Fantasy

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SHADOWSHUNTERS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/09/2020 - 18:34
Titolo Originale: Shadowshunters
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ed Decter, Todd Slavkin, Darren Swimmer
Produzione: Constantin Film
Durata: Stagioni 3 episodi 55 su Netflix
Interpreti: Katherine McNamara, Dominic Sherwood, Alberto Rosende, Emeraude Toubia

Il mondo è diviso in tre grandi gruppi di esseri: i mondani, ovvero gli esseri umani normali; gli shadowhunters, ovvero umani nelle cui vene scorre anche del sangue angelico e infine il mondo nascosto, ovvero vampiri, lupi mannari, stregoni e numerose altre specie di esseri umani con sangue demoniaco. Clary, mentre festeggia il suo diciottesimo compleanno con il suo migliore amico Simon, scopre per caso di essere una Shadowhunters, mentre assiste ad un omicidio che solo lei può vedere. Da lì stringe un rapporto di amicizia con Jace, Alec, Isabelle, Shadowhunters come lei e lo stregone Magnus, e si pone alla ricerca delle proprie origini ma scopre anche l'amore e l'amicizia mentre affronta i demoni che minacciano di causare catastrofi di portata mondiale 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Creature di diversa natura si fronteggiano e il bene finisce per trionfare ma in questo young drama non c’è un amore che costruisce ma è piuttosto il frutto di attrazione e di prime simpatie
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza, per altre che possono indurre spavento e c’è una certa disinvoltura sessuale, con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Il prodotto finale può dirsi gradevole: le ambientazioni dark sono adattissime, le riprese in esterni molto suggestive e funzionali alla storia, i numerosi effetti speciali risultano non eccezionali ma accettabili.
Testo Breve:

Il mondo è popolato di uomini e donne con il sangue come il nostro ma anche di altri con natura semi-angelica e non mancano vampiri e lupi mannari. In questo fantasy popolato da varie razze vengono affrontate le tematiche tipiche di un teen drama.

Dopo il grande successo della saga letteraria e cinematografica di Twilight, dopo i diversi serial TV come Grimm o Supernatural, vede la luce un'altra serie fantasy con demoni, lupi mannari, vampiri, maghi e cacciatori di creature. Shadowhunters, adattamento televisivo della saga letteraria The Mortal Instruments di Cassandra Clare, si presenta come una serie ben confezionata.

La trama riesce ad essere avvincente, in grado di reggere le 55 puntate che compongono le 3 stagioni, con una discreta caratterizzazione dei personaggi e con un buon carico di avventura e di suspense.

I giovani protagonisti si trovano ad affrontare le domande tipiche della loro età, con la complicazione dell'avere il sangue mescolato ad angeli o a demoni. La ricerca della propria identità, la scoperta delle proprie origini, il rapporto non facile con i genitori, i complessi intrecci amorosi, l'assunzione di sempre maggiore responsabilità, amicizie che devono fare i conti con scomode verità, ... argomenti tipici dei teen drama. Problematiche importanti come l’accettazione della diversità (la lotta a tutto campo tra le varie creature del mondo nascosto, fino al desiderio del “genocidio” delle altre specie) trovano spazio in un ambiente fantasy.

Il prodotto finale può dirsi gradevole: le ambientazioni dark sono adattissime, le riprese in esterni molto suggestive e funzionali alla storia, i numerosi effetti speciali risultano non eccezionali ma accettabili.

Ritornano anche alcuni argomenti topici del genere: la regina degli inferi dal nome Lilith, Caino, il marchio di Caino (nella Bibbia, al capitolo 4 del libro della Genesi, si racconta come Caino, dopo aver ucciso suo fratello Abele, abbia ricevuto da Dio un segno perché nessuno lo uccidesse: poiché il racconto biblico non specifica cosa sia questo segno, alcuni autori hanno dato libero sfogo alla fantasia sia nella modalità di rappresentazione del marchio sia nei suoi effetti), il viaggio agli inferi per recuperare un amico dalla prigionia dei demoni, cose che ritroviamo anche in altri serial di genere simile (Supernatural o Lucifer, solo per citarne alcuni).

L’aspetto forse più problematico è quello della gestione degli affetti. Se le controversie con i genitori si risolvono quasi sempre in modo positivo, per quel che riguarda i rapporti di coppia la cosa è più complessa. La serie, pur avendo il pregio di non mostrare esplicitamente nudità, non per questo lascia alla fantasia dello spettatore il tipo di rapporto vissuto tra i personaggi.

Rispecchiando perfettamente la cultura dominante, la liceità dei rapporti ha il suo unico fondamento nell’attrazione che si prova: ecco che, com’è ormai consuetudine, trovano il loro spazio i rapporti occasionali dettati dal trasporto del momento, divorzi e tradimenti di vario tipo nelle coppie degli adulti. E’ presente anche una coppia di omosessuali, con il classico problema del coming out per paura dei pregiudizi di familiari e amici, incluse dichiarazioni d’amore, baci, matrimonio, etc…. Non manca neanche un accenno all’incesto tra fratelli (subito evitato), al poliamore, al rapporto interspecie (tra lupi mannari e vampiri, per esempio). Si può dire che il ventaglio delle possibilità contemplate è davvero molto ampio.

Complessivamente, un serial che non annoia, con colpi di scena che aiutano a tenere il pubblico incollato allo schermo.

Il rapporto tra bene e male, come nella realtà, non è presentato in maniera banale o superficiale. L'esito positivo di tutte le stagioni viene raggiunto superando la capacità di seduzione dei cattivi, molti errori, sensi di colpa e compromessi. Se il confine tra bene e male è delineato in maniera chiara, non si può dare per scontato che i buoni agiscano sempre bene e i malvagi sempre male. Il sangue demoniaco di vampiri o lupi mannari non li rende necessariamente cattivi, così come il sangue angelico degli shadowhunters non fa di loro sei personaggi buoni. Non troviamo una predestinazione al bene al male o una concezione di equilibrio o equivalenza tra le due forze contrarie.

Tra gli altri, emerge anche il tema del perdono per il male subito (così come quello per il male compiuto): non una trattazione approfondita, ma comunque capace di mostrare quanto sia difficile pervenire alla serenità della riconciliazione con gli atri e con se stesso.

Il serial è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STAR WARS-L'ASCESA DI SKYWALKER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/22/2019 - 17:52
 
Titolo Originale: Star Wars: The Rise of Skywalker
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: J.J. Abrams e Chris Terrio
Produzione: Lucasfilm, Bad Robot Productions
Durata: 141
Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Carrie Fisher, Kelly Marie Tran, Keri Russell, Domhnall Gleeson, Joonas Suotamo, Anthony Daniels, Mark Hamill, Billy Dee Williams, Ian McDiarmid.

