Dramma

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IL MATRIMONIO DI LORNA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 10:45
Titolo Originale: Le silence de Lorna
Paese: Francia, Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne
Sceneggiatura: Luc e Jean-Pierre Dardenne
Produzione: Luc e Jean-Pierre Dardenne, Denis Freyd e Andrea Occhipinti per Le Films du Fleuve/Archipel 35/Lucky Red
Durata: 105'
Interpreti: Arta Dobroshi, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione

Lorna, un’immigrata albanese in Belgio, ha accettato di sposare il drogato Claudy per ottenere la cittadinanza; dopo dovrebbe divorziare e risposarsi con un russo per far ottenere la cittadinanza anche a lui. Ma Claudy le chiede invece di aiutarlo a disintossicarsi e Fabio, il delinquente italiano che ha coinvolto Lorna nell’imbroglio, decide di risolvere la questione a modo suo. La morte di Claudy, però, porta Lorna a rivedere tutta la sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film descrive con straordinaria semplicità ed efficacia la perdita di coscienza comune a tutto l’Occidente ma anche la speranza che non sia così facile mettere a tacere né la coscienza né il cuore, nemmeno di fronte alle lusinghe del denaro, nemmeno di fronte al rischio della morte.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di tensione, una scena a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Dardenne scelgono uno stile meno arduo del solito ma anche un tono che abbandona talora l’asciutto realismo per la poesia e il romanticismo

I fratelli Dardenne (La promessa, L’Enfant, Rosetta tra i loro titoli più noti) scelgono uno stile meno arduo del solito (meno macchina a mano per stare addosso ai personaggi, immagini più aperte sul paesaggio cittadino, ma anche un tono che abbandona talora l’asciutto realismo per la poesia e il romanticismo) per raccontare una storia di immigrati che di fatto descrive con straordinaria semplicità ed efficacia la perdita di coscienza comune a tutto l’Occidente.

La storia di Lorna, del suo silenzio misterioso e triste (quello del titolo originale), che nasconde prima i suoi progetti e poi la sua disperazione, non è infatti solo quella di un’immigrata albanese decisa a realizzare i suoi sogni in un paese ricco e indifferente. Nel suo viaggio umano si possono leggere, infatti, indizi di una mentalità che rischia di diventare comune anche a chi immigrato non è.

A ben guardare, nei gesti precisi e ripetitivi della protagonista, inizialmente in pace con l’idea del suo matrimonio di comodo con un tossicodipendente destinato a finire con il divorzio, o meglio ancora, con l’auspicata morte per droga di lui, c’è tutto l’impossibile tentativo di controllare l’imprevedibilità (e la crudeltà) del mondo che la circonda, popolato, ma indifferente.

Gesti banali, ma rivelatori: borsa e portafoglio aperti e chiusi mille volte al giorno per amministrare quel denaro attorno a cui sembra dover girare ogni cosa, a cui bisogna sacrificare ogni sussulto di moralità, sotto cui si seppellisce la coscienza di un io che si ribella alla spietata manipolazione dell’essere umano. E poi chiavi che serrano porte e armadietti, tentano di costruire barriere intorno all’istintivo moto del cuore, ma poi anche di arginare il dolore e la disperazione del marito-fantoccio di Lorna.

La mancanza di un’autentica coscienza di sé della ragazza (che va ben oltre i sogni condivisi con il fidanzato e l’attenzione ai dettagli della vita quotidiana) è la stessa vertigine che ha inghiottito il marito di comodo Claudy (un tossico assistito con perfetta impersonale efficienza dal servizio sanitario belga, di fatto del tutto indifferente al suo destino), la stessa che ha convinto il taxista gangster Fabio che le persone vadano amministrate come pratiche da cui ricavare il massimo profitto e che spinge il vero fidanzato di Lorna, Sokol, ad accettare di esporsi alle radiazioni di un reattore nucleare in Germana per un migliaio di euro.

Una mentalità, questa, a cui lo Stato, con la sua gamma di servizi che vanno dall’assistenza alla disintossicazione (ma senza alcun follow up sui trattati...) al divorzio veloce e all’aborto on demand , offre la sua totale complicità, geloso solo nell’amministrare per l’appunto quel diritto di cittadinanza che è all’origine del triste mercato in cui è coinvolta Lorna.

Ma in agguato c’è il riemergere dell’umano: la disperata richiesta d’aiuto di Claudy forza i limiti che Lorna si è imposta, fa crollare le sue certezze, la spinge prima a tentare di trovare un compromesso impossibile, poi a rompere l’accordo che la lega al suo protettore/carnefice.

