Fantascienza

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THE GIVER _ IL MONDO DI JONAS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/09/2014 - 18:24
 
Titolo Originale: The Giver
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Phillip Noyce
Sceneggiatura: Michael Mitnick Robert B. Weide
Produzione: AS IS PRODUCTIONS, TONIK PRODUCTIONS, WALDEN MEDIA, THE WEINSTEIN COMPANY
Durata: 97
Interpreti: Brenton Thwaites, Maryl Streep, Jeff Bridges, Katie Holmes

Gli uomini sono costituzionalmente incapaci di eliminare i conflitti e le violenze fra di loro ma una comunità isolata e protetta ha deciso di risolvere il problema alla radice: le nuove generazioni vengono allevate in modo assolutamente uniforme, docili e rese incapaci di provare emozioni grazie alla somministrazione giornaliera di un potente inibitore. Un solo uomo, the Giver, ha memoria del passato e ora ha avuto l’incarico di trasferire le sue conoscenze al giovane Jonas. Questi viene a sapere di quali crudeltà sia capace l’uomo se lasciato a se stesso ma finisce anche per apprezzare la bellezza degli affetti familiari e dell’amore. Inizia a riflettere sul modo di fuggire da quella gabbia apparentemente dorata ma in realtà crudele…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Occorre lodare il film per la chiara difesa della vita che inizia e di quella che finisce ma risulta critica la sua visione antropologica: secondo la sua tesi l’identità dell’uomo si manifesta attraverso i suoi sentimenti, trascurando la ragione e la volontà
Pubblico 
Adolescenti
Occorre una certa maturità per comprendere i messaggi sottesi dall'utopia presente nel film
Giudizio Artistico 
 
Buona l’interpretazione di Jeff Bridges ma lo sviluppo del racconto non riesce a coinvolgere e tende a sviluppare i conflitti più con le parole che con le azioni
Testo Breve:

In un futuro utopico i conflitti fra gli uomini  sono stati eliminati sopprimendo le emozioni. Un racconto semplice, quasi favolistico, sul recupero della libertà di amare ma anche di sbagliare

Le utopie hanno sempre avuto il loro fascino, perché semplificano la nostra visione del mondo, costituiscono dei modelli di riferimento a scopo educativo, rappresentano un invito a “tendere verso” quando l’utopia è positiva oppure a “fuggire da” quando hanno  connotazioni negative. Si tratta di scenari quasi sempre imperfetti perché rifuggono dalla complessità del reale e rischiano di pervenire a conclusioni fuorvianti. Nell’universo cinematografico il racconto di fantascienza è stato spesso impiegato per costruire scenari utopistici (Gattaca, contro la fecondazione artificiale, è stato un magnifico esempio) utili per riflettere su  “cosa succederebbe se”, per metterci in guardia da certe tendenze presenti nella realtà di oggi.  

Se nell’isola Utopia di Tommaso Moro, per evitare conflitti, era stata abolita la proprietà privata, tutti lavoravano ma solo per i beni necessari alla propria esistenza e non c’erano diseguaglianze, la soluzione adottata in questo The Giver è naturalmente più sofisticata e viene utilizzato tutto ciò che può offrire la tecnologia moderna. Gli abitanti vengono abituati a iniettarsi giornalmente nelle vene degli inibitori di pulsioni e di memorie, tutti sono molto gentili l’un l’altro, chiedendosi reciprocamente scusa alla minima occasione. I figli sono generati artificialmente per evitare che l’attrazione fra uomo e donna, ormai sopita, possa generare conflitti e gelosie. Il linguaggio è stato purificato: la parola amore è vietata, la propria casa si chiama abitazione, la pena di morte viene chiamata congedo. I ragazzi ricevono un percorso formativo assolutamente identico per evitare che si creino diseguaglianze.  Raggiunta la maggiore età, è il consiglio degli anziani che decide quale sarà la loro professione in base alle attitudini che avranno manifestato . Ogni singolo  spostamento nella città è monitorato da una fitta rete di telecamere.

In questo contesto si inserisce la storia di Jonas, un ragazzo destinato a ereditare le conoscenze dal “donatore”,  l’unico uomo della comunità incaricato di custodire le memorie del passato. Jonas scopre in questo modo gli orrori della guerra, le crudeltà di cui l’uomo è stato capace ma anche la bellezza degli affetti familiari e dell’amore (le immagini dal bianco e nero passano al colore, espediente già adottato in Pleasanteville). Jonas smette, con un inganno,  di iniettrasi l’inibitore giornaliero e riprende a provare emozioni: scopre con orrore che come prassi corrente vengono soppressi i bambini con difetti e gli anziani non più autonomi. Inizia da questo momento a organizzare la sua fuga, portando con se quel neonato che doveva venire soppresso.

E’ questo il punto più debole del racconto che rischia di portare a conclusioni che sono frutto di una visione antropologica fuorviante. Secondo la tesi che il film porta avanti la nostra essenza è costituita dai sentimenti. L’uomo privo di sentimenti è incapace di giudicare cosa è il bene e cosa è il male. Così come non riesce a comprendere che l’uccisione di un neonato sia un male, allo stesso tempo è solo “dall’amore che nasce la fede e la speranza” dice il donatore (the Giver, interpretato da Jeff Bridges). Gli risponde il capo della comunità (Maryl Streep) con  una visione pessimistica dell’uomo,  incapace di scegliere il bene perché troppo debole di fronte alle sue inclinazioni ed irrimediabilmente egoista.

Il supporre che senza i sentimenti si perda la capacità di esprimere giudizi etici corrisponde al trascurare  le altre componenti fondamentali dell’uomo: la ragione e la volontà. I sentimenti danno colore e slancio alla nostra vita ma è con il nostro intelletto che  riconosciamo ciò che è giusto e ciò che sbagliato e poi  agiamo di conseguenza con la nostra volontà, anche quando i nostri atti non sono accompagnati da particolari sentimenti. La visione del film non farebbe che arrabbiare non solo Emmanuele Kant con i suoi imperativi categorici ma anche tutti coloro che credono nell’esistenza di una legge naturale, cioè nella capacità di stabilire dei comportamenti etici in base alla sola ragione e a chi crede che l’esistenza di Dio possa esser conosciuta riflettendo sul creato e le creature.

Gli assunti del film sono più comprensibili nell’ottica della fede luterana. il dialogo già citato fra Maryl Streep e Jeff Bridges appare paradigmatico: Maryl vede l’uomo incapace di superare il male che è in lui  e Jeff, rispondendo che è l’amore che genera la fede, sembra ispirarsi al tema della fede fiduciale.

