Fantascienza

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SOLO: A STAR WARS STORY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/19/2018 - 17:01
 
Titolo Originale: Solo: a Star Wars Story
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Lawrence Kasdan e Jon Kasdan
Produzione: Lukas Film, Walt Disney Production
Durata: 135
Interpreti: Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Woody Harrelson, Paul Bettany, Thandie Newton

In una galassia lontana lontana…Han, orfano cresciuto nel malfamato pianeta Corelia, riesce a fuggire e cerca di costruirsi una vita seguendo il sogno di diventare pilota. La sua strada incrocia quella di Tobias Beckett, un avventuriero al soldo del sindacato criminale dell’Alba Cremisi, da cui si fa coinvolgere in un audace furto su commissione. Ma le cose si complicano per la banda e Han dovrà dimostrare tutta la sua abilità per cavarsela…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film di pura evasione, senza specifiche controindicazioni
Pubblico 
Pre-adolescenti
qualche scena di tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film non va molto oltre gli onesti stereotipi di un genere avventuroso su cui, superata la meraviglia per le belle sequenze di azione e qualche invenzione visiva, pesa la tendenza al didascalico
Testo Breve:

Questo secondo film sulle origini di Star Wars, da quando la rivisitazione di questa mitologia è nelle mani della Disney, non è all’altezza del primo:Rogue One, e tradisce i suoi fini commerciali

Tecnicamente film come questi nel mondo ormai brandizzato della Disney (che possiede ormai sia il vasto universo Marvel che il franchise di Guerre Stellare) si chiamano origin story, perché raccontano al pubblico come un personaggio noto è diventato quello che conosciamo. In pratica, il Ritratto dell’Eroe da Giovane.

In questo caso Solo è anche parte di un piano commerciale (difficile intenderlo in un altro modo) di espansione delle storie che girano attorno alla guerra tra Jedi e rappresentanti del lato oscuro della forza, iniziato un anno e mezzo fa con il più riuscito Rogue One.

Se allora i personaggi, a parte qualche cameo, erano sconosciuti, solo tangenzialmente coinvolti nelle vicende principali, qui a fare da protagonista è Han Solo, uno dei tre personaggi principali della trilogia , indissolubilmente legato per la prima generazione di spettatori alla faccia da schiaffi di Harrison Ford.

Il difficile compito di portarne i panni guasconi e affascinanti posa sulle spalle di Alden Ehernreich (che in Ave Caesar! dei fratelli Coen era l’amabile cowboy che storpiava ripetutamente le battute di una commedia sofisticata) che tutto sommato fa il suo, senza lasciarsi scappare troppi ghigni sarcastici e, anzi, piegando il personaggio più verso un’ingenua tenerezza romantica, come un bambino avventuroso che provasse la parte del cinico avventuriero che ancora non è.

Ovviamente i punti forti della storia sono quelli in cui la strada di Han finalmente incrocia quella dei suoi futuri compagni di avventure: lo wookie Chewbecca e il giocatore imbroglione Lando Carlissian (il lanciatissimo Donald Glover), primo proprietario della Millenium Falcon.

Vedere Han pilotare la prima volta il suo mezzo tra pozzi gravitazionali e masse di asteroidi fa lo stesso esaltante effetto che vedere Bruce Wayne indossare la maschera da pipistrello.

Peccato che la storia scritta dai Kasdan padre e figlio, ma anche gli altri personaggi di contorno, compresa la “fidanzatina” di Han, Qi’ra, non vadano molto oltre gli onesti stereotipi di un genere avventuroso su cui, superata la meraviglia per le belle sequenze di azione e qualche invenzione visiva, pesa la tendenza al didascalico (alla Disney amano ripetere le cose agli spettatori distratti e quando finalmente dovrebbe arrivare in scena una sorpresa è difficile stupirsi davvero) e la vocazione commerciale dell’operazione (che si spiana la strada per altri lucrativi sequel).

Nel finale la vicenda tenta anche di prendere una piega “politica”, con la lotta appena intrapresa di un nucleo di coraggiosi contro la forza combinata di imperiali e di malvagie multinazionali del crimine, ma l’operazione di critica sociale suona francamente un po’ forzata. 

Non un film senz’anima o invenzione, quindi, ma di certo meno ispirato e sorprendente di Rogue One (che aveva il coraggio di un finale tragico ed eroico). La sensazione, fatto il bilancio di quattro pellicole (due della linea principale e due indipendenti) è che la “nuova proprietà” stia facendo con Star Wars un lavoro meno interessante che con la Marvel, trattando un universo narrativo più come un pozzo di petrolio da sfruttare che con il rispetto dovuto a una mitologia “sacra” per milioni di spettatori. Una mancanza di scrupoli degna del Lato oscuro della Forza….

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AVENGERS INFINITY WAR

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/27/2018 - 14:36
 
Titolo Originale: Avengers Infinity War
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 149
Interpreti: Robert Downey Jr, Benedict Cumberbatch, Chris Hemsworth, Chris Evans, Josh Brolin, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Tom Holland, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Tom Hiddleston, Paul Bettany, Elizabeth Olsen, Chadwick Boseman, Sebastian Stan

La terra è sotto l’attacco del titano Thanos, che vuole impossessarsi di tutte le gemme dell’infinito per spazzare via metà della popolazione dell’universo. Per combatterlo, dalle lande del Wakanda agli estremi dello spazio, si uniscono i “vecchi” Avengers, i Guardiani della Galassia e anche alcune nuove conoscenze. Ma la lotta sembra impari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non tutti gli Avengers sono degli eroi puri ma tutti combattono contro il potente cattivo
Pubblico 
Pre-adolescenti
qualche scena di tensione.
Giudizio Artistico 
 
Anche se c’è il rischio di perdersi nella conta dei supereroi e qualche volta la battuta arguta a tutti i costi rovina un po’ l’effetto dei momenti più drammatici e finanche tragici, l’ultimo Avengers mantiene la promessa di un grande intrattenimento spettacolare
Testo Breve:

La terra è sotto l’attacco di un titano che vuole spazzare via metà della popolazione. Per combatterlo, si uniscono tutti gli Avengers. Il film riesce nella difficile impresa di non crollare sotto il peso stesso delle sue premesse e fornire un grande spettacolo

Più ambizioso del primo Avengers (che pure all’epoca era sembrato il punto più alto della costruzione di un grandioso universo superomistico disteso su vari anni), Infiniy War  non è semplicemente un’enciclopedia dei supereroi, anche  se l’elenco pur parziale del cast dà un’idea di cosa deve essere stata la realizzazione di questa pellicola che è solo la prima metà di un dittico.