Nella sua ribellione c’è sicuramente un po’ di follia (e un’indulgenza al romanticismo che ha lasciato spiazzati i fan dei sobri Dardenne), ma anche la speranza che non sia così facile mettere a tacere né la coscienza né il cuore, nemmeno di fronte alle lusinghe del denaro, nemmeno di fronte al rischio della morte.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SEGRETO TRA DI NOI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 10:12
Titolo Originale: Fireflies in the Garden
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Dennis Lee
Sceneggiatura: Dennis Lee
Produzione: Senator International, Kulture Machine
Durata: 120'
Interpreti: Willem Dafoe, Julia Roberts, Ryan Reynolds, Emily Watson, Carrie-Anne Moss

Michael Taylor, un adolescente intelligente ma timido, ha seri problemi con il padre, professore universitario, duro ed esigente. Anche ora che è adulto e affermato scrittore, fra i due c'è un rapporto a distanza fatto di poche parole. La madre, finché è stato ragazzo si è sempre mostrata conciliante, forse anche troppo; per fortuna Michael da ragazzo aveva beneficiato dell'amicizia di Jane, la giovane sorella della madre, con la quale aveva passato ore spensierate nei periodi estivi. Ora Jane è sposata con due figli ed ha invitato i Taylor per una grande riunione di famiglia ma un incidente cambierà bruscamente i loro programmi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Viene svilito il valore della famiglia, capace di mantenere unite persone spesso diverse, ma incapace di formare persone fedeli e generose
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune intense situazioni di conflitto familiare
Giudizio Artistico 
 
Molti bravi attori ma lo sviluppo dei personaggi presenta non pochi aspetti contraddittori
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CLASSE - ENTRE LES MURS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:15
 
Titolo Originale: Entre les murs
Paese: Francia
Anno: 2008
Regia: Laurent Cantet
Sceneggiatura: Laurent Cantet, François Bégaudeau, Robin Campillo
Produzione: Haut et Court, France-2, Cinema canal+, Cinécinema, Cnssoficinéma, Cofinova4
Durata: 128'
Interpreti: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela

François è un insegnante di lettere che si è appena trasferito in una scuola media alla periferia di Parigi. In classe ci sono ragazzi di varie nazionalità e colore, spesso figli di immigrati clandestini con rischio di espulsione. François si impegna con il dovuto distacco professionale ma  cerca anche di  stabilire con loro un contatto umano; spesso però i rapporti sono difficili e basta una incomprensione, un eccesso di orgoglio e di autodifesa da parte dei ragazzi che tutto fallisce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore riesce a trasmetterci il grande valore ma al contempo la complessità del dialogo insegnante-alunno
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche frase scurrile dei ragazzi
Giudizio Artistico 
 
Un cinema verità straordinariamente realizzato dove la macchina da presa sembra scomparire e i ragazzi sono semplicemente se stessi

Può un mestiere essere così interessante da diventare il soggetto esclusivo di un film? Se io fossi un falegname, potrebbe essere interessante come impiego i miei attrezzi, come progressivamente il mobile prende forma? Per un falegname è probabilmente difficile; per un insegnante è stato possibile con questo film di Cantet (risorse umane-1999, a tempo pieno-2001). Non c' è un plot particolarmente avvincente ma la banale descrizione di un anno scolastico di un professore delle scuole medie ripreso esattamente in quello che deve fare: lunghe ore in classe a spiegare e a discutere con gli alunni, partecipare ai consigli dei professori, avere colloqui con i genitori.

Tutto qui certo, ma il "materiale"  che viene trattato è unico: si tratta di ragazzi. Ragazzi e ragazze che provengono da paesi lontani  e fanno ancora fatica a parlare il francese; ragazzi che hanno assorbito tradizioni dove ogni offesa va ripagata con la violenza; ragazzine di 14 anni che crescono e che alternano continuamente dolcezza e irascibilità. Ma anche il professore gioca un ruolo importante: sinceramente appassionato del suo mestiere, è desideroso di trasmettere le sue conoscenze, vuole conoscere sempre meglio i suoi alunni ma ci tiene alla disciplina e oltre un certo limite anche lui si arrabbia, non è più disposto a tollerare.

L'autore è stato bravissimo nel ricostruire questa "banalità", a presentarcela con un alto grado di realismo, ma al contempo a trasmetterci il grande valore di questa banalità, tutta giocata sull'equilibrio precario che esiste fra insegnante ed alunni. Basta una parola detta in un certo modo che i ragazzi la intendono come offensiva, si risentono, e il rapporto  continuamente si chiude e si riapre. Di film sulla scuola ne sono stati fatti tanti ed i francesi sembrano esserci particolarmente portati: basterebbe ricordare Essere e avere - 2002 (FilmOro) Les Choristes- I ragazzi del coro 2004 (FilmOro) , Ricomincia da oggi - 1999 (FilmOro) ma La classe ha delle sue peculiarità.

Il film non si preoccupa di fare uno studio sociologico dell'ambiente (almeno non in modo diretto), non cerca giustificazioni, non va fuori dell'aula a mostrarci lo stato di indigenza di questi ragazzi, le loro famiglie difficili; non si preoccupa della vita privata dell'insegnante, non ci fa sapere cosa fa fuori dell'aula, se è sposato o fidanzato. L'unico argomento che interessa a Cantet è il rapporto alunno-insegnante, la presa diretta di un essere umano  con un altro essere umano. Al contempo non gioca, come hanno fatto tanti altri film con i caratteri degli insegnanti, non mette in campo il professare buono contro quello cattivo: i professori hanno tutti giudizio, il preside ha grande saggezza ma nonostante questo le crisi scoppiano lo stesso, perché la situazione è obiettivamente difficile e l'equilibrio della classe è appeso a un filo.
Quando l'anno scolastico è ormai alla fine e François può in fondo tranquillizzarsi pensando che anche questa volta  i ragazzi hanno imparato qualcosa, una ragazza gli si avvicina: lei  ritiene di non aver imparato nulla e non vuol più continuare gli studi. François cerca di appellarsi a qualche interesse da lei provato nell'anno ma lei ribadisce di non aver ricevuto stimoli. Con questo finale inaspettato Cantet, sembra  rammentarci che c'è ancora tanto da fare per questi ragazzi e il rischio del vuoto è sempre dietro l'angolo.

