Dramma

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STELLA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:11
Titolo Originale: "STELLA"
Paese: Francia
Anno: 2008
Regia: Sylvie Verheyde
Sceneggiatura: Sylvie Verheyde
Produzione: Les Films du Veyrier/Arté France Cinéma/WDR Arte/Canal Plus/Cinecinema/CNC
Durata: 103'
Interpreti: Léora Barbara, Melissa Rodrigues, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu

Parigi, 1977. L’undicenne Stella, figlia dei proprietari di un bar di una zona operaia della capitale, inizia la prima media in una prestigiosa scuola del centro frequentata in prevalenza da rampolli della buona borghesia. Potrebbe essere l’occasione per una vita diversa, ma Stella fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e a capire l’utilità di quel che deve studiare. Almeno finchè l’amicizia con la compagna di classe Gladys le fa scoprire un mondo nuovo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non sono certo gli insegnati, ma la fiducia e l'amicizia sincera di una sua compagna di classe che permettono a Stella di uscire dallo stretto ambito del bar di famiglia per aprirsi a un mondo nuovo, fatto di conversazioni, libri e storie, per esprimere se stessa e il suo mondo.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sensuali, una scena che allude alla pedofilia, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Stella, pur essendo un film sull’adolescenza ha lo sguardo di un adulto, che osserva con timore e stupore il delicato momento di passaggio verso un mondo più grande e ancora misterioso, fatto di sentimenti e desideri
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GIARDINO DEI LIMONI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 11:38
 
Titolo Originale: Lemon Tree
Paese: Israele, Francia Germania
Anno: 2008
Regia: Eran Riklis
Sceneggiatura: Suha Arraf e Eran Riklis
Produzione: Eran Riklis Productions/Heimatfilm/Mact Productions/Riva Filmproduktion/Arte France Cinema/ZDF-ARTE/Citrus Film Finvestors/United King Films/Metro Communications/Canal+, 106’
Durata: 106'
Interpreti: Hiam Abbas, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael

Salma, palestinese vedova e sola dopo che i figli se ne sono andati, vive con poco in Cisgiordania, nella sua casa circondata da un fitto e rigoglioso limoneto. Quando nella proprietà confinante si trasferisce il ministro della difesa israeliano, però, cominciano i problemi perché il servizio di sicurezza ritiene le piante potenziale nascondiglio di terroristi. Di qui l’ingiunzione a tagliarli. Salma cerca appoggio dai palestinesi, ma si scontra con il muro dell’ottusa incomprensione di chi si preoccupa solo di non venire a patti con il “nemico”. Solo l’avvocato Daud sembra deciso ad aiutarla; ma poi anche la moglie del ministro, frustrata dalla sua vita senza scopo e dalla solitudine, si prende a cuore la causa di Salma.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Pur nell’amaro finale, viene lasciata aperta la porta ad una doverosa speranza che, nello scacco delle istituzioni e delle leadership imprigionate dall’ideologia, può partire solo dal cuore dei singoli, capace di riconoscere la bellezza e il valore della persona
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eran Riklis, autore del bel La sposa siriana, è sceneggiatore, regista e produttore di questa pellicola che affronta il delicato tema dei rapporti tra israeliani e palestinesi

Eran Riklis, qualche anno fa autore del bel La sposa siriana, è sceneggiatore, regista e produttore di questa pellicola che affronta il delicato tema dei rapporti tra israeliani e palestinesi attraverso la paradigmatica vicenda del “giardino dei limoni” della tenace Salma, un luogo reale e al tempo stesso metaforico della situazione di un intero Paese dove la diffidenza e l’incancrenirsi dei reciproci pregiudizi sembrano condannare persino la bellezza innocua di un limoneto.

Salma, una donna dal volto bello e segnato dalla sofferenza e dalla solitudine, vive sulla fragile linea di confine tra due mondi, diversi, ma dolorosamente simili quando si tratta di affrontare la questione della convivenza.

Se i servizi segreti israeliani, infatti, guidati da una pur legittima preoccupazione per la sicurezza del ministro, procedono per vie legali (offrono un indennizzo), ma ottusamente per ottenere l’abbattimento dei limoni di Salma, parimenti frustranti sono le reazioni dei dirigenti palestinesi a cui la donna si rivolge per ottenere aiuto. A costoro non importa nulla che i limoni siano la principale fonte di sostentamento di Salma, ma solo affermare il loro rifiuto a riconoscere le azioni dell’”occupante” Israele costringendo Salma a non accettare l’indennizzo.

Il “rumore” che si crea intorno alla vicenda (coinvolgendo la televisione e finendo nelle aule del tribunale) non aiuta peraltro a trovare una soluzione più accettabile ed anzi sembra solo amplificare una distanza che appare incolmabile.

In questa terra di nessuno legale e culturale, in cui la burocrazia e i reciproci sospetti sono nemici egualmente pericolosi, Salma trova l’aiuto dello scombinato avvocato Daud, con cui a poco a poco nasce anche un sentimento amoroso; come nel precedente film di Riklis, poi, un ruolo fondamentale è dato alla solidarietà femminile. Inaspettata alleata di Salma, infatti, è una donna che più diversa da lei non si potrebbe immaginare: la moglie del Ministro, infatti, sembra non avere un problema nella vita, se non quello delle assenze sempre più prolungate del marito.

Eppure nel circospetto gioco di sguardi e parole che porta a poco a poco le due donne a incontrarsi si gioca l’unica possibilità di dialogo raccontata nel film.

L’esito, realisticamente, è tutt’altro che consolatorio e il destino riservato ai bei limoni di Salma adombra i molti dolorosi fallimenti nel percorso di pace della Terra Santa.

Tuttavia, pur nell’amara constatazione di come troppo spesso, in quella terra come in molte altre zone del mondo, sembri mancare una reale volontà di incontrarsi rinunciando a qualcosa per raggiungere una pace non formale, le immagini finali del film, che colgono nella desolazione del giardino abbattuto un barlume di vita che resiste alla violenza degli uomini, lasciano aperta la porta ad una doverosa speranza che, nello scacco delle istituzioni e delle leadership imprigionate dall’ideologia, può partire solo dal cuore dei singoli, capace di riconoscere la bellezza e il valore della persona.

Elementi problematici per la visione: nessuno.