L’ultima fatica dei fratelli Russo (che di guerre tra esseri superiori si erano già validamente occupati in Captain America Civil War) riesce nella difficile impresa di non crollare sotto il peso stesso delle sue premesse, anche se accusa un po’ di fatica soprattutto nella prima parte dove gli autori schierano le loro carte e “squadre” nei più disparati punti dell’universo, ma lo spettatore fatica un po’ a richiamare alla mente i sospesi dei vari eroi.

Senza addentrarsi troppo nella trama (il rischio spoiler è altissimo, date le attese, non tradite, di morti eccellenti), va detto che il film vanta un cattivo di ottima caratura, che persegue un piano tremendo e razionale, con voluti e inevitabili echi politici (la sovrappopolazione, a cui vuole dare un taglio, insieme casuale e razionale, per garantire il benessere dei sopravvissuti, ha qualcosa dei piani quinquennali sovietici e delle politiche demografiche cinesi come pure di certo moderno ecologismo), ma anche riflessi personali e sentimentali. Un notevole passo avanti rispetto al fastidioso Ultron, ma anche a molti altri villain da cinecomic.

Ciò detto, senza offrire chissà quali mirabolanti sviluppi psicologici ai personaggi (ma il povero Bruce Banner che, traumatizzato dall’incontro con Thanos, non riesce più a evocare Hulk,  è insieme divertente e drammatico),  il film li muove con ammirevole coerenza rispetto ai loro principi di fondo. Su tutti il saggio Dottor Strange, l’unico in grado, per poteri ma anche per forza morale, di affrontare la lotta conoscendone il possibile esito (non a caso possiede la gemma del tempo), Tony Stark che, pur continuando a scherzare, da tempo sente sulle sue spalle il peso del mondo e teme di fare promesse alla donna che ama, e poi Steve Rogers, l’eroe puro, che non è disposto a sacrificare anche una sola vita in nome della salvezza delle  altre (e in questo è il perfetto contraltare di Thanos) E poi Thor, che ha ritrovato il suo spirito guerriero spinto dalla sete di vendetta e di giustizia e Peter Quill, diviso tra la solita guasconeria e un dovere più alto. Tutti si troveranno di fronte scelte e sacrifici che non potevano aspettarsi, fino ad una conclusione che per i canoni della Marvel è poco definire audace ma che, ovviamente, va vista nella prospettiva rassicurante di una seconda parte.

Anche se c’è il rischio di perdersi nella conta dei supereroi  e qualche volta la battuta arguta a tutti i costi rovina un po’ l’effetto dei momenti più drammatici e finanche tragici, l’ultimo Avengers mantiene la promessa di un grande intrattenimento spettacolare, senza insultare l’intelligenza dei suoi spettatori, e riuscendo, cosa non ovvia in un racconto ormai quasi “formulare”, a regalare loro sorprese anche amare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky Action
Data Trasmissione: Giovedì, 26. Dicembre 2019 - 21:00


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READY PLAYER ONE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/31/2018 - 22:20
Titolo Originale: Ready Player One
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Zak Penn, Ernest Cline
Produzione: AMBLIN PRODUCTION, DE LINE PICTURES
Durata: 140
Interpreti: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn

Nel 2045 a Columbus, nello stato dell’Ohio. L’umanità vive di stenti in un mondo inquinato e afflitto da una pesante crisi economica e si rifugia nella realtà virtuale di Oasis, un gigantesco game creato dal geniale James Halliday, dove ognuno si presenta sotto la falsa identità di un avatar. Alla sua morte, Halliday ha invitato tutti a cercare la Easter Egg che ha nascosto nel suo universo: chi saprà trovarla avrà le chiavi di accesso al gioco e ne diventerà il legittimo proprietario. Fra i tanti, raccolgono la sfida il giovane Wade (Parsifal come avatar) e la misteriosa Ar3mis ma sopratutto Nolan Sorrento, capo della società IOI che vuole impossessarsi del business che ruota intorno a Oasis...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine i buoni vincono contro i cattivi ma Spielberg non fa una critica esplicita della play-dipendenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere sci-fi
Giudizio Artistico 
 
Grande perfezione delle immagini e buon ritmo della storia
Testo Breve:

Spielberg si è immerso totalmente nel mondo dei videogiochi, anzi il suo film è tutto un video gioco con il rischio di filtrare, a causa anche dell’elevato citazionismo, il pubblico a cui può interessare.

Se non siete  dei nerd nè dei geek, temo che l’ultimo lavoro di Spieberg non sia  per voi. Il film è zeppo di citazioni a eroi ed eroine dei game più famosi e per la maggior parte del film assistiamo a movimentati combattimenti virtuali tipici di un videogioco di ottima qualità, dove occorre fuggire all’assalto di un  T-Rex, di un  Mechagodzilla a bordo di una DeLorean (quella che compare in Ritorno al futuro) o della rossa moto della mitica Akira.

 Il film è ambientato nel 2045, quindi in un futuro non molto lontano e le attrezzature che impiegano i nerd impegnati nella caccia all’Easter Egg nascosto da Halliday non sono molto più evolute di quanto oggi è già disponibile. Vengono utilzzati dei visori 3d , che già stanno invadendo i nostri principali siti archeologici ma dispongono anche di guanti che simulano le sensazioni tattili (ad es la carezza fatta a una avatar donna) e di una tuta integrale che consente di riprodurre un colpo ricevuto quando si ingaggia una lotta corpo a corpo. A completare la quasi-realtà la tuta può venir agganciata a dei cavi appesi al soffitto dando l'illusione di  librarsi nell’aria.

