini ed Edison…) e che in un mondo come Oz (in cui l’illusione – della bontà così come della malvagità- sembrano essere essenziali) diventano l’arma segreta di un falso mago che diventa vero “salvatore” del popolo.

Il discorso sull’importanza del credere (anche quando la cosa in cui si crede non è vera) ha una sua ambiguità di fondo che il riscatto morale del protagonista (la cui grandezza si rivela essere nella bontà e nel sacrificio) non elimina, soprattutto in un’epoca come la nostra che al rischio ragionevole della Fede sembra preferire la quieta accettazione di una menzogna a fin di bene…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY PRIMA FILA
Data Trasmissione: Mercoledì, 26. Giugno 2013 - 7:00


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LO HOBBIT - Un viaggio inaspettato

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/14/2012 - 20:46
 
Titolo Originale: The Hobbit - An unexpected Journey
Paese: Usa, Nuova Zelanda
Anno: 2012
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, Guillermo Del Toro dal romanzo di J.R.R.Tolkien
Produzione: Peter Jackson, Fran Walsh, Carolynne Cunningham, Philippa Boyens per Metro-Goldwyn-Mayer/ New Line Cinema/Wingnut Films/3foot7
Durata: 160
Interpreti: Martin Freeman, Ian McKellen, Cate Blanchett, Ian Holm, Christopher Lee, Hugo Weaving, Andy Serkis, Orlando Bloom, Richard Armitage

La vita tranquilla dello hobbit Bilbo Baggins viene interrotta all’improvviso quando il mago Gandalf lo coinvolge nella spedizione di un gruppo di nani, guidati dal principe in esilio Thorin Scudodiquercia, per riconquistare il regno perduto sotto la montagna di Erebor, ora occupato dal drago Smaug. Bilbo, inizialmente riluttante, decide infine di rispondere al richiamo dell’avventura, ma non sa che lo aspettano pericoli immensi, tra attacchi di orchi e troll, lupi mannari e minacce ancora più oscure che nascono dall’ombra, mentre un anello misterioso lo attende nelle viscere di una montagna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’Hobbit Bilbo, eroe riluttante, si trasforma in un membro attivo e consapevole della compagnia, in grado di superare la prova non tanto sul coraggio e l’intelligenza quanto sulla pietà
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un avvio un po’ “diesel” (oltre due ore, ne sarebbero forse bastate meno, anche se il ritmo della seconda parte fa perdonare la lentezza della prima) ma concentrarsi sulle debolezze della pellicola, comunque, significherebbe fare gli schizzinosi di fronte ad un piatto imbandito e colmo di bendiddio almeno quanto una dispensa hobbit
Testo Breve:

Questo prequel de Il signore degli anelli risulta essere troppo lungo ma resta comunque un gran bel film, capace di coinvolgere ed emozionare e graziato dal solito meraviglioso cast.

Si può affermare senza molti dubbi che questo nuovo adattamento di una delle opere più amate di J.R.R. Tolkien, nonché prequel (scritto però molto prima, in un’epoca in cui il concetto nemmeno esisteva) de Il signore degli anelli, fosse uno dei film più attesi dell’anno da schiere di fan non solo cinematografici ma anche lettori di lunga data del grande scrittore inglese. Un’attesa durata nove anni (tanti ne sono passati dall’ultimo episodio della trilogia precedente, premiata con 11 Oscar) e che per forza di cose rischia di andare un po’ delusa.

Prima di tutto perché a vedere dall’avvio un po’ “diesel” di questo primo episodio (oltre due ore, ne sarebbero forse bastate meno, anche se il ritmo della seconda parte fa perdonare la lentezza della prima) l’idea di espandere addirittura in tre film un volume di poco più di trecento pagine sembra più il frutto dell’avidità che contraddistingue ormai i produttori di grandi blockbuster fantasy (vedi casi ancora più imbarazzanti di Harry Potter e Twilight) che di una reale necessità narrativa. E poi perché il 3D (in alcune proiezioni ulteriormente “migliorato” da un tipo speciale di ripresa a 48 fotogrammi al secondo anziché gli usuali 24), a volte anziché aumentare l’effetto di immersione nella Terra di Mezzo rende meno reali e drammatici i bellissimi paesaggi in cui la storia di svolge.

Fatta la tara di questi “difetti”, che impediscono alla nuova avventura firmata da Peter Jackson di raggiungere il livelli di vero e proprio capolavoro della trilogia precedente (non a caso premiata sia dal pubblico che dalla critica e capace di superare i limiti di un “genere”, il fantasy, che respinge almeno quanto attrae), lo Hobbit resta comunque un gran bel film, capace di coinvolgere ed emozionare e graziato dal solito meraviglioso cast.