A vedere film di questa qualità fa molta tristezza pensare a lavori potenzialmente interessanti (solo nel titolo) come il serial televisivo I liceali, andato in onda lo scorso inverno, che ha giocato sporco con lo spettatore stimolando  solo curiosità pruriginose sugli amori fra insegnanti e alunni, fra insegnanti fra loro, compreso un professore che approfitta della gita scolastica per portarsi in camera d'albergo una prostituta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Martedì, 6. Ottobre 2020 - 21:15


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MIRACOLO A SANT'ANNA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:58
Titolo Originale: Miracle at St. Anna
Paese: USA /Italia
Anno: 2008
Regia: Spike Lee
Sceneggiatura: James McBride con la collaborazione di Francesco Bruni dal romanzo di James McBride
Produzione: Roberto Cicutto, Luigi Musini per On my Own, Spike Lee per Buffalo Soldiers in Italy, in collaborazione con Rai Cinema, Touchstone Picture, TF1 International, in associazione con Mediateca Regionale Toscana – Film Commission
Durata: 144'
Interpreti: Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Omero Antonutti, Luigi Lo Cascio

Toscana 1944, Seconda guerra mondiale. Quattro soldati americani appartenenti alla 92esima Divisione “Buffalo Soldiers”, interamente composta da militari di colore (tranne gli ufficiali), rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo da un crollo un bambino italiano. Senza che i superiori riescano a soccorrerli e con i tedeschi che incombono, i soldati familiarizzano con gli abitanti del borgo toscano, si prendono cura del bambino e incrociano la loro strada con quella di un imprendibile leader partigiano. La crudeltà della guerra non tarda a fare le sue vittime e ad aprire conti che verranno ch

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sul finale raffazzonato e sbrigativo, pende l’ambiguità morale della giustificazione di un omicidio: in nome di una giustizia che persegue i crimini di guerra si legittima anche lo spargimento del loro sangue e si nega dignità alla loro vita
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di battaglia, pur nei limiti del genere, potenzialmente impressionanti per i più sensibili; due scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
Spike Lee in questo film tende a diventare pedante, retorico e didascalico, così che Miracolo a Sant’Anna riesce a non essere né un grandioso film di guerra, né un commovente film drammatico né un vibrante film di denuncia.

In un ufficio postale nella New York del 1983 un immigrato italiano si reca ad  uno sportello per comprare dei francobolli. Il vecchio impiegato di colore che siede dall’altra parte non crede ai suoi occhi, riconosce nell’uomo qualcuno che non pensava avrebbe mai più rivisto e, senza esitare, estrae una pistola e lo fredda davanti a tutti. Perquisendo l’appartamento dell’impiegato, che rifiuta di collaborare e di difendersi dall’accusa di omicidio, la polizia recupera dal fondo di un armadio una scultura rinascimentale proveniente dai resti di un ponte fiorentino saltato in aria durante la seconda guerra mondiale. La notizia fa il giro del mondo e a Roma un ricco imprenditore sembra sconvolto leggendone sul giornale i particolari.

L’incipit di Miracolo a Sant’Annaprova ad essere il più accattivante possibile, semina indizi che attraversano tre epoche storiche e presenta un numero di personaggi buoni per almeno due film (infatti alcuni di essi spariscono nel nulla). Il tentativo, reso vano da una colpevole e micidiale indecisione stilistica (che effonde divagazioni ironiche in un contesto fortemente drammatico), è quello di avvolgere lo spettatore in un’atmosfera fatta di violenza e mistero, e di tenerlo sulla graticola fino allo scioglimento dell’intreccio. In mezzo, un lunghissimo flashback racconta alcuni episodi collegati alla strage di Sant’Anna di Stazzema, dove il 12 agosto 1944 i nazisti macchiarono le colline sopra Lucca con il sangue di 560 civili innocenti. A scatenare la rappresaglia – aggiunge prima il romanzo e poi la sceneggiatura di James McBride – sarebbero state le avventatezze di un gruppo di partigiani ed in particolare il tradimento di uno di loro. L’episodio, inventato ma – sia detto – tutt’altro che inverosimile, ha scatenato in Italia un vespaio di polemiche in cui politici e intellettuali ne hanno approfittato per contendersi o rinfacciarsi per l’ennesima volta “il sangue dei vinti”. Quello che interessa più di ogni altra cosa al regista, tuttavia, è dimostrare come sessanta anni fa la stessa America che accorreva in soccorso dell’Europa occupata doveva compiere ancora passi da gigante in patria per garantire ai propri figli di colore gli stessi diritti di tutti gli altri. Purtroppo quando Spike Lee sposa questa causa tende a diventare pedante, retorico e didascalico, così che Miracolo a Sant’Annariesce a non essere come potrebbe né un grandioso film di guerra, né un commovente film drammatico né un vibrante film di denuncia. Sul finale raffazzonato e sbrigativo, che riesce ad assumere anche toni trionfalistici e melensi del tutto fuori luogo, pende inoltre l’ambiguità morale della giustificazione di un omicidio: in nome di una giustizia che persegue i crimini di guerra e che punisce i traditori, si legittima anche lo spargimento del loro sangue e si nega dignità alla loro vita. Manca il perdono, la vera pietas, soprattutto perché nessuno dei personaggi viene davvero esplorato, di nessuno di loro si approfondisce la storia. Avremmo potuto commuoverci e trepidare come in Roma città apertae invece, anziché emozioni, dopo il sinistro crepitare delle pallottole restano solo tanti nomi dimenticati, sulle piastrine dei soldati o sulle croci di un cimitero.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Sabato, 8. Febbraio 2020 - 21:15