Il film può contare sull’ottima interpretazione di Jeff Bridges (più trattenuta quella di Maryl Streep) ma ha il difetto di non riuscire a coinvolgere, incapace di sviluppare un forte contrasto fra il mondo apatico della comunità dell’utopia e il calore del mondo degli affetti umani: il contrasto viene sviluppato prevalentemente a livello verbale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky cinema family
Data Trasmissione: Giovedì, 7. Marzo 2019 - 21:00


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APES REVOLUTION – IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/18/2014 - 23:01
Titolo Originale: Dawn of the Planet of the Apes
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Mark Bimback, Rick Jaffa, Amanda Silver
Produzione: Rick Jaffa, Amanda Silver, Peter Chernin, Dylan Clark Per Chernin Entertainment
Durata: 133
Interpreti: Andy Serkis, Jason Clarke, Gary Oldman, Kery Russel

Dieci anni dopo l’esplosione del virus delle scimmie che ha quasi distrutto l’umanità, un piccolo gruppo di sopravvissuti si è rifugiato a San Francisco. Nella foresta lì vicina vive il gruppo delle scimmie geneticamente modificate guidate da Cesare, che hanno ormai creato una primitiva società e sono in grado di parlare e leggere. Quando gli umani, in cerca di una nuova fonte di energia, entrano nel territorio delle scimmie, la tensione torna a salire. L’umano Malcom e lo stesso Cesare tentano una pacifica convivenza ma le diffidenze sono troppe e la violenza esplode…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le scimmie non si rivelano migliori degli uomini, spazzando via qualunque presupposto filo-animalista della pellicola: la violenza e il male sono qualcosa che riguarda il singolo e che non si può semplicemente attribuire alla natura di un gruppo.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Nonostante la regia efficace e virtuosa di Matt Reeves e ottimi attori (primo tra tutti Andy Serkis), la storia contiene tanti buchi da far gridare d’impazienza qualunque spettatore
Testo Breve:

Arriva il terzo film della serie Il pianeta delle scimmie. Lo scontro fra gli umani e le scimmie mostra che la violenza e il male sono qualcosa che riguarda il singolo e che non si può semplicemente attribuire alla natura di un gruppo. Buona la regia ma la sceneggiatura trascura lo sviluppo dei personaggi.

Fin dalla pubblicazione del libro da cui è tratto, e poi con la sua prima traduzione cinematografica (protagonista Charlton Heston nei panni dell’astronauta che si ritrovava sul Pianeta delle Scimmie per poi scoprire che si tratta della terra del futuro), il Pianeta delle scimmie è stato percepito come una metafora sociale e politica dei rapporti di forza e delle tensioni sociali, ma anche dei pericoli della scienza, dei fondamenti dell’identità umana, ecc.

Nel remake di qualche anno fa la vicenda di “liberazione” della scimmia Cesare, amorevolmente cresciuto da uno scienziato appassionato e aperto e poi rinchiuso in gabbia fino a diventare una sorta di Mosè liberatore del suo popolo di primati oppressi, si innestava sulle discussioni tutte contemporanee sui limiti della scienza e sui rischi di pandemia.

Il sequel parte qualche anno dopo la catastrofe che la “malattia delle scimmie” ha causato, sinteticamente riassunta nei primi minuti di film, con una diffusione efficacemente mostrata dal progressivo oscurarsi delle luci sul pianeta, segno del tramonto della moderna civiltà. 

Da questa catastrofe le scimmie sembrano essersi riprese piuttosto bene; in una foresta dalle parti di San Francisco si sono costruite un villaggio e hanno organizzato un embrione di civiltà. Viene mostrata una caccia organizzata che può far venire in mente certe ricostruzioni da documentario della vita degli uomini primitivi, ma c’è anche una sorta di scuola in cui addirittura si insegna a parlare e scrivere, oltre che la fondamentale regola della morale scimmiesca: scimmia non uccide scimmia.

È questo “comandamento”, paradossalmente, che fonda nella visione di Cesare, leader incontrastato del suo popolo, sintesi della superiorità degli animali sull’uomo, di cui lui ha potuto sperimentare la crudeltà. Un presupposto, questo, che verrà messo alla prova quasi immediatamente quando l’incursione di un piccolo gruppo di umani nella foresta porta allo “scontro di civiltà”.

Gli uomini, infatti, diversamente dalle bestie, hanno esigenze più complesse e l’energia elettrica è un requisito primario per far sopravvivere la piccola comunità che si nasconde ancora a San Francisco.

L’incontro/scontro tra i due popoli avviene soprattutto attraverso lo sguardo di Cesare dal lato scimmiesco e per quello umano di Malcolm, scienziato duramente colpito dal lutto, che ha cercato di rifarsi una vita e una famiglia senza covare il rancore. Che lo scontro di due popoli su uno stesso territorio abbia echi di politica internazionale non sfugge a nessuno, ma non diventa nemmeno un motivo ideologico che appesantisca più di tanto la vicenda.

Da entrambe le parti, però, non mancano i traditori o più semplicemente coloro che non sono disposti o capaci di passare oltre le sofferenze passate e vedono invece nello scontro aperto l’unico modo di giocare il confronto.

Proprio Cesare sarà costretto ad ammettere che le scimmie, poste in posizione di comando e supremazia, non si rivelano migliori degli uomini, spazzando via qualunque presupposto filo-animalista la pellicola avrebbe potuto suggerire: la violenza e il male sono qualcosa che riguarda il singolo e che non si può semplicemente attribuire alla natura di un gruppo.

  Alla battaglia finale (con tanto di combattimento tra scimmie in cima a un grattacielo, voluta citazione di King Kong) si arriva attraverso una storia che contiene tanti buchi da far gridare d’impazienza qualunque spettatore che non si faccia semplicemente ipnotizzare dall’ottimo 3D e dalla regia efficace e virtuosa di Matt Reeves.

Particolarmente fastidioso resta, però, un finale in cui, per giustificare un sequel che il botteghino mondiale rende certo, si finisce per sacrificare gli sviluppi emotivi dei personaggi umani che, nonostante l’impegno degli ottimi attori (primo tra tutti Andy Serkis, il Gollum de Il signore degli anelli) che hanno prestato voce e movenze alle scimmie, sono dopotutto coloro in cui il pubblico si può davvero identificare.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY PRIMA FILA
Data Trasmissione: Martedì, 2. Dicembre 2014 - 7:00


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TRANSFORMERS 4: L’ERA DELL’ESTINZIONE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/15/2014 - 18:54
 
Titolo Originale: Transformers: Age of Extinction
Paese: USA, CINA
Anno: 2014
Regia: Michael Bay
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Produzione: Paramount Pictures/Hasbro/Di Bonaventura Pictures/Tom DeSanto/Don Murphy Production/Ian Bryce Productions
Durata: 165
Interpreti: Mark Wahlberg, Nicola Peltz, Jack Reynor, Stanley Tucci

Dopo la distruzione della città di Chicago, gli Autorobot sono costretti a nascondersi dagli umani che, spaventati ed egualmente affascinati dalla loro disarmante tecnologia, li stanno distruggendo e riprogettando. Eppure, nell’aperta campagna del Midwest, l’inventore Cade Yeager (Mark Wahberg) e sua figlia Tessa (Nicola Peltz) scoprono Optimus Prime, nascosto sotto le mentite spoglie di un camion. Traditi da un amico di famiglia, raggiunti e minacciati da uomini dei servizi segreti, i due decidono di salvare Optimus e per questo sono costretti a fuggire. Aiutati dal fidanzato di Tessa, si cimentano nella costruzione di un nuovo esercito di Transformers che sia capace di fronteggiare sia il sorgere di Megatron, ora chiamato Galvatron, sia una nuova minaccia aliena. I nuovi Autorobot non sono niente meno che robotici dinosauri