Oltre a Ian Mckellen, una certezza nei panni di Gandalf (nonostante il nuovo illustre doppiatore, Gigi Proietti, rischi di essere un po' invadente), e le vecchie conoscenze, Kate Blanchett (Galadriel), Christopher Lee (Saruman) e Hugo Weaving (Elrond), a spiccare è il protagonista Martin Freeman (noto al pubblico televisivo per l’originale The Office e più di recente come Watson di un fortunato adattamento di Sherlock Holmes), che con la sua affabilità e simpatia incarna in maniera perfetta lo hobbit titolare, che vive nel suo confortevolissimo buco, preoccupandosi di verdure da concorso (come i protagonisti dei libri di Woodhouse), centrini della mamma e dispense ben fornite, ma che saprà trovare in se stesso il cuore e il coraggio di un vero eroe.

Altrettanto riuscito il Thorin di Richard Armitage, un principe nano senza regno e prigioniero di una grandezza perduta, ansioso di ritrovare la sua patria e il suo onore, un vero eroe tragico (e non temiamo qui di rivelare qualcosa di troppo ai lettori) che, a dispetto della statura, ha la grandezza dei grandi personaggi della mitologia nordica e degli eroi de Il signore degli anelli, come lo sfortunato Boromir o Theoden, i cui combattimenti fatali sono visivamente (e astutamente) citati da Jackson e colleghe nel climax della storia.

Non sono gli unici arricchimenti che il team di sceneggiatori si permette pescando a piene mani oltre che nel libro maggiore anche nelle numerose appendici che Tolkien stesso elaborò per far rientrare la sua “favola per bambini” nello schema più esteso della sua mitologia della Terra di Mezzo. Altri elementi, il tesoro nascosto dei nani, le ricchezze maledette, il drago, e l’anello hanno risonanze wagneriane (i Nibelunghi e l’oro del Reno), ma anche altre provenienti dalle meno conosciute mitologie scandinave e dalla tradizione anglosassone (il Beowulf) che il professore oxfordiano conosceva a menadito e che rielabora in una forma organica e nuova per dare consistenza al suo mondo.

I nani di Tolkien e Jackson, però, sono molto meno arcigni di quelli della tradizione nordica: qui, al di là dell’amore per le ricchezze della terra, sono più simili a una banda di avventurieri senza patria, degli emarginati dal mondo, che un momento si possono abbandonare al cibo e alla bevute (saccheggiando senza falsi pudori la dispensa di Bilbo, ma rimettendogli poi in ordine le stoviglie) o farsi mettere “letteralmente” nel sacco da tre grossi troll, ma in altri lasciarsi andare all’autentica malinconia dei “senza patria”.

Questo sentimento di appartenenza (o nostalgia, che è l’altra faccia della stessa medaglia) ad un luogo da poter chiamare casa (che nell’inglese non a caso suona  home-land) è ciò che unisce profondamente il pantofolaio Bilbo agli esuli nani, ciò che alla fine di questo primo tratto di percorso riesce a trasformare l’eroe riluttante in un membro attivo e consapevole della compagnia.

Nel mezzo, però, Bilbo ha incontrato qualcosa di ancor più pericoloso e impegnativo ed è stato messo alla prova tanto sul coraggio e l’intelligenza quanto sulla pietà: nelle viscere delle montagne nebbiose, separato dagli altri e armato solo della sua piccola spada, si imbatte in Gollum e nel suo tesoro (l’unico anello di Sauron, ma lui ancora non lo sa),  salva la sua vita con un gioco di indovinelli degno della principessa Turandot e ne risparmia un’altra con un gesto che sarà ricco di ripercussioni su di lui ma anche su tutto il destino della Terra di Mezzo.

Questi momenti, che i lettori attendono con spasmodica impazienza, più di mille battaglie e sfide con mostri vari (ma il salvataggio finale ad opera delle aquile resta comunque bellissimo) o di simpatiche ma un po’ dispersive digressioni sullo stralunato mago Radagast (Saruman lo accusa di inventarsi le cose a causa della troppa dimestichezza con i funghi allucinogeni…), il primo a intuire le minacce oscure che preannunciano il ritorno di Sauron ed allarmare Gandalf. La minaccia monta ma il concilio a Gran Burrone, quanto a mancanza di interventismo, assomigli ad un incontro della Società delle Nazioni agli albori del Nazismo; del resto non può essere che così visto che agli eventi de Il signore degli anelli mancano ancora decine di anni e il collegamento con la minaccia del drago resta un po’ teorico. Il tutto contribuisce comunque a rendere l’insieme probabilmente un po’ più cupo di quanto fosse il libro originale, che inizia, come qui citato, ma non subito, con “In un buco viveva un hobbit…” e poi riesce miracolosamente a mantenere lo stesso tono sospeso di commedia anche nei momenti più cupi, pur senza censurare tragedie e morte.