A cosa serve tutta questa tecnologia? A essere ciò che si vuole nel mondo che si vuole. Ognuno dei protagonisti si crea il suo Avatar  e con esso partecipa ad avventure entusiasmanti oppure frequenta Basement, uno spazio sociale dove si fanno nuove conoscenze.  Si tratta di una passione per il virtuale che non va affatto sottovalutata già oggi: il business dei videogiochi è superiore a quello del cinema, della televisione e della musica messi insieme. Ma perché nel 2045 prospettato da Spielger tutti si rifugiano in un mondo che non c’è?  Una crisi economica e una catastrofe ecologica hanno ridotto i più alla povertà e ora vivono in case-container impilate, una sull’altra, su strutture metalliche. “La realtà serve solo per mangiare e per dormire” ma poi per il resto della giornata, incluso il nostro Wade,  tutti vanno a vivere in Oasis. Un tale contrasto richiama alla mente altri film di fantascienza dove il mondo è sotto un regime totalitario e vengono organizzate competizioni crudeli come diversivo ma alcuni giovani sono pronti a organizzzare una rivolta (stiamo citando la trilogia di Hunger Games) per costruire un mondo migliore. Niente di tutto questo traspare in Ready Player One, anzi uno dei suoi difetti è proprio quello di mostrarci poco o nulla del mondo reale: quartieri squallidi, un cielo sempre grigio mentre l’intervento della Polizia in una delle sequenze finali lascia intendere che il “mondo al di fuori” è ancora ordinato, ma nulla di più. 
Da alcune frasi dette dal protagonista, sembra che il regista voglia “farci la morale” ricordando che la realtà è molto più bella e coinvolgente ma anche questa ipotesi va scartata.  

Il mondo virtuale viene presentato con colori molto più brillanti e sappiamo che il nostro eroe, Wade, ha al massimo l’intenzione di sospendere Oasis per due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì: siamo ben lontani da una denuncia radicale.

Forse perché ciò che ci prospetta il regista è molto più grave e definitivo: in un mondo dove non si muore di fame ma dove non ci sono neanche opportunità di crescita, l’”economia reale” si è ormai trasferita in Oasis. I punti acquisiti nel gioco possono esser venduti ad altri e il ricavato può esser convertito in moneta corrente o viceversa questa viene usata per comperare “armi” che consentono di vincere più facilmente.  L’organizzazione IOI specula sugli ingenui proprio concedendo prestiti e quando i giocatori non riescono più a restituirli, diventano degli schiavi condannati ai lavori forzati.

E’ evidente che Spielberg ha voluto divercirci raccontando gli sviluppi di questo grande gioco, citando continuamente la cultura pop degli anni ’80, incluso un lungo omaggio a Shining del suo maestro  Stanley Kubrick e che il film conferma ancora una volta la sua grande professionalità, impegnata a rendere al meglio la tecnica della performance capture. Tuttavia, dopo che si esce dal cinema, dopo aver apprezzato l’impegno di Spielberg come futurologo più che narratore di fantascienza, il film è subito dimenticato, perché sembra che non abbia un'anima.

Spielberg ci ha infiammato tante volte con le sue passioni civili (contro il razzismo, contro l’olocausto, a favore della libertà di stampa)  o ci ha fatto provare il gusto dell’intrattenimento fantastico (E.T., Jurassic Park)  ma questa volta non riesce ad affascinarci con quel mondo colorato che è riuscito a creare, se poi non ci mostra dei protagonisti,  dotati di cuore e passione, che affrontano, anche senza risolverli, i problemi umani e sociali che sono sottesi (era successo qualcosa di simile con A.I. -Intelligenza artificiale).

Avevano detto all’inizio che si tratta di un film che va bene per dei  nerd e proprio di questo si tratta: grande interesse per una brillante soluzione degli enigmi proposti dal gioco, mentre l’intreccio amoroso diventa di secondaria importanza, nè i problemi del mondo reale, per chi sta incollato delle ore alla playstation, suscitano un particolare interesse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky Sci-Fi
Data Trasmissione: Lunedì, 20. Settembre 2021 - 21:15


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BLACK PANTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 13:27
 
Titolo Originale: Black Panter
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Ryan Coogler
Sceneggiatura: Ryan Coogler e Joe Robert Cole dall’omonimo fumetto
Produzione: Kevin Feige
Durata: 134
Interpreti: Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Andy Serkis, Forest Withaker, Angela Bassett, Martin Freeman

Dopo la morte di suo padre in un attacco alle Nazioni Unite (visto in Avengers – Civil War) il principe T’Challa torna a Wakanda per salire al trono, ma l’ascesa al trono non è priva di ostacoli e non appena incoronato deve indossare i panni della Pantera Nera per andare fino in Sud Corea e catturare un antico nemico della sua gente. Non sa ancora che il suo vero nemico è pronto a venire a cercarlo fino nel cuore del suo regno nascosto e per sconfiggerlo dovrà affrontare dei segreti che riguardano la sua famiglia e raccogliere intorno a se tutti gli alleati possibili...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista sono elementi che danno consistenza e rilevanza a un film
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Si tratta di una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi
Testo Breve:

Dall’universo Marvel, un racconto avvincente con protagonisti quasi totalmente black adatto per tutte le età

Pienamente connesso all’universo Marvel Black Panther rappresenta però una pellicola particolare e fa della sua “unicità” una bandiera: un cast quasi totalmente black (salvo il sempre efficace Martin Freeman nei panni del qui anche eroico agente Ross e Andy Serkis in quelli del cattivissimo trafficante di armi Ulysses Klaue) e la regia è affidata a  Ryan Coogler (anche sceneggiatore insieme a Joe Robert Cole), già autore del riuscito Creed, fanno sì che il film assuma una chiara valenza politica.

Il risultato è una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi, regalando una vicenda compiuta, ma lasciando anche spazio alla possibilità di nuove avventure in un luogo che unisce le meraviglie della scienza alla dimensione antica e spirituale della cultura africana, accosta natura e tecnologia senza che una distrugga l’altra, allo stesso modo in cui sottolinea il valore della tradizione ma invita ad aprirsi all’altro.

Così lo stand alone dedicato al principe di Wakanda (il fumetto nasce nel 1966, nel pieno delle lotte per i diritti civili), pur entrando a pieno diritto nel genere dei cinecomic e abbracciando per molti versi lo stile Marvel (non mancano momenti di alleggerimento e  un tocco di romanticismo, ma la morte di un padre e la messa in discussione della sua eredità sono trattate per esempio con più gravitas e coinvolgimento che nel recente Thor Ragnarok),  ha una compattezza ed efficacia che lo rende godibile per un pubblico ampio.