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il mondo si è semplificato in questa serie: si sa sempre chi sono i buoni e chi sono i cattivi anche se questa volta si tratta solo di essere umani
Pubblico 
Pre-adolescenti
Linguaggio crudo e termini grossolani
Giudizio Artistico 
 
La serie dei Transformers è notoriamente poco incline a un reale sviluppo narrativo e trova i suoi punti di forza nei momenti di puro spettacolo visivo e azione. Eccessivi il product displacemenet e la lunghezza del film
Testo Breve:

Il quarto film dei Transformers conferma il poco interesse della serie allo sviluppo narrativo concentrandosi sulla spettacolarità delle azioni e delle trasformazioni.  Si preoccupa molto di avere successo nel mercato cinese e del product displacement

Il quarto capitolo della saga dedicata ai Transformers segna un netto stacco con le precedenti, non facendo alcun riferimento ai personaggi precedenti e optando invece per un cast tutto nuovo. In qualche modo, l’esperimento funziona. Il film inizia con un mini prologo in cui viene spiegato come l’estinzione dei dinosauri sia avvenuta per mano aliena. Una colata di metallo, infatti, ne ha imprigionato i corpi, rendendoli resistenti al tempo e all’uomo.

         Mark Wahberg e Nicola Peltz (teen star della serie di successo per AMC, Bates Motel) costituiscono il cuore del racconto. Un rapporto padre e figlia, che gioca sul non tanto nuovo scambio di ruoli: lei matura e pragmatica, lui sognatore e idealista. Non c’è più di tanto nella storia, ma questo basta per la saga Transformers che è notoriamente poco incline a un reale sviluppo narrativo e trova i suoi punti di forza nei momenti di puro spettacolo visivo e azione.        

Transformers 4 è spregiudicato (troppo) nell’advertisement. Le inquadrature prolungate su marche automobilistiche, di intimo, etc. risultano eccessive. Spregiudicatezza e occhio al marketing è anche il modo in cui il film è stato sviluppato: metà girato negli Stati Uniti e metà in Asia. Numerosi sono i riferimenti a quel mondo, che l’occhio occidentale magari perde (star cinesi si intrufolano nella storia, interpretando persone comuni).

         Nonostante l’eccessiva lunghezza e l’essere un po’ sbilanciato narrativamente (i dinosauri compaiono solo dopo più di due ore di film), Michael Bay e la sua squadra confezionano un film piacevole, che strizza l’occhio a un ennesimo sequel. 

Autore: Miriam Bellomo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE AMAZING SPIDER-MAN 2 - IL POTERE DI ELECTRO 3D

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/24/2014 - 14:42
 
Titolo Originale: The Amazing Spider-Man 2
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci, Jeff Pinkner
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 140
Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Jamie Foxx, Dane DeHaan

Peter/Spider-Man si è ormai diplomato assieme a Gwen ma non riesce a conciliare l’amore che prova verso la ragazza con l’impegno fatto a suo padre prima di morire. Continua a indagare sulla misteriosa morte di suo padre: scopre che lavorava alla OsCorp per progetti avanzati di ingegneria genetica e teme che alcuni esperimenti possano esser ripresi, proprio ora che la società è passata nelle mani del suo amico Harry Osborn…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Peter/Spider-Man cerca sempre di essere coerente con le promesse fatte e onesto e sincero con tutti anche se ciò può provocargli sofferenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un eccesso di cinematismo può disturbare i più piccoli, incluse alcune scene impressioinanti
Giudizio Artistico 
 
Il film vive di rendita della rivitalizzazione dell’antico eroe diventato ora molto umano già introdotta nella trilogia di Sam Raimi ma svolge il compito con diligenza, senza guizzi di originalità
Testo Breve:

Spider-Man deve affrontare avversari sempre più temibili e tecnologicamente ben attrezzati. Il suo amore per Gwen continua ad avere alti e bassi. Un film che conferma tutti gli elementi che stanno ridando vitalità all’uomo ragno ma è privo di qualsiasi brivido di novità

Non è difficile immaginarsi lo spettatore-tipo per il quale il film è stato realizzato: adolescenti con in mano un bicchierone di pop corn e gli occhialini 3D in una sala a schermo gigante immersi nella potenza del Sensurround. Da questo punto di vista il film offre esattamente quanto ci si poteva attendere: salti acrobatici di Spider-Man fra i grattacieli di New York, cattivi tecnologicamente super attrezzati che immancabilmente vengono sgominati (questa volta ce ne sono ben tre) e la romantica ma contrastata storia d’amore fra Spider-Man/Peter Parker e Gwen Stacy. Questo è quanto il pubblico si aspettava ma il problema di questo film sta proprio qu, nella sua inerte adesione a uno schema ormai impostato.

I cattivi sono veramente temibili, ma si tratta di avversari tecnologici, che Spider-Man riesce a sopraffare con contro-misure tecniche: manca la forte caratterizzazione e il fascino di un genio del male. In questa puntata Super-Man deve piuttosto stare molto attento quando parla, perché rischia continuamente di venir male interpretato da antagonisti suscettibili: se Electro è uno psicopatico arrabbiato con lui per il solo fatto che non si  è ricordato del suo nome, Harry Osborn, un suo vecchio amico di scuola, si trasforma in un temibile avversario perché gli sembra che Spider-Man non voglia aiutarlo.

Molto tenera la relazione fra Peter e Gwen con momenti di struggente romanticismo caratterizzati da: “ora ti lascio/ora ti riprendo”, dove il regista  Marc  Webb, già autore di 500  giorni insieme – 2009 cerca di dare del suo meglio ma la difficoltà del loro riuscire a stare insieme (la promessa fatta da Parker al padre di Gwen prima che lui morisse) era stata già impostata nel film precedente e la loro relazione non subisce evoluzioni. Si assiste a un un andamento pendolare, una situazione di stallo  eccessivamente diluita e sarà solo il fato, nel finale, a decidere per loro.

Peter Parker cerca continuamente di conciliare la sua grigia vita borghese (è riuscito anche a diplomarsi, come apprendiamo dalle scene iniziali) con i suoi impegni da super-eroe ma questa tematica era già stata sviluppata molto bene  in Spider-man 2  nell’ambito della  trilogia firmata da  Sam Raimi e ben poco di nuovo ci viene detto, ne’ gli sceneggiatori ce lo propongono come un dato ormai acquisito.,

L’ironia, cosi vitale  in questo genere di film pere evitare di appesantire il racconto di eccessivo trionfalismo,  si manifesta solo a tratti e non riesce a intaccare la prosaicità dello sviluppo; discutibile e ben poco originale l’inserimento dello scienziato che fa esperimenti su esseri umani, caratterizzato da un pesante accento tedesco.