Luisa Cotta Ramosino

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Venerdì, 12. Marzo 2021 - 21:10


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SETTE ANIME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 11:36
Titolo Originale: Seven Pounds
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: Will Smith, james Lassiter, Steve Tisch, Jason Blumental, Todd Black e Molly Allen per Overbrook Entertainement, Escape Artist, Columbia Picture, Relativity Media
Durata: 125''
Interpreti: Will Smith, Emily Posa, Ezra Turner

Ben Thomas è angosciato da un tragico evento di cui si sente responsabile: in un incidente d'auto sono morti sua moglie e un'intera famiglia di sei persona che viaggiava sulla macchina con cui si è scontrato. Approfitta del suo mestiere di esattore delle tasse per andare a conoscere alcune persone che soffrono per  alcuni gravi problemi : Emily, una ragazza che ha urgente bisogno di un trapianto di cuore, un non vedente e una donna che viene continuamente picchiata dal marito. Egli vuol fare del bene a tutti ma in un modo molto particolare...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’uomo ormai è diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più bisognoso di aiuto esterno. Trova in se stesso la legge divina, poiché egli ormai è Dio.
Pubblico 
Adolescenti
Occorre molta maturità per giudicare criticamente le idee strampalate che vengono diffuse attraverso questo film
Giudizio Artistico 
 
Grande bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza umana. Will Smith è perfetto a recitare una doppia parte: il sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista,

Chi ha visto La ricerca della felicità (2006) di Gabriele Muccino con Will Smith ed è intenzionato a vedere  “Sette anime” si prepari. È tutt’altro film.

Se nel primo intuiva subito il lieto fine, in “Sette anime”, secondo film americano di Gabriele Muccino, forse il miglior talento italiano in attività, fin dalla prima immagine avverte l’esatto contrario: la  felicità ha un doppio angosciante. “Sette anime” è la radiografia della sofferenza esistenziale di un uomo di successo, con una bella casa davanti all’Oceano, sopravvissuto ad un incidente automobilistico nel corso del quale è morta la moglie ed altre sei persone. Lui invece è rimasto miracolosamente illeso. Gli incubi però lo tormentano. Che senso ha continuare a vivere? Il senso lo trova in una ostinata vocazione: ha causato la morte di sette persone e ne salverà la vita di altrettante. Cerca così, spasmodicamente, sette sfortunate esistenze, alle quali il destino ha assegnato un ruolo disgraziato. Se  salvi una vita salvi il mondo: figuriamoci se ne salvi sette. “Sette anime” è un film drammatico ed esistenziale, diretto con grande maturità ed intensità emotiva da Muccino.

Le due ore volano via quasi senza accorgersene. Will Smith è l’incarnazione della perfezione dell’attore, impegnato a recitare una doppia parte: il sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista, con il sorriso stampato sulle labbra, sceso al fianco  del sofferente di turno per riscattarne l’infelicità. Con l’avvicinarsi della conclusione “Sette anime” instrada lo spettatore nel vortice dei sentimenti. Mano a mano che i tasselli vanno al loro posto, completando il quadro,  si viene risucchiati nel nitido ritratto dell’infelicità, e se qualche lacrima sgorga dagli occhi, non è sentimentalismo né furbizia, ma bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza umana. Non c’è nulla fuori posto in “Sette anime”: la maglietta salmone indossata da Will Smith incurante  della pioggia battente; lo splendido alano di una  malata di cuore (la bellissima Rosario Dawson), che lo ha voluto con sé perché gli alani non vivono a lungo a causa di problemi cardiaci; la straordinaria medusa velenosa conservata in un acquario domestico.

Una tempo film come “Sette anime” li dirigeva Frank Capra. La sua incrollabile fiducia negli uomini era però sempre coniugata al limite umano. Gli esseri umani possono compiere gesti straordinari, salvare vite altrui o la propria famiglia, occuparsi della felicità individuale o collettiva. Ma hanno sempre bisogno di aiuto esteriore, dell’intervento benevolo del soprannaturale. In “Sette anime”, come già in La ricerca della felicità, tutto si riassume nell’umano. L’uomo ormai è diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più bisognoso di aiuto esterno. Trova  in se stesso la legge divina, poiché egli ormai è Dio.

Questa sostituzione è il dramma del nostro tempo. Il mistero (e il senso) della vita degli uomini va ricercata  solo negli uomini,  e il bene si trova  dentro il cuore umano, come la generosità e la donazione di sé. La felicità sta anche nel suo contrario: l’infelicità, poiché il tempo non è una freccia lineare, ma un ciclico ripetersi dell’identico e l’essere umano non muore, ma rivive perennemente in qualcosa di meglio. “Sette anime” è un film bello e istruttivo. Un tipico prodotto dell’industria del consumo, ma  anche un piccolo trattato sulla morale postmoderna che ha definitivamente rinunciato al mistero di Dio.
Il protagonista raggiunge la “saggezza” quando, a causa della disgrazia, scopre la solitudine dell’esistenza.

Deve imparare a morire, liberandosi del presente (il proprio corpo), immaginando la propria vita nel futuro di sette vite altrui. “Sette anime” è un film gravido di senso morale, ma privo di trascendenza. Molti culti spirituali postmoderni, come Scientology ad esempio, possono essere considerati una sorta di adattamento tecnologico del buddhismo. Una lettura superficiale di “Sette anime” potrebbe indurre in errore, e considerare la storia raccontata una  allegoria della “resurrezione” cristiana. Invece è una allegoria della “reincarnazione” buddhista (più i moderni mezzi della tecnologia medica). Il protagonista è condannato alla eterna  sofferenza della vita, poiché troppo preso dal proprio Io (il successo nel lavoro, l’attaccamento alle cose del mondo, la concentrazione sentimentale sulla propria persona), rimanendo  prigioniero dei cicli di nascita e morte. Ma nel corso del racconto assistiamo al suo “risveglio”, alla sua piena “illuminazione”. La “resurrezione” finale potrebbe apparire come la ricompensa della fedeltà al divino.
Ma non è così, perché in “Sette anime” il divino se n’è andato. C’è solo l’uomo.                       

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 11:22
 
Titolo Originale: The boy in the striped pyjamas
Paese: USA /Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Mark Herman
Sceneggiatura: Mark Herman (dal romanzo di John Boyne)
Produzione: Miramax Films/BBC Films/Heyday Films
Durata: 100'
Interpreti: Asa Butterfield, Jack Scanlon, Vera Farmiga, David Thewlis, Rupert Friend

Germania, anni Quaranta. Il piccolo Bruno si trasferisce con tutta la famiglia da Berlino in campagna al seguito del padre, ufficiale nazista, appena promosso ad un incarico che rimane misterioso. Una volta giunto sul posto, il bambino soffre la mancanza dei suoi amici e le molte restrizioni, almeno finché non fa amicizia con uno strano bambino che porta sempre un pigiama a righe e vive in una “fattoria” non lontano da casa. Sarà questa amicizia a far scoprire a Bruno l’orrore delle persecuzioni contro gli ebrei in cui suo padre ha un ruolo fondamentale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La pellicola riesce bene a illustrare la contraddizione di un’umanità capace di una frattura totale tra dimensione affettiva ed etica, tra pubblico e privato, un paradosso per molti aspetti ancora tremendamente attuale
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per la tensione e l’argomento trattato il film non è adatto agli spettatori più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La pellicola, pur cedendo ogni tanto negli scambi tra i due bambini ad un comprensibile intento didattico, riesce a mantenere per il resto un delicato equilibrio tra i toni della favola e del racconto morale
Testo Breve:

L'olocausto visto con gli occhi di un bambino. Il finale non è però consolatorio, come era successo a La vita è bella di Benigni. Il film mantiene un delicato equilibrio tra i toni della favola e del racconto morale. Disponibile su SKY

Raccontare una tragedia collettiva come l’Olocausto rischia, a causa della sua mole immane, di trasformare l’orrore in una contabilità tremenda. Il cinema ha da sempre preferito concentrarsi sulle storie dei singoli e sul loro destino e negli ultimi anni ha spesso assunto lo sguardo di chi dell’orrore fu testimone più o meno consapevole e complice, dagli aguzzini o ai semplici cittadini (vedi il problematico Good, passato alla Festa del Cinema di Roma 2008).

In questa pellicola (tratta da un romanzo di John Boyne e da molti paragonata a La vita è bella di Benigni) la prospettiva scelta è invece quella di un bambino, il figlio del comandante di un campo di concentramento (e di sterminio, come scoprono ben presto gli spettatori, e colpevolmente più tardi la consorte dell’uomo), che, ignaro di quello che gli accade attorno, stringe amicizia con il “nemico”.

Nemico che ha le fattezze sofferenti, e per lui curiose, di uno strano bambino al di là di un recinto di filo spinato, che il piccolo protagonista, in un tragico equivoco, pensa costruito per tenere lui fuori anziché l’altro dentro.

 

Condannato alla solitudine dal trasferimento paterno, Bruno, vittima di un fraintendimento che ricorda l’imbroglio del padre de la vita è bella, inizialmente invidia la possibilità del piccolo Schmuel di “giocare” con altri come lui, mentre a lui tocca sopportare una sorella adolescente infatuata della propaganda nazista (o piuttosto di un giovane ufficiale del padre) e le lezioni di un vecchio professore indottrinato che parla di destino germanico e di ebrei malvagi.

Il percorso di progressiva (ma mai totale) consapevolezza di Bruno, che corre parallelo a quello di sua madre Elsa, passa attraverso l’amicizia con Schmuel (che in nessun modo il ragazzino riesce ad identificare con un nemico) e la perdita della fiducia nella figura del padre, che all’inizio il piccolo rispetta e ama.

In effetti l’ufficiale SS interpretato con misura e convinzione da David Thwelis non ha nulla di stereotipato e caricaturale e incarna alla perfezione la “banalità del male” di cui parla Hannah Arendt così come la testarda e ottusa convinzione di molti uomini del Terzo Reich.

Come ogni bambino all’inizio Bruno è convinto che suo padre sia una persona buona e lavori per rendere il mondo migliore (crede anche alle assurde bugie sui campi che vede in un falso documentario proiettato in casa, esatta riproduzione di quelli realizzati dalla propaganda nazista a beneficio dell’opinione pubblica internazionale). Ed è proprio la sua ingenuità a rendere ai nostri occhi più tragica la storia e il suo esito niente affatto consolatorio (forse proprio per questo più realistico di quello del film di Benigni), che, pur facendo un passo indietro, con vera pietas, nel momento della morte, lascia ben intendere le responsabilità di chi, come la mamma di Bruno, chiuse gli occhi troppo a lungo.

Il film evita intelligentemente, comunque, di cadere nella trappola di una rappresentazione idealizzata dell’infanzia e, anzi, sfrutta il percorso dell’amicizia tra Bruno e Schmuel per mostrare “in piccolo” e senza moralismo i meccanismi dei compromessi e dei tradimenti (quello consumato da Bruno nei confronti dell’amico per paura) in cui tanti tedeschi caddero in quegli anni. Un percorso di amicizia, che non è privo di cadute, ma che porterà il piccolo Bruno, pur se per un tremendo equivoco, all’identificazione con l’Altro, il nemico divento amico, fino a condividerne il destino.

La pellicola, pur cedendo ogni tanto negli scambi tra i due bambini ad un comprensibile intento didattico, riesce a mantenere per il resto un delicato equilibrio tra i toni della favola e del racconto morale e quelli della rappresentazione realistica di dinamiche familiari di grande tensione (il padre di Bruno ha un rapporto conflittuale con la madre, oppositrice del regime, e, al momento della scoperta della reale destinazione del campo, tra lui e la moglie i rapporti diventano molto tesi) in cui però paradossalmente non manca mai il senso dei legami e dell’affetto.

In questo la pellicola riesce bene a illustrare la contraddizione di un’umanità capace di una frattura totale tra dimensione affettiva ed etica, tra pubblico e privato, un paradosso per molti aspetti ancora tremendamente attuale, che rende questo film ben più che una rivisitazione di un passato per quanto emblematico.

 

Elementi problematici per la visione: per la tensione e l’argomento trattato il film non è adatto agli spettatori più piccoli.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Paramount Network
Data Trasmissione: Domenica, 11. Aprile 2021 - 21:10


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AUSTRALIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 11:05
 
Titolo Originale: AUSTRALIA
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2008
Regia: Baz Luhrmann
Sceneggiatura: Baz Luhrmann
Produzione: Baz Luhrmann, Catherine Knapman, G. Mac Brown e Catherine Martin per Bazmark Films,
Durata: 165'
Interpreti: Nicole Kidman Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown

Nel 1939 Lady Sarah Ashley lascia la sua aristocratica residenza inglese per raggiungere Darwin, nel Nord  Australiano, dove suo marito possiede una grande tenuta. Sarah trova suo marito ucciso in circostanze misteriose, la tenuta in stato pre-fallimentare e gestita da un uomo che in realtà fa gli interessi  del più grande proprietario terriero locale, desideroso di accaparrarsi anche la  tenuta della neo vedova. Sarah non si perde d'animo e accompagnata da un rude mandriano del posto, un bambino aborigeno e poche persone della servitù, decide di trasferire 1500 capi di bestiame fino al porto di Darwin per accaparrarsi una importante commessa di carne per l'esercito australiano e risollevare così le sorti della

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un giusto sdegno nei confronti della mentalità razzista presente in Australia nel 1939
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche sequenza violenta e qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Lo spettacolo è assicurato ma i personaggi mancano di profondità e la storia è troppo superficiale per coinvolgere emotivamente lo spettatore

Baz Luhrmann si era fatto conoscere al grande pubblico per il film Moulin Rouge - 2001, dove con una geniale commistione di stili, il racconto de "La Traviata" veniva trasferito in  una  Parigi surreale al tempo della Belle Epoque e una Nicole Kidman ben diretta poteva mescolare con disinvoltura generi musicali diversissimi senza che il tutto risultasse un gioco sterile, manifestando anzi la sua brillante originalità.