Ma la forza principale del film sta nel modo in cui sono tratteggiati (e interpretati) i personaggi. Non solo il protagonista T’Challa (l’affascinante Chadwick Boseman), principe che deve affrontare la prova del diventare re sconfiggendo non solo un nemico potente e determinato (un antagonista con alte motivazioni sociali e politiche a cui dà corpo e voce l’ottimo Michael B. Jordan), ma anche facendo i conti con una figura paterna amata, ma non priva di difetti. Il suo viaggio dell’eroe è ben articolato e accanto a lui le figure di consiglieri, amici, amanti e aiutanti si moltiplicano senza sovrapporsi creando un insieme riuscito e funzionale.

La regia esplora con piacere il mondo di Wakanda, alterna scene di azione ottimamente coreografate con momenti più emotivi e di calore, dando spazio anche alle figure femminili, prima tra tutte la Nakia di Lupita Nyong’o, un’agente sul campo con ardenti ideali sociali a cui vorrebbe convertire il più pacato principe T’Challa per il quale nutre un profondo sentimento.

Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista (che pure ha profonde e credibili motivazioni) sono elementi ulteriori che danno consistenza e rilevanza a un film che, senza mai rinunciare alla sua vocazione di intrattenimento d’alto livello, riesce a soddisfare le esigenze anche di un pubblico più sofisticato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky Cinema 1
Data Trasmissione: Giovedì, 29. Novembre 2018 - 21:15


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STAR WARS - GLI ULTIMI JEDI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 10:22
 
Titolo Originale: Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Produzione: Walt Disney Studios Motion Pictures, Lucasfilm
Durata: 152
Interpreti: Mark Hamill, Carrie Fisher, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Kelly Marie Tran, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Benicio Del Toro, Laura Dern

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La flotta stellare del Primo ordine, perennemente col fiato sul collo del contingente ribelle guidato dalla principessa-generale Leia Organa, ha creato una tecnologia in grado di localizzare le astronavi della Resistenza anche dopo le fughe nell’iperspazio. Mentre l’ex soldato Finn deve cercare su un vicino pianeta un misterioso grimaldello per azzerare tale svantaggio nei confronti dei nemici, il pilota scavezzacollo Poe Dameron si snerva tra la tensione di un assedio stellare e qualche problema di disciplina. Sul fronte opposto, il tormentatissimo Kylo Ren si dibatte tra la frustrazione per il mancato riconoscimento come nuovo Signore del Male e i sensi di colpa per le mani sporche di sangue. Intanto, sul pianeta più lontano di tutti, la giovane Rey ha scovato l’ultimo cavaliere jedi Luke Skywalker. Sembrano affidate a lui le ultime speranze di salvare l’intera galassia dall’oscurità.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione del pubblico più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un film ralizzato con altissima professionalità, in particolare negli effetti speciali e nelle scenografie. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”
Testo Breve:

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La saga Star  Wars ormai gestita dalla Walt Disney, si preoccupa di attirare le nuove generazioni, inserendo nuove interessanti tematiche ma tradendo un po’ il pubblico affezionato alla “tradizione”.

Ci sono due modi per valutare questo film, a seconda che lo si consideri come destinato a confrontarsi con l’immane patrimonio mitologico che gli grava sulle spalle, oppure che lo si veda come un’avventura originale destinata a conquistare nuovi spettatori. Gli ultimi jedi è l’ottavo capitolo del canone principale di Star Wars (quindi il penultimo tassello di un corpus formato da tre trilogie) ma è soprattutto un anello di congiunzione tra il passato della famosa saga – che sta appunto per chiudersi – e il suo futuro, affidato alla progettualità della Disney che, detenendo ormai i diritti su tutto l’universo narrativo in questione, promette di espanderlo nei prossimi anni, in una miriade di ramificazioni. Poche settimane prima dell’uscita nelle sale, infatti, si è diffusa la notizia che a Rian Johnson – qui nelle doppie vesti di regista e sceneggiatore – è stata affidata l’ideazione di altri tre film (di cui dirigerà solo il primo) che andranno a esplorare un angolo della galassia di Star Wars ancora ignoto. E, visto ciò che la Disney ha fatto con l’universo cinematografico Marvel, c’è da giurare che siamo solo all’inizio di qualcosa. Il discorso, quindi, è complesso perché come nuovo episodio della saga il film delude ma come storia originale, chiamata a ridisegnare coordinate, atmosfere e tematiche, funziona. Fatalmente, Gli ultimi jedi è esattamente quello che deve essere: il grande film Disney di Natale, pensato per le nuove generazioni, che non si preoccupa di strizzare troppo l’occhio al pubblico adulto – il cui desiderio di nostalgia era già stato appagato dal bellissimo Rogue One (2016) – ma intende congedarlo inappellabilmente e senza troppi preamboli.

Il preambolo, in realtà, c’era stato due anni prima: l’episodio precedente, Il risveglio della forza (2015), era servito a riallacciare i nodi temporali, riepilogare le linee narrative, ricapitolare ogni dettaglio, ribadire il già detto (per l’ultima volta) per poi accogliere e rilanciare il nuovo. Se quello era un film che doveva portare al cinema spettatori vecchi e giovani insieme, questo può iniziare a fare a meno dei primi, non in termini numerici, naturalmente (chi si sognerebbe di perderselo?) ma forse in termini emotivi. Ed eccolo il nuovo! Gli ultimi jedi è, infatti, un film dissacrante e in questo sta la sua ambivalenza. Gli spettatori più navigati potrebbero sentirsi traditi. Quelli più giovani, invece, perfettamente a loro agio. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”.

Forse i giovani della generazione Facebook potrebbero non avvertire come schizofrenico questo doppio registro ma i loro genitori, che con il mito di Star Wars sono cresciuti, non troveranno dei film originali né la vera epica né l’autentico spirito fanciullesco che li contraddistingueva. Inoltre, se Il risveglio della forza era quasi irritante per come seguiva pedissequamente tutti i cliché, Gli ultimi jedi – con un movimento esattamente contrario – tradisce sistematicamente ogni aspettativa rispetto ai personaggi e alla trama. Il continuo disattendere tali attese (e qui non aggiungiamo davvero nulla, perché i colpi di scena sono innumerevoli) potrebbe anche essere un pregio, senonché tanta sfrontatezza, alla lunga, rivela la propria natura programmatica e diventa a sua volta stucchevole. Più che un’opera, un’operazione.