 Il film troverà sicuramente il gradimento di chi è entrato nella sala solo per ricevere delle conferme ma chi non si rinnova è perduto: questa puntata ha già consumato il premio fedeltà che ci si poteva attendere ed è arrivata nuda alla meta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rai2
Data Trasmissione: Martedì, 18. Aprile 2017 - 21:20


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TRASCENDENCE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/18/2014 - 07:40
Titolo Originale: Trascendence
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Wally Pfister
Sceneggiatura: Jack Paglen
Produzione: Straight Up Films/Syncopy/Dmg Entertainment
Durata: 119
Interpreti: Johnny Depp, Paul Bettany, Rebecca Hall, Kate Mara, Morgan Freeman, Cillian Murphy

Will Caster è un geniale ricercatore nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Partner nel lavoro come nella vita, sua moglie Evelyn. Ma le ricerche di Will e altri laboratori preoccupano un gruppo di terroristi antitecnologia che organizza degli attentati multipli, in uno dei quali viene ferito anche Will. Contaminato dal polonio, Will può solo aspettare di morire, ma Evelyn non si arrende e decide di “caricare” la sua coscienza sul supercomputer che il marito stava studiando, in modo da non perderlo per sempre… le conseguenze di questo gesto saranno imprevedibili.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A dispetto di quanto potrebbe far pensare il titolo, Transcendence ha poco a che fare con il problema della “trascendenza”, perché vede sostanzialmente l’uomo come creatore dei propri dei, siano essi quelli di una sopravvivenza oltre la morte tecnologicamente esperita, o quelli più “tradizionali” delle epoche precedenti
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente e lievemente sensuali
Giudizio Artistico 
 
Visivamente senza dubbio ammirevole, Trascendence è un oggetto assai meno pregevole sul piano della narrazione e i personaggi, a parte il terzetto di protagonisti, restano del tutto superficiali
Testo Breve:

Una donna, ancora innamorata del marito morto, riesce a “riportarlo in vita” all’interno di un computer grazie a un audace esperimento   Ennesima parabola sui pericoli della tecnologia e sulla tentazione tutta umana di farsi Dio, alquanto farraginosa sul piano della narrazione.

Ennesima parabola sui pericoli della tecnologia e sulla tentazione tutta umana di farsi Dio, Transcendence, firmato dall’abituale direttore della fotografia di Christopher Nolan (che qui produce), ricama con non grande originalità su temi e situazioni già note, poggiandosi soprattutto sul declinante carisma di Johnny Depp, improbabile genio dell’informatica che l’amore della moglie e la tecnica fanno sopravvivere all’interno di un computer.

In molte tradizioni favolistiche appaiono racconti di innamorati che siglano patti con le forze oscure per riavere l’amato perduto per poi scoprire che colui che torna dalla morte non è mai la stessa persona che si è perduta…sempre che di persona si possa parlare… Queste false resurrezioni, infatti, sono più una maledizione che un miracolo e portano solo sofferenza, morte e follia.

Qui a fare le veci della strega o del diavolo è una tecnologia ormai senza limiti di sviluppo, siano essi dati dalla scienza stessa o dalla morale, del resto risultati non cambiano molto.

A fungere da voce della saggezza è il collega Max Waters (Bettany), esperto di neuroscienze, che inizialmente, anche se con riluttanza, aiuta Evelyn nel suo folle progetto di trasferire la coscienza del marito moribondo in un mega computer, ma quasi immediatamente coglie i pericoli e l’intrinseca assurdità dell’operazione e finisce per guidare l’opposizione ai progetti di Evelyn e del redivivo (?) Will. Non è certamente casuale che gli autori del film abbiamo messo in bella mostra al collo di Max, il primo a criticare il tentativo di “far risorgere” e rendere onnipotente Will, una croce, anche se il personaggio non sembra essere particolarmente religioso. Abbastanza discutibile, per altro, appare la sua adesione, anche se all’inizio forzata, alle posizioni di un gruppo di persone che sono gli assassini del suo migliore amico come di molte altre persone.

Lo sviluppo della trama, per il vero, è abbastanza farraginoso: da una parte Evelyn e Will-computer intenti ad espandere la sua potenza e le sue capacità, inizialmente con scopi benefici e poi sempre più discutibili e inquietanti, dall’altra il gruppo di terroristi antitecnologia responsabili della “morte” di Will come di molti altri scienziati; a sorpresa accanto a questi secondi si schiereranno sia Max, che dopo essere stato rapito ne ha abbracciato le convinzioni se non i metodi, ma anche il vecchio mentore di Max e Will, il professor Tagger, lui stesso sopravvissuto a un attentato, come pure un agente dell’FBI.

Se Trascendence non sembra in grado di dire, sui pericoli delle tecnologie, molto di nuovo rispetto a narrazioni più ardite e articolate (a partire da 2001 Odissea nello spazio o Terminator, per continuare con Io sono leggenda o il recente Snowpiercer), più interessante appare lo sviluppo del rapporto tra Evelyn e Will. Dalla totale simbiosi iniziale (che impedisce a Evelyn di lasciare andare il marito la prima volta) ad un’inquietante convivenza perenne, in cui lo sguardo riverente dell’amante si tramuta nell’occhiuta guardia del carceriere, fino al sogno di una sorta di fusione tecnologica che sembra aspirare all’annullamento dell’alterità. La natura del rapporto che lega i coniugi Caster è anche la chiave della soluzione finale, tanto mirabolante quanto semplice nella sua radice: la capacità di sacrificio.

Una riflessioni anche tematicamente profonda sostenuta però da una narrazione un po’ claudicate e da personaggi che, a parte il terzetto di protagonisti, restano del tutto superficiali. A dispetto di quanto potrebbe far pensare per assonanza il titolo, Transcendence ha poco a che fare con il problema della “trascendenza”, anche perché vede sostanzialmente l’uomo come creatore dei propri dei, siano essi quelli di una sopravvivenza oltre la morte tecnologicamente esperita, o quelli più “tradizionali” delle epoche precedenti.

Visivamente senza dubbio ammirevole (e non stupisce vista la provenienza del regista dal reparto fotografia), Trascendence è un oggetto assai meno pregevole sul piano della narrazione, una pellicola, insomma, che alla fine rischia di lasciare l’impressione di “molto rumore per nulla”. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIVERGENT

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/31/2014 - 21:41
Titolo Originale: Divergent
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Neil Burger
Sceneggiatura: Evan Daugherty e Vanessa Taylor dal romanzo di Veronica Roth
Produzione: Summit Entertainment/Red Wagon Entertainment
Durata: 140
Interpreti: Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet, Ashley Judd, Jay Courtney, Ray Stevenson, Tony Goldwyn, Maggie Q

In una distopica Chicago del futuro, i pochi sopravvissuti a una spaventosa guerra avvenuta oltre cento anni prima si sono riorganizzati in una società basata su cinque “fazioni”, ispirate alla virtù predominante dei loro componenti e ciascuna con un ruolo ben preciso: Abneganti, Intrepidi, Eruditi, Pacifici e Candidi. Ciascun adolescente, raggiunti i 16 anni, guidato dai risultati di un test “attitudinale”, deve scegliere a quale appartenere. La giovane Beatrice Prior viene da una famiglia di Abneganti, ma quando il suo test le rivela che appartiene alla categoria rara e pericolosa dei Divergenti (persone che non hanno un’unica inclinazione, ma ne combinano diverse e perciò sono incontrollabili), decide di far parte di quella degli Intrepidi. Sarà solo l’inizio di un pericoloso percorso di crescita alla scoperta di se stessa e della verità sul suo mondo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è una parabola sul concetto (oggi assai mainstream) della diversità, esaltata come valore capace di travolgere equilibri e cambiare le carte in gioco; ha al contempo un trattamento inaspettatamente positivo della famiglia e del suo ruolo
Pubblico 
Adolescenti
diverse scene di violenza, un paio di scene sensuali
Giudizio Artistico 
 