Sono passati alcuni anni dalla morte di Luke Skywalker. Le speranze per salvare la galassia dall’ombra fagocitante del male sono riposte nelle qualità della giovane Rey che – sotto la guida paziente ed esperta della ex principessa (e ora generale) Leia Organa – sta completando l’addestramento per diventare una jedi. Sul fronte opposto, intanto, il tormentato Kylo Ren, diventato finalmente “leader supremo” del contingente dei cattivi, segue la traccia di un misterioso messaggio proveniente dai confini estremi dell’universo: su un pianeta sperduto – raggiungibile solo da chi possiede un raro “puntatore” (un oggetto a metà tra una bussola e un amuleto) – un oscuro signore delle tenebre sta pianificando una “soluzione finale” atta non solo a sbaragliare una volta per tutte le forze della resistenza ma anche ad annientare qualsiasi altra forma di vita refrattaria a essere assoggettata. Una brutta gatta da pelare per l’alleanza ribelle ma anche per Kylo Ren. Tra le richieste del suo committente, infatti, c’è innanzitutto quella di eliminare Rey in quanto ultima erede dei cavalieri jedi. Peccato che il ragazzo abbia sulla fanciulla tutt’altro tipo di mire.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. L’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere ma potenzialmente impressionanti per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Le scenografie ed gli effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma l’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, di personaggi e sotto-trame sembra che servano a coprire il vuoto di idee davvero originali
Testo Breve:

Questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere. Gli adepti del villain di turno costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata; i buoni, invece, sono una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro

Un dato in particolare balza all’occhio ora che la saga di Star Wars ha concluso quello che i fan conoscono come il suo “canone principale”: che nella realizzazione di questa terza e (per ora) ultima trilogia è mancata una progettualità cinematografica e una visione d’insieme. Tutto si può dire di George Lucas (ideatore dei personaggi e responsabile dei primi sei episodi) tranne che non avesse una idea precisa di cinema e non che fosse capace di svilupparla con coerenza. Perfino i deludenti “prequel” (gli episodi I, II e III prodotti tra il 1999 e il 2005) partecipavano di questa visione ed erano parte integrante di una estesa mitologia frutto di un progetto dalla chiara intenzionalità. Non si dimentichi soprattutto che, nonostante i fantastiliardi guadagnati con i film e soprattutto con il merchandising, Lucas è sempre stato un film-maker indipendente. Se c’è sempre stato bisogno di una major per la distribuzione (per i primi sei film le fanfare della 20th Century Fox hanno anticipato la fanfara del celeberrimo tema composto da John Williams), da un punto di vista produttivo Lucas ha sempre fatto tutto in casa, obbedendo solo al proprio estro creativo. Non è un caso che, numericamente, sia stato un cineasta assai poco prolifico: solo sei film da regista, meno anche di mostri sacri come Stanley Kubrick o Terrence Malick, famosi per la loro parsimonia. Con la cessione di tutta la proprietà intellettuale della Lucasfilm al colosso Disney, da essere un affare privato (sia pur, dicevamo, miliardario), Star Wars è diventato il prezioso tassello di un’operazione commerciale dove alla visione di un Autore (e nessuno è stato più Autore di Lucas negli ultimi cinquant’anni, forse solo Steven Spielberg e John Lasseter) si è sostituita una strategia aziendale. Al mitografo si sono sostituiti coloro che erano cresciuti con il mito. Al papà che racconta una storia, i bambini che la mimano giocando con i pupazzetti. Tolta dalle mani del suo creatore, la saga di Star Wars ormai pare solo omaggiare se stessa. Ovvero, per dirla con il titolo di un citatissimo saggio di Franco La Polla della fine degli anni Settanta (saggio prematuro ma anche premonitore), “quando hai visto un’astronave di plastica, le hai viste tutte”.

Che Star Wars sia assurto ormai a mito vero e proprio (sì, proprio come Giasone e Bellerofonte, Orlando e Lancillotto) si è visto dalla traiettoria ondivaga compiuta da questa terza trilogia e dal rapporto che ciascuno dei tre episodi ha instaurato con l’immane narrazione previa: Rian Jonhson, regista e sceneggiatore dell’episodio precedente, aveva avuto carta bianca nel portare avanti la storia a suo piacimento e aveva quindi approcciato la cospicua eredità a sua disposizione con piglio da rivoluzionario. Il risultato aveva spaccato a metà la comunità dei fan. Ad alcuni era piaciuto il cambio di fisionomia e l’avventura in terreni inesplorati. Ad altri – forse la maggioranza – tutta l’operazione era parsa una sorta di tradimento; al limite della lesa maestà. Ecco allora tornare al tavolo degli sceneggiatori e dietro la macchina da presa il riverente J.J. Abrams, di grande personalità e talento ma anche incline al rispetto dei paradigmi (se in televisione è stato da tutti i punti di vista un innovatore, il suo palmarès cinematografico è composto invece unicamente da sequel, reboot e omaggi, da Mission:Impossible a Star Trek, passando per Super 8). Il compito di Abrams è stato quello di rimettere la saga sui suoi saldi binari, non tanto perché questo film dovesse essere il suo atto finale ma soprattutto perché servisse a rilanciare il “brand” di Star Wars in vista del progetto che ne sta già espandendo l’universo narrativo su più media e più piattaforme (già si è iniziato con la serie tv The Mandalorian andata su Disney+). Dopo la rivoluzione, la restaurazione. Dopo la riforma, la controriforma. Dopo la dissacrazione, la riconsacrazione.

L’ascesa di Skywalker, venendo al film in questione, brutto non è. Funziona quanto basta e appaga le curiosità svelando tutti i misteri che erano rimasti irrisolti al termine delle puntate precedenti. Naturalmente scenografie ed effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma per meno di questo da una produzione multimiliardaria non varrebbe la pena neanche spendere i soldi del biglietto. L’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, personaggi e sotto-trame aveva già fatto la fortuna della saga ma stavolta sembra che l’accumulo e la velocità servano a coprire il vuoto di idee davvero originali. E la linearità dei primi episodi – con i suoi momenti di lentezza e approfondimento – restava molto più impressa nella mente e nel cuore. Ad Abrams e ai suoi co-sceneggiatori non resta quindi che moltiplicare gli avvenimenti, i colpi di scena, le resurrezioni improbabili e, naturalmente, i duelli, le astronavi e i satelliti-killer. E i personaggi? Per fortuna, nel rinsaldare il racconto agli archetipi mitici più tradizionali, si abbandonano certe ambiguità che riscontravamo nell’episodio precedente. Qui il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. Tutta la saga di Star Wars, in fin dei conti, ha lavorato sul tema delle scelte e del libero arbitrio e sulla speranza inestinguibile nelle possibilità dell’essere umano di scegliere in ultimo il bene. Peccato solo che l’evoluzione dei protagonisti sia proprio in questo episodio molto più da intuire che da riscontrare. E le emozioni molto più “dette” che mostrate.