Eppure, nel suo tenere fuori dai giochi lo spettatore adulto, il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione di quello più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi, tutti più o meno colti da dubbi, paure e tentazioni (soprattutto l’arco drammatico del cattivo “tentato dal bene” Kylo Ren sembra essere da questo punto di vista il più intrigante di tutti). Lo si coglie anche da un inaspettato affondo di critica sociale (per la prima volta nella saga ci vengono mostrati “i ricchi”, non in quanto figure di potere ma in quanto privilegiati benestanti, in contrapposizione ai poveri sfruttati) e da un estemporaneo riferimento ai mercanti di armi che si arricchiscono vendendo arsenali ai cattivi ma anche ai buoni. Sembra proprio che la “galassia lontana lontana” inventata da George Lucas perda sempre più i riferimenti all’epos classico per maneggiare i suoi temi universali filtrandoli per spiegare il mondo di oggi. Forse è bene così. I capolavori del passato (l’inarrivabile trilogia classica degli anni Settanta-Ottanta) ne escono comunque ingigantiti. La mitologia è intatta ma solo cambiando completamente spartito la saga di Star Wars può entrare nel terzo millennio. Insomma, cari fan di Star Wars, per citare una celebre battura di Ritorno al futuro, “penso che ancora non siate pronti per questo ma ai vostri figli piacerà”.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Cinema 1
Data Trasmissione: Lunedì, 17. Settembre 2018 - 21:15


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GEOSTORM

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/02/2017 - 09:40
 
Titolo Originale: Geostorm
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Dean Devlin
Sceneggiatura: Dean Devlin, Paul Guyot
Produzione: SKYDANCE PRODUCTIONS, ELECTRIC ENTERTAINMENT
Durata: 119
Interpreti: Gerard Butler, Jim Sturgess, Abbie Cornish, Ed Harris, Andy Garcia

2019. Il mondo è sempre più afflitto da pesanti alterazioni climatiche che generano immani disastri ma l’umanità è riusciuta, almeno in questa occasione, a unire le proprie forze e a dar vita a un progetto unitario. I migliori scienziati del mondo coordinati da Jack Lawson, un tecnico spaziale, sono riusciti a realizzare Dutch Boy, una complessa rete di satelliti in grado di controllare le condizioni metereologiche ed evitare così qualsiasi perturbazione pericolosa per l’uomo. Tre anni dopo, ci si accorge che qualcosa non funziona nel complesso impianto che sta causando incidenti climatici in alcune parti della terra. Viene richiamato in servizio Jack che si reca nella stazione orbitale che controlla il Dutch Boy, mentre suo fratello minore Max, assume il controllo dell’operazione da terra per conto del Presidente degli Stati Uniti. Jack non tarda a scoprire che il sistema è stato sabotato e che la cospirazione si è infiltrata anche nella Casa Bianca. Bisogna agire con prudenza....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se la Terra è in pericolo, due fratelli sanno impegnarsi fino al sacrificio di se stessi (o quasi)
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Dopo aver doverosamente apprezzato la qualità della computer grafica impiegata nelle sequenze catastrofiche, occorre dire che la sceneggiatura è talmente elementare da risultare prevedibile a ogni passo
Testo Breve:

Il mondo è in pericolo per colpa di alcuni cattivi che hanno sabotato la complessa rete di satelliti messi in orbita per tenere sotto controllo le condizioni atmosferiche. Un racconto spettacolare di puro intrattenimento ma tanto semplice quanto prevedibile

Se negli anni ’50 i film di fantascienza rispecchiavano i timori del subconscio collettivo per la bomba atomica o forme aliene provenienti dallo spazio, se dopo l’11 settembre si sono moltiplicati i film che ci allarmavano su cospirazioni di origine mediorientale ai danni del presidente degli Stati Uniti (in Attacco al potere il protagonista era già stato Gerard Butler), ora le minacce vengono dal clima, che l’umanità sta sconsiderabilmente trascurando di curare. Stranamente però la problematica climatica viene rapidamente messa da parte all’inizio del film, nei pochi minuti di descrizione dell’antefatto e da quel momento tutti i guai iniziano a provenire dal complesso sistema satellitare ideato dall’uomo. Nel caso qualcuno avesse avuto il dubbio che non si trattasse di un film catastrofico, gli autori si son presi la cura di proporre, a intervalli regolari, spezzando il flusso del racconto principale, sequenze altamente drammatiche di distruzioni di intere città e, per non far torto a nessuno, gli eventi accadono in tutte le parti del globo: in Cina come in Brasile, in Arabia come in Europa. Lo spettatore finisce per farsi una vera indigestione di grattacieli che crollano, maree gigantesche che invadono intere città, automobili proiettate in aria come fuscelli dall’esplosione delle condutture del gas.

Gerard Butler si è ormai specializzato nelle parti da eroe spaccone, un novello D'artagnan che non da’ retta a nessuno, agisce sempre come vuole lui e cavalca le navi spaziali come se fosse nato nel vuoto interstellare. La sceneggiatura è di una semplicità disarmante, quasi tutto è prevedibile, inclusa la conclusione del contrasto fra  i fratelli Jack e Max, alleggerita almeno da una certa ironia (tutta la sofisticata manomissione del sistema satellitare viene superata  con il classico reboot: occorre spegnere e riaccendere il sistema) e alla fine i buoni vincono e i cattivi saltano in aria.