Il problema della pellicola è quello di molti adattamenti, che si perdono da un lato in spiegazioni molto didascaliche destinate al pubblico dei non lettori, ma poi non sempre sanno dove gli approfondimenti psicologici e le trame sentimentali andrebbero gestite con maggiore profondità
Testo Breve:

Ultimo arrivato di una serie di adattamenti di letteratura young adult  come Twilight e Hunger Games) è un tipico un film sull’identità e sul delicato passaggio da adolescente ad adulto. Poco sviluppate le psicologie dei personaggi e la trama sentimentale

Ultimo arrivato di una serie di adattamenti di letteratura young adult (settore letterario dedicato agli adolescenti e in costante espansione, di cui fanno parte a buon diritto anche successi planetari come Twilight e Hunger Games), Divergent gioca la carta non originalissima di un’eroina outsider in lotta con una società militarizzata e oppressiva. Beatrice, figlia di Abneganti (tutti dediti al sacrificio di se stessi per il bene altrui, e perciò incaricati del governo), ha sempre sentito dentro di sé di non riuscire a conformarsi ai valori familiari e di avere una vena “incontrollabile”. Il test che ogni adolescente affronta per entrare nell’età adulta e assumere un ruolo nella società conferma questa sensazione, ma la proietta in una dimensione di pericolo e incertezza che la porterà a scegliere durante l’iniziazione la fazione degli Intrepidi, una scelta fatta di incognite, rischi, eccitazione e pericolo.

Perché neppure nel mondo per cui opta, fatto di sfide fisiche e mentali già di per sé molto impegnative, Beatrice (rinominatasi Tris) è al sicuro dal suo status di “divergente”, che anzi è costretta a nascondere. Quello di Tris è un viaggio alla scoperta delle sue potenzialità fisiche e spirituali, di una forza che non sapeva di possedere, di legami di amicizia da forgiare e anche di sentimenti più difficili da decifrare, come l’attrazione per il misterioso Quattro, uno dei suoi addestratori tra gli Intrepidi.

Come si può ben capire, Divergent è innanzitutto un film sull’identità e su quel delicato passaggio che ogni adolescente affronta passando dal più sicuro contesto della famiglia al mondo per forgiare l’adulto che diventerà, in una tensione esplicita tra ciò da cui si viene e a cui si appartiene e quello che si deve scegliere e di cui bisogna appropriarsi (o riappropriarsi). Ma è anche una parabola sul concetto (oggi assai mainstream) della diversità, percepita come un pericolo da una società omologante, ma implicitamente esaltata come valore capace di travolgere equilibri e cambiare le carte in gioco, nonché come la qualità che rende Tris (e non solo lei, vedremo) così speciale. Nessuna sorpresa, quindi, che sia nella sua versione letteraria sia nella sua incarnazione cinematografica, abbia un successo così grande tra il pubblico più giovane.

A dispetto di ciò, Divergent ha un trattamento inaspettatamente positivo della famiglia e del suo ruolo, che può essere riscoperto anche da chi in origine sembra averlo superato (Tris abbandona la “fazione” di origine, per non tornarci mai più, sulla scotta del motto “fazione prima del sangue”).

Il problema della pellicola, semmai, è quello di molti adattamenti, che si perdono da un lato in spiegazioni molto didascaliche destinate al pubblico dei non lettori, ma poi non sempre sanno dove gli approfondimenti psicologici e le trame sentimentali andrebbero gestite con maggiore profondità. Di fatto, a parte Beatrice/Tris, il suo partner Quattro (Theo James, forse la migliore scelta del cast) e la sua antagonista, la capo fazione degli Eruditi, Janine, pochi altri personaggi sono veramente esplorati, e anche gli amici di Tris tra gli Intrepidi mancano di qualità capaci di farceli distinguere e ricordare.

Idem per la trama sentimentale che pure tanta parte ha nello sviluppo della coscienza di se stessa della protagonista e che invece procede un po’ a strappi, perdendo per strada anche elementi interessanti che appartenevano alla pagina scritta.

Il film, poi, è fin troppo evidentemente concepito nell’ottica di una futura trilogia e condensa nell’ultima parte una susseguirsi di scene di azione a danno dello sviluppo dei personaggi che pure si trovano a compiere scelte essenziali e definitive (uccidere per la prima volta) e ad affrontare gravi perdite. Ciononostante, grazie anche alla buona accoglienza al botteghino, ci troveremo presto a scoprire se la vicenda di Tris avrà ancora qualcosa da dire ai suoi coetanei.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY HITS
Data Trasmissione: Lunedì, 21. Marzo 2016 - 21:10


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CAPTAIN AMERICA - THE WINTER SOLDIER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/26/2014 - 20:16
 
Titolo Originale: Captain America: The Winter Soldier
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Produzione: MARVEL ENTERTAINMENT, MARVEL STUDIOS, SONY PICTURES IMAGEWORKS (SPI)
Durata: 136
Interpreti: Chris Evans, Scarlett Johansson, Robert Redford, Sebastian Stan

Captain America, mentre cerca di inserirsi nel XXI secolo, lavora per lo S.H.I.E.L.D accanto al direttore Fury per proteggere il mondo, anche la morale vecchio stile di Steve Rogers lo porta talora a contestare i metodi del direttore. Poi un giorno Fury subisce un attentato mortale per mano del misterioso Soldato d’Inverno. Steve si trova a indagare sulla sua morte insieme a Vedova Nera, l’unica persona di cui sembra si possa fidare. Da eroe nazionale, però, il Capitano si ritrova nemico numero uno e fuggiasco….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è tutto pervaso della nostalgia di un tempo in cui scegliere tra giusto e sbagliato era (o almeno sembrava) più facile, portare un’uniforme che è anche una bandiera non era così imbarazzante e i criteri morali sembravano scritti nella pietra e non sull’acqua
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Il film è l’ennesima conferma che il connubio tra grande blockbuster e cinema intelligente è possibile.
Testo Breve:

Captain America,  il supereroe più corretto e gentile della banda Marvel, cerca di inserirsi nel XXI secolo: un’ottima conferma che il connubio tra grande blockbuster e cinema intelligente è possibile. 

Lo avevamo lasciato spaesato dal risveglio nel XXI secolo alla fine di Captain America. Il primo vendicatore; lo avevamo ritrovato a cercare di far gruppo con gli altri Vendicatori in Avengers, e adesso, passato qualche anno, è diventato un po’ il poster boy dello S.H.I.E.L.D. di Nick Fury, con tanto di mostra dedicata allo Smithsonian di Washington…un po’ come era stato la mascotte dell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale prima di entrare davvero in azione.

Steve Rogers corre attorno al monumento di Lincoln distanze da maratoneta con il piglio di Usain Bolt, prende appunti su un taccuino per tenersi al passo con il nuovo secolo (e nell’elenco delle cose da ricordare, almeno nella versione italiana, accanto a Star Wars, ci sono anche Vasco Rossi e Roberto Benigni), salva navi dai pirati con la facilità con cui un impiegato smista la posta, si lamenta con il direttore Fury perché si pensa troppo all’intelligence e meno alle persone e rintuzza i tentativi della Vedova Nera (alias Natasha Romanov) di trovargli una fidanzata. Del resto la sua vita sentimentale non è proprio esaltante: la donna del suo cuore, Peggy Carter, va a trovarla in ospedale, come un nipote devoto: lei suoi 95 anni li dimostra e forse ogni tanto perde un po’ i colpi.