Ora Baz si è spostato sulla sua terra, l'Australia, ha ingaggiato due attori australiani, Nicole Kidman e Hugh Jackman per costruire una grandiosa epopea del suo paese  e della sua gente; questa volta i riferimenti visivi sono i grandi film del passato, come Via col vento-1939, Il grande Paese-1958 o il Gigante-1956, ma anche Pearl Harbor - 2001.

A Baz piace offrire un bello spettacolo e ci riesce: sfrutta al massimo gli ampi paesaggi australiani, ora deserti d'estate, ora verdeggianti nella stagione delle piogge; il baricentro del film è la spettacolare corsa di una mandria che rischia di precipitare nelle gole di un grand canyon.
Predilige chiaramente  le  storie d'amore contrastato e le grandi passioni; l'algida lady inglese finisce per venir conquistata dal rude ma integerrimo mandriano (una sorta di John Wayne dell'emisfero australe) e naturalmente i cattivi sono molto cattivi, senza possibilità di redenzione.
Questa volta non si tratta di un musicall come Moulin Rouge ma si vede che Baz ne ha grande nostalgia: alla conclusione di molte scene il regista opera un vistoso allargamento di campo, la musica sale di livello e ci si aspetta da un momento all'altro che Nicole Kidman apra la bocca e si metta a cantare. Non rinuncia comunque a un motivo-guida che viene ripetuto lungo le quasi tre ore del  film: somewhere over the rainbow tratto da  Il Mago di Oz uscito appunto in quello stesso 1939.
Non possiamo trascurare infine i riferimenti ai problemi sociali dell'epoca: il razzismo imperante in quella che era ancora una  colonia inglese,  il disprezzo degli aborigeni e il fenomeno dei bambini mezzosangue sottratti alle loro famiglie e mandati in colonie per assimilare la civiltà dei bianchi (le cosiddette generazioni rubate).

Si tratta di molta carne al fuoco  e questa volta quel miracolo di sincretismo gradevole e originale che si era generato con Moulin Rouge non si ripete; le tematiche sono giustapposte (il film è chiaramente diviso in due parti, la prima, molto in stile western, ha come baricentro il trasferimento della mandria, la seconda, più in stile racconto di guerra, il bombardamento giapponese di Darwin) e la storia manca di coesione e di coinvolgimento.

Il confronto con Via col vento e con altri Kolossal del passato fa riflettere sul sostanziale mutamento di sensibilità che si intravede fra queste opere così distanti fra loro e non riguarda solo Baz Luhrmann ma anche altri autori che si sono impegnati negli ultimi anni nel filone dei film destinati al  vasto pubblico.
 
Via col vento resta immortale perché nelle quasi quattro ore del film i due protagonisti maturano, spinti dagli eventi, sviluppano il loro amore, si lasciano. Il massimo che si può dire di lady Sarah e il suo cow boy   è che si sono piaciuti una sera con l'aiuto di qualche bicchierino di troppo ma per il resto gli eventi prevalgono sulle persone. Anche i cattivi sono degli stereotipi  e le signore pettegole dell'alta società sono semplici caricature. Se pensiamo ad altri Kolossal della produzione recente, come le Crociate di Ridley Scott o anche Pearl Harbor, è come se i destinatari principali di queste opere fossero solo degli adolescenti, degli adolescenti verso i quali gli autori non hanno nessuna preoccupazione di ricostruire la realtà storica (con Le crociate appunto) né di  scavare nell'animo umano per scoprire le eterne verità dell'uomo; ciò che conta è raccontare favole gradevoli con conclusioni serenamente prevedibili.

Si è passati da un atteggiamento realista che stimola la riflessione dello spettatore  a una strumentale ricerca di ciò che al pubblico può piacere , secondo una perfetta  logica  pubblicitaria.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: CANALE 5
Data Trasmissione: Martedì, 31. Marzo 2015 - 21:10


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LA DUCHESSA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 10:37
Titolo Originale: The Duchess
Paese: Francia, Gran Bretagna, Italia
Anno: 2008
Regia: Saul Dibb
Sceneggiatura: Jeffrey Hatcher, Andres Thomas, Jensen, Saul Dibb
Produzione: Qwerty Films, Magnolia Mae Films, Pathe Renn Productions, Bim Distribuzione, BBC Films, Paramount Vantage
Durata: 110''
Interpreti: Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominique Cooper

Nel 1774 Lady Georgiana Spencer sposa a 17 anni William Cavendish, quinto  duca del Devonshire, uno dei pari più ricchi e influenti d'Inghilterra. Georgiana si sentirà presto trascurata dal marito (al quale comunque dette due figlie e il sospirato erede maschio) e diventò presto un riferimento per la moda, presenza costante agli eventi mondani del tempo e si impegnò attivamente a sostenere il partito dei Whig

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A giudicare da questo film, i nobili del settecento si concedevano molte libertà sessuali e le donne finivano per render la pariglia, salvaguardando sempre la forma
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di incontri sessuali con nudità parziali, una scena di violenza di un marito sulla moglie
Giudizio Artistico 
 
Molto curata la messa in scena ed i costumi; poco approfonditi i personaggi: la storia sembra la semplice cronaca degli eventi accaduti

La vita di Lady Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, raccontata da Amanda Foreman nel suo libro "Georgiana",  lasciò un traccia significativa nelle cronache dell'epoca. Si dice che Richard Brinsley Sheridan nella sua commedia satirica La scuola della maldicenza, si fosse ispirato al suo matrimonio  e all'ambiente frivolo e pettegolo che frequentava.  Diventò presto un riferimento obbligato per la moda femminile  (l'ampio cappello nero con cui la immortalò Thomas Gainsborough è stato perfettamente riprodotto nel film) e si impegnò a sostenere attivamente il partito dei Whigs. Durante le elezioni generali del 1784 fu l'obiettivo preferito della satira di Thomas Rowlands, che mise in caricatura (inserita qui sotto) la diceria secondo la quale raccoglieva voti distribuendo baci. Non meno insolita la sua vita privata: costretta a un menage a trois con suo marito e la sua migliore amica, ebbe una relazione con il conte Chales Grey, che divenne in seguito primo ministro.