Il film ha avuto una lunga e sofferta gestazione e ha subito vari rifacimenti. Lo si nota nell’aver introdotto, all’inizio del racconto, la voce narrante della figlia di Jack; un personaggio che poi scompare per riapparire  brevemente a metà racconto e per poi riapparire come voce nel finale. Jack risulta divorziato la sua ex moglie compare alla fine in una brevissima sequenza, senza altri chiarimenti sulla vita privata del protagonista. Non manca un insolito riferimento a teorie, che si sperava fossero state ormai superate, sul presunto conflitto fra scienza e fede: il cattivo di turno, nel giusticare il suo comportamento, proclama che “la scienza non deve giocare a fare Dio”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLADE RUNNER 2049

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/06/2017 - 19:41
Titolo Originale: Blade Runner 20149
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
Produzione: RIDLEY SCOTT, ALCON ENTERTAINMENT,IN ASSOCIAZIONE CON TORRIDON FILMS, 16:14 ENTERTAINMENT
Durata: 152
Interpreti: Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Robin Wrigh

A fare il Blade Runner (cacciatore di replicanti vecchio modello, che vanno eliminati) non c’è più, come nel 2019, Deckart ma ora, nel 2049, questo sporco mestiere è passato all’agente K, un replicante di nuovissima generazione senza più una “scadenza” a quattro anni, come nei precedenti modelli. Durante una incursione nella casa di un replicante, l’agente fa una scoperta insolita. I suoi capi gli impongono di non proseguire oltre nelle indagini ma K disubbidisce, perché forse potrà comprendere meglio qualcosa del suo passato. Per lui ora diventa importante scoprire dove si è rifugiato Deckart...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime la tensione del protagonista (un replicante) alla ricerca di alcuni valori fondanti che contraddistinguono l’essere uomano
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena cruenta con l'uso di un coltello. Presenza di nudità femminili
Giudizio Artistico 
 
Ottime la fotografia e la sceneggiatura, degne del film-capostipite:il messaggio metafisico che viene dato, pur con qualche lungaggine, raggiunge il segno
Testo Breve:

Il  Blade Runner K, uomo-robot, nella sua caccia a replicanti di vecchio modello, fa una scoperta che mette in gioco il senso della sua stessa esistenza. Le belle scenografie, molto fedeli al film capostipide, fanno da sfondo a un racconto che si pone alla ricerca dei valori fondanti dell’esistenza umana

Cosa ha decretato il successo del Blade Runner del 1982, le scenografie di una futura Los Angeles nebbiosa e cupa, illuminata solo da enormi schermi con pubblicità simil-nipponiche, oppure la forza del dubbio esistenziale, del desiderio di poter vivere più di quattro anni da parte dei replicanti, dell’aspirazione metafisica di svincolarsi dai limiti imposti dal proprio creatore?

Sicuramente entrambi, o meglio la perfetta simbiosi artistica dei due elementi, mentre la componente poliziesca e quella amorosa rientravano in ciò che ci si può aspettare da un film di genere.

Il regista Ridley Scott ha atteso trent’anni prima di rimettersi in gioco, come produttore, per avventurarsi nell’impresa, quasi impossibile, di replicare un tale successo. Possiamo ora dire che c’è quasi riuscito. Garanti di quest’impresa sono state la fotografia di Roger Deakins e le scenografie di Dennis Gassner che si sono mantenute fedeli alle ambientazioni originali, aggiungendo una san Diego trasformata in una gigantesca  pattumiera e una Las Vegas ridotta a cimitero di simulacri del passato. Determinante è stata anche la scelta del regista canadese Denis Villeneuve, autore di quel Arrival che aveva saputo trasformare il genere fantascientifico nel palcoscenico più appropriato per avviare dibattiti filosofici non banali  sui valori  che sostengono la nostra esistenza. Villeneuve non ha tradito i temi di fondo e gli scenari del primo Blade Runner ma ne ha portato avanti alcuni discorsi impliciti ponendo l’accento sull’universalità  di certi valori umani, spesso trascurati da chi è un umano e  ora grandemente desiderati da chi si sente un quasi-uomo. Non possiamo rivelare in cosa consiste la ricerca spasmodica dell’agente K (reso molto bene da quell’ intima inquietitudine che traspare dallo sguardo di Ryan Gosling) ma si tratta di una sottolineatura importante di ciò che veramente conta per sentirsi pienamente umani e riconoscere che solo la disponibilità di un’anima ci dà diritto di trascendenza.

Il regista si prende tutto il tempo necessario per raccontare la storia ( scivolando in qualche lungaggine); non tutti i personaggi sono riusciti, in particolare il nuovo fabbricante di replicanti, interpretato da Jared Leto che sentenzia troppo con frasi prese dalla Bibbia costruendo un eccesso di riferimenti troppo importanti per il messaggio trasmesso dal film. Originale invece la presenza di una donna-ologramma che intrattiene e consola il replicante K. La sequenza dell’incontro amoroso per interposta persona non è però originale ma preso di sana pianta dal film Lei, dove Joaquin Phoenix si intratteneva con una voce generata a computer.

Resta insolita la scelta, per un blockbuster destinato a un vasto pubblico, la presenza di scene violente, in particolare una, dove una donna inerme viene accoltellata e qualche sporadico nudo  femminile. Il film è stato giudicato in U.S.A. come restricted, cioè vietato ai minori di 17 anni non accompagnati.

Autore: Vania amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Raimovie
Data Trasmissione: Martedì, 20. Luglio 2021 - 21:10


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THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/14/2017 - 22:50
 
Titolo Originale: War for the Planet of the Apes
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Mark Bomback, Matt Reeves
Produzione: Chernin Entertainment
Durata: 143
Interpreti: Andy Serkis, Woody Harrelson, Judy Greer, Steve Zahn, Ty Olsson, Aleks Paunovic, Terry Notary, Sara Canning, Max Lloyd-Jones, Karin Konoval, Alessandro Juliani, Amiah Miller, Gabriel Chavarria, Michael Adamthwaite, Timothy Webber, James Pizzinato, Lauro Chartrand, Rhys Williams, Dean Redman, Charles Wickman

La possibilità di una pace tra la specie umana e quella dei primati è ormai tramontata. Un gruppo di soldati ribelli, guidati da un imperioso colonnello, compie un ultimo attacco alla comunità delle scimmie che si nasconde nella foresta sotto la guida di Cesare. Nell’attacco Cesare subisce una terribile perdita personale che lo porta a sperimentare un inatteso desiderio di vendetta

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
: Il film lancia una riflessione forte sulla natura dell'uomo in relazione a se stesso, alla propria storia e alla natura, nonostante la critica nei confronti dell’essere umano sia molto forte e quasi radicale, resta comunque ben costruita e valida in quanto stimolo alla riflessione
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di combattimento e di soprusi compiuti a danno dei prigionieri potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film è realizzato con un’ottima tecnica narrativa e un impiego sorprendente delle tecnologie. L'espressività del motion capture raggiunge, soprattutto nel personaggio di Cesare, un livello altissimo.
Testo Breve:

Nel nono film della serie de Il pianeta delle scimmie  solo i primati e non gli uomini sanno ancora riflettere sulle proprie azioni  e  comprendere come solo la  pietà e il rispetto verso tutte le specie  può portare a una vita degna di essere vissuta 

Cosa rende un essere vivente veramente umano? Un quesito davvero vasto e potente per un film ma il regista Matt Reeve con questo terzo capitolo della nuova saga de Il Pianeta delle scimmie sembra determinato a offrire una possibile risposta. The War - Il pianeta delle scimmie è il nono film della serie cinematografica iniziata nel 1968 ispirata al romanzo omonimo (La Planète des Singes) di Pierre Boulle, pubblicato per la prima volta nel 1963 e divenuto un cult.

La seconda serie di film, cominciata nel 2011 con il prequel e reboot di Rupert Wyatt dal titolo L'alba del pianeta delle scimmie, si distacca molto dal soggetto originale del romanzo e fa ripartire dalle origini il racconto dello scontro tra la civiltà degli esseri umani e la nuova società di scimmie evolute. Nel 2014 lo stesso Reeve in Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie narrò la ribellione messa in atto dalla scimmia Koba e dai suoi seguaci desiderosi di vendicarsi dell’uomo. Dopo quindici anni e la quasi completa scomparsa della razza umana, in The war- Il pianeta delle scimmie i pochi uomini rimasti continuano a cercare la colonia di scimmie che si è rifugiata nella foresta per annientarla e con essa debellare il virus che ancora minaccia di sterminare gli esseri umani dal pianeta.

Cesare, il più evoluto esemplare di scimmia creato dall’uomo, è a capo della nuova colonia nascosta nel bosco. Il suo unico scopo è quello di garantire la pace e un’esistenza serena ai suoi simili, ma una divisione da combattimento veterana, guidata da un pluridecorato colonnello delle Forze Speciali, minaccia la comunità, con il preciso scopo di eliminare lo stesso Cesare. La guerra che ne consegue però si sviluppa quasi più al livello interiore dei personaggi che nello scontro vero e proprio.

Sul piano pratico è ormai evidente che le scimmie hanno possibilità di sopravvivenza decisamente superiori all’essere umano, la loro struttura fisica infatti, unita ad un’intelligenza più sviluppata, consente loro di adattarsi a qualsiasi contesto ambientale. Per questa ragione l’uomo è portato a percepire le scimmie come una minaccia da annientare per salvaguardare la propria specie. Eppure la risposta narrativa data da questo ultimo film riesce a ribaltare la questione e a portarla su un piano più morale.

Nel secondo capitolo della serie era chiaro infatti che le scimmie avevano non solo sviluppato la propria intelligenza ma anche una coscienza che le aveva portate a comprendere l’importanza del rispetto della vita dei propri simili. In Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie Koba dice infatti: “Scimmia non uccide scimmia”. In The war quella di Cesare è una battaglia puramente personale, egli infatti inizialmente desidera unicamente vendicare la morte dei suoi cari uccisi dalla spietata mano del Colonello. Tuttavia, attraverso un duro percorso, la storia di Cesare e il suo esempio arrivano a sottolineare un aspetto importante della questione: ciò che davvero minaccia la sopravvivenza della specie umana in effetti non è la prosperità della comunità dei primati ma il fatto che gli stessi esseri umani, sin dall’inizio dei tempi, si siano sempre uccisi tra loro.

Di qui discendono una serie di considerazioni sulla corretta lettura degli eventi storici, che il Colonnello interpreta a proprio piacimento solo per trovarvi una giustificazione alla sua efferatezza, e sul valore inestimabile del sentimento della pietà. La crudeltà dell’uomo messa a paragone con lo sforzo delle scimmie di creare una comunità pacifica, civile e solidale lascia intendere che probabilmente ciò che rende un essere vivente davvero umano è proprio la sua capacità di provare empatia, compassione e pietà verso i propri simili e insieme rispetto verso ogni forma di vita.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Martedì, 29. Settembre 2020 - 21:30


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LOGAN - THE WOLVERINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/01/2017 - 09:01
Titolo Originale: LOGAN
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Michael Green, Scott Frank
Durata: 137
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E.Grant, Boyd Holbrook, Dafne Keen

Nel 2024, con la popolazione mutante quasi estinta, Wolwerine, malandato e alcolizzato, tira a campare facendo l’autista e ogni sera attraversa il confine con il Messico per raggiungere una cisterna abbandonata, dove si prende cura del vecchissimo professor Xavier. Due relitti in attesa di trasferirsi altrove (ma forse è solo un sogno impossibile), la cui vita viene sconvolta dalla comparsa di una giovane mutante che con Logan ha molto in comune. Riluttante all’inizio Logan è costretto a prendersene cura; comincia così per lui un viaggio che lo porterà a una definitiva resa dei conti con il suo passato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette ma la durissima morale del film lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata
Giudizio Artistico 
 
Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga
Testo Breve:

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso che però non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi 

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso, che però, come nella migliore tradizione dei cinecomic dedicati ai mutanti, non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento (che pure non mancano) ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi.

Logan, condannato dalla sua mutazione a non invecchiare e ad affrontare mille battaglie grazie alla facoltà di rigenerare i suoi tessuti, non è però più quello che abbiamo visto nei precedenti film della saga. Il suo corpo porta ora i segni della malattia (legata, anche se non viene mai dato per certo, alla presenza dell’indistruttibile adamantio dei suoi artigli), del vizio dell’alcool, ma soprattutto di un lasciarsi andare senza speranza, solo in parte contraddetto dall’impegno che mette nel prendersi cura dell’ormai malconcio dottor Xavier.

I mutanti, dunque, nell’universo di Logan sono una razza in estinzione, ormai forse neppure degna di essere “cacciata” come in alcuni episodi precedenti. Del resto anche il resto del mondo, in fondo non poi molto diverso da oggi, sembra sempre più diviso tra ricchi e poveri, con tanto di muro a separare gli Usa dal Messico, lo stesso paese dove la “solita” multinazionale con agganci governativi fa esperimenti su giovani donne troppo povere per dire di no e i cui figli hanno tutti i colori delle minoranze.