Concentrarsi sulle debolezze della pellicola, comunque, significherebbe fare gli schizzinosi di fronte ad un piatto imbandito e colmo  di bendiddio almeno quanto una dispensa hobbit e che ha da regalare soddisfazioni in quantità a chi aspettava da tanto tempo questo “viaggio in aspettato” ancora senza conclusione.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Collection
Data Trasmissione: Lunedì, 20. Gennaio 2020 - 21:15


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THE TWILIGHT SAGA: BREAKING DAWN - Part 2

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/17/2012 - 12:05
Titolo Originale: THE TWILIGHT SAGA: BREAKING DAWN - Part 2
Paese: TWILIGHT SAGA: BREAKING DAWN - Part 2
Anno: 2012
Regia: Bill Condon
Sceneggiatura: Melissa Rosenberg
Produzione: SUMMIT ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON SUNSWEPT ENTERTAINMENT
Durata: 115
Interpreti: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner, Billy Burke

Dopo la nascita della figlia Renesmee, che l’ha portata sull’orlo della morte, Bella è finalmente diventata vampira e si gode le gioie della sua nuova condizione di immortale: sensi acuiti, una nuova sicurezza in se stessa e niente più paura di consumare il matrimoni con Edward. Ma quando un’altra vampira vede la bambina, che in poco tempo già dimostra 5/6 anni, la scambia per uno dei temibili “bambini immortali”, vampiri infanti bellissimi ma dalla sete di sangue incontrollabile che già in passato avevano rischiato di portare allo scoperto l’esistenza dei vampiri e per questo erano stati sterminati dai Volturi…che quando vengono a sapere della cosa si mettono in marcia per sterminare i Cullen e gli alleati che hanno cercato di riunite intorno a loro. Si prepara un’epica battaglia che deciderà il destino dell’amore di Edward e Bella.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una saga che ha fatto un punto di lanciare dilemmi "enormi" (su mortalità ed eternità, ma anche nel triangolo sentimentale) per poi polverizzarli in quattro e quattr'otto
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere. Scene lievemente sensuali
Giudizio Artistico 
 
Film con povera fattura e mediocri interpretazioni. Quelli che sono oggettivamente difetti di drammaturgia (abbassare i conflitti e tolgliere carburante ai dilemmi morali dei personaggi) sono precise scelte di scrittura e messa in scena, che fanno parte di un progetto e una visione che sono già nei romanzi della Meyer, sacerdotessa di un amore romantico che è tragico solo nelle premesse e mai negli esiti
Testo Breve:

Arriva al suo epilogo Twilight, la saga che ha rappresentato negli ultimi anni un punto di riferimento per l'immaginario di adolescenti. Film con povera fattura e mediocri interpretazioni il cui successo risiede forse nel rispondere (anche se in modo riduttivo) a quella domanda di assoluto e "per sempre" che è così forte negli adolescenti, 

Arriva finalmente alla fine la saga di Twilight, un fenomeno che, piaccia o non piaccia, ha rappresentato negli ultimi anni un punto di riferimento per l'immaginario di adolescenti e non solo. Il "gran finale"  dai toni dichiaratamente celebrativi arriva a completare il lunghissimo antefatto di Breaking Dawn -  Part 1, in cui in pratica l'unico evento rilevante era la drammatica nascita della figlia di Edward e Bella, un parto talmente sanguinoso da rendere necessaria la tanto attesa "trasformazione" della protagonista in vampira.

Anche in questa seconda parte, del resto, pur con un maggiore dispiego di mezzi e azione (ma con gli stessi pessimi effetti visivi, talmente insistiti e brutti da far pensare che si tratti di una precisa per quanto incomprensibile scelta stilistica), il plot si racconta in due frasi.

La misteriosa natura della bimba frutto dell'amore di Bella ed Edward, infatti, mezza umana e mezza vampira (cosa significhi, a parte un'interessante variazione sul suo menu, è poco rilevante), è il pretesto che i terribili Volturi intendono usare per togliere di mezzo i Cullen. anche se poi quello che interessa al cattivissimo volturo Aro è piuttosto acquisire le abilità di veggente della vampira Alice, che è in qualche modo decisiva allo svolgimento di tutta la pellicola.