La messa in scena del film è di grande effetto; visitiamo le molte e sontuose residenze del duca, partecipiamo alla mondanità elegante del centro termale di Bath ma  ampio spazio è dato anche alle immagini all'aperto che ricordano le stampe dell'epoca (con tanto di pecorelle che punteggiano con il loro candore il verde del prato) coerentemente con la vita dei nobili dell'epoca, vissuta in prevalenza nelle loro residenze di campagna. Ottima la riproduzione dei costumi dell'epoca.
Nei primi minuti del film viene impostato tutto il racconto: il contratto fra il Duca e la madre di Georgiana per definire i termini economici del matrimonio; l'iniziale felicità di lei salvo poi scoprire di aver sposato un uomo di poche parole che si cura solo dei suoi cani e di fare sesso con le cameriere. Da questo momento in poi si innesca una sequenza di eventi, di azioni e contro reazioni fra lei e il marito, fino a un finale, molto pragmatico, accomodamento che consente a entrambi di fare ciò che desiderano continuando a rispettare le esigenze formali del tempo.
 

Viene spontaneo domandarsi quali fini si sono posti gli autori nel realizzare questo film. Il racconto è baricentrato su Georgiana e i suoi rapporti con il marito ma manca una vera, stimolante dialettica fra i due: Ralph Fiennes è bloccato nella caratterizzazione di una persona taciturna, dedita ai suoi sport campestri e per nulla interessato alla cultura e ai dibattiti politici: manca una evoluzione del personaggio. Lo stesso si può dire della figura di Georgiana che presentava molti spunti interessanti, in particolar modo il suo impegno politico. In effetti si vede Georgiana discutere su temi quali la libertà delle colonie americane, partecipare a un comizio politico per sostenere Charles Gray , ma al di là di ciò che si vede, non ci viene rivelato quale era la spinta interiore che la portava ad avere una così appariscente (e sregolata, conoscendo la sua passione per il gioco)  vita pubblica,  abbinata a una infelice vita privata.  Qualche critico ha sottolineato un parallelo con la vita di Diana Spencer, sua lontana discendente; l'aggancio emotivo dello spettatore verrebbe innescato dal contrasto fra l'amore romantico di Georgiana con Grey, contrapposto all'ottusità del duca e alla legislazione dell'epoca che privilegiava in tutti i modi il marito (compreso il diritto di fustigare la moglie, purché con una verga non più spessa di un pollice) ma a parte l'antistoricità di un sentimento romantico collocato a fine settecento, resta vistosa la lacuna di un vero rapporto fra un marito e un moglie che non cercano di conoscersi e di comprendersi.

L'epoca in cui visse Georgiana fu ricca di avvenimenti risolutivi per la storia dell'Inghilterra e dell'Europa: l'indipendenza delle colonie americane e la rivoluzione francese ma ben poche tracce di questi fatti sono presenti nel film: sarebbe impietoso un confronto con Barry Lyndon - 1975 di Stanley Kubrick, sintesi perfetta fra una storia privata e la ricostruzione dello spirito di un'epoca ma anche in tempi recenti il film di Sofia Coppola  Marie Antoniette - 2006 (biografia di un'altra figlia della nobiltà contemporanea di Georgiana e in un certo qual modo simile nel suo tentativo di affermare la propria personalità) ha avuto almeno il pregio dell'originalità della confezione e di un ritratto di regina che, nonostante qualche difetto di sceneggiatura,  è riuscito ad emergere.La vita di Lady Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, raccontata da Amanda Foreman nel suo libro "Georgiana",  lasciò un traccia significativa nelle cronache dell'epoca. Si dice che Richard Brinsley Sheridan nella sua commedia satirica La scuola della maldicenza, si fosse ispirato al suo matrimonio  e all'ambiente frivolo e pettegolo che frequentava.  Diventò presto un riferimento obbligato per la moda femminile  (l'ampio cappello nero con cui la immortalò Thomas Gainsborough è stato perfettamente riprodotto nel film) e si impegnò a sostenere attivamente il partito dei Whigs. Durante le elezioni generali del 1784 fu l'obiettivo preferito della satira di Thomas Rowlands, che mise in caricatura (inserita qui sotto) la diceria secondo la quale raccoglieva voti distribuendo baci. Non meno insolita la sua vita privata: costretta a un menage a trois con suo marito e la sua migliore amica, ebbe una relazione con il conte Chales Grey, che divenne in seguito primo ministro.

La messa in scena del film è di grande effetto; visitiamo le molte e sontuose residenze del duca, partecipiamo alla mondanità elegante del centro termale di Bath ma  ampio spazio è dato anche alle immagini all'aperto che ricordano le stampe dell'epoca (con tanto di pecorelle che punteggiano con il loro candore il verde del prato) coerentemente con la vita dei nobili dell'epoca, vissuta in prevalenza nelle loro residenze di campagna. Ottima la riproduzione dei costumi dell'epoca.
Nei primi minuti del film viene impostato tutto il racconto: il contratto fra il Duca e la madre di Georgiana per definire i termini economici del matrimonio; l'iniziale felicità di lei salvo poi scoprire di aver sposato un uomo di poche parole che si cura solo dei suoi cani e di fare sesso con le cameriere. Da questo momento in poi si innesca una sequenza di eventi, di azioni e contro reazioni fra lei e il marito, fino a un finale, molto pragmatico, accomodamento che consente a entrambi di fare ciò che desiderano continuando a rispettare le esigenze formali del tempo.
 

Viene spontaneo domandarsi quali fini si sono posti gli autori nel realizzare questo film. Il racconto è baricentrato su Georgiana e i suoi rapporti con il marito ma manca una vera, stimolante dialettica fra i due: Ralph Fiennes è bloccato nella caratterizzazione di una persona taciturna, dedita ai suoi sport campestri e per nulla interessato alla cultura e ai dibattiti politici: manca una evoluzione del personaggio. Lo stesso si può dire della figura di Georgiana che presentava molti spunti interessanti, in particolar modo il suo impegno politico. In effetti si vede Georgiana discutere su temi quali la libertà delle colonie americane, partecipare a un comizio politico per sostenere Charles Gray , ma al di là di ciò che si vede, non ci viene rivelato quale era la spinta interiore che la portava ad avere una così appariscente (e sregolata, conoscendo la sua passione per il gioco)  vita pubblica,  abbinata a una infelice vita privata.  Qualche critico ha sottolineato un parallelo con la vita di Diana Spencer, sua lontana discendente; l'aggancio emotivo dello spettatore verrebbe innescato dal contrasto fra l'amore romantico di Georgiana con Grey, contrapposto all'ottusità del duca e alla legislazione dell'epoca che privilegiava in tutti i modi il marito (compreso il diritto di fustigare la moglie, purché con una verga non più spessa di un pollice) ma a parte l'antistoricità di un sentimento romantico collocato a fine settecento, resta vistosa la lacuna di un vero rapporto fra un marito e un moglie che non cercano di conoscersi e di comprendersi.