Ma poi qualcosa accade, o piuttosto qualcuno…una bambina che ha molto in comune con Logan, dagli artigli alla violenza che scatta incontrollabile e distruttiva, ma soprattutto lo sguardo di chi non ha niente e nessuno a cui appartenere. Come ne Il cavaliere della valle solitaria che nel film di Mangold è ripetutamente citato a livello visivo e non solo, ma forse ancora di più come nei western postmoderni di Clint Eastwood (Unforgiven è l’esempio più immediato), l’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette (“Una volta che hai ucciso non lo puoi più cancellare”) pur se lo fa per difendere qualcuno, che sa che per lui non esiste happy ending, e che la morte, quando arriverà, potrà forse dargli la pace.

La durezza del mondo che Logan racconta, in cui le buone azioni spesso e volentieri vengono ricompensate con la violenza, fa da contraltare al legame che si crea tra Logan e la piccola Laura (muta fin oltre a metà del film), una creatura selvatica e volitiva che trascina Wolverine in un viaggio che lo cambierà per sempre.

I cattivi sono quelli di sempre, interessati a sfruttare le mutazioni per il potere, decisi a nascondere le tracce dei propri errori con l’omicidio, rispetto ai quali il cinismo di Logan si trasforma in un’ultima battaglia in difesa dei giovani mutanti compagni di Laura.

Non è decisamente un film per tutti l’ultimo capitolo delle avventure di Wolverine, la cui durissima morale tuttavia lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità. Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Domenica, 18. Aprile 2021 - 21:20


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ARRIVAL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/17/2017 - 09:25
 
Titolo Originale: Arrival
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Produzione: 21 LAPS ENTERTAINMENT, FILMNATION ENTERTAINMENT, LAVA BEAR FILMS
Durata: 116
Interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg

In un futuro non troppo lontano, che potrebbe benissimo essere il nostro presente, dodici misteriosi oggetti alieni atterrano in luoghi diversi della Terra. I vari governi cercano di capire le intenzioni degli extraterrestri. Per comunicare con loro gli americani inviano una squadra capitanata dalla linguista Louise Banks e dal fisico Ian Donnelly. Mentre il mondo si avvia verso una crisi militare globale, Louise mette in gioco tutta se stessa per riuscire a comunicare con gli strani alieni, anche se questo potrebbe costarle la vita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tenace quanto ragionevole inno alla capacità umana di tendere cuore, mani e cervello verso l’altro in una prospettiva di reciproca accoglienza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il film è riuscito a trasmettere valori come l’accoglienza dell’altro in una maniera insieme rispettosa dell’intelligenza del pubblico e straordinariamente avvincente, usando gli stilemi di un genere - la fantascienza - da sempre appassionato, nelle sue incarnazioni migliori
Testo Breve:

In un giorno che potrebbe essere oggi, dodici misteriosi oggetti alieni atterrano in luoghi diversi della Terra. Un bell’esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto che parla di comprensione e accoglienza dell’altro

L’ultimo film di Denis Villeneuve (autore di tre film diversi ma altrettanto interessanti come La donna che canta, Enemy e Sicario), in concorso al festival di Venezia 2016, è un bell’esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto non banale - che mescola linguistica, matematica, politica e fisica - nel raccontare una storia che parla di comprensione e accoglienza dell’altro, ma anche del modo in cui la lingua plasma il pensiero (e viceversa), e del nostro modo di concepire il tempo.

A dirla così sembra un mix astruso e potenzialmente moralistico, ma il piccolo miracolo della pellicola di Villeneuve è di trasmettere tutto questo in una maniera insieme rispettosa dell’intelligenza del pubblico e straordinariamente avvincente, usando gli stilemi di un genere - la fantascienza - da sempre appassionato, nelle sue incarnazioni migliori (da Spielberg a Nolan arrivando anche a Star Trek), alle questioni filosofiche. Villeneuve costruisce la tensione con immagini suggestive e inquietanti (quelle delle navi aliene che assomigliano a monoliti levitanti sulla superficie del pianeta) e un uso accorto della musica e del suono, rifuggendo peraltro il più possibile l’effetto ‘splatter' o la sorpresa fine a se stessa. Ci sono gli alieni tentacolari (ma mai particolarmente spaventosi), ci sono i governi e i militari paranoici, la minaccia nucleare, la tensione internazionale, ma non sono quelli il cuore della storia.

La protagonista incarnata con convinzione ed energia da Amy Adams è una linguista che crede profondamente nella possibilità (e nel dovere) della comunicazione, ed è la sua tensione verso l’altro (e forse anche l’Altro in assoluto) il vero motore della storia. Tra gli altri interpreti, da segnalare Jeremy Renner nella parte significativa dello scienziato affiancato a Louise nella missione di creare un ponte con gli alieni. Anche qui per una volta si riesce ad andare oltre una trita e semplicistica contrapposizione scienza/fede, per esplorare invece le differenze e le complementarietà dei metodi, ma anche degli approcci maschile e femminile, tanto che è proprio il rapporto tra i due a nascondere la chiave di tutta la vicenda.

La trama ruota tutta attorno al tempo - la nostra percezione di esso e il dono tutto umano di riordinarlo in storia - con la lingua come strumento di comunicazione e di espressione, ma anche come potente e ambiguo strumento per descrivere e plasmare la realtà. Il paradosso scientifico è dietro l’angolo ma Arrival se lo gioca in un modo più esistenziale e meno metafisico di Interstellar (un film più ambizioso ma non altrettanto riuscito, a cui pur tuttavia assomiglia), con un risultato intellettualmente ed emotivamente davvero notevole.

Alla fin fine la salvezza dell’umanità si gioca più nei termini di rapporti tra individui (occhio al concetto di “gioco a somma zero”) che di forze planetarie e, in una temperie dove la mancanza di conoscenza significa spesso ostilità, Arrival è un tenace quanto ragionevole inno alla capacità umana di tendere cuore, mani e cervello verso l’altro in una prospettiva di reciproca accoglienza.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Venerdì, 11. Settembre 2020 - 21:10


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