Ce n’è abbastanza per dare profondità esistenziale ai dilemmi del supereroe più corretto e gentile della banda Marvel, ma quasi subito la storia prende la direzione di una spy story complottista in stile anni Settanta con ampi rimandi al presente e il ritmo si fa frenetico senza perdere per questo in profondità e intelligenza.

Scene di inseguimenti in macchina, combattimenti in terra e in aria e sparatorie si alternano a momenti di teso confronto su temi come la sicurezza e libertà (e quanto della seconda si possa sacrificare per preservare la prima), vecchi nemici si rifanno vivi dove meno te lo aspetti, vecchi amici rivelano volti che non si conoscevano e la lealtà del Capitano è messa duramente alla prova.

I duetti tra il timido Steve Rogers e la spregiudicata Natasha sono dei gioielli di umorismo e iniettano nella storia elementi di romanticismo implicito, rivelando lati inediti dei personaggi senza tradirne lo spirito. Accanto a loro anche un nuovo alleato, un ex paracadutista dotato di ali meccaniche, Falcon, con cui Rogers può anche condividere i traumi dei “sopravvissuti”.

È il segno di una scommessa vinta: aver saputo trasformare il supereroe più “conservatore” e tradizionalista nel protagonista convincente di una parabola antisistema (con voluti, ma non fastidiosi rimandi al caso Wikileaks) che riesce tuttavia a non perdere l’idealismo e la fiducia nella possibilità di ritrovare se stessi.

Il film, che pure cavalca l’ossessione tutta contemporanea per i sistemi di controllo e strizza l’occhio ai recenti scandali delle intercettazioni americane, è tutto pervaso della nostalgia, di Steve ma non solo, di un tempo in cui scegliere tra giusto e sbagliato era (o almeno sembrava) più facile, portare un’uniforme che è anche una bandiera non era così imbarazzante e i criteri morali sembravano scritti nella pietra e non sull’acqua.

L’introduzione di un personaggio cult dei fumetti come il misterioso (ma non tanto) Soldato di Inverno, consente ulteriori affondi su un passato forse meno perfetto della sua versione mitizzata e lancia alcune sfide future (come confermano le due, occhio e pazienza, sequenze dopo i titoli).

I cast sempre più interessanti che la Marvel riesce a costruire per i suoi film qui comprendono, ennesima strizzata d’occhio cinefila, anche Robert Redford nei panni di un ex diplomatico assai ambiguo che gestisce i contatti dello S.H.I.E.L.D. con un fantomatico Consiglio Mondiale, che quanto a cappellate è secondo solo all’ONU.

La pellicola che, per una volta, ha fatto contenti anche i critici non amanti dei fumetti, è anche un gioioso e ammiccante circo di citazioni, sia dall’universo Marvel (tra i possibili bersagli dell’arma da fermare c’è anche il dottor Strange) che da fonti più inaspettate (attenzione alle lapidi nei cimiteri!) ed è l’ennesima conferma che il connubio tra grande blockbuster e cinema intelligente è possibile. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rai2
Data Trasmissione: Venerdì, 29. Giugno 2018 - 21:20


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LEI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/13/2014 - 19:25
Titolo Originale: Her
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Spike Jonze
Sceneggiatura: Spike Jonze
Produzione: ANNAPURNA PICTURES
Durata: 126
Interpreti: Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson (voce), Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde

In una Los Angeles di un futuro non troppo lontano, Theodore sfrutta per il suo lavoro una dote particolare: ha un animo romantico e scrive calde lettere d’amore per conto di chi non sa esprimere i propri sentimenti. Il suo atteggiamento introverso e melanconico si è enfatizzato da quando lui e sua moglie si sono lasciati: vive di ricordi e quando gli viene proposto di provare un nuovo sistema operativo che parlando con voce femminile, sa interagire con il suo cliente e comprendere le sue esigenze, Theodore decide di avviare lunghe conversazioni con Samantha, questa sua nuova e insolita amica/fidanzata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film, pur con toni crudi ed espliciti in termini di sessualità, riesce a lanciare un intelligente atto d’accusa contro una società di uomini e donne sole, dove si è persa la capacità di comunicare e convivere
Pubblico 
Maggiorenni
Un linguaggio esplicito di tipo erotico. Una rapida sequenza di foto di nudi. Al film è stato dato in U.S.A. l’attributo di Restricted (VM 17); in Italia è stato considerato per tutti.
Giudizio Artistico 
 
Una eccezionale prova di bravura di Joaquin Phoenix sostenuto da una intensa controparte femminile costituita solo da una voce. Una difficile e innovativa tematica resa credibile dalla bravura del regista
Testo Breve:

L’assurdo racconto di un uomo che si innamora di un software con la voce femminile è stata resa con grande intelligenza; manifesto impietoso della prossima futura, ma anche attuale, difficoltà per gli uomini e le donne, di comunicare fra loro 

Theodore (Joaquin Phoenix) sta per per divorziare. Amy (Amy Adams), sua collega di lavoro e suo marito lo vedono melanconico e solo; prendono l’iniziativa di combinargli un incontro con una ragazza loro amica. I due conversano amabilmente al tavolo di un ristorante, la ragazza è allegra e simpatica (Olivia Wilde) e quando escono dal locale viene il momento del primo bacio. Lei lo ferma: non gradisce che usi troppo la lingua; dopo poco lo ferma di nuovo e insiste: deve agire più con le labbra. Questa rapida, arguta sequenza definisce da subito il tipo di rapporto “a freddo” che si sta determinando: la reciproca convenienza a procurarsi un piacevole intrattenimento. Il tema dell’amore desiderato ma incompreso nel suo vero significato percorre tutto il film. Theodore incontra la moglie Catherine a un bar per firmare le carte del divorzio; ancora una volta, nonostante si veda chiaramente che sono ancora uno legato all’altra, lei riprende le antiche dispute, accusando Theodore di aver voluto da lei un tipo di moglie che non sarebbe mai potuta diventare. Anche per loro appare evidente che l’amore di donazione (se c’è stato) ha avuto vita breve: quello di Theodore è stato un amore puramente celebrale, alla ricerca del tipo di donna che potesse corrispondere alle sue fantasie. Anche l’amica Amy alla fine divorzia; non si tratta di tradimento ma della incapacità calare un concetto un po’ astratto e sentimentale di amore nella banalità della vita quotidiana.

Abbiamo volutamente trattato per primi gli aspetti più umani e sentimentali del film ponendo in secondo piano il tema di maggior richiamo della pellicola (il presunto amore fra Theodore  e Samantha, un computer dalla voce di donna) proprio perché un film di fantascienza ben fatto è quello che sa cogliere i movimenti lenti della società del presente per isolarli ed portarli alle estreme conseguenze nel futuro. Questo film ci riesce benissimo: il soggettivismo strisciante presente già oggi, diventa predominante nel futuro: Theodore  lavora solitario davanti a un computer componendo lettere romantiche per persone che non sanno esprimersi, può contare su non più di due amici, colleghi di ufficio, si intrattiene,  nei suoi momenti di svago, con sofisticati giochi in tre dimensioni e quando cala la sera e si trova a letto da solo, non gli resta che collegarsi a una hot line per sentire donne che a pagamento gli dicono frasi eccitanti.