Detto questo, il film si struttura con un primo lunghissimo atto in cui assaporiamo insieme a Bella le gioie della sua nuova condizione, tanto desiderata e a lei negata da Edward per alcuni (ragionevoli) scrupoli morali che gli autori ritengono di poter ora gettare alle ortiche...

Certo, per decenza si premurano di dirci che il dono di Bella in versione succhiasangue è quello di resistere senza troppa fatica alla sete di sangue, ma questo, come del resto molti altri passaggi, è il tipico espediente di una saga che ha fatto un punto di lanciare dilemmi "enormi" (su mortalità ed eternità, ma anche nel triangolo sentimentale) per poi polverizzarli in quattro e quattr'otto.

Bella, infatti, non dedica un pensiero alla sua "anima immortale" (meglio pensare all'eterno innamoramento di cui è protagonista) e imbastisce senza troppa fatica una spiegazione per suo padre (così non deve nemmeno rinunciare a vederlo), mentre il triangolo con il licantropo Jacob è stato opportunamente sciolto proprio grazie alla piccola Renesmee (a cui il giovane licantropo è legato da un misterioso imprinting che, nonostante le tante didascaliche giustificazioni e la prospettiva di una crescita accelerata della bambina, sfiora il concetto della pedofilia).

A rompere le uova nel paniere di tanta meritata (?) felicità arriva la denuncia ai Volturi, che non aspettavano altro che un pretesto per marciare sui nostri eroi. Certo non hanno in mente una "guerra lampo" dato che lasciano opportunamente ai nostri il tempo di raccogliere alleati, una pletora di personaggi solo in alcuni casi capaci di lasciare un minimo di ricordo nello spettatore grazie a un interprete sopra la media, per il resto relegati al pittoresco. Non manca nemmeno la chance di trovare la provvidenziale soluzione diplomatica alla guerra...Diciamocelo, si tratta di avversari più temibili nelle premesse che perché titolari di una ragionata strategia...

Crediamo di non far torto a nessun potenziale spettatore dicendo che la scena finale di battaglia così come il suo esito (con un colpo di scena che sarà tale per i pochi non lettori del romanzo) va esattamente nella direzione del "vincere facile" di tutto il resto della vicenda.

Eppure è abbastanza chiaro che quelli che sono oggettivamente difetti di drammaturgia (perchè abbassano i conflitti e tolgo carburante ai dilemmi morali dei personaggi) sono precise scelte di scrittura e messa in scena, che fanno parte di un progetto e una visione che sono già nei romanzi della Meyer, sacerdotessa di un amore romantico che è tragico solo nelle premesse e mai negli esiti. e quindi evita il vero dramma come la peste.

Ci si muove, del resto, sullo sfondo di un mondo in cui, anche se abbondano le creature pericolose, alla fine la morte stessa rischia di essere presa fin troppo alla leggera, mai affrontata fino in  fondo come solitamente invece fanno le migliori saghe fantasy (da Il signore degli anelli ad Harry Potter, ma anche il recentissimo Hunger Games).

Per questo, se da una parte sembra inutilmente crudele accanirsi nel criticare la povera fattura e le mediocri interpretazioni di questo come degli altri film della saga di Twilight, vale invece la pena interrogarsi sulle ragioni del suo successo.

Un successo che forse ha le sue radice nel fatto che i romanzi prima e i film poi rispondono (anche se in modo riduttivo) a quella domanda di assoluto e "per sempre" che è così forte negli adolescenti, zoccolo dure dei fan della saga.

In ogni caso, visto il prevedibile trionfo al botteghino, nonostante la solenne celebrazione della conclusione di tutto, abbiamo la sensazione che sentiremo ancora parlare di Edward, Bella e della loro (troppo) allegra compagnia...

 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE AMAZING SPIDER MAN

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/07/2012 - 22:55
 
Titolo Originale: The Amazing Spider Man
Paese: USA
Anno: 20112
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Alvin Sargent, Steve Kloves, James Vanderbilt
Produzione: COLUMBIA PICTURES, LAURA ZISKIN PRODUCTIONS, MARVEL ENTERPRISES
Durata: 136
Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Martin Sheen, Sally Field