L'epoca in cui visse Georgiana fu ricca di avvenimenti risolutivi per la storia dell'Inghilterra e dell'Europa: l'indipendenza delle colonie americane e la rivoluzione francese ma ben poche tracce di questi fatti sono presenti nel film: sarebbe impietoso un confronto con Barry Lyndon - 1975 di Stanley Kubrick, sintesi perfetta fra una storia privata e la ricostruzione dello spirito di un'epoca ma anche in tempi recenti il film di Sofia Coppola  Marie Antoniette - 2006 (biografia di un'altra figlia della nobiltà contemporanea di Georgiana e in un certo qual modo simile nel suo tentativo di affermare la propria personalità) ha avuto almeno il pregio dell'originalità della confezione e di un ritratto di regina che, nonostante qualche difetto di sceneggiatura,  è riuscito ad emergere.La vita di Lady Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, raccontata da Amanda Foreman nel suo libro "Georgiana",  lasciò un traccia significativa nelle cronache dell'epoca. Si dice che Richard Brinsley Sheridan nella sua commedia satirica La scuola della maldicenza, si fosse ispirato al suo matrimonio  e all'ambiente frivolo e pettegolo che frequentava.  Diventò presto un riferimento obbligato per la moda femminile  (l'ampio cappello nero con cui la immortalò Thomas Gainsborough è stato perfettamente riprodotto nel film) e si impegnò a sostenere attivamente il partito dei Whigs. Durante le elezioni generali del 1784 fu l'obiettivo preferito della satira di Thomas Rowlands, che mise in caricatura (inserita qui sotto) la diceria secondo la quale raccoglieva voti distribuendo baci. Non meno insolita la sua vita privata: costretta a un menage a trois con suo marito e la sua migliore amica, ebbe una relazione con il conte Chales Grey, che divenne in seguito primo ministro.

La messa in scena del film è di grande effetto; visitiamo le molte e sontuose residenze del duca, partecipiamo alla mondanità elegante del centro termale di Bath ma  ampio spazio è dato anche alle immagini all'aperto che ricordano le stampe dell'epoca (con tanto di pecorelle che punteggiano con il loro candore il verde del prato) coerentemente con la vita dei nobili dell'epoca, vissuta in prevalenza nelle loro residenze di campagna. Ottima la riproduzione dei costumi dell'epoca.
Nei primi minuti del film viene impostato tutto il racconto: il contratto fra il Duca e la madre di Georgiana per definire i termini economici del matrimonio; l'iniziale felicità di lei salvo poi scoprire di aver sposato un uomo di poche parole che si cura solo dei suoi cani e di fare sesso con le cameriere. Da questo momento in poi si innesca una sequenza di eventi, di azioni e contro reazioni fra lei e il marito, fino a un finale, molto pragmatico, accomodamento che consente a entrambi di fare ciò che desiderano continuando a rispettare le esigenze formali del tempo.
 

Viene spontaneo domandarsi quali fini si sono posti gli autori nel realizzare questo film. Il racconto è baricentrato su Georgiana e i suoi rapporti con il marito ma manca una vera, stimolante dialettica fra i due: Ralph Fiennes è bloccato nella caratterizzazione di una persona taciturna, dedita ai suoi sport campestri e per nulla interessato alla cultura e ai dibattiti politici: manca una evoluzione del personaggio. Lo stesso si può dire della figura di Georgiana che presentava molti spunti interessanti, in particolar modo il suo impegno politico. In effetti si vede Georgiana discutere su temi quali la libertà delle colonie americane, partecipare a un comizio politico per sostenere Charles Gray , ma al di là di ciò che si vede, non ci viene rivelato quale era la spinta interiore che la portava ad avere una così appariscente (e sregolata, conoscendo la sua passione per il gioco)  vita pubblica,  abbinata a una infelice vita privata.  Qualche critico ha sottolineato un parallelo con la vita di Diana Spencer, sua lontana discendente; l'aggancio emotivo dello spettatore verrebbe innescato dal contrasto fra l'amore romantico di Georgiana con Grey, contrapposto all'ottusità del duca e alla legislazione dell'epoca che privilegiava in tutti i modi il marito (compreso il diritto di fustigare la moglie, purché con una verga non più spessa di un pollice) ma a parte l'antistoricità di un sentimento romantico collocato a fine settecento, resta vistosa la lacuna di un vero rapporto fra un marito e un moglie che non cercano di conoscersi e di comprendersi.

L'epoca in cui visse Georgiana fu ricca di avvenimenti risolutivi per la storia dell'Inghilterra e dell'Europa: l'indipendenza delle colonie americane e la rivoluzione francese ma ben poche tracce di questi fatti sono presenti nel film: sarebbe impietoso un confronto con Barry Lyndon - 1975 di Stanley Kubrick, sintesi perfetta fra una storia privata e la ricostruzione dello spirito di un'epoca ma anche in tempi recenti il film di Sofia Coppola  Marie Antoniette - 2006 (biografia di un'altra figlia della nobiltà contemporanea di Georgiana e in un certo qual modo simile nel suo tentativo di affermare la propria personalità) ha avuto almeno il pregio dell'originalità della confezione e di un ritratto di regina che, nonostante qualche difetto di sceneggiatura,  è riuscito ad emergere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME UN URAGANO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 10:20
Titolo Originale: Nights in Rodanthe
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: John Romano e Ann Peacock
Produzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 97''
Interpreti: Diane Lane, Richard Gere, Christopher Meloni, Viola Davis

Dopo essere stata tradita e lasciata da sola a crescere due figli, Adrienne si ritrova sulla porta il marito, che la implora di riprenderlo a casa. Ancora ferita e indecisa sul da farsi, la donna accetta di sostituire per qualche giorno un'amica nella gestione di una pensiocina sul mare. Lì deve occuparsi di un unico cliente, un affascinate medico dal passato misterioso.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
perché tutte le storie di questo tipo sembrano suggerire che il vero Amore è quello impossibile, strutturalmente incompatibile con il matrimonio?
Pubblico 
Adolescenti
qualche scena lievemente sensuale
Giudizio Artistico 
 
gli stereotipi del melò patinato ci sono tutti, infilati senza ritegno uno dopo l'altro

Se non fosse per la presenza di due star hollywoodiane un po' stagionate (Richard Gere e Diane Lane, al terzo film insieme), Come un uragano non sfigurerebbe nel palinsesto pomeridiano di qualche tv commerciale. Un bel tv movie per casalinghe, due ore di evasione da fornelli e aspirapolvere per sognare l'Amore con la A maiuscola, che come sempre ha poco a che fare con il quotidiano e le sue fatiche. Questo racconta la storia di Adrienne, madre amorosa e moglie tradita, sotto sotto delusa dalla vita, a cui la giostra del destino riserva una  “seconda occasione” da manuale: una pittoresca palafitta sulla spiaggia, uno straniero fascinoso e incupito, una lezione di vita da impartire e una da ricevere, il tutto condito dalla minaccia di un uragano, per dare un po' di respiro a una storia potenzialmente claustrofobica. Il ritmo da crociera e la desolante mancanza di azione a favore di chiacchiere e spiegazioni tradiscono l'origine “letteraria” della sceneggiatura: un romanzo di Nicholas Sparks, scrittore americano di successo planetario, specializzato in polpettoni sentimentali molto apprezzati dal pubblico femminile.