Inutile dire che l’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age tutta hollywoodiana. Siamo pronti però a mettere una mano sul fuoco sulla totale assenza di malizia da parte di George Lucas nell’usare tali fonti quando ha ideato il racconto. Stiamo sempre parlando di un ragazzone californiano appassionato di macchine da corsa e con la biblioteca ben fornita che è riuscito a diventare, e a restare per tutta la vita, un regista indipendente. Con lo stesso candore, nella scena finale del primo Guerre stellari (1977) poteva permettersi di citare Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl (celebre e riuscitissimo film di propaganda nazista) senza nessun sottinteso a parte la bellezza dell’inquadratura. Nel passaggio della saga dalle mani di Lucas a quelle della Disney non abbiamo dormito gli stessi sonni tranquilli ma quest’ultimo film si conferma per fortuna un esempio di “cinema classico”, destinato a piacere a tutti e senza alcuna controindicazione dal punto di vista valoriale. Interessante, anzi, il discorso che la sceneggiatura riesce a esporre sul tema del “potere”. Se la trilogia dei prequel (gli episodi I, II e III) aveva mostrato come le dittature siano il risultato delle “fabbriche del consenso”, questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere, sulla sua forza annichilente, e sugli antidoti possibili nel consociarsi libero degli individui che perseguono un giusto ideale. Al villain del film non basta imperare sulla galassia: la sua brama è distruttiva proprio come quella del “serpente antico”. I suoi adepti non hanno volto né personalità, costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata. I buoni, invece, non sono una “massa” ma una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro. L’unica scena veramente originale del film è un insperato “arrivano i nostri” (che ricorda un po’ quello di Dunkirk di Christopher Nolan), che costituisce tra l’altro l’unico legame con il capitolo precedente: Gli ultimi jedi, infatti, terminava con un ragazzino schiavo – vessato da un burbero alieno – che sognava un riscatto guardando speranzoso il cielo. Il manico della ramazza che aveva in mano, stagliandosi contro la luce della luna, pareva assumere la forma di una spada laser. Come a dire che ciascuno – anche senza doni speciali – può diventare un jedi (o, se preferite, un cavaliere di Re Artù). Ognuno di noi, cioè, nel suo piccolo, con le sue scelte, può essere un antidoto contro il potere e la piccola parte di ciascuno può diventare, unita a quella di tutti gli altri, un grande dono per tutti.

Il film è quello che è ma dopo nove film e quarant’anni, è una preziosità da portarsi a casa. La Forza è ancora con noi.  

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MALEFICENT SIGNORA DEL MALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 08:35
Titolo Originale: Maleficent: Mistress of Evil
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Joachim Rønning
Sceneggiatura: Linda Woolverton, Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Produzione: Walt Disney Pictures, Roth Films
Durata: 118
Interpreti: Angelina Jolie, Elle Fanning, Michelle Pfeiffer, Sam Riley, Harris Dickinson

Sono ormai passati sei anni da quando Aurora (quindi ora ha 22 anni) si era risvegliata dal suo sonno malefico ed era stata nominata regina della brughiera quando scopriamo subito una grossa novità: Filippo chiede di sposarla e lei accetta. L’iniziativa è stata caldeggiata dal padre di Filippo, re Giovanni (solo diplomaticamente accettata anche da sua madre, la regina Ingrid), perché vede questo matrimonio come l’occasione per riconciliare finalmente i due regni. Malefica non accetta di buon grado questa notizia perché non si fida degli uomini ma poi, per amore di Aurora, accetta l’invito a pranzo al castello fatto dai prossimi consuoceri. Sono ancora vive le ferite del recente passato e nasce subito un forte contrasto fra la regina e Malefica che infuriata, decide di andarsene. Nella confusione che si viene a creare, il re Giovanni cade a terra, colpito da un maleficio. La maggiore imputata è inevitabilmente Malefica e Aurora decide di restare a palazzo, rompendo così il forte legame che si era instaurato con la matrigna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Su due popoli diversi per natura e sui quali pesa la memoria di troppi contrasti passati, c’è chi si batte, a dispetto di tutto, per una pacifica convivenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena crudele e le violente battaglie (in USA: PG)
Giudizio Artistico 
 
Di ottima qualità, come sempre, la Computer Grafica ma il contesto che ha dato origine alla famosa favola è stato trasfigurato per un’altra storia, molto più simile a Il Trono di spade
Testo Breve:

Finalmente Filippo si decide a chiedere la mano di Aurora, che accetta. Ma Malefica non si fida degli uomini e ha ragione. Il contesto della favola originale si è ormai trasformato in un grandioso campo di battaglia

In questo sequel, rispetto al primo Maleficent, ci sono delle conferme e delle novità.

La conferma è che gli uomini continuano a contare meno di zero. Già nel film capostipite, al principe Filippo era stata concessa una breve apparizione e con la sua aria da cascamorto non era stato neanche capace di  risvegliare Aurora con il suo bacio; ora nel nuovo film si limita a ripetere ossessivamente  che ama Aurora come se stesso ma poco di più (gli è andata ancora bene, perché in Frozen il principe azzurro era addirittura il cattivo di turno). In questa Maleficent 2 l’avversario non è più il re (che viene fatto subito addormentare per toglierlo di scena) ma la regina Ingrid (Michelle Pfeiffer), seguace della più rigida ragion di stato.

La novità è che la storia ha ben poco ormai a che fare con la favola originale: il contesto viene mantenuto (la brughiera animata da esseri fatati, il castello, sede degli umani) ma viene impiegato solo come sfondo per sviluppare una viscerale, irriducibile rivalità fra gli uomini e le creature fatate. L’interesse si sposta nello scoprire se alla fine vinceranno i fautori della pace fra i popoli e quelli che propugnano una guerra finale che elimini l’avversario. E’ molto probabile che la genesi di una tale scelta vada imputata all’influenza del successo di Il trono di spade. Un terzo del film, la parte finale, è una grandiosa battaglia intorno al castello, fra gli uomini e delle creature alate e quando vediamo una sorta di drago gigantesco che con un colpo d’ala abbatte una torre, sembra proprio di esser tornati alla sequenza finale del famoso serial TV. Anche quando vediamo la principessa Aurora che avanza sicura avendo alle spalle un gigantesco dragone, ci domandiamo se abbiamo cambiato canale.