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THE HURT LOCKER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:56
Titolo Originale: The Hurt Locker
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: Kathryn Bigelow, Mark Boal, Nicolas Chartier, Greg Shapiro, Donall Maccusker per First Light Production / Kingsgate Films
Durata: 131'
Interpreti: Guy Pearce, Ralph Fiennes, Jeremy Renner, Anthony Mackie

Dopo la morte del loro superiore in azione, ai soldati Sanborn e Eldridge, specializzati nel disinnesco di bombe sulle strade di Baghdad, viene assegnato come caposquadra l’artificiere Will James, che, come scopriranno presto i suoi compagni, vive il suo lavoro con una sorta di esaltazione che si fa beffe della morte sua e degli altri. Dapprima impauriti e respinti dalla sua follia, i due ne vengono a poco a poco a poco conquistati, ma la dipendenza dal rischio potrebbe essere la loro rovina…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autrice porta alla luce una realtà ostica ai più: la guerra, purtroppo, non è solo il frutto di perversi meccanismi economico sociali, ma è anche un “gusto” iscritto nella natura umana, che è pericoloso risvegliare.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Molte scene di violenza ed estrema tensione, turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il film della Bigelow è, come al suo solito, un concentrato di adrenalina ma propone anche un’acuta analisi della psicologia di uomini esposti ogni giorno a rischi altissimi

Firmato dalla penna dello stesso giornalista autore dell’articolo che ha ispirato l’ultimo bel film di Paul Haggis, La valle di Elah, l’ultimo adrenalinico film di Kathryn Bigelow è un ennesimo studio sulla dipendenza (dopo il suo capolavoro Strange Days). Se tredici anni fa Ralph Fiennes si ubriacava di ricordi, per l’artificiere super specializzato James (tra Afghanistan e Iraq ha già disinnescato più di ottocento bombe) la droga è il rischio mortale che affronta ogni volta che, sotto la mira potenziale di cecchini e attentatori, mette le mani tra intrichi sempre più complicati di fili ed esplosivo.

Una sfida che James affronta senza apparente ansia (se non quando l’ordigno in questione si trova nel ventre di un bambino che scambia per il piccolo venditore di DVD con cui aveva fatto amicizia) e con una testardaggine quasi fanciullesca che desta giustificate paure nei suoi compagni, uno dei quali già traumatizzato dalla morte del precedente caposquadra (Guy Pearce in cinque intensissimi minuti di performance).

Il film della Bigelow è, come al suo solito, un concentrato di adrenalina (le missioni sono sempre ad alto rischio, sia per i congegni da disinnescare, sia per il continuo pericolo dell’ambiente circostante, di cui si percepisce sempre l’ostilità) ma propone anche un’acuta analisi della psicologia di uomini esposti ogni giorno a rischi altissimi, che devono prendere decisioni cruciali per la vita propria e di altri in pochi secondi.

Una situazione che, come acutamente nota la Bigelow, lungi dall’essere vissuta come una dolorosa corvè, genera in misura diversa un’esaltazione e uno straniamento della realtà paragonabile alla droga e che, come la droga, una volta eliminata, lascia dietro di sé un vuoto interiore difficile da colmare anche con la dolcezza degli affetti.

Quello che dà la cifra della “dipendenza” di James dalla guerra, in effetti, è il suo ritorno a casa dalla moglie (che è la bellissima Kate di Lost, nell’unico ruolo femminile della pellicola) e dal figlio piccolo (i due in teoria sono divorziati, ma la donna continua a vivere a casa sua). Lo vediamo al supermercato, un uomo che in meno di un minuto disinnescava una bomba con un paio di pinze, totalmente smarrito davanti ad una parete piena di scatole di cereali differenti tra cui non sa scegliere, e più tardi confessare al figlio di aver perso il gusto di tutte le cose, tranne una. Inevitabile la conclusione con il ritorno sul campo. Dei suoi due compagni uno rimane ferito e viene rimandato a casa, l’altro si rende conto di fronte all’orrore della guerra del proprio desiderio di diventare padre, forse ormai irrimediabilmente corrotto da quanto ha visto.

Oltre a Pearce, ci sono cammei di Ralph Fiennes (un mercenario che muore dopo cinque minuti in un’azione nel deserto) e David Morse, mentre i tre interpreti principali (in particolare l’allucinato Jeremy Renner) non sono volti noti ma bravissimi.

La vera forza del film è proprio l’assenza di un approccio apertamente ideologico alla questione della guerra in Iraq (anche se tra loro i soldati magari ne parlano e si intuisce che non hanno le idee ben chiare su che facciano lì), la voluta mancanza di proclami, che forse avrebbero guadagnato alla regista il plauso della critica liberal.