Peter Parker è un liceale emarginato che, abbandonato dai suoi genitori, è stato allevato dagli zii Ben e May. Come la maggior parte dei suoi coetanei, Peter è alle prese con i problemi quotidiani legati alla crescita tra cui il primo amore: quello per la compagna di scuola Gwen Stacy. Un giorno, Peter scopre una misteriosa valigetta che apparteneva al padre e decide di indagare sulla scomparsa dei suoi genitori. Le ricerche conducono alla Oscorp e al laboratorio del Dott. Curt Connors, un ex collega di suo padre. Ben presto, Peter dovrà scontrarsi con l'alter ego di Connors, the Lizard, e fare i conti con l'improvvisa comparsa di superpoteri che determineranno il suo destino: diventare l'eroe Spider-Man.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta la maturazione dell’adolescente Peter Parker che desideroso, come tutti, di emergere e poco interessato agli altri, decide, una volta scoperti i suoi superpoteri, di dedicarsi interamente all’aiuto del prossimo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Pur non rinunciano alla spettacolarità che ci si aspetta da film del genere, la sceneggiatura analizza in profondità le irrequietezze adolescenziali del protagonista
Testo Breve:

Nuova rivisitazione, a beneficio degli adolescenti, del mito di Spider-man, che punta tutto sull’approfondimento delle irrequietezze, le ombrose riluttanze e le infantili esibizioni dell’adolescente Peter Parker

 

Nel cinema classico americano l’eroe era maturo, virile, adulto. Non di rado aveva anche tratti rudi, spigolosi, solitari. Due esempi tipici? John Wayne, sempre pronto a mettere mano alla pistola (o al fucile: nel finale di “Ombre rosse” di John Ford, da solo, imbracciando un Winchester e gettandosi in terra, ne stende tre). Humphrey Bogart, con la sigaretta perennemente tra le labbra e il gessato doppiopetto.
Nel cinema americano contemporaneo (che poi forse è il cinema) l’eroe invece è giovane, sensibile, di frequente tormentato, sempre politicamente corretto. E d’abitudine la provenienza dell’eroe non è storica (come lo era per il western) o sociale (il detective o il gangster), ma fumettistica. Infatti la stragrande maggioranza degli eroi della celluloide globalizzata stelle e strisce dell’ultimo ventennio, è uscita dal cappello magico dall’universo inesauribile del fumetto. Classico esempio è l’Uomo Ragno (Spider-Man).
La storia venne disegnata e sceneggiata nei primi anni Sessanta del Novecento, per conto della Marvel Comics. Storia semplice quanto geniale. Un ragazzino appassionato di fotografia viene punto casualmente  da un ragno radioattivo. Deboluccio e con poca vista, il ragazzino si trasforma in un eroe dai poteri straordinari (metà uomo metà ragno). La stessa sorte tocca a Capitan America: da mingherlino l’eroe è trasformato in un gigante muscoloso. Che farne di poteri così sorprendenti? Meglio metterli al servizio delle forze del bene. Dunque proprio mentre il cinema americano cominciava ad accusare gravi sintomi di malessere, del nuovo eroe - Spider-Man - che avrebbe contribuito con incassi spettacolari a ridisegnare la nuova Hollywood, veniva definita la fisionomia. E dalla carta a

lla tridimensionalità il passo è stato davvero grande, ma, a ben pensarci, scontato. Il cinema americano per non morire si è trasformato in un impasto di storie e idee sottratte all

’universo dei prodotti di uso e consumo per adolescenti.
L’impasto ha prodotto una retorica postmodernista (modellata sul genere di fantascienza e resa esplosiva dagli effetti speciali) politicamente corretta, che ha soppiantato ogni residuo artistico o ideologico. In tempi di fine dei “grandi racconti” occidentali (dell’incomprensibile e illeggibile prosa di Jean-François Lyotard, solo questo è stato un punto chiaro quanto propagandato), in realtà ne stavano nascendo altri, egualmente potenti. Uno di questi nuovi “grandi racconti” è rappresentato dalla trilogia di “Spider-Man”, diretta da Sam Raimi (2002, 2004, 2007) e interpretata da Tobey Maguire. Visto che le serie finché funzionano sul grande schermo non bisogna mai abbandonarle, ecco l’ennesimo prolungamento: “Amazing Spider-Man”.

D’abitudine la storia originale, allungata in due, tre o quattro appuntamenti successivi, torna indietro, alle origini, al cosa c’era prima. Invece con il nuovo Uomo-Ragno si è cambiato regista, Marc Webb, e soprattutto protagonista, Andrew Garfield. La storia invece è rimasta nella struttura essenziale.
Una rivisitazione del già conosciuto, certo con varianti ma non così significative. Reinventare tutto senza reinventare niente? Come è possibile? Guardando “Amazing Spider-Man” si capisce che è possibile. E non è questione di 3D.
L’ultimo “Spider-Man” funziona anche senza l’aiuto degli occhiali. Funziona perché è la specchio della narrativa hollywoodiana globalizzata, commerciale, adolescenziale, politicamente corretta (cioè quanto gli spettatori ad ogni longitudine e latitudine si aspettano). Il tutto elevato alla massima potenza da bellissimi effetti speciali. John Wayne sul male scaricava il fucile. Spider-Man, meno brutalmente, lo avvolge nella sua tela di ragno, e spicca un salto, sospeso nel vuoto, da un grattacielo all’altro.    