Il precedente Maleficent aveva già abbandonato l’idea di una favola per i più piccoli come lo era stato l’originale cartone del 1959, costruendo una storia piena di livori e spirito di vendetta; ora in questa seconda puntata la dose viene rincarata (e si guadagna un PG -Parent Guided- in U.S.A.): ci sono più combattimenti, più morti ma soprattutto c’è una deliziosa piccola fata dei boschi che viene uccisa solo per sperimentare un nuovo veleno: una scena assolutamente insostenibile per i più piccoli.

Il personaggio di Malefica resta quello più riuscito, non solo per il suo look (corna, ali, zigomi sporgenti) ma per quel suo carattere ambiguo, sicuramente con una vocazione alla maternità, ma quando le vengono i cinque minuti….Questa volta  però non è più lei la protagonista, molti attori si muovono intorno a questa guerra interrazziale e la sua recitazione non è più smagliante come nel primo film. Anche il personaggio della regina Ingrid impersonato da Michelle Pfeiffer è poco interessante: molto semplicemente è una cattiva che più cattiva non si può.

In conclusione, è vero che questo sequel voleva ribadire il principio del womam power (fanno tutto le donne) ma in realtà tutto sembra impoverito per far risaltare la grandiosa battaglia finale. Ma è troppo poco

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MEN IN BLACK: INTERNATIONAL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 14:54
 
Titolo Originale: Men in Black: International
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: F. Gary Gray
Sceneggiatura: Art Marcum, Matt Holloway
Produzione: Sony Pictures Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Chris Hemsworth, Emma Thompson, Liam Neeson, Rebecca Ferguson

Nell’epoca in cui regnano prequel, sequel e spin off era atteso ormai da tempo un nuovo Men in black che ci fa sentire un po' nostalgia dei capitoli precedenti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amicizia, il coraggio e l’onestà sono gli elementi da salvare seppur in un contesto un po’ banale
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena di un omicidio, anche se non eccessivamente violento, non rende il film visibile ai bambini.
Giudizio Artistico 
 
Se gli effetti speciali rendono comunque piacevole la visione, dal punto di vista registico non c’è nessuna scena particolarmente spettacolare o che metta in risalto le ottime doti attoriale di due bravi professionisti come Chris Hemsworth e Tessa Thompson.
Testo Breve:

Ritornano gli agenti in abito nero che combattono strani alieni ma al posto di Will Smith e Tommy Lee Jones abbiamo gli ugualmente bravi Chris Hemsworth e Tessa Thompson. La regia non riesca a mescolare nel modo giusto azione e comicità

Men in Black: International è lo spin off della trilogia fine anni Novanta, inizio anni duemila che vide come protagonista Will Smith. La saga precedente si contraddistinse per una serie di elementi originali: gli alieni più buffi che spaventosi, il modo in cui venivano raccontati gli aneddoti, il duo vincente (MIB alle prime armi spiritoso e combina guai affiancato dal più serio ed anziano). 

Purtroppo MIB International non regge il confronto. 

La protagonista Molly si presenta come una giovane donna fuori dagli schemi, carismatica ed intelligente ma anche nerd e un pó maschiaccio cresciuta con la “fissa” per gli alieni  perché  da piccola ha incontrato una creatura bizzarra che ha aiutato a fuggire salvandole la vita. Mentre i suoi genitori, sconvolti dall’evento,  venivano sparafleshati da due uomini vestiti di nero dimenticando ogni cosa, lei nascondendosi dai due agenti, conserva ogni ricordo, cresce determinata nel suo sogno di trovare la base segreta dei MIB a New York. Quando finalmente ci riesce per le sue abilità informatiche, viene inviata immediatamente a Londra, casualmente a collaborare con l’agente H, il più sexy e in gamba di tutti anche se, conoscendolo meglio si renderà conto che qualcosa non quadra. Nell’affrontare insieme una nuova minaccia, conoscere persone, alieni e realtà diverse nascerà un’amicizia  che profuma d’amore. 

Se gli effetti speciali rendono comunque piacevole la visione (le armi in dotazione agli agenti sono più numerose e tecnologiche di uno 007) dal punto di vista registico non c’è nessuna scena particolarmente spettacolare o che metta in risalto le ottime doti attoriale di due bravi professionisti come Chris Hemsworth e Tessa Thompson. 

Di internazionale resta solo il viaggio intrapreso dai due protagonisti in diverse città del mondo tra cui una Napoli solo di nome e non di fatto visto che la scena si svolge su un’ isola. 

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SPIDER MAN: FAR FROM HOME

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/10/2019 - 14:40
 
Titolo Originale: Spider Man: Far From Home
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jon Watts
Sceneggiatura: Chris McKenna e Erik Sommers
Produzione: SONY PICTURES RELEASING, COLUMBIA PICTURES CORPORATION, MARVEL STUDIOS, WALT DISNEY PICTURE
Durata: 129
Interpreti: Tom Holland, Samuel L. Jackson, Jake Gyllenhaal, Marisa Tomei, Jon Favreau, Zendaya, Cobie Smulders

Peter Parker, reduce come il resto del mondo della grande battaglia degli Avengers contro Thanos, cerca di ritrovare una vita normale mentre piange la perdita del suo mentore Tony Stark. Nick Fury vorrebbe reclutarlo subito per una nuova missione, ma Peter preferisce partire per una gita scolastica in Europa, dove spera finalmente di farsi avanti con la sua compagnia bella e geniale MJ. Ma i supereroi non vanno mai davvero in vacanza e di fronte a una nuova emergenza Peter si troverà affiancato anche da un nuovo eroe, Mysterio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia di ragazzi che vorrebbero restare tali ma la strada giusta è quella di mettersi alla prova, magari sbagliando, perché anche gli adulti, sono in realtà, capaci di errori e incoerenze a volte pure peggiori.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film può contare su spettacolari animazioni 3D di ultima generazione e ha successo nel mantenere il giusto equilibrio fra un racconto adolescenziale e l’innesco della storia nel Marvel Cinematic Universe
Testo Breve:

Spiderman, dopo l’epica battaglia degli Avengers, vorrebbe andarsene in vacanza e dichiarare finalmente il suo amore a Mj. Ma ancora una volta c’è il mondo da salvare. Un film divertente adatto a pre-adolescenti

La nuova avventura di Spiderman arriva a qualche mese da quello che per molti è stato il vertice non solo della cosiddetta Fase 3 dell’Universo Marvel, ma di un decennio abbondante in cui i cinecomic si sono affermati come il genere di riferimento, in termini di incassi, ma anche di immaginario del cinema mondiale.

Spiderman Far from Home intelligentemente non schiva questa pesante eredità, ma la sfrutta per creare un racconto che mescola con successo commedia adolescenziale e dramma e riesce anche a dire qualcosa di interessante sul mondo di oggi, ossessionato dai supereroi e così affamato di verità da accettarne anche di false, purché presentate in un modo narrativamente accattivante.