Al contrario, la Bigelow è abile a far vivere al pubblico la progressiva esaltazione, la comunione maschia e cameratesca dei suoi “uomini” (e per questo, naturalmente è stata accusata di machismo), per poi precipitarlo nell’abisso della crisi del “dopo”, spinta da un’intuizione semplice quanto ostica ai più: la guerra, purtroppo, non è solo il frutto di perversi meccanismi economico sociali, ma è anche un “gusto” iscritto nella natura umana, che è pericoloso risvegliare.

Così facendo ci conduce senza sconti di fronte alla drammatica constatazione del prezzo terribile che la guerra (qualsiasi guerra, giusta o sbagliata che sia) richiede in termini di “anime” ancor più che di vite. E proprio per questo motivo, anziché per un ottuso e generico pacifismo, bisognerebbe ben valutare il motivo per cui si imbraccia un’arma.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Venerdì, 5. Marzo 2021 - 21:10


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THE BURNING PLAIN IL CONFINE DELLA SOLITUDINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:38
Titolo Originale: Burning Plain
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Guillermo Arriaga
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Produzione: Todd Wagner e Mark Cuban per 2929 Productions
Durata: 109'
Interpreti: Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim De Almeida, John Corbett

Sylvia è la manager di un ristorante negli Usa, ma si è lasciata alle spalle in Messico un’altra vita, segnata profondamente e dolorosamente dalla morte della madre, bruciata viva insieme al suo amante. Ed è questa storia, da cui era nato un forte benché anomalo rapporto tra la stessa Sylvia e il figlio dell’amante di sua madre Gina, ad intrecciarsi al presente, fino ad una resa dei conti che non può essere elusa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre che aveva abbandonato la figlia anni prima, scopre la possibilità del perdono senza il quale la vita non ha senso. Riesce così a trovare la forza di rischiare, di ricominciare riconoscendo il valore di un legame di sangue che può essere nato dal dolore e dal senso di colpa, ma resta prima di tutto una promessa di felicità.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo, a contenuto sessuale e di tensione
Giudizio Artistico 
 
Lo sguardo di Arriaga è, come è nella sua abitudine, pieno di partecipazione per la sofferenza dei suoi personaggi, anime perdute che si dibattono nel tentativo di fare i conti con il proprio limite

Ricorrendo con moderazione al suo tradizionale stile di scrittura a mosaico (in questo caso sono solo due i piani temporali che si incrociano ed è relativamente facile intuire le connessioni tra i personaggi del passato e del presente), Arriaga (sceneggiatore di Babel e21 grammi) passa alla regia per narrare una vicenda dolorosa di amori perduti, di tradimenti ed errori, verrebbe da dire in una parola, di umano peccato a cavallo del confine tra Stati Uniti e Messico.

È il senso di colpa, infatti, che ha reso così disordinata e infelice la vita di Sylvia, a cui il successo professionale non consente di dimenticare un passato complicato, mentre la ripetizione inane di relazioni senza sbocco non la aiuta a superare il dolore.

La radice di tanta infelicità si annida nell’adolescenza, dove protagonista diventa l’inquieta madre di Sylvia, una donna menomata nel corpo dalla lotta contro un tumore al seno, che sembra ritrovare al serenità solo tra le braccia di un amante, una relazione che travalica i confini tra due popoli, ma soprattutto quelli tra due famiglie, che alla fine saranno da essa dolorosamente segnate.

Dalla sua morte, in un incidente che forse non è tale, si origina un difficile rapporto tra due ragazzi troppo giovani per comprendere fino in fondo l’accaduto, un abbandono al sentimento che non è naturalmente risposta sufficiente al dolore della perdita.

Lo sguardo di Arriaga è, come è nella sua abitudine, pieno di partecipazione per la sofferenza dei suoi personaggi, anime perdute che si dibattono nel tentativo di fare i conti con il proprio limite.

Ma se per il personaggio di Kim Basinger l’esito tragico arriva al termine di un travaglio in cui a prevalere è l’abbandono a una passione che pare totalizzante, più interessante è il percorso di quello interpretato da Charlize Theron. Di fronte allo sguardo della figlia che aveva abbandonato anni prima, infatti, Sylvia prima fugge, poi rischia di guardare in faccia gli errori del passato e infine scopre la possibilità del perdono senza il quale la vita non ha senso.

Ed è solo così che l’essere umano può trovare la forza di rischiare, di ricominciare riconoscendo il valore di un legame di sangue che può essere nato dal dolore e dal senso di colpa, ma resta prima di tutto una promessa di felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHANGELING

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 09:47
Titolo Originale: Changeling
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: J.Michael Straczynski
Produzione: Brian Grazer, Ron Howard, Robert Lorenz e Clint Eastwood per Universal Pictures/Immagine Entertainment/Relativity Media/Malpaso
Durata: 140'
Interpreti: Angelina Jolie, John Malkovich

Quando Christine Collins, madre nubile del piccolo Walter di 9 anni, torna dal lavoro e non trova a casa suo figlio vorrebbe far partire subito le ricerche. Gli uomini della polizia di Los Angeles, da più parte accusata di abusi e violenze, però, prendono tempo. Passano le settimane e i mesi, ma Christine non si arrende; quando finalmente il capitano Jones la chiama per riconsegnarle suo figlio, Christine si trova di fronte un bambino che non è Walter. La sua battaglia per far riconoscere la verità e proseguire le ricerche, però, si scontra con gli interessi del dipartimento tanto che la donna viene spedita in manicomio per togliere le forze dell’ordine dall’imbarazzo. Fortunatamente al fianco di Christine si schiera il determinato reverendo Briegleb, mentre le indagini di un altro poliziotto portano alla luce una drammatica verità che potrebbe riguardare anche il destino di Walter.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Eastwood sceglie di raccontare in modo drammatico una battaglia “per i diritti civili” ma il suo intento non è semplicemente distruttivo: la determinazione della fragile Christine è positivamente contagiosa e diventa promotrice di un cambiamento reale e l’ultima parola è comunque di speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di tensione e violenza
Giudizio Artistico 
 