A partire dalla location fuori dal mondo e fuori dal tempo (una romantica palafitta di 100 anni che resiste  alla tempesta senza riportare un graffio!), gli stereotipi del melò patinato ci sono tutti, infilati senza ritegno uno dopo l'altro. La storia è così prevedibile che se ne intuisce ogni singola svolta, e la si attende sbadigliando. Non appena il personaggio di Diane Lane entra in scena sappiamo subito che, nonostante la prospettiva di un riavvicinamento con il marito, non vede l'ora di buttarsi alle spalle vent'anni di deludente vita coniugale per sperimentare  il vero Amore. Sai che novità. Non appena il capello brizzolato e l'occhio porcino di Richard Gere si posano sulla finta dimessa Lane sappiamo che i due finiranno insieme. E infatti. Non è difficile nemmeno immaginare che l'amore scoppierà nella notte di tregenda, sotto il segno dell'ennesimo evento annunciato, e cioè l'uragano del titolo, metafora poco sottile dello sconvolgimento che l'Amore può portare nelle vite di due persone già mature. L'uragano, a dir la verità, si rivela poco più di un acquazzone, perché toglie il disturbo nel giro di poche scene, dopo aver  assolto la sua funzione primaria, e cioè far scattare la passione tra i due protagonisti. La storia scorre lineare verso il finale più ovvio, movimentata soltanto da uno scherzo conclusivo del Fato che - più che emotivamente coinvolgente - risulta vagamente iettatorio.

Insomma, una parata di situazioni e stilemi già letti in mille romanzi rosa, un campionario di luoghi comuni già visti in mille film d'amore “senili”, che inneggiano alla possibilità di una seconda occasione. Su tutti, la celebrazione dell'Amore che “ti dà il coraggio di essere migliore di quella che sei e di non sminuirti, quello che ti fa sentire che qualunque cosa è possibile”.

Tutto legittimo, per carità: l'amore non può essere meno di questo. Ma allora sorgono due domande: come mai questo genere di sentimento sembra sempre strutturalmente incompatibile con il matrimonio? E perché tutte le storie di questo tipo, tra le righe, sembrano suggerire che il vero Amore è quello impossibile, o per natura o per fato?

Autore: Chiara Toffoletto
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEFIANCE I GIORNI DEL CORAGGIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:18
Titolo Originale: Defiance
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Clayton Frohman e Edward Zwick dal volume Defiance – Gli ebrei che sfidarono Hitler di Nechama Tec
Produzione: Edward Zwick e Peter Jan Brugge per Grosvenor Park/Bedford Falls
Durata: 129'
Interpreti: Daniel Craig, Liev Schreiber, Jamie Bell

Bielorussia 1941. Mentre i tedeschi cominciano il sistematico rastrellamento degli ebrei che saranno condotti ai campi di sterminio, i fratelli Bielski (Tuvia, il maggiore, Zus, il più irruente, Asael, giovane ma coraggioso, e il piccolo Aron), dopo l’uccisione dei genitori ad opera di poliziotti bielorussi conniventi con gli occupanti nazisti, si rifugiano nella foresta che conoscono per avervi praticato il contrabbando.
A poco a poco intorno a loro si riunisce una schiera di disperati in fuga alla persecuzione, un gruppo eterogeneo che cercherà di trasformarsi in comunità anche attraverso il contributo di un saggio rabbino. Divisi tra il desiderio di vendicare il male subito e la necessità di sopravvivere contrastando pure gli egoismi che sorgono all’interno del capo, i fratelli Bielski dovranno fare ricorso a tutte le loro risorse per salvare se stessi e il popolo a loro affidato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film contiene alcuni elementi moralmente inaccettabili, come e la ricerca della vendetta personale e la pratica dei "matrimoni della foresta"
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza e forte tensione
Giudizio Artistico 
 
Interpreti capaci danno vita ad una pellicola che forse presta eccessiva attenzione all’azione e si accontenta di alcune semplificazioni nella psicologia dei personaggi e tuttavia rappresenta un omaggio positivo e sincero ad eroi “normali” e troppo a lungo dimenticati.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
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REVOLUTIONARY ROAD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:08
Titolo Originale: Revolutionary Road
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Justin Haythe dal romanzo omonimo di Richard Yates
Produzione: Scott Ridin, Sam Mendes, John Hart, Bobby Cohen, Gina Amoroso per BBC Films/Evadere Entertainment/Neal Street Production
Durata: 121'
Interpreti: Kate Winslet, Leonardo Di Caprio, Kathy Bates

Frank e April, brillanti aspiranti intellettuali all’indomani della II guerra mondiale, si sono sposati sull’onda della reciproca attrazione, convinti di riuscire a restare fedeli a se stessi pur vivendo in una società borghese che disprezzano. Dieci anni e due figli dopo, l’energia e i sogni sembrano scomparsi, litigi e recriminazioni sembrano sul punto di far esplodere la coppia, almeno finché April ha l’idea di mollare tutto per trasferirsi a Parigi e cominciare una vita diversa e più in linea con le aspettative della giovinezza. Ma forse Frank non è poi così felice di lasciare la sicurezza di un lavoro noioso, ma remunerativo... A complicare le cose ci si mette poi una gravidanza imprevista che fa esplodere la tragedia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film profondamente nichilista dove manca ogni traccia di positività e speranza, le energie spirituali e fisiche sono destinate a esaurirsi in un avvitamento su se stesse e la passione dei due protagonisti risulta essere totalmente narcisistica e autoreferenziale
Pubblico 
Sconsigliato
Scene a contenuto sessuale e sensuale, scene di forte tensione emotiva. Un film di profonda impostazione nichilista
Giudizio Artistico 
 