Il giovane Peter Parker è un solitario sopravvissuto ad una lotta che ha messo in campo tanti eroi adulti e li ha visti dare un addio al campo di battaglia, chi per nuove avventure nello spazio, chi per riconquistare un amore del passato, chi compiendo un sacrificio doloroso ma necessario, come Tony Stark (tecnicamente questo sarebbe uno spoiler, ma inevitabile per comprendere la pellicola).

Nella tradizione fumettistica, infatti, Spiderman/Peter Parker è stato definito dal rapporto con lo zio Ben, la cui morte, involontariamente causata dalla mancata azione del nipote, costituisce il punto di origine della sua missione (“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”). Anche se lo zio Ben non scompare dalla “mitologia” (è sua la valigia vecchiotta con cui Peter parte in vacanza) il suo ruolo qui è assunto da Tony Stark, con la cui pesante eredità, morale e concreta (Peter riceve un paio di occhiali speciali che gli danno la possibilità di controllare tutti gli armamentari delle industrie Stark, anche quelli militari) il giovane si dovrà confrontare per capire davvero chi è.

Far from Home è la storia della ricerca di un mentore, di qualcuno capace di insegnare a un ragazzo a diventare uomo, qualcuno che Peter aveva trovato (anzi da cui era stato trovato) e di cui sente terribilmente la mancanza.

Ma è anche una storia di ragazzi che vorrebbero rimanere tali (e concedersi tutte le imbarazzanti sciocchezze della propria età, compreso la prima storia d’amore) e che invece sono chiamati a diventare adulti e caricarsi di responsabilità. La tentazione sarebbe quella di cedere almeno momentaneamente il “mantello” da supereroe a qualcuno di più adulto e qualificato e invece la strada giusta è quella di mettersi alla prova, magari sbagliando, perché anche gli adulti, sono in realtà, capaci di errori e incoerenze a volte pure peggiori.

È qui che Spiderman riesce, seppure nel modo leggero a cui la Marvel ci ha abituato, a dire qualcosa di interessante anche sulle contraddizioni del mondo di oggi, connesso in modo ossessivo, invaso da social network in cerca di eroi a cui dare un nome e una missione (Mysterio non fa a tempo a compiere la sua prima missione che si ritrova già con un nome e un posto pronto tra i nuovi Avengers), ma altrettanto disposto a scartarli alla prima occasione.

Un mondo difficile da navigare, dove a scegliere la strada giusta non basta la tecnologia e nemmeno il sesto senso del ragno, ma serve una bussola morale che si può trovare solo nel cuore e nella memoria (autentica) di quello che si sa essere giusto.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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X-MEN : DARK PHOENIX

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 08:01
 
Titolo Originale: X-Men : Dark Phoenix
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Simon Kinberg
Sceneggiatura: Simon Kinberg
Produzione: BAD HAT HARRY PRODUCTIONS, DONNERS' COMPANY, IN ASSOCIAZIONE CON MARVEL ENTERTAINMENT, TSG ENTERTAINMENT
Durata: 114
Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Sophie Turner, Jessica Chastain

Dopo aver involontariamente provocato la morte dei genitori in un incidente d’auto, la piccola telepate Jean Grey viene accolta nella scuola per giovani dotati del dottor Charles Xavier. Una volta cresciuta, durante una missione di salvataggio nello spazio in compagnia di altri X-Men, Jean viene investita in pieno da un brillamento solare. L’energia assorbita potenzia enormemente i suoi poteri, ma distrugge anche le barriere mentali create dal professor Xavier per proteggere Jean dai ricordi del suo passato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Interessante la problematica di cosa possiamo fare con i doni che ci vengono concessi e il sottile confine che esiste tra “fare il bene in nome del bene” e “fare il bene per la gloria e il rispetto che ne derivano”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di combattimento e violenza, nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Dark Phoenix è un prodotto godibile e accattivante, adatto a un pubblico trasversale (anche se spostato leggermente verso i giovani, per l’età dei personaggi protagonisti e per la mancanza di un antagonista davvero forte e pericoloso), ma che non soddisfa pienamente le aspettative, decisamente alte visto che si tratta dell’epilogo della saga X-Men
Testo Breve:

Jean Grey viene investita in pieno da un brillamento solare. L’energia assorbita potenzia enormemente i suoi poteri, ma distrugge anche le barriere di cui disponeva per venir protetta dai ricordi del suo passato…Ci si poteva aspettare qualcosa di meglio per il gran finale della saga X-Men

Dodicesimo film dedicato all’universo degli X-Men, Dark Phoenix chiude una saga durata quasi vent’anni (il primo film, diretto da Bryan Singer, risale infatti al 2000), la cui fine è stata decretata dall’acquisto da parte della Disney dei diritti sul franchise, finora in possesso della 20th Century Fox.  Dark Phoenix si colloca cronologicamente dopo X-Men – Apocalisse (2016) e mette in scena la squadra degli X-Men in versione “giovane”, con James McAvoy nei panni del professor Xavier, Fassbender in quelli di Magneto e Jennifer Lawrence in quelli di Raven/Mystica.

Il film ruota attorno a un personaggio trascurato dagli ultimi film della serie, ma fondamentale all’interno dell’universo Marvel. Jean Grey (la Fenice Nera) è ben interpretata da Sophie Turner (la Sansa Stark de Il trono di spade), che riesce a rendere credibile il conflitto interiore del suo personaggio, dilaniato da forze immense (desiderio, dolore e rabbia), che lo rendono, allo stesso tempo, estremamente potente ed estremamente pericoloso. Jean Grey risulta così un’eroina fatta di luci e ombre, incarnazione dell’eterna lotta tra bene e male, che convivono dentro di lei e lottano strenuamente per emergere.

Con una protagonista così importante a dominare la scena, gli altri personaggi finiscono inevitabilmente per passare in secondo piano. Da questo deriva il tono un po’ monocorde del film, che insiste molto sull’aspetto drammatico, sul senso di pericolo e sulla tensione, senza lasciare spazio al lato comico che, in misura maggiore o minore, caratterizza tutti i film tratti dall’Universo Marvel.

Sottotono anche i cattivi – i D’Bari, capeggiati da un’algida Jessica Chastain - una razza aliena priva di sentimenti che vuole impossessarsi del potere di Jean e conquistare la Terra. I D’Bari assumono l’aspetto degli umani, parlano pochissimo e combattono a mani nude. Difficilmente, quindi, verranno ricordati tra i cattivi più originali dell’universo Marvel.