Immersa in una ricostruzione d’epoca precisa e mai manieristica, Angelina Jolie assieme a non meno bravo John Malkovich dà vita a un personaggio intenso che guida lo spettatore attraverso un film dai ritmi distesi
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACHEL STA PER SPOSARSI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 09:26
Titolo Originale: Rachel Getting Married
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Produzione: Clinica Estetico/Marc Platt Productions
Durata: 113'
Interpreti: Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Debra Winger

Kym Buchmann, giovane ex tossicodipendente, ottiene un permesso di tre giorni dalla clinica di riabilitazione in cui è ricoverata per partecipare al matrimonio della sorella Rachel. I modi aggressivi e taglienti di Kym logorano la pazienza della dolce Rachel, che si vede rubare la scena dalla sorella, e fanno riemergere a poco a poco i traumi e i conflitti sepolti della famiglia, tra cui la morte del fratellino, di cui Kym era stata responsabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti familiari mai del tutto risolti ma c’è lo spazio di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e una breve scena a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Nonostante qualche lungaggine e l'uso continuo della camera a mano che potrebbe risultare faticoso per una parte del pubblico la storia ha il sapore e il ritmo della vita vera Molto brava la Anne Hathaway

Jonathan Demme ritorna alle storie di “finzione” dopo alcune esperienze di documentari biografici, di cui conserva per certi versi lo stile, con la camera a mano costantemente in movimento a pedinare i personaggi, in un modo indiscreto e drammatico, che potrebbe risultare faticoso, almeno all’inizio, per una parte del pubblico.

Come potrebbe risultare decisamente disturbante la ex tossica pungente e arrabbiata Kym (Anne Hathaway, molto lontana dalla dolcezza e ingenuità della sua prova ne Il diavolo veste Prada), che è la vera protagonista della storia a dispetto del titolo.

Di primo acchito si teme di trovarsi di fronte ad una di quelle storie di famiglie borghesi sotto la cui superficie amabile si nascondono drammi, ipocrisia e disastri, di cui il cinema, americano e non, sembra negli ultimi anni non saper fare a meno. Certamente di drammi sopiti e di conflitti la famiglia Buchmann (due figlie che più diverse non si può e due genitori separati con nuovi compagni) ne ha da vendere. A partire dalla tossicodipendenza di cui Kym, ex modella, sta cercando di liberarsi in una clinica specializzata, ma soprattutto dalla morte del figlio più piccolo, in un incidente automobilistico provocato dalla stessa Kym, cui, contro ogni buon senso, era stato affidato nonostante i suoi problemi di droga.

La preparazione della cerimonia di nozze e la riunione di famiglia portano inevitabilmente a galla questo passato doloroso e le questioni in sospeso nel rapporto tra le due sorelle (la paziente e responsabile Rachel, che tuttavia, come il fratello obbediente della parabola, non può fare a meno di risentirsi dell’inesauribile condiscendenza mostrata dai genitori e da tutto l’entourage verso la sua sorella “prodiga” e problematica). La pellicola di Demme, scritta dalla figlia del regista Sidney Lumet, appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti mai del tutto risolti, attraverso scene ottimamente costruite e scelte narrative sanamente imprevedibili. La violenza verbale (e qualche volta anche fisica) tra Kym e Rachel, e poi tra Kym e sua madre, colpisce profondamente, ma sembra anche l’unico mezzo per riaprire una ferita, che potrà così, prima o poi (il finale è doverosamente aperto) risanarsi.

Così, alla fine, nonostante tutto, c’è lo spazio, almeno per qualcuno, di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti. E alla fine, la partenza di Kym verso la riabilitazione non è priva di una speranza che è tutto fuorché ingenua.

La bella sorpresa è che questo “viaggio” offre anche numerosi momenti di commedia e di alleggerimento (soprattutto nel rapporto che si istaura tra Kym e il testimone dello sposo, lui pure un ex alcolista), di bella musica (cui il regista deve essersi parecchio affezionato, visto che si prende i suoi tempi). Insomma, una storia che ha il sapore e il ritmo della vita vera e che, nonostante qualche lungaggine (ma chi non ha avuto i suoi momenti di noia nei festeggiamenti dei matrimoni alzi la mano…), lascia in bocca il sapore delle cose autentiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FELICITA' PORTA FORTUNA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 09:16
Titolo Originale: Happy-Go-Lucky
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura: Mike Leigh
Produzione: Fabrizio Mosca per Acaba Produzioni, Rai cinema
Durata: 118'
Interpreti: Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Andrea Riseborough, Eddie Marsan