In questo contesto, il trovarsi di fronte a un software sofisticato che deduce il tuo stato d’animo dal tono della voce, ha un timbro suadente di donna, desidera solo intrattenersi con te per distoglierti dal tuo stato di cronica melanconia, rende credibile ciò che accade nel film: la  nascita di una dipendenza affettiva di Theodore nei confronti di Samantha. L’innamoramento e l’intesa fra i due migliora sequenza dopo sequenza ma ha gli stessi difetti dei rapporti fra umani: vivono cercando il momento magico ma effimero dell’intesa perfetta, salvo poi restare delusi quando il tono emotivo, per banali motivi, si raffredda.

Bisogna riconoscere che anche nel 2013 (il film ha vinto l’Oscar 2014 per la migliore sceneggiatura originale) Hollywood ha mostrato la capacità di sfornare film altamente innovativi e di alta professionalità.

Joaquin Phoenix riesce benissimo a reggere i primi piani di un film di due ore e ci rende credibile il suo continuo interloquire con un computer. Non deve neanche essere stato facile trovare la voce giusta per Samantha (Scarlett Johansson nella versione U.S.A., Micaela Ramazzotti in quella Italiana), una voce calda che sa anche esprimere una suadente malinconia per un amore che non si può realizzare. La stessa scenografia, in una futura Los Angeles dai toni pastello, contribuire a dare coerenza al racconto.

Al film è stato dato in U.S.A. l’attributo di Restricted (VM 17) per l’esplicito linguaggio a sfondo sessale; in Italia è stato considerato Per tutti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 19. Settembre 2017 - 15:45


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SNOWPIERCER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/06/2014 - 18:03
Titolo Originale: Snowpiercer
Paese: Usa, Corea del Sud, Francia
Anno: 2013
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho e Kelly Masterson dalla graphic novel di Jean-Mark Rochette e Benjamin Legrand
Produzione: Jeong Tae-Sung, Steven Nam, Park Chan-Wook per Moho Films/Opus Pictures
Durata: 126
Interpreti: Chris Evans, Tilda Swinton, Jonh Hurt, Jamie Bell, Ed Harris

2031. Dopo che 17 anni prima un maldestro tentativo di combattere il riscaldamento globale ha gettato il pianeta in nuova glaciazione uccidendo quasi tutta la popolazione mondiale, i pochi superstiti sono stipati in un treno che percorre incessantemente il globo. I sopravvissuti sono rigidamente divisi tra benestanti, che occupano le prime carrozze, dove si vive con ogni confort, e disperati, “prigionieri” in quelle di coda. Questi ultimi, guidati dal coraggioso Curtis, decidono di tentare una ribellione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un istinto di sopravvivenza schiaccia ogni considerazione morale in nome del mantenimento dello status quo ma è presente anche un anelito altrettanto inevitabile che cerca di spezzare il cerchio in nome di una nuova speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e mutilazione
Giudizio Artistico 
 
Lo stile personalissimo del regista sud coreano mescola un violento realismo con la metafora fantastica e il racconto che si muove abilmente tra archetipi narrativi differenti, dall’arca di Noè a quello dell’eroe predestinato
Testo Breve:

A causa di una terribile glaciazione, i pochi superstiti sono stipati in un treno che percorre incessantemente il globo, suddivisi rigorosamente in classi. Un violento film di fantascienza che si muove abilmente tra diversi archetipi narrativi

Il film di Bong Joon-ho (prodotto dal più famoso collega Park Chan-Wook) è un'originale esempio di fantasia distopica capace di riflettere anche sul presente, in particolare sull'organizzazione di una società disposta a tutto per mantenersi in vita e ossessionata dal controllo su individui e natura.

La storia, dopo un prologo fulminante un po' nello stile di Io sono leggenda (pure lì scienziati benintenzionati, decisi a mettere una toppa a un problema causavano una catastrofe globale) inizia in medias res, volutamente sfidando il pubblico a scoprire un poco alla volta le regole del gioco (pure quelle in realtà piuttosto sfuggenti), il passato dei personaggi e il loro preciso ruolo nella storia.

Lo stile personalissimo del regista sud coreano mescola un violento realismo (soprattutto nelle molte sanguinosissime scene di scontri) con la metafora fantastica, che si approfondisce man mano che i ribelli risalgono le carrozze del treno verso la locomotiva. Questa è guidata dal misterioso signor Wilford, un tiranno/benefattore (è lui che ha costruito il treno), che non si vede mai e che comunica per il tramite di interfono. Una figura che fa tanto Mago di Oz, ma che si rivelerà ben più ambigua e pericolosa.

L’ovvia chiave di lettura anticapitalista di una guerra poveri contro ricchi è solo il punto di partenza, di certo non esaustivo, di un racconto che si muove abilmente tra archetipi narrativi differenti, dall’arca di Noè (con la glaciazione al posto del diluvio) a quello dell’eroe predestinato.

Il mondo fuori dai finestrini, che i passeggeri delle ultime carrozze – da anni completamente chiuse come quelle di un carro bestiame o di un campo di concentramento – scoprono solo al momento della loro avanzata di ribellione, è un immenso susseguirsi di paesaggi ghiacciati.

Quello all'interno segue precise regole di sopravvivenza che mirano a tenere l'ecosistema in un fragile equilibro, un po' come un acquario, anche a costo di esercitare una violenza spietata (massacri, mutilazioni, rapimenti di bambini) in nome dell'unico valore della sopravvivenza collettiva e del mantenimento di ruoli predeterminati.

Per essere un "mondo" che esiste da soli 17 anni, poi, quello del treno sembra aver sviluppato già una sua determinata mitologia, con il culto della "sacra locomotiva" eternamente in moto, insegnato ai bambini e proclamato da una misteriosa burocrate, Mason (una grande Tilda Swinton), che fa discorsi che echeggiano grottescamente quelli dei patrizi ai plebei nelle storie di Tito Livio.

A contrapporsi alla tirannia l'eroico Curtis, un leader riluttante gravato da un passato di violenza ma deciso a riscattarsi con il sacrificio, un personaggio affascinante, destinato com'è a guidare una sorta di esodo biblico sui generis o forse, piuttosto, un'illusoria odissea fino al disvelamento finale.

La sua strada è un susseguirsi di scontri, genialmente coreografati, in cui la violenza è enfatizzata dallo spazio ristrettissimo, che sembra abolire vie di fuga così come ogni tentazione di misericordia. 

Accanto a Curtis troviamo anche un misterioso coreano esperto di sicurezza e schiavo dell'unica droga disponibile, accompagnato da una figlia veggente. Ed è a questi due personaggi, dopo l’incontro con Wilford, che è affidato l'elemento capace di sconvolgere alle fondamenta il mondo del treno e i suoi valori, ma anche il racconto stesso, costringendo improvvisamente a riconsiderare tutto quanto abbiamo visto, e spingendo la metafora di Snowpiercer anche oltre quella pur valida della critica sociale.