Decisamente più interessanti, invece, le tematiche affrontate dal film, ovvero cosa possiamo fare con i doni che ci vengono concessi e il sottile confine che esiste tra “fare il bene in nome del bene” e “fare il bene per la gloria e il rispetto che ne derivano”. Si tratta ovviamente di questioni affrontate a un livello abbastanza superficiale (Dark Phoenix rimane un film di supereroi, in cui le scene d’azione e visivamente spettacolari hanno la precedenza), ma che contribuiscono a dare una buona ossatura alla trama e a rendere credibili i dilemmi interni ed esterni dei personaggi. 

In conclusione, Dark Phoenix è un prodotto godibile e accattivante, adatto a un pubblico trasversale (anche se spostato leggermente verso i giovani, per l’età dei personaggi protagonisti e per la mancanza di un antagonista davvero forte e pericoloso), ma che non soddisfa pienamente le aspettative, decisamente alte visto che si tratta dell’epilogo della saga X-Men (o, perlomeno, di quella targata Fox). Per un gran finale - specialmente se paragonato a un altro blockbuster appena uscito in sala e che ha chiuso un’era, ovvero Avengers Endgame - forse ci voleva qualcosa in più.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
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AVENGERS: ENDGAME

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/29/2019 - 10:26
 
Titolo Originale: Avengers: Endgame
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Produzione: KEVIN FEIGE PER MARVEL STUDIOS
Interpreti: Karen Gillan, Brie Larson, Scarlett Johansson, Robert Downey jr, Chris Hemsworth,Mark Ruffalo, Chris Evans

Dopo lo schiocco di dita di Thanos e la sparizione di metà degli esseri viventi dell’universo, gli Avengers devono fare i conti con le conseguenze del loro fallimento. L’arrivo in loro aiuto di Captain Marvel li spinge a tentare una nuova mossa contro Thanos, ma riportare le cose come erano prima sarà molto più complicato del previsto e richiederà dolorosi sacrifici…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime bene la tensione esistente tra dovere per il bene comune e la dimensione privata e sottolinea l’importanza della famiglia, sia essa quella biologica o quella che le avventure comuni hanno cementato.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Non si può non negare al film la sua natura epocale, che unisce il gusto per l’epica a un autentico amore per personaggi che nel tempo ci sono diventati familiari come vecchi amici e a cui regala un finale davvero all’altezza.
Testo Breve:

Gli Avengers devono fare i conti con le conseguenze del loro fallimento ma l’arrivo in loro aiuto di Captain Marvel li spinge a tentare una nuova mossa contro Thanos. Un film che parla coraggiosamente di  reazione al fallimento e di elaborazione del lutto e come questo cambia i vari supereroi.

Inizia con toni assai poco usuali per un cinecomic, c’è lutto e senso di impotenza, questo film che nelle ambizioni (e in grandissima parte anche nella realtà) vuole essere la summa di un decennio di Universo Marvel e più in generale di cinema (le citazioni cinefile, soprattutto ad opera di Antman, sono moltissime, la più importante, ovviamente, quella di Ritorno al futuro).

Endgame  è di fatto una sorta di film-mondo (come lo sono certi romanzi dell’Ottocento) nella sua volontà di riassumere e dare un senso anche a tanti momenti del passato cinematografico della saga e fa riconoscere anche allo spettatore meno avveduto come il fumetto sia riuscito in così poco tempo a diventare per gli spettatori giovani e vecchi del terzo millennio un genere cardine, come solo forse il western era stato per gli usa degli anni Cinquanta

Endgame, forse uno dei film più attesi della storia del cinema e più a rischio di spoiler, parla innanzitutto, e coraggiosamente, di  reazione al fallimento e di elaborazione del lutto e come questo cambia i vari supereroi.

E lo fa in maniera coerente a come li abbiamo conosciuti nei loro difetti e nelle loro virtù: Steve Rogers/Captain America non abbandona il suo ruolo di mentore, Tony Stark si riprende il privato a lungo sacrificato, Vedova Nera lotta per non perdere il gruppo, Occhio di Falco si trasforma in un giustiziere, Bruce Banner/Hulk prova finalmente a trovare un equilibrio, Thor… ecco questo è qualcosa che è bene non anticipare, ma anche qui il percorso si rivela più interessante del previsto

La scomparsa di tanti personaggi permette di concentrarsi soprattutto sul nucleo originale degli Avenger, in particolare Iron Man e Captain American, che da sempre rappresentano due poli opposti del modo di intendere il ruolo di supereroi, ma che rappresentano entrambi quella tensione tra dovere per il bene comune e dimensione privata che diventa fondamentale in questa storia dalle dimensioni cosmiche.

I temi del significato dell’eroismo e del sacrificio in nome di un bene più grande, ma soprattutto di persone a cui si vuole bene, non è nuovo per la Marvel, ma qui assume le sue dimensioni più assolute, come pure la sottolineatura dell’importanza della famiglia, sia essa quella biologica o quella che le avventure comuni hanno cementato.

Se almeno nella prima parte la pellicola favorisce le relazioni sul’azione pura e semplice, con la partenza del grande “piano”  di rivincita il ritmo si fa più movimentato, senza perdere di significato, fino al grande scontro finale, che regalerà ai fan più di un momento di autentica esaltazione.

Dopo aver tanto anticipato il ruolo di Captain Marvel, la supereroina femminista nuova di zecca non svolge poi un gran ruolo (ma sinceramente non se ne sente poi tanto la mancanza, nel tripudio di ritorni e reunion più emotivamente rilevanti), mentre al centro del gruppo dei sopravvissuti giganteggia Vedova Nera, che si fa carico di tenere unito il gruppo dopo la tragedia e a cui toccano alcuni dei momenti e delle scelte più commoventi della storia.

Se, nonostante le dimensioni eccezionali anche in termini di durata (oltre tre ore, come i grandi colossal dei bei tempi andati), qualcuno avrà da trovare difetti on Endgame (ma c’è anche chi ha criticato i sette finali di un capolavoro come Il signore degli anelli- Il ritorno del re, con cui per certi versi questo film ha qualcosa in comune), non si può non riconoscerne la natura epocale, che unisce il gusto per l’epica a un autentico amore per personaggi che nel tempo ci sono diventati familiari come vecchi amici e a cui regala un finale davvero all’altezza.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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HELLBOY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/11/2019 - 13:04
Titolo Originale: Hellboy
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Neil Marshall
Sceneggiatura: Andrew Cosby
Durata: 120
Interpreti: David Harbour, Ian McShane, Milla Jovovich, Daniel Dae Kim