 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: tv8
Data Trasmissione: Martedì, 2. Aprile 2019 - 21:30


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HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE - PARTE 2 (C. Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/17/2011 - 19:39
 
Titolo Originale: Harry Potter and the Deathly Hallows: Part II
Paese: USA, Gran Bretagna
Anno: 2011
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Steve Kloves
Produzione: WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY FILMS
Durata: 130
Interpreti: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Ralph Fiennes, Rupert Grint

Harry, Ron ed Hermione decidono di andare alla ricerca degli ultimi horcrux, ma Voldemort scopre la loro missione. Avrà così luogo l'ultima, decisiva battaglia che cambierà per sempre l'esistenza dei tre maghi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prosegue la lotta fra la Vita e la Morte, fra il Bene e il Male con riferimenti cristiani all'espiazione tramite il sacrificio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene impressionanti e di violenza o che possono generare spavento nei più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Lo spettacolo è davvero imponente anche se la CG è spesso trabordante
Testo Breve:

Harry Potter (forse) al suo ultimo appuntamento. Già un successo da record in America, l'ottavo film della serie lascia increduli tutti i critici sulla capacità di attrarre sopratutto i giovani, forse perchè storia di maturazione, forse perché favola sull'eterna lotta fra il bene e il male

  Ma funziona ancora Harry Potter al cinema? Senza ombra di dubbio. Corre. La seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” di David Yates somiglia a un rullo compressore. O a un ciclone. O forse a un tornado, capace di spazzare tutto quanto si trova davanti al suo passaggio. Negli Stati Uniti ha fatto registrare l’incasso in un weekend più alto di tutti i tempi, toccando la cifra astronomica di 168 milioni di dollari. Nel resto del mondo dove la pellicola è uscita, dalla Germania all’Italia, dall’Australia alla Corea del Sud, gli incassi sono ragguardevoli. Quindi i delusi sicuri di aver assistito all’ultimo episodio della serie sono seriamente autorizzati a sperare. E quelli che invece non ne potevano proprio più, e già stavano tirando un sospiro di sollievo per l’uscita di scena del “maghetto”? Ebbene, un brivido gli sta attraversando la schiena. Si staranno domandando: si può chiudere la baracca dopo questi fuochi d’artificio? Che l’addio allo schermo del personaggio Harry Potter andasse bene non c’erano dubbi. Ma era difficile prevedere un così clamoroso trionfo. Il primo “Harry Potter” uscì nel 2001 (317 milioni di dollari in USA, 657 nel mondo), al quale sono seguiti altri sei film, nel 2002 (261 e 616), nel 2004 (249 e 546), nel 2005 (290 e 605), nel 2007 (292 e 646), nel 2009 (301 e 632) nel 2010 (295 e 660). In dieci anni i risultati non sono cambiati: il 30% negli Stati Uniti il 70% nel mondo intero (dati confermati anche dall’ottavo episodio). Se a ciò aggiungiamo i risultati economici ottenuti dalla vendita dei DVD, dai passaggi televisivi, dai videogiochi e dai diritti di sfruttamento abbinati ad altri oggetti commerciali, e se ci mettiamo anche il business dei romanzi (stiamo parlando di milioni e milioni di copie, ovunque vendute), arriviamo all’ammontare complessivo di una finanziaria italiana, o al bilancio annuale di un piccolo paese industriale.