Poppy è una ragazza londinese, sui trent'anni. Fa l'insegnante di asilo, mestiere nel quale riesce a trasmettere tutta l'allegria e la carica positiva con cui sa affrontare la vita ed  i rapporti con gli altri. Incontra molte persone durante la giornata e ad ogni occasione cerca di esercitare il suo "apostolato della felicità", ma ogni individuo è diverso dagli altri e non sempre il suo approccio schietto riscuote successo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Similmente a quanto era già successo ne "Il segreto di Vera Drake" un personaggio simpatico e pieno di comunicativa serve per trasmettere la filosofia di vita dell'autore, basato su di un empirismo disimpegnato dove ci si limita a un bonario rapporto con gli altri, evitando di mettere in gioco se stessi fino in fondo
Pubblico 
Adolescenti
n conflitto intenso fra un uomo e una donna potrebbe preoccupare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottimi interpreti e una sceneggiatura discreta ci trasferiscono un vivido ritratto di Poppy e del suo mondo. Molti personaggi sono tratteggiati sopra le righe, tradendo l'intenzione dell'autore di produrre un pamphlet ideologico, più che uno spaccato di vita vera

dsIl regista Mike Leight ( Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake) racconta di avere un modo di lavorare del tutto particolare (non molto dissimile comunque da quello adottato dai nostri grandi Rossellini e Fellini): inizia con una sceneggiatura non ancora bene definita, si preoccupa sopratutto di far comprendere ai suoi attori che tipo di personaggio debbono interpretare e poi inizia le riprese lasciando che l'improvvisazione giochi un ruolo determinante. Il film è in effetti null'altro che uno spaccato della vita di Poppy (l'ottima Sally Hawkins, Orso d'Oro per la migliore interpretazione al Festival di Berlino 2008), fatta di incontri occasionali, lavoro, serate con le amiche, visite mediche, lezioni di guida e lezioni di tango: eventi che si dipanano apparentemente senza una logica, senza che si percepisca un percorso narrativo, fuori dagli schemi classici che prevedono un evolversi della storia o un percorso interiore del protagonista (in realtà non è esattamente così, visto che la scena più importante e rivelatrice del film avviene al dieci minuti dalla fine, come prescrivono le regole auree).

Nelle primissime due sequenze viene subito delineato il suo atteggiamento verso gli altri e verso gli eventi della vita; entrando in una libreria, cerca in tutti i modi di attaccare discorso con l'unico commesso, cupamente concentrato nei suoi calcoli alla cassa. "Brutta giornata vero? Sorridi alla vita!" e altre spiritosaggini non sortiscono alcun effetto. Appena uscita dal negozio, si accorge che la sua bicicletta è sparita, rubata da qualcuno: "non sono neanche riuscita a dirle addio" è l'unico commento che, superando eroicamente l'evento, si sente di pronunziare. Sorride continuamente a tutti Poppy e cerca di trovare sempre il lato divertente di tutto ciò che le capita; le sue risate continue e le sue battute possono a volte sembrare sciocche (non aiuta certo la traduzione dello slang londinese impiegato nell'originale) o di isterico imbarazzo quando deve sostenere situazioni difficili (come quando si deve sottoporre a un doloroso massaggio per ricomporre una lussazione) ma la tenacia con cui mette in pratica questo modo di atteggiarsi nei confronti degli altri denota qualcosa di più di un vezzo caratteriale: si tratta di una convinta filosofia di vita.

E' proprio su questo punto, che costituisce il vero messaggio che il film vuole trasmettere, che conviene discutere.
A prima vista sembra che Poppy abbia compreso il segreto della felicità su questa terra e che desidera generosamente trasmetterla agli altri, una sorta di profetessa del "be happy", figura di donna  che piace molto a Mike Leight e che ricorda l'altra "santa laica"  Vera Drake, nel film omonimo, che cercava di aiutare senza alcun compenso le ragazze che si erano messe nei pasticci rimuovendo il "problema". Se guardiamo però quello che è l'incontro-contro principale, fra lei e Scott, il suo istruttore di guida, introverso, pignolo, pieno di risentimento e rabbia contro il mondo e contro tutti (forse frutto di frustrazioni subite), lei continua imperterrita con la sua formula curativa (banalizzare gli eventi, ridere sulle sue impuntature) ma non c'è un vero avvicinamento, un cercare di entrare dentro l'altro e i suoi problemi.

Un esempio per tutti: l'istruttore le aveva chiesto, ad ogni inizio di lezione di non usare gli stivali con i tacchi alti, perché non adatti per la guida: lei sistematicamente non lo asseconda  semplicemente perché quegli stivali le piacciono, dimostrando che sono gli altri che debbono avvicinarsi al suo mondo e non viceversa. Nello scontro conclusivo fra i due, nonostante tutta l'antipatia del personaggio (un bravissimo Eddie Marsan) non possiamo che stare dalla parte di Scott quando urlando le rinfaccia di pensare soltanto a se stessa, di voler far ruotare il mondo intorno a lei , senza accorgersi che intanto lui soffre perché sta subendo il suo fascino.
Allo stesso modo nell'incontro con la sorella più grande, sposata e prossima a mettere alla luce un bambino, denota poca partecipazione per le scelte responsabili della sorella, preferendo la sua libertà disimpegnata.  In un colloquio con l'amica con cui condivide l'appartamento, in un momento di riflessione confidenziale ridicolizza le "eterne domande": "da dove veniamo, dove andiamo, che senso ha la vita..." non per scongiurare con la sua levità una visione cupa della vita, ma semplicemente perché tutte queste cose per lei non hanno alcuna importanza.
Questo novello Candide dei nostri giorni non va in giro per le strade del mondo a trasmettere l'ottimismo del migliore dei mondi possibili  ma un molto empirico carpe diem e "non facciamoci male", evitando accuratamente di restarne coinvolta, evitando di amare fino in fondo e di mettere pienamente in gioco se stessa. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'OSPITE INATTESO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:19
 