Hellboy è un semi-demone, evocato nel lontano 1944 dal mago Rasputin su richiesta dei Nazisti che speravano con questa “arma” di capovolgere i destini della guerra. “Rubata” dagli Alleati, la creatura dalla forza sovrumana e dall’aspetto inquietante viene cresciuta dal professor Bruttenholm come un figlio e addestrata a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma quando la minaccia della sanguinaria strega Nimue si ripresenta, per Hellboy non sarà solo questione di forza, ma anche di capire chi è veramente…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista è in fondo un bonaccione. Con un forte istinto di protezione verso i deboli, che però convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici
Pubblico 
Maggiorenni
numerose scene di violenza anche efferata. Negli USA il film è vietato ai minori di 17 anni.
Giudizio Artistico 
 
Il film resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista,
Testo Breve:

Hellboy è un semi-demone addestrato a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma il ritmo rutilante di una sorta di giostra sanguinaria rendono il film a dir poco indigesto

In una stagione dominata dai cinecomic (solo da inizio 2019 si sono visti Aquaman, Captain Marvel e Shazam, ma è solo un assaggio visto che poi ci sarà l’ultimo atteso capitolo dei Avengers, seguito da un nuovo Spiderman) il reboot del personaggio creato da Mike Mignola nel 1993 (i precedenti cinematografici portano l’autorevole firma di Guillermo Del Toro) firmato da Neil Marshall (The Descent, Centurion) punta sulla quantità (di azione, di sangue, distruzione e mutilazioni assortite) più che sulla qualità.

Le avventure del detective del paranormale Hellboy hanno il ritmo rutilante di una giostra sanguinaria che tra prologhi, flashback e visioni, sbatacchia lo spettatore in un flipper che più che divertire dopo un po’ estenua. La colonna sonora invadente, la grafica onnipresente e gli effetti visivi fatti per sconvolgere completano un piatto a dir poco indigesto.

In mezzo a tutto ciò stona il tentativo di alleggerire il gore con l’umorismo del protagonista (sotto il prostetico c’è il bravo David Harbour, lo sceriffo della serie Netflix Strager Things), che a dispetto delle sue origini e del suo inquietante aspetto è in fondo un bonaccione. Il suo difficile rapporto con il padre adottivo, l’istinto di protezione verso i deboli, convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici…seguendo la propria natura demoniaca.

Del resto è il percorso del protagonista nel film quello di un (anti)eroe che deve decidere da che parte schierarsi, anche se la pellicola di certo non eccelle nel tratteggio delle psicologie ma preferisce la strada sbrigativa di mostrare una scena di action dopo l’altra commentata fin troppo da battute che definire didascaliche è una gentilezza.

Non aiuta più di tanto il tentativo di “costruire una squadra” attorno a Hellboy per spingere il senso di cameratismo in un mondo dove continuano a comparire mostruosità di ogni genere, le teste saltano con allarmante regolarità, accompagnate da stragi di grafica violenza (il film è caldamente sconsigliato ai minori).

Si vorrebbe nobilitare il tutto con il ricorso niente di meno che alla saga arturiana, ma ne esce la versione più cheap possibile e il moltiplicarsi dei cattivi (oltre alla strega ci sono il suo aiutante dalla testa di suino e Baba Yaga che trucida e mangia bambini) riesce solo a far durare (troppo) a lungo la storia.

Insomma questo Hellboy resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista, il cui dilemma, largamente prevedibile, si risolve nello spazio di un momento. L’epilogo (ovviamente non può mancare) lancia un sequel di cui faremmo volentieri a meno.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
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CAPTAIN MARVEL

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: Captain Marvel
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Anna Boden e Ryan Fleck
Sceneggiatura: Anna Boden, Liz Flahive, Ryan Fleck, Meg LeFauve, Carly Mensch, Nicole Perlman, Geneva Robertson-Dworet
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 124
Interpreti: Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Judd Law Clark Gregg

Vers è uno dei guerrieri della Starforce dei Kree, in lotta con gli alieni mutaforme Skrull. Quando viene presa prigioniera e giunge sulla terra, però, scopre che i suoi pochi ricordi vengono proprio da lì. Solo unendo le forze con Nick Fury e il neonato Shield potrà forse trovare la spiegazione di chi è veramente…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La nostra eroina è una donna concreta, che usa i suoi superpoteri con compassione per proteggere i più deboli.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tra guerre interstellari e ricerche di fonti di energia potentissime, alieni che sembrano terroristi ma forse sono soltanto profughi in cerca di una casa, la storia di Carol/Vers è una scoperta di se stessa, che passa attraverso la riconquista del passato e la demolizione di alcune verità date troppo facilmente per scontate,
Testo Breve:

Marvel lancia il messaggio contro una cultura maschilista e che è giunto il momento per le ragazze di non farsi più dire dagli altri cosa fare e come lo devono fare, solo così potranno usare fino in fondo il potere che è già in loro.

Capitolo XXI della lunga saga che compone l’universo supereroistico della Marvel, Captain Marvel è anche il primo della serie che ha come protagonista assoluta una donna e un tassello imprescindibile sul percorso che terminerà a maggio con Avengers End Game. In questo senso il film gioca un ruolo simile a quello di Balck Panther lo scorso anno.

Proprio il confronto con quel film, uno dei migliori dell’universo Marvel a parere di chi scrive, è illuminante per capire la genesi e l’identità di Captain Marvel. Se Black Panther era pensato ed è compiutamente riuscito ad essere, non solo un blockbaster dai grandi effetti speciali, ma anche un evento culturalmente rilevante per il pubblico di colore, che finalmente trovava un eroe e un mondo con cui identificarsi, Carol Danvers, alias Captain Marvel, mira consapevolmente alla platea di ragazzine stufe di farsi dire che non possono fare certe cose.

Carol Danvers, lo scopriamo a poco a poco attraverso i ricordi che gli Skrull, catturandola, le fanno emergere, è stata una bambina testarda, amante della velocità e sprezzante del pericolo, un pilota coraggioso e audace (un po’ nello stile delle reclute di Top Gun), costretta a lottare con un mondo ancora molto maschilista deciso a metterla al suo posto.

Le cose non sono molto diverse tra i Kree, dove il suo comandante e mentore Yon Rogg (Jude Law) le ricorda sempre di tenere a bada i sentimenti che rischiano di offuscare la ragione e le impediscono di utilizzare al meglio i suoi poteri. È interessante da questo punto di vista il confronto con l’apprezzamento dimostrato da Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito dal computer e membro di un ancora giovane Shild) per un giovane sottoposto che trova nell’istinto giusto la ragione per non obbedire agli ordini.

Quello che vuole dirci la Marvel (e lo fa, ammettiamolo, con una convinzione un po’ ridondante), è che è giunto il momento per le ragazze di non farsi più dire dagli altri cosa fare e come lo devono fare, solo così potranno usare fino in fondo il potere che è già in loro.