Nell’ultimo decennio “Harry Potter” ha dominato in largo e in lungo. Un fatto viene sempre dimenticato: il successo delle storie del “maghetto” non è una tipica operazione hollywoodiana, costruita in fabbrica, tagliata su misura per le esigenze dell’industria culturale globalizzata. A scrivere il libro più veduto in un solo giorno (15 milioni di copie) dall’invenzione della stampa, è stata una giovane donna inglese, separata con una bambina e priva di un lavoro redditizio. Dopo vari rifiuti a causa della lunghezza, il romanzo fu accettato nel 1997 da una casa editrice non solidissima, la Bloomsbury. Il successo fu imprevisto e clamoroso tanto da spingere la Warner Bros che quella storia così inglese, dall’ambientazione all’abbigliamento dei ragazzi, sarebbe diventata un fenomeno planetario. L’ideatrice dice di voler smettere. Joanne “Jo” Rowling (la ragazza madre diventata la donna più ricca d’Inghilterra, più di Elisabetta II), ha fatto soldi a palate con la vendita dei romanzi (sette) e con le trasposizioni cinematografiche (otto). Dietro a lei, e grazie al parto della sua fervida inventiva, il mondo di Harry Potter, girano tanti, troppi interessi economici. Difficile che un tratto di penna venga tirato su questa multinazionale del divertimento e dei quattrini. Molti commentatori, anche per l’ottavo film, hanno rilevato debolezze tecniche, azzardato introspezioni relative alla solitudine del personaggio, ed altro ancora, compresa la cristianità della storia e del protagonista, esistenti solo nella fantasia di chi scrive. Provano cioè a fare quello che i critici cinematografici dovrebbero fare. Ma è tempo perso. Spazio sprecato. Basta andare al cinema, insieme alla frotta di ragazzi e ai non pochi adulti, e ascoltare, compulsare gli umori della platea. Harry Potter è stato (ed è) un fenomeno certamente generazionale. Sono stati i giovanissimi a decretarne il successo, prima sulla pagina e poi, soprattutto, sullo schermo. Chi non appartiene a questa categoria che fa? Si traveste, e comincia ad eccitarsi fintamente come un adolescente? Oppure si corazza, e respinge sdegnato la pietanza: cibo scadente per appassionati del fast-food. Una via alternativa esiste. Dimenticarsi il romanzo, la saga, le vendite, gli incassi, i gadget. Dimenticarsi chi è Harry Potter. E provare a vedere il film come se si fosse entrati per caso, senza sapere nulla (o davvero poco) di quanto accadrà sullo schermo. Allora si scopre il vero segreto del film. Vedendo la seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” lo spettacolo è davvero imponente. Gli effetti speciali stavolta debordano, e servono per rendere ancora più drammatico lo scontro tra Harry Potter e il nemico di sempre Voldemort. La favole, un tempo affidate al fascino dell’oralità, trasferitosi successivamente nei caratteri tipografici dei libri, oggi si raccontano con le immagini.

 

Autore: Claudio siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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X-MEN: L'INIZIO (C. Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/12/2011 - 08:18
 
Titolo Originale: X-Men First Class
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Matthew Vaughn
Sceneggiatura: Jane Goldman, Jamie Moss, Jack Stentz e Ashley Miller dai personaggi della serie creata da Stan Lee
Produzione: Bad Hat Harry Productions/ Donners' Company/ Twentieth Century Fox Film Corporation
Durata: 131
Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Kevin Bacon, January Jones

Se la serie di “X-Men” ha avuto un così ampio e stratificato successo vi sono anche altre ragioni. Un tempo gli eroi a Hollywood alla fine erano felici, gratificati del loro lavoro. La differenza tra gli eroi di ieri e quelli di oggi di “X-Men”, sta nella malinconia di quest’ultimi. Sono supereroi d’acciaio, indistruttibili, ma tutto sommato preferirebbero somigliare agli uomini e vivere con le loro debolezze.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un pugno di eroi dotati di superpoteri sono al servizio di una buona causa: bloccare la distruzione del pianeta che potrebbe venir causata da uno scontro atomico…
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il successo della serie di “X-Men” sta nella peculiarità di questo tipo di particolare di eroi: sono supereroi d’acciaio, indistruttibili, ma tutto sommato preferirebbero somigliare agli uomini e vivere con le loro debolezze.
Testo Breve:

X-Men – Il film nelle recensioni di Claudio Siniscalchi e Luisa Cotta Ramosino è un riuscitissimo prequel del franchise Marvel dedicato ai Mutanti. La pellicola è estremamente godibile nonostante la sua lunghezza ed ha come nocciolo tematico la riflessione sull’identità dei Mutanti e il senso di responsabilità nei confronti dei “semplici” umani  