Al correre circolare e infinito del treno, condannato a una reiterazione ineludibile come un’Arca che abbia rinunciato a cercare la terra ferma, governata da un istinto di sopravvivenza che schiaccia ogni considerazione morale in nome del mantenimento dello status quo, si contrappone, infatti, un anelito altrettanto inevitabile a spezzare il cerchio in nome di una speranza magari folle e suicida, ma capace di guardare e “sentire” la realtà e la novità, disastrosa o salvifica, che può portare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: sky cinema 1
Data Trasmissione: Domenica, 9. Maggio 2021 - 21:15


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HUNGER GAMES - LA RAGAZZA DI FUOCO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/26/2013 - 21:21
Titolo Originale: The Hunger Games: Catching Fire
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Simon Beaufoy e Michael Debruyn dal romanzo di Suzanne Collins
Produzione: Nina Jacobson e Jon Kilik per Colorforce/Lionsgate
Durata: 146
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Willow Shields, Sam Claflin, Lynn Cohen, Jena Malone

Katniss e Peeta sono sopravvissuti agli Hunger Games, ma il loro incubo continua tra i ricordi che li tormentano, le violenza di Capitol City e le minacce del presidente Snow, che non crede affatto alla messa in scena del loro amore. Oltretutto l’esempio di Katniss ha galvanizzato l’opposizione nei dodici distretti, cosa che il presidente non può permettersi… Così in occasione del settantacinquesimo anniversario dei Giochi, il Presidente decide che a partecipare alla sfida saranno gli ex vincitori. Katniss e Peeta, decisi ognuno a salvare la vita dell’altro, si trovano a competere con avversari abili, spietati e determinati. Ma gli alleati si possono trovare dove meno ci si aspetta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il successo e la sopravvivenza di Katniss dipendono dalla pietas e dall’altruismo che, quasi suo malgrado, dimostra sempre
Pubblico 
Adolescenti
Diverse scene di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Jennifer Lawrence, bravissima a trasmettere con mille sfumature l’incertezza, lo smarrimento, la paura, la tenacia e il coraggio, è supportata da un cast fenomenale. Una regia, adrenalinica, movimentata e precisa e una sceneggiatura che lavora anche sottilmente per costruire una molteplicità di rimandi e riprese
Testo Breve:

La ragazza di fuoco, diversamente da altri deludenti secondi capitoli di saghe, non riposa sugli allori, ma si mette di impegno per superare il predecessore. Sempre brava la Jennifer Lawrence

Blockbuster  parzialmente a sorpresa del botteghino di un paio di anni fa, il primo  Hunger Games aveva come principale elemento di forza, oltre ad un racconto di futuro distopico assai sensibile alle tematiche sociali di oggi, una protagonista, Katniss Everdine (interpretata, o sarebbe meglio dire incarnata, magnificamente da Jennifer Lawrence), che ha in qualche modo guidato la riscossa di una schiera di eroine forti e attive, modello alternativo alla sdilinquita protagonista di Twilight, pallida damigella in pericolo bisognosa di ben due spasimanti per toglierla dai guai.

Lo stesso anno anche la Pixar aveva seguito la scia con la principessa Merida, ribelle con arco e frecce, ma a fare la differenza con Katniss (che ha pure lei due spasimanti, ma in genere li salva lei, si tratti di difenderli dalle frustate o da proteggerli da un branco di scimmie carnivore) è la dimensione “politica” nel senso più puro che segna la serie cinematografica come prima quella letteraria firmata da Suzanne Collins. Il risentimento degli oppressi nei confronti dei ricchi e potenti, la dimensione mediatica della dittatura, l’ossessione per le personalità, la trasformazione della violenza in intrattenimento mainstream, sono temi non accidentali del racconto.

Katniss, sopravvissuta ai giochi (e in quanto tale tormentata dal passato quanto un reduce di guerra o un superstite dei campi di concentramento), non è mai davvero “tornata a casa”, perché il suo mondo, come lo conosceva, non esiste più. Deve accettare la dimensione pubblica che ogni evento della sua vita ha assunto, sballottata tra i Distretti in schiavitù a far mostra della sua vittoria e del suo (falso) amore per Peeta; deve ripensare ogni rapporto, come quello con l’amico di sempre Gale, deve calcolare i passi e deve accettare l’enorme responsabilità di essere divenuta un simbolo di ribellione e speranza.

Jennifer Lawrence è bravissima a trasmettere con mille sfumature l’incertezza, lo smarrimento, la paura, la tenacia e il coraggio di questa adolescente (non dimentichiamo che i “tributi” costretti a misurarsi nei giochi sono ragazzini tra i 12 e i 18 anni) eroina suo malgrado, supportata da un cast fenomenale per una pellicola nata come intrattenimento per il ghiotto (ma spesso poco selettivo) pubblico degli young adult. La presenza di grandi attori nei ruoli di supporto fa sì che anche i personaggi minori siano figure riuscite e indimenticabili anche se pronunciano poche battute (o addirittura nessuna, come l’anziana Mags).

Contro di lei prima un Presidente spietato e intelligente, deciso a conservare il potere con ogni mezzo, un sistema oppressivo e onnipresente, poi nell’arena avversari che sono killer professionisti (anche se portano nomi esotici quanto quelli dei figli di Totti).

A mescolare le carte ci pensano impreviste alleanze (“ricordati chi è il tuo nemico” è la frase di lancio del film) che porteranno a sviluppi straordinari dentro e fuori l’arena dei Giochi.

La ragazza di fuoco, diversamente da altri deludenti secondi capitoli di saghe, non riposa sugli allori di un successo planetario, ma si mette di impegno per superare il predecessore. Lo si nota sul piano della scrittura - (firmata da due premi Oscar, Simon Beaufoy, autore di The Millionaire e, sotto pseudonimo, da Michael Arndt, autore di Little Miss Sunshine), che diventa se possibile ancora più fedele al materiale di partenza, ma lavora anche sottilmente per costruire una molteplicità di rimandi e riprese che faranno la gioia degli spettatori più attenti- ma anche su quello della regia, adrenalinica, movimentata e precisa (Lawrence è stato regista anche di Io sono leggenda).

L’esaltazione guerriera e l’ empowerment al femminile che otterranno il plauso di tanti anche da noi, non fanno comunque dimenticare il messaggio di fondo della vicenda di Katniss, il cui successo e la cui sopravvivenza dipendono dalla pietas e dall’altruismo che, quasi suo malgrado, dimostra sempre.

E in questo contesto, anche il triangolo amoroso non diventa la proverbiale e ormai un po’ fastidiosa geometrica ricetta del successo al botteghino ma una dinamica credibile e interessante tra persone vere, ferite, fragili eppure incapaci di arrendersi.

Inevitabilmente il finale lascia con  l’acquolina in bocca (per l’ultimo capitolo, che ha subito, per ragioni temiamo di box office più che artistiche, una divisione ulteriore in due, bisognerà aspettare un annetto) ma decisamente non delusi. Chissà quante ragazzine avranno già costretto le madri a iscriverle ai corsi di tiro con l’arco mettendo da parte le scarpette da ballo…

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Martedì, 29. Giugno 2021 - 21:20


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