Tra guerre interstellari e ricerche di fonti di energia potentissime (risalta fuori il Tesseract, una delle gemme dell’infinito che ha attraversato vari film Marvel), alieni che sembrano terroristi ma forse sono soltanto profughi in cerca di una casa (ogni riferimento all’attualità è certamente voluto), la storia di Carol/Vers è una scoperta di se stessa, che passa attraverso la riconquista del passato e la demolizione di alcune verità date troppo facilmente per scontate, anche attraverso il confronto con l’antagonista skrull Talos.

Se la Marvel arriva seconda a mettere al centro di un film una supereroina (lo ha fatto prima la DC Comics con Wonder Woman), lo fa con una “agenda” assai più pronunciata, tanto che talvolta si è tentati di suggerire agli autori di andarci un po’ più leggeri.

In fondo la vera scoperta di Carol è quella di una forza che non sta in una intelligenza staccata dai sentimenti, ma nel riscoprirsi umana, e per questo fatta più di aspirazioni e desideri (Più lontano, più veloce, più in alto!) che di perfezione raggiunta. E questo è qualcosa che può valere per tutti.

Ad alleggerire il tutto, per fortuna, ci pensano i soliti siparietti comici della Marvel, l’ultimo cameo del defunto Stan Lee e una gatta rossa che è molto più di quello che sembra e che svolgerà un ruolo inaspettato nella storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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AQUAMAN

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/30/2018 - 19:11
 
Titolo Originale: Aquaman
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2018
Regia: James Wan
Sceneggiatura: David Leslie Johnson, Will Beall
Produzione: DC Comics, DC Entertainment, Panoramic Pictures, Rodeo FX, The Safran Company, Warner Bros.
Durata: 143
Interpreti: Jason Momoa, Amber Heard, Nicole Kidman, Patrick Wilson, Dolph Lundgren

Arthur Curry, figlio di un umano e della regina di Atlantide, preferirebbe continuare a vivere sulla terra come un uomo comune, nonostante i suoi poteri eccezionali l’abbiano già in parte fatto conoscere al mondo come metaumano ai tempi dell’avventura con la Justice League. Ma nelle profondità dell’oceano il suo fratellastro Orm prepara una guerra contro la terra ferma e la bella principessa Mera è convinta che solo Arthur possa scongiurarla. Per farlo deve trovare il tridente perduto del re di tutti gli Atlantidi e reclamare il suo posto di erede al trono dei mari. Per Arthur è l’inizio di un’avventura che lo obbligherà a fare i conti con la sua origine e la sua vocazione di eroe.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista è un eroe scanzonato, una sorta di gigante buono che affronta battaglie e sfide sempre con un sorriso spavaldo, senza per altro godere della violenza
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La pellicola è decisamente ipertrofica con le sue oltre due ore di durata, ma non annoia quasi mai. Non ha l’epica grandezza di Wonder Woman, ma evita con destrezza le paludi in cui troppo spesso gli eroi Dc degli ultimi anni si sono infilati
Testo Breve:

Arthur Curry, figlio di un umano e della regina di Atlantide, deve salvare il mondo marino da un grave pericolo. Non si tratta di una pellicola sofisticata, ma sicuramente uno spettacolo godibile, rivolto a vasto un pubblico

Nell’ormai affollatissimo panorama dei super hero movies il film di James Wan (diventato famoso grazie ad alcuni titoli horror tra cui il riuscito Conjuring) rappresenta in qualche modo una piacevole novità, che sfugge al solitamente cupo impianto degli eroi dell’universo DC per invadere il territorio scanzonato e a volte dichiaramente tamarro di alcuni titoli Marvel, proprio quando i cugini, con i molti lutti di Infinity War hanno a loro volta preso una strada più “seria”.

Aquaman, del resto, pur non dimenticando le precedenti brevi apparizioni del suo protagonista nelle avventure della Justice League, esplora un suo universo indipendente, fatto di profondità marine piene di pericoli e rivoluzionaria tecnologia, di popoli dalle forme inquietanti (con esoscheletri e chele da granchi giganti) di forze oscure e mostri che, tuttavia, agli occhi dello spettatore si presentano prima di tutto come un movimentatissimo ed eccitante “campo da gioco”. Molto dipende dal fatto che in questo mondo (o sarebbe meglio dire in questi mondi) entriamo con lo sguardo un po’ smargiasso del protagonista, un eroe riluttante, ma in definitiva sempre entusiasta.

Arthur Curry, nonostante il suo drammatico passato (nasce da un amore impossibile, spezzato dalle regole ferree che sembrano condannare il mare e la terra a una opposizione ineluttabile) è un gigante buono, un ragazzone tatuato che non disdegna una birra e un selfie con gli ammiratori. La fisicità imponente del suo interprete, Jason Monmoa (che non vincerà certo un Oscar per questo ruolo, ma si getta nell’azione senza risparmiarsi) fa sì che l’eroe affronti battaglie e sfide sempre con un sorriso spavaldo, senza per altro godere della violenza, ma piuttosto conservando una sorta di spirito fanciullesco rispetto al quale la crudeltà determinata dei suoi avversari (il fratellastro Orm e il pirata Black Manta) risulta perdente anche sul piano concettuale. Tanto più che il fortissimo Aquaman ha anche numerosi momenti in cui esibisce senza vergogna la sua vulnerabilità di bimbo abbandonato, mettendo sullo schermo un inedito eroe aggiornato ai tempi del #metoo, granitico e smargiasso, ma bisognoso dell’abbraccio di una madre e di una compagna.

La pellicola è decisamente ipertrofica con le sue oltre due ore di durata, ma non annoia quasi mai e anche le numerose deviazioni del plot (che precedono viaggi da una parte all’altra del pianeta, anche fuori dall’Oceano, in una caccia al tesoro che ha come premio in palio un mitico tridente) alla fine si accettano nello spirito di un film d’avventura in cui anche la tensione romantica tra Arthur e la sua determinata coprotagonista contribuisce a dare ritmo al racconto.

Nobilitato dalla presenza di camei di lusso come quello di Willem Dafoe e soprattutto Nicole Kidman, Aquaman non ha l’epica grandezza di Wonder Woman, ma evita con destrezza le paludi in cui troppo spesso gli eroi Dc degli ultimi anni (messa in archivio la filosofica trilogia di Nolan) si sono infilati, zavorrati dalle tragedie un po’ ovvie dei loro protagonisti e da interpreti non sempre di livello.

Non si tratta quindi di una pellicola sofisticata, ma sicuramente di uno spettacolo godibile sia sul piano del racconto che sul quello visivo, rivolta a un pubblico vasto e disponibile a farsi trascinare dalle correnti marine in un viaggio di scoperta che opta sempre per il senso della meraviglia rispetto al vincolo della verosimiglianza, senza tuttavia perdere la capacità di toccare corde emotive autentiche.

 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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