Titolo Originale: The Visitor
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Tom McCarthy
Sceneggiatura: Tom McCarthy
Produzione: Groundswell Productions/Next Wednesday Productions/ Participant Productions
Durata: 103'
Interpreti: Richard Jenkins, Hiam Abbas, Haaz Sleiman

L’esistenza del professor Walter Vale, docente universitario di Economia che dopo la morte della moglie si è chiuso totalmente in se stesso, viene messa in discussione dall'incontro con Zainab e Tarek, una giovane coppia di immigrati a cui, in sua assenza, è stato illegalmente affittato il suo appartamento di New York. Ne nasce un’amicizia inaspettata, attraverso la quale Walter riscopre la voglia di vivere. Poi, però, Tarek viene arrestato in seguito a un controllo di routine in metropolitana e Walter, che è l’unico che può andare a trovarlo nel centro di detenzione, cerca il modo di farlo uscire, spronato anche dall’arrivo di Mouna, la madre di Tarek, con cui Walter sviluppa un profondo e delicato rapporto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
McCarthy ci spiega con la sua storia che senza coinvolgimento non ci può essere possibilità di felicità e non è neppure possibile affrontare un discorso serio e partecipe sulle questioni delicate e complesse che la fragilità della nostra società
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per il linguaggio crudo
Giudizio Artistico 
 
Tom McCarthy, attore in molti film di successo, qui sceneggiatore e regista di grande sensibilità, riesce a realizzare un film che tocca argomenti di scottante attualità senza scadere in schematismi

È sempre più difficile, in un mondo in cui i contrasti di pensiero si trasformano facilmente in battaglie ideologiche, fare film che tocchino argomenti di scottante attualità senza scadere negli schematismi, trasformando le storie in apologhi morali (più spesso moralistici) alla lunga sterili e poco coinvolgenti.

È un errore che non commette Tom McCarthy, attore in molti film di successo, qui sceneggiatore e regista di grande sensibilità, che decide di affrontare in modo trasversale il tema del rapporto con l’altro in una New York dove le norme per la sicurezza rischiano, pur nella loro necessità, di trasformarsi in imposizioni cieche e disumane.

Al centro della pellicola, però, non sono direttamente le “vittime” del sopruso, ma un uomo, il professor Walter Vale, che la morte della moglie e troppi anni di ripiegamento su se stesso hanno allontanato dalla vita e dal rapporto con il prossimo (straordinariamente eloquente la scena dell’incontro con il vicino benintenzionato, che Walter liquida con una cortesia raggelante).

Per lui imbattersi nell’anomala e positiva coppia di immigrati illegali formata dal siriano (ma di origine palestinese) Tarek, musicista dal sorriso contagioso, e da sua moglie Zainab, senegalese creatrice di gioielli fatti a mano, è l’occasione per rinunciare all’isolamento in cui si è rinchiuso e tentare un lento, ma inarrestabile, ritorno alla vita, che passa attraverso la musica.

Attraverso gli occhi dei suoi “ospiti inattesi” Walter riprende anche possesso della sua città, una New York luminosa e bella in cui la convivenza sembra assolutamente possibile e la superficialità di tanti “indigeni” (come la ricca signora che crede che Città del Capo si trovi in Senegal…) in fondo perdonabile.

A spezzare il ritmo in cui Walter si è lasciato trascinare, però, arriva, imprevedibile e “ingiusto”, l’intervento della polizia che ferma Tarek forse solo per il suo aspetto mediorientale. È solo allora che Walter scopre che lui e Zainab sono illegali e perciò a rischio di espulsione.

Con un passo avanti nell’amicizia che gli richiede un impegno più profondo, Walter si impegnerà per cercare di ottenere la liberazione di Tarek, con un incentivo in più quando alla sua porta compare Mouna, la madre del suo amico, una donna forte e volitiva con cui si crea quasi da subito un rapporto profondo e autentico.

L’autore evita la trappola di soffermarsi sulle brutture del sistema di detenzione in cui è caduto Tarek (che in effetti, pure agli occhi di Mouna, pare ben diverso dal carcere dove era stato suo marito finendo per morirne), ma ne sottolinea la asettica ottusità nel gestire vicende umane che chiedono di non essere guardate solo come emergenze per la sicurezza.

Così McCarthy si concentra soprattutto sullo sguardo e sui movimenti interiori di Walter, ri-trascinato nella vita per scoprire la bellezza, ma anche la sofferenza, che l’uomo trova finalmente il coraggio di affrontare.

Perché, suggerisce McCarthy con la sua storia, senza coinvolgimento non ci può essere possibilità di felicità, anche se questa può essere continuamente messa a rischio. Perché senza coinvolgimento non è neppure possibile affrontare un discorso serio e partecipe sulle questioni delicate e complesse che la fragilità della nostra società (che si scopre specie negli Usa non più così aperta) rende fondamentali.

 

Elementi problematici per la visione: nessuno.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Martedì, 12. Giugno 2012 - 21:15


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