“X-Men – L’inizio” diretto Matthew Vaughn, quinto episodio della fortunata serie cinematografica, dimostra come il fumetto rappresenta una vena pressoché inesauribile per il cinema contemporaneo americano. Quando finirà questa serie? Quando la barra degli incassi penderà verso il basso. Se ciò non accadrà, più o meno ogni ventiquattro mesi verrà sfornata una nuova puntata, focalizzata sul prima, sul durante e sul dopo la vita del gruppo di mutanti con poteri straordinari, in perenne lotta per far trionfare il bene sul male. In “X-Men le origini: Wolverine” veniva spiegato come all’eroe spuntarono gli artigli. Adesso in “X-Men - L’inizio” Wolverine (interpretato dall’attore Hug Jackman) appare pochi secondi. Sta bevendo al bar e rifiuta di unirsi alla compagnia. Lo rivedremo in futuro. Stavolta apprendiamo come il Professor X e Magneto, in gioventù erano Xavier e Erik. Amici inseparabili, hanno prestato servizio per la CIA, nella missione di reclutamento e costituzione di una compagnia di mutanti. Xavier incarna la faccia dell’integrazione umana del mutante; Erik la diffidenza, poiché convinto che gli uomini li considereranno una risorsa in caso di necessità, e poi un pericolo. La quasi totalità dell’intreccio narrativo serve per inseguire il cattivo Sebastian Shaw (Kevin Bacon), prima ripreso in apertura in un campo di concentramento nazista intento a torturare prigionieri ebrei. La scena poi, con un bel salto di tempo, si sposta in Unione Sovietica. Sebastian adesso è impegnato a scatenare la terza guerra mondiale nel corso della crisi missilistica di Cuba. Quindi l’ambientazione visiva del film è tipica dell’età di Kennedy, gli anni Sessanta del secolo passato. Maniera astuta per attenuare lo scenario fantascientifico e aumentarlo di veridicità. Abbiamo così un film realistico di eroi al servizio di una buona causa (bloccare la distruzione del pianeta causata dalla scontro atomico, un fatto storico realmente accaduto, poiché la decisone di installare missili sovietici a Cuba e americani in Turchia, si arrestò ad un passo dalla catastrofe). Ma dietro la storia c’è la fantasia. Ecco allora che i destini dell’umanità sono retti dai mutanti, i soli in grado di dare un senso benefico agli eventi. Ormai il cinema hollywoodiano realizza film con uso infinito di effetti speciali (film predisposti per un pubblico globalizzato, pronto a recepirli innanzitutto sul grande schermo e, successivamente, nelle svariate modalità della fruizione), semplici e schematici, che almeno da un trentennio abbondante dominano l’immaginario collettivo. La storia dell’umanità è immancabilmente alla fine. Stanno per schiudersi le porte dell’apocalisse. L’Armageddon è prossima. Chi ci salverà? I mutanti, gli X-Men. La condizione di solitudine e disprezzo nel mutante era stata esplorata attraverso un sentiero complesso in “Blade Runner” (1982) di Ridley Scott. Gli eroi tragici di quel film crepuscolare e geniale, oscuro e notturno, piovoso e maestoso, per continuare a vivere sullo schermo avevano bisogno di una semplificazione. I mutanti di “X-Men” sono appunto questo. Il laboratorio creativo della Marvel, marchio di culto per l’universo giovanile e perno dell’industria culturale, tra fumetto, giocattoli, videogiochi e cinema, è riuscito nel miracolo della semplificazione. Il primo film della serie “X-Men” venne diretto da uno dei più creativi talenti affermatisi nell’ultimo ventennio a Hollywood, il newyorkese Bryan Singer (classe 1965, autore de “I soliti sospetti”, “Superman Returns”, “Operazione Valchiria”, che in “X-Men - L’inizio” ritroviamo in veste di produttore), e si rivelò inaspettatamente un capolavoro di un nuovo genere ibrido, mescolanza di fantascienza e strisce di carta disegnate. Gli appuntamenti successivi, per cause di forza maggiore, hanno perso un po’ di smalto. Gli spettatori ideali della serie “X-Men” sono rappresentati, nella stragrande maggioranza, dalle giovani generazioni: adolescenti e  ventenni. La “X-Men mania” è un misto di sogno, tecnologia, malinconia, videogiochi, eroismi, incertezza del presente e paura del futuro, trionfo della positività senza definitiva cancellazione della negatività. A molti interpreti questi film di successo appaiono come il logico risultato della decadenza, della perdita di ogni contatto con la realtà, della regressione della condizione umana adulta a quella infantile, del culto della violenza e del combattimento, della crisi di creatività artistica rimpiazzata dal ricorso a universi simbolici erroneamente ritenuti. Certo questa innegabile superficie la si ritrova anche in “X-Men - L’inizio”. Ma è solo la superficie di una galassia culturale molto più complessa. Se la serie di “X-Men” ha avuto un così ampio e stratificato successo vi sono anche altre ragioni. Un tempo gli eroi a Hollywood alla fine erano felici, gratificati del loro lavoro. La differenza tra gli eroi di ieri e quelli di oggi di “X-Men”, sta nella malinconia di quest’ultimi. Sono supereroi d’acciaio, indistruttibili, ma tutto sommato preferirebbero somigliare agli uomini e vivere con le loro debolezze. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY PRIMAFILA
Data Trasmissione: Sabato, 19. Novembre 2011 - 7:00


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