Girato con l’abituale abilità di Sam Mendes, a dire il vero un po’ noiosamente calligrafica, può contare solo sulle prove di recitazione eccellenti dei due protagonisti
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI AMERO' SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:02
Titolo Originale: Il y a longtemps que je t'aime
Paese: FRANCIA, GERMANIA
Anno: 2008
Regia: Philippe Claudel
Sceneggiatura: Philippe Claudel
Produzione: UGC YM, Integral Film, France 3 Cinéma, UGC Images
Durata: 115'
Interpreti: Kristin Scott Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius

Lea vive con suo marito e due figlie prese in adozione a Nancy; va a prendere all'aeroporto Juliette, sua sorella maggiore, uscita dal carcere dopo 15 anni di reclusione. Lea era ancora piccola quando sua sorella venne condannata  per aver ucciso il figlio di 6 anni ma ora è pronta ad offrirle tutto l'affetto che non le ha ancora potuto mostrare. L'accoglie nella sua casa, la inserisce nel giro delle sue amicizie, ma Juliette resta dura e anaffettiva, ancora incapace di aprirsi ai sentimenti....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un altro film pro-eutanasia. Occorre dire però che il regista non cerca di nascondere l'atteggiamento superbo ed egocentrico della protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
E' necessaria una certa maturità per sottrarsi al "ricatto emotivo" del regista
Giudizio Artistico 
 
Prova superba di interpretazione di Kristin Scott Thomas . Il regista tratteggia con sensibilità tutti i personaggi, anche quelli minori

Per i primi 105 minuti dei suoi 115 di durata totale, il film sviluppa magnificamente il tema dell'accettazione di chi, avendo pagato il suo debito con la società dopo una lunga detenzione, deve inserirsi nuovamente nel flusso di una vita il più possibile normale.
 
Il film  inizia proprio quando Juliette, uscita dal carcere, viene ospitata (provvisoriamente, come spera il marito di Lea) presso la casa di sua sorella e  la seguiamo nei vari colloqui di lavoro (spesso respinta perché i suoi 15 anni di detenzione  creano timori e sospetti) oppure quando reagisce con stizza alla curiosità morbosa di chi vorrebbe conoscere il crimine da lei commesso.
La vera battaglia avviene in realtà dentro di lei: da troppo tempo abituata a difendersi da sola, è diventata anaffettiva, tende a non aspettarsi niente da nessuno ma anche a non dare niente a nessuno.
Per fortuna la giovane sorella ha la costanza e la pazienza che le derivano da un cuore  generoso e a poco a  poco, grazie alla sua disponibilità e alla fiducia che le concede senza nulla chiedere, riesce a fare breccia nel suo animo indurito.  Altri personaggi (lo stesso ispettore di polizia dal quale si deve recare periodicamente per firmare il suo domicilio coatto, un amico di Lea che ha insegnato nelle carceri e conosce i drammi di quella esperienza umana) sanno dimostrarle che esiste anche chi, senza pregiudizi, sa  trattarla come donna e come amica.
Nel frattempo, in sottotraccia, il regista-sceneggiatore prepara il secondo tema del film: quello della malattia, della nostra fragilità fisica. Il suocero che abita con loro ha smesso di parlare a causa di un ictus; la madre, chiusa in un ospizio, non è più in  grado di riconoscere le sue figlie; lo stesso commissario di polizia, divorziato e con una figlia che vede sporadicamente, chiuderà in modo tragico la sua esistenza. Il regista tende forse troppo il  filo della suspense sul segreto di Juliette ed alla fine, quando negli ultimi dieci minuti avviene la rivelazione questa finisce per diventare prevedibile: per chi non vuole scoprire il finale è opportuno sospendere a questo punto la lettura, ma per gli altri è indispensabile andare avanti per poter dare un giudizio complessivo sulla pellicola.

Quando Lea scopre che il bambino di Juliette era in realtà affetto da un male incurabile, un pianto liberatorio suggella la dissoluzione dei sospetti sulla cupa irrazionalità del gesto della sorella, ma corre da lei per reclamare per sé e per i suoi genitori il diritto a quel tempo, di partecipare al suo dramma.
Il colloquio fra le due sorelle è rivelatore dei due diversi caratteri: Lea si preoccupa sempre e comunque di dimostrare alla sorella il suo affetto incondizionato; Juliette manifesta tutta la durezza del suo animo.
Essa in fondo è superba perché si è tenuta per sé la scoperta della malattia del figlio ed anche dopo il terribile gesto decise di non difendersi al processo, per rimarcare che è lei stessa a separarsi dal mondo,  non sono gli uomini che la stanno condannando.
Sola di fronte ad una sofferenza così profonda, ha preso una decisione che pur nella comprensione di una situazione così angosciante, denota egocentrismo. Lei con quel gesto ha risolto un suo problema, quello di non poter più vedere il figlio condannato a un progressivo decadimento, si è sostituita a lui in atteggiamento di possesso ("io l'ho messo al mondo ed io l'ho tolto" - dichiara) senza considerarlo un altro da sé, con il suo autonomo valore e forse quel figlio, con la voglia di vivere tipica di un bimbo di 6 anni,  avrebbe voluto restare con lei  ancora qualche giorno in più.

Questo film, anche se solo per gli ultimi 10 minuti che ne hanno virato il messaggio, si inserisce nel filone ormai ricco delle opere pro-eutanasia ed ancora una volta l'ideologia è la stessa: quella di una vita "pesata al kilo". Ci si aspetta dalla vita un"giusto" livello di soddisfazione, al di sotto del quale non conviene vivere. In Million dollar baby Maggie, campionessa di box e in seguito paralizzata in un letto d'ospedale, commentava che era stata fortunata, "aveva avuto la sua occasione" era quindi tempo di chiudere la sua esistenza. Ora Juliette ricorda: "lo vedevo così bello, così felice": la mancanza di questi elementi determinano la fine della vita del figlio

Altro tema ricorrente in alcuni film di recente produzione è quello dell'autogiustizia: in un mondo dove ogni individuo è una monade a sé stante  senza aver necessità degli altri, il protagonista di Sette anime, colpevole per una sua distrazione di aver provocato la morte di sette persone in un incidente automobilistico, decide non di chiedere perdono ma di provocarsi la morte in un modo che lui considera generoso; nel nostro film Juliette evita di prospettare qualsiasi attenuante al suo gesto per  rinchiudersi  in  prigione, in sdegnoso isolamento.

Kristin Scott Thomas fornisce  una superba prova  di interpretazione  e Philippe Claudel. regista e scrittore (i protagonisti sono spesso intenti a leggere  un libro) tratta con sensibilità l'evoluzione psicologica di Juliette ma  il colpo di scena finale gioca basso con lo spettatore (come fece Clint Eastwood in Million Dollar Baby ) in un contesto altamente emotivo; occorre almeno riconoscergli  l'attenuante di aver ritratto senza abbellimenti il carattere chiuso e superbo di Juliette.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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